1 Gennaio 2018

Capodanno a Napoli, il giorno più atteso dalla stragrande maggioranza della città.

Tutti si preparano da giorni, tutto deve essere organizzato per la sera del 31, niente deve essere trascurato. Fiumi di persone che si riversano in strada per comprare di tutto: festoni, pesce, frutta secca, botti. Esatto, botti, non fuochi d’artificio. A Napoli il nuovo anno si saluta con rumore più che con le luci. Chiunque in questa città sa che se deve scendere da casa deve farlo ben prima di mezzanotte o dopo l’una o le due, quando gli ultimi botti sono esplosi e la nebbia dovuta al fumo dei fuochi d’artificio e alla condensa dell’umidità invernale inizia a diradarsi. In quasi tutte le case è così, ma non in quella di Giuseppe.

Giuseppe vive nei Quartieri Spagnoli, da solo. Ha deciso di andarsene da casa dei suoi da quando ha iniziato a lavorare a Napoli, per essere più vicino all’ufficio la mattina. Lui è della provincia e spostarsi ogni giorno fino a Napoli centro può essere un incubo per chi non è abituato. Quel capodanno ha deciso di passarlo da solo per un motivo molto preciso. E’ uscito da una relazione stabile soltanto da alcuni giorni. Prima del pranzo di Natale la ragazza ha deciso di rivelargli finalmente che gli ultimi anni insieme lei non l’amava e che lo tradiva regolarmente. Una caduta nello sconforto per il povero Giuseppe che lo avevano portato a convincersi di passare il resto delle ferie invernali da solo a Napoli. Poca voglia di farsi vedere in giro, figurarsi a casa dalla famiglia di origine.

Aveva cenato, aveva già finito di ascoltare tutte le playlist su Spotify (quelle tristi, prevalentemente ballad ma soprattutto Marco Masini che in queste situazioni sa dare una mano) e ora non sapeva cosa fare. Erano appena le 23:15, ci voleva ancora tempo prima di dare l’addio a quell’anno sfigato e sperare nel nuovo. Poco male, di alternative non ce n’erano quindi tanto valeva uscire.

Era all’ultimo piano, scendendo la rampa di scale ad ogni pianerottolo riusciva a riconoscere le portate. Baccalà fritto, sughetto di pesce e frutti di mare, agrumi, caffè. Arrivò al piano terra che le sue narici erano ormai sazie. 

Strinse di più la sciarpa, l’aria era diventata parecchio umida e aveva paura di prendere un mal di gola. Sbuffò l’aria fuori, diventò subito una nuvola chiara. Gli venne voglia di fumare, aveva smesso per Valentina da anni. Una ragione in più per ricominciare.

Uscì fuori dai Quartieri Spagnoli verso Via Toledo. C’era pochissima gente in giro ma sapeva che di lì a poco non sarebbe stato così solo. Si avviò verso una tabaccheria per comprare le sigarette al distributore automatico. Un pacchetto di Marlboro può bastare, se si deve ricominciare bisogna farlo bene. La prima boccata gli fece pensare che forse non era una buona idea ricominciare a fumare. La seconda boccata invece andò meglio, forse era proprio un’ottima idea.

Passeggiò un po’ verso la Galleria Umberto. Di solito lo metteva di buon umore camminare sotto la volta di ferro e vetro, era immerso nei suoi pensieri quando sentì un canto. Era sicuramente la voce di una ragazza, era sorpreso di come l’effetto eco delle volte della galleria riuscissero ad amplificare la dolcezza di quel suono. Si girò in tutte le direzioni e finalmente riuscì a vedere il profilo della ragazza che canticchiava, appena prima di uscire dall’ingresso di Via Santa Brigida. Non sapeva per quale motivo, ma prese a correre per inseguire la ragazza. Nessun pensiero sconcio, voleva solo dare un volto a quella voce. Uscì dalla galleria, ma stranamente non vide nessuno. Destra o sinistra? Dopo pochi secondi optò per dirigersi verso sinistra, fece un bel po’ di strada ma niente. Forse era dall’altro lato, fece la strada a ritroso per andare nell’altra direzione. Nulla.

