21 Maggio 1948

Carmela non era sola nella stanza, ma in quel momento avrebbe tanto desiderato che tutti sparissero.

C’era la ragazza del palazzo di fianco che le pettinava i capelli, sua sorella Anna che le metteva un po’ di cipria per coprire il colorito troppo chiaro, e poi c’era la madre.

La madre, sprizzava felicità da tutti i pori, era tutta intenta a scambiare chiacchiere con chi veniva a casa a farle gli auguri. Rideva a voce alta, quasi volesse far sentire a tutti che il suo desiderio si stava realizzando. Il suo, esatto, non quello della figlia. Quel giorno la figlia si sarebbe sposata, ma era lei la protagonista della casa, senza curarsi affatto di come Carmela invece fosse presente solo fisicamente.

Il principio di tutto era stato anno prima, fino ad allora Carmela era vissuta in una casa quasi perfetta circondata da una famiglia unita e umile. Due genitori che davano tutta la loro forza per crescere due bambine piccole. Bambine che diventano ragazze insieme ai sorrisi di una madre che nascondeva le fatiche di ogni giorno e di un padre che accettava qualsiasi lavoro pur di far vivere la sua famiglia in maniera rispettosa. Una sorella maggiore sempre pronta a dare un po’ di coraggio alla piccola della casa. Sempre tutti uniti anche quando fuori c’era quella brutta guerra che non guardava in faccia a nessuno.

Poi, il tragico evento. Il padre era rimasto vittima di un incidente alla stazione centrale e dopo i pianti la famiglia ha dovuto rimboccarsi le maniche per andare avanti.

Tutte le persone caritatevoli che li circondavano fino a qualche giorno prima, man mano diminuivano. I primi giorni c’era un viavai di gente a casa che portava cibo e calore, poi qualche pasto già preparato, e dopo ancora solo qualche spalla su cui piangere.

La casa d’un tratto divenne buia e fredda. Prima era una famiglia, ora erano tre donne sotto lo stesso tetto che dovevano provvedere a sostentarsi.

Il primo “problema” si risolse abbastanza presto, Anna andò a vivere dalla zia a Miano. La famiglia della zia era grande, e dove mangiano in sei mangiano anche in sette. Fuori una, ora come andare avanti un due?

Maria, la madre di Carmela aveva sempre avuto la passione per il cucito, e riuscì a trovare lavoro in una sartoria in Via dei Mille. Il lavoro era tanto, molte volte ritornava a casa la sera tardi e riprendeva da dove aveva finito in laboratorio, ma tutto sommato veniva pagata abbastanza per mandare avanti la loro umile casa. Dopo qualche mese però le richieste del padrone diventarono più spinte.

“Perché non ti trattieni un altro po’ in laboratorio, fuori è buio e se vuoi posso farti compagnia io e accompagnarti dopo”

“Dovresti farmi conoscere tua figlia, se ti somiglia allora sarà proprio una bella piccerella”

“Ah, come farei senza di te.  Marì vieni qui e fatti abbracciare”

“E dimmi, dopo tuo marito non c’è stato più nessuno? Ma com’è possibile, una bella donna come te”

Tonino, un viscido omuncolo arrivato all’età di 54 anni senza mai sposarsi, che stava solo approfittando della sua posizione agiata per avvicinarsi sempre di più alle parti intime di una povera disgraziata. Ma Maria era troppo debole per ribellarsi, o forse era abbastanza forte da non cadere nella ragnatela tessuta dal “galantuomo” senza dover sacrificare una pedina importante.

Già, perché i tempi erano duri, il pozzo di miseria in cui erano cadute era profondo da non veder luce ed era da pazzi non approfittare di una mano che viene tesa pietosamente. Anche se quella mano è lurida e subdola e non sembra promettere nulla di buono.

