10 Settembre 2011

La pioggia veniva giù a secchiate mentre la vecchia Fiat Tipo percorreva le stradine deserte che dai Ponti Rossi portano verso Miano. Il manto stradale non era dei migliori, pezzi di asfalto si staccavano lasciando piccole voragini che si riempivano velocemente di acqua piovana. La visibilità era scarsa, i vecchi fari anteriori riuscivano ad illuminare solo una piccola parte della carreggiata ma tutto quello non sembrava essere un problema per Antonio. Quella strada l’aveva percorsa tante volte, troppe, neanche lui ricordava bene quante. La macchina arranca in un tratto in salita, subito dopo in piano acquista più velocità. Solo poche curve separavano il conducente dal termine di quella serata. Una come tante, una notte che doveva finire come tutte le altre.

Antonio parcheggiò sul ciglio della strada, inserì il freno a mano ed uscì. Intorno a lui c’era solo il silenzio e una leggera foschia che saliva piano dall’erba. L’abitazione più vicina era a qualche centinaio di metri quindi poteva permettersi il lusso di fare rumore senza disturbare nessuno. Si portò sul lato posteriore della macchina ed aprì il bagagliaio. All’interno c’era un sacco dell’immondizia scuro, e non era vuoto. Fece uso di tutta la sua forza per prenderlo e caricarlo su una spalla. Chiuse il bagagliaio e si avvicinò ad un grande cancello arrugginito.

Con una mano cercò di rovistare nella tasca della giacca ma non riuscì a trovare quello che cercava. Imprecò, posò il grosso sacco a terra e vuotò le tasche. Finalmente ecco le chiavi, prese quella più grande e la usò per aprire il cancello. Davanti a lui c’era una distesa di terra in parte incolta. Apparteneva alla sua famiglia da lungo tempo. Suo padre e prima ancora suo nonno coltivavano in quel terreno frutta e verdura da vendere al mercato. Suo padre gli diceva sempre di non abbandonare mai quel lavoro dignitoso, o almeno di non disfarsi mai di quel piccolo appezzamento, magari in futuro lo avrebbe rivenduto guadagnandoci un bel po’ di soldi. Antonio aveva seguito quel consiglio ma senza risultato. Anche lui aveva intrapreso la strada di suo padre, lavorava la terra ogni giorno e vendeva al mercato, ma la sua era una vita misera.

Era solo tutto il giorno, nessuna distrazione, nessun amico, nessuna donna. Da giovane non aveva nemmeno concluso gli studi quindi non poteva nemmeno sperare in un capovolgimento della situazione. L’unica sua vita era il lavoro e le abitudini. Stessa casa di sempre, stesso tragitto ogni giorno, stessa vita. Per fortuna c’era il suo “hobby” che negli anni lo aveva tenuto buono. Aveva sempre pensato che senza quella sua, come la chiamava, piccola perversione avrebbe rischiato di impazzire e sarebbe finita come in quei film in cui una persona comune va in strada e fa una strage di innocenti. Per fortuna però il suo passatempo non coinvolgeva le persone innocenti, almeno secondo il suo modo di pensare.

Antonio aveva scelto le sue vittime in maniera quasi automatica, quelle che da secoli erano i bersagli preferiti da ogni serial killer. Le prostitute. Nella sua vita mancava proprio la componente amorosa, mancava una donna che lo facesse sentire bene. Per quel motivo ogni settimana saliva in auto e scorrazzava per la città in cerca di una brava donna che lo potesse accontentare. Ogni volta un quartiere diverso, era l’unico ragionamento lucido che una mente semplice come la sua poteva fare. La sceglieva, la pagava, godeva del suo servizio e poi la uccideva. Proprio così, a sangue freddo, senza pensarci su due volte.

Era proprio come dicevano tutti, il difficile è soltanto la prima volta, poi si fa l’abitudine. Gli piaceva farlo subito dopo l’amplesso, quando era ancora eccitato. Trovava il suo appagamento quando le sue mani grosse si stringevano intorno al collo delle sue vittime. Le guardava negli occhi, così belle, mentre la vita le abbandonava. Siamo abituati a vedere gli assassini come persone fredde, meticolose, sempre un passo avanti alle forze dell’ordine. Non è sempre così. Esistono quelli come Antonio, che non sarebbero nemmeno capaci di scrivere il nome “serial killer”. Un tipo normale, con una vita normale che ogni settimana decide di concedersi un piccolo lusso. Lui non è un freddo calcolatore, è solo uno schiavo dei sentimenti. Schiavo di quel piacere che prova ogni volta, schiavo dell’amore che prova per le sue vittime. Sì, perché lui le sceglie per la propria bellezza, quando sta con loro immagina una vita normale. A modo suo, si innamora quando le incontra fino al momento in cui le libera dalla vita terrena. Prima di ucciderle le giudica, sa che “loro” lo fanno per i soldi. Non sono come lui, non provano per lui quello che lui prova per loro. Non lo amano quindi non vale la pena farle vivere.

