26 Novembre 2017

La domenica c’era l’appuntamento fisso di Gianpaolo, il mercato delle pulci. Quasi ogni settimana si recava nel suo luogo preferito alla ricerca di affari o anche solo per immergersi in un’atmosfera che gli ricordava gli anni ‘80 della sua giovinezza. Di solito si soffermava davanti alle bancarelle di prodotti di musica e tecnologia. Negli anni aveva imparato a concludere buoni affari e creare una rete di conoscenze che gli aveva permesso di mettere le mani su oggetti rari.

Quella sua passione era abbastanza recente. Era passato appena un anno da quando la sua vita era cambiata completamente quando Maria, sua moglie, lo aveva lasciato dopo soli due anni di matrimonio. La ragione ufficiale era una soltanto, secondo Maria lui era troppo infantile, troppo legato ai ricordi di infanzia e giovinezza, troppo attaccato alla sua famiglia di origine. In realtà dopo otto mesi dal divorzio Gianpaolo scoprì che Maria aveva dato alla luce un bel maschietto ed era andata a vivere con il suo nuovo compagno.

Tutto quello che rimaneva a Gianpaolo era la magra consolazione di aver terminato quanto prima un rapporto che non lo avrebbe portato da nessuna parte. Non mancavano le parole di incoraggiamento di amici e parenti. Le solite frasi di circostanza che a lui non davano niente.

Meglio così, una così meglio perderla che trovarla

Dai, almeno per fortuna che non ci sono i figli

Hai capito la str…

Non ci pensare, ne conoscerai un’altra migliore

a Gianpaolo sembrava di conoscerle tutte quelle frasi. Apprezzava il gesto gentile di chi voleva solo tirarlo su di morale, di chi non ci era mai passato in una situazione del genere e non sapeva affrontare la cosa. Lui solo sapeva come ci si sentiva. Dopo aver dato tutto per quel rapporto, coronato un sogno dopo anni di sacrifici, essere piantato in asso. Avere il benservito e scoprire che quella che lui considerava la donna della sua vita nel frattempo lo stava già tradendo e stava progettando una vita diversa senza di lui.

Intanto lui ne uscì con dignità. Dall’esterno tutti lo elogiavano per il modo in cui stava affrontando quella brutta tegola che gli era caduta in testa. In realtà dentro di lui ribolliva di rabbia e avrebbe voluto gridare al mondo quello che realmente pensava. Ma fu bravo anche in questo, l’energia che aveva incanalato la riverso verso qualcosa anziché verso qualcuno. Lei gli aveva detto che era troppo infantile? E sia, lo sarebbe stato davvero. Di punto in bianco cominciò a collezionare oggetti vintage che gli ricordavano i momenti più belli della sua vita, quando tutto era leggero e la vita da adulto sembrava qualcosa di veramente lontano.

Vinili, audiocassette, riviste, ma anche vecchi computer, console di gioco, impianti audio. Girava vecchi negozi e mercatini alla ricerca della sua dimensione che si proiettava in un passato romantico. Si trasferì di nuovo a casa dei suoi genitori e prese possesso della sua vecchia stanza. Riprese dagli scatoloni tutta la sua roba vecchia di decenni e la arredò secondo le mode del tempo. Quella stanza rispecchiava il suo animo ed era diventato il suo rifugio personale. Quando non era fuori casa per lavoro passava ore all’interno della sua camera, da solo. D’altronde per un quarantenne come lui era meglio restare solo con sé stesso che vedere i conoscenti e soffrire per le loro belle vite familiari.

Gli affetti si dividevano tra chi fomentava le sue scelte legittime e chi lo metteva in guardia su un comportamento che lo escludeva dal mondo.

Fai bene, ora che sei libero puoi fare quello che vuoi senza essere giudicato

Sicuro di non stare esagerando? Vivi il presente, non il passato

Che male c’è, la vita è tua e fai quello che pensi sia meglio

Secondo me stai troppo il tempo da solo, dovresti uscire di più

Intanto lui proseguiva per la sua strada, i consigli gli rimbalzavano addosso su quell’armatura di gomma che si era costruito.

La domenica era il suo giorno preferito, si svegliava presto la mattina ed era tra i primi ad entrare all’interno del mercato dell’usato. Ormai conosceva tutti, commercianti e clienti abituali. Avrebbe potuto muoversi ad occhi chiusi tra le bancarelle, sapeva l’ubicazione di ogni venditore. Nel poco tempo in cui aveva coltivato la sua passione era diventato anche un discreto esperto. Non poche volte qualcuno gli chiedeva opinioni su qualche articolo o una stima approssimativa. Si sentiva padrone di un mondo che stava costruendo con le proprie mani. Anche quel giorno non era da meno. Al mattino presto era già fuori al cancello del mercato delle pulci e si apprestava ad entrare nel suo regno.

-Ciao Gianpaolo, come stai?

-Bene, grazie. Tu?

-Bene, bene. Senti quei pezzi di ricambio per il Commodore 64 vedo di farteli arrivare per la settimana prossima. E’ un problema?

-Assolutamente, grazie ancora

-Buona giornata

-Gianpaolo, vuoi vedere le “nuove” cassette che ho preso questa settimana? Sono sicuro che ti piaceranno, sono ancora chiuse nella bustina di plastica

-Ciao Gennaro, magari dopo. Ora devo passare da Piero

-Va bene, io sono qui. Buona giornata

L’inizio era sempre una sfilza infinita di saluti cordiali. Gianpaolo era un buon cliente e nessuno voleva perderlo. Lui quel giorno però aveva voglia di prendere qualche disco in vinile da ascoltare il pomeriggio in solitudine. Aveva il suo bancarellista di fiducia, Piero, dal quale aveva già acquistato parecchio materiale. Non solo era sempre fornito, ma era anche competente in materia di musica. Forse il migliore con cui Gianpaolo aveva mai parlato. Camminò lungo il percorso ed arrivò da Piero. Sul tavolo in bella mostra c’erano numerosi dischi in vinile ordinati alfabeticamente per artista. Una vetrina che faceva gola a tutti gli appassionati, bastava solo sapere quanto spendere.

-Ciao Piero, buongiorno

-Buongiorno a te Gianpaolo. Come stai?

-Bene, grazie. Tu?

-Non mi lamento. Sei passato qui solo per vedere o vuoi comprare qualcosa?

-Avevo pensato di prendere qualcosa

-Qualcosa di conosciuto o sconosciuto?

-Beh, dipende dal tuo significato di “conosciuto” e “sconosciuto”. Se mi rapporto a te non esiste niente di sconosciuto

-Sei troppo buono Gianpaolo. Eppure devi sapere che c’è sempre qualcosa che posso non conoscere e che mi stupisce ancora

-Davvero?

-Esattamente. Guarda, proprio qualche giorno fa ho preso questi dischi ad un’asta di un vecchio negozio del centro storico che ha chiuso definitivamente per debiti. Ho fatto affari comprando le prime edizioni di dischi famosissimi e nella collezione ho trovato questo

Appena finì la frase porse a Gianpaolo un disco ancora confezionato. La copertina era rosso scuro con in rilievo la scritta della band, The pain, e il titolo che era tutto un programma. Il paradiso di inferno. Prese il disco tra le mani e lo girò, sul retro non c’era nessuna informazione. Niente tracklist, niente elenco degli artisti, niente etichetta della casa discografica.

-Interessante, eh? Sembra un disco fatto in casa

-In che senso?

-Tipo i bootleg, forse il gruppo lo ha registrato in sala e ha prodotto solo qualche copia

Gianpaolo con l’altra mano tirò fuori dalla tasca il suo smartphone e sbloccò lo schermo. Iniziò a digitare qualcosa quando Piero lo riprese.

-E’ inutile che cerchi su internet. Anche io ci ho provato e non ho trovato nulla. Non so chi siano questi The pain né come questo disco possa essere finito sugli scaffali di un negozio di musica

-Quindi stiamo parlando di un gruppo sconosciuto che pubblica un album sconosciuto. Chi mi dice che non sia un disco vuoto messo in una bella copertina per fare uno scherzo?

-Ci ho pensato anche io, ma non ho intenzione di scoprirlo. Finché rimane qui, non lo apro. Lascio la risoluzione di questo enigma a chi lo comprerà

Piero era un bravo venditore e conosceva bene i suoi clienti. Gianpaolo era sempre alla ricerca di qualcosa, nuovo o vecchio. Bastava solo gettare qualche esca e sapeva che il pesce avrebbe abboccato all’amo. Il suo punto debole era la curiosità e la voglia di conoscere più del suo venditore. Come volevasi dimostrare, dopo averlo girato e rigirato tra le mani un paio di volte, Gianpaolo guardò con sguardo serio Piero.

-Quanto vuoi per questo?

-Sei un cliente abituale, a te chiederei 20€

-Ma è quasi una pesca di beneficenza, venti euro sono troppi

-Prendere o lasciare, sei tu che mi hai chiesto qualcosa di sconosciuto

Gianpaolo ci pensò qualche secondo ma la curiosità era troppa. Doveva avere quel disco, aprirlo ed ascoltarlo. Prese il portafogli e porse una banconota da venti euro a Piero che intascò sorridendo.

-Buon ascolto, fammi sapere come sono

-Eh no, non ti faccio sapere nulla. Se vuoi te lo rivendo

I due si salutarono ridendo, poi Gianpaolo percorse velocemente i viali fino ad uscire dal mercato delle pulci. Era troppo interessato a scoprire quel segreto per godersi una lenta passeggiata. Entrò in macchina e si diresse subito a casa.

