26 Novembre 2017

La domenica c’era l’appuntamento fisso di Gianpaolo, il mercato delle pulci. Quasi ogni settimana si recava nel suo luogo preferito alla ricerca di affari o anche solo per immergersi in un’atmosfera che gli ricordava gli anni ‘80 della sua giovinezza. Di solito si soffermava davanti alle bancarelle di prodotti di musica e tecnologia. Negli anni aveva imparato a concludere buoni affari e creare una rete di conoscenze che gli aveva permesso di mettere le mani su oggetti rari.

Quella sua passione era abbastanza recente. Era passato appena un anno da quando la sua vita era cambiata completamente quando Maria, sua moglie, lo aveva lasciato dopo soli due anni di matrimonio. La ragione ufficiale era una soltanto, secondo Maria lui era troppo infantile, troppo legato ai ricordi di infanzia e giovinezza, troppo attaccato alla sua famiglia di origine. In realtà dopo otto mesi dal divorzio Gianpaolo scoprì che Maria aveva dato alla luce un bel maschietto ed era andata a vivere con il suo nuovo compagno.

Tutto quello che rimaneva a Gianpaolo era la magra consolazione di aver terminato quanto prima un rapporto che non lo avrebbe portato da nessuna parte. Non mancavano le parole di incoraggiamento di amici e parenti. Le solite frasi di circostanza che a lui non davano niente.

Meglio così, una così meglio perderla che trovarla

Dai, almeno per fortuna che non ci sono i figli

Hai capito la str…

Non ci pensare, ne conoscerai un’altra migliore

a Gianpaolo sembrava di conoscerle tutte quelle frasi. Apprezzava il gesto gentile di chi voleva solo tirarlo su di morale, di chi non ci era mai passato in una situazione del genere e non sapeva affrontare la cosa. Lui solo sapeva come ci si sentiva. Dopo aver dato tutto per quel rapporto, coronato un sogno dopo anni di sacrifici, essere piantato in asso. Avere il benservito e scoprire che quella che lui considerava la donna della sua vita nel frattempo lo stava già tradendo e stava progettando una vita diversa senza di lui.

Intanto lui ne uscì con dignità. Dall’esterno tutti lo elogiavano per il modo in cui stava affrontando quella brutta tegola che gli era caduta in testa. In realtà dentro di lui ribolliva di rabbia e avrebbe voluto gridare al mondo quello che realmente pensava. Ma fu bravo anche in questo, l’energia che aveva incanalato la riverso verso qualcosa anziché verso qualcuno. Lei gli aveva detto che era troppo infantile? E sia, lo sarebbe stato davvero. Di punto in bianco cominciò a collezionare oggetti vintage che gli ricordavano i momenti più belli della sua vita, quando tutto era leggero e la vita da adulto sembrava qualcosa di veramente lontano.

Vinili, audiocassette, riviste, ma anche vecchi computer, console di gioco, impianti audio. Girava vecchi negozi e mercatini alla ricerca della sua dimensione che si proiettava in un passato romantico. Si trasferì di nuovo a casa dei suoi genitori e prese possesso della sua vecchia stanza. Riprese dagli scatoloni tutta la sua roba vecchia di decenni e la arredò secondo le mode del tempo. Quella stanza rispecchiava il suo animo ed era diventato il suo rifugio personale. Quando non era fuori casa per lavoro passava ore all’interno della sua camera, da solo. D’altronde per un quarantenne come lui era meglio restare solo con sé stesso che vedere i conoscenti e soffrire per le loro belle vite familiari.

Gli affetti si dividevano tra chi fomentava le sue scelte legittime e chi lo metteva in guardia su un comportamento che lo escludeva dal mondo.

Fai bene, ora che sei libero puoi fare quello che vuoi senza essere giudicato

Sicuro di non stare esagerando? Vivi il presente, non il passato

Che male c’è, la vita è tua e fai quello che pensi sia meglio

Secondo me stai troppo il tempo da solo, dovresti uscire di più

Intanto lui proseguiva per la sua strada, i consigli gli rimbalzavano addosso su quell’armatura di gomma che si era costruito.

La domenica era il suo giorno preferito, si svegliava presto la mattina ed era tra i primi ad entrare all’interno del mercato dell’usato. Ormai conosceva tutti, commercianti e clienti abituali. Avrebbe potuto muoversi ad occhi chiusi tra le bancarelle, sapeva l’ubicazione di ogni venditore. Nel poco tempo in cui aveva coltivato la sua passione era diventato anche un discreto esperto. Non poche volte qualcuno gli chiedeva opinioni su qualche articolo o una stima approssimativa. Si sentiva padrone di un mondo che stava costruendo con le proprie mani. Anche quel giorno non era da meno. Al mattino presto era già fuori al cancello del mercato delle pulci e si apprestava ad entrare nel suo regno.

-Ciao Gianpaolo, come stai?

-Bene, grazie. Tu?

-Bene, bene. Senti quei pezzi di ricambio per il Commodore 64 vedo di farteli arrivare per la settimana prossima. E’ un problema?

