12 Novembre 2016

Pioveva di brutto quella notte, erano ore che l’acqua veniva giù a secchiate senza smettere. Sembrava che da lassù qualcuno avesse un conto in sospeso con la città. Quando piove le vie principali si riempiono, fiumi di macchine si riversano in strada congestionando il traffico cittadino. Ci sono delle strade però che tutti evitano. Sono le strade lontane dal centro, quelle che collegano la metropoli con la periferia. Quelle che non riescono a drenare bene e che con un po’ d’acqua si allagano. Come la zona industriale, e il povero Raffaele si trovava proprio lì quella notte.

Stava ritornando a casa dopo una serata con i suoi amici di sempre. Quella sera era toccato a lui prendere l’auto e quindi era anche quello più sobrio. Dopo una serata di chiacchiere e musica aveva accompagnato gli altri a casa e stava per rientrare alla propria. Aveva atteso anche troppo che spiovesse ma proprio quella notte sembrava che il cielo non avesse voglia di smettere. Erano passati già troppi minuti sotto il ponte della Tangenziale, parcheggiato con le quattro frecce accese. Il flusso di pioggia non diminuiva e lui doveva prendere una decisione. Mise di nuovo in moto l’auto e proseguì lentamente. Le frecce erano ancora accese nel caso in cui qualche altra autovettura arrivasse, ma in quel momento era da solo per strada. Evidentemente tutti si tenevano a debita distanza da quella strada solitaria ma anche pericolosa. I tergicristalli erano attivati alla velocità massima ma non riuscivano comunque a tenere i vetri asciutti. La visibilità era diminuita di parecchio e Raffaele non riusciva a vedere nulla davanti a sé. Girò a destra da Via Domenico de Roberto, sapeva che quella via lo avrebbe portato in una zona di Ponticelli da cui era facile proseguire per casa sua. La macchina percorreva quelle strade sobbalzando ad ogni fosso. Probabilmente Il manto stradale doveva aver subito dei danni per quel maltempo perché sembrava ci fossero buche ovunque. Raffaele continuava a viaggiare quasi alla cieca. Non vedeva nulla davanti a sé, aveva solo la sensazione che quella fosse la strada giusta per ritornare finalmente alla sua abitazione.

All’improvviso vide davanti a lui una luce, anzi due. Erano i fari di un’altra automobile che stava venendo nel senso di marcia opposto al suo. Udì il suono arrabbiato del clacson del suv che gli stava venendo addosso. Si rese conto che era lui in difetto, non ci aveva fatto caso ma stava invadendo la corsia opposta. Subito sterzò a destra per evitare l’impatto che sarebbe stato fatale per entrambi. La macchina riuscì a girarsi ma l’asfalto era ricoperto di ghiaia bagnata e l’automobile slittò di lato. Raffaele affondò il piede nel pedale del freno ma l’auto non rallentava. Le ruote erano ferme ma sciovolavano sul terreno senza ridurre velocità. D’improvviso un rumore fortissimo. Il ragazzo ebbe soltanto il tempo di vedere avvicinarsi un grosso cancello in ferro. La testa batté sul volante e perse i sensi.

Quando riprese conoscenza la pioggia era finita. Ci mise qualche secondo per capire dove fosse, poi quando ricordò l’accaduto ebbe un sobbalzo. Uscì di colpo dall’auto per controllare i danni. Si rese conto di non essere più in mezzo alla strada. La macchina aveva sfondato un enorme cancello ed era entrato all’interno di una proprietà privata. Si avvicinò al cancello per cercare una spiegazione a quanto era accaduto. Era grande e arrugginito ed era chiuso con una catena di ferro tenuta insieme da un lucchetto. L’auto doveva andare ad una velocità folle per riuscire a rompere il lucchetto e spalancare il grande cancello. Maledì quella pioggia per averlo catapultato in quella situazione. Ritornò vicino alla macchina per accertarsi dei danni. La parte anteriore era irriconoscibile e le ruote erano uscite fuori dall’asse. Non sarebbe mai riuscito a tirarla fuori di lì da solo, doveva trovare qualcuno che lo aiutasse.

Alzò gli occhi e si rese conto di trovarsi un luogo del tutto inospitale. In quel momento realizzò che quella era un una delle raffinerie ormai chiuse di quella zona. Quando in passato percorreva quelle strade aveva sempre notato quelle vecchie fabbriche ormai in disuso da decenni. Si trattava delle raffinerie di petrolio che in passato lavoravano ininterrottamente per produrre carburante per i marchi più importanti. Ma quello era un ricordo lontano, ora erano luoghi deserti e spettrali. Difficilmente avrebbe trovato qualcuno in quel posto. O forse no. Forse qualcuno della sicurezza sarebbe passato di lì a controllare, o magari qualcuno vedendo il cancello rotto avrebbe chiamato la polizia. Tanti forse, lui però doveva trovare un rimedio e alla svelta. Erano già le quattro di notte e la stanchezza stava facendo effetto.

Decise di ritornare in auto per cercare il suo smartphone. Avrebbe avvisato qualcuno, tra l’altro nella sua RCA aveva anche un servizio di soccorso stradale gratuito, perché non provare per la prima volta? Rientrò e si mise a cercare. Non riusciva a trovarlo. Era buio e non era possibile nemmeno accendere la luce all’interno dell’abitacolo. L’auto era fuori uso. Si piegò in avanti per controllare sotto i sedili anteriori ma non vedeva nulla. Prese a controllare il lato posteriore quando sentì un rumore strano dall’esterno. All’inizio non ci fece caso poi all’improvviso quel suono divenne più forte. Era un ringhio. Si alzò e vide fuori dall’auto due rottweiler che si avvicinavano ringhiando. Chiuse la portiera prima che fossero vicini. Il rumore li fece arrabbiare e iniziarono ad abbaiare forte.

