24 Dicembre 2003

La stanza era illuminata da una fioca luce bianca. Lei era in un angolo, distesa sul letto a guardare il soffitto. Le capitava spesso di mettersi in quella posizione e respirare piano, quasi fosse convinta di dare fastidio a qualcuno. Poi le capitava di risvegliarsi da quello strano stato e riprendeva a respirare a pieni polmoni. Sul suo petto era poggiato il libro che fino a poco prima stava leggendo. Il suo preferito, Canto di Natale. Era il suo rito annuale, iniziava a leggerlo qualche giorno prima della Vigilia in modo da completarlo per la sera di Natale. Anche quell’anno non faceva eccezioni, mancavano solo poche pagine e l’avrebbe finito per l’ennesima volta. Si alzò e percorse il piccolo tragitto davanti a lei. Arrivò vicino alle sbarre della prigione e guardò fuori. Non c’era nessuno.

Il buio più assoluto. La piccola luce all’interno della cella non riusciva ad illuminare l’esterno, era troppo debole. Con la mano sfiorò quelle sbarre di ferro. Troppo dure per poterle spezzare, troppo fredde anche solo per toccarle. Ritornò sul letto, si mise in posizione fetale. In quella posizione riusciva a stare bene, la rilassava. Quella sera però il sonno tardava a venire, ed era anche normale. Fuori, in tutto il mondo, miliardi di persone si apprestavano a festeggiare insieme la festa più importante e più sentita dell’anno. Tutti avevano qualcuno con cui condividere la cena, i regali, le sorprese. Tutti tranne lei.

Si girava e rigirava nel letto con quel pensiero in testa. All’improvviso sentì un rumore. Si affacciò e vide a terra il suo libro. Probabilmente era ancora nel letto e muovendosi lo aveva fatto cadere distrattamente. Si alzò dal letto per andarlo a prendere. Il segnalibro era volato via ed il libro era aperto alle prime pagine. Stava per toccarlo quando sentì una voce sconosciuta.

-Non chiuderlo, mi piace quel punto!

La ragazza ritrasse la mano come se stesse toccando qualcosa di bollente. Cos’era quella voce? Chi aveva parlato se lei era sola in quella cella? Si girò intorno ma nel buio della stanza non scorgeva nessuno, neanche un’ombra.

-Chi sei? Chi ha parlato?

-Oh, sono qui. Non mi vedi? Adesso? Adesso?

Girava la testa in direzione della voce ma continuava a non vedere nulla.

-Ah, già, scusami. Tu non puoi ancora vedermi. Aspetta che mi do una sistematina. Ecco, ora come sto?

La ragazza si girò verso il punto dal quale proveniva la voce e vide qualcosa sul letto. Si avvicinò lentamente mentre una sensazione di angoscia prendeva piede. Aspettò che la vista mettesse a fuoco l’immagine in ombra. Era piccolo e immobile. Non riusciva a distinguere ancora la forma.

-Puoi avvicinarti se vuoi. Non mordo

Fece qualche passo in avanti, poi lo vide. Era un peluche, un piccolo orso di peluche. Era la cosa più strana che avesse mai visto ma era maledettamente sicura che la voce provenisse da quel giocattolo.

-So cosa stai pensando. Come fa un orsacchiotto a parlare? Semplice, non lo fa. Non sono proprio così ma ho assunto questa forma solo per te

Scartate tutte le possibili spiegazioni razionali, il motivo doveva essere uno soltanto. Stava sognando. Cominciò a darsi dei pizzicotti sul braccio che gli causavano un intenso dolore ma l’immagine davanti ai suoi occhi non spariva.

-E’ inutile, così ti farai solo male al braccio. Avvicinati e guardami meglio. Non mi riconosci?

La ragazza si avvicinò fino a vedere distintamente il volto del peluche. Aveva un bottone al posto dell’occhio destro e una vistosa cucitura sulla spalla sinistra. Qualcosa le diceva che quel giocattolo lo aveva già visto in passato. Spremeva le meningi ma non riusciva a ricordare però dove.

-Ho capito, ti do una mano

La ragazza rimase in silenzio attendendo il resto della frase, che non arrivava.

-Scusa, non ho specificato, era proprio nel senso letterale del termine. Avvicinati di più e tocca la mia mano

Non riusciva a spiegare il perché ma si fidava di quelle poche parole. Ormai doveva arrivare fino in fondo a quella storia, tanto valeva fare come quello strano essere le diceva di fare. Tese il braccio e toccò la zampa destra dell’orsacchiotto.

All’improvviso un fascio di luce bianca accecò i suoi occhi.

La sala da pranzo era già addobbata e un buon profumo veniva dalla cucina. Non era difficile riconoscerlo, qualcuno stava soffriggendo un sauté di vongole. Accanto alla tavola c’era un piccolo albero di Natale con poche palline colorate e qualche festone. Una serie di lampadine gialle illuminava a intermittenza l’ambiente. L’orologio segnava le 20:30 ma ancora nessuno era seduto a tavola.

La ragazza osservava la scena incredula. Com’era arrivata lì? E perché stringeva tra le mani quel peluche? Stava per aprire la bocca e avanzare un’obiezione quando il giocattolo la fermò prima che potesse parlare.

-Shhh. Fai silenzio e goditi lo spettacolo, troverai le risposte a tutte le domande

Fece come le era stato comandato. Attese qualche secondo, poi sentì delle voci. Urla, ma di gioia. Quelle di una bambina e di un’adulta. arrivarono poco dopo correndo nella stanza.

-Fermati che ti prendo!

-Non mi prenderai mai!

La piccola si fermò di colpo girandosi verso sua madre, poi le fece uno sberleffo distorcendo la faccia.

-Piccola impertinente, ora ti prendo sul serio!

La madre la prese una rapida rincorsa e la afferrò sotto le braccia. Entrambe catapultarono sul divano facendo cadere a terra i cuscini. Erano talmente tanto gioiose che la loro allegria contagiò la spettatrice. Ancora una volta il peluche anticipò la domanda che gli sarebbe stata fatta.

-Non possono vederci, tranquilla. Non ti ricorda nulla?

La ragazza annuì muovendo la testa. La donna era sua madre. Anche nei suoi pensieri era rimasta sempre così, giovane e bella, con un sorriso così radioso da illuminare ogni luogo in cui fosse. Una piccola lacrima cadde sul pavimento senza bagnarlo. Stava assistendo ad un suo ricordo, un ricordo che aveva rimosso da troppo tempo.

