31 Dicembre 2018

Era quasi passato un anno dall’ultima volta che ci aveva provato, e cominciava ad essere stanca. Ogni anno compiva il suo personale sacrificio sull’altare dell’amore non corrisposto. L’ultima volta non era andata come sperava, o forse era il segnale che le cose dovevano cambiare. Forse nel profondo del suo cuore oscuro maturava l’idea che tutto quello era sbagliato, che era passato troppo tempo, che il suo odio non giustificava le sue azioni. Forse era arrivato il momento di girare pagina.

Uscì dall’acqua e si portò sulla sabbia. Conosceva a memoria l’incantesimo che la tramutava in essere vivente. Sotto la luce tiepida del sole pomeridiano la sua pinna sparì lasciando posto ad un paio di lunghe gambe. Si alzò in piedi. Era nuda e bella come non mai. Si diresse dietro ad una grande roccia e con la sua forza sovrumana lo sposto di qualche metro. Sotto c’erano dei vestiti che aveva messo da parte per quelle occasioni, quando non era più nel suo habitat naturale e desiderava camminare sulla terraferma.

Negli anni aveva dovuto provvedere anche a quello per il suo scopo. Ad ogni decennio che passava cambiavano le mode e lei era costretta ad aggiornare il proprio guardaroba personale in modo da mimetizzarsi tra la gente comune. Non le mancava certo lo spirito di adattamento e le idee su come fare in modo che questo potesse accadere. La sua magia sensuale poteva piegare al suo volere anche il più freddo degli uomini. Le era facile ammansire qualcuno e fare in modo che le comprasse vestiti e gioielli costosi. Con il tempo era diventato quasi una sua vanità, un vezzo che si concedeva nei giorni in cui era una terrestre.

Quella sera però non indossava gli abiti con lo stesso spirito delle altre volte. Di solito indossava quella sua seconda pelle pensando alla prossima preda, pensando al sapore del suo sangue. Faceva parte del rituale della caccia. Ma non quella volta. Indossò un paio di jeans anonimi ed una maglietta di colore nero. Gli stessi abiti di un anno prima, da allora non era più uscita dall’acqua. Con le mani mosse i capelli ondulati, poi guardò davanti a sé e cominciò a camminare mentre i versi dei gabbiani la accompagnavano in quell’ultima avventura.

Conosceva bene la strada. Mancava da quel luogo da troppo tempo eppure le sembrava che fossero passati solo pochi giorni. Percorreva quella terra persa nei ricordi della sua giovinezza. Quando forse tutto era più semplice per lei. Ogni tanto si guardava intorno scongiurando la presenza di altre persone. Sapeva bene che quel giorno non ci sarebbe stato nessuno nei dintorni. Era un giorno speciale anche per gli abitanti della città, magari erano tutti riuniti nelle loro case a prepararsi per la festa di fine anno.

Percorse una strada irta e piena di erbacce. La natura aveva fatto il suo corso e nascondeva un luogo bellissimo quanto magico. Dopo qualche minuto si ritrovò a camminare su strade che avevano subito l’ingiuria del tempo. Le ricordava diverse, prospere di vita e luce. Erano le strade che passavano davanti a templi di rara bellezza e negozi di prelibatezze sconosciute. Ora invece calpestava le pietre e la terra vedendo davanti a sé soltanto le rovine di quella che un tempo era stata la culla della civiltà. Ma anche se i secoli avevano cambiato il volto di quel luogo, riusciva ancora a sentire la forza della magia che ancora emanava.

Quella camminata le mise tristezza. Guardava quelle pietre che avevano resistito al giudizio del tempo e non poteva non pensare a sé stessa. A come era passato così tanto tempo da dimenticare quasi del tutto il suo passato, a parte quell’episodio così cruento. E se fosse anche lei come quelle rocce? Se sotto la sua bellezza fatale non fosse altro che una pietra erosa dal tempo? Quanto ne sarebbe passato ancora prima di rompersi definitivamente e crollare?

Quei pensieri tristi e senza speranza la condussero fino alla sua destinazione. Alzò gli occhi e si trovò davanti il grande ingresso dell’antro della Sibilla. Un tempo quel luogo permeava di magia e suggestione. Gli uomini si raccoglievano al suo interno nella speranza di ascoltare il proprio destino, il proprio futuro. Lì dentro si manifestava il volere degli dei attraverso l’opera di una giovane vergine. Tutti la rispettavano perché solo lei poteva dare una mano a guardare lontano. Di quelle sensazioni che ricordava ormai rimaneva soltanto un silenzio. Un silenzio lugubre, che echeggiava venerazione e paura.

Varcò l’ingresso e percorse lentamente il lungo corridoio buio. Di giorno il sole passa attraverso le feritoie creando un effetto ottico di rara suggestione. Il sole però era ormai basso e prossimo al tramonto, quel viale le sembrò buio come le profondità più oscure dell’animo umano. Nel silenzio sentiva i propri passi rimbombare nell’eco. Piccole gocce di rugiada cadevano nelle camere che amplificavano il suono. Si stava avvicinando al termine della sua missione.

Entrò nella stanza preceduta dal vestibolo, quella in cui dimorava la vergine.

La Sibilla Cumana.

La ricordava ancora, con i capelli rosso fuoco e gli occhi del colore del mare. Gli uomini rimanevano impietriti quando la guardavano. La sua infinita bellezza era inferiore solo all’austerità che emanava. Intorno a lei riuscivano a percepire un’aura di magnificenza.

Quel luogo così splendente ora però le appariva vuoto e freddo. L’oscurità e il silenzio erano diventati i nuovi sovrani di quel posto. Provò a sussurrare il suo nome.

-Sibilla Cumana…

Nessuna risposta. Provò ancora più forte.

-Maestosa Sibilla Cumana…

L’eco della sua voce le ritornava indietro, ma non era quella la voce che desiderava ascoltare. Chiuse gli occhi e respirò profondamente. Percepiva sulla sua pelle l’umidità di quel posto, le particelle di acqua nell’aria. Ma non era la sola cosa che riusciva a percepire. Dalla bocca emise un alito che divenne subito una nuvola bianca. Le sue labbra accennarono ad un sorriso.

-So che sei qui. Riesco a sentirti

Una folata di vento freddo le alzò per un attimo i capelli. Un brivido le salì lungo la schiena.

-Non ti mostri a me? Valgo così poco per te da non meritare neanche di vederti?

Un altro soffio di vento, alcune foglie a terra girarono su sé stesse creando un piccolo mulinello.

-E’ passato tanto tempo eppure siamo ancora su questa terra. Facciamo parte dello stesso mondo, dovremmo aiutarci a vicenda

Fu allora che sentì una voce. Aveva dimenticato quanto fosse spaventosa e bellissima da ascoltare.

-Aiutarci dici? Siamo amiche noi due, dunque?

-Finalmente la tua voce. Come mi è mancata tutto questo tempo…

-Un tempo lontano secoli, Partenope. Non credevo di trovarti ancora qui. Girano strane voci sul tuo conto

-Che tipo di voci?

-C’è chi dice che eri sparita, chi giura di averti visto sacrificare la tua vita in mare, chi invece tramutarti in scoglio. Ma come dicevo sono solo voci, e io so bene che le voci pesano tanto quanto chi le pronuncia

Suicidata su uno scoglio. Sapeva bene quella parte della storia, il destino che una delle sue amiche sirene dovette affrontare.

-Come vedi sono tutte dicerie. Io sono qui e desidero parlarti

-Parlarmi? Sono passati secoli da quando qualcuno ha avuto la possibilità di proferire con me. Ormai i miei poteri non sono più gli stessi di un tempo. Non faccio nemmeno parte più di questo mondo, di me è rimasta solo la mia voce

-Ti sottovaluti, Sibilla. Il tuo potere non conosce limiti, come la tua immortalità donata da Apollo. E poi io non ti chiedo un vaticinio difficile, solo la risposta ad un mio quesito

-Parla dunque. Cosa hai da domandare?

Partenope riempì i polmoni di aria gelida, poi trovò il coraggio di parlare.

-Si tratta di lui, è il mio chiodo fisso da sempre. Da quando l’ho visto la prima volta su quella nave non ho pensieri che per lui. Lo rivedo negli occhi delle persone per strada, nelle parole sussurrate dagli amanti, nel calore dell’estate e nel gelo dell’inverno. Di lui sono state riempite pagine e pagine di libri, tutto il mondo esalta la sua figura. Ed io sono stata solo una comparsa nella sua vita

-Colui di cui parli era solo un mortale, la sua vita terrena si è conclusa tempo fa

-Lo so. Non è lui che mi tormenta ma il pensiero di lui. L’odio che provo nei suoi confronti mi sta consumando, e con me sta consumando anche l’esistenza di persone innocenti. Ho desiderato milioni di volte di smettere ma non sono abbastanza forte. Ho addirittura pensato di morire, di suicidarmi. Magari sugli scogli, come nel mito che mi circonda. Ma quello stesso odio che mi rovina, mi alimenta, e le mie intenzioni rimangono tali

Non si accorse che mentre parlava stava cominciando a piangere. Delle piccole gocce scivolarono dai suoi occhi rigandole il viso fino a cadere a terra. Il flebile rumore di quelle gocce salate fu amplificato dall’eco.

Fu in quel momento che la terra ebbe un sussulto. Partenope sgranò gli occhi mentre intorno a lei sembrava manifestarsi un terremoto. Si sedette su una delle pietre nella sala mentre vide li prodigio che si stava compiendo.

Le pareti di tufo cominciarono a trasudare acqua. Dalla roccia fuoriuscì un getto che si raccolse al centro della stanza. L’acqua raccolta cominciò a girare in senso antiorario creando un lento vortice. Il liquido aumentava e la stanza continuava a riempirsi senza però mai traboccare. Fu in quel momento che Partenope la vide. L’acqua cominciò ad alzarsi assumendo una strana forma mentre continuava a girare, finché non assunse le indistinguibili sembianze della Sibilla Cumana.

Era proprio come la ricordava, bellissima da mozzare il fiato. Una scultura d’acqua che in quel momento la guardava con sguardo serio ma non arrabbiato.

-Quelle lacrime non hanno senso, sono un paradosso. Non puoi piangere per una persona che non esiste più. Sei rimasta intrappolata all’interno del tuo stesso sogno, del tuo stesso desiderio

-Cosa posso fare? Solo tu puoi aiutarmi

-Una soluzione drastica c’è, ma dovrai accettare le conseguenze anche se peseranno come un macigno sulla tua testa

Partenope la guardò con gli occhi pieni di lacrime. La Sibilla le ricambiava lo sguardo seriamente.

-Farò di tutto pur di finire questo tormento

La maga le tese un braccio. Appena la sirena le sfiorò la mano con la sua, subito un vento gelido entrò nella sala. Un vortice di una forza straordinaria si creò intorno a loro. Gocce di acqua mulinavano intorno. Partenope non vide più nulla per alcuni secondi, poi lentamente il muro d’acqua intorno a lei svanì nel nulla. Si guardò intorno, era di nuovo all’esterno. Non era molto lontana dall’antro della Sibilla, riconosceva bene quel posto.

Ora c’erano solo delle basse pietre di tufo chiaro, intorno l’erba cresceva rigogliosa e ignara di come quel luogo millenni prima era un posto sacro. Ricordava ancora le colonne del porticato, il grande pronao, le navate lastricate in pietra, e la grande statua eretta in onore del dio venerato. Agli occhi dei profani era difficile credere che quel luogo in passato era il tempio di Apollo. La maestosità antica era solo un vago ricordo nella sua memoria.

Perché si trovava lì? Perché la vergine l’aveva trasportata in quel posto? Le sue domande dovettero aspettare poco, una voce si udì nel silenzio.

-Sai dove ti trovi, non è vero?

-Sì. E’ il tempio di Apollo. O forse lo era

-I luoghi sono quel che sono anche se cambiano aspetto. Qui il tuo desiderio sarà avverato

Spiegati. Cosa mi aspetta?

-Ho parlato con l’Oracolo, il suo responso si è palesato a me per venirti incontro. Come ti accennavo si tratta di una decisione difficile da prendere. Come sai, il dio Apollo mi ha donato l’immortalità in passato. Lui può tutto, anche toglierla

Partenope ebbe un sussulto al cuore mentre ascoltava quelle parole.

-Se tu vuoi, posso intercedere con lui, ho ancora il potere per farlo, ma da questa scelta non si torna indietro. Non sarai più immortale, non avrai più accesso ai benefici di noi antichi, sarai come gli esseri umani che calpestano questa terra. L’odio che alimenta il tuo potere svanirà nel nulla

-Morirò dunque? La soluzione è privarmi della vita? Non esiste un’alternativa?

-Non esistono alternative, il responso è stato dato. Non morirai subito ma sarai una mortale. Avrai una vita come gli altri umani. Tanti dei nel tempo hanno desiderato questo, assaporare la vita appieno prima che finisca

-E lui? Il pensiero che ho di lui? La mia mania, la mia follia?

-Questa è la parte più sofferta, ma la scelta rimane a te. Con la mortalità perderai i tuoi ricordi. Tutti i tuoi ricordi

La sirena si inginocchiò con gli occhi sgranati. La scelta che le si parava davanti era la più difficile che potesse immaginare.

-Non ricorderai più lui, ma neanche di essere stata una sirena, di essere vissuta in un’epoca di gloriosa grandezza, di aver camminato con i giganti, di aver nuotato con gli dei. Millenni di storia andranno dimenticati nel fiume dell’oblio. Sei pronta a pagare a caro prezzo la soluzione al tuo problema d’amore?

Rimase in ginocchio per attimi che si allungavano a dismisura. Valeva la pena prendere tempo per una scelta così difficile. Avrebbe barattato un cuore libero con una mente vuota. Una vita anonima al posto di una intrisa di mito. Una scelta difficile ma anche semplicissima, non c’erano alternative. Sarebbe stata finalmente libera da quel peso, da quella zavorra che la teneva incatenata al passato. Ad un passato che voleva a tutti i costi dimenticare. forse era proprio quella la soluzione. L’uomo che aveva causato tutto quello aveva fatto proprio la scelta opposta, si era scontrato con il suo destino per diventare un nome che durasse per sempre. Lei invece doveva fare proprio il contrario, vivere nell’ombra di un nome che non avrebbe avuto la stessa eco.

