19 Novembre 2012

Lunedì

Ester aspettava il treno in piedi sulla passerella della stazione di Piazza Garibaldi. La mattina seguiva i corsi universitari e di solito ritornava a casa per pranzo e cominciava a studiare. Quella settimana però era diverso, gli esami si avvicinavano sempre più quindi per evitare di sprecare tempo nel lungo tragitto tra il Policlinico II e il paesino di provincia in cui viveva decise di organizzarsi con le sue amiche e studiare il pomeriggio nelle aule messe a disposizione dall’università.

Quello era stato il primo giorno e pensò che l’idea non era per niente male. I corsi finivano alle 13, dopo aver consumato un pranzo a sacco veloce all’aperto studiarono per quattro ore di fila ripetendo tutto il programma. Certo, passando tutto quel tempo fuori casa doveva prendere la circumvesuviana più tardi, ad un orario diverso dal solito. Ed infatti quel primo giorno i trovava in piedi in compagnia del suo amico libro ad attendere il treno delle 19:02.

Sentì la voce dell’avviso che informava dell’arrivo del suo treno. Si allontanò ulteriormente dalla linea gialla mentre chiudeva il libro e osservava la folla di persone che si radunava nei punti strategici dove si sarebbe fermata la porta. Arrivò il treno, come al solito fu l’ultima ad entrare, non le piaceva il pensiero di infilarsi tra le altre persone per essere tra le prime. Sarebbe comunque entrata e difficilmente avrebbe trovato un posto vuoto su cui sedersi. Entrò e si piazzò in piedi accanto ad uno dei tubi di ferro del treno, riaprì il suo libro e continuò la lettura.

Lo aveva comprato da qualche giorno ma la storia era così avvincente che era già arrivata a metà in poco tempo. Quella sera però non riusciva a finire una sola pagina. Non che non le piacesse la storia in quel punto, ma nel vagone c’era troppo casino e non riusciva a concentrarsi. Alzò lo sguardo e si guardò intorno.

Davanti a lei su una postazione di quattro sedili c’era seduta una donna. Era al telefono e continuava a parlare ad alta voce fregandosene degli altri presenti. Era una telefonata di lavoro, impartiva ordini e comandi per il giorno successivo. Anche la gestualità era accentuata, sembrava che il suo interlocutore fosse davanti a lei. Probabilmente era così presa dalle sue cose da essere convinta di trovarsi da sola in quel treno. Di fianco a lei e di fronte c’erano due ragazzi intenti a guardare gli schermi dei propri cellulari. Poco importava a loro del volume alto, niente li avrebbe disturbati dai loro giochi virtuali.

Intanto l’altro posto era occupato da un ragazzo diverso dagli altri. Una voce fuori dal coro. Sembrava fosse appena stato ad una gara di cosplay. I capelli erano neri, quelli davanti coprivano quasi completamente il suo sguardo e all’estremità sembravano raccogliersi in maniera appuntita. Aveva una maglia a maniche lunghe nera e un jeans con vari strappi. Sui polsi almeno una decina di bracciali. Ma non era il suo look troppo simile al personaggio Elle di Death Note a stuzzicare la curiosità di Ester quanto quello che stava facendo.

Stava disegnando.

Era chino mentre con una matita disegnava su un block notes che teneva sulle ginocchia. Le sue mani si muovevano senza fermarsi, quasi avidamente. La matita percorreva la superficie del foglio tracciando linee e forme. Sembrava quasi che fosse in trance mentre il suo disegno prendeva vita sulla carta. Ogni tanto alzava lo sguardo per poi abbassarlo di nuovo e continuare l’opera.

Quel ragazzo la incuriosiva tanto, era così affascinata da quello che faceva che non sentiva nemmeno più la voce della donna al telefono. Posò il libro nella borsa, ormai non aveva più voglia di continuare a leggere. Fece qualche passo in avanti per vedere meglio cosa stesse disegnando. Da dove era posizionata non riusciva a vedere nulla. Mentre si avvicinava sperò che lui non la notasse. Non stava facendo niente di male, anzi, se lui disegnava in pubblico non si sarebbe certamente offeso se qualcuno avesse voluto vedere meglio il disegno. Però lei sentiva una strana angoscia che non riusciva a spiegare. Si appoggiò accanto alla porta del vagone, da lì riusciva a vedere meglio cosa c’era sul foglio.

Non c’erano dubbi, era il volto della signora seduta di fronte a lui. Ester riusciva a vedere soltanto una parte del foglio ma era evidente che quello fosse un ritratto. I dettagli erano impressionanti. Com’era possibile che quel ragazzo riuscisse a disegnare così bene in condizioni come quelle. Chiasso, confusione, il movimento continuo del treno e le frenate brusche. Era un vero talento, doveva riconoscerlo. Stava per allungare il collo e vedere meglio il resto del disegno quando il treno si fermò e le porte si aprirono.

Ester si rese conto che si era piazzata proprio davanti all’apertura delle porte e dovette spostarsi subito per permettere alle persone di uscire. Purtroppo per lei, nel vagone entrò una fiumana di gente quindi non poté più scegliere dove posizionarsi meglio per osservare il disegnatore misterioso. Non solo, tutti spingevano per entrare e lei si ritrovò senza volerlo a parecchia distanza dal suo obiettivo.

Non riusciva più a vedere nulla e non era consigliabile neanche riprendere il libro dato il poco spazio a disposizione. Sbuffò contrariata mentre intorno a lei i passeggeri parlavano di una corsa soppressa. Questo spiegava la strana affluenza.

Alla fermata di Barra il treno si svuotò e lei non aspettò ulteriormente per portarsi nuovamente in direzione del disegnatore. Quando arrivò lì però rimase delusa. Lui non c’era più, il suo posto e quello accanto erano vuoti. La signora era ancora al telefono e parlava forse con un tono più alto. Non aveva nessun foglio tra le mani, quindi probabilmente il ragazzo non le aveva dato il disegno che la ritraeva.

Che strano, pensò. Magari voleva tenere per lui quel disegno che avrebbe fatto parte di un suo portfolio. O magari la signora era così impegnata da non poter accettare un ritratto da un ragazzo sconosciuto. Quanto sarebbe piaciuto ad Ester di avere in dono un suo disegno. Forse era un pensiero troppo romantico o forse troppo da ragazzina ma pensarlo la rese felice.

Ritornò con i piedi sulla terra e ripensò un’ultima volta al disegnatore, poi si spostò in un altro vagone meno chiassoso e prese posto. Aprì il libro e continuò dall’ultima pagina che stava leggendo.

Martedì

Il secondo giorno di studio intensivo era stato ancora più redditizio. Le quattro giovani amiche avevano studiato così tanto che non si erano rese conto del tempo che passava velocemente. Quando Ester, che tra le quattro era quella che abitava più lontano e aveva più mezzi da prendere per tornare a casa, si rese conto di che ore fossero mise tutto in borsa ed uscì dal policlinico senza nemmeno avere il tempo di salutare le compagne.

Si affrettò ad uscire dalla cittadina universitaria e prendere la sfilza di treni per ritornare a casa non troppo tardi. Metropolitana collinare, poi Metro linea 2 e poi per ultimo la Circumvesuviana. Dopo le corse tra i pedoni lenti all’interno delle stazioni di scambio e le preghiere ad ogni passo, finalmente Ester arrivò sulla banchina di Piazza Garibaldi giusto in tempo per entrare nel treno che l’avrebbe portata a casa.

Appena fu dentro si appoggiò ad una parete e respirò a fatica per riprendersi. Guardò l’orologio, 19:03. Per fortuna quel minuto di ritardo, per lei era stato fatale. Ringraziò il cielo di quella botta di fortuna, poi prese il cellulare ed avvisò le amiche di essere arrivata sana e salva alla stazione, scusandosi per essere fuggita senza salutarle. Si guardò intorno e vide un posto libero. Ancora con il fiato corto si avvicinò al sedile e prese posto. Anche quello di fianco al suo era libero quindi ci piazzò sopra lo zaino pesante, pieno di libri, fotocopie e appunti. Lo aprì, frugò nella confusione ed estrasse il suo amico libro. Cominciò a leggere e come succedeva spesso si estraniò completamente dalla realtà. La sua mente vagava tra le pagine del libro, divorava le lettere stampate e sognava di essere la protagonista della storia che stava leggendo. Alzò lo sguardo solo un paio di volte per controllare il display che mostrava la fermata successiva. Fu allora che con la coda dell’occhio vide qualcosa. Non ci aveva fatto caso prima ma nella fila di posti di lato al suo era seduto il disegnatore del giorno prima.

