
Una nuova casa, un nuovo inizio. I risparmi di una vita, le privazioni, i sacrifici anno dopo anno, e poi finalmente un desiderio che si avvera. Michele e Caterina avevano progettato insieme quel sogno che sembrava sempre più lontano ed ora lo vedevano realizzarsi. Proprio in quell’anno che li aveva benedetti con l’arrivo del loro primo figlio, Diego.
Erano sposati da cinque anni, ci provavano ma non arrivava mai quella bella notizia. Andavano avanti lavorando e risparmiando, in quella casa in affitto che bastava per entrambi. Avevano quasi perso le speranze quando finalmente l’ultimo test di gravidanza era risultato positivo. Finalmente sarebbero stati genitori, bisognava provvedere ad una nuova casa che potesse essere confortevole per tre persone almeno. Così iniziarono a cercare, non volevano spostarsi troppo dalle rispettive famiglie quindi circoscrissero la ricerca al quartiere Vasto. La ricerca non durò tanto tempo, trovarono quasi subito un appartamento in Via Carbonara. Molto più grande di quanto si aspettavano e con un prezzo molto conveniente. Erano quasi scettici ma capirono subito che era la dea bendata che stava rendendo loro con gli interessi i frutti di una vita meritevole.
Era l’inizio di Aprile quando per la prima volta si aprirono le porte del nuovo appartamento al quarto piano e la nuova famiglia varcò la soglia. Arrivarono la mattina presto per le ultime pulizie prima dell’arrivo della ditta di trasporti. I mobili del vecchio appartamento arrivarono prima di pranzo ed in tarda serata tutto era stato rimontato. Ogni stanza era piena scatoloni da svuotare e rimettere al proprio posto, ma Michele e Caterina lasciarono quel compito al giorno dopo. Misero a dormire il piccolo Diego e andarono a letto felici ed eccitati per quella nuova vita che stavano vivendo insieme.
Il giorno dopo si svegliarono tardi, com’era possibile immaginare non riuscirono a prendere sonno presto. Dopo una colazione veloce cominciarono a svuotare gli scatoloni. Un’operazione lunga anche perché la coppia veniva continuamente distratta dal piccolo Diego che esigeva attenzioni ma soprattutto i suoi pasti quotidiani. Durante queste pause Michele ne approfittava per riposarsi, sapendo che l’organizzatrice degli spazi era Caterina quindi preferiva non mettere bocca nelle decisioni logistiche. Andò a prepararsi l’ennesimo caffè quando bussarono il campanello. Interruppe quello che stava facendo e si avviò verso la porta. Aprì e si ritrovò davanti un volto sorridente. Era una signora di mezza età, bassina e con qualcosa in mano coperta da un tovagliolo. Michele non sapeva chi fosse ma quel sorriso simpatico gli ispirò fiducia.
-Prego, chi cerca?
-Buongiorno. Siete i nuovi proprietari dell’appartamento? Sono la vostra vicina, mi chiamo Anna
-Salve, piacere. Io sono Michele. Dentro ci sono mia moglie Caterina e nostro figlio Diego. Abbiamo disturbato ieri con il montaggio dei mobili?
-No, non vi preoccupate. Io sono un po’ sorda, non ho sentito proprio niente. Vi ho portato un po’ di torta che ho fatto io oggi. Ne gradite un po’?
-Ma che pensiero gentile, certamente. Entrate che stavo giusto preparando un po’ di caffè così lo prendiamo insieme
-Grazie mille, solo pochi minuti. Non voglio disturbarvi
Michele fece strada nell’appartamento e chiamò la moglie che li raggiunse insieme al piccolo della famiglia. La signora Anna era contenta di conoscerli e di constatare che erano brave persone. Era rimasta vedova da un bel po’ di anni e le piaceva stringere amicizie nel palazzo con tutti, senza però essere troppo invadente. Presero il caffè insieme ed assaggiarono la torta fatta in casa poi la signora tolse il disturbo.
