
Gioia era chiusa nel bagno già da mezz’ora. Sua madre la stava chiamando da un po’ ma lei aveva l’abitudine di prepararsi ascoltando musica a tutto volume. Da fuori si sentiva la voce di Laura Pausini che cantava, sovrastata da quella della ragazza. Poco importava se stonava ed il suo fratello più piccolo la prendeva in giro, quella serata era troppo felice per pensare ad altro.
Tutto era cominciato due settimane prima. Una sua amica le aveva installato sul PC di famiglia un programma, una chat con cui poter chiacchierare con altre persone. Si chiamava c6 ed era facilissima da usare. Ogni utente sceglieva il proprio nickname, poi era possibile ricercare gli altri utenti in base al nome o formare delle stanze in cui parlare insieme. Naturalmente all’inizio le amiche lo avrebbero usato per parlare tra di loro. Una bella occasione per sentirsi più vicine il pomeriggio, quando i compiti erano finiti. Dopo qualche giorno ne parlarono in classe anche con gli altri compagni e in poco tempo Gioia venne a conoscenza del nickname di Lucio, ovvero il suo amore segreto. Più grande di lei di un anno, sezione E, ogni mattina quando lo vedeva arrivare a scuola lei si scioglieva. Non capiva come era possibile, lei che non pensava ai ragazzi, a cui bastava l’amicizia con Teresa e Anna, quando vedeva Lucio anche da lontano si bloccava e non riusciva a dire nulla. Le amiche le consigliavano di provarci, di parlargli, ma lei era timida. Magari potevano presentarla come l’amica di un amico di un amico, ma ogni volta lei arrossiva e si tirava indietro.
Questa volta però era diverso. Ora conosceva il nick, se lo avesse contattato non avrebbe dovuto guardarlo negli occhi e sarebbe stato più facile. Addirittura poteva fingersi un’altra ragazza per evitare l’imbarazzo iniziale. Ad ogni modo aveva deciso, la sera prima lo contattò in chat ed iniziarono a parlare. Finse di essere una ragazza del centro storico, non aveva il coraggio di dirgli chi fosse, se lui le avesse dato buca andare a scuola la settimana dopo sarebbe stato un inferno. All’inizio parlarono un po’ di tutto, degli interessi, dei voti a scuola, degli amici. Poi, con il coraggio che solo un leone da tastiera può avere, Gioia lo invitò ad uscire insieme il giorno dopo, lei con le sue amiche e lui con i suoi amici, in modo da non essere troppo imbarazzante. Lui accettò subito e da quando lei vide scritte sul monitor quelle due lettere cominciò a fantasticare. Contattò subito le due amiche per organizzarsi. Decisero di vedersi a casa di Teresa, suo padre le avrebbe accompagnate a Napoli centro, a fine serata sarebbe andato a riprenderle e avrebbero dormito tutte da lei. Avevano sempre 17 anni e doveva sottostare a delle regole precise, il coprifuoco a mezzanotte, niente storie.
La fatidica serata era arrivata, nelle ventiquattro ore precedenti Gioia non aveva pensato ad altro e a casa se n’erano accorti. Intanto era ancora in bagno a prepararsi e all’ennesima sollecitazione finalmente uscì. I genitori la guardarono, era bellissima. Stava diventando una ragazza adulta anche se nei loro occhi c’era ancora la bambina piccola che giocava con loro. Le diedero le ultime raccomandazioni, le solite di ogni volta, e la accompagnarono dall’amica. Erano le 20:30 quando le tre inseparabili compagne erano già nella macchina che le avrebbe accompagnate alla serata più strana che avessero mai avuto.
Si fecero accompagnare fino a Piazza Municipio anche se l’appuntamento era all’interno della Galleria Umberto I. Le tre amiche passeggiarono finché non videro in lontananza un gruppo di ragazzi. Erano sicuramente loro, Gioia riconobbe Lucio dai capelli lunghi e ribelli. Con un po’ di imbarazzo si avvicinarono, mentre camminavano qualcuno di loro le riconobbe come “quelle che vengono al liceo dove andiamo noi”. Una volta di fronte, i ragazzi rimasero interdetti, si aspettavano una spiegazione ma le ragazze erano ancora in silenzio. Ad un certo punto, dato che l’organizzatrice di quella serata esitava a parlare, prese la parola Anna.
-Ciao ragazzi! Forse vi ricordate di noi o forse no. Siamo del liceo classico, classe quarta C. Piacere
-Piacere nostro. Che ci fate da queste parti?