Quando lo vide si rese conto ancora una volta di quanto fosse attratta da lui. Stranamente a causa degli impegni lo aveva quasi dimenticato, non aveva pensato che il treno era lo stesso del giorno prima e avrebbe potuto incontrarlo di nuovo. Anche in quell’occasione stava disegnando. Con lo stesso impeto, la stessa passione del giorno precedente. La sue dita si muovevano in maniera rabbiosa sul foglio mentre ogni tanto guardava di fronte a sé. Stavolta davanti aveva un uomo di mezza età. Ad Ester sembrò il classico padre di famiglia che la mattina si svegliava presto per andare al lavoro e rincasa tardi stanco morto.

Le era venuta voglia di vedere il ritratto che stava creando l’artista. Ripose il libro nello zaino e si alzò senza dare nell’occhio. Si posizionò proprio dietro di lui e si affacciò per vedere il block notes. Anche quel giorno rimase affascinata dai dettagli del disegno. Sembrava una foto in bianco e nero del signore seduto di fronte al ragazzo. Stavolta però notò qualcosa. dei dettagli sembravano renderlo più vecchio. Leggermente più calvo, i capelli ingrigiti e qualche ruga in più. Sembrava quasi che lo avesse ritratto di proposito più vecchio, cosa effettivamente non facile da fare. Il disegno era ormai completo, Ester si spostò dall’altro lato per vedere il volto del ragazzo. Proprio in quel momento lui fece qualcosa di inaspettato. Guardò il suo disegno, il suo sguardo divenne di colpo triste e prese il foglio tra le mani. Subito dopo lo stropicciò rompendolo in mille pezzi che fece cadere a terra.

Ester rimase sorpresa da quel comportamento. Come era possibile che un disegno così stupendo potesse essere distrutto, dall’artista stesso poi. Forse anche il giorno prima aveva fatto così? Aveva strappato il suo disegno? Non avrebbe mai avuto una risposta, a meno che non avesse trovato il coraggio di chiederlo direttamente a lui.

Stava pensando a cosa fare quando il treno si fermò a Barra e il ragazzo mise matita e blocco degli appunti in una borsa e uscì dalla carrozza. Dal finestrino Ester lo vide camminare all’esterno, sotto la pioggia, senza un ombrello e con le mani in tasca. La scena le mise così tanta tristezza che per tutto il viaggio non pensava ad altro. Avrebbe voluto parlargli e conoscerlo meglio ma la sua timidezza l’aveva fermata.

Mercoledì

Diversamente dal giorno precedente, Ester fece di tutto per uscire prima dal Policlinico e prendere il treno delle 19:02. Era un’idea folle, anche le amiche glielo avevano detto. Se per due giorni di fila aveva incontrato quel ragazzo in treno non era detto che anche il terzo giorno sarebbe stato così. Intanto lei aspettava da più di mezz’ora sulla banchina l’arrivo del treno a Piazza Garibaldi. Aveva addirittura la possibilità di tornare prima a casa ma ormai era fermamente decisa. Si guardava intorno per cercarlo ma del ragazzo nemmeno l’ombra.

Il treno delle 19:02 arrivò puntuale, un ultimo sguardo ai passeggeri che stavano per salire e anche Ester entrò. Appena fu dentro lo cercò con lo sguardo. Nulla.

Le persone erano tante e la calca non permetteva di vedere in tutte le direzioni. Era impensabile anche solo spostarsi di carrozza, come lo avrebbe trovato? Fu allora che sentì una voce che non pensava di ricordare.

-Ester! Ciao, come stai?

Si girò e vide un volto maschile. Era così sovrappensiero che non l’avrebbe mai riconosciuto nella moltitudine di persone all’interno del vagone. Mise a fuoco e lo ricordò. Era Marco, un suo compagno di scuola delle superiori. Compagno sì, amico no, avrà scambiato con lui non più di venti parole in cinque anni. L’ultima persona che le serviva in quel momento.

-Carissima, come va? Che fai di bello?

-Io…

-Sicuramente stai tornando a casa dall’università, sei sempre stata una ragazza in gamba tu. Anche io sto seguendo dei corsi universitari. Quest’anno mi sono iscritto a Giurisprudenza, l’anno scorso ho provato con Fisica ma non faceva per me. Anche perché qui avrei più sbocchi nell’azienda di mio padre. Lo sai che mio padre possiede…

Ester si ricordò di colpo qual era la caratteristica peculiare di Marco. Era logorroico. Ma non nel senso positivo del termine. Era capace di indurre le persone all’asfissia più totale. Tutti in classe lo evitavano per quello, ma anche per le manie di grandezza derivanti dal suo ego smisurato. In quel momento lei avrebbe voluto soltanto piantarlo lì e continuare la sua ricerca ma non riusciva a fermare la fiumana di parole che uscivano dalla sua bocca.

-…e quindi io le ho detto che poteva anche tenerselo stretto dato che lo voleva così tanto. A proposito, lo sai che Bianca aspetta un bambino? L’ho saputo perché in pratica il fratello è iscritto allo stesso mio corso di karate, quindi…

Non riusciva ad aprir bocca che lui era saltato già ad un altro argomento. Non solo non riusciva a seguire il discorso, ma le sembrava di sentire solo una sfilza di “bla bla bla” continui. Se non lo fermava avrebbe viaggiato fino a casa con quell’assordante e noioso monologo nelle orecchie. Decise per una volta di fare la scostumata, d’altronde non le importava minimamente di lui e della sua vita da sfigato.

-…sapessi la faccia che ha fatto quando si è avvicinato quel cane abbaiando…

-Senti Marco, mi dispiace ma devo andare subito, mi sono ricordata di aver lasciato nel vagone una mia amica. Mi sta cercando sicuramente

-Ottimo, ti accompagno. Magari è carina

-No, non hai capito. Devo andare. Ti saluto. E’ stato un piacere averti visto

Finì quella frase e subito dopo si dileguò tra la folla. Non si girò per evitare di vedere il suo sguardo tra l’allibito e il contrariato ma era già tardi e doveva davvero andare. La prossima fermata era quella di Barra quindi non doveva perdere altro tempo.

Il treno si fermò e la maggior parte delle persone uscirono. Uscì anche lei cercando con lo sguardo il ragazzo. Guardò in tutte le direzioni e finalmente lo vide, era uscito e neanche quel giorno aveva avuto l’occasione di poter parlare con lui. Sentì la sirena che annunciava la chiusura delle porte, fece una corsa per ritornare nel vagone.

Le porte si chiusero e il treno ripartì. Si appoggiò tristemente sulla parete interna lasciandosi scivolare fino al pavimento. Era poggiata a terra come lo era anche il suo stato d’animo. Un’altra occasione sprecata, avrebbe dovuto aspettare altre ventiquattr’ore per rivederlo. Se era fortunata. Stava per perdere le speranze quando vide dei foglietti volare sul pavimento liscio del treno. Ne prese uno, lo guardò ed ebbe un sussulto al cuore. Era uno dei pezzi del foglio su cui il disegnatore aveva compiuto la sua opera quella sera. Subito si rialzò e andò alla ricerca degli altri.

Come una forsennata si controllò l’intero vagone. Sotto i sedili, negli angoli, nelle pieghe delle paratie. In poco tempo riuscì a trovarli tutti. Li strinse a sé teneramente prima di rimetterli in borsa.

Giovedì

Come il giorno precedente, Ester era arrivata puntuale alla stazione di Piazza Garibaldi. Con un filo di trucco in più e tanta speranza. quel giorno le amiche l’avevano supportata e avevano tifato per lei.

Mi raccomando, se lo incontri parla con lui

Che male fa chiacchierare con uno sconosciuto incontrato in treno?

Basta con questa timidezza! Non perdere questa opportunità!

Le volevano bene e avrebbero voluto il meglio per lei.

Stringeva a sè il suo zaino all’interno custodiva il suo segreto, quello che forse l’avrebbe avvicinata a lui. I minuti passavano ma per lei sembravano ore lunghissime.

