24 Dicembre 2003

La stanza era illuminata da una fioca luce bianca. Lei era in un angolo, distesa sul letto a guardare il soffitto. Le capitava spesso di mettersi in quella posizione e respirare piano, quasi fosse convinta di dare fastidio a qualcuno. Poi le capitava di risvegliarsi da quello strano stato e riprendeva a respirare a pieni polmoni. Sul suo petto era poggiato il libro che fino a poco prima stava leggendo. Il suo preferito, Canto di Natale. Era il suo rito annuale, iniziava a leggerlo qualche giorno prima della Vigilia in modo da completarlo per la sera di Natale. Anche quell’anno non faceva eccezioni, mancavano solo poche pagine e l’avrebbe finito per l’ennesima volta. Si alzò e percorse il piccolo tragitto davanti a lei. Arrivò vicino alle sbarre della prigione e guardò fuori. Non c’era nessuno.

Il buio più assoluto. La piccola luce all’interno della cella non riusciva ad illuminare l’esterno, era troppo debole. Con la mano sfiorò quelle sbarre di ferro. Troppo dure per poterle spezzare, troppo fredde anche solo per toccarle. Ritornò sul letto, si mise in posizione fetale. In quella posizione riusciva a stare bene, la rilassava. Quella sera però il sonno tardava a venire, ed era anche normale. Fuori, in tutto il mondo, miliardi di persone si apprestavano a festeggiare insieme la festa più importante e più sentita dell’anno. Tutti avevano qualcuno con cui condividere la cena, i regali, le sorprese. Tutti tranne lei.

Si girava e rigirava nel letto con quel pensiero in testa. All’improvviso sentì un rumore. Si affacciò e vide a terra il suo libro. Probabilmente era ancora nel letto e muovendosi lo aveva fatto cadere distrattamente. Si alzò dal letto per andarlo a prendere. Il segnalibro era volato via ed il libro era aperto alle prime pagine. Stava per toccarlo quando sentì una voce sconosciuta.

-Non chiuderlo, mi piace quel punto!

La ragazza ritrasse la mano come se stesse toccando qualcosa di bollente. Cos’era quella voce? Chi aveva parlato se lei era sola in quella cella? Si girò intorno ma nel buio della stanza non scorgeva nessuno, neanche un’ombra.

-Chi sei? Chi ha parlato?

-Oh, sono qui. Non mi vedi? Adesso? Adesso?

Girava la testa in direzione della voce ma continuava a non vedere nulla.

-Ah, già, scusami. Tu non puoi ancora vedermi. Aspetta che mi do una sistematina. Ecco, ora come sto?

La ragazza si girò verso il punto dal quale proveniva la voce e vide qualcosa sul letto. Si avvicinò lentamente mentre una sensazione di angoscia prendeva piede. Aspettò che la vista mettesse a fuoco l’immagine in ombra. Era piccolo e immobile. Non riusciva a distinguere ancora la forma.

-Puoi avvicinarti se vuoi. Non mordo

Fece qualche passo in avanti, poi lo vide. Era un peluche, un piccolo orso di peluche. Era la cosa più strana che avesse mai visto ma era maledettamente sicura che la voce provenisse da quel giocattolo.

-So cosa stai pensando. Come fa un orsacchiotto a parlare? Semplice, non lo fa. Non sono proprio così ma ho assunto questa forma solo per te

Scartate tutte le possibili spiegazioni razionali, il motivo doveva essere uno soltanto. Stava sognando. Cominciò a darsi dei pizzicotti sul braccio che gli causavano un intenso dolore ma l’immagine davanti ai suoi occhi non spariva.

-E’ inutile, così ti farai solo male al braccio. Avvicinati e guardami meglio. Non mi riconosci?

La ragazza si avvicinò fino a vedere distintamente il volto del peluche. Aveva un bottone al posto dell’occhio destro e una vistosa cucitura sulla spalla sinistra. Qualcosa le diceva che quel giocattolo lo aveva già visto in passato. Spremeva le meningi ma non riusciva a ricordare però dove.

-Ho capito, ti do una mano

La ragazza rimase in silenzio attendendo il resto della frase, che non arrivava.

-Scusa, non ho specificato, era proprio nel senso letterale del termine. Avvicinati di più e tocca la mia mano

Non riusciva a spiegare il perché ma si fidava di quelle poche parole. Ormai doveva arrivare fino in fondo a quella storia, tanto valeva fare come quello strano essere le diceva di fare. Tese il braccio e toccò la zampa destra dell’orsacchiotto.

All’improvviso un fascio di luce bianca accecò i suoi occhi.

La sala da pranzo era già addobbata e un buon profumo veniva dalla cucina. Non era difficile riconoscerlo, qualcuno stava soffriggendo un sauté di vongole. Accanto alla tavola c’era un piccolo albero di Natale con poche palline colorate e qualche festone. Una serie di lampadine gialle illuminava a intermittenza l’ambiente. L’orologio segnava le 20:30 ma ancora nessuno era seduto a tavola.

La ragazza osservava la scena incredula. Com’era arrivata lì? E perché stringeva tra le mani quel peluche? Stava per aprire la bocca e avanzare un’obiezione quando il giocattolo la fermò prima che potesse parlare.

-Shhh. Fai silenzio e goditi lo spettacolo, troverai le risposte a tutte le domande

Fece come le era stato comandato. Attese qualche secondo, poi sentì delle voci. Urla, ma di gioia. Quelle di una bambina e di un’adulta. arrivarono poco dopo correndo nella stanza.

-Fermati che ti prendo!

-Non mi prenderai mai!

La piccola si fermò di colpo girandosi verso sua madre, poi le fece uno sberleffo distorcendo la faccia.

-Piccola impertinente, ora ti prendo sul serio!

La madre la prese una rapida rincorsa e la afferrò sotto le braccia. Entrambe catapultarono sul divano facendo cadere a terra i cuscini. Erano talmente tanto gioiose che la loro allegria contagiò la spettatrice. Ancora una volta il peluche anticipò la domanda che gli sarebbe stata fatta.

-Non possono vederci, tranquilla. Non ti ricorda nulla?

