25 Giugno 1936

Sono il dottor Auriemma, scrivo questa pagina di diario per la prima volta. Ho il dovere morale di scrivere queste parole dopo quanto mi è accaduto qualche giorno fa. Sono ancora provato da quello che ho vissuto, non è stata una scelta semplice quella di mettere su carta i ricordi di quella giornata. Avrei preferito dimenticare tutto ed andare avanti ma non è più possibile. E’ un mio dovere quello di informare quante più persone, tutti dovrebbero sapere.

E’ cominciato tutto la settimana scorsa. Ero nel mio studio a scrivere gli appunti su un paziente febbricitante quando bussarono alla porta. La feci entrare, era una donna e dall’espressione era molto preoccupata. Disse di chiamarsi Anna, era la donna delle pulizie di un proprietario terriero che abitava sulla collina del Vomero. La donna era venuta nel mio studio per volere del suo padrone, le aveva ordinato di recarsi da me per convincermi a visitarlo.  La cosa mi stranì non poco, il mio studio è sito nella parte bassa di Napoli, dalla mia finestra posso solo osservare l’imponente Castel Sant’Elmo che sovrasta la città. Come mai uno sconosciuto avrebbe richiesto proprio i miei servizi? Come faceva a conoscermi? Per quale mia esperienza si era rivolto propriamente a me? Una serie infinita di quesiti che mi baluginava in mente.

La signora purtroppo non sapeva come risolvere gli enigmi, era stata solo inviata come ambasciatrice con il solo compito di “arruolarmi” per quella strana missione. La povera donna era imbarazzata alle mie domande così smisi di porgergliele. Non sapevo che risposta darle, non era mio costume quello di lasciare il mio studio per visitare chi non fosse già mio paziente. Tra l’altro senza alcuna informazione sul motivo, se di salute o puramente filosofico. Nemmeno le sue insistenze riguardo alla cifra che mi sarebbe stata resa per il disturbo mi convinsero. Non sono un tipo veniale, chi mi conosce bene sa che nel mio lavoro il mio unico fine è assistere gli ammalati e trovare loro una cura adeguata ai loro mali. Fu qualcos’altro a farmi decidere.

All’improvviso, visti vanificare i ripetuti sforzi, la donna cominciò a piangere. Senza dare nell’occhio prese un fazzoletto dal suo vestito e lo avvicinò al viso. In silenzio delle lacrime le rigarono il volto e la sua espressione divenne ancora più seria e preoccupata. Riuscì a dire soltanto una breve frase, con la voce così bassa da essere appena percettibile.

E’ una questione di vita o di morte

Fu la risposta che stavo aspettando. Il giuramento che feci quando iniziai la mia carriera mi impone di servire un solo scopo, l’assistenza di chi ne ha più bisogno. Quelle lacrime, quella tristezza sul volto della donna, quel messaggio implorato. Erano quelle le ragioni che mi diedero la spinta. Mi alzai per soccorrerla, le diedi una sedia su cui sedersi e le assicurai che avrei assistito il suo padrone appena possibile. Senza cambiare l’espressione del suo viso mi disse che non era possibile prorogare la visita altrimenti sarebbe stato troppo tardi. Pensai subito che il paziente doveva versare in condizioni molto gravi per richiedere un intervento così urgente. Non potevo tirarmi indietro, le dissi che ero a disposizione, mi sarei recato subito da lui. Finalmente la donna si riprese, il suo viso mi apparve più disteso. Mi disse che in strada c’era una macchina che ci attendeva e che ci avrebbe portato nella tenuta del Conte De Giusti. Preparai la mia attrezzatura in borsa e seguii la signora, giù al palazzo fuori al portone ci attendeva un’auto. L’autista appena ci vide aprì le portiere sorridendo, anche lui era visibilmente contento che avessi accettato la proposta.

Durante il tragitto l’uomo non fu avaro di parole. Continuava ad encomiare il Conte per il suo carattere gentile e sempre disponibile. A quanto pare era molto anziano, lavoravano con lui da quando erano piccoli. Prima di loro i rispettivi genitori servivano la famiglia del Conte, e così indietro da generazioni. Da secoli i De Giusti erano proprietari terrieri di quella zona ed erano sempre stati caritatevoli con tutti. Finanziavano opere d’arte, supportavano le parrocchie della zona, provvedevano all’istruzione dei bambini delle famiglie degli inservienti. Quei racconti non fecero che incuriosirmi ancora di più e mostrarmi il Conte in un’ottica positiva. In pratica non vedevo l’ora di conoscerlo.

Mi fu raccontato persino che il mio sconosciuto paziente era rimasto solo da pochi anni. Era sposato da una vita con una donna, Beatrice, di origini nobili anch’ella. Purtroppo in quella vita il Signore non li aveva mai benedetti con l’arrivo di un erede. A mio parere proprio quell’assenza di prole sarebbe stato il motivo che li spingeva ad operare sempre di più in carità di Dio verso gli ultimi. Si erano costruiti una grande famiglia laddove non ne potevano avere una propria.

Il tragitto fu abbastanza lungo, la macchina sebbene fosse buono stato arrancava sulle salite che portavano alla residenza dell’uomo. Nell’ultimo tratto l’autista ci tenne ad indicare gli ettari di terreno di proprietà del Conte, specificando le colture ad essi dedicati. Erano tantissimi, non avrei mai pensato che tutto quel verde appartenesse ad una sola persona.

Arrivammo alla tenuta, l’autista parcheggiò la macchina nell’enorme piazzale. Era una bellissima villa, l’imponente facciata denotava nobiltà e sfarzo. All’esterno c’erano decine di alberi in fiore che decoravano quell’ameno paesaggio, tutto intorno c’era pace e tranquillità. Il silenzio era intervallato solo dal verso degli uccelli che avevano costruito i loro nidi sugli alberi vicini. Una volta varcato il portone principale però sembrava di essere entrato in un’altra abitazione. Tutta la tranquillità e il senso di pace che c’era all’esterno scompariva totalmente all’interno di quella casa. Una sensazione di angoscia e dolore mi pervase appena mi trovai all’interno.

Tutte le finestre erano chiuse, anche le tende di colore scuro coprivano totalmente ogni spiraglio di luce. Nel grande salone d’ingresso c’era ordine, pulizia, ma a tutti gli effetti sembrava una sala che non vedeva ospiti da lungo tempo. Tanto spazio eppure tanta solitudine. La donna che mi accompagnava dovette accorgersi della mia improvvisa inquietudine, subito mi spiegò che dal giorno della morte di sua moglie il Conte si ritirò in una triste solitudine. Prima era solito passare le giornate all’aperto, in compagnia dei fattori e della gente del luogo. gli piaceva dialogare con la gente comune e sapere il loro punto di vista sulla vita. Dopo il triste episodio il suo carattere divenne sempre più inquieto, riservato. Evitava la vicinanza di ogni conoscente e passava le sue giornate nel buio della sua camera o nella grande biblioteca presente nella casa.

Salimmo al piano superiore, a pochi passi dalla camera da letto del Conte la signora mi fermò. Mi disse poche semplici parole, ma che mi spaventarono non poco.

Qualunque cosa dica il Conte. la prego, deve credergli. Se può fare qualcosa per lui lo faccia.

Parole di compassione ma enigmatiche, che non fecero altro che mettermi in allarme. Bussammo alla porta, dall’altro lato nessuna risposta. Aprimmo delicatamente ed entrammo. Appena varcata la soglia un forte odore di chiuso arrivò alle mie narici. Il mio istinto fu quello di aprire le finestre e far passare un po’ d’aria fresca, l’ideale in una giornata così calda. La donna mi prese per un braccio e mi rivolse uno sguardo triste. Non ne capii il motivo ma decisi di assecondarla, evitando di fare come avevo pensato. A quel punto mi rivolsi verso il mio nuovo paziente.

Era disteso a letto, il torso era tenuto su da una pila di cuscini. Sembrava molto anziano e senza forze, il corpo era adagiato a peso morto e le braccia penzolavano di lato. La bocca era aperta e gli occhi chiusi, se non fosse stato per quel profondo silenzio che faceva sentire indistintamente il rantolo del suo respiro avrei pensato che fosse già morto. Mi avvicinai lentamente al letto e gli tastai il polso. Non ebbe nessuna reazione quando la mia mano lo toccò, gli occhi rimasero chiusi mentre constatavo un battito lento. Poi un filo di voce uscì da quelle labbra secche.

-Dottor Auriemma, è venuto?

Lo tranquillizzai subito, non volevo che si sforzasse nello stato in cui si trovava. Gli dissi che era arrivato appena avevo saputo del suo stato di salute. Vedendolo in quel letto così debilitato pensai che più che il mio intervento, sarebbe stato più opportuno quello di un parroco per dare l’estrema unzione. Tutto quello che accadde da quel momento mi fece cambiare idea.

L’uomo con uno sforzo enorme alzò il braccio destro per poi posare la sua mano sulla mia. Finalmente aprì gli occhi, mi guardò in un misto di tristezza e coraggio. Mi parlò con parole dolci ma in modo lento, sforzandosi non poco.

-Ascolti dottore, per me non c’è molto che lei possa fare. C’è una ragione per la quale lei è stato convocato qui. Ho delle cose da dire prima che sia troppo tardi ma ora sono troppo stanco per parlare. Vi prego, sul mobile accanto al letto, vicino ad un piccolo ritratto di mia moglie, ci sono dei fogli. Li ho scritti io finché ero in forze, dovete leggerli ve ne prego

Feci come mi era stato ordinato, non avevo voglia di dare altri dispiaceri a quell’anima in pena, fossero stati anche i vaneggiamenti di un malato. Trovai i fogli, li presi e li misi in tasca. Fui però richiamato dal Conte, voleva che li leggessi proprio in quell’istante, davanti a lui. Anche in quell’occasione accondiscesi alle richieste. Trascrivo qui il contenuto di quelle righe.

Mia moglie era morta da soli tre mesi, ero a pezzi e la vita già non aveva più senso. Era lei la mia forza, il mio coraggio, senza di lei non valeva la pena vivere. Forse si sta chiedendo perché non abbia posto fine alla mia vita piuttosto che imbarcarmi per un sentiero più oscuro. Non lo so, forse non avevo nemmeno il coraggio per compiere un gesto così ignobile. Provai a distrarmi, a fare in modo di non pensare all’accaduto, ma il dolore era così forte che non era possibile sottrarsi. Decisi allora che avrei trovato un modo per mettermi in contatto con lei. Contattai i migliori esperti, studiai giorno e notte pur di sentire per l’ultima volta la voce della mia cara moglie defunta. Trovai dei libri nella nostra biblioteca che descrivevano dei riti per contattare le anime perdute nell’aldilà. Ve ne prego, non considerate queste righe come le visioni di un pazzo, quei libri sono esistiti davvero ma ho provveduto a bruciarli nel momento in cui ho capito quanto fossero maledetti. Ma dicevano il vero! Ho seguito ogni passaggio meticolosamente e sono arrivato al mio fine. Ora però ho paura che quando arriverà la mia ora queste memorie vadano perdute. Ma non basterebbe scrivere un diario del mio racconto, lo so, nessuno crederebbe alle parole di un vecchio moribondo. Tutti mi considererebbero un pazzo ed infangherebbero la mia memoria come quella della mia amata Beatrice. Ho bisogno di un testimone, qualcuno al di sopra delle parti che possa testimoniare la veridicità di quello che ho fatto. E qui entrate in gioco voi, dottor Auriemma, anche se fino ad oggi non ci siamo mai conosciuti.