Il treno arrivò ed entrò. Ispezionò con lo sguardo ogni angolo del vagone ma del ragazzo nemmeno l’ombra. Per fortuna non c’era tanta gente quindi poteva cercare più facilmente. Alla stazione di Gianturco scese per passare ad un’altra carrozza. Fece avanti e indietro due volte ma anche lì non trovò il disegnatore. Alla stazione successiva, San Giovanni a Teduccio fece lo stesso, passò nella carrozza in fondo. Doveva essere lì per forza. Purtroppo neanche in quella trovò il ragazzo.

Alla stazione di Barra uscì dalla banchina per controllare le persone che uscivano dal treno. Fuori pioveva a dirotto ma ormai Ester non sentiva più la pioggia sulla sua pelle. Vide i volti di tutti quelli che percorrevano la banchina ma del ragazzo misterioso ancora nulla. Rientrò nel treno fradicia, si sedette su una sedia libera e abbassò la testa. Una piccola lacrima cadde sul pavimento del treno, l’unica che non riuscì a trattenere nascosta tra le gocce di pioggia.

Rialzò la testa e si asciugò il volto. Si diede della scema. Come aveva potuto immaginare una storia d’amore con uno sconosciuto di cui non sapeva nemmeno il nome. Era sempre così, costruiva dei castelli in aria e poi rimaneva delusa quando le pareti dei castelli crollavano. Aprì lo zaino e prese l’oggetto che era diventato più caro. Un foglio di carta, composto dai pezzi trovati il giorno prima messi insieme dallo scotch. Guardò ancora una volta quel disegno, ancora un ritratto. Il viso di una bambina all’incirca di dieci anni. Gli occhi erano chiusi ma l’espressione sembrava serena. Come se stesse dormendo o riposando quieta. Quante volte dalla sera precedente aveva osservato quel disegno. Lo aveva ricomposto con cura stando attenta a far combaciare correttamente i pezzi. Più lo guardava e più soffriva per quell’amore mai nato. O forse, non ancora.

Venerdì

Quella storia stava diventando un’ossessione per Ester. Ormai non pensava ad altro. Il libro che la accompagnava in tutti i suoi viaggi in treno era rimasto a casa, erano giorni che non leggeva più. Nella sua stanza aveva incorniciato il disegno e lo aveva appeso al muro. Passava ore a rimirarlo pensando al suo disegnatore. Anche all’università le cose era cambiate drasticamente. Non studiava più con la stessa voglia di prima. Gli esami si avvicinavano ma a lei sembrava non importare più. Le sue amiche la mettevano in guardia.

Ma stai dormendo la notte? Hai una faccia che non mi piace

Ancora a pensare a questa storia? Magari lo incontri, magari no, ma non devi ossessionarti

Dobbiamo studiare, questo esame lo dobbiamo passare tutte insieme, dai!

Ester, sveglia! Preferisci fare una pausa e riposarti un po’? Lo so a cosa stai pensando

Effettivamente glielo si leggeva in faccia come stava. Il volto non era radioso come gli altri giorni, la stanchezza aveva solcato i tratti del suo viso rendendola una maschera di tristezza. Sapeva di non stare bene, ma doveva provarci l’ultima volta. Doveva prendere quel treno e cercarlo, se era fortunata lo avrebbe trovato e avrebbe parlato con lui. Lo aveva giurato a sé stessa. L’ultima occasione, poi si sarebbe rimessa in carreggiata.

Il treno arrivò in orario, entrò e si guardò intorno. Aveva gli occhi stanchi, le palpebre si chiudevano da sole mentre lei con forza le riapriva. Si guardò intorno invano, neanche quel giorno c’era il ragazzo. Stanca e delusa si lasciò cadere su un sedile e chiuse gli occhi. Una sola volta, un singolo istante, ma era troppo stanca per rendersene conto. Si addormentò placidamente sul sedile.

Anche se per pochi minuti, il sogno di Ester fu intenso e doloroso. Sognò lui, quel ragazzo, la sua chimera. Aveva un paio di grosse ali e volava nel cielo. Volava lontano da lei. Su, sempre più su, fino a scomparire tra le nuvole di un cielo in tempesta.

Fu la voce metallica che avvisava l’arrivo nella stazione di Barra a destarla. Appena si rese conto di essere arrivata alla fermata del ragazzo subito si alzò in piedi e corse fuori dal treno. Era ancora intontita quando camminò sulla passerella a scrutare tra le persone. La luce fioca dei lampioni la accecava. Non fu però difficile trovarlo, a pochi metri da lei c’era il disegnatore con la sua solita camminata triste. Cosa doveva fare? Ritornare nel treno che l’avrebbe riportata a casa oppure tentare una follia. Forse per la prima volta nella vita decise che valeva la pena di fare un gesto folle. Solo quella volta.

Iniziò a correre tra la folla, vedeva il suo obiettivo avvicinarsi mentre il cuore le batteva sempre più forte nel petto. Era solo a pochi passi da lui quando decise di richiamare la sua attenzione.

-Fermati! Ehi, dico a te! Devo dirti una cosa importante!

Almeno una decina di persone si girarono, convinte di essere la persona richiamata da lei. Lui non si girò.

-Ehi, tu! Con i vestiti neri e i capelli scuri… il disegnatore!

Fu allora che si girò, incrociò il suo sguardo e il suo volto cambiò di colpo espressione. Sembrava spaventato, impaurito, com’era possibile? Appena vide Ester si girò di nuovo e iniziò a correre. Perché scappava? Non poteva permetterlo, aveva solo bisogno di parlare con lui. Corse anche lei nella sua direzione.

Lui correva più veloce ma sfortunatamente per lui la fila al tornello di uscita accorciò la distanza tra i due. Arrivarono fuori alla stazione, Ester non aveva idea di dove portassero quelle strade ma ormai era in ballo e doveva continuare a ballare. All’improvviso lui rallentò, probabilmente era stanco, lei ne approfittò per un ultimo passo lungo e lo raggiunse. Allungò il braccio e afferrò lo zaino che lui portava sulle spalle. Lui faceva forza per liberarsi e lei con il fiato corto cercava spiegazioni.

-Perché scappi?… Volevo solo parlarti….

-Vai via!… Stai lontana da me!

-Perché?…

Ester non lasciava la presa, quindi il ragazzo dovette fare una scelta. Sacrificare lo zaino. Sfilò le braccia e riprese a correre, sempre più veloce, allontanandosi definitivamente. La ragazza rimase con lo zaino in mano, guardandolo fuggire senza una spiegazione. Si inginocchiò a terra e iniziò a piangere. Quella follia, quel gesto che non avrebbe mai fatto prima di allora, pedinare un ragazzo sconosciuto, le aveva precluso ogni occasione futura. Non avrebbe mai avuto più il coraggio di cercarlo, di guardarlo. Provava solo vergogna.

Guardò lo zaino, lo strinse sul petto aspettando che il cuore cominciasse a battere in modo regolare. Era fuori discussione anche solo pensare di restituirglielo. Decise quindi di aprirlo e controllare cosa ci fosse all’interno. Sperava di trovare qualche suo disegno, rimase a bocca aperta quando vide la quantità di materiale. C’erano centinaia di fogli disegnati, ritratti di tantissime persone. Sfogliò alcuni di quei disegni senza distogliere lo sguardo. Erano tutti bellissimi, e tutti con la stessa particolarità. I volti avevano tutti la stessa espressione del disegno che lei aveva conservato in camera sua. Lo stesso volto rilassato e gli occhi chiusi.

Tutti tranne uno.

Appena lo prese in mano vide che il collo aveva una profonda cicatrice. Un dettaglio macabro che gli altri disegni non avevano. Guardò meglio l’immagine e di colpo il sangue le si gelò nelle vene. Era il ritratto di una ragazza ed assomigliava in maniera impressionante a lei. Portò la mano alla bocca per reprimere un urlo. Quel ragazzo l’aveva ritratta in quel modo, perché? Forse era per quel motivo che lui stava scappando prima? La immaginava così, con una ferita profonda sul collo?