Una volta arrivato salutò velocemente i suoi genitori, suo padre era seduto sul divano mentre cercava di selezionare non senza difficoltà un film su una delle piattaforme streaming on demand che Gianpaolo aveva configurato sul televisore di casa, sua madre invece era intenta a preparare un pranzo luculliano. Una volta entrato nella sua camera, Gianpaolo prese il disco ancora incellofanato per guardarlo meglio. Era ancora restio, aprirlo o non aprirlo? Tenerlo confezionato e immacolato oppure aprirlo e scoprire nuova musica? Si riservò di decidere dopo qualche minuto, voleva prima cercare su internet qualche notizia su quel gruppo sconosciuto.

Dopo i primi dieci minuti sui più importanti motori di ricerca si rese conto del perché Piero non avesse reperito notizie. Il web era all’oscuro dei The pain, nessuno aveva mai scritto qualcosa su di loro. Anche la navigazione nei forum amatoriali non aveva prodotto alcun risultato significativo. Sembrava proprio che quella band fosse sconosciuta e che probabilmente si trattava di un album amatoriale, probabilmente senza alcun valore.

Ormai Gianpaolo era sicuro, doveva aprire il disco ed ascoltarlo, non avrebbe perso nulla. Al massimo avrebbe riposto il disco nella sua confezione e lo avrebbe tenuto in perfetto stato per poi rivenderlo nel caso avesse saputo qualcosa in più. Prese la copertina e tolse la pellicola trasparente. Appena tolse la confezione gli arrivò alle narici uno strano odore. Pensò si trattasse della puzza di chiuso, probabilmente il disco era rimasto in quello stato per troppo tempo. Avvicinò il naso al vinile, più si avvicinava più l’odore diventava forte. Gli ricordava quasi quello dello zolfo. Chissà se era una trovata pubblicitaria per rimarcare il tema del disco. Forse era un concept album.

Lo guardò un’ultima volta prima di metterlo sul suo giradischi. Spostò il braccio dell’apparecchio e appoggiò la puntina sul disco. All’inizio fu silenzio, un insopportabile silenzio, era ancora convinto che quello fosse uno scherzo e lui fosse la vittima. Dopo qualche minuto sentì qualcosa. Il volume era basso quindi alzò lentamente il selettore per aumentarlo. Suoni, rumori, poi una voce maschile. Grave, roca, ma aveva una caratteristica inconfondibile, era riprodotta al contrario. Cominciò ad ascoltarla incuriosito anche se non riusciva a capire il significato. Sapeva bene che in passato numerosi artisti famosi avevano usato quella tecnica bizzarra per mandare messaggi subliminali ai loro fan o anche solo per alimentare dicerie che gli avrebbero garantito più vendite.

I minuti passavano lenti, Gianpaolo ascoltava le parole senza senso che uscivano fuori dalle casse cercando di carpirne un significato. Era sovrappensiero quando sentì un forte rumore. Saltò dalla sedia impaurito prima di rendersi conto che qualcuno aveva bussato alla porta della sua stanza. Andò ad aprire, era sua madre.

-Posso iniziare a buttare la pasta?

-Mamma sei tu? Ti avviso io tra una mezz’oretta, se non è un problema

-Va bene, aspetto te

Richiuse la porta dandosi dello sciocco. Era troppo impegnato ad ascoltare il disco da spaventarsi al minimo rumore. Si rimise seduto e cominciò a pensare. Se tutto il disco era inciso al contrario non c’era motivo di continuare ad ascoltarlo. Tra l’altro la musica non sembrava esserci quindi era necessario capire il senso del testo. Avvicinò quindi il giradischi al computer e posizionò un cavo all’uscita audio. Fece ripartire il disco dall’inizio mentre nel frattempo riordinava la stanza. Quella specie di nenia in sottofondo non lo disturbava, si accorse dopo una ventina di minuti che il disco non emetteva più suoni quindi staccò la registrazione ed avviò un programma per modificare la traccia audio appena salvata. Dal menu selezionò i comandi per riprodurre la traccia al contrario. Appena finì l’operazione salvò il file e cliccò due volte per avviare il player.

Dal notebook si sentì una leggera musica di sottofondo, più che strumenti era un coro di voci bianche. Dopo qualche secondo iniziò la parte di quello che avrebbe dovuto essere il frontman del gruppo. Più che una canzone era un parlato, come se stesse recitando una poesia. Purtroppo non era in italiano, le parole erano incomprensibili. Gianpaolo si applicò per individuare qualche parola ma non fu in grado di capirne il linguaggio. Era sicuramente una lingua a lui sconosciuta. Intanto più la voce continuava a parlare e più un senso di angoscia pervadeva l’animo dell’uomo. Dopo qualche minuto accadde qualcosa di straordinario quanto macabro.

All’improvviso tutti i dispositivi audio presenti nella camera di Gianpaolo cominciarono ad emettere suoni. Il subwoofer collegato ad un impianto stereo, le casse del suo pc, i giocattoli parlanti, addirittura un vecchio carillon che cominciò a girare, ogni dispositivo riproduceva qualcosa. Non ci volle molto per capire cosa stessero riproducendo. Erano voci, voci umane che si liberavano in lamenti sempre più alti. Voci femminili e maschili, più il loro volume aumentava e più la voce della traccia faceva lo stesso. I lamenti imploravano pietà, soffrivano, chiedevano la morte piuttosto che un supplizio così doloroso. Gianpaolo era immobilizzato sulla sedia e non riusciva a muovere un muscolo. Ascoltava impietrito quelle urla che pian piano sembra conoscere.

Abbi pietà! Abbi pietà!

Uccidimi, ti prego uccidimi!

Aiuto! Qualcuno mi aiuti!

Vai via demone!

Avrebbe voluto muovere anche solo un braccio, stoppare la riproduzione e fuggire da quell’incubo. Sentiva le gocce di sudore che gli scendevano dalla fronte, gelide come pezzi di ghiaccio. Era spacciato, gli sembrava di essere come Alex, il protagonista di Arancia Meccanica, mentre è costretto ad osservare scene di violenza contro il suo volere. Era quasi sul punto di cedere quando un forte rumore attirò la sua attenzione.

Di colpo aprì gli occhi, rendendosi finalmente conto di stare dormendo. Il rumore era continuo, dopo i primi secondi di incoscienza capì che si trattava del campanello. Si alzò di scatto dalla sedia e controllò in giro, gli oggetti che prima si comportavano stranamente sembravano di nuovo normali. Era stato sicuramente un sogno, uscì dalla stanza ed andò ad aprire mentre continuavano a suonare il campanello. Strano che nessuno dei due genitori fosse andato ad aprire.

Arrivò all’ingresso ed aprì la porta senza guardare nello spioncino. Si ritrovò davanti due agenti di polizia, uno con lo sguardo serio, l’altro mostrava un piccolo sorriso di circostanza.

-Salve, il signor Castaldo?

-Sì, sono io. Anche mio padre però, lei chi cerca?

-Siamo qui perché siamo stati allertati per un’emergenza. Hanno chiamato in centrale perché hanno sentito urla e forti rumori provenire da questo appartamento

Gianluca rimase di stucco. Cosa era successo? E perché i genitori non c’erano in quel momento? Stava per pensare al peggio quando la soluzione gli venne in mente e un piccolo sorriso gli si stampò sul volto.

-Ah, ma certo. E’ colpa mia scusate. Ero nella mia camera ad ascoltare musica. E’ una lunga storia… il disco che ho comprato stamattina è un po’… particolare. L’ho ascoltato a tutto volume, non pensavo si sentisse così forte. Mi dispiace che qualcuno abbia potuto pensare a qualcos’altro

I due poliziotti si guardarono con fare sospettoso poi si rivolsero nuovamente a Gianpaolo.

-Lei vive da solo, signor?

-Gianpaolo. No, ci sono anche i miei genitori

-Sono in casa adesso?

-Pensavo di sì, forse sono usciti mentre ero da solo in camera

-Possiamo entrare e controllare?

A Gianpaolo venne in mente la frase che di solito sentiva nei film gialli, “non può entrare se non ha un mandato” ma pensò che in quell’occasione non c’era nulla di male a farli entrare. Magari li avrebbe invitati ad ascoltare il disco per confermare la sua tesi e togliere ogni dubbio dalle loro menti prevenute.

-Certamente, prego

Li lasciò entrare mentre lui si diresse in cucina.

-Gradite qualcosa? Un caffè, un the?

-Non possiamo grazie. Magari solo un po’ d’acqua

-Ok, sono subito da voi poi vi faccio ascoltare il disco in questione e vi racconto tutto dall’inizio

Si girò e avanzò verso il frigorifero. Lo aprì e quello che vide gli bloccò il fiato in gola. Non ebbe il tempo di realizzare cosa stesse succedendo che girò gli occhi all’indietro e svenne, cadendo di colpo sul pavimento.

Quando si risvegliò non capì subito dove si trovasse. C’era una luce bianca, forte, che illuminava la stanza vuota con una scrivania al centro. Lui era seduto su una sedia, appena si rese conto di essere all’interno dello sgabuzzino si alzò di scatto. Una mano si posò con forza sulla sua spalla.

-Signor Castaldo, rimanga seduto

-Cosa succede? Perché sono qui?

-Signor Castaldo, lei si ricorda di me? Sono venuto nella sua abitazione

-Sì, eravate in due. Ma non ho capito cosa…

-Ricorda di essere svenuto dopo aver aperto il frigorifero?

Gianpaolo visualizzò l’immagine che gli si era presentata aprendo il frigorifero. In tutti gli scompartimenti erano ammassate delle buste di plastica che grondavano sangue. In una in particolare, trasparente, aveva riconosciuto una testa umana con il volto di suo padre. Quando ripensò a quel momento ebbe un conato di vomito e si sedette di nuovo sulla sedia.