Quando sono entrato in contatto con lo spirito di Beatrice sono diventato la persona più felice del mondo. Quanto è stato bello risentire la sua voce dopo tanto tempo. Passavamo notti intere a parlare, faceva di nuovo parte della mia vita anche se ero costretto a praticare un rito pagano chiuso nella nostra camera. Le chiedevo spesso del luogo in cui si trovava, lei era ben felice di rispondere. Non esistono Inferno e Paradiso come li conosciamo dai libri di religione. Esistono varie esistenze dell’aldilà, vari inferni, come dice lei. Quando l’anima abbandona il corpo vaga in una dimensione in cui non esiste la fisica terrestre. Le anime vengono collocate nei vari inferni in maniera quasi casuale, quello che facciamo sulla terra vale solo per chi rimane, non ci sono premi o punizioni nella vita successiva. Ci teneva a descrivermi la sensazione di pace che provava in quel luogo pieno di anime come lei. Così mi venne in mente un’idea. Chiesi a mia moglie di cercare tra gli spiriti che incontrava qualcuno legato al nostro luogo. Qualcuno di Napoli che avesse potuto convincere una persona di quanto quello che sto raccontando sia vero. Non fu facile, come ho scritto in precedenza non esiste una regola per associare i morti agli inferni, ma dopo qualche mese Beatrice fece la conoscenza di una donna che aveva lasciato qui sulla terra un caro. Si trattava proprio di un vedovo come me, un dottore che opera nel centro storico di Napoli e che ha perso la moglie di malattia. So che leggendo questo foglio starete pensando a qualche inganno, ma finite di leggere in modo da avere la situazione più chiara. La donna si chiamava Luisa, era una levatrice ed ha sposato voi, dottor Auriemma, in una domenica di fine Maggio. Quando parlava con voi non vi chiamava con il vostro nome di battesimo, Mario, ma lo storpiava in “Marco” per farvi sorridere. Ho preferito non farmi raccontare i dettagli del vostro rapporto per non essere invadente, ma voglio che voi crediate che quello che ho scritto è tutto vero. Purtroppo negli ultimi giorni le forze mi abbandonano sempre di più. Per scrivere queste poche righe ho impiegato giorni con l’aiuto della servitù. Care persone che non hanno mai dubitato della mia sanità mentale.

Ora è il momento di incontrarvi, affinché possiate tramandare quello che avete saputo. Ve lo chiedo nel buon nome della nostra famiglia.

Finii di leggere la lettera mentre le mani continuavano a tremare. Non so ben descrivere le sensazioni che provai leggendola. Dapprima scetticismo, poi curiosità, sicuramente rabbia quando vidi il nome di mia moglie. Cosa dovevo fare? Credere ad un racconto fantastico che mi veniva servito da un moribondo? Lasciarlo alla sua follia ed andarmene risentito aver scovato nel mio passato e farne una storia personale? Non sapevo cosa fare, ero nel dubbio più assoluto. Le parole che proferì il conte subito dopo furono la risposta che non mi aspettavo.

-Lo so cosa state pensando, ho pensato anche a questo. Avvicinatevi se volete la prova definitiva. Posso chiamarla e farvi sentire la sua voce

Non credevo alle mie orecchie. Quell’uomo voleva a tutti i costi costringermi e lo avrebbe fatto mettendomi in contatto con l’anima della mia moglie defunta. Mi avvicinai a lui con scetticismo ma in cuor mio avevo una piccola speranza. Il Conte richiuse gli occhi ed aprì la bocca. Il silenzio che ci circondava appariva sempre più spettrale mentre il respiro dell’uomo si faceva sempre più lento. All’improvviso, senza che lui muovesse le labbra, un suono uscì dalla sua gola.

-Amore, sei lì?

Non era possibile. Non era la voce del Conte, era una voce femminile quella che avevo sentito. La mia mente rifiutava di credere a quello che stava succedendo, pensai si trattasse di un complice presente in quella stanza che stava simulando quel fenomeno, ma io quella voce la conoscevo. Era proprio la voce di Luisa, così come la ricordavo.

-Mario sei lì? Mio caro Marco, fatti sentire

-Che scherzo è mai questo? Giuro che gliela farò pagare per questo gioco, è andato oltre signor Conte!

-Calmati Mario, sono io. Il Conte è un tramite, non avercela con lui, ti prego

La ragione e il cuore lottavano per dare una risposta concreta. In realtà una parte di me avrebbe voluto inginocchiarsi e piangere mentre un’altra parte voleva che fosse tutto uno scherzo per ritornare alla vita normale. Era una rivelazione troppo grande quella che avevo sotto i miei occhi, un peso troppo grave da portare dentro.

-Amore ascoltami, ricordi quella passeggiata che facemmo al chiaro di luna durante la festa di Piedigrotta? Fu allora che dichiarasti il tuo amore per me. Ricordi cosa ti dissi?

Un ricordo che avevo completamente cancellato dalla memoria, sepolto sotto uno strato spesso di dolore.

-Ti dissi che sarei stata tua per sempre, in questa vita e in tutte quelle successive. E poi ti dissi che avevi una macchia di sugo sulla giacca. Ricordo ancora la faccia imbarazzata che avevi! Eri tutto serio per dichiararti a me e invece dovevi cercare di cancellare quella chiazza orrenda

Come faceva a sapere di quell’episodio? Faceva parte dell’intimità di coppia che avevo con Luisa. Non avrei raccontato neanche per scherzo a qualcuno di quell’accaduto. La risposta era una soltanto, amara come il boccone che dovevo ingoiare. Senza rendermene conto cominciai a piangere, guardavo il volto raggrinzito del Conte ma davanti agli occhi avevo l’immagine del viso angelico di Luisa. Mi inginocchiai a terra e presi il volto tra le mani.

-Scusa Luisa. Scusa se in cuor mio ho sperato che non fossi tu. Scusa se non ho riconosciuto subito la tua voce. Scusa se…

-Va tutto bene Marco mio. Ora sono qui a parlarti, mi basta questo. Non sai quanto mi manchi

-Mi manchi tanto anche tu. Da quando non ci sei più mi sono dedicato anima e corpo al lavoro. Tu sei e sarai sempre l’unica donna della mia vita

-Amore mio quanto ti amo. Vorrei essere con te sempre

-Anche io lo voglio. Come posso fare? Dimmi in che modo posso godere della tua voce ogni giorno. Solo ora capisco che De Giusti non era un folle ma soltanto un uomo innamorato. Solo l’amore può abbattere i confini di questo mondo e permettere un prodigio simile. Ho bisogno di sapere come ha fatto a contattare il regno dei morti

-Amore mio anche io lo vorrei, ma devi stare attento a quello che fai

-Non mi importa. Che la mia anima possa essere dannata in eterno se posso ascoltare la tua voce anche una volta soltanto

All’improvviso il Conte chiuse la bocca ed aprì gli occhi. Con quegli stessi occhi mi guardò, era uno sguardo pieno di rabbia.

-Non deve farlo. Non intraprenda questa strada maledetta. Non faccia come me, lei è qui per mettere in guardia il mondo. Esistono forze che non comprendiamo appieno, ed io l’ho capito troppo tardi. Prima riuscivo a farlo quando volevo, ora sono soltanto un tramite, qualcuno dall’altro lato comanda questo potere ma non lo fa per uno scopo benevolo

Di colpo gli occhi girarono all’indietro e la bocca si aprì nuovamente emettendo frasi con la voce di mia moglie.

-Amore mio non starlo a sentire. Devi trovare il modo di metterti di nuovo in contatto con me. Lui non era abbastanza potente, tu potrai fare di più. Potremmo non solo parlare, potremmo anche sentire le emozioni l’uno dell’altro

L’anziano rinsavì di nuovo.

-Non ascoltarla. E’ l’altra entità che sta parlando attraverso la sua voce, attraverso i suoi ricordi. Non farti ingannare

Nella mia testa si scontravano le due teorie, con le voci di Luisa e del Conte. A chi dovevo dare retta? Alla donna della mia vita, che aveva giurato amore eterno? Oppure ad un anziano sconosciuto, amato e venerato chi gli era vicino? Ero sul punto di impazzire, mentre ragionavo e facevo a pezzi il mio cuore sentivo quelle voci come sirene che attiravano Ulisse verso gli scogli. All’improvviso le mie orecchie sentirono qualcosa che ancora oggi al solo pensiero mi fa rabbrividire. Era Luisa che stava parlando dalla bocca del Conte quando la sua voce cambiò di colpo. La voce femminile divenne d’un tratto strana, più cupa, fino a diventare un abominio. Continuava ad usare le parole dolci di mia moglie, a chiamarmi Marco, ma non era lei a parlare e me ne rendevo conto solo allora. Provava ancora a convincermi che dovevo carpire i segreti di De Giusti e ricontattare il regno dei morti. Girai lo sguardo per non osservare più quella scena, fissai la parete di fronte mentre piangevo. A quel punto il Conte ritornò di nuovo in sé.

-Ora ha capito di cosa si tratta? L’entità dall’altro lato vuole uscire, venire in questo mondo, ma noi non dobbiamo permetterglielo. Ora che anche Lei lo sa, io posso morire. La mia anima è già dannata. Deve promettermi che non cercherà mai la strada che ho percorso io. Non deve fare in modo che il dolore alimenti la voglia di oltrepassare ciò che ci separa dall’inferno. Ora può andare, metta per iscritto ciò che ha visto oggi e metta in guardia quante più persone. Il mondo deve sapere

Appena ebbe finito di parlare presi subito le mie cose e uscii dalla stanza. Fuori c’era la servitù del Conte in un rispettoso silenzio., con la testa abbassata pregavano per l’anima del loro padrone. Di fretta scesi al piano inferiore, non degnai neanche di uno sguardo quelle persone in pena. Di corsa uscii da quell’abitazione ed entrai nell’auto che mi stava aspettando nel cortile. Non ci fu bisogno di parole, l’autista mi riaccompagnò a casa. Ero ancora sconvolto da quello che avevo vissuto e per il resto della giornata rimasi chiuso in casa. Anche la notte non riuscii a prendere sonno.

Ero stato caricato di un peso troppo grande, una verità troppo amara da digerire. Ho rivissuto tutto il dolore per la perdita di Luisa ma amplificato milioni di volte. Avevo le risposte alle domande che non mi ero mai posto. Da scienziato avevo dato sempre per assoluto che un corpo morto finiva la sua esistenza ma ora sapevo che non era così, che l’anima esiste e che dopo la morte c’è un luogo, ancora più misterioso ai miei occhi. Nessuna consolazione dovuta a questa conoscenza.