Quella era proprio una di quelle sere, quelle del suo divertimento, della sua caccia. Con la sua auto da sfigato si era recato in una delle strade buie della sua città, illuminate solo dal fuoco dei copertoni sui marciapiedi. Il suo tour personale comprendeva dapprima la visione della mercanzia. Con la prima marcia innestata percorse lentamente la via per ammirare le ragazze che gli si offrivano. Scelse, come sempre, la più bella. Magra, alta e svestita come le altre. Si fermò per contrattare sul prezzo, lei sparava alto ma lui acconsentì, sapeva già che quei soldi sarebbero tornati nelle sue tasche.

Lei salì in macchina, lui la guardava ed ammirava la sua bellezza esotica. Probabilmente era dell’Europa dell’Est. Insieme si recarono in uno dei suoi posti segreti, un viale nascosto dove poter fare quello che voleva in tutta tranquillità. La ragazza era brava, molto, quello dovette pensare Antonio quando fece sesso con lei. Quando finirono la guardò, i suoi occhi erano ipnotici. Ma c’era un impulso più forte, più violento dentro di lui. Con le sue mani tozze le diede uno schiaffo improvviso, poi si accanì su di lei. La strozzò, come aveva già fatto con le altre. Lei non riuscì a rendersi conto di quello che stava succedendo che era già diventata un’anima lontana dal corpo. Quel corpo che più tardi riempiva la busta nera accanto al cancello arrugginito.

Antonio prese nuovamente il suo bottino e si incamminò al centro del terreno. Lì sotto c’erano i suoi segreti. La pioggia aveva coperto le tracce di dissotterramento del terreno ma lui sapeva bene i posti dove aveva conservato i corpi delle sue vittime. Ricordava a memoria la posizione esatta di ognuna di loro. Non conosceva i loro nomi, a malapena ricordava i loro volti, ma sapeva bene dove aveva riservato il loro personale loculo. Non che le ricordasse nelle sue preghiere, oppure che portasse loro dei fiori, sia chiaro. Le collezionava come fossero piccoli trofei della sua personale bacheca.

Dopo pochi metri arrivò nel punto desiderato. Aveva già preparato tutto durante il mattino, c’era già lo spazio necessario per accogliere la sua nuova ragazza. Adagiò lentamente il sacco a terra e lo aprì. Guardò per l’ultima volta la donna. Era bellissima, doveva ammetterlo. In quel momento pensò che forse era la ragazza più bella con cui aveva fatto l’amore. Per un istante brevissimo pensò addirittura di aver sbagliato ad ucciderla, in quel frammento di un secondo immaginò una vita diversa con lei. Ma durò troppo poco, quel ricordo venne inghiottito bruscamente dalla realtà della vita.

Antonio prese di peso la sua vittima e la scaraventò nella fossa che lui stesso le aveva scavato. La dispose in una strana posizione, con braccia e gambe incrociate in modo da occupare meno spazio. Purtroppo le vittime aumentavano e lo spazio era sempre lo stesso, doveva arrangiarsi e ridimensionare le fosse. Una volta compattato il corpo si allontanò per prendere la vanga e mettersi all’opera per coprire il tutto. Era poco lontana, all’interno del piccolo capanno. La prese ma quando ritornò notò qualcosa di strano. Il braccio destro della ragazza era in una posizione diversa da dove l’aveva lasciato. Lui l’aveva piegato sul petto mentre ora era disteso, aperto. Non gli interessava sapere il perché, non aveva le conoscenze adatte per capire come mai un corpo morto riuscisse a muoversi. Si calò all’interno della fossa e sistemò nuovamente il braccio nella posizione migliore. Risalì e con la vanga prese a coprire il cadavere. Cominciò dal basso, fino alla fine voleva osservare quel viso di rara bellezza. Coprì prima i piedi, poi le gambe e il ventre, poi si fermò. Sentì un rumore strano provenire dal cancello. Posò l’arnese e andò a controllare. Doveva assicurarsi che nessuno lo disturbasse, non poteva permettersi un contrattempo simile.

Arrivò fino all’ingresso, in silenzio. Si guardò intorno ma non vide nessuno. Provò a richiamare l’attenzione di qualcuno, urlò affinché chiunque fosse lì lo ascoltasse, ma niente. Si convinse di essere da solo quindi ritornò al suo lavoro. Prese nuovamente la vanga e cominciò a buttare terreno sul cadavere quando notò ancora una volta il braccio in una posizione diversa. Stavolta era disteso lungo i fianchi. Imprecò urlando, quelle situazioni paradossali stavano solo rallentando l’inevitabile. Scese nella fossa e piegò il braccio con tale forza da spezzare il gomito. Sentì il rumore sordo delle ossa che si piegavano in modo innaturale quando ad un tratto vide la testa della ragazza girarsi nella sua direzione. Antonio lanciò un urlo di paura e cadde a terra guardando terrorizzato la ragazza. Si aspettava che questa aprisse gli occhi o cominciasse a parlare, magari non era ancora morta. Si diede dello stupido, doveva controllare meglio il battito prima di metterla nel portabagagli.

