30 Luglio 2006

Erano quasi le 8 del mattino e in casa Borrelli c’era una strana confusione. Di solito le giornate estive iniziavano più lentamente, d’altronde in quella casa ci sono due studenti adolescenti che di solito si svegliano verso le undici. D’estate non c’è scuola, la sera si fa tardi sia a casa che fuori quindi i ritmi mattutini dell’inverno non sono per nulla contemplati. Ma quel giorno era diverso.

Erano inseparabili Sarah e Raffaele Gregorio, o meglio Sah e Greg come amavano chiamarsi. Lei diciannove anni, lui sedici ma la differenza di età non era mai stato un problema. Avevano sempre avuto le stesse passioni. La prima, il calcio. Insieme al padre non perdevano una singola partita di Serie A. La squadra del cuore? Naturalmente il Napoli, al punto che la cameretta che condividevano era completamente azzurra. Poi gli amici, gli stessi per entrambi. Nel tempo qualcuno lo avevano perso per le solite questioni amorose, ma gli altri c’erano sempre.

Un’altra cosa che li accomunava era la propensione allo studio. Entrambi avevano poca voglia di studiare, forse anche a causa dell’indecisione cronica che li assaliva. Sarah aveva terminato proprio quell’anno gli studi superiori ma non aveva ancora idea di cosa fare dopo l’estate. Si era presa un po’ di tempo per pensarci ma in realtà stava solo spostando il problema più in avanti. Raffaele invece aveva appena finito il terzo anno di liceo, con parecchie sufficienze stentate e due recuperi. Anche per lui valeva lo stesso discorso, avrebbe preso il diploma, ma poi? I genitori provavano a dargli coraggio, a far vedere loro che avevano delle qualità per andare avanti, ma si sa come va in queste situazioni.

Quando si è adolescenti si hanno tanti altri problemi, si affrontano situazioni sempre nuove e non è facile mettere a fuoco sui veri interrogativi della vita. Semplicemente, si ragiona da adolescenti, da esseri ibridi, per metà ragazzi e per metà adulti. Per fortuna l’amicizia che legava i due fratelli era forte e dava loro coraggio nell’affrontare le avversità della vita. Quell’estate era solo loro, ogni giorno cercavano di divertirsi tenendo la mente sgombra da pensieri negativi. E ci stavano riuscendo, fino a quel giorno.

Ritorniamo quindi a quella mattina, tutti indaffarati già dalle prime ore. Sì, perché quel giorno i ragazzi sarebbero andati al mare in costiera per trascorrere una giornata diversa. Avrebbero preso la circumvesuviana intorno alle 8:30 fino a Meta e lì si sarebbero fermati fino alla serata. Era quindi d’obbligo svegliarsi presto per seguire alla lettera la scaletta del loro itinerario. Erano quasi le 8 però e Raffaele non era ancora uscito dal bagno. Da fuori sua sorella continuava a punzecchiare per sollecitarlo, anche lei aveva bisogno di usare il bagno e lui era lì già da troppo tempo. All’interno però la situazione era tutt’altro che divertente.

Raffaele era davanti allo specchio e sudava freddo. Non aveva la forza di parlare eppure la sua bocca era aperta per l’incredulità di quello che stava accadendo. Nella sua testa c’erano milioni di pensieri e non sapeva cosa fare.

Deve esserci una spiegazione razionale.

Che cosa mi sta succedendo?

Dannazione, cos’ho che non va?

Deve essere una reazione allergica, non ci sono dubbi.

Era in piedi davanti allo specchio, il torso girato per poter guardare le spalle. Sulla parte alta della schiena di era formato uno strano strato verde. Al tatto sembravano scaglie ruvide, dallo specchio assomigliavano in tutto e per tutto a delle squame.

Era passato almeno un quarto d’ora, il ragazzo fissava lo specchio senza darsi una ragione. Cosa aspettava? Che continuando a fissare sarebbe ritornato normale? Il tempo passava senza che lui se ne accorgesse. Fu la voce della sorella a svegliarlo da quello stato di trance.

-Greg! Vuoi muoverti? Esci dal bagno e fammi entrare che ancora non sono pronta! Rischiamo di fare tardi e bloccare gli altri

Raffaele si girò verso la porta e controllò che fosse ancora chiusa a chiave. Andava avanti e indietro per il bagno, ogni volta che passava davanti allo specchio lo sguardo ricadeva su quel dettaglio della sua schiena. Addirittura sembrava che la “macchia” si fosse allargata dall’ultima volta che l’aveva vista. Non poteva andare in spiaggia in quelle condizioni e tenere addosso una maglietta per tutto il giorno era un’ipotesi da scartare. Intanto la sorella dall’esterno continuava a chiamarlo, doveva dire qualcosa almeno per prendere un altro po’ di tempo.

-Un attim…

Si bloccò a metà frase. Quella che aveva sentito uscire fuori dalla sua gola non era la sua voce. Si tappò la bocca con una mano, aveva paura di parlare ancora. Sua sorella l’aveva sentito oppure nel frastuono all’esterno del bagno non aveva fatto caso a quella voce strana? Non sapeva più cosa fare, era ancora pieno di pensieri e paure quando sentì i colpi duri di una mano sulla porta.

-Ti decidi ad uscire? Carlo sarà qui a momenti e io ho bisogno del bagno! Devo sfondare la porta a pugni?

Fortunatamente prima non l’aveva sentito, ma ora? Come doveva regolarsi? Si avvicinò ancora allo specchio, i suoi occhi gli ricambiavano lo sguardo in modo interrogativo. Si girò ancora, lo strato si squame ora ricopriva buona parte della schiena e delle spalle. Forse era il momento di parlarne con sua madre, di capire cosa realmente stava accadendo. Quel pensiero però durò ben poco, era troppo spaventato di quello che gli stava accadendo per spingerlo a chiedere l’aiuto di un adulto.

-Greg, mi rispondi? Tutto bene lì dentro? Guarda che apro davvero la porta a calci se non rispondi

Raffaele fece appiglio a tutte le sue forze per aprire la bocca e rispondere. Doveva concentrarsi il più possibile per impostare bene la voce e dare una parvenza di normalità.

-Sto bene, ora esco

Forse ce l’aveva fatta, stava per compiacersi quando la voce di Sarah tuonò preoccupata.

-Sicuro che va tutto bene? Dalla voce non si direbbe. Che hai?

-Ti ho detto che va bene! Dammi un po’ di tempo ed esco!

-No, questa voce non mi piace. Se stai scherzando sappi che non è affatto divertente. Dai apri

-Non sto scherzando. Aspetta!

Raffaele finì la frase prima di sentire il citofono suonare. La sorella si allontanò per aprire, con tutta probabilità era il loro amico Carlo. Si erano dati appuntamento a casa loro prima di iniziare il loro piccolo viaggio. In pratica un problema in più che si aggiungeva. Si sedette a terra tenendosi la testa tra le mani, era sconvolto. Si alzò e ritornò davanti allo specchio, la situazione non migliorava. Quasi tutto il torso era verde scuro e sul collo sembravano formarsi delle aperture laterali. Raffaele passò le mani su quelle aperture, con enorme sorpresa constatò che da lì usciva dell’aria. Era impossibile, si coprì naso e bocca con le mani, provò a trattenere il respiro per allentare la tensione, poi espirò. Aveva ancora naso e bocca coperti però, il suo respiro era appena uscito fuori dalle aperture nel suo collo. Erano branchie. Impossibile, non esistevano delle mutazioni così veloci, almeno non nel mondo reale. Gli sembrava di essere il protagonista di un fumetto, una sorta di X-Man, e quell’idea non lo tranquillizzò. Si spostò di lato con fretta facendo cadere a terra una bottiglietta di profumo. Dall’esterno del bagno si sentivano ancora voci preoccupate.

-Greg, cos’era quel rumore? Carlo è qui, è in cucina a parlare con mamma, dobbiamo muoverci. Mi dici che succede?

-Nulla, nulla

-Ancora con questo “nulla”, “tutto bene”. Apri e facciamola finita. Dimmi che succede

Nel dialogo tra i due fratelli si intromise Carlo.

-Che succede qui? Carlo, sei lì dentro? Dai che facciamo tardi, muoviti. Sei già bello al naturale, non hai bisogno di ritocchi

-E’ chiuso lì dentro da ore, risponde a singhiozzi. Vedi se riesci a farlo uscire velocemente che mi serve il bagno al più presto

-Bro, ma che mi fai sentire? Tutto bene? Vuoi che entri io?

La sola idea di qualcuno che entrasse nel bagno e potesse vederlo in quello stato lo fece rabbrividire.

-No! No, sto bene. Aspettatemi fuori

-Cos’era quella voce, amico? Sei stato impossessato? Dai, esci o fammi entrare

-Non è nulla, solo un po’ di raucedine. Ora uso il collutorio

-Amico a me sembra qualcosa di più serio. A te serve una buona dose di aria di mare, di sabbia calda e ragazze infuocate, e si dà il caso che oggi avremo tutto questo. Dai, sbrigati

Si riavvicinò la sorella

-Niente ancora? Non è uscito?

-No, dice che ha mal di gola. Si sta facendo tardi intanto, che facciamo?

-Greg! Esci subito di lì, ci stai facendo preoccupare

Nessuna risposta, Raffaele era ancora incollato allo specchio mentre respirava a fatica.

-Facciamo così Carlo, tu inizia ad andare, non voglio bloccare tutti. Vi raggiungiamo sicuramente appena capisco quello che sta succedendo

-Sicura che non serve una mano?

-No, tranquillo. Che puoi fare tu più di quanto sto provando io? Ti mando un messaggio appena siamo pronti, tu vai con gli altri

-Va bene, dai. Fatemi sapere. Ciao Greg, a dopo!

Carlo salutò la madre dei ragazzi, ancora indaffarata a mettere in ordine la casa, poi si avviò per incontrare gli altri amici. Intanto Sarah era ancora accanto alla porta del bagno. La rabbia che fino a poco prima la caratterizzava, l’ansia di dover far presto per una giornata insieme, la paura di mandare tutto a monte, non c’era più. Ora era preoccupata, voleva solo capire realmente cosa stesse succedendo a suo fratello. Era da troppo tempo chiuso in quella stanza e non dava spiegazioni. Lei rimaneva appoggiata a quella porta che la separava dal suo amico del cuore, sperando di capire cosa stesse succedendo.

All’interno del bagno anche Raffaele era appoggiato alla porta. Il respiro si faceva sempre più affannoso. Riusciva a regolare il flusso di ossigeno che entrava e usciva dalle branchie. Aveva paura ad avvicinarsi nuovamente allo specchio, aveva gli occhi chiusi nella speranza che al riaprirli sarebbe stato tutto normale. Ma in fondo sapeva che tutto quello che stava succedendo era reale, era vittima di un incubo ad occhi aperti. Già le sere precedenti si era svegliato durante la notte tutto sudato e spaventato. Aveva attribuito quegli strani sogni al caldo eccessivo che aveva inondato la città, ma ora sapeva che non era così. Si stava trasformando in qualcosa che non conosceva e che lo spaventava.

-Greg, ci sei? Ascoltami, sono qui fuori. Non devi aver paura di me

Sebbene la voce di sua sorella fosse pacata e rilassante, Raffaele non riusciva a calmarsi. Si spostò dalla porta, il corpo gli sembrava più pesante del solito. Riusciva a malapena a trascinare le gambe per la stanza. Guardò in basso, i suoi piedi erano come se fossero di piombo. Dopo qualche passo si ritrovò ancora davanti allo specchio. Si guardò, il suo non era più il volto che ricordava. Assomigliava più a quello di un rettile. Il naso era schiacciato ed erano sparite le narici. La parte della bocca invece era visibilmente allungata, provò ad aprirla mostrando dei denti aguzzi. Le orecchie non c’erano più mentre gli occhi erano diventati di colore giallo scuro. Si avvicinò ancora di più allo specchio, quando realizzò cosa era diventato urlò come non aveva mai fatto. Dalla sua nuova bocca uscì un suono abominevole, un misto tra un ringhio selvaggio ed una voce camuffata. All’esterno del bagno Sarah sbiancò dalla paura.

-Greg! Che succede, apri ti prego!

-Tranquilla

La voce era cambiata nuovamente. A malapena si riusciva a distinguere il suono delle parole.

-Mi dici che succede? Vado a chiamare mamma

-No!

Fu inutile, la ragazza andò subito dalla madre e insieme si precipitarono davanti alla porta.

-Raffaele, che succede lì dentro. Apri subito!

-Greg, siamo preoccupate. Non devi aver paura, apri

-Andate via

-Cosa stai dicendo? Andare via? Siamo la tua famiglia, apri e permettici di aiutarti

-Andate via!

Raffaele cascò a terra, con il suo di colpo pesante si gettò sul pavimento del bagno. Non aveva molte forze, probabilmente la metamorfosi stava prosciugando le sue energie. Con l’aiuto delle braccia si sollevò di poco dalle mattonelle. Era a quattro zampe, un dolore lancinante proveniente dall’osso sacro lo fece urlare. Sua sorella e sua madre ascoltarono quel suono orribile guardandosi impaurite negli occhi.

-Chiamo vostro padre, deve ritornare a casa a darci una mano

La signora corse in cucina, prese il telefono e cominciò a digitare i numeri sulla tastiera. La ragazza nel frattempo era ancora accanto alla porta del bagno a tranquillizzare sul fratello.