Passarono i giorni ma si fece sempre più radicata in me una consapevolezza. Non potevo far finta di nulla, dovevo mettere su carta questa esperienza e tramandarla. Nessuno in futuro doveva commettere lo stesso sbaglio, non lo avrei permesso. Qualcuno dirà di me che sono un pazzo, un visionario. Non mi interessa, se anche una sola persona mi crederà allora questo mondo sarà salvo. Esiste un mondo dopo il nostro, ma nessuno deve poter creare un legame seppur piccolo tra i due piani dell’esistenza.

Mai.

18 Giugno 2012

La visita guidata era quasi finita e Tommaso era più che entusiasta. Gli si era aperto un mondo nuovo che era a pochi passi dalla dove era cresciuto, ma non conosceva appieno. Era il cimitero delle fontanelle, un luogo coperto da un velo di mistero. Da sempre ne aveva sentito parlare, anche dai genitori quando erano ancora in vita. Proprio loro però non avevano mai speso parole buone su quel posto. Erano avidi di racconti su quel luogo che tutti gli altri invece sembravano conoscere bene, gli intimavano di starne alla larga. Sacrilego, così lo chiamavano. Tommaso nel tempo aveva raccolto solo delle informazioni frammentarie spinto dalla sua curiosità su quel cimitero proibito. Poi all’improvviso delle coincidenze. I genitori erano ormai morti da qualche anno e in televisione si parlava proprio della riapertura del cimitero delle fontanelle.

Tommaso aveva molto rispetto dell’anima dei suoi genitori, tra l’altro ogni domenica li andava a trovare al cimitero portandogli un mazzo di fiori freschi. Ma sapeva in cuor suo che quando gli dicevano di non avvicinarsi al cimitero delle fontanelle stavano solo facendo la parte dei due genitori preoccupati di uno spettacolo troppo macabro per un ragazzo. Forse sapendo quanto lui era sensibile avevano paura che visitarlo sarebbe stato troppo scioccante. Ma ormai era adulto, aveva da poco passato i 35 anni e poteva fare ciò che voleva. Anzi, in quel periodo aveva proprio bisogno di uscire un po’ e vedere altre persone.

Già, perché in pochi giorni si era trovato senza lavoro e senza fidanzata, un episodio la conseguenza dell’altro. Lavorava come fattorino in un’impresa di distributori automatici di snack, era l’addetto al rifornimento delle bibite e delle merendine. Un giorno come un altro aveva riempito i distributori di un intero palazzo del Centro Direzionale. Torre Francesco, venti piani di uffici tutti riempiti di roba da mangiare e bere. Per sua sfortuna però quel giorno il tastierino elettronico non funzionava a dovere e lui non aveva ricontrollato i prezzi da impostare sui distributori. Risultato, i prodotti costavano un centesimo del prezzo reale. Appena la direzione scaricò i totali e controllò le monete nei distributori fu chiaro l’errore. La perdita era abbastanza significativa e il nome di Tommaso era presente nel tabulato dei turni di quel giorno. Lo misero alla porta senza nemmeno troppe spiegazioni, non cercarono neanche di accollargli la somma che avevano perso. Era troppo distratto al lavoro e quella era la goccia che aveva fatto traboccare il vaso.

Con Silvia è stato analogo. Lui aveva perso il lavoro e lei aveva iniziato a tirare fuori una serie infinita di ragioni per la quale tra loro era finita. Lui era troppo immaturo, era troppo sbadato, alla sua età non aveva ancora una visione chiara del suo futuro. Insomma, di punto in bianco si era resa conto che non lo amava e che non vedeva un futuro con lui. Due colpi che avrebbero messo al tappeto chiunque. Ma Tommaso tratteneva tutto, rispose alle batoste della vita come sempre, scrollandosi tutto di dosso come fosse polvere sulla giacca. Intanto era senza lavoro, senza ragazza e con un grosso punto interrogativo sulla sua testa. Doveva mettere ordine nella sua vita, ma aveva anche bisogno di pensare per un po’ di tempo ad altro, a sé stesso. Intanto passavano i giorni, poi le settimane e i mesi.

Poi un giorno si svegliò con una gran voglia di visitare il cimitero delle fontanelle. Ma sì, perché no. Si preparò e si recò in quel luogo che gli era stato proibito per troppo tempo. La visita guidate era un tipo alla mano, probabilmente uno della zona, però era bravissimo a spiegare. Dopo una prima panoramica sulla visione della morte nel folklore napoletano, sulla figura dello schiattamorto e le pratiche di sepoltura, la guida cominciò a parlare della strana usanza che prese piede a Napoli fino alla fine degli anni Sessanta. Dal dopoguerra in poi c’era chi si prendeva cura dei teschi presenti nel cimitero delle fontanelle per accudirli in cambio di favori. Era una sorta di catarsi, di redenzione da una vita di miserie. In pratica i morti che attendevano il giudizio nel Purgatorio avevano l’occasione di meritare il Paradiso facendo da intermediari per i vivi. Un do ut des, i vivi pregavano per le anime dei defunti, pulivano e benedicevano le loro ossa, i morti invece facevano in modo di esaudire i desideri tramite l’intercessione con l’aldilà. Un culto strano quanto affascinante che nei secoli ha portato alla luce storie misteriose. C’era chi ha avuto quello che si aspettava, come una grazia o un semplice episodio fortunato. C’era anche però chi non ha ottenuto l’effetto sperato e quindi semplicemente sceglieva un nuovo teschio da “adottare”. C’erano addirittura storie quasi da film horror legate a particolari teschi presenti nel cimitero, storie che farebbero rabbrividire i più coraggiosi.

E’ facile capire come da un’usanza popolare affascinante si potesse passare a pura blasfemia, ad un rito pagano che con la religione non ha più niente a che vedere. Tommaso capiva bene come un desiderio forte possa sfociare in scelte più che opinabili. Magari c’era chi non sapeva come tirare avanti, chi aveva esaurito i santi da pregare perché una fortuna inaspettata si realizzasse. Come biasimarla se quella stessa persona fosse stata disposta a pregare l’anima di uno sconosciuto pur di avere qualcosa in cambio. Tra l’altro non era nulla di impegnativo, bisognava solo pulire le ossa, pregare ogni giorno e prima o poi sarebbe arrivato qualcosa di buono. Proprio lui che stava attraversando quel periodo lo sapeva più degli altri.

La guida continuava a parlare ma Tommaso era ormai avvolto da un solo pensiero. Tutti quei teschi, tutte quelle anime in attesa di riscatto, e lui che aveva tanto da chiedere. Era nato nell’epoca sbagliata, ora era proibito prendersi cura delle anime pezzentelle mentre fino a qualche decennio prima poteva farlo senza problemi. Ecco, proibito, ma perché? Proibito da chi già aveva tutto. Perché proibire alle persone di sperare? Perché proibire alle persone di credere che qualcosa di bello possa ancora verificarsi all’improvviso sulla terra? E perché proibire alle anime dannate una redenzione ad un piccolo prezzo? Tutti interrogativi su cui non riusciva a dare una risposta. Ma la risposta in realtà non c’era, lui lo sapeva. Tutti avevano bisogno di quel culto e lui sarebbe stato il primo dopo tanto tempo a riprendere quell’abitudine.

Si guardò intorno con sospetto, nessuno doveva vederlo. Erano tutti intenti ad ascoltare le guide e a fotografare i teschi. Era il momento buono. Si tolse lo zaino dalle spalle ed aprì la zip. Con rapidità prese uno dei teschi e lo mise nello zaino chiudendolo subito dopo. Si guardò di nuovo intorno, per fortuna nessuno lo aveva notato. I battiti del cuore presero a rallentare, era più tranquillo. Con un sorriso di soddisfazione si rimise in spalla lo zaino e si avvicinò al gruppo di persone per godersi la fine della visita guidata.

Al termine del percorso ritornò a casa. Il suo primo pensiero era naturalmente quello di visionare il suo nuovo amico. Prese il teschio dallo zaino e lo osservò con attenzione. Era un teschio come tutti gli altri, pensò. Grandezza nella media, nessun segno particolare, un po’ sporco di polvere. Un teschio anonimo. Tommaso immaginò a chi potesse essere appartenuto, magari ad un padre di famiglia, o ad una donna con una storia particolare alle spalle, o ancora ad un uomo morto solo come lo era lui in quel momento. Tutte fantasie che non facevano che aumentare la sua curiosità. Si mise subito all’opera. Ripose il teschio sul tavolo della cucina e iniziò a pulirlo delicatamente. Dopo pochi minuti l’osso era lucido, stava addirittura prendendo gusto ad accarezzarlo. Doveva essere affettuoso con lui, d’altronde era il suo tramite per la realizzazione dei suoi desideri. Uscì di casa per comprare un lumino e dei fiori, quando ritornò creò un piccolo altare nella camera da letto. Si inginocchiò davanti e cominciò a pregare intensamente. Le preghiere continuarono anche la sera. Prima di andare a letto Tommaso riservò una buona mezz’oretta per esprimere i suoi desideri e intercedere per l’anima del suo nuovo coinquilino.

Il mattino seguente si svegliò con un nome in mente e la sensazione che fosse collegato a tutta quella faccenda. Attilio. Non riusciva a capire perché quel nome gli ronzava in testa. Forse il personaggio di un film che aveva visto recentemente, o forse il nome di un vecchio compagno di classe. Guardò l’altare e sorrise.

-Non so perché ma da oggi ti chiamerò Attilio. Ti piace?

Gli aveva affibbiato un nome, ora era in confidenza con lui. Si sorprese di aver parlato ad alta voce, da quando era solo in casa non lo aveva mai fatto. Prima ancora di fare colazione il suo unico pensiero era quello di pregare. Pregare per l’anima di Attilio, era ovvio. Appena finito andò in cucina, stava per preparare la colazione quando suonò il telefono. Rispose, era il suo ex superiore.

-Ciao Tommaso, sono Antonio. Tutto bene?

-Ciao Antonio. Abbastanza. Tu come stai?

-Non mi lamento, grazie. Senti, ti ho chiamato per quanto è accaduto la volta scorsa

-Senti Antonio, non me la sento di affrontare il discorso adesso. Se possiamo parlarne un altro giorno…

-No aspetta, non mi interrompere. Chiamo in seguito ad una riunione che si è tenuta con i vertici. Il sindacato si è interessato all’episodio ed hanno raggiunto un accordo. Licenziarti dall’oggi al domani non è una pratica corretta quindi i proprietari hanno deciso di fare un passo indietro

-Non ho capito bene. Stai dicendo che non sono più licenziato

-Esatto! Considerati ancora parte dell’azienda. Ti aspettiamo in sede per ricontrattare

Tommaso rimase in silenzio con la cornetta ancora attaccata all’orecchio.

-Ci sei ancora? Non sei soddisfatto?

-Sì. Certo, lo sono. Ci vediamo in questi giorni allora

Attaccò il telefono con un mare di domande in testa. Poi ritornò nella camera da letto e guardò il teschio. Guardò nella cavità oscura degli occhi.

