10 Dicembre 1576

Il cortile del palazzo del Vicario era vuoto, o almeno lo era se si considerano i vivi. Agli angoli del castello erano esposti in bella vista mani, piedi e teste dei giustiziati a morte, come monito per tutti. Un deterrente che nella maggior parte dei casi non funzionava granché, dato l’enorme lavoro svolto dal Vicario in quell’epoca. Al centro del cortile c’era una forca dove quel mattino penzolava il corpo di un uomo. Uno dei tanti senza nome che adornavano la parte antistante la facciata del palazzo. Un colpevole giudicato dalla legge, che ha avuto quello che meritava. Era lì dal giorno precedente.

La testa era coperta da un cappuccio, in modo da non mostrare ai facilmente impressionabili il volto trasfigurato al momento della morte. Il torso era nudo, dal colore quasi azzurro. Ormai il sangue aveva terminato di circolare nel corpo da troppo ore e quel poco rimasto era ghiacciato dal freddo di quell’ultima notte. Portava dei pantaloni di infima qualità, logori e sporchi di terreno, ai piedi un paio di calzari. A vederlo da fuori dava l’impressione del classico pezzente comune che si è trovato nei guai per un pezzo di pane. La sua storia però di comune non aveva nulla.

Era mattino presto quando Giuseppe camminava all’interno del cortile del castello. Era uno degli uomini di fiducia del Vicario anche se apparteneva al gradino più basso. Era l’addetto alle pulizie, aveva l’onere di mettere a posto la piazza dopo ogni esecuzione. Non si trattava solo di pulire le macchie di sangue e feci, ma anche di abbellire il luogo. Il giorno dopo ogni uccisione doveva tagliare le teste delle vittime e riporle in apposite gabbie. O anche tagliare mani e piedi ed esporli in modo che tutti potessero vederli. Stava proprio facendo spazio all’interno di una delle gabbie quando sentì un rumore sordo alle sue spalle. Si girò e notò che il corpo che fino a pochi secondi prima era appeso al cappio ora si trovava riverso a terra in una posizione innaturale.

Doveva essere a causa del freddo e della consistenza della corda ormai vecchia. Probabilmente nel tempo doveva essersi deteriorata a causa del peso che doveva sopportare ogni volta, sempre più spesso. Giuseppe pensò che fosse stata una fortuna il fatto che quell’avvenimento fosse successo proprio in quel momento e non prima. Immaginava già il putiferio se il giorno precedente impiccando quel ladro la corda si fosse spezzata. L’uomo sarebbe caduto a terra incolume e gli sarebbe stata data la grazia. Poi sicuramente il Vicario se la sarebbe presa con lui, che non aveva controllato per bene la corda prima dell’esecuzione. Sorrise pensando al grosso guaio che aveva scansato per puro caso, ricordava bene l’ultima sfuriata del suo capo ed il supplizio che aveva dovuto sopportare davanti a tutti.

Si avvicinò alla forca quando notò qualcosa di strano. Prima una folata di vento gelido improvvisamente gli sfiorò il volto facendolo rabbrividire, poi sentì dei leggeri rumori come di ossa che si disarticolano. Con suo grande stupore vide che il corpo dell’uomo riverso a terra cominciava a muoversi. Senza trovare il coraggio di urlare fece qualche passo indietro fino a cadere con il sedere a terra. Davanti a lui la scena più incredibile e raccapricciante a cui aveva mai assistito.

Quello che doveva essere il cadavere del condannato del giorno prima si mise seduto, si ricompose facendo scricchiolare braccia e gambe e si tolse il cappuccio dalla testa. Il volto appariva serio ma per nulla quello di un cadavere. Il colorito era chiaro, di chi ha passato troppo tempo al freddo, la barba incolta e gli occhi scavati e iniettati di sangue. Di sangue vivo. Quando Giuseppe lo guardò lo riconobbe subito. Era proprio l’uomo che il giorno precedente era stato giudicato dal Vicario e condannato a morte. Com’era possibile che proprio quell’uomo ora fosse davanti a lui e sembrava addirittura sorridere mentre si ripuliva dalla polvere. Eppure il dottore aveva controllato lo stato del decesso ed aveva dichiarato l’uomo clinicamente morto. Ma quell’uomo che ora si stava alzando e camminava verso di lui non poteva essere morto. Giuseppe chiuse gli occhi mentre recitava a bassa voce una breve preghiera, l’altro gli si avvicinò e si abbassò per guardarlo meglio. Quando Giuseppe riaprì gli occhi si ritrovo davanti un volto dal sorriso beffardo.

-Salve. Voi dovete l’uomo che ieri ha sistemato lo sgabello sotto il cappio, vero?

Giuseppe richiuse gli occhi mentre tremava di paura.

-Non c’è motivo di essere spaventato, state tranquillo. Non è colpa vostra, avete solo fatto il vostro lavoro e questo vi fa onore. Permettete una domanda?

Fece segno di sì mentre aveva ancora gli occhi chiusi.

-Vorrei uscire di qui, potete indicarmi la strada? Ieri ero troppo confuso e ora non ricordo da dove mi hanno fatto entrare. Sareste così gentile?

Giuseppe alzò un braccio tremante e puntò l’indice verso un grande portone socchiuso.

-Grazie mille, siete un buon uomo. Potrei chiedervi solo un altro piacere? Non mi chiamate scocciatore. E’ solo che non ho più il mio vestito. Non so come mai, ricordo che ieri avevo una vecchia camicia che mi copriva ma ora non l’ho più. Sareste così gentile da prestarmi la vostra? Verrò a rendervela appena possibile, grazie

Il guardiano non si fece ripetere due volte la richiesta. In fretta e furia si sfilò la giacca che portava addosso e gliela porse. Rimase solo con una leggera camicia, ormai tremava di terrore e freddo.

-Ma ancora grazie, non so proprio come ringraziarla. Io ora vado, ho una faccenda da sbrigare. Buona giornata

L’uomo si infilò la giacca e fece qualche passo lontano da Giuseppe, poi, stranamente, ritornò indietro. L’altro era ancora a terra con gli occhi chiusi a forza.

-Prometto che questa è la mia ultima richiesta. Vi offendete se prendo anche il cappello? Sono sicuro di no. Ossequi

Senza attendere risposta prese il vecchio cappello dalla testa di Giuseppe e se lo mise in testa. Il guardiano rimase allibito guardando quella scena che diventava sempre più surreale. L’uomo si allontanava come se niente fosse mentre lui rimaneva a terra nella pozza di urina che si allargava sempre di più sotto di lui.

L’uomo si diresse verso la porta, l’aprì e si trovò all’esterno. Guardava le persone intente a passeggiare, lavorare, ognuno con i propri pensieri belli o brutti. Li guardò velocemente poi si aggiustò il cappello in modo da celare lo sguardo e riprese a camminare mentre respirava a pieni polmoni l’aria fredda del mattino. Percorse vie che conosceva a memoria, passò accanto a botteghe che emanavano profumi che assaporava ogni giorno, ma sembrava passata un’eternità dall’ultima volta che era stato lì. Le persone non lo notavano, per fortuna. Non avrebbero capito, inoltre avrebbero rovinato l’effetto sorpresa che aveva pianificato.

Finalmente arrivò dove voleva. Si avvicinò lentamente ad una piccola bottega. Fino a qualche giorno prima ad ornare l’esterno del negozio c’erano delle tavole piene di prodotti ittici. Pesci appena pescati, mitili, molluschi, tutta roba fresca. Un odore di mare permeava l’aria mentre decine di clienti facevano la fila per fare affari di primo mattino. Ma quel mattino non era così, non lo era da giorni. Ora fuori alla bottega le tavole erano spoglie e non si sentiva quell’odore particolare nell’aria. Ora era la tristezza a regnare in quel luogo.

La porta era socchiusa, da una piccola fessura usciva una luce fioca. L’uomo controllò che nessuno lo stesse osservando, poi si avvicinò lentamente alla porta. Non riusciva a vedere bene dentro ma sentì un lamento, una voce femminile che piangeva sottovoce. Subito il suo animo fu pervaso da una sensazione di scoraggiamento. Aprì lentamente la porta per riuscire a capire chi fosse. Fu allora che la vide.

La donna era seduta su una sedia con le mani che coprivano il volto. Una candela quasi del tutto consumata illuminava debolmente la stanza. Era disperata e continuava a piangere, da sola, senza che nessuno le desse conforto. L’uomo guardava la scena impotente. Avrebbe voluto fare qualcosa, entrare ad abbracciarla, dirle che non doveva stare male, che tutto si sarebbe aggiustato con il tempo. Ma non poteva, lui lo sapeva. Non si accorse che la rabbia stava prendendo il sopravvento e inconsapevolmente spostò ancora di più la porta che emise un rumore.

Subito la donna alzò la testa e guardò verso la porta. L’uomo vide il suo sguardo, gli occhi interrogativi e il suo viso pieno di lacrime. Subito si spostò dalla visuale e si appiattì sul muro. Capì di averla combinata grossa, non avrebbe dovuto fare quella visita. Rischiava di rovinare tutto. Dal negozio sentiva la voce della donna.

-Chi è là? Cosa volete?

Doveva scappare, fuggire di lì. Si guardò intorno, nessuno ancora era accorso alla richiesta della donna. Si allontanò sul lato di fronte e approfittò per nascondersi in un anfratto buio tra due palazzi.

-Chi è? Dov’è fuggito? Qualcuno ha visto un uomo fuggire dal mio negozio? Aiutatemi vi prego

La donna uscì fuori dalla bottega per cercare lo sconosciuto che la stava spiando. Fermava i passanti che la guardavano con aria di pietà. Chissà se l’aveva visto. Chissà se l’aveva riconosciuto. Doveva andarsene da quel posto altrimenti ogni suo sacrificio sarebbe stato vano. Si infilò velocemente in un vicolo stretto camminando a passi svelti. La strada la conosceva già, non mancava molto alla sua tappa successiva. Quella definitiva.

Dopo qualche minuto di cammino arrivò. All’esterno sembrava un’abitazione comune ma lui sapeva bene che cos’era. Una bisca, un luogo di perdizione frequentato soltanto da persone lascive. Lui non ci era entrato mai prima d’ora ma sapeva chi trovare. Bussò alla porta, da dentro rispose una voce 

-Chi è?

-Sto cercando una persona

-Non è qui. Andatevene

-Ma come? Non volete nemmeno sapere il nome?

-Andate via statemi a sentire

L’uomo non si diede per vinto. Si aggiustò la giacca e alzò il cappello in modo da mostrare il suo sguardo alla feritoia posta sulla porta.

-Tu devi essere Antonio, vero? Il figlio di Guglielmo. Tuo padre è veramente dispiaciuto della vita che hai scelto. Eppure ti ha lasciato tutto, una casa, del denaro, ma ancora di più il suo cognome. Un cognome che stai gettando nel fango lordo come la gente che frequenta questo posto

-Cosa…. Mio padre è morto anni fa

-Sì, sono passati soltanto nove anni. Ricordi le parole che ti disse il giorno prima di morire? Ti portò con sé a passeggiare e mentre tossiva senza sosta ti strappò una promessa. Avresti vegliato su tua madre e avresti portato avanti l’attività di famiglia. Questo lo ricordi?

L’interlocutore dall’altro lato rimase in un silenzio eloquente.

-Sai cosa devi fare, vero? Apri questa porta e lasciami entrare. Poi vattene da qui e non farti più vedere. Sei ancora in tempo per redimerti, il tuo destino non è stato ancora scritto

Dopo un paio di secondi la porta si spalancò e il sorvegliante uscì correndo, senza guardare indietro. L’uomo ne approfittò per entrare, richiuse la porta e si guardò intorno. Tutti erano seduti ai propri tavoli a giocare d’azzardo. Dai volti sembravano tutte persone poco raccomandabili, tutte intente a imprecare e pregare davanti ai loro sfidanti. Un odore nauseabondo permeava l’aria. Tra la folla non riconobbe chi stava cercando. Ma lui non si sarebbe mischiato alla plebaglia, lui avrebbe avuto un posto tutto per sé.

Finalmente adocchiò una porta in fondo alla sala, vicino c’era una guardia reale. Si avvicinò senza paura, la guardia si mise in allarme.

-Altolà, ferma!

-Devo entrare in quella stanza

-Non si può entrare

-E’ lì dentro, vero? Spostati e non succederà niente

L’agente portò le mani sull’elsa della spada ancora riposta nella fodera. Quella minaccia significava solo una cosa, lo sapeva bene. L’uomo però non si mosse di un millimetro. Portò le mani all’altezza del bavero della giacca e gli mostrò il collo. Era ben visibile la cicatrice, quella di chi ha avuto l’abbraccio di un cappio. La macchia viola scura intorno al collo contrastava con il colore bianco pallido della pelle.

-Vedo che stai cominciando a capire. Come vedi non è affar tuo, è una questione tra me e lui. Ora è il momento di andare

La guardia ascoltava quelle parole mentre continuava a guardare l’ecchimosi. Non riusciva a distogliere lo sguardo, in realtà aveva solo paura di incrociare di nuovo quello dell’uomo che aveva di fronte. Staccò la mano dall’elsa della spada e si allontanò dalla porta. Ora la strada era libera, era ora di inscenare l’ultimo atto di quella farsa.

L’uomo spalancò la porta che emise un forte rumore. All’interno i c’erano due persone, uno vestito in maniera sontuosa mentre l’altro sembrava più umile, appena sentirono il frastuono dei battenti si alzarono di scatto guardando nella direzione della porta. Per un attimo avevano pensato che fosse un controllo da parte delle guardie del viceré. Appena videro l’uomo in piedi sulla porta divennero furiosi.

-Chi sei? Come ti sei permesso di entrare?

-Cosa vuoi? Vai via o chiamo la mia guardia personale. Doveva essere lì fuori, dove si sarà cacciata? Guardia! Guardia!

L’uomo rimase impassibile alle minacce e si tolse il cappello. Quando lo fece, il giocatore vestito elegante strabuzzò gli occhi. Lo aveva riconosciuto finalmente.

-Ciao Jacopo. Sono venuto a trovarti, tutto bene? Lo dici tu a questo gentile signore che può uscire dalla stanza?

-Sì… sì. Potete andare ora, mi farò sentire io

-Si farà sentire lui, sicuramente. Ora lasciateci soli

L’altro fece come gli era stato ordinato e abbandonò la stanza richiudendo la porta. Ora all’interno di quelle quattro mura erano rimasti solo loro, due conoscenti di vecchia data, le loro questioni in sospeso e un silenzio mostruoso.

-Puoi sederti di nuovo, Iacopo. Posso anche io?

-Ma certo…

L’uomo si sedette e si sbottonò la giacca mostrando il petto bianco. Fu l’altro ad interrompere quel silenzio imbarazzante, nella maniera peggiore possibile.

-Senti… Mario… come mai sei qui?

-Te l’ho detto, volevo salutarti. Volevo parlare un po’ con te

-Ma tu sei…

-Morto? Ma sono qui davanti a te, respiro e parlo, come posso essere morto? Ah, già, giusto. Tu c’eri quando è successo, vero?

Iacopo ingoiò un boccone di saliva amaro.

-Tu c’eri, eri lì davanti a me quando mi hai giudicato ed hai decretato la mia morte. Tu c’eri quando le guardie mi hanno preso mentre urlavo la mia innocenza. Tu c’eri quando il boia ha sistemato il cappio intorno al mio collo e ha dato un calcio allo sgabello. C’eri e mi guardavi senza provare alcuna emozione

-Ma… Mario devi capirmi. E’ il mio lavoro, il mio compito è giudicare le persone colpevoli e condannarle. La legge parla chiaro, non avrei mai potuto fare uno strappo alla regola. Sapessi come sono addolorato di quanto è successo

L’espressione di Mario cambiò lentamente. Lo sguardo arrabbiato divenne più dolce ed uno strano sorriso comparve sul suo volto.

-Ma certo, lo so. Lo so che stavi solo facendo il tuo lavoro. Sei il Vicario, sei qui apposta per far rispettare la legge e dare il buon esempio. Ci conosciamo da così tanto tempo, posso solo immaginare lontanamente come ti si sentito mentre il tuo amico di infanzia veniva portato sul patibolo. Povero Jacopo

Il cuore del Vicario prese a battere più lentamente. Vide in quell’atteggiamento una speranza, forse avrebbe potuto approfittare di quella situazione per uscire dalla stanza e chiamare aiuto. L’altro però in quel momento si alzò dalla sedia e si mise proprio dietro di lui, con le mani sulle sue spalle.

-Dimmi una cosa, Jacopo. Mi ricordi soltanto una cosa? Sai com’è, sono ancora frastornato, per cosa sono stato incolpato?

-Ma come per cosa?… Per l’omicidio della contessa Spinoza

-Ah, già. Certo, la contessa. E perché l’ho uccisa?

-Ma per derubarla, era chiaro. La donna è stata trovata morta in casa e sono spariti numerosi suoi gioielli

-Giusto, derubarla. E dimmi, com’è che i sospetti sono caduti su di me?

-Un uomo ti ha visto entrare di notte nella casa della contessa e uscire con il sacco della refurtiva. L’uomo ha giurato su Dio di averti riconosciuto quando ti ha visto qualche giorno dopo al porto

-E come si chiamava quell’uomo? Dove si trova adesso?

-Non ricordo il suo nome, non l’avevo mai visto prima. Ora non saprei proprio dove sia, che domande mi fai?

-Te lo dico io dov’è. Si trova sottoterra. E’ morto stanotte, ucciso con una coltellata alla schiena. Proprio com’è stata uccisa la contessa, non è vero?

Il Vicario rimase in silenzio mentre una goccia di sudore freddo gli colava sul volto.

-Mio caro Jacopo, ci sono cose che tu non conosci. E ci sono cose di cui sono al corrente. Che mi dici di Rosaria, mia moglie?

-Cosa dovrei dirti? Non so di cosa tu stia parlando

-Ora ti spiego meglio. Mettiamo che io e te ci conosciamo da così tanto tempo, siamo amici inseparabili anche se tra di noi c’è una grande differenza. Tu vieni da una famiglia borghese che si fa strada all’interno della politica del Regno, io invece sono solo il figlio di un povero pescatore. Quel bambino nato da umili origini un giorno salva l’altro bambino, era caduto in un mare in tempesta e grazie al suo intervento lo riporta a casa. Diventano amici anche se le loro strade si allontanano. Poi un giorno tu incontri una donna in una pescheria. Lei è bellissima, da mozzare il fiato. Anche se passa tutto il giorno con le mani in bacinelle puzzolenti non riesci a staccarle gli occhi di dosso. Ordini alle tue guardie di capire chi fosse e con grande rammarico scopri che è già sposata. E non solo, è anche una brava cristiana, va a messa tutti i giorni ed è fedelissima al marito che passa tutte le notti in mare a pescare. Poi vieni a sapere chi è il marito, un certo Mario, e capisci che con lui hai un debito di vita

Mentre Mario raccontava, Jacopo sentiva le mani sempre più fredde sulla sua schiena.

-Non l’avresti avuta mai, si vedeva da lontano che era proprio una brava donna, allora hai pensato ad un bel piano per farla tua. Il marito ogni notte è da solo sulla sua barca a lavorare, nessuno lo avrebbe visto fino al giorno successivo, nessuno avrebbe giurato a suo favore. A quel punto bisognava solo mandare la tua guardia più fedele a compiere un efferato omicidio, e poi avresti facilmente trovato un pover’uomo che per quattro spiccioli avrebbe dato la colpa a chiunque, anche alla sua stessa madre. Il piano era tanto semplice quanto diabolico. Avresti fatto catturare l’assassino, lo avresti giustiziato sotto gli occhi di tutti in nome della legge, e la povera mogliettina sarebbe rimasta sola, da consolare. Dimmi un po’, ti piace questa storia?