-Greg, ti prego ascoltami. Siamo con te, qualsiasi cosa tu stia facendo…. Qualunque cosa ti stia succedendo devi fidarti di noi. Siamo la tua famiglia, ti vogliamo bene. Ti prego, apri questa porta prima che sia troppo tardi

Raffaele dall’altro lato provava a parlare ma dalle sue fauci non uscivano più parole. Soltanto rumori e suoni strani, come i versi di un animale. Era distrutto, si abbandonò a terra rannicchiandosi in una strana posizione fetale. Almeno da quella visuale non vedeva il suo riflesso nello specchio e quello era un bene. Sentiva il cuore accelerare i battiti. Quello che gli sembrava strano era che anche se nell’aspetto era in tutto e per tutto un abominio, un mostro, i suoi pensieri erano umani. Pensava a sua sorella ancora preoccupata, avrebbe voluto tranquillizzarla e starle accanto. Pensava ai suoi genitori, già abbastanza preoccupati dal suo rendimento scolastico, quella situazione li avrebbe uccisi. Pensava ai suoi amici, probabilmente non li avrebbe più rivisti e quel pensiero era davvero doloroso. Era in pena per tutte le persone a cui teneva, non voleva assolutamente che stessero male a causa sua. Aveva più paura per loro che per sé stesso. Era immerso nei suoi pensieri quando udì un’altra voce fuori dalla porta. Era suo padre, sembrava affannato e preoccupato ma come gli altri cercava di essere tranquillo e pacato.

-Raffaele, sono qui fuori con tua sorella e tua madre. Mi hanno chiamato preoccupate per te. Non devi aver paura

Il ragazzo, se tale poteva chiamarsi, era ancora a terra. Quelle parole gli entrarono dritte al cuore, la dolcezza con la quale era state proferite era ammirevole. Avrebbe voluto uccidersi, farla finita lì per non dare un dispiacere alla sua famiglia. Iniziò a piangere, anche se il suono che si sentì sembrava qualcos’altro.

Fuori dal bagno nessuno si aspettava una risposta, il padre prese un doppione delle chiavi del bagno e in poco tempo riuscì a far uscire la chiave all’interno. Sbloccò la serratura, poi lentamente aprì la porta. Nessuno era preparato a quello che si parò davanti ai loro occhi.

Quello che era disteso a terra aveva le fattezze di un drago, un rettile di dimensioni poco più grandi di un essere umano, rannicchiato su sé stesso. Il corpo era completamente ricoperto di squame mentre una lunga coda si muoveva appena percettibile. La testa era rotonda ma allungata sul muso. La bestia aveva ancora addosso i vestiti che erano appartenuti al ragazzo, lacerati a causa delle dimensioni maggiori. Nella posizione in cui era, sembrava più che fosse mansueta piuttosto che pericolosa.

Raffaele aveva ancora gli occhi chiusi quando sentì il rumore della serratura che scattava e della porta che si apriva. Avrebbe scommesso che quando lo avessero visto si sarebbero spaventati ed avrebbero cominciato ad urlare. Stranamente invece tutto era silenzioso. Aprì finalmente gli occhi e fu sorpreso nel vedere gli altri tre componenti della famiglia guardarlo e sorridergli timidamente. Perché non avevano paura? Il loro amore era così grande da superare quell’incubo?

Fu suo padre il primo ad avvicinarsi, senza timore. Si abbassò e gli accarezzò un braccio.

-Ci hai fatto prendere un bello spavento stamattina. Non eravamo preparati, hai solo sedici anni…

La bestia lo guardò attraverso degli espressivi occhi gialli.

-Immagino tu abbia tanti interrogativi in mente. Abbiamo tutto il tempo di risolverli, ora però guarda questo

Suo padre si alzò, si tolse la giacca e chiuse gli occhi. Il suo corpo si trasformò velocemente davanti agli occhi increduli del ragazzo, il torso fino a poco prima glabro si riempì di peli ed il suo volto assunse le fattezze di un lupo. Raffaele sgranò gli occhi e fece per alzarsi quando anche sua madre compì gli stessi gesti fatti poco prima da suo padre. In pochi secondi la trasformazione si compì, si curvò in avanti e dal costato spuntarono altre due braccia. Braccia e gambe diventarono zampe da insetto mentre sulla schiena spuntarono due paia di ali di farfalla. Ma la sorpresa non era finita. Sarah fece un passo in avanti, si coprì il volto con le mani, poi quando le tolse mostrò un volto da felino. La pelle si riempì di macchie scure mentre dalla bocca spuntarono lunghe zanne. Fu di nuovo suo padre a parlare per primo, con una voce diversa da quella che era abituato a sentire.

-Tranquillizzati, siamo la tua famiglia. Scusa se oggi non siamo stati capaci di starti vicino nel modo più appropriato ma eravamo impreparati. Di solito la transazione arriva intorno al compimento del diciottesimo anno di età, il tuo è un caso più unico che raro. Hai solo sedici anni, due anni prima… Non ce l’aspettavamo

-Fratello va tutto bene, lascia che ti insegniamo come nascondere la tua vera forma

-Figlio mio, con il tempo imparerai come noi a vivere in mezzo a quelli che chiamano “normali”. Anche per tua sorella non è stato semplice ma abbiamo avuto tempo per insegnarle tutto quello che doveva sapere

Raffaele guardava la sua famiglia con occhi interrogativi. Di colpo si era svegliato da un incubo per piombare un uno ancora più spaventoso. Ma a quanto pare non era solo.

-Greg, so già a cosa stai pensando. Chi siamo veramente? Che farò ora? Avrò una vita normale? Guardami, pensi che io non abbia una vita come gli altri? Se ce l’ho fatta io ce la farai anche tu

-Siamo esseri che vivono su questa terra da tantissimo tempo, come gli umani, solo un po’ più antichi. Con il tempo abbiamo capito che è meglio tenersi nell’ombra e vivere con gli umani piuttosto che mostrarci a loro e sperare in un’integrazione. Il nostro potere ci consente di nascondere la nostra vera natura quindi credimi se ti dico che non sarà molto difficile

Raffaele inspiegabilmente iniziava a tranquillizzarsi. Avvertiva il calore del loro amore, insieme alla sua famiglia ci sarebbe riuscito.

-Ora però asciuga quelle lacrime e riposati, metteremo noi a posto in bagno

-Esatto Greg! E poi, wow che figo, sei un rettiloide! Chissà cosa puoi fare con quella forma!

23 Luglio 1550

Il piccolo Pedro aveva un nome importante per l’epoca, un nome che portava alla mente un luogo lontano che si era fuso nel sangue di Napoli. Ma anche un nome simbolo di autorità, di risolutezza. Il nome di chi aveva permesso la rinascita di quella città. Don Pedro da Toledo.

Il vicerè spagnolo aveva dato tutto a Napoli, con lui i cittadini avevano dimenticato la peste. La sua mano aveva riplasmato sotto tutti i punti di vista l’anima della città, specialmente l’urbanistica. I palazzi, le vie, i quartieri, erano cambiati da quando era lui a comandare. Erano nate nuove arterie importanti come la grande Via Toledo, ma anche vie più piccole e tortuose. Vie che godevano solo di pochi minuti di sole al giorno, destinate ad un ambiente selezionato proprio dal grande Pedro da Toledo. Quei ciottoli che proprio in quel momento stava calpestando il nostro piccolo protagonista.

Erano i quartieri spagnoli, creati dal viceré per ospitare il suo esercito e le famiglie dei soldati. Vicoli stretti e bui dove era nato il piccolo Pedro. Napoletano di nascita ma di sangue spagnolo. Primogenito di uno dei soldati migliori, Vicente Raul, di animo nobile e devoto a Don Pedro. Il ragazzino era nato e cresciuto in quelle strade. Parlava la lingua del posto, dello spagnolo non conosceva nulla a parte qualche parola. Era la sua curiosità che lo portava a chiedere a suo padre il significato delle parole che ascoltava quando lui parlava con i suoi amici. Il padre era ben felice di tramandare qualcosa della sua lingua madre, anche se sapeva che se il giovane voleva farsi strada doveva mescolarsi bene con il resto della popolazione, imparare le loro usanze, interagire con loro. Era nato in quella città e doveva esserne parte.

Era molto legato a quei luoghi, specialmente a quel quartiere. Suo padre gli aveva spiegato che era nato per loro, che il popolo li aveva accolti e loro dovevano rispettare ogni sasso di quel posto. Vicente credeva fermamente a quello che diceva. Rispettava tutti ed era rispettato da tutti. Ma non tutti erano come lui, lo sapeva. Pedro ogni giorno camminava per le vie di Napoli insieme a sua madre. Tutti erano gentili con lui, ogni commerciante, ogni ufficiale, persino ogni passante lo salutava calorosamente. Era un bambino intelligente e con un padre così virtuoso sarebbe sicuramente cresciuto bene. Il popolo amava osannare i suoi eroi, ci teneva a dimostrare quanto apprezzasse l’operato dei soldati spagnoli.

“Tenete signora, un pezzo di pane per voi. No, non vi preoccupate. E’ da parte nostra, non mi dovete niente“

“Signora, permettete un fiore per la vostra bellezza? Salutatemi vostro marito”

“Piccolo, sei identico a tuo padre. Vi ricordo sempre nelle mie preghiere”

Si sentivano protetti e coccolati dal calore che emanava quella città. La sera Pedro raccontava al padre quello che aveva visto durante il giorno, il petto di lui si riempiva di orgoglio mentre la madre li guardava teneramente.

-Papà perché tutti ti conoscono?

-E’ normale piccolo mio. Noi siamo i soldati di Don Pedro. Grazie a noi tutti possono vivere al sicuro e pensare solo a come vivere felici

-Ma tu non sei di Napoli, perché lo fai?

-Non serve essere napoletano per amare Napoli. Io sono spagnolo ma vivo qui e tu sei nato qui. Napoli ci ha accolti e noi dobbiamo fare qualcosa per Napoli. E poi io sono un soldato. Chi mi comanda ha un grande cuore e ordina a tutti i soldati come me di tenere sicura la città

-Ma non hai paura?

Vicente prese in braccio suo figlio facendolo volteggiare in aria.

-Tuo padre non ha paura di niente! Ce l’abbiamo nel sangue, siamo coraggiosi e nulla ci fa paura

-Ma anche quando eri piccolo come me non avevi paura

-Quando ero piccolo come te avevo tanta paura di quello che non conoscevo. Ma poi sono diventato quello che sono, ora conosco gli uomini e non mi fanno più paura. E poi noi siamo armati, vedi questa spada, questa lancia? Sono armi, le porto con me per spaventare i cattivi

-Quindi tu non uccidi le altre persone?

-Certo che no, piccolo mio. Non serve uccidere le persone per guadagnarsi il rispetto. Basta far capire ai cattivi che sei forte, non serve usare la forza. Un giorno lo capirai, da grande. Anzi, ti voglio far vedere una cosa

Mise il figlio a terra. La madre li guardava curiosa, Vicente si era liberato del piccolo quando si tolse la corazza e la maglia. Era a torso nudo davanti al figlio e con un dito indicava un segno sul petto.

-Vedi questo disegno sul mio petto?

-Sì, è un cerchio

-Certo, ma vedi cosa c’è dentro questo cerchio? Riconosci questo animale?

Pedro fece segno di no con la testa, era ancora piccolo e non conosceva ancora gli animali selvatici a parte quelli che aveva visto su alcuni libri illustrati

-Te lo dico io cos’è. E’ un leone, l’animale più forte che esista al mondo. E’ come un grosso gatto ma con tanti capelli. E’ grande quanto un vitello. Con un solo ruggito può spaventare decine di nemici. Nel posto dove vive è lui che comanda. Vedi? Il tuo papà è come un leone. Basta solo ruggire ogni tanto e i nemici più codardi scappano con la coda tra le gambe

-Ma perché hai quel disegno sul petto?

Vicente era divertito e commosso da una domanda detta in maniera così innocente. Aveva ragione, gli aveva fatto vedere il tatuaggio ma non gli aveva spiegato il perché di quel disegno.

-Hai ragione piccolo mio. Vedi, il tuo papà fa parte di una squadra nominata “squadrone Chimera”. La chimera è un animale di fantasia. In pratica nei libri e nei racconti dell’immaginazione la chimera è un animale che ha la testa di un leone, il corpo di una capra e la coda di un serpente che sputa fuoco. E’ spaventoso e bisogna veramente starne alla larga perché è pericoloso

Il piccolo si portò le mani al viso coprendosi gli occhi.

-Ma non ti preoccupare, è solo un animale di fantasia. Non esistono in natura, ti assicuro che non lo incontrerai mai di persona. In pratica ci sono questi tre animali diversi che compongono la chimera. Nel nostro squadrone siamo in quattro a farne parte. Io, tuo zio Miguel, Armando e Rodrigo, gli amici di papà che hai visto spesso. Per gioco ognuno di noi ha scelto un animale per ogni casato. Io e mio fratello abbiamo il leone, siamo la testa della chimera, la ragione. Armando invece è la capra, perché parte sempre per primo senza ragionare. Poi c’è Rodrigo

-Il serpente?

-Esatto, sei stato attento? Lui è il serpente perché ha la lingua lunga, è bravo con le parole più che con il pugno. Ci siamo fatti disegnare questi animali per imprimere nella nostra storia il legame che ci unisce. Quindi sappi che tu sei il figlio di un leone, quindi sei un leone anche tu

-Come fanno i leoni?

-Come fanno i leoni? Ma è semplicissimo, fanno ROAAARRRRR!

-ROAAARRRRRR!

-Bravissimo, più forte!

-ROAAARRRRR!!!

La madre scoppiò a ridere guardando i due uomini di casa che ruggivano e si divertivano. Quella notte suo figlio si addormentò sognando gli animali fantastici raccontati dal padre.