-Sei stato tu? Hai davvero esaudito uno dei miei desideri? Se è così meriti davvero il Paradiso. Ti prego, ora esaudisci anche l’altro. Ti supplico

Stava ancora parlando con il teschio quando sentì bussare al campanello. Andò ad aprire, si ritrovò davanti Silvia, in lacrime. Era ancora fuori alla porta quando iniziò a parlare.

-Ciao Tommaso. Scusa se sono venuta qui senza preavviso. Volevo chiederti soltanto scusa

Tommaso stava per invitarla ad entrare quando lei continuò senza fermarsi.

-Ti prego non mi interrompere. Sono stata un’idiota a lasciarti così, di punto in bianco. Non avrei dovuto fare una tragedia per quello che è successo. E peggio ancora ti ho lasciato solo in una situazione difficile. Ho pensato a te tutti questi giorni e ho capito che mi manchi. Mi manchi da morire e voglio ritornare con te. So che mi giudicherai una pazza ma ti amo e l’ho capito solo così. Prenditi il tempo che vuoi, io ti aspetterò. Chiamami appena puoi

Tommaso non fece in tempo a darle una risposta che lei fuggì. La vide correre per le scale e uscire dal palazzo. Una scena in perfetto stile film romantico. Cosa avrebbe dovuto fare? Correre da lei? Urlare dalla finestra? Richiamarla subito? Come al solito non sapeva quale decisione prendere, solo una voce dentro di sé che gli consigliava:

Dai tempo al tempo. Ora non è il momento

Forse era meglio seguire quella voce. Dopo quei brutti giorni passati da solo doveva farla soffrire un po’, magari con le idee ben chiare avrebbe preso una decisione definitiva. Ritornò nella camera da letto per ringraziare nuovamente il suo misterioso benefattore.

-Grazie Attilio. Lo so che sei stato tu, ora non posso che continuare a sdebitarmi con te. Continuerò a pregare per la tua anima, stai sicuro che arriverai in Paradiso prima di quanto pensi

Dai tempo al tempo. Ora non è il momento

Di nuovo gli venne in mente quella frase quando sentì ancora il campanello bussare. Pensò che fosse ancora Silvia, andò ad aprire. Si sbagliava, davanti a lui si parò una faccia arrabbiata, quella della signora Giulia ovvero la padrona di casa dell’appartamento dove abitava Tommaso. La donna entrò senza nemmeno chiedere il permesso.

-Signor Lo Russo dobbiamo parlare urgentemente

-Signora Giulia, bongiorno. Si accomodi pure

-E’ inutile che ci giriamo intorno Lo Russo. La situazione è più grave di quanto immagina

-Va bene, di cosa vuole parlarmi di così urgente?

-Non lo immagina? Oggi sono ben quattro mesi che non paga l’affitto. Ho saputo che ha perso il lavoro ma ormai sono passati mesi. Non posso continuare a far finta di nulla. Lei mi deve una spiegazione e deve saldare quanto prima la somma che mi deve

Sangue

Tommaso sentì quella voce dentro di sé. La stessa voce che aveva già sentito quella mattina, ma più profonda, più cupa.

-Signora Giulia non si preoccupi. Stamattina ho riavuto il mio lavoro e in questi giorni dovrò parlare con l’azienda per ricontrattare la mia posizione

-E chi mi dice che non sta mentendo? In questi mesi senza lavoro ha cercato altro? Ha trovato qualcosa che potesse permetterle di affrontare le spese? E proprio oggi prima che io venissi qui ha riavuto il suo lavoro?

-Signora Giulia la prego di credermi

Falla smettere

Ancora quella voce. Tommaso ebbe il dubbio che non fosse l’unico a sentirla. Si fermò a metà frase

-Devo crederle? Lei è un nullafacente che passa le sue giornate a oziare

Ti sta umiliando, falla tacere

-Un invertebrato che a quanto so non ha perso solo il lavoro. Non ha neanche più una donna, non è vero?

Toglila di torno. Tu la odi

-Deve trovare il modo di pagarmi, possibile che i suoi genitori non le hanno lasciato nulla che non ha già sperperato?

Non farti trattare così. Zittiscila

-I suoi genitori, con loro non sarebbe mai successa una cosa così. Loro sì che erano persone in gamba. Si sono fatti da soli ed hanno sempre compiuto sacrifici per andare avanti

Uccidila. Uccidila subito

-Sono sicuro che nel posto in cui sono ora la staranno guardando e non saranno affatto contenti di un figlio come lei

Tommaso non parlava più, i suoi occhi guardavano il vuoto intorno. Non aveva reazioni ma senza rendersene conto la sua mano si spostò di lato, verso il ceppo portacoltelli. In un attimo prese il coltello con la lama più lunga e lo conficcò nell’occhio sinistro della donna. Quasi all’istante lei emise un grido sovrumano mentre lui teneva salda la lama all’interno dell’orbita che sgorgava sangue.

Falla smettere, ci sentiranno tutti

Fece come gli era stato ordinato dalla voce misteriosa. Tolse il coltello dall’occhio e con lo stesso fece un lungo solco profondo nella gola di Giulia. L’urlo si fermò, al suo posto uscì un gorgoglio ripugnante. La donna si accasciò a terra mentre un piccolo lago rosso si formava sulle mattonelle chiare della cucina.

Non ti fermare. Continua. Infierisci

Tommaso si inginocchiò sul corpo senza vita della donna e cominciò a colpirla sul torace. Una coltellata, poi due, poi altre ancora. La lama trapassava la carne e usciva senza fermarsi. Si accaniva su quel corpo inanimato con una rabbia disumana. Ormai non era più in sé. Dopo qualche minuto si fermò ed osservò la scena macabra che si era venuta a creare davanti a lui. Poi si guardò le mani, completamente rosse. Era stato lui a fare tutto quello?

Calmati, non andare in panico

-Chi è? Chi sei? Perché ho fatto questo?

Calmati e vieni da me. Dobbiamo parlare

Tommaso capì quello che doveva fare. Si alzò e si recò nella sua camera da letto. Si fermò davanti all’altare che aveva creato il giorno prima, la candela era ancora accesa. Si inginocchiò e guardò il teschio. Sembrava che anche quell’oggetto lo guardasse attraverso le sue orbite oculari scure. Sembrava che stesse guardando nei suoi occhi e stesse perlustrando la sua anima. Poi sentì ancora una volta quella voce profonda.

Sei stato bravo, hai fatto ciò che bisognava fare

-Chi sei?

Il mio nome lo conosci già

-Attilio… Cosa vuoi da me?

Tu cosa vuoi da me? Ho ascoltato le tue preghiere, ho ascoltato i tuoi desideri e li ho avverati

-Sei stato tu a fare tutto?

Tu che ne pensi? Si è avverato tutto quello che volevi. Ora però sei tu in debito con me

-Ma sto già pregando per te, giorno e notte. Prego per la tua anima in attesa del Paradiso

Chi ti dice che io voglia andare in Paradiso? Non ho bisogno delle tue preghiere, la mia anima è dannata e nemmeno le preghiere di tutti gli abitanti della terra possono redimerla

-Cosa vuoi da me?

Sangue. Ho bisogno di sangue. E tu farai come dico io per procurarmelo

-No, non posso. Non posso farlo

Lo farai invece. E sarai ricompensato bene. Ora prendi il mio teschio e mettilo sul sangue della tua prima vittima

Tommaso piangeva dallo sconforto ma non poteva fare a meno di eseguire gli ordini che gli erano stati imposti. Prese il teschio e lo posò sulla macchia rossa che si era venuta a creare sul pavimento. All’improvviso vide che la macchia anziché espandersi si rimpiccioliva, come se il liquido fosse assorbito dal teschio. In quei secondi che sembravano interminabili vide con stupore che proprio sul teschio iniziava a formarsi un sottile strato di carne rosso chiaro. Come se da quel sangue prendesse vita un volto. Tommaso rimase inorridito.

Ho bisogno di altro sangue e mi serve adesso

-Ma non possiamo lasciare questo casino in giro

A quello penseremo dopo, ora fa come ti ordino. Il mio potere è limitato

Tommaso mise la testa in un sacco di tela, poi prese dei coltelli, mise tutto nel suo zaino e uscì di casa. Seguendo le indicazioni della voce che solo lui sentiva si mise in strada alla ricerca di nuove vittime. Percorse qualche chilometro quando la voce gli intimò di fermarsi.

E’ qui che dovrai agire. Sento un ammasso di carne da sacrificare. Proprio davanti a te

Tommaso alzò lo sguardo e si sentì venir meno. Davanti a lui c’era l’ingresso di una scuola materna ed elementare. Da fuori riusciva a sentire le urla di gioia dei bambini che giocavano insieme.

-Non puoi chiedermi questo. Sono bambini, non posso ucciderli

Non hai scelta. Devi farlo. Posso fare in modo che la tua vita migliori o peggiori. Sei nelle mie mani ormai

L’uomo serrò gli occhi mentre una lacrima scendeva lentamente sulle sue guance. L’altro aveva ragione, lui non aveva scelta. Riaprì gli occhi e si asciugò il volto. Aprì lo zaino e tirò fuori uno dei coltelli, poi si diresse deciso verso l’ingresso della scuola. Il primo ostacolo sarebbe stato il bidello ma già si immaginava il tipo. Obeso, spazientito e con nessuna voglia di fare l’eroe. Strinse il coltello nella sua mano per darsi coraggio. Era a pochi passi dall’ingresso, davanti a lui c’era il portone aperto dal quale vedeva il bidello seduto e intento a rinfrescare l’aria con un ventaglio. Stava per varcare la soglia quando si sentì spostare involontariamente. Un urto improvviso che lo fece cadere a terra.

Alzò lo sguardo e vide che accanto a lui c’era una signora che si stava rialzando. In quei pochi secondi cercò di concentrarsi su cosa fare quando vide che la signora gli tendeva la mano sorridendo.

-Mi scusi, ero distratta. Andavo di corsa e stavo guardando il cellulare. Sono costernata, permetta che la aiuti ad alzarsi. Si è fatto male?

Tommaso non ascoltava quello che lei stava dicendo. girò lo sguardo e vide che il coltello era a terra a pochi passi da lui. Probabilmente dell’urto doveva aver aperto la mano ed era caduto. Anche la donna guardò nella direzione in cui stava guardando lui e realizzò il suo intento omicida. Non esitò ad urlare e richiamare l’attenzione di tutti.

-Ha un coltello! Fermate quell’uomo, è armato!

Tommaso con uno scatto riprese il coltello e lo inserì nell’addome della donna. Questa smise di urlare ma un brusio sempre più forte cominciò a crearsi intorno. Tutti i presenti si resero conto di quello che stava accadendo ed iniziarono ad allarmarsi. Tommaso si guardò intorno vedendo solo sguardi preoccupati e ostili. La voce nella sua testa non mancò di dire la sua.

Coraggio, non fermarti. Sei più forte di loro. Fai quello che devi fare

Si rialzò dirigendosi verso la scuola, all’improvviso un passante gli gettò qualcosa addosso per fermare il suo intento. Lo stesso gesto fu imitato da altri presenti. Nel frattempo il bidello resosi conto del pericolo serrò la porta mettendo in salvo l’istituto.

