31 Dicembre 2018

Era quasi passato un anno dall’ultima volta che ci aveva provato, e cominciava ad essere stanca. Ogni anno compiva il suo personale sacrificio sull’altare dell’amore non corrisposto. L’ultima volta non era andata come sperava, o forse era il segnale che le cose dovevano cambiare. Forse nel profondo del suo cuore oscuro maturava l’idea che tutto quello era sbagliato, che era passato troppo tempo, che il suo odio non giustificava le sue azioni. Forse era arrivato il momento di girare pagina.

Uscì dall’acqua e si portò sulla sabbia. Conosceva a memoria l’incantesimo che la tramutava in essere vivente. Sotto la luce tiepida del sole pomeridiano la sua pinna sparì lasciando posto ad un paio di lunghe gambe. Si alzò in piedi. Era nuda e bella come non mai. Si diresse dietro ad una grande roccia e con la sua forza sovrumana lo sposto di qualche metro. Sotto c’erano dei vestiti che aveva messo da parte per quelle occasioni, quando non era più nel suo habitat naturale e desiderava camminare sulla terraferma.

Negli anni aveva dovuto provvedere anche a quello per il suo scopo. Ad ogni decennio che passava cambiavano le mode e lei era costretta ad aggiornare il proprio guardaroba personale in modo da mimetizzarsi tra la gente comune. Non le mancava certo lo spirito di adattamento e le idee su come fare in modo che questo potesse accadere. La sua magia sensuale poteva piegare al suo volere anche il più freddo degli uomini. Le era facile ammansire qualcuno e fare in modo che le comprasse vestiti e gioielli costosi. Con il tempo era diventato quasi una sua vanità, un vezzo che si concedeva nei giorni in cui era una terrestre.

Quella sera però non indossava gli abiti con lo stesso spirito delle altre volte. Di solito indossava quella sua seconda pelle pensando alla prossima preda, pensando al sapore del suo sangue. Faceva parte del rituale della caccia. Ma non quella volta. Indossò un paio di jeans anonimi ed una maglietta di colore nero. Gli stessi abiti di un anno prima, da allora non era più uscita dall’acqua. Con le mani mosse i capelli ondulati, poi guardò davanti a sé e cominciò a camminare mentre i versi dei gabbiani la accompagnavano in quell’ultima avventura.

Conosceva bene la strada. Mancava da quel luogo da troppo tempo eppure le sembrava che fossero passati solo pochi giorni. Percorreva quella terra persa nei ricordi della sua giovinezza. Quando forse tutto era più semplice per lei. Ogni tanto si guardava intorno scongiurando la presenza di altre persone. Sapeva bene che quel giorno non ci sarebbe stato nessuno nei dintorni. Era un giorno speciale anche per gli abitanti della città, magari erano tutti riuniti nelle loro case a prepararsi per la festa di fine anno.

Percorse una strada irta e piena di erbacce. La natura aveva fatto il suo corso e nascondeva un luogo bellissimo quanto magico. Dopo qualche minuto si ritrovò a camminare su strade che avevano subito l’ingiuria del tempo. Le ricordava diverse, prospere di vita e luce. Erano le strade che passavano davanti a templi di rara bellezza e negozi di prelibatezze sconosciute. Ora invece calpestava le pietre e la terra vedendo davanti a sé soltanto le rovine di quella che un tempo era stata la culla della civiltà. Ma anche se i secoli avevano cambiato il volto di quel luogo, riusciva ancora a sentire la forza della magia che ancora emanava.

Quella camminata le mise tristezza. Guardava quelle pietre che avevano resistito al giudizio del tempo e non poteva non pensare a sé stessa. A come era passato così tanto tempo da dimenticare quasi del tutto il suo passato, a parte quell’episodio così cruento. E se fosse anche lei come quelle rocce? Se sotto la sua bellezza fatale non fosse altro che una pietra erosa dal tempo? Quanto ne sarebbe passato ancora prima di rompersi definitivamente e crollare?

Quei pensieri tristi e senza speranza la condussero fino alla sua destinazione. Alzò gli occhi e si trovò davanti il grande ingresso dell’antro della Sibilla. Un tempo quel luogo permeava di magia e suggestione. Gli uomini si raccoglievano al suo interno nella speranza di ascoltare il proprio destino, il proprio futuro. Lì dentro si manifestava il volere degli dei attraverso l’opera di una giovane vergine. Tutti la rispettavano perché solo lei poteva dare una mano a guardare lontano. Di quelle sensazioni che ricordava ormai rimaneva soltanto un silenzio. Un silenzio lugubre, che echeggiava venerazione e paura.

Varcò l’ingresso e percorse lentamente il lungo corridoio buio. Di giorno il sole passa attraverso le feritoie creando un effetto ottico di rara suggestione. Il sole però era ormai basso e prossimo al tramonto, quel viale le sembrò buio come le profondità più oscure dell’animo umano. Nel silenzio sentiva i propri passi rimbombare nell’eco. Piccole gocce di rugiada cadevano nelle camere che amplificavano il suono. Si stava avvicinando al termine della sua missione.

Entrò nella stanza preceduta dal vestibolo, quella in cui dimorava la vergine.

La Sibilla Cumana.

La ricordava ancora, con i capelli rosso fuoco e gli occhi del colore del mare. Gli uomini rimanevano impietriti quando la guardavano. La sua infinita bellezza era inferiore solo all’austerità che emanava. Intorno a lei riuscivano a percepire un’aura di magnificenza.

Quel luogo così splendente ora però le appariva vuoto e freddo. L’oscurità e il silenzio erano diventati i nuovi sovrani di quel posto. Provò a sussurrare il suo nome.

-Sibilla Cumana…

Nessuna risposta. Provò ancora più forte.

-Maestosa Sibilla Cumana…

L’eco della sua voce le ritornava indietro, ma non era quella la voce che desiderava ascoltare. Chiuse gli occhi e respirò profondamente. Percepiva sulla sua pelle l’umidità di quel posto, le particelle di acqua nell’aria. Ma non era la sola cosa che riusciva a percepire. Dalla bocca emise un alito che divenne subito una nuvola bianca. Le sue labbra accennarono ad un sorriso.

-So che sei qui. Riesco a sentirti

Una folata di vento freddo le alzò per un attimo i capelli. Un brivido le salì lungo la schiena.

-Non ti mostri a me? Valgo così poco per te da non meritare neanche di vederti?

Un altro soffio di vento, alcune foglie a terra girarono su sé stesse creando un piccolo mulinello.

-E’ passato tanto tempo eppure siamo ancora su questa terra. Facciamo parte dello stesso mondo, dovremmo aiutarci a vicenda

Fu allora che sentì una voce. Aveva dimenticato quanto fosse spaventosa e bellissima da ascoltare.

-Aiutarci dici? Siamo amiche noi due, dunque?

-Finalmente la tua voce. Come mi è mancata tutto questo tempo…

-Un tempo lontano secoli, Partenope. Non credevo di trovarti ancora qui. Girano strane voci sul tuo conto

-Che tipo di voci?

-C’è chi dice che eri sparita, chi giura di averti visto sacrificare la tua vita in mare, chi invece tramutarti in scoglio. Ma come dicevo sono solo voci, e io so bene che le voci pesano tanto quanto chi le pronuncia

Suicidata su uno scoglio. Sapeva bene quella parte della storia, il destino che una delle sue amiche sirene dovette affrontare.

-Come vedi sono tutte dicerie. Io sono qui e desidero parlarti

-Parlarmi? Sono passati secoli da quando qualcuno ha avuto la possibilità di proferire con me. Ormai i miei poteri non sono più gli stessi di un tempo. Non faccio nemmeno parte più di questo mondo, di me è rimasta solo la mia voce

-Ti sottovaluti, Sibilla. Il tuo potere non conosce limiti, come la tua immortalità donata da Apollo. E poi io non ti chiedo un vaticinio difficile, solo la risposta ad un mio quesito

-Parla dunque. Cosa hai da domandare?

Partenope riempì i polmoni di aria gelida, poi trovò il coraggio di parlare.

-Si tratta di lui, è il mio chiodo fisso da sempre. Da quando l’ho visto la prima volta su quella nave non ho pensieri che per lui. Lo rivedo negli occhi delle persone per strada, nelle parole sussurrate dagli amanti, nel calore dell’estate e nel gelo dell’inverno. Di lui sono state riempite pagine e pagine di libri, tutto il mondo esalta la sua figura. Ed io sono stata solo una comparsa nella sua vita

-Colui di cui parli era solo un mortale, la sua vita terrena si è conclusa tempo fa

-Lo so. Non è lui che mi tormenta ma il pensiero di lui. L’odio che provo nei suoi confronti mi sta consumando, e con me sta consumando anche l’esistenza di persone innocenti. Ho desiderato milioni di volte di smettere ma non sono abbastanza forte. Ho addirittura pensato di morire, di suicidarmi. Magari sugli scogli, come nel mito che mi circonda. Ma quello stesso odio che mi rovina, mi alimenta, e le mie intenzioni rimangono tali

Non si accorse che mentre parlava stava cominciando a piangere. Delle piccole gocce scivolarono dai suoi occhi rigandole il viso fino a cadere a terra. Il flebile rumore di quelle gocce salate fu amplificato dall’eco.

Fu in quel momento che la terra ebbe un sussulto. Partenope sgranò gli occhi mentre intorno a lei sembrava manifestarsi un terremoto. Si sedette su una delle pietre nella sala mentre vide li prodigio che si stava compiendo.

Le pareti di tufo cominciarono a trasudare acqua. Dalla roccia fuoriuscì un getto che si raccolse al centro della stanza. L’acqua raccolta cominciò a girare in senso antiorario creando un lento vortice. Il liquido aumentava e la stanza continuava a riempirsi senza però mai traboccare. Fu in quel momento che Partenope la vide. L’acqua cominciò ad alzarsi assumendo una strana forma mentre continuava a girare, finché non assunse le indistinguibili sembianze della Sibilla Cumana.

Era proprio come la ricordava, bellissima da mozzare il fiato. Una scultura d’acqua che in quel momento la guardava con sguardo serio ma non arrabbiato.

-Quelle lacrime non hanno senso, sono un paradosso. Non puoi piangere per una persona che non esiste più. Sei rimasta intrappolata all’interno del tuo stesso sogno, del tuo stesso desiderio

-Cosa posso fare? Solo tu puoi aiutarmi

-Una soluzione drastica c’è, ma dovrai accettare le conseguenze anche se peseranno come un macigno sulla tua testa

Partenope la guardò con gli occhi pieni di lacrime. La Sibilla le ricambiava lo sguardo seriamente.

-Farò di tutto pur di finire questo tormento

La maga le tese un braccio. Appena la sirena le sfiorò la mano con la sua, subito un vento gelido entrò nella sala. Un vortice di una forza straordinaria si creò intorno a loro. Gocce di acqua mulinavano intorno. Partenope non vide più nulla per alcuni secondi, poi lentamente il muro d’acqua intorno a lei svanì nel nulla. Si guardò intorno, era di nuovo all’esterno. Non era molto lontana dall’antro della Sibilla, riconosceva bene quel posto.

Ora c’erano solo delle basse pietre di tufo chiaro, intorno l’erba cresceva rigogliosa e ignara di come quel luogo millenni prima era un posto sacro. Ricordava ancora le colonne del porticato, il grande pronao, le navate lastricate in pietra, e la grande statua eretta in onore del dio venerato. Agli occhi dei profani era difficile credere che quel luogo in passato era il tempio di Apollo. La maestosità antica era solo un vago ricordo nella sua memoria.

Perché si trovava lì? Perché la vergine l’aveva trasportata in quel posto? Le sue domande dovettero aspettare poco, una voce si udì nel silenzio.

-Sai dove ti trovi, non è vero?

-Sì. E’ il tempio di Apollo. O forse lo era

-I luoghi sono quel che sono anche se cambiano aspetto. Qui il tuo desiderio sarà avverato

Spiegati. Cosa mi aspetta?

-Ho parlato con l’Oracolo, il suo responso si è palesato a me per venirti incontro. Come ti accennavo si tratta di una decisione difficile da prendere. Come sai, il dio Apollo mi ha donato l’immortalità in passato. Lui può tutto, anche toglierla

Partenope ebbe un sussulto al cuore mentre ascoltava quelle parole.

-Se tu vuoi, posso intercedere con lui, ho ancora il potere per farlo, ma da questa scelta non si torna indietro. Non sarai più immortale, non avrai più accesso ai benefici di noi antichi, sarai come gli esseri umani che calpestano questa terra. L’odio che alimenta il tuo potere svanirà nel nulla

-Morirò dunque? La soluzione è privarmi della vita? Non esiste un’alternativa?

-Non esistono alternative, il responso è stato dato. Non morirai subito ma sarai una mortale. Avrai una vita come gli altri umani. Tanti dei nel tempo hanno desiderato questo, assaporare la vita appieno prima che finisca

-E lui? Il pensiero che ho di lui? La mia mania, la mia follia?

-Questa è la parte più sofferta, ma la scelta rimane a te. Con la mortalità perderai i tuoi ricordi. Tutti i tuoi ricordi

La sirena si inginocchiò con gli occhi sgranati. La scelta che le si parava davanti era la più difficile che potesse immaginare.

-Non ricorderai più lui, ma neanche di essere stata una sirena, di essere vissuta in un’epoca di gloriosa grandezza, di aver camminato con i giganti, di aver nuotato con gli dei. Millenni di storia andranno dimenticati nel fiume dell’oblio. Sei pronta a pagare a caro prezzo la soluzione al tuo problema d’amore?

Rimase in ginocchio per attimi che si allungavano a dismisura. Valeva la pena prendere tempo per una scelta così difficile. Avrebbe barattato un cuore libero con una mente vuota. Una vita anonima al posto di una intrisa di mito. Una scelta difficile ma anche semplicissima, non c’erano alternative. Sarebbe stata finalmente libera da quel peso, da quella zavorra che la teneva incatenata al passato. Ad un passato che voleva a tutti i costi dimenticare. forse era proprio quella la soluzione. L’uomo che aveva causato tutto quello aveva fatto proprio la scelta opposta, si era scontrato con il suo destino per diventare un nome che durasse per sempre. Lei invece doveva fare proprio il contrario, vivere nell’ombra di un nome che non avrebbe avuto la stessa eco.

Si alzò in piedi. Lo sguardo era serio ma risoluto. Aveva compiuto la sua scelta.

-E va bene. La mia scelta è questa, preferisco l’oblio piuttosto che continuare questa vita per sempre

Una voce tuonò nell’aria mentre un lampo fece brillare il cielo scuro.

-E sia! Il tuo volere sarà accontentato!

Partenope rimase in piedi, con il capo chino. Sentì qualcosa cadere sulla sua testa. Una goccia, poi un’altra, poi ancora. In pochi secondi una pioggia si manifestò su quel luogo. Alzò la testa guardando il cielo. Aprì la bocca e lasciò che alcune gocce gli entrarono in gola. Sentì un sapore strano, amaro. Sorrise tristemente, era così che doveva essere il sapore delle acque del fiume Lete. Cadde di colpo a terra, chiuse gli occhi e per l’ultima volta pensò al volto dell’uomo che aveva cambiato per sempre la sua vita. L’uomo per portava il suo destino nel nome, colui che è odiato. Un ricordo che si perse nel nulla.

Fuori al bar alla Riviera di Chiaia si erano ammassate un po’ di persone. La maggior parte erano giovani che salutavano la fine dell’anno e brindavano all’inizio del nuovo. Alzavano i loro bicchieri colmi di spumante divertendosi rumorosamente. Il traffico del primo pomeriggio era paralizzato, d’altronde in quell’ultimo giorno dell’anno tutta la città era in preda alla confusione. Gente che tornava a casa per riunirsi con la famiglia, chi era in cerca degli ultimi dettagli del cenone, chi ingannava il tempo libero salutando amici con cui scambiarsi gli auguri. Una festa per tutti. O quasi per tutti.

C’era un tavolino più lontano, isolato dagli altri. Una ragazza leggeva un libro mentre un caffè fumante la aspettava. Sembrava così assorta nella lettura da non sentire il chiasso che la circondava. Non sentì nemmeno i passi felpati alle sue spalle. Un ragazzo si avvicinò si soppiatto senza essere avvertito, allungò le mani verso la sua testa e con delicatezza prese le asticelle degli occhiali che indossava. Glieli tolse delicatamente, lei finalmente si voltò con sguardo serio. Poi lo riconobbe, ed un sorriso radioso illuminò il suo volto.