-Già, che ci facciamo?
Disse Anna guardando con insistenza Gioia che diventava sempre più rossa in viso. Finalmente si decise a parlare non senza difficoltà.
-Ecco… Vedi Lucio… Io sono SailorMoon83
Lucio era sorpreso ma divertito.
-Vuol dire che tu sei la ragazza di Napoli centro che ci ha invitati stasera?
-Beh, ecco. Sì, sono io
Lucio guardò gli amici che rispondevano al suo sorriso. Il ragazzo poi guardò la ragazza per tranquillizzarla.
-Va benissimo, tranquilla. Non agitarti. E’ strano, però va bene. Posso sapere il tuo vero nome quindi? Il mio già lo conosci
-Certo, sono Gioia. Piacere. E loro sono Anna e Teresa
-Piacere ragazze. Che ne dite se facciamo due passi fino al Borgo Marinari?
Fatto. Indolore. Gioia si rese conto che non era stata affatto una cattiva idea. A dirla tutta avrebbe potuto approcciare con lui già da tempo se non fosse stato per quella timidezza cronica. Ma forse era stato meglio così, ora aveva una storia curiosa da raccontare. E fino a quel momento pensava che fosse soltanto quella.
Passeggiarono tanto in quella serata e parlarono tanto. Non solo i due spasimanti, ma anche il resto della compagnia. Ragazzi e ragazze avevano molto in comune solo che finora non avevano mai parlato tra di loro e non lo sapevano. Era proprio una serata fantastica e l’aria dolce che proveniva dal mare accompagnava quei giovani in una cornice suggestiva.
Si fermarono a mangiare un panino e bere una coca in un pub a Santa Lucia mentre una garage band suonava delle cover di Ligabue, dopo cena passeggiarono fino a Piazza del Plebiscito.
-Gioia, che ne dici se tu e Lucio rimanete qui e ci rivediamo tra una mezz’oretta? Avete tante cose da dirvi in privato e sono già le 23:00
-Ma voi dove…
-Tranquilla, ti chiamiamo sul cellulare così ci mettiamo d’accordo. Noi andiamo. Ragazzi venite!
Gli altri proseguirono, lasciando Lucio e Gioia da soli. L’imbarazzo durò qualche secondo poi il ragazzo disse qualcosa per rompere il ghiaccio.
-Bel nome il tuo. Gioia. Un nome che mette allegria
-Anche il tuo non scherza. Un nome luminoso
-Già. Allora, siamo qui noi due. Una spiegazione devi darmela. Sapevi già chi ero quando mi hai contattato su c6?
-Sì. Ne abbiamo parlato in classe e ci sono arrivate voci sul tuo nickname. così ti ho aggiunto
-Capito. Non ti facevo però una tipa da chat o da incontri al buio. Non mi fraintendere, è che ti vedevo sempre con il tuo gruppetto di amiche e non pensavo ti piacesse conoscere persone nuove
-Ma infatti è stata Teresa ad installarlo sul PC di casa qualche settimana fa. In che senso mi vedevi sempre con le amiche? Nel senso che ti ricordi di me al liceo?
-Ma certo! Ti vedo ogni mattina ma non sei mai da sola. Hai un bel gruppo di amici ma sono inseparabili. Per me era strano avvicinarmi a te con tutti quegli occhi addosso
-Ma sentilo! Io ti osservo da così tanto tempo e tu mi stai raccontando che mi hai notata, che non ti sono invisibile
-Esatto. Siamo due “scurnosi”! Avremmo potuto conoscerci prima ma siamo troppo bloccati dalla timidezza
-A chi lo dici
Senza accorgersene i due si avvicinarono e si abbracciarono. Il calore dei loro corpi li fece rasserenare per qualche minuto.
-Quindi ti sei spacciata per una ragazza di Napoli centro! Non ci credo
-Dai, smettila. Non mi venivano altre idee. E poi non sono così lontana dal centro
-Come no. Soccavo è proprio al centro di Napoli
-Vuoi dire che non sono “abbastanza napoletana”
Gioia sorrideva ma cercava di avere la faccia offesa per prendere in giro Lucio. Lui stava al gioco.
-Non l’ho detto, lo stai dicendo tu! Guarda che ti interrogo!
-Avanti allora. Interrogami pure.
-Vediamo… Il quiz sarà composto da tre quesiti. Fammici pensare un attimo… Ecco, due domande orali ed una prova pratica!