-Io non ti permetto di gettare fango sul mio nome. Quelle che tu hai proferito sono solo le tue parole contro la mia, solo illazioni di un pazzo. Non riuscirai a uscire vivo di qui, metterò tutta Napoli sulle tue tracce e ti farò…

-Ti farò cosa? Pensi di potermi spaventare? Guardami bene, ieri mi vedevi penzolare da una forca con l’osso del collo rotto. Sono tornato dall’inferno solo per questo momento, non riuscirai a rovinarmelo. E ora, sta a guardare

Con le mani strinse ancora di più le spalle di Jacopo, in quel momento accadde qualcosa di soprannaturale. Tutto intorno la stanza scomparve, al suo posto i due si trovarono in una prateria infuocata. Il caldo era insopportabile, vicino a loro c’era un lago completamente ricoperto di acqua rossa. Non ci volle molto tempo prima che Jacopo si rese conto che non fosse acqua quella che vedeva.

Era proprio come in un dipinto che aveva visto in una chiesa, era così che se lo immaginava fin da piccolo. L’inferno. Orde di demoni cornuti che flagellavano i corpi delle anime dannate. Erano urla disperate quelle che sentiva, urla di chi ormai si arrende ad una pena eterna. Un dolore che non passerà mai, e sarà sempre peggio fino alla fine dei tempi. Nessuna pace, nessun piacere, solo dolore e pena. Non si rese conto di essere ancora seduto sulla sedia finché le mani sulle sue spalle non lo alzarono strattonandolo.

-Guarda bene, apri gli occhi e osserva. Questo è il regno che ti aspetta. Le tue malefatte saranno anche impunite sulla terra ma qui dovrai fare i conti con la legge divina. Volevo portarti qui di persona per farti vedere cosa ti aspetta. Quelli che vedi sono i diavoli che stanno solo aspettando con ansia il tuo arrivo. Hanno già in mente come divertirsi con te. E io farò in modo che questo avvenga presto!

Appena finì di dire le ultime parole, quella visione dell’Inferno scomparve. I due si ritrovarono nella stanza chiusa, Mario teneva ancora le mani sul volto di Jacopo, aprendogli gli occhi che grondavano lacrime. Il Vicario sentì una strana sensazione sulla pelle, come una bruciatura messa sotto l’acqua fredda. Appena si rese conto che l’incubo era finito si inginocchiò a terra e con la testa fra le mani prese a piangere ad alta voce.

-Pietà! Pietà, ti prego

-Pietà da me? Tu non ne hai avuta per me ieri. Non hai avuto scrupolo a farmi uccidere per un tuo capriccio

-Ho sbagliato! Mi pento, mi pento di tutto. Per favore non mi uccidere, non voglio morire

-Lo meriti più di ogni altro. Sono venuto qui per ricambiarti il favore, sarai condannato a morte da un tuo condannato

Jacopo si aggrappò ai pantaloni di Mario, mentre parlava continuava a baciargli i piedi chiedendo perdono.

-Ti prego, non farlo. Farò tutto ciò che vuoi. Tutto! Vuoi soldi, prendi tutto ciò che è mio. Dimmi cosa vuoi

-Io non appartengo più a questo mondo, i soldi non servono più a nulla

-Qualunque cosa ma ti prego non uccidermi

-Qualunque cosa hai detto?

-Sì, si! Tutto quello che vuoi, tutto quello che desideri!

-E sia! Tu ora qui giurerai solennemente che lascerai stare Rosaria. Spegnerai ogni tuo perverso desiderio su di lei e rinuncerai per tutta la vita ad averla. Lei rimarrà libera dalle tue mire per sempre, Inoltre dichiarerai davanti a tutti che io ero innocente, ripulirai il mio nome dal fango che tu stesso hai gettato e provvederai a sostentare mia moglie e la sua famiglia

-Va bene. Va benissimo, esaudirò ogni tuo desiderio. Ma giurami che non mi ucciderai

-Io mantengo sempre le mie promesse, e spero per te che tu riesca a mantenere le tue

L’ultima frase suonava come una sentenza, quelle parole riecheggiavano nella stanza mentre l’uomo usciva lentamente. Fuori non c’era più nessuno, tutti si erano dileguati appena si era sparsa la voce che un cadavere era venuto a reclamare il suo carnefice. Mario uscì, fuori un sole timido riscaldava lievemente il gelo di quella mattinata invernale. Era difficile per lui descrivere il suo stato d’animo. Era felice di aver terminato quella sua missione ma era una vittoria che lasciava un sapore amaro in bocca. Sapeva cosa doveva fare. Un ultimo desiderio prima di ritirarsi.

Percorse una strada stretta, lo faceva sempre con Maria nel breve periodo in cui furono fidanzati. Si fermò davanti ad un negozio di fiori e senza farsi notare sfilò una camelia rossa e la nascose nel manico della giacca. A passi veloci ritornò sulla strada percorsa qualche ora prima, ritornò davanti al negozio di pescheria. Era vuoto e non sentiva più il pianto di sua moglie Rosaria. Prese la camelia e la poggiò delicatamente sulla maniglia della porta, poi si allontanò verso il mare, al porto.

Rimase a guardare l’enorme distesa di acqua che si parava di fronte a lui. Quel mare che per troppo tempo era stato il suo unico amico, gli aveva tenuto compagnia nelle notti più buie. Quel mare che gli aveva fatto conoscere tempo prima il suo assassino. Forse anche in quell’occasione il suo unico amico stava facendo quello che era giusto fare, stava preservando il futuro di Mario facendo annegare Jacopo. Fu il suo ultimo pensiero mentre una fiamma improvvisa si accese intorno a lui. Un cerchio di fuoco si formò a terra, le fiamme divamparono alte, poi così come erano apparse se ne andarono. E con loro, anche Mario fece ritorno negli abissi. Il suo patto era concluso.

29 Ottobre 2010

Un’altra notte, un altro bar. Uno dei tanti, non importa quale. Anzi, solo una regola magari, mai troppo affollato. Meglio non dare nell’occhio. Magari meglio ancora se in un quartiere diverso ogni volta. L’importante è sedersi al bancone ed ordinare subito qualcosa di forte. Niente cocktail, solo puro alcol in bicchiere di vetro senza ghiaccio.

Forse dopo i primi cinque o sei bicchieri qualche barista farà la faccia strana, forse uno spirito nascosto da boy scout lo farà tentennare a servire l’ennesimo drink, ma alla fine sanno tutti come va a finire. Il cliente aprirà il portafogli e farà vedere quei pezzi di carta stampata colorati che aprono tutte le porte e a quel punto il boy scout sparisce e lascia il posto all’uomo con il simbolo dei dollari negli occhi.

Conosceva bene i suoi polli, sapeva come ottenere quello che voleva, ed era sempre lo stesso. Qualcosa che lo facesse sballare, che gli intorpidisse la mente. Da fuori non si sarebbe detto, ma poi sapeva bene quando era il momento di smettere. Sapeva quando arrivava al punto giusto, quello in cui la mente finalmente si distacca dalla realtà e vive in un confuso mondo di sogni e illusioni. Perché lui, Marcello, lo sa bene che a volte bisogna fuggire dalla realtà e nascondersi nel mondo dei sogni. A volte vale la pena vivere in un incubo piuttosto che nel mondo reale.

Quella notte non faceva eccezione, l’uomo solitario vagava tra le vie del centro alla ricerca di un nuovo bar. Si muoveva con passo felpato come una preda che controlla il suo territorio di caccia. Passò davanti ad un paio di locali che già conosceva. Tirò dritto continuando la sua ricerca. Si avvicinò ad un nuovo bar ma quando aprì la porta venne letteralmente inondato dal volume altissimo di una musica elettronica. Non era di quello che aveva bisogno. Voleva solo un posto dove sedersi e bere, anche se non un posto silenzioso ma magari solo un po’ di musica di sottofondo. Quella bolgia era troppo anche per lui, richiuse la porta e continuò a camminare.

I minuti passavano, controllava l’orologio in continuazione mentre l’ansia saliva. Doveva trovare un riparo, non poteva far passare troppo tempo. Forse era meglio tornare indietro e ritornare in un bar già visitato in precedenza? O forse doveva dare una speranza a quel buco chiassoso? Camminava senza nemmeno più guardare agli angoli della strada. Una strana sensazione di paura stava per prendere il sopravvento. Alzò la mano destra e la guardò con attenzione, stava tremando. Un quasi impercettibile movimento delle dita, ma lui le sentiva benissimo muoversi. Forse era solo paranoia, o forse stava per andare in crisi di astinenza. Non sapeva ancora cosa fosse ma iniziava a preoccuparsi seriamente.

Percorse qualche metro guardando il pavimento lastricato di pietra lavica. Non si curava neanche delle persone contro cui sbatteva mentre imprecava sottovoce. Si appoggiò ad una porta senza maniglia che si aprì sotto il suo peso. Entrò all’interno senza nemmeno capire dove. Fece qualche passo respirando a fatica, poi sentì qualcosa e sgranò gli occhi.

Era musica, musica dolce da lounge bar. Le note lo rilassarono ed ebbe il coraggio di alzare lo sguardo. Intorno a lui vide dei divanetti e dei tavoli apparecchiati. Davanti c’era un grosso bancone in vetro dietro il quale una ragazza stava pulendo dei bicchieri. La luce era soffusa per rendere l’ambiente più confortevole. Ora era sicuro, era dove doveva essere. Un bar che non ricordava.

Riprese a respirare a grandi boccate mentre i muscoli si rilassavano. Chiuse gli occhi, li riaprì, il bar c’era ancora. Non era un sogno quindi.

Si avvicinò al bancone guardandosi intorno mentre controllava i volti dei clienti. Non voleva assolutamente attirare l’attenzione, fuggiva dagli sguardi dei visi sconosciuti. Arrivò allo sgabello davanti al bancone e con il manico della camicia si asciugò la fronte bagnata di sudore.

-Cosa desidera?

Marcello era sovrappensiero quando la voce femminile gli parlò. Alzò la testa ed il suo sguardo incontrò due bellissimi occhi azzurri contornati da una linea nera. Mise a fuoco il resto del viso, la ragazza lo guardava con un’espressione dura ma interessata. La bocca coperta da un rossetto nero era chiusa in una mossa interrogativa e creava un delizioso contrasto con i capelli biondissimi. Un dettaglio particolare, un piccolo tatuaggio a forma di cuore sul collo. Passarono diversi secondi di silenzio prima che la ragazza ripeté la stessa domanda.

-Cosa desidera? Vuole un menu?

-No… no, grazie. Un bicchiere di Vodka. Liscio

La barista si girò e prese la bottiglia di Vodka sullo scaffale, versò in un bicchiere e lo porse a Marcello. Lui ringraziò timidamente poi prese con forza il bicchiere dal bancone e lo svuotò tutto d’un fiato. Posò il bicchiere sul vetro e chiuse gli occhi. La sensazione che gli dava l’alcol era difficile da descrivere. Sentiva il sapore del liquido che gli scendeva nella gola mentre i nervi si allentavano e un leggero senso di intorpidimento lo avvolgeva.

Riaprì gli occhi e guardò di nuovo la barista.

-Un altro. Doppio

La ragazza alzò un sopracciglio. Non le era mai capitato un cliente così esigente. Era seduto da pochi minuti e già aveva ordinato un quantitativo di roba che lei non sarebbe stata in grado di reggere.

Senza ribattere gli versò un altro bicchiere e glielo porse. Come per il primo, glielo strappò quasi dalle mani e bevve con avidità. Appena finito si alzò di corsa e si avviò verso il bagno seguendo le indicazioni sul muro. La barista rimase allibita per qualche secondo prima di voltarsi e continuare a lavare i calici.

Marcello entrò nel bagno sbattendo la porta. Rimase stupito dalla pulizia di quel posto. Doveva essere un bar completamente nuovo per avere ancora tutto intatto. Entrò in una delle porte interne e prese ad urinare. Mentre lo faceva chiudeva e gli occhi e assaporava il momento, sembrava che qualcuno lo stesse dondolando dolcemente. Si immaginò di essere su una zattera in mezzo al mare mentre le forze lo abbandonavano e un raggio di sole gli illuminava il viso. Quella visione mistica però durò poco.

Riaprì subito gli occhi sentendo un forte rumore alle sue spalle. Si sistemò velocemente ed aprì la porta del bagno. Rimase immobile e in silenzio per percepire ogni minimo rumore.

Niente, era sparito.

Si mosse lentamente in più direzioni per controllare meglio ma non c’era nessuno. Tirò un sospiro di sollievo e si accostò al lavandino. Prese il sapone e cominciò a strofinarsi le mani sotto un getto d’acqua gelida. Stava godendo il momento di pace quando per due volte la luce si spense per pochi attimi. Alzò lo sguardo e vide il suo viso nello specchio-. Non era la sua serata migliore e lo notava osservando il volto scavato davanti a lui. A vederlo da fuori chiunque lo avrebbe evitato.

Fu in quel preciso istante che vide qualcosa. Un singolo fotogramma proprio nel momento in cui la luce si accese prima di spegnersi nuovamente. Quello che vide era un volto sconosciuto proprio accanto al suo. Ebbe un sussulto, sentì un calore improvviso mentre il cuore iniziava a battere velocemente. Quando la luce si accese di nuovo nello specchio c’era solo lui, ma ormai era in preda allo spavento più cupo.

Si asciugò velocemente le mani sui pantaloni ed uscì a passo spedito fuori dal bagno. Passò davanti al bancone e prese posto sullo stesso sgabello di prima. Mentre i pensieri confusi viaggiavano nella mente vide un bigliettino spuntare sul bancone proprio sotto il suo naso. Alzò lo sguardo ed incrociò di nuovo i bellissimi occhi della barista, stavolta però l’espressione era dura.

-Prego, questo è suo

-Cosa?

-Il conto di quello che ha preso

Marcello passò in pochi attimi dallo stupore alla rabbia, complice anche lo stato di agitazione della visione precedente. Prese lo scontrino dal bancone e lo strappò in piccoli pezzi.

-Chi ti ha detto che abbia finito di ordinare? Ritorna al tuo posto e servimi un altro bicchiere della roba più pesante che hai. E senza ghiaccio!

Senza rendersene conto aveva alzato la voce attirando l’attenzione di alcuni presenti. La barista non sapendo cosa fare si girò e prese un’altra bottiglia da uno scaffale e iniziando a riempire il bicchiere. Nessuno si accorse di come tremava mentre porgeva il bicchiere di vetro al cliente che si era seduto nuovamente sullo sgabello.

Senza mai distogliere lo sguardo dalla ragazza, Marcello prese il bicchiere e lo svuotò con un solo sorso. Era ancora rosso dalla rabbia quando lo posò sul bancone. Non riuscì a controllarsi, l’impatto fu così forte che la lastra di vetro si incrinò. La barista era già abbastanza scioccata, quando vide i pezzi di vetro saltare via, emise sonoramente un grido di terrore. Subito dopo si portò le mani alla bocca, rendendosi conto ormai che tutti guardavano nella sua direzione.

-Cos’è? Ti sei spaventata per un po’ di vetro rotto? Tieni, compralo nuovo. Vedi qui dentro quanti soldi ci sono? Se continuo a pagare tu devi continuare a servirmi da bere, capito?

La musica si fermò di colpo e il brusio di sottofondo divenne lentamente un silenzio imbarazzante. Una figura imponente si avvicinò a Marcello da dietro e gli toccò gentilmente la spalla.

-Signore, le chiedo di lasciare subito il locale

Marcello si girò di scatto e guardò negli occhi l’uomo. Un palestrato nero vestito da bodyguard, maglietta attillata per esaltare il fisico scolpito e occhiali scuri come il cielo all’esterno del bar.

-E tu chi sei? Vieni pagato per trattare così i clienti che pagano? Chiamami il responsabile di questo posto di merda e vediamo

-Abbassi la voce, sta disturbando gli altri clienti. Mi segua fuori in modo da chiarire la situazione

-Io non devo chiarire un bel niente. Lasciami subito o io…

Non finì di terminare la frase che in preda alla disperazione ritornò accanto al bancone e prese un bicchiere pieno di un liquido color ambra. Caricò il braccio e colpì il viso del buttafuori. Si sentì un rumore della cartilagine che si rompeva. Il ragazzo si accasciò in ginocchio tenendosi il naso tra le mani che si coloravano lentamente di rosso.

Marcello vide il bodyguard a terra e una sensazione di esaltazione gli pervase lo spirito. Alzò le braccia in segno di vittoria e guardò tutta la platea.

-Allora? Qualcun altro ha qualcosa da ridire oppure posso passare la mia serata in tranquillità?

Ormai tutti lo guardavano, davanti a lui c’erano solo espressioni piene di terrore e disgusto. Ma lui se ne fregava. Abbassò il braccio che ancora stringeva il bicchiere usato come arma e lo portò alla bocca per berne il contenuto, qualsiasi cosa fosse. Fu in quel momento che avvertì un dolore forte poco sopra la nuca. L’ultima cosa che pensò prima di tramortire a terra fu il sapore troppo dolce del drink che stava bevendo. Poi fu tutto scuro.

Prima di riaprire gli occhi, Marcello pensò di essere ancora su quella zattera in mezzo al mare che aveva visualizzato prima nel bagno del locale. Riusciva quasi a sentire sul viso il calore del sole mentre lentamente il sonno spariva. Avvertì subito un dettaglio molto importante, non c’erano onde e quindi era sparita la confortevole sensazione di dondolio che tanto gli piaceva. Una volta resosi conto di non essere dove voleva sbarrò gli occhi e si alzò di scatto.

Si girò per capire dove fosse. Era in un appartamento che non conosceva. Era su un divano, davanti a lui su un tavolino c’era del caffè mentre a terra era poggiata una bacinella azzurra.

Marcello stava facendo mente locale su quanto era accaduto, gli vennero in mente le ultime scene prima del buio. Il colpo al bodyguard, la sensazione di onnipotenza, il dolore alla testa. Con la mano destra si toccò leggermente dietro alla nuca ed avvertì una fitta leggera mentre toccava la parte indolenzita. Raccoglieva i pezzi di un puzzle che ancora non aveva tutti i tasselli quando sentì una voce alle sue spalle che non riuscì a riconoscere subito.

-Vedo che ti sei ripreso. Ti conviene stare ancora un po’ seduto sul divano. Riposati e mettiti in forze

Si girò velocemente e la vide. Capelli biondi e viso senza ombra di trucco. Senza il rossetto nero non la riconobbe subito ma bastò vedere il piccolo tatuaggio sul collo per arrivarci. Era la barista del locale in cui era andato quella sera.

Una serie infinita di domande gli riempirono la testa. Perché era lì con lui? Quale era il suo ruolo in quello che era successo? Perché ricordava che prima fosse spaventata mentre ora sembrava più sicura e tranquilla?

Marcello stava per dire qualcosa quando perse l’equilibrio e sprofondò sul divano.

-Te l’ho detto che era meglio riposarsi. Non sei ristabilito del tutto

-Tu… Tu cosa….

-Non sforzarti a parlare. Lo capisco, vuoi capire cosa è successo. Non ti preoccupare, ti prendo un bicchiere d’acqua e ti racconto tutto

Come promesso si allontanò solo qualche secondo per prendere un po’ d’acqua fresca per lui. Si avvicinò e gli porse gentilmente il bicchiere, poi si sedette sul divano di fianco a lui.

-Allora, da dove cominciamo? Ah, ecco, prima di tutto ti chiedo scusa. Ero spaventatissima quando stasera hai messo KO l’imponente Ibrahim. quando l’ho visto a terra con il naso rotto ho pensato che fossi il classico bullo che avrebbe causato solo altri guai quindi mi sono presa la briga di prendere una bottiglia di Tequila e colpirti dietro la testa. Hai perso subito i sensi ma non ci saranno conseguenze gravi, forse qualche altro mal di testa nei prossimi giorni

Appena finì quella frase, Marcello si toccò istintivamente la nuca e avvertì di nuovo il dolore.