Passarono alcuni secondi che sembravano interminabili, poi si rese conto che era fuori pericolo. Si era solo impressionato inutilmente, la ragazza era morta davvero anche se trovava davvero strano quello spasmo improvviso. Si alzò in piedi, la offese con aggettivi volgari e sputò sul suo volto. Risalì dalla fossa e prese ancora una volta la vanga. Questa volta non lasciò che nessuna distrazione lo distogliesse dal suo compito. Con una forza sempre maggiore in pochi minuti riempì il vuoto con tutto il terreno possibile. Aveva perso tempo prezioso e quindi doveva procedere velocemente. Una volta terminato il lavoro appiattì il terreno in eccesso per coprire bene le tracce dello scavo, la pioggia avrebbe fatto il resto.

Si sollevò e guardò in alto, tutte le stelle brillavano nel cielo ora sgombro di nuvole. Si asciugò la fronte sudata, aveva esaurito tutte le forze ed aveva soltanto bisogno di riposare. Lasciò cadere la vanga a terra e fece per andarsene, ma non ci riuscì.

Qualcosa lo aveva preso per una spalla e lo strattonò con forza facendolo girare. Antonio non poteva fare nulla per evitarlo, perse l’equilibrio e cadde a terra. Sollevò Lo sguardo e mise a fuoco. L’oscurità non lo aiutava, dopo pochi secondi vide una figura in piedi davanti a lui. Era nuda, o quasi. Era una donna. Aveva il corpo pieno di sangue e terreno, il volto lo fissava con uno sguardo tutt’altro che naturale.

-Ciao, ti ricordi di me?

Quella domanda prese Antonio in contropiede. In quel momento lui non sapeva proprio chi fosse quella donna. rimase a bocca aperta senza dire nulla.

-Ma come? Non ti ricordi? Siamo stati bene, in quei pochi minuti

Cercava di riorganizzare i pensieri ma niente, non riusciva ad associare quel volto ad una persona conosciuta.

-Mi deludi, pensavo mi amassi davvero. Vediamo se questo te lo ricordi

In quel momento alzò la testa mostrando il collo. Aveva una macchia scura, come i segni di uno strangolamento. Riabbassò la testa mostrando il lato sinistro. Una macchia ancora più scura circondava l‘occhio e lo zigomo.

-Ora ricordi? Volevo liberarmi da te, hai dovuto darmi due pugni in faccia prima di strangolarmi. E’ successo due mesi fa

Antonio iniziava a capire. Ricordava quel volto, ma non era possibile che lei fosse lì davanti a lui. Era una delle sue vittime, ricordava di averla adescata nei pressi della zona industriale. Dopo aver fatto sesso con lei cercò di ucciderla ma lei riuscì a scappare dall’auto. La rincorse, le assestò due pugni e poi la strangolò. Ricordava dove l’aveva seppellita, si girò di scatto per vedere proprio in quella direzione. Ebbe un mancamento quando vide che proprio in quel punto il terreno era stato tolto.

-Esatto, ora hai capito. Ero proprio lì, in quel punto. E non sono sola

Antonio si girò verso di lei e vide comparire alle sue spalle altre figure. Avanzavano verso di lui mostrando i loro corpi seminudi e le loro facce. Le guardava, riconosceva ognuno di quei volti. C’era la ragazza nera che aveva ammazzato il mese precedente, c’era la rossa della settimana prima, c’era addirittura la sua prima vittima, come dimenticarla. Tutte davanti a lui, tutte con lo sguardo pieno di rabbia. Si avvicinavano imminenti mentre lui cercava di camminare all’indietro a quattro zampe.

-E’ inutile che scappi, ci siamo tutte e siamo ritornate qui per prenderti

-Ora sei nostro, non puoi scappare

-Vieni qui, ti faremo provare quello che hai fatto a noi

Antonio continuava a scappare sul terreno bagnato senza distogliere lo sguardo dalle ragazze. Fece qualche metro, poi andò a sbattere contro qualcosa. Girò lo sguardo e vide la sua ultima vittima in piedi. Anche lei era uscita fuori dalla sua fossa per compiere la sua vendetta. Aveva il braccio destro che penzolava in modo innaturale. Gli si avvicinò con lo sguardo pieno di rabbia.