La ragazza annuì muovendo la testa. La donna era sua madre. Anche nei suoi pensieri era rimasta sempre così, giovane e bella, con un sorriso così radioso da illuminare ogni luogo in cui fosse. Una piccola lacrima cadde sul pavimento senza bagnarlo. Stava assistendo ad un suo ricordo, un ricordo che aveva rimosso da troppo tempo.

-Allora, Alice? Ti arrendi adesso?

-No!

Alice. Da quanto tempo non sentiva quel nome. Il suo nome. Difficile sentirlo quando nessuno più ti chiama.

-Ora basta giocare, dai. Finisco di preparare la cena mentre tu ti prepari prima che venga tuo padre

-Ma io non voglio prepararmi

-Ma come? Non vuoi mettere quel bel vestito rosso che ti abbiamo comprato?

-Ah, sì! Quello lì mi piace!

-Bravissima. Ora sbrigati altrimenti Babbo Natale non verrà a portarti il regalo che hai scelto

-Ma mamma, lo sai che io non voglio un regalo nuovo. Io voglio solo il mio Teddy

-Già, però il tuo Teddy non è più com’era prima. Ci hai giocato così tanto che lo hai rotto

-Te l’ho detto già, non sono stata io! E’ stata Cristina che per farmi un dispetto me l’ha strappato di mano e gli ha staccato l’occhio!

-Ok, va bene. Però tu lo sai che tra poco è Natale, e a Natale succedono sempre le magie

Non finì di terminare la frase che si sentì suonare il campanello. La bambina si alzò in piedi all’istante mentre la ragazza osservava la scena stringendo sempre più forte il peluche. La donna andrò ad aprire la porta, era suo marito. Il padre di Alice. La bambina quando lo vide gli saltò addosso.

-Amore mio! Anche io sono contento di vederti! Hai fatto la brava?

-E’ stata bravissima, Giacomo. Ora stava andando a prepararsi per la cena, non è vero?

La bambina fece segno di sì con la testa. Scese a terra e vide che il padre nascondeva qualcosa alle sue spalle.

-Cos’è quello?

L’uomo sorrise rendendosi conto di quanto fosse stato imbranato a farsi scoprire subito.

-Questo? Tieni e vedi di che si tratta

Diede alla bambina un pacco imbustato alla meglio. Lei lo scartò velocemente fino a rivelare qualcosa che le procurò una gioia immensa.

-Ma è Teddy! E non è più rotto!

Lo abbracciò calorosamente sotto gli sguardi commossi dei suoi genitori. In quel momento la ragazza si rese conto che il peluche che stava stringendo era sparito.

-Papà, è bellissimo. E’ più bello di prima! Mi piace questo bottone al posto dell’occhio mancante

-Mi fa piacere piccola mia. Ora vai a vestirti mentre tua madre finisce di preparare in cucina. Io mi cambio e do una mano. Su, forza!

I tre si separarono lasciando sola nella stanza la ragazza mentre non riusciva a trattenere le lacrime copiose.

In un attimo Alice si ritrovò di nuovo nella sua cella. Si accarezzò il viso e vide che era asciutto. Non stava più piangendo anche se dentro di sé era sempre più triste.

-Dove sei? Dove sei finito Teddy?

Lo chiamava a vuoto, l’eco della sua voce le ritornava indietro. Lo aveva riconosciuto, era il suo amico di infanzia, e ora che lo aveva incontrato di nuovo lo aveva già perso. In realtà sapeva cosa stava succedendo, non si sorprese quando sentì un’altra voce che le parlava.

-Teddy non c’è più ma ci sono io adesso

Abbassò lo sguardo e vide un diario poggiato a terra.

-Perché? Proprio adesso che l’ho ritrovato

-Il passato è andato, non si può tornare indietro. Io sono qui per mostrarti il presente. Chiudi gli occhi e prendimi

Alice ubbidì anche a quel comando. Toccò le pagine del diario e improvvisamente divenne tutto bianco.

Si ritrovò in un’altra stanza, questa volta era enorme. Le ci vollero un paio di secondi prima di capire che si trattava dell’atrio di un cinema. Non un multisala, quelli erano presenti solo alla periferia o in provincia. Era un cinema del centro storico, uno di quelli che resiste ancora alla crisi del settore. Alice strinse il diario tra le mani mentre osservava la sala vuota. Conosceva bene quel posto. Non solo era il suo posto preferito quando andava con i suoi genitori a vedere i film che le piacevano di più, ma qualche anno prima era diventata una delle ragazze che lavoravano lì. Prima che fosse rinchiusa, sia chiaro. Di solito era l’addetta alla cassa ma insieme cercavano sempre di effettuare dei turni in modo che tutti facessero tutto. Si era creato un bell’ambiente lavorativo, erano tutte spiritose e piene di vita, anche se non potevano definirsi propriamente amiche.

Alice percorse la sala. Si spostava con la sicurezza di essere invisibile a chiunque, soltanto un fantasma. Quella sensazione purtroppo la conosceva più che bene. Vide in lontananza qualcuno seduto su una sedia nella sala d’attesa. Aveva la testa bassa e i capelli raccolti con una lunga coda. Sembrava sovrappensiero, avvolta nel silenzio più assoluto. All’improvviso la porta del bagno dietro di lei si aprì e uscì una ragazza, vestita con la stessa divisa di quella seduta. La guardò e le domandò preoccupata:

-Tutto bene Mary?

L’altra alzò la testa e la guardò con il volto stanco.

-Sì, tutto bene

-Ti eri appisolata? Sei stanca, vero? Dai, quest’ultima giornata di lavoro è finita, ci aspetta qualche giorno di riposo

-Sì, hai ragione. sono esausta

Alice ricordava che a parte la felicità di lavorare in quel settore, il periodo natalizio era parecchio stressante. Le uscite dei film più importanti si racchiudevano nelle stesse settimane e le ragazze dovevano sgobbare parecchio per accontentare i clienti.

-E’ solo questo? Solo la stanchezza?

-Non lo so…

Lasciò quella frase lì come se fosse solo la metà di quello che pensava. L’altra prese posto accanto a lei e le mise una mano sulla spalla per rincuorarla.

