1 Ottobre 1997

Gli avvenimenti del giorno precedente aveva scosso i ragazzi non poco. Fausto, Marco, Luigi e soprattutto Sara. Quattro adolescenti che fino a qualche giorno prima avevano una vita diversa. Le strade di tre di loro si erano già incrociate da qualche anno ma per l’ultimo arrivato, Fausto, la vita stava prendendo una piega diversa dal solito. In poco tempo troppi cambiamenti, il trasferimento a Ponticelli, la nuova classe, i nuovi professori, e poi quell’avvenimento. Solo un giorno prima. Tutto iniziato per caso, nei bagni di quel liceo che era così ostile.

La notte precedente i quattro erano andati oltre. Si erano spinti più in là del solito. Per Fausto era stata una notte indimenticabile sotto ogni punto di vista. La ragazza per cui provava qualcosa si era dimostrata capace di manipolare la realtà dei sogni, entrare nelle fantasie delle persone e fare in modo che anche i suoi amici potessero farlo. Marco e Luigi sapevano quel suo segreto e già da tempo erano invitati dalla ragazza per organizzare dei veri e propri party serali nella dimensione onirica. L’ultima volta però avevano erano entrati troppo all’interno dell’incubo di qualcun altro. Il loro vecchio e scorbutico professore di latino aveva rivissuto la sua personale tragedia familiare. Così come lui, anche i ragazzi avevano provato le sue stesse sensazioni, i suoi stessi dolori. Avevano capito a caro prezzo che nessuno mostra il suo vero volto, ognuno porta una maschera per nascondere le sue vere paure. E quella del professor Aspide era una maschera da duro che nascondeva un’anima fragile.

La mattina seguente i quattro si svegliarono e fecero colazione insieme ai genitori di Sara. Erano di poche parole, anche gli adulti se ne accorsero ma evitarono di fare domande. Si prepararono ed insieme si recarono a scuola. Quel giorno alla prima ora avevano proprio latino. Quando il professore entrò tutti si alzarono. Tanti soldatini sull’attenti, ma i quattro evitarono di incrociare il suo sguardo. Iniziò l’appello, poi le interrogazioni. Uno dei prescelti di quel giorno era proprio Luigi. Il ragazzo si alzò e si avvicinò alla lavagna.

Erano domande abbastanza facili, in pratica il programma dell’anno precedente. Declinazioni, storia del De bello gallico, Cicerone, ma Luigi fece scena muta. Il classico vuoto di memoria, accelerato dall’esperienza ancora viva di quell’incubo nella sua testa. Il professor Aspide andò su tutte le furie. Cominciò ad urlare ed inveire contro l’alunno che subiva la paternale senza reagire. Tutti si aspettavano almeno una reazione ma Luigi sapeva bene perché quel mattino il maestro era di cattivo umore e non se la sentì di dire nulla. Riprese posto accennando uno “scusa” a bassa voce.

Quando la campanella segnò la fine della prima ora il professore abbandonò l’aula. I ragazzi ripresero fiato, quell’ora era stata la più pesante che ricordassero. Fausto si stropicciò gli occhi, quando li riaprì vide che un suo compagno di classe lo stava fissando. Non distoglieva lo sguardo anche dopo essere stato scoperto. Fausto gli si avvicinò chiedendogli spiegazioni

-Niente di che. E’ per un sogno di stanotte, e se i sogni si raccontano prima di mezzogiorno poi si avverano

Quella frase così criptica lo fece allertare. Quella parola, sogno, quando la sentì pronunciare ebbe la pelle d’oca. Perché proprio quella frase? Chi era quel ragazzo dal volto così sicuro di sé? Solo in quel momento notò che a differenza di tutti gli altri che facevano parte di un gruppo, lui era sempre in disparte. Fausto era sovrappensiero quando Sara gli si avvicinò.

-Tutto bene? Come stai?

Fausto si girò e vide la sua amica, questa volta il sorriso che tanto amava non c’era e lasciava spazio ad un’espressione triste.

-Sì, abbastanza. Tu?

-Per niente. Di solito sono la prima ad andare contro i prof che maltrattano gli studenti. Ma prima…

-Hai ragione. Ora è tutto diverso

Si avvicinarono anche Marco e Luigi abbracciando la ragazza teneramente.

-Passerà. Forse…

-Diamoci tempo, ragazzi. E’ successo solo ieri. Tu, intanto, ti ho visto che parlavi con Franti

-Franti?

-Sì. Insomma, Longo. Tutti lo chiamano Franti, come quel ragazzo del libro Cuore. Ricordi, quello cattivo che viene anche espulso, mi sembra

-Ah, sì. Mi stava fissando di continuo e sono andato a domandargli il perché

-Hai avuto coraggio. E’ un tipo strano. Sempre schivo, a me fa veramente paura

-Comunque ha evitato la risposta, ha solo detto che riguarda un sogno che ha fatto ieri

Sara sgranò gli occhi guardando Fausto che stava finendo la frase.

-Sogno? Ti ha detto solo quello? Non ti ha detto altro?

-No, solo quello

Si girarono all’unisono in direzione del banco di Longo ma era vuoto. Guardarono in giro ma non lo trovarono, intanto entrò l’insegnante di Italiano e tutti presero posto. Longo rientrò in aula qualche minuto dopo. I quattro ragazzi rimasero distratti tutto il mattino guardando lo strano compagno di classe. Nulla di sospetto ma continuavano a pensare a quelle parole.

Al termine della giornata scolastica rimasero con quell’atroce dubbio. Parlargli o lasciar stare? Rischiare di stuzzicare la curiosità di un “estraneo” al gruppo oppure soprassedere e rischiare di non correre ai ripari? Decisero per la seconda ma non fu la scelta più facile.

Per il resto della settimana i quattro rimasero sempre uniti, riuscirono a ritagliarsi dei momenti in cui stare insieme appartati e parlare del loro segreto. Si diedero appuntamento di nuovo per una notte a casa di Sara, esattamente una settimana dopo l’ultima volta. Sarebbe stata una serata tranquilla, però, tutti erano chiari. Per Fausto non fu difficile convincere i genitori. Da quando il loro figlio stava frequentando i suoi nuovi amici sembrava rinato. Andava a scuola con maggiore voglia ed anche a casa era ritornato un sorriso che non vedevano da tempo.