-E’ stata una reazione affrettata ma comunque sbagliata. C’è da dire che te la sei cercata, però. Fatto sta che altri dipendenti del bar ti hanno subito preso e portato all’esterno. Ti hanno lasciato sul marciapiede di fronte, accanto a dei bidoni della spazzatura. Quando ho finito il mio turno e sono uscita dal locale eri ancora lì addormentato. Non me la sono sentita di lasciarti da solo. In fondo era anche colpa mia se eri in quello stato. Ho chiesto una mano ad altri ragazzi e ti ho caricato in macchina e portato a casa mia

-Perché? Perché lo hai fatto se prima ero stato così…

-”Stronzo”. La parola corretta è “stronzo”. Non so, forse perché prima di lasciare tutto e cambiare vita avevo cominciato gli studi di infermiera. O forse perché so bene come ci si sente ad avere a che fare con un ubriaco cronico. Anche mio fratello beveva come una spugna, quasi sempre finiva le serate all’interno di un’ambulanza diretto verso un pronto soccorso. Non mi andava di tornare a casa e fare i conti con il senso di colpa. Ti ho portato qui e ho fatto qualcosa per te

-Perdonami, hai ragione. Non devi scusarti tu, la colpa è solo mia

-Ok, allora ritiro subito le mie scuse e accetto le tue. Prendi un altro po’ di caffè, se devi vomitare ancora c’è la bacinella pulita accanto al divano

Vedendo quel bel sorriso che sbocciava sul viso della ragazza, Marcello ebbe un pensiero che non gli era mai venuto mai in mente. Pensò che anche solo per aver conosciuto una persona così gentile valesse la pena vivere senza rifugiarsi nei propri sogni o incubi. Non gli sembrava vero che qualcuno avesse fatto qualcosa per lui senza aver chiesto nulla in cambio. Si diede un pizzicotto sul braccio per controllare che fosse ancora sveglio. Lo era. Forse valeva la pena anche aprirsi con lei e confidargli i suoi segreti.

-Grazie. Grazie ancora. Devo andare ora, quanto tempo ho dormito? Sarà giorno ormai

-In realtà non molto. Ho finito il turno all’una, quando siamo arrivati qui ti sei svegliato un paio di volte ma non eri cosciente e probabilmente non te lo ricordi. Ti ho dato una mano a farti passare la sbornia. Abbiamo camminato per tutta la stanza e ti ho fatto bere litri di caffè. Se non hai ancora il classico mal di testa allora direi che stai già bene ma ti sconsiglio di andare via ora. E’ ancora buio, puoi stare qui stanotte. Riposati sul divano così appena fa giorno sarai in forze per andare. Io ora non ho sonno quindi sarò sveglia nell’altra stanza quindi vedi di non fare brutti pensieri. C’è il mio coinquilino che dovrebbe rincasare verso le cinque quindi sappi che non sarò sola

-Aspetta, aspetta. Stai dicendo che non è ancora giorno? Che ore sono?

-Le quattro e mezza passate. Ma perché ti interessa così tanto?

Marcello si alzò subito dal divano e si avvicinò ad una piccola finestra chiusa. Aprì la tenda e tirò su la tapparella. Fuori vide la città in tutto lo splendore. Un cielo nero e pieno di stelle sovrastava le vie cittadine illuminate dai lampioni gialli. Un silenzio sacro sanciva il sonno profondo in cui le persone erano sprofondate.

La ragazza si avvicinò all’uomo e gli toccò una spalla.

-Tutto bene? Ti vedo agitato, qualcosa non va? Per caso soffri di vertigini?

Marcello si girò verso di lei, il volto rilassato di prima non c’era più ed aveva lasciato posto ad un’espressione che lei aveva già visto qualche ora prima, davanti al bancone del bar.

-Non c’è tempo da perdere. Dammi qualcosa di forte

-Scusa?

-Ti ho detto di darmi qualcosa di forte. Non hai a casa dei liquori, una birra, qualcosa di più pesante?

Il viso della ragazza divenne una maschera di delusione e paura. Si fece coraggio ed affrontò l’uomo.

-Senti… tipo. Non so nemmeno come ti chiami ma so cos’è una crisi di astinenza e davanti a me ne vedo una. Pensi ti abbia portato qui, curato, passato del tempo a pulire il tuo cazzo di vomito dal pavimento per sentirmi dire “dammi qualcosa di forte”? Tu ora ti risiedi sul divano e vedi di dormire prima che io chiami qualche mio amico che non vede l’ora di sfogare un po’ di frustrazione su di te. Hai capito?

-Sei tu che non capisci. Devi muoverti, ti prego. Ho bisogno di alcol

Appena finita la frase piombò in cucina a rovistare tra i mobili e i cassetti.

-Ma dimmi un po’, pensi che perché io faccio la barista ho degli alcolici a casa? Adesso ti faccio vedere io, un po’ di spray al peperoncino sugli occhi e ti passerà la voglia di bere

La ragazza andò di corsa nella sua camera per prendere la borsetta all’interno della quale portava sempre con sé lo spray al peperoncino.

Intanto Marcello cercava con avidità in un cassetto quando tutto intorno si fece buio per una frazione di secondo.

Si bloccò sgranando gli occhi.

La luce andò via una volta ancora, poi un’altra. Respirava a fatica mentre si girava in ogni direzione. Solo lui sapeva cosa stava per accadere. Passarono pochi secondi che per lui durarono un’eternità. Stava per rimettere le mani nel cassetto quando sentì un rumore. Si girò di lato e vide una sedia al centro della stanza, prima ricordava di averla vista di fianco al tavolo. Alzò gli occhi al cielo, stava cominciando di nuovo.

-No, no, no, no. Vi prego…

Sentì subito qualcosa di freddo sulla spalla sinistra, poi sulla spalla destra. Il tocco di una mano ma fredda come il ghiaccio. Era terrorizzato, poi un’altra mano si posò sulla testa e la girò.

Finalmente li vide, erano solo in tre ma sapeva che sarebbero potuti aumentare in poco tempo. Erano persone o meglio un tempo lo erano state, ora erano solo anime in pena. Fantasmi, ma della peggior specie. Non li aveva mai visti prima d’ora ma sapeva bene chi fossero.

La prima volta gli era successo due anni prima in seguito a quel brutto incidente. Stava lavorando come muratore in un cantiere quando cadde da un’altezza considerevole e fu portato all’ospedale più vicino. Rimase in coma per quattro mesi poi con gran stupore dei medici si svegliò. Tutti urlavano al miracolo ma Marcello non sapeva ancora che quello stesso giorno sarebbe cominciato il suo incubo personale.

Durante la prima notte in ospedale da redivivo si svegliò e chiamò un’infermiera per essere assistito. La porta della stanza si aprì ma non era la persona che si aspettava che entrò nella camera. Era una bambina con un lungo vestito scuro. Capì subito che lui stava guardando nella sua direzione e gli si avvicinò.

-Tu mi vedi?

-Chi sei? Ti sei persa?

-Allora tu mi vedi? Che bello!

-Chi sei?

In quel momento sentì dei passi e vide l’infermiera entrare e chiedergli in cosa poteva essere utile. Domandò a lei se conoscesse quella bambina ma la sua risposta ebbe l’effetto di un cazzotto nello stomaco.

-Bambina? Mi scusi ma qui non c’è nessuna bambina, ci siamo solo io e lei. Vuole che chiami il medico per farle aumentare il dosaggio della flebo?

La bambina che lo guardava ai piedi del letto uscì dalla stanza. Marcello pensava fosse un’allucinazione isolata ma dovette ricredersi già dalla notte successiva. Ogni volta si presentavano da lui nuovi fantasmi, nuove anime alla ricerca disperata di un tramite con il mondo terreste. Avevano capito che lui possedeva un dono.

Tutti gli chiedevano qualcosa. C’era chi voleva far sapere ai parenti in vita che esiste qualcosa dopo la morte, chi chiedeva solo di sapere dove fossero i propri cari, e poi c’erano loro. La feccia, quelli che anche senza vita si nutrivano di odio e voglia di far del male. Qualcuno gli faceva visita per recapitare messaggi di morte ai conoscenti terreni ma la maggior parte usava Marcello come propria vittima sacrificale. Godevano nel fargli provare terrore, nel compiere su di lui le azioni più nefaste che gli erano negate dal momento della morte.

Sapevano che se lo percuotevano gli provocavano del male, se lo graffiavano lui sanguinava, che quando lui era presente potevano interagire con il mondo terreno, muovere degli oggetti. Era un vero e proprio incubo per Marcello e quei pochi con cui riuscì ad aprirsi stentavano a crederlo. Pensavano tutti che fossero le conseguenze al cervello dovute ai mesi in coma.

Era solo.

Con il tempo però capì che solo di notte gli spiriti venivano a fargli visita e che l’unico modo per evitare quel supplizio era dormire. Quando cadeva in un sonno profondo loro non si manifestavano. Era quella la sua unica occasione, rifugiarsi in un sogno per fuggire dall’incubo della realtà.

All’inizio si fece aiutare da tranquillanti e sonniferi ma con il tempo il suo corpo si abituò ai farmaci e riusciva a stare sveglio anche dopo interi flaconi. Fu in quel periodo che quasi per caso scoprì la sua salvezza. L’alcol. Quando era brillo non aveva problemi. Nelle notti in cui non riusciva a prendere sonno bastava ubriacarsi, abbandonarsi alla sensazione di torpore degli alcolici per non attivare quella sua speciale vista.

Era destinato ad una vita di inferno, agli occhi degli altri era solo un ubriacone incallito mentre solo lui sapeva il fardello che portava.

-Eccoci, non ci saluti?

-Sei bello sveglio, ti vedo in forma

-Non ti siamo mancati?

Marcello sapeva di non avere chance con loro. La barista lo aveva reso sobrio quindi la sua personale arma era scarica. Si rese conti di essere impotente e si arrese alla volontà di quei demoni.

Fu quello che gli teneva ferma la testa a cominciare. Afferrò con forza i capelli li tirò con prepotenza. Il volto dell’uomo andò a sbattere contro lo spigolo del tavolo provocandogli un dolore lancinante al naso.

-Non tenertelo tutto per te, lasciamelo un po’.

Un secondo spirito corse verso la sua vittima che era riversa a terra e le diede un calcio nel costato. Marcello buttò fuori tutta l’aria che aveva nei polmoni mentre si rannicchiò in posizione fetale per attutire i colpi successivi. L’altro continuò a percuoterlo senza fermarsi, pervaso da un malsano sadismo.

Il terzo dei tre nel frattempo prese un coltello dal cassetto ancora aperto. Fu ammonito da un suo compagno.

-No! Non ancora, giochiamo un altro po’

Quest’ultimo afferrò nuovamente per i capelli Marcello e lo alzò in piedi. Avvicinò il volto orrendo al suo e gli parlò.

-Non mi dire che sei già stanco. Vediamo se sei così sveglio da saper contare

Fu in quel momento che arrivò in cucina la ragazza. Vide il suo ospite di spalle, in piedi in una strana posa con le braccia allargate. Pensò che si fosse bloccato in seguito alla crisi. Ne approfittò per fare qualche passo in avanti verso di lui. Voleva accecarlo con lo spray prima che fosse troppo tardi.

Poi si fermò e si rese conto che qualcosa di strano stava avvenendo sotto i suoi occhi.

-Uno!

Il fantasma urlò così forte che Marcello pensò che chiunque avesse sentito la sua voce. Purtroppo sapeva che non era possibile. Al suo comando un altro spirito prese il pollice della sua mano destra e lo portò all’indietro fino a fargli toccare il dorso. Il rumore della falange che si slega dalla sua posizione originale era disgustoso. Marcello emise un urlo disumano mentre dietro di lui la barista osservava la scena senza riuscire a dare una spiegazione.

-Due!

Anche l’indice seguì lo stesso destino dell’altro dito. Ancora un dolore fortissimo.

-Tre!

Era il turno del medio. Marcello resisteva al dolore sperando solo che qualcuno o qualcosa potesse salvarlo. Intanto la ragazza rimaneva impietrita vedendo quelle dita che si muovevano da sole in modo innaturale, come se una forza sconosciuta le stesse spezzando. Si portò le mani alla bocca per reprimere un urlo. ma quando vide che anche l’anulare e il mignolo si girarono non riuscì a trattenersi.

Fu un grido lungo, di paura, di terrore. Marcello riaprì gli occhi e provò a voltarsi verso di lei. La mano che gli teneva i capelli però lo bloccava e lui non aveva abbastanza forze.

-Cosa credi di fare? Lei non può aiutarti e noi siamo solo all’inizio

Gli prese un braccio e glielo girò all’altezza del gomito. Fece lo stesso anche con l’altro mentre le urla di terrore della ragazza continuavano senza sosta alternate da quelle di dolore dell’uomo.

Marcello tentò il tutto per tutto e cominciò a parlare ad alta voce.

-Ti prego uccidimi! Fallo, ti prego. Non posso spiegarti tutto ma per pietà, uccidimi!

-Pensi che quella ragazza spaventata possa darti una mano? La crocerossina che si è presa cura di te stasera? Smettila e fai l’uomo. Lei non ti aiuterà mai

Lo spirito aveva ragione. La barista era in preda ad una crisi di nervi. Urlava e si copriva le orecchie per non sentire le richieste della povera vittima. Era spacciato, e tutto a causa dell’opera da buon samaritano di quella ragazza ignara di tutto.

Fu allora che vide un’unica soluzione, però doveva agire in fretta. Disse qualcosa sottovoce, poche parole incomprensibili che attirarono l’attenzione del fantasma.

-Cosa hai detto? Non ho capito

Ripeté la frase senza aumentare il volume della voce. A quel punto l’aguzzino avvicinò l’orecchio alla bocca di Marcello per decifrare quella frase criptica. Era l’occasione che lui stava aspettando. Se loro potevano fargli del male di notte allora anche lui poteva fare lo stesso.

Aprì la mascella, allungò il collo in avanti quanto basta e serrò la mandibola di scatto. Il demone urlò di dolore mentre si portava entrambe le mani sull’orecchio. Marcello sputò il pezzo di lobo a terra, non c’era nessuna traccia di sangue. Quella intuizione gli aveva garantito una libertà temporanea, lo spirito si allontanò mentre saltava quasi danzando per il dolore. Ora però era solo a metà, mancava un’ultima azione per essere finalmente libero.

Gli altri due spiriti guardavano la scena sorpresi, probabilmente non avevano mai pensato che anche loro potessero farsi del male. Approfittò di quei brevi attimi per spingersi in avanti e caricare verso il terzo. Con la braccia spezzate penzolanti si gettò a grande velocità su di lui. Capì subito di aver finalmente vinto.

Il fantasma si rese conto di quello che era accaduto solo quando Marcello si allontanò da lui. La lama del coltello che aveva ancora in mano uscì dall’addome completamente rosso di Marcello. Si inginocchiò a terra mentre un rivolo di sangue fuoriusciva dalla ferita e bagnava la camicia, i pantaloni, il pavimento. Un sorriso beffardo illuminò il suo viso, era finalmente libero anche se il prezzo che aveva pagato era più grande di quanto avesse pensato. Prima di abbandonarsi alla morte disse solo una frase, sottovoce, ma suonava come una sentenza inamovibile.

-Ora diventerò uno dei vostri. E sarò io a dare la caccia a voi…

Poi si accasciò a terra ed esalò l’ultimo respiro mentre intorno a lui le urla della ragazza continuavano senza sosta.

8 Ottobre 1944

C’era silenzio quel pomeriggio, un silenzio a cui Giovanni non era ancora abituato. Nella sua testa c’era ancora il frastuono delle bombe che fino a qualche mese prima aveva visto scoppiare davanti a lui. Quelle bombe che lo avevano allontanato dalla sua famiglia per troppo tempo. Ed ora dopo più di un anno era ritornato. Pochi metri lo separavano dai suoi affetti ma quei passi erano i più difficili da percorrere. Dalla stanza chiusa arrivavano dei deboli lamenti, riusciva a riconoscere la voce di sua sorella Maria. Era dentro quella stanza e probabilmente quel giorno avrebbe dato alla luce un bambino.

Giovanni rimase fermo, immobile per chissà quanto tempo. Minuti che sembravano ore. Non avrebbe mai immaginato che dopo tutto quel tempo qualcosa lo avrebbe bloccato. Stava fumando la sua sigaretta, l’ultima che aveva con sé. Guardava il fumo che saliva lentamente e non poteva evitare di pensare ancora una volta a quei giorni di un anno prima. Giorni in cui l’aria era piena di fumo e polvere. Entravano nelle narici e facevano tossire chiunque, entravano nelle abitazioni, o quello che rimaneva, e rimanevano attaccati a ogni oggetto. I bombardamenti misero in ginocchio una città intera. Napoli era diventata il campo di battaglia di entrambe le fazioni, prima gli americani e poi i tedeschi. Ogni giorno la morte alata volava sopra la città a mietere vittime. Con il tempo anche il volto della città cambiava. I palazzi, le chiese, i monumenti che fino a poco prima erano l’emblema dello splendore di Napoli, cadevano e lasciavano spazio a luoghi irriconoscibili, aridi. La terra veniva innaffiata con il sangue delle povere vittime di un conflitto più grande di loro.

Fu proprio in uno di quei raid che Giovanni vide per l’ultima volta la sua famiglia. Stavano passeggiando insieme, lui, sua sorella più piccola e i suoi genitori. Due aerei tedeschi sorvolavano Corso Garibaldi. Il primo sganciò un ordigno a pochi metri da loro. La detonazione fu tale che vennero sbalzati in aria. Subito dopo il secondo aereo volò a bassa quota mitragliando i superstiti. Giovanni aveva ricordi confusi di quei momenti. Cercava di guardare intorno alla ricerca dei suoi cari ma Il fumo gli oscurava la visibilità. Voleva alzarsi e correre ma una grande ferita alla gamba glielo impediva. Ricordava solo di aver chiuso gli occhi per un istante, poi ricordava di trovarsi in un altro posto. Attorno a lui c’erano altre persone, tutte gravemente ferite dall’attacco aereo. Nelle sue orecchie arrivavano lamenti e urla di dolore disumane. Cercava di domandare dove si trovasse in quel momento, dove fosse la sua famiglia.

Nessuno gli rispose finché non si avvicinò a lui un dottore. Nonostante la giovane età era freddo come il ghiaccio, il suo sguardo non mostrava alcuna emozione mente si muoveva impassibile in quell’inferno. Si avvicinò a Giovanni e gli spiegò che si trovavano in uno dei rifugi temporanei che erano stati allestiti per curare i feriti. Giovanni gli disse il proprio nome e cognome, chiese dove fossero i suoi parenti ma il giovane medico non aveva tempo da perdere a cercare i dispersi. Era lì per curare i malati, tutti. La ferita alla gamba del ragazzo era grave e doveva disinfettarla e curarla al meglio. Quella notte e le successive, infatti, Giovanni ebbe una forte febbre causata proprio dall’infezione alla ferita. Ormai non sapeva più quanti giorni erano passati, gli sembrava di essere lì da mesi.

Ogni giorno vedeva qualche nuovo paziente e ogni giorno vedeva qualcuno andarsene tra urla strazianti. Era proprio come aveva sempre immaginato l’inferno e la lontananza da sua sorella e dai suoi genitori non faceva che aggravare la situazione. La gamba intanto peggiorava. Sembrava che il lavoro dei dottori e le preghiere delle suore non riuscissero a curarla a dovere. Il dolore non diminuiva e divenne il suo unico amico in quei giorni senza fine. Intanto guardava ripetutamente la porta dell’infermeria sperando che da un momento all’altro potesse scrutare un volto conosciuto.

Ma non accadde.

