12 Novembre 2016

Pioveva di brutto quella notte, erano ore che l’acqua veniva giù a secchiate senza smettere. Sembrava che da lassù qualcuno avesse un conto in sospeso con la città. Quando piove le vie principali si riempiono, fiumi di macchine si riversano in strada congestionando il traffico cittadino. Ci sono delle strade però che tutti evitano. Sono le strade lontane dal centro, quelle che collegano la metropoli con la periferia. Quelle che non riescono a drenare bene e che con un po’ d’acqua si allagano. Come la zona industriale, e il povero Raffaele si trovava proprio lì quella notte.

Stava ritornando a casa dopo una serata con i suoi amici di sempre. Quella sera era toccato a lui prendere l’auto e quindi era anche quello più sobrio. Dopo una serata di chiacchiere e musica aveva accompagnato gli altri a casa e stava per rientrare alla propria. Aveva atteso anche troppo che spiovesse ma proprio quella notte sembrava che il cielo non avesse voglia di smettere. Erano passati già troppi minuti sotto il ponte della Tangenziale, parcheggiato con le quattro frecce accese. Il flusso di pioggia non diminuiva e lui doveva prendere una decisione. Mise di nuovo in moto l’auto e proseguì lentamente. Le frecce erano ancora accese nel caso in cui qualche altra autovettura arrivasse, ma in quel momento era da solo per strada. Evidentemente tutti si tenevano a debita distanza da quella strada solitaria ma anche pericolosa. I tergicristalli erano attivati alla velocità massima ma non riuscivano comunque a tenere i vetri asciutti. La visibilità era diminuita di parecchio e Raffaele non riusciva a vedere nulla davanti a sé. Girò a destra da Via Domenico de Roberto, sapeva che quella via lo avrebbe portato in una zona di Ponticelli da cui era facile proseguire per casa sua. La macchina percorreva quelle strade sobbalzando ad ogni fosso. Probabilmente Il manto stradale doveva aver subito dei danni per quel maltempo perché sembrava ci fossero buche ovunque. Raffaele continuava a viaggiare quasi alla cieca. Non vedeva nulla davanti a sé, aveva solo la sensazione che quella fosse la strada giusta per ritornare finalmente alla sua abitazione.

All’improvviso vide davanti a lui una luce, anzi due. Erano i fari di un’altra automobile che stava venendo nel senso di marcia opposto al suo. Udì il suono arrabbiato del clacson del suv che gli stava venendo addosso. Si rese conto che era lui in difetto, non ci aveva fatto caso ma stava invadendo la corsia opposta. Subito sterzò a destra per evitare l’impatto che sarebbe stato fatale per entrambi. La macchina riuscì a girarsi ma l’asfalto era ricoperto di ghiaia bagnata e l’automobile slittò di lato. Raffaele affondò il piede nel pedale del freno ma l’auto non rallentava. Le ruote erano ferme ma sciovolavano sul terreno senza ridurre velocità. D’improvviso un rumore fortissimo. Il ragazzo ebbe soltanto il tempo di vedere avvicinarsi un grosso cancello in ferro. La testa batté sul volante e perse i sensi.

Quando riprese conoscenza la pioggia era finita. Ci mise qualche secondo per capire dove fosse, poi quando ricordò l’accaduto ebbe un sobbalzo. Uscì di colpo dall’auto per controllare i danni. Si rese conto di non essere più in mezzo alla strada. La macchina aveva sfondato un enorme cancello ed era entrato all’interno di una proprietà privata. Si avvicinò al cancello per cercare una spiegazione a quanto era accaduto. Era grande e arrugginito ed era chiuso con una catena di ferro tenuta insieme da un lucchetto. L’auto doveva andare ad una velocità folle per riuscire a rompere il lucchetto e spalancare il grande cancello. Maledì quella pioggia per averlo catapultato in quella situazione. Ritornò vicino alla macchina per accertarsi dei danni. La parte anteriore era irriconoscibile e le ruote erano uscite fuori dall’asse. Non sarebbe mai riuscito a tirarla fuori di lì da solo, doveva trovare qualcuno che lo aiutasse.

Alzò gli occhi e si rese conto di trovarsi un luogo del tutto inospitale. In quel momento realizzò che quella era un una delle raffinerie ormai chiuse di quella zona. Quando in passato percorreva quelle strade aveva sempre notato quelle vecchie fabbriche ormai in disuso da decenni. Si trattava delle raffinerie di petrolio che in passato lavoravano ininterrottamente per produrre carburante per i marchi più importanti. Ma quello era un ricordo lontano, ora erano luoghi deserti e spettrali. Difficilmente avrebbe trovato qualcuno in quel posto. O forse no. Forse qualcuno della sicurezza sarebbe passato di lì a controllare, o magari qualcuno vedendo il cancello rotto avrebbe chiamato la polizia. Tanti forse, lui però doveva trovare un rimedio e alla svelta. Erano già le quattro di notte e la stanchezza stava facendo effetto.

