17 Dicembre 2017

Esiste un luogo a Napoli permeato di speranze. Non è un luogo tenuto nascosto ma ben visibile agli occhi di tutti ed una volta all’anno è a disposizione di chiunque abbia un desiderio da chiedere. E’ l’albero di Natale che viene allestito ogni anno nel periodo natalizio all’interno della Galleria Umberto I. Un albero come tanti se non per una caratteristica che lo rende unico. Oltre ai festoni e alle palline decorative, in quei giorni l’albero si riempie di bigliettini. Sono i desideri delle persone che passeggiando per il centro storico scelgono di affidare le loro speranze proprio a quell’albero.

Purtroppo negli anni l’albero è diventato famoso per ben altre notizie. Troppo spesso bande di ragazzi provenienti da quartieri adiacenti Via Toledo lo prendono di mira, lo abbattono, a volte lo rubano trascinandolo fuori dalla galleria. Ma quel simbolo ogni anno è al suo posto, così come quei bigliettini che lo adornano.

Luca conosceva bene quell’albero. In passato anche lui aveva deposto tra i suoi rami i propri desideri. Fin da piccolo con i suoi genitori aveva l’abitudine di passare una giornata per il centro e comprare i regali di Natale. Al termine della lunga passeggiata si recavano nella Galleria Umberto per riscaldarsi con una cioccolata calda e poi subito dopo scriveva una lettera da mettere su quel grosso albero. E proprio in uno di quei giorni accadde qualcosa che gli avrebbe cambiato la vita.

Suo padre lo prese in braccio per permettergli di poggiare il foglio su un ramo più alto. Luca allungò le braccia per raggiungere un punto ancora spoglio, nel farlo sfiorò con la mano uno dei bigliettini già presenti. All’improvviso tutto davanti a sé divenne scuro. Non c’era più l’albero, non c’erano più i genitori, non c’era più nulla. Davanti ai suoi occhi si materializzarono scene di una vita che non gli apparteneva. Vedeva persone, luoghi, situazioni che gli erano estranee. Durò qualche secondo ma per lui sembrarono attimi infiniti. Poi sentì un dolore forte, aprì gli occhi e si risvegliò da quello stato di trance. Era disteso a terra e intorno a lui si era formata una folla di persone preoccupate. Suo padre gli teneva una mano mentre la madre non riusciva a trattenere le lacrime. Era ancora sotto shock, sentiva solo voci ovattate intorno a lui.

Chiamate un dottore. Chiamate un dottore, presto!

I ricordi erano confusi, si ritrovò in una stanza di ospedale con dei fili attaccati alla testa ed un rumore metallico che rompeva il silenzio. Davanti a lui però c’erano gli occhi dolci dei suoi genitori.

-Papà cos’è successo?

-Niente, Luca. Devi solo riposarti e rimetterti in forze

-Ma il bigliettino… Dobbiamo attaccare il bigliettino sull’albero…

-Lo abbiamo fatto, non preoccuparti

-Luca, dobbiamo chiederti una cosa. Ricordi cosa è successo quando hai cercato di attaccare il foglio sull’albero? Io e tuo padre eravamo con te, all’improvviso sei come svenuto

-Non ricordo niente, mamma. All’improvviso ho visto delle cose strane. Voi non c’eravate più ma c’erano delle persone che non conoscevo. Mamma, ho avuto paura

-Calmati Luca, ora siamo insieme. Non è successo niente. Ora riposati

Nei giorni seguenti il cervello di Luca fu analizzato dai migliori dottori dell’ospedale. Fu sottoposto a numerosi esami che però diedero esito negativo. Nessuno riuscì a spiegare l’accaduto, era come se non fosse successo assolutamente niente. Il bambino non aveva nulla che non funzionasse, purtroppo per lui quello fu solo il primo caso.

Dapprima erano episodi sporadici, poi man mano divennero sempre più frequenti. Gli capitava quando toccava con le proprie mani un oggetto o una persona. All’improvviso riusciva ad avere visioni di un passato legato a ciò che aveva toccato. Entrava in contatti con i ricordi legati agli oggetti o alle persone. Forse potrebbe sembrare un dono, ma quella maledizione lo rese sempre più solo.