-A cosa stai pensando? C’è qualcosa che non va?

Emise un respiro profondo, poi disse quel nome.

-Alice

Alice rimase interdetta. Perché stava pensando a lei? Cosa avrebbero detto? Dovette attendere solo pochi secondi per avere le risposte.

-Immagino. Ti dispiace per quello che è successo

-Già. Com’è potuto succedere?

-Dovrei dirti “sono cose che capitano”, ma non ci credo più neppure io. Non dovrebbero capitare a nessuno

-Appunto. E se capitasse a noi?

-Ma a noi non capiterà, dobbiamo essere forti

-Sì, lo so, ma non siamo poi così diverse da lei. Anzi, lei era anche migliore di noi

-Hai ragione

Non solo stavano parlando di lei ma addirittura la stavano osannando. In tutto quel tempo a contatto con loro non si era mai resa conto di quanto la stimassero. Le reputava delle conoscenti. Stava bene insieme a loro, sia chiaro, ma non vedeva in lei propriamente delle amiche.

-Forse siamo così appassionate di cinema che speriamo sempre che ci sia un lieto fine. Per tutte noi. Poi quando succede… quello che le è successo… ci rendiamo conto che la vita reale è diversa da come la proiettano sullo schermo

-Cosa ti fa stare più male? Che lei non sia qui o che noi siamo ancora qui?

-Non lo so. Forse avrei potuto fare qualcosa per lei. Forse potrei ancora…

-Ci hai provato, non ricordi? Ci abbiamo provato tutte ma è stato inutile. Sarei l’ultima persona a dirti di non riprovare ancora ma ormai è passato troppo tempo. Non so nemmeno io quale sia la scelta più giusta

Poi le due ragazze si avvicinarono e piansero sottovoce, senza interrompere il bel silenzio che regnava nel cinema vuoto.

Nel tempo di un battito di ciglia Alice si ritrovò nuovamente nella sua cella. Era stordita da quella visione. Cercava di ricomporre i pezzi di un mosaico che sembrava complicatissimo. Si guardò intorno, era di nuovo sola. Si avvicinò al letto e si mise a cercare. Che cosa poi, non lo sapeva neanche lei. Aveva bisogno di risposte, di qualsiasi cosa cui aggrapparsi per capire cosa stesse succedendo. All’improvviso si rese conto di non ricordare nemmeno più perché lei fosse lì. Aveva rivisto la sua famiglia, le sue amiche, ma era come se avesse perso i ricordi più recenti.

Era stata imprigionata per quale crimine?

In quale prigione si trovava?

Perché le sembrava che quella cella fosse sospesa nel tempo?

Stava per avere una crisi di panico, aveva bisogno di aria. Si avvicinò alle sbarre aggrappandosi ai tubi di ferro.

-C’è qualcuno? Qualcuno venga da me! Sto male, aiutatemi!

Cominciò ad urlare per attirare qualcuno. I secondi passavano come se fossero lunghe porzioni di eternità ma nessuno rispose. Si accasciò a terra mentre respirava in maniera frenetica. Fu in quel momento che sentì una nuova voce.

-Non serve piangere

Si girò di scatto, fece il giro della cella per capire dove fosse il suo nuovo interlocutore.

-E’ inutile che ti guardi intorno. Io non sono qui, o meglio non sono ancora, e quando sarò non sarò più lo stesso

Alice non era nelle condizioni di risolvere enigmi in quello stato.

-Chi sei? Cosa vuoi da me?

-Sono il tuo ultimo ospite di stasera. Quelli che mi hanno preceduto ti hanno mostrato una parte della tua vita. Quella che è stata ancora scritta. Io sono qui per mostrarti ciò che non si è ancora verificato. Il futuro non ama farsi attendere, chiudi gli occhi e lasciati andare

Lo fece, chiuse gli occhi mentre l’oscurità diventava un bagliore luminosissimo.

La stanza da pranzo era addobbata a festa, una tavola era apparecchiata per dodici posti. Un camino era acceso ed un bel tempore riscaldava l’aria invernale. Un gruppo di bambini girava intorno al tavolo passando tra le sedie e ridendo rumorosamente. Entrò nella stanza una donna matura, Alice giurò tra sé di non averla mai vista prima di allora.

-Bimbi state fermi! Rischiate di rovinare la festa

I bambini continuavano a correre e ridere come se nessuno fosse intervenuti.

-Che ne dite se ci sediamo sul divano e sfogliamo l’album delle vecchie foto?

La proposta fu accolta con un’ovazione. I tre bambini si misero in fila sul divano aspettando che la signora li accontentasse. In silenzio la guardarono mentre da un mobile prese un grosso album.

-Allora bambini, vedo che vi è piaciuta la mia idea. Partiamo da questo qui

Alice si avvicinò al gruppetto e prese posto su uno dei braccioli del divano. L’album conteneva vecchie foto stampate, nelle prime pagine riconobbe il look degli anni ‘70. C’erano persone sorridenti nei loro pantaloni a zampa di elefante. I soggetti erano sempre gli stessi, una coppia. Non era difficile capire che la donna nelle foto era la versione giovane di quella che stava sfogliando in quel momento l’album, ma uno dei bambini glielo confermò.

-Nonna com’eri bella da giovane

-Cosa vorresti dire? Che ora sono brutta?

Gli altri due ridevano mentre il bambino che aveva parlato divenne rosso dalla vergogna. La nonna gli accarezzò il viso mentre gli sorrideva dolcemente.

-Non preoccuparti, ti sto solo prendendo in giro. Guarda qui io e tuo nonno come eravamo felici. Qui eravamo in viaggio di nozze a Venezia. Qui invece eravamo a piazza San Pietro a Roma con le mie sorelle

Alice seguiva le foto indicate della signora. Erano davvero belle, felici. Tutti nelle foto lo erano. C’erano dei dettagli che però lei non riuscì a cogliere ma subito dopo fu la bambina a catturare la sua attenzione per quello che disse indicando una delle immagini.

-Nonna, questi chi sono?

-Questi? Non li conoscete, siete troppo piccoli. Loro sono mio fratello Giacomo e sua moglie Lucrezia

Quando sentì quei due nomi sentì un calore improvviso sul volto. Erano i nomi dei suoi genitori. Erano più giovani di quando li ricordasse, erano giovani e felici.

