11 Giugno 1935

Era una mattina di fine primavera ed i raggi di un sole caldo illuminavano e riscaldavano l’ingresso della basilica dell’Annunziata. Davanti al sagrato c’era il solito gruppetto di ragazzini che passava la giornata per strada inventandosi modi nuovi per guadagnare qualche lira. C’era però un ragazzo che rimaneva sempre in disparte. Anche a lui piaceva giocare con gli altri o combinare qualche marachella ma la maggior parte del tempo era da solo, seduto sui gradoni della chiesa. Si chiamava Rosario ed era diverso dagli altri. Era un esposto.

Gli esposti, o “Figli della Madonna” erano i bambini che venivano rifiutati dalle rispettive madri e che venivano “donati” al convento dell’Annunziata. Si trattava spesso di famiglie che non riuscivano a sfamare una bocca in più o anche di figli non voluti, magari frutto di un amore proibito. Rosario era uno di quei bambini, otto anni prima era stato abbandonato all’interno della ruota e mandato nelle mani sempre caritatevoli delle suore. Insieme a lui c’era un rosario in legno che da allora ogni giorno portava sempre con sé. Il suo nome gli era stato dato proprio a causa di quell’oggetto che lo aveva accompagnato nella sua nuova vita.

Fin da piccolo era stato allevato e accudito dalle sorelle dell’Annunziata. Lo avevano istruito su tutte le principali materie e lo avevano forgiato secondo il credo cristiano. Con l’aiuto delle altre famiglie della comunità gli avevano insegnato anche dei lavori manuali. Era sempre volenteroso e quando c’era da dare una mano nel convento era il primo a farsi avanti. Era molto sveglio ed intelligente ma c’era un lato del suo carattere che emergeva fuori all’improvviso. A volte preferiva stare da solo in silenzio, rifiutava ogni contatto umano per allontanarsi da tutti. Per molti era normale in una condizione come la sua, a Napoli si dice che i figli della Madonna meritano il Paradiso perché in terra soffrono l’inferno.

Rosario era proprio in uno di quegli stati particolari. Era seduto sui gradoni e fissava il vuoto mentre attorno a lui c’era un gran baccano dovuto agli schiamazzi dei suoi coetanei. D’un tratto, giocando, uno dei ragazzini lo urtò facendolo cadere a terra.

-Scusa Rosà. Non l’ho fatto apposta

-Non ti preoccupare, lo so

Da lontano una voce però incitava il ragazzo.

-Ma perché ti stai scusando, Gennà? Quello è un bastardello, non ti devi scusare

Tutti gli altri ragazzi presero a ridere mentre Rosario rimaneva impassibile. Il bullo del gruppo gli si avvicinò rincarando la dose.

-Avete visto? Non reagisce nemmeno. Sono tutti così quelli come lui

Rosario si alzò di scatto, l’altro ragazzo non si aspettava quella reazione e cadde all’indietro. Camminava come un granchio per allontanarsi dalla sua vittima che si avvicinava senza cambiare espressione. Arrivò con le spalle al muro, si rialzò mentre tremava dalla paura. Rosario era a pochi centimetri dal suo viso e con lo sguardo gli gelava il sangue. Alzò un braccio, l’altro chiuse gli occhi d’istinto. Non lo colpiva, li riaprì.

-Non ne vale la pena

Il bullo scappò correndo più velocemente che poteva, dietro di lui lo seguivano gli altri. Rosario rimase di nuovo solo, si avvicinò all’ingresso della chiesa e riprese a sedersi. Dopo qualche minuto uscì dal portone suor Giovanna. Lei era un’istituzione nel convento, era presente quando quella notte il piccolo Rosario era stato portato lì. Lo aveva visto crescere e gli era molto affezionata.

-Eccoti qui Rosario, non ti trovavo. Tutto bene? Come stai?