Ma un giorno riuscì a compiere un passo avanti. Sembrava aver perso ogni speranza quando con un’incredibile forza di volontà riuscì a camminare per un metro appoggiandosi al braccio di un’infermiera. Piangeva di gioia quando ci riuscì. Era la sua piccola vittoria anche se era ben lontano dal poter uscire da solo da quell’incubo.

Passarono altri mesi e finalmente poté dire addio a quel luogo così pieno di sofferenza. Uscì e si mise subito alla ricerca dei suoi cari. Non fu un’impresa facile. Prima ritornò a casa ma non c’era nessuno. Chiese ai vicini, dissero che non era rimasto più nessuno dal giorno del bombardamento. Quel giorno i suoi genitori erano morti dal fuoco delle mitragliatrici del secondo raid, lui era stato dato per disperso e sua sorella Maria aveva raggiunto alcuni parenti nella zona di Materdei. Queste erano le uniche informazioni che aveva avuto, doveva trovare sua sorella in uno dei quartieri più affollati di una città che agli occhi di Giovanni aveva cambiato volto.

Non solo i palazzi che ricordava non c’erano più, anche le persone erano diverse. In tanti avevano lasciato le proprie abitazioni per allontanarsi da quello che era a tutti gli effetti un campo di battaglia aperto. Chi poteva, aveva deciso di lasciare Napoli per trasferirsi altrove e scongiurare i rischi di altri bombardamenti. Inoltre per strada c’erano loro, gli americani. Era riconoscibili nelle loro divise, circondati dal popolo che li osannava ad eroi. Distribuivano cioccolata ai bambini e sigarette agli adulti. Sorridevano e incutevano sicurezza alla gente, ai napoletani bastava quello. Chissà se avevano già capito che si trattava solo dell’ennesimo padrone che si stava insinuando nelle membra della città.

Giovanni si recò a Materdei continuando la sua ricerca. Dopo qualche giorno riuscì a reperire qualche informazione in più. C’era chi parlava di una certa ragazza di nome Maria che abitava lì e che aspettava un bambino. Giovanni dapprima rifiutò l’idea che fosse proprio sua sorella. Erano passato un anno da quando non la vedeva ma non immaginava che in quel poco tempo avesse trovato un marito e stesse per mettere su famiglia, ma erano troppi i dettagli che coincidevano

Come no, Maria, la ragazza che è venuta qui dopo i bombardamenti

Quella incinta? Abita più avanti, sulla destra

Povera ragazza, ora deve crescere da sola quel bambino

Poverina, ha perso i genitori e il fratello in uno dei bombardamenti

Chi’ Maria? Se lo merita, la prossima volta impara a frequentare quei maledetti soldati americani

Sapete come funziona, no? Quelli sono venuti qui, hanno di tutto nel loro paese

Quello che vogliono se lo prendono

Non è il primo caso, guardate. C’è pure quella canzone che lo racconta. Chill o’ fatt è nir nir

Giovanni era stordito dalle frasi che ascoltava. Più domandava in giro e più il cerchio cominciava a stringersi intorno alla ragazza incinta. Che fosse proprio lei sua sorella. Si recò subito fuori all’abitazione che gli indicarono. Un piccolo gruppo di curiosi si radunò a poca distanza da lui mentre osservava la porta d’ingresso e sentiva i lamenti di quella voce inconfondibile.

Era lei, ma non trovava ancora la forza di entrare ed abbracciare la sua amata Maria.

Quando finì la sua sigaretta si decise. La gettò a terra, la spense con il tacco della scarpa ed entrò.

La ragazza era distesa nel letto e si contorceva dal dolore, ma con quanta forza aveva cercava di non mostrare debolezza. Accanto a lei c’era una signora anziana che le passava un panno bagnato sulla fronte e le ripeteva parole dolci. Giovanni guardò la scena, dapprima come un estraneo, la mente rifiutava ancora di credere che quella fosse sua sorella. Poi nel vedere quanta forza avesse, quanto dolore stesse sopportando quasi in silenzio, qualcosa fece breccia nella corazza che si era formata nel suo cuore. Subito si gettò in ginocchio vicino al letto, abbracciò Maria e scoppiò a piangere. Quando lei lo vide si lasciò andare, pianse anche lei mentre teneva testa ai dolori delle contrazioni.

-Maria sono Giovanni. Sono vivo. Quanto tempo ho passato pensando a te

-Giovanni! Fratello mio. Ti credevamo morto, ci avevano detto che eri morto

-Non ti preoccupare, ora sono qui. Sono qui per te. Ho passato giorni d’inferno ma ora ti ho trovata

Rimasero incollati a piangere finché l’anziana signora non li staccò. Con delicatezza spiegò a Giovanni che Maria era in travaglio e di lì a poco avrebbe messo al mondo una nuova vita. Il ragazzo capì e ritornò fuori. Si mise in un angolo a pregare che tutto andasse bene, mentre cercava di non sentire i lamenti della sorella.

Poi, finalmente, il silenzio. L’anziana signora uscì dalla casa e chiamò Giovanni dicendogli di entrare. Lui corse da sua sorella. Finalmente era sorridente e teneva fra le braccia il piccolo completamente fasciato da un lenzuolo bianco. Giovanni la vide e si commosse, lei ricambiò il sorriso. Si avvicinò al letto e per la prima volta affrontò l’argomento con lei.

-Ho sentito delle cose in giro, quando ho domandato di te per trovarti

-Posso solo immaginare quante ne avrai sentite

-Se vuoi puoi raccontarmi cosa è successo

-Non è il momento adesso. Sappi solo che questo bambino è un figlio del Signore ed ha bisogno del nostro amore

-Sono stati loro, vero? Gli americani?

-Quello che hai sentito in giro è vero in parte. Quando sono rimasta sola sono venuta qui dagli zii e se non fosse stato per loro non sarei ancora viva. La città però è cambiata da quel giorno. I tedeschi ormai non si fanno più vivi e qui ci sono altri soldati che ci proteggono. Non credere a quello che dicono in giro. Sono persone come tutti, ci sono gli americani buoni e quelli cattivi

-Tu con quale dei due tipi hai avuto a che fare?

-Te ne parlerò a tempo debito. Sappi solo che James era un brav’uomo. Uno di quelli che neanche sapeva in che razza di inferno lo avrebbero fatto combattere. Ora però dobbiamo fare una cosa più importante

-Dimmi Maria, tutto quello che posso

-Dobbiamo andare via di qui. Dobbiamo andare in un altro posto prima che sia troppo tardi

-Cosa Intendi dire?

-Ti prego, fidati di me. Dobbiamo andare nel monastero di Santa Chiara. Non fare domande, ti prego

Giovanni si fidò di sua sorella. Quello sguardo così deciso, pieno di una forza che non ricordava che lei avesse, fece effetto. Si avvicinò a lei per prendere il piccolo ed aiutarla ma lei rifiutò l’aiuto. Si alzò e si preparò senza staccarsi da quella piccola creatura ancora totalmente coperta.

Uscirono dalla casa e video una piccola folla ad attenderli. Erano solo curiosi, persone che non avevano nulla di meglio da fare che stare lì ad aspettare il bambino. Volevano vedere com’era fatto il frutto del peccato, il mix di due colori diversi. Giovanni vedeva le loro facce ed era disgustato. Non era difficile leggere tra le righe, sentire i pensieri nascosti dietro i sorrisetti irriverenti e gli occhi spalancati. Maria stringeva a sé il piccolo senza lasciar trapelare neanche un piccolo lembo di pelle. Il fratello camminò verso la folla aprendosi un varco, in maniera rabbiosa agitava le mani invitandoli a spostarsi per lasciarli passare.

Percorsero qualche isolato, una buona parte della folla si era diradata. Ormai avevano capito che non avrebbero assistito a nessuno spettacolo interessante. Solo qualche ragazzino indisponente si accodava al piccolo corteo emettendo ogni tanto una risata sonora. Giovanni riuscì a liberarsene dopo qualche minaccia e qualche sasso lanciato verso di loro. Finalmente erano di nuovo soli, Maria si appoggiò al braccio del fratello durante il cammino, poi stremata dovette fermarsi e sedersi su una panchina.

-Perché non ti lasci aiutare da me? Sei stanca, hai partorito solo poco fa ma non vuoi passarmi il bambino

-So cosa stai pensando, Giovanni. Ma ti ho chiesto di fidarti di me senza condizioni. Riprendo fiato e riprendiamo il cammino

-Ma come faccio a fidarmi di te e fare finta di nulla? Voglio solo aiutarti!

Giovanni si rese conto troppo tardi che stava alzando la voce attirando la curiosità dei presenti. Era su tutte le furie perché voleva dare una mano a sua sorella. Lei, che fino a qualche ora prima era solo un pensiero in testa, lei che da qualche ora era ai suoi occhi una persona del tutto diversa da come la ricordava. Si avvicinò silenziosamente una figura, con voce decisa fece una domanda al ragazzo.

-Tutto bene qui? Problemi?

I due si girarono e lo videro. Era un soldato dell’esercito americano. Era stato attirato dal piccolo alterco e dalla presenza di un bambino piccolo. Giovanni non rispose, il soldato si rivolse direttamente a Maria in un italiano dal forte accento americano.

-Signora, tutto bene? La sta importunando?

-No, grazie mille

-Scusi, stavamo discutendo ad alta voce. Siamo fratelli, non stavamo…

-Non sto parlando con lei ma con la signora. Signora, è suo fratello quest’uomo?

-Sì. Non ci sono problemi, stavamo andando a fare delle commissioni

-Ok, perfetto. Permettetemi però di accompagnarvi e scortarvi

I due fratelli si guardarono preoccupati. Il soldato insisteva a stare con loro, non potevano rifiutare l’aiuto del militare, avrebbero attirato troppo l’attenzione. Senza dire una parola si rimisero in cammino mentre il soldato li seguiva alle spalle. Cercavano di scambiarsi sguardi di intesa senza dare nell’occhio ma l’americano rimaneva accanto a loro, sempre più incuriosito da quello strano trio.

-Quanto ha?

-Scusi?

-Il bambino, quanto ha?

-E’ nato qualche giorno fa

-Maschio o femmina?

Stranamente ci fu qualche secondo di silenzio. Maria divenne rossa, per fortuna suo fratello le venne in aiuto.

-Maschio. Un bel maschietto

-Ah good! Un maschio! Magari sarà un futuro soldato dell’Italia!

L’americano rideva sonoramente mentre i due fratelli erano sempre più seri. Intanto La luce diminuiva sempre di più stava per tramontare mentre loro ancora camminavano in direzione del monastero di Santa Chiara seguiti dalla loro guardia personale.

Ad un certo punto il militare gli ordinò di girare in un viale ma Maria insisteva che quella non era la strada corretta.

-Girate lì, facciamo prima

-Ma no, quella strada porta da un’altra parte. Noi dobbiamo proseguire dritto

-Girate lì

Il volto fino ad allora sorridente del soldato divenne di colpo serio e istintivamente la mano si abbassò verso la fondina toccando la pistola. Maria strinse più forte il bambino mentre Giovanni guardò con aria di sfida l’americano. Entrambi si resero conto della gravità della situazione ed entrarono nel viale buio. A metà strada la voce del soldato li fermò.

-Fermi ora. Giratevi e guardatemi bene

I due fecero come gli era stato ordinato.

-C’è qualcosa che non torna. Voi due siete strani, nascondete qualcosa. Ditemi chi siete

-Lo abbiamo già detto. Siamo due fratelli e stiamo andando verso il monastero

-A fare cosa? E perché quel bambino è interamente coperto da quando vi ho visti? E soprattutto, perché lei ha quello?

Alzò la mano e indicò un punto sulla veste di Maria. Giovanni guardò nella direzione indicata e vide un particolare che non aveva ancora notato fino a quel momento. Sulla gonna di colore scuro della donna c’era cucita una piccola toppa con l’immagine di un bufalo di profilo. Non capì di cosa si trattasse finché non fu l’americano a parlare di nuovo.

-Quello è lo stemma della 92a divisione di fanteria! Come è possibile che tu ce l’abbia? Confessa! Hai ucciso un soldato americano e l’hai rubato?

Giovanni in quel momento capì. Probabilmente quello stemma apparteneva a James, l’uomo di cui gli aveva parlato Maria. Il padre del bambino che lei aveva in braccio. Quello stesso collegamento logico a cui stava pensando doveva essere arrivato alla mente del soldato americano che in quel momento stava estraendo la pistola dalla fondina.

-Ho capito! Quel bambino è il figlio di uno dei nostri soldati, una della 92a. E tu lo hai ucciso! Magari ora stai portando il bambino lontano per abbandonarlo o ucciderlo! Fammelo vedere! Fammi vedere il bambino o vi uccido!

Maria tremava dalla paura ma continuava a stringere sempre più forte il piccolo corpicino della creatura che aveva in braccio. L’americano si avvicinò di scatto e con forza lo strattonò dalle mani della madre. Lo prese in braccio e lo scoprì dal lenzuolo bianco. Appena lo vide sgranò gli occhi dallo stupore. Aprì la bocca, stava per dire qualcosa quando il rumore di uno sparo echeggiò nel viale deserto.

Da quella stessa bocca scese un rivolo di sangue rosso scuro. Prima che potesse cadere a terra, Giovanni prese il piccolo dalle sue mani, lo guardò e lo coprì nuovamente con il lenzuolo. Gettò l’arma con cui aveva sparato al soldato a terra. L’aveva comprata illegalmente qualche giorno prima per una ragione ben diversa. Quando aveva sentito parlare di sua sorella “offesa nell’onore” da uno straniero aveva pensato di farsi giustizia da solo. Aveva pensato di usare quella pistola contro l’uomo che aveva disonorato Maria, o forse l’avrebbe usata contro di lei. Ora però era tutto diverso, i pregiudizi che gli avevano assillato la mente sembravano essere spariti.

Si avvicinò a sua sorella, lei protese le braccia per riprendere suo figlio.

-Senti, Maria. Quel bambino…

-Non c’è tempo per le domande. Dobbiamo andare

Si voltarono e proseguirono per l’ultimo tratto del loro percorso. Ormai mancava poco alla basilica ed il buio era sceso sulla città. C’era solo silenzio, nessuno a quell’ora era in strada.

Quando Giovanni vide lo stato in cui riversava la basilica rimase allibito. Quella che un tempo era la grande chiesa in cui con i suoi genitori andava a pregare era ridotta ad un cumulo di pietre e polvere. Soltanto le pareti erano state risparmiate, del tetto non rimaneva più nulla. Dal grande varco in alto si riuscivano a vedere le stelle brillanti di un cielo senza nuvole.

-Sediamoci qui e aspettiamo

-Aspettiamo cosa?

-E’ difficile da spiegare. E’ più facile se stiamo qui e aspettiamo

-Come fai a sapere che questo è il posto giusto?

-Me l’ha detto lui. Lui mi ha guidato qui

-Intendi quel…

-Bambino. E’ un bambino, Giovanni. Ed è mio figlio

I due rimasero in silenzio, Giovanni aveva capito che era impossibile carpire altre informazioni da sua sorella. L’attesa non durò molto, dopo qualche minuto sentirono le pietre muoversi sotto i loro piedi. Giovanni si alzò di colpo, pensò si trattasse di un terremoto. La mano di Maria lo accarezzò, gli sorrise e senza dire parole gli fece capire che non c’era nulla di cui aver paura.

All’improvviso una luce blu li illuminò dall’alto. Il ragazzo provò a stringere gli occhi e coprirsi con una mano per cercare di capire di cosa si trattasse. La luce però era troppo forte e puntava dritta a loro. Sentì un forte rumore, qualcosa di grande si stava avvicinando a loro. Pensò si trattasse di un carro armato, di un aereo, non avrebbe mai immaginato cosa fosse realmente. Dal fascio di luce si aprì uno spiraglio, qualcuno proiettava la propria ombra cosicché Giovanni poté guardare finalmente la scena.

Era più alto di un normale essere umano, ne aveva la forma anche se più allungata. Aveva linee antropomorfe ma era chiaro a quel punto che non era terrestre. La pelle era di color verde e il volto aveva una forma ovale. Gli occhi erano grandi, non aveva naso e una piccola bocca formava un impercettibile sorriso. Giovanni rimase senza parole, guardava quell’essere che camminava fiero e sicuro verso Maria. Avrebbe voluto fare qualcosa, non essere solo uno spettatore immobile ma qualcosa lo tratteneva. Non sapeva se era più la paura o la fiducia che riponeva in sua sorella e in quell’alieno.

L’essere si avvicinò a Maria e si inginocchiò. La guardò negli occhi e con dolcezza le sorrise e tese le braccia. Maria sorrise anch’ella, Giovanni si rese conto che per la prima volta dopo tanto tempo aveva visto il sorriso sul volto di sua sorella. La donna prese il piccolo e gli tolse il lenzuolo bianco. Lo mostrò all’altro, al suo vero padre. Questo lo prese con delicatezza e lo alzò per guardarlo meglio alla luce proiettata dalla sua astronave. Lo tenne in braccio, più stretto, mentre con una mano accarezzava il volto di Maria. Poi si girò e ritornò verso il suo mezzo di trasporto. Tutto questo davanti agli occhi di Giovanni che osservava la scena immobile.

L’astronave partì senza emettere nessun rumore, il pavimento ritornò a tremare mentre si alzava in volo e spariva dalla vista dei presenti andando incontro al cielo stellato.

Ci volle qualche minuto prima che la scena si sbloccasse, prima che uno dei due si muovesse e cominciasse a parlare. Giovanni non sapeva da dove iniziare. Chi era quell’essere? Perché sua sorella non aveva paura? Lo conosceva già? C’era qualche connessione tra loro? Si accovacciò a terra guardando sua sorella, lei capì i suoi dubbi e cominciò a parlare.

-Immagino come tu ti senta, anche io la prima volta che l’ho visto ero così come te. E’ successo mesi fa, ero con James quando è successo. Non pensare male. James è stato sempre un signore, non ha mai approfittato di me. Era gentile, parlavamo spesso. Passavamo molto tempo insieme, mi portava a ballare nel suo accampamento, mi parlava della sua terra, dell’America. Io gli insegnavo la nostra lingua. Eravamo innamorati? Certo, malgrado le malelingue della gente io amavo James, e lo amo ancora. Eravamo in un prato sulla collina del Vomero quando vedemmo una luce venire verso di noi. Era un’astronave, scese uno di loro a parlare con noi. Quello che hai visto anche tu stasera. James tirò fuori la sua pistola e la puntò sull’alieno. Lui ci parlò attraverso le nostre menti. E’ difficile da spiegare, non sentimmo la sua voce, non conoscono la nostra lingua. Vedevamo delle immagini e dei suoni e capivamo cosa voleva comunicarci. Erano qui sul nostro pianeta per portare avanti i loro studi sulla nostra razza, ci conoscono da molto tempo. Avevano bisogno di una donna che partorisse un ibrido della loro specie. Non lo ordinarono, lo chiesero. Io e James capimmo il loro intento, non erano cattivi, volevano solo capire meglio il nostro mondo. Io mi offrii volontaria, James all’inizio non era d’accordo ma nelle nostre teste “vedemmo” quello che vedevano loro. Il loro progetto di futuro con noi. Decidemmo allora di farlo, la gente avrebbe detto che era figlio suo, saremmo sopravvissuti agli sguardi cattivi delle persone, all’ignoranza. Dopo soli due mesi però, quando la pancia iniziava a vedersi più grande, fu chiamato dal suo superiore. Gli venne assegnato un nuovo compito, lontano da Napoli. E’ stato difficile affrontare la cosa da sola, con lui era tutto diverso. Intanto il mio ventre cresceva e anche il bambino che era dentro. Sono esseri dotati di grande intelligenza e sono collegati tra loro. Ogni giorno sentivo la sua voce dentro di me, mi parlava, mi tranquillizzava. Mi diceva dove avremmo incontrato il suo vero padre, qui, oggi. Nessuno doveva sapere nulla, chissà cosa gli avrebbero fatto se qualcuno lo avesse visto

-Quindi tu sapevi? Sapevi fin dall’inizio come sarebbe andata? Avresti dato alla luce tuo figlio per poi perderlo subito dopo?