Decise di ritornare in auto per cercare il suo smartphone. Avrebbe avvisato qualcuno, tra l’altro nella sua RCA aveva anche un servizio di soccorso stradale gratuito, perché non provare per la prima volta? Rientrò e si mise a cercare. Non riusciva a trovarlo. Era buio e non era possibile nemmeno accendere la luce all’interno dell’abitacolo. L’auto era fuori uso. Si piegò in avanti per controllare sotto i sedili anteriori ma non vedeva nulla. Prese a controllare il lato posteriore quando sentì un rumore strano dall’esterno. All’inizio non ci fece caso poi all’improvviso quel suono divenne più forte. Era un ringhio. Si alzò e vide fuori dall’auto due rottweiler che si avvicinavano ringhiando. Chiuse la portiera prima che fossero vicini. Il rumore li fece arrabbiare e iniziarono ad abbaiare forte.

Raffaele era in trappola. Non poteva uscire e non sapeva come contattare qualcuno. Era un incubo e tutto per colpa di quella dannata pioggia. Provò a premere il clacson per allontanarli ma sortì l’effetto contrario. Ad ogni colpo di clacson i cani abbaiavano più forte contro di lui. Riusciva a vedere la bava che usciva dai loro musi e l’espressione furiosa nei loro occhi.

Smise di strombazzare e cominciò a pregare che qualcuno venisse a salvarlo. I due cani saltarono sul cofano e si avvicinarono al vetro. Guardavano nella direzione di Raffaele, anzi, guardavano proprio lui. Presero a mordere i tergicristalli rompendolo in poco tempo. Poi lo fissavano di nuovo e continuavano a ringhiare. Il messaggio era chiaro, se usciva dall’auto avrebbe fatto la stessa fine, lo avrebbero preso a morsi fino a strappargli la carne dalle ossa. Raffaele rabbrividì al solo pensiero. Non gli restava che sperare in un intervento divino, si mise più comodo sul sedile e chiuse gli occhi.

Quando li riaprì erano passati solo una ventina di minuti. Si guardò intorno e vide con gioia che i rottweiler non erano più sull’auto. Continuava a girarsi ma non li vedeva intorno. Forse si erano allontanati? Sarebbe stata la sua salvezza. Decise di uscire dall’auto per ritornare in strada, con un po’ di fortuna avrebbe trovato qualche altra macchina ed avrebbe chiesto aiuto ora che non pioveva più. Scese dall’auto e senza far rumore girò per raggiungere il cancello d’entrata ma appena lo vide la speranza morì sul colpo. Accanto al cancello c’erano appostati i due cani. Come due leoni a guardia di un portale i due rottweiler erano distesi a controllare l’ingresso di quel luogo. Per Raffaele non c’era via di scampo, non poteva uscire da quel posto. Se avesse cercato di correre fuori i due cani sarebbero stati più veloci e lo avrebbero azzannato e ritornare in auto non era più una soluzione.

Stava decidendo cosa fare quando uno dei due cani alzò la testa e rizzò le orecchie, poi si girò nella sua direzione. Lo aveva visto, quella belva si era accorta di lui e si era alzata sulle quattro zampe. Anche l’altro fece altrettanto, entrambi i cani mostravano i denti in un ringhio diabolico. Raffaele non aveva tempo per pensare a come uscire da quella situazione, si girò dando le spalle alle due belve e cominciò a correre. Non sapeva dove stesse andando ma doveva solo trovare un riparo da loro. Li sentiva abbaiare dietro di lui e sapeva che si stavano avvicinando. Aveva solo un’ancora di salvezza. Davanti a lui c’era l’ingresso di uno degli edifici. La porta era chiusa, pregò con tutte le sue forze che non lo fosse a chiave. Arrivò sbattendo sulla porta, afferrò la maniglia e la abbassò. Con gioia vide che la porta si apriva, subito la spalancò, entrò all’interno e la richiuse. Appena fatto sentì il tonfo dei cani che si stagliavano sulla stessa. Erano sbattuti sulla porta e continuavano ad abbaiare. Erano stati giocati e volevano la loro preda a tutti i costi. Raffaele teneva ferma la porta dall’interno poi si rese conto che c’era una serratura per chiuderla definitivamente. Girò la manopola fino a sentire un click e solo allora si sentì al sicuro. Al sicuro dai cani, certo, ma era comunque in trappola. Non poteva uscire e lì dentro era tutto buio. Con la mano che fendeva il buio cercò un interruttore finché lo trovò. Lo abbassò pensando che fosse un idiota a credere che potesse funzionare. Con grande stupore vide che le luci si accesero. C’era ancora corrente in quel posto quindi, forse non era del tutto abbandonato.