Per ridurre le visioni portava costantemente dei guanti, in modo da non toccare nulla direttamente con le mani. Ma anche con tutte le precauzioni gli capitava di ricaderci. Come quella volta che in classe cominciarono a punzecchiarlo proprio per quei guanti.

-Dai Luca, lo sappiamo che porti quei guanti per coprire lo smalto che ti metti sulle unghie. Facci vedere come ti trucchi

Era difficile mantenere la calma in momenti come quello. Avere un potere così grande e non poterlo rivelare. Quel giorno accettò la sfida, si tolse i guanti e gli toccò la fronte. Subito divenne tutto buio, gli occhi si girarono all’indietro. Tutti i presenti si spaventarono ed urlavano terrorizzati. Poi Luca si accasciò a terra, qualcuno uscì dalla classe per chiamare un adulto. Entrarono due professori ed alzarono il ragazzo che cominciava a riprendere i sensi. Un sorriso beffardo comparve sul suo viso mentre guardava un tono di sfida il compagno di classe davanti a lui.

-Come sta Dolly? La bambola di tua sorella che tieni nascosta nel secondo cassetto della tua cameretta. anche ieri sera le hai pettinato i capelli prima di andare a dormire?

Una piccola soddisfazione che però lo allontanò ancora di più dai suoi compagni. Chi voleva avere a che fare con un mostro? Negli anni la situazione non era mai migliorata. Amici? Sempre di meno. Una fidanzata? Come sarebbe stato possibile? Ogni volta che avesse provato a sfiorarla gli sarebbero compare davanti agli occhi le scene della sua vita, i suoi vecchi amori, le sue paure. Tutto quello che lo circondava era solo l’amore dei suoi genitori, gli unici con cui condivideva quel segreto e che potevano stargli vicino senza timore. Ma i genitori purtroppo non durano in eterno. Li perse entrambi in un incidente d’auto. Non se ne dava pace, il suo “potere” era quello di vedere il passato, non il futuro. Avrebbe potuto salvarli se solo avesse avuto un potere diverso, ma così non era.

Da allora aveva vissuto un profilo basso, nessuno intorno ed una vita anonima. Ogni giorno come quello precedente, con i suoi guanti ad isolarlo dai suoi incubi. Poi un giorno gli venne un’idea mentre guardava la TV. Dovunque c’erano film di eroi e supereroi, gente con o senza poteri che metteva a repentaglio la propria vita per salvare gli altri. Non ci aveva mai pensato, lui ce l’aveva un superpotere. Fino a quel giorno lo aveva chiamato “maledizione”, “sventura”, ma faceva parte di lui. Lo aveva condizionato per tutta la vita ma doveva conviverci. Perché non sfruttarlo a fin di bene?

Non fu una scelta facile, rimase a pensare a quell’idea per ore sul divano. Poi si decise, partendo proprio da quel posto in cui tutto era cominciato. Si preparò e scese, arrivò fino alla Galleria Umberto I e si mise davanti all’albero dei desideri. Proprio quell’albero che doveva essere il custode del suo sogno e che vide per primo il suo incubo.

E ora era di nuovo lì, senza sapere davvero cosa fare. Guardava quei rami pieni di bigliettini, pieni si speranze. Cosa avrebbe dovuto fare? Toccarne qualcuno a caso? Spiare il passato di chi vuole solo augurarsi qualcosa per Natale? Stava quasi pensando che quella che aveva avuto era solo una pessima idea quando notò su uno dei rami più bassi un foglio di colore rosa. Era piccolo e malconcio ma quel colore seppure pallido spiccava in mezzo a tanti fogli bianchi. Luca si fece coraggio e si diresse verso quel foglio. Chiuse gli occhi e lo prese.