-Assolutamente, grazie ancora

-Buona giornata

-Gianpaolo, vuoi vedere le “nuove” cassette che ho preso questa settimana? Sono sicuro che ti piaceranno, sono ancora chiuse nella bustina di plastica

-Ciao Gennaro, magari dopo. Ora devo passare da Piero

-Va bene, io sono qui. Buona giornata

L’inizio era sempre una sfilza infinita di saluti cordiali. Gianpaolo era un buon cliente e nessuno voleva perderlo. Lui quel giorno però aveva voglia di prendere qualche disco in vinile da ascoltare il pomeriggio in solitudine. Aveva il suo bancarellista di fiducia, Piero, dal quale aveva già acquistato parecchio materiale. Non solo era sempre fornito, ma era anche competente in materia di musica. Forse il migliore con cui Gianpaolo aveva mai parlato. Camminò lungo il percorso ed arrivò da Piero. Sul tavolo in bella mostra c’erano numerosi dischi in vinile ordinati alfabeticamente per artista. Una vetrina che faceva gola a tutti gli appassionati, bastava solo sapere quanto spendere.

-Ciao Piero, buongiorno

-Buongiorno a te Gianpaolo. Come stai?

-Bene, grazie. Tu?

-Non mi lamento. Sei passato qui solo per vedere o vuoi comprare qualcosa?

-Avevo pensato di prendere qualcosa

-Qualcosa di conosciuto o sconosciuto?

-Beh, dipende dal tuo significato di “conosciuto” e “sconosciuto”. Se mi rapporto a te non esiste niente di sconosciuto

-Sei troppo buono Gianpaolo. Eppure devi sapere che c’è sempre qualcosa che posso non conoscere e che mi stupisce ancora

-Davvero?

-Esattamente. Guarda, proprio qualche giorno fa ho preso questi dischi ad un’asta di un vecchio negozio del centro storico che ha chiuso definitivamente per debiti. Ho fatto affari comprando le prime edizioni di dischi famosissimi e nella collezione ho trovato questo

Appena finì la frase porse a Gianpaolo un disco ancora confezionato. La copertina era rosso scuro con in rilievo la scritta della band, The pain, e il titolo che era tutto un programma. Il paradiso di inferno. Prese il disco tra le mani e lo girò, sul retro non c’era nessuna informazione. Niente tracklist, niente elenco degli artisti, niente etichetta della casa discografica.

-Interessante, eh? Sembra un disco fatto in casa

-In che senso?

-Tipo i bootleg, forse il gruppo lo ha registrato in sala e ha prodotto solo qualche copia

Gianpaolo con l’altra mano tirò fuori dalla tasca il suo smartphone e sbloccò lo schermo. Iniziò a digitare qualcosa quando Piero lo riprese.

-E’ inutile che cerchi su internet. Anche io ci ho provato e non ho trovato nulla. Non so chi siano questi The pain né come questo disco possa essere finito sugli scaffali di un negozio di musica

-Quindi stiamo parlando di un gruppo sconosciuto che pubblica un album sconosciuto. Chi mi dice che non sia un disco vuoto messo in una bella copertina per fare uno scherzo?

-Ci ho pensato anche io, ma non ho intenzione di scoprirlo. Finché rimane qui, non lo apro. Lascio la risoluzione di questo enigma a chi lo comprerà

Piero era un bravo venditore e conosceva bene i suoi clienti. Gianpaolo era sempre alla ricerca di qualcosa, nuovo o vecchio. Bastava solo gettare qualche esca e sapeva che il pesce avrebbe abboccato all’amo. Il suo punto debole era la curiosità e la voglia di conoscere più del suo venditore. Come volevasi dimostrare, dopo averlo girato e rigirato tra le mani un paio di volte, Gianpaolo guardò con sguardo serio Piero.

-Quanto vuoi per questo?

-Sei un cliente abituale, a te chiederei 20€

-Ma è quasi una pesca di beneficenza, venti euro sono troppi

-Prendere o lasciare, sei tu che mi hai chiesto qualcosa di sconosciuto

Gianpaolo ci pensò qualche secondo ma la curiosità era troppa. Doveva avere quel disco, aprirlo ed ascoltarlo. Prese il portafogli e porse una banconota da venti euro a Piero che intascò sorridendo.

-Buon ascolto, fammi sapere come sono

-Eh no, non ti faccio sapere nulla. Se vuoi te lo rivendo

I due si salutarono ridendo, poi Gianpaolo percorse velocemente i viali fino ad uscire dal mercato delle pulci. Era troppo interessato a scoprire quel segreto per godersi una lenta passeggiata. Entrò in macchina e si diresse subito a casa.

Una volta arrivato salutò velocemente i suoi genitori, suo padre era seduto sul divano mentre cercava di selezionare non senza difficoltà un film su una delle piattaforme streaming on demand che Gianpaolo aveva configurato sul televisore di casa, sua madre invece era intenta a preparare un pranzo luculliano. Una volta entrato nella sua camera, Gianpaolo prese il disco ancora incellofanato per guardarlo meglio. Era ancora restio, aprirlo o non aprirlo? Tenerlo confezionato e immacolato oppure aprirlo e scoprire nuova musica? Si riservò di decidere dopo qualche minuto, voleva prima cercare su internet qualche notizia su quel gruppo sconosciuto.

Dopo i primi dieci minuti sui più importanti motori di ricerca si rese conto del perché Piero non avesse reperito notizie. Il web era all’oscuro dei The pain, nessuno aveva mai scritto qualcosa su di loro. Anche la navigazione nei forum amatoriali non aveva prodotto alcun risultato significativo. Sembrava proprio che quella band fosse sconosciuta e che probabilmente si trattava di un album amatoriale, probabilmente senza alcun valore.