-Sei finito

Di colpo tutte le ragazze si gettarono su Antonio. Chi gli teneva ferme le gambe, chi gli teneva ferme le braccia. qualcuna cominciò a spogliarlo mentre le altre presero a graffiarlo sul volto e sul torace. Antonio urlava come non mai, ma nessuno poteva sentirlo. Quel luogo era lontano dalle abitazioni, lontano da orecchie indiscrete.

-Guarda, ti abbiamo preparato una bella fossa, vicino alle nostre. Neanche la morte ci separerà ora, sei contento?

Con una forza fuori dal normale le donne sollevarono il corpo di Antonio e lo gettarono in una larga fossa che avevano preparato per lui. Anche loro scesero ed iniziarono a percuoterlo. Calci, pugni, graffi, mani che si avvicinavano al collo e stringevano sempre di più. Le urla di Antonio erano sempre più forti. Dentro di lui una paura mai provata e la consapevolezza di essere parte di un incubo. Un incubo che lui stesso aveva fatto provare alle sue vittime. Le urla però cominciarono a diminuire, poi si fermarono. Il corpo di Antonio era senza vita, anche lui era stato vittima del suo orrore.

Le donne si alzarono e uscirono dalla fossa. Una in particolare, la sua ultima vittima, prima di andarsene si girò verso di lui e gli sputò in faccia.

-Mi chiamo Miriam, ricorda il mio nome quando arriverai all’inferno

Come governate da una forza invisibile le ragazze andarono ad adagiarsi silenziosamente ognuna nel posto che il killer aveva riservato loro. Si distesero, chiusero gli occhi e tornarono ad essere dei semplici cadaveri senza vita, senza nome. Chissà se un giorno quei cadaveri saranno ritrovati da qualcuno. Chissà se qualcuna di loro sarà riconosciuta, se qualche lacrima amica sarà versata per lei. Uno strano sorriso però si formò sui loro volti. Il sorriso di chi ha avuto, anche se troppo tardi, la propria vendetta.

14 Maggio 1985

Era da giorni che non dormiva, Roberto passava giornate intere a lavorare su quel caso senza preoccuparsi minimamente di riposarsi. Iniziava ad accorgersene, aveva proprio bisogno di riposare e schiarirsi le idee ma per uno come lui ormai era impossibile a quel punto. Era su quel caso da troppo tempo e gli sviluppi degli ultimi giorni lo stavano portando nella giusta direzione, lo sentiva. D’altronde era un commissario di polizia ed aveva quella sorta di sesto senso che gli faceva capire quali erano le tracce da seguire. O almeno era sempre stato così prima di allora. Quel caso si era rivelato dall’inizio diverso dagli altri, ma facciamo un passo indietro.

Roberto Parisi convolò a nozze nell’estate dell’83. Insieme a sua moglie Martina si promisero amore eterno in una chiesetta del centro storico per poi festeggiare con familiari, amici e colleghi in un ristorante a Pozzuoli. L’inizio di un sogno, un giovane poliziotto neopromosso commissario e una giovane maestra di elementari insieme per tutta la vita. Lei era sempre preoccupata per suo marito, con un lavoro rischioso come il suo chi non lo sarebbe. Ma Roberto la tranquillizzava di continuo. Ora che era commissario la maggior parte del lavoro era in ufficio dietro ad una scrivania. Anche se il commissariato di Spaccanapoli era sommerso di pratiche da sbrigare, lui non era più quello sul campo e poteva godere di un po’ più di tranquillità. Certo, non era un lavoro così tranquillo come quello di Martina, lui aveva comunque a che fare con la feccia ogni giorno, lei invece si godeva le mattinate con i suoi piccoli alunni che la adoravano. Il lavoro perfetto a detta di lui.

Roberto dovette ricredersi una mattinata di fine Ottobre, qualche mese dopo il loro matrimonio. Lo chiamarono in ufficio per recarsi in strada, era stato segnalato un cadavere in un vicolo non lontano da Via Mezzocannone ed era richiesta la sua presenza insieme a quelli della scientifica. Dopo pochi minuti arrivò sul luogo del misfatto.

Il corpo era a terra ben visibile, non era stato ancora coperto dagli agenti. Vide le scarpe, quel modello lo aveva già visto ma non ricordava dove. Anche quella gonna lunga, quella camicetta aperta. Ogni passo verso quel cadavere gli faceva battere il cuore di più e lentamente si stava materializzando il perché. Era a due passi dal cadavere, la testa era rivolta sul lato. Non era necessario vedere quel volto, gli bastò guardare gli orecchini. Li aveva regalati a Martina nel loro primo anniversario di fidanzamento, erano grandi, rotondi e con un disegno di un albero al centro. Improvvisamente sentì le gambe venire meno, senza volerlo si inginocchiò a terra e cominciò a piangere. I colleghi non potevano prevedere l’accaduto, appena videro la scena corsero a sollevarlo e allontanarlo dal cadavere della moglie.