I ragazzi si diedero appuntamento come al solito alle 19 all’ingresso del Parco Vesuvio. Portarono gli zaini a casa di Sara e poi passeggiarono all’interno del parco. L’aria di un’estate non molto lontana li accompagnava mentre chiacchieravano all’ombra degli alti alberi. Nessuno di loro poteva sapere che da dietro ad una finestra due occhi li stavano osservando.

La cena fu divertente come la volta precedente, subito dopo i ragazzi fecero di tutto per andare a letto il prima possibile. Ognuno nel proprio letto sperava di addormentarsi presto e godere del tempo quasi infinito nei loro sogni.

Ancora una volta fu Fausto l’ultimo ad essere svegliato da Sara. Gli altri erano già pronti e vestiti. In quell’occasione anche Fausto riuscì come gli altri a materializzare degli abiti diversi ed in poco tempo i ragazzi erano all’esterno del parco. Passeggiarono fino ad arrivare ad un piccolo spiazzo pubblico.

-Che facciamo adesso?

-Io un’idea ce l’avrei

Sara si concentrò a lungo, gli altri attendevano in silenzio. Lentamente intorno a loro si materializzarono delle pareti, da queste venivano proiettate delle luci colorate. I ragazzi rimasero a bocca aperta quando si resero conto davanti agli occhi prendeva vita una sala giochi.

Videogiochi, bowling, calcio balilla, un’intera sala giochi tutta a loro disposizione. Quando Sara ebbe finito si inginocchiò, aveva sprecato parecchia energia per quell’opera. Gli altri la aiutarono ad alzarsi preoccupati.

-State tranquilli ragazzi. E’ già successo altre volte, devo solo riposare un po’ e sarò al 100%. Iniziate a divertirvi voi

Marco e Luigi si tranquillizzarono alle parole dell’amica mentre Fausto era ancora preoccupato. Mentre i due presero posto davanti alle console tutte per loro, Fausto rimase accanto a Sara a tenerle compagnia. Stringeva la sua mano teneramente, in quel gesto c’era tutto il suo affetto per una ragazza che fino ad una settimana prima era una sconosciuta. Una bellissima sconosciuta.

Si riprese dopo qualche minuto, come se nulla fosse scattò in piedi, prese per un braccio l’amico e lo trascinò verso la corsia da bowling. Chiamò gli altri due ed organizzò una sfida. Insieme si divertirono un mondo anche se non potevano fare a meno di manipolare un po’ la fisica di quel posto per effettuare qualche tiro fuori dal normale. Sembrava che l’ansia, la paura, il rimorso di quello che era accaduto la settimana prima fossero solo un lontano ricordo. Ora erano semplicemente quattro amici che si divertivano in un mondo fatato.

Erano abbastanza stanchi quando uscirono da quel posto. Sara decise di lasciarlo lì, magari a disposizione di qualcun’altro che si sarebbe trovato lì in sogno. E poi, cancellarlo richiedeva lo stesso sforzo che aveva utilizzato per metterlo in piedi.

-Bene ragazzi, ora che facciamo?

-Non so, che ore sono? Saranno passate almeno tre ore

-Ma Fausto, ancora non hai capito come funziona qui?

-Spiego io. In pratica in questa dimensione il tempo non scorre come in quella normale. Possono passare giornate intere mentre nel mondo reale sono passati solo pochi secondi

-Esatto, pensa che la fase di sogno durante il sonno dura pochissimo, eppure a volte i sogni sembrano non finire mai. Specialmente quelli brutti

-Quindi state dicendo che dal momento in cui siamo usciti da casa di Sara è passato poco tempo e qui possiamo approfittare ancora?

-Esattamente

-Wow. Fantastico!

I quattro alzarono lo sguardo, intorno la città dormiva. Forse quello che stavano guardando non era il vero volto della città, Sara aveva già spiegato che in quel posto e in quel tempo la realtà si fondeva con il sogno.

-Vedete quelle ombre laggiù?

I ragazzi fissarono uno dei palazzi che componevano il Lotto Zero. Un’aura scusa aleggiava sul tetto, come una grande nuvola informe che danzava nell’aria.

-Cos’è?

-Non so con certezza, ma non presagisce nulla di buono. Forse è solo l’incubo di qualcuno, o forse qualcosa di più complesso

-Ho un amico che abita in quel parco, di sicuro nessun incubo può essere più spaventoso di quello che succede lì. O ti perdi o te ne vai

Stavano ancora assistendo a quello spettacolo a metà strada tra la curiosità e la paura quando videro una nube nera che avanzava dalla direzione opposta. Non capivano se si trattava di un’illusione o meno, ma sentivano nell’aria uno strano odore.

-Pensate quello che sto pensando io?

-Sembra puzza di fumo. Qualcosa sta bruciando

-Che aspettiamo? Andiamo a controllare

I ragazzi salirono in groppa alle bici che crearono all’istante. Percorsero il tragitto seguendo la scia di fumo. Più si avvicinavano all’origine, più cresceva un sospetto. Arrivarono dopo pochi minuti e capirono che le loro sensazioni erano giuste. Quella che stava andando a fuoco era la loro scuola.

-Ragazzi, fermatevi. E se fosse il sogno di qualcuno?

-Non possiamo saperlo, come facciamo? Dobbiamo fare qualcosa

-Come? In questo momento stiamo dormendo. Non possiamo modificare la realtà, solo il sogno

All’interno dell’edificio si stava espandendo un cerchio di fuoco mentre la colonna di fumo saliva più in alto. Intorno il silenzio, la città dormiva mentre una tragedia si stava presentando agli occhi dei giovani. All’improvviso Luigi realizzò qualcosa che gli altri non avevano ancora pensato, un dettaglio più che importante.

-Cazzo, ragazzi. Il signor Raffaele!

-Chi?

-Il custode! Abita nella casetta dietro al campetto, all’interno della scuola!

-Cosa? Se sta dormendo anche lui allora è in pericolo. Cosa possiamo fare?

-L’unica cosa è andare da lui e vedere se sta sognando. In quel caso se siamo fortunati possiamo entrare in contatto con lui e svegliarlo. Se si sveglia può scappare

I ragazzi decisero che quella era l’unica strada da percorrere. Con un po’ di fortuna avrebbero salvato sia il custode che la scuola, ma il primo aveva la priorità.