Il giorno successivo Pedro andò in giro come altre volte a cercare i suoi amici di gioco. Stava passeggiando per una via dei quartieri quando notò un bambino seduto sui gradini dell’ingresso di una casa. Sembrava triste e aveva il volto tra le mani. Pedro gli si avvicinò incuriosito.

-Ciao, come ti chiami?

Il ragazzino non rispose, rimase serio nella sua posizione.

-Ti va di venire a giocare con me e i miei amici?

L’altro alzò la testa e fissò Pedro. Probabilmente la domanda lo aveva attirato.

-Non posso, sto aspettando ma madre

-Dov’è tua madre?

-E’ qui dentro. Mi ha detto di aspettare seduto qui fuori

-Vuoi che ti faccia compagnia?

-Sì, siediti qui vicino a me

I due ragazzini stettero a parlare per un bel po’. Pedro scoprì che si chiamava Pasquale, non aveva fratelli né amici. Viveva da solo con la mamma, non aveva mai conosciuto suo padre. Pedro capì che era diverso da lui. Non aveva giochi, non aveva persone che durante la giornata erano con lui a tenergli compagnia. Almeno in quei pochi minuti non era solo, era insieme al suo nuovo amico e la tristezza si era allontanata. Il pensiero di essere un povero, un emarginato per poco tempo non c’era. All’improvviso la porta alle loro spalle si aprì. Uscì una donna, cercava di coprire il volto con la mano per nascondere le lacrime e la maschera di tristezza. Pasquale scattò in piedi e la abbracciò, lei lo allontanò.

-Andiamo Pasquale, dobbiamo tornare a casa

-Mamma, lui è Pedro, il mio nuovo amico

-Andiamo ti ho detto. Andiamo via di qui

Alle loro spalle un’altra figura uscì dal portone. Era un uomo, ad ogni passo la sua armatura produceva un rumore metallico. Era un soldato. Una volta uscito all’esterno Pedro lo riconobbe, era Rodrigo, uno degli amici del padre. Quando vide il bambino lo salutò accarezzandogli i capelli.

-Ciao Pedro, che ci fai qui? Vai a giocare con i tuoi amichetti

-Lui è Pasquale, il mio nuovo amico

-Bravo Pedro, hai un nuovo amico. Lo sai, troverai spesso Pasquale qui. Verrà tute le mattine con la mamma. Non è così Teresa?

La donna evitava di guardare negli occhi il soldato. Lui la prese come un’offesa e con le mani le girò la faccia nella sua direzione.

-Sto parlando con te, è buona educazione rispondere. Stavo dicendo che tu e tuo figlio verrete qui ogni mattina, non è vero? Io e i miei amici abbiamo tanta voglia di compagnia e tu sei così brava. Poi hai bisogno dei nostri, come dire, servizi. Ora fai la brava e vieni domani, intesi? Pedro, saluta il tuo amichetto che domani giocherete insieme

-Ciao Pasquale, a domani

-Ciao Pedro

Pasquale e la madre si allontanarono, nel frattempo Rodrigo si rivolse a Pedro.

-Vai a giocare anche tu, Pedro. Io ho da fare

Il ragazzino raggiunse i suoi amici e parlò del suo nuovo compagno. Gli altri erano ben felici di conoscerlo e giocare con lui il giorno successivo. Quando Pedro ritornò a casa era entusiasta e parlò con i genitori di quanto era accaduto quella mattinata. Stranamente loro non sembravano particolarmente felici, piuttosto preoccupati e lui non capiva il perché.

-Mamma, Pasquale è un bambino come me ed è solo. Non siete contenti?

-Certo che lo siamo amore mio. E’ che un bambino come te non dovrebbe vedere certe cose. Dimentica di aver visto Rodrigo trattare male quella povera donna

-Ma perché le parlava in quel modo? E’ la mamma del mio amico

-Vedi caro, non tutti gli uomini sono virtuosi e gentili come tuo padre. Esistono uomini che non sanno cos’è l’onore. Se ne approfittano perché hanno potere su altre persone. Non ci pensare

-Ma farà del male alla mamma del mio amico?

Si avvicinò il padre e prese la parola.

-Per nulla al mondo io lo permetterò. Ricordi quello che ti ho spiegato ieri riguardo al ruggito del leone? Io parlerò con Rodrigo e gli altri e gli dirò di non fare nulla di male a quella donna

-E ti staranno a sentire perché sei un leone?

-Esatto, siamo leoni!

Il bimbo continuò a giocare con i propri genitori prima di andare a dormire. Una volta messo a letto il piccolo i due continuarono a parlare di quell’accaduto.

-Perché sei così preoccupata Anita?

-Per quello che ha riferito Pedro. Lo sai anche tu quella povera donna cosa stava facendo lì con Rodrigo. Chissà in che condizioni di povertà vive con quel piccolo figlio per accettare un simile…

-Calmati Anita. Hai ragione, povera donna. Ma le cose stanno così e non è l’unica

-Quindi solo perché non è la sola a versare in questo stato non vale la pena preoccuparsi per lei?

-Non è questo che voglio dire. L’hai detto anche tu, gli altri non sono come me. Vorrei poter mantenere la promessa che ho fatto prima a Pedro ma so già i non riuscirci

-Perché dici questo?

-Perché Rodrigo non è solo. Anche altri con lui hanno portato in questo quartiere donne povere per soddisfare i loro bisogni di animali. Posso provare a parlare con loro ma difficilmente mi staranno a sentire

-Gente come tuo fratello? Non so proprio come sia potuto succedere che nella tua famiglia nascesse uno come lui

-Non è cattivo, Anita. Come non lo sono gli altri. E’ solo che il potere fa perdere la testa a qualcuno. Dai, non pensiamoci stasera. Ora andiamo a letto

La notte passò serenamente e il giorno dopo Pedro si svegliò tutto felice per andare ad incontrare il suo nuovo amico. Lo vide nello stesso punto del giorno precedente, con la solita faccia triste. Riuscì però a tirargli su il morale, lo accompagnò dai suoi compagni e quella mattina giocarono tutti insieme. Quando i due ritornarono dove si erano incontrati però la tristezza si fece risentire. La madre di Pasquale uscì dal portone con la testa bassa. Chiamò il figlio in fretta e se ne andò.

Per i giorni successivi la scena si ripeté finché un giorno Pedro non incontrò Pasquale che piangeva seduto sui soliti gradini.

-Ciao Pasquale, perché piangi?

-Mia mamma è stata male. Ha vomitato tutta la notte e stamattina non riusciva a camminare bene. Dice di avere forti dolori alla pancia

-E ora dov’è?

-E’ dentro questa casa come sempre, ma sono preoccupato per lei

-Magari se bussiamo ci aprono e glielo diciamo. Magari possono chiamare un dottore

-No, mi ha detto di non entrare. La aspetterò qui finché non ha finito, tu vai pure a giocare

Ma Pedro non aveva voglia di andarsene e lasciarlo solo. Si sedette accanto a lui e in silenzio aspettarono finché la donna non uscì. Pasquale le corse incontro stringendosi alla sua gamba. Lei camminava a malapena e trascinava le gambe come se stesse per cadere. Pedro in un impeto di coraggio iniziò ad urlare contro chiunque fosse celato in quella stanza. Per la prima volta percepiva dentro di sé la forza del leone e doveva far sentire il suo ruggito.

-Che cosa avete fatto a questa donna? Non vi vergognate di chiamarvi uomini? Sta male, chiamate un dottore e fatela curare!

L’eco del suo grido rimbalzò sulle pareti vuote della stanza. Pasquale e la madre si bloccarono per la paura ma dalla casa ancora non usciva nessuno.

-Non avete sentito? Siete dei farabutti! Uscite fuori e date una mano a questa donna!

Appena ebbe finito di parlare due braccia uscirono dalla porta e lo presero di peso. Gli fu messo un sacco di iuta sulla testa, poi una mano gli tappò la bocca mentre l’altra lo teneva fermo. Era dentro quella stanza e sentì un’altra voce parlare.

-Svelti, prendere anche la mamma e il figlio. Vediamo di risolvere questa situazione alla svelta. Tu, non togliere la mano dalla bocca di quel ragazzino. Non voglio che fuori sentano le sue grida

Gli uomini uscirono e velocemente rientrarono con Pasquale e sua madre.

-Che sta succedendo? Che vuole quel ragazzino che urlava?

-Parlava della donna che non stava bene, ora gli insegno io a tenere la bocca chiusa

-Aspetta, non lasciarlo ancora, potrebbe continuare ad urlare. Domandiamo a questo qui

-Già, di che parlava quel moccioso?

-Mia madre… Mia madre non sta bene. Stanotte continuava a vomitare senza riuscire a dormire. Ha bisogno di un medico

-Vomitato, dicevi? Rispondimi, tu, è vero quello che sta dicendo tuo figlio?

La donna ansimava dal forte dolore, non riusciva a parlare e si stese a terra.

-Sta male, non lo vedete? Fate qualcosa per lei

-Controllate come sta

Uno degli uomini le si avvicinò e le toccò la fronte. Ritrasse subito la mano.

-Scotta, ha la febbre. Che dobbiamo fare?

-Cosa vuoi fare? Te lo dico io cosa bisogna fare. Sai perché ha vomitato? Non è malata, è soltanto incinta

Di colpo un silenzio innaturale piombò nella stanza. Gli uomini si guardarono con sguardi di stupore.

-Di che vi sorprendete? Non sapete che è così che funziona?

-Ma ora cosa possiamo fare? Di chi sarà figlio?

-Ma di cosa stai parlando? Quale figlio? Non deve nascere nessun figlio. Io tengo fermo il bambino, voi sapete già cosa fare.

L’uomo che aveva una risposta per tutto prese di corsa Pasquale e lo tenne fermo e in silenzio mentre gli altri due iniziarono a dare calci alla povera donna stesa a terra. Il rumore delle fragili ossa che si spezzavano fece rabbrividire Pedro che per fortuna non poteva osservare la scena. I colpi continuavano, i due non si fermavano sebbene la vittima non desse più nessun segno di reazione. Non aveva più forze.

-Basta, ora finitela. Vedete come sta

Si avvicinarono per tastarle il polso, poi uno di loro diede la sentenza.

-E’ morta. Non respira più

-Idioti! Dovevate solo colpire la pancia! Sapete che i bambini nascono da lì oppure nessuno ve l’ha mai spiegato? Ora è troppo tardi, nessuno deve saperlo. Facciamo fuori questi due

Appena sentì quella frase, Pedro si fece coraggio e diede un morso alla mano che gli teneva la bocca chiusa dal sacco. L’uomo che lo teneva fermo mollò la presa, così lui poté allontanarsi e liberarsi. Fu allora che vide i volti dei carnefici. Quello che lo teneva fermo era Armando, a tenere fermo Pasquale era suo zio Miguel mentre chi dava gli ordini era Rodrigo. Erano i soldati che con suo padre dovevano tenere la città al sicuro, lo squadrone Chimera. Quando suo zio lo guardò rimase di sasso, non avrebbe mai immaginato di vedere suo nipote in quella circostanza.

-Pedro, che ci fai qui? Perché non sei a casa o con i tuoi amici?

Pedro aveva le lacrime agli occhi. La sua innocenza non riusciva a dare una spiegazione alla crudeltà che aveva dinanzi. Il suo amico spaventato e tenuto fermo, la donna stesa a terra, morta. Tremava, di colpo si era reso conto di quanto gli adulti possono essere malvagi.

-Cosa avete fatto? Perché lo avete fatto?

-Calmati Pedro, posso spiegarti tutto con calma

Prese la parola Rodrigo.

-Ma cosa vuoi spiegare? Lo vuoi capire che se lui esce da questa stanza per noi sarà la fine? Vuoi perdere tutto per colpa di un piccolo errore? Vuoi perdere il potere per così poco? Armando vallo a riprendere

Armando scattò verso Pedro e lo bloccò, il ragazzo non aveva più il coraggio di opporre resistenza.

-Cosa stai guardando ancora, Miguel? Il ragazzino, uccidilo prima che sia troppo tardi. Così incontrerà di nuovo sua madre in cielo

Miguel fece come gli era stato ordinato da Rodrigo. Prese il coltello dalla cintura e tagliò la gola del povero Pasquale. Il corpo del ragazzino cadde a terra, morì senza soffrire ma con ancora la scena della morte della madre davanti agli occhi. A terra i due visi si incrociavano in uno sguardo senza vita.

-Ora tuo nipote. Vai e fa ciò che devi fare.

Lo zio si mosse lentamente verso Pedro che cercava inutilmente di scappare dalla morsa delle braccia di Armando.

-Perché sei così lento? Uccidilo prima che combini un altro casino!

L’uomo si avvicinò al ragazzino. Delle lacrime uscirono dai suoi occhi, lo guardava mentre il braccio con il pugnale si alzava.

-Perdonami nipote mio. Hai sbagliato ad intrometterti in affari più grandi di te. Che Dio mi perdoni

Poi la mano si abbassò. La lama colpì la base del collo di Pedro. Armando lo lasciò cadere mentre dalla profonda ferita fuoriusciva un fiotto di sangue rosso scuro. Non era ancora morto del tutto, guardò un’ultima volta i suoi carnefici mentre la vita lo stava abbandonando. Il suo sguardo era pieno di rabbia, la rabbia che solo un bambino può avere. La rabbia di chi non ha avuto la fortuna di vivere la propria vita per le manie di grandezza di esseri malvagi. Mentre spirava però fece una promessa a sé stesso. Avrebbe vendicato quelle morti senza senso. Non sapeva come, non sapeva quando, ma sapeva che il suo spirito non avrebbe dimenticato quella carneficina. Sarebbero passati anni, forse secoli, ma la stirpe di quegli uomini cattivi sarebbe terminata in modo terribile, e le anime di tutti loro sarebbero bruciate nelle fiamme dell’inferno.