Raffaele era in trappola. Non poteva uscire e non sapeva come contattare qualcuno. Era un incubo e tutto per colpa di quella dannata pioggia. Provò a premere il clacson per allontanarli ma sortì l’effetto contrario. Ad ogni colpo di clacson i cani abbaiavano più forte contro di lui. Riusciva a vedere la bava che usciva dai loro musi e l’espressione furiosa nei loro occhi.

Smise di strombazzare e cominciò a pregare che qualcuno venisse a salvarlo. I due cani saltarono sul cofano e si avvicinarono al vetro. Guardavano nella direzione di Raffaele, anzi, guardavano proprio lui. Presero a mordere i tergicristalli rompendolo in poco tempo. Poi lo fissavano di nuovo e continuavano a ringhiare. Il messaggio era chiaro, se usciva dall’auto avrebbe fatto la stessa fine, lo avrebbero preso a morsi fino a strappargli la carne dalle ossa. Raffaele rabbrividì al solo pensiero. Non gli restava che sperare in un intervento divino, si mise più comodo sul sedile e chiuse gli occhi.

Quando li riaprì erano passati solo una ventina di minuti. Si guardò intorno e vide con gioia che i rottweiler non erano più sull’auto. Continuava a girarsi ma non li vedeva intorno. Forse si erano allontanati? Sarebbe stata la sua salvezza. Decise di uscire dall’auto per ritornare in strada, con un po’ di fortuna avrebbe trovato qualche altra macchina ed avrebbe chiesto aiuto ora che non pioveva più. Scese dall’auto e senza far rumore girò per raggiungere il cancello d’entrata ma appena lo vide la speranza morì sul colpo. Accanto al cancello c’erano appostati i due cani. Come due leoni a guardia di un portale i due rottweiler erano distesi a controllare l’ingresso di quel luogo. Per Raffaele non c’era via di scampo, non poteva uscire da quel posto. Se avesse cercato di correre fuori i due cani sarebbero stati più veloci e lo avrebbero azzannato e ritornare in auto non era più una soluzione.

Stava decidendo cosa fare quando uno dei due cani alzò la testa e rizzò le orecchie, poi si girò nella sua direzione. Lo aveva visto, quella belva si era accorta di lui e si era alzata sulle quattro zampe. Anche l’altro fece altrettanto, entrambi i cani mostravano i denti in un ringhio diabolico. Raffaele non aveva tempo per pensare a come uscire da quella situazione, si girò dando le spalle alle due belve e cominciò a correre. Non sapeva dove stesse andando ma doveva solo trovare un riparo da loro. Li sentiva abbaiare dietro di lui e sapeva che si stavano avvicinando. Aveva solo un’ancora di salvezza. Davanti a lui c’era l’ingresso di uno degli edifici. La porta era chiusa, pregò con tutte le sue forze che non lo fosse a chiave. Arrivò sbattendo sulla porta, afferrò la maniglia e la abbassò. Con gioia vide che la porta si apriva, subito la spalancò, entrò all’interno e la richiuse. Appena fatto sentì il tonfo dei cani che si stagliavano sulla stessa. Erano sbattuti sulla porta e continuavano ad abbaiare. Erano stati giocati e volevano la loro preda a tutti i costi. Raffaele teneva ferma la porta dall’interno poi si rese conto che c’era una serratura per chiuderla definitivamente. Girò la manopola fino a sentire un click e solo allora si sentì al sicuro. Al sicuro dai cani, certo, ma era comunque in trappola. Non poteva uscire e lì dentro era tutto buio. Con la mano che fendeva il buio cercò un interruttore finché lo trovò. Lo abbassò pensando che fosse un idiota a credere che potesse funzionare. Con grande stupore vide che le luci si accesero. C’era ancora corrente in quel posto quindi, forse non era del tutto abbandonato.

La luce illuminava l’ingresso di quell’edificio. C’era un tavolo con dei quaderni ed un telefono. Raffaele prese la cornetta e la appoggiò all’orecchio. Nessun rumore dall’altro lato. Sarebbe stato troppo fortunato se quel telefono avesse funzionato. Lo abbassò pensando a cosa potesse fare. Anche se impaurito e con ancora nelle orecchie i latrati delle due bestie, era sempre più curioso di quel posto. Non si era mai trovato all’interno di una raffineria, non sapeva cosa poteva trovarvi all’interno. Prese il quaderno sul tavolo e lo sfogliò. C’erano date e numeri. Tante cifre con calcoli assurdi. Su qualche pagina c’erano anche delle parole ma non sembrava conoscerle. Erano lettere strane, forse scarabocchi di qualche impiegato che non sapeva come ingannare il tempo. Lo riposò sul tavolo e andò in giro a scoprire di più su quel posto.

C’erano degli schedari ordinati per data, provò ad aprirli ma erano chiusi a chiave. Decise di cambiare stanza. Dall’ingresso si ritrovò in un’altra stanza, vuota se non per una doccia posta su un angolo. Forse serviva agli operai che lavoravano lì dentro in passato. Un’altra porta, la attraversò e dopo un lungo corridoio arrivò a quella che sembrava una sala comandi. C’era una console collegata a dei monitor accesi. Le immagini che erano proiettate non erano per nulla chiare, erano dei vecchi monitor a tubo monocromatici. Raffaele si avvicinò per vedere meglio. Le immagini erano disturbate, probabilmente quella vecchia tecnologia dava problemi. Pensò che si trattasse di telecamere di sicurezza per i vari reparti. Quello svolto in quegli edifici doveva essere un lavoro di precisione e molto pericoloso. Sicuramente in giro c’erano sostanze infiammabili ovunque e bisognava sorvegliare ogni stanza. Qualche schermo proiettava le immagini di corridoi vuoti, altre di stanze chiuse.