-Non da subito. Come io sentivo lui anche lui sentiva me. Avvertiva le mie paure, la mia sofferenza, l’amore travagliato con James. Loro hanno percepito tutto questo ed hanno pensato che sarebbe stato meglio attendere ancora. Avrebbero riportato il bambino sul loro pianeta e sarebbero ritornati sulla Terra in un’altra epoca, magari in un futuro in cui gli esseri umani si ameranno anche tra razze diverse, senza pregiudizi e senza paure

-E ora? Che faremo ora? Quel soldato, abbiamo ucciso un uomo per proteggere una creatura che ora non è più con noi

-Dobbiamo fuggire, Giovanni. Ricevo lettere ogni giorno da James, ora è nel centro Italia. Lo raggiungeremo e con lui ce ne andremo di qui. Andremo con lui in America, lontano da questa lunga guerra che non vuole finire. Cominceremo una nuova vita, non so come ma lo faremo. E stavolta insieme

Giovanni guardò negli occhi Maria. Ormai gli occhi della ragazzina che conosceva non c’erano più, avevano lasciato il posto agli occhi maturi e decisi di una donna. Una donna che aveva sopportato un peso enorme, subito le conseguenze di una scelta più grande di lei. Lui ora si fidava di quella donna. Fece un cenno di approvazione con la testa, poi si gettò tra le sue braccia e la strinse forte a sé.

1 Ottobre 1997

Gli avvenimenti del giorno precedente aveva scosso i ragazzi non poco. Fausto, Marco, Luigi e soprattutto Sara. Quattro adolescenti che fino a qualche giorno prima avevano una vita diversa. Le strade di tre di loro si erano già incrociate da qualche anno ma per l’ultimo arrivato, Fausto, la vita stava prendendo una piega diversa dal solito. In poco tempo troppi cambiamenti, il trasferimento a Ponticelli, la nuova classe, i nuovi professori, e poi quell’avvenimento. Solo un giorno prima. Tutto iniziato per caso, nei bagni di quel liceo che era così ostile.

La notte precedente i quattro erano andati oltre. Si erano spinti più in là del solito. Per Fausto era stata una notte indimenticabile sotto ogni punto di vista. La ragazza per cui provava qualcosa si era dimostrata capace di manipolare la realtà dei sogni, entrare nelle fantasie delle persone e fare in modo che anche i suoi amici potessero farlo. Marco e Luigi sapevano quel suo segreto e già da tempo erano invitati dalla ragazza per organizzare dei veri e propri party serali nella dimensione onirica. L’ultima volta però avevano erano entrati troppo all’interno dell’incubo di qualcun altro. Il loro vecchio e scorbutico professore di latino aveva rivissuto la sua personale tragedia familiare. Così come lui, anche i ragazzi avevano provato le sue stesse sensazioni, i suoi stessi dolori. Avevano capito a caro prezzo che nessuno mostra il suo vero volto, ognuno porta una maschera per nascondere le sue vere paure. E quella del professor Aspide era una maschera da duro che nascondeva un’anima fragile.

La mattina seguente i quattro si svegliarono e fecero colazione insieme ai genitori di Sara. Erano di poche parole, anche gli adulti se ne accorsero ma evitarono di fare domande. Si prepararono ed insieme si recarono a scuola. Quel giorno alla prima ora avevano proprio latino. Quando il professore entrò tutti si alzarono. Tanti soldatini sull’attenti, ma i quattro evitarono di incrociare il suo sguardo. Iniziò l’appello, poi le interrogazioni. Uno dei prescelti di quel giorno era proprio Luigi. Il ragazzo si alzò e si avvicinò alla lavagna.

Erano domande abbastanza facili, in pratica il programma dell’anno precedente. Declinazioni, storia del De bello gallico, Cicerone, ma Luigi fece scena muta. Il classico vuoto di memoria, accelerato dall’esperienza ancora viva di quell’incubo nella sua testa. Il professor Aspide andò su tutte le furie. Cominciò ad urlare ed inveire contro l’alunno che subiva la paternale senza reagire. Tutti si aspettavano almeno una reazione ma Luigi sapeva bene perché quel mattino il maestro era di cattivo umore e non se la sentì di dire nulla. Riprese posto accennando uno “scusa” a bassa voce.

Quando la campanella segnò la fine della prima ora il professore abbandonò l’aula. I ragazzi ripresero fiato, quell’ora era stata la più pesante che ricordassero. Fausto si stropicciò gli occhi, quando li riaprì vide che un suo compagno di classe lo stava fissando. Non distoglieva lo sguardo anche dopo essere stato scoperto. Fausto gli si avvicinò chiedendogli spiegazioni

-Niente di che. E’ per un sogno di stanotte, e se i sogni si raccontano prima di mezzogiorno poi si avverano

Quella frase così criptica lo fece allertare. Quella parola, sogno, quando la sentì pronunciare ebbe la pelle d’oca. Perché proprio quella frase? Chi era quel ragazzo dal volto così sicuro di sé? Solo in quel momento notò che a differenza di tutti gli altri che facevano parte di un gruppo, lui era sempre in disparte. Fausto era sovrappensiero quando Sara gli si avvicinò.

-Tutto bene? Come stai?

Fausto si girò e vide la sua amica, questa volta il sorriso che tanto amava non c’era e lasciava spazio ad un’espressione triste.

-Sì, abbastanza. Tu?

-Per niente. Di solito sono la prima ad andare contro i prof che maltrattano gli studenti. Ma prima…

-Hai ragione. Ora è tutto diverso

Si avvicinarono anche Marco e Luigi abbracciando la ragazza teneramente.

-Passerà. Forse…

-Diamoci tempo, ragazzi. E’ successo solo ieri. Tu, intanto, ti ho visto che parlavi con Franti

-Franti?

-Sì. Insomma, Longo. Tutti lo chiamano Franti, come quel ragazzo del libro Cuore. Ricordi, quello cattivo che viene anche espulso, mi sembra

-Ah, sì. Mi stava fissando di continuo e sono andato a domandargli il perché

-Hai avuto coraggio. E’ un tipo strano. Sempre schivo, a me fa veramente paura

-Comunque ha evitato la risposta, ha solo detto che riguarda un sogno che ha fatto ieri

Sara sgranò gli occhi guardando Fausto che stava finendo la frase.

-Sogno? Ti ha detto solo quello? Non ti ha detto altro?

-No, solo quello

Si girarono all’unisono in direzione del banco di Longo ma era vuoto. Guardarono in giro ma non lo trovarono, intanto entrò l’insegnante di Italiano e tutti presero posto. Longo rientrò in aula qualche minuto dopo. I quattro ragazzi rimasero distratti tutto il mattino guardando lo strano compagno di classe. Nulla di sospetto ma continuavano a pensare a quelle parole.

Al termine della giornata scolastica rimasero con quell’atroce dubbio. Parlargli o lasciar stare? Rischiare di stuzzicare la curiosità di un “estraneo” al gruppo oppure soprassedere e rischiare di non correre ai ripari? Decisero per la seconda ma non fu la scelta più facile.

Per il resto della settimana i quattro rimasero sempre uniti, riuscirono a ritagliarsi dei momenti in cui stare insieme appartati e parlare del loro segreto. Si diedero appuntamento di nuovo per una notte a casa di Sara, esattamente una settimana dopo l’ultima volta. Sarebbe stata una serata tranquilla, però, tutti erano chiari. Per Fausto non fu difficile convincere i genitori. Da quando il loro figlio stava frequentando i suoi nuovi amici sembrava rinato. Andava a scuola con maggiore voglia ed anche a casa era ritornato un sorriso che non vedevano da tempo.

I ragazzi si diedero appuntamento come al solito alle 19 all’ingresso del Parco Vesuvio. Portarono gli zaini a casa di Sara e poi passeggiarono all’interno del parco. L’aria di un’estate non molto lontana li accompagnava mentre chiacchieravano all’ombra degli alti alberi. Nessuno di loro poteva sapere che da dietro ad una finestra due occhi li stavano osservando.

La cena fu divertente come la volta precedente, subito dopo i ragazzi fecero di tutto per andare a letto il prima possibile. Ognuno nel proprio letto sperava di addormentarsi presto e godere del tempo quasi infinito nei loro sogni.

Ancora una volta fu Fausto l’ultimo ad essere svegliato da Sara. Gli altri erano già pronti e vestiti. In quell’occasione anche Fausto riuscì come gli altri a materializzare degli abiti diversi ed in poco tempo i ragazzi erano all’esterno del parco. Passeggiarono fino ad arrivare ad un piccolo spiazzo pubblico.

-Che facciamo adesso?

-Io un’idea ce l’avrei

Sara si concentrò a lungo, gli altri attendevano in silenzio. Lentamente intorno a loro si materializzarono delle pareti, da queste venivano proiettate delle luci colorate. I ragazzi rimasero a bocca aperta quando si resero conto davanti agli occhi prendeva vita una sala giochi.

Videogiochi, bowling, calcio balilla, un’intera sala giochi tutta a loro disposizione. Quando Sara ebbe finito si inginocchiò, aveva sprecato parecchia energia per quell’opera. Gli altri la aiutarono ad alzarsi preoccupati.

-State tranquilli ragazzi. E’ già successo altre volte, devo solo riposare un po’ e sarò al 100%. Iniziate a divertirvi voi

Marco e Luigi si tranquillizzarono alle parole dell’amica mentre Fausto era ancora preoccupato. Mentre i due presero posto davanti alle console tutte per loro, Fausto rimase accanto a Sara a tenerle compagnia. Stringeva la sua mano teneramente, in quel gesto c’era tutto il suo affetto per una ragazza che fino ad una settimana prima era una sconosciuta. Una bellissima sconosciuta.

Si riprese dopo qualche minuto, come se nulla fosse scattò in piedi, prese per un braccio l’amico e lo trascinò verso la corsia da bowling. Chiamò gli altri due ed organizzò una sfida. Insieme si divertirono un mondo anche se non potevano fare a meno di manipolare un po’ la fisica di quel posto per effettuare qualche tiro fuori dal normale. Sembrava che l’ansia, la paura, il rimorso di quello che era accaduto la settimana prima fossero solo un lontano ricordo. Ora erano semplicemente quattro amici che si divertivano in un mondo fatato.

Erano abbastanza stanchi quando uscirono da quel posto. Sara decise di lasciarlo lì, magari a disposizione di qualcun’altro che si sarebbe trovato lì in sogno. E poi, cancellarlo richiedeva lo stesso sforzo che aveva utilizzato per metterlo in piedi.

-Bene ragazzi, ora che facciamo?

-Non so, che ore sono? Saranno passate almeno tre ore

-Ma Fausto, ancora non hai capito come funziona qui?

-Spiego io. In pratica in questa dimensione il tempo non scorre come in quella normale. Possono passare giornate intere mentre nel mondo reale sono passati solo pochi secondi

-Esatto, pensa che la fase di sogno durante il sonno dura pochissimo, eppure a volte i sogni sembrano non finire mai. Specialmente quelli brutti

-Quindi state dicendo che dal momento in cui siamo usciti da casa di Sara è passato poco tempo e qui possiamo approfittare ancora?

-Esattamente

-Wow. Fantastico!

I quattro alzarono lo sguardo, intorno la città dormiva. Forse quello che stavano guardando non era il vero volto della città, Sara aveva già spiegato che in quel posto e in quel tempo la realtà si fondeva con il sogno.

-Vedete quelle ombre laggiù?

I ragazzi fissarono uno dei palazzi che componevano il Lotto Zero. Un’aura scusa aleggiava sul tetto, come una grande nuvola informe che danzava nell’aria.

-Cos’è?

-Non so con certezza, ma non presagisce nulla di buono. Forse è solo l’incubo di qualcuno, o forse qualcosa di più complesso

-Ho un amico che abita in quel parco, di sicuro nessun incubo può essere più spaventoso di quello che succede lì. O ti perdi o te ne vai

Stavano ancora assistendo a quello spettacolo a metà strada tra la curiosità e la paura quando videro una nube nera che avanzava dalla direzione opposta. Non capivano se si trattava di un’illusione o meno, ma sentivano nell’aria uno strano odore.

-Pensate quello che sto pensando io?

-Sembra puzza di fumo. Qualcosa sta bruciando

-Che aspettiamo? Andiamo a controllare

I ragazzi salirono in groppa alle bici che crearono all’istante. Percorsero il tragitto seguendo la scia di fumo. Più si avvicinavano all’origine, più cresceva un sospetto. Arrivarono dopo pochi minuti e capirono che le loro sensazioni erano giuste. Quella che stava andando a fuoco era la loro scuola.

-Ragazzi, fermatevi. E se fosse il sogno di qualcuno?

-Non possiamo saperlo, come facciamo? Dobbiamo fare qualcosa

-Come? In questo momento stiamo dormendo. Non possiamo modificare la realtà, solo il sogno

All’interno dell’edificio si stava espandendo un cerchio di fuoco mentre la colonna di fumo saliva più in alto. Intorno il silenzio, la città dormiva mentre una tragedia si stava presentando agli occhi dei giovani. All’improvviso Luigi realizzò qualcosa che gli altri non avevano ancora pensato, un dettaglio più che importante.

-Cazzo, ragazzi. Il signor Raffaele!

-Chi?

-Il custode! Abita nella casetta dietro al campetto, all’interno della scuola!

-Cosa? Se sta dormendo anche lui allora è in pericolo. Cosa possiamo fare?

-L’unica cosa è andare da lui e vedere se sta sognando. In quel caso se siamo fortunati possiamo entrare in contatto con lui e svegliarlo. Se si sveglia può scappare

I ragazzi decisero che quella era l’unica strada da percorrere. Con un po’ di fortuna avrebbero salvato sia il custode che la scuola, ma il primo aveva la priorità.

Scavalcarono il cancello ed entrarono nel cortile. Raggiunsero la piccola abitazione del custode. La porta era chiusa e dallo spiraglio in basso usciva una sbuffata grigia. Com’era possibile che il fuoco avesse già raggiunto quella casa? Attraversarono la porta senza aprirla, dentro era un inferno. Una grossa nube grigio scuro copriva completamente i due locali della casa mentre dall’angolo un fuoco si alzava silenziosamente. I ragazzi entrarono nella stanza posteriore e trovarono il signor Raffaele che dormiva beato nel suo letto, ignaro della tragedia intorno a lui. I quattro gli si avvicinarono.

-Starà dormendo, cosa facciamo?

-Se sta dormendo l’unica cosa che possiamo fare è interagire con il suo sogno. Ma se non sta sognando possiamo solo pregare che si svegli

Si girarono intorno ma non videro nulla che faceva pensare ad un sogno, intanto il tempo passava e per quanto fossero a conoscenza che nel piano reale il tempo era quasi fermo, sapevano che ogni istante era prezioso. All’improvviso Luigi notò qualcosa.

-Ragazzi, guardate! La sua espressione… sembra sofferente

Gli altri, sorpresi, si avvicinarono sempre di più al volto dell’uomo quando sentirono una voce urlare alle loro spalle.

-Che ci fate voi qui?

Si girarono all’unisono e lo videro. Era lì, davanti a loro, dalla corporatura sembrava un coetaneo ma indossava una maschera che raffigurava un diavolo. Era impossibile riconoscerlo, anche la voce sembrava camuffata. In mano stringeva con rabbia una mazza chiodata.

-Uscite subito fuori di qui!

-Chi sei? Come… come fai a vederci?

il ragazzo mascherato non si degnò neanche di rispondere alla domanda, scattò in avanti verso di loro alzando il braccio che brandiva l’arma. Lo abbassò velocemente, stava per colpire Fausto quando si sentì un rumore di metallo. Sara era stata più veloce ed aveva materializzato un enorme scudo che parò il colpo salvandoli tutti. L’altro fu sorpreso, Sara ne approfittò per capire meglio con chi avesse a che fare.

-Chi sei? Come fai a fare questo?

-Non te lo dirò mai!

Stava per assestare un altro colpo quando delle catene scesero dal soffitto e gli bloccarono braccia e gambe. Il ragazzo fu costretto a lasciare l’arma che cadde pesantemente sul pavimento. Sara era ancora in ginocchio, si alzò e con sguardo serio si avvicinò al loro nemico. Senza dire una parola prese la maschera e la tolse. Fu allora che tutti videro, sotto quel travestimento da quattro soldi c’era il loro compagno di classe Longo.

-Ma com’è possibile? Franti, che ci fai qui?

Il ragazzo stette in silenzio osservandoli con sguardo altero.

-Rispondi subito! Il signor Raffaele morirà se non facciamo qualcosa! Dacci una mano

-Ma non l’avete ancora capito, ragazzi? Guardatelo com’è arrabbiato. E’ stato lui a fare tutto questo

-Cosa? Lui? Ma com’è possibile? Non si può interferire con la realtà, lo hai detto tu. Come può aver fatto una cosa del genere?

-Solo lui può risponderci e sembra proprio che ora non ne abbia voglia. Dobbiamo fare qualcosa noi

Fu allora che Franti disse qualcosa in tono dispregiativo.

-Sapete dove abito?

Gli altri rimasero in silenzio, per due motivi. Il primo, non si aspettavano quella domanda proprio in quel momento. Magari un’accusa, una spiegazione di quello che stava accadendo, un pentimento, ma di certo nessuno si aspettava una domanda del genere. La seconda, effettivamente nessuno di loro sapeva dove abitasse.

-Quello nuovo non potrebbe saperlo, ma voi? Siamo nella stessa classe da più di tre anni, qualcuno si è mai degnato di domandarmelo? Ve lo dico io, abito al Parco Vesuvio, terzo palazzo sulla destra, primo piano

Sara stava percorrendo con la mente un itinerario immaginario nel parco, quando realizzò la posizione la sua espressione si fece più seria.

-Vedo che hai capito, non è vero? Abito nel tuo stesso palazzo, non lo sapevi, vero? Da tre anni facciamo lo stesso percorso per andare e tornare da scuola. A piedi, in autobus, non ho mai cercato di nascondermi ma tu non mi hai mai notato. Sai quante volte ero dietro di te e tu sei entrata nel palazzo e subito dopo hai richiuso il portone? Per te sono sempre stato invisibile, come per tutti gli altri della classe. Anche per i professori, i voti erano sempre più bassi ma anche loro evitano di parlarmi

-Mi disp…

-Non provate a dire che vi dispiace! Avete sempre fatto così, tutti quanti! Credete che sia io a scegliere di essere solo? Voi e i vostri gruppetti, mi avete messo al bando. Cosa avrei dovuto fare se non starmene per i fatti miei? E chi se ne frega se poi passo per quello strano

Fausto notò lo sguardo sempre più colpevole di Sara, non poteva permettere che lei si sentisse così. Mosso da un impeto di coraggio cercò di rimediare.

-Senti, Ciro. Ti chiami così, vero? Ciro, penseremo a questo dopo. Davvero. Ora però dobbiamo evitare una tragedia. Dicci cosa hai fatto ed insieme possiamo porre rimedio prima che sia troppo tardi

-Cosa vuoi che spieghi? Te l’ho detto una settimana fa che vi ho sognati, speravo di aver stuzzicato la vostra curiosità ma così non è stato. Ancora una volta mi avete ignorato. E’ stato per caso che vi ho visto nel mio sogno, ho sentito quello che dicevate. Sembrava una sciocchezza ma chissà come mai ho deciso di crederci. Da quel momento ogni notte nei miei sogni facevo progressi. Creavo cose, viaggiavo in posti mai visti. Poco alla volta questo diventava il mio regno, un regno dove posso comandare io e dove nessuno può farmi male. Ho imparato fin da subito che c’era qualcosa che io potevo fare ma che voi non siete  mai stati capaci. Modificare la realtà attraverso il sogno. Ci ho pensato tanto e mi sono anche dato una spiegazione. Voi siete dei privilegiati, il vostro mondo reale per quanto difficile sarà sempre migliore di ogni vostro sogno. Per me è diverso, io sto bene solo in questa realtà. Tenetevelo il vostro mondo, io non ne ho più bisogno

-Ciro calmati. Tu non sei cattivo, puoi ancora fare del bene. Quando ci sveglieremo sarà tutto finito. Farai anche tu parte del nostro gruppo, te lo prometto

-Certo, come no. E vissero tutti felici e contenti. Ma hai capito bene quello che ho detto? Io sono in grado di manipolare la realtà attraverso i sogni, secondo te perché sono ancora qui incatenato?