Ormai Gianpaolo era sicuro, doveva aprire il disco ed ascoltarlo, non avrebbe perso nulla. Al massimo avrebbe riposto il disco nella sua confezione e lo avrebbe tenuto in perfetto stato per poi rivenderlo nel caso avesse saputo qualcosa in più. Prese la copertina e tolse la pellicola trasparente. Appena tolse la confezione gli arrivò alle narici uno strano odore. Pensò si trattasse della puzza di chiuso, probabilmente il disco era rimasto in quello stato per troppo tempo. Avvicinò il naso al vinile, più si avvicinava più l’odore diventava forte. Gli ricordava quasi quello dello zolfo. Chissà se era una trovata pubblicitaria per rimarcare il tema del disco. Forse era un concept album.

Lo guardò un’ultima volta prima di metterlo sul suo giradischi. Spostò il braccio dell’apparecchio e appoggiò la puntina sul disco. All’inizio fu silenzio, un insopportabile silenzio, era ancora convinto che quello fosse uno scherzo e lui fosse la vittima. Dopo qualche minuto sentì qualcosa. Il volume era basso quindi alzò lentamente il selettore per aumentarlo. Suoni, rumori, poi una voce maschile. Grave, roca, ma aveva una caratteristica inconfondibile, era riprodotta al contrario. Cominciò ad ascoltarla incuriosito anche se non riusciva a capire il significato. Sapeva bene che in passato numerosi artisti famosi avevano usato quella tecnica bizzarra per mandare messaggi subliminali ai loro fan o anche solo per alimentare dicerie che gli avrebbero garantito più vendite.

I minuti passavano lenti, Gianpaolo ascoltava le parole senza senso che uscivano fuori dalle casse cercando di carpirne un significato. Era sovrappensiero quando sentì un forte rumore. Saltò dalla sedia impaurito prima di rendersi conto che qualcuno aveva bussato alla porta della sua stanza. Andò ad aprire, era sua madre.

-Posso iniziare a buttare la pasta?

-Mamma sei tu? Ti avviso io tra una mezz’oretta, se non è un problema

-Va bene, aspetto te

Richiuse la porta dandosi dello sciocco. Era troppo impegnato ad ascoltare il disco da spaventarsi al minimo rumore. Si rimise seduto e cominciò a pensare. Se tutto il disco era inciso al contrario non c’era motivo di continuare ad ascoltarlo. Tra l’altro la musica non sembrava esserci quindi era necessario capire il senso del testo. Avvicinò quindi il giradischi al computer e posizionò un cavo all’uscita audio. Fece ripartire il disco dall’inizio mentre nel frattempo riordinava la stanza. Quella specie di nenia in sottofondo non lo disturbava, si accorse dopo una ventina di minuti che il disco non emetteva più suoni quindi staccò la registrazione ed avviò un programma per modificare la traccia audio appena salvata. Dal menu selezionò i comandi per riprodurre la traccia al contrario. Appena finì l’operazione salvò il file e cliccò due volte per avviare il player.

Dal notebook si sentì una leggera musica di sottofondo, più che strumenti era un coro di voci bianche. Dopo qualche secondo iniziò la parte di quello che avrebbe dovuto essere il frontman del gruppo. Più che una canzone era un parlato, come se stesse recitando una poesia. Purtroppo non era in italiano, le parole erano incomprensibili. Gianpaolo si applicò per individuare qualche parola ma non fu in grado di capirne il linguaggio. Era sicuramente una lingua a lui sconosciuta. Intanto più la voce continuava a parlare e più un senso di angoscia pervadeva l’animo dell’uomo. Dopo qualche minuto accadde qualcosa di straordinario quanto macabro.

All’improvviso tutti i dispositivi audio presenti nella camera di Gianpaolo cominciarono ad emettere suoni. Il subwoofer collegato ad un impianto stereo, le casse del suo pc, i giocattoli parlanti, addirittura un vecchio carillon che cominciò a girare, ogni dispositivo riproduceva qualcosa. Non ci volle molto per capire cosa stessero riproducendo. Erano voci, voci umane che si liberavano in lamenti sempre più alti. Voci femminili e maschili, più il loro volume aumentava e più la voce della traccia faceva lo stesso. I lamenti imploravano pietà, soffrivano, chiedevano la morte piuttosto che un supplizio così doloroso. Gianpaolo era immobilizzato sulla sedia e non riusciva a muovere un muscolo. Ascoltava impietrito quelle urla che pian piano sembra conoscere.

Abbi pietà! Abbi pietà!

Uccidimi, ti prego uccidimi!

Aiuto! Qualcuno mi aiuti!

Vai via demone!

Avrebbe voluto muovere anche solo un braccio, stoppare la riproduzione e fuggire da quell’incubo. Sentiva le gocce di sudore che gli scendevano dalla fronte, gelide come pezzi di ghiaccio. Era spacciato, gli sembrava di essere come Alex, il protagonista di Arancia Meccanica, mentre è costretto ad osservare scene di violenza contro il suo volere. Era quasi sul punto di cedere quando un forte rumore attirò la sua attenzione.

