31 Dicembre 2018

Era quasi passato un anno dall’ultima volta che ci aveva provato, e cominciava ad essere stanca. Ogni anno compiva il suo personale sacrificio sull’altare dell’amore non corrisposto. L’ultima volta non era andata come sperava, o forse era il segnale che le cose dovevano cambiare. Forse nel profondo del suo cuore oscuro maturava l’idea che tutto quello era sbagliato, che era passato troppo tempo, che il suo odio non giustificava le sue azioni. Forse era arrivato il momento di girare pagina.

Uscì dall’acqua e si portò sulla sabbia. Conosceva a memoria l’incantesimo che la tramutava in essere vivente. Sotto la luce tiepida del sole pomeridiano la sua pinna sparì lasciando posto ad un paio di lunghe gambe. Si alzò in piedi. Era nuda e bella come non mai. Si diresse dietro ad una grande roccia e con la sua forza sovrumana lo sposto di qualche metro. Sotto c’erano dei vestiti che aveva messo da parte per quelle occasioni, quando non era più nel suo habitat naturale e desiderava camminare sulla terraferma.

Negli anni aveva dovuto provvedere anche a quello per il suo scopo. Ad ogni decennio che passava cambiavano le mode e lei era costretta ad aggiornare il proprio guardaroba personale in modo da mimetizzarsi tra la gente comune. Non le mancava certo lo spirito di adattamento e le idee su come fare in modo che questo potesse accadere. La sua magia sensuale poteva piegare al suo volere anche il più freddo degli uomini. Le era facile ammansire qualcuno e fare in modo che le comprasse vestiti e gioielli costosi. Con il tempo era diventato quasi una sua vanità, un vezzo che si concedeva nei giorni in cui era una terrestre.

Quella sera però non indossava gli abiti con lo stesso spirito delle altre volte. Di solito indossava quella sua seconda pelle pensando alla prossima preda, pensando al sapore del suo sangue. Faceva parte del rituale della caccia. Ma non quella volta. Indossò un paio di jeans anonimi ed una maglietta di colore nero. Gli stessi abiti di un anno prima, da allora non era più uscita dall’acqua. Con le mani mosse i capelli ondulati, poi guardò davanti a sé e cominciò a camminare mentre i versi dei gabbiani la accompagnavano in quell’ultima avventura.

Conosceva bene la strada. Mancava da quel luogo da troppo tempo eppure le sembrava che fossero passati solo pochi giorni. Percorreva quella terra persa nei ricordi della sua giovinezza. Quando forse tutto era più semplice per lei. Ogni tanto si guardava intorno scongiurando la presenza di altre persone. Sapeva bene che quel giorno non ci sarebbe stato nessuno nei dintorni. Era un giorno speciale anche per gli abitanti della città, magari erano tutti riuniti nelle loro case a prepararsi per la festa di fine anno.

Percorse una strada irta e piena di erbacce. La natura aveva fatto il suo corso e nascondeva un luogo bellissimo quanto magico. Dopo qualche minuto si ritrovò a camminare su strade che avevano subito l’ingiuria del tempo. Le ricordava diverse, prospere di vita e luce. Erano le strade che passavano davanti a templi di rara bellezza e negozi di prelibatezze sconosciute. Ora invece calpestava le pietre e la terra vedendo davanti a sé soltanto le rovine di quella che un tempo era stata la culla della civiltà. Ma anche se i secoli avevano cambiato il volto di quel luogo, riusciva ancora a sentire la forza della magia che ancora emanava.

Quella camminata le mise tristezza. Guardava quelle pietre che avevano resistito al giudizio del tempo e non poteva non pensare a sé stessa. A come era passato così tanto tempo da dimenticare quasi del tutto il suo passato, a parte quell’episodio così cruento. E se fosse anche lei come quelle rocce? Se sotto la sua bellezza fatale non fosse altro che una pietra erosa dal tempo? Quanto ne sarebbe passato ancora prima di rompersi definitivamente e crollare?

Quei pensieri tristi e senza speranza la condussero fino alla sua destinazione. Alzò gli occhi e si trovò davanti il grande ingresso dell’antro della Sibilla. Un tempo quel luogo permeava di magia e suggestione. Gli uomini si raccoglievano al suo interno nella speranza di ascoltare il proprio destino, il proprio futuro. Lì dentro si manifestava il volere degli dei attraverso l’opera di una giovane vergine. Tutti la rispettavano perché solo lei poteva dare una mano a guardare lontano. Di quelle sensazioni che ricordava ormai rimaneva soltanto un silenzio. Un silenzio lugubre, che echeggiava venerazione e paura.

Varcò l’ingresso e percorse lentamente il lungo corridoio buio. Di giorno il sole passa attraverso le feritoie creando un effetto ottico di rara suggestione. Il sole però era ormai basso e prossimo al tramonto, quel viale le sembrò buio come le profondità più oscure dell’animo umano. Nel silenzio sentiva i propri passi rimbombare nell’eco. Piccole gocce di rugiada cadevano nelle camere che amplificavano il suono. Si stava avvicinando al termine della sua missione.

Entrò nella stanza preceduta dal vestibolo, quella in cui dimorava la vergine.

La Sibilla Cumana.

La ricordava ancora, con i capelli rosso fuoco e gli occhi del colore del mare. Gli uomini rimanevano impietriti quando la guardavano. La sua infinita bellezza era inferiore solo all’austerità che emanava. Intorno a lei riuscivano a percepire un’aura di magnificenza.

Quel luogo così splendente ora però le appariva vuoto e freddo. L’oscurità e il silenzio erano diventati i nuovi sovrani di quel posto. Provò a sussurrare il suo nome.

-Sibilla Cumana…

Nessuna risposta. Provò ancora più forte.

-Maestosa Sibilla Cumana…

L’eco della sua voce le ritornava indietro, ma non era quella la voce che desiderava ascoltare. Chiuse gli occhi e respirò profondamente. Percepiva sulla sua pelle l’umidità di quel posto, le particelle di acqua nell’aria. Ma non era la sola cosa che riusciva a percepire. Dalla bocca emise un alito che divenne subito una nuvola bianca. Le sue labbra accennarono ad un sorriso.

-So che sei qui. Riesco a sentirti

Una folata di vento freddo le alzò per un attimo i capelli. Un brivido le salì lungo la schiena.

-Non ti mostri a me? Valgo così poco per te da non meritare neanche di vederti?

Un altro soffio di vento, alcune foglie a terra girarono su sé stesse creando un piccolo mulinello.