-Che ti sta venendo in mente? Mi piace, dai. Cominciamo
-Allora, prima domanda. Storia di Napoli! Guarda quelle statue dietro di noi. Le conosci?
Gioia si voltò e vide la facciata del palazzo reale. Ai lati dell’ingresso c’erano delle nicchie contenenti delle statue in pose austere. La ragazza sapeva che si trattava dei re che hanno governato la città di Napoli, anche se non sapeva di preciso i loro nomi.
-Certo che li conosco! Sono i re di Napoli. Se mi fai avvicinare alle targhette ti dico anche come si chiamano…
-Aspetta ragazzina. Non così semplice. Non voglio sapere i nomi ma voglio sapere la storia
-La storia? Ti aspetti che ti dica la storia dei re di Napoli?
-No, no. Voglio sapere la storiella legata a queste statue. Vedi che sono in pose davvero orrende. Voglio sapere che stanno dicendo in questo momento
Gioia non capiva a cosa alludeva Lucio. Rimase in silenzio facendo finta di pensare.
-Ma come, non conosci la storiella legata a queste statue? Male, male, signorina. Vieni qui che te la racconto io
Si avvicinarono alle quattro statue sulla destra, il ragazzo le indicò in sequenza dalla prima.
-Allora, c’è Carlo V che dice “chi ha fatto la pipì a terra?”, risponde il secondo, Carlo III che dice “io non so niente”, Murat si proclama fieramente “sono stato io” mentre Vittorio Emanuele alla fine dice “se è così allora te lo taglio!”
I due ragazzi si guardarono negli occhi. Un cenno comparve sul volto di Gioia, si allargò fino a mostrare un sorriso bellissimo. Scoppiarono a ridere senza smettere.
-Te la sei inventata adesso, non ci credo
-Ma no! E’ una storiella antichissima, non è mia. Dai, ora la seconda domanda. Parti già svantaggiata
-Ok, dai. Devo superare l’esame
-Ce l’ho. Rimaniamo sempre su questa zona di Napoli. Come si chiama il monte che si trova alle spalle della chiesa di San Francesco?
-Facile dai. Pizzofalcone. Noto anche con il nome di Monte di Dio
-Bravissima! Stai recuperando. Ora una prova pratica. L’ultima prova che può ribaltare l’esito dell’esame. Sei pronta?
-Prontissima!
-Ok. Sembra semplice ma non lo è. E’ una prova a cui si sono sottoposti in tanti nei secoli precedenti. La famosa prova dei due cavalli
-La so, la so, professore! Bisogna attraversare la pizza bendata e passare in mezzo alle statue equestri
-Esattamente. Te l’ho detto, sembra facile ma non lo è. Prepariamoci!
I ragazzi si avvicinarono all’ingresso del Palazzo Reale con lo sguardo rivolto verso la cupola della chiesa di San Francesco di Paola. Lucio prese il suo foulard e delicatamente lo usò per coprire gli occhi di Gioia che stava al gioco.
-Posso parlarti solo ora, nel momento in cui farai il primo passo non posso più parlare perché il suono della mia voce potrebbe aiutarti o farti sbagliare. Le regole le sai, parti da qui e devi concludere il percorso passando in mezzo alle statue. Sei pronta? Via!
La ragazza cominciò a camminare lentamente cercando di non perdere il senso di orientamento. Tagliava l’aria con le braccia aperte mentre una leggera brezza la disorientava. Era vero, quella sfida sembrava facile sulla carta ma sapeva bene che era difficilissimo concludere il percorso in mezzo alle due statue a causa della superficie della piazza. Cercò di attirare l’attenzione di Lucio, con delle dolci parole cercò addirittura di essere aiutata ma il ragazzo rideva silenziosamente senza intervenire. Gioia continuava a camminare, non aveva più la percezione della direzione in cui si trovava. restava con i piedi dritti mentre girava la testa a destra e sinistra per intuire un suono familiare. Erano passati alcuni minuti, possibile che fosse ancora lontana dal traguardo? All’improvviso un’insolita ventata fredda le accarezzò il volto provocandole un brivido inatteso.