-E’ stato un vero piacere avervi conosciuto. Finalmente dopo tantissimo tempo torno ad avere dei vicini, avevo quasi dimenticato quanto fosse bello sapere che al di là di questa porta ci fossero delle persone. Il Signore deve volermi proprio bene per avermi dato dei vicini come voi
-Troppo buona signora Anna. Dicevate che questa casa è stata disabitata per tanto tempo? Il proprietario che l’ha venduta non ce ne ha parlato. Strano però, per quanto l’abbiamo pagata è stata un affare
Michele si accorse dell’espressione stranita della signora Anna. Fino a quel momento sembrava aperta e chiacchierona, poi gli sembrò che stesse camminando su un campo minato.
-Non vi hanno detto niente?
-Di cosa? C’è mica qualche particolare che dovevamo conoscere? Per caso è abusiva?
-Ma no, che cosa dite. E’ solo che questa non è la zona preferita da chi vuole comprare casa, forse. Ci vuole fortuna anche a vendere gli affari. Ecco. Io ora devo scappare. Per qualsiasi cosa potete bussare alla mia porta, non fatevi problemi. E grazie del caffè
-Grazie a voi della torta, davvero squisita. Buona giornata
Michele chiuse la porta con un dubbio nella testa. Caterina lo guardò, per lei era come un libro aperto e conosceva bene la sua espressione quando qualcosa nella sua mente stava macinando.
-Cosa c’è amore?
-Niente. Forse sono paranoico ma la signora mi è sembrata un po’ vaga quando le ho chiesto perché questo appartamento è stato sfitto per parecchio tempo. Spero non sappia qualcosa che non ci ha detto. Forse dovrei richiamare il vecchio proprietario
-Non correre troppo con la mente, caro. Hai visto anche tu che brava persona è la nostra vicina. Se ci fosse qualcosa di strano lo avrebbe sicuramente detto. Stai tranquillo ora e soprattutto non sprechiamo altro tempo che ci sono ancora tanti scatoli da aprire. Su, al lavoro!
-Agli ordini capo!
La coppia riprese da dove aveva terminato, ovvero dalla camera da letto. Una volta messi a posto tutti i vestiti nell’armadio passarono ai comodini. Caterina stava sistemando l’intimo in uno dei cassetti quando perse l’equilibrio. Stava per cadere in avanti quando si appoggiò con forza al comodino per evitare di sbatterci con il naso contro. La mano protesa in avanti scongiurò l’incidente domestico ma il comodino si spostò all’indietro finendo con l’angolo nella parete. Si sentì un piccolo rumore sordo di una parete sottile che si rompe. La crepa nella carta da parati non lasciava dubbi, il mobile aveva creato un piccolo squarcio nel muro. Caterina chiamò Michele per mostrargli quello che era successo. Era strano che un piccolo mobiletto avesse potuto rompere una parete. L’uomo prese a battere le mani sul muro per ascoltare il suono di risposta.
-Ecco il motivo, in questo punto la parete è cava. Solo in questo punto però. Forse hanno coperto con una sottile parete di cartongesso una rientranza
-O forse è solo un tentativo di nascondere qualcosa. Altrimenti come si spiega che solo qui dietro c’è del vuoto?
-A cosa stai pensando?
-Niente, solo al fatto che dobbiamo vedere cosa c’è dietro. Non mi fido. Tanto ormai il danno è fatto e dobbiamo chiamare qualcuno per far riparare
-Ok, provo a forzare dalla crepa che si è formata. Magari c’è qualche tesoro nascosto. Forse la fortuna ci ha fatto trovare dei soldi nascosti
-O forse solo qualche vecchia carta ingiallita. Ma sono più tranquilla se controlliamo
Michele si aiutò con la penna di un martello per fare forza nella crepa senza rovinare troppo il muro. Lo strato di cartongesso si sgretolò senza fatica rivelando un piccolo vano cubico. All’interno si vedevano dei fogli in blocco. L’uomo li prese delicatamente stando attendo a non far cadere la polvere che li ricopriva.