-Ci sono altre foto di Giacomo e…

-E Lucrezia. Certo, qualche pagina più avanti. Eccoli qui, Queste sono state scattate al loro matrimonio. Eravamo inseparabili, vedete come siamo sempre con loro

Alice guardava le foto mentre piangeva di gioia. Quelli davanti a lei erano i volti sorridenti dei suoi amati genitori. Ma furono le foto successive a farla commuovere ancora di più.

-E questa qui nella foto è la loro figlia Alice. Qui sta facendo il primo bagnetto

Una foto di lei da piccola, non ricordava di aver mai visto una suo foto da neonata. Era dentro una piccola vasca sopra ad un fasciatoio. Suo padre le teneva la testa distesa sul pelo dell’acqua mentre la madre le bagnava il pancino. Era una foto così tenera che chiunque avrebbe capito quanto amore provavano i suoi genitori verso di lei.

-Che bella bambina! Ora quanti anni ha?

-Era davvero una bella bambina. Piccola, non ti so dire ora quanti anni ha. Purtroppo sono successe delle cose spiacevoli nel tempo

-Cosa è successo?

-Dai, nonna, diccelo!

Alice smise di respirare pur di ascoltare attentamente la rivelazione che quella donna stava per fare.

-Non è molto facile per me parlarne. Quando Alice era ancora piccolina ci vedevamo molto spesso, poi come sapete io e vostro nonno ci siamo trasferiti a Bologna per qualche anno e li abbiamo persi di vista. Poi è successo qualcosa di davvero brutto. La loro bambina era ormai adolescente, successe prima a Lucrezia. Le diagnosticarono un brutto male e nel giro di pochi mesi ci ha lasciati

Dal viso della donna scese una piccola lacrima. Alice finalmente ricordava un pezzo della sua triste esistenza, ma qualcosa le diceva che il seguito della storia le avrebbe chiarito ancora di più il quadro della situazione.

-Non finì lì. Dopo di lei anche Giacomo si aggravò. Cercò in tutti i modi di essere più forte, di badare alla loro bambina da solo ma non ci riuscì. Anche lui finì nel giro di un anno lasciando la giovane Alice da sola

-E come fece? Con chi è vissuta tutto questo tempo?

La donna divenne ancora più seria mentre raccontava ai nipoti quella tristissima storia.

-Quando morì suo padre lei era già maggiorenne quindi rimase da sola in casa a badare a sé stessa. Noi facemmo di tutto per riprendere contatti, cercammo in tutti i modi di avvicinarci a lei per includerla nella nostra famiglia. So che anche alcune sue amiche si diedero da fare ma inutilmente. Si chiuse dentro il suo guscio per troppo tempo. Cercò addirittura di… fare del male verso sé stessa. La trovarono a casa chiusa nella sua stanza dopo molti giorni e la portarono in una clinica specializzata. Non so se si è più ripresa…

I bambini ascoltavano in silenzio assoluto mentre Alice era in ginocchio e piangeva a dirotto. Ricordava tutto. I suoi genitori che la lasciarono troppo presto, i loro volti malati che fino alla fine pensavano a lei e le davano coraggio, la sensazione di sconforto della sua intera esistenza. Le era sembrato che il mondo le cadesse addosso, sola contro tutte le avversità. Solo in quel momento capiva che le sarebbe bastato tendere una mano ed avrebbe trovato non una, ma tantissime mani ad accoglierla, a tirarla fuori da un burrone che aveva scavato lei stessa.

Non finiva di piangere, ora che aveva capito tutto non aveva nessuna consolazione. Quello che stava vedendo era il suo futuro? Sarebbe finita così? Bisbigliò solo poche parole nel silenzio dello scenario.

-Ti prego, fammi ritornare…

Fu in quel momento che chiuse gli occhi e sentì una sensazione di vuoto sotto i suoi piedi.

Si ritrovò nella sua cella. Riaprì gli occhi e si guardò intorno, nulla era cambiato. Non c’era nessun orsacchiotto, nessun diario, nessuna voce nel buio. Si alzò in piedi e guardò l’ingresso della sua cella. Ora sapeva cosa fare.

Si avvicinò alle sbarre prendendone due con le mani. Erano fredde e dure come pezzi di granito. Non aveva scelta, concentrò tutte le sue forze e cercò di piegarle. I pezzi di ferro erano immobili. Pensò alle visioni del passato, del presente e del futuro. Ai suoi genitori, al calore che le mancava da troppo tempo, alle loro parole di coraggio. Provò di nuovo, ma questa volta non era da sola. Sentiva accanto a lei suo padre e sua madre che le davano forza.

Finalmente le sbarre si ruppero. In quel momento il cancello si sgretolò in mille pezzi. Si voltò, anche la stanza lentamente scomparve mentre le ceneri vennero spazzate da una folata di vento. Sotto la superficie delle pareti della cella comparve la propria cameretta. I poster dei suoi cantanti preferiti, gli effetti personali, le foto appese al muro, i suoi peluches. Tutto era ritornato a prima, o meglio, al presente che aveva dimenticato. Aveva costruito lei stessa la sua prigione dove stava marcendo all’insaputa di quello che le aspettava.

Guardò un’ultima volta la porta della sua cameretta. Era chiusa, non ricordava più da quanto tempo lo era. Allungò il braccio e prese la maniglia, la girò e finalmente la aprì. Percorse il corridoio fino alla porta d’ingresso. Respirò a pieni polmoni una boccata d’aria per darsi coraggio, poi la spalancò. Davanti a lei era un tripudio di luci. Il buio della serata era illuminato da una miriade di festoni e luminarie finché riusciva a vedere. Nell’aria c’era l’inconfondibile odore di Natale che aveva quasi dimenticato. Non sapeva cosa fare, non sapeva dove andare, ma sapeva che doveva farlo, fuggire da quella casa e trovare qualcuno. Magari una delle sue amiche o uno dei parenti che ancora non conosceva. L’avrebbe fatto, si sarebbe ripresa la sua vita e lo avrebbe fatto non solo per lei, ma anche per i suoi genitori che avrebbero voluto vederla sempre felice.