-E’ passato tanto tempo eppure siamo ancora su questa terra. Facciamo parte dello stesso mondo, dovremmo aiutarci a vicenda

Fu allora che sentì una voce. Aveva dimenticato quanto fosse spaventosa e bellissima da ascoltare.

-Aiutarci dici? Siamo amiche noi due, dunque?

-Finalmente la tua voce. Come mi è mancata tutto questo tempo…

-Un tempo lontano secoli, Partenope. Non credevo di trovarti ancora qui. Girano strane voci sul tuo conto

-Che tipo di voci?

-C’è chi dice che eri sparita, chi giura di averti visto sacrificare la tua vita in mare, chi invece tramutarti in scoglio. Ma come dicevo sono solo voci, e io so bene che le voci pesano tanto quanto chi le pronuncia

Suicidata su uno scoglio. Sapeva bene quella parte della storia, il destino che una delle sue amiche sirene dovette affrontare.

-Come vedi sono tutte dicerie. Io sono qui e desidero parlarti

-Parlarmi? Sono passati secoli da quando qualcuno ha avuto la possibilità di proferire con me. Ormai i miei poteri non sono più gli stessi di un tempo. Non faccio nemmeno parte più di questo mondo, di me è rimasta solo la mia voce

-Ti sottovaluti, Sibilla. Il tuo potere non conosce limiti, come la tua immortalità donata da Apollo. E poi io non ti chiedo un vaticinio difficile, solo la risposta ad un mio quesito

-Parla dunque. Cosa hai da domandare?

Partenope riempì i polmoni di aria gelida, poi trovò il coraggio di parlare.

-Si tratta di lui, è il mio chiodo fisso da sempre. Da quando l’ho visto la prima volta su quella nave non ho pensieri che per lui. Lo rivedo negli occhi delle persone per strada, nelle parole sussurrate dagli amanti, nel calore dell’estate e nel gelo dell’inverno. Di lui sono state riempite pagine e pagine di libri, tutto il mondo esalta la sua figura. Ed io sono stata solo una comparsa nella sua vita

-Colui di cui parli era solo un mortale, la sua vita terrena si è conclusa tempo fa

-Lo so. Non è lui che mi tormenta ma il pensiero di lui. L’odio che provo nei suoi confronti mi sta consumando, e con me sta consumando anche l’esistenza di persone innocenti. Ho desiderato milioni di volte di smettere ma non sono abbastanza forte. Ho addirittura pensato di morire, di suicidarmi. Magari sugli scogli, come nel mito che mi circonda. Ma quello stesso odio che mi rovina, mi alimenta, e le mie intenzioni rimangono tali

Non si accorse che mentre parlava stava cominciando a piangere. Delle piccole gocce scivolarono dai suoi occhi rigandole il viso fino a cadere a terra. Il flebile rumore di quelle gocce salate fu amplificato dall’eco.

Fu in quel momento che la terra ebbe un sussulto. Partenope sgranò gli occhi mentre intorno a lei sembrava manifestarsi un terremoto. Si sedette su una delle pietre nella sala mentre vide li prodigio che si stava compiendo.

Le pareti di tufo cominciarono a trasudare acqua. Dalla roccia fuoriuscì un getto che si raccolse al centro della stanza. L’acqua raccolta cominciò a girare in senso antiorario creando un lento vortice. Il liquido aumentava e la stanza continuava a riempirsi senza però mai traboccare. Fu in quel momento che Partenope la vide. L’acqua cominciò ad alzarsi assumendo una strana forma mentre continuava a girare, finché non assunse le indistinguibili sembianze della Sibilla Cumana.

Era proprio come la ricordava, bellissima da mozzare il fiato. Una scultura d’acqua che in quel momento la guardava con sguardo serio ma non arrabbiato.

-Quelle lacrime non hanno senso, sono un paradosso. Non puoi piangere per una persona che non esiste più. Sei rimasta intrappolata all’interno del tuo stesso sogno, del tuo stesso desiderio

-Cosa posso fare? Solo tu puoi aiutarmi

-Una soluzione drastica c’è, ma dovrai accettare le conseguenze anche se peseranno come un macigno sulla tua testa

Partenope la guardò con gli occhi pieni di lacrime. La Sibilla le ricambiava lo sguardo seriamente.

-Farò di tutto pur di finire questo tormento

La maga le tese un braccio. Appena la sirena le sfiorò la mano con la sua, subito un vento gelido entrò nella sala. Un vortice di una forza straordinaria si creò intorno a loro. Gocce di acqua mulinavano intorno. Partenope non vide più nulla per alcuni secondi, poi lentamente il muro d’acqua intorno a lei svanì nel nulla. Si guardò intorno, era di nuovo all’esterno. Non era molto lontana dall’antro della Sibilla, riconosceva bene quel posto.

Ora c’erano solo delle basse pietre di tufo chiaro, intorno l’erba cresceva rigogliosa e ignara di come quel luogo millenni prima era un posto sacro. Ricordava ancora le colonne del porticato, il grande pronao, le navate lastricate in pietra, e la grande statua eretta in onore del dio venerato. Agli occhi dei profani era difficile credere che quel luogo in passato era il tempio di Apollo. La maestosità antica era solo un vago ricordo nella sua memoria.

Perché si trovava lì? Perché la vergine l’aveva trasportata in quel posto? Le sue domande dovettero aspettare poco, una voce si udì nel silenzio.

-Sai dove ti trovi, non è vero?

-Sì. E’ il tempio di Apollo. O forse lo era

-I luoghi sono quel che sono anche se cambiano aspetto. Qui il tuo desiderio sarà avverato

Spiegati. Cosa mi aspetta?

-Ho parlato con l’Oracolo, il suo responso si è palesato a me per venirti incontro. Come ti accennavo si tratta di una decisione difficile da prendere. Come sai, il dio Apollo mi ha donato l’immortalità in passato. Lui può tutto, anche toglierla

Partenope ebbe un sussulto al cuore mentre ascoltava quelle parole.

-Se tu vuoi, posso intercedere con lui, ho ancora il potere per farlo, ma da questa scelta non si torna indietro. Non sarai più immortale, non avrai più accesso ai benefici di noi antichi, sarai come gli esseri umani che calpestano questa terra. L’odio che alimenta il tuo potere svanirà nel nulla

-Morirò dunque? La soluzione è privarmi della vita? Non esiste un’alternativa?