-Luciano! Solo tu potevi farmi questo scherzo idiota…

-E’ stato più forte di me. Eri così presa dalla lettura che era impossibile non approfittare. Pensa che ti ho vista da lontano, mi sbracciavo per farmi notare da te ma tu nulla

La ragazza sorrise divertita mentre si riaggiustava gli occhiali e con una mano pettinava i capelli neri davanti alla fronte. Era bellissima e anche il ragazzo stava pensando proprio la stessa cosa.

-Vieni qui e dammi un bacio, stupido

Lo prese per il bavero della giacca e lo avvicinò a sé dandogli un forte bacio sulle labbra. Non gli lasciò nemmeno il tempo di scegliere, ma comunque lui non avrebbe opposto resistenza.

-Sei in ritardo, comunque. Ti aspettavo già da dieci minuti. Nell’attesa ho preso un caffè

-Ho notato. Com’è?

-Non l’ho ancora assaggiato, era bollente. Facciamo un po’ per uno?

-Ci sto!

Un sorso a testa e lo finirono, poi si guardarono negli occhi scambiandosi sguardi di passione.

-Allora, che si fa stasera?

-Giusto, stasera. Ho sentito gli altri, ceniamo a casa di Lodovica. Ha invitato degli amici dell’Erasmus, prepareranno dei piatti tipici dei loro paesi

-Quindi niente cenone classico?

-No, impossibile. Mi ha assicurato che ci sarà anche qualche piatto della cucina tipica napoletana

-Meno male! Sono troppo innamorata della mia città per privarmene anche solo per un anno

-Già, ti conosco bene. Altrimenti non porteresti quel tuo bellissimo nome

-Scemo! Per quello bisogna ringraziare i miei genitori. In una città in cui ai figli vengono messi i nomi dei nonni non è poco trovare qualcuno che scelga un nome così particolare

-Particolare e stupendo come te, mia cara Partenope. La mia sirenetta

-Smettila, dai. Che ne dici, lasciamo questo posto e ci immergiamo nel cuore pulsante della città più bella del mondo?

-Con te sono pronto a percorrere ogni strada. Andiamo!

Il ragazzo si alzò di scatto e la prese per mano. Fecero qualche metro, poi lei si fermò di colpo.

-Il libro, l’ho lasciato sul tavolino! Mannaggia a te, per colpa tua lo stavo dimenticando!

Fece una corsa e ritornò al bar. Il libro era ancora sul tavolino, chiuso e con un segnalibro visibile. Lo prese tra le mani e osservò la copertina. Sopra c’era il disegno di una grossa nave, un’antica imbarcazione a remi. Quel disegno le suscitava stranamente curiosità e tristezza. L’eco di un ricordo lontano, o forse era solo la sua immaginazione. Sfogliò rapidamente qualche pagina, poi ripose la sua copia dell’Odissea nella borsa mentre il suo sguardo era ancora perso nel vuoto.

-Tutto bene, amore? Sei sovrappensiero?

La ragazza si destò dal sonno dei suoi pensieri. Guardò il suo ragazzo e gli sorrise dolcemente.

-Tutto bene, fantasticavo. Come sempre

-Ok, bene. Andiamo dai. A proposito, ti ho detto che stasera quella pazza di Lodovica ha organizzato una gara di karaoke?

-Benissimo! Non vedo l’ora di cantare un po’ in compagnia

24 Dicembre 2003

La stanza era illuminata da una fioca luce bianca. Lei era in un angolo, distesa sul letto a guardare il soffitto. Le capitava spesso di mettersi in quella posizione e respirare piano, quasi fosse convinta di dare fastidio a qualcuno. Poi le capitava di risvegliarsi da quello strano stato e riprendeva a respirare a pieni polmoni. Sul suo petto era poggiato il libro che fino a poco prima stava leggendo. Il suo preferito, Canto di Natale. Era il suo rito annuale, iniziava a leggerlo qualche giorno prima della Vigilia in modo da completarlo per la sera di Natale. Anche quell’anno non faceva eccezioni, mancavano solo poche pagine e l’avrebbe finito per l’ennesima volta. Si alzò e percorse il piccolo tragitto davanti a lei. Arrivò vicino alle sbarre della prigione e guardò fuori. Non c’era nessuno.

Il buio più assoluto. La piccola luce all’interno della cella non riusciva ad illuminare l’esterno, era troppo debole. Con la mano sfiorò quelle sbarre di ferro. Troppo dure per poterle spezzare, troppo fredde anche solo per toccarle. Ritornò sul letto, si mise in posizione fetale. In quella posizione riusciva a stare bene, la rilassava. Quella sera però il sonno tardava a venire, ed era anche normale. Fuori, in tutto il mondo, miliardi di persone si apprestavano a festeggiare insieme la festa più importante e più sentita dell’anno. Tutti avevano qualcuno con cui condividere la cena, i regali, le sorprese. Tutti tranne lei.

Si girava e rigirava nel letto con quel pensiero in testa. All’improvviso sentì un rumore. Si affacciò e vide a terra il suo libro. Probabilmente era ancora nel letto e muovendosi lo aveva fatto cadere distrattamente. Si alzò dal letto per andarlo a prendere. Il segnalibro era volato via ed il libro era aperto alle prime pagine. Stava per toccarlo quando sentì una voce sconosciuta.

-Non chiuderlo, mi piace quel punto!

La ragazza ritrasse la mano come se stesse toccando qualcosa di bollente. Cos’era quella voce? Chi aveva parlato se lei era sola in quella cella? Si girò intorno ma nel buio della stanza non scorgeva nessuno, neanche un’ombra.

-Chi sei? Chi ha parlato?

-Oh, sono qui. Non mi vedi? Adesso? Adesso?

Girava la testa in direzione della voce ma continuava a non vedere nulla.

-Ah, già, scusami. Tu non puoi ancora vedermi. Aspetta che mi do una sistematina. Ecco, ora come sto?

La ragazza si girò verso il punto dal quale proveniva la voce e vide qualcosa sul letto. Si avvicinò lentamente mentre una sensazione di angoscia prendeva piede. Aspettò che la vista mettesse a fuoco l’immagine in ombra. Era piccolo e immobile. Non riusciva a distinguere ancora la forma.

-Puoi avvicinarti se vuoi. Non mordo

Fece qualche passo in avanti, poi lo vide. Era un peluche, un piccolo orso di peluche. Era la cosa più strana che avesse mai visto ma era maledettamente sicura che la voce provenisse da quel giocattolo.

-So cosa stai pensando. Come fa un orsacchiotto a parlare? Semplice, non lo fa. Non sono proprio così ma ho assunto questa forma solo per te

Scartate tutte le possibili spiegazioni razionali, il motivo doveva essere uno soltanto. Stava sognando. Cominciò a darsi dei pizzicotti sul braccio che gli causavano un intenso dolore ma l’immagine davanti ai suoi occhi non spariva.

-E’ inutile, così ti farai solo male al braccio. Avvicinati e guardami meglio. Non mi riconosci?

La ragazza si avvicinò fino a vedere distintamente il volto del peluche. Aveva un bottone al posto dell’occhio destro e una vistosa cucitura sulla spalla sinistra. Qualcosa le diceva che quel giocattolo lo aveva già visto in passato. Spremeva le meningi ma non riusciva a ricordare però dove.

-Ho capito, ti do una mano

La ragazza rimase in silenzio attendendo il resto della frase, che non arrivava.

-Scusa, non ho specificato, era proprio nel senso letterale del termine. Avvicinati di più e tocca la mia mano

Non riusciva a spiegare il perché ma si fidava di quelle poche parole. Ormai doveva arrivare fino in fondo a quella storia, tanto valeva fare come quello strano essere le diceva di fare. Tese il braccio e toccò la zampa destra dell’orsacchiotto.

All’improvviso un fascio di luce bianca accecò i suoi occhi.

La sala da pranzo era già addobbata e un buon profumo veniva dalla cucina. Non era difficile riconoscerlo, qualcuno stava soffriggendo un sauté di vongole. Accanto alla tavola c’era un piccolo albero di Natale con poche palline colorate e qualche festone. Una serie di lampadine gialle illuminava a intermittenza l’ambiente. L’orologio segnava le 20:30 ma ancora nessuno era seduto a tavola.

La ragazza osservava la scena incredula. Com’era arrivata lì? E perché stringeva tra le mani quel peluche? Stava per aprire la bocca e avanzare un’obiezione quando il giocattolo la fermò prima che potesse parlare.

-Shhh. Fai silenzio e goditi lo spettacolo, troverai le risposte a tutte le domande

Fece come le era stato comandato. Attese qualche secondo, poi sentì delle voci. Urla, ma di gioia. Quelle di una bambina e di un’adulta. arrivarono poco dopo correndo nella stanza.

-Fermati che ti prendo!

-Non mi prenderai mai!

La piccola si fermò di colpo girandosi verso sua madre, poi le fece uno sberleffo distorcendo la faccia.

-Piccola impertinente, ora ti prendo sul serio!

La madre la prese una rapida rincorsa e la afferrò sotto le braccia. Entrambe catapultarono sul divano facendo cadere a terra i cuscini. Erano talmente tanto gioiose che la loro allegria contagiò la spettatrice. Ancora una volta il peluche anticipò la domanda che gli sarebbe stata fatta.

-Non possono vederci, tranquilla. Non ti ricorda nulla?

La ragazza annuì muovendo la testa. La donna era sua madre. Anche nei suoi pensieri era rimasta sempre così, giovane e bella, con un sorriso così radioso da illuminare ogni luogo in cui fosse. Una piccola lacrima cadde sul pavimento senza bagnarlo. Stava assistendo ad un suo ricordo, un ricordo che aveva rimosso da troppo tempo.

-Allora, Alice? Ti arrendi adesso?

-No!

Alice. Da quanto tempo non sentiva quel nome. Il suo nome. Difficile sentirlo quando nessuno più ti chiama.

-Ora basta giocare, dai. Finisco di preparare la cena mentre tu ti prepari prima che venga tuo padre

-Ma io non voglio prepararmi

-Ma come? Non vuoi mettere quel bel vestito rosso che ti abbiamo comprato?

-Ah, sì! Quello lì mi piace!

-Bravissima. Ora sbrigati altrimenti Babbo Natale non verrà a portarti il regalo che hai scelto

-Ma mamma, lo sai che io non voglio un regalo nuovo. Io voglio solo il mio Teddy

-Già, però il tuo Teddy non è più com’era prima. Ci hai giocato così tanto che lo hai rotto

-Te l’ho detto già, non sono stata io! E’ stata Cristina che per farmi un dispetto me l’ha strappato di mano e gli ha staccato l’occhio!

-Ok, va bene. Però tu lo sai che tra poco è Natale, e a Natale succedono sempre le magie

Non finì di terminare la frase che si sentì suonare il campanello. La bambina si alzò in piedi all’istante mentre la ragazza osservava la scena stringendo sempre più forte il peluche. La donna andrò ad aprire la porta, era suo marito. Il padre di Alice. La bambina quando lo vide gli saltò addosso.

-Amore mio! Anche io sono contento di vederti! Hai fatto la brava?

-E’ stata bravissima, Giacomo. Ora stava andando a prepararsi per la cena, non è vero?

La bambina fece segno di sì con la testa. Scese a terra e vide che il padre nascondeva qualcosa alle sue spalle.

-Cos’è quello?

L’uomo sorrise rendendosi conto di quanto fosse stato imbranato a farsi scoprire subito.

-Questo? Tieni e vedi di che si tratta

Diede alla bambina un pacco imbustato alla meglio. Lei lo scartò velocemente fino a rivelare qualcosa che le procurò una gioia immensa.

-Ma è Teddy! E non è più rotto!

Lo abbracciò calorosamente sotto gli sguardi commossi dei suoi genitori. In quel momento la ragazza si rese conto che il peluche che stava stringendo era sparito.

-Papà, è bellissimo. E’ più bello di prima! Mi piace questo bottone al posto dell’occhio mancante

-Mi fa piacere piccola mia. Ora vai a vestirti mentre tua madre finisce di preparare in cucina. Io mi cambio e do una mano. Su, forza!

I tre si separarono lasciando sola nella stanza la ragazza mentre non riusciva a trattenere le lacrime copiose.

In un attimo Alice si ritrovò di nuovo nella sua cella. Si accarezzò il viso e vide che era asciutto. Non stava più piangendo anche se dentro di sé era sempre più triste.

-Dove sei? Dove sei finito Teddy?

Lo chiamava a vuoto, l’eco della sua voce le ritornava indietro. Lo aveva riconosciuto, era il suo amico di infanzia, e ora che lo aveva incontrato di nuovo lo aveva già perso. In realtà sapeva cosa stava succedendo, non si sorprese quando sentì un’altra voce che le parlava.

-Teddy non c’è più ma ci sono io adesso

Abbassò lo sguardo e vide un diario poggiato a terra.

-Perché? Proprio adesso che l’ho ritrovato

-Il passato è andato, non si può tornare indietro. Io sono qui per mostrarti il presente. Chiudi gli occhi e prendimi

Alice ubbidì anche a quel comando. Toccò le pagine del diario e improvvisamente divenne tutto bianco.

Si ritrovò in un’altra stanza, questa volta era enorme. Le ci vollero un paio di secondi prima di capire che si trattava dell’atrio di un cinema. Non un multisala, quelli erano presenti solo alla periferia o in provincia. Era un cinema del centro storico, uno di quelli che resiste ancora alla crisi del settore. Alice strinse il diario tra le mani mentre osservava la sala vuota. Conosceva bene quel posto. Non solo era il suo posto preferito quando andava con i suoi genitori a vedere i film che le piacevano di più, ma qualche anno prima era diventata una delle ragazze che lavoravano lì. Prima che fosse rinchiusa, sia chiaro. Di solito era l’addetta alla cassa ma insieme cercavano sempre di effettuare dei turni in modo che tutti facessero tutto. Si era creato un bell’ambiente lavorativo, erano tutte spiritose e piene di vita, anche se non potevano definirsi propriamente amiche.

Alice percorse la sala. Si spostava con la sicurezza di essere invisibile a chiunque, soltanto un fantasma. Quella sensazione purtroppo la conosceva più che bene. Vide in lontananza qualcuno seduto su una sedia nella sala d’attesa. Aveva la testa bassa e i capelli raccolti con una lunga coda. Sembrava sovrappensiero, avvolta nel silenzio più assoluto. All’improvviso la porta del bagno dietro di lei si aprì e uscì una ragazza, vestita con la stessa divisa di quella seduta. La guardò e le domandò preoccupata:

-Tutto bene Mary?

L’altra alzò la testa e la guardò con il volto stanco.

-Sì, tutto bene

-Ti eri appisolata? Sei stanca, vero? Dai, quest’ultima giornata di lavoro è finita, ci aspetta qualche giorno di riposo

-Sì, hai ragione. sono esausta

Alice ricordava che a parte la felicità di lavorare in quel settore, il periodo natalizio era parecchio stressante. Le uscite dei film più importanti si racchiudevano nelle stesse settimane e le ragazze dovevano sgobbare parecchio per accontentare i clienti.

-E’ solo questo? Solo la stanchezza?

-Non lo so…

Lasciò quella frase lì come se fosse solo la metà di quello che pensava. L’altra prese posto accanto a lei e le mise una mano sulla spalla per rincuorarla.

-A cosa stai pensando? C’è qualcosa che non va?

Emise un respiro profondo, poi disse quel nome.

-Alice

Alice rimase interdetta. Perché stava pensando a lei? Cosa avrebbero detto? Dovette attendere solo pochi secondi per avere le risposte.

-Immagino. Ti dispiace per quello che è successo

-Già. Com’è potuto succedere?

-Dovrei dirti “sono cose che capitano”, ma non ci credo più neppure io. Non dovrebbero capitare a nessuno

-Appunto. E se capitasse a noi?

-Ma a noi non capiterà, dobbiamo essere forti

-Sì, lo so, ma non siamo poi così diverse da lei. Anzi, lei era anche migliore di noi

-Hai ragione

Non solo stavano parlando di lei ma addirittura la stavano osannando. In tutto quel tempo a contatto con loro non si era mai resa conto di quanto la stimassero. Le reputava delle conoscenti. Stava bene insieme a loro, sia chiaro, ma non vedeva in lei propriamente delle amiche.