-Bene, madre Giovanna. Sto bene

-Meno male, dai. Tra poco sarà pronto il pranzo, non fare tardi come al solito che altrimenti ci metti nei pasticci. Ti volevo chiedere un piacere

-Prego, dite

-Si tratta di una nostra sorella del convento di Santa Patrizia. E’ molto malata ed ha bisogno di una medicina che abbiamo qui. Devi portarla da lei oggi pomeriggio

-Se volete posso andare anche adesso. Posso saltare il pranzo se serve

-Sei un bambino d’oro, ma sono più tranquilla se però metti qualcosa sotto i denti prima di andare. Mangiamo tutti insieme e poi potrai andare

-Grazie mille madre Giovanna

-Grazie a te mio piccolo eroe

Il piccolo si recò nella sala mensa del convento e pranzò insieme alla sua grande famiglia. In quell’ambiente così austero si trovava bene da sempre. Tutti lo trattavano con gentilezza e gli riservavano gli sguardi più dolci. Non gli importava chi fosse la sua vera madre o il suo vero padre, gli bastava essere lì in quel luogo per sentirsi accettato per quello che era. Dopo pranzo scattò sull’attenti e si fece dare il pacco contenente la medicina da portare a destinazione. Con un bel bacio di incoraggiamento da parte di suor Giovanna, Rosario iniziò quella piccola avventura nel centro storico di Napoli.

Non si allontanò troppo dal punto di partenza quando vide in lontananza un gruppo di ragazzini che giocavano. Capì subito che si trattava degli stessi che quella mattina lo avevano canzonato. Ebbe l’impulso di avvicinarsi e farsi valere per quell’offesa subita prima ma si fermò subito. Una voce interiore gli consigliava di lasciar perdere, di andare avanti. Aveva un altro compito da svolgere ed aveva la massima priorità. Riprese il suo cammino, dopo pochi minuti la sua destinazione era raggiunta.

Bussò al grande portone, venne ad aprirgli una suora anziana con lo sguardo arcigno. Rosario non si aspettava un’accoglienza così fredda e subito mostrò il fagotto che portava con sé.

-Buon pomeriggio madre. Mi chiamo Rosario, mi mandano le sorelle dell’Annunziata. Porto con me la medicina

La suora sembrò cambiare leggermente espressione del viso. Era stupita di vedere un bambino così piccolo portare una consegna così preziosa. Questo però non addolcì i suoi tratti.

-Vieni, ti faccio strada

Richiuse il portone e avanzò senza curarsi del ragazzino alle sue spalle. Rosario si guardò intorno mentre camminava. Notava una sorta di freddezza in quel luogo ben diverso dal convento in cui era cresciuto. Forse era solo suggestione o forse era solo colpa della suora che gli aveva aperto il portone, però quel posto gli metteva una profonda tristezza nell’animo. Attraversarono in chiostro ed entrarono in un corridoio che portava in una sala circondata da porte.

-Tu aspetta qui, vado a vedere suor Anna come sta

Rosario obbedì senza fiatare. Vide la suora entrare in una stanza buia. Nel momento in cui aprì la porta sentì dei lamenti provenire da quella stanza. Non c’era dubbio, all’interno si trovava l’ammalata. Dopo qualche secondo la porta si riaprì. La suora si rivolse nuovamente a Rosario.

-Dammi la medicina. Preghiamo Dio che non sia troppo tardi

-Certo. Eccola

-Grazie per averla portata. Che i Santi ti proteggano

-Grazie a lei. Posso fare altro?

-Dubito che tu possa fare qualcosa a questo punto. Non entrare nella stanza, la sorella è molto malata e non è un bello spettacolo. Ecco qui qualche spicciolo, puoi ritornare a casa

-Grazie ancora madre

Rosario prese le poche monete e le infilò di corsa nei pantaloni. Si congedò nuovamente e rifece a ritroso il tragitto di prima. Voleva uscire da quel posto e lasciarsi tutto alle spalle. Aveva solo voglia di rivedere il viso dolce di suor Giovanna, lo avrebbe sicuramente premiato per quel servizio ad un’anima in pena. Ritornò nei pressi del chiostro ed attraversò una porta. Era sicuro che quella fosse l’uscita ma probabilmente si era confuso ritornò indietro rifacendo il giro del chiostro ma tutte le uscite sembravano le stesse. Si era perso e in giro non vedeva nessuno a cui rivolgersi per trovare l’uscita.