La luce illuminava l’ingresso di quell’edificio. C’era un tavolo con dei quaderni ed un telefono. Raffaele prese la cornetta e la appoggiò all’orecchio. Nessun rumore dall’altro lato. Sarebbe stato troppo fortunato se quel telefono avesse funzionato. Lo abbassò pensando a cosa potesse fare. Anche se impaurito e con ancora nelle orecchie i latrati delle due bestie, era sempre più curioso di quel posto. Non si era mai trovato all’interno di una raffineria, non sapeva cosa poteva trovarvi all’interno. Prese il quaderno sul tavolo e lo sfogliò. C’erano date e numeri. Tante cifre con calcoli assurdi. Su qualche pagina c’erano anche delle parole ma non sembrava conoscerle. Erano lettere strane, forse scarabocchi di qualche impiegato che non sapeva come ingannare il tempo. Lo riposò sul tavolo e andò in giro a scoprire di più su quel posto.

C’erano degli schedari ordinati per data, provò ad aprirli ma erano chiusi a chiave. Decise di cambiare stanza. Dall’ingresso si ritrovò in un’altra stanza, vuota se non per una doccia posta su un angolo. Forse serviva agli operai che lavoravano lì dentro in passato. Un’altra porta, la attraversò e dopo un lungo corridoio arrivò a quella che sembrava una sala comandi. C’era una console collegata a dei monitor accesi. Le immagini che erano proiettate non erano per nulla chiare, erano dei vecchi monitor a tubo monocromatici. Raffaele si avvicinò per vedere meglio. Le immagini erano disturbate, probabilmente quella vecchia tecnologia dava problemi. Pensò che si trattasse di telecamere di sicurezza per i vari reparti. Quello svolto in quegli edifici doveva essere un lavoro di precisione e molto pericoloso. Sicuramente in giro c’erano sostanze infiammabili ovunque e bisognava sorvegliare ogni stanza. Qualche schermo proiettava le immagini di corridoi vuoti, altre di stanze chiuse.

Sulla console era presente una cornetta, forse un sistema di comunicazione per la fabbrica. Lo alzò, magari era fortunato e in quella struttura c’era ancora qualche guardia notturna in giro.

-Qualcuno mi sente? Mi sentite?

Nessuna risposta.

-Sono all’interno dell’edificio, nella sala comandi. C’è qualcuno che può aiutarmi ad uscire di qui? Fuori ci sono dei cani rabbiosi che non mi permettono di uscire.

Dalla cornetta solo un piccolo ronzio. Ormai era certo di essere l’unico in quella fabbrica abbandonata. Era spacciato, non sapeva proprio cosa fare. Era nervoso e cominciò a premere tutti i pulsanti sulla console. La pulsantiera si illuminava quando premeva i tasti a caso. All’improvviso la sequenza fece illuminare un pulsante rosso sul lato destro.

“Che c’è di male a premere un pulsante in più? Proviamo”

Pensò. Lo tenne premuto ma non successe niente. Guardò di nuovo lo schermo e quello che vide gli fece pensare che quella non era stata proprio l’idea più furba che gli era saltata in mente.

Una delle telecamere riprendeva l’interno di una stanza. La luce sopra la porta prese a lampeggiare e la porta si aprì del tutto. Forse era stato quel pulsante ad attivare la porta. Fin qui tutto normale. Poco dopo dal monitor Raffaele vide un’ombra che strisciava fino alla porta per poi uscire dalla stanza. quando realizzo quello che aveva fatto, iniziò a tremare di paura. Quelle sale chiuse erano celle di detenzione che contenevano qualcosa. Giusto, qualcosa. Quella che aveva visto non era una forma umana o animale, e ora era uscito da quella stanza e si trovava in libertà.

Dal monitor vedeva quell’ombra scura passare davanti alle telecamere piazzate nell’edificio. Non aveva idea di dove fossero posizionate, se quella cosa stesse uscendo o stesse andando da lui, ma non poteva restarsene lì ad aspettare. Uscì dalla sala comandi e percorse il corridoio. Non aveva senso uscire dalla raffineria, c’erano ancora i cani ad aspettarlo. Aprì una porta di servizio che dava accesso alle scale. Stava pensando cosa fare quando dal fondo della tromba di scale sentì un suono. Era il rumore di sedie che si rovesciano, acciaio che cade a terra. Qualcuno stava mettendo sotto sopra qualche sala nei piani inferiori. E poi, sentì quel verso.