Di colpo aprì gli occhi, rendendosi finalmente conto di stare dormendo. Il rumore era continuo, dopo i primi secondi di incoscienza capì che si trattava del campanello. Si alzò di scatto dalla sedia e controllò in giro, gli oggetti che prima si comportavano stranamente sembravano di nuovo normali. Era stato sicuramente un sogno, uscì dalla stanza ed andò ad aprire mentre continuavano a suonare il campanello. Strano che nessuno dei due genitori fosse andato ad aprire.

Arrivò all’ingresso ed aprì la porta senza guardare nello spioncino. Si ritrovò davanti due agenti di polizia, uno con lo sguardo serio, l’altro mostrava un piccolo sorriso di circostanza.

-Salve, il signor Castaldo?

-Sì, sono io. Anche mio padre però, lei chi cerca?

-Siamo qui perché siamo stati allertati per un’emergenza. Hanno chiamato in centrale perché hanno sentito urla e forti rumori provenire da questo appartamento

Gianluca rimase di stucco. Cosa era successo? E perché i genitori non c’erano in quel momento? Stava per pensare al peggio quando la soluzione gli venne in mente e un piccolo sorriso gli si stampò sul volto.

-Ah, ma certo. E’ colpa mia scusate. Ero nella mia camera ad ascoltare musica. E’ una lunga storia… il disco che ho comprato stamattina è un po’… particolare. L’ho ascoltato a tutto volume, non pensavo si sentisse così forte. Mi dispiace che qualcuno abbia potuto pensare a qualcos’altro

I due poliziotti si guardarono con fare sospettoso poi si rivolsero nuovamente a Gianpaolo.

-Lei vive da solo, signor?

-Gianpaolo. No, ci sono anche i miei genitori

-Sono in casa adesso?

-Pensavo di sì, forse sono usciti mentre ero da solo in camera

-Possiamo entrare e controllare?

A Gianpaolo venne in mente la frase che di solito sentiva nei film gialli, “non può entrare se non ha un mandato” ma pensò che in quell’occasione non c’era nulla di male a farli entrare. Magari li avrebbe invitati ad ascoltare il disco per confermare la sua tesi e togliere ogni dubbio dalle loro menti prevenute.

-Certamente, prego

Li lasciò entrare mentre lui si diresse in cucina.

-Gradite qualcosa? Un caffè, un the?

-Non possiamo grazie. Magari solo un po’ d’acqua

-Ok, sono subito da voi poi vi faccio ascoltare il disco in questione e vi racconto tutto dall’inizio

Si girò e avanzò verso il frigorifero. Lo aprì e quello che vide gli bloccò il fiato in gola. Non ebbe il tempo di realizzare cosa stesse succedendo che girò gli occhi all’indietro e svenne, cadendo di colpo sul pavimento.

Quando si risvegliò non capì subito dove si trovasse. C’era una luce bianca, forte, che illuminava la stanza vuota con una scrivania al centro. Lui era seduto su una sedia, appena si rese conto di essere all’interno dello sgabuzzino si alzò di scatto. Una mano si posò con forza sulla sua spalla.

-Signor Castaldo, rimanga seduto

-Cosa succede? Perché sono qui?

-Signor Castaldo, lei si ricorda di me? Sono venuto nella sua abitazione

-Sì, eravate in due. Ma non ho capito cosa…

-Ricorda di essere svenuto dopo aver aperto il frigorifero?

Gianpaolo visualizzò l’immagine che gli si era presentata aprendo il frigorifero. In tutti gli scompartimenti erano ammassate delle buste di plastica che grondavano sangue. In una in particolare, trasparente, aveva riconosciuto una testa umana con il volto di suo padre. Quando ripensò a quel momento ebbe un conato di vomito e si sedette di nuovo sulla sedia.

-Si sente bene? Quando ha aperto il frigorifero ha perso i sensi e le abbiamo fornito soccorso. Ricorda cosa è accaduto prima del nostro arrivo?

-Dove sono? Dove sono i miei genitori?

-La scientifica è già arrivata e sta effettuando le analisi della scena del crimine. Da una prima verifica sembra che i suoi genitori siano stati uccisi, i loro corpi sono stati… conservati nel frigo di casa

Gianpaolo era intontito. I suoi genitori erano morti. Qualcuno li aveva assassinati, fatti a pezzi e tutto mentre lui stava ascoltando musica estraniandosi dalla realtà. La voce dell’agente lo risvegliò da quei pensieri, riportandolo alla dura realtà e non lasciandogli neanche il tempo di elaborarla.

-Lei ricorda cosa è successo prima del nostro arrivo?

-Come scusi?

-Quando è stata l’ultima volta che ha visto i suoi genitori?

-Stamattina, quando sono arrivato a casa. Sono uscito per andare al mercato delle pulci e sono rientrato verso le 11

-C’è qualcuno che può confermare la sua versione dei fatti?

-Certo! Il signor Piero, ha una bancarella al mercato. E’ da lui che ho comprato quel vecchio disco…

Gianpaolo si bloccò di colpo. Gli venne in mente quel pensiero, ma era troppo incredibile per ripeterlo ad alta voce. Non poteva essere, non era colpa del disco, di quell’incubo che aveva vissuto ad occhi aperti. Eppure più ci pensava e più si rendeva conto che tra le voci che sentiva nella stanza c’era qualcuna che conosceva. Che poteva essere dei suoi genitori.

-Continui, perché si è interrotto? C’è qualcosa che deve dirci?