Maria a quel punto riesce a vedere la luce, ma purtroppo è una luce capace di illuminare solo lei, di certo non Carmela. Proprio lei, Carmela, la figlia più piccola che ancora non aveva trovato una sistemazione. Badava alla casa, certo, amministrava quel piccolo regno intimo in cui si erano rifugiate insieme per combattere il mondo di fuori. Ma quell’idillio solo immaginario non poteva durare a lungo. Maria si convinceva che era la scelta migliore per tutti, specialmente per Carmela.

L’amore di una mamma è infinito, chi meglio di lei poteva capire quale sarebbe stato il destino migliore per la figlia. A volte diamo per scontato che la parola “amore” sia più vicina alla parola “dovere” che alla parola “felicità”.

In poco tempo il piano diabolico di Maria si materializzò. Senza dare sospetti tesseva le trame di una maglia che aveva un disegno ben preciso. Il primo passo fu quello di chiedere alla figlia di passare al laboratorio in cui lavorava per portarlo ogni giorno qualcosa da mangiare.

-La mattina vado via presto, tu con calma prepari qualcosa per me e passi a portarmela per mezzogiorno

Carmela era entusiasta, poteva uscire dalla sua piccola prigione ogni giorno, passeggiare per Via Dei Mille e fare un piacere alla sua cara madre. Un piccolo dono che nascondeva una serpe.

Ogni giorno Camela passava per il laboratorio, e proprio in quell’orario Tonino era lì per controllare le sarte prima di pranzo. Che coincidenza. Tonino non poteva non notare in quei giorni la presenza di una giovane e bella ragazza, di buone maniere, all’interno del suo negozio.

Maria passò al secondo atto della farsa. Dal negozio di Tonino comprò delle stoffe pregiate e quando tornava a casa, anche se stanca, riprendeva a cucire per la figlia nuovi abiti da indossare.

-Stai diventando grande Carmela, non sei più una bambina. Ti piacciono questi vestiti? Li metterai quando esci di casa

Chi non sarebbe orgoglioso di una madre così premurosa. Carmela abbracciava commossa la madre, dopo tante sofferenze vedeva in quei piccoli gesti tutto il bene incondizionato della sua famiglia.

Terzo atto, la falsa modestia. Tonino ogni giorno guardava Carmela in modo sempre più insistente, mettendola quasi a disagio. Lei non era il tipo di ragazza abituata ai corteggiamenti. A quel punto Maria per rompere l’inizio di tensione cominciava a deviare il discorso proprio nella direzione in cui voleva. Sapeva che le cose si sarebbero allineate verso un punto che aveva già studiato.

-Carmela, ‘a mamma, non essere timida. Il signor Tonino sicuramente ha riconosciuto il tessuto del tuo vestito. Vedete signor Tonino, questa è la stoffa che comprai da voi giorni fa, vedete com’è bella mia figlia con i vostri prodotti? Vedete come questa stoffa esalta gli occhi verdi di mia figlia?

-Ma come? Voi già lavorate tanto qui, poi a casa continuate pure a lavorare? Ma non sia mai! Non vi dovete dannare tanto, a questa bella ragazza regalo io qualche bel vestito. Vieni qui e scegli quello che vuoi

Carmela era imbarazzata e radiosa allo stesso tempo. Tutto ad un tratto qualcuno faceva qualcosa per lei senza chiedere nulla in cambio. Povera illusa.

Tutti i fili messi ad arte da Maria erano stati posizionati, ora non bastava che stringere ben bene il tirante e vedere l’effetto finale della trama che prendeva forma. Un disegno che per ora solo lei riusciva a vedere, e le piaceva tantissimo.

A casa Maria tranquillizzava la figlia dicendo che era un bel gesto quello di Tonino, che lui era una persona rispettabile, a modo, e che una brava ragazza non avrebbe mai rifiutato un gesto carino da parte di un gentiluomo. Carmela si convinceva che la madre aveva ragione, i vestiti le piacevano e Tonino non sembrava una brutta persona. Era il datore di lavoro della mamma, e il minimo che poteva fare era dargli una piccola soddisfazione.