Dovettero passare un paio d’ore prima che Roberto si calmasse, lo portarono di nuovo in commissariato e appena ebbero chiari i dettagli lo informarono su cosa era accaduto. Era successo tutto in pieno giorno ma nessuno aveva visto o sentito nulla. Probabilmente qualcuno aveva pedinato Martina che come ogni giorno stava arrivando a scuola a piedi. Dai segni sul corpo si intuiva già che c’era stata una colluttazione, la ragazza si era ribellata al suo carnefice. Era ancora presto per capire se il corpo era stato spostato prima o dopo la morte, quello che però era chiaro è che la violenza carnale era stata messa in atto prima di ucciderla. Sì, era stata anche violentata prima di subire un colpo di coltello alla base del collo. Roberto ascoltava i dettagli crudi dai colleghi trattenendo con fatica i conati di vomito. Non sapeva come reagire a quanto era successo, era soltanto distrutto e non trovava le forze neanche più per piangere. Ascoltava la fine di quel monologo aspettando le frasi che voleva sentire davvero.

“Siamo su una pista”

“Il motivo dell’aggressione è chiaro”

“Abbiamo qualche sospetto”

Ma era troppo presto e poi sapeva come andavano certe cose. Magari all’inizio tutti si davano da fare per cercare il colpevole, poi con il passare dei giorni le speranze affievolivano fino a protocollare il caso come non risolto, e si andava avanti con altri casi più urgenti. Roberto non l’avrebbe permesso, doveva seguire lui quel caso e trovare il colpevole subito. Ma non era possibile e anche lui lo sapeva. Era troppo coinvolto e nessuno gli avrebbe concesso di partecipare alle indagini. Non sarebbe stato per nulla obiettivo ed in questi casi il sangue freddo gioca un ruolo di fondamentale importanza E poi, se anche fosse, se avesse smascherato il colpevole cosa avrebbe fatto davvero? Ci pensava parecchio quei giorni o forse sarebbe meglio dire che era la sua ossessione. Lo avrebbe consegnato nelle mani della giustizia? Gli avrebbe elencato i suoi diritti per poi vederlo in un’aula di tribunale, magari difeso da un buon avvocato? Magari l’avrebbe fatta franca dopo qualche anno di galera.

Non era quello che voleva Roberto. Il responsabile di quell’omicidio non aveva solo ammazzato una ragazza indifesa. Aveva ucciso un sogno, un futuro, la speranza per lui di avere una sua famiglia. Quando un collega di Roberto gli portò sottobanco i risultati dell’autopsia e cominciò a leggerli sentì allargarsi sotto i piedi la voragine che si era creata tempo prima. I risultati erano chiari, Martina non era stata l’unica vittima di quell’omicidio. Al momento del decesso c’era un feto all’interno del suo utero. Esatto, Roberto sarebbe diventato padre dopo qualche mese. Una fitta arrivò al cuore di Roberto con la forza di un treno. Stavolta il colpo era da KO e andò al tappeto. Per giorni si chiuse in casa senza vedere nessuno. Ancora nessuno era riuscito a spiegare le cause dell’accaduto anche se tutti puntavano il dito alla pista per rapina. Purtroppo non era possibile confermarlo perché Martina aveva la brutta abitudine di non portare soldi con sé quindi rimaneva un alone di dubbio. Forse il rapinatore ha reagito male al fatto che non ci fosse un bottino da prendere, forse un raptus improvviso. Tanti forse, nessuna certezza.

Eppure Roberto sapeva che poteva fare qualcosa. Il suo fiuto particolare, la sua propensione al lavoro duro e massacrante, si sarebbe dedicato anima e corpo a quel caso. Ma niente. Per quante porte continuava a bussare trovava sempre le stesse risposte. Avrebbe lavorato anche sottobanco, facendosi passare i fascicoli dai colleghi senza farlo sapere in giro ma loro gli volevano più che bene. Avrebbero voluto che dimenticasse tutto in fretta e non scesero mai a patti con lui. Intanto rientrato al lavoro gli vennero assegnati soltanto i casi più semplici in modo da non stressarlo troppo.

Roberto abbassò la testa e fece come gli era stato ordinato dai superiori ma quando usciva dal suo ufficio, quando chiudeva la portiera dell’auto e rientrava a casa aveva tutto il tempo di impiegare le sue forze e scoprire chi fosse l’assassino della moglie. E lo faceva con ogni mezzo a sua disposizione, specialmente quando dai giornali apprese che c’era stato un delitto nella stessa zona secondo le stesse modalità.