17 Dicembre 2017

Esiste un luogo a Napoli permeato di speranze. Non è un luogo tenuto nascosto ma ben visibile agli occhi di tutti ed una volta all’anno è a disposizione di chiunque abbia un desiderio da chiedere. E’ l’albero di Natale che viene allestito ogni anno nel periodo natalizio all’interno della Galleria Umberto I. Un albero come tanti se non per una caratteristica che lo rende unico. Oltre ai festoni e alle palline decorative, in quei giorni l’albero si riempie di bigliettini. Sono i desideri delle persone che passeggiando per il centro storico scelgono di affidare le loro speranze proprio a quell’albero.

Purtroppo negli anni l’albero è diventato famoso per ben altre notizie. Troppo spesso bande di ragazzi provenienti da quartieri adiacenti Via Toledo lo prendono di mira, lo abbattono, a volte lo rubano trascinandolo fuori dalla galleria. Ma quel simbolo ogni anno è al suo posto, così come quei bigliettini che lo adornano.

Luca conosceva bene quell’albero. In passato anche lui aveva deposto tra i suoi rami i propri desideri. Fin da piccolo con i suoi genitori aveva l’abitudine di passare una giornata per il centro e comprare i regali di Natale. Al termine della lunga passeggiata si recavano nella Galleria Umberto per riscaldarsi con una cioccolata calda e poi subito dopo scriveva una lettera da mettere su quel grosso albero. E proprio in uno di quei giorni accadde qualcosa che gli avrebbe cambiato la vita.

Suo padre lo prese in braccio per permettergli di poggiare il foglio su un ramo più alto. Luca allungò le braccia per raggiungere un punto ancora spoglio, nel farlo sfiorò con la mano uno dei bigliettini già presenti. All’improvviso tutto davanti a sé divenne scuro. Non c’era più l’albero, non c’erano più i genitori, non c’era più nulla. Davanti ai suoi occhi si materializzarono scene di una vita che non gli apparteneva. Vedeva persone, luoghi, situazioni che gli erano estranee. Durò qualche secondo ma per lui sembrarono attimi infiniti. Poi sentì un dolore forte, aprì gli occhi e si risvegliò da quello stato di trance. Era disteso a terra e intorno a lui si era formata una folla di persone preoccupate. Suo padre gli teneva una mano mentre la madre non riusciva a trattenere le lacrime. Era ancora sotto shock, sentiva solo voci ovattate intorno a lui.

Chiamate un dottore. Chiamate un dottore, presto!

I ricordi erano confusi, si ritrovò in una stanza di ospedale con dei fili attaccati alla testa ed un rumore metallico che rompeva il silenzio. Davanti a lui però c’erano gli occhi dolci dei suoi genitori.

-Papà cos’è successo?

-Niente, Luca. Devi solo riposarti e rimetterti in forze

-Ma il bigliettino… Dobbiamo attaccare il bigliettino sull’albero…

-Lo abbiamo fatto, non preoccuparti

-Luca, dobbiamo chiederti una cosa. Ricordi cosa è successo quando hai cercato di attaccare il foglio sull’albero? Io e tuo padre eravamo con te, all’improvviso sei come svenuto

-Non ricordo niente, mamma. All’improvviso ho visto delle cose strane. Voi non c’eravate più ma c’erano delle persone che non conoscevo. Mamma, ho avuto paura

-Calmati Luca, ora siamo insieme. Non è successo niente. Ora riposati

Nei giorni seguenti il cervello di Luca fu analizzato dai migliori dottori dell’ospedale. Fu sottoposto a numerosi esami che però diedero esito negativo. Nessuno riuscì a spiegare l’accaduto, era come se non fosse successo assolutamente niente. Il bambino non aveva nulla che non funzionasse, purtroppo per lui quello fu solo il primo caso.

Dapprima erano episodi sporadici, poi man mano divennero sempre più frequenti. Gli capitava quando toccava con le proprie mani un oggetto o una persona. All’improvviso riusciva ad avere visioni di un passato legato a ciò che aveva toccato. Entrava in contatti con i ricordi legati agli oggetti o alle persone. Forse potrebbe sembrare un dono, ma quella maledizione lo rese sempre più solo.

Per ridurre le visioni portava costantemente dei guanti, in modo da non toccare nulla direttamente con le mani. Ma anche con tutte le precauzioni gli capitava di ricaderci. Come quella volta che in classe cominciarono a punzecchiarlo proprio per quei guanti.

-Dai Luca, lo sappiamo che porti quei guanti per coprire lo smalto che ti metti sulle unghie. Facci vedere come ti trucchi

Era difficile mantenere la calma in momenti come quello. Avere un potere così grande e non poterlo rivelare. Quel giorno accettò la sfida, si tolse i guanti e gli toccò la fronte. Subito divenne tutto buio, gli occhi si girarono all’indietro. Tutti i presenti si spaventarono ed urlavano terrorizzati. Poi Luca si accasciò a terra, qualcuno uscì dalla classe per chiamare un adulto. Entrarono due professori ed alzarono il ragazzo che cominciava a riprendere i sensi. Un sorriso beffardo comparve sul suo viso mentre guardava un tono di sfida il compagno di classe davanti a lui.

-Come sta Dolly? La bambola di tua sorella che tieni nascosta nel secondo cassetto della tua cameretta. anche ieri sera le hai pettinato i capelli prima di andare a dormire?

Una piccola soddisfazione che però lo allontanò ancora di più dai suoi compagni. Chi voleva avere a che fare con un mostro? Negli anni la situazione non era mai migliorata. Amici? Sempre di meno. Una fidanzata? Come sarebbe stato possibile? Ogni volta che avesse provato a sfiorarla gli sarebbero compare davanti agli occhi le scene della sua vita, i suoi vecchi amori, le sue paure. Tutto quello che lo circondava era solo l’amore dei suoi genitori, gli unici con cui condivideva quel segreto e che potevano stargli vicino senza timore. Ma i genitori purtroppo non durano in eterno. Li perse entrambi in un incidente d’auto. Non se ne dava pace, il suo “potere” era quello di vedere il passato, non il futuro. Avrebbe potuto salvarli se solo avesse avuto un potere diverso, ma così non era.