Si alzò in piedi. Lo sguardo era serio ma risoluto. Aveva compiuto la sua scelta.

-E va bene. La mia scelta è questa, preferisco l’oblio piuttosto che continuare questa vita per sempre

Una voce tuonò nell’aria mentre un lampo fece brillare il cielo scuro.

-E sia! Il tuo volere sarà accontentato!

Partenope rimase in piedi, con il capo chino. Sentì qualcosa cadere sulla sua testa. Una goccia, poi un’altra, poi ancora. In pochi secondi una pioggia si manifestò su quel luogo. Alzò la testa guardando il cielo. Aprì la bocca e lasciò che alcune gocce gli entrarono in gola. Sentì un sapore strano, amaro. Sorrise tristemente, era così che doveva essere il sapore delle acque del fiume Lete. Cadde di colpo a terra, chiuse gli occhi e per l’ultima volta pensò al volto dell’uomo che aveva cambiato per sempre la sua vita. L’uomo per portava il suo destino nel nome, colui che è odiato. Un ricordo che si perse nel nulla.

Fuori al bar alla Riviera di Chiaia si erano ammassate un po’ di persone. La maggior parte erano giovani che salutavano la fine dell’anno e brindavano all’inizio del nuovo. Alzavano i loro bicchieri colmi di spumante divertendosi rumorosamente. Il traffico del primo pomeriggio era paralizzato, d’altronde in quell’ultimo giorno dell’anno tutta la città era in preda alla confusione. Gente che tornava a casa per riunirsi con la famiglia, chi era in cerca degli ultimi dettagli del cenone, chi ingannava il tempo libero salutando amici con cui scambiarsi gli auguri. Una festa per tutti. O quasi per tutti.

C’era un tavolino più lontano, isolato dagli altri. Una ragazza leggeva un libro mentre un caffè fumante la aspettava. Sembrava così assorta nella lettura da non sentire il chiasso che la circondava. Non sentì nemmeno i passi felpati alle sue spalle. Un ragazzo si avvicinò si soppiatto senza essere avvertito, allungò le mani verso la sua testa e con delicatezza prese le asticelle degli occhiali che indossava. Glieli tolse delicatamente, lei finalmente si voltò con sguardo serio. Poi lo riconobbe, ed un sorriso radioso illuminò il suo volto.

-Luciano! Solo tu potevi farmi questo scherzo idiota…

-E’ stato più forte di me. Eri così presa dalla lettura che era impossibile non approfittare. Pensa che ti ho vista da lontano, mi sbracciavo per farmi notare da te ma tu nulla

La ragazza sorrise divertita mentre si riaggiustava gli occhiali e con una mano pettinava i capelli neri davanti alla fronte. Era bellissima e anche il ragazzo stava pensando proprio la stessa cosa.

-Vieni qui e dammi un bacio, stupido

Lo prese per il bavero della giacca e lo avvicinò a sé dandogli un forte bacio sulle labbra. Non gli lasciò nemmeno il tempo di scegliere, ma comunque lui non avrebbe opposto resistenza.

-Sei in ritardo, comunque. Ti aspettavo già da dieci minuti. Nell’attesa ho preso un caffè

-Ho notato. Com’è?

-Non l’ho ancora assaggiato, era bollente. Facciamo un po’ per uno?

-Ci sto!

Un sorso a testa e lo finirono, poi si guardarono negli occhi scambiandosi sguardi di passione.

-Allora, che si fa stasera?

-Giusto, stasera. Ho sentito gli altri, ceniamo a casa di Lodovica. Ha invitato degli amici dell’Erasmus, prepareranno dei piatti tipici dei loro paesi

-Quindi niente cenone classico?

-No, impossibile. Mi ha assicurato che ci sarà anche qualche piatto della cucina tipica napoletana

-Meno male! Sono troppo innamorata della mia città per privarmene anche solo per un anno

-Già, ti conosco bene. Altrimenti non porteresti quel tuo bellissimo nome

-Scemo! Per quello bisogna ringraziare i miei genitori. In una città in cui ai figli vengono messi i nomi dei nonni non è poco trovare qualcuno che scelga un nome così particolare

-Particolare e stupendo come te, mia cara Partenope. La mia sirenetta

-Smettila, dai. Che ne dici, lasciamo questo posto e ci immergiamo nel cuore pulsante della città più bella del mondo?

-Con te sono pronto a percorrere ogni strada. Andiamo!

Il ragazzo si alzò di scatto e la prese per mano. Fecero qualche metro, poi lei si fermò di colpo.

-Il libro, l’ho lasciato sul tavolino! Mannaggia a te, per colpa tua lo stavo dimenticando!

Fece una corsa e ritornò al bar. Il libro era ancora sul tavolino, chiuso e con un segnalibro visibile. Lo prese tra le mani e osservò la copertina. Sopra c’era il disegno di una grossa nave, un’antica imbarcazione a remi. Quel disegno le suscitava stranamente curiosità e tristezza. L’eco di un ricordo lontano, o forse era solo la sua immaginazione. Sfogliò rapidamente qualche pagina, poi ripose la sua copia dell’Odissea nella borsa mentre il suo sguardo era ancora perso nel vuoto.

-Tutto bene, amore? Sei sovrappensiero?

La ragazza si destò dal sonno dei suoi pensieri. Guardò il suo ragazzo e gli sorrise dolcemente.

-Tutto bene, fantasticavo. Come sempre

-Ok, bene. Andiamo dai. A proposito, ti ho detto che stasera quella pazza di Lodovica ha organizzato una gara di karaoke?

-Benissimo! Non vedo l’ora di cantare un po’ in compagnia

24 Dicembre 2003

La stanza era illuminata da una fioca luce bianca. Lei era in un angolo, distesa sul letto a guardare il soffitto. Le capitava spesso di mettersi in quella posizione e respirare piano, quasi fosse convinta di dare fastidio a qualcuno. Poi le capitava di risvegliarsi da quello strano stato e riprendeva a respirare a pieni polmoni. Sul suo petto era poggiato il libro che fino a poco prima stava leggendo. Il suo preferito, Canto di Natale. Era il suo rito annuale, iniziava a leggerlo qualche giorno prima della Vigilia in modo da completarlo per la sera di Natale. Anche quell’anno non faceva eccezioni, mancavano solo poche pagine e l’avrebbe finito per l’ennesima volta. Si alzò e percorse il piccolo tragitto davanti a lei. Arrivò vicino alle sbarre della prigione e guardò fuori. Non c’era nessuno.

Il buio più assoluto. La piccola luce all’interno della cella non riusciva ad illuminare l’esterno, era troppo debole. Con la mano sfiorò quelle sbarre di ferro. Troppo dure per poterle spezzare, troppo fredde anche solo per toccarle. Ritornò sul letto, si mise in posizione fetale. In quella posizione riusciva a stare bene, la rilassava. Quella sera però il sonno tardava a venire, ed era anche normale. Fuori, in tutto il mondo, miliardi di persone si apprestavano a festeggiare insieme la festa più importante e più sentita dell’anno. Tutti avevano qualcuno con cui condividere la cena, i regali, le sorprese. Tutti tranne lei.

Si girava e rigirava nel letto con quel pensiero in testa. All’improvviso sentì un rumore. Si affacciò e vide a terra il suo libro. Probabilmente era ancora nel letto e muovendosi lo aveva fatto cadere distrattamente. Si alzò dal letto per andarlo a prendere. Il segnalibro era volato via ed il libro era aperto alle prime pagine. Stava per toccarlo quando sentì una voce sconosciuta.

-Non chiuderlo, mi piace quel punto!

La ragazza ritrasse la mano come se stesse toccando qualcosa di bollente. Cos’era quella voce? Chi aveva parlato se lei era sola in quella cella? Si girò intorno ma nel buio della stanza non scorgeva nessuno, neanche un’ombra.

-Chi sei? Chi ha parlato?

-Oh, sono qui. Non mi vedi? Adesso? Adesso?

Girava la testa in direzione della voce ma continuava a non vedere nulla.

-Ah, già, scusami. Tu non puoi ancora vedermi. Aspetta che mi do una sistematina. Ecco, ora come sto?

La ragazza si girò verso il punto dal quale proveniva la voce e vide qualcosa sul letto. Si avvicinò lentamente mentre una sensazione di angoscia prendeva piede. Aspettò che la vista mettesse a fuoco l’immagine in ombra. Era piccolo e immobile. Non riusciva a distinguere ancora la forma.

-Puoi avvicinarti se vuoi. Non mordo

Fece qualche passo in avanti, poi lo vide. Era un peluche, un piccolo orso di peluche. Era la cosa più strana che avesse mai visto ma era maledettamente sicura che la voce provenisse da quel giocattolo.

-So cosa stai pensando. Come fa un orsacchiotto a parlare? Semplice, non lo fa. Non sono proprio così ma ho assunto questa forma solo per te

Scartate tutte le possibili spiegazioni razionali, il motivo doveva essere uno soltanto. Stava sognando. Cominciò a darsi dei pizzicotti sul braccio che gli causavano un intenso dolore ma l’immagine davanti ai suoi occhi non spariva.

-E’ inutile, così ti farai solo male al braccio. Avvicinati e guardami meglio. Non mi riconosci?

La ragazza si avvicinò fino a vedere distintamente il volto del peluche. Aveva un bottone al posto dell’occhio destro e una vistosa cucitura sulla spalla sinistra. Qualcosa le diceva che quel giocattolo lo aveva già visto in passato. Spremeva le meningi ma non riusciva a ricordare però dove.

-Ho capito, ti do una mano

La ragazza rimase in silenzio attendendo il resto della frase, che non arrivava.

-Scusa, non ho specificato, era proprio nel senso letterale del termine. Avvicinati di più e tocca la mia mano

Non riusciva a spiegare il perché ma si fidava di quelle poche parole. Ormai doveva arrivare fino in fondo a quella storia, tanto valeva fare come quello strano essere le diceva di fare. Tese il braccio e toccò la zampa destra dell’orsacchiotto.

All’improvviso un fascio di luce bianca accecò i suoi occhi.

La sala da pranzo era già addobbata e un buon profumo veniva dalla cucina. Non era difficile riconoscerlo, qualcuno stava soffriggendo un sauté di vongole. Accanto alla tavola c’era un piccolo albero di Natale con poche palline colorate e qualche festone. Una serie di lampadine gialle illuminava a intermittenza l’ambiente. L’orologio segnava le 20:30 ma ancora nessuno era seduto a tavola.

La ragazza osservava la scena incredula. Com’era arrivata lì? E perché stringeva tra le mani quel peluche? Stava per aprire la bocca e avanzare un’obiezione quando il giocattolo la fermò prima che potesse parlare.

-Shhh. Fai silenzio e goditi lo spettacolo, troverai le risposte a tutte le domande

Fece come le era stato comandato. Attese qualche secondo, poi sentì delle voci. Urla, ma di gioia. Quelle di una bambina e di un’adulta. arrivarono poco dopo correndo nella stanza.

-Fermati che ti prendo!

-Non mi prenderai mai!

La piccola si fermò di colpo girandosi verso sua madre, poi le fece uno sberleffo distorcendo la faccia.

-Piccola impertinente, ora ti prendo sul serio!

La madre la prese una rapida rincorsa e la afferrò sotto le braccia. Entrambe catapultarono sul divano facendo cadere a terra i cuscini. Erano talmente tanto gioiose che la loro allegria contagiò la spettatrice. Ancora una volta il peluche anticipò la domanda che gli sarebbe stata fatta.

-Non possono vederci, tranquilla. Non ti ricorda nulla?

La ragazza annuì muovendo la testa. La donna era sua madre. Anche nei suoi pensieri era rimasta sempre così, giovane e bella, con un sorriso così radioso da illuminare ogni luogo in cui fosse. Una piccola lacrima cadde sul pavimento senza bagnarlo. Stava assistendo ad un suo ricordo, un ricordo che aveva rimosso da troppo tempo.

-Allora, Alice? Ti arrendi adesso?

-No!

Alice. Da quanto tempo non sentiva quel nome. Il suo nome. Difficile sentirlo quando nessuno più ti chiama.

-Ora basta giocare, dai. Finisco di preparare la cena mentre tu ti prepari prima che venga tuo padre

-Ma io non voglio prepararmi

-Ma come? Non vuoi mettere quel bel vestito rosso che ti abbiamo comprato?

-Ah, sì! Quello lì mi piace!

-Bravissima. Ora sbrigati altrimenti Babbo Natale non verrà a portarti il regalo che hai scelto

-Ma mamma, lo sai che io non voglio un regalo nuovo. Io voglio solo il mio Teddy

-Già, però il tuo Teddy non è più com’era prima. Ci hai giocato così tanto che lo hai rotto

-Te l’ho detto già, non sono stata io! E’ stata Cristina che per farmi un dispetto me l’ha strappato di mano e gli ha staccato l’occhio!

-Ok, va bene. Però tu lo sai che tra poco è Natale, e a Natale succedono sempre le magie

Non finì di terminare la frase che si sentì suonare il campanello. La bambina si alzò in piedi all’istante mentre la ragazza osservava la scena stringendo sempre più forte il peluche. La donna andrò ad aprire la porta, era suo marito. Il padre di Alice. La bambina quando lo vide gli saltò addosso.

-Amore mio! Anche io sono contento di vederti! Hai fatto la brava?

-E’ stata bravissima, Giacomo. Ora stava andando a prepararsi per la cena, non è vero?

La bambina fece segno di sì con la testa. Scese a terra e vide che il padre nascondeva qualcosa alle sue spalle.

-Cos’è quello?

L’uomo sorrise rendendosi conto di quanto fosse stato imbranato a farsi scoprire subito.

-Questo? Tieni e vedi di che si tratta

Diede alla bambina un pacco imbustato alla meglio. Lei lo scartò velocemente fino a rivelare qualcosa che le procurò una gioia immensa.

-Ma è Teddy! E non è più rotto!

Lo abbracciò calorosamente sotto gli sguardi commossi dei suoi genitori. In quel momento la ragazza si rese conto che il peluche che stava stringendo era sparito.

-Papà, è bellissimo. E’ più bello di prima! Mi piace questo bottone al posto dell’occhio mancante

-Mi fa piacere piccola mia. Ora vai a vestirti mentre tua madre finisce di preparare in cucina. Io mi cambio e do una mano. Su, forza!