Si diede del cretino per aver agito così d’impulso. Cosa pensava di ottenere? Conoscere una bella ragazza per dimenticare l’amaro in bocca lasciato da Valentina? E se non fosse stata una bella ragazza? Era riuscito soltanto a vedere la sagoma. Abbastanza alta, longilinea, capelli neri. Vestita come milioni di persone in quella città, un jeans ed una maglietta nera, nessun tratto distintivo.

Intanto erano da poco passate le 23:30 ed aveva appena deciso che avrebbe evitato i punti più affollati: Piazza del Plebiscito, tratto pedonale del lungomare, Castel dell’Ovo. Se iniziava a camminare subito poteva spostarsi verso il tratto di lungomare più lontano in modo che a mezzanotte fosse ben lontano dalla calca e godersi lo spettacolo pirotecnico fuori dall’epicentro. Si mise subito in cammino disturbato dalla vibrazione in tasca del suo cellulare. In quella mezz’ora prima della mezzanotte di solito arrivano migliaia di messaggi, ancora di più contando il numero di persone preoccupate per il suo stato d’animo. Meglio spegnerlo allora, quella sera nessuno lo avrebbe disturbato dal suo piccolo momento di pace.

Percorse il lungomare liberato e si ritrovò alla fine della villa comunale. Era mezzanotte e Napoli iniziava ad illuminarsi a giorno, mentre il rumore assordante dei botti la accompagnava verso un nuovo anno.

Si sedette rivolto verso il mare, con le gambe penzoloni sugli scogli. Tutti in quel momento erano in compagnia, lui ora era solo, escludendo i mille pensieri nella sua testa. Fece un sospiro profondo quando sentì dietro di lui una voce.

-Non vuoi mica buttarti sotto?

Lì per lì non si girò, non aveva voglia di iniziare una conversazione.

-Guarda che te lo dico perché non moriresti, è troppo basso e poi ci sono gli scogli. Al massimo ti faresti qualche contusione leggera. Sempre che non ci siano topi a sbranarti

Fu a quel punto che si girò, gliene avrebbe dette quattro, su come potersi riprendere quei suoi bei consigli e ficcarseli su per il culo, ma appena si girò rimase di pietra. Davanti a lui c’era una ragazza alta, longilinea, capelli neri e vestita con un jeans e maglietta nera. Ed era bellissima. Non riuscì a dire niente per qualche secondo.

-Ma tu sei la ragazza che cantava in galleria

-E’ questo il tuo modo di approcciare? Dire qualcosa di scontato ad una ragazza che vedi la prima volta?

-Ma no, davvero. Ti ho sentita canticchiare prima mentre camminavo nella Galleria Umberto. Ho provato a seguirti ma mi sei sfuggita di vista

-Ah, bene, quindi sei uno stalker?

-No, no, scusa. Ricominciamo daccapo, ok? Allora, non sto cercando di buttarmi, voglio solo schiarirmi le idee. Ecco tutto

-Ok, ti lascio solo allora. Passavo di qui e pensavo di essere d’aiuto. Come vuoi

La ragazza si allontanò. Pochi passi e riprese a canticchiare un motivetto. Giuseppe era come ammaliato, in un attimo pensò che l’anno era appena iniziato e forse quello era il segnale di cui aveva bisogno. Forse qualcuno che manovrava i fili dal cielo aveva fatto in modo che lui incontrasse proprio quella sera una ragazza così bella.

Scese dal muretto e la raggiunse.

-Scusami, sono ancora molto turbato, non volevo che te ne andassi. Tu sei davvero l’unica nota positiva di oggi. In realtà di questa settimana. Non te ne andare

-Wow, stai facendo progressi. Ok, ci sto ma solo se mi offri da bere

Non poteva crederci, la notte stava prendendo una piega davvero inaspettata rispetto a come era partita. Rimase ancora più incredulo quando lei di punto in bianco lo prese per mano e si mise a correre. Era veloce, lui era incollato alla sua mano e cercava di non perdere il passo. Attraversarono la strada rischiando di essere presi dalle auto che inchiodavano all’improvviso e strombazzavano.

Si fermarono in un punto molto affollato del lungomare, fuori ad un bar pieno di ragazzi e ragazze già brilli. Giuseppe aveva il fiatone.

-Bella la corsa, ci voleva. Potevi almeno avvisarmi però

Lei sorrise senza rispondere. Un sorriso che avrebbe fatto innamorare chiunque.