La sua anima sarebbe stata sempre lì, a vagare per quei quartieri alla ricerca di un animo nobile capace di assetare la sua fame di vendetta. La fame di un leone pronto a ruggire di nuovo.

https://youtu.be/ofUwxDsb424

16 Luglio 2004

Giuliano era disteso a terra, la testa e il braccio sinistro gli facevano un male tremendo. Aprì gli occhi ma si rese conto che intorno era tutto buio. La guancia era appoggiata su qualcosa di viscido ma non riusciva a capire cosa. Si alzò ancora dolorante, guardò in alto e vide una luce provenire da una piccola feritoia. Fece un respiro profondo ma dovette tossire quando gli arrivò un puzzo disgustoso nelle narici. Ci mise qualche secondo per ricollegare insieme i pezzi e capire dove si trovasse. Un ricordo confuso, poi la consapevolezza. Era un una fogna.

Era successo tutto qualche minuto prima. Stava passeggiando per i Quartieri Spagnoli come quasi ogni giorno in quell’estate. La scuola era finita già da un pezzo e lui passava le giornate uscendo fuori da quel mondo così complesso e così diverso da lui per riversarsi sulle arterie principali della sua città. Quel quartiere non gli somigliava per niente. Non che lo odiasse, si intende. C’erano tantissime brave persone che incontrava ogni giorno, sorrisi che gli mettevano allegria. Anche il folklore e la caratterizzazione di quel luogo gli piaceva, ma purtroppo c’era sempre una nota negativa. L’ignoranza. Il vero male di quel posto, secondo lui, partoriva ogni giorno nuovi mostri. Già durante l’anno scolastico non era facile convivere in una classe piena di bulli. Magari erano cani che abbaiavano ma non mordevano, ma lui non era alla loro altezza, o meglio ancora, alla loro bassezza. Giuliano era un animo gentile, innocuo. Forse era proprio quella sua innocenza che spaventava gli altri e tirava fuori la parte peggiore di loro. Lui andava avanti evitando le provocazioni, gli sfottò. Finita la scuola la storia si ripeteva, c’era sempre qualcuno in giro con il suo branco che continuava a prenderlo in giro. Quella cicatrice sul labbro, quella deformazione con la quale era nato, era solo il pretesto per vomitargli addosso la loro rabbia adolescenziale.

Anche quel giorno la storia si ripeté, Giuliano era diretto verso Via Toledo quando il solito gruppo di bulli stava perdendo tempo sui motorini riscaldati da un sole estivo. Lo videro e iniziarono a punzecchiarlo.

-Eccolo, ragazzi. E’ arrivato il mostro

-Bene, il padre lo ha lasciato uscire dalla gabbia stamattina?

Giuliano come sempre abbassava lo sguardo e continuava a camminare senza curarsi degli altri. Quella mattina però era diverso. Forse il caldo afoso, forse la voglia di sperimentare qualcosa di nuovo, il branco decise di reagire a quell’assenza di reazione. Si alzarono e gli bloccarono la strada.

-Ma che c’è, non vuoi parlare con noi? Hai paura?

La vittima continuava a rimanere in silenzio e guardare altrove.

-Sto qua, guardami quando parlo. Ti credi migliore di me che non rispondi?

-Io non…

Giuliano non sapeva che cosa dire, voleva solo che quegli idioti si spostassero e lo facessero passare.

-”Io non” cosa? Ragazzi questo sta provocando

Uno di loro gli si parò davanti spingendo il petto contro il suo. Di contro Giuliano per proteggersi alzò le braccia e con le mani cercò di spostarlo all’indietro.

-Avete visto? Mi ha messo le mani addosso. Ora hai superato il limite

Era quella che gli altri aspettavano. Un pretesto per fare a botte. Partì il primo con uno schiaffo sul volto, poi un calcio sulle gambe lo fece cadere a terra. In quella posizione non poteva fare nulla, gli erano addosso e continuavano ad offenderlo mentre lo percuotevano con calci e pugni. Poi uno di loro ebbe un’idea macabra.

-Alziamolo, ragazzi. Prendiamolo e buttiamolo lì dentro

Indicò un tombino mezzo aperto, probabilmente quella mattina era previsto un lavoro nelle fognature. Lo alzarono di peso, Giuliano era confuso e non capiva nulla. Poi lo gettarono nel buco e insieme spostarono il pesante tombino in ferro per chiuderlo. Da sotto il ragazzo sentiva le loro risate mentre perdeva i sensi.

Fu solo grazie all’aiuto dei tecnici dell’impresa di drenaggio che Giuliano uscì fuori di lì. Il gruppo di bulli non c’era più ma una folla si era già riunita quando qualcuno sentì la voce di un ragazzo provenire da sotto l’asfalto. Ci fu chi si offrì di aiutarlo ma era stato colpito nel profondo e aveva solo voglia di tornare a casa e lavarsi. Quell’odore lo accompagnò fino a casa, era da solo. Andò sotto la doccia, le lacrime si confondevano con l’acqua che veniva giù dal sifone. Perché gli succedeva quello? La vita non era stata già abbastanza dura con lui dopo la morte della madre? Ma lui sapeva che la colpa non era della vita, era colpa dell’ignoranza che faceva da padrona in quel luogo. Si asciugò e si rivestì. Stava per infilare una maglietta quando davanti allo specchio notò qualcosa. Sul lato sinistro del petto c’era un segno di forma circolare. Provò a sfregarlo ma non andava via. Ritornò nel bagno per provare a toglierlo con il sapone ma nulla. Guardò meglio quel segno, era un cerchio perfetto e sembrava fatto con inchiostro. Più lo guardava più sembrava un tatuaggio, ma come poteva essere? Non c’era nessuna spiegazione plausibile. Stava scervellandosi per capire cosa fosse successo quando sentì il rumore della serratura che si apriva.

-Giuliano sono io, sono tornato. Tutto bene?

Era suo padre. Il rapporto tra i due non era dei migliori, come in tutte le famiglie in cui abita un adolescente. Dal giorno della morte della madre di Giuliano le cose erano peggiorate. Entrambi stavano male ma facevano la guerra a chi stava peggio. Il dialogo tra i due era ridotto ai minimi termini e buona parte della colpa era del ragazzo, lo sapevano entrambi. Il padre entrò nella stanza del figlio.

-Tutto bene Giuliano? Si sente una puzza terribile nel bagno, cosa è successo?

-Niente pà

-Nient’altro da dire? Non ti sto giudicando, voglio solo parlare. Cos’è quel livido sulla faccia?

-Si bussa prima di entrare

Giuliano chiuse la porta in faccia al padre. Lui non si arrabbiò, aveva smesso tempo prima quando con la dipartita della moglie se n’era andata anche la forza di affrontare ogni giorno.

Il resto della giornata fu anonimo come sempre, erano come due estranei sotto lo stesso tetto. La sera cenarono in silenzio e velocemente. Giuliano fu il primo a lasciare la cucina andando a rifugiarsi nella propria stanza. Chiuse la porta e si guardò allo specchio. Si tolse la maglia a continuò ad interrogarsi su quello strano segno. Lo stava fissando quando all’improvviso comparve una figura all’interno del cerchio. Con spavento si allontanò dallo specchio, poi guardò di nuovo il petto. All’interno del cerchio era disegnato il profilo di un leone. Cominciò a tremare, quello che stava vivendo era un vero e proprio incubo. Stava quasi per urlare quando all’improvviso sentì qualcosa dentro di lui che lo tranquillizzava. Non erano parole, erano ricordi. Chiuse gli occhi e quando li riaprì il suo sguardo era diverso. Uscì dalla stanza e salutò il padre.

-Io esco, ho un conto da regolare

-Che significa Giuliano? E’ tardi, sono le undici e mezza

-Niente, non preoccuparti. Non farò troppo tardi

Chiuse la porta senza aspettare  la risposta del padre e uscì di casa. A passo sostenuto e senza fermarsi percorse la strada che portava a Piazza dei Martiri. Si fermò e perlustrò la zona, poi guardò verso un bar e li riconobbe. Erano i ragazzi che quella mattina gli avevano giocato quel brutto scherzo, stavano parlando e ridendo seduti ad un tavolino. Probabilmente stavano parlando proprio di lui in quel momento. Si avvicinò spavaldo.

-Ciao ragazzi, come state? Che bello trovarvi qui stasera tutti insieme

-Eccolo qui, stavamo proprio parlando di te. Forse non ti è bastato quello che ti abbiamo fatto stamattina

Giuliano si girò e prese a camminare verso l’obelisco al centro della piazza. Gli altri si alzarono per inseguirlo, colpiti nell’orgoglio perché lui aveva dato loro le spalle. Aveva gettato l’amo e i pesci non tardarono ad abboccare. Giuliano si fermò e li fissò, loro fecero altrettanto. Poi alzò le braccia, gli occhi si girarono all’indietro mostrando solo un bianco spettrale. Il branco stava per aggredirlo quando dovettero bloccarsi di colpo. Alle spalle del ragazzo apparve qualcosa di incredibile. Improvvisamente le quattro statue dei leoni presero vita. Si mossero lentamente scrollandosi di dosso alcune pietre, poi avanzarono e girarono intorno a Giuliano. Gli altri assistevano alla scena a bocca aperta ma senza il coraggio di dire una parola. Poi Giuliano li indicò e le belve di roccia attaccarono.

Durò pochi attimi, i quattro leoni piombarono addosso ai ragazzi spaventati. Affondavano le loro zanne di pietra nei loro corpi provocando una morte istantanea. Con i loro artigli dilaniavano i muscoli di quelli che prima erano piccoli boss sicuri di loro. Ne rimase solo uno, si era accucciolato a terra mentre dai pantaloni fuoriusciva un liquido puzzolente. Giuliano gli si avvicinò, poi parlò con voce ferma.

-Siete solo i primi. La vostra stirpe non vedrà mai la luce

Poi si girò e camminò lentamente. Uno dei leoni si accanì sulla preda staccandogli la testa con un morso. Poi di colpo le statue ripresero il loro posto nella posizione in cui erano sempre state al centro della piazza.

Giuliano ritornò a casa, il padre era già andato a dormire. Entrò nella sua cameretta, chiuse la porta e si buttò sul letto. Si addormentò all’istante, in un sonno senza incubi.

Il mattino successivo si alzò senza alcun ricordo della sera precedente. Il padre stava già facendo colazione mentre al TG parlavano di una carneficina che si era verificata in Piazza dei Martiri. Dopo colazione scese di nuovo in strada, quella mattina non c’era nessuno a rompergli le scatole. Passeggiò per Via Toledo guardando le vetrine dei negozi poi all’improvviso si fermò. Di nuovo quella strana sensazione interiore, di nuovo quella presenza che gli faceva vedere scene di una vita che non era la sua. Portò la mano sul petto, sentì uno strano calore sul lato sinistro. Non ci badò più di tanto, prese a camminare in direzione dei Quartieri Spagnoli, percorse strade strette che non aveva mai attraversato prima di allora. Vicoli bui dove il sole si presenta solo per pochi secondi al giorno e l’oscurità è amica degli affari loschi di certa gente. Giuliano camminava senza sosta fino a trovarsi davanti ad un palazzo. Il portone era chiuso. Posò la mano sulla maniglia e con una forza sovrumana la aprì rompendo la serratura.

Nell’atrio del palazzo c’era una telecamera di sicurezza, attraverso quella un gruppo di persone poteva tenere costantemente sotto controllo l’edificio da malintenzionati e soprattutto dalle forze dell’ordine. Il palazzo era completamente disabitato a parte l’ultimo piano. Lì c’era l’appartamento dove si riunivano gli uomini del clan che comandava quella zona e proprio quella mattina erano tutti presenti per parlare di affari. Quando gli scagnozzi di guardia avvisarono quello che avevano visto nei monitor collegati alle telecamere, tutti si alzarono ed impugnarono le proprie pistole. Si girarono tutti verso la porta ancora chiusa, chiunque fosse arrivato nel palazzo sarebbe passato da quella per entrare. I secondi passavano ma nessuno varcava l’ingresso, erano tutti tesi. Poi, all’improvviso la porta si aprì. Il calcio dato da Giuliano aveva rotto i cardini e la porta volò per la stanza andando a finire contro tre uomini. Gli altri cominciarono a sparare verso l’ombra ancora ferma sotto l’arcata della porta. Ma quell’ombra era immobile e stranamente non cadeva a terra. Quando i caricatori furono scarichi la figura avanzò e tutti la videro. Aveva il corpo di un ragazzo, la maglietta era tutta bucata a causa dei proiettili. Il volto però non apparteneva a qualcosa di umano. Il muso era quello di un ovino, aveva le orecchie a punta e dalla fronte spuntavano due corna a spirale. Non ebbero il tempo di proferire una parola che quell’essere li attaccò con una furia cieca. Con una velocità incredibile caricava con la testa scaraventandoli in aria, ogni volta che le corna si abbattevano su di loro si sentiva un rumore disgustoso di ossa che si rompono. In pochi secondi tutti i malviventi erano a terra. Morti. L’essere li guardò distesi, inermi, poi disse un’unica frase.

-Anche la vostra dinastia è finita

Poi andò mentre andava via da quel luogo i suoi tratti diventarono di nuovo umani. Giuliano ritornò a casa. Tolse la maglietta e la gettò nell’immondizia, poi a torso nudo si guardò allo specchio. Accanto al tatuaggio a forma di leone era presente un altro che rappresentava il profilo di una capra. Fece una doccia, si cambiò e si rimise a letto.