Camminava a passi più svelti, entrava e usciva da ogni anfratto cercando disperatamente il portone principale finché arrivò in una sala buia. C’erano delle grate intorno, sembravano gli ingressi di alcune prigioni. Era un luogo tetro e spaventoso ma lui stranamente ne era attratto. Si avvicinò alla prima e si affacciò con prudenza. Era una cella, aveva indovinato, ma all’interno non c’era nessuno. Provò con la seconda, lo stesso. Era vuota. Provò con la terza, nel momento stesso in cui si avvicinava riuscì a sentire un respiro affannato. C’era qualcuno in quella stanza buia. Tese l’orecchio per ascoltare meglio ma non riuscì a percepire nulla a parte quel respiro strano. Decise quindi di avvicinarsi ancora. Sempre di più. L’oscurità gli impediva di vedere dall’altro lato chi o cosa fosse presente. Si fece coraggio ed arrivò a toccare il cancelletto. Dall’interno della cella qualcuno sembrò aver visto l’ombra di Rosario proiettata dalla luce esterna.

-Chi c’è? Chi è lì?

Rosario saltò dalla paura. Fece un passo indietro e pensò di ritornare a cercare l’uscita.

-Non te ne andare. Chi sei? Non sei una sorella. Avvicinati e fatti vedere

Il ragazzino era spaventato ma quella voce femminile non sembrava pericolosa. Forse curiosa, ma non dava l’impressione di una minaccia. Fece come gli era stato ordinato. Ritornò ad avvicinarsi alla cella mostrando il suo viso.

-Ma sei un bambino. Anima pia, che ci fai in questo luogo così triste? Quelli come te dovrebbero essere fuori a giocare, a godersi la vita. Qui c’è posto solo per la disperazione e la tristezza

La donna cominciò a piangere senza fermarsi. Rosario provò compassione per lei. Doveva essere davvero disperata per trovarsi in quella situazione. 

-Non fate così. Non piangete. Tenete, queste monete sono tutto quello che ho, magari potranno esservi d’aiuto

La donna si asciugò le lacrime e si schiarì la voce.

-Sei un angelo. Ti ringrazio ma quelle servono più a te che a me. Io non saprei che farmene. sono rinchiusa qui e non posso uscire. Non so neppure da quanto tempo mi tengono qui

Rosario era curioso di saperne di più.

-Come mai vi trovate qui. Chi siete?

-Vuoi davvero saperlo? Un piccolo come te non dovrebbe rattristarsi per una come me. Tu devi essere felice e stare con gli altri bambini

-Lo sarò solo se sarò sicuro di non poter far nient’altro per voi

-Hai proprio un animo gentile. Mi avvicino così potrò vederti meglio

Dall’oscurità della cella venne lentamente fuori il corpo di quella prigioniera. Era vestita come le altre suore del convento ma il volto era una maschera di paura e sofferenza. Stringeva gli occhi per abituarli a quella poca luce.

-Siete una suora? Di questo convento?

-Un tempo lo ero. O meglio, dovrei ancora esserlo ma non so più cosa sono adesso

-Cosa vi è successo? Perché siete qui tutta sola?

-Non sono cose che un bimbo come te dovrebbe ascoltare. Ho commesso un peccato troppo grave e ne sto pagando le conseguenze. Agli occhi di Dio devo essere la peggiore delle peccatrici per meritare una vita del genere

All’improvviso si udì una voce dall’ingresso della sala.