Un’altra vittima donna, una giovane parrucchiera, sempre di giorno e con la stessa ferita alla base del collo. Non poteva essere una coincidenza, sapeva che prima o poi anche la polizia avrebbe collegato i due delitti. Approfittò di quel vantaggio per andare sul posto e proseguire le sue indagini. Era successo in pieno giorno quindi se era fortunato ci sarebbero stati alcuni insospettabili testimoni dell’accaduto. Non sono pochi infatti i ragazzini che marinano la scuola per passare giornate intere a giocare a calcio. Iniziò a domandare a loro se avessero visto qualcosa di strano in quelle mattine. Da loro non riuscì a ricavare nulla neanche dopo aver offerto un po’ di gelati. Bussò alla porta degli abitanti del palazzo che dava su quel vicolo buio ma ancora una volta niente di fatto. Fu più fortunato quando domandò ad un garzone che lavorava in un bar. Secondo il suo racconto quella mattina stava consegnando dei caffè ad un negozio in zona quando vide un uomo vestito in modo strano. Secondo il ragazzo aveva un impermeabile lungo di colore marrone scuro, tutto abbottonato anche se quella mattina non pioveva. E poi il cappello, sembrava un vecchio cappello a tesa, di quelli che si vedono nei film in bianco e nero e che ormai nessun altro porta più. Roberto segnò tutto sul suo taccuino prima di ritornare al suo vero lavoro. Intanto la sera a casa metteva insieme i pezzi, costruiva un gigantesco puzzle su cui però ancora non era possibile vederne il disegno.

Intanto quei casi divennero tre e la stampa come sempre non aspettò altro tempo per dare un nome al serial killer. “Il mostro del centro storico” lo chiamavano, i tratti distintivi erano quelli che ormai Roberto conosceva già. Uccideva di giorno, preferiva le vittime di sesso femminile e giovani e le violentava prima di ucciderle con una coltellata. Su un quotidiano addirittura veniva riportato che secondo l’identikit di un testimone oculare l’assassino aveva un lungo cappotto marrone e un cappello. Roberto aveva perso il suo vantaggio quindi da quel momento doveva impiegare ancora più forze nella ricerca di quel mostro.

Intanto che le vittime aumentavano lui metteva insieme i pezzi, erano ormai cinque in tutto le ragazze morte ad opera di quel folle quando Roberto era certo di seguire le tracce giuste. Domandò a tutte le lavanderie di quella zona se negli ultimi tempi qualcuno avesse portato loro un cappotto marrone da lavare. Certo, un’informazione un po’ vaga, ma che diede i suoi frutti. Una signora aveva servito un cliente particolare, aveva il volto coperto, forse per il forte raffreddore, ed aveva chiesto di lavare un cappotto marrone e un cappello a tesa. Roberto riuscì a farsi dare le ricevute del lavaggio, il cliente non aveva lasciato nessun numero di telefono ed aveva pagato in anticipo, ma la signora ricorda che all’interno della giacca aveva trovato lo scontrino di un negozio nei pressi di Porta Nolana.

Quegli sviluppi portarono l’agente proprio in quella zona. Una mattina Roberto si recò nel mercato abusivo che si tiene ogni giorno nei pressi di Porta Nolana. Si appoggiò ad un muro mentre con lo sguardo nascosto dagli occhiali da sole perlustrava la zona. Non dormiva da giorni ma non gli sarebbe stato difficile trovare in quella confusione Ciro detto “tre dita”. Tutto intorno era un suk all’aria aperta, una folla variopinta visionava le bancarelle piene di roba di dubbia provenienza, ma in quel caos continuo c’era il suo uomo. Ciro comandava in quella zona e niente era fuori dalla sua portata. In quelle piccole strade non si muoveva nessuno senza che lui lo sapesse. Lo vide da lontano che girava con lo sguardo altero e controllava la zona. Si avvicinò di soppiatto ma due scagnozzi se ne accorsero prima che fosse vicino a lui e gli bloccarono la strada. Ciro li vide e si avvicinò. Conosceva già Roberto, di solito quelli come lui conoscono tutti i poliziotti migliori.

-Ragazzi lasciatelo stare, è roba mia. Ispettore Parisi, giusto?

-Buongiorno Ciro, non mi aspettavo un’accoglienza così calorosa

-Dovete scusarli, sono nuovi e ci tengono alla mia incolumità. Si vede da lontano che siete uno sbirro e loro l’hanno capito. Ma cosa vi porta qui da me?

-Ciro passiamo direttamente al punto senza giri di parole. Sto seguendo una pista sul serial killer del centro storico. Secondo alcune verifiche potrebbe abitare qui in zona

-E cosa vorreste fare? Vorreste piantonare il mercato giorno e notte e controllare chi entra e chi esce?