-Non esistono alternative, il responso è stato dato. Non morirai subito ma sarai una mortale. Avrai una vita come gli altri umani. Tanti dei nel tempo hanno desiderato questo, assaporare la vita appieno prima che finisca

-E lui? Il pensiero che ho di lui? La mia mania, la mia follia?

-Questa è la parte più sofferta, ma la scelta rimane a te. Con la mortalità perderai i tuoi ricordi. Tutti i tuoi ricordi

La sirena si inginocchiò con gli occhi sgranati. La scelta che le si parava davanti era la più difficile che potesse immaginare.

-Non ricorderai più lui, ma neanche di essere stata una sirena, di essere vissuta in un’epoca di gloriosa grandezza, di aver camminato con i giganti, di aver nuotato con gli dei. Millenni di storia andranno dimenticati nel fiume dell’oblio. Sei pronta a pagare a caro prezzo la soluzione al tuo problema d’amore?

Rimase in ginocchio per attimi che si allungavano a dismisura. Valeva la pena prendere tempo per una scelta così difficile. Avrebbe barattato un cuore libero con una mente vuota. Una vita anonima al posto di una intrisa di mito. Una scelta difficile ma anche semplicissima, non c’erano alternative. Sarebbe stata finalmente libera da quel peso, da quella zavorra che la teneva incatenata al passato. Ad un passato che voleva a tutti i costi dimenticare. forse era proprio quella la soluzione. L’uomo che aveva causato tutto quello aveva fatto proprio la scelta opposta, si era scontrato con il suo destino per diventare un nome che durasse per sempre. Lei invece doveva fare proprio il contrario, vivere nell’ombra di un nome che non avrebbe avuto la stessa eco.

Si alzò in piedi. Lo sguardo era serio ma risoluto. Aveva compiuto la sua scelta.

-E va bene. La mia scelta è questa, preferisco l’oblio piuttosto che continuare questa vita per sempre

Una voce tuonò nell’aria mentre un lampo fece brillare il cielo scuro.

-E sia! Il tuo volere sarà accontentato!

Partenope rimase in piedi, con il capo chino. Sentì qualcosa cadere sulla sua testa. Una goccia, poi un’altra, poi ancora. In pochi secondi una pioggia si manifestò su quel luogo. Alzò la testa guardando il cielo. Aprì la bocca e lasciò che alcune gocce gli entrarono in gola. Sentì un sapore strano, amaro. Sorrise tristemente, era così che doveva essere il sapore delle acque del fiume Lete. Cadde di colpo a terra, chiuse gli occhi e per l’ultima volta pensò al volto dell’uomo che aveva cambiato per sempre la sua vita. L’uomo per portava il suo destino nel nome, colui che è odiato. Un ricordo che si perse nel nulla.

Fuori al bar alla Riviera di Chiaia si erano ammassate un po’ di persone. La maggior parte erano giovani che salutavano la fine dell’anno e brindavano all’inizio del nuovo. Alzavano i loro bicchieri colmi di spumante divertendosi rumorosamente. Il traffico del primo pomeriggio era paralizzato, d’altronde in quell’ultimo giorno dell’anno tutta la città era in preda alla confusione. Gente che tornava a casa per riunirsi con la famiglia, chi era in cerca degli ultimi dettagli del cenone, chi ingannava il tempo libero salutando amici con cui scambiarsi gli auguri. Una festa per tutti. O quasi per tutti.

C’era un tavolino più lontano, isolato dagli altri. Una ragazza leggeva un libro mentre un caffè fumante la aspettava. Sembrava così assorta nella lettura da non sentire il chiasso che la circondava. Non sentì nemmeno i passi felpati alle sue spalle. Un ragazzo si avvicinò si soppiatto senza essere avvertito, allungò le mani verso la sua testa e con delicatezza prese le asticelle degli occhiali che indossava. Glieli tolse delicatamente, lei finalmente si voltò con sguardo serio. Poi lo riconobbe, ed un sorriso radioso illuminò il suo volto.

-Luciano! Solo tu potevi farmi questo scherzo idiota…

-E’ stato più forte di me. Eri così presa dalla lettura che era impossibile non approfittare. Pensa che ti ho vista da lontano, mi sbracciavo per farmi notare da te ma tu nulla

La ragazza sorrise divertita mentre si riaggiustava gli occhiali e con una mano pettinava i capelli neri davanti alla fronte. Era bellissima e anche il ragazzo stava pensando proprio la stessa cosa.

-Vieni qui e dammi un bacio, stupido

Lo prese per il bavero della giacca e lo avvicinò a sé dandogli un forte bacio sulle labbra. Non gli lasciò nemmeno il tempo di scegliere, ma comunque lui non avrebbe opposto resistenza.

-Sei in ritardo, comunque. Ti aspettavo già da dieci minuti. Nell’attesa ho preso un caffè

-Ho notato. Com’è?

-Non l’ho ancora assaggiato, era bollente. Facciamo un po’ per uno?

-Ci sto!

Un sorso a testa e lo finirono, poi si guardarono negli occhi scambiandosi sguardi di passione.

-Allora, che si fa stasera?

-Giusto, stasera. Ho sentito gli altri, ceniamo a casa di Lodovica. Ha invitato degli amici dell’Erasmus, prepareranno dei piatti tipici dei loro paesi

-Quindi niente cenone classico?

-No, impossibile. Mi ha assicurato che ci sarà anche qualche piatto della cucina tipica napoletana

-Meno male! Sono troppo innamorata della mia città per privarmene anche solo per un anno

-Già, ti conosco bene. Altrimenti non porteresti quel tuo bellissimo nome

-Scemo! Per quello bisogna ringraziare i miei genitori. In una città in cui ai figli vengono messi i nomi dei nonni non è poco trovare qualcuno che scelga un nome così particolare

-Particolare e stupendo come te, mia cara Partenope. La mia sirenetta

-Smettila, dai. Che ne dici, lasciamo questo posto e ci immergiamo nel cuore pulsante della città più bella del mondo?

-Con te sono pronto a percorrere ogni strada. Andiamo!

Il ragazzo si alzò di scatto e la prese per mano. Fecero qualche metro, poi lei si fermò di colpo.

-Il libro, l’ho lasciato sul tavolino! Mannaggia a te, per colpa tua lo stavo dimenticando!

Fece una corsa e ritornò al bar. Il libro era ancora sul tavolino, chiuso e con un segnalibro visibile. Lo prese tra le mani e osservò la copertina. Sopra c’era il disegno di una grossa nave, un’antica imbarcazione a remi. Quel disegno le suscitava stranamente curiosità e tristezza. L’eco di un ricordo lontano, o forse era solo la sua immaginazione. Sfogliò rapidamente qualche pagina, poi ripose la sua copia dell’Odissea nella borsa mentre il suo sguardo era ancora perso nel vuoto.