-Allora, Alice? Ti arrendi adesso?

-No!

Alice. Da quanto tempo non sentiva quel nome. Il suo nome. Difficile sentirlo quando nessuno più ti chiama.

-Ora basta giocare, dai. Finisco di preparare la cena mentre tu ti prepari prima che venga tuo padre

-Ma io non voglio prepararmi

-Ma come? Non vuoi mettere quel bel vestito rosso che ti abbiamo comprato?

-Ah, sì! Quello lì mi piace!

-Bravissima. Ora sbrigati altrimenti Babbo Natale non verrà a portarti il regalo che hai scelto

-Ma mamma, lo sai che io non voglio un regalo nuovo. Io voglio solo il mio Teddy

-Già, però il tuo Teddy non è più com’era prima. Ci hai giocato così tanto che lo hai rotto

-Te l’ho detto già, non sono stata io! E’ stata Cristina che per farmi un dispetto me l’ha strappato di mano e gli ha staccato l’occhio!

-Ok, va bene. Però tu lo sai che tra poco è Natale, e a Natale succedono sempre le magie

Non finì di terminare la frase che si sentì suonare il campanello. La bambina si alzò in piedi all’istante mentre la ragazza osservava la scena stringendo sempre più forte il peluche. La donna andrò ad aprire la porta, era suo marito. Il padre di Alice. La bambina quando lo vide gli saltò addosso.

-Amore mio! Anche io sono contento di vederti! Hai fatto la brava?

-E’ stata bravissima, Giacomo. Ora stava andando a prepararsi per la cena, non è vero?

La bambina fece segno di sì con la testa. Scese a terra e vide che il padre nascondeva qualcosa alle sue spalle.

-Cos’è quello?

L’uomo sorrise rendendosi conto di quanto fosse stato imbranato a farsi scoprire subito.

-Questo? Tieni e vedi di che si tratta

Diede alla bambina un pacco imbustato alla meglio. Lei lo scartò velocemente fino a rivelare qualcosa che le procurò una gioia immensa.

-Ma è Teddy! E non è più rotto!

Lo abbracciò calorosamente sotto gli sguardi commossi dei suoi genitori. In quel momento la ragazza si rese conto che il peluche che stava stringendo era sparito.

-Papà, è bellissimo. E’ più bello di prima! Mi piace questo bottone al posto dell’occhio mancante

-Mi fa piacere piccola mia. Ora vai a vestirti mentre tua madre finisce di preparare in cucina. Io mi cambio e do una mano. Su, forza!

I tre si separarono lasciando sola nella stanza la ragazza mentre non riusciva a trattenere le lacrime copiose.

In un attimo Alice si ritrovò di nuovo nella sua cella. Si accarezzò il viso e vide che era asciutto. Non stava più piangendo anche se dentro di sé era sempre più triste.

-Dove sei? Dove sei finito Teddy?

Lo chiamava a vuoto, l’eco della sua voce le ritornava indietro. Lo aveva riconosciuto, era il suo amico di infanzia, e ora che lo aveva incontrato di nuovo lo aveva già perso. In realtà sapeva cosa stava succedendo, non si sorprese quando sentì un’altra voce che le parlava.

-Teddy non c’è più ma ci sono io adesso

Abbassò lo sguardo e vide un diario poggiato a terra.

-Perché? Proprio adesso che l’ho ritrovato

-Il passato è andato, non si può tornare indietro. Io sono qui per mostrarti il presente. Chiudi gli occhi e prendimi

Alice ubbidì anche a quel comando. Toccò le pagine del diario e improvvisamente divenne tutto bianco.

Si ritrovò in un’altra stanza, questa volta era enorme. Le ci vollero un paio di secondi prima di capire che si trattava dell’atrio di un cinema. Non un multisala, quelli erano presenti solo alla periferia o in provincia. Era un cinema del centro storico, uno di quelli che resiste ancora alla crisi del settore. Alice strinse il diario tra le mani mentre osservava la sala vuota. Conosceva bene quel posto. Non solo era il suo posto preferito quando andava con i suoi genitori a vedere i film che le piacevano di più, ma qualche anno prima era diventata una delle ragazze che lavoravano lì. Prima che fosse rinchiusa, sia chiaro. Di solito era l’addetta alla cassa ma insieme cercavano sempre di effettuare dei turni in modo che tutti facessero tutto. Si era creato un bell’ambiente lavorativo, erano tutte spiritose e piene di vita, anche se non potevano definirsi propriamente amiche.

Alice percorse la sala. Si spostava con la sicurezza di essere invisibile a chiunque, soltanto un fantasma. Quella sensazione purtroppo la conosceva più che bene. Vide in lontananza qualcuno seduto su una sedia nella sala d’attesa. Aveva la testa bassa e i capelli raccolti con una lunga coda. Sembrava sovrappensiero, avvolta nel silenzio più assoluto. All’improvviso la porta del bagno dietro di lei si aprì e uscì una ragazza, vestita con la stessa divisa di quella seduta. La guardò e le domandò preoccupata:

-Tutto bene Mary?

L’altra alzò la testa e la guardò con il volto stanco.

-Sì, tutto bene

-Ti eri appisolata? Sei stanca, vero? Dai, quest’ultima giornata di lavoro è finita, ci aspetta qualche giorno di riposo

-Sì, hai ragione. sono esausta

Alice ricordava che a parte la felicità di lavorare in quel settore, il periodo natalizio era parecchio stressante. Le uscite dei film più importanti si racchiudevano nelle stesse settimane e le ragazze dovevano sgobbare parecchio per accontentare i clienti.

-E’ solo questo? Solo la stanchezza?

-Non lo so…

Lasciò quella frase lì come se fosse solo la metà di quello che pensava. L’altra prese posto accanto a lei e le mise una mano sulla spalla per rincuorarla.

-A cosa stai pensando? C’è qualcosa che non va?

Emise un respiro profondo, poi disse quel nome.

-Alice

Alice rimase interdetta. Perché stava pensando a lei? Cosa avrebbero detto? Dovette attendere solo pochi secondi per avere le risposte.

-Immagino. Ti dispiace per quello che è successo

-Già. Com’è potuto succedere?

-Dovrei dirti “sono cose che capitano”, ma non ci credo più neppure io. Non dovrebbero capitare a nessuno

-Appunto. E se capitasse a noi?