-Forse siamo così appassionate di cinema che speriamo sempre che ci sia un lieto fine. Per tutte noi. Poi quando succede… quello che le è successo… ci rendiamo conto che la vita reale è diversa da come la proiettano sullo schermo

-Cosa ti fa stare più male? Che lei non sia qui o che noi siamo ancora qui?

-Non lo so. Forse avrei potuto fare qualcosa per lei. Forse potrei ancora…

-Ci hai provato, non ricordi? Ci abbiamo provato tutte ma è stato inutile. Sarei l’ultima persona a dirti di non riprovare ancora ma ormai è passato troppo tempo. Non so nemmeno io quale sia la scelta più giusta

Poi le due ragazze si avvicinarono e piansero sottovoce, senza interrompere il bel silenzio che regnava nel cinema vuoto.

Nel tempo di un battito di ciglia Alice si ritrovò nuovamente nella sua cella. Era stordita da quella visione. Cercava di ricomporre i pezzi di un mosaico che sembrava complicatissimo. Si guardò intorno, era di nuovo sola. Si avvicinò al letto e si mise a cercare. Che cosa poi, non lo sapeva neanche lei. Aveva bisogno di risposte, di qualsiasi cosa cui aggrapparsi per capire cosa stesse succedendo. All’improvviso si rese conto di non ricordare nemmeno più perché lei fosse lì. Aveva rivisto la sua famiglia, le sue amiche, ma era come se avesse perso i ricordi più recenti.

Era stata imprigionata per quale crimine?

In quale prigione si trovava?

Perché le sembrava che quella cella fosse sospesa nel tempo?

Stava per avere una crisi di panico, aveva bisogno di aria. Si avvicinò alle sbarre aggrappandosi ai tubi di ferro.

-C’è qualcuno? Qualcuno venga da me! Sto male, aiutatemi!

Cominciò ad urlare per attirare qualcuno. I secondi passavano come se fossero lunghe porzioni di eternità ma nessuno rispose. Si accasciò a terra mentre respirava in maniera frenetica. Fu in quel momento che sentì una nuova voce.

-Non serve piangere

Si girò di scatto, fece il giro della cella per capire dove fosse il suo nuovo interlocutore.

-E’ inutile che ti guardi intorno. Io non sono qui, o meglio non sono ancora, e quando sarò non sarò più lo stesso

Alice non era nelle condizioni di risolvere enigmi in quello stato.

-Chi sei? Cosa vuoi da me?

-Sono il tuo ultimo ospite di stasera. Quelli che mi hanno preceduto ti hanno mostrato una parte della tua vita. Quella che è stata ancora scritta. Io sono qui per mostrarti ciò che non si è ancora verificato. Il futuro non ama farsi attendere, chiudi gli occhi e lasciati andare

Lo fece, chiuse gli occhi mentre l’oscurità diventava un bagliore luminosissimo.

La stanza da pranzo era addobbata a festa, una tavola era apparecchiata per dodici posti. Un camino era acceso ed un bel tempore riscaldava l’aria invernale. Un gruppo di bambini girava intorno al tavolo passando tra le sedie e ridendo rumorosamente. Entrò nella stanza una donna matura, Alice giurò tra sé di non averla mai vista prima di allora.

-Bimbi state fermi! Rischiate di rovinare la festa

I bambini continuavano a correre e ridere come se nessuno fosse intervenuti.

-Che ne dite se ci sediamo sul divano e sfogliamo l’album delle vecchie foto?

La proposta fu accolta con un’ovazione. I tre bambini si misero in fila sul divano aspettando che la signora li accontentasse. In silenzio la guardarono mentre da un mobile prese un grosso album.

-Allora bambini, vedo che vi è piaciuta la mia idea. Partiamo da questo qui

Alice si avvicinò al gruppetto e prese posto su uno dei braccioli del divano. L’album conteneva vecchie foto stampate, nelle prime pagine riconobbe il look degli anni ‘70. C’erano persone sorridenti nei loro pantaloni a zampa di elefante. I soggetti erano sempre gli stessi, una coppia. Non era difficile capire che la donna nelle foto era la versione giovane di quella che stava sfogliando in quel momento l’album, ma uno dei bambini glielo confermò.

-Nonna com’eri bella da giovane

-Cosa vorresti dire? Che ora sono brutta?

Gli altri due ridevano mentre il bambino che aveva parlato divenne rosso dalla vergogna. La nonna gli accarezzò il viso mentre gli sorrideva dolcemente.

-Non preoccuparti, ti sto solo prendendo in giro. Guarda qui io e tuo nonno come eravamo felici. Qui eravamo in viaggio di nozze a Venezia. Qui invece eravamo a piazza San Pietro a Roma con le mie sorelle

Alice seguiva le foto indicate della signora. Erano davvero belle, felici. Tutti nelle foto lo erano. C’erano dei dettagli che però lei non riuscì a cogliere ma subito dopo fu la bambina a catturare la sua attenzione per quello che disse indicando una delle immagini.

-Nonna, questi chi sono?

-Questi? Non li conoscete, siete troppo piccoli. Loro sono mio fratello Giacomo e sua moglie Lucrezia

Quando sentì quei due nomi sentì un calore improvviso sul volto. Erano i nomi dei suoi genitori. Erano più giovani di quando li ricordasse, erano giovani e felici.

-Ci sono altre foto di Giacomo e…

-E Lucrezia. Certo, qualche pagina più avanti. Eccoli qui, Queste sono state scattate al loro matrimonio. Eravamo inseparabili, vedete come siamo sempre con loro

Alice guardava le foto mentre piangeva di gioia. Quelli davanti a lei erano i volti sorridenti dei suoi amati genitori. Ma furono le foto successive a farla commuovere ancora di più.

-E questa qui nella foto è la loro figlia Alice. Qui sta facendo il primo bagnetto

Una foto di lei da piccola, non ricordava di aver mai visto una suo foto da neonata. Era dentro una piccola vasca sopra ad un fasciatoio. Suo padre le teneva la testa distesa sul pelo dell’acqua mentre la madre le bagnava il pancino. Era una foto così tenera che chiunque avrebbe capito quanto amore provavano i suoi genitori verso di lei.

-Che bella bambina! Ora quanti anni ha?

-Era davvero una bella bambina. Piccola, non ti so dire ora quanti anni ha. Purtroppo sono successe delle cose spiacevoli nel tempo

-Cosa è successo?

-Dai, nonna, diccelo!

Alice smise di respirare pur di ascoltare attentamente la rivelazione che quella donna stava per fare.

-Non è molto facile per me parlarne. Quando Alice era ancora piccolina ci vedevamo molto spesso, poi come sapete io e vostro nonno ci siamo trasferiti a Bologna per qualche anno e li abbiamo persi di vista. Poi è successo qualcosa di davvero brutto. La loro bambina era ormai adolescente, successe prima a Lucrezia. Le diagnosticarono un brutto male e nel giro di pochi mesi ci ha lasciati

Dal viso della donna scese una piccola lacrima. Alice finalmente ricordava un pezzo della sua triste esistenza, ma qualcosa le diceva che il seguito della storia le avrebbe chiarito ancora di più il quadro della situazione.

-Non finì lì. Dopo di lei anche Giacomo si aggravò. Cercò in tutti i modi di essere più forte, di badare alla loro bambina da solo ma non ci riuscì. Anche lui finì nel giro di un anno lasciando la giovane Alice da sola

-E come fece? Con chi è vissuta tutto questo tempo?

La donna divenne ancora più seria mentre raccontava ai nipoti quella tristissima storia.

-Quando morì suo padre lei era già maggiorenne quindi rimase da sola in casa a badare a sé stessa. Noi facemmo di tutto per riprendere contatti, cercammo in tutti i modi di avvicinarci a lei per includerla nella nostra famiglia. So che anche alcune sue amiche si diedero da fare ma inutilmente. Si chiuse dentro il suo guscio per troppo tempo. Cercò addirittura di… fare del male verso sé stessa. La trovarono a casa chiusa nella sua stanza dopo molti giorni e la portarono in una clinica specializzata. Non so se si è più ripresa…

I bambini ascoltavano in silenzio assoluto mentre Alice era in ginocchio e piangeva a dirotto. Ricordava tutto. I suoi genitori che la lasciarono troppo presto, i loro volti malati che fino alla fine pensavano a lei e le davano coraggio, la sensazione di sconforto della sua intera esistenza. Le era sembrato che il mondo le cadesse addosso, sola contro tutte le avversità. Solo in quel momento capiva che le sarebbe bastato tendere una mano ed avrebbe trovato non una, ma tantissime mani ad accoglierla, a tirarla fuori da un burrone che aveva scavato lei stessa.

Non finiva di piangere, ora che aveva capito tutto non aveva nessuna consolazione. Quello che stava vedendo era il suo futuro? Sarebbe finita così? Bisbigliò solo poche parole nel silenzio dello scenario.

-Ti prego, fammi ritornare…

Fu in quel momento che chiuse gli occhi e sentì una sensazione di vuoto sotto i suoi piedi.

Si ritrovò nella sua cella. Riaprì gli occhi e si guardò intorno, nulla era cambiato. Non c’era nessun orsacchiotto, nessun diario, nessuna voce nel buio. Si alzò in piedi e guardò l’ingresso della sua cella. Ora sapeva cosa fare.

Si avvicinò alle sbarre prendendone due con le mani. Erano fredde e dure come pezzi di granito. Non aveva scelta, concentrò tutte le sue forze e cercò di piegarle. I pezzi di ferro erano immobili. Pensò alle visioni del passato, del presente e del futuro. Ai suoi genitori, al calore che le mancava da troppo tempo, alle loro parole di coraggio. Provò di nuovo, ma questa volta non era da sola. Sentiva accanto a lei suo padre e sua madre che le davano forza.

Finalmente le sbarre si ruppero. In quel momento il cancello si sgretolò in mille pezzi. Si voltò, anche la stanza lentamente scomparve mentre le ceneri vennero spazzate da una folata di vento. Sotto la superficie delle pareti della cella comparve la propria cameretta. I poster dei suoi cantanti preferiti, gli effetti personali, le foto appese al muro, i suoi peluches. Tutto era ritornato a prima, o meglio, al presente che aveva dimenticato. Aveva costruito lei stessa la sua prigione dove stava marcendo all’insaputa di quello che le aspettava.

Guardò un’ultima volta la porta della sua cameretta. Era chiusa, non ricordava più da quanto tempo lo era. Allungò il braccio e prese la maniglia, la girò e finalmente la aprì. Percorse il corridoio fino alla porta d’ingresso. Respirò a pieni polmoni una boccata d’aria per darsi coraggio, poi la spalancò. Davanti a lei era un tripudio di luci. Il buio della serata era illuminato da una miriade di festoni e luminarie finché riusciva a vedere. Nell’aria c’era l’inconfondibile odore di Natale che aveva quasi dimenticato. Non sapeva cosa fare, non sapeva dove andare, ma sapeva che doveva farlo, fuggire da quella casa e trovare qualcuno. Magari una delle sue amiche o uno dei parenti che ancora non conosceva. L’avrebbe fatto, si sarebbe ripresa la sua vita e lo avrebbe fatto non solo per lei, ma anche per i suoi genitori che avrebbero voluto vederla sempre felice.

10 Dicembre 1576

Il cortile del palazzo del Vicario era vuoto, o almeno lo era se si considerano i vivi. Agli angoli del castello erano esposti in bella vista mani, piedi e teste dei giustiziati a morte, come monito per tutti. Un deterrente che nella maggior parte dei casi non funzionava granché, dato l’enorme lavoro svolto dal Vicario in quell’epoca. Al centro del cortile c’era una forca dove quel mattino penzolava il corpo di un uomo. Uno dei tanti senza nome che adornavano la parte antistante la facciata del palazzo. Un colpevole giudicato dalla legge, che ha avuto quello che meritava. Era lì dal giorno precedente.

La testa era coperta da un cappuccio, in modo da non mostrare ai facilmente impressionabili il volto trasfigurato al momento della morte. Il torso era nudo, dal colore quasi azzurro. Ormai il sangue aveva terminato di circolare nel corpo da troppo ore e quel poco rimasto era ghiacciato dal freddo di quell’ultima notte. Portava dei pantaloni di infima qualità, logori e sporchi di terreno, ai piedi un paio di calzari. A vederlo da fuori dava l’impressione del classico pezzente comune che si è trovato nei guai per un pezzo di pane. La sua storia però di comune non aveva nulla.

Era mattino presto quando Giuseppe camminava all’interno del cortile del castello. Era uno degli uomini di fiducia del Vicario anche se apparteneva al gradino più basso. Era l’addetto alle pulizie, aveva l’onere di mettere a posto la piazza dopo ogni esecuzione. Non si trattava solo di pulire le macchie di sangue e feci, ma anche di abbellire il luogo. Il giorno dopo ogni uccisione doveva tagliare le teste delle vittime e riporle in apposite gabbie. O anche tagliare mani e piedi ed esporli in modo che tutti potessero vederli. Stava proprio facendo spazio all’interno di una delle gabbie quando sentì un rumore sordo alle sue spalle. Si girò e notò che il corpo che fino a pochi secondi prima era appeso al cappio ora si trovava riverso a terra in una posizione innaturale.

Doveva essere a causa del freddo e della consistenza della corda ormai vecchia. Probabilmente nel tempo doveva essersi deteriorata a causa del peso che doveva sopportare ogni volta, sempre più spesso. Giuseppe pensò che fosse stata una fortuna il fatto che quell’avvenimento fosse successo proprio in quel momento e non prima. Immaginava già il putiferio se il giorno precedente impiccando quel ladro la corda si fosse spezzata. L’uomo sarebbe caduto a terra incolume e gli sarebbe stata data la grazia. Poi sicuramente il Vicario se la sarebbe presa con lui, che non aveva controllato per bene la corda prima dell’esecuzione. Sorrise pensando al grosso guaio che aveva scansato per puro caso, ricordava bene l’ultima sfuriata del suo capo ed il supplizio che aveva dovuto sopportare davanti a tutti.

Si avvicinò alla forca quando notò qualcosa di strano. Prima una folata di vento gelido improvvisamente gli sfiorò il volto facendolo rabbrividire, poi sentì dei leggeri rumori come di ossa che si disarticolano. Con suo grande stupore vide che il corpo dell’uomo riverso a terra cominciava a muoversi. Senza trovare il coraggio di urlare fece qualche passo indietro fino a cadere con il sedere a terra. Davanti a lui la scena più incredibile e raccapricciante a cui aveva mai assistito.

Quello che doveva essere il cadavere del condannato del giorno prima si mise seduto, si ricompose facendo scricchiolare braccia e gambe e si tolse il cappuccio dalla testa. Il volto appariva serio ma per nulla quello di un cadavere. Il colorito era chiaro, di chi ha passato troppo tempo al freddo, la barba incolta e gli occhi scavati e iniettati di sangue. Di sangue vivo. Quando Giuseppe lo guardò lo riconobbe subito. Era proprio l’uomo che il giorno precedente era stato giudicato dal Vicario e condannato a morte. Com’era possibile che proprio quell’uomo ora fosse davanti a lui e sembrava addirittura sorridere mentre si ripuliva dalla polvere. Eppure il dottore aveva controllato lo stato del decesso ed aveva dichiarato l’uomo clinicamente morto. Ma quell’uomo che ora si stava alzando e camminava verso di lui non poteva essere morto. Giuseppe chiuse gli occhi mentre recitava a bassa voce una breve preghiera, l’altro gli si avvicinò e si abbassò per guardarlo meglio. Quando Giuseppe riaprì gli occhi si ritrovo davanti un volto dal sorriso beffardo.

-Salve. Voi dovete l’uomo che ieri ha sistemato lo sgabello sotto il cappio, vero?

Giuseppe richiuse gli occhi mentre tremava di paura.

-Non c’è motivo di essere spaventato, state tranquillo. Non è colpa vostra, avete solo fatto il vostro lavoro e questo vi fa onore. Permettete una domanda?

Fece segno di sì mentre aveva ancora gli occhi chiusi.

-Vorrei uscire di qui, potete indicarmi la strada? Ieri ero troppo confuso e ora non ricordo da dove mi hanno fatto entrare. Sareste così gentile?

Giuseppe alzò un braccio tremante e puntò l’indice verso un grande portone socchiuso.