-Si sente bene? Quando ha aperto il frigorifero ha perso i sensi e le abbiamo fornito soccorso. Ricorda cosa è accaduto prima del nostro arrivo?

-Dove sono? Dove sono i miei genitori?

-La scientifica è già arrivata e sta effettuando le analisi della scena del crimine. Da una prima verifica sembra che i suoi genitori siano stati uccisi, i loro corpi sono stati… conservati nel frigo di casa

Gianpaolo era intontito. I suoi genitori erano morti. Qualcuno li aveva assassinati, fatti a pezzi e tutto mentre lui stava ascoltando musica estraniandosi dalla realtà. La voce dell’agente lo risvegliò da quei pensieri, riportandolo alla dura realtà e non lasciandogli neanche il tempo di elaborarla.

-Lei ricorda cosa è successo prima del nostro arrivo?

-Come scusi?

-Quando è stata l’ultima volta che ha visto i suoi genitori?

-Stamattina, quando sono arrivato a casa. Sono uscito per andare al mercato delle pulci e sono rientrato verso le 11

-C’è qualcuno che può confermare la sua versione dei fatti?

-Certo! Il signor Piero, ha una bancarella al mercato. E’ da lui che ho comprato quel vecchio disco…

Gianpaolo si bloccò di colpo. Gli venne in mente quel pensiero, ma era troppo incredibile per ripeterlo ad alta voce. Non poteva essere, non era colpa del disco, di quell’incubo che aveva vissuto ad occhi aperti. Eppure più ci pensava e più si rendeva conto che tra le voci che sentiva nella stanza c’era qualcuna che conosceva. Che poteva essere dei suoi genitori.

-Continui, perché si è interrotto? C’è qualcosa che deve dirci?

-No, nulla… oppure… 

-Dica

-Il disco… quel disco che ho comprato. Contiene una strana traccia audio registrata al contrario. Quando l’ho ascoltata è successo qualcosa di strano. Ho sentito delle voci che urlavano

-Ritiene che le voci siano dei suoi genitori?

-Sì! Pensavo che fossero del disco e invece erano i miei genitori che imploravano aiuto! Tutto mentre ero nella mia stanza e potevo fare qualcosa

L’ispettore cercò di calmare Gianpaolo che cominciò a piangere a dirotto.

-Si tranquillizzi. Ora l’importante è capire chi è l’assassino e come abbia fatto ad entrare in casa. Il disco di cui parla è ancora qui? Nella sua stanza?

Gianpaolo annuì con la testa, l’agente diede l’ordine ad un collega di andare nella sua stanza a verificare la sua versione. Intanto Gianpaolo non poteva capacitarsi di quanto accaduto. Nella sua testa dava la colpa a tutto. Alla sua vita da ossessionato di dischi, alla sua ex moglie che lo aveva ridotto in quello stato, al venditore che era riuscito a fargli comprare un oggetto che non valeva niente. Avrebbe voluto urlare davanti a tutti, sfogarsi per la prima volta dopo aver inghiottito troppa merda. Non si accorse che uno degli agenti presenti in casa sua si avvicinò all’ispettore riferendogli qualcosa nell’orecchio mostrandogli lo schermo di un notebook. Quando ebbe finito di ascoltare, l’ispettore divenne serio e ritornò accanto a Gianpaolo con sguardo risoluto.

-Signor Castaldo, la dichiaro in arresto per l’omicidio dei suoi genitori

Gianpaolo sgranò gli occhi per lo stupore. Com’era possibile che proprio lui venisse accusato di quel crimine? Doveva assolutamente chiarire la situazione, lui era solo una vittima e il vero carnefice era ancora libero.

-Non capisco, cosa dite? Non posso essere stato io, lo posso dimostrare

-Mi dispiace ma le prove che abbiamo raccolto sono tutte contro di lei. Le consiglio di non fare resistenza…

-Ma le dico che non è possibile! Io ero nella mia stanza! Ecco, solo ora mi viene in mente, ho installato delle telecamere per tutta la casa! Forse ero troppo scioccato per ricordarlo prima, vedete quello che c’è nelle registrazioni e vi renderete conto che io non c’entro!

Sul volto di Gianpaolo comparve un sorriso di speranza, aveva trovato la prova lampante della sua innocenza e la chiave per catturare il vero assassino. Nessuno però provvedeva a togliergli le manette e gli sguardi di tutti i poliziotti presenti non cambiavano la loro espressione seria. Fu l’ispettore a parlare in tono grave.

-Controllare le telecamere di sicurezza è stata la prima cosa che abbiamo fatto. Conferma la sua versione dei fatti sul rientro a casa per le 11, ma nessun altro è entrato in casa. Inoltre le telecamere interne hanno registrato questo

Un altro agente girò verso Gianpaolo un notebook. Dal monitor partì una registrazione. Si vedevano le vittime intente a preparare la tavola per il pranzo, subito dopo comparve un’altra figura. Era lui, Gianpaolo. Si diresse verso la cucina ed aprì uno dei cassetti. Prese una mannaia e senza esitazione si avvicinò alla madre. Un solo colpo, netto, all’altezza dell’avambraccio. La donna si inginocchiò mentre una parte del braccio penzolava attaccata ancora per un lembo al resto del corpo. Aprì la bocca, forse stava urlando ma il suo carnefice continuò l’opera. Un colpo sulla spalla, poi uno sul cranio. Il corpo della madre si accasciò a terra mentre il marito fece qualche passo indietro cadendo rovinosamente sul pavimento. Gianpaolo si accanì su di lui finché il corpo finì di muoversi.

La scena dell’assassinio era sotto gli occhi di tutti. Gianpaolo guardava quei pixel in bianco e nero che decretavano la sua condanna. Non riusciva a dare una spiegazione plausibile di quello che aveva visto. Sapeva di non essere lui quello del video, lui era solo nella sua stanza quando tutto era accaduto.

-Non sono io! Quello non sono io, dovete credermi!

-I fatti parlano chiaro, è lei l’assassino dei coniugi Castaldo

-No! Non sono io! E’ il disco! Vi dico che è il disco che ho comprato! E’ maledetto!

-Abbiamo analizzato il disco che era presente sul giradischi nella sua camera. E’ vuoto, non contiene nessuna traccia audio

Gianpaolo ascoltò quelle parole in silenzio, poi cominciò ad urlare parole incomprensibili mentre i poliziotti lo ammanettarono e lo portarono fuori dalla sua abitazione. Nell’uscire di casa, mentre lo trascinavano a forza, si guardò per l’ultima volta nello specchio dell’ingresso. Quello che vide non era il suo volto ma quello di un demone con la pelle scura, lunghe corna appuntite e una lunga barba. Il volto del male che lo guardava ridendo.

28 Maggio 2011

Matteo stava leggendo il giornale e una notizia aveva attirato la sua attenzione. Un ragazzo era stato ucciso da un agente di polizia in borghese. La parte interessante però era all’interno dell’articolo. Prima dello scontro con l’agente il ragazzo sembrava letteralmente impazzito, era ricoperto di sangue e nella sua camera era stato trovato il cadavere di sua madre. A brandelli. Matteo posò il giornale e compose un numero in rubrica. Si tolse la mascherina per evitare di camuffare la voce. Rispose una voce femminile, più che contenta era sorpresa di ascoltarlo. Non la sentiva da più di un mese.

Aveva passato giorni a seguire le tracce dei suoi. per così dire, pazienti. Li aveva trovati e li aveva eliminati, tutto risolto. Niente affatto, quando era arrivato sul luogo aveva sentito delle sirene di un’ambulanza che si allontanavano ed aveva temuto il peggio. Matteo si era trovato in quel mondo così diverso da quello in cui era vissuto fino a quei giorni, ma quel nuovo mondo purtroppo lo aveva creato lui e cercava disperatamente di trovare un rimedio.

Una volta caricati i cadaveri nel suo furgone si diresse verso il Pronto Soccorso più vicino, doveva capire se prepararsi al peggio. Si diresse subito verso la reception per domandare se fosse arrivata un’ambulanza con un paziente che avesse uno strano comportamento. Purtroppo la risposta fu negativa e Matteo dovette girare alla ricerca di un altro Pronto Soccorso. Ne visitò tre prima di arrivare in quello corretto. Era arrivato qualche ora prima un paziente in uno stato del tutto singolare, riportava ferite su tutto il corpo che sembravano essere morsi. Era stato applicato il codice rosso e portato con urgenza all’interno per essere visitato e curato. Purtroppo le informazioni si fermavano a quel punto, ogni successiva spiegazione gli veniva negata. Lo scontro verbale con la dottoressa all’accettazione diventava sempre più furioso.

-La prego, è una questione di massima urgenza. Devo assolutamente sapere in che condizioni è il paziente!

-Non posso darle ulteriori informazioni. Se non è un parente del paziente non può stare qui

-Non sono un parente ma sono un dottore. Da collega a collega, la prego di ascoltarmi. Si tratta di informazioni che non posso divulgare ma ho bisogno di parlare con i dottori che hanno visitato l’uomo

-Mi dispiace, non posso fare nulla a riguardo

-Le ho detto che è una questione di vitale importanza!

-Mi dispiace, davvero

La ragazza sembrava veramente dispiaciuta mentre la sicurezza interveniva per allontanare Matteo dal Pronto Soccorso. Lo portarono fuori, lui si mise seduto sull’asfalto a pensare ad un modo per risolvere quanto era accaduto. Passarono un paio d’ore prima che Matteo si svegliasse da quello stato di ansia. Sentì una mano toccargli la spalla, si girò e vide un viso familiare. Era la dottoressa della reception, con lo sguardo che gli chiedeva perdono.