-No, nulla… oppure… 

-Dica

-Il disco… quel disco che ho comprato. Contiene una strana traccia audio registrata al contrario. Quando l’ho ascoltata è successo qualcosa di strano. Ho sentito delle voci che urlavano

-Ritiene che le voci siano dei suoi genitori?

-Sì! Pensavo che fossero del disco e invece erano i miei genitori che imploravano aiuto! Tutto mentre ero nella mia stanza e potevo fare qualcosa

L’ispettore cercò di calmare Gianpaolo che cominciò a piangere a dirotto.

-Si tranquillizzi. Ora l’importante è capire chi è l’assassino e come abbia fatto ad entrare in casa. Il disco di cui parla è ancora qui? Nella sua stanza?

Gianpaolo annuì con la testa, l’agente diede l’ordine ad un collega di andare nella sua stanza a verificare la sua versione. Intanto Gianpaolo non poteva capacitarsi di quanto accaduto. Nella sua testa dava la colpa a tutto. Alla sua vita da ossessionato di dischi, alla sua ex moglie che lo aveva ridotto in quello stato, al venditore che era riuscito a fargli comprare un oggetto che non valeva niente. Avrebbe voluto urlare davanti a tutti, sfogarsi per la prima volta dopo aver inghiottito troppa merda. Non si accorse che uno degli agenti presenti in casa sua si avvicinò all’ispettore riferendogli qualcosa nell’orecchio mostrandogli lo schermo di un notebook. Quando ebbe finito di ascoltare, l’ispettore divenne serio e ritornò accanto a Gianpaolo con sguardo risoluto.

-Signor Castaldo, la dichiaro in arresto per l’omicidio dei suoi genitori

Gianpaolo sgranò gli occhi per lo stupore. Com’era possibile che proprio lui venisse accusato di quel crimine? Doveva assolutamente chiarire la situazione, lui era solo una vittima e il vero carnefice era ancora libero.

-Non capisco, cosa dite? Non posso essere stato io, lo posso dimostrare

-Mi dispiace ma le prove che abbiamo raccolto sono tutte contro di lei. Le consiglio di non fare resistenza…

-Ma le dico che non è possibile! Io ero nella mia stanza! Ecco, solo ora mi viene in mente, ho installato delle telecamere per tutta la casa! Forse ero troppo scioccato per ricordarlo prima, vedete quello che c’è nelle registrazioni e vi renderete conto che io non c’entro!

Sul volto di Gianpaolo comparve un sorriso di speranza, aveva trovato la prova lampante della sua innocenza e la chiave per catturare il vero assassino. Nessuno però provvedeva a togliergli le manette e gli sguardi di tutti i poliziotti presenti non cambiavano la loro espressione seria. Fu l’ispettore a parlare in tono grave.

-Controllare le telecamere di sicurezza è stata la prima cosa che abbiamo fatto. Conferma la sua versione dei fatti sul rientro a casa per le 11, ma nessun altro è entrato in casa. Inoltre le telecamere interne hanno registrato questo

Un altro agente girò verso Gianpaolo un notebook. Dal monitor partì una registrazione. Si vedevano le vittime intente a preparare la tavola per il pranzo, subito dopo comparve un’altra figura. Era lui, Gianpaolo. Si diresse verso la cucina ed aprì uno dei cassetti. Prese una mannaia e senza esitazione si avvicinò alla madre. Un solo colpo, netto, all’altezza dell’avambraccio. La donna si inginocchiò mentre una parte del braccio penzolava attaccata ancora per un lembo al resto del corpo. Aprì la bocca, forse stava urlando ma il suo carnefice continuò l’opera. Un colpo sulla spalla, poi uno sul cranio. Il corpo della madre si accasciò a terra mentre il marito fece qualche passo indietro cadendo rovinosamente sul pavimento. Gianpaolo si accanì su di lui finché il corpo finì di muoversi.

La scena dell’assassinio era sotto gli occhi di tutti. Gianpaolo guardava quei pixel in bianco e nero che decretavano la sua condanna. Non riusciva a dare una spiegazione plausibile di quello che aveva visto. Sapeva di non essere lui quello del video, lui era solo nella sua stanza quando tutto era accaduto.

-Non sono io! Quello non sono io, dovete credermi!

-I fatti parlano chiaro, è lei l’assassino dei coniugi Castaldo

-No! Non sono io! E’ il disco! Vi dico che è il disco che ho comprato! E’ maledetto!

-Abbiamo analizzato il disco che era presente sul giradischi nella sua camera. E’ vuoto, non contiene nessuna traccia audio

Gianpaolo ascoltò quelle parole in silenzio, poi cominciò ad urlare parole incomprensibili mentre i poliziotti lo ammanettarono e lo portarono fuori dalla sua abitazione. Nell’uscire di casa, mentre lo trascinavano a forza, si guardò per l’ultima volta nello specchio dell’ingresso. Quello che vide non era il suo volto ma quello di un demone con la pelle scura, lunghe corna appuntite e una lunga barba. Il volto del male che lo guardava ridendo.