-Chi c’è lì? Nessuno può stare in questo luogo!

La prigioniera aveva riconosciuto la voce, era la madre superiora di quel convento. Era pericolosa e se avesse messo le mani su quel bambino lo avrebbe castigato. Non doveva permetterlo.

-Scappa ragazzino! Scappa più veloce che puoi!

Rosario ubbidì a quelle parole. Si alzò di scatto, abbassò la testa e corse velocemente verso l’uscita. Evitò la presa della madre superiora che non poté fare nulla per acciuffarlo, si riversò nuovamente nel chiostro ed attraversò una porta. Era quella corretta, si ritrovò nell’atrio in quel momento incustodito. Aprì il grosso portone e lo richiuse dopo essere uscito. Con il cuore in gola continuò a correre verso l’Annunziata. Correva senza guardarsi intorno, nella testa solo l’immagine di quella donna così sofferente. Finalmente ritornò alla sua casa, le suore lo accolsero con gioia elogiandolo per il gesto umano che aveva compiuto. Rosario tenne per sé quell’esperienza che aveva vissuto, non aveva voglia di chiedere spiegazioni alle sue madri adottive. Sicuramente avrebbero risposto in maniera vaga come sempre quando si trattava di cose più grandi di lui. Eppure non riusciva a togliere dalla mente quelle immagini. La cella buia, il volto deperito di quella suora, la durezza nelle parole della superiora. Non riusciva a trovare una ragione per il supplizio a cui era condannata quella donna.

I giorni successivi era sempre con la mente altrove e le suore se ne accorsero. Fu suor Giovanna a parlargli in privato.

-Rosario tutto bene? Ti vedo un po’ assente in questi giorni. Come stai?

-Bene, madre

-Sicuro? Si vede da lontano che hai dei pensieri in testa, cosa posso fare per te?

-Niente, madre. Davvero

-Si tratta forse di quella nostra sorella malata? Ti fa stare male pensare a lei?

Rosario vide in quelle parole una spiegazione plausibile da usare a proprio vantaggio.

-E’ così, madre. Sa per caso se sta meglio?

-Sicuramente sta meglio ma in questi casi ci vuole tempo. La medicina e il riposo le saranno di grande aiuto

-Potrei andare a trovarla per capire come sta. Mi dia il permesso di andare di nuovo da lei

-Se è questo quello che vuoi non posso non farlo per te. Sei un bambino gentile. Va pure da lei e dì alle sorelle che ti mando io

Rosario era strafelice, aveva sfruttato bene le preoccupazioni di suor Giovanna per approfittarne ed andare di nuovo nel convento di Santa Patrizia e rivedere la prigioniera. Indossò un vecchio cappello e partì per la sua destinazione. Arrivò subito, quando bussò al portone gli aprì la stessa suora del giorno precedente.

-Che ci fai di nuovo qui? La medicina che hai portato non è già finita

-Sono qui per sapere come sta la madre malata. Mi manda madre Giovanna, posso entrare?

Il viso della sorella si distese, doveva riconoscere che il piccolo aveva davvero un animo gentile. Lo accompagnò fuori alla stanza dell’ammalata ma non lo fece entrare. Entrò lei e riferì alla suora che un bambino era passato a trovarla per sapere come si sentiva, poi ritornò da lui.

-Sorella Anna ti ringrazia e dice che non devi preoccuparti. Sta meglio e prega per te e il tuo buon cuore

-Grazie mille. Posso approfittare per andare in chiesa e pregare un po’ per lei e la sua salute?

-Ma certo piccolo, ti accompagno

Insieme si recarono all’interno della chiesa, Rosario si inginocchiò e cominciò a pregare. Intanto la suora ritornò al suo compito di guardiana lasciandolo da solo. Il giovane non aspettava altro. Dopo aver fatto il segno della croce e aver controllato che fosse lontano da sguardi inopportuni, uscì dalla cappella. Fece mente locale sul percorso e si ritrovò di nuovo nella stanza adiacente le celle di detenzione. Si avvicinò a quella che gli interessava e con un filo di voce chiamò la prigioniera.