-Grazie mille, siete un buon uomo. Potrei chiedervi solo un altro piacere? Non mi chiamate scocciatore. E’ solo che non ho più il mio vestito. Non so come mai, ricordo che ieri avevo una vecchia camicia che mi copriva ma ora non l’ho più. Sareste così gentile da prestarmi la vostra? Verrò a rendervela appena possibile, grazie

Il guardiano non si fece ripetere due volte la richiesta. In fretta e furia si sfilò la giacca che portava addosso e gliela porse. Rimase solo con una leggera camicia, ormai tremava di terrore e freddo.

-Ma ancora grazie, non so proprio come ringraziarla. Io ora vado, ho una faccenda da sbrigare. Buona giornata

L’uomo si infilò la giacca e fece qualche passo lontano da Giuseppe, poi, stranamente, ritornò indietro. L’altro era ancora a terra con gli occhi chiusi a forza.

-Prometto che questa è la mia ultima richiesta. Vi offendete se prendo anche il cappello? Sono sicuro di no. Ossequi

Senza attendere risposta prese il vecchio cappello dalla testa di Giuseppe e se lo mise in testa. Il guardiano rimase allibito guardando quella scena che diventava sempre più surreale. L’uomo si allontanava come se niente fosse mentre lui rimaneva a terra nella pozza di urina che si allargava sempre di più sotto di lui.

L’uomo si diresse verso la porta, l’aprì e si trovò all’esterno. Guardava le persone intente a passeggiare, lavorare, ognuno con i propri pensieri belli o brutti. Li guardò velocemente poi si aggiustò il cappello in modo da celare lo sguardo e riprese a camminare mentre respirava a pieni polmoni l’aria fredda del mattino. Percorse vie che conosceva a memoria, passò accanto a botteghe che emanavano profumi che assaporava ogni giorno, ma sembrava passata un’eternità dall’ultima volta che era stato lì. Le persone non lo notavano, per fortuna. Non avrebbero capito, inoltre avrebbero rovinato l’effetto sorpresa che aveva pianificato.

Finalmente arrivò dove voleva. Si avvicinò lentamente ad una piccola bottega. Fino a qualche giorno prima ad ornare l’esterno del negozio c’erano delle tavole piene di prodotti ittici. Pesci appena pescati, mitili, molluschi, tutta roba fresca. Un odore di mare permeava l’aria mentre decine di clienti facevano la fila per fare affari di primo mattino. Ma quel mattino non era così, non lo era da giorni. Ora fuori alla bottega le tavole erano spoglie e non si sentiva quell’odore particolare nell’aria. Ora era la tristezza a regnare in quel luogo.

La porta era socchiusa, da una piccola fessura usciva una luce fioca. L’uomo controllò che nessuno lo stesse osservando, poi si avvicinò lentamente alla porta. Non riusciva a vedere bene dentro ma sentì un lamento, una voce femminile che piangeva sottovoce. Subito il suo animo fu pervaso da una sensazione di scoraggiamento. Aprì lentamente la porta per riuscire a capire chi fosse. Fu allora che la vide.

La donna era seduta su una sedia con le mani che coprivano il volto. Una candela quasi del tutto consumata illuminava debolmente la stanza. Era disperata e continuava a piangere, da sola, senza che nessuno le desse conforto. L’uomo guardava la scena impotente. Avrebbe voluto fare qualcosa, entrare ad abbracciarla, dirle che non doveva stare male, che tutto si sarebbe aggiustato con il tempo. Ma non poteva, lui lo sapeva. Non si accorse che la rabbia stava prendendo il sopravvento e inconsapevolmente spostò ancora di più la porta che emise un rumore.

Subito la donna alzò la testa e guardò verso la porta. L’uomo vide il suo sguardo, gli occhi interrogativi e il suo viso pieno di lacrime. Subito si spostò dalla visuale e si appiattì sul muro. Capì di averla combinata grossa, non avrebbe dovuto fare quella visita. Rischiava di rovinare tutto. Dal negozio sentiva la voce della donna.

-Chi è là? Cosa volete?

Doveva scappare, fuggire di lì. Si guardò intorno, nessuno ancora era accorso alla richiesta della donna. Si allontanò sul lato di fronte e approfittò per nascondersi in un anfratto buio tra due palazzi.

-Chi è? Dov’è fuggito? Qualcuno ha visto un uomo fuggire dal mio negozio? Aiutatemi vi prego

La donna uscì fuori dalla bottega per cercare lo sconosciuto che la stava spiando. Fermava i passanti che la guardavano con aria di pietà. Chissà se l’aveva visto. Chissà se l’aveva riconosciuto. Doveva andarsene da quel posto altrimenti ogni suo sacrificio sarebbe stato vano. Si infilò velocemente in un vicolo stretto camminando a passi svelti. La strada la conosceva già, non mancava molto alla sua tappa successiva. Quella definitiva.

Dopo qualche minuto di cammino arrivò. All’esterno sembrava un’abitazione comune ma lui sapeva bene che cos’era. Una bisca, un luogo di perdizione frequentato soltanto da persone lascive. Lui non ci era entrato mai prima d’ora ma sapeva chi trovare. Bussò alla porta, da dentro rispose una voce 

-Chi è?

-Sto cercando una persona

-Non è qui. Andatevene

-Ma come? Non volete nemmeno sapere il nome?

-Andate via statemi a sentire

L’uomo non si diede per vinto. Si aggiustò la giacca e alzò il cappello in modo da mostrare il suo sguardo alla feritoia posta sulla porta.

-Tu devi essere Antonio, vero? Il figlio di Guglielmo. Tuo padre è veramente dispiaciuto della vita che hai scelto. Eppure ti ha lasciato tutto, una casa, del denaro, ma ancora di più il suo cognome. Un cognome che stai gettando nel fango lordo come la gente che frequenta questo posto

-Cosa…. Mio padre è morto anni fa

-Sì, sono passati soltanto nove anni. Ricordi le parole che ti disse il giorno prima di morire? Ti portò con sé a passeggiare e mentre tossiva senza sosta ti strappò una promessa. Avresti vegliato su tua madre e avresti portato avanti l’attività di famiglia. Questo lo ricordi?

L’interlocutore dall’altro lato rimase in un silenzio eloquente.

-Sai cosa devi fare, vero? Apri questa porta e lasciami entrare. Poi vattene da qui e non farti più vedere. Sei ancora in tempo per redimerti, il tuo destino non è stato ancora scritto

Dopo un paio di secondi la porta si spalancò e il sorvegliante uscì correndo, senza guardare indietro. L’uomo ne approfittò per entrare, richiuse la porta e si guardò intorno. Tutti erano seduti ai propri tavoli a giocare d’azzardo. Dai volti sembravano tutte persone poco raccomandabili, tutte intente a imprecare e pregare davanti ai loro sfidanti. Un odore nauseabondo permeava l’aria. Tra la folla non riconobbe chi stava cercando. Ma lui non si sarebbe mischiato alla plebaglia, lui avrebbe avuto un posto tutto per sé.

Finalmente adocchiò una porta in fondo alla sala, vicino c’era una guardia reale. Si avvicinò senza paura, la guardia si mise in allarme.

-Altolà, ferma!

-Devo entrare in quella stanza

-Non si può entrare

-E’ lì dentro, vero? Spostati e non succederà niente

L’agente portò le mani sull’elsa della spada ancora riposta nella fodera. Quella minaccia significava solo una cosa, lo sapeva bene. L’uomo però non si mosse di un millimetro. Portò le mani all’altezza del bavero della giacca e gli mostrò il collo. Era ben visibile la cicatrice, quella di chi ha avuto l’abbraccio di un cappio. La macchia viola scura intorno al collo contrastava con il colore bianco pallido della pelle.

-Vedo che stai cominciando a capire. Come vedi non è affar tuo, è una questione tra me e lui. Ora è il momento di andare

La guardia ascoltava quelle parole mentre continuava a guardare l’ecchimosi. Non riusciva a distogliere lo sguardo, in realtà aveva solo paura di incrociare di nuovo quello dell’uomo che aveva di fronte. Staccò la mano dall’elsa della spada e si allontanò dalla porta. Ora la strada era libera, era ora di inscenare l’ultimo atto di quella farsa.

L’uomo spalancò la porta che emise un forte rumore. All’interno i c’erano due persone, uno vestito in maniera sontuosa mentre l’altro sembrava più umile, appena sentirono il frastuono dei battenti si alzarono di scatto guardando nella direzione della porta. Per un attimo avevano pensato che fosse un controllo da parte delle guardie del viceré. Appena videro l’uomo in piedi sulla porta divennero furiosi.

-Chi sei? Come ti sei permesso di entrare?

-Cosa vuoi? Vai via o chiamo la mia guardia personale. Doveva essere lì fuori, dove si sarà cacciata? Guardia! Guardia!

L’uomo rimase impassibile alle minacce e si tolse il cappello. Quando lo fece, il giocatore vestito elegante strabuzzò gli occhi. Lo aveva riconosciuto finalmente.

-Ciao Jacopo. Sono venuto a trovarti, tutto bene? Lo dici tu a questo gentile signore che può uscire dalla stanza?

-Sì… sì. Potete andare ora, mi farò sentire io

-Si farà sentire lui, sicuramente. Ora lasciateci soli

L’altro fece come gli era stato ordinato e abbandonò la stanza richiudendo la porta. Ora all’interno di quelle quattro mura erano rimasti solo loro, due conoscenti di vecchia data, le loro questioni in sospeso e un silenzio mostruoso.

-Puoi sederti di nuovo, Iacopo. Posso anche io?

-Ma certo…

L’uomo si sedette e si sbottonò la giacca mostrando il petto bianco. Fu l’altro ad interrompere quel silenzio imbarazzante, nella maniera peggiore possibile.

-Senti… Mario… come mai sei qui?

-Te l’ho detto, volevo salutarti. Volevo parlare un po’ con te

-Ma tu sei…

-Morto? Ma sono qui davanti a te, respiro e parlo, come posso essere morto? Ah, già, giusto. Tu c’eri quando è successo, vero?

Iacopo ingoiò un boccone di saliva amaro.

-Tu c’eri, eri lì davanti a me quando mi hai giudicato ed hai decretato la mia morte. Tu c’eri quando le guardie mi hanno preso mentre urlavo la mia innocenza. Tu c’eri quando il boia ha sistemato il cappio intorno al mio collo e ha dato un calcio allo sgabello. C’eri e mi guardavi senza provare alcuna emozione

-Ma… Mario devi capirmi. E’ il mio lavoro, il mio compito è giudicare le persone colpevoli e condannarle. La legge parla chiaro, non avrei mai potuto fare uno strappo alla regola. Sapessi come sono addolorato di quanto è successo

L’espressione di Mario cambiò lentamente. Lo sguardo arrabbiato divenne più dolce ed uno strano sorriso comparve sul suo volto.

-Ma certo, lo so. Lo so che stavi solo facendo il tuo lavoro. Sei il Vicario, sei qui apposta per far rispettare la legge e dare il buon esempio. Ci conosciamo da così tanto tempo, posso solo immaginare lontanamente come ti si sentito mentre il tuo amico di infanzia veniva portato sul patibolo. Povero Jacopo

Il cuore del Vicario prese a battere più lentamente. Vide in quell’atteggiamento una speranza, forse avrebbe potuto approfittare di quella situazione per uscire dalla stanza e chiamare aiuto. L’altro però in quel momento si alzò dalla sedia e si mise proprio dietro di lui, con le mani sulle sue spalle.

-Dimmi una cosa, Jacopo. Mi ricordi soltanto una cosa? Sai com’è, sono ancora frastornato, per cosa sono stato incolpato?

-Ma come per cosa?… Per l’omicidio della contessa Spinoza

-Ah, già. Certo, la contessa. E perché l’ho uccisa?

-Ma per derubarla, era chiaro. La donna è stata trovata morta in casa e sono spariti numerosi suoi gioielli

-Giusto, derubarla. E dimmi, com’è che i sospetti sono caduti su di me?

-Un uomo ti ha visto entrare di notte nella casa della contessa e uscire con il sacco della refurtiva. L’uomo ha giurato su Dio di averti riconosciuto quando ti ha visto qualche giorno dopo al porto

-E come si chiamava quell’uomo? Dove si trova adesso?

-Non ricordo il suo nome, non l’avevo mai visto prima. Ora non saprei proprio dove sia, che domande mi fai?

-Te lo dico io dov’è. Si trova sottoterra. E’ morto stanotte, ucciso con una coltellata alla schiena. Proprio com’è stata uccisa la contessa, non è vero?

Il Vicario rimase in silenzio mentre una goccia di sudore freddo gli colava sul volto.

-Mio caro Jacopo, ci sono cose che tu non conosci. E ci sono cose di cui sono al corrente. Che mi dici di Rosaria, mia moglie?

-Cosa dovrei dirti? Non so di cosa tu stia parlando

-Ora ti spiego meglio. Mettiamo che io e te ci conosciamo da così tanto tempo, siamo amici inseparabili anche se tra di noi c’è una grande differenza. Tu vieni da una famiglia borghese che si fa strada all’interno della politica del Regno, io invece sono solo il figlio di un povero pescatore. Quel bambino nato da umili origini un giorno salva l’altro bambino, era caduto in un mare in tempesta e grazie al suo intervento lo riporta a casa. Diventano amici anche se le loro strade si allontanano. Poi un giorno tu incontri una donna in una pescheria. Lei è bellissima, da mozzare il fiato. Anche se passa tutto il giorno con le mani in bacinelle puzzolenti non riesci a staccarle gli occhi di dosso. Ordini alle tue guardie di capire chi fosse e con grande rammarico scopri che è già sposata. E non solo, è anche una brava cristiana, va a messa tutti i giorni ed è fedelissima al marito che passa tutte le notti in mare a pescare. Poi vieni a sapere chi è il marito, un certo Mario, e capisci che con lui hai un debito di vita

Mentre Mario raccontava, Jacopo sentiva le mani sempre più fredde sulla sua schiena.

-Non l’avresti avuta mai, si vedeva da lontano che era proprio una brava donna, allora hai pensato ad un bel piano per farla tua. Il marito ogni notte è da solo sulla sua barca a lavorare, nessuno lo avrebbe visto fino al giorno successivo, nessuno avrebbe giurato a suo favore. A quel punto bisognava solo mandare la tua guardia più fedele a compiere un efferato omicidio, e poi avresti facilmente trovato un pover’uomo che per quattro spiccioli avrebbe dato la colpa a chiunque, anche alla sua stessa madre. Il piano era tanto semplice quanto diabolico. Avresti fatto catturare l’assassino, lo avresti giustiziato sotto gli occhi di tutti in nome della legge, e la povera mogliettina sarebbe rimasta sola, da consolare. Dimmi un po’, ti piace questa storia?

-Io non ti permetto di gettare fango sul mio nome. Quelle che tu hai proferito sono solo le tue parole contro la mia, solo illazioni di un pazzo. Non riuscirai a uscire vivo di qui, metterò tutta Napoli sulle tue tracce e ti farò…

-Ti farò cosa? Pensi di potermi spaventare? Guardami bene, ieri mi vedevi penzolare da una forca con l’osso del collo rotto. Sono tornato dall’inferno solo per questo momento, non riuscirai a rovinarmelo. E ora, sta a guardare

Con le mani strinse ancora di più le spalle di Jacopo, in quel momento accadde qualcosa di soprannaturale. Tutto intorno la stanza scomparve, al suo posto i due si trovarono in una prateria infuocata. Il caldo era insopportabile, vicino a loro c’era un lago completamente ricoperto di acqua rossa. Non ci volle molto tempo prima che Jacopo si rese conto che non fosse acqua quella che vedeva.

Era proprio come in un dipinto che aveva visto in una chiesa, era così che se lo immaginava fin da piccolo. L’inferno. Orde di demoni cornuti che flagellavano i corpi delle anime dannate. Erano urla disperate quelle che sentiva, urla di chi ormai si arrende ad una pena eterna. Un dolore che non passerà mai, e sarà sempre peggio fino alla fine dei tempi. Nessuna pace, nessun piacere, solo dolore e pena. Non si rese conto di essere ancora seduto sulla sedia finché le mani sulle sue spalle non lo alzarono strattonandolo.

-Guarda bene, apri gli occhi e osserva. Questo è il regno che ti aspetta. Le tue malefatte saranno anche impunite sulla terra ma qui dovrai fare i conti con la legge divina. Volevo portarti qui di persona per farti vedere cosa ti aspetta. Quelli che vedi sono i diavoli che stanno solo aspettando con ansia il tuo arrivo. Hanno già in mente come divertirsi con te. E io farò in modo che questo avvenga presto!