Sulla console era presente una cornetta, forse un sistema di comunicazione per la fabbrica. Lo alzò, magari era fortunato e in quella struttura c’era ancora qualche guardia notturna in giro.

-Qualcuno mi sente? Mi sentite?

Nessuna risposta.

-Sono all’interno dell’edificio, nella sala comandi. C’è qualcuno che può aiutarmi ad uscire di qui? Fuori ci sono dei cani rabbiosi che non mi permettono di uscire.

Dalla cornetta solo un piccolo ronzio. Ormai era certo di essere l’unico in quella fabbrica abbandonata. Era spacciato, non sapeva proprio cosa fare. Era nervoso e cominciò a premere tutti i pulsanti sulla console. La pulsantiera si illuminava quando premeva i tasti a caso. All’improvviso la sequenza fece illuminare un pulsante rosso sul lato destro.

“Che c’è di male a premere un pulsante in più? Proviamo”

Pensò. Lo tenne premuto ma non successe niente. Guardò di nuovo lo schermo e quello che vide gli fece pensare che quella non era stata proprio l’idea più furba che gli era saltata in mente.

Una delle telecamere riprendeva l’interno di una stanza. La luce sopra la porta prese a lampeggiare e la porta si aprì del tutto. Forse era stato quel pulsante ad attivare la porta. Fin qui tutto normale. Poco dopo dal monitor Raffaele vide un’ombra che strisciava fino alla porta per poi uscire dalla stanza. quando realizzo quello che aveva fatto, iniziò a tremare di paura. Quelle sale chiuse erano celle di detenzione che contenevano qualcosa. Giusto, qualcosa. Quella che aveva visto non era una forma umana o animale, e ora era uscito da quella stanza e si trovava in libertà.

Dal monitor vedeva quell’ombra scura passare davanti alle telecamere piazzate nell’edificio. Non aveva idea di dove fossero posizionate, se quella cosa stesse uscendo o stesse andando da lui, ma non poteva restarsene lì ad aspettare. Uscì dalla sala comandi e percorse il corridoio. Non aveva senso uscire dalla raffineria, c’erano ancora i cani ad aspettarlo. Aprì una porta di servizio che dava accesso alle scale. Stava pensando cosa fare quando dal fondo della tromba di scale sentì un suono. Era il rumore di sedie che si rovesciano, acciaio che cade a terra. Qualcuno stava mettendo sotto sopra qualche sala nei piani inferiori. E poi, sentì quel verso.

Era un verso di animale ma Raffaele era sicuro di non aver sentito mai qualcosa del genere. L’urlo di un predatore ma c’era qualcosa di metallico. Echeggiava in tutto quello spazio e preannunciava una caccia che era appena iniziata. Il ragazzo non aveva alternative se non quella di salire la rampa di scale. Magari in cima sarebbe stato al sicuro o avrebbe trovato qualcosa di utile. Salì due gradini alla volta per distanziarsi da quel suono che sentiva avvicinarsi. Ogni tanto buttava l’occhio dalle scale ma quello che vedeva non aveva senso. Sembravano tentacoli quelli che fuoriuscivano dal passamano.

Senza indugiare chiuse gli occhi e continuò a salire. Non sapeva più quanti piani aveva superato, prima di arrivare in cima però si fiondò all’interno di una porta. Si accorse dall’interno però che non era possibile chiuderla a chiave quindi continuò a correre per le stanze semivuote. Alla fine arrivò ad un vicolo cieco. Davanti a lui c’era una porta chiusa con accanto un tastierino numerico per aprirla. Nella disperazione provò qualche combinazione di numeri ma l’esito fu sempre negativo. Intanto da lontano sentiva il rumore della porta di ingresso che si apriva e quel verso che si avvicinava lentamente. Si guardò intorno in cerca di un oggetto che potesse servirgli ma c’era poca roba. Aprì una cassettiera e frugò all’interno, solo fogli. Un altro cassetto, vuoto. L’ultimo invece conteneva qualcosa che faceva al caso suo. C’erano delle pistole spara razzi. Non era un’arma ma poteva servirsene per accecare quell’animale, o qualunque cosa fosse. Si sedette a terra ancora terrorizzato. Non riusciva ancora a pensare di trovarsi in una classica scena da action movie. La mano tremava mentre direzionava la pistola verso la porta da cui era entrato. La bestia dall’altro lato non emetteva più il suo grido di caccia, ma si sentiva indissolubile il rantolo del suo respiro. La porta finalmente si aprì.

Quella che vide davanti ai suoi occhi era qualcosa di difficile da descrivere.

Prima vide la testa. Il muso era lungo, gli sembrava quello di un coccodrillo. La mascella era leggermente aperta e dai denti scendeva una bava vischiosa. Non riusciva a vedere gli occhi, forse quella strana creatura ne era sprovvista. Il dorso era coperto di squame e le zampe anteriori poggiavano a terra mentre camminava lentamente sul pavimento. Aveva l’aria di un rettile, finché non vide la parte inferiore del suo corpo. Aveva dei tentacoli. Tentacoli strani, non come quelli di un polpo o una piovra. Erano anch’essi ricoperti di squame e nella parte terminale avevano dei lunghi artigli. Raffaele era terrorizzato, quello che aveva davanti a lui era il mostro peggiore che fosse uscito dai suoi incubi. Non aveva occhi ma lo stava guardando, sentiva che lo percepiva e ne era terrorizzato. Poi aprì la bocca ed emise di nuovo quel verso terrificante. Raffaele si destò da quell’incubo e premette il grilletto. Dalla grossa pistola partì una scia infuocata che andò incontro alla bestia. Lo colpì in pieno, il razzo andò ad infrangersi sotto al suo palato. L’animale cadde all’indietro nell’impatto mentre una pioggia di scintille cadde intorno. Alcuni fogli presero fuoco facendo scattare l’allarme antincendio. Per il ragazzo fu una speranza inattesa.