-Salve, sono la dottoressa Sannino. Le chiedo scusa per prima

-Si figuri, lei ha fatto solo il suo lavoro

-Io le credo. Non vorrei sbagliarmi ma lei sembra proprio una brava persona

-Vorrei poterlo dire ma non ne sono più tanto convinto

-Ascolti, non dovrei farlo ma qui le ho scritto nome e cognome del paziente che cercava. Lo prenda

Le passò un post-it, Matteo lo guardava con occhi pieni di gioia.

-Si chiama Francesco Ruotolo. Sfortunatamente è morto pochi minuti dopo essere arrivato in sala. Ero ancora in servizio quando è successo e spero che lei possa darmi una spiegazione per quello che ho visto

-Cosa ha visto di preciso?

-Era morto, l’elettroencefalogramma era piatto. Quando una collega si è avvicinata però ha avuto uno spasmo, ma era strano. Sembrava che volesse morderla. E’ stato solo grazie all’intervento di un altro collega che non è avvenuto il peggio

-Capisco ma non posso rivelare nulla

-Certo, come io non potevo dirle nome e cognome di quell’uomo. Senta, può scegliere di non dirmi nulla oppure può farlo in cambio di una mano. A me sembra che stia gestendo la cosa da solo e non stia andando affatto bene, le farebbe comodo un aiuto

Aveva ragione. Non si trattava di un caso top secret governativo a cui stava lavorando qualche agente speciale. Si trattava solo di un errore di valutazione da risolvere nel minor tempo possibile.

-Ok, va bene. Non ora però. Vediamoci domani e le racconterò tutto. Ho però bisogno di vedere la salma subito

-Questo purtroppo non è possibile. Lo hanno spostato ma non è stato possibile sapere il perché

I due si salutarono e si diedero appuntamento per il mattino dopo, intanto Matteo doveva prima risolvere un’altra questione in sospeso. Entrò nel furgone diretto al suo laboratorio. Con fatica trasportò i tre corpi ormai morti e li sistemò su altrettanti tavoli. Poi cominciò a sezionarli ed analizzarli.

Il mattino dopo era distrutto, aveva lavorato tutta la notte senza arrivare ad alcuna conclusione certa. Si preparò per incontrare la sua nuova amica, sperando che quello scambio di informazioni avrebbe giovato più a lui che a lei. La vide seduta al bar dove era previsto l’appuntamento. Le si avvicinò e per la prima volta si presentarono. Si chiamava Rebecca Elia.

-Allora, sei un davvero un dottore o è tutta una copertura?

-Lo sono, lavoro in un laboratorio al Policlinico nuovo. Sto seguendo uno studio finanziato da una casa farmaceutica di cui però non farò il nome. Sono il solo che ci sta lavorando, si tratta di uno studio avanzato sulle cellule staminali combinate con l’uso di virus del sistema nervoso. Lo so, può sembrare un copione da film di serie B, ma stavo conducendo i miei esperimenti sui cadaveri per riattivare le comunicazioni tra le cellule e ci sono riuscito. Riuscivo a misurare scambi di informazioni all’interno delle cellule di corpi morti da tempo. Ogni giorno raggiungevo nuovi traguardi e il consiglio d’amministrazione della casa farmaceutica esigeva nuovi esperimenti. Questo fino a due giorni fa. Avevo lasciato il mio laboratorio come sempre a notte inoltrata ed avevo lasciato i corpi di cinque cavie sui tavoli operatori. Sono ritornato a casa a dormire ed il giorno dopo quando ho rimesso piede nel laboratorio non c’erano più

Rebecca ascoltava la storia raccontata sottovoce da Matteo.

-Dapprima ho pensato si trattasse di spionaggio industriale, magari qualcuno di un’azienda concorrente aveva trafugato le prove delle mie ricerche. Però era strano. Tutti i miei appunti erano lì, così come anche il mio computer con i dati che raccoglievo. I cadaveri sembravano semplicemente spariti. Poi feci due più due e capii cosa era successo. Nella fretta avevo dimenticato le chiavi del laboratorio sulla scrivania. Anche quella mattina ero entrato aprendo la porta sovrappensiero, senza rendermi conto che non era chiusa a chiave. A quel punto le spiegazioni erano due, o qualcuno era entrato nel laboratorio approfittando di quella situazione oppure i cadaveri erano usciti da soli

-Non mi starai dicendo che credi davvero a questa seconda ipotesi

-Lo so che mi starai giudicando pazzo, lo farei anche io al posto tuo, però credimi se ti dico che gli ultimi sviluppi sul mio studio stavano confermando quell’ipotesi. Dapprima mi davo dell sciocco anche solo a pensare che cinque corpi morti da chissà quanto tempo potessero alzarsi e andarsene in giro come se niente fosse. Ma attesi la sera e andai in giro a cercarli. Così, senza una meta, feci il giro di tutta la zona ospedaliera ma nulla. Nulla finché non andai a cercare in posti più isolati. E quando mi trovai nei pressi di un parco pubblico abbandonato ai Colli Aminei cosa ho trovato secondo te?

-I cinque zombie che stavi cercando

-Ne trovai quattro su cinque. Non chiamarli zombie, ti prego, non siamo dentro un film splatter. Stavano seduti al buio e mangiavano le carcasse di alcuni cani. Credimi se la prima cosa che pensai fu che stavo impazzendo. Li illuminai con una torcia, appena si girarono verso di me si alzarono e cercarono di avvicinarsi. Erano lenti, io riuscii a prendere dal mio furgone una vanga per tramortirli. Una volta a terra è stato facile legarli e trasportarli fino all’auto. Poi mi ricordai di aver sentito l’ambulanza appena arrivato e solo quel piccolo dettaglio mi ha permesso di venire al Pronto Soccorso dove lavori tu per cercare il quinto cadavere. Ora che hai saputo tutta la storia però devi darmi una mano e fare in modo che io arrivi a quel cadavere prima che sia troppo tardi

-Ok. Ammesso che io ti creda, perché puoi ben capire che non è qualcosa che riesco ad accettare facilmente, quello che mi stai chiedendo non posso promettertelo in breve tempo

-Fidati di me, non so ancora se quel cadavere possa contagiare altre persone. Tu stessa mi hai detto che ha cercato di mordere una tua collega. Riusciamo ad andare di nuovo in ospedale per chiedere spiegazioni?

-Ok, va bene. Andiamo adesso?

I due si alzarono e insieme si recarono al Pronto Soccorso dove lavorava Rebecca. Fu lei stessa ad annunciarsi e domandare in giro ai colleghi dove fosse la salma del paziente del giorno precedente, spacciando Matteo per un parente della vittima. Quando ebbero la risposta alle loro domande si sentirono persi.

-Mi dispiace ma non è più qui

-E’ forse arrivato qualche altro parente a reclamare il corpo?

-No, affatto. Il paziente era un donatore quindi il corpo è stato spostato in un’altra struttura per trapiantare gli organi

-Come un donatore? Da cosa lo avete capito?

-Nella tasca dei pantaloni c’era la sua carta d’identità con le volontà di donazione. Lei non ne era a conoscenza?

-No. Mi scusi ma devo allontanarmi un attimo. Rebecca, puoi venire con me?

I due uscirono fuori dall’ospedale guardandosi straniti.

-Com’è possibile, Matteo? Qualcosa non quadra

-Infatti. I cadaveri che erano nel mio laboratorio non avevano vestiti. Gli stessi quattro che ho recuperato ieri sera erano completamente nudi quando li ho trovati

-Allora quel Francesco che è arrivato ieri al pronto soccorso non era l’uomo che stai cercando, come può essere?

-Aspetta Rebecca, ieri all’accettazione hai detto che il paziente recava segni di morsi sul corpo, corretto? Non ci avevo fatto caso quando me l’hai detto, ma ora che ci penso il corpo avrebbe dovuto presentare ben altre cicatrici. Sono abbastanza sicuro che non stiamo parlando della stessa persona

-Ma quindi se non è lui, di chi si tratta?

-Avrei voluto scartare questa ipotesi ma mi sembra la più reale. I morsi sono stati dati dalle mie quattro cavie. I cadaveri rianimati hanno azzannato quel Francesco prima che arrivassi io a prenderli. Poi l’ambulanza ha prelevato Francesco portandolo al pronto soccorso, e lui nel frattempo è morto portando con sé l’eredità che gli era stata passata. Sembra assurdo ma è così

-Quindi questo significa che è ancora a piede libero il quinto cadavere. E’ ancora in giro

-Giusto. E ora non so più cosa fare

-Dobbiamo trovarlo a tutti i costi. Questo non è il momento di abbattersi. Oggi pomeriggio vediamo di metterci in giro a perlustrare i posti più isolati

-Oggi pomeriggio? Ed ora che facciamo?

-Semplice, mi porti nel tuo laboratorio e mi fai togliere dalla testa l’idea di essere la più grande credulona al mondo. Me lo devi

-Ok, va bene. Ma il trapianto di organi? Come facciamo a sapere che non ci siano conseguenze anche per quello

-Per quello c’è poco da fare. Anche per me è impossibile sapere a chi sono stati destinati i suoi organi. Magari non saranno compatibili con nessuno o magari una botta di fortuna risolverà la questione al posto nostro

Incredibilmente quella nuova situazione che le stava capitando aveva tirato fuori da Rebecca un lato del carattere che non pensava di avere. Era sempre stata una tipa caritatevole e prodiga al prossimo, ma ora voleva caricarsi addosso una parte del peso di quegli avvenimenti fuori dal normale. Forse anche perché in Matteo vedeva una persona fragile, non ancora capace di rimediare ad un errore così grande. Era solo e lei voleva dargli veramente una mano.