Era un verso di animale ma Raffaele era sicuro di non aver sentito mai qualcosa del genere. L’urlo di un predatore ma c’era qualcosa di metallico. Echeggiava in tutto quello spazio e preannunciava una caccia che era appena iniziata. Il ragazzo non aveva alternative se non quella di salire la rampa di scale. Magari in cima sarebbe stato al sicuro o avrebbe trovato qualcosa di utile. Salì due gradini alla volta per distanziarsi da quel suono che sentiva avvicinarsi. Ogni tanto buttava l’occhio dalle scale ma quello che vedeva non aveva senso. Sembravano tentacoli quelli che fuoriuscivano dal passamano.

Senza indugiare chiuse gli occhi e continuò a salire. Non sapeva più quanti piani aveva superato, prima di arrivare in cima però si fiondò all’interno di una porta. Si accorse dall’interno però che non era possibile chiuderla a chiave quindi continuò a correre per le stanze semivuote. Alla fine arrivò ad un vicolo cieco. Davanti a lui c’era una porta chiusa con accanto un tastierino numerico per aprirla. Nella disperazione provò qualche combinazione di numeri ma l’esito fu sempre negativo. Intanto da lontano sentiva il rumore della porta di ingresso che si apriva e quel verso che si avvicinava lentamente. Si guardò intorno in cerca di un oggetto che potesse servirgli ma c’era poca roba. Aprì una cassettiera e frugò all’interno, solo fogli. Un altro cassetto, vuoto. L’ultimo invece conteneva qualcosa che faceva al caso suo. C’erano delle pistole spara razzi. Non era un’arma ma poteva servirsene per accecare quell’animale, o qualunque cosa fosse. Si sedette a terra ancora terrorizzato. Non riusciva ancora a pensare di trovarsi in una classica scena da action movie. La mano tremava mentre direzionava la pistola verso la porta da cui era entrato. La bestia dall’altro lato non emetteva più il suo grido di caccia, ma si sentiva indissolubile il rantolo del suo respiro. La porta finalmente si aprì.

Quella che vide davanti ai suoi occhi era qualcosa di difficile da descrivere.

Prima vide la testa. Il muso era lungo, gli sembrava quello di un coccodrillo. La mascella era leggermente aperta e dai denti scendeva una bava vischiosa. Non riusciva a vedere gli occhi, forse quella strana creatura ne era sprovvista. Il dorso era coperto di squame e le zampe anteriori poggiavano a terra mentre camminava lentamente sul pavimento. Aveva l’aria di un rettile, finché non vide la parte inferiore del suo corpo. Aveva dei tentacoli. Tentacoli strani, non come quelli di un polpo o una piovra. Erano anch’essi ricoperti di squame e nella parte terminale avevano dei lunghi artigli. Raffaele era terrorizzato, quello che aveva davanti a lui era il mostro peggiore che fosse uscito dai suoi incubi. Non aveva occhi ma lo stava guardando, sentiva che lo percepiva e ne era terrorizzato. Poi aprì la bocca ed emise di nuovo quel verso terrificante. Raffaele si destò da quell’incubo e premette il grilletto. Dalla grossa pistola partì una scia infuocata che andò incontro alla bestia. Lo colpì in pieno, il razzo andò ad infrangersi sotto al suo palato. L’animale cadde all’indietro nell’impatto mentre una pioggia di scintille cadde intorno. Alcuni fogli presero fuoco facendo scattare l’allarme antincendio. Per il ragazzo fu una speranza inattesa.

Gli idranti sul soffitto si attivarono all’istante mentre una luce rossa cominciò a lampeggiare ad intermittenza. Tutte le porte bloccate si aprirono nello stesso momento, probabilmente in caso di pericolo c’era un protocollo di sicurezza che lo prevedeva. Prima che il mostro si rialzasse Raffaele ne approfittò attraversare la porta ormai aperta. Non era possibile richiuderla quindi l’unica alternativa era correre, correre fino ad arrivare in un luogo sicuro. Magari all’aperto sarebbe stato possibile sparare un razzo in cielo.

Così fece, cominciò a correre verso l’ignoto. Quando attraversò l’ultima porta dovette fermarsi di colpo. Davanti a lui c’era un grande vuoto, la bocca di una cisterna vuota. Era enorme, lui si trovava nella parte più alta e da lì si poteva solo scendere attraverso una rampa di scale in ferro. Era spacciato, non poteva arrampicarsi e decidere di scendere sarebbe stata la scelta peggiore. Direzionò in alto lo spara razzi facendo partire un altro colpo. Vide la scia luminosa effettuare una traiettoria. Così come per quella scia, anche la speranza in un aiuto provvidenziale cominciava a scendere. Abbassò le braccia in segno di sconforto. Sentiva l’urlo della bestia sempre più furioso.