-Ma a noi non capiterà, dobbiamo essere forti

-Sì, lo so, ma non siamo poi così diverse da lei. Anzi, lei era anche migliore di noi

-Hai ragione

Non solo stavano parlando di lei ma addirittura la stavano osannando. In tutto quel tempo a contatto con loro non si era mai resa conto di quanto la stimassero. Le reputava delle conoscenti. Stava bene insieme a loro, sia chiaro, ma non vedeva in lei propriamente delle amiche.

-Forse siamo così appassionate di cinema che speriamo sempre che ci sia un lieto fine. Per tutte noi. Poi quando succede… quello che le è successo… ci rendiamo conto che la vita reale è diversa da come la proiettano sullo schermo

-Cosa ti fa stare più male? Che lei non sia qui o che noi siamo ancora qui?

-Non lo so. Forse avrei potuto fare qualcosa per lei. Forse potrei ancora…

-Ci hai provato, non ricordi? Ci abbiamo provato tutte ma è stato inutile. Sarei l’ultima persona a dirti di non riprovare ancora ma ormai è passato troppo tempo. Non so nemmeno io quale sia la scelta più giusta

Poi le due ragazze si avvicinarono e piansero sottovoce, senza interrompere il bel silenzio che regnava nel cinema vuoto.

Nel tempo di un battito di ciglia Alice si ritrovò nuovamente nella sua cella. Era stordita da quella visione. Cercava di ricomporre i pezzi di un mosaico che sembrava complicatissimo. Si guardò intorno, era di nuovo sola. Si avvicinò al letto e si mise a cercare. Che cosa poi, non lo sapeva neanche lei. Aveva bisogno di risposte, di qualsiasi cosa cui aggrapparsi per capire cosa stesse succedendo. All’improvviso si rese conto di non ricordare nemmeno più perché lei fosse lì. Aveva rivisto la sua famiglia, le sue amiche, ma era come se avesse perso i ricordi più recenti.

Era stata imprigionata per quale crimine?

In quale prigione si trovava?

Perché le sembrava che quella cella fosse sospesa nel tempo?

Stava per avere una crisi di panico, aveva bisogno di aria. Si avvicinò alle sbarre aggrappandosi ai tubi di ferro.

-C’è qualcuno? Qualcuno venga da me! Sto male, aiutatemi!

Cominciò ad urlare per attirare qualcuno. I secondi passavano come se fossero lunghe porzioni di eternità ma nessuno rispose. Si accasciò a terra mentre respirava in maniera frenetica. Fu in quel momento che sentì una nuova voce.

-Non serve piangere

Si girò di scatto, fece il giro della cella per capire dove fosse il suo nuovo interlocutore.

-E’ inutile che ti guardi intorno. Io non sono qui, o meglio non sono ancora, e quando sarò non sarò più lo stesso

Alice non era nelle condizioni di risolvere enigmi in quello stato.

-Chi sei? Cosa vuoi da me?

-Sono il tuo ultimo ospite di stasera. Quelli che mi hanno preceduto ti hanno mostrato una parte della tua vita. Quella che è stata ancora scritta. Io sono qui per mostrarti ciò che non si è ancora verificato. Il futuro non ama farsi attendere, chiudi gli occhi e lasciati andare

Lo fece, chiuse gli occhi mentre l’oscurità diventava un bagliore luminosissimo.

La stanza da pranzo era addobbata a festa, una tavola era apparecchiata per dodici posti. Un camino era acceso ed un bel tempore riscaldava l’aria invernale. Un gruppo di bambini girava intorno al tavolo passando tra le sedie e ridendo rumorosamente. Entrò nella stanza una donna matura, Alice giurò tra sé di non averla mai vista prima di allora.

-Bimbi state fermi! Rischiate di rovinare la festa

I bambini continuavano a correre e ridere come se nessuno fosse intervenuti.

-Che ne dite se ci sediamo sul divano e sfogliamo l’album delle vecchie foto?

La proposta fu accolta con un’ovazione. I tre bambini si misero in fila sul divano aspettando che la signora li accontentasse. In silenzio la guardarono mentre da un mobile prese un grosso album.

-Allora bambini, vedo che vi è piaciuta la mia idea. Partiamo da questo qui

Alice si avvicinò al gruppetto e prese posto su uno dei braccioli del divano. L’album conteneva vecchie foto stampate, nelle prime pagine riconobbe il look degli anni ‘70. C’erano persone sorridenti nei loro pantaloni a zampa di elefante. I soggetti erano sempre gli stessi, una coppia. Non era difficile capire che la donna nelle foto era la versione giovane di quella che stava sfogliando in quel momento l’album, ma uno dei bambini glielo confermò.

-Nonna com’eri bella da giovane

-Cosa vorresti dire? Che ora sono brutta?

Gli altri due ridevano mentre il bambino che aveva parlato divenne rosso dalla vergogna. La nonna gli accarezzò il viso mentre gli sorrideva dolcemente.

-Non preoccuparti, ti sto solo prendendo in giro. Guarda qui io e tuo nonno come eravamo felici. Qui eravamo in viaggio di nozze a Venezia. Qui invece eravamo a piazza San Pietro a Roma con le mie sorelle

Alice seguiva le foto indicate della signora. Erano davvero belle, felici. Tutti nelle foto lo erano. C’erano dei dettagli che però lei non riuscì a cogliere ma subito dopo fu la bambina a catturare la sua attenzione per quello che disse indicando una delle immagini.

-Nonna, questi chi sono?

-Questi? Non li conoscete, siete troppo piccoli. Loro sono mio fratello Giacomo e sua moglie Lucrezia

Quando sentì quei due nomi sentì un calore improvviso sul volto. Erano i nomi dei suoi genitori. Erano più giovani di quando li ricordasse, erano giovani e felici.

-Ci sono altre foto di Giacomo e…

-E Lucrezia. Certo, qualche pagina più avanti. Eccoli qui, Queste sono state scattate al loro matrimonio. Eravamo inseparabili, vedete come siamo sempre con loro

Alice guardava le foto mentre piangeva di gioia. Quelli davanti a lei erano i volti sorridenti dei suoi amati genitori. Ma furono le foto successive a farla commuovere ancora di più.

-E questa qui nella foto è la loro figlia Alice. Qui sta facendo il primo bagnetto

Una foto di lei da piccola, non ricordava di aver mai visto una suo foto da neonata. Era dentro una piccola vasca sopra ad un fasciatoio. Suo padre le teneva la testa distesa sul pelo dell’acqua mentre la madre le bagnava il pancino. Era una foto così tenera che chiunque avrebbe capito quanto amore provavano i suoi genitori verso di lei.