Probabilmente Ester era così sotto shock da non sentire i passi felpati che si stavano avvicinando alle sue spalle. Sentì soltanto all’improvviso una mano sulla spalla e qualcosa di freddo vicino alla sua gola. Il freddo dell’acciaio affilato di una lama.

-Dammi i soldi. Muoviti!

Si ritrovò all’impiedi, era ancora affaticata dalla corsa di prima e non aveva forze. La paura la teneva bloccata e non riusciva a dire una parola.

-Ti ho detto di muoverti o ti ammazzo! Dammi i soldi e il cellulare!

L’uomo alle sue spalle urlava. Dalla bocca usciva un forte tanfo di alcol. Ester non poteva e non voleva voltarsi. Voleva solo che il rapinatore se ne andasse subito. Doveva darle quello che lui voleva. Stava per dire qualcosa quando si rese conto che lo zaino dove teneva il portafogli e il cellulare era ancora sul treno. Quando era uscita di corsa per inseguire il disegnatore aveva dimenticato completamente di prenderlo.

Era spacciata. L’unica cosa sensata da fare era piangere, e lei lo fece.

L’uomo capì che da lei non poteva avere quello che desiderava. Senza dire una parola affondò la lama del coltello nella sua gola. Ne uscì un fiotto di sangue scuro, il corpo si accasciò a terra senza vita. Perlustrò i vestiti velocemente prima di scappare. Vide lo zaino a terra, lo prese e lo portò con sé per controllarlo meglio in un luogo lontano. Rimase deluso vedendo che il contenuto era soltanto una miriade di fogli disegnati

Il ragazzo corse finché aveva fiato. Si fermò e si guardò incontro, era in un parco che non conosceva. Era arrivato lì senza guardare nemmeno la strada che percorreva. Si sedette sul marciapiede e cominciò a respirare regolarmente. Chiuse gli occhi ma vedeva sempre davanti a sé quella ragazza, quella di uno dei suoi ultimi ritratti. Appena l’aveva vista era scappato, solo lui sapeva il perché.

Per proteggerla, per proteggerla da lui.

Fin da piccolo aveva avuto quel “dono”, come diceva sua madre. In realtà stava solo indorando la pillola, perché lui non si sentiva affatto speciale. Gli capitava spesso di andare in uno stato di trance e disegnare i volti delle persone, anche di quelle che aveva visto solo per qualche secondo. Nella sua mente vedeva i loro volti, ma non quelli di quel preciso istante. Vedeva i loro volti da morti, quelli dei loro cadaveri.

Non gli succedeva sempre, ma dopo mesi di pace aveva continuato a farlo negli ultimi giorni. Tra l’altro in circumvesuviana, davanti ad un pubblico numeroso. Quando si risvegliava dallo stato di trance e si rendeva conto di cosa aveva disegnato di solito conservava i ritratti ma nell’ultimo periodo erano così tanti che non sopportava la loro vista. Il primo impulso era quello di strapparli. Quella settimana però era successo qualcosa di molto strano. Il mercoledì aveva realizzato due disegni, quello di una bambina e quello di una ragazza. Il primo lo aveva strappato ma il secondo aveva qualcosa di familiare. Lo aveva portato a casa e con calma lo aveva confrontato alcuni suoi disegni fatti in precedenza.

Lo trovò, qualche settimana prima aveva realizzato un altro disegno di quella ragazza ma in quell’occasione il viso era molto più anziano e con uno sguardo sereno. Quello che aveva realizzato quel giorno invece era serio e aveva una cicatrice sul collo. Cosa significava? Che lui non poteva vedere un futuro assoluto della morte? Che in qualche modo qualcosa era cambiato nel tempo tanto da modificare il corso degli eventi? E se fosse stato lui la chiave di tutto? Magari era la sua presenza che aveva modificato qualcosa e messo in pericolo la ragazza. Secondo una visione passata del futuro lei sarebbe morta anziana, ora invece lui sapeva che sarebbe morta giovane con un colpo mortale alla gola.

Inconsciamente si sentiva responsabile per la sua vita, per quel motivo il giorno dopo non si recò al lavoro. Poi però si convinse che era tutto solo nella sua testa, finché non la rivide. Alla stazione di Barra, lei lo stava cercando. Fu in quel momento che lui capì, era tutto vero. Era lui la variabile che aveva spostato l’asticella dell’orologio della morte. Per quel motivo stava scappando. Non dal suo destino, ma da quello della ragazza. Un destino che ormai era stato scritto, o meglio disegnato.

25 Giugno 1936

Sono il dottor Auriemma, scrivo questa pagina di diario per la prima volta. Ho il dovere morale di scrivere queste parole dopo quanto mi è accaduto qualche giorno fa. Sono ancora provato da quello che ho vissuto, non è stata una scelta semplice quella di mettere su carta i ricordi di quella giornata. Avrei preferito dimenticare tutto ed andare avanti ma non è più possibile. E’ un mio dovere quello di informare quante più persone, tutti dovrebbero sapere.

E’ cominciato tutto la settimana scorsa. Ero nel mio studio a scrivere gli appunti su un paziente febbricitante quando bussarono alla porta. La feci entrare, era una donna e dall’espressione era molto preoccupata. Disse di chiamarsi Anna, era la donna delle pulizie di un proprietario terriero che abitava sulla collina del Vomero. La donna era venuta nel mio studio per volere del suo padrone, le aveva ordinato di recarsi da me per convincermi a visitarlo.  La cosa mi stranì non poco, il mio studio è sito nella parte bassa di Napoli, dalla mia finestra posso solo osservare l’imponente Castel Sant’Elmo che sovrasta la città. Come mai uno sconosciuto avrebbe richiesto proprio i miei servizi? Come faceva a conoscermi? Per quale mia esperienza si era rivolto propriamente a me? Una serie infinita di quesiti che mi baluginava in mente.

La signora purtroppo non sapeva come risolvere gli enigmi, era stata solo inviata come ambasciatrice con il solo compito di “arruolarmi” per quella strana missione. La povera donna era imbarazzata alle mie domande così smisi di porgergliele. Non sapevo che risposta darle, non era mio costume quello di lasciare il mio studio per visitare chi non fosse già mio paziente. Tra l’altro senza alcuna informazione sul motivo, se di salute o puramente filosofico. Nemmeno le sue insistenze riguardo alla cifra che mi sarebbe stata resa per il disturbo mi convinsero. Non sono un tipo veniale, chi mi conosce bene sa che nel mio lavoro il mio unico fine è assistere gli ammalati e trovare loro una cura adeguata ai loro mali. Fu qualcos’altro a farmi decidere.

All’improvviso, visti vanificare i ripetuti sforzi, la donna cominciò a piangere. Senza dare nell’occhio prese un fazzoletto dal suo vestito e lo avvicinò al viso. In silenzio delle lacrime le rigarono il volto e la sua espressione divenne ancora più seria e preoccupata. Riuscì a dire soltanto una breve frase, con la voce così bassa da essere appena percettibile.

E’ una questione di vita o di morte

Fu la risposta che stavo aspettando. Il giuramento che feci quando iniziai la mia carriera mi impone di servire un solo scopo, l’assistenza di chi ne ha più bisogno. Quelle lacrime, quella tristezza sul volto della donna, quel messaggio implorato. Erano quelle le ragioni che mi diedero la spinta. Mi alzai per soccorrerla, le diedi una sedia su cui sedersi e le assicurai che avrei assistito il suo padrone appena possibile. Senza cambiare l’espressione del suo viso mi disse che non era possibile prorogare la visita altrimenti sarebbe stato troppo tardi. Pensai subito che il paziente doveva versare in condizioni molto gravi per richiedere un intervento così urgente. Non potevo tirarmi indietro, le dissi che ero a disposizione, mi sarei recato subito da lui. Finalmente la donna si riprese, il suo viso mi apparve più disteso. Mi disse che in strada c’era una macchina che ci attendeva e che ci avrebbe portato nella tenuta del Conte De Giusti. Preparai la mia attrezzatura in borsa e seguii la signora, giù al palazzo fuori al portone ci attendeva un’auto. L’autista appena ci vide aprì le portiere sorridendo, anche lui era visibilmente contento che avessi accettato la proposta.