Da allora aveva vissuto un profilo basso, nessuno intorno ed una vita anonima. Ogni giorno come quello precedente, con i suoi guanti ad isolarlo dai suoi incubi. Poi un giorno gli venne un’idea mentre guardava la TV. Dovunque c’erano film di eroi e supereroi, gente con o senza poteri che metteva a repentaglio la propria vita per salvare gli altri. Non ci aveva mai pensato, lui ce l’aveva un superpotere. Fino a quel giorno lo aveva chiamato “maledizione”, “sventura”, ma faceva parte di lui. Lo aveva condizionato per tutta la vita ma doveva conviverci. Perché non sfruttarlo a fin di bene?

Non fu una scelta facile, rimase a pensare a quell’idea per ore sul divano. Poi si decise, partendo proprio da quel posto in cui tutto era cominciato. Si preparò e scese, arrivò fino alla Galleria Umberto I e si mise davanti all’albero dei desideri. Proprio quell’albero che doveva essere il custode del suo sogno e che vide per primo il suo incubo.

E ora era di nuovo lì, senza sapere davvero cosa fare. Guardava quei rami pieni di bigliettini, pieni si speranze. Cosa avrebbe dovuto fare? Toccarne qualcuno a caso? Spiare il passato di chi vuole solo augurarsi qualcosa per Natale? Stava quasi pensando che quella che aveva avuto era solo una pessima idea quando notò su uno dei rami più bassi un foglio di colore rosa. Era piccolo e malconcio ma quel colore seppure pallido spiccava in mezzo a tanti fogli bianchi. Luca si fece coraggio e si diresse verso quel foglio. Chiuse gli occhi e lo prese.

Era da tanto tempo che non provava più quella sensazione. L’oscurità che lo circondava, poi le visioni che gli sbattevano in faccia come un treno ad alta velocità. Prima vede quel bigliettino che aveva preso, era stretto in una piccola mano. Lo stringeva a pugno quasi per paura di perderlo. Non riusciva a vedere bene chi tenesse quel foglio, ma vedeva indistintamente la forma di una bambina. Poi la scena cambia, la bambina è in una stanza, seduta a terra in un angolo. Dalla luce che la illumina viene fuori un’ombra scura, quella di un uomo con il braccio alzato. La bambina chiude gli occhi, poi viene picchiata con oggetto. Luca sente il dolore che prova lei, ed è enorme. Ancora un cambio di scena, la bambina si trascina a forza dalla camera, tutto intorno sembra muoversi. Cammina sbandando, ci mette un po’ per arrivare alla porta, la apre ed un forte odore le arriva alle narici. Gli occhi sono gonfi e la vista è annebbiata, si riesce a vedere qualcosa solo da una piccola fessura. Riesce a vedere una scritta di colore rosso su uno sfondo bianco, “Lucullo”.

Luca riaprì gli occhi rendendosi conto di essere disteso a terra. Un piccolo gruppo di persone lo circondava, preoccupati per la sua salute. Con un po’ di difficoltà riuscì ad alzarsi, la testa gli girava ancora un poco ma dopo aver preso un caffè offerto da uno dei presenti si sentì meglio. Istintivamente mise la mano nella tasca destra della giacca e tirò fuori un bigliettino. Era il biglietto rosa preso dall’albero. Lo aprì e guardò all’interno. C’era una sola parola, scritta di fretta, forse da una mano tremante. Una sola parola che però urlava tutto il suo dolore.

Aiuto

Rimise il foglio nella tasca. Aveva abbastanza elementi per fare qualcosa, ma doveva muoversi, era già buio.

Tornò a casa e prese l’auto. Nel tragitto pensava agli indizi che aveva a disposizione dalla visione. Una stanza che “si muoveva”, un forte odore all’esterno ed una scritta. Tutto gli faceva pensare ad un solo luogo, il porto. La stanza galleggiante avrebbe potuto essere una cabina di una barca e l’odore che anche lui aveva sentito durante lo stato di trance era tipico degli scarichi di una nave. La scritta era ancora un dilemma da risolvere ma aveva la sensazione che avrebbe scoperto sul luogo di cosa si trattasse.

Impostò la destinazione sul navigatore e raggiunse la sua destinazione. Parcheggiò l’auto nella zona dei giardini di Molosiglio. Uscì dall’auto ed un profumo di aria di mare gli riempì i polmoni. Quanto avrebbe voluto trovarsi in quel luogo in un’altra occasione. Quanto avrebbe voluto far parte di una vita diversa, normale. Non aveva scelto quel suo potere, ma ora era deciso a fare del bene pur di dargli un senso. Nella sua vita si era sempre domandato se quel dono gli fosse stato fatto da un Dio o solo da un diavolo meschino. Ora quella domanda poteva avere una risposta se al termine di quella giornata avrebbe salvato una povera innocente dalle braccia di un mostro.

Si avviò verso il pontile guardando la fila di barche ormeggiate. Ce n’erano di vario tipo, dalle piccole imbarcazioni di pescatori usate ogni giorno per sfamarsi a quelle più grandi, magari lo sfizio di un ricco borghese. Il buio non favoriva la ricerca ma dopo aver percorso il porticciolo un paio di volte, Luca vide quello che stava cercando. Era una barca grande, forse di lusso. C’erano le luci accese sul ponte, riusciva a vedere un uomo indaffarato a pulirlo con una scopa. Sul bianco fianco destro una scritta rossa con il nome che cercava, Lucullo.

Senza togliersi i guanti mise la mano nella tasca della giacca e strinse il bigliettino. Una forte sensazione di rabbia attraversava il suo corpo. Non doveva farsi assalire dalle emozioni, da quel momento ogni azione doveva essere studiata e non poteva permettersi di sbagliare. Nella sua mente stava trovando le spiegazioni di quanto potesse accadere su quell’imbarcazione. Magari il proprietario aveva sequestrato la bambina, o forse era solo uno dei suoi tanti vizi da riccone.