-Che bella bambina! Ora quanti anni ha?

-Era davvero una bella bambina. Piccola, non ti so dire ora quanti anni ha. Purtroppo sono successe delle cose spiacevoli nel tempo

-Cosa è successo?

-Dai, nonna, diccelo!

Alice smise di respirare pur di ascoltare attentamente la rivelazione che quella donna stava per fare.

-Non è molto facile per me parlarne. Quando Alice era ancora piccolina ci vedevamo molto spesso, poi come sapete io e vostro nonno ci siamo trasferiti a Bologna per qualche anno e li abbiamo persi di vista. Poi è successo qualcosa di davvero brutto. La loro bambina era ormai adolescente, successe prima a Lucrezia. Le diagnosticarono un brutto male e nel giro di pochi mesi ci ha lasciati

Dal viso della donna scese una piccola lacrima. Alice finalmente ricordava un pezzo della sua triste esistenza, ma qualcosa le diceva che il seguito della storia le avrebbe chiarito ancora di più il quadro della situazione.

-Non finì lì. Dopo di lei anche Giacomo si aggravò. Cercò in tutti i modi di essere più forte, di badare alla loro bambina da solo ma non ci riuscì. Anche lui finì nel giro di un anno lasciando la giovane Alice da sola

-E come fece? Con chi è vissuta tutto questo tempo?

La donna divenne ancora più seria mentre raccontava ai nipoti quella tristissima storia.

-Quando morì suo padre lei era già maggiorenne quindi rimase da sola in casa a badare a sé stessa. Noi facemmo di tutto per riprendere contatti, cercammo in tutti i modi di avvicinarci a lei per includerla nella nostra famiglia. So che anche alcune sue amiche si diedero da fare ma inutilmente. Si chiuse dentro il suo guscio per troppo tempo. Cercò addirittura di… fare del male verso sé stessa. La trovarono a casa chiusa nella sua stanza dopo molti giorni e la portarono in una clinica specializzata. Non so se si è più ripresa…

I bambini ascoltavano in silenzio assoluto mentre Alice era in ginocchio e piangeva a dirotto. Ricordava tutto. I suoi genitori che la lasciarono troppo presto, i loro volti malati che fino alla fine pensavano a lei e le davano coraggio, la sensazione di sconforto della sua intera esistenza. Le era sembrato che il mondo le cadesse addosso, sola contro tutte le avversità. Solo in quel momento capiva che le sarebbe bastato tendere una mano ed avrebbe trovato non una, ma tantissime mani ad accoglierla, a tirarla fuori da un burrone che aveva scavato lei stessa.

Non finiva di piangere, ora che aveva capito tutto non aveva nessuna consolazione. Quello che stava vedendo era il suo futuro? Sarebbe finita così? Bisbigliò solo poche parole nel silenzio dello scenario.

-Ti prego, fammi ritornare…

Fu in quel momento che chiuse gli occhi e sentì una sensazione di vuoto sotto i suoi piedi.

Si ritrovò nella sua cella. Riaprì gli occhi e si guardò intorno, nulla era cambiato. Non c’era nessun orsacchiotto, nessun diario, nessuna voce nel buio. Si alzò in piedi e guardò l’ingresso della sua cella. Ora sapeva cosa fare.

Si avvicinò alle sbarre prendendone due con le mani. Erano fredde e dure come pezzi di granito. Non aveva scelta, concentrò tutte le sue forze e cercò di piegarle. I pezzi di ferro erano immobili. Pensò alle visioni del passato, del presente e del futuro. Ai suoi genitori, al calore che le mancava da troppo tempo, alle loro parole di coraggio. Provò di nuovo, ma questa volta non era da sola. Sentiva accanto a lei suo padre e sua madre che le davano forza.

Finalmente le sbarre si ruppero. In quel momento il cancello si sgretolò in mille pezzi. Si voltò, anche la stanza lentamente scomparve mentre le ceneri vennero spazzate da una folata di vento. Sotto la superficie delle pareti della cella comparve la propria cameretta. I poster dei suoi cantanti preferiti, gli effetti personali, le foto appese al muro, i suoi peluches. Tutto era ritornato a prima, o meglio, al presente che aveva dimenticato. Aveva costruito lei stessa la sua prigione dove stava marcendo all’insaputa di quello che le aspettava.

Guardò un’ultima volta la porta della sua cameretta. Era chiusa, non ricordava più da quanto tempo lo era. Allungò il braccio e prese la maniglia, la girò e finalmente la aprì. Percorse il corridoio fino alla porta d’ingresso. Respirò a pieni polmoni una boccata d’aria per darsi coraggio, poi la spalancò. Davanti a lei era un tripudio di luci. Il buio della serata era illuminato da una miriade di festoni e luminarie finché riusciva a vedere. Nell’aria c’era l’inconfondibile odore di Natale che aveva quasi dimenticato. Non sapeva cosa fare, non sapeva dove andare, ma sapeva che doveva farlo, fuggire da quella casa e trovare qualcuno. Magari una delle sue amiche o uno dei parenti che ancora non conosceva. L’avrebbe fatto, si sarebbe ripresa la sua vita e lo avrebbe fatto non solo per lei, ma anche per i suoi genitori che avrebbero voluto vederla sempre felice.

11 Giugno 1935

Era una mattina di fine primavera ed i raggi di un sole caldo illuminavano e riscaldavano l’ingresso della basilica dell’Annunziata. Davanti al sagrato c’era il solito gruppetto di ragazzini che passava la giornata per strada inventandosi modi nuovi per guadagnare qualche lira. C’era però un ragazzo che rimaneva sempre in disparte. Anche a lui piaceva giocare con gli altri o combinare qualche marachella ma la maggior parte del tempo era da solo, seduto sui gradoni della chiesa. Si chiamava Rosario ed era diverso dagli altri. Era un esposto.

Gli esposti, o “Figli della Madonna” erano i bambini che venivano rifiutati dalle rispettive madri e che venivano “donati” al convento dell’Annunziata. Si trattava spesso di famiglie che non riuscivano a sfamare una bocca in più o anche di figli non voluti, magari frutto di un amore proibito. Rosario era uno di quei bambini, otto anni prima era stato abbandonato all’interno della ruota e mandato nelle mani sempre caritatevoli delle suore. Insieme a lui c’era un rosario in legno che da allora ogni giorno portava sempre con sé. Il suo nome gli era stato dato proprio a causa di quell’oggetto che lo aveva accompagnato nella sua nuova vita.