-Ecco, avevi ragione tu. Niente soldi, solo vecchia carta ingiallita. Passami uno straccio che tolgo lo strato di polvere
Una volta pulita la parte esterna sfogliò rapidamente le pagine. Sembrava un’agenda ed era completamente scritta a mano.
-Sembra un diario. Ma sì, ci sono anche le date. 1958… Deve valere una fortuna!
Caterina prese il diario dalle mani del marito stando attenta a non romperlo.
-Sempre a pensare ai soldi tu. Dai qua, fammi vedere. E’ proprio un diario, chissà chi lo ha scritto. Sono proprio curiosa, magari racconta qualche retroscena di questa casa, che ne pensi?
-Penso che non è rispettoso frugare nella vita degli altri. Un diario è un posto segreto che contiene i segreti intimi di una persona. Magari se lo portiamo ad un banco dei pegni per farlo valutare….
-Ci penseremo con calma. Dai, promettimi che prima almeno posso leggerlo un pochino. Solo un po’ poi vediamo cosa farne, ma ora sono troppo curiosa
-E va bene, ok. Però ora continuiamo con la faticaccia, poi potrai leggerlo. Come faccio a dirti di no
Quella sera finirono di mettere a posto tutto, la casa era perfetta ai loro occhi. Ora potevano riposarsi e godere di ogni singolo momento in quella che sarebbe stata la loro casa per il resto della loro vita.
Carolina era stanca ma moriva dalla voglia di leggere quel manoscritto. Quella notte infatti mentre Michele russava profondamente lei ne approfittò per leggere le prime pagine alla luce del lumetto sul comodino. Il mattino dopo era così ansiosa di raccontare al marito di cosa parlasse che a colazione cominciò a farlo.
-Si tratta di un diario, ma questo lo avevamo capito già. Apparteneva ad una certa Rosaria che abitava qui negli anni ‘50. Era sposata ed aveva un bambino piccolo. Non trovi suggestivo che in questa stessa casa abitava una famiglia simile alla nostra? Sembra un segno del destino
-Gli eventi che stanno capitando da un po’ di tempo a questa parte mi stanno facendo diventare un fatalista. Certo non può essere una pura coincidenza che troviamo una casa così bella e in questa stessa casa abitavano tre componenti come noi. Sembra che questo appartamento stesse aspettando noi
-Già. Ieri ho letto solo qualche pagina, sembra che Rosaria sia comunque una donna sola. Il marito lavorava tutto il giorno e lei doveva accudire il bambino e sistemare la casa. Scrivere un diario personale era l’unico modo di tenersi compagnia e distrarsi da quella vita alienante
-Ecco, almeno qualcosa di diverso da loro lo abbiamo. Io lavoro tutto il giorno ma tu sarai a casa solo per il periodo della maternità. Finiti i primi mesi ritornerai a lavorare. Altro che vita alienante, dovremo sbatterci un bel po’
-Smettila, dai. Ho ancora un altro po’ di settimane prima di affrontare questo discorso. Oggi farai tardi?
-Non penso. Non ho nemmeno iniziato e già mi mancate. A proposito, vedi se alla fine del libro questa Rosaria dà una sorellina al piccolo. Magari può essere di buon augurio per noi
-Che intendi dire?
-Niente, che se ti pesa tanto ritornare dalla maternità possiamo pensare a mettere in cantiere il secondo. La casa è grande, quindi…
-Ma smettila! Lasciami riposare, che ne sai tu delle poppate e delle notti insonni, tu dormi come un ghiro ogni notte. Buon lavoro, ci vediamo stasera
Michele salutò la moglie e si recò al suo negozio di tendaggi. Per tutto il giorno pensò a Caterina e Diego e a quanto era desideroso di vederli. Percepiva come una voglia inspiegabile di vedere il suo piccolo bambino per abbracciarlo e stringerlo a sé. Quando ritornò a casa trovò la moglie che lo aspettava a braccia aperte e con un bel piatto di pasta fumante sul tavolo. Mangiarono insieme accompagnati dai racconti di Caterina che aveva letto altre pagine del diario segreto.