10 Settembre 2011

La pioggia veniva giù a secchiate mentre la vecchia Fiat Tipo percorreva le stradine deserte che dai Ponti Rossi portano verso Miano. Il manto stradale non era dei migliori, pezzi di asfalto si staccavano lasciando piccole voragini che si riempivano velocemente di acqua piovana. La visibilità era scarsa, i vecchi fari anteriori riuscivano ad illuminare solo una piccola parte della carreggiata ma tutto quello non sembrava essere un problema per Antonio. Quella strada l’aveva percorsa tante volte, troppe, neanche lui ricordava bene quante. La macchina arranca in un tratto in salita, subito dopo in piano acquista più velocità. Solo poche curve separavano il conducente dal termine di quella serata. Una come tante, una notte che doveva finire come tutte le altre.

Antonio parcheggiò sul ciglio della strada, inserì il freno a mano ed uscì. Intorno a lui c’era solo il silenzio e una leggera foschia che saliva piano dall’erba. L’abitazione più vicina era a qualche centinaio di metri quindi poteva permettersi il lusso di fare rumore senza disturbare nessuno. Si portò sul lato posteriore della macchina ed aprì il bagagliaio. All’interno c’era un sacco dell’immondizia scuro, e non era vuoto. Fece uso di tutta la sua forza per prenderlo e caricarlo su una spalla. Chiuse il bagagliaio e si avvicinò ad un grande cancello arrugginito.

Con una mano cercò di rovistare nella tasca della giacca ma non riuscì a trovare quello che cercava. Imprecò, posò il grosso sacco a terra e vuotò le tasche. Finalmente ecco le chiavi, prese quella più grande e la usò per aprire il cancello. Davanti a lui c’era una distesa di terra in parte incolta. Apparteneva alla sua famiglia da lungo tempo. Suo padre e prima ancora suo nonno coltivavano in quel terreno frutta e verdura da vendere al mercato. Suo padre gli diceva sempre di non abbandonare mai quel lavoro dignitoso, o almeno di non disfarsi mai di quel piccolo appezzamento, magari in futuro lo avrebbe rivenduto guadagnandoci un bel po’ di soldi. Antonio aveva seguito quel consiglio ma senza risultato. Anche lui aveva intrapreso la strada di suo padre, lavorava la terra ogni giorno e vendeva al mercato, ma la sua era una vita misera.

Era solo tutto il giorno, nessuna distrazione, nessun amico, nessuna donna. Da giovane non aveva nemmeno concluso gli studi quindi non poteva nemmeno sperare in un capovolgimento della situazione. L’unica sua vita era il lavoro e le abitudini. Stessa casa di sempre, stesso tragitto ogni giorno, stessa vita. Per fortuna c’era il suo “hobby” che negli anni lo aveva tenuto buono. Aveva sempre pensato che senza quella sua, come la chiamava, piccola perversione avrebbe rischiato di impazzire e sarebbe finita come in quei film in cui una persona comune va in strada e fa una strage di innocenti. Per fortuna però il suo passatempo non coinvolgeva le persone innocenti, almeno secondo il suo modo di pensare.

Antonio aveva scelto le sue vittime in maniera quasi automatica, quelle che da secoli erano i bersagli preferiti da ogni serial killer. Le prostitute. Nella sua vita mancava proprio la componente amorosa, mancava una donna che lo facesse sentire bene. Per quel motivo ogni settimana saliva in auto e scorrazzava per la città in cerca di una brava donna che lo potesse accontentare. Ogni volta un quartiere diverso, era l’unico ragionamento lucido che una mente semplice come la sua poteva fare. La sceglieva, la pagava, godeva del suo servizio e poi la uccideva. Proprio così, a sangue freddo, senza pensarci su due volte.

Era proprio come dicevano tutti, il difficile è soltanto la prima volta, poi si fa l’abitudine. Gli piaceva farlo subito dopo l’amplesso, quando era ancora eccitato. Trovava il suo appagamento quando le sue mani grosse si stringevano intorno al collo delle sue vittime. Le guardava negli occhi, così belle, mentre la vita le abbandonava. Siamo abituati a vedere gli assassini come persone fredde, meticolose, sempre un passo avanti alle forze dell’ordine. Non è sempre così. Esistono quelli come Antonio, che non sarebbero nemmeno capaci di scrivere il nome “serial killer”. Un tipo normale, con una vita normale che ogni settimana decide di concedersi un piccolo lusso. Lui non è un freddo calcolatore, è solo uno schiavo dei sentimenti. Schiavo di quel piacere che prova ogni volta, schiavo dell’amore che prova per le sue vittime. Sì, perché lui le sceglie per la propria bellezza, quando sta con loro immagina una vita normale. A modo suo, si innamora quando le incontra fino al momento in cui le libera dalla vita terrena. Prima di ucciderle le giudica, sa che “loro” lo fanno per i soldi. Non sono come lui, non provano per lui quello che lui prova per loro. Non lo amano quindi non vale la pena farle vivere.

Quella era proprio una di quelle sere, quelle del suo divertimento, della sua caccia. Con la sua auto da sfigato si era recato in una delle strade buie della sua città, illuminate solo dal fuoco dei copertoni sui marciapiedi. Il suo tour personale comprendeva dapprima la visione della mercanzia. Con la prima marcia innestata percorse lentamente la via per ammirare le ragazze che gli si offrivano. Scelse, come sempre, la più bella. Magra, alta e svestita come le altre. Si fermò per contrattare sul prezzo, lei sparava alto ma lui acconsentì, sapeva già che quei soldi sarebbero tornati nelle sue tasche.