Era da tanto tempo che non provava più quella sensazione. L’oscurità che lo circondava, poi le visioni che gli sbattevano in faccia come un treno ad alta velocità. Prima vede quel bigliettino che aveva preso, era stretto in una piccola mano. Lo stringeva a pugno quasi per paura di perderlo. Non riusciva a vedere bene chi tenesse quel foglio, ma vedeva indistintamente la forma di una bambina. Poi la scena cambia, la bambina è in una stanza, seduta a terra in un angolo. Dalla luce che la illumina viene fuori un’ombra scura, quella di un uomo con il braccio alzato. La bambina chiude gli occhi, poi viene picchiata con oggetto. Luca sente il dolore che prova lei, ed è enorme. Ancora un cambio di scena, la bambina si trascina a forza dalla camera, tutto intorno sembra muoversi. Cammina sbandando, ci mette un po’ per arrivare alla porta, la apre ed un forte odore le arriva alle narici. Gli occhi sono gonfi e la vista è annebbiata, si riesce a vedere qualcosa solo da una piccola fessura. Riesce a vedere una scritta di colore rosso su uno sfondo bianco, “Lucullo”.

Luca riaprì gli occhi rendendosi conto di essere disteso a terra. Un piccolo gruppo di persone lo circondava, preoccupati per la sua salute. Con un po’ di difficoltà riuscì ad alzarsi, la testa gli girava ancora un poco ma dopo aver preso un caffè offerto da uno dei presenti si sentì meglio. Istintivamente mise la mano nella tasca destra della giacca e tirò fuori un bigliettino. Era il biglietto rosa preso dall’albero. Lo aprì e guardò all’interno. C’era una sola parola, scritta di fretta, forse da una mano tremante. Una sola parola che però urlava tutto il suo dolore.

Aiuto

Rimise il foglio nella tasca. Aveva abbastanza elementi per fare qualcosa, ma doveva muoversi, era già buio.

Tornò a casa e prese l’auto. Nel tragitto pensava agli indizi che aveva a disposizione dalla visione. Una stanza che “si muoveva”, un forte odore all’esterno ed una scritta. Tutto gli faceva pensare ad un solo luogo, il porto. La stanza galleggiante avrebbe potuto essere una cabina di una barca e l’odore che anche lui aveva sentito durante lo stato di trance era tipico degli scarichi di una nave. La scritta era ancora un dilemma da risolvere ma aveva la sensazione che avrebbe scoperto sul luogo di cosa si trattasse.

Impostò la destinazione sul navigatore e raggiunse la sua destinazione. Parcheggiò l’auto nella zona dei giardini di Molosiglio. Uscì dall’auto ed un profumo di aria di mare gli riempì i polmoni. Quanto avrebbe voluto trovarsi in quel luogo in un’altra occasione. Quanto avrebbe voluto far parte di una vita diversa, normale. Non aveva scelto quel suo potere, ma ora era deciso a fare del bene pur di dargli un senso. Nella sua vita si era sempre domandato se quel dono gli fosse stato fatto da un Dio o solo da un diavolo meschino. Ora quella domanda poteva avere una risposta se al termine di quella giornata avrebbe salvato una povera innocente dalle braccia di un mostro.

Si avviò verso il pontile guardando la fila di barche ormeggiate. Ce n’erano di vario tipo, dalle piccole imbarcazioni di pescatori usate ogni giorno per sfamarsi a quelle più grandi, magari lo sfizio di un ricco borghese. Il buio non favoriva la ricerca ma dopo aver percorso il porticciolo un paio di volte, Luca vide quello che stava cercando. Era una barca grande, forse di lusso. C’erano le luci accese sul ponte, riusciva a vedere un uomo indaffarato a pulirlo con una scopa. Sul bianco fianco destro una scritta rossa con il nome che cercava, Lucullo.

Senza togliersi i guanti mise la mano nella tasca della giacca e strinse il bigliettino. Una forte sensazione di rabbia attraversava il suo corpo. Non doveva farsi assalire dalle emozioni, da quel momento ogni azione doveva essere studiata e non poteva permettersi di sbagliare. Nella sua mente stava trovando le spiegazioni di quanto potesse accadere su quell’imbarcazione. Magari il proprietario aveva sequestrato la bambina, o forse era solo uno dei suoi tanti vizi da riccone.