-Lucio ci sei? Almeno dimmi se sono arrivata. Quanto manca? Dai, mettiti di lato e dimmi qualcosa! Facciamo così, se manca poco dimmelo, altrimenti continuo a camminare
Nessuna risposta. Gioia cercava di carpire in quel silenzio un suono familiare ma nulla. Sembrava che ogni rumore fosse sparito. Presa da un’ansia improvvisa fece qualche altro passo in maniera più spedita. Aveva voglia di sollevare la benda e arrendersi ma sapeva che quel silenzio era una delle regole quindi non doveva preoccuparsi. Continuò a camminare finché non inciampò.
-Ahia. Almeno dammi una mano! Sono caduta, vedi? Smettiamola con questo gioco, non mi piace più
Era arrabbiata. Si tolse il foulard con forza realizzando di essere inciampata sui gradini della chiesa, poi alzò lo sguardo e quello che vide non aveva senso.
La piazza era deserta. Si guardava intorno e non vedeva nessuno. Fino a qualche momento prima la piazza era gremita di persone, ragazzi e adulti che passavano il tempo passeggiando e chiacchierando. Ora invece lei era l’unica e non sapeva darsi una spiegazione. Inoltre il cielo era diverso. Fino a poco prima una volta blu scura copriva la piazza illuminata da alcune stelle impallidite dai lampioni. Ora invece sopra di lei il cielo era completamente ricoperto di nuvole che filtravano una luce viola. Non le piaceva affatto quello che stava succedendo così prese ad urlare per richiamare l’attenzione di qualcuno.
-Lucio. Lucio! Dove sei? Basta con questo scherzo! Non mi sta piacendo, ho paura. Lucio rispondimi!
L’eco e sue parole si diramava in tutta la piazza rimbalzando tra il colonnato. Era sola in quella cornice lugubre. Si gettò a terra piangendo a dirotto. Da un lato sperava che quel pianto potesse far rinsavire l’autore di quello scherzo ma dall’altro aveva la consapevolezza che fosse successo qualcosa di irreversibile quanto orrendo. Si accasciò a terra senza forze. Aprì gli occhi solo per un secondo e vide una figura vicino ad una delle colonne del portico. Si asciugò gli occhi dalle lacrime per mettere a fuoco. Quello che vedeva era proprio un uomo seduto ai piedi della colonna, sembrava un senzatetto. La ragazza si alzò di scatto per poi correre in direzione di quell’uomo. Era la sua ancora di salvezza, non era la sola in quel luogo. Certo, era strano che lui non avesse reagito alle sue urla e ai suoi pianti.
-Salve, mi chiamo Gioia. Pochi minuti fa ero qui con un amico per compiere il gioco della passeggiata in mezzo alle statue ma poi sono caduta ed ora sono da sola. Prima non c’era nemmeno questo cielo viola. Mi può spiegare lei cosa sta succedendo? Dove sono finite tutte le persone?
L’uomo alzò lo sguardo e la osservò. Era vestito di stracci ed aveva le mani legate da una corda doppia. La guardava come se si fosse svegliato da poco e non si riconosce ancora la realtà dal sogno.
-Di quale gioco stai parlando, piccola?
-Quello di camminare bendati per la piazza fino ad arrivare in mezzo alle statue equestri
-Ah, un gioco dici? Vi divertite così voi ragazzi?
-Cosa vuol dire?
Il vecchio si alzò, il suo sguardo divenne serio.
-Stavi camminando bendata e all’improvviso ti trovi qui? Allora sei la nuova arrivata, benvenuta nel suo incubo. Vedo che anche a distanza di tempo lei si diverte ancora
Gioia aveva paura. Quelle parole erano tutt’altro che una spiegazione. Indietreggiò senza guardare fino a finire con la schiena sulla fredda pietra del porticato. All’improvviso sentì un’altra voce alla sua sinistra.
-Non devi spaventarti mia cara. Accetta questa maledizione, è l’unica cosa sensata che puoi fare
Gioia si girò di scatto e vide un altro uomo, più giovane dell’altro ma anche lui vestito di stracci
-Chi siete? Cosa volete?
-Calmati ragazzina, non lo abbiamo voluto noi che tu fossi qui. Non abbiamo scelto noi di essere rinchiusi in questo incubo. E’ tutta colpa di lei
-Lei chi? Di chi state parlando?
-Della strega. La regina Margherita. Ogni mese la “misericordiosa” regina sfoggiava il suo bel vestito ricamato di clemenza e pietà e concedeva a noi poveri abitanti delle regie prigioni la possibilità di riscattarci e guadagnare la libertà. Bisognava solo superare una prova. Indovina quale?
La ragazza lo guardò spaventata mentre lui si avvicinava piano a lei. Nella sua mente prendeva forma una spiegazione per nulla possibile.