Fin da piccolo era stato allevato e accudito dalle sorelle dell’Annunziata. Lo avevano istruito su tutte le principali materie e lo avevano forgiato secondo il credo cristiano. Con l’aiuto delle altre famiglie della comunità gli avevano insegnato anche dei lavori manuali. Era sempre volenteroso e quando c’era da dare una mano nel convento era il primo a farsi avanti. Era molto sveglio ed intelligente ma c’era un lato del suo carattere che emergeva fuori all’improvviso. A volte preferiva stare da solo in silenzio, rifiutava ogni contatto umano per allontanarsi da tutti. Per molti era normale in una condizione come la sua, a Napoli si dice che i figli della Madonna meritano il Paradiso perché in terra soffrono l’inferno.

Rosario era proprio in uno di quegli stati particolari. Era seduto sui gradoni e fissava il vuoto mentre attorno a lui c’era un gran baccano dovuto agli schiamazzi dei suoi coetanei. D’un tratto, giocando, uno dei ragazzini lo urtò facendolo cadere a terra.

-Scusa Rosà. Non l’ho fatto apposta

-Non ti preoccupare, lo so

Da lontano una voce però incitava il ragazzo.

-Ma perché ti stai scusando, Gennà? Quello è un bastardello, non ti devi scusare

Tutti gli altri ragazzi presero a ridere mentre Rosario rimaneva impassibile. Il bullo del gruppo gli si avvicinò rincarando la dose.

-Avete visto? Non reagisce nemmeno. Sono tutti così quelli come lui

Rosario si alzò di scatto, l’altro ragazzo non si aspettava quella reazione e cadde all’indietro. Camminava come un granchio per allontanarsi dalla sua vittima che si avvicinava senza cambiare espressione. Arrivò con le spalle al muro, si rialzò mentre tremava dalla paura. Rosario era a pochi centimetri dal suo viso e con lo sguardo gli gelava il sangue. Alzò un braccio, l’altro chiuse gli occhi d’istinto. Non lo colpiva, li riaprì.

-Non ne vale la pena

Il bullo scappò correndo più velocemente che poteva, dietro di lui lo seguivano gli altri. Rosario rimase di nuovo solo, si avvicinò all’ingresso della chiesa e riprese a sedersi. Dopo qualche minuto uscì dal portone suor Giovanna. Lei era un’istituzione nel convento, era presente quando quella notte il piccolo Rosario era stato portato lì. Lo aveva visto crescere e gli era molto affezionata.

-Eccoti qui Rosario, non ti trovavo. Tutto bene? Come stai?

-Bene, madre Giovanna. Sto bene

-Meno male, dai. Tra poco sarà pronto il pranzo, non fare tardi come al solito che altrimenti ci metti nei pasticci. Ti volevo chiedere un piacere

-Prego, dite

-Si tratta di una nostra sorella del convento di Santa Patrizia. E’ molto malata ed ha bisogno di una medicina che abbiamo qui. Devi portarla da lei oggi pomeriggio

-Se volete posso andare anche adesso. Posso saltare il pranzo se serve

-Sei un bambino d’oro, ma sono più tranquilla se però metti qualcosa sotto i denti prima di andare. Mangiamo tutti insieme e poi potrai andare

-Grazie mille madre Giovanna

-Grazie a te mio piccolo eroe

Il piccolo si recò nella sala mensa del convento e pranzò insieme alla sua grande famiglia. In quell’ambiente così austero si trovava bene da sempre. Tutti lo trattavano con gentilezza e gli riservavano gli sguardi più dolci. Non gli importava chi fosse la sua vera madre o il suo vero padre, gli bastava essere lì in quel luogo per sentirsi accettato per quello che era. Dopo pranzo scattò sull’attenti e si fece dare il pacco contenente la medicina da portare a destinazione. Con un bel bacio di incoraggiamento da parte di suor Giovanna, Rosario iniziò quella piccola avventura nel centro storico di Napoli.

Non si allontanò troppo dal punto di partenza quando vide in lontananza un gruppo di ragazzini che giocavano. Capì subito che si trattava degli stessi che quella mattina lo avevano canzonato. Ebbe l’impulso di avvicinarsi e farsi valere per quell’offesa subita prima ma si fermò subito. Una voce interiore gli consigliava di lasciar perdere, di andare avanti. Aveva un altro compito da svolgere ed aveva la massima priorità. Riprese il suo cammino, dopo pochi minuti la sua destinazione era raggiunta.

Bussò al grande portone, venne ad aprirgli una suora anziana con lo sguardo arcigno. Rosario non si aspettava un’accoglienza così fredda e subito mostrò il fagotto che portava con sé.

-Buon pomeriggio madre. Mi chiamo Rosario, mi mandano le sorelle dell’Annunziata. Porto con me la medicina

La suora sembrò cambiare leggermente espressione del viso. Era stupita di vedere un bambino così piccolo portare una consegna così preziosa. Questo però non addolcì i suoi tratti.

-Vieni, ti faccio strada

Richiuse il portone e avanzò senza curarsi del ragazzino alle sue spalle. Rosario si guardò intorno mentre camminava. Notava una sorta di freddezza in quel luogo ben diverso dal convento in cui era cresciuto. Forse era solo suggestione o forse era solo colpa della suora che gli aveva aperto il portone, però quel posto gli metteva una profonda tristezza nell’animo. Attraversarono in chiostro ed entrarono in un corridoio che portava in una sala circondata da porte.

-Tu aspetta qui, vado a vedere suor Anna come sta

Rosario obbedì senza fiatare. Vide la suora entrare in una stanza buia. Nel momento in cui aprì la porta sentì dei lamenti provenire da quella stanza. Non c’era dubbio, all’interno si trovava l’ammalata. Dopo qualche secondo la porta si riaprì. La suora si rivolse nuovamente a Rosario.

-Dammi la medicina. Preghiamo Dio che non sia troppo tardi

-Certo. Eccola

-Grazie per averla portata. Che i Santi ti proteggano

-Grazie a lei. Posso fare altro?

