
Ennesimo giorno di lockdown, ormai si assomigliavano tutti. Più di un mese di chiusura forzata stava incidendo negativamente sulla mente di Fabrizio. Aveva scelto di andare a vivere da solo proprio nel periodo precedente all’inizio del lockdown, a Pozzuoli. Che fortuna, aveva pensato quando aveva trovato un appartamento in occasione proprio vicino alle vie della movida. Fortuna, come no. Dopo nemmeno due settimane dal trasloco tutta l’Italia si era chiusa in casa a sperare che il Coronavirus se ne andasse così come era comparso. Proprio lui, che aveva scelto con cura la zona giovanile, ora si ritrovava barricato a casa come tutti.
Le sue giornate era sempre le stesse. Si svegliava (più tardi del solito), iniziava a lavorare da remoto, pranzo e cena con l’aiuto di un microonde (rigorosamente davanti al computer), film, fumetti e serie televisive nel tempo libero e poi a letto. Sembrava il mantra di una serie che aveva visto recentemente su Netflix. Mangia. Dormi. Lavora. Ripeti. Gli amici continuavano a dirgli che doveva sentirsi fortunato. Il suo lavoro di web design gli permetteva di lavorare anche quando tutta l’Italia era ferma, percepiva uno stipendio fisso e poi in un’epoca in cui le consegne a domicilio erano all’ordine del giorno non gli mancava niente. Avevano ragione, ma lui non era abituato a quella vita. Doveva scendere, incontrare persone, parlare con qualcuno.
A casa era solo, o quasi. Aveva un amico da anni che gli faceva compagnia, il suo gatto Raoh. Era un curioso gatto dal pelo biondo, lo aveva chiamato come il suo personaggio preferito di Ken il guerriero. Erano quasi inseparabili, ma il quel periodaccio a Fabrizio sarebbe servito di più un cane. Vedeva infatti dalla finestra del suo appartamento al quarto piano i proprietari di cani che scendevano a varie ore del giorno per portare i loro animali domestici in giro. Li invidiava, il suo Raoh aveva tutto quello di cui aveva bisogno a portata di zampa.
La solitudine lo stava attanagliando e non voleva deprimersi. Dopo i primi giorni in cui lo shopping convulsivo stava prendendo una brutta piega decise di selezionare in maniera più critica i suoi futuri acquisti. Stava scegliendo l’ennesima app da scaricare sul suo smartphone quando gli comparve una notifica che lo interessò. Si trattava di un’app non ancora rilasciata sullo store ma ancora in versione beta. Gli sviluppatori stavano cercando delle persone che si proponessero come beta tester per quella nuova esperienza.
Fabrizio era incuriosito, pur essendo parte di quel mondo lavorativo non aveva mai valutato l’idea di testare il funzionamento di un’applicazione. Cliccò sul pulsante per essere contattato dal team di sviluppatori e quasi istantaneamente gli arrivò una mail al suo indirizzo di posta elettronica privata. Attese la fine del suo orario lavorativo per leggerla, voleva capire bene di cosa si trattasse. Il contenuto era semplice e diretto.
“Caro utente,
sei stato candidato come tester della nuova app del team di sviluppo SoftMusic3D.
La nostra nuova applicazione è in versione beta, di seguito il link per scaricarla dal nostro repo. Installala sul tuo dispositivo mobile e collegala al tuo provider preferito di streaming musicale.
Per il corretto utilizzo delle funzionalità è necessario utilizzare i seguenti componenti aggiuntivi”
E ti pareva, ecco i soliti accattoni che cercano di venderti prodotti per utilizzare un’app. Ma non dovrebbe essere tutto gratis su internet? Continuò a leggere ma dovette ricredersi.
“1. Visore VR per smartphone
2. Cuffie a conduzione ossea*
Tutti i prodotti descritti sopra saranno inviati se non ne siete in possesso. Compila il form nella pagina seguente per riceverli a casa senza spese.
*Si sconsiglia obbligatoriamente l’uso di auricolari in ear, le cuffie a conduzione ossea garantiscono il non isolamento dai rumori esterni mentre le altre tipologie di auricolari potrebbero causare situazioni di stress.”
Quest’ultima postilla lasciò di stucco Fabrizio. Perché degli auricolari potrebbero compromettere il test di un’app musicale. Forse una trovata pubblicitaria? O forse solo un espediente per vendere più cuffie con quella tecnologia particolare? Nel dubbio compilò il form per la richiesta della spedizione delle cuffie, del visore non ne aveva bisogno perché già ne possedeva uno adatto allo schermo del suo cellulare. Tanto era gratis, perché non approfittare. Iniziò a scaricare l’app mentre preparava da mangiare per Raoh. La installò e la avviò, era troppo curioso.