Con il cuore che pulsava ad un ritmo frenetico si incamminò verso la barca quando l’istinto gli suggerì di fermarsi. Era solo una sensazione ma non ci aveva fatto caso prima di allora. Tutte le visioni che aveva avuto da quando era piccolo lo mettevano in contatto con delle persone collegando i loro sensi con i propri. Sentiva ciò che loro sentivano, ascoltava quello che loro ascoltavano, vedeva quello che loro vedevano. Esatto, quello che loro vedevano. Perché allora la scritta? Era sul fianco della barca e non poteva averla vista. Stava pensando quando guardando di lato si accorse che c’era un’altra barca ormeggiata vicino alla Lucullo. Era una barca più piccola, anonima e le poche onde la facevano sobbalzare. Luca finalmente capì, la visione che aveva avuto riguardava quello che gli occhi della bambina vedevano. Era sulla barca più piccola e uscendo fuori vedeva la scritta dell’altra.

Si diede dell’idiota per aver immaginato uno scenario completamente diverso. In compenso sarebbe stato più semplice salire sulla barca più piccola, era buia e se era fortunato nessuno avrebbe notato la sua presenza. Si fece coraggio e si diresse verso la sua destinazione. Con accortezza camminò lentamente per non fare rumore sulle assi cigolanti. Aprì una piccola porta ed entrò. Tutto intorno era buio, decise di farsi luce con il suo cellulare. Si aspettava una stanza vuota invece dovette ricredersi. Su un lato c’erano accatastate decine di pacchi. Si avvicinò per vedere meglio, quello in alto era aperto. All’interno c’erano delle stecche di sigaretta. Probabilmente quella era la barca di un contrabbandiere, la feccia dei criminali. Gente che ogni giorno sfida le forze dell’ordine su barche con motori truccati per .fare guadagni facili. Luca pensò al pericolo che stava correndo in quell’istante. Il proprietario era un delinquente, con tutta probabilità era armato e non avrebbe esitato ad accanirsi su di lui se l’avesse scoperto.

Era meglio sbrigarsi ed uscire quanto prima da quella situazione. Attraverso una botola scese in stiva, abbassò la luminosità dello schermo e vide due letti. In uno dei due riconosceva una figura più piccola mentre su un altro c’era probabilmente il contrabbandiere. Si avvicinò lentamente al letto dove era distesa la bambina. Doveva svegliarla e portarla via di lì in fretta, senza allertare l’altro. Aveva paura che lei urlasse così cominciò a parlare sottovoce.

-Ehi piccola. Svegliati. Non preoccuparti sei in buone mani

La bambina aprì gli occhi, la luce del cellulare dava fastidio ai suoi occhi abituati al buio. Si guardò intorno finché non vide il volto di Luca. Non lo spaventava, era ben altro che le metteva paura.

-Chi sei? Sei venuto qui per me?

-Sì, sono qui per te. Ma dobbiamo fare piano. Vieni con me, usciamo da questo posto

-Sei un angelo?

-No, piccola. Ora però in silenzio, alzati e seguimi lentamente

La bimba fece come le era stato ordinato da Luca. In punta di piedi arrivarono fino alle scale e salirono. Erano sull’ultimo scalino quando, forse per una distrazione dovuta al sonno, la piccola inciampò e cadde in ginocchio. La pantofola che indossava rotolò per le scale fino alla stima provocando un rumore sordo che squarciò il silenzio. Il sangue nelle vene di Luca si ghiacciò all’istante. Non fece in tempo a pregare che sentì un urlo provenire dal basso.

-Chi è?

Rimase in silenzio nell’oscurità delle scale ma sapeva di essere spacciato.

-Chi è? Vengo lì e ti uccido! Chi sei?

L’uomo si alzò di scatto ed andò a controllare nell’altro letto. Vide che era vuoto e pieno di rabbia prese la pistola che nascondeva sotto il suo cuscino. Luca sentì il rumore metallico dell’arma caricata e tirò con forza la bambina su per gli ultimi gradini. Doveva uscire da quella barca prima che diventasse la sua tomba, o peggio ancora quella di entrambi. La barca continuava ad ondeggiare, i due riuscirono ad arrivare alla porta di uscita quando una voce alle loro spalle tuonò.

-Fermi! Dove credete di andare!

Un solo passo e sarebbero stati fuori, magari avrebbero gridato per richiamare l’attenzione di qualcuno e farsi aiutare. All’improvviso Luca sentì quel suono, prima di allora lo aveva soltanto ascoltato in tv in qualche film. Uno sparo. Quasi in contemporanea avvertì un dolore forte all’orecchio sinistro. Si fermò di colpo, d’istinto si toccò l’orecchio e guardò la mano illuminata dalla debole luce proveniente dall’esterno. Non c’era bisogno di molta immaginazione per capire che si trattava di sangue. Era stato colpito all’orecchio, la situazione era diventata di colpo più pericolosa.

-Fermati o con il prossimo colpo ti faccio saltare la testa! Ora girati lentamente!

Luca si girò, la mano stringeva forte quella della bambina senza lasciarla. Anche lei non riusciva a staccarsi mentre tremava.

-Maria che stai facendo? Lascia quell’uomo e vieni subito qui. A lui ci penso io

La bambina non obbedì agli ordini, anzi, si avvicinò ancora di più allo sconosciuto.

-Che fai, Maria! Vieni subito qui, te lo ordino!

-No!

Quella parola di sole due lettere risuonò nella stanza come una sentenza irremovibile. Quel coraggio inaspettato prese in contropiede l’uomo che rimase a bocca aperta mentre la guardava.

-Che stai dicendo? Sono tuo padre, ti ordino di venire qui. Vieni subito altrimenti te ne darò di santa ragione. Così tante che non avrai più voglia di scherzare

-Non vengo. Lui è un angelo ed è venuto qui per salvarmi da te. Tu sei un mostro!

L’uomo ascoltò quelle parole, mai prima di allora sua figlia aveva osato ribellarsi. Una sensazione di rabbia e odio gli pervase l’animo. La pistola che fino a quel momento era diretta verso lo sconosciuto si spostò puntando la bambina. Luca se ne accorse e subito la prese e la spostò sul ponte. Il padre sparò ma per fortuna l’altro fu più veloce. Preso dall’adrenalina, Luca si scagliò a testa bassa sull’uomo facendolo capitolare in un angolo. Nell’urto lasciò la pistola, che rimase a terra. Approfittando del momento buono, il ragazzo ebbe un’idea improvvisa. Controllò velocemente in una tasca della sua giacca e prese piccolo pacchetto, poi si avvicinò agli scatoloni.