Quando si svegliò era già sera. Si alzò dal letto pensando a cosa fosse successo quella mattina ma i ricordi erano vaghi, solo di una passeggiata per il centro poi più niente. Uscì fuori al balcone per prendere un po’ d’aria. Lo sguardo era rivolto a quei palazzi così vicini tra loro. Sembravano un’unica struttura, non c’era spazio tra un’abitazione e un’altra. Quel paesaggio così caratteristico, così bello eppure così difficile. Lo amava e lo odiava, era la sua casa eppure voleva tanto che fosse diversa. Da lontano si sentivano le parole di una canzone id Pino Daniele, di quelle che provocano emozioni difficili da descrivere. Con il cuore pieno di malinconia rientrò. Pensò a sua madre, come sempre.

Pensò al suo sorriso, alle parole dolci quando aveva paura, al modo tutto suo di tirarlo su. Come quando era chiuso in quella cameretta, chino sui libri illuminati dalla luce della piccola lampada sulla scrivania. In quei momenti entrava sua madre in punta di piedi, senza farsi sentire. Giuliano se ne accorgeva per il profumo del dono che portava. All’improvviso sentiva un buon odore di cioccolato, si girava e la vedeva con in mano una tazza di cioccolata calda. Niente di più bello di quell’immagine, del sorriso di lei che era stata “scoperta” e gli porgeva la tazza ancora fumante. Poi un abbraccio forte, di quelli che riesci a sentire il battito dell’altro, e un bacio sulla fronte. Tutto l’occorrente per riprendere a studiare serenamente. Una carica vitale.

Ora quella stanza sembrava vuota senza lei che entrava. La casa intera sembrava vuota anche se due persone la abitavano. Ma quelle due persone si allontanavano sempre di più, li univa soltanto il dolore per la stessa perdita. Ma a volte anche se il dolore è lo stesso, la rabbia e l’orgoglio possono fare più male. Giuliano sentì di nuovo il rumore della serratura, suo padre era appena rientrato. In silenzio, come sempre. Un uomo invisibile ai suoi occhi solo perché troppo fragile. Il ragazzo rimase chiuso nella sua camera fino alla cena.

Quella sera a tavola il silenzio era rotto solo dalla voce nella TV. Il telegiornale parlava dell’ennesima carneficina, stavolta nel loro quartiere.

“Ancora non sono chiare le dinamiche dell’accaduto. Una decina di morti all’interno dell’appartamento, le vittime erano già note alle forze dell’ordine…”

-Viviamo in un mondo terribile, Giuliano. Storie del genere non dovrebbero sentirsi

-Perché? Erano malviventi, qualcuno ha fatto quello che dovrebbe fare la polizia

-Non dire così. Non è con la violenza che si risolve tutto

-Ah, no? E con cosa allora? Restandosene zitti? O meglio, denunciandoli? Poi così ogni giorno non puoi uscire di casa perché ti stanno aspettando e fai tu quella fine

-Non hai torto, ma il nocciolo della questione è uno solo. Finché lo faranno in pochi non servirà a nulla. Finché ci sarà sempre paura di certa gente loro vinceranno sempre

-E come si fa a dare coraggio alle persone per bene? E’ impossibile papà. Forse serve mettere loro paura come loro ne mettono a noi. Forse quello che sta succedendo ora serve più di ogni iniziativa pacifica

-Non lo so Giuliano. So solo che lì fuori sembra sempre più pericoloso. Quando abbiamo pensato di mettere al mondo un figlio sapevamo che Napoli era una città difficile, ma ora le cose sembrano peggiorare. Quando io e…

-Su, dillo. Non fermarti

-Ok. Quando io e tua madre ti abbiamo avuto con noi parlavamo spesso di questo. Di come avremmo dovuto essere dei bravi genitori per darti il buon esempio. Non avremmo permesso che nostro figlio diventasse cattivo. Ora ti sento parlare in questo modo e penso che magari abbiamo sbagliato. O forse sono solo io che ho sbagliato. Da solo è difficile

Poi abbassò la testa per non farsi vedere piangere. Giuliano non poteva non provare tenerezza per lui. Non era facile portare avanti una famiglia senza una donna forte come era sua madre. Voleva tirarlo su di morale ma non trovava la forza di abbracciarlo. L’ultima volta forse era stato proprio ai funerali della madre.

-Non fare così. Guarda che io sono contro quei delinquenti. Sono contro il loro fare da presuntuosi, i loro modi da padroni del mondo. E’ solo che, non so, a volte vorrei che non esistessero più. Dai, sparecchio io, tu vai a riposarti sul divano

-Grazie Giuliano

Era la conversazione più lunga che avevano avuto da mesi, per la prima volta suo padre aveva tolto la sua armatura fatta di silenzio e paura e si era mostrato per com’era. Giuliano gli diede una mano in cucina mentre il padre si andò a sedere sul divano facendo zapping. Si distese e nel silenzio di quelle pareti si addormentò. Il ragazzo gli passò vicino e se ne accorse. Vedendolo così gli veniva in mente il ricordo di quando era piccolo, suo padre faceva finta di dormire poi quando lui si avvicinava spalancava gli occhi e lo faceva ridere. Chissà perché proprio quella sera riusciva a ricordare momenti passati con lui, di solito gli venivano in mente solo quelli passati con la madre. Stava per andare di nuovo nella sua camera quando si fermò. Di nuovo quel bruciore al petto. Andò in bagno e rimase a torso nudo, vicino ai due tatuaggi se ne stava formando un altro. Un altro cerchio, all’interno una testa di serpente. Fissò il suo sguardo nello specchio, poi sorrise.

-Certo, ne manca ancora uno

Senza fare rumore uscì di casa. Arrivò in strada e alzò lo sguardo. La voce interiore gli parlò ancora, gli indicava la strada da percorrere.

-Va bene. Stavolta ce ne sarà uno solo, ma non sarà meno doloroso

L’oscurità dei vicoli lo aiutava, camminava senza dare nell’occhio verso la sua destinazione. Si fermò quando arrivò davanti ad una saracinesca abbassata, lui sapeva chi si trovava dall’altro lato.

Nel garage c’era un solo uomo, aveva appena parcheggiato l’auto e stava per rientrare a casa. Agli occhi di tutti poteva sembrare una persona qualunque, in realtà nascondeva un segreto. Era un ricettatore. Ogni giorno incontrava i suoi “clienti” e faceva affari sugli oggetti rubati. Di solito erano piccoli ladri disposti a prendere qualsiasi cosa pur di farsi pagare il minimo per una dose di droga. Alcune volte ci guadagnava parecchio, gli capitavano sotto mano delle reliquie di grande valore pagate pochi spiccioli. Quella sua attività era però nascosta al pubblico come a sua moglie, durante il giorno lavorava all’interno di una piccola bottega di detersivi. La sera invece di solito faceva i suoi veri affari. Quella sera stava proprio rincasando da un appuntamento con uno dei peggiori ladri quando sentì dei rumori. Qualcuno stava battendo le mani sulla saracinesca. Si allarmò ma riuscì a tenere il sangue freddo.

-Chi è? Che volete?

I rumori continuavano nella stessa cadenza.

-Ma chi è? ‘A vuò f’rnì?

Nessun effetto, chiunque lo stesse provocando non la smetteva.

-Devo aprire? Devo venire fuori e farti male?

Finalmente dall’altro lato il rumore era cessato. L’uomo stava compiacendosi della sua vittoria quando sentì un rumore di ferro che si piega. Con sgomento vide che la saracinesca si stava alzando, dall’altro lato qualcuno la stava forzando con le sole mani. Stava per andare incontro a quello che sembrava un ragazzino quando questo alzò la mano per fermarlo. L’uomo si bloccò, ma non per il comando che gli era stato imposto. Si bloccò nel momento in cui vide qualcosa uscire fuori dalle maniche della maglia di quel ragazzo. Qualcosa strisciò fuori. Uno, due, decine di serpenti fuoriusciti dalla manica di Giuliano cadevano a terra e si dirigevano verso la loro preda. L’uomo cercò di mettersi in salvo all’interno dell’auto ma gli animali erano troppo veloci e subito gli bloccarono i piedi. Mentre alcuni stringevano le caviglie altri salivano lungo le gambe e mordevano ogni parte del suo corpo. Il veleno penetrava velocemente nelle sue vene, era bloccato e non poteva più muoversi. Il suo corpo si deformava sotto la stretta nelle spire dei serpenti. Morì nel silenzio più assoluto, i serpenti lo lasciarono e guardarono il loro padrone in attesa di un suo comando.

-Avete ragione. Lui non era l’ultimo della sua stirpe. Salite e fate quello che dovete fare

I serpenti si voltarono e si infilarono sotto una porta chiusa. Salirono le scale ed arrivarono all’appartamento dove abitava l’uomo. Strisciarono fino in camera da letto, c’era una donna che dormiva. Non si accorse di cosa stava succedendo. Gli animali la uccisero all’istante mordendola su tutto il corpo. Specialmente su quella pancia più pronunciata che raccoglieva una nuova vita.

Giuliano attese in silenzio che si compì l’ultimo sacrificio. I serpenti tornarono da dove erano usciti. Nel silenzio della notte il ragazzo camminò fino a casa in uno stato di trance. Quando aprì la porta c’era suo padre ad attenderlo. Sul volto una maschera di preoccupazione.

-Dove sei stato Giuliano? Mi sono addormentato sul divano e quando mi sono svegliato non c’eri. Rispondimi, ti prego

-Papà io…

-Dimmi amore della mia vita. Puoi parlare apertamente. Non sono arrabbiato con te, sono preoccupato e voglio solo aiutarti

-Papà, io non lo so. Non so dov’ero

-Ok, va bene. Ora sei qui, va tutto bene

-Ti prego papà, abbracciami. Abbracciami forte perché non so più cosa si prova

Il padre non se lo fece ripetere due volte. Prese il figlio e lo strinse tra le braccia. Piangevano entrambi ma questa volta l’uno sulla spalla dell’altro. Quella sera si sentirono più uniti, fu l’inizio della loro riappacificazione.

Quella sera Giuliano fece una doccia per togliersi di dosso i brutti pensieri. Non era come per le altre volte, non piangeva e non era triste. Aveva una sensazione di soddisfazione che gli dava piacere. Uscì dalla doccia, pulì con la mano il vetro appannato dello specchio e si guardò. Aveva delle piccole macchie rosse sul petto, nient’altro. I tatuaggi erano spariti così come il ricordo di averli avuti in quei due giorni.

9 Luglio 2007

Era un sabato mattina ma Vincenzo si alzò presto con un unico pensiero in testa: l’esame di Fisica 2. Era previsto per il lunedì successivo ed era preoccupatissimo. Non perché non avesse studiato, quello lo aveva fatto dall’inizio del corso cercando di stare al passo con il programma. Una volta finiti i corsi si era imposto le sue otto ore di studio al giorno senza sosta. Quello che preoccupava Vincenzo era l’approccio del professore. Rispetto agli altri docenti, al professor Gargiulo piaceva cambiare la modalità di esame ogni volta. Prima scritto e orale, poi solo scritto, poi solo orale, poi scritto ma con domande preventive di Fisica 1, e così via. Tutti gli studenti erano soliti dire che il professore sceglieva la modalità di esame il giorno stesso, in base all’umore con cui si svegliava. Era naturale che quel corso avesse il maggior numero di bocciati, lo stesso Vincenzo se l’era portato appresso finché non era diventato propedeutico per altri esami del semestre successivo.

Era diventato il suo incubo e se quella sessione non fosse riuscito a prenderlo sarebbero stati guai. Prima di tutto perché era Luglio, quindi la sessione successiva sarebbe stata a Settembre e l’estate l’avrebbe passata interamente a studiare. E poi perché i suoi genitori gli avevano dato un ultimatum, altrimenti non sarebbe andato in vacanza con i suoi amici. Un motivo più che valido per sacrificare il futile divertimento di Luglio. Doveva a tutti i costi superare quell’esame in modo da partire per la Grecia senza alcun pensiero.

Quel sabato non faceva eccezione, per quel motivo la sveglia era settata sempre alle 8:30 e dalle 9 alle 13 avrebbe ripetuto una parte del programma prima di pranzare. Dopo le prime due ore di studio però arrivò la prima distrazione. Bussò alla porta della sua camera Angelo, il suo amico di corso.

-Permesso. Come va Vinc?

-Che ci fai tu qui?

-Ho bussato alla porta e tua madre mi ha aperto. Sono venuto a farti visita, non sei contento?

Sì, scusa. Probabilmente non ho sentito il campanello. Certo che mi fa piacere. Siediti pure

Angelo si sedette sul letto. Visto che il suo amico riabbassò lo sguardo sui libri, decise di rialzarsi per andare ad accendere la PlayStation.

-No, ti prego. Niente distrazioni, lunedì è il grande giorno

-Fisica 2, vero?

Vincenzo annuì. Angelo aveva passato l’esame di Fisica 2 al primo appello, nessuno ancora sapeva spiegare la ragione di quello strano fenomeno.

-Te l’ho detto, tu sei già preparato. Il resto è solo culo. Il professore come si sveglia sceglie la modalità di esame. E’ solo una questione di probabilità. Anche se continui a studiare l’esito non è comunque certo

-Grazie delle belle parole. Ora sì che vedo tutto più rosa

-Ma dai, hai capito cosa intendo. Sei già preparato, punto. Forse devi solo essere più furbo lunedì e riuscire a fregarlo tu. E’ solo un bastardo, lo sanno tutti

-Eccome se lo è. Il problema è farlo capire ai miei. Hai capito che se stavolta non lo supero non ci vengo con voi altri a Corfù?