Durante il tragitto l’uomo non fu avaro di parole. Continuava ad encomiare il Conte per il suo carattere gentile e sempre disponibile. A quanto pare era molto anziano, lavoravano con lui da quando erano piccoli. Prima di loro i rispettivi genitori servivano la famiglia del Conte, e così indietro da generazioni. Da secoli i De Giusti erano proprietari terrieri di quella zona ed erano sempre stati caritatevoli con tutti. Finanziavano opere d’arte, supportavano le parrocchie della zona, provvedevano all’istruzione dei bambini delle famiglie degli inservienti. Quei racconti non fecero che incuriosirmi ancora di più e mostrarmi il Conte in un’ottica positiva. In pratica non vedevo l’ora di conoscerlo.

Mi fu raccontato persino che il mio sconosciuto paziente era rimasto solo da pochi anni. Era sposato da una vita con una donna, Beatrice, di origini nobili anch’ella. Purtroppo in quella vita il Signore non li aveva mai benedetti con l’arrivo di un erede. A mio parere proprio quell’assenza di prole sarebbe stato il motivo che li spingeva ad operare sempre di più in carità di Dio verso gli ultimi. Si erano costruiti una grande famiglia laddove non ne potevano avere una propria.

Il tragitto fu abbastanza lungo, la macchina sebbene fosse buono stato arrancava sulle salite che portavano alla residenza dell’uomo. Nell’ultimo tratto l’autista ci tenne ad indicare gli ettari di terreno di proprietà del Conte, specificando le colture ad essi dedicati. Erano tantissimi, non avrei mai pensato che tutto quel verde appartenesse ad una sola persona.

Arrivammo alla tenuta, l’autista parcheggiò la macchina nell’enorme piazzale. Era una bellissima villa, l’imponente facciata denotava nobiltà e sfarzo. All’esterno c’erano decine di alberi in fiore che decoravano quell’ameno paesaggio, tutto intorno c’era pace e tranquillità. Il silenzio era intervallato solo dal verso degli uccelli che avevano costruito i loro nidi sugli alberi vicini. Una volta varcato il portone principale però sembrava di essere entrato in un’altra abitazione. Tutta la tranquillità e il senso di pace che c’era all’esterno scompariva totalmente all’interno di quella casa. Una sensazione di angoscia e dolore mi pervase appena mi trovai all’interno.

Tutte le finestre erano chiuse, anche le tende di colore scuro coprivano totalmente ogni spiraglio di luce. Nel grande salone d’ingresso c’era ordine, pulizia, ma a tutti gli effetti sembrava una sala che non vedeva ospiti da lungo tempo. Tanto spazio eppure tanta solitudine. La donna che mi accompagnava dovette accorgersi della mia improvvisa inquietudine, subito mi spiegò che dal giorno della morte di sua moglie il Conte si ritirò in una triste solitudine. Prima era solito passare le giornate all’aperto, in compagnia dei fattori e della gente del luogo. gli piaceva dialogare con la gente comune e sapere il loro punto di vista sulla vita. Dopo il triste episodio il suo carattere divenne sempre più inquieto, riservato. Evitava la vicinanza di ogni conoscente e passava le sue giornate nel buio della sua camera o nella grande biblioteca presente nella casa.

Salimmo al piano superiore, a pochi passi dalla camera da letto del Conte la signora mi fermò. Mi disse poche semplici parole, ma che mi spaventarono non poco.

Qualunque cosa dica il Conte. la prego, deve credergli. Se può fare qualcosa per lui lo faccia.

Parole di compassione ma enigmatiche, che non fecero altro che mettermi in allarme. Bussammo alla porta, dall’altro lato nessuna risposta. Aprimmo delicatamente ed entrammo. Appena varcata la soglia un forte odore di chiuso arrivò alle mie narici. Il mio istinto fu quello di aprire le finestre e far passare un po’ d’aria fresca, l’ideale in una giornata così calda. La donna mi prese per un braccio e mi rivolse uno sguardo triste. Non ne capii il motivo ma decisi di assecondarla, evitando di fare come avevo pensato. A quel punto mi rivolsi verso il mio nuovo paziente.

Era disteso a letto, il torso era tenuto su da una pila di cuscini. Sembrava molto anziano e senza forze, il corpo era adagiato a peso morto e le braccia penzolavano di lato. La bocca era aperta e gli occhi chiusi, se non fosse stato per quel profondo silenzio che faceva sentire indistintamente il rantolo del suo respiro avrei pensato che fosse già morto. Mi avvicinai lentamente al letto e gli tastai il polso. Non ebbe nessuna reazione quando la mia mano lo toccò, gli occhi rimasero chiusi mentre constatavo un battito lento. Poi un filo di voce uscì da quelle labbra secche.

-Dottor Auriemma, è venuto?

Lo tranquillizzai subito, non volevo che si sforzasse nello stato in cui si trovava. Gli dissi che era arrivato appena avevo saputo del suo stato di salute. Vedendolo in quel letto così debilitato pensai che più che il mio intervento, sarebbe stato più opportuno quello di un parroco per dare l’estrema unzione. Tutto quello che accadde da quel momento mi fece cambiare idea.

L’uomo con uno sforzo enorme alzò il braccio destro per poi posare la sua mano sulla mia. Finalmente aprì gli occhi, mi guardò in un misto di tristezza e coraggio. Mi parlò con parole dolci ma in modo lento, sforzandosi non poco.

-Ascolti dottore, per me non c’è molto che lei possa fare. C’è una ragione per la quale lei è stato convocato qui. Ho delle cose da dire prima che sia troppo tardi ma ora sono troppo stanco per parlare. Vi prego, sul mobile accanto al letto, vicino ad un piccolo ritratto di mia moglie, ci sono dei fogli. Li ho scritti io finché ero in forze, dovete leggerli ve ne prego

Feci come mi era stato ordinato, non avevo voglia di dare altri dispiaceri a quell’anima in pena, fossero stati anche i vaneggiamenti di un malato. Trovai i fogli, li presi e li misi in tasca. Fui però richiamato dal Conte, voleva che li leggessi proprio in quell’istante, davanti a lui. Anche in quell’occasione accondiscesi alle richieste. Trascrivo qui il contenuto di quelle righe.

Mia moglie era morta da soli tre mesi, ero a pezzi e la vita già non aveva più senso. Era lei la mia forza, il mio coraggio, senza di lei non valeva la pena vivere. Forse si sta chiedendo perché non abbia posto fine alla mia vita piuttosto che imbarcarmi per un sentiero più oscuro. Non lo so, forse non avevo nemmeno il coraggio per compiere un gesto così ignobile. Provai a distrarmi, a fare in modo di non pensare all’accaduto, ma il dolore era così forte che non era possibile sottrarsi. Decisi allora che avrei trovato un modo per mettermi in contatto con lei. Contattai i migliori esperti, studiai giorno e notte pur di sentire per l’ultima volta la voce della mia cara moglie defunta. Trovai dei libri nella nostra biblioteca che descrivevano dei riti per contattare le anime perdute nell’aldilà. Ve ne prego, non considerate queste righe come le visioni di un pazzo, quei libri sono esistiti davvero ma ho provveduto a bruciarli nel momento in cui ho capito quanto fossero maledetti. Ma dicevano il vero! Ho seguito ogni passaggio meticolosamente e sono arrivato al mio fine. Ora però ho paura che quando arriverà la mia ora queste memorie vadano perdute. Ma non basterebbe scrivere un diario del mio racconto, lo so, nessuno crederebbe alle parole di un vecchio moribondo. Tutti mi considererebbero un pazzo ed infangherebbero la mia memoria come quella della mia amata Beatrice. Ho bisogno di un testimone, qualcuno al di sopra delle parti che possa testimoniare la veridicità di quello che ho fatto. E qui entrate in gioco voi, dottor Auriemma, anche se fino ad oggi non ci siamo mai conosciuti.