Idiota, muoviti. Sfonda la porta e compi il sacrificio!

Tommaso eseguì gli ordini. Nel caos più totale che si era creato, circondato da insulti e urla di terrore corse fino alla porta della scuola. Tentò di sfondarla con delle spallate, poi con il manico del coltello ma nulla da fare. Vedeva dal vetro le facce terrorizzate delle persone all’interno.

Poi uno sparo. Non si voltò, continuò nel suo intento di entrare nell’istituto.

-Fermati! Getta il coltello a terra e tieni le mani alzate. Quello di prima era un colpo di avvertimento in aria, il prossimo lo punterò verso di te se non fai come ti ho detto

Non ascoltarlo, sono io che comando

-Ti ho detto di fermarti subito

Continua

Nella testa di Tommaso le due voci si fondevano e lo confondevano. Non sapeva più cosa fare. Se ascoltare il poliziotto e arrendersi oppure dare retta ad Attilio e completare l’opera che gli avrebbe aperto infinite porte. Voleva uscire da quell’incubo, non ne aveva più la forza. Si decise, avrebbe lasciato il coltello e si sarebbe arreso. Aveva varcato un confine troppo lontano.

Aprì la mano ma inspiegabilmente il coltello non si staccò. Era come incollato al palmo. Provò a vibrare la mano ma non venne via. Le parole nella sua testa gli diedero la spiegazione che aspettava.

Te l’avevo detto che sono io quello che comanda. Sei troppo debole, non meriti di vivere

Poi il rumore di uno sparo. Il colpo alla schiena fu preciso, gli trapassò il tronco fino a spappolargli il cuore. Alzò gli occhi, lentamente tutto si faceva buio e le voci intorno sembravano sempre più confuse. Cadde all’indietro senza più forze. Dalla schiena fuoriusciva un fiotto di sangue che andò ad impregnare lo zaino fino a bagnarne il contenuto.

Al commissariato non si parlava d’altro che dell’uomo ucciso nel tentativo di compiere una strage. Per fortuna un poliziotto di pattuglia per strada non si era fatto trovare impreparato ed aveva agito nell’interesse di tutti. Dopo l’autopsia l’ispettore Salvi stava controllando i documenti in compagnia dei suoi uomini.

-Una tragedia sfiorata, ispettore. Siamo stati fortunati questa volta

-Puoi dirlo bene. Per fortuna l’agente De Biase era in zona ed ha agito nel migliore dei modi

-Dalla deposizione ha sparato prima un colpo di avvertimento. Spero si renda conto che l’assassino se l’è cercata e che non è colpa sua

-Già. Lo farò contattare più tardi per riferirgli di quello che abbiamo trovato nella sua abitazione. Il cadavere di quella donna dissanguata mi fa venire ancora i conati di vomito se solo ci penso

-Un mostro in meno sulla faccia della terra. Ispettore, ma cosa state controllando ancora in quei documenti

-Niente, nell’elenco dei reperti trovati sul luogo del misfatto risultava esserci uno zaino con all’interno dei coltelli.e, leggo qui, “un sacco con una testa scarnificata”. Quando sono passato all’ufficio di competenza ho visionato personalmente lo zaino e i coltelli ma non ho trovato nessuna testa. Me ne sarei sicuramente accorto

-Strano. Potremmo chiedere a De Biase se ricorda qualcosa subito dopo l’accaduto

-Certo. Dopo la deposizione era ancora sotto shock per quanto è successo. Spero si riprenda presto. Aveva lo sguardo quasi assente, è stato difficile interrogarlo. Sembrava proprio che non ci stesse ascoltando. Forse solo la conseguenza di quello che è successo. Appena si sarà ripreso lo sentiremo di nuovo

11 Giugno 1935

Era una mattina di fine primavera ed i raggi di un sole caldo illuminavano e riscaldavano l’ingresso della basilica dell’Annunziata. Davanti al sagrato c’era il solito gruppetto di ragazzini che passava la giornata per strada inventandosi modi nuovi per guadagnare qualche lira. C’era però un ragazzo che rimaneva sempre in disparte. Anche a lui piaceva giocare con gli altri o combinare qualche marachella ma la maggior parte del tempo era da solo, seduto sui gradoni della chiesa. Si chiamava Rosario ed era diverso dagli altri. Era un esposto.

Gli esposti, o “Figli della Madonna” erano i bambini che venivano rifiutati dalle rispettive madri e che venivano “donati” al convento dell’Annunziata. Si trattava spesso di famiglie che non riuscivano a sfamare una bocca in più o anche di figli non voluti, magari frutto di un amore proibito. Rosario era uno di quei bambini, otto anni prima era stato abbandonato all’interno della ruota e mandato nelle mani sempre caritatevoli delle suore. Insieme a lui c’era un rosario in legno che da allora ogni giorno portava sempre con sé. Il suo nome gli era stato dato proprio a causa di quell’oggetto che lo aveva accompagnato nella sua nuova vita.

Fin da piccolo era stato allevato e accudito dalle sorelle dell’Annunziata. Lo avevano istruito su tutte le principali materie e lo avevano forgiato secondo il credo cristiano. Con l’aiuto delle altre famiglie della comunità gli avevano insegnato anche dei lavori manuali. Era sempre volenteroso e quando c’era da dare una mano nel convento era il primo a farsi avanti. Era molto sveglio ed intelligente ma c’era un lato del suo carattere che emergeva fuori all’improvviso. A volte preferiva stare da solo in silenzio, rifiutava ogni contatto umano per allontanarsi da tutti. Per molti era normale in una condizione come la sua, a Napoli si dice che i figli della Madonna meritano il Paradiso perché in terra soffrono l’inferno.

Rosario era proprio in uno di quegli stati particolari. Era seduto sui gradoni e fissava il vuoto mentre attorno a lui c’era un gran baccano dovuto agli schiamazzi dei suoi coetanei. D’un tratto, giocando, uno dei ragazzini lo urtò facendolo cadere a terra.

-Scusa Rosà. Non l’ho fatto apposta

-Non ti preoccupare, lo so

Da lontano una voce però incitava il ragazzo.

-Ma perché ti stai scusando, Gennà? Quello è un bastardello, non ti devi scusare

Tutti gli altri ragazzi presero a ridere mentre Rosario rimaneva impassibile. Il bullo del gruppo gli si avvicinò rincarando la dose.

-Avete visto? Non reagisce nemmeno. Sono tutti così quelli come lui

Rosario si alzò di scatto, l’altro ragazzo non si aspettava quella reazione e cadde all’indietro. Camminava come un granchio per allontanarsi dalla sua vittima che si avvicinava senza cambiare espressione. Arrivò con le spalle al muro, si rialzò mentre tremava dalla paura. Rosario era a pochi centimetri dal suo viso e con lo sguardo gli gelava il sangue. Alzò un braccio, l’altro chiuse gli occhi d’istinto. Non lo colpiva, li riaprì.

-Non ne vale la pena

Il bullo scappò correndo più velocemente che poteva, dietro di lui lo seguivano gli altri. Rosario rimase di nuovo solo, si avvicinò all’ingresso della chiesa e riprese a sedersi. Dopo qualche minuto uscì dal portone suor Giovanna. Lei era un’istituzione nel convento, era presente quando quella notte il piccolo Rosario era stato portato lì. Lo aveva visto crescere e gli era molto affezionata.

-Eccoti qui Rosario, non ti trovavo. Tutto bene? Come stai?

-Bene, madre Giovanna. Sto bene

-Meno male, dai. Tra poco sarà pronto il pranzo, non fare tardi come al solito che altrimenti ci metti nei pasticci. Ti volevo chiedere un piacere

-Prego, dite

-Si tratta di una nostra sorella del convento di Santa Patrizia. E’ molto malata ed ha bisogno di una medicina che abbiamo qui. Devi portarla da lei oggi pomeriggio

-Se volete posso andare anche adesso. Posso saltare il pranzo se serve

-Sei un bambino d’oro, ma sono più tranquilla se però metti qualcosa sotto i denti prima di andare. Mangiamo tutti insieme e poi potrai andare

-Grazie mille madre Giovanna

-Grazie a te mio piccolo eroe

Il piccolo si recò nella sala mensa del convento e pranzò insieme alla sua grande famiglia. In quell’ambiente così austero si trovava bene da sempre. Tutti lo trattavano con gentilezza e gli riservavano gli sguardi più dolci. Non gli importava chi fosse la sua vera madre o il suo vero padre, gli bastava essere lì in quel luogo per sentirsi accettato per quello che era. Dopo pranzo scattò sull’attenti e si fece dare il pacco contenente la medicina da portare a destinazione. Con un bel bacio di incoraggiamento da parte di suor Giovanna, Rosario iniziò quella piccola avventura nel centro storico di Napoli.

Non si allontanò troppo dal punto di partenza quando vide in lontananza un gruppo di ragazzini che giocavano. Capì subito che si trattava degli stessi che quella mattina lo avevano canzonato. Ebbe l’impulso di avvicinarsi e farsi valere per quell’offesa subita prima ma si fermò subito. Una voce interiore gli consigliava di lasciar perdere, di andare avanti. Aveva un altro compito da svolgere ed aveva la massima priorità. Riprese il suo cammino, dopo pochi minuti la sua destinazione era raggiunta.

Bussò al grande portone, venne ad aprirgli una suora anziana con lo sguardo arcigno. Rosario non si aspettava un’accoglienza così fredda e subito mostrò il fagotto che portava con sé.

-Buon pomeriggio madre. Mi chiamo Rosario, mi mandano le sorelle dell’Annunziata. Porto con me la medicina

La suora sembrò cambiare leggermente espressione del viso. Era stupita di vedere un bambino così piccolo portare una consegna così preziosa. Questo però non addolcì i suoi tratti.

-Vieni, ti faccio strada

Richiuse il portone e avanzò senza curarsi del ragazzino alle sue spalle. Rosario si guardò intorno mentre camminava. Notava una sorta di freddezza in quel luogo ben diverso dal convento in cui era cresciuto. Forse era solo suggestione o forse era solo colpa della suora che gli aveva aperto il portone, però quel posto gli metteva una profonda tristezza nell’animo. Attraversarono in chiostro ed entrarono in un corridoio che portava in una sala circondata da porte.

-Tu aspetta qui, vado a vedere suor Anna come sta

Rosario obbedì senza fiatare. Vide la suora entrare in una stanza buia. Nel momento in cui aprì la porta sentì dei lamenti provenire da quella stanza. Non c’era dubbio, all’interno si trovava l’ammalata. Dopo qualche secondo la porta si riaprì. La suora si rivolse nuovamente a Rosario.

-Dammi la medicina. Preghiamo Dio che non sia troppo tardi

-Certo. Eccola

-Grazie per averla portata. Che i Santi ti proteggano

-Grazie a lei. Posso fare altro?