-Buongiorno. Sono di nuovo io, vi ho portato un po’ di pane. Prendetelo prima che venga qualcuno

-Chi è là? Ah, sei tu, mio piccolo angelo. Sei così bello, fatti vedere. Il Signore deve volermi davvero bene per mandare una creatura così bella qui da me. Solo a guardarti mi sento meglio e questo peso che porto sembra più leggero

-Sono contento per questo. Cercherò di fare il possibile per venire più spesso e darvi il mio aiuto. Se avete bisogno di qualcosa ditemi pure, sarò lieto di farlo per voi

-Grazie angelo mio. Mi basta vederti e sapere che c’è qualcuno che prega ancora per la mia anima dannata. Ora però vai, vai prima che venga di nuovo la superiora a controllare

Rosario a malincuore abbandonò la sua nuova amica. Uscì dal convento salutando la guardiana, stavolta però il suo animo era felice. Aveva avuto modo di rivedere il volto di quella suora e fare qualcosa per lei e quello lo sollevava.

Nelle settimane successive Rosario trovava sempre del tempo per andare a Santa Patrizia e con il pretesto di informarsi delle condizioni di salute di suor Anna, di nascosto andava a trovare la suora prigioniera per portarle i viveri e parlarle. Lei rimaneva ogni volta affascinata dalla bellezza di quel ragazzino e dalla sua propensione dalla carità. Quella situazione idilliaca però ebbe un epilogo tragico.

Era un giorno come tanti e Rosario stava recandosi al suo consueto appuntamento nascondendo nei pantaloni un pezzo di torta ancora caldo. Il sole era alto nel cielo e un’afa permeava per le vie del centro costringendolo a sbottonarsi la camicia per prendere aria. Seguì il solito iter e come sempre riuscì ad avvicinarsi indisturbato alle celle. Si avvicinò alla grata e tese la mano mostrando il proprio dono. Dall’altro lato non ci fu risposta. Rosario si avvicinò ancora cercando nel buio quel viso che aspettava di vedere. D’un tratto sentì una voce flebile che lo chiamava.

-Angelo mio, dove sei? Oggi sono molto stanca, non riesco a venire vicino al cancello. Cosa mi hai portato?

-Una fetta di torta fatta da madre Giovanna. E’ ancora calda, prendete

-Oh, grazie. Riesci a infilare il braccio attraverso le sbarre? Puoi metterla lì a terra così dopo quando sarò più in forze la posso prendere

Rosario si sporse in avanti allungando quanto più possibile il braccio oltre il cancelletto. Dall’altro lato la donna lo guardava e adulava come sempre la sua bellezza. Il ragazzo aveva tutto il braccio e la spalla al di là della cella, si sporse sempre di più finché dalla camicetta aperta non fuoriuscì il suo rosario portafortuna che urtò contro il metallo. La donna sembrò attirata da quel piccolo rumore e trovò la forza di avvicinarsi di qualche passo per vedere meglio di cosa si trattasse. Guardò la collana controluce e di colpo divenne seria.

-Cos’hai al collo?

-Questo? E’ un rosario di legno, lo porto al collo da…

Non finì di terminare la frase che si sentì strattonare. Il suo viso di colpo urtò contro le sbarre fredde del cancello, dall’altro lato la prigioniera aveva afferrato il ciondolo e lo stava tirando a sé con una forza fuori dal normale. Com’era possibile che una donna così debilitata potesse tirare così prepotentemente?

-Lo conosco! Io conosco questo rosario! Dimmelo, come fai ad averlo? Rispondimi maledetto diavolo?

-Mi lasci! La prego mi lasci!

-Dimmi subito dove hai preso questo rosario. Te lo ordino!