Quel giorno rimase scioccata nel vedere gli studi di Matteo. Non immaginava che nel mondo reale ci fossero scienziati disposti a impiegare il loro tempo per studi a dir poco fantascientifici. Nel pomeriggio iniziarono la ronda ma senza risultato. Fino a notte inoltrata perlustrarono i quartieri alti di Napoli ma del loro uomo nemmeno l’ombra. Tornarono alle rispettive abitazioni ma si diedero appuntamento per le sere successive. Lui doveva proseguire con gli studi e dar conto a una multinazionale che esigeva risposte, lei intanto salvava le vite dei poveri mortali sperando che al Pronto Soccorso non venisse nessun altro con il corpo pieno di morsi.

Dovettero attendere altri due giorni prima di arrivare ad un punto di svolta. Rebecca era al lavoro quando arrivò un nuovo paziente con le stesse ferite da morsi. Chiese spiegazioni ai medici che stavano già provvedendo a curarlo, era stato trovato nei pressi del Rione Luzzatti. Prese il telefono ed informò Matteo.

-Pronto. Sì, sono io, abbiamo un problema. Al pronto soccorso è arrivato un paziente nello stesso stato di quel Francesco giorni fa

-Ok. Sappiamo da dove viene?

-Sì, ho appena domandato. Abita nel Rione Luzzatti, faresti meglio ad andare subito in zona ed occuparti tu della cavia

-Va bene. Tu però stai attenta. Sai già cosa fare?

-Sì, spero di non avere intoppi

Rebecca attaccò e riprese posto in sala. Dalla borsetta sfilò una boccettina senza etichetta e con una siringa ne aspirò il contenuto. Quel piano di riserva lo avevano progettato insieme proprio per quella evenienza. Ormai il paziente al Pronto Soccorso era spacciato anche se nessuno lo sapeva. Era inutile allungare quell’agonia, solo lei sapeva che alla fine di quel supplizio non c’era nulla di buono. Si avvicinò all’equipe che era all’opera e senza dare nell’occhio fece finta di controllare la flebo. Dovette fare molta attenzione per non farsi scoprire ma tutti erano in allerta per le cure mediche e non fecero caso ad una dottoressa che stava inserendo il contenuto di una piccola siringa all’interno della flebo.

Giusto il tempo che il fluido scendesse nella cannula per entrare nelle vene del malcapitato, poi l’elettroencefalogramma segnò una linea retta. I sanitari ci provarono in ogni modo, la rianimazione non sortì alcun effetto. Il paziente era morto e con lui era stata scongiurata una possibile epidemia, anche se non lo sapeva nessuno. Quella che sembrava una sconfitta per qualcuno aveva il sapore della vittoria per Rebecca. Ma lei aveva risolto solo una metà del problema, in quello stesso momento Matteo stava ponendo rimedio all’altra metà.

Matteo arrivò nei pressi del Rione Luzzatti con l’aiuto del suo navigatore. Uno dei quartieri più popolosi di Napoli, strano che con tutta quella gente in giro per strada non ci fosse stata ancora una mattanza. Forse quella era la sua fortuna, la cavia avrebbe dovuto prediligere le zone isolate e lì intorno c’era un solo posto che era separato dal caos dei parchi abitati. Una zona coperta interamente di boscaglia e ruderi e separata dalla zona abitata da un sottile strato di lamiera. Una zona che in passato era destinata ad una rivalorizzazione che non si è mai realizzata. Parcheggiò l’auto su una strada larga a ridosso di quel luogo, di fronte ad un campo di calcetto di un oratorio. Si insospettì vedendo una folla che da lontano guardava nella sua direzione. Dei rom che abitavano in un campo lì vicino allungavano il collo per vedere oltre le lamiere cosa stesse succedendo. Probabilmente l’ambulanza li aveva incuriositi e volevano saperne di più. Matteo senza dare nell’occhio riuscì ad entrare attraverso una feritoia e si addentrò tra l’erba alta. Non era ancora buio ma la visibilità era ridotta in quel luogo, se la cavia si nascondeva tra l’erba era impossibile vederla. Doveva essere quanto più silenzioso possibile.

Ad ogni passo il cuore pompava più sangue e il battito sembrava assordarlo. Si guardava intorno sperando di essere reattivo nel momento in cui avrebbe scorto qualcosa. Vide l’erba muoversi in un punto, cominciò a correre in quella direzione. Arrivò nella zona esatta per poi scoprire che era stato un cane randagio ad attirarlo. Si diede dello stupido, ma non fece in tempo a rimettersi in guardia che alle spalle qualcosa lo scaraventò a terra. Non era difficile immaginare chi, o meglio, cosa fosse. Disteso a terra non aveva visuale, si rialzò ma non vide più nulla. Era in trappola. Pensò velocemente ad una soluzione, l’unico suo vantaggio era la velocità. Se avesse corso abbastanza veloce lo avrebbe attirato dove voleva. Fece proprio così, cominciò a camminare aumentando sempre di più il passo. All’improvviso sentì il rumore di foglie che si muovevano alle sue spalle. Si girò e vide il volto osceno di quella creatura che una volta era un uomo. La bocca era aperta a dismisura, con le braccia in avanti cercava di afferrare una preda troppo veloce. Una volta raggiunta una distanza di sicurezza Matteo si fermò. Dalla giacca prese l’arma. Dall’ultima volta si era attrezzato diversamente, il padre di Rebecca era un cacciatore per passione e lei le aveva permesso di prendere in prestito un vecchio fucile. Non aveva mai sparato prima d’ora ma in questi casi non conta l’esperienza. A giocare il ruolo da protagonista è l’istinto di sopravvivenza. Aveva un solo colpo ma doveva bastargli. La mano tremava e la bestia era a pochi metri che avanzava senza fermarsi.

Un colpo solo, il rumore pervase nel silenzio intorno. Matteo chiuse gli occhi nel momento in cui il dito premeva il grilletto. Attese qualche secondo prima di aprirli, prima di ritornare alla realtà. Davanti a lui c’era un corpo a terra con il volto irriconoscibile. I pallini del proiettile erano su tutta la faccia. C’era riuscito, era salvo. Con la mano che tremava ancora ed il cuore che batteva ad un ritmo forsennato prese il cellulare e mandò un SMS a Rebecca. “Ce l’ho fatta. Sono riuscito a toglierlo di mezzo. Siamo salvi”. Pochi secondi dopo arrivò una risposta con una faccina sorridente.

Rebecca arrivò puntuale a casa di Matteo. Lui le aprì la porta e la salutò, lei rispose al suo saluto con un sorriso imbarazzato.

-Volevo portare qualcosa ma l’invito era per un bicchiere di vino quindi al massimo potevo portare il bicchiere

-Non ti preoccupare, basta la tua presenza

-Perché quella mascherina? Problemi?

-Solo un leggero raffreddore. Entra, dai

Rebecca entrò, si spostarono in sala da pranzo. Matteo aveva già preparato i bicchieri ed il vino sul tavolino. Si sedettero e cominciarono a bere, l’atmosfera si stava riscaldando piano piano mentre un alone di freddezza aleggiava ancora tra loro.

-Non me ne intendo di vini ma questo sembra davvero buonissimo. Dovrà essere una buona annata. Sei diventato ricco dopo quella ricerca o mi sto sbagliando?

-No, ricco no. Però quando ho dato i risultati al CdA mi hanno offerto una borsa di studio che di solito in Italia ce la sogniamo

-Ah ecco, ora si spiega del perché di punto in bianco non mi hai più chiamata. Che stupida, pensavo che a parte aiutarti magari avremmo potuto conoscerci meglio

-Mi dispiace Rebecca, nelle settimane subito dopo la nostra, come dire… avventura, ho avuto molto da fare. Non è semplice come pensi

-Già, non è mai semplice. Come non era semplice accettare l’idea che uno sconosciuto incontrato per caso ti parlasse di fantascienza, di zombi, e poi decidi di aiutarlo lo stesso anche se chiunque al posto mio avrebbe chiamato uno psicologo. Hai voluto una mano da me solo per completare la tua ricerca senza che nessuno sapesse che avevi fatto un casino che non riuscivi a rimediare da solo

Ci fu un minuto di silenzio in cui lo sguardo prima arrabbiato e poi deluso di Rebecca si andava a scontrare con quello quasi rassegnato di Matteo. Fu lui a rompere quel silenzio imbarazzante.

-Ti ho chiamato per un motivo importante. Hai letto quella notizia di oggi? Quella del ragazzo sparato dal poliziotto

-No, di che si tratta?

-C’è il giornale lì accanto. Prendilo, l’articolo si trova a pagina undici. Un poliziotto ha sparato ad un ragazzo che aveva fatto quasi a pezzi sua madre. Secondo l’agente era come in uno stato di agitazione e stava per uccidere anche lui. Hanno trovato il corpo della madre dilaniato. Ho ragione di credere che sia collegato agli avvenimenti che ci hanno coinvolto

-E ti aspetti che ti dia una mano?

-L’ultima, ti prego. Dovresti capire se il ragazzo ha avuto un trapianto da poco, magari si tratta di quel donatore, Francesco. Se è così bisogna scoprire se ci sono altri organi in giro, potrebbe essere più grave del previsto

-Dubito che possa fare qualcosa in merito. Di solito si tratta di informazioni strettamente riservate

-Ti prego. Non è per me, non è per la mia ricerca. Siamo tutti in pericolo

Rebecca era arrabbiata ma pensava seriamente che un suo aiuto sarebbe stato molto importante.

-Vedrò cosa posso fare ma non ti garantisco niente

-Grazie Rebecca

Rebecca si alzò per andarsene, avrebbe preso contatti con un suo amico dell’università per avere le informazioni che le servivano. Matteo la accompagnò alla porta quando all’improvviso si accasciò in ginocchio. Lei lo aiutò notando subito il pallore sul suo viso.