Fausto cominciò a tremare.

-Esatto, perché lo voglio io. Voi non potete far niente

In quel momento, appena terminò quella frase il soffitto cadde rumorosamente giù. I ragazzi vennero inondati dai calcinacci. Il dolore era reale, o quanto meno era proprio quello che avrebbero sentito in una situazione del genere. Si crearono un varco tra quelle macerie e videro Franti che indossava nuovamente la maschera.

-Siete impotenti. Dispiace anche a me per il signor Raffaele, ma dovevo pur cominciare da qualcuno. La mia vendetta colpirà tutti, nessuno escluso. Nessuno sarà capace di ricondurre la colpa a me. Provateci a spiegare alla polizia che è colpa mia, che attraverso i sogni uccido le persone o appicco degli incendi

Poi si girò dando loro le spalle, e se ne andò. I ragazzi lo guardarono camminare lentamente ma non fecero nulla. Aveva ragione lui, erano impotenti su quel piano. Una volta liberi tornarono al parco facendo più in fretta che potevano. Ritornarono a casa di Sara, ritornarono nel mondo reale. La prima a svegliarsi fu proprio la ragazza, subito appena aprì gli occhi andò a svegliare i suoi genitori. Le fu difficile convincerli che bisognava chiamare i vigili del fuoco, che la scuola stava andando in fiamme, che il guardiano era in pericolo. Non c’era nessuna nube nel cielo, forse erano ancora in tempo.

Gli altri ragazzi si svegliarono a causa del baccano che si era creato nella camera da letto. Supportarono la tesi di Sara, anche per loro era necessario fare qualcosa prima che fosse troppo tardi. I genitori dovettero deporre le armi, chiamarono il 115 e spiegarono la situazione al telefono, per quanto surreale fosse. Sara era sempre più preoccupata, convinse suo padre ad accompagnarla a controllare. Dopo pochi minuti erano tutti nell’auto familiare del padre di Sara, diretti la liceo Calamandrei, erano da poco passate le tre di notte. Fuori c’era già un mezzo speciale dei pompieri con la sirena accesa. Stranamente la scuola sembrava dormire un sonno sereno nella notte tranquilla.

I ragazzi rimasero in auto, dai finestrini videro uscire dal casotto nel liceo un uomo, era il signor Raffaele. Sembrava confuso, era stato svegliato nel pieno della notte e non aveva ancora realizzato il perché. Gli agenti perlustrarono l’interno edificio, dopo mezz’ora si allontanarono con un nulla di fatto.

-Signorina, questa me la dovrai spiegare per bene. Ora andiamo a casa e proviamo a riaddormentarci ma domani ne riparliamo

I quattro ragazzi si guardarono straniti. Cosa era davvero successo quella notte? Avevano davvero parlato con Franti nel sogno oppure lui stesso era il sogno di qualcun altro? E perché il signor Raffaele aveva una ferita alla testa quando stava parlando con gli agenti?

Ritornarono a casa con la coda tra le gambe, quella notte non riuscirono a riprendere sonno. Il giorno successivo andarono a scuola con la stessa felicità con la quale si va ad un funerale. Suonò la prima campanella, Franti era assente. Si guardarono preoccupati ma senza dire una parola. Fu a metà della terza ora che sentirono bussare alla porta. Era il preside, entrò e chiamò l’insegnante fuori dall’aula. Quando ritornò, il professore aveva un colorito pallido.

-Ragazzi… non so come dirvelo. Il preside mi ha appena comunicato che Longo è… è in coma. Attualmente è alla Villa Betania e non risponde agli stimoli esterni

I compagni di classe rimasero sconcertati, in particolare Sara, Fausto, Luigi e Marco sentirono il sangue gelarsi nelle vene. Si guardarono e pensarono alla stessa cosa. Longo, alias Franti, era l’entità con cui avevano parlato la notte precedente. Gli aveva mostrato ciò di cui era capace, quello che aveva imparato a fare all’interno dei sogni. Ed ora che non era più nel mondo reale, ora che era in coma, era il padrone assoluto di quell’altro mondo. Era il suo regno ormai e lui era il sovrano indiscusso. Gli occhi dei ragazzi divennero più seri, più tristi, anche dormire e sognare sarebbe stato più difficile per loro.

6 Agosto 2021

Il mare era una tavola che mischiava i colori del cielo al tramonto. Il rosso del sole ancora caldo e l’azzurro del cielo limpido. Le tinte si mischiavano sull’acqua creando un effetto di rara bellezza. Sul pontile di Bagnoli c’era chi passeggiava e godeva degli ultimi minuti illuminati della giornata. Coppiette che camminavano mano nella mano, amici che chiacchieravano, bambini che giocavano correndo. Un venerdì sera che aveva già il sapore del fine settimana, di quelli più belli, nel pieno dell’estate. Tutti avevano lasciato a casa i problemi, le preoccupazioni, quei momenti erano stati pensati per stare bene e non per affannarsi. Tutti felici e contenti, tutti tranne una persona.

Un uomo si aggirava sospettoso tra la folla. Ad ogni passo girava il volto a destra e sinistra. Cercava, ma non sapeva ancora cosa. O chi. Guardava gli altri presenti sulla passerella, incrociava i loro sguardi alla ricerca di un indizio, di un segno. Qualcuno cominciò ad accorgersi del suo atteggiamento fuori dal normale, la maggior parte però era intenta a fare altro senza lasciarsi distrarre. Il respiro si faceva sempre più affannato, aveva corso parecchio per arrivare fin lì e purtroppo la sua età gli richiedeva più riposo di quanto volesse. Qualche bambino gli sfrecciò accanto mettendolo in allerta. Vide le schiene dei ragazzi che continuavano a giocare, capì di non essere in pericolo. Lanciò un’imprecazione masticata in bocca, ma era più tranquillo. Da qualsiasi cosa stesse fuggendo, ora era al sicuro.

Si sedette su una panchina, chiuse gli occhi e tirò un respiro profondo. Il sapore di salsedine gli entrò nelle narici ed insieme a quello ritornarono tutti i ricordi associati a quel luogo. Rilassò i muscoli tesi e prese a respirare regolarmente. Riaprì gli occhi e diede un ultimo sguardo di controllo in giro. Tutto regolare, le persone passeggiavano serene senza destare nessun sospetto. L’uomo si alzò e fece qualche passo in avanti. Percorse metà del pontile respirando a pieni polmoni l’aria di mare. Intorno a lui la piccola cornice di golfo sembrava abbracciarlo per dargli sicurezza.

Si appoggiò alla ringhiera guardando i colori intensi del mare. Quella distesa immobile gli dava pace. Alle orecchie arrivavano le risate dei bimbi e il verso di qualche gabbiano. Poi sentì il rumore di un tuffo. Stava guardando l’orizzonte quando quel suono attirò la sua attenzione e guardò in quella direzione. L’acqua si increspava formando un cerchio. L’uomo si sporse un po’ in più per vedere meglio ma quello che vide venire fuori dall’acqua aveva dell’incredibile.

Una donna.

Il busto di una donna fuoriuscì dal mare e guardò nella sua direzione. L’acqua la copriva dal collo in giù, aveva lunghi capelli scuri ed un enorme sorriso adornava il bellissimo volto.

L’uomo chiuse e riaprì gli occhi due volte, pensò di stare sognando. Da dove era sbucata quella ragazza? Una folle in cerca di un brivido o forse aveva solo pagato il pegno di una scommessa persa? Non riusciva a distogliere lo sguardo, si girò solo per controllare se anche gli altri se ne fossero accorti ma ognuno era intento a passeggiare indisturbato. La guardò ancora, lei rimandava lo sguardo senza mai smettere di sorridere. Poi si rituffò in acqua, e l’uomo vide qualcosa che gli fece venire i brividi. Quando la testa era in basso non vide le gambe risalire, ma una coda di pesce. Non poteva sbagliarsi, quelle che aveva visto erano delle pinne enormi.

Spaventato da quella visione si staccò dal ferro e camminò all’indietro fino al centro della passerella. Possibile che quella che aveva visto era una sirena? Non poteva essere, era solo uno scherzo di cattivo gusto e lui ci stava cascando. All’improvviso sentì un verso di uccelli. Non i soliti gabbiani che sorvolavano la zona ma un suono stridulo che non ricordava di aver mai sentito. Alzò gli occhi in direzione di quel suono coprendosi gli occhi con una mano per ripararsi dalla luce del sole. Un uccello si stava avvicinando, volava proprio nella sua direzione. Man mano che era più vicino si rendeva conto di quanto fosse grande. Gli passò sopra la testa ed atterrò su una panchina a poca distanza da lui. Le dimensioni erano spropositate ma quando vide la testa rimase a bocca aperta per lo stupore e la paura.

Quell’uccello aveva la testa di una donna.

Lo sguardo era arcigno e guardava proprio nella sua direzione in un tono di sfida. Fece qualche goffo passo verso l’uomo che subito indietreggiò. Il mostro aprì la bocca ma stavolta invece del solito verso da uccello uscirono parole umane.

-Dove stai scappando? Vieni da noi

Aveva sentito bene? Quell’orrendo mostro stava parlando con lui chiedendogli di seguirlo? L’uomo si guardò intorno sperando che qualcuno intervenisse. Stranamente però gli altri sembravano badare ancora ai fatti loro, solo una giovane coppia sembrò aver notato qualcosa di strano ma si allontanò senza distogliere lo sguardo. L’essere metà donna metà uccesso fece un altro passo verso l’uomo che a quel punto decise di rispondere.

-Cosa vuoi? Cosa vuoi da me?

-Voglio solo il tuo bene. Vogliamo solo il tuo bene

-Cosa ne sai tu del mio bene? Lasciami stare! Sei solo un mostro, un’arpia venuta a farmi del male

Da lontano sentì un’altra voce, più imponente, che si intromise in quello strano dialogo.

-Vogliamo solo il tuo bene, devi crederle

L’uomo voltò lo sguardo in direzione della voce, all’ingresso del pontile. Vedeva un gruppo sparuto di persone, dietro di queste però si ergeva una figura più imponente. Più si avvicinava e più sentiva indistinguibile un rumore di zoccoli sull’asfalto. Quando le persone si tolsero dalla visuale riuscì a vedere la figura per intero. Aveva il corpo di un cavallo ma dalla parte anteriore spuntava il busto di un uomo. Le quattro zampe di quella bestia si muovevano lentamente, come se non volesse spaventare il suo interlocutore. Già, come se non fosse già spaventato per aver visto davanti ai suoi occhi per la prima volta un centauro.

-Chi sei? Cosa vuoi… cosa volete da me?

-Stai calmo. Non ci riconosci?

-Certo che vi riconosco! Siete dei mostri! Siete qui perché mi volete morto

-Fidati di noi. Non siamo cattivi. Vedi? Non ti stiamo attaccando, siamo qui fermi e vogliamo solo parlare

-Parlare? Ma li avete sentiti? Qualcuno li sta sentendo o sono il solo?

L’uomo si guardò intorno preoccupato. Aveva attirato l’attenzione di tutti i presenti. Tutti lo guardavano ma quello che vedeva nei loro occhi non era paura, ma pena. Sembrava proprio che gli altri stessero provando compassione per lui anche se non ne capiva il motivo.

-Datemi una mano! Qualcuno mi aiuti

Qualcuno si allontanò affrettando il passo, altri fecero finta di nulla senza riuscire a fingere interesse per quella scena insolita. L’uomo allora cominciò ad avvicinarsi alle altre persone chiedendo aiuto.

-Lei, lei li vede? Mi risponda, non se ne vada… E lei, signorina, non scappi anche lei. Qualcuno sa dirmi perché ce l’hanno con me?

Intanto sentiva le loro voci, le opinioni di quelli che ormai erano solo delle comparse in quella scena teatrale.

Cosa vogliono da lui?

Perché non ne parlano da un’altra parte?

Amore, andiamo via. Saranno fatti loro, non ci impicciamo

Tra tanti posti proprio qui? Non hanno niente di meglio da fare?

E se poi solo sono davvero cattivi?

Non era il solo a vedere quei mostri. Purtroppo però sembrava che gli altri non volessero in nessun modo fare qualcosa per lui. Doveva fronteggiare quei nemici da solo. Fece due passi decisi in direzione dell’arpia che stranamente fece un passo indietro. Riusciva anche lui ad incutere timore in quelle bestie?

-Andate via vi dico. Questo non è il posto per voi!

Fece un altro passo in avanti quando sentì dei passi che si avvicinavano. Un altro essere corse nella loro direzione e si fermò accanto al centauro posandogli una mano sul dorso. Quando girò il volto in direzione dell’uomo, questo si accorse della gravità di quel gesto e subito con entrambe le mani si coprì il volto e si accovacciò a terra. Prima di chiudere gli occhi aveva visto di chi o cosa si trattasse. Aveva il corpo di una donna ma dalla testa al posto dei capelli c’era un groviglio di serpenti. Decine di serpenti che si muovevano aprendo e chiudendo le fauci. Lui sapeva di cosa si trattasse, era una gorgone e il solo sguardo lo avrebbe tramutato in pietra.

Ancora accovacciato cercò di parlare per convincere un’ultima volta quelle bestie immonde a lasciarlo stare.

-Perché? Perché ce l’avete con me? Lasciatemi in pace. Lasciatemi solo!

L’ultima fetta di passanti presenti sul pontile si dileguava verso l’uscita, un silenzio spettrale piombò sulla scena. L’uomo avvertì dei passi avvicinarsi a lui, sempre tenendo le mani sul volto cercò di allontanarsi strisciando sull’asfalto.

Vi prego, andatevene. Andatevene…

Cominciò a piangere a dirotto. Ormai era conscio del destino che lo attendeva. I mostri sembravano non ascoltarlo ed avanzavano in silenzio verso di lui. Sentì altri rumori più veloci, come qualcosa che strisciava. Aprì un piccolo spiraglio tra le dita in modo da vedere meglio. Ormai era spacciato e la curiosità stava prendendo il sopravvento.

Vide due figure, più piccole, che avanzavano. Vedeva i loro sorrisi stampati sui volti innaturali. Il corpo da bambine e la coda di serpente, due echidne gli strisciavano incontro, lo deridevano. Ormai era alla loro mercé, non poteva fare altro che deporre le armi e abbracciare il fato, per quanto tremendo fosse. Tolse le mani dagli occhi e guardò per l’ultima volta le creature che aveva davanti. Erano in fila, l’una accanto all’altra e lo guardavano con sguardo serio e preoccupato. L’arpia, il centauro e la gorgone, mentre le altre due piccole creature continuavano a girare in tondo. Richiuse gli occhi attendendo il braccio della morte.

Quello che sentì subito dopo però non era una minaccia. Avvertì il tocco di una mano sulla sua spalla. Come una carezza, un gesto che cercava di incutere sicurezza più che terrore. Riaprì gli occhi e finalmente li vide.

I mostri che prima erano davanti a lui non c’erano più, al loro posto c’erano delle persone. Erano intorno a lui e gli sorridevano tristemente. Un uomo, due donne e due bambine. Non li riconobbe subito, era ancora sotto shock, ma fu quella prima frase detta da una delle donne a risvegliare la memoria.

-Papà, siamo qui con te. Andrà tutto bene

Fu in quell’istante che li riconobbe. I suoi figli Laerte, Olimpia e Tea, le sue nipoti Grazia e Noemi. Erano lì per lui e quando capirono che lui li aveva finalmente riconosciuti lo abbracciarono con forza. Fu una scena molto commovente, i pochi estranei presenti non poterono fare a meno di trattenere le lacrime per quella che era chiaramente una tragedia familiare sfiorata.

I figli ritrovati dell’uomo lo aiutarono ad alzarsi e lo fecero sedere su una delle panchine. Le bimbe ignare della serietà della situazione continuavano a giocare tra loro e correre in direzione del nonno abbracciandolo con affetto. L’uomo ormai rinsavito ripercorreva gli sguardi dei suoi cari, delle uniche persone al mondo che gli erano vicino. Avrebbe tanto voluto scusarsi con loro, avrebbe voluto trovare le parole giuste per far capire quanto era afflitto per le preoccupazioni che gli stava dando. Ma loro non erano più bambini, capivano come si sentiva e senza parlare gli fecero intendere che tutto si era risolto e quella era la cosa importante.

-Andiamo a casa. Hai bisogno di riposarti

-Tra poco le temperature si abbasseranno e non ti farà bene. Aggrappati a me

-Nonno! Nonno! E’ vero che starai un po’ con noi a giocare?

-Bimbe non fatelo affaticare. E’ molto stanco ed ha bisogno di riposo

L’uomo fece come gli era stato consigliato. Si alzò e accettò l’aiuto della figlia più piccola. Ancora non riusciva a dire una parola, mentre un’ultima lacrima scendeva sul volto rigato dalle rughe.

Qualche metro più distante una giovane coppia guardava l’epilogo della toccante scena. La ragazza con la voce rotta dall’emozione chiese al ragazzo cosa ne pensasse.

-Chissà chi sono quelli lì. Per un momento ho pensato che l’anziano potesse buttarsi in acqua

-Per fortuna non è successo nulla. Sai chi è quel signore?

-No. Lo conosci?

-Non personalmente, ma so che è un docente universitario di storia antica. E’ stato il professore di mio cugino Arnaldo. Mi ha sempre detto che tutti gli studenti erano affascinati quando spiegava in aula. Ora non è che l’ombra di sé stesso

-Che gli è successo?

-La moglie era malata da tempo. Pensa che si è ritirato dall’insegnamento per starle vicino. Ed è servito, sai? Lei stava meglio finché lui le teneva compagnia. Poi, sai com’è in questi casi, da un giorno all’altro se n’è andata. Da quel giorno so che lui non è più lo stesso. Hanno provato a convincerlo a ritornare al lavoro per distrarsi ma è stato inutile. C’è chi dice che il dolore forte lo ha spinto a… vedere delle cose. Non so se è vero, ma sembra che si sia chiuso in un mondo tutto suo, fatto di creature fantastiche della mitologia greca. La Grecia era il suo pallino, suo e della moglie. Amavano la storia greca, forse per lui rivivere la magia del mito è il modo di proteggersi dalla triste realtà in cui si trova adesso. Senza la donna che ha sempre amato, solo

-Meno male che ci sono i figli con lui. Sembravano davvero affezionati a lui

-Già. Meno male

I due ragazzi si abbracciarono mentre l’ultimo raggio di sole scompariva dietro l’orizzonte ed il rumore di un tuffo proveniva dalla superficie del mare.

16 Luglio 2004

Giuliano era disteso a terra, la testa e il braccio sinistro gli facevano un male tremendo. Aprì gli occhi ma si rese conto che intorno era tutto buio. La guancia era appoggiata su qualcosa di viscido ma non riusciva a capire cosa. Si alzò ancora dolorante, guardò in alto e vide una luce provenire da una piccola feritoia. Fece un respiro profondo ma dovette tossire quando gli arrivò un puzzo disgustoso nelle narici. Ci mise qualche secondo per ricollegare insieme i pezzi e capire dove si trovasse. Un ricordo confuso, poi la consapevolezza. Era un una fogna.