Con il cuore che pulsava ad un ritmo frenetico si incamminò verso la barca quando l’istinto gli suggerì di fermarsi. Era solo una sensazione ma non ci aveva fatto caso prima di allora. Tutte le visioni che aveva avuto da quando era piccolo lo mettevano in contatto con delle persone collegando i loro sensi con i propri. Sentiva ciò che loro sentivano, ascoltava quello che loro ascoltavano, vedeva quello che loro vedevano. Esatto, quello che loro vedevano. Perché allora la scritta? Era sul fianco della barca e non poteva averla vista. Stava pensando quando guardando di lato si accorse che c’era un’altra barca ormeggiata vicino alla Lucullo. Era una barca più piccola, anonima e le poche onde la facevano sobbalzare. Luca finalmente capì, la visione che aveva avuto riguardava quello che gli occhi della bambina vedevano. Era sulla barca più piccola e uscendo fuori vedeva la scritta dell’altra.

Si diede dell’idiota per aver immaginato uno scenario completamente diverso. In compenso sarebbe stato più semplice salire sulla barca più piccola, era buia e se era fortunato nessuno avrebbe notato la sua presenza. Si fece coraggio e si diresse verso la sua destinazione. Con accortezza camminò lentamente per non fare rumore sulle assi cigolanti. Aprì una piccola porta ed entrò. Tutto intorno era buio, decise di farsi luce con il suo cellulare. Si aspettava una stanza vuota invece dovette ricredersi. Su un lato c’erano accatastate decine di pacchi. Si avvicinò per vedere meglio, quello in alto era aperto. All’interno c’erano delle stecche di sigaretta. Probabilmente quella era la barca di un contrabbandiere, la feccia dei criminali. Gente che ogni giorno sfida le forze dell’ordine su barche con motori truccati per .fare guadagni facili. Luca pensò al pericolo che stava correndo in quell’istante. Il proprietario era un delinquente, con tutta probabilità era armato e non avrebbe esitato ad accanirsi su di lui se l’avesse scoperto.

Era meglio sbrigarsi ed uscire quanto prima da quella situazione. Attraverso una botola scese in stiva, abbassò la luminosità dello schermo e vide due letti. In uno dei due riconosceva una figura più piccola mentre su un altro c’era probabilmente il contrabbandiere. Si avvicinò lentamente al letto dove era distesa la bambina. Doveva svegliarla e portarla via di lì in fretta, senza allertare l’altro. Aveva paura che lei urlasse così cominciò a parlare sottovoce.

-Ehi piccola. Svegliati. Non preoccuparti sei in buone mani

La bambina aprì gli occhi, la luce del cellulare dava fastidio ai suoi occhi abituati al buio. Si guardò intorno finché non vide il volto di Luca. Non lo spaventava, era ben altro che le metteva paura.

-Chi sei? Sei venuto qui per me?

-Sì, sono qui per te. Ma dobbiamo fare piano. Vieni con me, usciamo da questo posto

-Sei un angelo?

-No, piccola. Ora però in silenzio, alzati e seguimi lentamente

La bimba fece come le era stato ordinato da Luca. In punta di piedi arrivarono fino alle scale e salirono. Erano sull’ultimo scalino quando, forse per una distrazione dovuta al sonno, la piccola inciampò e cadde in ginocchio. La pantofola che indossava rotolò per le scale fino alla stima provocando un rumore sordo che squarciò il silenzio. Il sangue nelle vene di Luca si ghiacciò all’istante. Non fece in tempo a pregare che sentì un urlo provenire dal basso.

-Chi è?

Rimase in silenzio nell’oscurità delle scale ma sapeva di essere spacciato.

-Chi è? Vengo lì e ti uccido! Chi sei?

L’uomo si alzò di scatto ed andò a controllare nell’altro letto. Vide che era vuoto e pieno di rabbia prese la pistola che nascondeva sotto il suo cuscino. Luca sentì il rumore metallico dell’arma caricata e tirò con forza la bambina su per gli ultimi gradini. Doveva uscire da quella barca prima che diventasse la sua tomba, o peggio ancora quella di entrambi. La barca continuava ad ondeggiare, i due riuscirono ad arrivare alla porta di uscita quando una voce alle loro spalle tuonò.

-Fermi! Dove credete di andare!