-Matteo tutto ok? Sicuro di stare bene? Vuoi che rimanga un altro po’? Non hai una bella cera

-Sto bene, sto bene, grazie. Sono solo un po’ stanco

-Siediti di nuovo e riposati. Aspetta che ti tolgo questa mascherina che non ti fa respirare bene

Abbassò la mascherina, poi dovette fare qualche passo indietro mentre con orrore guardava la sua bocca. Non c’erano labbra e i denti facevano bella mostra in un ghigno di orrore. Rebecca si portò la mano alla bocca per reprimere un urlo. La voce di Matteo usciva calma da quella sua terrificante bocca.

-Devi andartene Rebecca, non sei al sicuro. Passami solo quella boccettina che è sul tavolo della cucina. Veloce, ti prego!

-Cosa ti è successo? Che ti sta succedendo?

-Muoviti! Non c’è tempo per le spiegazioni!

La ragazza fece come le era stato ordinato. Prese la boccetta sul tavolo e la portò a Matteo che nel frattempo aveva già preparato una siringa e un laccio emostatico. Era privo di forze ma riuscì in poco tempo a iniettare il contenuto nelle vene sotto gli occhi increduli e spaventati di Rebecca.

-Cosa sta succedendo Matteo? Adesso dimmelo

-Ti ricordi quando mi chiamasti per occuparmi dell’ultima cavia sfuggita? L’ho trovata in quel luogo abbandonato e l’ho terminata. Quello che ho scoperto tornando a casa però era che nello scontro mi aveva morso. Non me ne ero reso conto prima, forse per colpa della tensione. Mi aveva colto alla sprovvista nell’erba alta, mi è saltata addosso prima che potessi reagire

Rebecca ebbe un brivido lungo la schiena, quello che aveva davanti a lui era il risultato di un morbo che non si era ancora arrestato? Come se avesse sentito i pensieri di lei, Matteo rispose vedendo quello sguardo preoccupato.

-L’ho tenuto sotto controllo, non preoccuparti. Ho studiato da quel giorno una cura per fare in modo che la fame si placasse. Per questo non ti ho più chiamata, avevo paura di mettere in pericolo te. Ho studiato questo antidoto ma è temporaneo, devo continuare gli studi in modo da perfezionarlo e trovare una cura definitiva. Non abbandonarmi ti prego

Le venivano in mente le scene di lui seduto sull’asfalto fuori al Pronto Soccorso, disperato per aver commesso un errore più grande di lui. Gli aveva creduto allora, doveva farlo anche adesso. Ora che anche lei viveva in quel mondo fatto di mostri e orrore, non poteva tirarsi indietro. Si avvicinò a lui e lo abbracciò forte mentre sentiva i battiti del suo cuore che diminuivano.

30 Aprile 1998

Povero zio Antonio, conosciuto ai più come zio Totonno. Una vita dedita solo al lavoro. Fin da piccolo aveva lavorato come aiutante del padre nella piccola bottega di famiglia. Fare il falegname era un lavoro duro e faticoso. specialmente in un quartiere come quello di San Lorenzo dove le famiglie erano per lo più povere e i mobili dovevano resistere intere generazioni. Chi chiamare se non il falegname di fiducia? Una piccola riparazione, una sostituzione facile facile ed il mobilio era come nuovo, pronto per durare almeno altri venti anni. Il lavoro era tanto e nella bottega c’era sempre bisogno di una mano.

Il piccolo Antonio passava le giornate tra l’odore di legno, colla e ferro. Non si lamentava mai, apprendeva quel mestiere sapendo che un giorno avrebbe preso lui in mano le redini dell’azienda di famiglia. Lo studio? Non se ne parla nemmeno. Il padre insisteva per garantirgli un’istruzione adeguata ma lui era un lavoratore nato. Ogni giorno il suo aiuto dava una grossa mano alla piccola famiglia per andare avanti dignitosamente. La sua sorellina era ancora piccola quindi sulle sue spalle ricadevano buona parte delle responsabilità. Continuò quel lavoro ogni giorno, ogni anno, per sempre. Nel quartiere era difficile non conoscerlo, era un’istituzione. In quella piccola bottega che era rimasta sempre la stessa continuava a faticare per venire incontro alle esigenze della clientela.

Il lavoro però era diminuito parecchio negli anni, questo lo sapeva. La colpa era tutta di quel nuovo modo di pensare usa e getta. La gente non aveva più cura delle cose vecchie e tendeva a vendere o addirittura buttare per rimpiazzare i mobili e gli oggetti di casa. A lui questa cosa non andava giù, ma che poteva farci? Ormai il mondo si muoveva in quella direzione anche se lui nuotava controcorrente. Lui che per il lavoro aveva sacrificato tutto, anche una famiglia propria. Troppo tempo e troppe cose da fare, sempre solo con i suoi attrezzi che considerava come suoi figli. Già, perché di figli non ne aveva, e nemmeno una moglie. Era rimasto solo, anche se di “nipoti” ne aveva tantissimi. Infatti tutti lo chiamavano zio Tonino, era ufficialmente lo zio di tutta Via Foria.

Ma questa storia non parla di lui. Zio Tonino era passato a miglior vita durante il sonno. Era morto senza soffrire, quando il giorno dopo la bottega rimase chiusa tutti capirono che qualcosa non era andata per il verso giusto. Al funerale c’era quasi tutto il quartiere, ognuno voleva salutare quel vecchietto sempre indaffarato che ogni giorno salutava tutti dal suo piccolo laboratorio.

Quando Massimo fu convocato dal notaio De Carli non ricordava nemmeno di avere uno zio di nome Antonio. Sapeva della sua esistenza, questo sì, ma l’aveva addirittura rimosso. Questo perché non lo aveva mai conosciuto, o meglio, la colpa era di sua madre. Gerardina infatti si era allontanata dal fratello quando lei si era sposata con Giorgio, il padre di Massimo. Antonio era sempre stato possessivo nei confronti di sua sorella, specialmente dopo la morte del loro padre. Pretendeva di decidere le sorti della sua vita e questo era inconcepibile per la ragazza. Quando venne a sapere di Giorgio andò su tutte le furie e la mise alle strette. Una semplice decisione, o Giorgio o lui e la sua famiglia. Gerardina soffrì molto per quella scelta e fece decidere al suo cuore. Andò a vivere con Giorgio e formò la sua nuova famiglia. Con il tempo la tristezza divenne risentimento, poi rabbia. Parlò con suo figlio di lui, ma non volle mai dirgli dove abitasse. Per questo motivo quando Massimo rispose al telefono e dall’altro lato gli parlarono della morte di suo zio Antonio rimase interdetto.

Fece mente locale e ricordò di avere uno zio con quel nome ma disse di non averlo mai conosciuto. Quando il notaio gli anticipò che si trattava di un’eredità la sorpresa crebbe ancora di più. Fu convocato per il giorno successivo nello studio in Piazza Carlo III, proprio a due passi dall’abitazione dove sua madre era cresciuta. Entrò nell’ufficio e trovò il notaio sommerso da pile di fogli.

-Prego si accomodi, faremo in fretta. Sono il notaio De Carli e l’ho convocata qui per discutere dell’eredità di suo zio Antonio Lettere. Dalle nostre indagini ci risulta che lei è l’unico erede. Non aveva figli e lei è il parente più stretto

Massimo era sempre più stranito per quella situazione fuori dal normale. Era curioso e imbarazzato allo stesso momento.

-Mi dispiace. Nel senso, mi dispiace che sia morto, anche se non l’ho mai conosciuto. Lei è sicuro che non esista nessun altro erede? Qualche altro parente o un figlio sconosciuto?

-No, nessuno. Come le ho detto lei è l’unico ad aver ereditato i beni di suo zio

-Va bene. Di cosa si tratta?

-Vediamo. C’è scritto qui, ecco. Ha lasciato in eredità un appartamento in Via Foria e la sua bottega dove lavorava come falegname. Conosce già gli indirizzi?

-No. Prima di ieri non sapevo nemmeno che fosse un falegname. E’ una lunga storia

-Va bene. Queste sono le chiavi dei due locali e questi sono gli indirizzi. Giusto qualche carta da firmare e può andare

Massimo firmò tante di quelle carte che gli sembrò aver esaurito l’inchiostro nella penna. Quando ebbe finito la parte burocratica prese le chiavi e le copie dei documenti e uscì dallo studio. Era davvero a pochi passi dal negozio e dall’abitazione quindi decise di fare un giro a vederli.

Cominciò dalla bottega, era curioso di vedere com’era fatta. Arrivò dopo pochi minuti, domandò in giro e tutti conoscevano quel piccolo negozio. Molti rispondevano aggiungendo un triste “condoglianze” e togliendosi il cappello, Massimo rispondeva con un “grazie” imbarazzato. Una volta aperta la piccola saracinesca, si ritrovò davanti agli occhi un locale abbastanza ampio. Accese la luce fioca che illuminava a malapena lo spazio. Da un lato c’erano cataste di legno ammassate, si trattava probabilmente degli scarti, di pezzi sostituiti. Vicino c’erano delle assi di legno pulite, allineate le une sulle altre in maniera perfetta. Al centro della bottega c’era il banco di lavoro, un tavolo di marmo grandissimo a cui erano collegati degli strumenti per tagliare il legno. Le pareti erano spoglie, solo qualche armadietto e i ferri del mestiere tenuti su da vecchi chiodi. Provò ad aprire qualche anta, il contenuto non era altro che tubetti di colla e carte ingiallite.