Quando sono entrato in contatto con lo spirito di Beatrice sono diventato la persona più felice del mondo. Quanto è stato bello risentire la sua voce dopo tanto tempo. Passavamo notti intere a parlare, faceva di nuovo parte della mia vita anche se ero costretto a praticare un rito pagano chiuso nella nostra camera. Le chiedevo spesso del luogo in cui si trovava, lei era ben felice di rispondere. Non esistono Inferno e Paradiso come li conosciamo dai libri di religione. Esistono varie esistenze dell’aldilà, vari inferni, come dice lei. Quando l’anima abbandona il corpo vaga in una dimensione in cui non esiste la fisica terrestre. Le anime vengono collocate nei vari inferni in maniera quasi casuale, quello che facciamo sulla terra vale solo per chi rimane, non ci sono premi o punizioni nella vita successiva. Ci teneva a descrivermi la sensazione di pace che provava in quel luogo pieno di anime come lei. Così mi venne in mente un’idea. Chiesi a mia moglie di cercare tra gli spiriti che incontrava qualcuno legato al nostro luogo. Qualcuno di Napoli che avesse potuto convincere una persona di quanto quello che sto raccontando sia vero. Non fu facile, come ho scritto in precedenza non esiste una regola per associare i morti agli inferni, ma dopo qualche mese Beatrice fece la conoscenza di una donna che aveva lasciato qui sulla terra un caro. Si trattava proprio di un vedovo come me, un dottore che opera nel centro storico di Napoli e che ha perso la moglie di malattia. So che leggendo questo foglio starete pensando a qualche inganno, ma finite di leggere in modo da avere la situazione più chiara. La donna si chiamava Luisa, era una levatrice ed ha sposato voi, dottor Auriemma, in una domenica di fine Maggio. Quando parlava con voi non vi chiamava con il vostro nome di battesimo, Mario, ma lo storpiava in “Marco” per farvi sorridere. Ho preferito non farmi raccontare i dettagli del vostro rapporto per non essere invadente, ma voglio che voi crediate che quello che ho scritto è tutto vero. Purtroppo negli ultimi giorni le forze mi abbandonano sempre di più. Per scrivere queste poche righe ho impiegato giorni con l’aiuto della servitù. Care persone che non hanno mai dubitato della mia sanità mentale.

Ora è il momento di incontrarvi, affinché possiate tramandare quello che avete saputo. Ve lo chiedo nel buon nome della nostra famiglia.

Finii di leggere la lettera mentre le mani continuavano a tremare. Non so ben descrivere le sensazioni che provai leggendola. Dapprima scetticismo, poi curiosità, sicuramente rabbia quando vidi il nome di mia moglie. Cosa dovevo fare? Credere ad un racconto fantastico che mi veniva servito da un moribondo? Lasciarlo alla sua follia ed andarmene risentito aver scovato nel mio passato e farne una storia personale? Non sapevo cosa fare, ero nel dubbio più assoluto. Le parole che proferì il conte subito dopo furono la risposta che non mi aspettavo.

-Lo so cosa state pensando, ho pensato anche a questo. Avvicinatevi se volete la prova definitiva. Posso chiamarla e farvi sentire la sua voce

Non credevo alle mie orecchie. Quell’uomo voleva a tutti i costi costringermi e lo avrebbe fatto mettendomi in contatto con l’anima della mia moglie defunta. Mi avvicinai a lui con scetticismo ma in cuor mio avevo una piccola speranza. Il Conte richiuse gli occhi ed aprì la bocca. Il silenzio che ci circondava appariva sempre più spettrale mentre il respiro dell’uomo si faceva sempre più lento. All’improvviso, senza che lui muovesse le labbra, un suono uscì dalla sua gola.

-Amore, sei lì?

Non era possibile. Non era la voce del Conte, era una voce femminile quella che avevo sentito. La mia mente rifiutava di credere a quello che stava succedendo, pensai si trattasse di un complice presente in quella stanza che stava simulando quel fenomeno, ma io quella voce la conoscevo. Era proprio la voce di Luisa, così come la ricordavo.

-Mario sei lì? Mio caro Marco, fatti sentire

-Che scherzo è mai questo? Giuro che gliela farò pagare per questo gioco, è andato oltre signor Conte!

-Calmati Mario, sono io. Il Conte è un tramite, non avercela con lui, ti prego

La ragione e il cuore lottavano per dare una risposta concreta. In realtà una parte di me avrebbe voluto inginocchiarsi e piangere mentre un’altra parte voleva che fosse tutto uno scherzo per ritornare alla vita normale. Era una rivelazione troppo grande quella che avevo sotto i miei occhi, un peso troppo grave da portare dentro.

-Amore ascoltami, ricordi quella passeggiata che facemmo al chiaro di luna durante la festa di Piedigrotta? Fu allora che dichiarasti il tuo amore per me. Ricordi cosa ti dissi?

Un ricordo che avevo completamente cancellato dalla memoria, sepolto sotto uno strato spesso di dolore.

-Ti dissi che sarei stata tua per sempre, in questa vita e in tutte quelle successive. E poi ti dissi che avevi una macchia di sugo sulla giacca. Ricordo ancora la faccia imbarazzata che avevi! Eri tutto serio per dichiararti a me e invece dovevi cercare di cancellare quella chiazza orrenda

Come faceva a sapere di quell’episodio? Faceva parte dell’intimità di coppia che avevo con Luisa. Non avrei raccontato neanche per scherzo a qualcuno di quell’accaduto. La risposta era una soltanto, amara come il boccone che dovevo ingoiare. Senza rendermene conto cominciai a piangere, guardavo il volto raggrinzito del Conte ma davanti agli occhi avevo l’immagine del viso angelico di Luisa. Mi inginocchiai a terra e presi il volto tra le mani.

-Scusa Luisa. Scusa se in cuor mio ho sperato che non fossi tu. Scusa se non ho riconosciuto subito la tua voce. Scusa se…

-Va tutto bene Marco mio. Ora sono qui a parlarti, mi basta questo. Non sai quanto mi manchi

-Mi manchi tanto anche tu. Da quando non ci sei più mi sono dedicato anima e corpo al lavoro. Tu sei e sarai sempre l’unica donna della mia vita

-Amore mio quanto ti amo. Vorrei essere con te sempre

-Anche io lo voglio. Come posso fare? Dimmi in che modo posso godere della tua voce ogni giorno. Solo ora capisco che De Giusti non era un folle ma soltanto un uomo innamorato. Solo l’amore può abbattere i confini di questo mondo e permettere un prodigio simile. Ho bisogno di sapere come ha fatto a contattare il regno dei morti

-Amore mio anche io lo vorrei, ma devi stare attento a quello che fai

-Non mi importa. Che la mia anima possa essere dannata in eterno se posso ascoltare la tua voce anche una volta soltanto

All’improvviso il Conte chiuse la bocca ed aprì gli occhi. Con quegli stessi occhi mi guardò, era uno sguardo pieno di rabbia.

-Non deve farlo. Non intraprenda questa strada maledetta. Non faccia come me, lei è qui per mettere in guardia il mondo. Esistono forze che non comprendiamo appieno, ed io l’ho capito troppo tardi. Prima riuscivo a farlo quando volevo, ora sono soltanto un tramite, qualcuno dall’altro lato comanda questo potere ma non lo fa per uno scopo benevolo

Di colpo gli occhi girarono all’indietro e la bocca si aprì nuovamente emettendo frasi con la voce di mia moglie.

-Amore mio non starlo a sentire. Devi trovare il modo di metterti di nuovo in contatto con me. Lui non era abbastanza potente, tu potrai fare di più. Potremmo non solo parlare, potremmo anche sentire le emozioni l’uno dell’altro

L’anziano rinsavì di nuovo.

-Non ascoltarla. E’ l’altra entità che sta parlando attraverso la sua voce, attraverso i suoi ricordi. Non farti ingannare

Nella mia testa si scontravano le due teorie, con le voci di Luisa e del Conte. A chi dovevo dare retta? Alla donna della mia vita, che aveva giurato amore eterno? Oppure ad un anziano sconosciuto, amato e venerato chi gli era vicino? Ero sul punto di impazzire, mentre ragionavo e facevo a pezzi il mio cuore sentivo quelle voci come sirene che attiravano Ulisse verso gli scogli. All’improvviso le mie orecchie sentirono qualcosa che ancora oggi al solo pensiero mi fa rabbrividire. Era Luisa che stava parlando dalla bocca del Conte quando la sua voce cambiò di colpo. La voce femminile divenne d’un tratto strana, più cupa, fino a diventare un abominio. Continuava ad usare le parole dolci di mia moglie, a chiamarmi Marco, ma non era lei a parlare e me ne rendevo conto solo allora. Provava ancora a convincermi che dovevo carpire i segreti di De Giusti e ricontattare il regno dei morti. Girai lo sguardo per non osservare più quella scena, fissai la parete di fronte mentre piangevo. A quel punto il Conte ritornò di nuovo in sé.