-Dubito che tu possa fare qualcosa a questo punto. Non entrare nella stanza, la sorella è molto malata e non è un bello spettacolo. Ecco qui qualche spicciolo, puoi ritornare a casa

-Grazie ancora madre

Rosario prese le poche monete e le infilò di corsa nei pantaloni. Si congedò nuovamente e rifece a ritroso il tragitto di prima. Voleva uscire da quel posto e lasciarsi tutto alle spalle. Aveva solo voglia di rivedere il viso dolce di suor Giovanna, lo avrebbe sicuramente premiato per quel servizio ad un’anima in pena. Ritornò nei pressi del chiostro ed attraversò una porta. Era sicuro che quella fosse l’uscita ma probabilmente si era confuso ritornò indietro rifacendo il giro del chiostro ma tutte le uscite sembravano le stesse. Si era perso e in giro non vedeva nessuno a cui rivolgersi per trovare l’uscita.

Camminava a passi più svelti, entrava e usciva da ogni anfratto cercando disperatamente il portone principale finché arrivò in una sala buia. C’erano delle grate intorno, sembravano gli ingressi di alcune prigioni. Era un luogo tetro e spaventoso ma lui stranamente ne era attratto. Si avvicinò alla prima e si affacciò con prudenza. Era una cella, aveva indovinato, ma all’interno non c’era nessuno. Provò con la seconda, lo stesso. Era vuota. Provò con la terza, nel momento stesso in cui si avvicinava riuscì a sentire un respiro affannato. C’era qualcuno in quella stanza buia. Tese l’orecchio per ascoltare meglio ma non riuscì a percepire nulla a parte quel respiro strano. Decise quindi di avvicinarsi ancora. Sempre di più. L’oscurità gli impediva di vedere dall’altro lato chi o cosa fosse presente. Si fece coraggio ed arrivò a toccare il cancelletto. Dall’interno della cella qualcuno sembrò aver visto l’ombra di Rosario proiettata dalla luce esterna.

-Chi c’è? Chi è lì?

Rosario saltò dalla paura. Fece un passo indietro e pensò di ritornare a cercare l’uscita.

-Non te ne andare. Chi sei? Non sei una sorella. Avvicinati e fatti vedere

Il ragazzino era spaventato ma quella voce femminile non sembrava pericolosa. Forse curiosa, ma non dava l’impressione di una minaccia. Fece come gli era stato ordinato. Ritornò ad avvicinarsi alla cella mostrando il suo viso.

-Ma sei un bambino. Anima pia, che ci fai in questo luogo così triste? Quelli come te dovrebbero essere fuori a giocare, a godersi la vita. Qui c’è posto solo per la disperazione e la tristezza

La donna cominciò a piangere senza fermarsi. Rosario provò compassione per lei. Doveva essere davvero disperata per trovarsi in quella situazione. 

-Non fate così. Non piangete. Tenete, queste monete sono tutto quello che ho, magari potranno esservi d’aiuto

La donna si asciugò le lacrime e si schiarì la voce.

-Sei un angelo. Ti ringrazio ma quelle servono più a te che a me. Io non saprei che farmene. sono rinchiusa qui e non posso uscire. Non so neppure da quanto tempo mi tengono qui

Rosario era curioso di saperne di più.

-Come mai vi trovate qui. Chi siete?

-Vuoi davvero saperlo? Un piccolo come te non dovrebbe rattristarsi per una come me. Tu devi essere felice e stare con gli altri bambini

-Lo sarò solo se sarò sicuro di non poter far nient’altro per voi

-Hai proprio un animo gentile. Mi avvicino così potrò vederti meglio

Dall’oscurità della cella venne lentamente fuori il corpo di quella prigioniera. Era vestita come le altre suore del convento ma il volto era una maschera di paura e sofferenza. Stringeva gli occhi per abituarli a quella poca luce.

-Siete una suora? Di questo convento?

-Un tempo lo ero. O meglio, dovrei ancora esserlo ma non so più cosa sono adesso

-Cosa vi è successo? Perché siete qui tutta sola?

-Non sono cose che un bimbo come te dovrebbe ascoltare. Ho commesso un peccato troppo grave e ne sto pagando le conseguenze. Agli occhi di Dio devo essere la peggiore delle peccatrici per meritare una vita del genere

All’improvviso si udì una voce dall’ingresso della sala.

-Chi c’è lì? Nessuno può stare in questo luogo!

La prigioniera aveva riconosciuto la voce, era la madre superiora di quel convento. Era pericolosa e se avesse messo le mani su quel bambino lo avrebbe castigato. Non doveva permetterlo.

-Scappa ragazzino! Scappa più veloce che puoi!

Rosario ubbidì a quelle parole. Si alzò di scatto, abbassò la testa e corse velocemente verso l’uscita. Evitò la presa della madre superiora che non poté fare nulla per acciuffarlo, si riversò nuovamente nel chiostro ed attraversò una porta. Era quella corretta, si ritrovò nell’atrio in quel momento incustodito. Aprì il grosso portone e lo richiuse dopo essere uscito. Con il cuore in gola continuò a correre verso l’Annunziata. Correva senza guardarsi intorno, nella testa solo l’immagine di quella donna così sofferente. Finalmente ritornò alla sua casa, le suore lo accolsero con gioia elogiandolo per il gesto umano che aveva compiuto. Rosario tenne per sé quell’esperienza che aveva vissuto, non aveva voglia di chiedere spiegazioni alle sue madri adottive. Sicuramente avrebbero risposto in maniera vaga come sempre quando si trattava di cose più grandi di lui. Eppure non riusciva a togliere dalla mente quelle immagini. La cella buia, il volto deperito di quella suora, la durezza nelle parole della superiora. Non riusciva a trovare una ragione per il supplizio a cui era condannata quella donna.

I giorni successivi era sempre con la mente altrove e le suore se ne accorsero. Fu suor Giovanna a parlargli in privato.

-Rosario tutto bene? Ti vedo un po’ assente in questi giorni. Come stai?

-Bene, madre

-Sicuro? Si vede da lontano che hai dei pensieri in testa, cosa posso fare per te?

-Niente, madre. Davvero

-Si tratta forse di quella nostra sorella malata? Ti fa stare male pensare a lei?

Rosario vide in quelle parole una spiegazione plausibile da usare a proprio vantaggio.

-E’ così, madre. Sa per caso se sta meglio?

-Sicuramente sta meglio ma in questi casi ci vuole tempo. La medicina e il riposo le saranno di grande aiuto

-Potrei andare a trovarla per capire come sta. Mi dia il permesso di andare di nuovo da lei

-Se è questo quello che vuoi non posso non farlo per te. Sei un bambino gentile. Va pure da lei e dì alle sorelle che ti mando io

Rosario era strafelice, aveva sfruttato bene le preoccupazioni di suor Giovanna per approfittarne ed andare di nuovo nel convento di Santa Patrizia e rivedere la prigioniera. Indossò un vecchio cappello e partì per la sua destinazione. Arrivò subito, quando bussò al portone gli aprì la stessa suora del giorno precedente.