Gli idranti sul soffitto si attivarono all’istante mentre una luce rossa cominciò a lampeggiare ad intermittenza. Tutte le porte bloccate si aprirono nello stesso momento, probabilmente in caso di pericolo c’era un protocollo di sicurezza che lo prevedeva. Prima che il mostro si rialzasse Raffaele ne approfittò attraversare la porta ormai aperta. Non era possibile richiuderla quindi l’unica alternativa era correre, correre fino ad arrivare in un luogo sicuro. Magari all’aperto sarebbe stato possibile sparare un razzo in cielo.

Così fece, cominciò a correre verso l’ignoto. Quando attraversò l’ultima porta dovette fermarsi di colpo. Davanti a lui c’era un grande vuoto, la bocca di una cisterna vuota. Era enorme, lui si trovava nella parte più alta e da lì si poteva solo scendere attraverso una rampa di scale in ferro. Era spacciato, non poteva arrampicarsi e decidere di scendere sarebbe stata la scelta peggiore. Direzionò in alto lo spara razzi facendo partire un altro colpo. Vide la scia luminosa effettuare una traiettoria. Così come per quella scia, anche la speranza in un aiuto provvidenziale cominciava a scendere. Abbassò le braccia in segno di sconforto. Sentiva l’urlo della bestia sempre più furioso.

Ad un tratto sentì un rumore sempre più assordante venire dall’esterno. Dalla bocca della cisterna vide un elicottero. Aveva un faro davanti che proprio in quel momento lo stava illuminando. Eccola, la provvidenza. Subito Raffaele iniziò a sbracciarsi e urlare a squarciagola per farsi vedere. Chiunque stesse pilotando quell’elicottero doveva averlo già notato ma stranamente ancora nessuna scaletta era stata lanciata dal portello. All’improvviso sentì un sibilo, poi un rumore metallico vicino al suo orecchio. Poi un altro sibilo ma a quel punto sentì un dolore forte all’altezza della fronte. Si toccò, la mano era ricoperta di sangue. Lo stavano colpendo? Dall’elicottero qualcuno gli stava sparando? Si sentì sconfitto. Si inginocchiò senza più alcuna speranza. Davanti a lui il mostro lo aveva raggiunto e si abbassava su di lui con le fauci spalancate. L’ultimo colpo partito dall’elicottero prese in pieno la testa di Raffaele che esplose al contatto. L’unica consolazione fu quella di essere già morto mentre la belva divorava il suo corpo.

Il giorno successivo due guardie scelte osservavano il cancello spalancato della raffineria. Si avvicinarono due rottweiler, li riconobbero e si misero in posizione seduta. Una delle guardie li accarezzò mentre parlava con il collega.

-Ti hanno già spiegato cosa è successo?

-Si ho parlato con i russi prima. Non pensano sia stato premeditato, la macchina è intestata ad un ragazzo incensurato. Forse un incidente, si è trovato in mezzo ad una situazione più grande di lui

-Lo hanno trovato?

-Chi, il ragazzo? Impossibile. Lo hanno visto ieri sera dall’elicottero poi nulla. Non mi hanno detto nient’altro

-Già. Noi non domandiamo, eseguiamo e basta

-Esatto. Dobbiamo far scomparire la macchina, chiami tu in centrale appena hai finito di fare l’amore con i cani?

-Faccio subito non ti preoccupare

-Ok. Vado ad avvisarli che è tutto sotto controllo

-Quindi non è successo niente, giusto?

-Corretto. Assolutamente niente

28 Maggio 2011

Matteo stava leggendo il giornale e una notizia aveva attirato la sua attenzione. Un ragazzo era stato ucciso da un agente di polizia in borghese. La parte interessante però era all’interno dell’articolo. Prima dello scontro con l’agente il ragazzo sembrava letteralmente impazzito, era ricoperto di sangue e nella sua camera era stato trovato il cadavere di sua madre. A brandelli. Matteo posò il giornale e compose un numero in rubrica. Si tolse la mascherina per evitare di camuffare la voce. Rispose una voce femminile, più che contenta era sorpresa di ascoltarlo. Non la sentiva da più di un mese.

Aveva passato giorni a seguire le tracce dei suoi. per così dire, pazienti. Li aveva trovati e li aveva eliminati, tutto risolto. Niente affatto, quando era arrivato sul luogo aveva sentito delle sirene di un’ambulanza che si allontanavano ed aveva temuto il peggio. Matteo si era trovato in quel mondo così diverso da quello in cui era vissuto fino a quei giorni, ma quel nuovo mondo purtroppo lo aveva creato lui e cercava disperatamente di trovare un rimedio.

Una volta caricati i cadaveri nel suo furgone si diresse verso il Pronto Soccorso più vicino, doveva capire se prepararsi al peggio. Si diresse subito verso la reception per domandare se fosse arrivata un’ambulanza con un paziente che avesse uno strano comportamento. Purtroppo la risposta fu negativa e Matteo dovette girare alla ricerca di un altro Pronto Soccorso. Ne visitò tre prima di arrivare in quello corretto. Era arrivato qualche ora prima un paziente in uno stato del tutto singolare, riportava ferite su tutto il corpo che sembravano essere morsi. Era stato applicato il codice rosso e portato con urgenza all’interno per essere visitato e curato. Purtroppo le informazioni si fermavano a quel punto, ogni successiva spiegazione gli veniva negata. Lo scontro verbale con la dottoressa all’accettazione diventava sempre più furioso.

-La prego, è una questione di massima urgenza. Devo assolutamente sapere in che condizioni è il paziente!