-Tutto bene, amore? Sei sovrappensiero?

La ragazza si destò dal sonno dei suoi pensieri. Guardò il suo ragazzo e gli sorrise dolcemente.

-Tutto bene, fantasticavo. Come sempre

-Ok, bene. Andiamo dai. A proposito, ti ho detto che stasera quella pazza di Lodovica ha organizzato una gara di karaoke?

-Benissimo! Non vedo l’ora di cantare un po’ in compagnia

6 Agosto 2021

Il mare era una tavola che mischiava i colori del cielo al tramonto. Il rosso del sole ancora caldo e l’azzurro del cielo limpido. Le tinte si mischiavano sull’acqua creando un effetto di rara bellezza. Sul pontile di Bagnoli c’era chi passeggiava e godeva degli ultimi minuti illuminati della giornata. Coppiette che camminavano mano nella mano, amici che chiacchieravano, bambini che giocavano correndo. Un venerdì sera che aveva già il sapore del fine settimana, di quelli più belli, nel pieno dell’estate. Tutti avevano lasciato a casa i problemi, le preoccupazioni, quei momenti erano stati pensati per stare bene e non per affannarsi. Tutti felici e contenti, tutti tranne una persona.

Un uomo si aggirava sospettoso tra la folla. Ad ogni passo girava il volto a destra e sinistra. Cercava, ma non sapeva ancora cosa. O chi. Guardava gli altri presenti sulla passerella, incrociava i loro sguardi alla ricerca di un indizio, di un segno. Qualcuno cominciò ad accorgersi del suo atteggiamento fuori dal normale, la maggior parte però era intenta a fare altro senza lasciarsi distrarre. Il respiro si faceva sempre più affannato, aveva corso parecchio per arrivare fin lì e purtroppo la sua età gli richiedeva più riposo di quanto volesse. Qualche bambino gli sfrecciò accanto mettendolo in allerta. Vide le schiene dei ragazzi che continuavano a giocare, capì di non essere in pericolo. Lanciò un’imprecazione masticata in bocca, ma era più tranquillo. Da qualsiasi cosa stesse fuggendo, ora era al sicuro.

Si sedette su una panchina, chiuse gli occhi e tirò un respiro profondo. Il sapore di salsedine gli entrò nelle narici ed insieme a quello ritornarono tutti i ricordi associati a quel luogo. Rilassò i muscoli tesi e prese a respirare regolarmente. Riaprì gli occhi e diede un ultimo sguardo di controllo in giro. Tutto regolare, le persone passeggiavano serene senza destare nessun sospetto. L’uomo si alzò e fece qualche passo in avanti. Percorse metà del pontile respirando a pieni polmoni l’aria di mare. Intorno a lui la piccola cornice di golfo sembrava abbracciarlo per dargli sicurezza.

Si appoggiò alla ringhiera guardando i colori intensi del mare. Quella distesa immobile gli dava pace. Alle orecchie arrivavano le risate dei bimbi e il verso di qualche gabbiano. Poi sentì il rumore di un tuffo. Stava guardando l’orizzonte quando quel suono attirò la sua attenzione e guardò in quella direzione. L’acqua si increspava formando un cerchio. L’uomo si sporse un po’ in più per vedere meglio ma quello che vide venire fuori dall’acqua aveva dell’incredibile.

Una donna.

Il busto di una donna fuoriuscì dal mare e guardò nella sua direzione. L’acqua la copriva dal collo in giù, aveva lunghi capelli scuri ed un enorme sorriso adornava il bellissimo volto.

L’uomo chiuse e riaprì gli occhi due volte, pensò di stare sognando. Da dove era sbucata quella ragazza? Una folle in cerca di un brivido o forse aveva solo pagato il pegno di una scommessa persa? Non riusciva a distogliere lo sguardo, si girò solo per controllare se anche gli altri se ne fossero accorti ma ognuno era intento a passeggiare indisturbato. La guardò ancora, lei rimandava lo sguardo senza mai smettere di sorridere. Poi si rituffò in acqua, e l’uomo vide qualcosa che gli fece venire i brividi. Quando la testa era in basso non vide le gambe risalire, ma una coda di pesce. Non poteva sbagliarsi, quelle che aveva visto erano delle pinne enormi.

Spaventato da quella visione si staccò dal ferro e camminò all’indietro fino al centro della passerella. Possibile che quella che aveva visto era una sirena? Non poteva essere, era solo uno scherzo di cattivo gusto e lui ci stava cascando. All’improvviso sentì un verso di uccelli. Non i soliti gabbiani che sorvolavano la zona ma un suono stridulo che non ricordava di aver mai sentito. Alzò gli occhi in direzione di quel suono coprendosi gli occhi con una mano per ripararsi dalla luce del sole. Un uccello si stava avvicinando, volava proprio nella sua direzione. Man mano che era più vicino si rendeva conto di quanto fosse grande. Gli passò sopra la testa ed atterrò su una panchina a poca distanza da lui. Le dimensioni erano spropositate ma quando vide la testa rimase a bocca aperta per lo stupore e la paura.

Quell’uccello aveva la testa di una donna.

Lo sguardo era arcigno e guardava proprio nella sua direzione in un tono di sfida. Fece qualche goffo passo verso l’uomo che subito indietreggiò. Il mostro aprì la bocca ma stavolta invece del solito verso da uccello uscirono parole umane.

-Dove stai scappando? Vieni da noi

Aveva sentito bene? Quell’orrendo mostro stava parlando con lui chiedendogli di seguirlo? L’uomo si guardò intorno sperando che qualcuno intervenisse. Stranamente però gli altri sembravano badare ancora ai fatti loro, solo una giovane coppia sembrò aver notato qualcosa di strano ma si allontanò senza distogliere lo sguardo. L’essere metà donna metà uccesso fece un altro passo verso l’uomo che a quel punto decise di rispondere.

-Cosa vuoi? Cosa vuoi da me?

-Voglio solo il tuo bene. Vogliamo solo il tuo bene

-Cosa ne sai tu del mio bene? Lasciami stare! Sei solo un mostro, un’arpia venuta a farmi del male

Da lontano sentì un’altra voce, più imponente, che si intromise in quello strano dialogo.