-Che ci fai di nuovo qui? La medicina che hai portato non è già finita

-Sono qui per sapere come sta la madre malata. Mi manda madre Giovanna, posso entrare?

Il viso della sorella si distese, doveva riconoscere che il piccolo aveva davvero un animo gentile. Lo accompagnò fuori alla stanza dell’ammalata ma non lo fece entrare. Entrò lei e riferì alla suora che un bambino era passato a trovarla per sapere come si sentiva, poi ritornò da lui.

-Sorella Anna ti ringrazia e dice che non devi preoccuparti. Sta meglio e prega per te e il tuo buon cuore

-Grazie mille. Posso approfittare per andare in chiesa e pregare un po’ per lei e la sua salute?

-Ma certo piccolo, ti accompagno

Insieme si recarono all’interno della chiesa, Rosario si inginocchiò e cominciò a pregare. Intanto la suora ritornò al suo compito di guardiana lasciandolo da solo. Il giovane non aspettava altro. Dopo aver fatto il segno della croce e aver controllato che fosse lontano da sguardi inopportuni, uscì dalla cappella. Fece mente locale sul percorso e si ritrovò di nuovo nella stanza adiacente le celle di detenzione. Si avvicinò a quella che gli interessava e con un filo di voce chiamò la prigioniera.

-Buongiorno. Sono di nuovo io, vi ho portato un po’ di pane. Prendetelo prima che venga qualcuno

-Chi è là? Ah, sei tu, mio piccolo angelo. Sei così bello, fatti vedere. Il Signore deve volermi davvero bene per mandare una creatura così bella qui da me. Solo a guardarti mi sento meglio e questo peso che porto sembra più leggero

-Sono contento per questo. Cercherò di fare il possibile per venire più spesso e darvi il mio aiuto. Se avete bisogno di qualcosa ditemi pure, sarò lieto di farlo per voi

-Grazie angelo mio. Mi basta vederti e sapere che c’è qualcuno che prega ancora per la mia anima dannata. Ora però vai, vai prima che venga di nuovo la superiora a controllare

Rosario a malincuore abbandonò la sua nuova amica. Uscì dal convento salutando la guardiana, stavolta però il suo animo era felice. Aveva avuto modo di rivedere il volto di quella suora e fare qualcosa per lei e quello lo sollevava.

Nelle settimane successive Rosario trovava sempre del tempo per andare a Santa Patrizia e con il pretesto di informarsi delle condizioni di salute di suor Anna, di nascosto andava a trovare la suora prigioniera per portarle i viveri e parlarle. Lei rimaneva ogni volta affascinata dalla bellezza di quel ragazzino e dalla sua propensione dalla carità. Quella situazione idilliaca però ebbe un epilogo tragico.

Era un giorno come tanti e Rosario stava recandosi al suo consueto appuntamento nascondendo nei pantaloni un pezzo di torta ancora caldo. Il sole era alto nel cielo e un’afa permeava per le vie del centro costringendolo a sbottonarsi la camicia per prendere aria. Seguì il solito iter e come sempre riuscì ad avvicinarsi indisturbato alle celle. Si avvicinò alla grata e tese la mano mostrando il proprio dono. Dall’altro lato non ci fu risposta. Rosario si avvicinò ancora cercando nel buio quel viso che aspettava di vedere. D’un tratto sentì una voce flebile che lo chiamava.

-Angelo mio, dove sei? Oggi sono molto stanca, non riesco a venire vicino al cancello. Cosa mi hai portato?

-Una fetta di torta fatta da madre Giovanna. E’ ancora calda, prendete

-Oh, grazie. Riesci a infilare il braccio attraverso le sbarre? Puoi metterla lì a terra così dopo quando sarò più in forze la posso prendere

Rosario si sporse in avanti allungando quanto più possibile il braccio oltre il cancelletto. Dall’altro lato la donna lo guardava e adulava come sempre la sua bellezza. Il ragazzo aveva tutto il braccio e la spalla al di là della cella, si sporse sempre di più finché dalla camicetta aperta non fuoriuscì il suo rosario portafortuna che urtò contro il metallo. La donna sembrò attirata da quel piccolo rumore e trovò la forza di avvicinarsi di qualche passo per vedere meglio di cosa si trattasse. Guardò la collana controluce e di colpo divenne seria.

-Cos’hai al collo?

-Questo? E’ un rosario di legno, lo porto al collo da…

Non finì di terminare la frase che si sentì strattonare. Il suo viso di colpo urtò contro le sbarre fredde del cancello, dall’altro lato la prigioniera aveva afferrato il ciondolo e lo stava tirando a sé con una forza fuori dal normale. Com’era possibile che una donna così debilitata potesse tirare così prepotentemente?

-Lo conosco! Io conosco questo rosario! Dimmelo, come fai ad averlo? Rispondimi maledetto diavolo?

-Mi lasci! La prego mi lasci!

-Dimmi subito dove hai preso questo rosario. Te lo ordino!

-Non lo so signora. So solo che è con me da sempre. Lo hanno trovato accanto a me le madri dell’Annunziata quando ero piccolo, nella cesta all’interno della ruota

Di colpo la donna lasciò la presa, Rosario si allontanò subito dalla grata ricominciando a respirare regolarmente.

-La ruota. Allora sei tu. Sei vivo…

La confusione che si era creata e le urla disumane della prigioniera aveva attirato altre suore che si erano precipitate sul posto. Tra queste anche la madre superiora che a passi lenti si faceva spazio tra la folla. Davanti a loro c’era Rosario inginocchiato in un lato dell’atrio che respirava a fatica, dall’interno della cella invece usciva fuori la voce straziante della suora.

-Si tu. Sei tu! Ti ho trovato finalmente! Vieni qui angelo mio, vieni qui e fatti accarezzare. Non te ne andare da me. Ora che il Signore ci ha fatto incontrare non dobbiamo più separarci

Dalla folla che si era venuta a creare si alzava un brusio.

“Chi è quel bambino”

“E’ pazza, sta vaneggiando”

“Chi sta parlando?”

“Povero bambino, che ci fa qui?”

“Peggiora ogni giorno, bisogna prendere provvedimenti”

La madre superiora senza perdere il contegno alza un braccio per intimare il silenzio. Tutte le sorelle smettono immediatamente di parlare mentre lei si avvicina lentamente al ragazzino e gli posa una mano sulla spalla.