I tre si separarono lasciando sola nella stanza la ragazza mentre non riusciva a trattenere le lacrime copiose.

In un attimo Alice si ritrovò di nuovo nella sua cella. Si accarezzò il viso e vide che era asciutto. Non stava più piangendo anche se dentro di sé era sempre più triste.

-Dove sei? Dove sei finito Teddy?

Lo chiamava a vuoto, l’eco della sua voce le ritornava indietro. Lo aveva riconosciuto, era il suo amico di infanzia, e ora che lo aveva incontrato di nuovo lo aveva già perso. In realtà sapeva cosa stava succedendo, non si sorprese quando sentì un’altra voce che le parlava.

-Teddy non c’è più ma ci sono io adesso

Abbassò lo sguardo e vide un diario poggiato a terra.

-Perché? Proprio adesso che l’ho ritrovato

-Il passato è andato, non si può tornare indietro. Io sono qui per mostrarti il presente. Chiudi gli occhi e prendimi

Alice ubbidì anche a quel comando. Toccò le pagine del diario e improvvisamente divenne tutto bianco.

Si ritrovò in un’altra stanza, questa volta era enorme. Le ci vollero un paio di secondi prima di capire che si trattava dell’atrio di un cinema. Non un multisala, quelli erano presenti solo alla periferia o in provincia. Era un cinema del centro storico, uno di quelli che resiste ancora alla crisi del settore. Alice strinse il diario tra le mani mentre osservava la sala vuota. Conosceva bene quel posto. Non solo era il suo posto preferito quando andava con i suoi genitori a vedere i film che le piacevano di più, ma qualche anno prima era diventata una delle ragazze che lavoravano lì. Prima che fosse rinchiusa, sia chiaro. Di solito era l’addetta alla cassa ma insieme cercavano sempre di effettuare dei turni in modo che tutti facessero tutto. Si era creato un bell’ambiente lavorativo, erano tutte spiritose e piene di vita, anche se non potevano definirsi propriamente amiche.

Alice percorse la sala. Si spostava con la sicurezza di essere invisibile a chiunque, soltanto un fantasma. Quella sensazione purtroppo la conosceva più che bene. Vide in lontananza qualcuno seduto su una sedia nella sala d’attesa. Aveva la testa bassa e i capelli raccolti con una lunga coda. Sembrava sovrappensiero, avvolta nel silenzio più assoluto. All’improvviso la porta del bagno dietro di lei si aprì e uscì una ragazza, vestita con la stessa divisa di quella seduta. La guardò e le domandò preoccupata:

-Tutto bene Mary?

L’altra alzò la testa e la guardò con il volto stanco.

-Sì, tutto bene

-Ti eri appisolata? Sei stanca, vero? Dai, quest’ultima giornata di lavoro è finita, ci aspetta qualche giorno di riposo

-Sì, hai ragione. sono esausta

Alice ricordava che a parte la felicità di lavorare in quel settore, il periodo natalizio era parecchio stressante. Le uscite dei film più importanti si racchiudevano nelle stesse settimane e le ragazze dovevano sgobbare parecchio per accontentare i clienti.

-E’ solo questo? Solo la stanchezza?

-Non lo so…

Lasciò quella frase lì come se fosse solo la metà di quello che pensava. L’altra prese posto accanto a lei e le mise una mano sulla spalla per rincuorarla.

-A cosa stai pensando? C’è qualcosa che non va?

Emise un respiro profondo, poi disse quel nome.

-Alice

Alice rimase interdetta. Perché stava pensando a lei? Cosa avrebbero detto? Dovette attendere solo pochi secondi per avere le risposte.

-Immagino. Ti dispiace per quello che è successo

-Già. Com’è potuto succedere?

-Dovrei dirti “sono cose che capitano”, ma non ci credo più neppure io. Non dovrebbero capitare a nessuno

-Appunto. E se capitasse a noi?

-Ma a noi non capiterà, dobbiamo essere forti

-Sì, lo so, ma non siamo poi così diverse da lei. Anzi, lei era anche migliore di noi

-Hai ragione

Non solo stavano parlando di lei ma addirittura la stavano osannando. In tutto quel tempo a contatto con loro non si era mai resa conto di quanto la stimassero. Le reputava delle conoscenti. Stava bene insieme a loro, sia chiaro, ma non vedeva in lei propriamente delle amiche.

-Forse siamo così appassionate di cinema che speriamo sempre che ci sia un lieto fine. Per tutte noi. Poi quando succede… quello che le è successo… ci rendiamo conto che la vita reale è diversa da come la proiettano sullo schermo

-Cosa ti fa stare più male? Che lei non sia qui o che noi siamo ancora qui?

-Non lo so. Forse avrei potuto fare qualcosa per lei. Forse potrei ancora…

-Ci hai provato, non ricordi? Ci abbiamo provato tutte ma è stato inutile. Sarei l’ultima persona a dirti di non riprovare ancora ma ormai è passato troppo tempo. Non so nemmeno io quale sia la scelta più giusta

Poi le due ragazze si avvicinarono e piansero sottovoce, senza interrompere il bel silenzio che regnava nel cinema vuoto.

Nel tempo di un battito di ciglia Alice si ritrovò nuovamente nella sua cella. Era stordita da quella visione. Cercava di ricomporre i pezzi di un mosaico che sembrava complicatissimo. Si guardò intorno, era di nuovo sola. Si avvicinò al letto e si mise a cercare. Che cosa poi, non lo sapeva neanche lei. Aveva bisogno di risposte, di qualsiasi cosa cui aggrapparsi per capire cosa stesse succedendo. All’improvviso si rese conto di non ricordare nemmeno più perché lei fosse lì. Aveva rivisto la sua famiglia, le sue amiche, ma era come se avesse perso i ricordi più recenti.

Era stata imprigionata per quale crimine?

In quale prigione si trovava?

Perché le sembrava che quella cella fosse sospesa nel tempo?

Stava per avere una crisi di panico, aveva bisogno di aria. Si avvicinò alle sbarre aggrappandosi ai tubi di ferro.

-C’è qualcuno? Qualcuno venga da me! Sto male, aiutatemi!

Cominciò ad urlare per attirare qualcuno. I secondi passavano come se fossero lunghe porzioni di eternità ma nessuno rispose. Si accasciò a terra mentre respirava in maniera frenetica. Fu in quel momento che sentì una nuova voce.

-Non serve piangere

Si girò di scatto, fece il giro della cella per capire dove fosse il suo nuovo interlocutore.

-E’ inutile che ti guardi intorno. Io non sono qui, o meglio non sono ancora, e quando sarò non sarò più lo stesso

Alice non era nelle condizioni di risolvere enigmi in quello stato.

-Chi sei? Cosa vuoi da me?

-Sono il tuo ultimo ospite di stasera. Quelli che mi hanno preceduto ti hanno mostrato una parte della tua vita. Quella che è stata ancora scritta. Io sono qui per mostrarti ciò che non si è ancora verificato. Il futuro non ama farsi attendere, chiudi gli occhi e lasciati andare

Lo fece, chiuse gli occhi mentre l’oscurità diventava un bagliore luminosissimo.

La stanza da pranzo era addobbata a festa, una tavola era apparecchiata per dodici posti. Un camino era acceso ed un bel tempore riscaldava l’aria invernale. Un gruppo di bambini girava intorno al tavolo passando tra le sedie e ridendo rumorosamente. Entrò nella stanza una donna matura, Alice giurò tra sé di non averla mai vista prima di allora.

-Bimbi state fermi! Rischiate di rovinare la festa

I bambini continuavano a correre e ridere come se nessuno fosse intervenuti.

-Che ne dite se ci sediamo sul divano e sfogliamo l’album delle vecchie foto?

La proposta fu accolta con un’ovazione. I tre bambini si misero in fila sul divano aspettando che la signora li accontentasse. In silenzio la guardarono mentre da un mobile prese un grosso album.

-Allora bambini, vedo che vi è piaciuta la mia idea. Partiamo da questo qui

Alice si avvicinò al gruppetto e prese posto su uno dei braccioli del divano. L’album conteneva vecchie foto stampate, nelle prime pagine riconobbe il look degli anni ‘70. C’erano persone sorridenti nei loro pantaloni a zampa di elefante. I soggetti erano sempre gli stessi, una coppia. Non era difficile capire che la donna nelle foto era la versione giovane di quella che stava sfogliando in quel momento l’album, ma uno dei bambini glielo confermò.

-Nonna com’eri bella da giovane

-Cosa vorresti dire? Che ora sono brutta?

Gli altri due ridevano mentre il bambino che aveva parlato divenne rosso dalla vergogna. La nonna gli accarezzò il viso mentre gli sorrideva dolcemente.

-Non preoccuparti, ti sto solo prendendo in giro. Guarda qui io e tuo nonno come eravamo felici. Qui eravamo in viaggio di nozze a Venezia. Qui invece eravamo a piazza San Pietro a Roma con le mie sorelle

Alice seguiva le foto indicate della signora. Erano davvero belle, felici. Tutti nelle foto lo erano. C’erano dei dettagli che però lei non riuscì a cogliere ma subito dopo fu la bambina a catturare la sua attenzione per quello che disse indicando una delle immagini.

-Nonna, questi chi sono?

-Questi? Non li conoscete, siete troppo piccoli. Loro sono mio fratello Giacomo e sua moglie Lucrezia

Quando sentì quei due nomi sentì un calore improvviso sul volto. Erano i nomi dei suoi genitori. Erano più giovani di quando li ricordasse, erano giovani e felici.

-Ci sono altre foto di Giacomo e…

-E Lucrezia. Certo, qualche pagina più avanti. Eccoli qui, Queste sono state scattate al loro matrimonio. Eravamo inseparabili, vedete come siamo sempre con loro

Alice guardava le foto mentre piangeva di gioia. Quelli davanti a lei erano i volti sorridenti dei suoi amati genitori. Ma furono le foto successive a farla commuovere ancora di più.

-E questa qui nella foto è la loro figlia Alice. Qui sta facendo il primo bagnetto

Una foto di lei da piccola, non ricordava di aver mai visto una suo foto da neonata. Era dentro una piccola vasca sopra ad un fasciatoio. Suo padre le teneva la testa distesa sul pelo dell’acqua mentre la madre le bagnava il pancino. Era una foto così tenera che chiunque avrebbe capito quanto amore provavano i suoi genitori verso di lei.

-Che bella bambina! Ora quanti anni ha?

-Era davvero una bella bambina. Piccola, non ti so dire ora quanti anni ha. Purtroppo sono successe delle cose spiacevoli nel tempo

-Cosa è successo?

-Dai, nonna, diccelo!

Alice smise di respirare pur di ascoltare attentamente la rivelazione che quella donna stava per fare.

-Non è molto facile per me parlarne. Quando Alice era ancora piccolina ci vedevamo molto spesso, poi come sapete io e vostro nonno ci siamo trasferiti a Bologna per qualche anno e li abbiamo persi di vista. Poi è successo qualcosa di davvero brutto. La loro bambina era ormai adolescente, successe prima a Lucrezia. Le diagnosticarono un brutto male e nel giro di pochi mesi ci ha lasciati

Dal viso della donna scese una piccola lacrima. Alice finalmente ricordava un pezzo della sua triste esistenza, ma qualcosa le diceva che il seguito della storia le avrebbe chiarito ancora di più il quadro della situazione.

-Non finì lì. Dopo di lei anche Giacomo si aggravò. Cercò in tutti i modi di essere più forte, di badare alla loro bambina da solo ma non ci riuscì. Anche lui finì nel giro di un anno lasciando la giovane Alice da sola

-E come fece? Con chi è vissuta tutto questo tempo?

La donna divenne ancora più seria mentre raccontava ai nipoti quella tristissima storia.

-Quando morì suo padre lei era già maggiorenne quindi rimase da sola in casa a badare a sé stessa. Noi facemmo di tutto per riprendere contatti, cercammo in tutti i modi di avvicinarci a lei per includerla nella nostra famiglia. So che anche alcune sue amiche si diedero da fare ma inutilmente. Si chiuse dentro il suo guscio per troppo tempo. Cercò addirittura di… fare del male verso sé stessa. La trovarono a casa chiusa nella sua stanza dopo molti giorni e la portarono in una clinica specializzata. Non so se si è più ripresa…

I bambini ascoltavano in silenzio assoluto mentre Alice era in ginocchio e piangeva a dirotto. Ricordava tutto. I suoi genitori che la lasciarono troppo presto, i loro volti malati che fino alla fine pensavano a lei e le davano coraggio, la sensazione di sconforto della sua intera esistenza. Le era sembrato che il mondo le cadesse addosso, sola contro tutte le avversità. Solo in quel momento capiva che le sarebbe bastato tendere una mano ed avrebbe trovato non una, ma tantissime mani ad accoglierla, a tirarla fuori da un burrone che aveva scavato lei stessa.

Non finiva di piangere, ora che aveva capito tutto non aveva nessuna consolazione. Quello che stava vedendo era il suo futuro? Sarebbe finita così? Bisbigliò solo poche parole nel silenzio dello scenario.

-Ti prego, fammi ritornare…

Fu in quel momento che chiuse gli occhi e sentì una sensazione di vuoto sotto i suoi piedi.

Si ritrovò nella sua cella. Riaprì gli occhi e si guardò intorno, nulla era cambiato. Non c’era nessun orsacchiotto, nessun diario, nessuna voce nel buio. Si alzò in piedi e guardò l’ingresso della sua cella. Ora sapeva cosa fare.

Si avvicinò alle sbarre prendendone due con le mani. Erano fredde e dure come pezzi di granito. Non aveva scelta, concentrò tutte le sue forze e cercò di piegarle. I pezzi di ferro erano immobili. Pensò alle visioni del passato, del presente e del futuro. Ai suoi genitori, al calore che le mancava da troppo tempo, alle loro parole di coraggio. Provò di nuovo, ma questa volta non era da sola. Sentiva accanto a lei suo padre e sua madre che le davano forza.

Finalmente le sbarre si ruppero. In quel momento il cancello si sgretolò in mille pezzi. Si voltò, anche la stanza lentamente scomparve mentre le ceneri vennero spazzate da una folata di vento. Sotto la superficie delle pareti della cella comparve la propria cameretta. I poster dei suoi cantanti preferiti, gli effetti personali, le foto appese al muro, i suoi peluches. Tutto era ritornato a prima, o meglio, al presente che aveva dimenticato. Aveva costruito lei stessa la sua prigione dove stava marcendo all’insaputa di quello che le aspettava.