Appena finì di dire le ultime parole, quella visione dell’Inferno scomparve. I due si ritrovarono nella stanza chiusa, Mario teneva ancora le mani sul volto di Jacopo, aprendogli gli occhi che grondavano lacrime. Il Vicario sentì una strana sensazione sulla pelle, come una bruciatura messa sotto l’acqua fredda. Appena si rese conto che l’incubo era finito si inginocchiò a terra e con la testa fra le mani prese a piangere ad alta voce.

-Pietà! Pietà, ti prego

-Pietà da me? Tu non ne hai avuta per me ieri. Non hai avuto scrupolo a farmi uccidere per un tuo capriccio

-Ho sbagliato! Mi pento, mi pento di tutto. Per favore non mi uccidere, non voglio morire

-Lo meriti più di ogni altro. Sono venuto qui per ricambiarti il favore, sarai condannato a morte da un tuo condannato

Jacopo si aggrappò ai pantaloni di Mario, mentre parlava continuava a baciargli i piedi chiedendo perdono.

-Ti prego, non farlo. Farò tutto ciò che vuoi. Tutto! Vuoi soldi, prendi tutto ciò che è mio. Dimmi cosa vuoi

-Io non appartengo più a questo mondo, i soldi non servono più a nulla

-Qualunque cosa ma ti prego non uccidermi

-Qualunque cosa hai detto?

-Sì, si! Tutto quello che vuoi, tutto quello che desideri!

-E sia! Tu ora qui giurerai solennemente che lascerai stare Rosaria. Spegnerai ogni tuo perverso desiderio su di lei e rinuncerai per tutta la vita ad averla. Lei rimarrà libera dalle tue mire per sempre, Inoltre dichiarerai davanti a tutti che io ero innocente, ripulirai il mio nome dal fango che tu stesso hai gettato e provvederai a sostentare mia moglie e la sua famiglia

-Va bene. Va benissimo, esaudirò ogni tuo desiderio. Ma giurami che non mi ucciderai

-Io mantengo sempre le mie promesse, e spero per te che tu riesca a mantenere le tue

L’ultima frase suonava come una sentenza, quelle parole riecheggiavano nella stanza mentre l’uomo usciva lentamente. Fuori non c’era più nessuno, tutti si erano dileguati appena si era sparsa la voce che un cadavere era venuto a reclamare il suo carnefice. Mario uscì, fuori un sole timido riscaldava lievemente il gelo di quella mattinata invernale. Era difficile per lui descrivere il suo stato d’animo. Era felice di aver terminato quella sua missione ma era una vittoria che lasciava un sapore amaro in bocca. Sapeva cosa doveva fare. Un ultimo desiderio prima di ritirarsi.

Percorse una strada stretta, lo faceva sempre con Maria nel breve periodo in cui furono fidanzati. Si fermò davanti ad un negozio di fiori e senza farsi notare sfilò una camelia rossa e la nascose nel manico della giacca. A passi veloci ritornò sulla strada percorsa qualche ora prima, ritornò davanti al negozio di pescheria. Era vuoto e non sentiva più il pianto di sua moglie Rosaria. Prese la camelia e la poggiò delicatamente sulla maniglia della porta, poi si allontanò verso il mare, al porto.

Rimase a guardare l’enorme distesa di acqua che si parava di fronte a lui. Quel mare che per troppo tempo era stato il suo unico amico, gli aveva tenuto compagnia nelle notti più buie. Quel mare che gli aveva fatto conoscere tempo prima il suo assassino. Forse anche in quell’occasione il suo unico amico stava facendo quello che era giusto fare, stava preservando il futuro di Mario facendo annegare Jacopo. Fu il suo ultimo pensiero mentre una fiamma improvvisa si accese intorno a lui. Un cerchio di fuoco si formò a terra, le fiamme divamparono alte, poi così come erano apparse se ne andarono. E con loro, anche Mario fece ritorno negli abissi. Il suo patto era concluso.

3 Dicembre 1989

Aveva appena cominciato a piovere e per fortuna la temperatura si era alzata di qualche grado, le persone tornarono alle loro faccende. Di solito succedeva sempre così nei dintorni della stazione, quando pioveva la città si fermava, si congestionava ma al primo raggio di sole sembrava che non fosse successo niente. Appena l’ultima goccia di pioggia bagnava l’asfalto tutti tornavano alle loro faccende. Come un film messo in fermo immagine per qualche minuto e poi rimesso in play.

Daniele era appena tornato da un viaggio di lavoro a Milano, era uscito dalla stazione per prendere un taxi che lo portasse fino a casa ma all’improvviso era arrivata la pioggia. Non una pioggia come le altre, non era stata annunciata da piccoli schizzi. Non stava schizzicheando, come si dice a Napoli. Venne giù tutta senza preavviso. Gocce grosse e pesanti caddero sulla città cogliendo i passanti impreparati. Daniele era appena uscito dall’ingresso della stazione centrale e aveva adocchiato un’auto gialla. Era sul ciglio della strada, sul marciapiede, e alzò il braccio per richiamare l’attenzione del tassista. D’un tratto gli cadde sul capo una cascata d’acqua fredda. Il tassista rientrò subito nel veicolo per ripararsi dalla pioggia, anche Daniele doveva assolutamente fare lo stesso. Si guardò intorno ma vide che tutti i pedoni che si trovavano in zona cominciavano a raccogliersi sotto qualsiasi riparo. Pensiline di autobus, cornicioni di palazzi, tende fuori ai negozi. Doveva fare in fretta prima di bagnarsi completamente e rischiare di prendere un raffreddore.

Vide un bar aperto sul lato opposto della strada. Fece una rapida corsa evitando le auto ferme nel traffico e si rifugiò all’interno. Si scrollò le gocce di pioggia dal cappotto marrone e guardò all’interno. Era un locale nuovo, sembrava che avesse aperto da non molto tempo. Dietro al bancone c’era un uomo di mezza età che stava preparando due caffè con un’enorme macchina, dietro alla cassa un ragazzo giovane e sorridente che stava guardando proprio nella sua direzione. Dopo qualche secondo Daniele si rese conto che stava guardando proprio lui. Capì subito di essere in difetto, era appena entrato in un bar senza alcun motivo se non quello di ripararsi dalla pioggia mentre c’era una regola che valeva in un luogo come quello. Una regola di etichetta non scritta che esigeva il pagamento di un dazio. Infatti se entravi in un bar per ripararti dalla pioggia, o per usufruire del bagno o anche solo per cambiare banconote dovevi come minimo prendere un caffè. Era una regola di bon ton, chiaro, ma anche un modo per apprezzare un momento di pausa assaporando il nero infuso che risveglia i sensi.

Il cassiere continuava a guardare Daniele con un sorriso gentile. Un sorriso che valeva quasi un invito. Non si sarebbe mai permesso di chiedergli sfacciatamente cosa desiderasse, ma aspettava che l’altro si facesse avanti.

-Buongiorno, salve

-Salve a lei. Brutto tempo fuori, vero?

-Sì… E chi se lo aspettava, sembrava sereno quando all’improvviso è venuto giù tutto insieme

-A volta capita. Vuole asciugarsi? Nel bagno abbiamo un phon a disposizione

-Grazie mille, approfitterei se non è un problema

-Nessun problema, prego. Da quella parte

Daniele seguì la freccia colorata sul muro ed entrò nel bagno. Era tutto pulito e sistemato, non c’erano dubbi che quel posto fosse stato ristrutturato da poco. Prese il phon fissato sul muro e si asciugò i capelli velocemente. Provò ad asciugare anche i pantaloni e il cappotto ma riuscì solo in parte, voleva tornare subito a casa e l’idea di perdere ulteriore tempo lo infastidiva.

Uscì fuori dal bagno e si recò dal cassiere che lo accolse con il solito sorriso.

-Grazie ancora

-Si figuri

-E’ nuovo qui? Sembra tutto nuovo

-Sì. Abbiamo aperto da qualche settimana. Prima questo bar era di mio zio Giovanni, pace all’anima sua. E’ venuto a mancare due mesi fa ed io ho rilevato l’attività. E’ morto in solitudine, poverino, niente moglie o figli. Ho deciso di prendere io in mano la sua attività e di continuare nel bar che lo ha visto crescere da quando era piccolo

-Che storia particolare

Daniele si mostrò gentile anche se in quel momento non aveva voglia di conoscere tutta la storia della famiglia del ragazzo. Se era logorroico come sembrava, doveva assolutamente stopparlo prima che potesse fargli perdere altro tempo. Intanto un buon odore di caffè e di dolci gli arrivò nelle narici. Si girò e vide che dal bancone c’erano delle sfogliate calde. Gli venne subito voglia di prenderne una.

-Mi dia un caffè ed una sfogliatella

-Subito

Poi si rivolse al barista

-Luigi, una sfogliata al signore e quando ha finito gli prepari un caffè come solo tu sai fare

Il barista guardò il proprietario, poi Daniele. Senza cambiare l’espressione seria del volto fece un occhiolino di intesa.

-Sono 700 lire

Daniele prese lo scontrino fiscale che gli era stato dato e cercò il portafogli all’interno della giacca. Lo trovò, lo aprì e tirò fuori una banconota da 50000 lire. La passò al cassiere che la guardò strabuzzando gli occhi.

-E’ un taglio grosso, vediamo se riesco a cambiare

-Mi dispiace, ho solo questa

Daniele pensò a quella scena e a quante volte si era verificata. Lui lavorava in banca ed era abituato a maneggiare banconote di taglia grande. Ogni volta che veniva pagato con una di quelle banconote poi era difficile utilizzarle. Tutti dicevano che non sapevano come cambiarle e lui tantissime volte le cambiava direttamente al lavoro per evitare la solita scenetta. Quella mattina però non era stato possibile. Si era recato a Milano per concludere un affare per conto della banca e aveva con sé soltanto quella banconota. Forse solo qualche altro spicciolo.

-Controllo se ho qualche spicciolo in tasca

Daniele frugò nelle tasche dei pantaloni ma niente, provò con quelle del cappotto e trovò una moneta

-Ho solo questa da 500 lire

Il cassiere assunse un’espressione pensierosa, poi sembrò avere un lampo di genio.

-Forse ho trovato! Un attimo che lo cerco, dovrebbe essere nel ripostiglio

Lasciò Daniele allibito davanti alla cassa mentre si diresse correndo verso una porta chiusa a chiave. Ritornò dopo qualche secondo con in mano una piccola lavagna.

-Trovata! Oggi è il suo giorno fortunato

-Cos’è?

-Questa l’aveva mio zio. Ha mai sentito parlare del caffè sospeso?

Tutti a Napoli lo conoscono. Si tratta di un rituale che affonda le radici nel tempo. Quando capita a qualcuno qualcosa di veramente bello, si ha l’abitudine di andare in un bar e prendere due caffè. Uno lo si consuma al momento mentre l’altro viene segnato dal barista e donato al successivo cliente che non può permetterselo. Un po’ come festeggiare con uno sconosciuto in differita.

Daniele guardò la lavagna, c’erano delle scritte cancellate mentre su una riga c’era scritto in corsivo “1 caffè”.

-Vuol dire che quel caffè è stato già pagato?

-Certo! Non a me ma a mio zio ma fa lo stesso

-Mi dispiace ma non posso accettare, mi dia soltanto la sfogliatelle con le 500 lire

-Ma non deve offendersi. Il caffè sospeso è stato creato proprio per questo, per occasioni come queste. Se lo rifiuta è come se sta rifiutando di festeggiare con il signore che lo ha pagato. Magari ha avuto una grazia oppure è diventato ricco con i soldi del lotto, chi può saperlo?

Daniele ci pensò su. Quella situazione era paradossale me per una volta pensò che fosse l’occasione giusta per approfittare, e poi aveva voglia di uscire dal bar e tornare a casa.

-Va bene, accetto. Queste 500 lire sono per la sfogliata però

-Va bene. Luigi, prepara il caffè al signore, abbiamo risolto

Daniele si avvicinò al bancone e mangiò la sfogliatella appena sfornata. Era buonissima, doveva ammetterlo. Subito dopo assaporò il caffè gustando l’aroma forte. Ora capiva il perché dell’occhiolino del barista, quel caffè era intenso e buono come non lo aveva mai assaggiato da tempo.

Si pulì le labbra e ringraziò il proprietario e il barista un’ultima volta, poi uscì dal bar. Fuori aveva smesso di piovere e la città era tornata al solito trambusto di ogni giorno. Vide un taxi parcheggiato sul ciglio della strada, l’autista stava fumando una sigaretta aspettando il prossimo cliente. Daniele non ci pensò due volte, si affrettò ad andare verso di lui. Stava per scendere dal marciapiede quando vide sfrecciare un’automobile davanti a lui. Era troppo veloce, era impossibile evitarlo. In una frazione di secondo un’onda scura lo sommerse. L’auto era passata su un’enorme pozzanghera di acqua sporca sollevandola completamente. Daniele vide con la coda dell’occhio l’onda che si avvicinava senza poter fare nulla.

Si ritrovò bagnato fradicio, con ancora il braccio alzato nel tentativo di chiamare il taxi. Nel frattempo intorno a lui sentiva le risate dei presenti che non poterono fare a meno di guardare la scena comica. Si diede dello stupido ed imprecò tra i denti mentre arrabbiato si avvicinò al taxi. Si rivolse all’autista che stava ancora fumando impassibile.

-Mi scusi, è libero?

-Certo

-Dovrei andare in Corso Vittorio Emanuele. Subito se possibile

Il tassista si girò verso di lui e lo guardò. Tolse la sigaretta dalla bocca mentre stringeva gli occhi dubbioso

-Come mai è così bagnato?

-Una macchina è passata veloce, c’era una pozzanghera e…

-Che cos’è questa puzza di pesce?

Daniele si rese conto in quel momento di quel cattivo odore. Tirò su con il naso, era un inconfondibile puzzo di pesce morto. Non era difficile capire da dove provenisse. Probabilmente la pozzanghera doveva contenere dell’acqua di una delle bacinelle di una pescheria lì vicino perché il cattivo odore proveniva dal suo giaccone.

-Io con quella puzza non la faccio salire nel mio taxi

-Ma ne ho bisogno, devo ritornare a casa

-Mi dispiace ma non posso. Poi con il taxi che puzza di pesce come lavoro io fino a stasera?

Il ragionamento non faceva una piega. Daniele si allontanò mandando a quel paese il tassista che fece come se nulla fosse successo. Si diresse verso una pensilina per vedere se uno degli autobus di linea passasse nei pressi di casa sua. Lesse sul cartello ma nessuno arrivava così lontano, decise quindi di optare per la metropolitana. Ritornò in direzione della stazione mentre il vociare delle persone aumentava sempre di più e cominciava a dargli fastidio. All’improvviso sentì un urlo improvviso da preludio ad un dolore fortissimo sul volto.

Palla!

Un pallone di cuoio gli era andato a sbattere sul naso, l’impatto aveva causato un dolore senza pari. In bocca sentiva il sapore ferroso del sangue. Si inginocchiò a terra portandosi le mani sul volto. Si ricoprirono velocemente del sangue che fuoriusciva dalle narici. Si alzò stordito mentre si guardava intorno per capire chi fosse stato. Vide un ragazzino avvicinarsi di soppiatto, prendere il pallone e correre in direzione di altri ragazzi. Daniele era furioso. Mentre con una mano copriva il naso iniziò ad inseguire i ragazzi che si allontanavano da lui ridendo. Erano molto più veloci di lui quindi non ebbero problemi a seminarlo. Uno dei ragazzi aveva sulla testa l’inconfondibile parrucca di Maradona. Lui cercò di urlare intimando loro di fermarsi ma fu inutile. Riuscirono a farla franca mentre la vittima rimaneva con un forte mal di testa.

Si sedette per qualche minuto a terra aspettando che il dolore passasse ma l’intensità non faceva che aumentare. Si rimise in piedi e si diresse verso il sottopassaggio della metropolitana. Cercò di darsi un contegno mentre si avvicinava a due addetti ai controlli.

-Salve, dovrei andare al Corso Vittorio Emanuele

-Salve a lei. Deve prendere il treno metropolitano fino alla stazione di Mergellina e poi può proseguire a piedi. Ma… tutto bene? Cos’ha fatto al naso?

-Nulla, passerà. Posso prendere qui la metropolitana

-Sì, certo. Da questo ingresso

-Va bene, grazie

Daniele cercò di passare oltre ma fu fermato dal controllore.