Ad un tratto sentì un rumore sempre più assordante venire dall’esterno. Dalla bocca della cisterna vide un elicottero. Aveva un faro davanti che proprio in quel momento lo stava illuminando. Eccola, la provvidenza. Subito Raffaele iniziò a sbracciarsi e urlare a squarciagola per farsi vedere. Chiunque stesse pilotando quell’elicottero doveva averlo già notato ma stranamente ancora nessuna scaletta era stata lanciata dal portello. All’improvviso sentì un sibilo, poi un rumore metallico vicino al suo orecchio. Poi un altro sibilo ma a quel punto sentì un dolore forte all’altezza della fronte. Si toccò, la mano era ricoperta di sangue. Lo stavano colpendo? Dall’elicottero qualcuno gli stava sparando? Si sentì sconfitto. Si inginocchiò senza più alcuna speranza. Davanti a lui il mostro lo aveva raggiunto e si abbassava su di lui con le fauci spalancate. L’ultimo colpo partito dall’elicottero prese in pieno la testa di Raffaele che esplose al contatto. L’unica consolazione fu quella di essere già morto mentre la belva divorava il suo corpo.

Il giorno successivo due guardie scelte osservavano il cancello spalancato della raffineria. Si avvicinarono due rottweiler, li riconobbero e si misero in posizione seduta. Una delle guardie li accarezzò mentre parlava con il collega.

-Ti hanno già spiegato cosa è successo?

-Si ho parlato con i russi prima. Non pensano sia stato premeditato, la macchina è intestata ad un ragazzo incensurato. Forse un incidente, si è trovato in mezzo ad una situazione più grande di lui

-Lo hanno trovato?

-Chi, il ragazzo? Impossibile. Lo hanno visto ieri sera dall’elicottero poi nulla. Non mi hanno detto nient’altro

-Già. Noi non domandiamo, eseguiamo e basta

-Esatto. Dobbiamo far scomparire la macchina, chiami tu in centrale appena hai finito di fare l’amore con i cani?

-Faccio subito non ti preoccupare

-Ok. Vado ad avvisarli che è tutto sotto controllo

-Quindi non è successo niente, giusto?

-Corretto. Assolutamente niente

29 Gennaio 2000

Il feretro arrivò lentamente nel cimitero di Poggioreale. Un piccolo gruppetto di persone seguiva la bara scura che percorreva i viali coperti dai grandi alberi che filtravano appena la luce del sole. Dentro la bara c’era Mario Busiello, noto commercialista di San Carlo all’Arena. Sul manifesto funebre c’era scritto:

E’ venuto a mancare all’affetto dei cari

Mario Busiello

di anni 55

Ne danno il triste annuncio la moglie Vanessa, i figli Gabriele e Leonardo e i parenti tutti

Sulla lapide invece sarebbe stato scritto a caratteri grandi “Padre e marito amorevole”

Un breve epitaffio ma di tutto rispetto. Vista da quella angolazione sembrava la tragica tragedia familiare. Un padre di famiglia, amato da moglie e figli che muore prima ancora di godersi appieno la vita.

La piccola coda dietro alla bara era lenta e composta. Andiamoli a conoscere meglio.

In prima fila c’erano Vanessa e Tommaso. Vanessa l’abbiamo già conosciuta nel manifesto funebre. E’ la povera vedova Busiello, vestita con un completo lungo e nero e il volto coperto da un velo scuro. Vanessa aveva 15 anni in meno del marito, lo aveva conosciuto appena ventenne. Lei lavorava alla biglietteria del teatro Diana e lui era un giovane borghese di buona famiglia, con uno studio avviato e tanto tempo libero. Fu amore a prima vista, Vanessa fu abbagliata da tanta sicurezza, poi Mario era sempre stato un uomo di bell’aspetto. Si fidanzarono e si sposarono in breve tempo, la classica storia romantica da film adolescenziale.

Accanto a lei a sorreggerla per un braccio c’era Tommaso, socio di Mario. Più che un collega un fratello. Si conoscevano dall’università. Stesso quartiere, stessi studi, entrambi “figli d’arte”, con un futuro già scritto. Da giovani avevano le stesse idee chiare: soldi, donne, successo. Erano molto volenterosi e nello scenario napoletano degli anni 70/80, dove un buon potenziale riusciva a dare una mano a raggiungere i sogni, erano gli uomini ideali. Aprirono insieme uno studio proprio nella grande piazza Carlo III, zona centrale della metropoli, e in poco tempo i clienti cominciarono a fioccare. Erano sempre uniti Mario e Tommaso. Condividevano tutto e tutti i giorni. Tommaso c’era in ogni momento importante della vita di Mario. Quando i suoi genitori erano morti, al matrimonio con Vanessa (era uno dei testimoni), alla nascita di entrambi i figli. Sempre con lui, e sempre rigorosamente single. E ora era lì a dare il suo ultimo saluto terreno e a consolare una povera donna rimasta senza la sua colonna portante.