-Dubito che tu possa fare qualcosa a questo punto. Non entrare nella stanza, la sorella è molto malata e non è un bello spettacolo. Ecco qui qualche spicciolo, puoi ritornare a casa

-Grazie ancora madre

Rosario prese le poche monete e le infilò di corsa nei pantaloni. Si congedò nuovamente e rifece a ritroso il tragitto di prima. Voleva uscire da quel posto e lasciarsi tutto alle spalle. Aveva solo voglia di rivedere il viso dolce di suor Giovanna, lo avrebbe sicuramente premiato per quel servizio ad un’anima in pena. Ritornò nei pressi del chiostro ed attraversò una porta. Era sicuro che quella fosse l’uscita ma probabilmente si era confuso ritornò indietro rifacendo il giro del chiostro ma tutte le uscite sembravano le stesse. Si era perso e in giro non vedeva nessuno a cui rivolgersi per trovare l’uscita.

Camminava a passi più svelti, entrava e usciva da ogni anfratto cercando disperatamente il portone principale finché arrivò in una sala buia. C’erano delle grate intorno, sembravano gli ingressi di alcune prigioni. Era un luogo tetro e spaventoso ma lui stranamente ne era attratto. Si avvicinò alla prima e si affacciò con prudenza. Era una cella, aveva indovinato, ma all’interno non c’era nessuno. Provò con la seconda, lo stesso. Era vuota. Provò con la terza, nel momento stesso in cui si avvicinava riuscì a sentire un respiro affannato. C’era qualcuno in quella stanza buia. Tese l’orecchio per ascoltare meglio ma non riuscì a percepire nulla a parte quel respiro strano. Decise quindi di avvicinarsi ancora. Sempre di più. L’oscurità gli impediva di vedere dall’altro lato chi o cosa fosse presente. Si fece coraggio ed arrivò a toccare il cancelletto. Dall’interno della cella qualcuno sembrò aver visto l’ombra di Rosario proiettata dalla luce esterna.

-Chi c’è? Chi è lì?

Rosario saltò dalla paura. Fece un passo indietro e pensò di ritornare a cercare l’uscita.

-Non te ne andare. Chi sei? Non sei una sorella. Avvicinati e fatti vedere

Il ragazzino era spaventato ma quella voce femminile non sembrava pericolosa. Forse curiosa, ma non dava l’impressione di una minaccia. Fece come gli era stato ordinato. Ritornò ad avvicinarsi alla cella mostrando il suo viso.

-Ma sei un bambino. Anima pia, che ci fai in questo luogo così triste? Quelli come te dovrebbero essere fuori a giocare, a godersi la vita. Qui c’è posto solo per la disperazione e la tristezza

La donna cominciò a piangere senza fermarsi. Rosario provò compassione per lei. Doveva essere davvero disperata per trovarsi in quella situazione. 

-Non fate così. Non piangete. Tenete, queste monete sono tutto quello che ho, magari potranno esservi d’aiuto

La donna si asciugò le lacrime e si schiarì la voce.

-Sei un angelo. Ti ringrazio ma quelle servono più a te che a me. Io non saprei che farmene. sono rinchiusa qui e non posso uscire. Non so neppure da quanto tempo mi tengono qui

Rosario era curioso di saperne di più.

-Come mai vi trovate qui. Chi siete?

-Vuoi davvero saperlo? Un piccolo come te non dovrebbe rattristarsi per una come me. Tu devi essere felice e stare con gli altri bambini

-Lo sarò solo se sarò sicuro di non poter far nient’altro per voi

-Hai proprio un animo gentile. Mi avvicino così potrò vederti meglio

Dall’oscurità della cella venne lentamente fuori il corpo di quella prigioniera. Era vestita come le altre suore del convento ma il volto era una maschera di paura e sofferenza. Stringeva gli occhi per abituarli a quella poca luce.

-Siete una suora? Di questo convento?

-Un tempo lo ero. O meglio, dovrei ancora esserlo ma non so più cosa sono adesso

-Cosa vi è successo? Perché siete qui tutta sola?

-Non sono cose che un bimbo come te dovrebbe ascoltare. Ho commesso un peccato troppo grave e ne sto pagando le conseguenze. Agli occhi di Dio devo essere la peggiore delle peccatrici per meritare una vita del genere

All’improvviso si udì una voce dall’ingresso della sala.

-Chi c’è lì? Nessuno può stare in questo luogo!

La prigioniera aveva riconosciuto la voce, era la madre superiora di quel convento. Era pericolosa e se avesse messo le mani su quel bambino lo avrebbe castigato. Non doveva permetterlo.

-Scappa ragazzino! Scappa più veloce che puoi!

Rosario ubbidì a quelle parole. Si alzò di scatto, abbassò la testa e corse velocemente verso l’uscita. Evitò la presa della madre superiora che non poté fare nulla per acciuffarlo, si riversò nuovamente nel chiostro ed attraversò una porta. Era quella corretta, si ritrovò nell’atrio in quel momento incustodito. Aprì il grosso portone e lo richiuse dopo essere uscito. Con il cuore in gola continuò a correre verso l’Annunziata. Correva senza guardarsi intorno, nella testa solo l’immagine di quella donna così sofferente. Finalmente ritornò alla sua casa, le suore lo accolsero con gioia elogiandolo per il gesto umano che aveva compiuto. Rosario tenne per sé quell’esperienza che aveva vissuto, non aveva voglia di chiedere spiegazioni alle sue madri adottive. Sicuramente avrebbero risposto in maniera vaga come sempre quando si trattava di cose più grandi di lui. Eppure non riusciva a togliere dalla mente quelle immagini. La cella buia, il volto deperito di quella suora, la durezza nelle parole della superiora. Non riusciva a trovare una ragione per il supplizio a cui era condannata quella donna.

I giorni successivi era sempre con la mente altrove e le suore se ne accorsero. Fu suor Giovanna a parlargli in privato.

-Rosario tutto bene? Ti vedo un po’ assente in questi giorni. Come stai?

-Bene, madre

-Sicuro? Si vede da lontano che hai dei pensieri in testa, cosa posso fare per te?

-Niente, madre. Davvero

-Si tratta forse di quella nostra sorella malata? Ti fa stare male pensare a lei?

Rosario vide in quelle parole una spiegazione plausibile da usare a proprio vantaggio.

-E’ così, madre. Sa per caso se sta meglio?

-Sicuramente sta meglio ma in questi casi ci vuole tempo. La medicina e il riposo le saranno di grande aiuto

-Potrei andare a trovarla per capire come sta. Mi dia il permesso di andare di nuovo da lei

-Se è questo quello che vuoi non posso non farlo per te. Sei un bambino gentile. Va pure da lei e dì alle sorelle che ti mando io

Rosario era strafelice, aveva sfruttato bene le preoccupazioni di suor Giovanna per approfittarne ed andare di nuovo nel convento di Santa Patrizia e rivedere la prigioniera. Indossò un vecchio cappello e partì per la sua destinazione. Arrivò subito, quando bussò al portone gli aprì la stessa suora del giorno precedente.

-Che ci fai di nuovo qui? La medicina che hai portato non è già finita

-Sono qui per sapere come sta la madre malata. Mi manda madre Giovanna, posso entrare?

Il viso della sorella si distese, doveva riconoscere che il piccolo aveva davvero un animo gentile. Lo accompagnò fuori alla stanza dell’ammalata ma non lo fece entrare. Entrò lei e riferì alla suora che un bambino era passato a trovarla per sapere come si sentiva, poi ritornò da lui.

-Sorella Anna ti ringrazia e dice che non devi preoccuparti. Sta meglio e prega per te e il tuo buon cuore

-Grazie mille. Posso approfittare per andare in chiesa e pregare un po’ per lei e la sua salute?

-Ma certo piccolo, ti accompagno

Insieme si recarono all’interno della chiesa, Rosario si inginocchiò e cominciò a pregare. Intanto la suora ritornò al suo compito di guardiana lasciandolo da solo. Il giovane non aspettava altro. Dopo aver fatto il segno della croce e aver controllato che fosse lontano da sguardi inopportuni, uscì dalla cappella. Fece mente locale sul percorso e si ritrovò di nuovo nella stanza adiacente le celle di detenzione. Si avvicinò a quella che gli interessava e con un filo di voce chiamò la prigioniera.

-Buongiorno. Sono di nuovo io, vi ho portato un po’ di pane. Prendetelo prima che venga qualcuno

-Chi è là? Ah, sei tu, mio piccolo angelo. Sei così bello, fatti vedere. Il Signore deve volermi davvero bene per mandare una creatura così bella qui da me. Solo a guardarti mi sento meglio e questo peso che porto sembra più leggero

-Sono contento per questo. Cercherò di fare il possibile per venire più spesso e darvi il mio aiuto. Se avete bisogno di qualcosa ditemi pure, sarò lieto di farlo per voi

-Grazie angelo mio. Mi basta vederti e sapere che c’è qualcuno che prega ancora per la mia anima dannata. Ora però vai, vai prima che venga di nuovo la superiora a controllare

Rosario a malincuore abbandonò la sua nuova amica. Uscì dal convento salutando la guardiana, stavolta però il suo animo era felice. Aveva avuto modo di rivedere il volto di quella suora e fare qualcosa per lei e quello lo sollevava.

Nelle settimane successive Rosario trovava sempre del tempo per andare a Santa Patrizia e con il pretesto di informarsi delle condizioni di salute di suor Anna, di nascosto andava a trovare la suora prigioniera per portarle i viveri e parlarle. Lei rimaneva ogni volta affascinata dalla bellezza di quel ragazzino e dalla sua propensione dalla carità. Quella situazione idilliaca però ebbe un epilogo tragico.

Era un giorno come tanti e Rosario stava recandosi al suo consueto appuntamento nascondendo nei pantaloni un pezzo di torta ancora caldo. Il sole era alto nel cielo e un’afa permeava per le vie del centro costringendolo a sbottonarsi la camicia per prendere aria. Seguì il solito iter e come sempre riuscì ad avvicinarsi indisturbato alle celle. Si avvicinò alla grata e tese la mano mostrando il proprio dono. Dall’altro lato non ci fu risposta. Rosario si avvicinò ancora cercando nel buio quel viso che aspettava di vedere. D’un tratto sentì una voce flebile che lo chiamava.

-Angelo mio, dove sei? Oggi sono molto stanca, non riesco a venire vicino al cancello. Cosa mi hai portato?

-Una fetta di torta fatta da madre Giovanna. E’ ancora calda, prendete

-Oh, grazie. Riesci a infilare il braccio attraverso le sbarre? Puoi metterla lì a terra così dopo quando sarò più in forze la posso prendere

Rosario si sporse in avanti allungando quanto più possibile il braccio oltre il cancelletto. Dall’altro lato la donna lo guardava e adulava come sempre la sua bellezza. Il ragazzo aveva tutto il braccio e la spalla al di là della cella, si sporse sempre di più finché dalla camicetta aperta non fuoriuscì il suo rosario portafortuna che urtò contro il metallo. La donna sembrò attirata da quel piccolo rumore e trovò la forza di avvicinarsi di qualche passo per vedere meglio di cosa si trattasse. Guardò la collana controluce e di colpo divenne seria.

-Cos’hai al collo?