Scavalcarono il cancello ed entrarono nel cortile. Raggiunsero la piccola abitazione del custode. La porta era chiusa e dallo spiraglio in basso usciva una sbuffata grigia. Com’era possibile che il fuoco avesse già raggiunto quella casa? Attraversarono la porta senza aprirla, dentro era un inferno. Una grossa nube grigio scuro copriva completamente i due locali della casa mentre dall’angolo un fuoco si alzava silenziosamente. I ragazzi entrarono nella stanza posteriore e trovarono il signor Raffaele che dormiva beato nel suo letto, ignaro della tragedia intorno a lui. I quattro gli si avvicinarono.

-Starà dormendo, cosa facciamo?

-Se sta dormendo l’unica cosa che possiamo fare è interagire con il suo sogno. Ma se non sta sognando possiamo solo pregare che si svegli

Si girarono intorno ma non videro nulla che faceva pensare ad un sogno, intanto il tempo passava e per quanto fossero a conoscenza che nel piano reale il tempo era quasi fermo, sapevano che ogni istante era prezioso. All’improvviso Luigi notò qualcosa.

-Ragazzi, guardate! La sua espressione… sembra sofferente

Gli altri, sorpresi, si avvicinarono sempre di più al volto dell’uomo quando sentirono una voce urlare alle loro spalle.

-Che ci fate voi qui?

Si girarono all’unisono e lo videro. Era lì, davanti a loro, dalla corporatura sembrava un coetaneo ma indossava una maschera che raffigurava un diavolo. Era impossibile riconoscerlo, anche la voce sembrava camuffata. In mano stringeva con rabbia una mazza chiodata.

-Uscite subito fuori di qui!

-Chi sei? Come… come fai a vederci?

il ragazzo mascherato non si degnò neanche di rispondere alla domanda, scattò in avanti verso di loro alzando il braccio che brandiva l’arma. Lo abbassò velocemente, stava per colpire Fausto quando si sentì un rumore di metallo. Sara era stata più veloce ed aveva materializzato un enorme scudo che parò il colpo salvandoli tutti. L’altro fu sorpreso, Sara ne approfittò per capire meglio con chi avesse a che fare.

-Chi sei? Come fai a fare questo?

-Non te lo dirò mai!

Stava per assestare un altro colpo quando delle catene scesero dal soffitto e gli bloccarono braccia e gambe. Il ragazzo fu costretto a lasciare l’arma che cadde pesantemente sul pavimento. Sara era ancora in ginocchio, si alzò e con sguardo serio si avvicinò al loro nemico. Senza dire una parola prese la maschera e la tolse. Fu allora che tutti videro, sotto quel travestimento da quattro soldi c’era il loro compagno di classe Longo.

-Ma com’è possibile? Franti, che ci fai qui?

Il ragazzo stette in silenzio osservandoli con sguardo altero.

-Rispondi subito! Il signor Raffaele morirà se non facciamo qualcosa! Dacci una mano

-Ma non l’avete ancora capito, ragazzi? Guardatelo com’è arrabbiato. E’ stato lui a fare tutto questo

-Cosa? Lui? Ma com’è possibile? Non si può interferire con la realtà, lo hai detto tu. Come può aver fatto una cosa del genere?

-Solo lui può risponderci e sembra proprio che ora non ne abbia voglia. Dobbiamo fare qualcosa noi

Fu allora che Franti disse qualcosa in tono dispregiativo.

-Sapete dove abito?

Gli altri rimasero in silenzio, per due motivi. Il primo, non si aspettavano quella domanda proprio in quel momento. Magari un’accusa, una spiegazione di quello che stava accadendo, un pentimento, ma di certo nessuno si aspettava una domanda del genere. La seconda, effettivamente nessuno di loro sapeva dove abitasse.

-Quello nuovo non potrebbe saperlo, ma voi? Siamo nella stessa classe da più di tre anni, qualcuno si è mai degnato di domandarmelo? Ve lo dico io, abito al Parco Vesuvio, terzo palazzo sulla destra, primo piano

Sara stava percorrendo con la mente un itinerario immaginario nel parco, quando realizzò la posizione la sua espressione si fece più seria.

-Vedo che hai capito, non è vero? Abito nel tuo stesso palazzo, non lo sapevi, vero? Da tre anni facciamo lo stesso percorso per andare e tornare da scuola. A piedi, in autobus, non ho mai cercato di nascondermi ma tu non mi hai mai notato. Sai quante volte ero dietro di te e tu sei entrata nel palazzo e subito dopo hai richiuso il portone? Per te sono sempre stato invisibile, come per tutti gli altri della classe. Anche per i professori, i voti erano sempre più bassi ma anche loro evitano di parlarmi

-Mi disp…

-Non provate a dire che vi dispiace! Avete sempre fatto così, tutti quanti! Credete che sia io a scegliere di essere solo? Voi e i vostri gruppetti, mi avete messo al bando. Cosa avrei dovuto fare se non starmene per i fatti miei? E chi se ne frega se poi passo per quello strano

Fausto notò lo sguardo sempre più colpevole di Sara, non poteva permettere che lei si sentisse così. Mosso da un impeto di coraggio cercò di rimediare.

-Senti, Ciro. Ti chiami così, vero? Ciro, penseremo a questo dopo. Davvero. Ora però dobbiamo evitare una tragedia. Dicci cosa hai fatto ed insieme possiamo porre rimedio prima che sia troppo tardi

-Cosa vuoi che spieghi? Te l’ho detto una settimana fa che vi ho sognati, speravo di aver stuzzicato la vostra curiosità ma così non è stato. Ancora una volta mi avete ignorato. E’ stato per caso che vi ho visto nel mio sogno, ho sentito quello che dicevate. Sembrava una sciocchezza ma chissà come mai ho deciso di crederci. Da quel momento ogni notte nei miei sogni facevo progressi. Creavo cose, viaggiavo in posti mai visti. Poco alla volta questo diventava il mio regno, un regno dove posso comandare io e dove nessuno può farmi male. Ho imparato fin da subito che c’era qualcosa che io potevo fare ma che voi non siete  mai stati capaci. Modificare la realtà attraverso il sogno. Ci ho pensato tanto e mi sono anche dato una spiegazione. Voi siete dei privilegiati, il vostro mondo reale per quanto difficile sarà sempre migliore di ogni vostro sogno. Per me è diverso, io sto bene solo in questa realtà. Tenetevelo il vostro mondo, io non ne ho più bisogno

-Ciro calmati. Tu non sei cattivo, puoi ancora fare del bene. Quando ci sveglieremo sarà tutto finito. Farai anche tu parte del nostro gruppo, te lo prometto

-Certo, come no. E vissero tutti felici e contenti. Ma hai capito bene quello che ho detto? Io sono in grado di manipolare la realtà attraverso i sogni, secondo te perché sono ancora qui incatenato?