Era successo tutto qualche minuto prima. Stava passeggiando per i Quartieri Spagnoli come quasi ogni giorno in quell’estate. La scuola era finita già da un pezzo e lui passava le giornate uscendo fuori da quel mondo così complesso e così diverso da lui per riversarsi sulle arterie principali della sua città. Quel quartiere non gli somigliava per niente. Non che lo odiasse, si intende. C’erano tantissime brave persone che incontrava ogni giorno, sorrisi che gli mettevano allegria. Anche il folklore e la caratterizzazione di quel luogo gli piaceva, ma purtroppo c’era sempre una nota negativa. L’ignoranza. Il vero male di quel posto, secondo lui, partoriva ogni giorno nuovi mostri. Già durante l’anno scolastico non era facile convivere in una classe piena di bulli. Magari erano cani che abbaiavano ma non mordevano, ma lui non era alla loro altezza, o meglio ancora, alla loro bassezza. Giuliano era un animo gentile, innocuo. Forse era proprio quella sua innocenza che spaventava gli altri e tirava fuori la parte peggiore di loro. Lui andava avanti evitando le provocazioni, gli sfottò. Finita la scuola la storia si ripeteva, c’era sempre qualcuno in giro con il suo branco che continuava a prenderlo in giro. Quella cicatrice sul labbro, quella deformazione con la quale era nato, era solo il pretesto per vomitargli addosso la loro rabbia adolescenziale.

Anche quel giorno la storia si ripeté, Giuliano era diretto verso Via Toledo quando il solito gruppo di bulli stava perdendo tempo sui motorini riscaldati da un sole estivo. Lo videro e iniziarono a punzecchiarlo.

-Eccolo, ragazzi. E’ arrivato il mostro

-Bene, il padre lo ha lasciato uscire dalla gabbia stamattina?

Giuliano come sempre abbassava lo sguardo e continuava a camminare senza curarsi degli altri. Quella mattina però era diverso. Forse il caldo afoso, forse la voglia di sperimentare qualcosa di nuovo, il branco decise di reagire a quell’assenza di reazione. Si alzarono e gli bloccarono la strada.

-Ma che c’è, non vuoi parlare con noi? Hai paura?

La vittima continuava a rimanere in silenzio e guardare altrove.

-Sto qua, guardami quando parlo. Ti credi migliore di me che non rispondi?

-Io non…

Giuliano non sapeva che cosa dire, voleva solo che quegli idioti si spostassero e lo facessero passare.

-”Io non” cosa? Ragazzi questo sta provocando

Uno di loro gli si parò davanti spingendo il petto contro il suo. Di contro Giuliano per proteggersi alzò le braccia e con le mani cercò di spostarlo all’indietro.

-Avete visto? Mi ha messo le mani addosso. Ora hai superato il limite

Era quella che gli altri aspettavano. Un pretesto per fare a botte. Partì il primo con uno schiaffo sul volto, poi un calcio sulle gambe lo fece cadere a terra. In quella posizione non poteva fare nulla, gli erano addosso e continuavano ad offenderlo mentre lo percuotevano con calci e pugni. Poi uno di loro ebbe un’idea macabra.

-Alziamolo, ragazzi. Prendiamolo e buttiamolo lì dentro

Indicò un tombino mezzo aperto, probabilmente quella mattina era previsto un lavoro nelle fognature. Lo alzarono di peso, Giuliano era confuso e non capiva nulla. Poi lo gettarono nel buco e insieme spostarono il pesante tombino in ferro per chiuderlo. Da sotto il ragazzo sentiva le loro risate mentre perdeva i sensi.

Fu solo grazie all’aiuto dei tecnici dell’impresa di drenaggio che Giuliano uscì fuori di lì. Il gruppo di bulli non c’era più ma una folla si era già riunita quando qualcuno sentì la voce di un ragazzo provenire da sotto l’asfalto. Ci fu chi si offrì di aiutarlo ma era stato colpito nel profondo e aveva solo voglia di tornare a casa e lavarsi. Quell’odore lo accompagnò fino a casa, era da solo. Andò sotto la doccia, le lacrime si confondevano con l’acqua che veniva giù dal sifone. Perché gli succedeva quello? La vita non era stata già abbastanza dura con lui dopo la morte della madre? Ma lui sapeva che la colpa non era della vita, era colpa dell’ignoranza che faceva da padrona in quel luogo. Si asciugò e si rivestì. Stava per infilare una maglietta quando davanti allo specchio notò qualcosa. Sul lato sinistro del petto c’era un segno di forma circolare. Provò a sfregarlo ma non andava via. Ritornò nel bagno per provare a toglierlo con il sapone ma nulla. Guardò meglio quel segno, era un cerchio perfetto e sembrava fatto con inchiostro. Più lo guardava più sembrava un tatuaggio, ma come poteva essere? Non c’era nessuna spiegazione plausibile. Stava scervellandosi per capire cosa fosse successo quando sentì il rumore della serratura che si apriva.

-Giuliano sono io, sono tornato. Tutto bene?

Era suo padre. Il rapporto tra i due non era dei migliori, come in tutte le famiglie in cui abita un adolescente. Dal giorno della morte della madre di Giuliano le cose erano peggiorate. Entrambi stavano male ma facevano la guerra a chi stava peggio. Il dialogo tra i due era ridotto ai minimi termini e buona parte della colpa era del ragazzo, lo sapevano entrambi. Il padre entrò nella stanza del figlio.

-Tutto bene Giuliano? Si sente una puzza terribile nel bagno, cosa è successo?

-Niente pà

-Nient’altro da dire? Non ti sto giudicando, voglio solo parlare. Cos’è quel livido sulla faccia?

-Si bussa prima di entrare

Giuliano chiuse la porta in faccia al padre. Lui non si arrabbiò, aveva smesso tempo prima quando con la dipartita della moglie se n’era andata anche la forza di affrontare ogni giorno.

Il resto della giornata fu anonimo come sempre, erano come due estranei sotto lo stesso tetto. La sera cenarono in silenzio e velocemente. Giuliano fu il primo a lasciare la cucina andando a rifugiarsi nella propria stanza. Chiuse la porta e si guardò allo specchio. Si tolse la maglia a continuò ad interrogarsi su quello strano segno. Lo stava fissando quando all’improvviso comparve una figura all’interno del cerchio. Con spavento si allontanò dallo specchio, poi guardò di nuovo il petto. All’interno del cerchio era disegnato il profilo di un leone. Cominciò a tremare, quello che stava vivendo era un vero e proprio incubo. Stava quasi per urlare quando all’improvviso sentì qualcosa dentro di lui che lo tranquillizzava. Non erano parole, erano ricordi. Chiuse gli occhi e quando li riaprì il suo sguardo era diverso. Uscì dalla stanza e salutò il padre.

-Io esco, ho un conto da regolare

-Che significa Giuliano? E’ tardi, sono le undici e mezza

-Niente, non preoccuparti. Non farò troppo tardi

Chiuse la porta senza aspettare  la risposta del padre e uscì di casa. A passo sostenuto e senza fermarsi percorse la strada che portava a Piazza dei Martiri. Si fermò e perlustrò la zona, poi guardò verso un bar e li riconobbe. Erano i ragazzi che quella mattina gli avevano giocato quel brutto scherzo, stavano parlando e ridendo seduti ad un tavolino. Probabilmente stavano parlando proprio di lui in quel momento. Si avvicinò spavaldo.

-Ciao ragazzi, come state? Che bello trovarvi qui stasera tutti insieme

-Eccolo qui, stavamo proprio parlando di te. Forse non ti è bastato quello che ti abbiamo fatto stamattina

Giuliano si girò e prese a camminare verso l’obelisco al centro della piazza. Gli altri si alzarono per inseguirlo, colpiti nell’orgoglio perché lui aveva dato loro le spalle. Aveva gettato l’amo e i pesci non tardarono ad abboccare. Giuliano si fermò e li fissò, loro fecero altrettanto. Poi alzò le braccia, gli occhi si girarono all’indietro mostrando solo un bianco spettrale. Il branco stava per aggredirlo quando dovettero bloccarsi di colpo. Alle spalle del ragazzo apparve qualcosa di incredibile. Improvvisamente le quattro statue dei leoni presero vita. Si mossero lentamente scrollandosi di dosso alcune pietre, poi avanzarono e girarono intorno a Giuliano. Gli altri assistevano alla scena a bocca aperta ma senza il coraggio di dire una parola. Poi Giuliano li indicò e le belve di roccia attaccarono.

Durò pochi attimi, i quattro leoni piombarono addosso ai ragazzi spaventati. Affondavano le loro zanne di pietra nei loro corpi provocando una morte istantanea. Con i loro artigli dilaniavano i muscoli di quelli che prima erano piccoli boss sicuri di loro. Ne rimase solo uno, si era accucciolato a terra mentre dai pantaloni fuoriusciva un liquido puzzolente. Giuliano gli si avvicinò, poi parlò con voce ferma.

-Siete solo i primi. La vostra stirpe non vedrà mai la luce

Poi si girò e camminò lentamente. Uno dei leoni si accanì sulla preda staccandogli la testa con un morso. Poi di colpo le statue ripresero il loro posto nella posizione in cui erano sempre state al centro della piazza.

Giuliano ritornò a casa, il padre era già andato a dormire. Entrò nella sua cameretta, chiuse la porta e si buttò sul letto. Si addormentò all’istante, in un sonno senza incubi.

Il mattino successivo si alzò senza alcun ricordo della sera precedente. Il padre stava già facendo colazione mentre al TG parlavano di una carneficina che si era verificata in Piazza dei Martiri. Dopo colazione scese di nuovo in strada, quella mattina non c’era nessuno a rompergli le scatole. Passeggiò per Via Toledo guardando le vetrine dei negozi poi all’improvviso si fermò. Di nuovo quella strana sensazione interiore, di nuovo quella presenza che gli faceva vedere scene di una vita che non era la sua. Portò la mano sul petto, sentì uno strano calore sul lato sinistro. Non ci badò più di tanto, prese a camminare in direzione dei Quartieri Spagnoli, percorse strade strette che non aveva mai attraversato prima di allora. Vicoli bui dove il sole si presenta solo per pochi secondi al giorno e l’oscurità è amica degli affari loschi di certa gente. Giuliano camminava senza sosta fino a trovarsi davanti ad un palazzo. Il portone era chiuso. Posò la mano sulla maniglia e con una forza sovrumana la aprì rompendo la serratura.

Nell’atrio del palazzo c’era una telecamera di sicurezza, attraverso quella un gruppo di persone poteva tenere costantemente sotto controllo l’edificio da malintenzionati e soprattutto dalle forze dell’ordine. Il palazzo era completamente disabitato a parte l’ultimo piano. Lì c’era l’appartamento dove si riunivano gli uomini del clan che comandava quella zona e proprio quella mattina erano tutti presenti per parlare di affari. Quando gli scagnozzi di guardia avvisarono quello che avevano visto nei monitor collegati alle telecamere, tutti si alzarono ed impugnarono le proprie pistole. Si girarono tutti verso la porta ancora chiusa, chiunque fosse arrivato nel palazzo sarebbe passato da quella per entrare. I secondi passavano ma nessuno varcava l’ingresso, erano tutti tesi. Poi, all’improvviso la porta si aprì. Il calcio dato da Giuliano aveva rotto i cardini e la porta volò per la stanza andando a finire contro tre uomini. Gli altri cominciarono a sparare verso l’ombra ancora ferma sotto l’arcata della porta. Ma quell’ombra era immobile e stranamente non cadeva a terra. Quando i caricatori furono scarichi la figura avanzò e tutti la videro. Aveva il corpo di un ragazzo, la maglietta era tutta bucata a causa dei proiettili. Il volto però non apparteneva a qualcosa di umano. Il muso era quello di un ovino, aveva le orecchie a punta e dalla fronte spuntavano due corna a spirale. Non ebbero il tempo di proferire una parola che quell’essere li attaccò con una furia cieca. Con una velocità incredibile caricava con la testa scaraventandoli in aria, ogni volta che le corna si abbattevano su di loro si sentiva un rumore disgustoso di ossa che si rompono. In pochi secondi tutti i malviventi erano a terra. Morti. L’essere li guardò distesi, inermi, poi disse un’unica frase.

-Anche la vostra dinastia è finita

Poi andò mentre andava via da quel luogo i suoi tratti diventarono di nuovo umani. Giuliano ritornò a casa. Tolse la maglietta e la gettò nell’immondizia, poi a torso nudo si guardò allo specchio. Accanto al tatuaggio a forma di leone era presente un altro che rappresentava il profilo di una capra. Fece una doccia, si cambiò e si rimise a letto.

Quando si svegliò era già sera. Si alzò dal letto pensando a cosa fosse successo quella mattina ma i ricordi erano vaghi, solo di una passeggiata per il centro poi più niente. Uscì fuori al balcone per prendere un po’ d’aria. Lo sguardo era rivolto a quei palazzi così vicini tra loro. Sembravano un’unica struttura, non c’era spazio tra un’abitazione e un’altra. Quel paesaggio così caratteristico, così bello eppure così difficile. Lo amava e lo odiava, era la sua casa eppure voleva tanto che fosse diversa. Da lontano si sentivano le parole di una canzone id Pino Daniele, di quelle che provocano emozioni difficili da descrivere. Con il cuore pieno di malinconia rientrò. Pensò a sua madre, come sempre.

Pensò al suo sorriso, alle parole dolci quando aveva paura, al modo tutto suo di tirarlo su. Come quando era chiuso in quella cameretta, chino sui libri illuminati dalla luce della piccola lampada sulla scrivania. In quei momenti entrava sua madre in punta di piedi, senza farsi sentire. Giuliano se ne accorgeva per il profumo del dono che portava. All’improvviso sentiva un buon odore di cioccolato, si girava e la vedeva con in mano una tazza di cioccolata calda. Niente di più bello di quell’immagine, del sorriso di lei che era stata “scoperta” e gli porgeva la tazza ancora fumante. Poi un abbraccio forte, di quelli che riesci a sentire il battito dell’altro, e un bacio sulla fronte. Tutto l’occorrente per riprendere a studiare serenamente. Una carica vitale.

Ora quella stanza sembrava vuota senza lei che entrava. La casa intera sembrava vuota anche se due persone la abitavano. Ma quelle due persone si allontanavano sempre di più, li univa soltanto il dolore per la stessa perdita. Ma a volte anche se il dolore è lo stesso, la rabbia e l’orgoglio possono fare più male. Giuliano sentì di nuovo il rumore della serratura, suo padre era appena rientrato. In silenzio, come sempre. Un uomo invisibile ai suoi occhi solo perché troppo fragile. Il ragazzo rimase chiuso nella sua camera fino alla cena.

Quella sera a tavola il silenzio era rotto solo dalla voce nella TV. Il telegiornale parlava dell’ennesima carneficina, stavolta nel loro quartiere.

“Ancora non sono chiare le dinamiche dell’accaduto. Una decina di morti all’interno dell’appartamento, le vittime erano già note alle forze dell’ordine…”

-Viviamo in un mondo terribile, Giuliano. Storie del genere non dovrebbero sentirsi

-Perché? Erano malviventi, qualcuno ha fatto quello che dovrebbe fare la polizia

-Non dire così. Non è con la violenza che si risolve tutto

-Ah, no? E con cosa allora? Restandosene zitti? O meglio, denunciandoli? Poi così ogni giorno non puoi uscire di casa perché ti stanno aspettando e fai tu quella fine

-Non hai torto, ma il nocciolo della questione è uno solo. Finché lo faranno in pochi non servirà a nulla. Finché ci sarà sempre paura di certa gente loro vinceranno sempre

-E come si fa a dare coraggio alle persone per bene? E’ impossibile papà. Forse serve mettere loro paura come loro ne mettono a noi. Forse quello che sta succedendo ora serve più di ogni iniziativa pacifica

-Non lo so Giuliano. So solo che lì fuori sembra sempre più pericoloso. Quando abbiamo pensato di mettere al mondo un figlio sapevamo che Napoli era una città difficile, ma ora le cose sembrano peggiorare. Quando io e…

-Su, dillo. Non fermarti

-Ok. Quando io e tua madre ti abbiamo avuto con noi parlavamo spesso di questo. Di come avremmo dovuto essere dei bravi genitori per darti il buon esempio. Non avremmo permesso che nostro figlio diventasse cattivo. Ora ti sento parlare in questo modo e penso che magari abbiamo sbagliato. O forse sono solo io che ho sbagliato. Da solo è difficile

Poi abbassò la testa per non farsi vedere piangere. Giuliano non poteva non provare tenerezza per lui. Non era facile portare avanti una famiglia senza una donna forte come era sua madre. Voleva tirarlo su di morale ma non trovava la forza di abbracciarlo. L’ultima volta forse era stato proprio ai funerali della madre.

-Non fare così. Guarda che io sono contro quei delinquenti. Sono contro il loro fare da presuntuosi, i loro modi da padroni del mondo. E’ solo che, non so, a volte vorrei che non esistessero più. Dai, sparecchio io, tu vai a riposarti sul divano

-Grazie Giuliano

Era la conversazione più lunga che avevano avuto da mesi, per la prima volta suo padre aveva tolto la sua armatura fatta di silenzio e paura e si era mostrato per com’era. Giuliano gli diede una mano in cucina mentre il padre si andò a sedere sul divano facendo zapping. Si distese e nel silenzio di quelle pareti si addormentò. Il ragazzo gli passò vicino e se ne accorse. Vedendolo così gli veniva in mente il ricordo di quando era piccolo, suo padre faceva finta di dormire poi quando lui si avvicinava spalancava gli occhi e lo faceva ridere. Chissà perché proprio quella sera riusciva a ricordare momenti passati con lui, di solito gli venivano in mente solo quelli passati con la madre. Stava per andare di nuovo nella sua camera quando si fermò. Di nuovo quel bruciore al petto. Andò in bagno e rimase a torso nudo, vicino ai due tatuaggi se ne stava formando un altro. Un altro cerchio, all’interno una testa di serpente. Fissò il suo sguardo nello specchio, poi sorrise.

-Certo, ne manca ancora uno

Senza fare rumore uscì di casa. Arrivò in strada e alzò lo sguardo. La voce interiore gli parlò ancora, gli indicava la strada da percorrere.

-Va bene. Stavolta ce ne sarà uno solo, ma non sarà meno doloroso

L’oscurità dei vicoli lo aiutava, camminava senza dare nell’occhio verso la sua destinazione. Si fermò quando arrivò davanti ad una saracinesca abbassata, lui sapeva chi si trovava dall’altro lato.

Nel garage c’era un solo uomo, aveva appena parcheggiato l’auto e stava per rientrare a casa. Agli occhi di tutti poteva sembrare una persona qualunque, in realtà nascondeva un segreto. Era un ricettatore. Ogni giorno incontrava i suoi “clienti” e faceva affari sugli oggetti rubati. Di solito erano piccoli ladri disposti a prendere qualsiasi cosa pur di farsi pagare il minimo per una dose di droga. Alcune volte ci guadagnava parecchio, gli capitavano sotto mano delle reliquie di grande valore pagate pochi spiccioli. Quella sua attività era però nascosta al pubblico come a sua moglie, durante il giorno lavorava all’interno di una piccola bottega di detersivi. La sera invece di solito faceva i suoi veri affari. Quella sera stava proprio rincasando da un appuntamento con uno dei peggiori ladri quando sentì dei rumori. Qualcuno stava battendo le mani sulla saracinesca. Si allarmò ma riuscì a tenere il sangue freddo.

-Chi è? Che volete?

I rumori continuavano nella stessa cadenza.

-Ma chi è? ‘A vuò f’rnì?

Nessun effetto, chiunque lo stesse provocando non la smetteva.

-Devo aprire? Devo venire fuori e farti male?