Non era proprio la sua idea di luogo di lavoro, ma quel posto permeava di fatica e sacrificio. Tutto sembrava rivolto al solo lavoro, non c’era altro. Un luogo sacro in cui lo zio passava la maggior parte della giornata a creare. Un’altra cosa che gli saltava all’occhio era l’assenza di qualsiasi “modernità”. Nessuna televisione, nessun attrezzo nuovo, tutto sembrava vecchio di decenni. Probabilmente l’anziano zio era vissuto una vita intera nella sua dimensione, nella sua epoca preferita. Accese una radio a pile, il selettore era fermo su una stazione di musica italiana. La spense, ma il volume alto aveva già attirato il primo curioso della giornata.

-C’è qualcuno? Chi c’è?

Un uomo si affacciò alla soglia della bottega con sguardo sospettoso.

-Tutto ok. Mi chiamo Massimo e sono il nipote di Antonio

-OK, bene. Mi scusi, sono Giuseppe, il fabbro del negozio di fianco. Ho sentito la musica e mi sono insospettito. Lei è il nipote della buonanima di Totonno? Non sapevo avesse dei parenti

-Sì, purtroppo non parlava da tempo con sua sorella, mia madre. Mi trovo qui proprio per la sua morte

-Eh, povero Totonno. Una gran brava persona. Sempre al servizio di tutti. E’ morto così com’è vissuto tutta la vita. Solo lui e i suoi pezzi di legno

-Mi dispiace, avrei voluto conoscerlo prima

Il fabbro si congedò e tornò al suo lavoro, Massimo concluse il suo tour personale nella bottega. Nel lato più interno del negozio c’erano delle bellissime creazioni in legno. Portaoggetti intagliati, fermacarte, orologi, tutti di forme particolari e con dettagli particolari. Si avvicinò per vederli meglio e dovette constatare che erano davvero affascinanti. Uscì di corsa per andare nel negozio di fianco a domandare al signor Giuseppe.

-Mi scusi, sono ancora io. Secondo lei quegli oggetti così belli nel negozio di mio zio erano stati creati per qualcuno? Magari aveva finito il lavoro e bisogna avvisare i committenti

-Quelli? No, sono creazioni personali di Totonno. Alcune le portava a casa sua, altre le regalava a tutti noi. Era molto generoso e ci teneva a dimostrarlo in questo modo. Pensi che sono tutti oggetti riciclati. Tutto il quartiere gli donava pezzi di legno da buttare via e lui li usava per creare altri oggetti. Un artista

Massimo restò di stucco. Nella vita laboriosa di suo zio c’era spazio per l’arte e per la beneficenza. Gli dispiaceva sempre di più non averlo conosciuto prima. Ritornò nel laboratorio ad osservare quei pezzi unici. Immaginava suo zio lavorare di notte su quegli oggetti su cui infondeva una caratteristica personale. Smontare oggetti di legno vecchio e dargli una nuova vita. La sua attenzione venne catturata da un oggetto in particolare. Un orologio a pendolo. Non ne aveva mai visto uno così da vicino, era sempre abituato a vedere i soliti orologi da muro in plastica. Lo sollevò, era abbastanza pesante. Aveva un meccanismo a molla sul retro per metterlo in funzione. Non lo attivò ma lo portò comunque con sé, sarebbe stato bene nella sua casa al Vomero.

Uscì dalla bottega con più curiosità di quanta ne avesse prima di entrare. Chiuse la saracinesca e si diresse in quella che era stata la casa di suo zio. L’appartamento era a pochi metri, un palazzo vecchio con un bel cortile davanti. Chiese al portinaio il piano, questo rispose gentilmente e togliendosi il cappello come tutti appena sentito il nome dello zio.

Massimo aprì la porta e subito al suo naso arrivò un odore di chiuso e di legno. Ne era certo, anche a casa dello zio ci sarebbero stati oggetti e mobili in legno. Tutto come previsto, ogni stanza aveva mobili antichi in legno pregiato. Probabilmente lo zio li aveva costruiti su misura e montati personalmente.

-Il paradiso delle tarme!

Quel pensiero gli uscì dalle labbra inconsapevolmente. Le stanze semivuote fecero eco alla sua voce. Fece il giro della casa un po’ per constatarne lo stato un po’ per la solita curiosità. Nella sua testa cercava di carpire le abitudini del defunto zio dalla disposizione degli oggetti. Rimase sorpreso di quanto fosse pulita e in ordine quella casa. Raggiunse la camera da letto e si sedette per riposarsi. Era improvvisamente stanco e sapeva anche il perché. Da quando gli era stato diagnosticato un problema al cuore aveva cominciato a vivere in maniera più rilassata. Evitava lunghe camminate per paura di sforzare troppo il cuore, sicuramente la passeggiata e le emozioni di quella mattinata erano state un bell’esercizio. Si tolse le scarpe e si stese sul letto. D’altronde, pensò, quella ora era casa sua quindi poteva concedersi un po’ di riposo. Mise la testa sul cuscino e subito sprofondò in un sonno profondo.

Si trovava in una stanza buia, non riusciva ad orientarsi. All’improvviso da un lato arriva uno spiraglio di luce. Una porta che si apre lentamente. Entra un uomo, o almeno gli sembra un uomo dall’ombra che proietta a terra. Massimo prova ad alzarsi ma il corpo non si muove. L’oscurità fa posto ad un bagliore soffuso così riesce a guardarsi intorno. Sembra una camera da letto, o meglio ancora una cameretta. Vede un piccolo letto, sopra c’è un ragazzino. Trema dal freddo. No, trema dalla paura mentre guarda terrorizzato l’ombra dell’uomo. Massimo prova ancora a muoversi, vorrebbe tranquillizzarlo, ma si accorge di essere incatenato. E’ su una sedia e una catena di ferro lo tiene bloccato. Intanto l’ombra si è avvicinata al letto e prende le forme di un gigante. Ha i vestiti logori, la barba e lo sguardo di chi ha bevuto troppo vino. Si avvicina sempre di più al letto, si sfila la cintura dai pantaloni e senza dare troppe spiegazioni inizia a malmenare il ragazzo con la fibbia. Lo frusta con violenza senza ascoltare le urla di dolore della povera vittima. Una, due, dieci, venti. Sembra non smettere mai. Massimo continua ad agitarsi sulla sedia, le parole non gli escono dalla bocca. Finalmente riesce ad attirare l’attenzione dell’uomo che si ferma. Giusto il tempo di mettere a fuoco, poi si dirige proprio verso di lui. Quando Massimo si rende conto di quello che sta per succedere è troppo tardi. L’uomo è ancora più arrabbiato, porta il braccio dietro di sé per imprimere quanta più forza e lo colpisce duramente.

Massimo si alzò dal letto urlando. Dopo qualche secondo ricordò dove si trovasse. Era ancora nella camera da letto dello zio. Guardò l’orologio, era passata almeno un’ora da quando si era steso per riposarsi. Ora che era sveglio però non si sentiva affatto riposato. Si alzò, doveva ritornare a casa per poi lavorare il pomeriggio. Quando si sollevò dal letto sentì un dolore fitto sul braccio ma non ci fece caso più di tanto. Uscì dall’appartamento, chiuse la porta a chiave prima di ritornare per strada e raggiungere l’auto. Con sé portò anche l’orologio a pendolo da esporre in cucina.

Appena ritornò a casa, Massimo telefonò a suo padre. Lo informò degli sviluppi di quella mattinata poi dopo un pranzo veloce scese per recarsi nel suo negozio di articoli da regalo. Quando la sera rincasò era distrutto, aveva solo voglia di fare una doccia rinvigorente. Si spogliò e vide uno strano segno sul braccio, proprio all’altezza dell’avambraccio dove sentiva dolore. Non era un vero e proprio livido, sembrava il segno di qualcosa impresso. La forma era chiara, sembrava quella di una fibbia. Forse era solo stanco e suggestionato da quello strano sogno, dopo la doccia cenò velocemente per poi andare a letto.

Il mattino dopo si era già dimenticato di tutto ed il braccio non gli faceva più male. Si ricordò di non aver ancora messo in cucina quel bell’orologio che aveva trovato nella bottega dello zio. Caricò la molla, lo impostò sull’orario corretto e lo appese al posto di quello in plastica. Andò al lavoro, per tutta la giornata però c’era un pensiero che lo stuzzicava. Aveva uno zio che era così bravo nel suo lavoro, perché allora sostituire solo un orologio da parete nella sua casa? Perché invece non approfittare e arredare qualche stanza con mobili più solidi e duraturi? I suoi non erano nuovi, e la qualità non era nemmeno alta. Si decise, chiamò un’impresa di traslochi per andare a prendere alcuni dei pezzi da sostituire.

Nel giro di qualche giorno Massimo aveva sostituito il salone, la stanza da letto e il tavolo della cucina. Era contento di quel cambiamento e qualcosa gli diceva che anche lo zio si sarebbe sentito soddisfatto nel sapere di aver compiuto un’altra buona azione da morto. Massimo invitò alcuni amici la sera in cui furono sostituiti i mobili. Doveva festeggiare quella piccola novità nella sua vita. Quella sera andò a letto pieno di gioia e si addormentò in poco tempo.