A prima vista era un’app come tante. Si collegava agli account dei principali servizi di streaming di musica per leggere le preferenze e le playlist create dagli utenti. Una volta terminato quello step era possibile, secondo le descrizioni del tutorial, visualizzare la musica. L’app prometteva di trasformare le note, le melodie in immagini. La cosa fece venire in mente a Fabrizio gli effetti video impostati di default nel vecchio player multimediale delle passate versioni di Windows. In quel caso erano forme più o meno geometriche che danzavano e ruotavano. Se si trattava di qualcosa del genere avrebbe subito disinstallato e imprecato per il tempo perso. Avrebbe però dovuto aspettare qualche giorno, solo all’arrivo delle cuffie avrebbe finalmente provato l’app.
Si mise comodo sul divano a fare zapping tra le applicazioni di streaming video. Ormai i canali tv non li vedeva più da tempo, meglio optare sull’on-demand. Iniziò una nuova puntata di una serie televisiva che stava vedendo, l’intento era quello di fare binge watching e concluderla ma continuava a guardare lo smartphone. Lo sbloccava, entrava nell’app beta e lo ribloccava. Era decisamente troppo curioso per aspettare l’arrivo delle cuffie. E poi, ragionando, che male potevano mai fare gli auricolari che aveva?
Si decise, si alzò a prendere il visore e le cuffiette ed aprì l’app. Il primo step era la scelta della playlist, l’applicazione consigliava di selezionare una scaletta di canzoni rilassanti. Fabrizio aveva un centinaio di playlist sul suo provider preferito, Spotify. Era un appassionato di musica, di quella che secondo lui era buona musica, ed aveva creato numerose raccolte per artista, genere o addirittura per stato emozionale. Selezionò quella che lui aveva nominato “Soft rock songs” ed andò avanti. A quel punto bisognava solo indossare i dispositivi per vista e udito e selezionare play. Fabrizio fece come gli era stato ordinato dal tooltip, prese in mano il telecomando del VR e selezionò il pulsante play.
Partì la prima canzone, “Comfortably numb“ dei Pink Floyd. La prima cosa che Fabrizio notò era che quell’applicazione sfruttava la realtà aumentata. Dal visore vedeva il salotto ma appena iniziò la musica si materializzarono sullo schermo altre immagini. Prima vide una nebbia color porpora salire dal pavimento lentamente, poi la stanza si trasformò. Le pareti di colore chiaro cambiarono in strisce di carta da parati colorate. Sulla sinistra si formò un mobiletto basso con un telefono che squillava mentre nel frattempo la voce di Roger Waters lo avvolgeva. Fu subito stupito da quegli effetti. Prima di cominciare pensava che gli venissero mostrati soltanto immagini casuali o magari i video ufficiali delle canzoni, invece ora sembrava proprio che l’applicazione “leggesse” le parole del testo e le trasformasse in realtà visuale. Restò a bocca aperta quando sentì sulla gamba un leggero dolore che passò subito dopo, proprio in corrispondenza della strofa “There is no pain you are receding”. La stanza si trasformò in una banchina, vedeva da lontano una nave sbuffare una colonna di fumo, mentre le onde danzavano lentamente. Cercò di emettere un “wow” ma si accorse che le parole non gli uscirono di bocca. Ritornò la stanza, uno specchio era appeso alla parete. Lo sguardo si avvicinò e vide che questo rifletteva un bambino. Quando vide il volto del bambino crescere velocemente fino a diventare il suo, istintivamente con il pollice premette il pulsante centrale mettendo in pausa la visione.
Sollevò il visore e vide che si trovava nel suo salotto, sul suo divano, nella posizione esatta in cui si trovava quando aveva avviato il programma. Controllò l’orologio, erano passati soltanto due minuti da quando aveva iniziato.
-Cazzo se è realistico!
Gli scappò quella esclamazione a voce alta. Raoh si girò a guardarlo, poi continuò a mangiare il suo pasto. Fabrizio era entusiasta, non vedeva l’ora di ricominciare. L’avrebbe raccontato a tutti i suoi amici appena poteva, ma ora voleva provare gli altri brani. Si rimise il casco e selezionò la canzone successiva.