-Mi scusi, posso vedere il suo biglietto?

Si rese conto di quanto fosse stupido o distratto. Doveva ancora comprare il biglietto.

-Mi scusi, ha ragione. Un attimo che prendo il portafogli e lo compro

Lo cercò in ogni tasca dei pantaloni e della giacca ma non lo trovò. Iniziava ad innervosirsi mentre dietro di lui si creava una fila interminabile di persone irritate.

-Non so come sia potuto succedere… Era qui prima

-Mi dispiace signore ma devo chiederle di rifare la fila. Il treno sta per arrivare e c’è gente dietro di lei che va di fretta

-Non può fare uno strappo alla regola e…

-Mi dispiace, deve allontanarsi

Le persone in fila continuavano a ringhiare, non gli rimase che andarsene prima di essere linciato pubblicamente. Uscì fuori dalla stazione dolorante e frustrato. Si chiese come era potuto succedere di aver perso il portafogli che portava con sé. Percorse qualche metro senza pensare ad altro, nemmeno alla strada che stava prendendo. Si risvegliò dai suoi pensieri solo quando sentì un cane abbaiare.

Abbassò lo sguardo e lo vide. Era sicuramente un randagio e si stava avvicinando a lui tendendo il muso in avanti.

-Ciao piccolo, che ci fai qui? Anche tu sei triste per qualcosa oggi?

Il cane si avvicinò lentamente, poi cominciò ad annusarlo probabilmente incuriosito dal forte odore che emanava. Daniele tese la mano per accarezzarlo ma l’animale lo azzannò. Di colpo chiuse le fauci intorno alla sua mano stringendo senza lasciargli possibilità di liberarsi. Daniele era sconcertato. La mano cominciava a fargli davvero male e prese ad urlare per attirare l’attenzione di qualche passante. Nessuno gli venne in aiuto così iniziò a dare pugni sul muso del cane con la mano libera. Dopo qualche colpo l’animale cominciò a guaire allontanandosi da Daniele.

L’uomo stava per cantare vittoria quando vide il cane riavvicinarsi, e non era solo. Accanto a lui c’erano altri quattro cani randagi che abbaiavano ferocemente mentre correvano verso di lui. Daniele si mise a correre nella direzione opposta con quanta più forza aveva nelle gambe. Sentiva la testa scoppiare mentre correva tra la gente chiedendo aiuto.

Quando si fermò non sapeva più dove fosse né per quanto tempo aveva corso. Era in un viale stretto, si appoggiò ad un muro per riprendere fiato mentre sentiva il cuore battergli forte nel petto. Chiuse gli occhi e pensò a tutti gli incidenti che gli erano capitati quella mattina. Non poteva essere una coincidenza, troppi episodi negativi consecutivi. Ma purtroppo la mattinata non era ancora finita.

Riaprì gli occhi e vide due ombre che si avvicinavano alla sua destra. Per istinto portò una mano su una delle tasche dei pantaloni. Si pentì subito dopo di averlo fatto.

-Per favore, ci dia qualcosa

-Anche solo pochi spiccioli. Dobbiamo mangiare

Li vide chiaramente quando furono proprio davanti a lui. Erano due senzatetto, avevano delle lunghe barbe e vestiti logori. Anche da lontano si sentiva il forte odore di alcol.

-Stiamo parlando con te, non ci senti?

-Aspetta un attimo. La senti questa puzza? E’ lui. Forse è uno come noi. Un pover’uomo che vive per strada. Lasciamolo stare

-Ma no, non hai visto prima? Quando ci siamo avvicinati si è toccato la tasca destra dei pantaloni

-Non ci avevo fatto caso. Allora i soldi li hai! Non vuoi darceli? Eppure te li stiamo chiedendo, non ti stiamo obbligando

-Sentite, c’è stato un malinteso. Con me non ho nulla, vedete?

Daniele portò nuovamente la mano sulla tasca ma notò qualcosa. Non era vuota, un piccolo rigonfiamento rivelava qualcosa. Mise la mano all’interno e sotto gli occhi increduli dei due clochard tirò fuori un portafogli. Il suo portafogli, sapeva bene quanto contenesse.

-Cos’è? Uno scherzo?

-Che grand’uomo. Allora i soldi li hai?

Uno dei due prese rapidamente il portafogli dalle mani di Daniele e lo aprì. Appena vide la banconota la mostrò all’altro e insieme guardarono in cagnesco la loro vittima.

-Questo qui ha bisogno di una lezione

Daniele ebbe solo il tempo di alzare le braccia in segno di difesa ma non riuscì a parare tutti i colpi che i due ubriachi gli infersero. Calci, pugni, graffi, sputi. In quei pochi secondi che sembrarono ore lo ridussero ad uno straccio. Subito dopo se ne andarono lasciandolo dov’era. Lui si alzò e percorse qualche metro, poi si accasciò in ginocchio. Dal ventre sentì uno strano dolore, aprì la bocca e vomitò tutto quello che lo stomaco conteneva. Non era molto, riconobbe la sfogliata e il colore scuro del caffè che aveva gustato solo poco tempo prima.

In cielo le nuvole si scurirono e qualche piccola goccia di pioggia cadde sull’asfalto. Era solo una debole pioggia, niente a che vedere con quella che si era abbattuta quel mattino. Daniele alzò gli occhi verso il cielo mentre le gocce di pioggia gli bagnavano il viso. Non sapeva perché ma aveva la sensazione che quella interminabile mattinata sarebbe finita in quel momento. Che tutto da quell’istante sarebbe andato come sempre.

Lorenzo aveva un’abitudine che aveva maturato negli anni. Ogni volta che sua moglie partoriva, scendeva di casa e andava a prendere due caffè nel suo solito bar, uno per lui e l’altro sospeso. Era il suo modo di ringraziare il cielo di avergli dato un nuovo erede. In tanti lo prendevano in giro, specialmente dopo il terzo figlio. Dopo Mario, Antonio e Lucia tutti scherzavano dicendogli che non c’era più niente da festeggiare. Intanto sua moglie mise al mondo altri due bambini e lui continuava a ringraziare Dio.

Era fatto così, i figli erano la sua vita, a parte la moglie sia chiaro. Era una testa dura, tutti lo sapevano. E lo era anche sua moglie. Anche quando le dissero che un’ulteriore gravidanza avrebbe messo in serio rischio il suo fisico. Non era più una ragazzina e l’epoca in cui le donne sfornavano figli come se niente fosse era finita. Entrambi lavoravano, ma lavoro era una parola grossa. Si arrangiavano, cercavano di sbarcare il lunario, e con tutti quei figli da badare diventava sempre più difficile. Ma tutti lo sapevano, Anna era una testa dura e volle continuare quella gravidanza fino alla fine. Anche quando il dottore le fece notare le perdite durante gli ultimi mesi, anche quando la portò in sala parto piena di sangue.

Quel giorno Lorenzo le perse entrambe, sua moglie e la piccola creatura nel suo grembo. Quando il primario uscì dalla sala parto per avvisarlo dell’accaduto lui rimase impassibile. Magari un’altra persona si sarebbe dato la colpa e avrebbe vissuto con un grande rimorso tutta la vita. Ma non Lorenzo. Lui sapeva di chi era la colpa. Era del cielo, quello che lo aveva benedetto con sei figli ora richiedeva un sacrificio più grande. Un prezzo da pagare.

E lui sapeva bene quale sarebbe stato quel prezzo. Avrebbe usato la stessa moneta con la quale aveva onorato il suo Dio.

Entrò nel solito bar e salutò Giovanni. Pagò i suoi caffè senza rispondere alla domanda del proprietario.

-Ancora festeggi? A quanti siamo? Sette?

Nel momento in cui pagò il caffè sospeso fece una promessa solenne. Quel caffè sarebbe stato una maledizione, chiunque avrebbe bevuto quella bevanda offerta da lui avrebbe avuto dal cielo la stessa sfortuna che ora li stava patendo. Avrebbe sofferto, sarebbe stato maltrattato fino alla morte. Lorenzo sorseggiava il suo caffè sorridendo, augurando tutto il male del mondo allo sconosciuto con il quale stava brindando in quel momento. Era la sua maledizione ed era consapevole del prezzo che avrebbe pagato. Mentre Giovanni scriveva sulla piccola lavagna si stava avverando una profezia malefica che sarebbe durata nel tempo fino a che la sua vittima non si fosse palesata.

26 Novembre 2017

La domenica c’era l’appuntamento fisso di Gianpaolo, il mercato delle pulci. Quasi ogni settimana si recava nel suo luogo preferito alla ricerca di affari o anche solo per immergersi in un’atmosfera che gli ricordava gli anni ‘80 della sua giovinezza. Di solito si soffermava davanti alle bancarelle di prodotti di musica e tecnologia. Negli anni aveva imparato a concludere buoni affari e creare una rete di conoscenze che gli aveva permesso di mettere le mani su oggetti rari.

Quella sua passione era abbastanza recente. Era passato appena un anno da quando la sua vita era cambiata completamente quando Maria, sua moglie, lo aveva lasciato dopo soli due anni di matrimonio. La ragione ufficiale era una soltanto, secondo Maria lui era troppo infantile, troppo legato ai ricordi di infanzia e giovinezza, troppo attaccato alla sua famiglia di origine. In realtà dopo otto mesi dal divorzio Gianpaolo scoprì che Maria aveva dato alla luce un bel maschietto ed era andata a vivere con il suo nuovo compagno.

Tutto quello che rimaneva a Gianpaolo era la magra consolazione di aver terminato quanto prima un rapporto che non lo avrebbe portato da nessuna parte. Non mancavano le parole di incoraggiamento di amici e parenti. Le solite frasi di circostanza che a lui non davano niente.

Meglio così, una così meglio perderla che trovarla

Dai, almeno per fortuna che non ci sono i figli

Hai capito la str…

Non ci pensare, ne conoscerai un’altra migliore

a Gianpaolo sembrava di conoscerle tutte quelle frasi. Apprezzava il gesto gentile di chi voleva solo tirarlo su di morale, di chi non ci era mai passato in una situazione del genere e non sapeva affrontare la cosa. Lui solo sapeva come ci si sentiva. Dopo aver dato tutto per quel rapporto, coronato un sogno dopo anni di sacrifici, essere piantato in asso. Avere il benservito e scoprire che quella che lui considerava la donna della sua vita nel frattempo lo stava già tradendo e stava progettando una vita diversa senza di lui.

Intanto lui ne uscì con dignità. Dall’esterno tutti lo elogiavano per il modo in cui stava affrontando quella brutta tegola che gli era caduta in testa. In realtà dentro di lui ribolliva di rabbia e avrebbe voluto gridare al mondo quello che realmente pensava. Ma fu bravo anche in questo, l’energia che aveva incanalato la riverso verso qualcosa anziché verso qualcuno. Lei gli aveva detto che era troppo infantile? E sia, lo sarebbe stato davvero. Di punto in bianco cominciò a collezionare oggetti vintage che gli ricordavano i momenti più belli della sua vita, quando tutto era leggero e la vita da adulto sembrava qualcosa di veramente lontano.

Vinili, audiocassette, riviste, ma anche vecchi computer, console di gioco, impianti audio. Girava vecchi negozi e mercatini alla ricerca della sua dimensione che si proiettava in un passato romantico. Si trasferì di nuovo a casa dei suoi genitori e prese possesso della sua vecchia stanza. Riprese dagli scatoloni tutta la sua roba vecchia di decenni e la arredò secondo le mode del tempo. Quella stanza rispecchiava il suo animo ed era diventato il suo rifugio personale. Quando non era fuori casa per lavoro passava ore all’interno della sua camera, da solo. D’altronde per un quarantenne come lui era meglio restare solo con sé stesso che vedere i conoscenti e soffrire per le loro belle vite familiari.

Gli affetti si dividevano tra chi fomentava le sue scelte legittime e chi lo metteva in guardia su un comportamento che lo escludeva dal mondo.

Fai bene, ora che sei libero puoi fare quello che vuoi senza essere giudicato

Sicuro di non stare esagerando? Vivi il presente, non il passato

Che male c’è, la vita è tua e fai quello che pensi sia meglio

Secondo me stai troppo il tempo da solo, dovresti uscire di più

Intanto lui proseguiva per la sua strada, i consigli gli rimbalzavano addosso su quell’armatura di gomma che si era costruito.

La domenica era il suo giorno preferito, si svegliava presto la mattina ed era tra i primi ad entrare all’interno del mercato dell’usato. Ormai conosceva tutti, commercianti e clienti abituali. Avrebbe potuto muoversi ad occhi chiusi tra le bancarelle, sapeva l’ubicazione di ogni venditore. Nel poco tempo in cui aveva coltivato la sua passione era diventato anche un discreto esperto. Non poche volte qualcuno gli chiedeva opinioni su qualche articolo o una stima approssimativa. Si sentiva padrone di un mondo che stava costruendo con le proprie mani. Anche quel giorno non era da meno. Al mattino presto era già fuori al cancello del mercato delle pulci e si apprestava ad entrare nel suo regno.

-Ciao Gianpaolo, come stai?

-Bene, grazie. Tu?

-Bene, bene. Senti quei pezzi di ricambio per il Commodore 64 vedo di farteli arrivare per la settimana prossima. E’ un problema?

-Assolutamente, grazie ancora

-Buona giornata

-Gianpaolo, vuoi vedere le “nuove” cassette che ho preso questa settimana? Sono sicuro che ti piaceranno, sono ancora chiuse nella bustina di plastica

-Ciao Gennaro, magari dopo. Ora devo passare da Piero

-Va bene, io sono qui. Buona giornata

L’inizio era sempre una sfilza infinita di saluti cordiali. Gianpaolo era un buon cliente e nessuno voleva perderlo. Lui quel giorno però aveva voglia di prendere qualche disco in vinile da ascoltare il pomeriggio in solitudine. Aveva il suo bancarellista di fiducia, Piero, dal quale aveva già acquistato parecchio materiale. Non solo era sempre fornito, ma era anche competente in materia di musica. Forse il migliore con cui Gianpaolo aveva mai parlato. Camminò lungo il percorso ed arrivò da Piero. Sul tavolo in bella mostra c’erano numerosi dischi in vinile ordinati alfabeticamente per artista. Una vetrina che faceva gola a tutti gli appassionati, bastava solo sapere quanto spendere.

-Ciao Piero, buongiorno

-Buongiorno a te Gianpaolo. Come stai?

-Bene, grazie. Tu?

-Non mi lamento. Sei passato qui solo per vedere o vuoi comprare qualcosa?

-Avevo pensato di prendere qualcosa

-Qualcosa di conosciuto o sconosciuto?

-Beh, dipende dal tuo significato di “conosciuto” e “sconosciuto”. Se mi rapporto a te non esiste niente di sconosciuto

-Sei troppo buono Gianpaolo. Eppure devi sapere che c’è sempre qualcosa che posso non conoscere e che mi stupisce ancora

-Davvero?

-Esattamente. Guarda, proprio qualche giorno fa ho preso questi dischi ad un’asta di un vecchio negozio del centro storico che ha chiuso definitivamente per debiti. Ho fatto affari comprando le prime edizioni di dischi famosissimi e nella collezione ho trovato questo

Appena finì la frase porse a Gianpaolo un disco ancora confezionato. La copertina era rosso scuro con in rilievo la scritta della band, The pain, e il titolo che era tutto un programma. Il paradiso di inferno. Prese il disco tra le mani e lo girò, sul retro non c’era nessuna informazione. Niente tracklist, niente elenco degli artisti, niente etichetta della casa discografica.

-Interessante, eh? Sembra un disco fatto in casa

-In che senso?

-Tipo i bootleg, forse il gruppo lo ha registrato in sala e ha prodotto solo qualche copia

Gianpaolo con l’altra mano tirò fuori dalla tasca il suo smartphone e sbloccò lo schermo. Iniziò a digitare qualcosa quando Piero lo riprese.

-E’ inutile che cerchi su internet. Anche io ci ho provato e non ho trovato nulla. Non so chi siano questi The pain né come questo disco possa essere finito sugli scaffali di un negozio di musica

-Quindi stiamo parlando di un gruppo sconosciuto che pubblica un album sconosciuto. Chi mi dice che non sia un disco vuoto messo in una bella copertina per fare uno scherzo?