-Vogliamo solo il tuo bene, devi crederle

L’uomo voltò lo sguardo in direzione della voce, all’ingresso del pontile. Vedeva un gruppo sparuto di persone, dietro di queste però si ergeva una figura più imponente. Più si avvicinava e più sentiva indistinguibile un rumore di zoccoli sull’asfalto. Quando le persone si tolsero dalla visuale riuscì a vedere la figura per intero. Aveva il corpo di un cavallo ma dalla parte anteriore spuntava il busto di un uomo. Le quattro zampe di quella bestia si muovevano lentamente, come se non volesse spaventare il suo interlocutore. Già, come se non fosse già spaventato per aver visto davanti ai suoi occhi per la prima volta un centauro.

-Chi sei? Cosa vuoi… cosa volete da me?

-Stai calmo. Non ci riconosci?

-Certo che vi riconosco! Siete dei mostri! Siete qui perché mi volete morto

-Fidati di noi. Non siamo cattivi. Vedi? Non ti stiamo attaccando, siamo qui fermi e vogliamo solo parlare

-Parlare? Ma li avete sentiti? Qualcuno li sta sentendo o sono il solo?

L’uomo si guardò intorno preoccupato. Aveva attirato l’attenzione di tutti i presenti. Tutti lo guardavano ma quello che vedeva nei loro occhi non era paura, ma pena. Sembrava proprio che gli altri stessero provando compassione per lui anche se non ne capiva il motivo.

-Datemi una mano! Qualcuno mi aiuti

Qualcuno si allontanò affrettando il passo, altri fecero finta di nulla senza riuscire a fingere interesse per quella scena insolita. L’uomo allora cominciò ad avvicinarsi alle altre persone chiedendo aiuto.

-Lei, lei li vede? Mi risponda, non se ne vada… E lei, signorina, non scappi anche lei. Qualcuno sa dirmi perché ce l’hanno con me?

Intanto sentiva le loro voci, le opinioni di quelli che ormai erano solo delle comparse in quella scena teatrale.

Cosa vogliono da lui?

Perché non ne parlano da un’altra parte?

Amore, andiamo via. Saranno fatti loro, non ci impicciamo

Tra tanti posti proprio qui? Non hanno niente di meglio da fare?

E se poi solo sono davvero cattivi?

Non era il solo a vedere quei mostri. Purtroppo però sembrava che gli altri non volessero in nessun modo fare qualcosa per lui. Doveva fronteggiare quei nemici da solo. Fece due passi decisi in direzione dell’arpia che stranamente fece un passo indietro. Riusciva anche lui ad incutere timore in quelle bestie?

-Andate via vi dico. Questo non è il posto per voi!

Fece un altro passo in avanti quando sentì dei passi che si avvicinavano. Un altro essere corse nella loro direzione e si fermò accanto al centauro posandogli una mano sul dorso. Quando girò il volto in direzione dell’uomo, questo si accorse della gravità di quel gesto e subito con entrambe le mani si coprì il volto e si accovacciò a terra. Prima di chiudere gli occhi aveva visto di chi o cosa si trattasse. Aveva il corpo di una donna ma dalla testa al posto dei capelli c’era un groviglio di serpenti. Decine di serpenti che si muovevano aprendo e chiudendo le fauci. Lui sapeva di cosa si trattasse, era una gorgone e il solo sguardo lo avrebbe tramutato in pietra.

Ancora accovacciato cercò di parlare per convincere un’ultima volta quelle bestie immonde a lasciarlo stare.

-Perché? Perché ce l’avete con me? Lasciatemi in pace. Lasciatemi solo!

L’ultima fetta di passanti presenti sul pontile si dileguava verso l’uscita, un silenzio spettrale piombò sulla scena. L’uomo avvertì dei passi avvicinarsi a lui, sempre tenendo le mani sul volto cercò di allontanarsi strisciando sull’asfalto.

Vi prego, andatevene. Andatevene…

Cominciò a piangere a dirotto. Ormai era conscio del destino che lo attendeva. I mostri sembravano non ascoltarlo ed avanzavano in silenzio verso di lui. Sentì altri rumori più veloci, come qualcosa che strisciava. Aprì un piccolo spiraglio tra le dita in modo da vedere meglio. Ormai era spacciato e la curiosità stava prendendo il sopravvento.

Vide due figure, più piccole, che avanzavano. Vedeva i loro sorrisi stampati sui volti innaturali. Il corpo da bambine e la coda di serpente, due echidne gli strisciavano incontro, lo deridevano. Ormai era alla loro mercé, non poteva fare altro che deporre le armi e abbracciare il fato, per quanto tremendo fosse. Tolse le mani dagli occhi e guardò per l’ultima volta le creature che aveva davanti. Erano in fila, l’una accanto all’altra e lo guardavano con sguardo serio e preoccupato. L’arpia, il centauro e la gorgone, mentre le altre due piccole creature continuavano a girare in tondo. Richiuse gli occhi attendendo il braccio della morte.

Quello che sentì subito dopo però non era una minaccia. Avvertì il tocco di una mano sulla sua spalla. Come una carezza, un gesto che cercava di incutere sicurezza più che terrore. Riaprì gli occhi e finalmente li vide.

I mostri che prima erano davanti a lui non c’erano più, al loro posto c’erano delle persone. Erano intorno a lui e gli sorridevano tristemente. Un uomo, due donne e due bambine. Non li riconobbe subito, era ancora sotto shock, ma fu quella prima frase detta da una delle donne a risvegliare la memoria.

-Papà, siamo qui con te. Andrà tutto bene

Fu in quell’istante che li riconobbe. I suoi figli Laerte, Olimpia e Tea, le sue nipoti Grazia e Noemi. Erano lì per lui e quando capirono che lui li aveva finalmente riconosciuti lo abbracciarono con forza. Fu una scena molto commovente, i pochi estranei presenti non poterono fare a meno di trattenere le lacrime per quella che era chiaramente una tragedia familiare sfiorata.

I figli ritrovati dell’uomo lo aiutarono ad alzarsi e lo fecero sedere su una delle panchine. Le bimbe ignare della serietà della situazione continuavano a giocare tra loro e correre in direzione del nonno abbracciandolo con affetto. L’uomo ormai rinsavito ripercorreva gli sguardi dei suoi cari, delle uniche persone al mondo che gli erano vicino. Avrebbe tanto voluto scusarsi con loro, avrebbe voluto trovare le parole giuste per far capire quanto era afflitto per le preoccupazioni che gli stava dando. Ma loro non erano più bambini, capivano come si sentiva e senza parlare gli fecero intendere che tutto si era risolto e quella era la cosa importante.