-Povera Rosaria, tutto il giorno da sola. Pensa che ad un certo punto gli scritti diventano sempre più illeggibili. Le pagine sembrano scritte con forza e i contenuti non sono più quelli dell’inizio. Inizia a stare male anche a causa di suo figlio che non smette mai di piangere
-Brutta storia allora. Cara, se pensi che questa storia diventi ancora più triste allora è meglio se lasci perdere per un po’. Magari non andiamo ancora a valutarlo, ma potresti conservarlo e leggerlo quando Diego è più grande. Te lo dico per non farti impressionare, sembri molto presa da questa storia
-Forse hai ragione. Il fatto è che Rosaria mi fa tenerezza, è una donna sola e fragile
-Ma non sappiamo nemmeno se è mai esistita. Magari è la protagonista di un libro e qui in questa casa viveva l’autore che ha nascosto i suoi appunti. Dai, ora rallegriamoci un po’. Accendi un po’ la TV così approfittiamo del piccolo che dorme ancora e ci rilassiamo un po’ sul divano. Ti amo
Passarono il resto della serata insieme finché non furono svegliati dal pianto del piccolo Diego. Con uno slancio di galanteria Michele si offrì di andarlo a prendere lui. Andò nella cameretta e prese suo figlio dalla culla per controllare se il pannolino fosse da cambiare. Era pieno, doveva essere cambiato subito. Ripose il piccolo sul fasciatoio e lo spogliò per pulirlo. Il suo sguardo si soffermò sulla gambetta sinistra, c’era una piccola macchia tra il giallo scuro e il verde proprio sopra il ginocchio.
Dopo aver cambiato il pannolino tornò da Caterina chiedendole spiegazioni. Lei sembrava cadere dalle nuvole. Incuriosita spogliò il bambino per controllare meglio, quella che vide sembrava essere proprio un piccolo livido. Strano, quando lo aveva spogliato prima non lo aveva notato. Si diedero una sola spiegazione, magari nelle manovre per pulirlo la gamba sarà urtata sul mobile del bagno ed avrà provocato il livido. Si promise di stare più attenta, poi lo allattò per rimetterlo a letto. Quella notte la donna si addormentò senza la sua solita lettura sprofondando in un sonno profondo.
Il giorno seguente Michele fece una sorpresa a sua moglie. Doveva montare delle tende in un appartamento nei pressi del Vasto quindi decise di tornare a casa per pranzare insieme a lei prima di ritornare in negozio. Quando entrò la vide con il piccolo in braccio che piangeva senza fermarsi.
-Ciao tesoro. Ti ho fatto una sorpresa, rimango qui a pranzo. Ho appena finito un lavoro nei dintorni. Ma che succede al piccolo?
-Non ne ho idea. Sta piangendo da quasi un’ora e non so come calmarlo
-I pianti si sentivano dalle scale. Cosa può essere? Qualche colichetta? Forse ha ingurgitato aria durante la poppata?