-Non posso darle ulteriori informazioni. Se non è un parente del paziente non può stare qui

-Non sono un parente ma sono un dottore. Da collega a collega, la prego di ascoltarmi. Si tratta di informazioni che non posso divulgare ma ho bisogno di parlare con i dottori che hanno visitato l’uomo

-Mi dispiace, non posso fare nulla a riguardo

-Le ho detto che è una questione di vitale importanza!

-Mi dispiace, davvero

La ragazza sembrava veramente dispiaciuta mentre la sicurezza interveniva per allontanare Matteo dal Pronto Soccorso. Lo portarono fuori, lui si mise seduto sull’asfalto a pensare ad un modo per risolvere quanto era accaduto. Passarono un paio d’ore prima che Matteo si svegliasse da quello stato di ansia. Sentì una mano toccargli la spalla, si girò e vide un viso familiare. Era la dottoressa della reception, con lo sguardo che gli chiedeva perdono.

-Salve, sono la dottoressa Sannino. Le chiedo scusa per prima

-Si figuri, lei ha fatto solo il suo lavoro

-Io le credo. Non vorrei sbagliarmi ma lei sembra proprio una brava persona

-Vorrei poterlo dire ma non ne sono più tanto convinto

-Ascolti, non dovrei farlo ma qui le ho scritto nome e cognome del paziente che cercava. Lo prenda

Le passò un post-it, Matteo lo guardava con occhi pieni di gioia.

-Si chiama Francesco Ruotolo. Sfortunatamente è morto pochi minuti dopo essere arrivato in sala. Ero ancora in servizio quando è successo e spero che lei possa darmi una spiegazione per quello che ho visto

-Cosa ha visto di preciso?

-Era morto, l’elettroencefalogramma era piatto. Quando una collega si è avvicinata però ha avuto uno spasmo, ma era strano. Sembrava che volesse morderla. E’ stato solo grazie all’intervento di un altro collega che non è avvenuto il peggio

-Capisco ma non posso rivelare nulla

-Certo, come io non potevo dirle nome e cognome di quell’uomo. Senta, può scegliere di non dirmi nulla oppure può farlo in cambio di una mano. A me sembra che stia gestendo la cosa da solo e non stia andando affatto bene, le farebbe comodo un aiuto

Aveva ragione. Non si trattava di un caso top secret governativo a cui stava lavorando qualche agente speciale. Si trattava solo di un errore di valutazione da risolvere nel minor tempo possibile.

-Ok, va bene. Non ora però. Vediamoci domani e le racconterò tutto. Ho però bisogno di vedere la salma subito

-Questo purtroppo non è possibile. Lo hanno spostato ma non è stato possibile sapere il perché

I due si salutarono e si diedero appuntamento per il mattino dopo, intanto Matteo doveva prima risolvere un’altra questione in sospeso. Entrò nel furgone diretto al suo laboratorio. Con fatica trasportò i tre corpi ormai morti e li sistemò su altrettanti tavoli. Poi cominciò a sezionarli ed analizzarli.

Il mattino dopo era distrutto, aveva lavorato tutta la notte senza arrivare ad alcuna conclusione certa. Si preparò per incontrare la sua nuova amica, sperando che quello scambio di informazioni avrebbe giovato più a lui che a lei. La vide seduta al bar dove era previsto l’appuntamento. Le si avvicinò e per la prima volta si presentarono. Si chiamava Rebecca Elia.

-Allora, sei un davvero un dottore o è tutta una copertura?

-Lo sono, lavoro in un laboratorio al Policlinico nuovo. Sto seguendo uno studio finanziato da una casa farmaceutica di cui però non farò il nome. Sono il solo che ci sta lavorando, si tratta di uno studio avanzato sulle cellule staminali combinate con l’uso di virus del sistema nervoso. Lo so, può sembrare un copione da film di serie B, ma stavo conducendo i miei esperimenti sui cadaveri per riattivare le comunicazioni tra le cellule e ci sono riuscito. Riuscivo a misurare scambi di informazioni all’interno delle cellule di corpi morti da tempo. Ogni giorno raggiungevo nuovi traguardi e il consiglio d’amministrazione della casa farmaceutica esigeva nuovi esperimenti. Questo fino a due giorni fa. Avevo lasciato il mio laboratorio come sempre a notte inoltrata ed avevo lasciato i corpi di cinque cavie sui tavoli operatori. Sono ritornato a casa a dormire ed il giorno dopo quando ho rimesso piede nel laboratorio non c’erano più

Rebecca ascoltava la storia raccontata sottovoce da Matteo.

-Dapprima ho pensato si trattasse di spionaggio industriale, magari qualcuno di un’azienda concorrente aveva trafugato le prove delle mie ricerche. Però era strano. Tutti i miei appunti erano lì, così come anche il mio computer con i dati che raccoglievo. I cadaveri sembravano semplicemente spariti. Poi feci due più due e capii cosa era successo. Nella fretta avevo dimenticato le chiavi del laboratorio sulla scrivania. Anche quella mattina ero entrato aprendo la porta sovrappensiero, senza rendermi conto che non era chiusa a chiave. A quel punto le spiegazioni erano due, o qualcuno era entrato nel laboratorio approfittando di quella situazione oppure i cadaveri erano usciti da soli

-Non mi starai dicendo che credi davvero a questa seconda ipotesi

-Lo so che mi starai giudicando pazzo, lo farei anche io al posto tuo, però credimi se ti dico che gli ultimi sviluppi sul mio studio stavano confermando quell’ipotesi. Dapprima mi davo dell sciocco anche solo a pensare che cinque corpi morti da chissà quanto tempo potessero alzarsi e andarsene in giro come se niente fosse. Ma attesi la sera e andai in giro a cercarli. Così, senza una meta, feci il giro di tutta la zona ospedaliera ma nulla. Nulla finché non andai a cercare in posti più isolati. E quando mi trovai nei pressi di un parco pubblico abbandonato ai Colli Aminei cosa ho trovato secondo te?