-Andiamo a casa. Hai bisogno di riposarti

-Tra poco le temperature si abbasseranno e non ti farà bene. Aggrappati a me

-Nonno! Nonno! E’ vero che starai un po’ con noi a giocare?

-Bimbe non fatelo affaticare. E’ molto stanco ed ha bisogno di riposo

L’uomo fece come gli era stato consigliato. Si alzò e accettò l’aiuto della figlia più piccola. Ancora non riusciva a dire una parola, mentre un’ultima lacrima scendeva sul volto rigato dalle rughe.

Qualche metro più distante una giovane coppia guardava l’epilogo della toccante scena. La ragazza con la voce rotta dall’emozione chiese al ragazzo cosa ne pensasse.

-Chissà chi sono quelli lì. Per un momento ho pensato che l’anziano potesse buttarsi in acqua

-Per fortuna non è successo nulla. Sai chi è quel signore?

-No. Lo conosci?

-Non personalmente, ma so che è un docente universitario di storia antica. E’ stato il professore di mio cugino Arnaldo. Mi ha sempre detto che tutti gli studenti erano affascinati quando spiegava in aula. Ora non è che l’ombra di sé stesso

-Che gli è successo?

-La moglie era malata da tempo. Pensa che si è ritirato dall’insegnamento per starle vicino. Ed è servito, sai? Lei stava meglio finché lui le teneva compagnia. Poi, sai com’è in questi casi, da un giorno all’altro se n’è andata. Da quel giorno so che lui non è più lo stesso. Hanno provato a convincerlo a ritornare al lavoro per distrarsi ma è stato inutile. C’è chi dice che il dolore forte lo ha spinto a… vedere delle cose. Non so se è vero, ma sembra che si sia chiuso in un mondo tutto suo, fatto di creature fantastiche della mitologia greca. La Grecia era il suo pallino, suo e della moglie. Amavano la storia greca, forse per lui rivivere la magia del mito è il modo di proteggersi dalla triste realtà in cui si trova adesso. Senza la donna che ha sempre amato, solo

-Meno male che ci sono i figli con lui. Sembravano davvero affezionati a lui

-Già. Meno male

I due ragazzi si abbracciarono mentre l’ultimo raggio di sole scompariva dietro l’orizzonte ed il rumore di un tuffo proveniva dalla superficie del mare.

1 Gennaio 2018

Capodanno a Napoli, il giorno più atteso dalla stragrande maggioranza della città.

Tutti si preparano da giorni, tutto deve essere organizzato per la sera del 31, niente deve essere trascurato. Fiumi di persone che si riversano in strada per comprare di tutto: festoni, pesce, frutta secca, botti. Esatto, botti, non fuochi d’artificio. A Napoli il nuovo anno si saluta con rumore più che con le luci. Chiunque in questa città sa che se deve scendere da casa deve farlo ben prima di mezzanotte o dopo l’una o le due, quando gli ultimi botti sono esplosi e la nebbia dovuta al fumo dei fuochi d’artificio e alla condensa dell’umidità invernale inizia a diradarsi. In quasi tutte le case è così, ma non in quella di Giuseppe.

Giuseppe vive nei Quartieri Spagnoli, da solo. Ha deciso di andarsene da casa dei suoi da quando ha iniziato a lavorare a Napoli, per essere più vicino all’ufficio la mattina. Lui è della provincia e spostarsi ogni giorno fino a Napoli centro può essere un incubo per chi non è abituato. Quel capodanno ha deciso di passarlo da solo per un motivo molto preciso. E’ uscito da una relazione stabile soltanto da alcuni giorni. Prima del pranzo di Natale la ragazza ha deciso di rivelargli finalmente che gli ultimi anni insieme lei non l’amava e che lo tradiva regolarmente. Una caduta nello sconforto per il povero Giuseppe che lo avevano portato a convincersi di passare il resto delle ferie invernali da solo a Napoli. Poca voglia di farsi vedere in giro, figurarsi a casa dalla famiglia di origine.

Aveva cenato, aveva già finito di ascoltare tutte le playlist su Spotify (quelle tristi, prevalentemente ballad ma soprattutto Marco Masini che in queste situazioni sa dare una mano) e ora non sapeva cosa fare. Erano appena le 23:15, ci voleva ancora tempo prima di dare l’addio a quell’anno sfigato e sperare nel nuovo. Poco male, di alternative non ce n’erano quindi tanto valeva uscire.

Era all’ultimo piano, scendendo la rampa di scale ad ogni pianerottolo riusciva a riconoscere le portate. Baccalà fritto, sughetto di pesce e frutti di mare, agrumi, caffè. Arrivò al piano terra che le sue narici erano ormai sazie. 

Strinse di più la sciarpa, l’aria era diventata parecchio umida e aveva paura di prendere un mal di gola. Sbuffò l’aria fuori, diventò subito una nuvola chiara. Gli venne voglia di fumare, aveva smesso per Valentina da anni. Una ragione in più per ricominciare.

Uscì fuori dai Quartieri Spagnoli verso Via Toledo. C’era pochissima gente in giro ma sapeva che di lì a poco non sarebbe stato così solo. Si avviò verso una tabaccheria per comprare le sigarette al distributore automatico. Un pacchetto di Marlboro può bastare, se si deve ricominciare bisogna farlo bene. La prima boccata gli fece pensare che forse non era una buona idea ricominciare a fumare. La seconda boccata invece andò meglio, forse era proprio un’ottima idea.

Passeggiò un po’ verso la Galleria Umberto. Di solito lo metteva di buon umore camminare sotto la volta di ferro e vetro, era immerso nei suoi pensieri quando sentì un canto. Era sicuramente la voce di una ragazza, era sorpreso di come l’effetto eco delle volte della galleria riuscissero ad amplificare la dolcezza di quel suono. Si girò in tutte le direzioni e finalmente riuscì a vedere il profilo della ragazza che canticchiava, appena prima di uscire dall’ingresso di Via Santa Brigida. Non sapeva per quale motivo, ma prese a correre per inseguire la ragazza. Nessun pensiero sconcio, voleva solo dare un volto a quella voce. Uscì dalla galleria, ma stranamente non vide nessuno. Destra o sinistra? Dopo pochi secondi optò per dirigersi verso sinistra, fece un bel po’ di strada ma niente. Forse era dall’altro lato, fece la strada a ritroso per andare nell’altra direzione. Nulla.

