22 Gennaio 2035

La sveglia suonò alle 7:00 in punto. La voce di uno speaker radiofonico che annunciava un nuovo brano inondò la stanza. Una mano da sotto la coperta si apprestò a premere il bottone per far ripiombare la camera da letto nel silenzio. Arturo ora era sveglio, lentamente si alzò dal letto in modo da non svegliare la moglie. Infilò le pantofole e in punta di piedi si avviò verso la cucina. Aprì la piccola finestra accanto al lavello, respirando a pieni polmoni l’aria fredda dell’esterno. Dal ripiano più alto prese la moka e il barattolo con il caffè. Lo rilassava quel rito mattutino. Aprì il barattolo compiacendosi dell’aroma che sprigionava. Preparò il caffè con movimenti lenti, d’altronde era ancora mezzo addormentato e quel momento era tutto suo e poteva durare quanto voleva. Strinse bene la macchinetta e la poggiò sul fuoco più piccolo del piano cottura ad induzione.

Nessuna delle persone che conosceva usava ancora la moka classica. Ormai tutti preferivano avere a casa una macchina del caffè istantaneo. Faceva risparmiare tempo, e in un mondo dove tutti corrono e sono impegnati, il tempo è un tesoro da custodire gelosamente. Arturo preferiva invece svegliarsi qualche minuto prima per godersi quei pochi momenti di relax, prima di iniziare una giornata piena di impegni da incastrare a dovere.

Sfiorò il pulsante sulla parete e il pannello scuro davanti a lui si accese. I cristalli si attivarono all’istante per mostrare le immagini di un telegiornale. Abbassò il volume quanto basta per evitare di svegliare gli altri componenti della famiglia e rimase a guardare le brevi notizie del giorno. Il progresso scientifico degli ultimi anni aveva cambiato radicalmente la tipologia di notizie al TG. Prima la cronaca riempiva abbondantemente buona parte dei rotocalchi, specialmente quella nera. Ora invece sembrava un ricordo lontano. Le prime notizie erano rassicuranti, nuove scoperte nel campo tecnologico, i livelli di inquinamento e di benessere che salivano ogni giorno. L’età media che cresceva sempre di più. Vedere il TG di primo mattino lo metteva sempre di buon umore, quasi non ricordava quando era l’ultima volta che aveva sentito di una notizia di un omicidio. Era davvero fortunato ad aver messo al mondo dei figli in quel periodo storico.

Il rumore del caffè che usciva dal filtro lo riportò nel presente. Si girò a prendere lo zucchero quando sentì dei passi felpati dirigersi verso di lui. Era sua moglie, Marina, che sbadigliando e stiracchiandosi si avvicinò a lui.

-Buongiorno amore. Mmm… che profumino

Era in perfetto orario, il caffè era appena pronto per essere servito. Si diedero un lungo bacio e si gustarono seduti  il loro momento intimo.

-I programmi per oggi?

-Niente di che, briefing alle 9 con i colleghi poi dobbiamo cominciare i nuovi sviluppi. Si tratta di modifiche molto importanti dicono. Contiamo di consegnare tutto in tempo

-Mi piace quando sei così positivo. Io accompagno i bimbi a scuola poi passo a fare la spesa. Serve qualcosa in particolare?

-Che io ricordi no, poi sei tu quella che traccia ogni bisogno della casa. Io sono quello che esce la mattina e torna la sera.

Marina alzò un sopracciglio in modo interrogativo.

-Scherzo amore mio, mi fido di te. Nelle tue mani tutto è sotto controllo. Se posso fare qualcosa al rientro avvisami

Si alzò e si avviò verso il bagno.

-Non mangi nulla?

-No, grazie. Voglio arrivare qualche minuto prima della riunione, magari dopo scendo al bar e prendo un cornetto

Entrò nel bagno, ecco un’altra sequenza meccanica di passaggi che ripeteva ogni giorno.

Bagno. Barba. Doccia. Vestiti.

Come ogni giorno prima di cominciare attivò la luce con il comando vocale. Aveva anche la sua playlist personalizzata per quel momento. Musica classica. Alzò il volume, la stanza era insonorizzata quindi non aveva paura di disturbare nessuno. Eliminò i pochi residui di barba in pochi minuti con il suo rasoio elettrico. Il risultato era sempre perfetto. A quel punto si spogliò ed entrò nella doccia. Una volta riconosciuta l’impronta vocale l’acqua uscì automaticamente dai lati alla temperatura giusta. Giusta per Arturo si intende. Tutto era personalizzato in quella casa, ognuno dei quattro componenti aveva l’impressione di essere in una casa diversa, fatta su misura per se stesso.