Guardò un’ultima volta la porta della sua cameretta. Era chiusa, non ricordava più da quanto tempo lo era. Allungò il braccio e prese la maniglia, la girò e finalmente la aprì. Percorse il corridoio fino alla porta d’ingresso. Respirò a pieni polmoni una boccata d’aria per darsi coraggio, poi la spalancò. Davanti a lei era un tripudio di luci. Il buio della serata era illuminato da una miriade di festoni e luminarie finché riusciva a vedere. Nell’aria c’era l’inconfondibile odore di Natale che aveva quasi dimenticato. Non sapeva cosa fare, non sapeva dove andare, ma sapeva che doveva farlo, fuggire da quella casa e trovare qualcuno. Magari una delle sue amiche o uno dei parenti che ancora non conosceva. L’avrebbe fatto, si sarebbe ripresa la sua vita e lo avrebbe fatto non solo per lei, ma anche per i suoi genitori che avrebbero voluto vederla sempre felice.

17 Dicembre 2017

Esiste un luogo a Napoli permeato di speranze. Non è un luogo tenuto nascosto ma ben visibile agli occhi di tutti ed una volta all’anno è a disposizione di chiunque abbia un desiderio da chiedere. E’ l’albero di Natale che viene allestito ogni anno nel periodo natalizio all’interno della Galleria Umberto I. Un albero come tanti se non per una caratteristica che lo rende unico. Oltre ai festoni e alle palline decorative, in quei giorni l’albero si riempie di bigliettini. Sono i desideri delle persone che passeggiando per il centro storico scelgono di affidare le loro speranze proprio a quell’albero.

Purtroppo negli anni l’albero è diventato famoso per ben altre notizie. Troppo spesso bande di ragazzi provenienti da quartieri adiacenti Via Toledo lo prendono di mira, lo abbattono, a volte lo rubano trascinandolo fuori dalla galleria. Ma quel simbolo ogni anno è al suo posto, così come quei bigliettini che lo adornano.

Luca conosceva bene quell’albero. In passato anche lui aveva deposto tra i suoi rami i propri desideri. Fin da piccolo con i suoi genitori aveva l’abitudine di passare una giornata per il centro e comprare i regali di Natale. Al termine della lunga passeggiata si recavano nella Galleria Umberto per riscaldarsi con una cioccolata calda e poi subito dopo scriveva una lettera da mettere su quel grosso albero. E proprio in uno di quei giorni accadde qualcosa che gli avrebbe cambiato la vita.

Suo padre lo prese in braccio per permettergli di poggiare il foglio su un ramo più alto. Luca allungò le braccia per raggiungere un punto ancora spoglio, nel farlo sfiorò con la mano uno dei bigliettini già presenti. All’improvviso tutto davanti a sé divenne scuro. Non c’era più l’albero, non c’erano più i genitori, non c’era più nulla. Davanti ai suoi occhi si materializzarono scene di una vita che non gli apparteneva. Vedeva persone, luoghi, situazioni che gli erano estranee. Durò qualche secondo ma per lui sembrarono attimi infiniti. Poi sentì un dolore forte, aprì gli occhi e si risvegliò da quello stato di trance. Era disteso a terra e intorno a lui si era formata una folla di persone preoccupate. Suo padre gli teneva una mano mentre la madre non riusciva a trattenere le lacrime. Era ancora sotto shock, sentiva solo voci ovattate intorno a lui.

Chiamate un dottore. Chiamate un dottore, presto!

I ricordi erano confusi, si ritrovò in una stanza di ospedale con dei fili attaccati alla testa ed un rumore metallico che rompeva il silenzio. Davanti a lui però c’erano gli occhi dolci dei suoi genitori.

-Papà cos’è successo?

-Niente, Luca. Devi solo riposarti e rimetterti in forze

-Ma il bigliettino… Dobbiamo attaccare il bigliettino sull’albero…

-Lo abbiamo fatto, non preoccuparti

-Luca, dobbiamo chiederti una cosa. Ricordi cosa è successo quando hai cercato di attaccare il foglio sull’albero? Io e tuo padre eravamo con te, all’improvviso sei come svenuto

-Non ricordo niente, mamma. All’improvviso ho visto delle cose strane. Voi non c’eravate più ma c’erano delle persone che non conoscevo. Mamma, ho avuto paura

-Calmati Luca, ora siamo insieme. Non è successo niente. Ora riposati

Nei giorni seguenti il cervello di Luca fu analizzato dai migliori dottori dell’ospedale. Fu sottoposto a numerosi esami che però diedero esito negativo. Nessuno riuscì a spiegare l’accaduto, era come se non fosse successo assolutamente niente. Il bambino non aveva nulla che non funzionasse, purtroppo per lui quello fu solo il primo caso.

Dapprima erano episodi sporadici, poi man mano divennero sempre più frequenti. Gli capitava quando toccava con le proprie mani un oggetto o una persona. All’improvviso riusciva ad avere visioni di un passato legato a ciò che aveva toccato. Entrava in contatti con i ricordi legati agli oggetti o alle persone. Forse potrebbe sembrare un dono, ma quella maledizione lo rese sempre più solo.

Per ridurre le visioni portava costantemente dei guanti, in modo da non toccare nulla direttamente con le mani. Ma anche con tutte le precauzioni gli capitava di ricaderci. Come quella volta che in classe cominciarono a punzecchiarlo proprio per quei guanti.

-Dai Luca, lo sappiamo che porti quei guanti per coprire lo smalto che ti metti sulle unghie. Facci vedere come ti trucchi

Era difficile mantenere la calma in momenti come quello. Avere un potere così grande e non poterlo rivelare. Quel giorno accettò la sfida, si tolse i guanti e gli toccò la fronte. Subito divenne tutto buio, gli occhi si girarono all’indietro. Tutti i presenti si spaventarono ed urlavano terrorizzati. Poi Luca si accasciò a terra, qualcuno uscì dalla classe per chiamare un adulto. Entrarono due professori ed alzarono il ragazzo che cominciava a riprendere i sensi. Un sorriso beffardo comparve sul suo viso mentre guardava un tono di sfida il compagno di classe davanti a lui.

-Come sta Dolly? La bambola di tua sorella che tieni nascosta nel secondo cassetto della tua cameretta. anche ieri sera le hai pettinato i capelli prima di andare a dormire?

Una piccola soddisfazione che però lo allontanò ancora di più dai suoi compagni. Chi voleva avere a che fare con un mostro? Negli anni la situazione non era mai migliorata. Amici? Sempre di meno. Una fidanzata? Come sarebbe stato possibile? Ogni volta che avesse provato a sfiorarla gli sarebbero compare davanti agli occhi le scene della sua vita, i suoi vecchi amori, le sue paure. Tutto quello che lo circondava era solo l’amore dei suoi genitori, gli unici con cui condivideva quel segreto e che potevano stargli vicino senza timore. Ma i genitori purtroppo non durano in eterno. Li perse entrambi in un incidente d’auto. Non se ne dava pace, il suo “potere” era quello di vedere il passato, non il futuro. Avrebbe potuto salvarli se solo avesse avuto un potere diverso, ma così non era.

Da allora aveva vissuto un profilo basso, nessuno intorno ed una vita anonima. Ogni giorno come quello precedente, con i suoi guanti ad isolarlo dai suoi incubi. Poi un giorno gli venne un’idea mentre guardava la TV. Dovunque c’erano film di eroi e supereroi, gente con o senza poteri che metteva a repentaglio la propria vita per salvare gli altri. Non ci aveva mai pensato, lui ce l’aveva un superpotere. Fino a quel giorno lo aveva chiamato “maledizione”, “sventura”, ma faceva parte di lui. Lo aveva condizionato per tutta la vita ma doveva conviverci. Perché non sfruttarlo a fin di bene?

Non fu una scelta facile, rimase a pensare a quell’idea per ore sul divano. Poi si decise, partendo proprio da quel posto in cui tutto era cominciato. Si preparò e scese, arrivò fino alla Galleria Umberto I e si mise davanti all’albero dei desideri. Proprio quell’albero che doveva essere il custode del suo sogno e che vide per primo il suo incubo.

E ora era di nuovo lì, senza sapere davvero cosa fare. Guardava quei rami pieni di bigliettini, pieni si speranze. Cosa avrebbe dovuto fare? Toccarne qualcuno a caso? Spiare il passato di chi vuole solo augurarsi qualcosa per Natale? Stava quasi pensando che quella che aveva avuto era solo una pessima idea quando notò su uno dei rami più bassi un foglio di colore rosa. Era piccolo e malconcio ma quel colore seppure pallido spiccava in mezzo a tanti fogli bianchi. Luca si fece coraggio e si diresse verso quel foglio. Chiuse gli occhi e lo prese.

Era da tanto tempo che non provava più quella sensazione. L’oscurità che lo circondava, poi le visioni che gli sbattevano in faccia come un treno ad alta velocità. Prima vede quel bigliettino che aveva preso, era stretto in una piccola mano. Lo stringeva a pugno quasi per paura di perderlo. Non riusciva a vedere bene chi tenesse quel foglio, ma vedeva indistintamente la forma di una bambina. Poi la scena cambia, la bambina è in una stanza, seduta a terra in un angolo. Dalla luce che la illumina viene fuori un’ombra scura, quella di un uomo con il braccio alzato. La bambina chiude gli occhi, poi viene picchiata con oggetto. Luca sente il dolore che prova lei, ed è enorme. Ancora un cambio di scena, la bambina si trascina a forza dalla camera, tutto intorno sembra muoversi. Cammina sbandando, ci mette un po’ per arrivare alla porta, la apre ed un forte odore le arriva alle narici. Gli occhi sono gonfi e la vista è annebbiata, si riesce a vedere qualcosa solo da una piccola fessura. Riesce a vedere una scritta di colore rosso su uno sfondo bianco, “Lucullo”.

Luca riaprì gli occhi rendendosi conto di essere disteso a terra. Un piccolo gruppo di persone lo circondava, preoccupati per la sua salute. Con un po’ di difficoltà riuscì ad alzarsi, la testa gli girava ancora un poco ma dopo aver preso un caffè offerto da uno dei presenti si sentì meglio. Istintivamente mise la mano nella tasca destra della giacca e tirò fuori un bigliettino. Era il biglietto rosa preso dall’albero. Lo aprì e guardò all’interno. C’era una sola parola, scritta di fretta, forse da una mano tremante. Una sola parola che però urlava tutto il suo dolore.

Aiuto

Rimise il foglio nella tasca. Aveva abbastanza elementi per fare qualcosa, ma doveva muoversi, era già buio.

Tornò a casa e prese l’auto. Nel tragitto pensava agli indizi che aveva a disposizione dalla visione. Una stanza che “si muoveva”, un forte odore all’esterno ed una scritta. Tutto gli faceva pensare ad un solo luogo, il porto. La stanza galleggiante avrebbe potuto essere una cabina di una barca e l’odore che anche lui aveva sentito durante lo stato di trance era tipico degli scarichi di una nave. La scritta era ancora un dilemma da risolvere ma aveva la sensazione che avrebbe scoperto sul luogo di cosa si trattasse.

Impostò la destinazione sul navigatore e raggiunse la sua destinazione. Parcheggiò l’auto nella zona dei giardini di Molosiglio. Uscì dall’auto ed un profumo di aria di mare gli riempì i polmoni. Quanto avrebbe voluto trovarsi in quel luogo in un’altra occasione. Quanto avrebbe voluto far parte di una vita diversa, normale. Non aveva scelto quel suo potere, ma ora era deciso a fare del bene pur di dargli un senso. Nella sua vita si era sempre domandato se quel dono gli fosse stato fatto da un Dio o solo da un diavolo meschino. Ora quella domanda poteva avere una risposta se al termine di quella giornata avrebbe salvato una povera innocente dalle braccia di un mostro.

Si avviò verso il pontile guardando la fila di barche ormeggiate. Ce n’erano di vario tipo, dalle piccole imbarcazioni di pescatori usate ogni giorno per sfamarsi a quelle più grandi, magari lo sfizio di un ricco borghese. Il buio non favoriva la ricerca ma dopo aver percorso il porticciolo un paio di volte, Luca vide quello che stava cercando. Era una barca grande, forse di lusso. C’erano le luci accese sul ponte, riusciva a vedere un uomo indaffarato a pulirlo con una scopa. Sul bianco fianco destro una scritta rossa con il nome che cercava, Lucullo.

Senza togliersi i guanti mise la mano nella tasca della giacca e strinse il bigliettino. Una forte sensazione di rabbia attraversava il suo corpo. Non doveva farsi assalire dalle emozioni, da quel momento ogni azione doveva essere studiata e non poteva permettersi di sbagliare. Nella sua mente stava trovando le spiegazioni di quanto potesse accadere su quell’imbarcazione. Magari il proprietario aveva sequestrato la bambina, o forse era solo uno dei suoi tanti vizi da riccone.

Con il cuore che pulsava ad un ritmo frenetico si incamminò verso la barca quando l’istinto gli suggerì di fermarsi. Era solo una sensazione ma non ci aveva fatto caso prima di allora. Tutte le visioni che aveva avuto da quando era piccolo lo mettevano in contatto con delle persone collegando i loro sensi con i propri. Sentiva ciò che loro sentivano, ascoltava quello che loro ascoltavano, vedeva quello che loro vedevano. Esatto, quello che loro vedevano. Perché allora la scritta? Era sul fianco della barca e non poteva averla vista. Stava pensando quando guardando di lato si accorse che c’era un’altra barca ormeggiata vicino alla Lucullo. Era una barca più piccola, anonima e le poche onde la facevano sobbalzare. Luca finalmente capì, la visione che aveva avuto riguardava quello che gli occhi della bambina vedevano. Era sulla barca più piccola e uscendo fuori vedeva la scritta dell’altra.