-Non ci siamo nemmeno presentati, non so come ti chiami

-Chi ti dice che io voglia sapere il tuo nome e dirti il mio. Non c’è bisogno di saperlo stasera

Era strana quanto bella, però aveva ragione. Quella sera non sarebbe stata rovinata da qualche etichetta nella conversazione.

-Cosa bevi?

-Acqua, ho una sete…

Spiazzato un’altra volta. Non c’era risposta in quella ragazza che era prevedibile. Prese una bottiglia d’acqua e due bicchieri, lo sguardo scettico del barista e del cassiere del bar non aveva bisogno di spiegazioni. Lei prese la bottiglia e iniziò a camminare verso il Borgo Marinari, incurante della folla intorno. Si fermò sul viale che conduce al Castel dell’Ovo per sedersi sul lato destro a bere.

-Ok sconosciuta, perché non mi parli un po’ di te?

-No, voglio sapere di te. Come si chiama la ragazza che ti ha lasciato?

Eccolo il cazzotto nello stomaco che non ti aspetti. Era una veggente o era lui quello così scontato?

-So che te lo stai chiedendo, ma si vede chilometri di distanza che hai una storia alle spalle finita da poco. Secondo me sei stato lasciato, ci siamo passati tutti. Anche io sono vittima di un grande amore mai corrisposto, anche se sono passati secoli

Ecco, lui era scontato. Forse aveva abbassato la guardia e d aveva dato qualche segnale della sua situazione. Iniziò a parlare senza entrare nei dettagli. Forse aprirsi con lei non era una buona idea, ma non riusciva a smettere. Lei lo guardava seria, pensierosa. Giuseppe non sapeva se in quel momento sembrava più uno sfigato o un amorevole romantico illuso.

La ragazza finì la bottiglia d’acqua, Giuseppe non ricordava di aver bevuto più di un bicchiere. Canticchiò ancora un po’ una strofa della solita canzone poi fece un sorriso cambiando veloce espressione.

-Ti va se saliamo sul Castello?

-Intendi quello? Il Castel dell’Ovo? Sarà chiuso oggi

-Ne vedi qualcun altro in giro? Andiamo

Lo prese ancora per mano e ricominciò a correre. Arrivarono ad un lato del Castello che sembrava più basso.

-Inizio io, seguimi

La ragazza cominciò ad arrampicarsi. Probabilmente lo aveva fatto già altre volte, sembrava la cosa più facile del mondo fatto da lei.

-Su, ti aspetto sopra?

Giuseppe era terrorizzato ed eccitato allo stesso modo. Quella ragazza riusciva a dargli la carica di adrenalina di cui aveva bisogno. Nella sua mente continuò a ripetersi che niente avrebbe rovinato quella serata. Riuscì ad arrampicarsi, l’ultimo tratto fu facilitato dalla mano di lei. Arrivato lassù era senza parole. In lontananza si vedevano ancora i fuochi d’artificio lanciati dall’altro lato del golfo. Da un lato il mare silenzioso e maestoso, nero come il petrolio, da un altro lato una folla di persone che festeggiavano insieme. Era tutto perfetto.

La ragazza lo avvicinò a sè quasi svegliandolo da quell’estasi temporanea e lo baciò con forza. Giuseppe era stordito, ricambiò il bacio e la strinse ancora più forte. Tutta la città era spettatrice di quello spettacolo improvviso.

-Tutti abbiamo avuto un amore che ci ha fatto soffrire. Nel mio caso era un uomo impossibile, distante quanto basta per desiderarlo ma non averlo abbastanza. E non sono l’unica ad aver sofferto per lui. Ma ora è storia vecchia, ed ha avuto ciò che meritava.

Lei si staccò ed iniziò a togliersi le scarpe, Giuseppe rimase un paio di secondi senza muoversi.

-Non è quello che stai pensando, dai facciamoci un bagno”

Ecco un altro colpo di scena inaspettato, la ragazza si spogliò rimanendo coperta solo dall’intimo e si buttò dal parapetto. Giuseppe sentì uno “splash” contenuto. Si affacciò preoccupato, possibile che fosse così matta da lanciarsi da quell’altezza? E non era nemmeno ubriaca. Dall’acqua spuntò la sua testa sorridente che lo salutava. Era bellissima, e lo chiamava urlando di buttarsi

-Dai, non c’è pericolo, l’ho fatto tantissime volte. E’ sicuro!

Poi di nuovo quella cantilena, come resisterle.