Si diede del cretino per aver agito così d’impulso. Cosa pensava di ottenere? Conoscere una bella ragazza per dimenticare l’amaro in bocca lasciato da Valentina? E se non fosse stata una bella ragazza? Era riuscito soltanto a vedere la sagoma. Abbastanza alta, longilinea, capelli neri. Vestita come milioni di persone in quella città, un jeans ed una maglietta nera, nessun tratto distintivo.

Intanto erano da poco passate le 23:30 ed aveva appena deciso che avrebbe evitato i punti più affollati: Piazza del Plebiscito, tratto pedonale del lungomare, Castel dell’Ovo. Se iniziava a camminare subito poteva spostarsi verso il tratto di lungomare più lontano in modo che a mezzanotte fosse ben lontano dalla calca e godersi lo spettacolo pirotecnico fuori dall’epicentro. Si mise subito in cammino disturbato dalla vibrazione in tasca del suo cellulare. In quella mezz’ora prima della mezzanotte di solito arrivano migliaia di messaggi, ancora di più contando il numero di persone preoccupate per il suo stato d’animo. Meglio spegnerlo allora, quella sera nessuno lo avrebbe disturbato dal suo piccolo momento di pace.

Percorse il lungomare liberato e si ritrovò alla fine della villa comunale. Era mezzanotte e Napoli iniziava ad illuminarsi a giorno, mentre il rumore assordante dei botti la accompagnava verso un nuovo anno.

Si sedette rivolto verso il mare, con le gambe penzoloni sugli scogli. Tutti in quel momento erano in compagnia, lui ora era solo, escludendo i mille pensieri nella sua testa. Fece un sospiro profondo quando sentì dietro di lui una voce.

-Non vuoi mica buttarti sotto?

Lì per lì non si girò, non aveva voglia di iniziare una conversazione.

-Guarda che te lo dico perché non moriresti, è troppo basso e poi ci sono gli scogli. Al massimo ti faresti qualche contusione leggera. Sempre che non ci siano topi a sbranarti

Fu a quel punto che si girò, gliene avrebbe dette quattro, su come potersi riprendere quei suoi bei consigli e ficcarseli su per il culo, ma appena si girò rimase di pietra. Davanti a lui c’era una ragazza alta, longilinea, capelli neri e vestita con un jeans e maglietta nera. Ed era bellissima. Non riuscì a dire niente per qualche secondo.

-Ma tu sei la ragazza che cantava in galleria

-E’ questo il tuo modo di approcciare? Dire qualcosa di scontato ad una ragazza che vedi la prima volta?

-Ma no, davvero. Ti ho sentita canticchiare prima mentre camminavo nella Galleria Umberto. Ho provato a seguirti ma mi sei sfuggita di vista

-Ah, bene, quindi sei uno stalker?

-No, no, scusa. Ricominciamo daccapo, ok? Allora, non sto cercando di buttarmi, voglio solo schiarirmi le idee. Ecco tutto

-Ok, ti lascio solo allora. Passavo di qui e pensavo di essere d’aiuto. Come vuoi

La ragazza si allontanò. Pochi passi e riprese a canticchiare un motivetto. Giuseppe era come ammaliato, in un attimo pensò che l’anno era appena iniziato e forse quello era il segnale di cui aveva bisogno. Forse qualcuno che manovrava i fili dal cielo aveva fatto in modo che lui incontrasse proprio quella sera una ragazza così bella.

Scese dal muretto e la raggiunse.

-Scusami, sono ancora molto turbato, non volevo che te ne andassi. Tu sei davvero l’unica nota positiva di oggi. In realtà di questa settimana. Non te ne andare

-Wow, stai facendo progressi. Ok, ci sto ma solo se mi offri da bere

Non poteva crederci, la notte stava prendendo una piega davvero inaspettata rispetto a come era partita. Rimase ancora più incredulo quando lei di punto in bianco lo prese per mano e si mise a correre. Era veloce, lui era incollato alla sua mano e cercava di non perdere il passo. Attraversarono la strada rischiando di essere presi dalle auto che inchiodavano all’improvviso e strombazzavano.

Si fermarono in un punto molto affollato del lungomare, fuori ad un bar pieno di ragazzi e ragazze già brilli. Giuseppe aveva il fiatone.

-Bella la corsa, ci voleva. Potevi almeno avvisarmi però

Lei sorrise senza rispondere. Un sorriso che avrebbe fatto innamorare chiunque.

-Non ci siamo nemmeno presentati, non so come ti chiami

-Chi ti dice che io voglia sapere il tuo nome e dirti il mio. Non c’è bisogno di saperlo stasera

Era strana quanto bella, però aveva ragione. Quella sera non sarebbe stata rovinata da qualche etichetta nella conversazione.

-Cosa bevi?

-Acqua, ho una sete…

Spiazzato un’altra volta. Non c’era risposta in quella ragazza che era prevedibile. Prese una bottiglia d’acqua e due bicchieri, lo sguardo scettico del barista e del cassiere del bar non aveva bisogno di spiegazioni. Lei prese la bottiglia e iniziò a camminare verso il Borgo Marinari, incurante della folla intorno. Si fermò sul viale che conduce al Castel dell’Ovo per sedersi sul lato destro a bere.

-Ok sconosciuta, perché non mi parli un po’ di te?

-No, voglio sapere di te. Come si chiama la ragazza che ti ha lasciato?

Eccolo il cazzotto nello stomaco che non ti aspetti. Era una veggente o era lui quello così scontato?

-So che te lo stai chiedendo, ma si vede chilometri di distanza che hai una storia alle spalle finita da poco. Secondo me sei stato lasciato, ci siamo passati tutti. Anche io sono vittima di un grande amore mai corrisposto, anche se sono passati secoli

Ecco, lui era scontato. Forse aveva abbassato la guardia e d aveva dato qualche segnale della sua situazione. Iniziò a parlare senza entrare nei dettagli. Forse aprirsi con lei non era una buona idea, ma non riusciva a smettere. Lei lo guardava seria, pensierosa. Giuseppe non sapeva se in quel momento sembrava più uno sfigato o un amorevole romantico illuso.

La ragazza finì la bottiglia d’acqua, Giuseppe non ricordava di aver bevuto più di un bicchiere. Canticchiò ancora un po’ una strofa della solita canzone poi fece un sorriso cambiando veloce espressione.

-Ti va se saliamo sul Castello?

-Intendi quello? Il Castel dell’Ovo? Sarà chiuso oggi

-Ne vedi qualcun altro in giro? Andiamo

Lo prese ancora per mano e ricominciò a correre. Arrivarono ad un lato del Castello che sembrava più basso.