-Non prendere la pistola, altrimenti accendo questi fiammiferi e li butto su questi scatoli!

-Non lo farai, sarò più veloce io

-Vuoi rischiare? Vuoi che tutte queste stecche di sigaretta prendano fuoco, magari anche tutta la barca?

L’uomo si rese conto che l’altro aveva ragione.

-Non ti muovere, ora la prendo io e tu ci farai scendere senza reagire, chiaro?

Il silenzio valeva come un sì. Luca si spostò di lato con ancora in mano la scatola di cerini. Raggiunse la pistola, la prese e la puntò verso l’uomo, ancora seduto a terra. Non aveva assolutamente voglia di sparare, non l’aveva mai fatto e non voleva farlo per la prima volta. Senza mai distogliere la mira dal suo nemico uscì sul ponte e controllò, Maria era ancora fuori mentre tremava dal freddo.

-Vieni qui piccola, ora dobbiamo andare via

La bambina si avvicinò, Luca vedendola rabbrividire al gelo si tolse la giacca per coprirla. Fu il suo unico errore.

Come un treno l’uomo si rialzò e diede una spallata al ragazzo. Il suo corpo fu schiacciato sulle pareti in legno, lasciò la presa facendo cadere l’arma in mare. L’altro gli diede una serie di calci nel costato fino a togliergli tutta l’aria dai polmoni. Ormai era a terra senza forze, non riusciva a muoversi. L’uomo ne approfittò per allontanarsi e dirigersi verso poppa. slegò il nodo che teneva la barca attraccata al pontile, poi si diresse verso i comandi. Nel tragitto incrociò lo sguardo con quello di sua figlia, ancora a terra mentre tremava.

-Con te facciamo i conti dopo. Ora mi devo sbarazzare di quel corpo

Mise in moto la barca. Rumorosamente il natante abbandonò il molo, nella fretta speronò altre barche. Il fracasso che si era creato mise in allarme gli altri marinai presenti sul posto. L’uomo voleva raggiungere il largo per disfarsi del corpo di Luca. Una volta arrivati a debita distanza fermò il motore e si diresse sul ponte. Si avvicinò al corpo del ragazzo e gli diede un ultimo calcio, poi lo prese di peso per buttarlo in mare. Stava per alzarlo quando sentì un forte odore. Si girò e vide all’interno della cabina del fumo. Non collegò subito l’accaduto, ma quando vide che sua figlia non era più nel posto in cui l’aveva vista prima capì, era stata lei ad appiccare il fuoco. Probabilmente aveva ascoltato le intenzioni del ragazzo, aveva preso la scatola di fiammiferi ed aveva dato fuoco alle casse di sigarette. Doveva pagarla subito, sarebbe stata punita per averlo fatto. Uccisa e gettata in mare insieme al suo nuovo amico sconosciuto. L’uomo entrò all’interno della cabina urlando il suo nome.

-Maria! Vieni fuori Maria! Hai commesso un grave errore e ora ne pagherai le conseguenze!

Continuava ad urlare anche se li fumo gli entrava in gola facendolo tossire. Il desiderio di vendetta era più forte di quello di sopravvivenza, ma se ne accorse troppo tardi. Lo capì quando sentì il rumore della porta che si chiudeva e della serratura che scattava. Era in trappola, era chiuso in una stanza che stava per prendere completamente fuoco. All’esterno, sul ponte, Maria si avvicinò al suo angelo custode.

-L’ho chiuso dentro, non uscirà fuori. Dobbiamo scappare ora. Ce la fai ad alzarti?

Quelle parole risvegliarono Luca dallo stato di torpore. Fece uno sforzo immane per rimettersi in piedi e coprire la bambina con la sua giacca.

-Sta andando tutto a fuoco, dobbiamo buttarci in mare. Sai nuotare?

La bambina fece un cenno con la testa, tanto bastava a Luca per darsi coraggio. Scavalcarono insieme e si gettarono in acqua. Riuscirono a nuotare per qualche metro prima che la barca esplodesse. Il fuoco era divampato fino a raggiungere il motore. Insieme guardarono quella scena, entrambi sapevano che la loro vita sarebbe cambiata. In meglio.

La guardia costiera era stata allertata dagli uomini presenti sul molo, il baccano provocato dalla barca del contrabbandiere aveva svegliato tutti i marinai. Luca e Maria furono tratti in salvo da una motovedetta e riportati a terra. Le circostanze erano ancora da chiarire ma i racconti dei due coincidevano. Dalle indagini successive risultò che la bambina viveva con il padre, un tipo non raccomandabile che aveva passato in prigione parecchi anni. La madre era morta poco dopo la nascita. Non andava a scuola da mesi, gli assistenti sociali erano già stati avvertiti dall’istituto ma avevano le mani legate. Era però una bambina molto intelligente ed anche in quella situazione aveva dimostrato coraggio e cervello. Dopo quell’episodio fu affidata ad un istituto in attesa di far parte di una vera famiglia.

Luca invece se la cavò con qualche giorno in prognosi riservata a causa delle percosse. Poche settimane e sarebbe uscito dall’ospedale. Per tutto il tempo in cui rimase in quel letto pensò a cosa farne della sua vita. Era di nuovo solo, senza nemmeno i suoi guanti che lo isolavano dal mondo. Il corpo gli faceva ancora male, ma in cuor suo sapeva che quella sensazione che aveva provato in mare non l’aveva mai provata prima. Era la sensazione che hanno gli eroi quando concludono una missione, la sensazione che provano i pugili quando mettono al tappeto l’avversario, quello che provano i vincenti. Aveva salvato una vita, tanto gli bastava per sentirsi bene. Ci pensò per giorni, ma ormai lo aveva capito. Aveva un potere e non poteva far finta di nulla. Lo avrebbe rifatto, certo che lo avrebbe rifatto.