-Hai ragione. Ma non devi abbatterti. E che ci sto a fare io qui? Proprio a fare in modo che tu non ti abbatta inutilmente. Ti devo far vedere una cosa

Angelo si avvicinò alla sedia accanto a Vincenzo e girò il monitor del pc verso di lui. Aprì Skype e si loggò con le sue credenziali, poi girò lo schermo di nuovo in direzione dell’amico.

-Leggi qui, si chiama Carmy87. Ci siamo scambiati due chiacchiere da quasi un mese. E’ di Napoli, zona flegrea. Vedi l’immagine, che te ne pare?

Vincenzo si avvicinò allo schermo per vedere meglio il piccolo avatar di fianco al nickname. Effettivamente sembrava proprio una bella ragazza. Se era vero che era dell’87 aveva venti anni, quasi una loro coetanea.

-Carina, vero? Finora non ci siamo ancora visti perché lei è impegnata con un esame e io, come tu ben sai, non saprei come raggiungerla se non con i mezzi pubblici. Sai com’è, vorrei evitare di dirle “sai, sono uno sfigato che non ha la macchina, ti passo a prendere un pomeriggio così poi ti riaccompagno prima dell’ultima metro?”

Il ragionamento non faceva una piega ma Vincenzo non sapeva dove Angelo volesse andare a parare.

-Capito. Questa ragazza ti piace e prima o poi la incontrerai, ma quindi?

-Quindi entri in gioco tu. Se non sbaglio tuo padre ti permette di usare la sua auto il fine settimana. Stasera potremmo…

-Ti blocco già prima di concludere la frase. Non se ne parla. Niente distrazioni. Se anche dovesse andare male l’esame i miei devono sapere che ce l’ho messa tutta. Non posso deluderli

-Ma non li deluderai, te lo dico io. E poi fammi finire. Stasera gli amici di Carmy daranno una festa sulla spiaggia. Un loro amico è proprietario di un lido e organizzano un party privato. Mi ha invitato ma io le ho detto che vado solo se con me viene il mio più caro amico. E chi è il mio più caro amico?

Vincenzo sorrise. Un po’ per la lusinga un po’ perché Angelo aveva ragione su tutta la linea. Non si deve solo studiare, bisogna anche capire quando fermarsi e svagarsi un po’. E dopo settimane di studio ininterrotto gli serviva proprio una serata in allegria.

-Non so Angelo. Come lo dico ai miei?

-Non devi dirlo tu, lo dico io. Ho già pronto un discorsetto per dopo, mi fermo da voi a pranzo. Inizia a pensare a come vestirti stasera che non dobbiamo fare brutte figure!

Andò tutto secondo i piani di Angelo. Rimase a pranzo dall’amico e riuscì a convincere i suoi genitori che l’uscita di quella sera non avrebbe compromesso lo studio per l’esame. Il pomeriggio ripeterono insieme il programma poi si salutarono per darsi appuntamento per la serata. Vincenzo passò a prendere l’amico per le 21 con l’Opel Corsa del padre. Il serbatoio era pieno, il portafoglio meno, ma le speranze per quella serata erano alle stelle. Era molto presto per una serata in discoteca ma non poteva far vedere ai suoi genitori che usciva già tardi da casa. 

-Eccoci qui, dove andiamo?

-Il lido è dalle parti di Miseno, però ora è ancora presto. Fermiamoci a mangiare una cosa in giro

Si avvicinarono al litorale e trovarono un McDonald. Si fermarono per cenare con un panino, patatine e Coca Cola. Era una bella serata non troppo afosa, i due amici passarono del tempo ricordando gli episodi divertenti all’università. Dai professori troppo “cazzimmosi”, alle pause richieste per pietà dopo ore di spiegazioni che fondevano il cervello, ai tic inspiegabili di alcuni docenti forse impazziti, alla poca presenza femminile. Tutti argomenti leggeri che legavano i due ad un’amicizia sincera. Ed ora erano lì, seduti a mangiare e fantasticare sulla serata che li stava aspettando.

-Quindi tu dici che andiamo sul sicuro?

-Ma certo, Vinc! Ci ha invitati stasera, secondo te che interesse aveva a farci venire qui? Ho chiesto se aveva un’amica carina e lei mi ha assicurato che ne aveva tante e tutte belle come lei

-Non so, mi sembra tutto troppo facile. Non è che finisce come in quella canzone degli 883?

-Con le pive nel sacco dici? Ma va! Il tuo problema è che sei troppo pessimista. Per una volta che ci capita una buona occasione tu non sai riconoscerla. Dai retta a me, rilassati e goditi la serata

-Ok, va bene. Però la cena la paghi tu, io ho messo la macchina

-Se, se. Perché il pieno lo hai pagato tu. Tieni, pezzente

Uscirono ridendo dal fast food per rimettersi in auto. Raggiunsero in pochi minuti la destinazione. L’entrata del lido per loro era un portale verso un modo diverso dal loro. Niente di nerd, niente di istruttivo o scocciante, solo puro divertimento. Avevano lasciato a casa gli abiti da sfigati per mostrarsi sicuri e intraprendenti come non lo erano mai stati. Il buttafuori era un omone così grosso che poteva essere visto da chilometri di distanza. Si avvicinarono e chiesero di entrare ma li bloccò subito, senza un invito stampato non era possibile accedere. Evitarono di discutere ma Angelo chiamò al cellulare la sua amica per spiegare l’accaduto. Dopo pochi minuti lei si presentò all’ingresso e parlò nell’orecchio con il buttafuori che li fece passare senza però cambiare l’espressione da duro.

-Benvenuti ragazzi! Vi stavamo aspettando. Ciao Angelo, finalmente ci vediamo di persona. E tu devi essere Vincenzo, corretto?

-Sì, ciao

-Ciao! Ragazzi scusatemi ancora per prima. Ho dimenticato di dirvi che serviva il biglietto di ingresso e dato che non ci siamo mai visti di persona non ho potuto darvelo

-Non ti preoccupare, l’importante è che ora siamo qui. Facci strada

-Ma certo, venite che vi porto al bancone dell’angolo bar. Consumazioni infinite per tutti!

Li prese per mano e li portò in giro per il locale. Il freddo delle sue mani contrastava con l’afa che stava prendendo piede nella sala chiusa. Dalla sala si spostarono all’esterno dove era stata costruita una pista da ballo con delle assi di legno sulla sabbia. Il panorama era da mozzare il fiato, sulla sinistra spiccava l’Isola Pennata mentre sulla destra faceva da sfondo il monte della penisola di Miseno. Una luna bellissima illuminava tutta la spiaggia. Vincenzo pensò che l’idea di Angelo era stata magnifica, doveva a lui tutto quello e si sentiva bene. Almeno per quella serata non sarebbe stato angosciato dal pensiero del professor Gargiulo.

-Visto Vincenzo? Era proprio come ce l’aspettavamo. Tantissimi ragazzi e ragazze ed una serata perfetta per divertirsi

-Hai proprio ragione. Ma dov’è Carmy?

-Si è allontanata per andare a chiamare delle amiche da presentarci. Comunque dal vivo sembra ancora più bella che in foto. Dici che devo aspettare ancora per dirglielo?

-Ma come? Tu che chiedi a me un consiglio sulle ragazze? Lo sai io come ragiono, per me meglio chiarire subito se ci sono delle intenzioni così non rischi di rimanere male

-Forse hai ragione tu, ma lei è proprio bella. E qui conosce tutti. Mi sento un po’ perso

-E poi quello che pensa negativo sono io? Dai, non ci pensare. Eccola che arriva

La ragazza arrivò insieme a tre sue amiche.

-Vi state divertendo ragazzi? Vi presento le mie tre amiche più intime. Betta, Ily e Margherita. Ragazze, loro sono quelli di cui vi parlavo prima, Angelo e Vincenzo

Le ragazze si guardarono tra di loro sorridendo e ammiccandosi. I due ragazzi si sentirono un po’ fuori luogo.

-Quindi sono loro che sono venuti per il buffet?

-Sì ragazze. Però così potrebbe sembrare offensivo. Ragazzi dovete sapere che noi chiamiamo così quelli che non fanno parte della nostra cerchia. Quelli che sono invitati da noi, ecco. Ma non vi dovete sentire estranei, ora siete con noi

In quel momento il volume della musica aumentò e le ragazze iniziarono a ballare intorno ai due ragazzi. Anche loro si fecero trasportare dal ritmo di una canzone techno. Il volume alto li isolava completamente da ogni altro suono. Ballavano ad un ritmo frenetico mentre le ragazze li stuzzicavano. Avevano la loro totale attenzione, non c’erano più i pensieri tristi o ansiosi ma solo la voglia di passare una serata diversa. Forse a causa dell’alcool o forse per un eccessivo slancio di sicurezza Vincenzo provò ad attaccare con una delle ragazze, Betta. Aveva i capelli rossi e lui aveva avuto sempre un debole per le rosse. Si avvicinò al suo orecchio e cominciò a parlare ad alta voce per farsi sentire.

-Bello qui, come lo conoscete questo posto?

-Come? Non ti sento

-Dicevo… Senti, ti va se ci allontaniamo un po’ per parlare. Con tutta questa musica non riusciamo a dirci due parole

-Va bene

Si allontanarono per avvicinarsi al bar e prendere due birre. La musica era ancora assordante quindi Vincenzo decise di spostarsi oltre le pedane in legno. Si tolsero le scarpe per poter camminare sulla sabbia. Dal mare arrivava un po’ d’aria fresca.

-Bello qui, mi piace molto. Come conoscete questo posto?

-E’ di uno dei nostri. Lo ha rilevato qualche anno fa. Organizziamo regolarmente delle feste qui

-Davvero bello. Poi è proprio sul mare, molto suggestivo. Mi piace tanto passeggiare sulla spiaggia. A te?

-Sì, anche a me. Però di giorno fa troppo caldo. Il sole mi uccide

-Anche a me! Io d’estate non uscirei mai di giorno

-Ti capisco

Betta partecipava alla discussione ma sembrava quasi assente, come se avesse qualcos’altro in testa o meglio ancora come se stesse aspettando qualcosa. Vincenzo se ne accorse e provò a rimediare.

-Scusa se ti ho portato qui, forse volevi stare con le tue amiche a ballare

-Ma no, figurati. nessun problema. Abbiamo tutto il tempo dopo. Mi fa piacere stare un po’ qui

Vincenzo le si avvicinò, lei sembrava quasi tremare. Con una mano si toccò l’altro braccio in un gesto frenetico.

-Sai, a Vincenzo piace molto Carmela. Non fa che parlare di lei da stamattina. Se non fosse stato per questo suo invaghimento non sarei qui

-Carmela?

Lo sguardo sorpreso di Betta non quadrava.

-Carmela, la tua amica. Carmy87

-Ah, sì. Carmy. Scusa

Stava per dire qualcosa quando sentirono il volume della musica abbassarsi di colpo. Lo speaker annunciò in maniera plateale l’ingresso del proprietario del lido. L’espressione di Betta cambiò rapidamente in una gioia forsennata. Sembrava proprio che non aspettasse altro.

-Eccolo, dobbiamo ritornare sulla pista. Muoviamoci

Quel poco di atmosfera romantica che si stava creando fu infranta di colpo da quella presentazione. Vincenzo non era per nulla entusiasta di quella situazione, non voleva ritornare per vedere l’entrata di questo tizio. Avrebbe voluto soltanto rimanere ancora un po’ sulla spiaggia con Betta. Parlare, chiederle il numero di telefono, immaginare di risentirla.

Controvoglia ritornò in sala inseguendo la ragazza che correva davanti a lui. Con lo sguardo cercò Angelo, probabilmente era ancora circondato dalle altre ragazze a sballarsi. Lo speaker aspettò che la folla si fosse ammassata sulla pista per riprendere la presentazione. Uno spettacolo di luci e suoni accompagnò l’ingresso del fantomatico proprietario del locale. Era un uomo di bell’aspetto, vestito con un abito completamente bianco, camicia rossa e cravatta nera. Quando arrivò sulla pista la folla si aprì in un tripudio di applausi ed urla. Lui camminava fiero, compiacendosi di quell’ovazione. La cosa infastidì non poco Vincenzo, forse l’unica voce fuori dal coro a non applaudire. L’uomo arrivò alla console e prese il microfono. La sua voce ammutolì tutti i presenti.

-Buonasera a voi amici miei. Anche questa sera ci ritroviamo tutti qui a festeggiare e banchettare insieme. Sempre più numerosi

Tutti guardavano affascinati quell’uomo, Vincenzo non sapeva ancora dare una spiegazione a tutto ciò.

-Prima di aprire il nostro buffet rinnoviamo le nostre usanze. Dove sono le nostre care sorelle? Ah, eccole. Vi prego di portare qui i nostri nuovi adepti

Quelle parole erano incomprensibili. Forse si trattava di una sorta di società segreta? Una massoneria moderna che richiedeva il suo rito di iniziazione. Tante domande riempivano la testa di Vincenzo finché non si sentì toccare la mano. Era Betta, che gli stava prendendo la mano destra per poi tirarlo a sé.

-Vieni, ti stiamo aspettando

Vincenzo non si tirò indietro. Quella ragazza lo stava accompagnando proprio sul palco. Proprio di fianco a quell’uomo così misterioso.