Passiamo alla seconda fila, i due figli. Gabriele e Leonardo rispettivamente di 18 e 14 anni. Da come erano vestiti non sembravano avere la loro età, entrambi avevano un vestito classico con cravatta nera. Il primo con i capelli così lunghi da coprire ogni espressione sul volto, il secondo che toglieva continuamente gli occhiali per asciugare le lacrime con un fazzoletto. Si tenevano la mano a vicenda, erano sempre stati uniti fin da piccoli. Gabriele si era sempre sentito l’angelo custode del fratello da quando lo vide il primo giorno. Appena nato Leonardo era più piccolo della norma, e a casa era tenuto quasi in una teca di vetro. Gabriele guardava quel piccolo esserino non potendo fare nulla ma sapendo già che sarebbe stato sempre al suo fianco. Quando i bambini più grandi lo minacciavano ci sarebbe stato lui. Quando i compiti sembravano troppo difficili ci sarebbe stato lui. Quando la prima ragazza importante gli avrebbe rotto il cuore ci sarebbe stato lui. E così fu sempre. Anche in quel momento triste il loro microcosmo era così forte da tenerli insieme indissolubilmente.

Dalla terza fila cominciavano i parenti meno stretti e i conoscenti. Le sorelle di Vanessa, i dipendenti dello studio, cugini, zii, e tutto il parentato. Per lo più semplicemente delle comparse. A Napoli, si sa, la morte è un argomento serio ma non è esente dalle regole del galateo. Esistono regole non scritte che impongono di essere presenti nel giorno dei funerali di qualcuno come in chiesa nel giorno del matrimonio. In tempi antichi esisteva persino una pratica fredda quanto macabra. I presenti alle visite alla vedova dovevano firmare un libro per attestare l’avvenuta visita, quindi essere sicuri di essere ricambiati quando il visitatore fosse trapassato. Era tutto parte di quel gran teatro all’aria aperta che era la città di Napoli.

Il corteo si fermò, la bara aveva raggiunto la sua destinazione. La nicchia della famiglia Busiello. Qui i genitori di Mario insieme a qualche altra generazione sconosciuta ai presenti stavano aspettando l’arrivo del loro figlio. Il loculo era già pronto ma prima di provvedere a far riposare la salma per sempre c’era tempo per gli ultimi saluti.

Iniziò il sacerdote, conosceva Mario da qualche anno. Non lo vedeva sempre a messa ma d’altronde a Mario era concesso. Sì, perché il dottor Busiello era uno dei finanziatori della parrocchia di Don Angelo. Non solo nelle feste programmate ma anche durante tutto l’anno liturgico Mario elargiva forti somme di denaro al parroco. Servivano a coprire le numerose spese di manutenzione, ristrutturazione, abbellimento. Don Angelo salutava sempre calorosamente e lo ricordava nelle sue preghiere. Aveva perfino fatto mettere una targhetta sull’inginocchiatoio in prima fila della chiesa. Il minimo che potesse fare per quell’anima così generosa.

Don Angelo si rivolse a tutti i presenti in tono serio e altisonante.

-Siamo infine giunti agli ultimi saluti al nostro caro Mario Busiello. Che Dio lo abbia in gloria.

Dal silenzio cominciarono a sentirsi i primi pianti sommessi.

-Un uomo dai grandi valori come la famiglia, gli amici, la fede. La vostra presenza qui lo conferma. Era amico di tutti e nemico di nessuno. Sempre pronto a tendere la mano, sempre generoso. Sicuramente in terra si è guadagnato l’entrata nel regno dei cieli

Da lontano si sentì un debole tuono.

-Lascio la parola a voi cari amici del buon Mario per salutarlo un’ultima volta

Si allontanò facendo posto a Vanessa che si staccò da Tommaso per cominciare a parlare. La voce era rotta dal pianto e dietro quella piccola tenda nera che le copriva volto si riuscivano ad intravedere gli occhi contornati da un trucco rovinato.

-Mario era un grande uomo, pieno di talento ma soprattutto pieno di amore

Un tuono echeggiò nell’aria.

-Era pieno di amore, non solo verso la sua famiglia ma anche verso tutte le persone che lo conoscevano. La nostra unione e la famiglia che abbiamo creato ne sono la prova

Di nuovo un tuono, stavolta più forte.