Si diede dell’idiota per aver immaginato uno scenario completamente diverso. In compenso sarebbe stato più semplice salire sulla barca più piccola, era buia e se era fortunato nessuno avrebbe notato la sua presenza. Si fece coraggio e si diresse verso la sua destinazione. Con accortezza camminò lentamente per non fare rumore sulle assi cigolanti. Aprì una piccola porta ed entrò. Tutto intorno era buio, decise di farsi luce con il suo cellulare. Si aspettava una stanza vuota invece dovette ricredersi. Su un lato c’erano accatastate decine di pacchi. Si avvicinò per vedere meglio, quello in alto era aperto. All’interno c’erano delle stecche di sigaretta. Probabilmente quella era la barca di un contrabbandiere, la feccia dei criminali. Gente che ogni giorno sfida le forze dell’ordine su barche con motori truccati per .fare guadagni facili. Luca pensò al pericolo che stava correndo in quell’istante. Il proprietario era un delinquente, con tutta probabilità era armato e non avrebbe esitato ad accanirsi su di lui se l’avesse scoperto.

Era meglio sbrigarsi ed uscire quanto prima da quella situazione. Attraverso una botola scese in stiva, abbassò la luminosità dello schermo e vide due letti. In uno dei due riconosceva una figura più piccola mentre su un altro c’era probabilmente il contrabbandiere. Si avvicinò lentamente al letto dove era distesa la bambina. Doveva svegliarla e portarla via di lì in fretta, senza allertare l’altro. Aveva paura che lei urlasse così cominciò a parlare sottovoce.

-Ehi piccola. Svegliati. Non preoccuparti sei in buone mani

La bambina aprì gli occhi, la luce del cellulare dava fastidio ai suoi occhi abituati al buio. Si guardò intorno finché non vide il volto di Luca. Non lo spaventava, era ben altro che le metteva paura.

-Chi sei? Sei venuto qui per me?

-Sì, sono qui per te. Ma dobbiamo fare piano. Vieni con me, usciamo da questo posto

-Sei un angelo?

-No, piccola. Ora però in silenzio, alzati e seguimi lentamente

La bimba fece come le era stato ordinato da Luca. In punta di piedi arrivarono fino alle scale e salirono. Erano sull’ultimo scalino quando, forse per una distrazione dovuta al sonno, la piccola inciampò e cadde in ginocchio. La pantofola che indossava rotolò per le scale fino alla stima provocando un rumore sordo che squarciò il silenzio. Il sangue nelle vene di Luca si ghiacciò all’istante. Non fece in tempo a pregare che sentì un urlo provenire dal basso.

-Chi è?

Rimase in silenzio nell’oscurità delle scale ma sapeva di essere spacciato.

-Chi è? Vengo lì e ti uccido! Chi sei?

L’uomo si alzò di scatto ed andò a controllare nell’altro letto. Vide che era vuoto e pieno di rabbia prese la pistola che nascondeva sotto il suo cuscino. Luca sentì il rumore metallico dell’arma caricata e tirò con forza la bambina su per gli ultimi gradini. Doveva uscire da quella barca prima che diventasse la sua tomba, o peggio ancora quella di entrambi. La barca continuava ad ondeggiare, i due riuscirono ad arrivare alla porta di uscita quando una voce alle loro spalle tuonò.

-Fermi! Dove credete di andare!

Un solo passo e sarebbero stati fuori, magari avrebbero gridato per richiamare l’attenzione di qualcuno e farsi aiutare. All’improvviso Luca sentì quel suono, prima di allora lo aveva soltanto ascoltato in tv in qualche film. Uno sparo. Quasi in contemporanea avvertì un dolore forte all’orecchio sinistro. Si fermò di colpo, d’istinto si toccò l’orecchio e guardò la mano illuminata dalla debole luce proveniente dall’esterno. Non c’era bisogno di molta immaginazione per capire che si trattava di sangue. Era stato colpito all’orecchio, la situazione era diventata di colpo più pericolosa.

-Fermati o con il prossimo colpo ti faccio saltare la testa! Ora girati lentamente!

Luca si girò, la mano stringeva forte quella della bambina senza lasciarla. Anche lei non riusciva a staccarsi mentre tremava.

-Maria che stai facendo? Lascia quell’uomo e vieni subito qui. A lui ci penso io

La bambina non obbedì agli ordini, anzi, si avvicinò ancora di più allo sconosciuto.

-Che fai, Maria! Vieni subito qui, te lo ordino!

-No!

Quella parola di sole due lettere risuonò nella stanza come una sentenza irremovibile. Quel coraggio inaspettato prese in contropiede l’uomo che rimase a bocca aperta mentre la guardava.

-Che stai dicendo? Sono tuo padre, ti ordino di venire qui. Vieni subito altrimenti te ne darò di santa ragione. Così tante che non avrai più voglia di scherzare

-Non vengo. Lui è un angelo ed è venuto qui per salvarmi da te. Tu sei un mostro!

L’uomo ascoltò quelle parole, mai prima di allora sua figlia aveva osato ribellarsi. Una sensazione di rabbia e odio gli pervase l’animo. La pistola che fino a quel momento era diretta verso lo sconosciuto si spostò puntando la bambina. Luca se ne accorse e subito la prese e la spostò sul ponte. Il padre sparò ma per fortuna l’altro fu più veloce. Preso dall’adrenalina, Luca si scagliò a testa bassa sull’uomo facendolo capitolare in un angolo. Nell’urto lasciò la pistola, che rimase a terra. Approfittando del momento buono, il ragazzo ebbe un’idea improvvisa. Controllò velocemente in una tasca della sua giacca e prese piccolo pacchetto, poi si avvicinò agli scatoloni.

-Non prendere la pistola, altrimenti accendo questi fiammiferi e li butto su questi scatoli!

-Non lo farai, sarò più veloce io

-Vuoi rischiare? Vuoi che tutte queste stecche di sigaretta prendano fuoco, magari anche tutta la barca?

L’uomo si rese conto che l’altro aveva ragione.

-Non ti muovere, ora la prendo io e tu ci farai scendere senza reagire, chiaro?

Il silenzio valeva come un sì. Luca si spostò di lato con ancora in mano la scatola di cerini. Raggiunse la pistola, la prese e la puntò verso l’uomo, ancora seduto a terra. Non aveva assolutamente voglia di sparare, non l’aveva mai fatto e non voleva farlo per la prima volta. Senza mai distogliere la mira dal suo nemico uscì sul ponte e controllò, Maria era ancora fuori mentre tremava dal freddo.

-Vieni qui piccola, ora dobbiamo andare via

La bambina si avvicinò, Luca vedendola rabbrividire al gelo si tolse la giacca per coprirla. Fu il suo unico errore.

Come un treno l’uomo si rialzò e diede una spallata al ragazzo. Il suo corpo fu schiacciato sulle pareti in legno, lasciò la presa facendo cadere l’arma in mare. L’altro gli diede una serie di calci nel costato fino a togliergli tutta l’aria dai polmoni. Ormai era a terra senza forze, non riusciva a muoversi. L’uomo ne approfittò per allontanarsi e dirigersi verso poppa. slegò il nodo che teneva la barca attraccata al pontile, poi si diresse verso i comandi. Nel tragitto incrociò lo sguardo con quello di sua figlia, ancora a terra mentre tremava.

-Con te facciamo i conti dopo. Ora mi devo sbarazzare di quel corpo

Mise in moto la barca. Rumorosamente il natante abbandonò il molo, nella fretta speronò altre barche. Il fracasso che si era creato mise in allarme gli altri marinai presenti sul posto. L’uomo voleva raggiungere il largo per disfarsi del corpo di Luca. Una volta arrivati a debita distanza fermò il motore e si diresse sul ponte. Si avvicinò al corpo del ragazzo e gli diede un ultimo calcio, poi lo prese di peso per buttarlo in mare. Stava per alzarlo quando sentì un forte odore. Si girò e vide all’interno della cabina del fumo. Non collegò subito l’accaduto, ma quando vide che sua figlia non era più nel posto in cui l’aveva vista prima capì, era stata lei ad appiccare il fuoco. Probabilmente aveva ascoltato le intenzioni del ragazzo, aveva preso la scatola di fiammiferi ed aveva dato fuoco alle casse di sigarette. Doveva pagarla subito, sarebbe stata punita per averlo fatto. Uccisa e gettata in mare insieme al suo nuovo amico sconosciuto. L’uomo entrò all’interno della cabina urlando il suo nome.

-Maria! Vieni fuori Maria! Hai commesso un grave errore e ora ne pagherai le conseguenze!

Continuava ad urlare anche se li fumo gli entrava in gola facendolo tossire. Il desiderio di vendetta era più forte di quello di sopravvivenza, ma se ne accorse troppo tardi. Lo capì quando sentì il rumore della porta che si chiudeva e della serratura che scattava. Era in trappola, era chiuso in una stanza che stava per prendere completamente fuoco. All’esterno, sul ponte, Maria si avvicinò al suo angelo custode.

-L’ho chiuso dentro, non uscirà fuori. Dobbiamo scappare ora. Ce la fai ad alzarti?

Quelle parole risvegliarono Luca dallo stato di torpore. Fece uno sforzo immane per rimettersi in piedi e coprire la bambina con la sua giacca.

-Sta andando tutto a fuoco, dobbiamo buttarci in mare. Sai nuotare?

La bambina fece un cenno con la testa, tanto bastava a Luca per darsi coraggio. Scavalcarono insieme e si gettarono in acqua. Riuscirono a nuotare per qualche metro prima che la barca esplodesse. Il fuoco era divampato fino a raggiungere il motore. Insieme guardarono quella scena, entrambi sapevano che la loro vita sarebbe cambiata. In meglio.

La guardia costiera era stata allertata dagli uomini presenti sul molo, il baccano provocato dalla barca del contrabbandiere aveva svegliato tutti i marinai. Luca e Maria furono tratti in salvo da una motovedetta e riportati a terra. Le circostanze erano ancora da chiarire ma i racconti dei due coincidevano. Dalle indagini successive risultò che la bambina viveva con il padre, un tipo non raccomandabile che aveva passato in prigione parecchi anni. La madre era morta poco dopo la nascita. Non andava a scuola da mesi, gli assistenti sociali erano già stati avvertiti dall’istituto ma avevano le mani legate. Era però una bambina molto intelligente ed anche in quella situazione aveva dimostrato coraggio e cervello. Dopo quell’episodio fu affidata ad un istituto in attesa di far parte di una vera famiglia.

Luca invece se la cavò con qualche giorno in prognosi riservata a causa delle percosse. Poche settimane e sarebbe uscito dall’ospedale. Per tutto il tempo in cui rimase in quel letto pensò a cosa farne della sua vita. Era di nuovo solo, senza nemmeno i suoi guanti che lo isolavano dal mondo. Il corpo gli faceva ancora male, ma in cuor suo sapeva che quella sensazione che aveva provato in mare non l’aveva mai provata prima. Era la sensazione che hanno gli eroi quando concludono una missione, la sensazione che provano i pugili quando mettono al tappeto l’avversario, quello che provano i vincenti. Aveva salvato una vita, tanto gli bastava per sentirsi bene. Ci pensò per giorni, ma ormai lo aveva capito. Aveva un potere e non poteva far finta di nulla. Lo avrebbe rifatto, certo che lo avrebbe rifatto.

10 Dicembre 1576

Il cortile del palazzo del Vicario era vuoto, o almeno lo era se si considerano i vivi. Agli angoli del castello erano esposti in bella vista mani, piedi e teste dei giustiziati a morte, come monito per tutti. Un deterrente che nella maggior parte dei casi non funzionava granché, dato l’enorme lavoro svolto dal Vicario in quell’epoca. Al centro del cortile c’era una forca dove quel mattino penzolava il corpo di un uomo. Uno dei tanti senza nome che adornavano la parte antistante la facciata del palazzo. Un colpevole giudicato dalla legge, che ha avuto quello che meritava. Era lì dal giorno precedente.

La testa era coperta da un cappuccio, in modo da non mostrare ai facilmente impressionabili il volto trasfigurato al momento della morte. Il torso era nudo, dal colore quasi azzurro. Ormai il sangue aveva terminato di circolare nel corpo da troppo ore e quel poco rimasto era ghiacciato dal freddo di quell’ultima notte. Portava dei pantaloni di infima qualità, logori e sporchi di terreno, ai piedi un paio di calzari. A vederlo da fuori dava l’impressione del classico pezzente comune che si è trovato nei guai per un pezzo di pane. La sua storia però di comune non aveva nulla.

Era mattino presto quando Giuseppe camminava all’interno del cortile del castello. Era uno degli uomini di fiducia del Vicario anche se apparteneva al gradino più basso. Era l’addetto alle pulizie, aveva l’onere di mettere a posto la piazza dopo ogni esecuzione. Non si trattava solo di pulire le macchie di sangue e feci, ma anche di abbellire il luogo. Il giorno dopo ogni uccisione doveva tagliare le teste delle vittime e riporle in apposite gabbie. O anche tagliare mani e piedi ed esporli in modo che tutti potessero vederli. Stava proprio facendo spazio all’interno di una delle gabbie quando sentì un rumore sordo alle sue spalle. Si girò e notò che il corpo che fino a pochi secondi prima era appeso al cappio ora si trovava riverso a terra in una posizione innaturale.

Doveva essere a causa del freddo e della consistenza della corda ormai vecchia. Probabilmente nel tempo doveva essersi deteriorata a causa del peso che doveva sopportare ogni volta, sempre più spesso. Giuseppe pensò che fosse stata una fortuna il fatto che quell’avvenimento fosse successo proprio in quel momento e non prima. Immaginava già il putiferio se il giorno precedente impiccando quel ladro la corda si fosse spezzata. L’uomo sarebbe caduto a terra incolume e gli sarebbe stata data la grazia. Poi sicuramente il Vicario se la sarebbe presa con lui, che non aveva controllato per bene la corda prima dell’esecuzione. Sorrise pensando al grosso guaio che aveva scansato per puro caso, ricordava bene l’ultima sfuriata del suo capo ed il supplizio che aveva dovuto sopportare davanti a tutti.

Si avvicinò alla forca quando notò qualcosa di strano. Prima una folata di vento gelido improvvisamente gli sfiorò il volto facendolo rabbrividire, poi sentì dei leggeri rumori come di ossa che si disarticolano. Con suo grande stupore vide che il corpo dell’uomo riverso a terra cominciava a muoversi. Senza trovare il coraggio di urlare fece qualche passo indietro fino a cadere con il sedere a terra. Davanti a lui la scena più incredibile e raccapricciante a cui aveva mai assistito.