-Non lo so Michele. Tienilo un po’ tu che io sono stanca
Caterina passò suo figlio nelle braccia di Michele, dopo quasi una mezz’oretta il piccolo si placò così l’uomo decise di riportarlo nella sua culla per farlo riposare. La stanza era al buio, tutte le finestre erano chiuse per garantirgli un buon sonno. Accese la piccola lampada sul comodino. Stava per metterlo sul piccolo materasso quando vide delle piccole luci nella culla. Mise a fuoco stringendo gli occhi. Non erano luci, erano riflessi della luce della lampada. Mise il piccolo nel letto grande per controllare meglio. Allungò la mano verso la culla ma appena toccò la coperta sentì un dolore acuto. Ritrasse la mano e d’istinto mise l’indice in bocca. Sentì un sapore inconfondibile. Corse subito in bagno, accese la luce e vide che il suo dito stava sanguinando da un piccolo foro. Ritornò nella stanza ed accese la luce. Quello che vide lo fece rimanere di sasso. Nel lettino c’erano una decina di puntine, del tipo usato per attaccare i poster al muro. Che ci facevano quegli oggetti pericolosissimi proprio nella culla del suo bambino? Li tolse controllando accuratamente che non ce ne fossero altri, mise Diego a dormire e corse da Caterina per chiedere spiegazioni. Lei era stupita quanto spaventata. Com’era potuto succedere. Leggeva nello sguardo di Michele una accusa velata, si arrabbiò con lui per il solo fatto di averlo pensato. Ma non c’erano altre spiegazioni, era una situazione del tutto inspiegabile. Dopo qualche minuto di silenzio Caterina se ne andò nella camera del piccolo e rimase tutto il tempo a guardare la culla, Michele ritornò al suo lavoro senza aver neanche pranzato.
La sera a cena regnava un silenzio spettrale. Nessuno dei due aveva il coraggio di introdurre l’argomento. Lui aveva paura di ferire nuovamente la moglie, lei era furiosa al solo pensare che suo marito la potesse incolpare di un reato così grave. Finita la cena fu Michele a parlare per primo mettendo insieme tutto il coraggio e la forza che aveva a disposizione.
-Cara, vogliamo parlare?
-E di cosa? Sta succedendo qualcosa di terribile ma tu vuoi solo accusarmi
-Mettiti nei miei panni. Sto fuori tutto il giorno, mi capita di passare a casa e vedo quelle puntine nella culla. Chi altri può averle messe?
-Ancora? Lo vedi, tu hai già emesso la tua condanna. Sono io la colpevole!
-Vorrei tanto avere un’alternativa. Dammene una tu
-Non ce l’ho. Non ho spiegazioni. L’unica cosa che so è che non sono stata io. Come fai a non credermi? Mi ritieni capace di questo?
-Certo che no amore mio. Tu sei la mia vita, voi siete la mia vita. Cerchiamo di calmarci ora. Preparo l’aggiunta per Diego, dov’è il latte in polvere?
-Nella credenza. L’acqua è quella nella bottiglia di vetro
Michele si alzò e andò a preparare il latte per il suo bambino. Prese un bricco, lo riempì di acqua e lo mise sul fuoco a riscaldare, nel frattempo prese il latte in polvere da sciogliere. Subito arrivò un odore strano alle narici. Un odore forte, disgustoso. Gli veniva in mente un solo odore così, ma non poteva essere. Spense il fornello ed avvicinò il bricco al naso per sentire meglio. Inalò profondamente, la puzza che gli entrò dalle narici gli provocò la tosse. Non aveva dubbi su cosa fosse. Buttò il contenitore nel lavello e odorò il contenuto della bottiglia di vetro. Stesso odore. Su tutte le furie si diresse con la bottiglia da Caterina che nel frattempo era andata a prendere Diego dalla culla.
-Senti un po’ questo odore. Ti sembra acqua?
-Che puzza, ma cos’è?
Ti dico io cos’è. E’ acquaragia. Quella che abbiamo usato per pulire gli schizzi di pittura. Cosa sta succedendo Caterina? Voglio una spiegazione
-Ma… Amore… Non so come sia potuto succedere
-Adesso basta con questa storia. Che ti sta succedendo? Non vuoi più nostro figlio? Stai cercando in tutti i modi di toglierlo di mezzo? Avanti, rispondimi!