Un solo passo e sarebbero stati fuori, magari avrebbero gridato per richiamare l’attenzione di qualcuno e farsi aiutare. All’improvviso Luca sentì quel suono, prima di allora lo aveva soltanto ascoltato in tv in qualche film. Uno sparo. Quasi in contemporanea avvertì un dolore forte all’orecchio sinistro. Si fermò di colpo, d’istinto si toccò l’orecchio e guardò la mano illuminata dalla debole luce proveniente dall’esterno. Non c’era bisogno di molta immaginazione per capire che si trattava di sangue. Era stato colpito all’orecchio, la situazione era diventata di colpo più pericolosa.

-Fermati o con il prossimo colpo ti faccio saltare la testa! Ora girati lentamente!

Luca si girò, la mano stringeva forte quella della bambina senza lasciarla. Anche lei non riusciva a staccarsi mentre tremava.

-Maria che stai facendo? Lascia quell’uomo e vieni subito qui. A lui ci penso io

La bambina non obbedì agli ordini, anzi, si avvicinò ancora di più allo sconosciuto.

-Che fai, Maria! Vieni subito qui, te lo ordino!

-No!

Quella parola di sole due lettere risuonò nella stanza come una sentenza irremovibile. Quel coraggio inaspettato prese in contropiede l’uomo che rimase a bocca aperta mentre la guardava.

-Che stai dicendo? Sono tuo padre, ti ordino di venire qui. Vieni subito altrimenti te ne darò di santa ragione. Così tante che non avrai più voglia di scherzare

-Non vengo. Lui è un angelo ed è venuto qui per salvarmi da te. Tu sei un mostro!

L’uomo ascoltò quelle parole, mai prima di allora sua figlia aveva osato ribellarsi. Una sensazione di rabbia e odio gli pervase l’animo. La pistola che fino a quel momento era diretta verso lo sconosciuto si spostò puntando la bambina. Luca se ne accorse e subito la prese e la spostò sul ponte. Il padre sparò ma per fortuna l’altro fu più veloce. Preso dall’adrenalina, Luca si scagliò a testa bassa sull’uomo facendolo capitolare in un angolo. Nell’urto lasciò la pistola, che rimase a terra. Approfittando del momento buono, il ragazzo ebbe un’idea improvvisa. Controllò velocemente in una tasca della sua giacca e prese piccolo pacchetto, poi si avvicinò agli scatoloni.

-Non prendere la pistola, altrimenti accendo questi fiammiferi e li butto su questi scatoli!

-Non lo farai, sarò più veloce io

-Vuoi rischiare? Vuoi che tutte queste stecche di sigaretta prendano fuoco, magari anche tutta la barca?

L’uomo si rese conto che l’altro aveva ragione.

-Non ti muovere, ora la prendo io e tu ci farai scendere senza reagire, chiaro?

Il silenzio valeva come un sì. Luca si spostò di lato con ancora in mano la scatola di cerini. Raggiunse la pistola, la prese e la puntò verso l’uomo, ancora seduto a terra. Non aveva assolutamente voglia di sparare, non l’aveva mai fatto e non voleva farlo per la prima volta. Senza mai distogliere la mira dal suo nemico uscì sul ponte e controllò, Maria era ancora fuori mentre tremava dal freddo.

-Vieni qui piccola, ora dobbiamo andare via

La bambina si avvicinò, Luca vedendola rabbrividire al gelo si tolse la giacca per coprirla. Fu il suo unico errore.

Come un treno l’uomo si rialzò e diede una spallata al ragazzo. Il suo corpo fu schiacciato sulle pareti in legno, lasciò la presa facendo cadere l’arma in mare. L’altro gli diede una serie di calci nel costato fino a togliergli tutta l’aria dai polmoni. Ormai era a terra senza forze, non riusciva a muoversi. L’uomo ne approfittò per allontanarsi e dirigersi verso poppa. slegò il nodo che teneva la barca attraccata al pontile, poi si diresse verso i comandi. Nel tragitto incrociò lo sguardo con quello di sua figlia, ancora a terra mentre tremava.