-Ora ha capito di cosa si tratta? L’entità dall’altro lato vuole uscire, venire in questo mondo, ma noi non dobbiamo permetterglielo. Ora che anche Lei lo sa, io posso morire. La mia anima è già dannata. Deve promettermi che non cercherà mai la strada che ho percorso io. Non deve fare in modo che il dolore alimenti la voglia di oltrepassare ciò che ci separa dall’inferno. Ora può andare, metta per iscritto ciò che ha visto oggi e metta in guardia quante più persone. Il mondo deve sapere

Appena ebbe finito di parlare presi subito le mie cose e uscii dalla stanza. Fuori c’era la servitù del Conte in un rispettoso silenzio., con la testa abbassata pregavano per l’anima del loro padrone. Di fretta scesi al piano inferiore, non degnai neanche di uno sguardo quelle persone in pena. Di corsa uscii da quell’abitazione ed entrai nell’auto che mi stava aspettando nel cortile. Non ci fu bisogno di parole, l’autista mi riaccompagnò a casa. Ero ancora sconvolto da quello che avevo vissuto e per il resto della giornata rimasi chiuso in casa. Anche la notte non riuscii a prendere sonno.

Ero stato caricato di un peso troppo grande, una verità troppo amara da digerire. Ho rivissuto tutto il dolore per la perdita di Luisa ma amplificato milioni di volte. Avevo le risposte alle domande che non mi ero mai posto. Da scienziato avevo dato sempre per assoluto che un corpo morto finiva la sua esistenza ma ora sapevo che non era così, che l’anima esiste e che dopo la morte c’è un luogo, ancora più misterioso ai miei occhi. Nessuna consolazione dovuta a questa conoscenza.

Passarono i giorni ma si fece sempre più radicata in me una consapevolezza. Non potevo far finta di nulla, dovevo mettere su carta questa esperienza e tramandarla. Nessuno in futuro doveva commettere lo stesso sbaglio, non lo avrei permesso. Qualcuno dirà di me che sono un pazzo, un visionario. Non mi interessa, se anche una sola persona mi crederà allora questo mondo sarà salvo. Esiste un mondo dopo il nostro, ma nessuno deve poter creare un legame seppur piccolo tra i due piani dell’esistenza.

Mai.

4 Giugno 2017

Salvatore: Ma ti dico che è così, credimi!

Domenico: Certo, come no

Salvatore: Dai ragazzi, non scherzate. Perché dovrei dirvi bugie?

Fabio: Ma dai, fai il serio. Non può essere

Dario: Ciao ragazzi, tutto bene? Cosa non può essere?

Domenico: Ecco, è arrivato anche Dario. Siediti qui con noi che Salvatore ci sta raccontando una barzelletta

Salvatore: Ma finiscila! Siediti Dario così racconto anche a te e giudicherai anche tu

Dario: Ok, va bene. Intanto voi avete già ordinato?

Domenico: Sì ma un altro giro di birra va più che bene, che ne dite ragazzi?

Salvatore: Certo

Fabio: Certo, vado io a prendere l’ordinazione voi intanto cominciate

Dario: Dai Salvatore, sono curioso

Salvatore: Allora, in pratica sapete tutti bene che al liceo ero un figurino. Non per falsa modestia ma avevo un bel fisico. Eravamo sempre in movimento, partite di calcetto ogni giorno. Insomma, altri tempi

Dario: Vero, vi ricordate i pomeriggi quando non uscivamo da scuola e quando i cancelli erano chiusi facevamo le nostre partite da due ore nel campetto? Mamma mia, che ricordi

Salvatore: Esatto, eravamo sempre atletici. Peccato solo per le ragazze che non c’erano praticamente mai

Domenico: Parla per te, sfigato! Io un paio di appuntamenti li ho avuti

Salvatore: Sì, come no. La ricordiamo tutti Camilla. Penso che tu sia stato l’unico ad avvicinarti così tanto. Gli altri si tenevano a debita distanza per evitare di diventare biondi. Aveva un alito che ammazzava da lontano

Dario: Secondo me stiamo divagando. Arriva al punto che sono curioso

Salvatore: Hai ragione. Comunque, da giovane ero una alice, come diceva sempre mia madre. qualche settimana fa ricevo la partecipazione di mia cugina che si sposa il prossimo Agosto

Dario: Auguri!

Salvatore: Grazie. Dicevamo, vedo la partecipazione. Dopo aver represso l’irrefrenabile impulso di chiamarla e convincerla a ripensarci…

Dario: Detto da un single come te non fa testo. Tu provaci prima e poi puoi dare giudizi

Salvatore: Touche. Su questo argomento forse ne sapete meglio voi, hai ragione. Comunque la prima cosa che faccio è andare a vedere nell’armadio i vestiti classici in modo da capire se era il caso di comprarne un altro per l’occasione oppure potevo riciclare quello del matrimonio di mia sorella di tre anni fa. Lo trovo, lo prendo e lo indosso. E indovinate?

Dario: Non ti entra perché ora che non sei più un ragazzino e hai perso anche la voglia di andare appresso alle giovani pulzelle, ti sei ingrassato

Salvatore: Tutto corretto

Domenico: Io gliel’ho sempre detto. Doveva finirla di mangiare sempre in quei fast food. Da giovani potevamo mangiare anche le pietre e avremmo digerito tutto, ma da grandi bisogna regolarsi

Fabio: Rieccomi, ho ordinato le quattro birre. Mamma mia, meno male che qui le birre sono eccezionali. Non sarei riuscito a resistere altrimenti. Che mi sono perso? E’ già arrivato alla parte in cui si autocommisera del suo peso?

Salvatore: Non mi sto autocommiserando. E poi non sono grasso, ho solo messo su qualche chilo di troppo

Dario: Con tutta la birra che ti stai scolando ti chiedi anche il perché

Salvatore: Eh, va beh, ormai. Comunque la giacca mi andava ancora bene ma quando infilo i pantaloni e vedo che non riesco nemmeno ad abbottonarli allora realizzo che mi stavo lasciando andare troppo. Il matrimonio è ad Agosto quindi avevo solo due mesi per perdere peso ed evitare di comprare un vestito nuovo

Fabio: Hai mai considerato il digiuno?

Salvatore: Certo, ma mi conosco bene. A casa quando sto senza fare niente inizio ad aprire i cassetti e mangio qualsiasi cosa veda in giro. Decido quindi di optare per l’attività fisica. Da giovane ne facevamo tanta quindi bisognava solo riprendere il ritmo e i risultati si sarebbero visti in poco tempo. Proprio sotto casa mia c’è una palestra, decido quindi di andare a domandare per un corso che potesse fare al caso mio. Incontro il proprietario e faccio con lui qualche chiacchiera per capire. La mia esigenza è quella di sfruttare la mattina in modo da avere tutta la giornata “libera”. Con il mio lavoro non so mai a che ora posso finire quindi mi rimane da sfruttare solo quell’orario. La palestra però apre alle 8 di mattina e per me è troppo tardi. Non riuscirei nemmeno a farmi la doccia prima di andare al lavoro quindi scarto questa soluzione

Dario: Ma hai considerato l’opzione pausa pranzo? Si tratta di due o tre volte a settimana, mangiavi più tardi, magari di fretta, però sfruttavi quell’ora libera

Salvatore: Ci ho pensato ma per me la pausa pranzo è sacra. Già corro tutta la giornata, sempre in giro su quel furgone a consegnare pacchi. Quando arriva orario di pranzo devo fermarmi e rilassarmi. Comunque non mi rimaneva che una sola alternativa. Jogging!

Domenico: Haha. Già ti vedo tutto sudato a correre

Salvatore: Tu ridi, intanto è così. Sono andato subito a comprare tutto l’occorrente. Completino, fascia elastica, scarpette. Addirittura uno smartband! Ho preso tutto seriamente

Dario: Quindi veramente ti sei messo in testa di andare a correre la mattina?

Salvatore: Certamente. Dovevo smaltire quei chili di troppo e rimettermi in forma

Fabio: E a che ora sei andato a correre?