Arrivarono i vestiti, belli come lei li immaginava, e insieme a questi arrivarono le richieste.

“Perché non te li metti domenica mattina? Ti vengo a prendere e passeggiamo un po’”

“Belli vero? Ne puoi avere quanti ne vuoi se stiamo un po’ insieme”

“La mia età non deve spaventarti, io provo qualcosa per te che va oltre la nostra differenza di età”

La ragazza era agitata, ma i consigli di una madre servono proprio a dare sicurezza in situazioni in cui ci si sente perduti. Che male c’è a soddisfare le richieste di un uomo innamorato. Avere accanto una persona con una sicurezza economica era una bella cosa. Anche lei non era più una ragazzina, quindi doveva pensare al suo futuro. Al matrimonio.

Non ebbe nemmeno il tempo di digerire quella parola, matrimonio, che già Maria e Tonino presero ad organizzare il tutto. Nel giro di qualche settimana era già tutto pronto, i vestiti cuciti dalle sarte, la chiesa, il banchetto, il vino per il brindisi preso nella cantina fidata di lui. Carmela ebbe l’impressione di essersi svegliata all’improvviso in un’altra vita, come se prima d’ora stesse solo assopita in uno stato di dormiveglia.

Cercò chi chiedere spiegazioni alla madre, ma di colpo si rese conto che anche lei era cambiata. Non parlava più in modo gentile, ora l’imperativo categorico era solo il matrimonio. Nei giorni seguenti fu presa da attacchi di panico, si chiuse in casa per non uscire fuori. Fu lo stesso Tonino a costringerla ad uscire, si presentò a casa urlando e buttando giù la porta del bagno, la prese per un braccio e la portò in giro sbraitando contro di lei. Tutti dovevano vederli insieme, iniziavano a girare le voci di lei che non voleva più sposarlo, e quelle voci andavano zittite.

Povera Carmela, d’un tratto si rese conto di essere solo una comparsa in un’opera teatrale  scritta e diretta da Maria. Ormai non parlava quasi più, accettava passivamente ogni decisione. Non aveva più forze, ormai aveva capito che la sua unica forza veniva dalla sua famiglia, da sua madre con cui aveva condiviso sempre tutto, ed ora che nessuno dei suoi genitori era più vicino a lei si sentiva sprofondare. Solo un giorno riuscì a vincere lo sconforto ed uscire di casa, non disse nulla alla madre e al futuro marito, in fondo era solo una camminata innocente per schiarirsi le idee. In casa respirava lentamente, aveva bisogno di una boccata d’aria vicino al mare. Forse uno sfogo, un bel pianto guardando le onde che si infrangono sugli scogli avrebbe giovato.

Il fatidico giorno arrivò, e Carmela era ancora lì dove l’avevamo lasciata. Un manichino con lo sguardo fisso nel vuoto davanti ad uno specchio che rifletteva soltanto la propria ombra.

La sorella la guardava e la compativa, ma sapeva che ormai era tutto inevitabile, forse un giorno si sarebbe ripresa e avrebbe accettato tutto sorridendo.

Nella chiesa di Santa Maria della Pazienza lo sposo era già sull’altare a scambiare convenevoli con gli invitati. Erano tantissimi, tutto il quartiere Avvocata era presente per omaggiare i novelli sposi. La giornata era bellissima, sembrava che il sole si fosse messo in tiro per regalare un giorno perfetto.

La sposa entrò in chiesa, il brusio di fondo piombò in un silenzio rispettoso. L’organo iniziò ad intonare la marcia nuziale mentre Camela, con il velo che copriva la faccia di cera, camminava lentamente nella navata principale, accompagnata da Maria che mostrava un sorriso radioso e salutava di nascosto gli invitati. Nessuno si accorse che la scena assomigliava più ad una camminata verso il patibolo che verso un sacro altare.