Caterina lo guardò con sguardo innocente. Chiunque non avrebbe dubitato della purezza del suo animo. In cuor suo sapeva che non era lei la causa di tutto quello, ma non sapeva come dimostrarlo. Non aveva nessuna spiegazione. Era come chiusa in un terribile incubo da cui era impossibile svegliarsi. Si accasciò su una sedia e si mise a piangere con le mani sul volto. Era un pianto liberatorio, il pianto di chi non ho più speranze. Michele era combattuto. Da un lato sapeva di avere davanti a sé la donna che avrebbe potuto uccidere un bambino, il loro bambino. Dall’altro, sapeva che non doveva abbandonarla, che doveva starle vicino in nome dell’amore che li legava. Si avvicinò alla moglie, proprio in quel momento il suo pianto sembrò cambiare. Non era più un pianto innocente, ora sembrava più un lamento. Michele non fece in tempo a mettere a fuoco la situazione che sentì indistintamente la moglie ridere. Esatto, Caterina era ancora con le mani sul viso e dalla sua bocca fuoriusciva una risata isterica. Finalmente aprì le mani, il suo viso era come trasfigurato. Il trucco scuro le scendeva dagli occhi mostrando la maschera di una donna impazzita. E la risata continuava, sempre più sguaiata. Michele si allontanò di un passo quando lei prese a parlare.
-Bravo, te ne vai. Non hai il coraggio di affrontare la verità. Come sempre
-Che stai dicendo Caterina
-Caterina? Chi è Caterina? Una delle sgualdrine che ti porti a letto quando sei a lavorare? Vai, corri da lei e non farti vedere più!
-Che sta succedendo amore? Calmati, stai avendo una crisi
-Una crisi dici? Giusto, solo una piccola crisi. Come diceva il dottore, “Signora, una piccola crisi, prenda queste medicine e si riposi”. Che ne sapeva della mia vita. Ogni giorno da sola, chiusa in casa per non farmi vedere in giro. Solo perché tu sei sempre stato possessivo, geloso, violento. Mi hai costretto a stare sempre chiusa in casa con quel piccolo sgorbio. Sì, è odioso, è orrendo. Lo detesto! E’ soltanto il frutto della tua violenza! Ogni volta che lo guardo vedo te, vedo il tuo volto che sorride,il tuo corpo è sopra il mio. Avrei dovuto abortire quando lo portavo in corpo ma non avevo il coraggio. Lo odio come odio te con tutta me stessa, Ugo!
Michele la ascoltava chiedendosi chi ci fosse davanti a lui. Quel nome alla fine del lungo monologo non lasciava dubbi. Non era Caterina, era come se la moglie fosse stata impossessata da qualcun altro. All’improvviso fu spinto all’indietro da una forza fuori dal normale. Caterina, o chiunque ne prendesse i comandi, lo spostò all’indietro facendolo cadere a terra per poi correre nel disimpegno. Michele fece giusto in tempo a rialzarsi quando sentì il pianto di Diego. Non ci pensò due volte, iniziò a correre verso quel lamento ed entrò nella piccola cameretta. La donna aveva preso il bambino tra le braccia e lo stava portando in direzione della porta che dava sul balcone. Si gettò su di lei prendendo con forza il debole corpicino della creatura. I pianti del bambino aumentavano sovrastati dalle urla isteriche della moglie che con forza cercava in tutti i modi di prendere la sua vittima. Michele si fece coraggio e sferrò un calcio alla donna facendola cadere distesa a terra. Non l’avrebbe mai fatto a sua moglie ma sapeva che quella che era con lui non era più Caterina.
Ebbe giusto il tempo di riporre il piccolo ancora piangente nella culla quando sentì due mani stringerlo sulle spalle e tirarlo con forza. Il suo corpo fu scaraventato all’indietro. Oppose resistenza, prese quelle mani ancora salde sulle spalle e cercò di staccarle. Si girò e vide un volto ormai trasfigurato che non aveva quasi più i connotati della moglie.
-Ridammelo! Non merita di vivere!
-Calmati Caterina! Non costringermi a fare qualcosa di cui potrei pentirmi
-Ancora con questo nome? Non mi riconosci? Sono la tua Rosaria! La tua schiava silenziosa!
-Adesso smettila Rosaria! Basta! Questa volta finirà diversamente, e sarà sempre così!