Fausto cominciò a tremare.

-Esatto, perché lo voglio io. Voi non potete far niente

In quel momento, appena terminò quella frase il soffitto cadde rumorosamente giù. I ragazzi vennero inondati dai calcinacci. Il dolore era reale, o quanto meno era proprio quello che avrebbero sentito in una situazione del genere. Si crearono un varco tra quelle macerie e videro Franti che indossava nuovamente la maschera.

-Siete impotenti. Dispiace anche a me per il signor Raffaele, ma dovevo pur cominciare da qualcuno. La mia vendetta colpirà tutti, nessuno escluso. Nessuno sarà capace di ricondurre la colpa a me. Provateci a spiegare alla polizia che è colpa mia, che attraverso i sogni uccido le persone o appicco degli incendi

Poi si girò dando loro le spalle, e se ne andò. I ragazzi lo guardarono camminare lentamente ma non fecero nulla. Aveva ragione lui, erano impotenti su quel piano. Una volta liberi tornarono al parco facendo più in fretta che potevano. Ritornarono a casa di Sara, ritornarono nel mondo reale. La prima a svegliarsi fu proprio la ragazza, subito appena aprì gli occhi andò a svegliare i suoi genitori. Le fu difficile convincerli che bisognava chiamare i vigili del fuoco, che la scuola stava andando in fiamme, che il guardiano era in pericolo. Non c’era nessuna nube nel cielo, forse erano ancora in tempo.

Gli altri ragazzi si svegliarono a causa del baccano che si era creato nella camera da letto. Supportarono la tesi di Sara, anche per loro era necessario fare qualcosa prima che fosse troppo tardi. I genitori dovettero deporre le armi, chiamarono il 115 e spiegarono la situazione al telefono, per quanto surreale fosse. Sara era sempre più preoccupata, convinse suo padre ad accompagnarla a controllare. Dopo pochi minuti erano tutti nell’auto familiare del padre di Sara, diretti la liceo Calamandrei, erano da poco passate le tre di notte. Fuori c’era già un mezzo speciale dei pompieri con la sirena accesa. Stranamente la scuola sembrava dormire un sonno sereno nella notte tranquilla.

I ragazzi rimasero in auto, dai finestrini videro uscire dal casotto nel liceo un uomo, era il signor Raffaele. Sembrava confuso, era stato svegliato nel pieno della notte e non aveva ancora realizzato il perché. Gli agenti perlustrarono l’interno edificio, dopo mezz’ora si allontanarono con un nulla di fatto.

-Signorina, questa me la dovrai spiegare per bene. Ora andiamo a casa e proviamo a riaddormentarci ma domani ne riparliamo

I quattro ragazzi si guardarono straniti. Cosa era davvero successo quella notte? Avevano davvero parlato con Franti nel sogno oppure lui stesso era il sogno di qualcun altro? E perché il signor Raffaele aveva una ferita alla testa quando stava parlando con gli agenti?

Ritornarono a casa con la coda tra le gambe, quella notte non riuscirono a riprendere sonno. Il giorno successivo andarono a scuola con la stessa felicità con la quale si va ad un funerale. Suonò la prima campanella, Franti era assente. Si guardarono preoccupati ma senza dire una parola. Fu a metà della terza ora che sentirono bussare alla porta. Era il preside, entrò e chiamò l’insegnante fuori dall’aula. Quando ritornò, il professore aveva un colorito pallido.

-Ragazzi… non so come dirvelo. Il preside mi ha appena comunicato che Longo è… è in coma. Attualmente è alla Villa Betania e non risponde agli stimoli esterni

I compagni di classe rimasero sconcertati, in particolare Sara, Fausto, Luigi e Marco sentirono il sangue gelarsi nelle vene. Si guardarono e pensarono alla stessa cosa. Longo, alias Franti, era l’entità con cui avevano parlato la notte precedente. Gli aveva mostrato ciò di cui era capace, quello che aveva imparato a fare all’interno dei sogni. Ed ora che non era più nel mondo reale, ora che era in coma, era il padrone assoluto di quell’altro mondo. Era il suo regno ormai e lui era il sovrano indiscusso. Gli occhi dei ragazzi divennero più seri, più tristi, anche dormire e sognare sarebbe stato più difficile per loro.

24 Settembre 1997

L’inizio dell’anno scolastico è un trauma, sempre. Ad ogni età, in ogni corso di studi, i primi giorni sono quelli più duri. Qualche settimana prima eri a crogiolarti al sole o a casa, senza alcun pensiero e godendo ogni minuto del giorno. Le giornate sembrano durare in eterno, l’estate sembra non finire mai. Poi, di colpo, arriva Settembre e senti nell’aria quei profumi che ti riportano con i piedi per terra. Le prime piogge, la città che lentamente si ripopola, il silenzio che fa posto al caos. E poi, si ricomincia di nuovo. Le aule, i banchi, la campanella, i professori, ma anche gli amici di sempre che nel bene o nel male sono sempre presenti.

L’inizio è sempre difficile, figurarsi quando non si conosce ancora nessuno, quando si è estranei a tutto ed il carattere timido non aiuta. Era così per Fausto, il nuovo arrivato della quarta H del liceo scientifico Calamandrei. Fino a qualche settimana prima era uno studente di un altro liceo scientifico, in un altro quartiere, poi di colpo i genitori hanno dovuto fare una scelta. La nonna materna era morta ed il nonno era rimasto solo in casa. Una situazione insostenibile considerando l’età avanzata dell’uomo rimasto solo. A quel punto decisero di trasferirsi tutti e tre in una casa poco distante dall’anziano in modo da dare assistenza più facilmente.

Tutto risolto quindi, tranne che per Fausto. Nessuno aveva pensato ad interpellarlo sulla scelta. Aveva pur sempre 16 anni, qualcuno avrebbe dovuto chiedere la sua opinione. Non fu così, subì la scelta e così si trovò di punto in bianco in un quartiere nuovo così lontano da dove era cresciuto. Dovera ripartire da zero, una cosa che forse era facile per i grandi o i più piccoli, ma per quelli della sua età era profondamente difficile.