Il sacerdote li unì in matrimonio, si dilungò nella predica per elogiare la coppia, in particolar modo Tonino che era conosciuto da tutti. Gli applausi scoppiarono alle parole “Vi dichiaro marito e moglie”, tutti eccetto uno erano contenti in quel luogo divino.

Ci fu solo un piccolo particolare, alle parole “finché morte non vi separi” lo sguardo assente di Carmela ebbe un piccolo sussulto, i lati del volto si alzarono leggermente in un piccolo sorriso, impercettibile da tutti i presenti. Nessuno si accorse di questo piccolo dettaglio.

I festeggiamenti si trasferirono nella casa di Tonino, insieme a tutti gli invitati. Erano tutti ammassati nel cortile, cibo e vino in abbondanza per tutti. Maria e Tonino avevano pensato a tutto. Dopo il ricevimento gli sposi si sarebbero trasferiti a casa di lui per iniziare la loro vita insieme, col tempo anche Maria si sarebbe trasferita, era già tutto scritto.

Era arrivato il momento del brindisi finale, Tonino fece arrivare il vino prima di congedare gli invitati e godere della sua nuova vita. Tutti gli invitati alzarono i bicchieri, il discorso di Tonino non era niente di che. Forse l’effetto inebriante della giornata di festa o forse l’alcol già ingurgitato prima, disse qualcosa meritandosi qualche risata e poi un sonoro “Alla salute!” mentre Carmela rimase in silenzio con il calice alzato.

Tutti bevvero quel vino benedetto dalle parole dello sposo, e quello fu l’inizio della fine.

Il primo a cadere supino a terra fu un anziano signore, il padrino di Tonino. Appena cadde, i più vicini iniziarono ad urlare e cercarono di dargli una mano pensando ad un malore improvviso. Poi di colpo altre tre persone in contemporanea stramazzarono a terra. In un attimo tutto intorno si sentivano urla strazianti, rumore di gente che vomitava l’anima, pianti di paura. L’inferno si era appena materializzato in quel cortile, ed ancora nessuno aveva capito chi fosse l’artefice. Tonino aveva appena allontanato sorridente il bicchiere dalle labbra quando si rese conto di cosa stava succedendo. Davanti a lui una scena orribile, più della metà degli invitati era a terra, morta, gli altri si trascinavano e si disperavano negli ultimi attimi di vita, mentre cercavano consolazione verso di lui, C’era chi lo guardava con uno sguardo interrogativo, silenzioso, come a cercare una spiegazione di tutto. Lui era interdetto, cercava di dare una spiegazione ma non riusciva. C’era chi cercava di scappare, ma il portone del cortile era stato chiuso a chiave, chi poteva averlo fatto?.

Si girò verso Carmela, ancora con il bicchiere a mezz’altezza, capì in quell’istante cosa stava succedendo. Si diresse verso di lei, furioso, probabilmente l’avrebbe avvicinata e si sarebbe scagliato su di lei per fargliela pagare. Se solo fosse arrivato vicino a lei. Fece due passi, poi una fitta al petto lo fermò. Fece cadere a terra il calice, che era rimasto ancora tra le sue mani. La vista era appannata, guardò a terra e ritornò a vedere Carmela ancora senza espressione in volto. Avrebbe preferito capire il perché, almeno percepirlo da un suo sguardo, da una sua emozione. Ma lei era ancora un manichino che osservava imperturbata la scena della sua tragedia. Tonino cadde a terra in un urlo di dolore, il suo cuore si fermò nel dubbio.