Michele la circondò con le braccia e la alzò da terra. Camminò verso la porta ancora aperta del balcone ed uscì fuori tenendola in braccio. Si avvicinò al parapetto cercando di buttarla giù.
-Mettimi giù Ugo! Non puoi uccidermi, lo sai bene
-Come tu non puoi uccidere me. Lascia stare questa famiglia o sarà peggio per te
-E cosa vuoi farmi? In questo modo sacrificheresti solo loro ma io continuerò a esistere
-Sì, ma questa quanto tempo passerà ancora? Non sei stanca di tutto questo?
-Mai! Non finirò mai!
Francesco prese un’amara decisione, ma era l’unica. Abbracciò la moglie stringendola forte poi si sporse dal parapetto e facendosi leva con il peso del suo corpo si gettò di sotto. Il volo di quattro piani fu fatale, i due corpi piombarono sul marciapiede in un rumore sordo. Una macchia di sangue scura si allargò sull’asfalto mentre i primi passanti urlavano assistendo alla scena terrorizzati e curiosi.
23 Aprile 1959
Questa probabilmente è l’ultima pagina che scriverò su questo diario.
E’ più forte di me, non posso andare avanti così. Quel piccolo mostro lo fa apposta, piange, si dispera, vuole troppe attenzioni. Lo vedo con i miei occhi che ride quando ottiene ciò che vuole.
Non ce la faccio, questa vita mi sta troppo stretta. Sono sola, Ugo non è mai qui con me. E’ in giro a lavorare, dice, chissà cosa fa davvero.
Ho deciso, oggi la faccio finita. Ucciderò quel piccolo aborto con un coltello e mi toglierò la vita. Questo diario sarà il mio testamento, tutti devono sapere le vere motivazioni del mio gesto. Pregherò ogni santo e ogni demone per darmi la forza.
Il mio spirito sarà sempre parte di questa casa, maledico queste pareti che mi hanno tenuta prigioniera. Fino alla fine dei tempi la mia anima sarà sempre presente, chiunque leggerà queste pagine mi evocherà e anche tra mille anni il mio spirito sarà pronto a sacrificare ogni neonato. Sarà la mia maledizione.
Caro diario,
ho letto e riletto queste pagine ogni giorno dalla morte di mia moglie Rosaria. Mi chiamo Ugo e mi trovo a scrivere queste pagine impregnate del sangue di un innocente per dare una spiegazione alla disgrazia che è capitata alla mia famiglia. Amavo Rosaria con tutto me stesso ma ho fatto un gravissimo errore di valutazione. Sono un dottore e mi sono innamorato di lei quando era ancora una mia paziente. Non è sempre stata così, chiunque leggesse questo diario si farebbe un’idea sbagliata di tutto. I primi sintomi gravi della malattia si sono manifestati dopo la nascita di nostro figlio. Il mio più grande rammarico è stato quello di non vedere i piccoli segnali che mi mandava. Non avrei mai immaginato di leggere questo manoscritto per rispetto della sua intimità ma avrei dovuto farlo.
Adesso è troppo tardi. Rosaria ha mantenuto la sua promessa, ha ucciso nostro figlio e si è tolta la vita subito dopo. Quando sono rientrato a casa ho trovato i due corpi a terra in un lago di sangue, accanto al corpo di mia moglie c’erano immagini di santini e coroncine. Rileggendo l’ultima pagina di questo diario ho ritrovo la spiegazione di tutto ciò, e mi spaventa.
Racchiuderò queste pagine in questa casa, spero che chiunque le ritrovi riesca ad arrivare alla fine per leggere quello che ho scritto. Come ultima memoria non mi rimane che fare la stessa promessa fatta da mia moglie prima di morire. Finché il suo spirito aleggerà in questa casa e metterà a repentaglio la vita di altre vittime innocenti, anche il mio sarà presente. La mia anima cercherà sempre in tutti i modi di fermarla e salvare la vita dei piccoli abitanti di queste mura, anche a costo di meritarmi una dannazione eterna