-Eccoli, sono loro i nostri nuovi fratelli? Bene. Voi potete stare qui. Sorelle provvedete voi a tenerli fermi mentre io apro le danze

Passò il microfono al DJ che lo prese prontamente, poi si diresse in avanti ed aprì le braccia. In quel silenzio quasi tombale la sua voce naturale tuonò tutta intorno.

-Che il banchetto cominci!

Il DJ fece ripartire la musica ad un volume alto. All’improvviso la maggior parte dei presenti in sala trasfigurò in volto. Sembrava che le loro facce, che prima erano marcate da una strana estasi, ora fossero coperte da una maschera. Una maschera immonda. Le bocche si aprirono e mostrarono dei denti aguzzi. Subito ognuno di quei mostri prese ad azzannare il proprio vicino di posto. Vincenzo in un primo momento pensava si trattasse di una messinscena, o forse era solo l’effetto dell’alcool ed era stanco. Purtroppo per lui non si trattava di una recita. La musica non riusciva a coprire quei suoni terrificanti. Le urla delle vittime attaccate, il ringhio di quelle persone che avevano perso ogni tratto umano. Uomini e donne, non c’era differenza. I loro volti, i loro movimenti non nascondevano la fame che li impossessava. Azzannavano gli altri, dilaniavano le loro carni per divorarle. Quella mattanza aveva un solo scopo, era la loro cena.

Vincenzo si riprese dallo shock iniziale e tentò di muoversi per fuggire. Non riuscì a scostarsi di un millimetro. Si girò e vide dietro di lui Betta, la sua presa lo bloccava in maniera serrata.

-Perchè? Perché fate questo?

-Per un motivo semplice. Abbiamo fame e dobbiamo mangiare

-Ma è una follia. Siete pazzi!

-Pazzi dici? Non devi disperarti, tra poco sarai uno di noi. Anche tu capirai cosa significa essere superiori. Gli umani sono solo il nostro cibo

Vincenzo era incredulo. Da un lato quello spettacolo orrendo, dall’altro lo sguardo serio di Betta, che parlava in modo freddo senza perdere la sua bellezza. Si avvicinò a lui per parlargli sottovoce.

-Non sei contento? Ti ho scelto io, ti ho salvato io da una morte certa, dovresti essermi riconoscente. Tra non molto potrò renderti un essere perfetto

Era una situazione al limite dell’assurdo. Vincenzo non aveva scampo.

All’improvviso però una delle vittime corse in direzione del palco. In preda alla follia si gettò proprio addosso a Betta, che mollò la presa un secondo per uccidere la ragazza. Vincenzo ne approfittò e fece uno scatto in avanti. si riversò all’interno della pista per cercare una via di fuga. Sentiva la voce di Betta alle sue spalle che lo malediceva. Scivolò più volte sulle assi di legno, ormai totalmente ricoperte di sangue. Arrivò accanto al bancone del bar, si alzò con l’aiuto di uno sgabello ma quando alzò lo sguardo i suoi occhi incrociarono quelli di Betta. Era proprio davanti a lui, sentiva il suo alito freddo sul volto.

-Non scappi caro mio. Ti ho scelto io e rimarrai con me

Fu a quel punto che Vincenzo tirò fuori tutto il suo coraggio. Mentre lei parlava prese una bottiglia di spumante dal bancone e gliela scaraventò sul mento. La bottiglia si ruppe alla base mentre Betta rimase ferma, soltanto la testa si girò di lato. Quando riportò di nuovo lo sguardo in avanti, Vincenzo vide che la sua mascella era slogata le pendeva dal viso. Anche in quelle condizioni non poteva fare a meno di vedere un sorriso. Stava per essere attaccato a sua volta quando il ragazzo inferse un altro colpo, stavolta fatale. La bottiglia rotta tagliò l’aria andando a lacerare di netto il collo di Betta. La ragazza cadde in ginocchio portandosi le mani alla gola mentre un fiotto scuro cadeva a terra. Vincenzo rimase di stucco vedendo quella scena, non riusciva a credere di essere stato più veloce di lei e di averla sconfitta.

Si riprese subito dopo sentendo l’urlo disperato delle altre ragazze che aveva conosciuto quella sera. Probabilmente avevano percepito la morte della loro compagna e volevano vendicarsi. Pensò che all’ingresso ci fosse ancora il buttafuori, da solo non sarebbe stato in grado di metterlo KO. Cominciò quindi a cercare in giro Angelo, in tutta quella confusione aveva quasi dimenticato il suo grande amico. Cercò in giro mentre il cuore gli batteva forte finché lo vide a terra. Si avvicinò a lui ma si accorse subito che quella che aveva davanti agli occhi era solo la metà superiore del suo compagno. Probabilmente avevano divorato il resto lasciando lì a terra un boccone troppo grande. Il mondo gli cadde addosso, voleva piangere.

-Ora capisci che è inutile?

Si girò, dietro di lui c’era l’uomo responsabile di quell’incubo.

-Hai ucciso Elisabetta, una delle mie spose preferite. Ma per questo non ti odio, lei aveva scelto te e ora hai il dovere di portare avanti la sua memoria

In quelle parole non c’era odio, né risentimento. C’era quasi conforto, come un padre che accoglie di nuovo il suo figliol prodigo nella casa per dargli riparo.

-Vieni qui, ti stanno aspettando tutti

Vincenzo fece cadere dalla mano la bottiglia di spumante rotta. Forse uno strano potere ammaliatore o forse solo la consapevolezza di essere troppo debole per pensare di salvarsi. Si avvicinò all’uomo ed insieme ritornarono sul piccolo palco. Lo circondava uno scenario infernale, carcasse e brandelli di carne ovunque. Sangue per terra e su ogni parete, le mosche cominciavano a girare intorno attirate da quell’odore nauseabondo.

-Fratelli, stasera abbiamo perso una nostra sorella, la nostra amata Elisabetta. Non dobbiamo rammaricarci però. Oggi saremo ancora più numerosi di prima. Al suo posto avremo nuovi fratelli e sorelle. Ecco qui Vincenzo. Prego, Carmilla, vieni e offri il tuo dono a lui

Carmy si diresse lentamente vicino a Vincenzo. Il suo sguardo pieno di rabbia faceva intendere che quella non era la scelta che avrebbe fatto. Si piegò comunque alle decisioni del suo padrone. Nel buio spettrale della sala affondò i suoi canini nel collo del ragazzo, dolcemente, senza fargli male. Vincenzo sentì solo un leggero calore quando la ragazza succhiò un po’ del suo sangue. Chiuse gli occhi e quando li riaprì era diventato qualcosa di totalmente diverso.

2 Luglio 2015

Una notte come le altre, cena frugale a base di proteine e verdure poi un caffè amaro. Mentre mangio guardo un po’ di televisione, al telegiornale danno le solite notizie quindi cerco di cambiare canale altrimenti mi passa l’appetito. Qualche film già visto, programmi-spazzatura, pubblicità. Spengo, non ne vale la pena di passare altro tempo solo facendo zapping. Nel frattempo finisco di cenare. Sparecchio in fretta in modo da liberare velocemente il tavolo. Vado nell’altra stanza e prendo il mio notebook, ho aspettato tutta la giornata quel momento.

L’avvio non è dei più veloci, una volta acceso avvio i soliti programmi, poi il browser. Mi collego al sito di incontri che visito da un po’ di tempo. Inserisco le credenziali manualmente.

user: bocciolodirosa95

pass: aYxRpfg!w*WF

Appena mi collego vado nella sezione messaggi, solo oggi ne ho 45 nuovi. Per la maggior parte si tratta di utenti che non conosco, qualcuno che vedendo le mie foto nel profilo decide di contattarmi. Li cestino tutti, non è con loro che voglio chattare. Solo due messaggi sono quelli che mi interessano e sono dello stesso mittente.

ore 10:32 – Ciao Bocciolo mio, stamattina ti penso da morire. Sto riguardando le tue foto, come sei bella. Stasera ci sentiamo? Ho voglia di parlare con te.

ore 18:09 – Ciao, sono ancora io. Che ne dici se una di queste sere ci vediamo? Inizio a scrivertelo ora così ci pensi un po’ su. A stasera.

Erano i messaggi che aspettavo. L’utente si chiama IntroversoCronico, sto chattando con lui da pochi giorni ma già ho un’idea di che tipo sia. Dal profilo sembra il classico intellettuale di nicchia, passione per i libri e la buona cucina. Nelle foto ostenta sicurezza e una bellezza fuori dal normale.

Faccio una ricerca nei profili, lui è online ma non lo contatto ancora. Lo faccio aspettare un po’, non serve avere fretta in queste cose. Già me lo vedo che osserva il pallino verde accanto al mio nickname e si sta domandando perché non gli ho ancora parlato. Passa qualche minuto poi lo contatto.

-Ciao! Come va?

-Ciao Bocciolo! A me bene, a te?

-Bene, grazie. Che fai?

-Niente di che, un po’ di cazzeggio in rete

Certo, come no. Fino a qualche minuto fa eri rosso come un peperone mentre esplodevi al pensiero che non saresti stato contattato.

-Mi fa piacere

-Hai letto il mio messaggio? Che ne pensi?

Giochiamocela bene.

-No, quale messaggio?

-Ti ho scritto oggi pomeriggio un messaggio personale. Pensavo, ora che ci stiamo conoscendo meglio, che ne dici di vederci di persona?

-Non so, chattiamo solo da qualche giorno. Non pensi sia affrettato?

-Ma no! Dai, andiamo a bere qualcosa insieme, chiacchierare di persona è più interessante

-Guarda mi prendi alla sprovvista… A me piace chattare proprio perché è più facile che parlare di persona. Poi magari ci vediamo e non ti piace più parlare con me

-Ma scherzi? Non devi avere timore. anche per me è strano, ma parlando con te ho capito che siamo simili, noi due. Non può essere un caso che io ti abbia incontrata su questo sito. Dai, dimmi di sì

Faccio passare qualche minuto per cucinarmelo un po’, è il minimo.

-Ok, va bene. Ma poi non dire che non ti ho avvisato quando mi vedrai e dirai che sono brutta

-Tu?? Brutta??? Se sei bella solo la metà delle foto che hai sul profilo allora sappi che non ne ho mai viste di ragazze belle come te

Frase scontata, me l’aspettavo. Ho scelto proprio bene le foto da inserire su questo sito, non c’è che dire.

-Ma dai, così mi fai arrossire… Ok, mi hai convinto. Quando ci vediamo?

-Stasera è troppo tardi per te?

-Direi di sì, tra poco vado a nanna perché domani si comincia presto

-Ok, ok, non insisto. Domani allora?

-Vada per domani!

-Perfetto! Dove ci vediamo? Conosco un lounge dalle mie parti che ti piacerà di sicuro! E’ un caffè letterario moderno, l’ideale per chi come noi è appassionato di lettura

-Va benissimo, dove si trova?

-Zona Vomero. Vediamoci lì vicino, io abito in un viale vicino alla metropolitana di Quattro Giornate, potremmo vederci giù da me così facciamo due passi e andiamo insieme

-Ok, mi piace. Mandami le coordinate così ci vediamo da te

-Perfetto! Mi dai anche il tuo numero di telefono? Nel caso dovessi contattarti

-Facciamo così, dammi il tuo. Ti chiamo appena sono in zona. alle nove va bene?

-Va benissimo. A domani allora

-A domani

-Non vedo l’ora che sia domani, ho una gran voglia di vederti

Non rispondo. Chiudo la chat e disconnetto l’account. Mi rilasso sulla sedia, stendo le braccia in alto e porto la testa indietro. Ho lanciato l’amo e il pesce ha abboccato, ora viene la parte più difficile. Ora bisogna far attenzione a tutto, se si tira troppo la lenza finisce per spezzarsi, se la si tira poco il pesce scappa. Chiudo gli occhi, i pensieri sono troppi nella mente ed ho bisogno di riposare. Una bella dormita mi farà schiarire le idee. Spengo il notebook e vado a letto.

Il giorno dopo mi sveglio con un solo pensiero in testa, ma dovrò aspettare ancora molte ore prima di realizzare il mio desiderio. La mattinata scorre tranquilla, vado al lavoro come ogni mattina. Incontro la gente per strada, saluto i conoscenti, sorrido. Nella mia testa però c’è un solo ed unico pensiero ed è quello che mi aspetta per la serata.

A fine giornata rientro a casa. Inizia a farsi sentire un po’ di stanchezza, ho bisogno di un caffè. Preparo la moka con lentezza, da anni ho imparato ad assaporare quei momenti. Preferisco fare con lentezza. Pulire la moka, versare l’acqua, caricare il caffè macinato nel filtro, chiudere con forza. Tutti passi che un tempo erano meccanici, ora sono quasi una catarsi. La mente si sgombera, i pensieri lasciano spazio al vuoto. E’ la mia personale cerimonia del the, rivisitata.

Poi la macchinetta comincia a fischiare, spengo il fuoco del piano cottura e lascio che l’aroma mi entri nelle narici salendo fino al cervello. Verso il nettare nero in una tazzina di ceramica ed aspetto pochi secondi che si raffreddi. Poi mi sposto fuori al terrazzo, il mio posto preferito. Sorseggio il mio caffè mentre guardo il cielo che lentamente diventa scuro. Le luci intorno iniziano già ad accendersi, davanti a me quello scorcio di Napoli si mostra in tutta la sua bellezza.