Lei salì in macchina, lui la guardava ed ammirava la sua bellezza esotica. Probabilmente era dell’Europa dell’Est. Insieme si recarono in uno dei suoi posti segreti, un viale nascosto dove poter fare quello che voleva in tutta tranquillità. La ragazza era brava, molto, quello dovette pensare Antonio quando fece sesso con lei. Quando finirono la guardò, i suoi occhi erano ipnotici. Ma c’era un impulso più forte, più violento dentro di lui. Con le sue mani tozze le diede uno schiaffo improvviso, poi si accanì su di lei. La strozzò, come aveva già fatto con le altre. Lei non riuscì a rendersi conto di quello che stava succedendo che era già diventata un’anima lontana dal corpo. Quel corpo che più tardi riempiva la busta nera accanto al cancello arrugginito.

Antonio prese nuovamente il suo bottino e si incamminò al centro del terreno. Lì sotto c’erano i suoi segreti. La pioggia aveva coperto le tracce di dissotterramento del terreno ma lui sapeva bene i posti dove aveva conservato i corpi delle sue vittime. Ricordava a memoria la posizione esatta di ognuna di loro. Non conosceva i loro nomi, a malapena ricordava i loro volti, ma sapeva bene dove aveva riservato il loro personale loculo. Non che le ricordasse nelle sue preghiere, oppure che portasse loro dei fiori, sia chiaro. Le collezionava come fossero piccoli trofei della sua personale bacheca.

Dopo pochi metri arrivò nel punto desiderato. Aveva già preparato tutto durante il mattino, c’era già lo spazio necessario per accogliere la sua nuova ragazza. Adagiò lentamente il sacco a terra e lo aprì. Guardò per l’ultima volta la donna. Era bellissima, doveva ammetterlo. In quel momento pensò che forse era la ragazza più bella con cui aveva fatto l’amore. Per un istante brevissimo pensò addirittura di aver sbagliato ad ucciderla, in quel frammento di un secondo immaginò una vita diversa con lei. Ma durò troppo poco, quel ricordo venne inghiottito bruscamente dalla realtà della vita.

Antonio prese di peso la sua vittima e la scaraventò nella fossa che lui stesso le aveva scavato. La dispose in una strana posizione, con braccia e gambe incrociate in modo da occupare meno spazio. Purtroppo le vittime aumentavano e lo spazio era sempre lo stesso, doveva arrangiarsi e ridimensionare le fosse. Una volta compattato il corpo si allontanò per prendere la vanga e mettersi all’opera per coprire il tutto. Era poco lontana, all’interno del piccolo capanno. La prese ma quando ritornò notò qualcosa di strano. Il braccio destro della ragazza era in una posizione diversa da dove l’aveva lasciato. Lui l’aveva piegato sul petto mentre ora era disteso, aperto. Non gli interessava sapere il perché, non aveva le conoscenze adatte per capire come mai un corpo morto riuscisse a muoversi. Si calò all’interno della fossa e sistemò nuovamente il braccio nella posizione migliore. Risalì e con la vanga prese a coprire il cadavere. Cominciò dal basso, fino alla fine voleva osservare quel viso di rara bellezza. Coprì prima i piedi, poi le gambe e il ventre, poi si fermò. Sentì un rumore strano provenire dal cancello. Posò l’arnese e andò a controllare. Doveva assicurarsi che nessuno lo disturbasse, non poteva permettersi un contrattempo simile.

Arrivò fino all’ingresso, in silenzio. Si guardò intorno ma non vide nessuno. Provò a richiamare l’attenzione di qualcuno, urlò affinché chiunque fosse lì lo ascoltasse, ma niente. Si convinse di essere da solo quindi ritornò al suo lavoro. Prese nuovamente la vanga e cominciò a buttare terreno sul cadavere quando notò ancora una volta il braccio in una posizione diversa. Stavolta era disteso lungo i fianchi. Imprecò urlando, quelle situazioni paradossali stavano solo rallentando l’inevitabile. Scese nella fossa e piegò il braccio con tale forza da spezzare il gomito. Sentì il rumore sordo delle ossa che si piegavano in modo innaturale quando ad un tratto vide la testa della ragazza girarsi nella sua direzione. Antonio lanciò un urlo di paura e cadde a terra guardando terrorizzato la ragazza. Si aspettava che questa aprisse gli occhi o cominciasse a parlare, magari non era ancora morta. Si diede dello stupido, doveva controllare meglio il battito prima di metterla nel portabagagli.

Passarono alcuni secondi che sembravano interminabili, poi si rese conto che era fuori pericolo. Si era solo impressionato inutilmente, la ragazza era morta davvero anche se trovava davvero strano quello spasmo improvviso. Si alzò in piedi, la offese con aggettivi volgari e sputò sul suo volto. Risalì dalla fossa e prese ancora una volta la vanga. Questa volta non lasciò che nessuna distrazione lo distogliesse dal suo compito. Con una forza sempre maggiore in pochi minuti riempì il vuoto con tutto il terreno possibile. Aveva perso tempo prezioso e quindi doveva procedere velocemente. Una volta terminato il lavoro appiattì il terreno in eccesso per coprire bene le tracce dello scavo, la pioggia avrebbe fatto il resto.