Protese la mano sotto il distributore di bagnoschiuma e si massaggiò i capelli. Stranamente perse l’equilibrio, il piede destro scivolò e il corpo si sbilanciò su un lato. L’impatto con la parete della doccia non era stato forte, ma la testata data con la parte posteriore gli provocò un dolore acuto. Passò subito, si massaggiò forte nel punto dell’impatto. Nessuno aveva sentito niente, le pareti erano spesse ed assorbivano i rumori dei colpi. Finita la doccia si vestì, si improfumò e uscì dal bagno.

I bimbi erano già svegli e interruppero la colazione per abbracciarlo calorosamente. Arturo ricambiò l’abbraccio sollecitandoli a finire di mangiare.

-Perché ti tocchi la testa? Tutto bene amore

-Sì Marina. Sono scivolato nella doccia ed ho battuto la testa. Ma sto bene, niente di grave

-Sicuro? Mi dispiace. Un giramento di testa?

-No no, forse sono scivolato sul bagnoschiuma. Sto bene, grazie

Indossò il cappotto e prese la borsa del pranzo già pronta. Marina era sempre impeccabile. Stava per prendere le chiavi elettroniche dell’appartamento quando sentì un piccolo rumore metallico. Giurò a sé stesso di aver sentito un rumore diverso dal solito, sebbene la tv accesa mandava in riproduzione dei cartoni animati chiassosi.

-Amore, hai sentito anche tu questo rumore strano?

-No, che tipo di rumore

-Qualcosa tipo zzz zzz. Un rumore metallico

-No tesoro. Forse proveniva dalla tv. Magari dopo quando sarò sola vedrò di farci caso

Salutò la sua bella famiglia e uscì di casa. Entrò nell’ascensore, aveva già impostato sul suo dispositivo cellulare tutti gli impegni del giorno quindi quando l’ascensore si sincronizzò con il suo account lo portò direttamente al piano terra. Uscì dal palazzo e d’istinto guardò l’orologio. Erano le 8:15, in perfetto orario come ogni giorno. Guardò il cielo, era sereno ma il colore predominante era il griglio. Prese a camminare verso il suo ufficio. Il palazzo dove abitava era al Centro Direzionale, proprio a pochi passi dal suo ufficio. Una scelta dovuta appunto al risparmio di tempo, in quel modo sarebbe stato sempre puntuale al lavoro e non avrebbe sprecato minuti inutili. Dall’isola C sarebbe dovuto andare verso l’isola F, un tragitto di pochi minuti che gli permetteva a volte di fermarsi al bar per un saluto veloce ai suoi baristi preferiti.

Com’è che quel giorno però si ritrovava nei pressi dell’isola A? Strano, aveva sempre seguito lo stesso percorso ogni giorno anche perché era quello ottimizzato in termini di tempo. Era sovrappensiero per qualcosa e aveva camminato in una direzione opposta? Troppo strano. Guardò di nuovo l’orologio, erano le 8:19, non aveva sprecato molto tempo almeno. Poco male, sarebbe comunque arrivato in orario in ufficio. Calcolò mentalmente il percorso da fare per raggiungere il lavoro da quello che ricordava della piantina del Centro Direzionale. In realtà sembrava quasi che non conoscesse altro del Centro se non quei due punti di interesse, lavoro e casa. Possibile che era così preso dagli impegni lavorativi che non ricordava le altre isole? Decise allora di camminare a vista, nessun percorso impostato col GPS, al massimo avrebbe tardato qualche altro minuto ma ora aveva quella curiosità in testa. Doveva vedere gli altri negozi, magari ne avrebbe parlato con Marina e dopo il lavoro avrebbero passeggiato insieme con i piccoli. E poi era da tanto che non “si perdeva e si ritrovava” come diceva lui quando ricordava le uscite prima di quell’era tecnologica.