-Esatto, hai capito. Bisognava percorrere la piazza bendati. Se dal Palazzo Reale si riusciva ad arrivare in mezzo alle due statue allora la libertà era concessa, altrimenti tolta la benda si ritornava nella propria cella. C’era solo un dettaglio che la magnanima non aveva mai specificato. Che era impossibile farlo nel nostro mondo. Quella megera aveva gettato una maledizione! O non ci riuscivi, oppure se ci riuscivi venivi imprigionato in un altro mondo. Questo.
Gioia spalancò gli occhi. Era quindi stata relegata in quella realtà alternativa per una maledizione? Se quei prigionieri erano lì, intatti, da più di cento anni allora anche a lei era riservato un supplizio così orrendo? Si inginocchiò a terra continuando a piangere.
-Calmati ragazzina. Te l’ho già detto che devi accettare la cosa. Prima è e meglio sarà. All’inizio il tempo scorre lentamente ma poi ti abitui
-Ma perché proprio io? Perché la maledizione non ha colpito solo i prigionieri?
-Che ti devo dire? Non saprei proprio. Forse nella sua infinita malvagità ha voluto estendere la maledizione per sempre. O magari è solo annoiata e si sta divertendo con te come si divertiva con noi
Era una situazione a dir poco paradossale. Lei era solo uscita per passare una serata in compagnia, per coronare un sogno che si stava avverando. Andava tutto così bene finché non avevano deciso di fare quello stupido gioco. D’istinto si alzò e corse senza una direzione precisa. Andò in direzione di Piazza Trieste e Trento, vedeva avvicinarsi la fontana del carciofo. Pensò che andando in un’altra direzione, magari verso Via Roma, quell’incubo potesse finire. Scavalcò la catena di ferro tenuta dai blocchi di pietra quando improvvisamente vide davanti a lei di nuovo la piazza con le due statue. Incredibilmente si ritrovava di nuovo davanti all’ingresso del Palazzo Reale proprio dove era cominciato il percorso magico. Era senza parole, non riusciva a credere a quello che era successo. Ripeté altre tre volte la fuga, in altre direzioni, trovandosi sempre nello stesso punto. Quella era la sua maledizione, di non lasciare mai quella piazza. Alzò la testa e cominciò ad urlare.
-Perché mi fai questo? Che male ti ho fatto? Ti stai solo divertendo con me? Lasciami stare! Liberami da questo gioco macabro!
Poi chiuse gli occhi, inspirò e cacciò fuori l’urlo più potente che le sue corde vocali potevano emettere. Un urlo che echeggiò in tutta la piazza ritornando con ancora più potenza.
Poi riaprì gli occhi.
Il cielo era di nuovo blu scuro. c’erano gruppetti di persone che passeggiavano e una musica in filodiffusione usciva dal bar Gambrinus. Gioia si guardò intorno stranita. Aveva gli occhi ancora pieni di lacrime ed il trucco le scendeva sul volto creando una maschera di paura. Vide un ragazzo che correva nella sua direzione. Era Lucio e dall’espressione sembrava seriamente preoccupato. Le si avvicinò e la tenne stretta a sé.
-Gioia tutto bene? Dov’eri finita? Mi sono spaventato. Ti ho persa un attimo e dopo non ti ho vista più. Questa maledetta allergia, ho fatto uno starnuto e dopo essermi soffiato il naso non c’eri più. Non farmi più questi brutti scherzi
La guardò e si rese conto che lei era sotto shock.
-Ma che ti succede, stai piangendo? Che è successo?
-Non lo so. Non lo so, Lucio. Chiama Teresa e Anna. Falle venire qua, ti prego
-Ma certo. Ora calmati. Quando ne hai voglia puoi spiegarmi tutto ma ora tranquillizzati. Ci siamo qui noi
I due si abbracciarono. Nelle sue braccia che la avvolgevano strette, Gioia continuò a piangere, stava rilasciando tutta insieme la tensione di quei brutti momenti. La serata finì poco dopo, il padre di Teresa andò a prendere le ragazze e le portò a casa.
Dall’alto una nuvola passò sopra il cielo limpido di quella notte stellata. Una nuvola dalla forma strana, di colore viola. Quelli che la videro riconobbero il profilo di una donna con una corona. Era una regina, una regina dispettosa che anche dopo secoli aveva voglia di divertirsi giocando con la vita di qualcuno.