Si sollevò e guardò in alto, tutte le stelle brillavano nel cielo ora sgombro di nuvole. Si asciugò la fronte sudata, aveva esaurito tutte le forze ed aveva soltanto bisogno di riposare. Lasciò cadere la vanga a terra e fece per andarsene, ma non ci riuscì.

Qualcosa lo aveva preso per una spalla e lo strattonò con forza facendolo girare. Antonio non poteva fare nulla per evitarlo, perse l’equilibrio e cadde a terra. Sollevò Lo sguardo e mise a fuoco. L’oscurità non lo aiutava, dopo pochi secondi vide una figura in piedi davanti a lui. Era nuda, o quasi. Era una donna. Aveva il corpo pieno di sangue e terreno, il volto lo fissava con uno sguardo tutt’altro che naturale.

-Ciao, ti ricordi di me?

Quella domanda prese Antonio in contropiede. In quel momento lui non sapeva proprio chi fosse quella donna. rimase a bocca aperta senza dire nulla.

-Ma come? Non ti ricordi? Siamo stati bene, in quei pochi minuti

Cercava di riorganizzare i pensieri ma niente, non riusciva ad associare quel volto ad una persona conosciuta.

-Mi deludi, pensavo mi amassi davvero. Vediamo se questo te lo ricordi

In quel momento alzò la testa mostrando il collo. Aveva una macchia scura, come i segni di uno strangolamento. Riabbassò la testa mostrando il lato sinistro. Una macchia ancora più scura circondava l‘occhio e lo zigomo.

-Ora ricordi? Volevo liberarmi da te, hai dovuto darmi due pugni in faccia prima di strangolarmi. E’ successo due mesi fa

Antonio iniziava a capire. Ricordava quel volto, ma non era possibile che lei fosse lì davanti a lui. Era una delle sue vittime, ricordava di averla adescata nei pressi della zona industriale. Dopo aver fatto sesso con lei cercò di ucciderla ma lei riuscì a scappare dall’auto. La rincorse, le assestò due pugni e poi la strangolò. Ricordava dove l’aveva seppellita, si girò di scatto per vedere proprio in quella direzione. Ebbe un mancamento quando vide che proprio in quel punto il terreno era stato tolto.

-Esatto, ora hai capito. Ero proprio lì, in quel punto. E non sono sola

Antonio si girò verso di lei e vide comparire alle sue spalle altre figure. Avanzavano verso di lui mostrando i loro corpi seminudi e le loro facce. Le guardava, riconosceva ognuno di quei volti. C’era la ragazza nera che aveva ammazzato il mese precedente, c’era la rossa della settimana prima, c’era addirittura la sua prima vittima, come dimenticarla. Tutte davanti a lui, tutte con lo sguardo pieno di rabbia. Si avvicinavano imminenti mentre lui cercava di camminare all’indietro a quattro zampe.

-E’ inutile che scappi, ci siamo tutte e siamo ritornate qui per prenderti

-Ora sei nostro, non puoi scappare

-Vieni qui, ti faremo provare quello che hai fatto a noi

Antonio continuava a scappare sul terreno bagnato senza distogliere lo sguardo dalle ragazze. Fece qualche metro, poi andò a sbattere contro qualcosa. Girò lo sguardo e vide la sua ultima vittima in piedi. Anche lei era uscita fuori dalla sua fossa per compiere la sua vendetta. Aveva il braccio destro che penzolava in modo innaturale. Gli si avvicinò con lo sguardo pieno di rabbia.

-Sei finito

Di colpo tutte le ragazze si gettarono su Antonio. Chi gli teneva ferme le gambe, chi gli teneva ferme le braccia. qualcuna cominciò a spogliarlo mentre le altre presero a graffiarlo sul volto e sul torace. Antonio urlava come non mai, ma nessuno poteva sentirlo. Quel luogo era lontano dalle abitazioni, lontano da orecchie indiscrete.

-Guarda, ti abbiamo preparato una bella fossa, vicino alle nostre. Neanche la morte ci separerà ora, sei contento?

Con una forza fuori dal normale le donne sollevarono il corpo di Antonio e lo gettarono in una larga fossa che avevano preparato per lui. Anche loro scesero ed iniziarono a percuoterlo. Calci, pugni, graffi, mani che si avvicinavano al collo e stringevano sempre di più. Le urla di Antonio erano sempre più forti. Dentro di lui una paura mai provata e la consapevolezza di essere parte di un incubo. Un incubo che lui stesso aveva fatto provare alle sue vittime. Le urla però cominciarono a diminuire, poi si fermarono. Il corpo di Antonio era senza vita, anche lui era stato vittima del suo orrore.

Le donne si alzarono e uscirono dalla fossa. Una in particolare, la sua ultima vittima, prima di andarsene si girò verso di lui e gli sputò in faccia.

-Mi chiamo Miriam, ricorda il mio nome quando arriverai all’inferno

Come governate da una forza invisibile le ragazze andarono ad adagiarsi silenziosamente ognuna nel posto che il killer aveva riservato loro. Si distesero, chiusero gli occhi e tornarono ad essere dei semplici cadaveri senza vita, senza nome. Chissà se un giorno quei cadaveri saranno ritrovati da qualcuno. Chissà se qualcuna di loro sarà riconosciuta, se qualche lacrima amica sarà versata per lei. Uno strano sorriso però si formò sui loro volti. Il sorriso di chi ha avuto, anche se troppo tardi, la propria vendetta.