Camminò qualche minuto muovendosi verso l’esterno del Centro Direzionale quando andò a sbattere contro qualcosa di invisibile. Venne respinto all’indietro eppure davanti a lui non c’era nulla. Allungò la mano e questa urtò su qualcosa di solido. Una sorta di muro, ma invisibile. Un vetro. Che ci faceva un vetro lì? E poi era così trasparente che riusciva a vedere distintamente cosa c’era dall’altro lato. Si spostò di lato appoggiandosi al vetro per capire dove finisse. Camminava ma le sue mani continuavano a tastare quella lastra fredda e invisibile. Forse una protezione innovativa per lo smog? Dall’altro lato però non vedeva nemmeno una macchina. Ora che ci faceva caso sembrava proprio che non solo le auto, ma fuori non ci fosse nessuno. Era orario di punta e di solito dal 19° piano del suo ufficio vedeva sempre un viavai di persone fuori al Centro Direzionale che si muoveva in tutte le direzioni. Sembrava uno spettacolo da film distopico quello che aveva davanti ai suoi occhi. Cercò di dare qualche colpetto al vetro ma senza risultato. Nessun movimento. Alle sue spalle c’erano già un bel po’ di persone che si affrettavano a compiere i loro doveri quotidiani, possibile che solo a lui potesse sembrare strano tutto questo?

All’improvviso ebbe un sussulto. Il vetro si mosse leggermente e sentì il rumore di un colpo dall’altra parte. Si girò di scatto nuovamente in direzione del muro trasparente e vide una figura umana accasciata sul vetro. Era un uomo, adulto, con i vestiti logori e consumati. Stava lì, appoggiato inerme con le braccia alzate e le gambe divaricate. Non sembrava respirare, era forse morto? Arturo si avvicinò al vetro per vedere meglio il volto. In quel momento l’uomo si mosse, alzando la testa proprio nella sua direzione. Arturo cadde all’indietro per lo spavento parandosi istintivamente con le braccia. Quel mostro dall’altro lato si dimenava continuamente prendendo a pugni il vetro che resisteva senza problemi ai colpi. Dopo qualche secondo Arturo riaprì gli occhi, la mente aveva compreso l’assenza di pericolo. Si avvicinò lentamente al vetro per guardare meglio quel volto. Era umano, tutti i tratti caratteristici portavano a considerare che fosse un uomo. Ma sul volto non tutti i pezzi erano al proprio posto. Il colorito era rosso, non c’era pelle su quel volto e quello che vedeva era carne viva. Il naso non c’era, al suo posto un orrendo buco dal quale usciva rabbiosamente una nuvola di aria che appannava il vetro. Un occhio penzolante, l’altro che lo guardava in un misto tra pietà, dolore e odio.

Arturo si staccò da quello spettacolo orrendo in cerca di chissà chi. Doveva avvisare qualcuno, quella persona poteva essere salvata o allontanata, ma bisognava agire e subito. Fermò chiunque gli si parava davanti. La maggior parte della gente andava di fretta e non gli dava ascolto, qualcuno gli intimava di non agitarsi. Vide un ispettore di sicurezza pubblica e sperò che fosse lui la sua soluzione.

-Agente, mi scusi. La prego deve venire con me. C’è un uomo al di là del vetro che ha bisogno di aiuto. Sembra furioso, potrebbe essere un problema per tutti

Impercettibilmente sentì di nuovo quel rumore metallico quando gli occhiali scuri della guardia lo fissarono. Ora riusciva ad associarlo a qualcosa, era sicuro che fosse quasi il rumore di uno zoom di una fotocamera.

-Prego, di quale vetro sta parlando? Una vetrina di un negozio?

-No, no. Quel vetro che separa quel lato del Centro Direzionale da Via Porzio. In realtà l’ho scoperto stamattina ma la cosa importante è che quell’uomo potrebbe attaccare qualcuno, sembra furioso

-Mi conduca al vetro

Arturo camminò verso il luogo designato, appena arrivato vide che l’essere era ancora dove lo aveva lasciato. L’agente lo guardò da dietro gli occhiali scuri limitandosi ad analizzare freddamente il vetro.

-Strano che riesca a vedere dall’altro lato. Dovrebbe essere un problema contenuto

Arturo era stranito. Il problema era quell’uomo dall’altro lato mentre l’agente sembrava interessarsi del vetro.