Passarono solo pochi secondi e il silenzio tornò a regnare in quel luogo. Un silenzio rotto solo da un flebile lamento. Maria era seduta davanti a Carmela, la guardava con occhi sgranati ed impauriti, non aveva la forza di dire nulla. Non era arrabbiata, non era capace di pensare a cosa fare. Era soltanto terrorizzata da quella piccola sagoma con il calice in mano che non guardava nemmeno nella sua direzione. Sarebbe morta di lì a poco come tutti? Cosa le avrebbe detto sua figlia? Non sapeva cosa stesse per succedere, ed era la prima volta dopo tanto tempo che si sentiva così schiava di una situazione che non manovrava.

Finalmente Carmela si girò verso di lei, lentamente. Non sembrava adirata ma seria.

-Puoi berlo tutto, non ti preoccupare. Il tuo non è avvelenato

Maria si impietrì, la voce di Carmela non sembrava quella che lei conosceva. Ora aveva la certezza che fosse lei l’artefice di tutto.

La ragazza si avvicinò alla madre, ancora lentamente, non aveva fretta.

-Li ho ammazzati tutti, li hai ammazzati tutti. Non mi interessa quanti, anche se ne avessi ammazzato uno solo meriterei l’inferno.

Un passo verso la madre. Un passo ancora.

-Mi fidavo di te, eri la mia forza, il mio punto di riferimento. Da quando papà non c’è più eravamo una cosa sola, avremmo dovuto remare insieme verso la stessa direzione in un mare in tempesta. Dov’è finita la madre che la sera mi pettinava e mi coricava a letto dicendomi di non aver paura del buio? Dov’è finita la madre che mi abbracciava e mi diceva che sarebbe stata sempre dalla mia parte?

Ancora due passi, Maria respirava a fatica.

-Hai messo il tuo piacere davanti a tutto, anche davanti a tua figlia. Volevi una bella vita ma senza pagare le conseguenze. Non hai mai pensato che io potessi essere infelice in tutto questo? Era soltanto il tuo piano per una scalata sociale? Mi fai schifo.

Carmela era ora davanti a Maria, ancora seduta sulla sedia.

-Lo sai perché il tuo vino non è avvelenato? Non pensare che alla fine ti abbia risparmiato perché ti voglio bene. Io voglio che tu sia quella a pagare di più, non meriti la clemenza della morte. Tu devi sopravvivere perché tu hai avvelenato tutti, anche la tua cara figlia. Ho già scritto una lettera a tuo nome in cui scrivi come hai fatto ad avvelenarci tutti. Giorni fa sono passata in farmacia, ho comprato io il veleno ma prima di uscire ho indossato i tuoi vestiti, quelli che hai addosso tu oggi, mi sono coperta bene il viso per non farmi vedere. Poco fa ho fatto mandato via un bambino dalla polizia per avvisarli di aver visto te che eri in cucina che urlavi con una cameriera che ti aveva scoperta. A quest’ora lo sapranno tutti, è questione di tempo e verranno a prenderti

Maria iniziò a vedere ora la trama di Carmela, e capì che il disegno era più diabolico di quanto pensasse.

-Sopravvivrai vedendo questa scena ogni giorno della tua vita, ma sarai in prigione e non nella bella vita che avevi progettato. Rivedrai ogni giorno le tue figlie morire, e saprai che è solo colpa tua. Potevi evitare questo, ma non l’hai mai preso in considerazione. Da lassù papà ti starà guardando, non sarà per nulla fiero di te.

Alzò il braccio, Maria di scatto chiuse gli occhi per paura di un colpo ma li riaprì pochi secondi dopo vedendo Carmela con il calice ancora in mano.

-Alla salute, mamma

Scolò il bicchiere e lo gettò a terra vedendo i mille pezzi di cristallo frantumarsi sul basalto.

Chiuse gli occhi e sorrise, un sorriso che non le veniva naturale sul volto da troppo tempo. Cadde a terra senza dire una parola o un lamento. L’ultimo atto della tragedia era finito, per sempre.

Maria la guardò e iniziò a piangere, sentì avvicinarsi i passi dei poliziotti che iniziavano a battere sul cancello urlando di farsi aprire.