Sentì le note della chitarra magica di Jimi Hendrix che introduceva “Little Wing” e subito vide addensarsi delle nuvole nella stanza. Le nuvole si aprirono e vide un piccolo circo, un trampoliere, degli animali, un cielo stellato ed una luna lucente che illuminava tutto. Sul volto ebbe l’impressione di sentire un refolo di vento fresco. Era suggestione oppure era solo uno spiffero reale? Da quella visione vide avvicinarsi a lui una bellissima ragazza che gli sorrideva, con la mano gli sfiorava i capelli. Dal labiale riusciva a capire che gli stava dicendo “va tutto bene”. Poi la ragazza si china su di lui ed appoggia la testa sul suo petto, Fabrizio sentì una leggera pressione sullo sterno. Durante l’assolo di chitarra vide la ragazza allontanarsi, dietro alle spalle aveva una piccola ala. Sollevando i piedi da terra spiccò il volo e sparì
La visione si interruppe appena la canzone terminò per passare alla successiva. Un basso ed una batteria scandivano il tempo mentre la stanza si trasformavano in una strada, era notte. Quando iniziarono le parole di “Dancing in the moonlight” dei Thin Lizzy la strada si illuminò. C’erano dei lampioni ma la luce non proveniva da questi. Era luna che luminosissima creava un alone di luce proprio attorno a lui. Girò la testa e visualizzò un orologio indicare le tre, mentre sullo sfondo un vecchio autobus giallo camminava nella notte. Sentiva la musica dentro di lui, una irrefrenabile voglia di ballare lo pervase. Era più forte di lui, si alzò e si mise a ballare. Almeno credeva di essersi alzato, non ne era ancora sicuro però sentiva i muscoli che flettevano mentre imitava dei passi di danza. Nell’estasi che provava in quel momento lasciò il telecomando senza accorgersene, il divano attenuò il rumore della caduta.
La stanza riapparve sul monitor, Fabrizio non ebbe il tempo di rendersi conto che era ancora seduto che cominciò il brano successivo. L’incipit era inconfondibile, si trattava di “Eye in the sky” dei The Alan Parsons Project. Si sentì subito malinconico ma non capiva il perché. Come una sorta di senso di colpa per aver fatto qualcosa di brutto anche se ignorava cosa. Aveva voglia di piangere e sentiva le lacrime scendere sul suo volto, ma a quel punto ignorava che stesse succedendo davvero. Alzò lo sguardo e vide nel cielo un grande occhio che lo guardava. Lo osservava e scrutava nei suoi pensieri, nelle sue memorie. Scandagliava la mente e lo giudicava, percepiva la sua sentenza e si sentiva colpevole. Non gli piaceva quella sensazione. Non aveva mai indagato sul significato delle sue canzoni preferite. Erano in inglese quindi non perdeva tempo a leggere il testo, si limitava ad apprezzarne la musicalità. Provò a tastare il divano alla cieca in cerca del telecomando per passare alla canzone successiva. Sul visore non era ancora comparsa la sua vera stanza ma un cielo azzurro lo circondava.
Forse i movimenti improvvisi del padrone o forse era solo sazio e con una grande voglia di fare qualcosa, Raoh si avvicinò con passi felpati a Fabrizio. Puntò il telecomando che era in bilico vicino al bracciolo, lo annusò o con la zampetta si mise a giocare. Lo muoveva spostandolo sempre di più dal ragazzo che lo cercava inutilmente. Il gatto era incuriosito dalla cloche e con le zampe muoveva malauguratamente il selettore. In quel momento Fabrizio vide che stava per essere selezionata un’altra playlist e non ne capiva il motivo. Il caso gli giocò un brutto scherzo, Raoh senza alcuna volontà selezionò una scaletta che nessuno poteva mai prevedere, il titolo era “Rage Metal”.
Il primo brano era dei Manowar, “Hail and kill”. Fabrizio continuava a muoversi quando per un piccolo istante vide il salotto ed il gatto che giocava con il joystick. Non ebbe il tempo di correre verso di lui che intorno si materializzò un paesaggio di montagna. Il cielo era grigio e delle nubi minacciose si avvicinavano lentamente. Un vento freddo portava con sé un odore strano, ferroso. Sentì la terra tremare sotto i suoi piedi, da lontano vide dei guerrieri correre nella sua direzione. Erano barbari, con elmi e spade insanguinate. Correvano in gruppo e uccidevano qualsiasi cosa si frapponesse tra loro e la loro preda, Fabrizio. Cercò di urlare ma non sentì il suono della sua voce. Si girò ma vide un branco di lupi che ringhiavano rabbiosamente. Tuoni in lontananza minacciavano il cielo mentre sentiva le urla dei guerrieri che si avvicinavano sempre di più. Vedeva le loro armi fendere l’aria, teste mozzate che rotolavano sull’erba verde.