Il primo giorno di scuola si rese conto di quanto la classe fosse affiatata. Non tutti, sia chiaro, ma i gruppetti che si erano formati erano saldi e probabilmente a numero chiuso. Dopo la prima settimana Fausto aveva l’impressione che se quella successiva non fosse andato a scuola nessuno se ne sarebbe accorto. Probabilmente non ricordavano nemmeno il suo nome, come lui non ricordava i loro. Aveva presente il volto di tutti ma non riusciva ad associare loro i nomi. Era più forte di lui, la mente rifiutava di imparare. Fu nella seconda settimana che avvenne qualcosa che cambiò tutto.

Era chiuso in bagno in silenzio. Avrebbe voluto chiudersi lì per tutta la mattina pur di non affrontare un’altra giornata da fantasma. Era appena finita la seconda ora di lezione e mentre gli altri erano rimasti in classe ad aspettare l’arrivo del professore, Fausto in silenzio era andato in bagno. Era lì già da qualche minuto quando sentì il rumore della porta esterna che si apriva. Dei passi regolari, poi delle voci.

-Allora stasera riesci a venire da Sara?

-Non lo so, i miei ieri hanno detto che mi spetta solo un’uscita alla settimana finché non recupero Latino e Matematica

-Ma come? Dai che stasera ritorniamo nel regno dei sogni! Uuuuuu

-Dai, finiscila. Mi brucio l’uscita di sabato se vengo stasera

-E che ti frega?. Pensa che Sara mi ha detto che prova a spostarsi un po’ più in là, prova a spingersi oltre il suo limite…

-Zitto! Che ti prende? Vuoi che qualcuno ci senta?

-Ma siamo da soli qui. Tranquillo Luigi non c’è nessuno. Immagina, stasera potremmo fare qualche bello scherzetto in giro

Fausto ascoltava quella conversazione sempre più incuriosito. Stava attento a non causare nessun rumore per celare la sua presenza. Aveva riconosciuto le loro voci, erano due compagni di classe. Voleva capire meglio di cosa parlassero. Purtroppo però sentì una strana sensazione alle narici. Un prurito leggero che in pochi secondi divenne insopportabile. Ormai era chiaro, stava per starnutire. Inspirò l’aria ed emise un rumoroso starnuto.

Di colpo il silenzio piombò nel piccolo bagno. Fausto si tappò la bocca istintivamente ma il guaio era stato fatto. Stava quasi pensando di averla fatta franca quando la porta si aprì di colpo e due figure gli si pararono davanti. Li aveva riconosciuti, erano i due del banco nella terza fila a destra e i loro sguardi non preannunciavano nulla di buono. Furono loro i primi a parlare.

-Che ci fai tu qui?

-Sono in bagno, secondo te?

-Non hai i pantaloni abbassati, non prenderci in giro. Ci stavi ascoltando

-Cosa hai sentito?

-Ragazzi, io…

La frase fu interrotta dal rumore della porta esterna che si apriva di botto. Entrò un ragazzo, anche lui della quarta H, con il volto rosso per la corsa.

-Ragazzi, il prof è in classe! Venite subito o vi mette una nota.

I tre tornarono contrariati in aula seguendolo, Fausto avvertiva gli sguardi in cagnesco degli altri due. Dopo le scuse al professore tutti presero posto. A metà della terza ora Fausto sentì un dito che gli tastava la schiena. Si girò e vide una mano che gli tendeva un foglio piegato. Era troppo teso per guardare il volto di quel messaggero. Si rigirò verso la cattedra e di nascosto aprì il biglietto. Solo poche parole su un foglio a quadretti, ma chiare come il sole.

Trattieniti fuori scuola alla fine delle lezioni. Dobbiamo parlare!

Qual punto interrogativo finale non era di buon auspicio, si era cacciato non volendo in una brutta situazione. Passò il resto della giornata a scuola con i battiti a mille e pensando a come scappare a casa.

Suonò la campanella, l’ultima di quella mattina. Si affrettò a mettere libri e quaderni nello zaino e uscì di corsa dall’aula. Dovette però fermarsi davanti al portone dell’istituto, ancora chiuso. Il signor Raffaele, il custode, andava sempre lento e quella giornata non era da meno. Fausto era fermo davanti alla porta quando si sentì strattonare alle spalle. Qualcuno lo aveva preso per lo zaino e lo obbligava a camminare all’indietro.

-Dove credevi di andare? Noi dobbiamo parlare

Una voce femminile, non gli sembrava familiare. Si girò e la vide, era la ragazza dell’ultimo banco. Capelli corti, biondi, maglietta scura con il logo di una band rock americana, jeans larghi e scarpe da ginnastica quasi del tutto coperte dall’orlo dei pantaloni. Aveva le braccia incrociate ed uno sguardo che non lasciava speranze. Nonostante l’espressione da maschiaccio Fausto non poteva non notare quanto fosse carina. Accanto a lei c’erano i due ragazzi incontrati prima nel bagno.

-Stai attaccato a noi, usciamo di qui e facciamo due passi.

Quando il portone si aprì un fiume di ragazzi uscì dall’istituto per riversarsi per strada. Alla fine di quel corteo c’erano i quattro giovani che camminavano a passo lento, uniti. Si fermarono non molto lontano, c’era una panchina di pietra distante dalla fermata dell’autobus. Lì erano sicuri che nessuno li avrebbe sentiti. I tre guardarono Fausto dritto negli occhi e cominciarono il loro personale interrogatorio.

-Andiamo dritto al sodo, cosa hai sentito prima nel bagno?

-Niente

-Non è possibile, dicci cosa hai sentito

-E va bene. Dicevate di andare da una certa Sara

-Sono io, continua

-Nulla, solo quello. Che uno di voi non sapeva se riusciva a venire. Poi avete parlato di andare lontano, da qualche parte

-Cosa pensi di aver capito. Spiegati

-Che avete in mente non so cosa. Magari uscire di nascosto, prendere la macchina dei suoi genitori e andare chissà dove. Ragazzi, non vi giudico, fate quello che volete

Gli altri si guardarono negli occhi con sguardi interrogativi.

-Siamo sicuri che sappia solo questo?