Massimo si trovava in una casa, ma non era la sua. E’ solo, o almeno lo pensa finché non sente distintamente dei suoni. Gli sembra proprio il rumore di un letto che cigola. Tende l’orecchio per ascoltare meglio e sente delle voci. Sono di una donna e di un uomo, no, le voci maschili sono più di una. Il letto fa sempre più rumore e la donna parla a voce sempre più alta, poi urla. Stavolta non ha problemi a muoversi, corre in direzione di quelle voci. Si trova davanti una porta chiusa, non esita ad aprirla con forza. Appena la porta si apre vede un letto, sopra c’è una donna nuda e intorno a lei ci sono tre uomini. Uno è un nano, gli altri due sembrano dei gentiluomini usciti da un film d’epoca. Quello che stanno facendo però non ha niente di gentile. I tre stanno violentando la donna, a turno la penetrano mentre gli altri guardano e la toccano in maniera lasciva. Massimo ha il sangue che gli ribolle e si spinge in avanti. Sta per arrivare vicino al letto quando si ferma. A quella distanza può vedere lo sguardo della donna. Non è uno sguardo di dolore, di paura, non è uno sguardo di disprezzo. E’ piacere. La donna sta godendo, vuole che gli uomini le facciano quello che stanno facendo. Accarezza i loro corpi e li incita mentre grida di piacere. Il suo sguardo incrocia quello di Massimo, appena lo vede sorride. Un sorriso malato, mentre con il dito alzato lo invita ad unirsi a loro.

Massimo si svegliò di colpo, era sudato e tremava. Si alzò per cambiarsi e prepararsi una camomilla calda. Probabilmente aveva mangiato pesante insieme agli amici e quelli erano i risultati. Prese l’infuso e piano piano si calmò. Guardò l’orologio, erano le 6 del mattino e la sua sveglia sarebbe suonata solo dopo mezz’ora. Decise che non era il caso di rimettersi al letto. Questa scelta ebbe conseguenze su tutta la giornata, Massimo infatti era stanco ed arrivò alla sera con solamente le forze per mangiare qualcosa velocemente. Anche quella notte appena si mise a letto si addormentò all’istante.

Era di nuovo in un altro posto. Il salone era enorme e c’era una tavola imbandita con tante prelibatezze. Da una porta vede entrare una donna, dai vestiti capisce che è una cameriera. Si guarda intorno per controllare di non essere vista. Si avvicina ad una bottiglia di vino rosso, apre una mano rivelando una boccettina piccola e nera. Con cura versa il contenuto nella bottiglia, che subito dopo richiude. Controlla di nuovo in giro poi esce dalla stessa porta da cui è entrata. Massimo si domanda cosa stesse succedendo quando da un altro lato della sala entra un uomo dagli abiti eleganti. Sicuramente un nobile, questo spiega la pomposità di quel luogo. Si siede a tavola mentre gli vengono servite le portate. Massimo all’improvviso capisce, vuole urlare al nobile di non bere il vino ma sembra che nessuno lo possa ascoltare. Si avvicina all’uomo ma è troppo tardi. Dopo un lungo sorso sgrana gli occhi e fa cadere a terra il bicchiere. Si inginocchia in avanti e comincia a vomitare sangue. In poco tempo il parquet si colora di rosso. Grida, si dispera chiedendo aiuto ma la servitù rimane impassibile. Lo osserva senza alcuna emozione, senza muoversi, senza alcun rimorso.

Un urlo echeggiò nella camera da letto di Massimo. Stava ancora cercando di attirare l’attenzione di qualcuno, poi si rese conto che ancora una volta stava sognando. Guardò l’orologio, le 5 del mattino. Era troppo spaventato per provare a riprendere sonno. Si spostò in cucina per calmarsi ma neanche la camomilla riuscì a fare effetto. Non riusciva a pensare ad altro che quel sogno orrendo. Dopo un’eternità si fece coraggio e fece colazione, poi si preparò ed andò a lavorare. Quel giorno parlò con chiunque di quei sogni strani ma tutti minimizzavano. Non credevano possibile che fossero così realistici. Scherzavano pure, gli consigliavano di prendere una smorfia e giocare i numeri che sarebbero stati sicuramente vincenti. Ma Massimo non riusciva a scherzarci su. Era teso, preoccupato, al punto che quella sera evitò di dormire. Rimase tutta la notte in salotto con la televisione accesa. Guardò qualsiasi programma pur di non prendere sonno.

La notte finalmente passò ma la stanchezza dovuta all’assenza di sonno si fece sentire subito. Già di primo mattino Massimo aveva continui capogiri. I clienti se ne accorsero subito e gli consigliarono di andare a casa a riposarsi. Niente da fare, lui era fermo nelle sue decisioni. Ma per quanto tempo ancora poteva resistere? Arrivò con fatica alla fine della giornata lavorativa, tornò a casa senza forze. La mano gli tremava mentre a cena cercava di portare la forchetta alla bocca. Si spostò sul divano per ricominciare con lo zapping ma fu inutile. Appena si sedette sulla comoda poltrona ed inclinò la testa si addormentò russando forte.

Massimo si guarda intorno. La paura sale, si rende conto di non essere più a casa, di nuovo. Vuole svegliarsi, si dà sonori schiaffi sul volto per cercare di tornare alla realtà, ma non è così che funziona. Si dispera, urla, ma è tutto inutile. Sente un rumore e percepisce delle vibrazioni. Apre gli occhi e si guarda intorno, si trova all’interno di un’auto. Sembra di un’altra epoca, il motore emette strani rumori mentre sobbalza percorrendo una strada sterrata. E’ seduto sul sedile posteriore e non riesce a vedere bene l’autista. Una sciarpa ed un cappello gli coprono il volto. L’auto rallenta, si avvicina al ciglio della strada e si ferma. Dal finestrino Massimo vede una ragazza, non riesce a capire bene l’età ma intuisce che si tratta di una ragazzina molto giovane. Sta piangendo e trema dal freddo. La portiera si apre e l’uomo esce. Si avvicina alla ragazza e con violenza la fa entrare in auto. Massimo è impotente, non riesce a fare nulla per attirare l’attenzione. La macchina riprende a camminare rumorosamente ma dopo pochi minuti si ferma di nuovo. Non è difficile intuire quello che stava per succedere. Massimo assiste alla scena più disgustosa mai vista in vita sua. Si copre gli occhi, si dispera, urla quanto più forte per riuscire a coprire le grida della povera ragazzina. Ma è inutile. Tutto finisce qualche minuto dopo, minuti che sembrano ore. Ma non è finita. L’uomo improvvisamente apre la giacca e prende un rasoio, senza dire una parola colpisce la sua vittima. Un solo colpo all’altezza del collo. Non ci sono grida, tutto finisce velocemente. L’uomo rimette l’arma al suo posto e guarda nello specchietto retrovisore. Si fa serio, si gira di scatto e il suo sguardo incrocia quello di Massimo che non riesce a muoversi. Subito riprende la lama e comincia a colpirlo sgraziatamente. La posizione non gli è favorevole e non riesce a dare colpi mortali. Massimo cerca di divincolarsi ma lo spazio è stretto e subisce i fendenti. Il dolore è lancinante, quasi non sente più i suoi arti. L’uomo continua con ferocia finché non vede il petto esposto della sua nuova vittima. La lama trapassa la camicia sottile ed apre uno squarcio nel petto di Massimo che di colpo si ferma. Il suo corpo si accascia sul sedile, poi tutto diventa nero.

Il corpo di Massimo fu trovato dalla polizia due giorni dopo. Quando il giorno successivo alla morte il negozio rimase chiuso tutti pensarono che fosse ancora stanco dal giorno precedente. Al secondo giorno vennero avvisate le forze dell’ordine che entrarono di forza nell’appartamento. Lo ritrovarono steso sul divano con la bocca ancora piena di schiuma. Non c’erano dubbi, arresto cardiaco. Il cuore era il punto debole di Massimo, lo sapevano tutti. Secondo l’autopsia si era fermato alle cinque di notte. A detta di tutti era meglio così, se n’era andato nel sonno senza soffrire. Non sapevano tutta la storia. Quello che era risultato strano era la presenza di alcuni segni sul suo corpo. Su braccia, gambe e torace c’erano dei segni di ferite rimarginate, come se qualche giorno prima Massimo si fosse tagliato con un vecchio rasoio.

Marzo 1997

Antonio Lettere scese le scale insieme a Don Gaetano. L’aria puzzava di muffa, dovettero farsi luce con una candela.

-Ecco lì, riuscite a vedere Totonno? Questi li abbiamo trovati facendo gli ultimi lavori di ristrutturazione della chiesa. Non sapevamo nemmeno che ci fosse una cripta così vecchia. Chissà da quanti anni sono qui

-Vedo, vedo. Don Gaetano siete sicuro che volete buttare via tutto?

-Per carità di Dio, sì! Sono tutti oggetti consacrati. Inginocchiatoi, sedie, confessionali. Non possono uscire dalla chiesa per essere usati. Bisogna buttarli e fare in modo che nessuno li usi. Lei mi assicura che sarà fatto?

-Certamente. Provvederò personalmente a tritarli. Una volta che sono diventati segatura sarà più facile bruciarli. Non vi preoccupate, siete in mani sicure

-Lo spero bene, Totonno. Non voglio nemmeno immaginare per quale motivo questi oggetti sono stati messi qui e nascosti. Specialmente quei confessionali, chissà quanti peccati hanno dovuto ascoltare negli anni. Allora è tutto chiaro, potete anche prenderli adesso

-Sarà fatto

Il parroco si congedò e risalì le scale mentre Antonio rimase a guardare e pensare come portare via tutto quel legno. Era legno pregiato, lui se ne intendeva. Sarebbe stato un vero spreco buttarlo via. Proprio legno di alta qualità, magari uno strappo alla regola poteva farlo a patto che Don Gaetano non sapesse niente. Era troppo impressionabile quel sant’uomo, che male avrebbe fatto un po’ di legno. Quei confessionali, ad esempio, con dei pezzi così lunghi si potrebbe costruire un bel letto. Ma sì, deciso, avrebbe costruito a tempo perso un bel letto per sostituire quello di casa che stava diventando vecchio.