-I cinque zombie che stavi cercando

-Ne trovai quattro su cinque. Non chiamarli zombie, ti prego, non siamo dentro un film splatter. Stavano seduti al buio e mangiavano le carcasse di alcuni cani. Credimi se la prima cosa che pensai fu che stavo impazzendo. Li illuminai con una torcia, appena si girarono verso di me si alzarono e cercarono di avvicinarsi. Erano lenti, io riuscii a prendere dal mio furgone una vanga per tramortirli. Una volta a terra è stato facile legarli e trasportarli fino all’auto. Poi mi ricordai di aver sentito l’ambulanza appena arrivato e solo quel piccolo dettaglio mi ha permesso di venire al Pronto Soccorso dove lavori tu per cercare il quinto cadavere. Ora che hai saputo tutta la storia però devi darmi una mano e fare in modo che io arrivi a quel cadavere prima che sia troppo tardi

-Ok. Ammesso che io ti creda, perché puoi ben capire che non è qualcosa che riesco ad accettare facilmente, quello che mi stai chiedendo non posso promettertelo in breve tempo

-Fidati di me, non so ancora se quel cadavere possa contagiare altre persone. Tu stessa mi hai detto che ha cercato di mordere una tua collega. Riusciamo ad andare di nuovo in ospedale per chiedere spiegazioni?

-Ok, va bene. Andiamo adesso?

I due si alzarono e insieme si recarono al Pronto Soccorso dove lavorava Rebecca. Fu lei stessa ad annunciarsi e domandare in giro ai colleghi dove fosse la salma del paziente del giorno precedente, spacciando Matteo per un parente della vittima. Quando ebbero la risposta alle loro domande si sentirono persi.

-Mi dispiace ma non è più qui

-E’ forse arrivato qualche altro parente a reclamare il corpo?

-No, affatto. Il paziente era un donatore quindi il corpo è stato spostato in un’altra struttura per trapiantare gli organi

-Come un donatore? Da cosa lo avete capito?

-Nella tasca dei pantaloni c’era la sua carta d’identità con le volontà di donazione. Lei non ne era a conoscenza?

-No. Mi scusi ma devo allontanarmi un attimo. Rebecca, puoi venire con me?

I due uscirono fuori dall’ospedale guardandosi straniti.

-Com’è possibile, Matteo? Qualcosa non quadra

-Infatti. I cadaveri che erano nel mio laboratorio non avevano vestiti. Gli stessi quattro che ho recuperato ieri sera erano completamente nudi quando li ho trovati

-Allora quel Francesco che è arrivato ieri al pronto soccorso non era l’uomo che stai cercando, come può essere?

-Aspetta Rebecca, ieri all’accettazione hai detto che il paziente recava segni di morsi sul corpo, corretto? Non ci avevo fatto caso quando me l’hai detto, ma ora che ci penso il corpo avrebbe dovuto presentare ben altre cicatrici. Sono abbastanza sicuro che non stiamo parlando della stessa persona

-Ma quindi se non è lui, di chi si tratta?

-Avrei voluto scartare questa ipotesi ma mi sembra la più reale. I morsi sono stati dati dalle mie quattro cavie. I cadaveri rianimati hanno azzannato quel Francesco prima che arrivassi io a prenderli. Poi l’ambulanza ha prelevato Francesco portandolo al pronto soccorso, e lui nel frattempo è morto portando con sé l’eredità che gli era stata passata. Sembra assurdo ma è così

-Quindi questo significa che è ancora a piede libero il quinto cadavere. E’ ancora in giro

-Giusto. E ora non so più cosa fare

-Dobbiamo trovarlo a tutti i costi. Questo non è il momento di abbattersi. Oggi pomeriggio vediamo di metterci in giro a perlustrare i posti più isolati

-Oggi pomeriggio? Ed ora che facciamo?

-Semplice, mi porti nel tuo laboratorio e mi fai togliere dalla testa l’idea di essere la più grande credulona al mondo. Me lo devi

-Ok, va bene. Ma il trapianto di organi? Come facciamo a sapere che non ci siano conseguenze anche per quello

-Per quello c’è poco da fare. Anche per me è impossibile sapere a chi sono stati destinati i suoi organi. Magari non saranno compatibili con nessuno o magari una botta di fortuna risolverà la questione al posto nostro

Incredibilmente quella nuova situazione che le stava capitando aveva tirato fuori da Rebecca un lato del carattere che non pensava di avere. Era sempre stata una tipa caritatevole e prodiga al prossimo, ma ora voleva caricarsi addosso una parte del peso di quegli avvenimenti fuori dal normale. Forse anche perché in Matteo vedeva una persona fragile, non ancora capace di rimediare ad un errore così grande. Era solo e lei voleva dargli veramente una mano.

Quel giorno rimase scioccata nel vedere gli studi di Matteo. Non immaginava che nel mondo reale ci fossero scienziati disposti a impiegare il loro tempo per studi a dir poco fantascientifici. Nel pomeriggio iniziarono la ronda ma senza risultato. Fino a notte inoltrata perlustrarono i quartieri alti di Napoli ma del loro uomo nemmeno l’ombra. Tornarono alle rispettive abitazioni ma si diedero appuntamento per le sere successive. Lui doveva proseguire con gli studi e dar conto a una multinazionale che esigeva risposte, lei intanto salvava le vite dei poveri mortali sperando che al Pronto Soccorso non venisse nessun altro con il corpo pieno di morsi.

Dovettero attendere altri due giorni prima di arrivare ad un punto di svolta. Rebecca era al lavoro quando arrivò un nuovo paziente con le stesse ferite da morsi. Chiese spiegazioni ai medici che stavano già provvedendo a curarlo, era stato trovato nei pressi del Rione Luzzatti. Prese il telefono ed informò Matteo.