-Non lo so signora. So solo che è con me da sempre. Lo hanno trovato accanto a me le madri dell’Annunziata quando ero piccolo, nella cesta all’interno della ruota

Di colpo la donna lasciò la presa, Rosario si allontanò subito dalla grata ricominciando a respirare regolarmente.

-La ruota. Allora sei tu. Sei vivo…

La confusione che si era creata e le urla disumane della prigioniera aveva attirato altre suore che si erano precipitate sul posto. Tra queste anche la madre superiora che a passi lenti si faceva spazio tra la folla. Davanti a loro c’era Rosario inginocchiato in un lato dell’atrio che respirava a fatica, dall’interno della cella invece usciva fuori la voce straziante della suora.

-Si tu. Sei tu! Ti ho trovato finalmente! Vieni qui angelo mio, vieni qui e fatti accarezzare. Non te ne andare da me. Ora che il Signore ci ha fatto incontrare non dobbiamo più separarci

Dalla folla che si era venuta a creare si alzava un brusio.

“Chi è quel bambino”

“E’ pazza, sta vaneggiando”

“Chi sta parlando?”

“Povero bambino, che ci fa qui?”

“Peggiora ogni giorno, bisogna prendere provvedimenti”

La madre superiora senza perdere il contegno alza un braccio per intimare il silenzio. Tutte le sorelle smettono immediatamente di parlare mentre lei si avvicina lentamente al ragazzino e gli posa una mano sulla spalla.

-Stai bene, piccolo? Che succede?

-Non lo so, madre superiora. Quella donna ha iniziato ad urlare appena ha visto…

-Appena ha visto cosa? Che ci facevi tu qui?

-Appena ha visto questo mio rosario. Lo ha tirato, poi ha iniziato a parlare di cose strane

-Figliolo, devi sapere che la donna all’interno della cella ha una grave malattia. La teniamo in isolamento perché potrebbe fare del male alle nostre sorelle

-Non crederle! Non credere a quello che dice! E’ lei la causa di tutto

-Lo vedi? Senti le sue parole, non sono quelle di una timorata di Dio. Sta vaneggiando, il diavolo le parla all’orecchio mentre noi siamo qui

-Sta zitta figlia del demonio! Angelo, angelo mio non ascoltarla. Vieni qui e stai con me, non voglio perderti di nuovo

Rosario non sapeva cosa fare, non sapeva a chi credere. La madre superiora sapeva che doveva agire velocemente prima che il bambino facesse la sua scelta. Sotto gli occhi increduli di tutti si inginocchiò e lo abbracciò. Lo strinse a sé per calmarlo, poi con parole dolci lo rincuorò.

-Sei un bambino intelligente, l’ho capito nel momento in cui ti ho visto la prima volta. Su, vieni con me. Ti porto lontano da qui. I tuoi occhi belli non sono fatti per osservare la tristezza e il dolore di questo luogo. Non possiamo fare nulla per lei che non abbiamo già provato a fare. E’ nelle mani del Signore e lui avrà cura di lei

Poi lo alzò e lo prese per mano, insieme si allontanarono dalla cella. La folla si apriva al loro passaggio, Rosario si girò per l’ultima volta indietro mentre le urla che provenivano dall’oscurità si facevano sempre più alte e più nervose.

-No, no no! Non portatemelo via un’altra volta. Non di nuovo. Ve ne supplico. Fatelo avvicinare. Fatemi vedere un’altra volta il suo viso bellissimo. Un’ultima volta!

Nove anni prima

All’interno della cantina faceva freddo ma i corpi dei due amanti si riscaldavano a vicenza. Dalle loro bocche uscivano aliti che diventavano piccole nuvole. I cuori battevano forte, fino a pochi minuti prima quei due corpi erano avvinghiati nell’estasi del sentimento più dolce. Non importava chi fossero, ora erano nudi e senza le loro vesti addosso immaginavano di essere due persone normali.

Ma non lo erano.