Salvatore: La mattina prestissimo. Ho cominciato di lunedì in modo da tenere il passo per tutta la settimana. Prima sveglia alle 6 del mattino

Dario: Tu sei un pazzo. Io a quell’ora sono ancora sotto le coperte a sognare

Salvatore: Quella del risveglio è la parte più difficile. Il primo impulso è quello di mandare a quel paese tutto e ritornare a letto. Ma devo dire che sono soddisfatto del mio coraggio. Ho superato quella prova egregiamente e mi sono preparato di corsa per non perdere nemmeno un minuto. Alle 6:10 ero già giù al portone del palazzo pronto per bruciare calorie

Dario: Dove sei andato a correre?

Salvatore: Hai presente la Villa Comunale di Ponticelli? Non è molto lontana da casa mia. C’è chi arriva lì in auto per correre intorno alla villa, io ho preferito andare direttamente a piedi. In tutto sono un chilometro e mezzo di perimetro, quella mattina avrei almeno fatto tre giri. Quindi inizio a correre da casa con andamento sostenuto e mi dirigo verso la villa. Avete presente quel parco vicino alla Villa Comunale in cui ci sono tutti quei murales?

Dario: Non sono di quella zona, non ho idea

Fabio: Si chiama proprio “Il Parco dei murales” o Parco Merola. Hanno riqualificato una zona urbana facendo dipingere sulle pareti dei palazzi dei grandi murales. Sono molto suggestivi, hanno un significato forte che si incastra bene con la zona popolare

Salvatore: Esatto. Correre lì è davvero suggestivo. Comunque arrivo e mi trovo il primo murale di fronte. Rappresenta un burattino con le fattezze di Pulcinella che viene schiacciato da un Joystick della PlayStation

Domenico: Una pubblicità della Sony?

Salvatore: Tutt’altro! Sta a significare proprio il fatto che i nuovi giochi stanno uccidendo il modo di giocare di una volta. Comunque arrivo e vedo che il murale si muove

Domenico: Eccolo lì, si muove…

Salvatore: Ti dico che è così, si muoveva. Il burattino agitava braccia e gambe

Dario: Aspetta Salvo, non è che il murales era disegnato su un telone e c’era vento? Magari era un effetto ottico

Salvatore: Assolutamente no. Fatemi continuare. Vedo questo burattino che si muove e inizio a pensare che non aver fatto colazione quella mattina era stata una pessima idea. Eppure non avevo fame, lo stomaco sembrava ok. Mi giro da un altro lato e riprendo a correre tranquillo. Decido di fare un giro in senso orario del perimetro della villa quindi attraverso la strada e continuo a correre. Di lato a sinistra vedo un altro murale, quello che ritrae i volti di alcuni bambini e adulti. Stavo guardando quel quadro gigantesco quando ad un tratto i volti dei bambini si voltano e guardano nella mia direzione. So a che state pensando, che sono pazzo, ma non è così. I bambini sulla sinistra mi guardano e cominciano a piangere mentre continuano a tenere mano un grosso libro. Addirittura l’uomo sulla destra si toglie la pipa di bocca e sembra dire qualcosa ma non riesco a capire il labiale. Ero troppo spaventato

Fabio: Dovresti scrivere dei racconti. Non sto scherzando, magari a qualcuno piacerà questa storia

Salvatore: Voi non avete idea di quanto ero terrorizzato. C’era già un po’ di luce del giorno e quelle immagini non potevano essere un’allucinazione. Presi a correre più velocemente che potevo. Il cuore pompava sangue senza fermarsi mentre le gambe si sforzavano di andare avanti sempre più in fretta. Sentivo già dolore ai muscoli ma non potevo fermarmi. Arrivai a fare quasi un giro della Villa quando mi fermai per respirare a pieni polmoni. Avevo il fiatone e dovetti sedermi un minuto a terra. Da quel lato della villa c’erano già i furgoni del mercato rionale che stavano montando le bancarelle. Non ero solo e quello mi confortava

Dario: Potevi chiedere a loro se vedevano quello che vedevi tu

Salvatore: Volevo farlo ma mi avrebbero preso per pazzo. Come voi adesso

Domenico: Perché non te ne sei tornato a casa?

Salvatore: Perché mi ero tranquillizzato. Mi davo del coglione per aver pensato di aver visto qualcosa di impossibile. Mi alzai e ripresi a camminare. Purtroppo non era finita lì. Su un’altra parete c’era disegnata una libreria con dei libri disposti in disordine. Su ogni libro c’era una lettera, mi avvicinai per leggere la parola formata da quella sequenza quando all’improvviso i libri di disposero in maniera diversa

Dario: Cioè, uscivano dal disegno?

Salvatore: No, erano sempre a due dimensioni, ma cambiavano di posto. Mi girai per vedere se qualcun altro come me stava vedendo quello strano spettacolo ma erano tutti indaffarati a fare altro. Mi rigirai verso la parete e a quel punto le lettere sui libri avevano formato una parola. “Scappa”. Dicevano proprio così, “scappa”

Dario: Da brividi

Salvatore: Esatto! Mi feci coraggio e fermai uno dei commercianti. Mi prese sicuramente per pazzo perché mi avvicinai a lui all’improvviso e lo tirai con me verso il muro. Quando entrambi eravamo davanti al muro mi resi conto che il disegno era tornato come prima. Chiesi scusa e ripresi a correre il tragitto a ritroso. Correvo e continuavo a guardarmi intorno spaventato anche se non ero più solo. A quell’ora c’era già tanta gente che faceva jogging ma gli altri erano ignari di quello che stava succedendo

Dario: Quindi sei tornato a casa?

Salvatore: Aspetta che arrivo all’ultima parte del racconto. Correndo in senso antiorario mi ritrovai nel punto in cui ero passato prima, ma da quella angolazione vidi un altro dei murales del parco. Forse il più bello, ritrae una bambina di etnia rom, una bella iniziativa per l’integrazione. Ha un sorriso particolare, in quel momento il suo volto rilassato mi mise calma. Ma durò poco, il volto diventò di colpo preoccupato e con la mano destra si fece il segno della croce. Tutto mentre con i suoi occhi guardava proprio me. Mi fermai e iniziai a tremare per la paura. Non riuscivo a muovermi, volevo correre ma non riuscivo a muovere un muscolo

Dario: Quindi cosa hai fatto?

Salvatore: Ero lì fermo e immobile quando…

Guardia: Pausa finita, tutti di nuovo al lavoro! Signori uscite lentamente e ritornate alle vostre postazioni

Barista: Mi dispiace ragazzi, io devo chiudere. Ci vediamo domani?

Dario: Ma come, proprio adesso che stavi finendo? Dai, raccontaci velocemente mentre ritorniamo

Salvatore: E niente, poi il resto lo sai. La Lancia Delta guidata da quel drogato correva a tutta velocità sul vialone. Dopo il sorpasso ad un’altra auto non riuscì a sterzare bene e mi prese in pieno. Dicono che non ho sofferto perché sono morto nel momento dell’impatto. E niente, la prima volta che sono andato a fare jogging è stata anche l’ultima

Dario: Già, mi dispiace. Se ti può consolare meglio così che come me, dopo mesi di agonia a letto con quel male che ti divora da dentro. Perdi la speranza e muori già mesi prima che vengano i becchini a prenderti

Salvatore: Vero. Quando lo abbiamo saputo è stato difficile anche per noi

Domenico: Dai, la cosa bella è che ci siamo incontrati di nuovo dopo tanto tempo

Fabio: Sapete che vi dico, sono contento. Nel senso, mi dispiace che non siamo ancora vivi, ma passare l’eternità con voi è la cosa migliore che ci poteva capitare

Salvatore: Lo penso anch’io. Anche se ho capito troppo tardi che avremmo dovuto vederci di più in vita prima di aspettare di capitare nello stesso settore dell’inferno

Domenico: Sante parole. Sante parole

Fabio (sottovoce a Dario): Che dici glielo diciamo?

Dario (sottovoce a Fabio): Cosa? Che abbiamo saputo che stava per essere destinato qui e abbiamo cercato in tutti i modi di salvarlo? Meglio di no. Potrebbero scoprirci e metterci in punizione. E poi gli amici a questo servono, no? Ti salvano la vita ogni giorno anche se non te ne accorgi