-Pronto. Sì, sono io, abbiamo un problema. Al pronto soccorso è arrivato un paziente nello stesso stato di quel Francesco giorni fa

-Ok. Sappiamo da dove viene?

-Sì, ho appena domandato. Abita nel Rione Luzzatti, faresti meglio ad andare subito in zona ed occuparti tu della cavia

-Va bene. Tu però stai attenta. Sai già cosa fare?

-Sì, spero di non avere intoppi

Rebecca attaccò e riprese posto in sala. Dalla borsetta sfilò una boccettina senza etichetta e con una siringa ne aspirò il contenuto. Quel piano di riserva lo avevano progettato insieme proprio per quella evenienza. Ormai il paziente al Pronto Soccorso era spacciato anche se nessuno lo sapeva. Era inutile allungare quell’agonia, solo lei sapeva che alla fine di quel supplizio non c’era nulla di buono. Si avvicinò all’equipe che era all’opera e senza dare nell’occhio fece finta di controllare la flebo. Dovette fare molta attenzione per non farsi scoprire ma tutti erano in allerta per le cure mediche e non fecero caso ad una dottoressa che stava inserendo il contenuto di una piccola siringa all’interno della flebo.

Giusto il tempo che il fluido scendesse nella cannula per entrare nelle vene del malcapitato, poi l’elettroencefalogramma segnò una linea retta. I sanitari ci provarono in ogni modo, la rianimazione non sortì alcun effetto. Il paziente era morto e con lui era stata scongiurata una possibile epidemia, anche se non lo sapeva nessuno. Quella che sembrava una sconfitta per qualcuno aveva il sapore della vittoria per Rebecca. Ma lei aveva risolto solo una metà del problema, in quello stesso momento Matteo stava ponendo rimedio all’altra metà.

Matteo arrivò nei pressi del Rione Luzzatti con l’aiuto del suo navigatore. Uno dei quartieri più popolosi di Napoli, strano che con tutta quella gente in giro per strada non ci fosse stata ancora una mattanza. Forse quella era la sua fortuna, la cavia avrebbe dovuto prediligere le zone isolate e lì intorno c’era un solo posto che era separato dal caos dei parchi abitati. Una zona coperta interamente di boscaglia e ruderi e separata dalla zona abitata da un sottile strato di lamiera. Una zona che in passato era destinata ad una rivalorizzazione che non si è mai realizzata. Parcheggiò l’auto su una strada larga a ridosso di quel luogo, di fronte ad un campo di calcetto di un oratorio. Si insospettì vedendo una folla che da lontano guardava nella sua direzione. Dei rom che abitavano in un campo lì vicino allungavano il collo per vedere oltre le lamiere cosa stesse succedendo. Probabilmente l’ambulanza li aveva incuriositi e volevano saperne di più. Matteo senza dare nell’occhio riuscì ad entrare attraverso una feritoia e si addentrò tra l’erba alta. Non era ancora buio ma la visibilità era ridotta in quel luogo, se la cavia si nascondeva tra l’erba era impossibile vederla. Doveva essere quanto più silenzioso possibile.

Ad ogni passo il cuore pompava più sangue e il battito sembrava assordarlo. Si guardava intorno sperando di essere reattivo nel momento in cui avrebbe scorto qualcosa. Vide l’erba muoversi in un punto, cominciò a correre in quella direzione. Arrivò nella zona esatta per poi scoprire che era stato un cane randagio ad attirarlo. Si diede dello stupido, ma non fece in tempo a rimettersi in guardia che alle spalle qualcosa lo scaraventò a terra. Non era difficile immaginare chi, o meglio, cosa fosse. Disteso a terra non aveva visuale, si rialzò ma non vide più nulla. Era in trappola. Pensò velocemente ad una soluzione, l’unico suo vantaggio era la velocità. Se avesse corso abbastanza veloce lo avrebbe attirato dove voleva. Fece proprio così, cominciò a camminare aumentando sempre di più il passo. All’improvviso sentì il rumore di foglie che si muovevano alle sue spalle. Si girò e vide il volto osceno di quella creatura che una volta era un uomo. La bocca era aperta a dismisura, con le braccia in avanti cercava di afferrare una preda troppo veloce. Una volta raggiunta una distanza di sicurezza Matteo si fermò. Dalla giacca prese l’arma. Dall’ultima volta si era attrezzato diversamente, il padre di Rebecca era un cacciatore per passione e lei le aveva permesso di prendere in prestito un vecchio fucile. Non aveva mai sparato prima d’ora ma in questi casi non conta l’esperienza. A giocare il ruolo da protagonista è l’istinto di sopravvivenza. Aveva un solo colpo ma doveva bastargli. La mano tremava e la bestia era a pochi metri che avanzava senza fermarsi.

Un colpo solo, il rumore pervase nel silenzio intorno. Matteo chiuse gli occhi nel momento in cui il dito premeva il grilletto. Attese qualche secondo prima di aprirli, prima di ritornare alla realtà. Davanti a lui c’era un corpo a terra con il volto irriconoscibile. I pallini del proiettile erano su tutta la faccia. C’era riuscito, era salvo. Con la mano che tremava ancora ed il cuore che batteva ad un ritmo forsennato prese il cellulare e mandò un SMS a Rebecca. “Ce l’ho fatta. Sono riuscito a toglierlo di mezzo. Siamo salvi”. Pochi secondi dopo arrivò una risposta con una faccina sorridente.

Rebecca arrivò puntuale a casa di Matteo. Lui le aprì la porta e la salutò, lei rispose al suo saluto con un sorriso imbarazzato.

-Volevo portare qualcosa ma l’invito era per un bicchiere di vino quindi al massimo potevo portare il bicchiere

-Non ti preoccupare, basta la tua presenza

-Perché quella mascherina? Problemi?