L’orda era a poca distanza da lui, stava per abbracciare il suo triste destino quando il gatto passò muovendo i comandi al brano successivo. Fabrizio si ritrovò in un attimo in uno scenario diverso, una radura. Si guardò le mani, imbracciava un fucile con la baionetta. Era vestito come un soldato di cavalleria inglese e stava combattendo una guerra, non sapeva contro chi. Un colpo di mortaio squarciò l’aria. Trovò riparo dietro ad un muretto basso mentre dei colpi esplodevano intorno. Sentì l’assolo di chitarra e riconobbe subito “The trooper”. Non riusciva a crederci, era nel bel mezzo di uno scontro armato tra eserciti e lui era uno dei protagonisti. Dei soldati a cavallo correvano nella radura per attaccare il nemico. Fabrizio era paralizzato, non riusciva a muovere un muscolo. Sentiva il puzzo dei cadaveri dei soldati, gli eroi senza nome immolati ad un ideale più grande di loro. Li vedeva stesi sul terreno ed osservava le loro uniformi. Facevano parte di entrambi i fronti e la morte li aveva resi fratelli. Uno degli ufficiali gli si avvicina e gli grida di alzarsi, si stavano preparando all’ultimo attacco frontale. A forza lo alzano e lo mettono su un cavallo. Una tromba suonò la carica e tutti i soldati caricarono sul nemico.
Lo scontro fu brutale. L’impatto con i soldati avversari provocò la morte di quasi tutti quelli nella prima fila. Fabrizio manovrava con difficoltà il cavallo, all’improvviso il colpo di un cannone nemico deflagra a poca distanza da lui facendolo balzare dal destriero. Era a terra e guardava il cielo, un dolore fortissimo al petto gli impediva di muoversi. I suoi compagni d’arme caricavano a piedi i soldati nemici ma l’esercito avversario avanzava sempre di più. All’improvviso vide un soldato avvicinarsi a lui. La sua uniforme era diversa, era uno dei russi. Prese una pistola dalla fondina e puntò verso di lui. Fabrizio chiuse gli occhi ma di colpo la musica cessò.
Riaprì gli occhi, era sicuro che senza la musica sarebbe finito quell’incubo. Quello che non sapeva è che dopo quel brano ne era partito un altro, “The disintegrators” dei Megadeth. Vide la stanza trasformarsi in una strada di una zona residenziale. Sperò che quel paesaggio potesse portare pace in quella visione ma dovette ricredersi quando davanti a lui arrivarono degli uomini su delle motociclette. Erano in tanti capeggiati da quello che doveva essere il loro capo. Erano vestiti con abiti in pelle, i loro caschi avevano dei disegni blasfemi. Si fermarono ma bastò un semplice cenno del loro capo per dare loro degli ordini precisi. Alcuni scesero dalle loro moto ed imbracciarono delle armi da fuoco, altri delle mazze chiodate. Iniziarono a distruggere tutto, case, macchine, strade. Ammazzavano a caso tra la folla di persone che si diradava urlando per sfuggire alla loro condanna. Da lontano arrivò un cannone gigante che sparava raggi laser sulle abitazioni, disintegrandole. Era una scena orribile e Fabrizio sapeva di essere impotente. Un colpo di fucile laser gli troncò le gambe di netto, cadde a terra mentre le forze lo abbandonavano. Stava per chiudere gli occhi ed abbandonarsi al richiamo della morte quando rivide la stanza della sua casa.
Questa volta riuscì a togliersi velocemente il visore, si staccò le cuffiette e corse verso il gatto. Prese il joystick e lo scaraventò a terra. Respirava pesantemente mentre si guardava intorno. Ormai non era più sicuro che quella fosse la sua realtà. Si rese conto che tutti i dolori fisici che provava prima erano spariti. Restò immobile per qualche secondo finché Raoh non si avvicinò per fargli le fuse. Si tranquillizzò in parte, cadde sfinito sul divano. Solo qualche minuto dopo riuscì a prendere lo smartphone. Aveva paura anche solo ad osservare lo schermo ma si fece coraggio e disinstallò subito l’applicazione. Rientrò nella mail per rileggerne il contenuto, cercò di riaprire il link cercando un contatto a cui rivolgersi per riversare la sua rabbia ma nulla. Il link non era più disponibile, errore 404.
Passarono le settimane ed il lockdown finì ma Fabrizio non riuscì a raccontare a nessuno della sua esperienza. Per tutti i giorni in cui si trovava da solo in casa non riuscì più ad ascoltare le sue playlist e di notte si svegliava in continuazione. Quando rivide i suoi amici evitava di andare in posti in cui c’era musica in filodiffusione e per i primi tempi quando gli capitava di ascoltare in macchina uno dei brani che gli avevano provocato quelle assurde visioni spegneva subito la radio. Non sapeva quanto tempo ancora avrebbe agito così ma era sicuro che non si sarebbe mai più proposto come beta tester di un’applicazione.