-Ci ho pensato anche io, ma non ho intenzione di scoprirlo. Finché rimane qui, non lo apro. Lascio la risoluzione di questo enigma a chi lo comprerà

Piero era un bravo venditore e conosceva bene i suoi clienti. Gianpaolo era sempre alla ricerca di qualcosa, nuovo o vecchio. Bastava solo gettare qualche esca e sapeva che il pesce avrebbe abboccato all’amo. Il suo punto debole era la curiosità e la voglia di conoscere più del suo venditore. Come volevasi dimostrare, dopo averlo girato e rigirato tra le mani un paio di volte, Gianpaolo guardò con sguardo serio Piero.

-Quanto vuoi per questo?

-Sei un cliente abituale, a te chiederei 20€

-Ma è quasi una pesca di beneficenza, venti euro sono troppi

-Prendere o lasciare, sei tu che mi hai chiesto qualcosa di sconosciuto

Gianpaolo ci pensò qualche secondo ma la curiosità era troppa. Doveva avere quel disco, aprirlo ed ascoltarlo. Prese il portafogli e porse una banconota da venti euro a Piero che intascò sorridendo.

-Buon ascolto, fammi sapere come sono

-Eh no, non ti faccio sapere nulla. Se vuoi te lo rivendo

I due si salutarono ridendo, poi Gianpaolo percorse velocemente i viali fino ad uscire dal mercato delle pulci. Era troppo interessato a scoprire quel segreto per godersi una lenta passeggiata. Entrò in macchina e si diresse subito a casa.

Una volta arrivato salutò velocemente i suoi genitori, suo padre era seduto sul divano mentre cercava di selezionare non senza difficoltà un film su una delle piattaforme streaming on demand che Gianpaolo aveva configurato sul televisore di casa, sua madre invece era intenta a preparare un pranzo luculliano. Una volta entrato nella sua camera, Gianpaolo prese il disco ancora incellofanato per guardarlo meglio. Era ancora restio, aprirlo o non aprirlo? Tenerlo confezionato e immacolato oppure aprirlo e scoprire nuova musica? Si riservò di decidere dopo qualche minuto, voleva prima cercare su internet qualche notizia su quel gruppo sconosciuto.

Dopo i primi dieci minuti sui più importanti motori di ricerca si rese conto del perché Piero non avesse reperito notizie. Il web era all’oscuro dei The pain, nessuno aveva mai scritto qualcosa su di loro. Anche la navigazione nei forum amatoriali non aveva prodotto alcun risultato significativo. Sembrava proprio che quella band fosse sconosciuta e che probabilmente si trattava di un album amatoriale, probabilmente senza alcun valore.

Ormai Gianpaolo era sicuro, doveva aprire il disco ed ascoltarlo, non avrebbe perso nulla. Al massimo avrebbe riposto il disco nella sua confezione e lo avrebbe tenuto in perfetto stato per poi rivenderlo nel caso avesse saputo qualcosa in più. Prese la copertina e tolse la pellicola trasparente. Appena tolse la confezione gli arrivò alle narici uno strano odore. Pensò si trattasse della puzza di chiuso, probabilmente il disco era rimasto in quello stato per troppo tempo. Avvicinò il naso al vinile, più si avvicinava più l’odore diventava forte. Gli ricordava quasi quello dello zolfo. Chissà se era una trovata pubblicitaria per rimarcare il tema del disco. Forse era un concept album.

Lo guardò un’ultima volta prima di metterlo sul suo giradischi. Spostò il braccio dell’apparecchio e appoggiò la puntina sul disco. All’inizio fu silenzio, un insopportabile silenzio, era ancora convinto che quello fosse uno scherzo e lui fosse la vittima. Dopo qualche minuto sentì qualcosa. Il volume era basso quindi alzò lentamente il selettore per aumentarlo. Suoni, rumori, poi una voce maschile. Grave, roca, ma aveva una caratteristica inconfondibile, era riprodotta al contrario. Cominciò ad ascoltarla incuriosito anche se non riusciva a capire il significato. Sapeva bene che in passato numerosi artisti famosi avevano usato quella tecnica bizzarra per mandare messaggi subliminali ai loro fan o anche solo per alimentare dicerie che gli avrebbero garantito più vendite.

I minuti passavano lenti, Gianpaolo ascoltava le parole senza senso che uscivano fuori dalle casse cercando di carpirne un significato. Era sovrappensiero quando sentì un forte rumore. Saltò dalla sedia impaurito prima di rendersi conto che qualcuno aveva bussato alla porta della sua stanza. Andò ad aprire, era sua madre.

-Posso iniziare a buttare la pasta?

-Mamma sei tu? Ti avviso io tra una mezz’oretta, se non è un problema

-Va bene, aspetto te

Richiuse la porta dandosi dello sciocco. Era troppo impegnato ad ascoltare il disco da spaventarsi al minimo rumore. Si rimise seduto e cominciò a pensare. Se tutto il disco era inciso al contrario non c’era motivo di continuare ad ascoltarlo. Tra l’altro la musica non sembrava esserci quindi era necessario capire il senso del testo. Avvicinò quindi il giradischi al computer e posizionò un cavo all’uscita audio. Fece ripartire il disco dall’inizio mentre nel frattempo riordinava la stanza. Quella specie di nenia in sottofondo non lo disturbava, si accorse dopo una ventina di minuti che il disco non emetteva più suoni quindi staccò la registrazione ed avviò un programma per modificare la traccia audio appena salvata. Dal menu selezionò i comandi per riprodurre la traccia al contrario. Appena finì l’operazione salvò il file e cliccò due volte per avviare il player.

Dal notebook si sentì una leggera musica di sottofondo, più che strumenti era un coro di voci bianche. Dopo qualche secondo iniziò la parte di quello che avrebbe dovuto essere il frontman del gruppo. Più che una canzone era un parlato, come se stesse recitando una poesia. Purtroppo non era in italiano, le parole erano incomprensibili. Gianpaolo si applicò per individuare qualche parola ma non fu in grado di capirne il linguaggio. Era sicuramente una lingua a lui sconosciuta. Intanto più la voce continuava a parlare e più un senso di angoscia pervadeva l’animo dell’uomo. Dopo qualche minuto accadde qualcosa di straordinario quanto macabro.

All’improvviso tutti i dispositivi audio presenti nella camera di Gianpaolo cominciarono ad emettere suoni. Il subwoofer collegato ad un impianto stereo, le casse del suo pc, i giocattoli parlanti, addirittura un vecchio carillon che cominciò a girare, ogni dispositivo riproduceva qualcosa. Non ci volle molto per capire cosa stessero riproducendo. Erano voci, voci umane che si liberavano in lamenti sempre più alti. Voci femminili e maschili, più il loro volume aumentava e più la voce della traccia faceva lo stesso. I lamenti imploravano pietà, soffrivano, chiedevano la morte piuttosto che un supplizio così doloroso. Gianpaolo era immobilizzato sulla sedia e non riusciva a muovere un muscolo. Ascoltava impietrito quelle urla che pian piano sembra conoscere.

Abbi pietà! Abbi pietà!

Uccidimi, ti prego uccidimi!

Aiuto! Qualcuno mi aiuti!

Vai via demone!

Avrebbe voluto muovere anche solo un braccio, stoppare la riproduzione e fuggire da quell’incubo. Sentiva le gocce di sudore che gli scendevano dalla fronte, gelide come pezzi di ghiaccio. Era spacciato, gli sembrava di essere come Alex, il protagonista di Arancia Meccanica, mentre è costretto ad osservare scene di violenza contro il suo volere. Era quasi sul punto di cedere quando un forte rumore attirò la sua attenzione.

Di colpo aprì gli occhi, rendendosi finalmente conto di stare dormendo. Il rumore era continuo, dopo i primi secondi di incoscienza capì che si trattava del campanello. Si alzò di scatto dalla sedia e controllò in giro, gli oggetti che prima si comportavano stranamente sembravano di nuovo normali. Era stato sicuramente un sogno, uscì dalla stanza ed andò ad aprire mentre continuavano a suonare il campanello. Strano che nessuno dei due genitori fosse andato ad aprire.

Arrivò all’ingresso ed aprì la porta senza guardare nello spioncino. Si ritrovò davanti due agenti di polizia, uno con lo sguardo serio, l’altro mostrava un piccolo sorriso di circostanza.

-Salve, il signor Castaldo?

-Sì, sono io. Anche mio padre però, lei chi cerca?

-Siamo qui perché siamo stati allertati per un’emergenza. Hanno chiamato in centrale perché hanno sentito urla e forti rumori provenire da questo appartamento

Gianluca rimase di stucco. Cosa era successo? E perché i genitori non c’erano in quel momento? Stava per pensare al peggio quando la soluzione gli venne in mente e un piccolo sorriso gli si stampò sul volto.

-Ah, ma certo. E’ colpa mia scusate. Ero nella mia camera ad ascoltare musica. E’ una lunga storia… il disco che ho comprato stamattina è un po’… particolare. L’ho ascoltato a tutto volume, non pensavo si sentisse così forte. Mi dispiace che qualcuno abbia potuto pensare a qualcos’altro

I due poliziotti si guardarono con fare sospettoso poi si rivolsero nuovamente a Gianpaolo.

-Lei vive da solo, signor?

-Gianpaolo. No, ci sono anche i miei genitori

-Sono in casa adesso?

-Pensavo di sì, forse sono usciti mentre ero da solo in camera

-Possiamo entrare e controllare?

A Gianpaolo venne in mente la frase che di solito sentiva nei film gialli, “non può entrare se non ha un mandato” ma pensò che in quell’occasione non c’era nulla di male a farli entrare. Magari li avrebbe invitati ad ascoltare il disco per confermare la sua tesi e togliere ogni dubbio dalle loro menti prevenute.

-Certamente, prego

Li lasciò entrare mentre lui si diresse in cucina.

-Gradite qualcosa? Un caffè, un the?

-Non possiamo grazie. Magari solo un po’ d’acqua

-Ok, sono subito da voi poi vi faccio ascoltare il disco in questione e vi racconto tutto dall’inizio

Si girò e avanzò verso il frigorifero. Lo aprì e quello che vide gli bloccò il fiato in gola. Non ebbe il tempo di realizzare cosa stesse succedendo che girò gli occhi all’indietro e svenne, cadendo di colpo sul pavimento.

Quando si risvegliò non capì subito dove si trovasse. C’era una luce bianca, forte, che illuminava la stanza vuota con una scrivania al centro. Lui era seduto su una sedia, appena si rese conto di essere all’interno dello sgabuzzino si alzò di scatto. Una mano si posò con forza sulla sua spalla.

-Signor Castaldo, rimanga seduto

-Cosa succede? Perché sono qui?

-Signor Castaldo, lei si ricorda di me? Sono venuto nella sua abitazione

-Sì, eravate in due. Ma non ho capito cosa…

-Ricorda di essere svenuto dopo aver aperto il frigorifero?

Gianpaolo visualizzò l’immagine che gli si era presentata aprendo il frigorifero. In tutti gli scompartimenti erano ammassate delle buste di plastica che grondavano sangue. In una in particolare, trasparente, aveva riconosciuto una testa umana con il volto di suo padre. Quando ripensò a quel momento ebbe un conato di vomito e si sedette di nuovo sulla sedia.

-Si sente bene? Quando ha aperto il frigorifero ha perso i sensi e le abbiamo fornito soccorso. Ricorda cosa è accaduto prima del nostro arrivo?

-Dove sono? Dove sono i miei genitori?

-La scientifica è già arrivata e sta effettuando le analisi della scena del crimine. Da una prima verifica sembra che i suoi genitori siano stati uccisi, i loro corpi sono stati… conservati nel frigo di casa

Gianpaolo era intontito. I suoi genitori erano morti. Qualcuno li aveva assassinati, fatti a pezzi e tutto mentre lui stava ascoltando musica estraniandosi dalla realtà. La voce dell’agente lo risvegliò da quei pensieri, riportandolo alla dura realtà e non lasciandogli neanche il tempo di elaborarla.

-Lei ricorda cosa è successo prima del nostro arrivo?

-Come scusi?

-Quando è stata l’ultima volta che ha visto i suoi genitori?

-Stamattina, quando sono arrivato a casa. Sono uscito per andare al mercato delle pulci e sono rientrato verso le 11

-C’è qualcuno che può confermare la sua versione dei fatti?

-Certo! Il signor Piero, ha una bancarella al mercato. E’ da lui che ho comprato quel vecchio disco…

Gianpaolo si bloccò di colpo. Gli venne in mente quel pensiero, ma era troppo incredibile per ripeterlo ad alta voce. Non poteva essere, non era colpa del disco, di quell’incubo che aveva vissuto ad occhi aperti. Eppure più ci pensava e più si rendeva conto che tra le voci che sentiva nella stanza c’era qualcuna che conosceva. Che poteva essere dei suoi genitori.

-Continui, perché si è interrotto? C’è qualcosa che deve dirci?

-No, nulla… oppure… 

-Dica

-Il disco… quel disco che ho comprato. Contiene una strana traccia audio registrata al contrario. Quando l’ho ascoltata è successo qualcosa di strano. Ho sentito delle voci che urlavano

-Ritiene che le voci siano dei suoi genitori?

-Sì! Pensavo che fossero del disco e invece erano i miei genitori che imploravano aiuto! Tutto mentre ero nella mia stanza e potevo fare qualcosa

L’ispettore cercò di calmare Gianpaolo che cominciò a piangere a dirotto.

-Si tranquillizzi. Ora l’importante è capire chi è l’assassino e come abbia fatto ad entrare in casa. Il disco di cui parla è ancora qui? Nella sua stanza?

Gianpaolo annuì con la testa, l’agente diede l’ordine ad un collega di andare nella sua stanza a verificare la sua versione. Intanto Gianpaolo non poteva capacitarsi di quanto accaduto. Nella sua testa dava la colpa a tutto. Alla sua vita da ossessionato di dischi, alla sua ex moglie che lo aveva ridotto in quello stato, al venditore che era riuscito a fargli comprare un oggetto che non valeva niente. Avrebbe voluto urlare davanti a tutti, sfogarsi per la prima volta dopo aver inghiottito troppa merda. Non si accorse che uno degli agenti presenti in casa sua si avvicinò all’ispettore riferendogli qualcosa nell’orecchio mostrandogli lo schermo di un notebook. Quando ebbe finito di ascoltare, l’ispettore divenne serio e ritornò accanto a Gianpaolo con sguardo risoluto.

-Signor Castaldo, la dichiaro in arresto per l’omicidio dei suoi genitori

Gianpaolo sgranò gli occhi per lo stupore. Com’era possibile che proprio lui venisse accusato di quel crimine? Doveva assolutamente chiarire la situazione, lui era solo una vittima e il vero carnefice era ancora libero.

-Non capisco, cosa dite? Non posso essere stato io, lo posso dimostrare

-Mi dispiace ma le prove che abbiamo raccolto sono tutte contro di lei. Le consiglio di non fare resistenza…

-Ma le dico che non è possibile! Io ero nella mia stanza! Ecco, solo ora mi viene in mente, ho installato delle telecamere per tutta la casa! Forse ero troppo scioccato per ricordarlo prima, vedete quello che c’è nelle registrazioni e vi renderete conto che io non c’entro!

Sul volto di Gianpaolo comparve un sorriso di speranza, aveva trovato la prova lampante della sua innocenza e la chiave per catturare il vero assassino. Nessuno però provvedeva a togliergli le manette e gli sguardi di tutti i poliziotti presenti non cambiavano la loro espressione seria. Fu l’ispettore a parlare in tono grave.

-Controllare le telecamere di sicurezza è stata la prima cosa che abbiamo fatto. Conferma la sua versione dei fatti sul rientro a casa per le 11, ma nessun altro è entrato in casa. Inoltre le telecamere interne hanno registrato questo

Un altro agente girò verso Gianpaolo un notebook. Dal monitor partì una registrazione. Si vedevano le vittime intente a preparare la tavola per il pranzo, subito dopo comparve un’altra figura. Era lui, Gianpaolo. Si diresse verso la cucina ed aprì uno dei cassetti. Prese una mannaia e senza esitazione si avvicinò alla madre. Un solo colpo, netto, all’altezza dell’avambraccio. La donna si inginocchiò mentre una parte del braccio penzolava attaccata ancora per un lembo al resto del corpo. Aprì la bocca, forse stava urlando ma il suo carnefice continuò l’opera. Un colpo sulla spalla, poi uno sul cranio. Il corpo della madre si accasciò a terra mentre il marito fece qualche passo indietro cadendo rovinosamente sul pavimento. Gianpaolo si accanì su di lui finché il corpo finì di muoversi.