Quello che doveva essere il cadavere del condannato del giorno prima si mise seduto, si ricompose facendo scricchiolare braccia e gambe e si tolse il cappuccio dalla testa. Il volto appariva serio ma per nulla quello di un cadavere. Il colorito era chiaro, di chi ha passato troppo tempo al freddo, la barba incolta e gli occhi scavati e iniettati di sangue. Di sangue vivo. Quando Giuseppe lo guardò lo riconobbe subito. Era proprio l’uomo che il giorno precedente era stato giudicato dal Vicario e condannato a morte. Com’era possibile che proprio quell’uomo ora fosse davanti a lui e sembrava addirittura sorridere mentre si ripuliva dalla polvere. Eppure il dottore aveva controllato lo stato del decesso ed aveva dichiarato l’uomo clinicamente morto. Ma quell’uomo che ora si stava alzando e camminava verso di lui non poteva essere morto. Giuseppe chiuse gli occhi mentre recitava a bassa voce una breve preghiera, l’altro gli si avvicinò e si abbassò per guardarlo meglio. Quando Giuseppe riaprì gli occhi si ritrovo davanti un volto dal sorriso beffardo.

-Salve. Voi dovete l’uomo che ieri ha sistemato lo sgabello sotto il cappio, vero?

Giuseppe richiuse gli occhi mentre tremava di paura.

-Non c’è motivo di essere spaventato, state tranquillo. Non è colpa vostra, avete solo fatto il vostro lavoro e questo vi fa onore. Permettete una domanda?

Fece segno di sì mentre aveva ancora gli occhi chiusi.

-Vorrei uscire di qui, potete indicarmi la strada? Ieri ero troppo confuso e ora non ricordo da dove mi hanno fatto entrare. Sareste così gentile?

Giuseppe alzò un braccio tremante e puntò l’indice verso un grande portone socchiuso.

-Grazie mille, siete un buon uomo. Potrei chiedervi solo un altro piacere? Non mi chiamate scocciatore. E’ solo che non ho più il mio vestito. Non so come mai, ricordo che ieri avevo una vecchia camicia che mi copriva ma ora non l’ho più. Sareste così gentile da prestarmi la vostra? Verrò a rendervela appena possibile, grazie

Il guardiano non si fece ripetere due volte la richiesta. In fretta e furia si sfilò la giacca che portava addosso e gliela porse. Rimase solo con una leggera camicia, ormai tremava di terrore e freddo.

-Ma ancora grazie, non so proprio come ringraziarla. Io ora vado, ho una faccenda da sbrigare. Buona giornata

L’uomo si infilò la giacca e fece qualche passo lontano da Giuseppe, poi, stranamente, ritornò indietro. L’altro era ancora a terra con gli occhi chiusi a forza.

-Prometto che questa è la mia ultima richiesta. Vi offendete se prendo anche il cappello? Sono sicuro di no. Ossequi

Senza attendere risposta prese il vecchio cappello dalla testa di Giuseppe e se lo mise in testa. Il guardiano rimase allibito guardando quella scena che diventava sempre più surreale. L’uomo si allontanava come se niente fosse mentre lui rimaneva a terra nella pozza di urina che si allargava sempre di più sotto di lui.

L’uomo si diresse verso la porta, l’aprì e si trovò all’esterno. Guardava le persone intente a passeggiare, lavorare, ognuno con i propri pensieri belli o brutti. Li guardò velocemente poi si aggiustò il cappello in modo da celare lo sguardo e riprese a camminare mentre respirava a pieni polmoni l’aria fredda del mattino. Percorse vie che conosceva a memoria, passò accanto a botteghe che emanavano profumi che assaporava ogni giorno, ma sembrava passata un’eternità dall’ultima volta che era stato lì. Le persone non lo notavano, per fortuna. Non avrebbero capito, inoltre avrebbero rovinato l’effetto sorpresa che aveva pianificato.

Finalmente arrivò dove voleva. Si avvicinò lentamente ad una piccola bottega. Fino a qualche giorno prima ad ornare l’esterno del negozio c’erano delle tavole piene di prodotti ittici. Pesci appena pescati, mitili, molluschi, tutta roba fresca. Un odore di mare permeava l’aria mentre decine di clienti facevano la fila per fare affari di primo mattino. Ma quel mattino non era così, non lo era da giorni. Ora fuori alla bottega le tavole erano spoglie e non si sentiva quell’odore particolare nell’aria. Ora era la tristezza a regnare in quel luogo.

La porta era socchiusa, da una piccola fessura usciva una luce fioca. L’uomo controllò che nessuno lo stesse osservando, poi si avvicinò lentamente alla porta. Non riusciva a vedere bene dentro ma sentì un lamento, una voce femminile che piangeva sottovoce. Subito il suo animo fu pervaso da una sensazione di scoraggiamento. Aprì lentamente la porta per riuscire a capire chi fosse. Fu allora che la vide.

La donna era seduta su una sedia con le mani che coprivano il volto. Una candela quasi del tutto consumata illuminava debolmente la stanza. Era disperata e continuava a piangere, da sola, senza che nessuno le desse conforto. L’uomo guardava la scena impotente. Avrebbe voluto fare qualcosa, entrare ad abbracciarla, dirle che non doveva stare male, che tutto si sarebbe aggiustato con il tempo. Ma non poteva, lui lo sapeva. Non si accorse che la rabbia stava prendendo il sopravvento e inconsapevolmente spostò ancora di più la porta che emise un rumore.

Subito la donna alzò la testa e guardò verso la porta. L’uomo vide il suo sguardo, gli occhi interrogativi e il suo viso pieno di lacrime. Subito si spostò dalla visuale e si appiattì sul muro. Capì di averla combinata grossa, non avrebbe dovuto fare quella visita. Rischiava di rovinare tutto. Dal negozio sentiva la voce della donna.

-Chi è là? Cosa volete?

Doveva scappare, fuggire di lì. Si guardò intorno, nessuno ancora era accorso alla richiesta della donna. Si allontanò sul lato di fronte e approfittò per nascondersi in un anfratto buio tra due palazzi.

-Chi è? Dov’è fuggito? Qualcuno ha visto un uomo fuggire dal mio negozio? Aiutatemi vi prego

La donna uscì fuori dalla bottega per cercare lo sconosciuto che la stava spiando. Fermava i passanti che la guardavano con aria di pietà. Chissà se l’aveva visto. Chissà se l’aveva riconosciuto. Doveva andarsene da quel posto altrimenti ogni suo sacrificio sarebbe stato vano. Si infilò velocemente in un vicolo stretto camminando a passi svelti. La strada la conosceva già, non mancava molto alla sua tappa successiva. Quella definitiva.

Dopo qualche minuto di cammino arrivò. All’esterno sembrava un’abitazione comune ma lui sapeva bene che cos’era. Una bisca, un luogo di perdizione frequentato soltanto da persone lascive. Lui non ci era entrato mai prima d’ora ma sapeva chi trovare. Bussò alla porta, da dentro rispose una voce 

-Chi è?

-Sto cercando una persona

-Non è qui. Andatevene

-Ma come? Non volete nemmeno sapere il nome?

-Andate via statemi a sentire

L’uomo non si diede per vinto. Si aggiustò la giacca e alzò il cappello in modo da mostrare il suo sguardo alla feritoia posta sulla porta.

-Tu devi essere Antonio, vero? Il figlio di Guglielmo. Tuo padre è veramente dispiaciuto della vita che hai scelto. Eppure ti ha lasciato tutto, una casa, del denaro, ma ancora di più il suo cognome. Un cognome che stai gettando nel fango lordo come la gente che frequenta questo posto

-Cosa…. Mio padre è morto anni fa

-Sì, sono passati soltanto nove anni. Ricordi le parole che ti disse il giorno prima di morire? Ti portò con sé a passeggiare e mentre tossiva senza sosta ti strappò una promessa. Avresti vegliato su tua madre e avresti portato avanti l’attività di famiglia. Questo lo ricordi?

L’interlocutore dall’altro lato rimase in un silenzio eloquente.

-Sai cosa devi fare, vero? Apri questa porta e lasciami entrare. Poi vattene da qui e non farti più vedere. Sei ancora in tempo per redimerti, il tuo destino non è stato ancora scritto

Dopo un paio di secondi la porta si spalancò e il sorvegliante uscì correndo, senza guardare indietro. L’uomo ne approfittò per entrare, richiuse la porta e si guardò intorno. Tutti erano seduti ai propri tavoli a giocare d’azzardo. Dai volti sembravano tutte persone poco raccomandabili, tutte intente a imprecare e pregare davanti ai loro sfidanti. Un odore nauseabondo permeava l’aria. Tra la folla non riconobbe chi stava cercando. Ma lui non si sarebbe mischiato alla plebaglia, lui avrebbe avuto un posto tutto per sé.

Finalmente adocchiò una porta in fondo alla sala, vicino c’era una guardia reale. Si avvicinò senza paura, la guardia si mise in allarme.

-Altolà, ferma!

-Devo entrare in quella stanza

-Non si può entrare

-E’ lì dentro, vero? Spostati e non succederà niente

L’agente portò le mani sull’elsa della spada ancora riposta nella fodera. Quella minaccia significava solo una cosa, lo sapeva bene. L’uomo però non si mosse di un millimetro. Portò le mani all’altezza del bavero della giacca e gli mostrò il collo. Era ben visibile la cicatrice, quella di chi ha avuto l’abbraccio di un cappio. La macchia viola scura intorno al collo contrastava con il colore bianco pallido della pelle.

-Vedo che stai cominciando a capire. Come vedi non è affar tuo, è una questione tra me e lui. Ora è il momento di andare

La guardia ascoltava quelle parole mentre continuava a guardare l’ecchimosi. Non riusciva a distogliere lo sguardo, in realtà aveva solo paura di incrociare di nuovo quello dell’uomo che aveva di fronte. Staccò la mano dall’elsa della spada e si allontanò dalla porta. Ora la strada era libera, era ora di inscenare l’ultimo atto di quella farsa.

L’uomo spalancò la porta che emise un forte rumore. All’interno i c’erano due persone, uno vestito in maniera sontuosa mentre l’altro sembrava più umile, appena sentirono il frastuono dei battenti si alzarono di scatto guardando nella direzione della porta. Per un attimo avevano pensato che fosse un controllo da parte delle guardie del viceré. Appena videro l’uomo in piedi sulla porta divennero furiosi.

-Chi sei? Come ti sei permesso di entrare?

-Cosa vuoi? Vai via o chiamo la mia guardia personale. Doveva essere lì fuori, dove si sarà cacciata? Guardia! Guardia!

L’uomo rimase impassibile alle minacce e si tolse il cappello. Quando lo fece, il giocatore vestito elegante strabuzzò gli occhi. Lo aveva riconosciuto finalmente.

-Ciao Jacopo. Sono venuto a trovarti, tutto bene? Lo dici tu a questo gentile signore che può uscire dalla stanza?

-Sì… sì. Potete andare ora, mi farò sentire io

-Si farà sentire lui, sicuramente. Ora lasciateci soli

L’altro fece come gli era stato ordinato e abbandonò la stanza richiudendo la porta. Ora all’interno di quelle quattro mura erano rimasti solo loro, due conoscenti di vecchia data, le loro questioni in sospeso e un silenzio mostruoso.

-Puoi sederti di nuovo, Iacopo. Posso anche io?

-Ma certo…

L’uomo si sedette e si sbottonò la giacca mostrando il petto bianco. Fu l’altro ad interrompere quel silenzio imbarazzante, nella maniera peggiore possibile.

-Senti… Mario… come mai sei qui?

-Te l’ho detto, volevo salutarti. Volevo parlare un po’ con te

-Ma tu sei…

-Morto? Ma sono qui davanti a te, respiro e parlo, come posso essere morto? Ah, già, giusto. Tu c’eri quando è successo, vero?

Iacopo ingoiò un boccone di saliva amaro.

-Tu c’eri, eri lì davanti a me quando mi hai giudicato ed hai decretato la mia morte. Tu c’eri quando le guardie mi hanno preso mentre urlavo la mia innocenza. Tu c’eri quando il boia ha sistemato il cappio intorno al mio collo e ha dato un calcio allo sgabello. C’eri e mi guardavi senza provare alcuna emozione

-Ma… Mario devi capirmi. E’ il mio lavoro, il mio compito è giudicare le persone colpevoli e condannarle. La legge parla chiaro, non avrei mai potuto fare uno strappo alla regola. Sapessi come sono addolorato di quanto è successo

L’espressione di Mario cambiò lentamente. Lo sguardo arrabbiato divenne più dolce ed uno strano sorriso comparve sul suo volto.

-Ma certo, lo so. Lo so che stavi solo facendo il tuo lavoro. Sei il Vicario, sei qui apposta per far rispettare la legge e dare il buon esempio. Ci conosciamo da così tanto tempo, posso solo immaginare lontanamente come ti si sentito mentre il tuo amico di infanzia veniva portato sul patibolo. Povero Jacopo

Il cuore del Vicario prese a battere più lentamente. Vide in quell’atteggiamento una speranza, forse avrebbe potuto approfittare di quella situazione per uscire dalla stanza e chiamare aiuto. L’altro però in quel momento si alzò dalla sedia e si mise proprio dietro di lui, con le mani sulle sue spalle.

-Dimmi una cosa, Jacopo. Mi ricordi soltanto una cosa? Sai com’è, sono ancora frastornato, per cosa sono stato incolpato?

-Ma come per cosa?… Per l’omicidio della contessa Spinoza

-Ah, già. Certo, la contessa. E perché l’ho uccisa?

-Ma per derubarla, era chiaro. La donna è stata trovata morta in casa e sono spariti numerosi suoi gioielli

-Giusto, derubarla. E dimmi, com’è che i sospetti sono caduti su di me?

-Un uomo ti ha visto entrare di notte nella casa della contessa e uscire con il sacco della refurtiva. L’uomo ha giurato su Dio di averti riconosciuto quando ti ha visto qualche giorno dopo al porto

-E come si chiamava quell’uomo? Dove si trova adesso?

-Non ricordo il suo nome, non l’avevo mai visto prima. Ora non saprei proprio dove sia, che domande mi fai?

-Te lo dico io dov’è. Si trova sottoterra. E’ morto stanotte, ucciso con una coltellata alla schiena. Proprio com’è stata uccisa la contessa, non è vero?

Il Vicario rimase in silenzio mentre una goccia di sudore freddo gli colava sul volto.

-Mio caro Jacopo, ci sono cose che tu non conosci. E ci sono cose di cui sono al corrente. Che mi dici di Rosaria, mia moglie?