Il ragazzo si tolse le scarpe senza pensarci due volte. Non doveva perdere un solo attimo. Si sporse dal parapetto, la distanza non doveva essere così insormontabile se lei c’era riuscita prima. Scavalcò il muretto di pietra e si lanciò.

Per sua sfortuna, almeno così pensava, il piede rimase incastrato in una delle feritoie della facciata e rimase penzoloni a testa in giù. Guardò d’istinto la gamba, poi lo sguardo si rivolse verso la sua amata, sicuramente stava ridendo per la situazione comica che si era venuta a creare.

Niente di tutto questo, lo spettacolo che si parò davanti agli occhi di Giuseppe superava di gran lunga ogni aspettativa ma soprattutto ogni logica. A pelo d’acqua non c’era più la ragazza dei suoi sogni ma un mostro dalle fattezze femminili con la bocca spalancata che si apriva e chiudeva mostrando file di denti lunghi ed appuntiti. Anche la voce melodiosa che prima allietava i suoi timpani era sostituita da un verso immondo, un misto di odio e rabbia che avrebbe fatto impaurire chiunque. Possibile che i suoi occhi non lo stessero tradendo? Non aveva bevuto alcolici per tutta la serata, era l’unico a vedere quel mostro? La prospettiva di quell’angolo del castello faceva in modo che fossero isolati dal resto della città, ignara dello spettacolo orrendo che si stava consumando davanti ai suoi occhi. Era sicuro di vedere un’enorme coda di pesce che si muoveva rabbiosamente nell’acqua. Il mare cominciò ad agitarsi, le onde erano sempre più alte e più rumorose.

-Avanti! Cosa aspetti? E’ me che vuoi ed io voglio proprio te! Lanciati verso di me

La belva continuava ad urlare, sbavando mentre muoveva la bocca sproporzionata. Giuseppe sembrò prendere coraggio e cominciò a dimenarsi per cambiare posizione e risalire la facciata. Sotto di lui quel mostro esigeva il suo sacrificio, era quasi riuscito a far cadere nella sua trappola una vittima innocente e non riusciva ad accettare una sconfitta così fortunosa.

Giuseppe riuscì sgraziatamente a girarsi, sentiva la caviglia muoversi in modo innaturale. Il dolore era forte, ma in quel momento non riusciva a sentire nulla, il suo istinto di sopravvivenza si era finalmente destato ed ora era quasi riuscito a risalire il muro che lo separava dalla salvezza. Ormai era salvo, cadde riverso sul pavimento, si girò a guardare il cielo mentre inspirava boccate d’aria gelida. Non c’erano più nuvole in cielo, c’erano milioni di stelle che lo illuminavano mentre cercava di dare una spiegazione a tutti e resisteva al dolore che iniziava a sentire al piede. Zoppicando si affacciò al parapetto, doveva capire.

Nulla, nell’acqua scura non vide nulla a parte le piccole onde infrangersi sulla barriera di scogli che circonda il Castello. Si girò e si accovacciò a terra. Era tutto finito, ora aveva solo voglia di riaccendere il telefono e chiamare qualcuno.

Erano quasi le tre del mattino quando una figura indistinta riaffiorò dall’acqua per andarsi a posare su uno scoglio dell’isola della Gaiola. Era sola, ma nel giro di qualche minuto fu raggiunta da un’altra figura simile. Era seduta, con la testa bassa. E piangeva.

-Che succede? Perché piangi?

Tutto intorno era calmo, le due sirene parlavano mentre il mare intonava un sottofondo musicale con piccole onde.

-Sono stanca, Leucosia. Stanca. Sono passati secoli, ma non riesco ancora a dimenticarlo

L’altra conosceva benissimo l’uomo di cui parlava. Anche lei ne era ancora vittima.

-Anche quest’anno hai sacrificato un innocente per saziare la tua fame d’amore?

-No! Quest’anno non ci sono riuscita. Maledetto! Ma forse è meglio così. Avrei placato la fame, l’odio, la sconfitta, ma sarebbe stato inutile come è inutile da sempre

-Non possiamo andare avanti così

Partenope riprese a piangere, l’amica l’abbracciò. Erano mostri, o forse erano soltanto vittime di un mostro più grande di loro. Due anime perdute legate dallo stesso male, mentre il Golfo le abbracciava amorevolmente.