-Io di lui non mi fido. E se poi succede qualcosa e va a dire tutto in giro?

Parlò la ragazza con voce ferma.

-Il problema è un altro. E’ fuori strada e se decide di spifferare la sua versione in giro gli crederebbero. Ragazzi, io glielo dico

-Ma no! E’ nuovo, non lo conosciamo, non possiamo fidarci di lui

-Io mi fido. Sarà una sciocchezza ma guarda il portachiavi sul suo zaino

Tutti si girarono a fissare lo zaino di Fausto lasciato a terra. Sulla parte anteriore c’era un piccolo portachiavi con un simbolo, i ragazzi lo conoscevano bene.

-Ti fidi di lui solo perché ha sullo zaino il simbolo dei Ribelli? Se aveva quello dell’Impero invece?

-Conosce Star Wars, magari è un nerd come noi. Abbiamo iniziato con il piede sbagliato ma sento che possiamo provarci

Fausto li guardava parlare di lui come se non fosse presente. Una sensazione che aveva provato fin troppe volte. Poi si voltarono verso di lui ed un piccolo sorriso si formò sui loro volti.

-Ok, sei invitato anche tu stasera da me. Porta un borsone con un pigiama pulito, spazzolino, asciugamani e lo zaino pronto per domani. Abito al Parco Vesuvio, vediamoci tutti all’ingresso alle sette stasera. Puntuale!

Fausto non ebbe il tempo di accettare o rifiutare, i tre si allontanarono dandogli le spalle.

-Ma, io…

-Puntuale!

Ritornò a casa con una miriade di pensieri in testa. Cosa avrebbe detto ai genitori? Di punto in bianco dei fantomatici amici lo avevano invitato a dormire fuori? Come avrebbero reagito? Affrontò l’argomento a pranzo, fu difficile trovare le parole adatte. Li vedeva stranamente contenti. Certo, sapere che il loro timido figlio avesse già fatto amicizia era una buona cosa, ma volevano delle garanzie sui ragazzi. Parlare con i genitori della ragazza che li aveva invitati. Con un po’ di reticenza Fausto accettò di farsi accompagnare da suo padre, sarebbe salito a parlare con i genitori di Sara per tranquillizzarsi. Tutto sommato era andata più che bene.

Alle 19 in punto il padre accompagnò Fausto fuori al grande cancello del Parco Vesuvio, ad aspettare il ragazzo c’erano i tre inseparabili amici. Si presentarono, Fausto si rese conto che non conosceva i nomi dei due ragazzi, Marco e Luigi. Insieme si avviarono a casa di Sara. I genitori di lei tranquillizzarono l’uomo. La loro casa era grande e la ragazza aveva l’abitudine di invitare gli amici per la cena così come per la notte. Avrebbero dormito in tre stanze separate. Il padre di Fausto, soddisfatto, si congedò mentre i ragazzi scesero nel parco aspettando la cena.

Era un parco ben attrezzato, c’erano campi di calcio, di tennis, giostrine per i bambini più piccoli. Il posto ideale per una piccola comitiva. I ragazzi entrarono all’interno di uno dei campi di calcio, c’era già un pallone di cuoio così cominciarono a fare qualche tiro in porta.

-Giochi a calcio Fausto?

-Sì ma non lo seguo in TV

-Mettiti in porta, quando pari prendi il posto del tiratore

-SE pari

Puntualizzò Sara. In effetti la ragazza non andò mai in porta, ogni suo tiro era imparabile. Rispetto agli altri sembrava distante anni luce per tecnica. Fausto restava a bocca aperta mentre gli altri due erano poco sorpresi, lo conoscevano bene e sapevano di che pasta era fatta. Quel gioco insieme servi per farli sciogliere. La tensione che c’era stata quella mattina sparì velocemente, a vederli da fuori sembravano amici da una vita. Fausto in cuor suo sperava di trovare in loro dei veri amici, non semplicemente dei compagni di scuola di un solo anno. E poi c’era lei, Sara. Quando la guardava diventava completamente rosso e sperava che nessuno se ne accorgesse.

Dopo un po’ il padre di Sara si presentò sul campo per farli ritornare a casa, era già tutto pronto per la cena. I ragazzi salirono e si prepararono velocemente. Fu una bella serata, i genitori di Sara erano tipi alla mano, malgrado la differenza di età era piacevole conversare con loro. Per la prima volta dopo tanto tempo Fausto pensò che trasferirsi non era stata una cattiva idea. Dopo il pasto i ragazzi furono liberi di andare nella stanza di Sara. Chiacchierarono molto, parlarono del più e del meno. Sembrava quasi che l’argomento di quella mattina fosse stato dimenticato. Tutt’altro, sapevano che quello non era il luogo ed il momento adatto. I grandi potevano arrivare nella stanza in qualsiasi momento quindi gli argomenti da trattare erano ben altri.

Si erano fatte appena le 23 quando decisero di prepararsi per andare a letto. Fausto li seguì senza controbattere, anche se gli sembrava strana quella situazione. Si sarebbe aspettato un gesto, un segno, qualcosa che facesse capire cosa sarebbe successo dopo, ma niente. Si lavarono, misero i pigiami e si diedero la buonanotte, poi ognuno nella propria stanza a dormire. Sara nella sua cameretta, Luigi in una camera che era stata pensata per il fratello mai arrivato di lei, Marco e Fausto in un’altra camera con un letto a castello.

Era passata da poco mezzanotte ed era sempre più stranito. Provò a chiamare Luigi nel letto sopra di lui.

-Luigi sei sveglio?

-Sì, non riesco a prendere sonno. Ma dobbiamo provare a dormire

-Se non hai sonno potremmo parlare un po’

-Non se ne parla, dobbiamo assolutamente dormire. Poi lo capirai

-Capire cosa?

-Niente domande, fai sempre finta di niente. E’ l’unica regola

-Ok

-Senti, lo so a cosa stai pensando. Si vede lontano chilometri

-Cosa?

-Dai, non puoi mentirmi. Ti piace Sara

Fausto divenne paonazzo, per fortuna era buio e Luigi non si era affacciato.

-Questo silenzio è una conferma, lo sai?

-Ma no, smettila

-Fa come vuoi, a me non sfugge niente

-E se anche fosse?… Nel senso, se fosse così secondo te ci sono speranze?