Vedo i terrazzi semivuoti, qualcuno sta innaffiando le piante arse dal caldo di una giornata estiva. Vedo le finestre aperte dei palazzi di fronte. Mi domando sempre chi c’è dietro quelle finestre. Magari persone sole, chi a fine giornata un po’ muore ed aspetta il giorno successivo per rinascere. Magari famiglie numerose ma che non sono altro che estranei sotto lo stesso tetto. Intorno fa ancora caldo. Ecco, il caldo è l’unico fattore comune a tutti. Che tu sia solo, in compagnia, triste, allegro, disperato, dovrai sempre fare i conti con il caldo. Forse ti sentirai meglio a pensare che chiunque in quel momento sta sentendo caldo e soffre come te.

Ritorno all’interno, è il momento di mettere insieme le idee e prepararsi. Metto la borsa sul letto mentre apro l’armadio e scelgo i vestiti da mettermi. In realtà sono i soliti quando vado a quel tipo di appuntamento. Inizio a preparare la borsa, la parte più delicata. Qualcosa c’è già nella camera, poi vado in bagno e finisco di riempirla. Sono operazioni delicate, non devo dimenticare nulla, ma con il tempo ho acquistato una certa dimestichezza. Pochi minuti ed ho finito, ora posso scendere e andare in auto. Imposto la destinazione sul navigatore.

Per strada c’è parecchia gente, la maggior parte giovani. Bella la vita da studente, l’estate dura mesi, non poche settimane. Vedo le facce dei ragazzi che girano per il centro, senza pensieri, solo con la voglia di vedersi e divertirsi. Beati loro, spero possano godersi quella vita prima che cambi. Perché quando cambia inizia un vero e proprio trauma, e non si torna indietro. Dopo qualche minuto mi trovo in zona, parcheggio l’auto in un viale adiacente e scendo dall’auto.

Manca ancora un quarto d’ora all’appuntamento, mi metto ad attenderlo a pochi passi dall’ingresso del suo palazzo. C’è un’impalcatura, approfitto dell’ombra per nascondermi alla vista. Mancano ancora cinque minuti alle nove quando lo vedo uscire dal portone. E’ lui il mio uomo, lo riconosco e non somiglia neanche lontanamente al soggetto delle foto sul sito di incontri. Non molto alto, la testa piccola e il corpo opulento. Sicuramente dimostra più della sua vera età ma non mi pronuncio.

Sembra nervoso, guarda in continuazione l’orologio. Saranno passati si e no due minuti ed ha controllato l’orario già cinque volte. So a cosa sta pensando. Perché non è ancora arrivata? Quanto ci mette per venire? Mi avrà dato buca? Dovevo insistere per il suo numero di telefono? L’attesa è snervante, lo so, ma è proprio quello che voglio. Tiro fuori dalla tasca il mio cellulare e inizio a scrivere due SMS con l’anonimo.

Ciao IntroversoCronico, scusami! Ho fatto tardi a prepararmi, spero mi perdonerai se non sarò puntuale…

Ti va se cambiamo luogo di appuntamento per non fare tardi? Tra mezz’ora fuori alla fermata delle Metro Materdei. Ti prego non darmi buca

Lo vedo che strabuzza gli occhi mentre legge. Muove le labbra in maniera nervosa, probabilmente sta masticando tra le labbra un’imprecazione sconcia. Riguarda l’orologio, poi si guarda in giro, poi di nuovo l’orologio. Sembra sul punto di spaccare a terra il cellulare, poi si calma. Bussa al citofono, sta parlando con qualcuno. Quando smette inizia a camminare nervosamente in direzione della metropolitana. Nella fretta mi passa accanto ma per lui sono invisibile. Ha un solo obiettivo nella testa, così come anche io ne ho uno.

Finisco di fare quello che devo, dopo quaranta minuti sono anch’io fuori alla Metropolitana di Materdei. Parcheggio l’auto in seconda fila ed esco. Lo vedo da lontano che cammina in maniera nervosa guardando in basso. Ad occhio e croce sta per impazzire, è il mio momento. Mi avvicino alle sue spalle, lui è troppo impegnato a cercare di spegnere un fuoco interiore per sentirmi arrivare.

-Scusi, sa che ore sono?

Muove il braccio per guardare l’orologio, non gli lascio il tempo di rispondere che già è privo di sensi. Il colpo sordo che gli assesto alla nuca lo tramortisce. Faccio in tempo a prenderlo prima di cadere, lo carico su una spalla tenendolo per l’ascella. Da lontano sembra il solito ubriaco, faccio finta di parlare con lui mentre lo carico in auto. Poi metto in moto e mi dirigo verso la fine del mio appuntamento galante.

Quando riprende i sensi sono passate due ore, il tempo necessario per mettere in scena l’ultimo atto. Tutto è stato preparato meticolosamente, i dettagli sono importantissimi. Sbagliare la disposizione anche di un solo oggetto è fatale.

Fa un respiro profondo con gli occhi ancora chiusi. In questi casi si ha la sensazione di essere a casa a dormire nel proprio letto. Come quando si è in vacanza e dopo la prima notte crediamo di essere ancora a casa nostra. Apre lentamente gli occhi pensando di trovare la sveglia, o magari la tv ancora accesa. Ci vuole qualche secondo per rendersene conto, la luce del faretto diretta verso di lui non aiuta. Gli occhi non si abituano facilmente a tutta quella luce, in tutto questo cerca di capire gli ultimi ricordi. La mia voce non gli dà nessun indizio.

-Ben svegliato

-Chi è? Chi è che parla?

-Domanda scontata, puoi fare di meglio. Ne hai un’altra di riserva?

-Chi sei? Dove mi trovo?

Cerca di muoversi ma si rende finalmente conto che i movimenti sono inutili. E’ seduto a terra e incatenato ad un calorifero.

-Che ci faccio qui? E’ uno scherzo? Liberami subito!

-Calma. Non sei nella condizione di fare richieste

Gli occhi si stanno abituando alla luce e finalmente riesce a vedere la figura davanti a lui.

-Chi sei? Fatti vedere! Ti conosco? Non conosco la tua voce

-In un certo modo mi conosci, fino a ieri abbiamo parlato in chat

L’espressione si fa seria, riesco a vedere i collegamenti tra i suoi pensieri e la consapevolezza di essere stato giocato.

-Ma non è possibile, io ho parlato con.. con… con Bocciolo di rosa, una ragazza. Questa voce… Tu sei un uomo!

-Esatto. Neanche tu vieni così bene nelle foto, esatto?

-Ok, ok. Il gioco è stato divertente però ora lasciami andare. Mi hai scoperto, metto foto di bei ragazzi per conoscere le ragazze ma lo faccio perché sono timido. Non è un reato, ora lasciami, ci facciamo due risate e finisce tutto

-Mmm… Come attore devo ammetterlo, sei bravo. Però noi due dobbiamo parlare un po’

-Liberami e ne parliamo tra uomini ok? Magari togliti anche quell’orribile travestimento. Fa un caldo terribile non so come tu faccia a coprirti con sciarpa, cappello e cappotto. Fatti vedere in faccia e alzati da quella sedia così possiamo parlare da adulti

-Oh, sei un tipo coraggioso, vedo. Un vero uomo. E dimmi, cosa fanno di preciso i veri uomini? Dimmelo

-Di solito spaccano la faccia ai gradassi come te. Slegami e ti faccio vedere

-Oh, che uomo. Quasi quasi lo faccio. Però voglio sapere un’altra cosa da te. Di solito gli uomini come te cosa fanno alle donne?

-Ti stai riferendo a tua madre?

-No, affatto. Mi sto riferendo alle ragazze giovani, intorno ai vent’anni. Di solito quelli come te cosa fanno quando adescano le ragazzine in chat e le invitano ad uscire?

-Non so di cosa stai parlando

-Avanti, dimmelo, su. Cosa fanno i veri uomini alle donne? Le toccano? Magari le schiaffeggiano

-Ma di cosa stai…

-Magari le uccidono! Guardati intorno mio caro IntroversoCronico, o forse dovrei dire Luigi. Non ti sei nemmeno accorto di cosa c’è davanti ai tuoi piedi?

Abbassa finalmente lo sguardo e le vede. A terra ci sono le foto che ha scattato alle sue vittime. Tutte istantanee, quelle povere ragazze erano diventate le protagoniste del suo personale book fotografico a loro insaputa. Amava fotografarle prima, con il volto ancora innocente o magari con l’espressione terrorizzata. Amava fotografarle durante, mentre le malmenava, le tagliava con un rasoio, mentre erano a terra piangenti. E poi amava fotografarle dopo, quando erano un corpo senza vita, in pose da far accapponare la pelle. Il classico pervertito, uno di quelli che neanche l’inferno vorrebbe.

-Dove le hai prese? Queste non provano nulla

-Certo, come no. Ci stai credendo anche tu mentre lo dici? Sono tue, le hai scattate tu. Quando si verrà a sapere pensi che qualcuno dubiterà della tua colpevolezza?

-Chi sei? Fatti vedere?

-Vuoi sapere chi sono? Sono quello che metterà fine a tutto questo. Quello che ti fermerà con ogni mezzo. Sei spacciato, dovrai scontare con gli interessi le tue colpe. Sono quello che è venuto a chiedere il saldo dei tuoi peccati

Si agita, con una forza improvvisa cerca di slegarsi ma non ci riesce. Sembra aver acquisito un coraggio nuovo, la paura di essere stato scoperto gli suggerisce di creare una scappatoia. Dà qualche strattone in avanti, il termosifone è di quelli vecchi e non è difficile staccarlo dal muro se si applica una forza adeguata. Ma non ci riesce.

-Vedi questo coltello accanto a me? E’ il mio partner, insieme ti faremo pentire delle tue azioni. Tra poco inizieremo a fare a te quello che hai fatto a quelle povere ragazze innocenti. Loro non avevano nessuna colpa, tu invece sì. Voglio che ora tu chieda perdono per tutto quello che hai fatto!

Continua a tirare con forza la catena che lo tiene bloccato al calorifero. Una spinta, poi un’altra, il tubo comincia a uscire poco alla volta fuori dal muro. E’ il momento di giocarmi l’ultima carta vincente.

-Ma guardati! Se ti vedesse tua madre cosa penserebbe? Crescere un figlio da sola, insegnandogli il Credo di Nostro Signore e poi trovarsi un assassino in casa. Povera mammina

Emette un urlo liberatorio, poi dà un ultimo strattone. Il termosifone viene via dal muro, si libera velocemente della catena e corre a testa bassa in direzione del suo aguzzino. Con un calcio lo fa cadere dalla sedia su cui era seduto, poi prende dal tavolo il coltello e si butta su di lui. Con una rabbia fuori controllo lo colpisce. Alla gola, all’addome, al petto. Una furia omicida che non si placa. Ad ogni coltellata l’arma esce da quel corpo sempre più rossa sporcando le mani del killer. Ha dato almeno una trentina di colpi quando, esausto, si siede a terra per respirare a pieni polmoni. Guarda ancora quel corpo davanti a lui disteso a terra. Morto.

Si alza e si avvicina a quel corpo ancora ricoperto da vestiti che non gli permettono di capire chi fosse. Con la mano ancora ricoperta di sangue gli toglie il cappello e gli occhiali scuri. Ora comincia a capire, ma è troppo tardi. Toglie la sciarpa e la giacca, e davanti a lui vede il corpo senza anima di sua madre.

Inizia ad urlare, sono urla strazianti di chi ha appena realizzato di aver terminato la vita dell’unica persona che ha mai amato nella sua vita. La rabbia ha giocato un ruolo predominante. Ogni oggetto al proprio posto, come in una scena teatrale. Gli oggetti importanti davanti al pubblico, quelli insignificanti lontano dai loro occhi. Il mio intento era quello di portarlo alla follia, di fargli vedere tutto rosso. Prima le foto davanti a lui, la realtà che riaffiora. Poi il coltello, vicino a quello che lui credeva il suo carnefice, la speranza di poter uscire da quella situazione. Poi la voce dell’aguzzino, doveva venire dalla direzione avanti a lui, era il suo obiettivo. In quelle condizioni non avrebbe mai capito che dietro quella scena c’era un telone fatto con un lenzuolo. Io ero proprio lì dietro, immaginavo la scena senza vedere, ascoltavo soltanto e muovevo i fili ciecamente. Nel momento stesso in cui Luigi si è liberato ero già lontano da lui, uscivo da quel palazzo disabitato e mi dileguavo in strada mentre toglievo i baffi finti e le lenti a contatto colorate. Da lontano iniziavo a sentire le sirene della polizia che si avvicinavano dopo la mia soffiata. La macchina era rubata, l’ho lasciata lì dov’era parcheggiata e sono sicuro che resterà lì per parecchio tempo. Mi allontano da quel luogo senza rimorsi, non ho nemmeno voglia di scoprire se dopo lo shock quel farabutto si è tolto la vita con la stessa arma con la quale ha compiuto il suo ultimo crimine,

Pensate che la povera madre non aveva colpe? Che non è umano usarla come vittima sacrificale per catturare suo figlio? Ditemi, cosa c’è di umano in tutta questa storia? Pensate che la madre non abbia mai messo a posto nel cassetto del figlio ritrovando quelle foto? Non lo saprò mai, ma sono abbastanza sicuro che se fosse in vita, la signora starebbe ancora difendendo il figlio definendolo un angelo vittima di un raggiro. Già me la vedo in tv, in uno di quei programmi-spazzatura ad urlare al mondo l’innocenza di suo figlio.

Viviamo in un mondo malato, bisogna stare al passo per affrontare situazioni del genere. Viviamo in un mondo di serial killer nascosti per bene. Sono in mezzo a noi, magari li sfioriamo per caso passeggiando in strada, magari li incrociamo andando al lavoro. Forse siamo solo potenziali vittime, una coincidenza fortuita del caso ci mette in salvo o in pericolo. I serial killer sono tra noi, e ci vuole un altro serial killer per fermarli.