-No, purtroppo non ne ho l’autorità. Però da voi voglio un nome. Voglio che mi indichiate qualcuno di sospetto. Qualcuno che va in giro di giorno con un cappotto lungo marrone e un vecchio cappello a tesa. Voi conoscete tutti quindi lo sapreste prima di chiunque se ci fosse un sospetto

-Appunto, io qui so tutto. E non c’è nessun serial killer. Conosco vita, morte e miracoli di ognuno di questa parte di quartiere. Ho occhi e orecchie dappertutto e non c’è nessuno che sgarra

-Ma non è possibile. Ci sarà almeno qualcuno che non tenete d’occhio, qualche cane sciolto

-Vediamo di essere chiari una volta per tutte. Qui non c’è nessun serial killer. Non so chi vi ha messo in testa queste idee ma siete su una strada sbagliata. Se solo avessi avuto anche un minimo dubbio avrei consegnato io stesso la sua testa fuori al vostro commissariato. Ne va del mio onore. Ora la discussione è chiusa. Ragazzi, accompagnate il signor Parisi lontano da me, sul Corso. Ossequi

Roberto se ne andò furioso prima che i due bodyguard lo scortassero fuori da Porta Nolana. Ritornò a casa con un pugno di mosche in mano ma non aveva più forze per rimettersi al lavoro e cercare nuovamente qualche indizio che non aveva ancora notato. Arrivò sull’uscio del suo appartamento e notò subito qualcosa di strano. Da sotto la porta spuntava l’angolo di un foglio. Si allertò e aprì lentamente la porta di casa. Prese il foglio, non lo lesse subito. Fece prima un giro delle stanze per accertarsi di non aver avuto ospiti indesiderati durante la sua assenza. Poi aprì il biglietto, su un lato c’era un indirizzo, sul retro una scritta.

“Questo massacro deve finire”

Non era necessario prendere lo stradario per capire che l’indirizzo era di una zona di Gianturco, nell’area di una allora già crescente Chinatown. Il problema era un altro: chi aveva lasciato quel messaggio. Un informatore anonimo che voleva aiutare Roberto ad acciuffare quel mostro? Una trappola dello stesso per poterlo togliere di mezzo? Il giovane non sapeva dare una risposta certa e l’unico modo era quello di verificare di persona. Era troppo stanco però, reggeva a malapena quel foglietto mentre le mani tremavano. Decise di riposarsi e di andare a controllare la sera stessa.

Piombò in un sonno profondo ma per nulla sereno. Era ossessionato da visioni strane, vedeva i volti delle vittime che aveva conosciuto dai giornali, i loro corpi orrendamente violentati e sgozzati. Si svegliò tardi, erano già le nove di sera quando si rese conto che quelle visioni erano solo un incubo. Senza pensarci due volte si preparò ed uscì diretto nella zona che gli era stata indicata, non aveva scelta.

Dopo mezz’ora arrivò, il numero civico era quello. Si avvicinò di soppiatto alla porta e con piacere vide che si trattava di un modello abbastanza vecchio. Sapeva come forzarla, era necessaria solo una scheda telefonica e un po’ di pazienza. Ci riuscì, la aprì lentamente per evitare di fare rumore. Il cuore gli batteva forte mentre entrava in quella casa sconosciuta. Rimase in attesa qualche secondo cercando di ascoltare il minimo suono. Nulla.

Attraversò l’ingresso per trovarsi in una stanza vuota. Non c’erano mobili e le pareti erano completamente spoglie. Vide una porta aperta e con coraggio la attraversò. Si trovò davanti un’altra stanza vuota ad eccezione di un mobile basso. Si avvicinò e vide che c’erano delle foto. Aveva terrore al solo pensiero di scoprire cosa contenessero. Le prese in mano e subito un impeto di rabbia pervase il suo animo. Erano foto di Martina. C’era lei in cucina mentre preparava il pranzo sorridendo, in un’altra foto era in posa fuori al Maschio Angioino, un’altra ancora la ritraeva in spiaggia mentre prendeva il sole. Com’era possibile che quel mostro avesse le foto di sua moglie? Roberto ebbe un improvviso giramento di testa, la sua mente cercava di mettere insieme dei pezzi che non si incastravano per nulla. Prese a rovistare i cassetti del mobile, non c’era nulla al di fuori di un’audiocassetta. La prese, non sapeva ancora il perché. Ormai non si interessava più di non far rumore, rovistava dappertutto in cerca di qualche spiegazione. Uscì dalla stanza e perlustrò le altre.

Arrivò davanti ad una porta chiusa a chiave. La aprì ed accese la luce. Quella era di sicuro la cosa più strana che potesse vedere. Le pareti erano completamente riempite di specchi di ogni forma. Quale sadico avrebbe potuto vivere in una casa come quella? Al centro della stanza a terra c’era uno stereo a cassette. Roberto non attese altro tempo, mise l’audiocassetta nello stereo e pigiò sul tasto Play. Dalle piccole casse uscì fuori una voce camuffata. La ascoltò senza interrompere.