Quando dopo la passione i due si abbracciarono teneramente, insieme alla sensazione di freddo arrivò anche la consapevolezza di chi fossero e cosa stessero facendo. Fu la ragazza a parlare per prima.

-Dovremmo smettere

-E’ la prima cosa che ti viene in mente subito dopo questo?

-Scusami, lo sai cosa intendo. Quello che provo per te è un amore grande ma quello che mi lega al Signore è immenso

-Pensi che non ti capisca? Anche io ho preso i voti, Cristo mi ha salvato la vita. Ma dal primo momento che ti ho vista non ho potuto non pensare che forse è stato un errore mettere questo saio

-Non dirlo, ti prego. Dio è misericordioso, non dobbiamo…

-Non dobbiamo cosa? Non dobbiamo provare il piacere che stiamo provando adesso? Non dobbiamo assaporare la gioia di una vita insieme? Non dobbiamo far caso al fatto che noi due non riusciamo a restare separati? Pregavo ogni notte che venissi in questa cantina, ho aspettato ogni notte in quel corridoio stretto sperando che ci fossi tu qui a controllare il vino. Ho benedetto queste bottiglie che ci hanno fatto incontrare, che ci hanno fatto amare. Non si può tornare indietro e tu lo sai bene- Io ho deciso, domani mattina parlo con l’abate e se non vuole ascoltare la mia richiesta sono libero di scappare. Ti prego, vieni anche tu con me. Scegli me e rinnega questa vita piena di sofferenza

-Stringimi più forte e dimmi che andrà tutto bene

-Andrà tutto bene. Non sei sola, ci sono io qui con te

I due si abbracciarono ancora più forte mentre la paura pian piano svaniva. Non si accorsero dei passi che si avvicinavano con fretta. La porta si spalancò ed entrarono tre suore. Era facile indovinare chi fosse a capo di quel corteo. La madre superiora si avvicinò agli amanti e tolse con impeto la coperta che li copriva. Con ribrezzo guardò la scena, il suo sguardo accusatorio diceva già tutto ma volle esprimere a parole quello che aveva nella mente.

-Tu. Peccatrice. Osi profanare questo luogo sacro unendoti carnalmente a quest’uomo? Un uomo di Dio! Sorelle, allontanatela subito! Rinchiudetela in una cella e tenetela sempre sotto osservazione. Nessuno deve sapere nulla di quanto accaduto questa sera

Ma ne aveva anche per l’amante, finora ancora in silenzio nella sua nudità.

-E tu, miserabile peccatore. Ho già avvisato l’abate dei miei sospetti su di te. Non ci vorrà molto che anche lui ti prenderà e farà di te ciò che vuole. Ora vestiti e ritorna da dove sei venuto!

-Non può fare questo. Dio è misericordioso e avrà pietà delle nostre anime. Siamo peccatori, è vero, ma non possiamo far finta di non provare questo grande sentimento. Le vie del Signore sono infinite

-Lo sono, ma quelle dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni. Vattene via ora, e non farti più rivedere in questo luogo!

Appena l’uomo rientrò nel cunicolo che aveva usato per arrivare in quella cantina la madre superiora si fece il segno della croce e salmodiò una preghiera sottovoce.

Da quel giorno la suora accusata di peccato grave fu tenuta in isolamento dalle altre. Nei nove mesi che seguirono l’accaduto le sorelle sotto ordini della superiora la accudirono per tutta la durata della gravidanza. Al momento del parto vide solo per pochi secondi la sua creatura ma riuscì comunque a strappare una promessa ad una delle donne presenti quel giorno. Era una giovane suora che si era impietosita dagli occhi tristi di quella peccatrice e non se la sentiva di abbandonarla in un momento simile. Non poteva negarle l’unico favore che le chiedeva. Un rosario, un piccolo rosario in legno. Quel piccolo oggetto doveva essere accanto al bambino, qualunque fosse il destino che lo attendeva. Qualunque fosse il volere della superiora.