-Questo? E’ un rosario di legno, lo porto al collo da…

Non finì di terminare la frase che si sentì strattonare. Il suo viso di colpo urtò contro le sbarre fredde del cancello, dall’altro lato la prigioniera aveva afferrato il ciondolo e lo stava tirando a sé con una forza fuori dal normale. Com’era possibile che una donna così debilitata potesse tirare così prepotentemente?

-Lo conosco! Io conosco questo rosario! Dimmelo, come fai ad averlo? Rispondimi maledetto diavolo?

-Mi lasci! La prego mi lasci!

-Dimmi subito dove hai preso questo rosario. Te lo ordino!

-Non lo so signora. So solo che è con me da sempre. Lo hanno trovato accanto a me le madri dell’Annunziata quando ero piccolo, nella cesta all’interno della ruota

Di colpo la donna lasciò la presa, Rosario si allontanò subito dalla grata ricominciando a respirare regolarmente.

-La ruota. Allora sei tu. Sei vivo…

La confusione che si era creata e le urla disumane della prigioniera aveva attirato altre suore che si erano precipitate sul posto. Tra queste anche la madre superiora che a passi lenti si faceva spazio tra la folla. Davanti a loro c’era Rosario inginocchiato in un lato dell’atrio che respirava a fatica, dall’interno della cella invece usciva fuori la voce straziante della suora.

-Si tu. Sei tu! Ti ho trovato finalmente! Vieni qui angelo mio, vieni qui e fatti accarezzare. Non te ne andare da me. Ora che il Signore ci ha fatto incontrare non dobbiamo più separarci

Dalla folla che si era venuta a creare si alzava un brusio.

“Chi è quel bambino”

“E’ pazza, sta vaneggiando”

“Chi sta parlando?”

“Povero bambino, che ci fa qui?”

“Peggiora ogni giorno, bisogna prendere provvedimenti”

La madre superiora senza perdere il contegno alza un braccio per intimare il silenzio. Tutte le sorelle smettono immediatamente di parlare mentre lei si avvicina lentamente al ragazzino e gli posa una mano sulla spalla.

-Stai bene, piccolo? Che succede?

-Non lo so, madre superiora. Quella donna ha iniziato ad urlare appena ha visto…

-Appena ha visto cosa? Che ci facevi tu qui?

-Appena ha visto questo mio rosario. Lo ha tirato, poi ha iniziato a parlare di cose strane

-Figliolo, devi sapere che la donna all’interno della cella ha una grave malattia. La teniamo in isolamento perché potrebbe fare del male alle nostre sorelle

-Non crederle! Non credere a quello che dice! E’ lei la causa di tutto

-Lo vedi? Senti le sue parole, non sono quelle di una timorata di Dio. Sta vaneggiando, il diavolo le parla all’orecchio mentre noi siamo qui

-Sta zitta figlia del demonio! Angelo, angelo mio non ascoltarla. Vieni qui e stai con me, non voglio perderti di nuovo

Rosario non sapeva cosa fare, non sapeva a chi credere. La madre superiora sapeva che doveva agire velocemente prima che il bambino facesse la sua scelta. Sotto gli occhi increduli di tutti si inginocchiò e lo abbracciò. Lo strinse a sé per calmarlo, poi con parole dolci lo rincuorò.

-Sei un bambino intelligente, l’ho capito nel momento in cui ti ho visto la prima volta. Su, vieni con me. Ti porto lontano da qui. I tuoi occhi belli non sono fatti per osservare la tristezza e il dolore di questo luogo. Non possiamo fare nulla per lei che non abbiamo già provato a fare. E’ nelle mani del Signore e lui avrà cura di lei

Poi lo alzò e lo prese per mano, insieme si allontanarono dalla cella. La folla si apriva al loro passaggio, Rosario si girò per l’ultima volta indietro mentre le urla che provenivano dall’oscurità si facevano sempre più alte e più nervose.

-No, no no! Non portatemelo via un’altra volta. Non di nuovo. Ve ne supplico. Fatelo avvicinare. Fatemi vedere un’altra volta il suo viso bellissimo. Un’ultima volta!

Nove anni prima

All’interno della cantina faceva freddo ma i corpi dei due amanti si riscaldavano a vicenza. Dalle loro bocche uscivano aliti che diventavano piccole nuvole. I cuori battevano forte, fino a pochi minuti prima quei due corpi erano avvinghiati nell’estasi del sentimento più dolce. Non importava chi fossero, ora erano nudi e senza le loro vesti addosso immaginavano di essere due persone normali.

Ma non lo erano.

Quando dopo la passione i due si abbracciarono teneramente, insieme alla sensazione di freddo arrivò anche la consapevolezza di chi fossero e cosa stessero facendo. Fu la ragazza a parlare per prima.

-Dovremmo smettere

-E’ la prima cosa che ti viene in mente subito dopo questo?

-Scusami, lo sai cosa intendo. Quello che provo per te è un amore grande ma quello che mi lega al Signore è immenso

-Pensi che non ti capisca? Anche io ho preso i voti, Cristo mi ha salvato la vita. Ma dal primo momento che ti ho vista non ho potuto non pensare che forse è stato un errore mettere questo saio

-Non dirlo, ti prego. Dio è misericordioso, non dobbiamo…

-Non dobbiamo cosa? Non dobbiamo provare il piacere che stiamo provando adesso? Non dobbiamo assaporare la gioia di una vita insieme? Non dobbiamo far caso al fatto che noi due non riusciamo a restare separati? Pregavo ogni notte che venissi in questa cantina, ho aspettato ogni notte in quel corridoio stretto sperando che ci fossi tu qui a controllare il vino. Ho benedetto queste bottiglie che ci hanno fatto incontrare, che ci hanno fatto amare. Non si può tornare indietro e tu lo sai bene- Io ho deciso, domani mattina parlo con l’abate e se non vuole ascoltare la mia richiesta sono libero di scappare. Ti prego, vieni anche tu con me. Scegli me e rinnega questa vita piena di sofferenza

-Stringimi più forte e dimmi che andrà tutto bene

-Andrà tutto bene. Non sei sola, ci sono io qui con te

I due si abbracciarono ancora più forte mentre la paura pian piano svaniva. Non si accorsero dei passi che si avvicinavano con fretta. La porta si spalancò ed entrarono tre suore. Era facile indovinare chi fosse a capo di quel corteo. La madre superiora si avvicinò agli amanti e tolse con impeto la coperta che li copriva. Con ribrezzo guardò la scena, il suo sguardo accusatorio diceva già tutto ma volle esprimere a parole quello che aveva nella mente.

-Tu. Peccatrice. Osi profanare questo luogo sacro unendoti carnalmente a quest’uomo? Un uomo di Dio! Sorelle, allontanatela subito! Rinchiudetela in una cella e tenetela sempre sotto osservazione. Nessuno deve sapere nulla di quanto accaduto questa sera

Ma ne aveva anche per l’amante, finora ancora in silenzio nella sua nudità.

-E tu, miserabile peccatore. Ho già avvisato l’abate dei miei sospetti su di te. Non ci vorrà molto che anche lui ti prenderà e farà di te ciò che vuole. Ora vestiti e ritorna da dove sei venuto!

-Non può fare questo. Dio è misericordioso e avrà pietà delle nostre anime. Siamo peccatori, è vero, ma non possiamo far finta di non provare questo grande sentimento. Le vie del Signore sono infinite

-Lo sono, ma quelle dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni. Vattene via ora, e non farti più rivedere in questo luogo!

Appena l’uomo rientrò nel cunicolo che aveva usato per arrivare in quella cantina la madre superiora si fece il segno della croce e salmodiò una preghiera sottovoce.

Da quel giorno la suora accusata di peccato grave fu tenuta in isolamento dalle altre. Nei nove mesi che seguirono l’accaduto le sorelle sotto ordini della superiora la accudirono per tutta la durata della gravidanza. Al momento del parto vide solo per pochi secondi la sua creatura ma riuscì comunque a strappare una promessa ad una delle donne presenti quel giorno. Era una giovane suora che si era impietosita dagli occhi tristi di quella peccatrice e non se la sentiva di abbandonarla in un momento simile. Non poteva negarle l’unico favore che le chiedeva. Un rosario, un piccolo rosario in legno. Quel piccolo oggetto doveva essere accanto al bambino, qualunque fosse il destino che lo attendeva. Qualunque fosse il volere della superiora.

4 Giugno 2017

Salvatore: Ma ti dico che è così, credimi!

Domenico: Certo, come no

Salvatore: Dai ragazzi, non scherzate. Perché dovrei dirvi bugie?

Fabio: Ma dai, fai il serio. Non può essere

Dario: Ciao ragazzi, tutto bene? Cosa non può essere?

Domenico: Ecco, è arrivato anche Dario. Siediti qui con noi che Salvatore ci sta raccontando una barzelletta

Salvatore: Ma finiscila! Siediti Dario così racconto anche a te e giudicherai anche tu

Dario: Ok, va bene. Intanto voi avete già ordinato?

Domenico: Sì ma un altro giro di birra va più che bene, che ne dite ragazzi?

Salvatore: Certo

Fabio: Certo, vado io a prendere l’ordinazione voi intanto cominciate

Dario: Dai Salvatore, sono curioso

Salvatore: Allora, in pratica sapete tutti bene che al liceo ero un figurino. Non per falsa modestia ma avevo un bel fisico. Eravamo sempre in movimento, partite di calcetto ogni giorno. Insomma, altri tempi

Dario: Vero, vi ricordate i pomeriggi quando non uscivamo da scuola e quando i cancelli erano chiusi facevamo le nostre partite da due ore nel campetto? Mamma mia, che ricordi

Salvatore: Esatto, eravamo sempre atletici. Peccato solo per le ragazze che non c’erano praticamente mai

Domenico: Parla per te, sfigato! Io un paio di appuntamenti li ho avuti

Salvatore: Sì, come no. La ricordiamo tutti Camilla. Penso che tu sia stato l’unico ad avvicinarti così tanto. Gli altri si tenevano a debita distanza per evitare di diventare biondi. Aveva un alito che ammazzava da lontano

Dario: Secondo me stiamo divagando. Arriva al punto che sono curioso

Salvatore: Hai ragione. Comunque, da giovane ero una alice, come diceva sempre mia madre. qualche settimana fa ricevo la partecipazione di mia cugina che si sposa il prossimo Agosto

Dario: Auguri!

Salvatore: Grazie. Dicevamo, vedo la partecipazione. Dopo aver represso l’irrefrenabile impulso di chiamarla e convincerla a ripensarci…

Dario: Detto da un single come te non fa testo. Tu provaci prima e poi puoi dare giudizi

Salvatore: Touche. Su questo argomento forse ne sapete meglio voi, hai ragione. Comunque la prima cosa che faccio è andare a vedere nell’armadio i vestiti classici in modo da capire se era il caso di comprarne un altro per l’occasione oppure potevo riciclare quello del matrimonio di mia sorella di tre anni fa. Lo trovo, lo prendo e lo indosso. E indovinate?