“Ciao, spero che in questo momento ci sia Roberto Parisi ad ascoltare queste parole. Non sono sicuro di quanto tempo avrò ancora a disposizione ma devo farti sapere cosa sta succedendo. Questa carneficina deve finire e alla svelta. Forse avrò solo pochi minuti di lucidità prima che lui capisca quello che sto facendo e distruggerà questa cassetta. Se sono fortunato farò in tempo a nasconderla in attesa che tu arrivi”

Quella voce aveva qualcosa di familiare ma non riusciva a capire cosa.

“Tutto è iniziato quando tua moglie è morta. E’ stata una tragedia, una disgrazia, ma non potevi fare nulla. Il mondo ti è caduto addosso, lo so, è tremendo. Dovevi ascoltare gli amici, quelli che ti volevano bene. Dovevi stare da parte, disinteressarti del caso. Magari un po’ di solitudine avrebbe fatto bene a dimenticare pian piano l’accaduto. Tu invece hai scelto la strada peggiore ed hai messo in moto una macchina omicida senza che te ne rendessi conto”

Ma come? In che modo lui poteva essere responsabile delle azioni del serial killer? Aveva inconsapevolmente fatto partire una sfida con il mostro?

“Dovevi stare da parte, pensare solo a te stesso e accettare passivamente quanto era accaduto. Tua moglie non era e non sarà l’ultima vittima della parte malata di questa città. Lo avevi detto anche tu, aveva la brutta abitudine di non portare soldi con sé. Quella mattina purtroppo c’era un drogato che voleva da lei i soldi per un’altra dose, magari l’ultima. Lei non aveva niente con sé e non sapeva proprio come toglierselo dalle scatole. Forse avrà reagito, forse avrà cercato di scappare. Non lo sapremo mai, ma quel farabutto non poteva lasciarla andare senza prima aver avuto la sua soddisfazione. Non c’era nessuno in quel vicolo buio, anche a quell’ora del mattino. Chissà in quella mente alterata cos’è successo, la droga fa brutti scherzi. Quel bastardo l’ha violentata e l’ha uccisa. Era solo una rapina finita male, nel peggiore dei modi. Ma sai cos’è successo dopo? Quando non sei riuscito a dare una spiegazione a quella tragedia? Dopo è nato il mostro, il serial killer”

Roberto respirava a fatica ascoltando quelle parole che diventavano sempre più chiare.

“Il male stava nascendo ed esigeva sempre più sangue. La tua mente ha dato alla luce un nuovo essere fatto di orrore. Hai comprato quel cappotto marrone, quel vecchio cappello. Hai cominciato a progettare nei momenti di buio quei nuovi omicidi imitando il modus operandi dell’assassinio di tua moglie. Sei diventato tu quel mostro anche se non te ne sei mai accorto”

Roberto alzò la testa e guardò di nuovo la stanza. Gli specchi riflettevano il suo volto, ma lo sguardo che gli ritornavano era pieno d’odio.

“Ma nel momento stesso in cui quel nuovo mostro era nato c’è stato qualcos’altro. Nei brevi attimi di lucidità sono nato anch’io, ed ho fatto in modo che sapessi cosa ti stava succedendo. Cosa ci stava succedendo. Ho messo io quello scontrino nella giacca prima di portarla in lavanderia, ho scritto io quel messaggio con l’indirizzo. Sono stato io, o meglio sei stato tu. La parte buona che è in te”

Ora ricordava tutto. Le vittime pedinate nei giorni di ferie, il coltello a serramanico comprato quella notte di nascosto, quella sensazione di completezza dopo ogni sacrificio. La soddisfazione nel dare una spiegazione ad una morte che non aveva significato.

“Ti prego, devi finirla. In qualunque modo devi terminare quello che sta accadendo prima che sia troppo tardi, prima che tu diventi lui per sempre. Fallo per lei, per Martina. Non avrebbe mai voluto che questo accadesse”

Aveva ragione, non poteva più permetterlo. Con lo sguardo senza impressione si avvicinò ad uno specchio. Vedeva un uomo con un lungo cappotto e con gli occhi iniettati di sangue. Alzò il braccio, puntò la pistola e sparò. Lo specchio andò rumorosamente in mille pezzi. Aveva ucciso il mostro? No.

Si abbassò e lentamente prese uno dei pezzi di vetro caduti. Rimase immobile per qualche secondo, gli ultimi suoi pensieri erano rivolti a sua moglie. Poi senza esitazione e senza emettere nemmeno un lamento di dolore si infilò il pezzo appuntito alla base del collo. Cadde in ginocchio a terra piangendo, quello sarebbe stato l’ultimo sacrificio di quel mostro.