-Stai bene, piccolo? Che succede?

-Non lo so, madre superiora. Quella donna ha iniziato ad urlare appena ha visto…

-Appena ha visto cosa? Che ci facevi tu qui?

-Appena ha visto questo mio rosario. Lo ha tirato, poi ha iniziato a parlare di cose strane

-Figliolo, devi sapere che la donna all’interno della cella ha una grave malattia. La teniamo in isolamento perché potrebbe fare del male alle nostre sorelle

-Non crederle! Non credere a quello che dice! E’ lei la causa di tutto

-Lo vedi? Senti le sue parole, non sono quelle di una timorata di Dio. Sta vaneggiando, il diavolo le parla all’orecchio mentre noi siamo qui

-Sta zitta figlia del demonio! Angelo, angelo mio non ascoltarla. Vieni qui e stai con me, non voglio perderti di nuovo

Rosario non sapeva cosa fare, non sapeva a chi credere. La madre superiora sapeva che doveva agire velocemente prima che il bambino facesse la sua scelta. Sotto gli occhi increduli di tutti si inginocchiò e lo abbracciò. Lo strinse a sé per calmarlo, poi con parole dolci lo rincuorò.

-Sei un bambino intelligente, l’ho capito nel momento in cui ti ho visto la prima volta. Su, vieni con me. Ti porto lontano da qui. I tuoi occhi belli non sono fatti per osservare la tristezza e il dolore di questo luogo. Non possiamo fare nulla per lei che non abbiamo già provato a fare. E’ nelle mani del Signore e lui avrà cura di lei

Poi lo alzò e lo prese per mano, insieme si allontanarono dalla cella. La folla si apriva al loro passaggio, Rosario si girò per l’ultima volta indietro mentre le urla che provenivano dall’oscurità si facevano sempre più alte e più nervose.

-No, no no! Non portatemelo via un’altra volta. Non di nuovo. Ve ne supplico. Fatelo avvicinare. Fatemi vedere un’altra volta il suo viso bellissimo. Un’ultima volta!

Nove anni prima

All’interno della cantina faceva freddo ma i corpi dei due amanti si riscaldavano a vicenza. Dalle loro bocche uscivano aliti che diventavano piccole nuvole. I cuori battevano forte, fino a pochi minuti prima quei due corpi erano avvinghiati nell’estasi del sentimento più dolce. Non importava chi fossero, ora erano nudi e senza le loro vesti addosso immaginavano di essere due persone normali.

Ma non lo erano.

Quando dopo la passione i due si abbracciarono teneramente, insieme alla sensazione di freddo arrivò anche la consapevolezza di chi fossero e cosa stessero facendo. Fu la ragazza a parlare per prima.

-Dovremmo smettere

-E’ la prima cosa che ti viene in mente subito dopo questo?

-Scusami, lo sai cosa intendo. Quello che provo per te è un amore grande ma quello che mi lega al Signore è immenso

-Pensi che non ti capisca? Anche io ho preso i voti, Cristo mi ha salvato la vita. Ma dal primo momento che ti ho vista non ho potuto non pensare che forse è stato un errore mettere questo saio

-Non dirlo, ti prego. Dio è misericordioso, non dobbiamo…

-Non dobbiamo cosa? Non dobbiamo provare il piacere che stiamo provando adesso? Non dobbiamo assaporare la gioia di una vita insieme? Non dobbiamo far caso al fatto che noi due non riusciamo a restare separati? Pregavo ogni notte che venissi in questa cantina, ho aspettato ogni notte in quel corridoio stretto sperando che ci fossi tu qui a controllare il vino. Ho benedetto queste bottiglie che ci hanno fatto incontrare, che ci hanno fatto amare. Non si può tornare indietro e tu lo sai bene- Io ho deciso, domani mattina parlo con l’abate e se non vuole ascoltare la mia richiesta sono libero di scappare. Ti prego, vieni anche tu con me. Scegli me e rinnega questa vita piena di sofferenza

-Stringimi più forte e dimmi che andrà tutto bene

-Andrà tutto bene. Non sei sola, ci sono io qui con te

I due si abbracciarono ancora più forte mentre la paura pian piano svaniva. Non si accorsero dei passi che si avvicinavano con fretta. La porta si spalancò ed entrarono tre suore. Era facile indovinare chi fosse a capo di quel corteo. La madre superiora si avvicinò agli amanti e tolse con impeto la coperta che li copriva. Con ribrezzo guardò la scena, il suo sguardo accusatorio diceva già tutto ma volle esprimere a parole quello che aveva nella mente.

-Tu. Peccatrice. Osi profanare questo luogo sacro unendoti carnalmente a quest’uomo? Un uomo di Dio! Sorelle, allontanatela subito! Rinchiudetela in una cella e tenetela sempre sotto osservazione. Nessuno deve sapere nulla di quanto accaduto questa sera

Ma ne aveva anche per l’amante, finora ancora in silenzio nella sua nudità.

-E tu, miserabile peccatore. Ho già avvisato l’abate dei miei sospetti su di te. Non ci vorrà molto che anche lui ti prenderà e farà di te ciò che vuole. Ora vestiti e ritorna da dove sei venuto!

-Non può fare questo. Dio è misericordioso e avrà pietà delle nostre anime. Siamo peccatori, è vero, ma non possiamo far finta di non provare questo grande sentimento. Le vie del Signore sono infinite

-Lo sono, ma quelle dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni. Vattene via ora, e non farti più rivedere in questo luogo!

Appena l’uomo rientrò nel cunicolo che aveva usato per arrivare in quella cantina la madre superiora si fece il segno della croce e salmodiò una preghiera sottovoce.

Da quel giorno la suora accusata di peccato grave fu tenuta in isolamento dalle altre. Nei nove mesi che seguirono l’accaduto le sorelle sotto ordini della superiora la accudirono per tutta la durata della gravidanza. Al momento del parto vide solo per pochi secondi la sua creatura ma riuscì comunque a strappare una promessa ad una delle donne presenti quel giorno. Era una giovane suora che si era impietosita dagli occhi tristi di quella peccatrice e non se la sentiva di abbandonarla in un momento simile. Non poteva negarle l’unico favore che le chiedeva. Un rosario, un piccolo rosario in legno. Quel piccolo oggetto doveva essere accanto al bambino, qualunque fosse il destino che lo attendeva. Qualunque fosse il volere della superiora.