-Cosa dovrei dirti? Non so di cosa tu stia parlando

-Ora ti spiego meglio. Mettiamo che io e te ci conosciamo da così tanto tempo, siamo amici inseparabili anche se tra di noi c’è una grande differenza. Tu vieni da una famiglia borghese che si fa strada all’interno della politica del Regno, io invece sono solo il figlio di un povero pescatore. Quel bambino nato da umili origini un giorno salva l’altro bambino, era caduto in un mare in tempesta e grazie al suo intervento lo riporta a casa. Diventano amici anche se le loro strade si allontanano. Poi un giorno tu incontri una donna in una pescheria. Lei è bellissima, da mozzare il fiato. Anche se passa tutto il giorno con le mani in bacinelle puzzolenti non riesci a staccarle gli occhi di dosso. Ordini alle tue guardie di capire chi fosse e con grande rammarico scopri che è già sposata. E non solo, è anche una brava cristiana, va a messa tutti i giorni ed è fedelissima al marito che passa tutte le notti in mare a pescare. Poi vieni a sapere chi è il marito, un certo Mario, e capisci che con lui hai un debito di vita

Mentre Mario raccontava, Jacopo sentiva le mani sempre più fredde sulla sua schiena.

-Non l’avresti avuta mai, si vedeva da lontano che era proprio una brava donna, allora hai pensato ad un bel piano per farla tua. Il marito ogni notte è da solo sulla sua barca a lavorare, nessuno lo avrebbe visto fino al giorno successivo, nessuno avrebbe giurato a suo favore. A quel punto bisognava solo mandare la tua guardia più fedele a compiere un efferato omicidio, e poi avresti facilmente trovato un pover’uomo che per quattro spiccioli avrebbe dato la colpa a chiunque, anche alla sua stessa madre. Il piano era tanto semplice quanto diabolico. Avresti fatto catturare l’assassino, lo avresti giustiziato sotto gli occhi di tutti in nome della legge, e la povera mogliettina sarebbe rimasta sola, da consolare. Dimmi un po’, ti piace questa storia?

-Io non ti permetto di gettare fango sul mio nome. Quelle che tu hai proferito sono solo le tue parole contro la mia, solo illazioni di un pazzo. Non riuscirai a uscire vivo di qui, metterò tutta Napoli sulle tue tracce e ti farò…

-Ti farò cosa? Pensi di potermi spaventare? Guardami bene, ieri mi vedevi penzolare da una forca con l’osso del collo rotto. Sono tornato dall’inferno solo per questo momento, non riuscirai a rovinarmelo. E ora, sta a guardare

Con le mani strinse ancora di più le spalle di Jacopo, in quel momento accadde qualcosa di soprannaturale. Tutto intorno la stanza scomparve, al suo posto i due si trovarono in una prateria infuocata. Il caldo era insopportabile, vicino a loro c’era un lago completamente ricoperto di acqua rossa. Non ci volle molto tempo prima che Jacopo si rese conto che non fosse acqua quella che vedeva.

Era proprio come in un dipinto che aveva visto in una chiesa, era così che se lo immaginava fin da piccolo. L’inferno. Orde di demoni cornuti che flagellavano i corpi delle anime dannate. Erano urla disperate quelle che sentiva, urla di chi ormai si arrende ad una pena eterna. Un dolore che non passerà mai, e sarà sempre peggio fino alla fine dei tempi. Nessuna pace, nessun piacere, solo dolore e pena. Non si rese conto di essere ancora seduto sulla sedia finché le mani sulle sue spalle non lo alzarono strattonandolo.

-Guarda bene, apri gli occhi e osserva. Questo è il regno che ti aspetta. Le tue malefatte saranno anche impunite sulla terra ma qui dovrai fare i conti con la legge divina. Volevo portarti qui di persona per farti vedere cosa ti aspetta. Quelli che vedi sono i diavoli che stanno solo aspettando con ansia il tuo arrivo. Hanno già in mente come divertirsi con te. E io farò in modo che questo avvenga presto!

Appena finì di dire le ultime parole, quella visione dell’Inferno scomparve. I due si ritrovarono nella stanza chiusa, Mario teneva ancora le mani sul volto di Jacopo, aprendogli gli occhi che grondavano lacrime. Il Vicario sentì una strana sensazione sulla pelle, come una bruciatura messa sotto l’acqua fredda. Appena si rese conto che l’incubo era finito si inginocchiò a terra e con la testa fra le mani prese a piangere ad alta voce.

-Pietà! Pietà, ti prego

-Pietà da me? Tu non ne hai avuta per me ieri. Non hai avuto scrupolo a farmi uccidere per un tuo capriccio

-Ho sbagliato! Mi pento, mi pento di tutto. Per favore non mi uccidere, non voglio morire

-Lo meriti più di ogni altro. Sono venuto qui per ricambiarti il favore, sarai condannato a morte da un tuo condannato

Jacopo si aggrappò ai pantaloni di Mario, mentre parlava continuava a baciargli i piedi chiedendo perdono.

-Ti prego, non farlo. Farò tutto ciò che vuoi. Tutto! Vuoi soldi, prendi tutto ciò che è mio. Dimmi cosa vuoi

-Io non appartengo più a questo mondo, i soldi non servono più a nulla

-Qualunque cosa ma ti prego non uccidermi

-Qualunque cosa hai detto?

-Sì, si! Tutto quello che vuoi, tutto quello che desideri!

-E sia! Tu ora qui giurerai solennemente che lascerai stare Rosaria. Spegnerai ogni tuo perverso desiderio su di lei e rinuncerai per tutta la vita ad averla. Lei rimarrà libera dalle tue mire per sempre, Inoltre dichiarerai davanti a tutti che io ero innocente, ripulirai il mio nome dal fango che tu stesso hai gettato e provvederai a sostentare mia moglie e la sua famiglia

-Va bene. Va benissimo, esaudirò ogni tuo desiderio. Ma giurami che non mi ucciderai

-Io mantengo sempre le mie promesse, e spero per te che tu riesca a mantenere le tue

L’ultima frase suonava come una sentenza, quelle parole riecheggiavano nella stanza mentre l’uomo usciva lentamente. Fuori non c’era più nessuno, tutti si erano dileguati appena si era sparsa la voce che un cadavere era venuto a reclamare il suo carnefice. Mario uscì, fuori un sole timido riscaldava lievemente il gelo di quella mattinata invernale. Era difficile per lui descrivere il suo stato d’animo. Era felice di aver terminato quella sua missione ma era una vittoria che lasciava un sapore amaro in bocca. Sapeva cosa doveva fare. Un ultimo desiderio prima di ritirarsi.

Percorse una strada stretta, lo faceva sempre con Maria nel breve periodo in cui furono fidanzati. Si fermò davanti ad un negozio di fiori e senza farsi notare sfilò una camelia rossa e la nascose nel manico della giacca. A passi veloci ritornò sulla strada percorsa qualche ora prima, ritornò davanti al negozio di pescheria. Era vuoto e non sentiva più il pianto di sua moglie Rosaria. Prese la camelia e la poggiò delicatamente sulla maniglia della porta, poi si allontanò verso il mare, al porto.

Rimase a guardare l’enorme distesa di acqua che si parava di fronte a lui. Quel mare che per troppo tempo era stato il suo unico amico, gli aveva tenuto compagnia nelle notti più buie. Quel mare che gli aveva fatto conoscere tempo prima il suo assassino. Forse anche in quell’occasione il suo unico amico stava facendo quello che era giusto fare, stava preservando il futuro di Mario facendo annegare Jacopo. Fu il suo ultimo pensiero mentre una fiamma improvvisa si accese intorno a lui. Un cerchio di fuoco si formò a terra, le fiamme divamparono alte, poi così come erano apparse se ne andarono. E con loro, anche Mario fece ritorno negli abissi. Il suo patto era concluso.

3 Dicembre 1989

Aveva appena cominciato a piovere e per fortuna la temperatura si era alzata di qualche grado, le persone tornarono alle loro faccende. Di solito succedeva sempre così nei dintorni della stazione, quando pioveva la città si fermava, si congestionava ma al primo raggio di sole sembrava che non fosse successo niente. Appena l’ultima goccia di pioggia bagnava l’asfalto tutti tornavano alle loro faccende. Come un film messo in fermo immagine per qualche minuto e poi rimesso in play.

Daniele era appena tornato da un viaggio di lavoro a Milano, era uscito dalla stazione per prendere un taxi che lo portasse fino a casa ma all’improvviso era arrivata la pioggia. Non una pioggia come le altre, non era stata annunciata da piccoli schizzi. Non stava schizzicheando, come si dice a Napoli. Venne giù tutta senza preavviso. Gocce grosse e pesanti caddero sulla città cogliendo i passanti impreparati. Daniele era appena uscito dall’ingresso della stazione centrale e aveva adocchiato un’auto gialla. Era sul ciglio della strada, sul marciapiede, e alzò il braccio per richiamare l’attenzione del tassista. D’un tratto gli cadde sul capo una cascata d’acqua fredda. Il tassista rientrò subito nel veicolo per ripararsi dalla pioggia, anche Daniele doveva assolutamente fare lo stesso. Si guardò intorno ma vide che tutti i pedoni che si trovavano in zona cominciavano a raccogliersi sotto qualsiasi riparo. Pensiline di autobus, cornicioni di palazzi, tende fuori ai negozi. Doveva fare in fretta prima di bagnarsi completamente e rischiare di prendere un raffreddore.

Vide un bar aperto sul lato opposto della strada. Fece una rapida corsa evitando le auto ferme nel traffico e si rifugiò all’interno. Si scrollò le gocce di pioggia dal cappotto marrone e guardò all’interno. Era un locale nuovo, sembrava che avesse aperto da non molto tempo. Dietro al bancone c’era un uomo di mezza età che stava preparando due caffè con un’enorme macchina, dietro alla cassa un ragazzo giovane e sorridente che stava guardando proprio nella sua direzione. Dopo qualche secondo Daniele si rese conto che stava guardando proprio lui. Capì subito di essere in difetto, era appena entrato in un bar senza alcun motivo se non quello di ripararsi dalla pioggia mentre c’era una regola che valeva in un luogo come quello. Una regola di etichetta non scritta che esigeva il pagamento di un dazio. Infatti se entravi in un bar per ripararti dalla pioggia, o per usufruire del bagno o anche solo per cambiare banconote dovevi come minimo prendere un caffè. Era una regola di bon ton, chiaro, ma anche un modo per apprezzare un momento di pausa assaporando il nero infuso che risveglia i sensi.

Il cassiere continuava a guardare Daniele con un sorriso gentile. Un sorriso che valeva quasi un invito. Non si sarebbe mai permesso di chiedergli sfacciatamente cosa desiderasse, ma aspettava che l’altro si facesse avanti.

-Buongiorno, salve

-Salve a lei. Brutto tempo fuori, vero?

-Sì… E chi se lo aspettava, sembrava sereno quando all’improvviso è venuto giù tutto insieme

-A volta capita. Vuole asciugarsi? Nel bagno abbiamo un phon a disposizione

-Grazie mille, approfitterei se non è un problema

-Nessun problema, prego. Da quella parte

Daniele seguì la freccia colorata sul muro ed entrò nel bagno. Era tutto pulito e sistemato, non c’erano dubbi che quel posto fosse stato ristrutturato da poco. Prese il phon fissato sul muro e si asciugò i capelli velocemente. Provò ad asciugare anche i pantaloni e il cappotto ma riuscì solo in parte, voleva tornare subito a casa e l’idea di perdere ulteriore tempo lo infastidiva.

Uscì fuori dal bagno e si recò dal cassiere che lo accolse con il solito sorriso.

-Grazie ancora

-Si figuri

-E’ nuovo qui? Sembra tutto nuovo

-Sì. Abbiamo aperto da qualche settimana. Prima questo bar era di mio zio Giovanni, pace all’anima sua. E’ venuto a mancare due mesi fa ed io ho rilevato l’attività. E’ morto in solitudine, poverino, niente moglie o figli. Ho deciso di prendere io in mano la sua attività e di continuare nel bar che lo ha visto crescere da quando era piccolo

-Che storia particolare

Daniele si mostrò gentile anche se in quel momento non aveva voglia di conoscere tutta la storia della famiglia del ragazzo. Se era logorroico come sembrava, doveva assolutamente stopparlo prima che potesse fargli perdere altro tempo. Intanto un buon odore di caffè e di dolci gli arrivò nelle narici. Si girò e vide che dal bancone c’erano delle sfogliate calde. Gli venne subito voglia di prenderne una.

-Mi dia un caffè ed una sfogliatella

-Subito

Poi si rivolse al barista

-Luigi, una sfogliata al signore e quando ha finito gli prepari un caffè come solo tu sai fare

Il barista guardò il proprietario, poi Daniele. Senza cambiare l’espressione seria del volto fece un occhiolino di intesa.

-Sono 700 lire

Daniele prese lo scontrino fiscale che gli era stato dato e cercò il portafogli all’interno della giacca. Lo trovò, lo aprì e tirò fuori una banconota da 50000 lire. La passò al cassiere che la guardò strabuzzando gli occhi.

-E’ un taglio grosso, vediamo se riesco a cambiare

-Mi dispiace, ho solo questa

Daniele pensò a quella scena e a quante volte si era verificata. Lui lavorava in banca ed era abituato a maneggiare banconote di taglia grande. Ogni volta che veniva pagato con una di quelle banconote poi era difficile utilizzarle. Tutti dicevano che non sapevano come cambiarle e lui tantissime volte le cambiava direttamente al lavoro per evitare la solita scenetta. Quella mattina però non era stato possibile. Si era recato a Milano per concludere un affare per conto della banca e aveva con sé soltanto quella banconota. Forse solo qualche altro spicciolo.

-Controllo se ho qualche spicciolo in tasca

Daniele frugò nelle tasche dei pantaloni ma niente, provò con quelle del cappotto e trovò una moneta

-Ho solo questa da 500 lire

Il cassiere assunse un’espressione pensierosa, poi sembrò avere un lampo di genio.

-Forse ho trovato! Un attimo che lo cerco, dovrebbe essere nel ripostiglio

Lasciò Daniele allibito davanti alla cassa mentre si diresse correndo verso una porta chiusa a chiave. Ritornò dopo qualche secondo con in mano una piccola lavagna.