-Lo sapevo! Non lo so, amico. Sara è così… imprevedibile. E’ una forza della natura

-Vi conoscete da parecchio?

-No, solo dal primo anno di liceo. Con noi è stato amore a prima vista

-Ah, scusa. Non pensavo che foste fidanzati

-Hai capito male, amico. Amore nel senso platonico. Diciamo che Sara non è il mio tipo. Se non fossimo così amici lo sarebbe Marco

-Ah, ok. Avevo capito male

-Figurati. Ora però basta parlare. Vediamo di prendere sonno

Il pensiero di Sara tenne sveglio Fausto ancora per un po’. Poi finalmente si addormentò.

Si sentì ondeggiare, la sensazione era come trovarsi su una zattera sull’acqua. Una voce ovattata lo chiamava. Pian piano la voce acquistava nitidezza, poi riuscì a sentirla Aprì gli occhi e vide una mano sulla sua gamba che lo ondeggiava. Gli occhi si abituarono al buio e vide il volto sorridente di Sara. Subito si alzò di scatto e vide che accanto a lei c’erano gli altri.

-Finalmente ce l’hai fatta! Siamo qui da non so più quanto tempo

-Scusate, ho il sonno pesante

-Ce ne siamo accorti. Su, andiamo

-Andiamo dove? Sono ancora in pigiama

-Quello non è un problema. E’ solo perché pensi di essere vestito così. Adesso pensa di essere vestito diversamente

Fausto li guardò stranito.

-Guarda come faccio io

Fu la ragazza a parlare. Chiuse gli occhi e inspirò profondamente. Di colpo il pigiama che indossava cambiò, si materializzò un’onda luminosa che quando scomparve lasciò il posto ad un paio di jeans e una maglietta verde. Fausto rimase paralizzato, chiuse e riaprì un paio di volte gli occhi. Non riusciva a credere a quello che aveva visto.

-Ma… Ma… Come?…

-Dì la verità, stai pensando di stare ancora sognando, non è vero?

Il ragazzo fece sì con la testa. Marco rispose prontamente.

-Ed hai proprio ragione! Vedi, la nostra amichetta ha un, diciamo, superpotere. Riesce a viaggiare nei sogni e può interagire con chi sta sognando

-Esatto. Però non è così semplice come lo dice lui. Se le persone sono più vicine allora è più facile, per quelli che sono lontani dal mio corpo allora è sempre più difficile

-Quindi state dicendo che io sono ancora qui nel letto a dormire?

-Sì. Non è come nei film in cui vedi il tuo corpo disteso e tu sei come un fantasma che vola. Quello che vedi intorno a te è un misto tra realtà e sogno e non è semplice distinguere le due cose

-Wow. Ecco perché l’altra volta nel bagno…

-Esatto. Noi siamo amici intimi di Sara e quindi conosciamo il suo segreto da tempo, ma immagina se qualcuno sapesse quello che è capace di fare. Ci siamo fidati di te, ma non possiamo dire lo stesso degli altri

Intanto gli altri avevano già effettuato il cambio di abiti, era da tempo che avevano imparato a manipolare la realtà onirica a proprio piacimento. Per Fausto l’operazione fu più lunga. Gli avevano spiegato che non doveva fare altro che volerlo, pensare qualcosa intensamente per fare in modo che questa si compia. Dopo una decina di minuti capirono che quella sera non avrebbe fatto progressi migliori, il massimo che riuscì a fare fu cambiare le pantofole in scarpe da ginnastica. Il risultato era tutto da ridere, un paio di scarpe e un pigiama azzurro.

-Ok, ora dove andiamo?

-Che ne dite se andiamo a fare un giro dalle parti del professore di Latino?

-Già, speriamo abbia degli incubi come li fa avere a noi durante la lezione

I quattro amici uscirono di casa e si riversarono in strada. Ogni cosa servisse bastava pensarla, ad esempio per uscire bastava solo immaginare che la porta fosse aperta. Ognuno di loro materializzò una bici per potersi spostare più velocemente. In pochi minuti arrivarono fuori dall’appartamento del professor Aspide. Parcheggiarono le bici sul marciapiede ed entrarono nell’appartamento.

Era piccolo, poche stanze e la maggior parte in disordine. Il maestro di Latino era sempre stato un tipo schivo. Rispetto ad altri insegnanti che cercavano di stimolare gli alunni, magari cercando di comprendere i loro modi di fare, le tendenze, Aspide prendeva sempre le distanze. Aveva una brutta opinione delle nuove generazioni ed ogni frase puntualizzava sempre quel suo concetto. Frasi del tipo:

Ai miei tempi i ragazzi erano più rispettosi

La vostra generazione non concluderà niente

Non avete proprio idea di cosa abbiamo dovuto subire noi per arrivare ad una società libera come la vostra

Non certo le parole migliori se si vuole tirare fuori dai ragazzi la parte migliore, ma era fatto così e proprio per quello era odiato dalla stragrande maggioranza dei suoi alunni.

-Vediamo cosa sogna il nostro prof. Per avere sempre quel suo bel caratterino mi immagino vampiri e licantropi

-Oppure nei suoi sogni ci siamo semplicemente noi studenti da torturare. Magari si lascia andare alle sue voglie più nascoste

-Se è così io rimango qui, ragazzi. Non ho proprio voglia di vedere qualcosa di orrendo

-Ma dai, Sara, stiamo scherzando. Giusto una sbirciatina

I ragazzi entrarono in punta di piedi nella camera da letto, il maestro dormiva in un sonno tranquillo

-Guardatelo come è rilassato. Forse ha già sognato

Parlò Sara, con voce preoccupata.

-Non è detto ragazzi. Ricordate che tutto quello che vedete non si sa se è realtà o sogno. Li sentite anche voi questi rumori di passi?

Tutti si zittirono. Sentirono dei passi fuori dalla stanza quindi si avvicinarono alla porta per ascoltare meglio. Poi delle voci che litigavano. Una la conoscevano, era quella del loro professore, l’altra era quella di un ragazzo. Si girarono, Aspide non era più nel suo letto. Aprirono lentamente la porta e lentamente spostarono le loro teste per vedere la scena.

Il corridoio non era di quell’appartamento, la scena era ambientata in un’altra casa, più grande. C’era il loro professore, visibilmente più giovane di come lo conoscevano, e di fronte a lui un ragazzo che non ricordavano di conoscere. Era vestito alla moda di fine anni 80, giacca di pelle e jeans stracciati. Non era difficile capire che era un vero e proprio scontro generazionale, i due protagonisti erano padre e figlio.