-Inizio io, seguimi

La ragazza cominciò ad arrampicarsi. Probabilmente lo aveva fatto già altre volte, sembrava la cosa più facile del mondo fatto da lei.

-Su, ti aspetto sopra?

Giuseppe era terrorizzato ed eccitato allo stesso modo. Quella ragazza riusciva a dargli la carica di adrenalina di cui aveva bisogno. Nella sua mente continuò a ripetersi che niente avrebbe rovinato quella serata. Riuscì ad arrampicarsi, l’ultimo tratto fu facilitato dalla mano di lei. Arrivato lassù era senza parole. In lontananza si vedevano ancora i fuochi d’artificio lanciati dall’altro lato del golfo. Da un lato il mare silenzioso e maestoso, nero come il petrolio, da un altro lato una folla di persone che festeggiavano insieme. Era tutto perfetto.

La ragazza lo avvicinò a sè quasi svegliandolo da quell’estasi temporanea e lo baciò con forza. Giuseppe era stordito, ricambiò il bacio e la strinse ancora più forte. Tutta la città era spettatrice di quello spettacolo improvviso.

-Tutti abbiamo avuto un amore che ci ha fatto soffrire. Nel mio caso era un uomo impossibile, distante quanto basta per desiderarlo ma non averlo abbastanza. E non sono l’unica ad aver sofferto per lui. Ma ora è storia vecchia, ed ha avuto ciò che meritava.

Lei si staccò ed iniziò a togliersi le scarpe, Giuseppe rimase un paio di secondi senza muoversi.

-Non è quello che stai pensando, dai facciamoci un bagno”

Ecco un altro colpo di scena inaspettato, la ragazza si spogliò rimanendo coperta solo dall’intimo e si buttò dal parapetto. Giuseppe sentì uno “splash” contenuto. Si affacciò preoccupato, possibile che fosse così matta da lanciarsi da quell’altezza? E non era nemmeno ubriaca. Dall’acqua spuntò la sua testa sorridente che lo salutava. Era bellissima, e lo chiamava urlando di buttarsi

-Dai, non c’è pericolo, l’ho fatto tantissime volte. E’ sicuro!

Poi di nuovo quella cantilena, come resisterle.

Il ragazzo si tolse le scarpe senza pensarci due volte. Non doveva perdere un solo attimo. Si sporse dal parapetto, la distanza non doveva essere così insormontabile se lei c’era riuscita prima. Scavalcò il muretto di pietra e si lanciò.

Per sua sfortuna, almeno così pensava, il piede rimase incastrato in una delle feritoie della facciata e rimase penzoloni a testa in giù. Guardò d’istinto la gamba, poi lo sguardo si rivolse verso la sua amata, sicuramente stava ridendo per la situazione comica che si era venuta a creare.

Niente di tutto questo, lo spettacolo che si parò davanti agli occhi di Giuseppe superava di gran lunga ogni aspettativa ma soprattutto ogni logica. A pelo d’acqua non c’era più la ragazza dei suoi sogni ma un mostro dalle fattezze femminili con la bocca spalancata che si apriva e chiudeva mostrando file di denti lunghi ed appuntiti. Anche la voce melodiosa che prima allietava i suoi timpani era sostituita da un verso immondo, un misto di odio e rabbia che avrebbe fatto impaurire chiunque. Possibile che i suoi occhi non lo stessero tradendo? Non aveva bevuto alcolici per tutta la serata, era l’unico a vedere quel mostro? La prospettiva di quell’angolo del castello faceva in modo che fossero isolati dal resto della città, ignara dello spettacolo orrendo che si stava consumando davanti ai suoi occhi. Era sicuro di vedere un’enorme coda di pesce che si muoveva rabbiosamente nell’acqua. Il mare cominciò ad agitarsi, le onde erano sempre più alte e più rumorose.

-Avanti! Cosa aspetti? E’ me che vuoi ed io voglio proprio te! Lanciati verso di me

La belva continuava ad urlare, sbavando mentre muoveva la bocca sproporzionata. Giuseppe sembrò prendere coraggio e cominciò a dimenarsi per cambiare posizione e risalire la facciata. Sotto di lui quel mostro esigeva il suo sacrificio, era quasi riuscito a far cadere nella sua trappola una vittima innocente e non riusciva ad accettare una sconfitta così fortunosa.

Giuseppe riuscì sgraziatamente a girarsi, sentiva la caviglia muoversi in modo innaturale. Il dolore era forte, ma in quel momento non riusciva a sentire nulla, il suo istinto di sopravvivenza si era finalmente destato ed ora era quasi riuscito a risalire il muro che lo separava dalla salvezza. Ormai era salvo, cadde riverso sul pavimento, si girò a guardare il cielo mentre inspirava boccate d’aria gelida. Non c’erano più nuvole in cielo, c’erano milioni di stelle che lo illuminavano mentre cercava di dare una spiegazione a tutti e resisteva al dolore che iniziava a sentire al piede. Zoppicando si affacciò al parapetto, doveva capire.

Nulla, nell’acqua scura non vide nulla a parte le piccole onde infrangersi sulla barriera di scogli che circonda il Castello. Si girò e si accovacciò a terra. Era tutto finito, ora aveva solo voglia di riaccendere il telefono e chiamare qualcuno.

Erano quasi le tre del mattino quando una figura indistinta riaffiorò dall’acqua per andarsi a posare su uno scoglio dell’isola della Gaiola. Era sola, ma nel giro di qualche minuto fu raggiunta da un’altra figura simile. Era seduta, con la testa bassa. E piangeva.

-Che succede? Perché piangi?

Tutto intorno era calmo, le due sirene parlavano mentre il mare intonava un sottofondo musicale con piccole onde.

-Sono stanca, Leucosia. Stanca. Sono passati secoli, ma non riesco ancora a dimenticarlo

L’altra conosceva benissimo l’uomo di cui parlava. Anche lei ne era ancora vittima.

-Anche quest’anno hai sacrificato un innocente per saziare la tua fame d’amore?

-No! Quest’anno non ci sono riuscita. Maledetto! Ma forse è meglio così. Avrei placato la fame, l’odio, la sconfitta, ma sarebbe stato inutile come è inutile da sempre

-Non possiamo andare avanti così

Partenope riprese a piangere, l’amica l’abbracciò. Erano mostri, o forse erano soltanto vittime di un mostro più grande di loro. Due anime perdute legate dallo stesso male, mentre il Golfo le abbracciava amorevolmente.