-Un marito affettuoso e fedele. Come fedele era il mio amore per lui

Ancora un altro tuono, così forte da zittire per qualche secondo tutti i presenti.

-Sono sicura che da lassù ci sta guardando ed è commosso nel vederci qui tutti riuniti per lui. I parenti, gli amici. Amore, se mi stai sentendo sappi che ti amo e ti ho sempre amato.

-Aiuto un topo!

Dalla platea si sentirono delle urla, un ratto enorme era appena passato davanti a loro. Indisturbato se ne andava a passeggio tra i presenti quasi divertito a spaventarlo. In poco tempo il gruppo unito si sfasciò in piccoli gruppi finché il piccolo ospite non se ne andò. Tutti si ricomposero, compresa Vanessa che per la paura andò a trovare riparo tra le braccia di Tommaso. Qualcuno li guardava con occhi interrogativi mentre loro si guardavano intorno con imbarazzo. Appena la calma fu ristabilita Gabriele e Leonardo si avvicinarono alla bara senza mai staccare le loro mani che tenevano teneramente unite. Senza fare rumore si girarono verso gli altri. Gabriele fu il primo a parlare.

-Papà era davvero un grande. Tutti lo conoscevano ma solo pochi di noi sapevano veramente com’era. Era sempre impegnato al lavoro ma trovava sempre il tempo per stare con noi. Ricordo quando per la prima volta mi portò con lui nel suo studio. Tutti mi guardavano ed erano gentili con me. Ero il figlio del capo e probabilmente un giorno sarei stato lì insieme a lui a lavorare. Papà mi guardava orgoglioso mentre ricambiavo i saluti a tutti. Poi mi fece entrare nella sua stanza, mi fece sedere su quella sedia così comoda e grande per me e mi disse qualcosa che non ho mai dimenticato. “Gabriele tu sei mio figlio, tutto quello che vedi potrà essere tuo. Ma bada a non fare mai il grande errore di scegliere di vivere la vita di qualcun altro. Tu sei e sarai sempre te stesso come io sono e sarò sempre me stesso. Vivi il presente e progetta il futuro, ma fallo con amore. Io se sono qui è perché ho scelto il mio lavoro, la mia vita. Fà anche tu così, se vuoi consigli io ci sono sempre, ma la vita è la tua e voglio sempre vederti felice come lo sono io. Tutti lì fuori ti guardano convinti di sapere il futuro. Il futuro non è già scritto, dimostra sempre di essere un combattente mai scontato. Ti voglio bene”

In quel momento il cielo si aprì, le nuvole grigie si separarono permettendo ad un largo raggio di sole di proiettare il suo calore su tutta la scena.

-Forse ero troppo piccolo per capire quelle parole, ma le ho custodite dentro di me e sono state il suo insegnamento più grande. Dovunque tu sia papà sappi che non ti deluderemo mai

Qualche piccolissima goccia di pioggia si andò a posare a terra. Tutti alzarono lo sguardo, non c’erano nuvole in quel momento sopra di loro. Gabriele abbassò la testa trattenendo il respiro per reprimere un pianto. Leonardo riuscì a dire solo una piccola frase, la più piccola e dolce.

-Ti voglio bene papà

L’emozione era troppo forte per trattenere le lacrime. Si allontanarono piano a testa bassa. Tommaso si avvicinò per consolarli ma Gabriele gli scostò il braccio sgarbatamente. Tutto sempre sotto lo sguardo vigile di tutti i presenti. Tommaso era sempre più imbarazzato, decise quindi di prendere posto lui stesso come prossimo oratore. Si schiarì la voce simulando uno sguardo commosso.

-Mario non era solo un amico…

Un tuono di incredibile potenza esplose nell’aria, tra la paura generale. Tommaso riprese a parlare senza celare un certo timore.

-Dicevo, Mario non era solo un amico…

Il rumore si un altro tuono lo interruppe di nuovo mentre nuvole scure si addensavano proprio sopra di loro.

-Un fratello, Mario era un fratello per me. Siamo sempre stati uniti fin da piccoli. Abbiamo sempre condiviso tutto…

Senza nessun avviso cominciò a piovere a dirotto. Una pioggia scrosciante si riversò proprio sopra Tommaso che cercava di continuare a parlare senza curarsene. Nessun agente atmosferico lo avrebbe fermato nel suo estremo saluto. Gli altri presenti aprirono gli ombrelli ma lui no.

-Sì, condiviso tutto. Senza di lui sarà difficile andare avanti. Lo studio ha perso un grande capo così come io ho perso un pezzo della mia stessa vita

Ancora un tuono, la pioggia non smetteva di scendere. Tommaso alzava sempre di più la voce per farsi sentire.