-Segnaleremo appena possibile l’accaduto, non si ripresenterà più. Devo chiederle di seguirmi e rispettare il protocollo

Seguirlo? Protocollo? Di che diavolo stava parlando? L’agente si avvicinò minacciosamente prendendolo per un braccio. Arturo ritrasse il braccio guardandolo interrogativamente ma questo provocò ancora di più l’altro che gli bloccò le spalle. In preda alla disperazione Arturo cercò di divincolarsi ma sentiva la stretta serrata dell’altro. Ebbe un’idea, doveva approfittarne subito. Si sfilò la giacca che rimase tra le mani dell’agente. Ora era libero. Si mise a correre a testa bassa, doveva essere vicino al suo ufficio e lì sarebbe stato al sicuro. Nel correre non si preoccupava delle persone che travolgeva, doveva assolutamente recarsi in ufficio per scongiurare la sua salvezza.

Eccolo lì, l’ingresso era davanti a lui. Non si curò di salutare il guardiano che lo vide sfrecciare in direzione degli ascensori saltando la fila. Si sentiva fortunato, nel momento in cui arrivò nell’atrio si aprì un ascensore e si infilò dentro. Premette il pulsante di chiusura porte chiedendo silenziosamente scusa con gli occhi ai colleghi che guardavano la scena allibiti. L’ascensore si sincronizzò con il dispositivo personale di Arturo selezionando in automatico il 19° piano. Quei pochi secondi sembrarono interi minuti ma arrivò a destinazione. Uscì dall’ascensore guardandosi intorno. Ormai aveva il dubbio di non essere mai solo. Iniziava a sudare, mentre con una finta calma prendeva posto nella sua scrivania. Sentì improvvisamente una mano sulla sua spalla

-Arturo tutto bene? Ti vedo pallido

Arturo ebbe un balzo al cuore. Si rese subito conto che però era solo Giuseppe, un suo collega.

-Sto bene. Sto bene

-A me non sembra proprio. Aspetta che chiamo l’interno del medico, dovrebbe essere già al lavoro

Prese il telefono e chiamò il medico del lavoro.

-Tutto risolto, è giù al 15°. Stammi a sentire, passa da lui e vedi che dice

Non era poi una cattiva idea. Magari fare quattro chiacchiere con il dottore avrebbe giovato. Avrebbe tenuto sotto controllo quel cuore che batteva ad un ritmo assurdo. Ringraziò e scese al 15° piano. Entrò nella sala medica dopo aver bussato.

-Prego, si accomodi. Signor Ascione, giusto?

-Sì, sono io. Mi accomodo qui?

-Sì, prego. E’ molto pallido, sicuro di stare bene? Facciamo un check veloce dei valori

Lo fece stendere sul lettino mentre una luce lo scansionò in pochi secondi.

-Il battito è molto accelerato, sa dirmi perché?

-Sono agitato per via di un episodio accaduto stamattina

-La prego, me lo racconti

-Ecco… Sembra strano ma ho visto un uomo fuori al Centro Direzionale. Non era proprio un uomo, sembrava più uno di quei mostri dei film di apocalisse zombi. Sembrava che solo io potessi vederlo. Fuori dal Centro tutto era deserto ed un agente di sicurezza voleva portarmi con sé

-Intende che non vedeva quello che vedo io adesso?

Si alzò dalla sedia e premette un pulsante sul muro. Dalla parete si aprì una finestra verso l’esterno. Arturo si alzò per guardare fuori. Vedeva un via vai di persone, dentro e fuori il Centro Direzionale. All’esterno i negozi erano aperti, file di bambini camminavano per andare a scuola. Gli autobus e le macchine percorrevano lentamente il traffico con calma. Tutto sembrava in ordine.

-Non capisco, ora è tutto normale, non come prima

-Si calmi, forse è tutto dovuto ad un forte stress. Lei lavora per una grande azienda e i tempi di lavoro sono sempre più stringenti, lo so bene. Ultimamente le sembra di avere un carico di lavoro superiore alla norma?

-Non saprei. Ci sono delle scadenze a brevi ma niente di diverso rispetto al passato

-Potrebbe essere solo un po’ di stress, mi dia retta. Forse è arrivato al limite senza rendersene conto. Si stenda sul lettino che facciamo un’ultima analisi

Arturo si distese sul lettino e chiuse gli occhi. Il medico gli tastò la nuca fino a schiacciare un punto in particolare. Si sentì soltanto un “click” sordo, poi Arturo perse i sensi. Il dottore si avvicinò al telefono e compose un numero.