-Con te facciamo i conti dopo. Ora mi devo sbarazzare di quel corpo

Mise in moto la barca. Rumorosamente il natante abbandonò il molo, nella fretta speronò altre barche. Il fracasso che si era creato mise in allarme gli altri marinai presenti sul posto. L’uomo voleva raggiungere il largo per disfarsi del corpo di Luca. Una volta arrivati a debita distanza fermò il motore e si diresse sul ponte. Si avvicinò al corpo del ragazzo e gli diede un ultimo calcio, poi lo prese di peso per buttarlo in mare. Stava per alzarlo quando sentì un forte odore. Si girò e vide all’interno della cabina del fumo. Non collegò subito l’accaduto, ma quando vide che sua figlia non era più nel posto in cui l’aveva vista prima capì, era stata lei ad appiccare il fuoco. Probabilmente aveva ascoltato le intenzioni del ragazzo, aveva preso la scatola di fiammiferi ed aveva dato fuoco alle casse di sigarette. Doveva pagarla subito, sarebbe stata punita per averlo fatto. Uccisa e gettata in mare insieme al suo nuovo amico sconosciuto. L’uomo entrò all’interno della cabina urlando il suo nome.

-Maria! Vieni fuori Maria! Hai commesso un grave errore e ora ne pagherai le conseguenze!

Continuava ad urlare anche se li fumo gli entrava in gola facendolo tossire. Il desiderio di vendetta era più forte di quello di sopravvivenza, ma se ne accorse troppo tardi. Lo capì quando sentì il rumore della porta che si chiudeva e della serratura che scattava. Era in trappola, era chiuso in una stanza che stava per prendere completamente fuoco. All’esterno, sul ponte, Maria si avvicinò al suo angelo custode.

-L’ho chiuso dentro, non uscirà fuori. Dobbiamo scappare ora. Ce la fai ad alzarti?

Quelle parole risvegliarono Luca dallo stato di torpore. Fece uno sforzo immane per rimettersi in piedi e coprire la bambina con la sua giacca.

-Sta andando tutto a fuoco, dobbiamo buttarci in mare. Sai nuotare?

La bambina fece un cenno con la testa, tanto bastava a Luca per darsi coraggio. Scavalcarono insieme e si gettarono in acqua. Riuscirono a nuotare per qualche metro prima che la barca esplodesse. Il fuoco era divampato fino a raggiungere il motore. Insieme guardarono quella scena, entrambi sapevano che la loro vita sarebbe cambiata. In meglio.

La guardia costiera era stata allertata dagli uomini presenti sul molo, il baccano provocato dalla barca del contrabbandiere aveva svegliato tutti i marinai. Luca e Maria furono tratti in salvo da una motovedetta e riportati a terra. Le circostanze erano ancora da chiarire ma i racconti dei due coincidevano. Dalle indagini successive risultò che la bambina viveva con il padre, un tipo non raccomandabile che aveva passato in prigione parecchi anni. La madre era morta poco dopo la nascita. Non andava a scuola da mesi, gli assistenti sociali erano già stati avvertiti dall’istituto ma avevano le mani legate. Era però una bambina molto intelligente ed anche in quella situazione aveva dimostrato coraggio e cervello. Dopo quell’episodio fu affidata ad un istituto in attesa di far parte di una vera famiglia.

Luca invece se la cavò con qualche giorno in prognosi riservata a causa delle percosse. Poche settimane e sarebbe uscito dall’ospedale. Per tutto il tempo in cui rimase in quel letto pensò a cosa farne della sua vita. Era di nuovo solo, senza nemmeno i suoi guanti che lo isolavano dal mondo. Il corpo gli faceva ancora male, ma in cuor suo sapeva che quella sensazione che aveva provato in mare non l’aveva mai provata prima. Era la sensazione che hanno gli eroi quando concludono una missione, la sensazione che provano i pugili quando mettono al tappeto l’avversario, quello che provano i vincenti. Aveva salvato una vita, tanto gli bastava per sentirsi bene. Ci pensò per giorni, ma ormai lo aveva capito. Aveva un potere e non poteva far finta di nulla. Lo avrebbe rifatto, certo che lo avrebbe rifatto.