-Solo un leggero raffreddore. Entra, dai

Rebecca entrò, si spostarono in sala da pranzo. Matteo aveva già preparato i bicchieri ed il vino sul tavolino. Si sedettero e cominciarono a bere, l’atmosfera si stava riscaldando piano piano mentre un alone di freddezza aleggiava ancora tra loro.

-Non me ne intendo di vini ma questo sembra davvero buonissimo. Dovrà essere una buona annata. Sei diventato ricco dopo quella ricerca o mi sto sbagliando?

-No, ricco no. Però quando ho dato i risultati al CdA mi hanno offerto una borsa di studio che di solito in Italia ce la sogniamo

-Ah ecco, ora si spiega del perché di punto in bianco non mi hai più chiamata. Che stupida, pensavo che a parte aiutarti magari avremmo potuto conoscerci meglio

-Mi dispiace Rebecca, nelle settimane subito dopo la nostra, come dire… avventura, ho avuto molto da fare. Non è semplice come pensi

-Già, non è mai semplice. Come non era semplice accettare l’idea che uno sconosciuto incontrato per caso ti parlasse di fantascienza, di zombi, e poi decidi di aiutarlo lo stesso anche se chiunque al posto mio avrebbe chiamato uno psicologo. Hai voluto una mano da me solo per completare la tua ricerca senza che nessuno sapesse che avevi fatto un casino che non riuscivi a rimediare da solo

Ci fu un minuto di silenzio in cui lo sguardo prima arrabbiato e poi deluso di Rebecca si andava a scontrare con quello quasi rassegnato di Matteo. Fu lui a rompere quel silenzio imbarazzante.

-Ti ho chiamato per un motivo importante. Hai letto quella notizia di oggi? Quella del ragazzo sparato dal poliziotto

-No, di che si tratta?

-C’è il giornale lì accanto. Prendilo, l’articolo si trova a pagina undici. Un poliziotto ha sparato ad un ragazzo che aveva fatto quasi a pezzi sua madre. Secondo l’agente era come in uno stato di agitazione e stava per uccidere anche lui. Hanno trovato il corpo della madre dilaniato. Ho ragione di credere che sia collegato agli avvenimenti che ci hanno coinvolto

-E ti aspetti che ti dia una mano?

-L’ultima, ti prego. Dovresti capire se il ragazzo ha avuto un trapianto da poco, magari si tratta di quel donatore, Francesco. Se è così bisogna scoprire se ci sono altri organi in giro, potrebbe essere più grave del previsto

-Dubito che possa fare qualcosa in merito. Di solito si tratta di informazioni strettamente riservate

-Ti prego. Non è per me, non è per la mia ricerca. Siamo tutti in pericolo

Rebecca era arrabbiata ma pensava seriamente che un suo aiuto sarebbe stato molto importante.

-Vedrò cosa posso fare ma non ti garantisco niente

-Grazie Rebecca

Rebecca si alzò per andarsene, avrebbe preso contatti con un suo amico dell’università per avere le informazioni che le servivano. Matteo la accompagnò alla porta quando all’improvviso si accasciò in ginocchio. Lei lo aiutò notando subito il pallore sul suo viso.

-Matteo tutto ok? Sicuro di stare bene? Vuoi che rimanga un altro po’? Non hai una bella cera

-Sto bene, sto bene, grazie. Sono solo un po’ stanco

-Siediti di nuovo e riposati. Aspetta che ti tolgo questa mascherina che non ti fa respirare bene

Abbassò la mascherina, poi dovette fare qualche passo indietro mentre con orrore guardava la sua bocca. Non c’erano labbra e i denti facevano bella mostra in un ghigno di orrore. Rebecca si portò la mano alla bocca per reprimere un urlo. La voce di Matteo usciva calma da quella sua terrificante bocca.

-Devi andartene Rebecca, non sei al sicuro. Passami solo quella boccettina che è sul tavolo della cucina. Veloce, ti prego!

-Cosa ti è successo? Che ti sta succedendo?

-Muoviti! Non c’è tempo per le spiegazioni!

La ragazza fece come le era stato ordinato. Prese la boccetta sul tavolo e la portò a Matteo che nel frattempo aveva già preparato una siringa e un laccio emostatico. Era privo di forze ma riuscì in poco tempo a iniettare il contenuto nelle vene sotto gli occhi increduli e spaventati di Rebecca.

-Cosa sta succedendo Matteo? Adesso dimmelo

-Ti ricordi quando mi chiamasti per occuparmi dell’ultima cavia sfuggita? L’ho trovata in quel luogo abbandonato e l’ho terminata. Quello che ho scoperto tornando a casa però era che nello scontro mi aveva morso. Non me ne ero reso conto prima, forse per colpa della tensione. Mi aveva colto alla sprovvista nell’erba alta, mi è saltata addosso prima che potessi reagire

Rebecca ebbe un brivido lungo la schiena, quello che aveva davanti a lui era il risultato di un morbo che non si era ancora arrestato? Come se avesse sentito i pensieri di lei, Matteo rispose vedendo quello sguardo preoccupato.

-L’ho tenuto sotto controllo, non preoccuparti. Ho studiato da quel giorno una cura per fare in modo che la fame si placasse. Per questo non ti ho più chiamata, avevo paura di mettere in pericolo te. Ho studiato questo antidoto ma è temporaneo, devo continuare gli studi in modo da perfezionarlo e trovare una cura definitiva. Non abbandonarmi ti prego

Le venivano in mente le scene di lui seduto sull’asfalto fuori al Pronto Soccorso, disperato per aver commesso un errore più grande di lui. Gli aveva creduto allora, doveva farlo anche adesso. Ora che anche lei viveva in quel mondo fatto di mostri e orrore, non poteva tirarsi indietro. Si avvicinò a lui e lo abbracciò forte mentre sentiva i battiti del suo cuore che diminuivano.