Finalmente dall’altro lato il rumore era cessato. L’uomo stava compiacendosi della sua vittoria quando sentì un rumore di ferro che si piega. Con sgomento vide che la saracinesca si stava alzando, dall’altro lato qualcuno la stava forzando con le sole mani. Stava per andare incontro a quello che sembrava un ragazzino quando questo alzò la mano per fermarlo. L’uomo si bloccò, ma non per il comando che gli era stato imposto. Si bloccò nel momento in cui vide qualcosa uscire fuori dalle maniche della maglia di quel ragazzo. Qualcosa strisciò fuori. Uno, due, decine di serpenti fuoriusciti dalla manica di Giuliano cadevano a terra e si dirigevano verso la loro preda. L’uomo cercò di mettersi in salvo all’interno dell’auto ma gli animali erano troppo veloci e subito gli bloccarono i piedi. Mentre alcuni stringevano le caviglie altri salivano lungo le gambe e mordevano ogni parte del suo corpo. Il veleno penetrava velocemente nelle sue vene, era bloccato e non poteva più muoversi. Il suo corpo si deformava sotto la stretta nelle spire dei serpenti. Morì nel silenzio più assoluto, i serpenti lo lasciarono e guardarono il loro padrone in attesa di un suo comando.

-Avete ragione. Lui non era l’ultimo della sua stirpe. Salite e fate quello che dovete fare

I serpenti si voltarono e si infilarono sotto una porta chiusa. Salirono le scale ed arrivarono all’appartamento dove abitava l’uomo. Strisciarono fino in camera da letto, c’era una donna che dormiva. Non si accorse di cosa stava succedendo. Gli animali la uccisero all’istante mordendola su tutto il corpo. Specialmente su quella pancia più pronunciata che raccoglieva una nuova vita.

Giuliano attese in silenzio che si compì l’ultimo sacrificio. I serpenti tornarono da dove erano usciti. Nel silenzio della notte il ragazzo camminò fino a casa in uno stato di trance. Quando aprì la porta c’era suo padre ad attenderlo. Sul volto una maschera di preoccupazione.

-Dove sei stato Giuliano? Mi sono addormentato sul divano e quando mi sono svegliato non c’eri. Rispondimi, ti prego

-Papà io…

-Dimmi amore della mia vita. Puoi parlare apertamente. Non sono arrabbiato con te, sono preoccupato e voglio solo aiutarti

-Papà, io non lo so. Non so dov’ero

-Ok, va bene. Ora sei qui, va tutto bene

-Ti prego papà, abbracciami. Abbracciami forte perché non so più cosa si prova

Il padre non se lo fece ripetere due volte. Prese il figlio e lo strinse tra le braccia. Piangevano entrambi ma questa volta l’uno sulla spalla dell’altro. Quella sera si sentirono più uniti, fu l’inizio della loro riappacificazione.

Quella sera Giuliano fece una doccia per togliersi di dosso i brutti pensieri. Non era come per le altre volte, non piangeva e non era triste. Aveva una sensazione di soddisfazione che gli dava piacere. Uscì dalla doccia, pulì con la mano il vetro appannato dello specchio e si guardò. Aveva delle piccole macchie rosse sul petto, nient’altro. I tatuaggi erano spariti così come il ricordo di averli avuti in quei due giorni.

1 Gennaio 2018

Capodanno a Napoli, il giorno più atteso dalla stragrande maggioranza della città.

Tutti si preparano da giorni, tutto deve essere organizzato per la sera del 31, niente deve essere trascurato. Fiumi di persone che si riversano in strada per comprare di tutto: festoni, pesce, frutta secca, botti. Esatto, botti, non fuochi d’artificio. A Napoli il nuovo anno si saluta con rumore più che con le luci. Chiunque in questa città sa che se deve scendere da casa deve farlo ben prima di mezzanotte o dopo l’una o le due, quando gli ultimi botti sono esplosi e la nebbia dovuta al fumo dei fuochi d’artificio e alla condensa dell’umidità invernale inizia a diradarsi. In quasi tutte le case è così, ma non in quella di Giuseppe.

Giuseppe vive nei Quartieri Spagnoli, da solo. Ha deciso di andarsene da casa dei suoi da quando ha iniziato a lavorare a Napoli, per essere più vicino all’ufficio la mattina. Lui è della provincia e spostarsi ogni giorno fino a Napoli centro può essere un incubo per chi non è abituato. Quel capodanno ha deciso di passarlo da solo per un motivo molto preciso. E’ uscito da una relazione stabile soltanto da alcuni giorni. Prima del pranzo di Natale la ragazza ha deciso di rivelargli finalmente che gli ultimi anni insieme lei non l’amava e che lo tradiva regolarmente. Una caduta nello sconforto per il povero Giuseppe che lo avevano portato a convincersi di passare il resto delle ferie invernali da solo a Napoli. Poca voglia di farsi vedere in giro, figurarsi a casa dalla famiglia di origine.

Aveva cenato, aveva già finito di ascoltare tutte le playlist su Spotify (quelle tristi, prevalentemente ballad ma soprattutto Marco Masini che in queste situazioni sa dare una mano) e ora non sapeva cosa fare. Erano appena le 23:15, ci voleva ancora tempo prima di dare l’addio a quell’anno sfigato e sperare nel nuovo. Poco male, di alternative non ce n’erano quindi tanto valeva uscire.

Era all’ultimo piano, scendendo la rampa di scale ad ogni pianerottolo riusciva a riconoscere le portate. Baccalà fritto, sughetto di pesce e frutti di mare, agrumi, caffè. Arrivò al piano terra che le sue narici erano ormai sazie. 

Strinse di più la sciarpa, l’aria era diventata parecchio umida e aveva paura di prendere un mal di gola. Sbuffò l’aria fuori, diventò subito una nuvola chiara. Gli venne voglia di fumare, aveva smesso per Valentina da anni. Una ragione in più per ricominciare.

Uscì fuori dai Quartieri Spagnoli verso Via Toledo. C’era pochissima gente in giro ma sapeva che di lì a poco non sarebbe stato così solo. Si avviò verso una tabaccheria per comprare le sigarette al distributore automatico. Un pacchetto di Marlboro può bastare, se si deve ricominciare bisogna farlo bene. La prima boccata gli fece pensare che forse non era una buona idea ricominciare a fumare. La seconda boccata invece andò meglio, forse era proprio un’ottima idea.

Passeggiò un po’ verso la Galleria Umberto. Di solito lo metteva di buon umore camminare sotto la volta di ferro e vetro, era immerso nei suoi pensieri quando sentì un canto. Era sicuramente la voce di una ragazza, era sorpreso di come l’effetto eco delle volte della galleria riuscissero ad amplificare la dolcezza di quel suono. Si girò in tutte le direzioni e finalmente riuscì a vedere il profilo della ragazza che canticchiava, appena prima di uscire dall’ingresso di Via Santa Brigida. Non sapeva per quale motivo, ma prese a correre per inseguire la ragazza. Nessun pensiero sconcio, voleva solo dare un volto a quella voce. Uscì dalla galleria, ma stranamente non vide nessuno. Destra o sinistra? Dopo pochi secondi optò per dirigersi verso sinistra, fece un bel po’ di strada ma niente. Forse era dall’altro lato, fece la strada a ritroso per andare nell’altra direzione. Nulla.

Si diede del cretino per aver agito così d’impulso. Cosa pensava di ottenere? Conoscere una bella ragazza per dimenticare l’amaro in bocca lasciato da Valentina? E se non fosse stata una bella ragazza? Era riuscito soltanto a vedere la sagoma. Abbastanza alta, longilinea, capelli neri. Vestita come milioni di persone in quella città, un jeans ed una maglietta nera, nessun tratto distintivo.

Intanto erano da poco passate le 23:30 ed aveva appena deciso che avrebbe evitato i punti più affollati: Piazza del Plebiscito, tratto pedonale del lungomare, Castel dell’Ovo. Se iniziava a camminare subito poteva spostarsi verso il tratto di lungomare più lontano in modo che a mezzanotte fosse ben lontano dalla calca e godersi lo spettacolo pirotecnico fuori dall’epicentro. Si mise subito in cammino disturbato dalla vibrazione in tasca del suo cellulare. In quella mezz’ora prima della mezzanotte di solito arrivano migliaia di messaggi, ancora di più contando il numero di persone preoccupate per il suo stato d’animo. Meglio spegnerlo allora, quella sera nessuno lo avrebbe disturbato dal suo piccolo momento di pace.

Percorse il lungomare liberato e si ritrovò alla fine della villa comunale. Era mezzanotte e Napoli iniziava ad illuminarsi a giorno, mentre il rumore assordante dei botti la accompagnava verso un nuovo anno.

Si sedette rivolto verso il mare, con le gambe penzoloni sugli scogli. Tutti in quel momento erano in compagnia, lui ora era solo, escludendo i mille pensieri nella sua testa. Fece un sospiro profondo quando sentì dietro di lui una voce.

-Non vuoi mica buttarti sotto?

Lì per lì non si girò, non aveva voglia di iniziare una conversazione.

-Guarda che te lo dico perché non moriresti, è troppo basso e poi ci sono gli scogli. Al massimo ti faresti qualche contusione leggera. Sempre che non ci siano topi a sbranarti

Fu a quel punto che si girò, gliene avrebbe dette quattro, su come potersi riprendere quei suoi bei consigli e ficcarseli su per il culo, ma appena si girò rimase di pietra. Davanti a lui c’era una ragazza alta, longilinea, capelli neri e vestita con un jeans e maglietta nera. Ed era bellissima. Non riuscì a dire niente per qualche secondo.

-Ma tu sei la ragazza che cantava in galleria

-E’ questo il tuo modo di approcciare? Dire qualcosa di scontato ad una ragazza che vedi la prima volta?

-Ma no, davvero. Ti ho sentita canticchiare prima mentre camminavo nella Galleria Umberto. Ho provato a seguirti ma mi sei sfuggita di vista

-Ah, bene, quindi sei uno stalker?

-No, no, scusa. Ricominciamo daccapo, ok? Allora, non sto cercando di buttarmi, voglio solo schiarirmi le idee. Ecco tutto

-Ok, ti lascio solo allora. Passavo di qui e pensavo di essere d’aiuto. Come vuoi

La ragazza si allontanò. Pochi passi e riprese a canticchiare un motivetto. Giuseppe era come ammaliato, in un attimo pensò che l’anno era appena iniziato e forse quello era il segnale di cui aveva bisogno. Forse qualcuno che manovrava i fili dal cielo aveva fatto in modo che lui incontrasse proprio quella sera una ragazza così bella.

Scese dal muretto e la raggiunse.

-Scusami, sono ancora molto turbato, non volevo che te ne andassi. Tu sei davvero l’unica nota positiva di oggi. In realtà di questa settimana. Non te ne andare

-Wow, stai facendo progressi. Ok, ci sto ma solo se mi offri da bere

Non poteva crederci, la notte stava prendendo una piega davvero inaspettata rispetto a come era partita. Rimase ancora più incredulo quando lei di punto in bianco lo prese per mano e si mise a correre. Era veloce, lui era incollato alla sua mano e cercava di non perdere il passo. Attraversarono la strada rischiando di essere presi dalle auto che inchiodavano all’improvviso e strombazzavano.

Si fermarono in un punto molto affollato del lungomare, fuori ad un bar pieno di ragazzi e ragazze già brilli. Giuseppe aveva il fiatone.

-Bella la corsa, ci voleva. Potevi almeno avvisarmi però

Lei sorrise senza rispondere. Un sorriso che avrebbe fatto innamorare chiunque.

-Non ci siamo nemmeno presentati, non so come ti chiami

-Chi ti dice che io voglia sapere il tuo nome e dirti il mio. Non c’è bisogno di saperlo stasera

Era strana quanto bella, però aveva ragione. Quella sera non sarebbe stata rovinata da qualche etichetta nella conversazione.

-Cosa bevi?

-Acqua, ho una sete…

Spiazzato un’altra volta. Non c’era risposta in quella ragazza che era prevedibile. Prese una bottiglia d’acqua e due bicchieri, lo sguardo scettico del barista e del cassiere del bar non aveva bisogno di spiegazioni. Lei prese la bottiglia e iniziò a camminare verso il Borgo Marinari, incurante della folla intorno. Si fermò sul viale che conduce al Castel dell’Ovo per sedersi sul lato destro a bere.

-Ok sconosciuta, perché non mi parli un po’ di te?

-No, voglio sapere di te. Come si chiama la ragazza che ti ha lasciato?

Eccolo il cazzotto nello stomaco che non ti aspetti. Era una veggente o era lui quello così scontato?

-So che te lo stai chiedendo, ma si vede chilometri di distanza che hai una storia alle spalle finita da poco. Secondo me sei stato lasciato, ci siamo passati tutti. Anche io sono vittima di un grande amore mai corrisposto, anche se sono passati secoli

Ecco, lui era scontato. Forse aveva abbassato la guardia e d aveva dato qualche segnale della sua situazione. Iniziò a parlare senza entrare nei dettagli. Forse aprirsi con lei non era una buona idea, ma non riusciva a smettere. Lei lo guardava seria, pensierosa. Giuseppe non sapeva se in quel momento sembrava più uno sfigato o un amorevole romantico illuso.

La ragazza finì la bottiglia d’acqua, Giuseppe non ricordava di aver bevuto più di un bicchiere. Canticchiò ancora un po’ una strofa della solita canzone poi fece un sorriso cambiando veloce espressione.

-Ti va se saliamo sul Castello?

-Intendi quello? Il Castel dell’Ovo? Sarà chiuso oggi

-Ne vedi qualcun altro in giro? Andiamo

Lo prese ancora per mano e ricominciò a correre. Arrivarono ad un lato del Castello che sembrava più basso.

-Inizio io, seguimi

La ragazza cominciò ad arrampicarsi. Probabilmente lo aveva fatto già altre volte, sembrava la cosa più facile del mondo fatto da lei.

-Su, ti aspetto sopra?

Giuseppe era terrorizzato ed eccitato allo stesso modo. Quella ragazza riusciva a dargli la carica di adrenalina di cui aveva bisogno. Nella sua mente continuò a ripetersi che niente avrebbe rovinato quella serata. Riuscì ad arrampicarsi, l’ultimo tratto fu facilitato dalla mano di lei. Arrivato lassù era senza parole. In lontananza si vedevano ancora i fuochi d’artificio lanciati dall’altro lato del golfo. Da un lato il mare silenzioso e maestoso, nero come il petrolio, da un altro lato una folla di persone che festeggiavano insieme. Era tutto perfetto.

La ragazza lo avvicinò a sè quasi svegliandolo da quell’estasi temporanea e lo baciò con forza. Giuseppe era stordito, ricambiò il bacio e la strinse ancora più forte. Tutta la città era spettatrice di quello spettacolo improvviso.

-Tutti abbiamo avuto un amore che ci ha fatto soffrire. Nel mio caso era un uomo impossibile, distante quanto basta per desiderarlo ma non averlo abbastanza. E non sono l’unica ad aver sofferto per lui. Ma ora è storia vecchia, ed ha avuto ciò che meritava.

Lei si staccò ed iniziò a togliersi le scarpe, Giuseppe rimase un paio di secondi senza muoversi.

-Non è quello che stai pensando, dai facciamoci un bagno”

Ecco un altro colpo di scena inaspettato, la ragazza si spogliò rimanendo coperta solo dall’intimo e si buttò dal parapetto. Giuseppe sentì uno “splash” contenuto. Si affacciò preoccupato, possibile che fosse così matta da lanciarsi da quell’altezza? E non era nemmeno ubriaca. Dall’acqua spuntò la sua testa sorridente che lo salutava. Era bellissima, e lo chiamava urlando di buttarsi

-Dai, non c’è pericolo, l’ho fatto tantissime volte. E’ sicuro!

Poi di nuovo quella cantilena, come resisterle.

Il ragazzo si tolse le scarpe senza pensarci due volte. Non doveva perdere un solo attimo. Si sporse dal parapetto, la distanza non doveva essere così insormontabile se lei c’era riuscita prima. Scavalcò il muretto di pietra e si lanciò.

Per sua sfortuna, almeno così pensava, il piede rimase incastrato in una delle feritoie della facciata e rimase penzoloni a testa in giù. Guardò d’istinto la gamba, poi lo sguardo si rivolse verso la sua amata, sicuramente stava ridendo per la situazione comica che si era venuta a creare.

Niente di tutto questo, lo spettacolo che si parò davanti agli occhi di Giuseppe superava di gran lunga ogni aspettativa ma soprattutto ogni logica. A pelo d’acqua non c’era più la ragazza dei suoi sogni ma un mostro dalle fattezze femminili con la bocca spalancata che si apriva e chiudeva mostrando file di denti lunghi ed appuntiti. Anche la voce melodiosa che prima allietava i suoi timpani era sostituita da un verso immondo, un misto di odio e rabbia che avrebbe fatto impaurire chiunque. Possibile che i suoi occhi non lo stessero tradendo? Non aveva bevuto alcolici per tutta la serata, era l’unico a vedere quel mostro? La prospettiva di quell’angolo del castello faceva in modo che fossero isolati dal resto della città, ignara dello spettacolo orrendo che si stava consumando davanti ai suoi occhi. Era sicuro di vedere un’enorme coda di pesce che si muoveva rabbiosamente nell’acqua. Il mare cominciò ad agitarsi, le onde erano sempre più alte e più rumorose.

-Avanti! Cosa aspetti? E’ me che vuoi ed io voglio proprio te! Lanciati verso di me

La belva continuava ad urlare, sbavando mentre muoveva la bocca sproporzionata. Giuseppe sembrò prendere coraggio e cominciò a dimenarsi per cambiare posizione e risalire la facciata. Sotto di lui quel mostro esigeva il suo sacrificio, era quasi riuscito a far cadere nella sua trappola una vittima innocente e non riusciva ad accettare una sconfitta così fortunosa.

Giuseppe riuscì sgraziatamente a girarsi, sentiva la caviglia muoversi in modo innaturale. Il dolore era forte, ma in quel momento non riusciva a sentire nulla, il suo istinto di sopravvivenza si era finalmente destato ed ora era quasi riuscito a risalire il muro che lo separava dalla salvezza. Ormai era salvo, cadde riverso sul pavimento, si girò a guardare il cielo mentre inspirava boccate d’aria gelida. Non c’erano più nuvole in cielo, c’erano milioni di stelle che lo illuminavano mentre cercava di dare una spiegazione a tutti e resisteva al dolore che iniziava a sentire al piede. Zoppicando si affacciò al parapetto, doveva capire.

Nulla, nell’acqua scura non vide nulla a parte le piccole onde infrangersi sulla barriera di scogli che circonda il Castello. Si girò e si accovacciò a terra. Era tutto finito, ora aveva solo voglia di riaccendere il telefono e chiamare qualcuno.

Erano quasi le tre del mattino quando una figura indistinta riaffiorò dall’acqua per andarsi a posare su uno scoglio dell’isola della Gaiola. Era sola, ma nel giro di qualche minuto fu raggiunta da un’altra figura simile. Era seduta, con la testa bassa. E piangeva.

-Che succede? Perché piangi?

Tutto intorno era calmo, le due sirene parlavano mentre il mare intonava un sottofondo musicale con piccole onde.

-Sono stanca, Leucosia. Stanca. Sono passati secoli, ma non riesco ancora a dimenticarlo

L’altra conosceva benissimo l’uomo di cui parlava. Anche lei ne era ancora vittima.

-Anche quest’anno hai sacrificato un innocente per saziare la tua fame d’amore?

-No! Quest’anno non ci sono riuscita. Maledetto! Ma forse è meglio così. Avrei placato la fame, l’odio, la sconfitta, ma sarebbe stato inutile come è inutile da sempre

-Non possiamo andare avanti così

Partenope riprese a piangere, l’amica l’abbracciò. Erano mostri, o forse erano soltanto vittime di un mostro più grande di loro. Due anime perdute legate dallo stesso male, mentre il Golfo le abbracciava amorevolmente.