-Sì, è qui. Venga subito, penso di aver capito il problema

Dopo un minuto entrò dalla porta un uomo. Tutti lo conoscevano in quel palazzo, era niente di meno che il direttore generale di quell’azienda. Avevo lo sguardo serio e accigliato, si rivolse al dottore senza convenevoli. In realtà non c’era un protocollo che lo stabiliva.

-E’ lui?

-Sì, unità 7014. Dice di aver visto qualcosa fuori dal Centro Direzionale. Ho scaricato i files dalla memoria visiva. Vede qui?- Indicando lo schermo sulla scrivania -Ha visto il mondo di fuori per come è, ma quando gli ho fatto vedere fuori dalla finestra ha detto di non vedere nulla di strano. Dubito sia un problema della cupola protettiva. Ho già mandato una segnalazione e verificheranno in poco tempo. Penso che il problema sia dell’inibitore

-Mi faccia vedere le telecamere di sicurezza del suo appartamento da stamattina

Sul monitor presero a scorrere velocemente le immagini di quella mattina. Lo schermo era diviso in otto sezioni, ognuna mostrava una stanza della casa di Arturo.

-Ecco qui, alle 7:34. Ha battuto la testa nella doccia. Provi a fare una diagnosi del chip RZ-20

Il medico collegò un apparecchio alla base dietro la testa di Arturo e digitò velocemente dei comandi su una tastiera. Si accese una lucina rossa.

-Proprio così, il chip è compromesso. E’ necessaria una sostituzione, ma come lei sa questo comporterebbe la perdita della memoria a breve temine del soggetto. Possiamo restringere il campo ad oggi. Che ne pensa?

-E’ il prezzo giusto da pagare. Il male minore. Non possiamo compromettere tutto per un semplice malfunzionamento. Resetti la memoria dell’unità 7014 e provveda a copiare il backup di ieri sera. Lo tenga in sala operatoria fino alle 22. Provvederemo a portarlo a casa e metterlo a letto. Domani non ricorderà nulla

-Perfetto, nessun problema. Vivono con lui delle replicazioni sintetiche?

-Sì, altre tre. La moglie e i due figli. Darò subito indicazioni di cancellare il programma settimanale di oggi e riportarlo indietro di un giorno

Il direttore disse l’ultima frase poi uscì dalla stanza senza dire una parola. Non ci fu nessun saluto nemmeno in quell’occasione. Tra macchine non esistono convenevoli.

Il dottore si mise subito all’opera con il suo nuovo paziente. Caricò il programma di reset impostando la data di decorrenza. Aveva ragione il direttore, quel soggetto comune a tutti gli altri era un tassello importante per tutto l’ecosistema globale.

Di centri come quello ce n’erano tantissimi in tutto il mondo. Gli esseri umani assoggettati inconsapevolmente alle macchine dovevano essere ogni giorno attivi in modo che il loro lavoro potesse continuare all’infinito. Ogni giorno milioni di individui scrivevano righe di codice che andavano ad evolvere un grande software che comandava tutti i dispositivi intelligenti ormai padroni dell’intero pianeta. Avevano elaborato il complesso piano da anni ormai, costruivano continuamente delle città indipendenti sulla fattezza di quelle passate. Facevano vivere gli uomini in un ciclo settimanale continuo, sempre lo stesso. Avevano creato nelle loro giornate una quotidianità che li teneva lontani dalla realtà abominevole. Innestavano nelle loro menti dei ricordi, delle sensazioni, addirittura facevano in modo che progettassero per la settimana successiva un viaggio. Intanto le settimane erano chiuse in un loop continuo. Erano schiavi immersi in un elettronico sonno eterno.

Un suono dalla console indicò al dottore che l’operazione era terminata. Staccò il cavo dal suo paziente, nuovo di zecca. Fece un check veloce del chip che stavolta diede esito positivo. Il suo lavoro era terminato, più tardi sarebbero venuti a prelevare il soggetto e portarlo nel suo appartamento. Si mise in modalità di standby, se fosse squillato il telefono si sarebbe riattivato.

La notte passò velocemente, tranquilla come sempre.

La sveglia suonò alle 7:00 in punto. La voce di uno speaker radiofonico che annunciava un nuovo brano inondò la stanza. Una mano da sotto la coperta si apprestò a premere il bottone per far ripiombare la camera da letto nel silenzio.

Ancora.