-Trovata! Oggi è il suo giorno fortunato

-Cos’è?

-Questa l’aveva mio zio. Ha mai sentito parlare del caffè sospeso?

Tutti a Napoli lo conoscono. Si tratta di un rituale che affonda le radici nel tempo. Quando capita a qualcuno qualcosa di veramente bello, si ha l’abitudine di andare in un bar e prendere due caffè. Uno lo si consuma al momento mentre l’altro viene segnato dal barista e donato al successivo cliente che non può permetterselo. Un po’ come festeggiare con uno sconosciuto in differita.

Daniele guardò la lavagna, c’erano delle scritte cancellate mentre su una riga c’era scritto in corsivo “1 caffè”.

-Vuol dire che quel caffè è stato già pagato?

-Certo! Non a me ma a mio zio ma fa lo stesso

-Mi dispiace ma non posso accettare, mi dia soltanto la sfogliatelle con le 500 lire

-Ma non deve offendersi. Il caffè sospeso è stato creato proprio per questo, per occasioni come queste. Se lo rifiuta è come se sta rifiutando di festeggiare con il signore che lo ha pagato. Magari ha avuto una grazia oppure è diventato ricco con i soldi del lotto, chi può saperlo?

Daniele ci pensò su. Quella situazione era paradossale me per una volta pensò che fosse l’occasione giusta per approfittare, e poi aveva voglia di uscire dal bar e tornare a casa.

-Va bene, accetto. Queste 500 lire sono per la sfogliata però

-Va bene. Luigi, prepara il caffè al signore, abbiamo risolto

Daniele si avvicinò al bancone e mangiò la sfogliatella appena sfornata. Era buonissima, doveva ammetterlo. Subito dopo assaporò il caffè gustando l’aroma forte. Ora capiva il perché dell’occhiolino del barista, quel caffè era intenso e buono come non lo aveva mai assaggiato da tempo.

Si pulì le labbra e ringraziò il proprietario e il barista un’ultima volta, poi uscì dal bar. Fuori aveva smesso di piovere e la città era tornata al solito trambusto di ogni giorno. Vide un taxi parcheggiato sul ciglio della strada, l’autista stava fumando una sigaretta aspettando il prossimo cliente. Daniele non ci pensò due volte, si affrettò ad andare verso di lui. Stava per scendere dal marciapiede quando vide sfrecciare un’automobile davanti a lui. Era troppo veloce, era impossibile evitarlo. In una frazione di secondo un’onda scura lo sommerse. L’auto era passata su un’enorme pozzanghera di acqua sporca sollevandola completamente. Daniele vide con la coda dell’occhio l’onda che si avvicinava senza poter fare nulla.

Si ritrovò bagnato fradicio, con ancora il braccio alzato nel tentativo di chiamare il taxi. Nel frattempo intorno a lui sentiva le risate dei presenti che non poterono fare a meno di guardare la scena comica. Si diede dello stupido ed imprecò tra i denti mentre arrabbiato si avvicinò al taxi. Si rivolse all’autista che stava ancora fumando impassibile.

-Mi scusi, è libero?

-Certo

-Dovrei andare in Corso Vittorio Emanuele. Subito se possibile

Il tassista si girò verso di lui e lo guardò. Tolse la sigaretta dalla bocca mentre stringeva gli occhi dubbioso

-Come mai è così bagnato?

-Una macchina è passata veloce, c’era una pozzanghera e…

-Che cos’è questa puzza di pesce?

Daniele si rese conto in quel momento di quel cattivo odore. Tirò su con il naso, era un inconfondibile puzzo di pesce morto. Non era difficile capire da dove provenisse. Probabilmente la pozzanghera doveva contenere dell’acqua di una delle bacinelle di una pescheria lì vicino perché il cattivo odore proveniva dal suo giaccone.

-Io con quella puzza non la faccio salire nel mio taxi

-Ma ne ho bisogno, devo ritornare a casa

-Mi dispiace ma non posso. Poi con il taxi che puzza di pesce come lavoro io fino a stasera?

Il ragionamento non faceva una piega. Daniele si allontanò mandando a quel paese il tassista che fece come se nulla fosse successo. Si diresse verso una pensilina per vedere se uno degli autobus di linea passasse nei pressi di casa sua. Lesse sul cartello ma nessuno arrivava così lontano, decise quindi di optare per la metropolitana. Ritornò in direzione della stazione mentre il vociare delle persone aumentava sempre di più e cominciava a dargli fastidio. All’improvviso sentì un urlo improvviso da preludio ad un dolore fortissimo sul volto.

Palla!

Un pallone di cuoio gli era andato a sbattere sul naso, l’impatto aveva causato un dolore senza pari. In bocca sentiva il sapore ferroso del sangue. Si inginocchiò a terra portandosi le mani sul volto. Si ricoprirono velocemente del sangue che fuoriusciva dalle narici. Si alzò stordito mentre si guardava intorno per capire chi fosse stato. Vide un ragazzino avvicinarsi di soppiatto, prendere il pallone e correre in direzione di altri ragazzi. Daniele era furioso. Mentre con una mano copriva il naso iniziò ad inseguire i ragazzi che si allontanavano da lui ridendo. Erano molto più veloci di lui quindi non ebbero problemi a seminarlo. Uno dei ragazzi aveva sulla testa l’inconfondibile parrucca di Maradona. Lui cercò di urlare intimando loro di fermarsi ma fu inutile. Riuscirono a farla franca mentre la vittima rimaneva con un forte mal di testa.

Si sedette per qualche minuto a terra aspettando che il dolore passasse ma l’intensità non faceva che aumentare. Si rimise in piedi e si diresse verso il sottopassaggio della metropolitana. Cercò di darsi un contegno mentre si avvicinava a due addetti ai controlli.

-Salve, dovrei andare al Corso Vittorio Emanuele

-Salve a lei. Deve prendere il treno metropolitano fino alla stazione di Mergellina e poi può proseguire a piedi. Ma… tutto bene? Cos’ha fatto al naso?

-Nulla, passerà. Posso prendere qui la metropolitana

-Sì, certo. Da questo ingresso

-Va bene, grazie

Daniele cercò di passare oltre ma fu fermato dal controllore.

-Mi scusi, posso vedere il suo biglietto?

Si rese conto di quanto fosse stupido o distratto. Doveva ancora comprare il biglietto.

-Mi scusi, ha ragione. Un attimo che prendo il portafogli e lo compro

Lo cercò in ogni tasca dei pantaloni e della giacca ma non lo trovò. Iniziava ad innervosirsi mentre dietro di lui si creava una fila interminabile di persone irritate.

-Non so come sia potuto succedere… Era qui prima

-Mi dispiace signore ma devo chiederle di rifare la fila. Il treno sta per arrivare e c’è gente dietro di lei che va di fretta

-Non può fare uno strappo alla regola e…

-Mi dispiace, deve allontanarsi

Le persone in fila continuavano a ringhiare, non gli rimase che andarsene prima di essere linciato pubblicamente. Uscì fuori dalla stazione dolorante e frustrato. Si chiese come era potuto succedere di aver perso il portafogli che portava con sé. Percorse qualche metro senza pensare ad altro, nemmeno alla strada che stava prendendo. Si risvegliò dai suoi pensieri solo quando sentì un cane abbaiare.

Abbassò lo sguardo e lo vide. Era sicuramente un randagio e si stava avvicinando a lui tendendo il muso in avanti.

-Ciao piccolo, che ci fai qui? Anche tu sei triste per qualcosa oggi?

Il cane si avvicinò lentamente, poi cominciò ad annusarlo probabilmente incuriosito dal forte odore che emanava. Daniele tese la mano per accarezzarlo ma l’animale lo azzannò. Di colpo chiuse le fauci intorno alla sua mano stringendo senza lasciargli possibilità di liberarsi. Daniele era sconcertato. La mano cominciava a fargli davvero male e prese ad urlare per attirare l’attenzione di qualche passante. Nessuno gli venne in aiuto così iniziò a dare pugni sul muso del cane con la mano libera. Dopo qualche colpo l’animale cominciò a guaire allontanandosi da Daniele.

L’uomo stava per cantare vittoria quando vide il cane riavvicinarsi, e non era solo. Accanto a lui c’erano altri quattro cani randagi che abbaiavano ferocemente mentre correvano verso di lui. Daniele si mise a correre nella direzione opposta con quanta più forza aveva nelle gambe. Sentiva la testa scoppiare mentre correva tra la gente chiedendo aiuto.

Quando si fermò non sapeva più dove fosse né per quanto tempo aveva corso. Era in un viale stretto, si appoggiò ad un muro per riprendere fiato mentre sentiva il cuore battergli forte nel petto. Chiuse gli occhi e pensò a tutti gli incidenti che gli erano capitati quella mattina. Non poteva essere una coincidenza, troppi episodi negativi consecutivi. Ma purtroppo la mattinata non era ancora finita.

Riaprì gli occhi e vide due ombre che si avvicinavano alla sua destra. Per istinto portò una mano su una delle tasche dei pantaloni. Si pentì subito dopo di averlo fatto.

-Per favore, ci dia qualcosa

-Anche solo pochi spiccioli. Dobbiamo mangiare

Li vide chiaramente quando furono proprio davanti a lui. Erano due senzatetto, avevano delle lunghe barbe e vestiti logori. Anche da lontano si sentiva il forte odore di alcol.

-Stiamo parlando con te, non ci senti?

-Aspetta un attimo. La senti questa puzza? E’ lui. Forse è uno come noi. Un pover’uomo che vive per strada. Lasciamolo stare

-Ma no, non hai visto prima? Quando ci siamo avvicinati si è toccato la tasca destra dei pantaloni

-Non ci avevo fatto caso. Allora i soldi li hai! Non vuoi darceli? Eppure te li stiamo chiedendo, non ti stiamo obbligando

-Sentite, c’è stato un malinteso. Con me non ho nulla, vedete?

Daniele portò nuovamente la mano sulla tasca ma notò qualcosa. Non era vuota, un piccolo rigonfiamento rivelava qualcosa. Mise la mano all’interno e sotto gli occhi increduli dei due clochard tirò fuori un portafogli. Il suo portafogli, sapeva bene quanto contenesse.

-Cos’è? Uno scherzo?

-Che grand’uomo. Allora i soldi li hai?

Uno dei due prese rapidamente il portafogli dalle mani di Daniele e lo aprì. Appena vide la banconota la mostrò all’altro e insieme guardarono in cagnesco la loro vittima.

-Questo qui ha bisogno di una lezione

Daniele ebbe solo il tempo di alzare le braccia in segno di difesa ma non riuscì a parare tutti i colpi che i due ubriachi gli infersero. Calci, pugni, graffi, sputi. In quei pochi secondi che sembrarono ore lo ridussero ad uno straccio. Subito dopo se ne andarono lasciandolo dov’era. Lui si alzò e percorse qualche metro, poi si accasciò in ginocchio. Dal ventre sentì uno strano dolore, aprì la bocca e vomitò tutto quello che lo stomaco conteneva. Non era molto, riconobbe la sfogliata e il colore scuro del caffè che aveva gustato solo poco tempo prima.

In cielo le nuvole si scurirono e qualche piccola goccia di pioggia cadde sull’asfalto. Era solo una debole pioggia, niente a che vedere con quella che si era abbattuta quel mattino. Daniele alzò gli occhi verso il cielo mentre le gocce di pioggia gli bagnavano il viso. Non sapeva perché ma aveva la sensazione che quella interminabile mattinata sarebbe finita in quel momento. Che tutto da quell’istante sarebbe andato come sempre.

Lorenzo aveva un’abitudine che aveva maturato negli anni. Ogni volta che sua moglie partoriva, scendeva di casa e andava a prendere due caffè nel suo solito bar, uno per lui e l’altro sospeso. Era il suo modo di ringraziare il cielo di avergli dato un nuovo erede. In tanti lo prendevano in giro, specialmente dopo il terzo figlio. Dopo Mario, Antonio e Lucia tutti scherzavano dicendogli che non c’era più niente da festeggiare. Intanto sua moglie mise al mondo altri due bambini e lui continuava a ringraziare Dio.

Era fatto così, i figli erano la sua vita, a parte la moglie sia chiaro. Era una testa dura, tutti lo sapevano. E lo era anche sua moglie. Anche quando le dissero che un’ulteriore gravidanza avrebbe messo in serio rischio il suo fisico. Non era più una ragazzina e l’epoca in cui le donne sfornavano figli come se niente fosse era finita. Entrambi lavoravano, ma lavoro era una parola grossa. Si arrangiavano, cercavano di sbarcare il lunario, e con tutti quei figli da badare diventava sempre più difficile. Ma tutti lo sapevano, Anna era una testa dura e volle continuare quella gravidanza fino alla fine. Anche quando il dottore le fece notare le perdite durante gli ultimi mesi, anche quando la portò in sala parto piena di sangue.

Quel giorno Lorenzo le perse entrambe, sua moglie e la piccola creatura nel suo grembo. Quando il primario uscì dalla sala parto per avvisarlo dell’accaduto lui rimase impassibile. Magari un’altra persona si sarebbe dato la colpa e avrebbe vissuto con un grande rimorso tutta la vita. Ma non Lorenzo. Lui sapeva di chi era la colpa. Era del cielo, quello che lo aveva benedetto con sei figli ora richiedeva un sacrificio più grande. Un prezzo da pagare.

E lui sapeva bene quale sarebbe stato quel prezzo. Avrebbe usato la stessa moneta con la quale aveva onorato il suo Dio.

Entrò nel solito bar e salutò Giovanni. Pagò i suoi caffè senza rispondere alla domanda del proprietario.

-Ancora festeggi? A quanti siamo? Sette?

Nel momento in cui pagò il caffè sospeso fece una promessa solenne. Quel caffè sarebbe stato una maledizione, chiunque avrebbe bevuto quella bevanda offerta da lui avrebbe avuto dal cielo la stessa sfortuna che ora li stava patendo. Avrebbe sofferto, sarebbe stato maltrattato fino alla morte. Lorenzo sorseggiava il suo caffè sorridendo, augurando tutto il male del mondo allo sconosciuto con il quale stava brindando in quel momento. Era la sua maledizione ed era consapevole del prezzo che avrebbe pagato. Mentre Giovanni scriveva sulla piccola lavagna si stava avverando una profezia malefica che sarebbe durata nel tempo fino a che la sua vittima non si fosse palesata.