-Anche oggi il preside mi ha avvisato che non sei andato a scuola. Dove sei stato tutto questo tempo?

-E a te cosa importa?

-Cosa mi importa? Sei mio figlio, secondo te è poco?

-Già, come se contasse qualcosa

-Che stai dicendo?

-Ma ti sei visto? Per te sono come invisibile, riversi su di me le tue frustrazioni. A volte penso che vorrei proprio essere uno dei tuoi alunni

-Continuo a non capirti. Qui non si sta parlando di me ma di te. Di come tutti i tuoi voti sono bassi e rischi di essere bocciato

-E allora? Non te n’è mai fregato niente di me. Quando invece parli dei tuoi alunni, vorrei farti vedere come diventi. Ti si illuminano gli occhi. E sto parlando di ragazzi che non hanno voti alti, ma di quelli che vanno male in tutte le altre materie ma con te no. Perché sei così buono con loro che apprezzi anche i piccoli sforzi

-Io non devo dare spiegazioni a te di come…

-Hai ragione, non devi dare spiegazioni a me. A me serve un padre, quello che non ho mai avuto. Sono diventato quello che sono per farmi vedere da te, ma tu comunque non mi vedi. Avrei voluto tanto sentire dalla tua bocca una bella parola, come quelle che dici ogni giorno ai tuoi alunni. Vorrei tirare fuori un po’ di coraggio, di forza, ma tu con me sei diverso. Ed ora sono così per causa tua

-Non ti permettere! Non dare la colpa a me del fatto che sei un buono a nulla. Sprechi le giornate senza meta. Tu non hai futuro!

-Ecco, questo è quello che dicevo. Per me riservi solo queste parole. Non ricordo da quanto tempo non mi abbracci. Sei il padre peggiore che mi potesse capitare

Poi un rumore, uno strano rumore. Il ragazzo non aveva terminato la frase che il padre gli aveva assestato un sonoro ceffone, così forte da fargli girare la testa. I ragazzi videro la scena spaventati, ma quello che udirono non era il suono di uno schiaffo, ma più forte e più oscuro. Gli attimi di silenzio sembrarono ore, la tensione era palpabile. Il ragazzo aveva ancora la testa girata e parlò senza degnare di uno sguardo il padre.

-Ricordati questo gesto. Ricordatelo per sempre

Fece uno scatto all’indietro e corse in una stanza chiudendo la porta dietro di sé. Si sentì il rumore di una chiave che girava nella toppa. Aspide si fiondò verso la porta, urlò, batté i pugni sulla porta chiusa. Niente, dall’altro lato nessuno aprì, divenne rosso dallo sforzo ma inutilmente. A nulla servirono quelle urla, un rumore più forte si udì dalla stanza. Lo stesso rumore sentito prima al momento dello schiaffo. Fu a quel punto che i ragazzi capirono, il rumore era inconfondibile. Bang! Era uno sparo. Doveva averlo capito anche il professore, perché dopo qualche secondo di silenzio cominciò ad urlare più forte, ma senza rabbia. Era disperazione, piangeva ed imprecava il figlio di aprire la porta.

Inutilmente.

Dalla stanza nessun suono. I ragazzi osservavano quella scena impietriti, solo Sara cominciò a piangere, non riusciva a trattenere le lacrime. La scena di colpo cambiò. Erano in una grande chiesa, nella navata principale una bara veniva portata verso l’altare. In prima fila due persone, sconvolte nel loro triste silenzio. Vicine ma visibilmente lontane. Le stesse due persone che subito dopo erano in una stanza. Parlavano, lui si teneva la testa tra le mani mentre piangeva mentre lei gli urlava contro, diceva che era tutta colpa sua, che non era stato un buon padre. Diceva che lo avrebbe abbandonato.

Poi, di nuovo silenzio, rotto solo da un pianto lamentoso. Di nuovo i ragazzi erano nella camera da letto mentre il loro professore dormiva. Lo sguardo non era più sereno e delle lacrime bagnavano il cuscino.

-Usciamo di qui, ragazzi. Vi prego

Nessuno obiettò, tutti seguirono Sara che andava avanti nascondendo il volto. Era visibilmente stanca. Più si allontanava dal suo corpo e più per lei era difficile. Le forze la stavano abbandonando, Luigi si offrì di portarla con sé sulla bici e lei acconsentì. Ritornarono a casa senza dire una sola parola. Quell’esperienza li aveva scossi non poco. Fu Fausto ad interrompere il silenzio all’ingresso del Parco. Fu un bene perché l’atmosfera che si respirava era pesantissima.

-Ragazzi, mi dispiace che sia andata così stasera

-Fermiamoci qui, Sara riprenderà le forze prima di salire

-Succede… Beh, succede sempre questo quando andate…

-Assolutamente no! Di solito non andiamo in giro a ficcanasare nei sogni degli altri. Stasera abbiamo imparato una cosa importante

-Più di una, Marco. Abbiamo anche capito che non bisogna giudicare una persona da quello che vediamo solo a scuola. Conosciamo il professor Aspide solo, per quanto? Cinque ore settimanali? Chi lo avrebbe immaginato che portasse dentro qualcosa di così triste

-Non potevamo saperlo. Ecco tutto. Che ci sia di lezione. Le prossime volte ci limitiamo come sempre a passare del tempo extra insieme, gironzolando qui intorno di notte

-Le prossime volte? Volete dire che…

-Sì, Fausto. Fai parte del gruppo ora, ti vogliamo anche le altre volte

-Wow! Mi fa davvero piacere, Sara

-Bene, ora saliamo e ritorniamo dov’eravamo. Anche se in questa dimensione sono passati solo pochi minuti dobbiamo comunque far riposare i nostri corpi

-Ricorderemo tutto domani mattina?

-Puoi scommetterci. Questa di stasera ce la ricorderemo per sempre

I ragazzi salirono e presero posto nelle rispettive stanze. Era ancora notte fonda, gli orologi continuarono a camminare appena tornarono nel piano reale. Prima di rientrare però non si accorsero che degli occhi li stavano guardando. Occhi curiosi, qualcuno che già li conosceva li seguì con lo sguardo e intuì qualcosa.