-Ma anche se te ne sei andato così tardi continuerò ad essere da sostegno alla tua bellissima famiglia

Non finì la frase che un fulmine cadde proprio a pochi passi dall’oratore, su un albero vicino. Il rumore dell’impatto fu forte come le urla che seguirono. Un ramo cadde a pochi centimetri da Tommaso che aveva gli occhi quasi fuori dalle orbite. Scappò per rimettersi al suo posto designato, accento alle grazie di Vanessa. La platea osservava sempre curiosa quanto terrorizzata.

La pioggia cessò d’improvviso proprio come era cominciata. Il silenzio improvviso prese in contropiede tutti i presenti, che proprio approfittando del forte rumore stavano parlando tra di loro. L’argomento era facile da intuire. Stavano, come si dice a Napoli, “murmuliando”. Di cosa? Di Vanessa e Tommaso. Era troppo strano quel loro feeling proprio quella mattina, senza Mario. Imbarazzati tutti fecero silenzio.

A rompere la tensione palpabile ci pensò Tonia. Non la conosciamo ancora perché Tonia è la tipica ragazza “invisibile”. Era in coda nella fila del corteo anche quella mattina, come a rimarcare il fatto di essere vissuta sempre all’ombra di tutti. Tonia era la segretaria dello studio di Mario e Tommaso. Era lo stereotipo della segretaria. Magra, capelli lunghi legati da un elastico, occhiali più grandi del suo volto sottile. E timida, molto timida. Non timida abbastanza per lavorare con i due commercialisti però. Dei due, Mario aveva sempre creduto in lei, anche contro le continue critiche di Tommaso che a lei preferiva una sua amica. Un’oca di sua conoscenza che non sarebbe stata in grado di accendere un pc. Tonia invece era brava, volenterosa e giudiziosa, anche se molto timida. Mario non aveva mai considerato quest’ultimo un difetto, anzi, a lui serviva proprio una segretaria così. Discreta e soprattutto intelligente. Il suo affetto e il coraggio che le infondeva le avevano dato sicurezza fino a farla diventare una ragazza migliore. Si era sempre sentita in famiglia in quello studio ed era tutto merito del suo capo.

La ragazza si avvicinò alla bara in punta di piedi e combattendo duramente con la sua timidezza prese a parlare.

-Mario era una persona capace di dare calore. Quando penso a lui penso sempre al calore e alla luce che emanava. Era la persona migliore che abbia mai conosciuto, ed aveva il potere di irradiare la sua forza a chi gli stava vicino. Lavorare con lui è stata la cosa migliore che il cielo mi ha dato e non smetterò mai di ringraziarlo per quanto ha creduto in me e per il tempo che mi ha dedicato. Riusciva sempre a trovare il tempo per sedersi accanto e lasciarti sfogare. Ogni suo consiglio era oro, e li porto tutti con me

Di nuovo non c’erano più nuvole ed un sole caldo riprese ad illuminare la piccola ragazza. Illuminata da quella luce forte Tonia sembrava anche più bella.

-Mi mancherai tantissimo Mario

Portandosi la mano alla bocca si avvicinò ai figli di Mario stringendoli teneramente. Loro ricambiarono l’affetto in un abbraccio che fece commuovere tutti.

Ora il tempo sembrava di nuovo tranquillo, a quel punto le sorelle di Vanessa si fecero coraggio. Anche loro avevano delle parole da spendere per la povera salma. Stavano per avvicinarsi alla bara quando un gruppo di topi correndo si avvicinò al gruppo di persone. La scena di panico improvvisa è difficile da descrivere. Chi correva urlando, chi intimava la calma, il sacerdote che ripeteva meccanicamente il segno della croce, qualcuno chiedeva perdono per i propri peccati. In tutto questo il sole si alternava alla pioggia mentre tuoni improvvisi laceravano il cielo. Nel giro di pochi secondi tutti presero a scappare. Tutti tranne Gabriele, Leonardo e Tonia, ancora stretti nel loro dolce abbraccio. I topi scomparvero ed il tempo si era aggiustato definitivamente. Il terzetto si avvicinò alla tomba. Serenamente. Ora quel momento era tutto loro. Arrivarono vicino alla bara, tutti e tre sentirono una strana forza dentro di loro. Non solo, ebbero come l’impressione che una mano invisibile li stesse accarezzando sulla spalla. Si guardarono sorpresi ma non spaventati. Finalmente capirono la ragione di tutto quello. Era lui, non c’erano dubbi. Era sempre stato lì con loro. Si guardarono e sorrisero. Non erano soli, non lo sarebbero mai stati. I sorrisi diventarono risate.

-Grazie papà

-Grazie Mario