Dario: Non ti entra perché ora che non sei più un ragazzino e hai perso anche la voglia di andare appresso alle giovani pulzelle, ti sei ingrassato

Salvatore: Tutto corretto

Domenico: Io gliel’ho sempre detto. Doveva finirla di mangiare sempre in quei fast food. Da giovani potevamo mangiare anche le pietre e avremmo digerito tutto, ma da grandi bisogna regolarsi

Fabio: Rieccomi, ho ordinato le quattro birre. Mamma mia, meno male che qui le birre sono eccezionali. Non sarei riuscito a resistere altrimenti. Che mi sono perso? E’ già arrivato alla parte in cui si autocommisera del suo peso?

Salvatore: Non mi sto autocommiserando. E poi non sono grasso, ho solo messo su qualche chilo di troppo

Dario: Con tutta la birra che ti stai scolando ti chiedi anche il perché

Salvatore: Eh, va beh, ormai. Comunque la giacca mi andava ancora bene ma quando infilo i pantaloni e vedo che non riesco nemmeno ad abbottonarli allora realizzo che mi stavo lasciando andare troppo. Il matrimonio è ad Agosto quindi avevo solo due mesi per perdere peso ed evitare di comprare un vestito nuovo

Fabio: Hai mai considerato il digiuno?

Salvatore: Certo, ma mi conosco bene. A casa quando sto senza fare niente inizio ad aprire i cassetti e mangio qualsiasi cosa veda in giro. Decido quindi di optare per l’attività fisica. Da giovane ne facevamo tanta quindi bisognava solo riprendere il ritmo e i risultati si sarebbero visti in poco tempo. Proprio sotto casa mia c’è una palestra, decido quindi di andare a domandare per un corso che potesse fare al caso mio. Incontro il proprietario e faccio con lui qualche chiacchiera per capire. La mia esigenza è quella di sfruttare la mattina in modo da avere tutta la giornata “libera”. Con il mio lavoro non so mai a che ora posso finire quindi mi rimane da sfruttare solo quell’orario. La palestra però apre alle 8 di mattina e per me è troppo tardi. Non riuscirei nemmeno a farmi la doccia prima di andare al lavoro quindi scarto questa soluzione

Dario: Ma hai considerato l’opzione pausa pranzo? Si tratta di due o tre volte a settimana, mangiavi più tardi, magari di fretta, però sfruttavi quell’ora libera

Salvatore: Ci ho pensato ma per me la pausa pranzo è sacra. Già corro tutta la giornata, sempre in giro su quel furgone a consegnare pacchi. Quando arriva orario di pranzo devo fermarmi e rilassarmi. Comunque non mi rimaneva che una sola alternativa. Jogging!

Domenico: Haha. Già ti vedo tutto sudato a correre

Salvatore: Tu ridi, intanto è così. Sono andato subito a comprare tutto l’occorrente. Completino, fascia elastica, scarpette. Addirittura uno smartband! Ho preso tutto seriamente

Dario: Quindi veramente ti sei messo in testa di andare a correre la mattina?

Salvatore: Certamente. Dovevo smaltire quei chili di troppo e rimettermi in forma

Fabio: E a che ora sei andato a correre?

Salvatore: La mattina prestissimo. Ho cominciato di lunedì in modo da tenere il passo per tutta la settimana. Prima sveglia alle 6 del mattino

Dario: Tu sei un pazzo. Io a quell’ora sono ancora sotto le coperte a sognare

Salvatore: Quella del risveglio è la parte più difficile. Il primo impulso è quello di mandare a quel paese tutto e ritornare a letto. Ma devo dire che sono soddisfatto del mio coraggio. Ho superato quella prova egregiamente e mi sono preparato di corsa per non perdere nemmeno un minuto. Alle 6:10 ero già giù al portone del palazzo pronto per bruciare calorie

Dario: Dove sei andato a correre?

Salvatore: Hai presente la Villa Comunale di Ponticelli? Non è molto lontana da casa mia. C’è chi arriva lì in auto per correre intorno alla villa, io ho preferito andare direttamente a piedi. In tutto sono un chilometro e mezzo di perimetro, quella mattina avrei almeno fatto tre giri. Quindi inizio a correre da casa con andamento sostenuto e mi dirigo verso la villa. Avete presente quel parco vicino alla Villa Comunale in cui ci sono tutti quei murales?

Dario: Non sono di quella zona, non ho idea

Fabio: Si chiama proprio “Il Parco dei murales” o Parco Merola. Hanno riqualificato una zona urbana facendo dipingere sulle pareti dei palazzi dei grandi murales. Sono molto suggestivi, hanno un significato forte che si incastra bene con la zona popolare

Salvatore: Esatto. Correre lì è davvero suggestivo. Comunque arrivo e mi trovo il primo murale di fronte. Rappresenta un burattino con le fattezze di Pulcinella che viene schiacciato da un Joystick della PlayStation

Domenico: Una pubblicità della Sony?

Salvatore: Tutt’altro! Sta a significare proprio il fatto che i nuovi giochi stanno uccidendo il modo di giocare di una volta. Comunque arrivo e vedo che il murale si muove

Domenico: Eccolo lì, si muove…

Salvatore: Ti dico che è così, si muoveva. Il burattino agitava braccia e gambe

Dario: Aspetta Salvo, non è che il murales era disegnato su un telone e c’era vento? Magari era un effetto ottico

Salvatore: Assolutamente no. Fatemi continuare. Vedo questo burattino che si muove e inizio a pensare che non aver fatto colazione quella mattina era stata una pessima idea. Eppure non avevo fame, lo stomaco sembrava ok. Mi giro da un altro lato e riprendo a correre tranquillo. Decido di fare un giro in senso orario del perimetro della villa quindi attraverso la strada e continuo a correre. Di lato a sinistra vedo un altro murale, quello che ritrae i volti di alcuni bambini e adulti. Stavo guardando quel quadro gigantesco quando ad un tratto i volti dei bambini si voltano e guardano nella mia direzione. So a che state pensando, che sono pazzo, ma non è così. I bambini sulla sinistra mi guardano e cominciano a piangere mentre continuano a tenere mano un grosso libro. Addirittura l’uomo sulla destra si toglie la pipa di bocca e sembra dire qualcosa ma non riesco a capire il labiale. Ero troppo spaventato

Fabio: Dovresti scrivere dei racconti. Non sto scherzando, magari a qualcuno piacerà questa storia

Salvatore: Voi non avete idea di quanto ero terrorizzato. C’era già un po’ di luce del giorno e quelle immagini non potevano essere un’allucinazione. Presi a correre più velocemente che potevo. Il cuore pompava sangue senza fermarsi mentre le gambe si sforzavano di andare avanti sempre più in fretta. Sentivo già dolore ai muscoli ma non potevo fermarmi. Arrivai a fare quasi un giro della Villa quando mi fermai per respirare a pieni polmoni. Avevo il fiatone e dovetti sedermi un minuto a terra. Da quel lato della villa c’erano già i furgoni del mercato rionale che stavano montando le bancarelle. Non ero solo e quello mi confortava

Dario: Potevi chiedere a loro se vedevano quello che vedevi tu

Salvatore: Volevo farlo ma mi avrebbero preso per pazzo. Come voi adesso

Domenico: Perché non te ne sei tornato a casa?

Salvatore: Perché mi ero tranquillizzato. Mi davo del coglione per aver pensato di aver visto qualcosa di impossibile. Mi alzai e ripresi a camminare. Purtroppo non era finita lì. Su un’altra parete c’era disegnata una libreria con dei libri disposti in disordine. Su ogni libro c’era una lettera, mi avvicinai per leggere la parola formata da quella sequenza quando all’improvviso i libri di disposero in maniera diversa

Dario: Cioè, uscivano dal disegno?

Salvatore: No, erano sempre a due dimensioni, ma cambiavano di posto. Mi girai per vedere se qualcun altro come me stava vedendo quello strano spettacolo ma erano tutti indaffarati a fare altro. Mi rigirai verso la parete e a quel punto le lettere sui libri avevano formato una parola. “Scappa”. Dicevano proprio così, “scappa”

Dario: Da brividi

Salvatore: Esatto! Mi feci coraggio e fermai uno dei commercianti. Mi prese sicuramente per pazzo perché mi avvicinai a lui all’improvviso e lo tirai con me verso il muro. Quando entrambi eravamo davanti al muro mi resi conto che il disegno era tornato come prima. Chiesi scusa e ripresi a correre il tragitto a ritroso. Correvo e continuavo a guardarmi intorno spaventato anche se non ero più solo. A quell’ora c’era già tanta gente che faceva jogging ma gli altri erano ignari di quello che stava succedendo

Dario: Quindi sei tornato a casa?

Salvatore: Aspetta che arrivo all’ultima parte del racconto. Correndo in senso antiorario mi ritrovai nel punto in cui ero passato prima, ma da quella angolazione vidi un altro dei murales del parco. Forse il più bello, ritrae una bambina di etnia rom, una bella iniziativa per l’integrazione. Ha un sorriso particolare, in quel momento il suo volto rilassato mi mise calma. Ma durò poco, il volto diventò di colpo preoccupato e con la mano destra si fece il segno della croce. Tutto mentre con i suoi occhi guardava proprio me. Mi fermai e iniziai a tremare per la paura. Non riuscivo a muovermi, volevo correre ma non riuscivo a muovere un muscolo

Dario: Quindi cosa hai fatto?

Salvatore: Ero lì fermo e immobile quando…

Guardia: Pausa finita, tutti di nuovo al lavoro! Signori uscite lentamente e ritornate alle vostre postazioni

Barista: Mi dispiace ragazzi, io devo chiudere. Ci vediamo domani?

Dario: Ma come, proprio adesso che stavi finendo? Dai, raccontaci velocemente mentre ritorniamo

Salvatore: E niente, poi il resto lo sai. La Lancia Delta guidata da quel drogato correva a tutta velocità sul vialone. Dopo il sorpasso ad un’altra auto non riuscì a sterzare bene e mi prese in pieno. Dicono che non ho sofferto perché sono morto nel momento dell’impatto. E niente, la prima volta che sono andato a fare jogging è stata anche l’ultima

Dario: Già, mi dispiace. Se ti può consolare meglio così che come me, dopo mesi di agonia a letto con quel male che ti divora da dentro. Perdi la speranza e muori già mesi prima che vengano i becchini a prenderti

Salvatore: Vero. Quando lo abbiamo saputo è stato difficile anche per noi

Domenico: Dai, la cosa bella è che ci siamo incontrati di nuovo dopo tanto tempo

Fabio: Sapete che vi dico, sono contento. Nel senso, mi dispiace che non siamo ancora vivi, ma passare l’eternità con voi è la cosa migliore che ci poteva capitare

Salvatore: Lo penso anch’io. Anche se ho capito troppo tardi che avremmo dovuto vederci di più in vita prima di aspettare di capitare nello stesso settore dell’inferno

Domenico: Sante parole. Sante parole

Fabio (sottovoce a Dario): Che dici glielo diciamo?

Dario (sottovoce a Fabio): Cosa? Che abbiamo saputo che stava per essere destinato qui e abbiamo cercato in tutti i modi di salvarlo? Meglio di no. Potrebbero scoprirci e metterci in punizione. E poi gli amici a questo servono, no? Ti salvano la vita ogni giorno anche se non te ne accorgi