La scena dell’assassinio era sotto gli occhi di tutti. Gianpaolo guardava quei pixel in bianco e nero che decretavano la sua condanna. Non riusciva a dare una spiegazione plausibile di quello che aveva visto. Sapeva di non essere lui quello del video, lui era solo nella sua stanza quando tutto era accaduto.

-Non sono io! Quello non sono io, dovete credermi!

-I fatti parlano chiaro, è lei l’assassino dei coniugi Castaldo

-No! Non sono io! E’ il disco! Vi dico che è il disco che ho comprato! E’ maledetto!

-Abbiamo analizzato il disco che era presente sul giradischi nella sua camera. E’ vuoto, non contiene nessuna traccia audio

Gianpaolo ascoltò quelle parole in silenzio, poi cominciò ad urlare parole incomprensibili mentre i poliziotti lo ammanettarono e lo portarono fuori dalla sua abitazione. Nell’uscire di casa, mentre lo trascinavano a forza, si guardò per l’ultima volta nello specchio dell’ingresso. Quello che vide non era il suo volto ma quello di un demone con la pelle scura, lunghe corna appuntite e una lunga barba. Il volto del male che lo guardava ridendo.

6 Agosto 2021

Il mare era una tavola che mischiava i colori del cielo al tramonto. Il rosso del sole ancora caldo e l’azzurro del cielo limpido. Le tinte si mischiavano sull’acqua creando un effetto di rara bellezza. Sul pontile di Bagnoli c’era chi passeggiava e godeva degli ultimi minuti illuminati della giornata. Coppiette che camminavano mano nella mano, amici che chiacchieravano, bambini che giocavano correndo. Un venerdì sera che aveva già il sapore del fine settimana, di quelli più belli, nel pieno dell’estate. Tutti avevano lasciato a casa i problemi, le preoccupazioni, quei momenti erano stati pensati per stare bene e non per affannarsi. Tutti felici e contenti, tutti tranne una persona.

Un uomo si aggirava sospettoso tra la folla. Ad ogni passo girava il volto a destra e sinistra. Cercava, ma non sapeva ancora cosa. O chi. Guardava gli altri presenti sulla passerella, incrociava i loro sguardi alla ricerca di un indizio, di un segno. Qualcuno cominciò ad accorgersi del suo atteggiamento fuori dal normale, la maggior parte però era intenta a fare altro senza lasciarsi distrarre. Il respiro si faceva sempre più affannato, aveva corso parecchio per arrivare fin lì e purtroppo la sua età gli richiedeva più riposo di quanto volesse. Qualche bambino gli sfrecciò accanto mettendolo in allerta. Vide le schiene dei ragazzi che continuavano a giocare, capì di non essere in pericolo. Lanciò un’imprecazione masticata in bocca, ma era più tranquillo. Da qualsiasi cosa stesse fuggendo, ora era al sicuro.

Si sedette su una panchina, chiuse gli occhi e tirò un respiro profondo. Il sapore di salsedine gli entrò nelle narici ed insieme a quello ritornarono tutti i ricordi associati a quel luogo. Rilassò i muscoli tesi e prese a respirare regolarmente. Riaprì gli occhi e diede un ultimo sguardo di controllo in giro. Tutto regolare, le persone passeggiavano serene senza destare nessun sospetto. L’uomo si alzò e fece qualche passo in avanti. Percorse metà del pontile respirando a pieni polmoni l’aria di mare. Intorno a lui la piccola cornice di golfo sembrava abbracciarlo per dargli sicurezza.

Si appoggiò alla ringhiera guardando i colori intensi del mare. Quella distesa immobile gli dava pace. Alle orecchie arrivavano le risate dei bimbi e il verso di qualche gabbiano. Poi sentì il rumore di un tuffo. Stava guardando l’orizzonte quando quel suono attirò la sua attenzione e guardò in quella direzione. L’acqua si increspava formando un cerchio. L’uomo si sporse un po’ in più per vedere meglio ma quello che vide venire fuori dall’acqua aveva dell’incredibile.

Una donna.

Il busto di una donna fuoriuscì dal mare e guardò nella sua direzione. L’acqua la copriva dal collo in giù, aveva lunghi capelli scuri ed un enorme sorriso adornava il bellissimo volto.

L’uomo chiuse e riaprì gli occhi due volte, pensò di stare sognando. Da dove era sbucata quella ragazza? Una folle in cerca di un brivido o forse aveva solo pagato il pegno di una scommessa persa? Non riusciva a distogliere lo sguardo, si girò solo per controllare se anche gli altri se ne fossero accorti ma ognuno era intento a passeggiare indisturbato. La guardò ancora, lei rimandava lo sguardo senza mai smettere di sorridere. Poi si rituffò in acqua, e l’uomo vide qualcosa che gli fece venire i brividi. Quando la testa era in basso non vide le gambe risalire, ma una coda di pesce. Non poteva sbagliarsi, quelle che aveva visto erano delle pinne enormi.

Spaventato da quella visione si staccò dal ferro e camminò all’indietro fino al centro della passerella. Possibile che quella che aveva visto era una sirena? Non poteva essere, era solo uno scherzo di cattivo gusto e lui ci stava cascando. All’improvviso sentì un verso di uccelli. Non i soliti gabbiani che sorvolavano la zona ma un suono stridulo che non ricordava di aver mai sentito. Alzò gli occhi in direzione di quel suono coprendosi gli occhi con una mano per ripararsi dalla luce del sole. Un uccello si stava avvicinando, volava proprio nella sua direzione. Man mano che era più vicino si rendeva conto di quanto fosse grande. Gli passò sopra la testa ed atterrò su una panchina a poca distanza da lui. Le dimensioni erano spropositate ma quando vide la testa rimase a bocca aperta per lo stupore e la paura.

Quell’uccello aveva la testa di una donna.

Lo sguardo era arcigno e guardava proprio nella sua direzione in un tono di sfida. Fece qualche goffo passo verso l’uomo che subito indietreggiò. Il mostro aprì la bocca ma stavolta invece del solito verso da uccello uscirono parole umane.

-Dove stai scappando? Vieni da noi

Aveva sentito bene? Quell’orrendo mostro stava parlando con lui chiedendogli di seguirlo? L’uomo si guardò intorno sperando che qualcuno intervenisse. Stranamente però gli altri sembravano badare ancora ai fatti loro, solo una giovane coppia sembrò aver notato qualcosa di strano ma si allontanò senza distogliere lo sguardo. L’essere metà donna metà uccesso fece un altro passo verso l’uomo che a quel punto decise di rispondere.

-Cosa vuoi? Cosa vuoi da me?

-Voglio solo il tuo bene. Vogliamo solo il tuo bene

-Cosa ne sai tu del mio bene? Lasciami stare! Sei solo un mostro, un’arpia venuta a farmi del male

Da lontano sentì un’altra voce, più imponente, che si intromise in quello strano dialogo.

-Vogliamo solo il tuo bene, devi crederle

L’uomo voltò lo sguardo in direzione della voce, all’ingresso del pontile. Vedeva un gruppo sparuto di persone, dietro di queste però si ergeva una figura più imponente. Più si avvicinava e più sentiva indistinguibile un rumore di zoccoli sull’asfalto. Quando le persone si tolsero dalla visuale riuscì a vedere la figura per intero. Aveva il corpo di un cavallo ma dalla parte anteriore spuntava il busto di un uomo. Le quattro zampe di quella bestia si muovevano lentamente, come se non volesse spaventare il suo interlocutore. Già, come se non fosse già spaventato per aver visto davanti ai suoi occhi per la prima volta un centauro.

-Chi sei? Cosa vuoi… cosa volete da me?

-Stai calmo. Non ci riconosci?

-Certo che vi riconosco! Siete dei mostri! Siete qui perché mi volete morto

-Fidati di noi. Non siamo cattivi. Vedi? Non ti stiamo attaccando, siamo qui fermi e vogliamo solo parlare

-Parlare? Ma li avete sentiti? Qualcuno li sta sentendo o sono il solo?

L’uomo si guardò intorno preoccupato. Aveva attirato l’attenzione di tutti i presenti. Tutti lo guardavano ma quello che vedeva nei loro occhi non era paura, ma pena. Sembrava proprio che gli altri stessero provando compassione per lui anche se non ne capiva il motivo.

-Datemi una mano! Qualcuno mi aiuti

Qualcuno si allontanò affrettando il passo, altri fecero finta di nulla senza riuscire a fingere interesse per quella scena insolita. L’uomo allora cominciò ad avvicinarsi alle altre persone chiedendo aiuto.

-Lei, lei li vede? Mi risponda, non se ne vada… E lei, signorina, non scappi anche lei. Qualcuno sa dirmi perché ce l’hanno con me?

Intanto sentiva le loro voci, le opinioni di quelli che ormai erano solo delle comparse in quella scena teatrale.

Cosa vogliono da lui?

Perché non ne parlano da un’altra parte?

Amore, andiamo via. Saranno fatti loro, non ci impicciamo

Tra tanti posti proprio qui? Non hanno niente di meglio da fare?

E se poi solo sono davvero cattivi?

Non era il solo a vedere quei mostri. Purtroppo però sembrava che gli altri non volessero in nessun modo fare qualcosa per lui. Doveva fronteggiare quei nemici da solo. Fece due passi decisi in direzione dell’arpia che stranamente fece un passo indietro. Riusciva anche lui ad incutere timore in quelle bestie?

-Andate via vi dico. Questo non è il posto per voi!

Fece un altro passo in avanti quando sentì dei passi che si avvicinavano. Un altro essere corse nella loro direzione e si fermò accanto al centauro posandogli una mano sul dorso. Quando girò il volto in direzione dell’uomo, questo si accorse della gravità di quel gesto e subito con entrambe le mani si coprì il volto e si accovacciò a terra. Prima di chiudere gli occhi aveva visto di chi o cosa si trattasse. Aveva il corpo di una donna ma dalla testa al posto dei capelli c’era un groviglio di serpenti. Decine di serpenti che si muovevano aprendo e chiudendo le fauci. Lui sapeva di cosa si trattasse, era una gorgone e il solo sguardo lo avrebbe tramutato in pietra.

Ancora accovacciato cercò di parlare per convincere un’ultima volta quelle bestie immonde a lasciarlo stare.

-Perché? Perché ce l’avete con me? Lasciatemi in pace. Lasciatemi solo!

L’ultima fetta di passanti presenti sul pontile si dileguava verso l’uscita, un silenzio spettrale piombò sulla scena. L’uomo avvertì dei passi avvicinarsi a lui, sempre tenendo le mani sul volto cercò di allontanarsi strisciando sull’asfalto.

Vi prego, andatevene. Andatevene…

Cominciò a piangere a dirotto. Ormai era conscio del destino che lo attendeva. I mostri sembravano non ascoltarlo ed avanzavano in silenzio verso di lui. Sentì altri rumori più veloci, come qualcosa che strisciava. Aprì un piccolo spiraglio tra le dita in modo da vedere meglio. Ormai era spacciato e la curiosità stava prendendo il sopravvento.

Vide due figure, più piccole, che avanzavano. Vedeva i loro sorrisi stampati sui volti innaturali. Il corpo da bambine e la coda di serpente, due echidne gli strisciavano incontro, lo deridevano. Ormai era alla loro mercé, non poteva fare altro che deporre le armi e abbracciare il fato, per quanto tremendo fosse. Tolse le mani dagli occhi e guardò per l’ultima volta le creature che aveva davanti. Erano in fila, l’una accanto all’altra e lo guardavano con sguardo serio e preoccupato. L’arpia, il centauro e la gorgone, mentre le altre due piccole creature continuavano a girare in tondo. Richiuse gli occhi attendendo il braccio della morte.

Quello che sentì subito dopo però non era una minaccia. Avvertì il tocco di una mano sulla sua spalla. Come una carezza, un gesto che cercava di incutere sicurezza più che terrore. Riaprì gli occhi e finalmente li vide.

I mostri che prima erano davanti a lui non c’erano più, al loro posto c’erano delle persone. Erano intorno a lui e gli sorridevano tristemente. Un uomo, due donne e due bambine. Non li riconobbe subito, era ancora sotto shock, ma fu quella prima frase detta da una delle donne a risvegliare la memoria.

-Papà, siamo qui con te. Andrà tutto bene

Fu in quell’istante che li riconobbe. I suoi figli Laerte, Olimpia e Tea, le sue nipoti Grazia e Noemi. Erano lì per lui e quando capirono che lui li aveva finalmente riconosciuti lo abbracciarono con forza. Fu una scena molto commovente, i pochi estranei presenti non poterono fare a meno di trattenere le lacrime per quella che era chiaramente una tragedia familiare sfiorata.

I figli ritrovati dell’uomo lo aiutarono ad alzarsi e lo fecero sedere su una delle panchine. Le bimbe ignare della serietà della situazione continuavano a giocare tra loro e correre in direzione del nonno abbracciandolo con affetto. L’uomo ormai rinsavito ripercorreva gli sguardi dei suoi cari, delle uniche persone al mondo che gli erano vicino. Avrebbe tanto voluto scusarsi con loro, avrebbe voluto trovare le parole giuste per far capire quanto era afflitto per le preoccupazioni che gli stava dando. Ma loro non erano più bambini, capivano come si sentiva e senza parlare gli fecero intendere che tutto si era risolto e quella era la cosa importante.

-Andiamo a casa. Hai bisogno di riposarti

-Tra poco le temperature si abbasseranno e non ti farà bene. Aggrappati a me

-Nonno! Nonno! E’ vero che starai un po’ con noi a giocare?

-Bimbe non fatelo affaticare. E’ molto stanco ed ha bisogno di riposo

L’uomo fece come gli era stato consigliato. Si alzò e accettò l’aiuto della figlia più piccola. Ancora non riusciva a dire una parola, mentre un’ultima lacrima scendeva sul volto rigato dalle rughe.

Qualche metro più distante una giovane coppia guardava l’epilogo della toccante scena. La ragazza con la voce rotta dall’emozione chiese al ragazzo cosa ne pensasse.

-Chissà chi sono quelli lì. Per un momento ho pensato che l’anziano potesse buttarsi in acqua

-Per fortuna non è successo nulla. Sai chi è quel signore?

-No. Lo conosci?

-Non personalmente, ma so che è un docente universitario di storia antica. E’ stato il professore di mio cugino Arnaldo. Mi ha sempre detto che tutti gli studenti erano affascinati quando spiegava in aula. Ora non è che l’ombra di sé stesso

-Che gli è successo?

-La moglie era malata da tempo. Pensa che si è ritirato dall’insegnamento per starle vicino. Ed è servito, sai? Lei stava meglio finché lui le teneva compagnia. Poi, sai com’è in questi casi, da un giorno all’altro se n’è andata. Da quel giorno so che lui non è più lo stesso. Hanno provato a convincerlo a ritornare al lavoro per distrarsi ma è stato inutile. C’è chi dice che il dolore forte lo ha spinto a… vedere delle cose. Non so se è vero, ma sembra che si sia chiuso in un mondo tutto suo, fatto di creature fantastiche della mitologia greca. La Grecia era il suo pallino, suo e della moglie. Amavano la storia greca, forse per lui rivivere la magia del mito è il modo di proteggersi dalla triste realtà in cui si trova adesso. Senza la donna che ha sempre amato, solo

-Meno male che ci sono i figli con lui. Sembravano davvero affezionati a lui

-Già. Meno male

I due ragazzi si abbracciarono mentre l’ultimo raggio di sole scompariva dietro l’orizzonte ed il rumore di un tuffo proveniva dalla superficie del mare.

30 Luglio 2006

Erano quasi le 8 del mattino e in casa Borrelli c’era una strana confusione. Di solito le giornate estive iniziavano più lentamente, d’altronde in quella casa ci sono due studenti adolescenti che di solito si svegliano verso le undici. D’estate non c’è scuola, la sera si fa tardi sia a casa che fuori quindi i ritmi mattutini dell’inverno non sono per nulla contemplati. Ma quel giorno era diverso.

Erano inseparabili Sarah e Raffaele Gregorio, o meglio Sah e Greg come amavano chiamarsi. Lei diciannove anni, lui sedici ma la differenza di età non era mai stato un problema. Avevano sempre avuto le stesse passioni. La prima, il calcio. Insieme al padre non perdevano una singola partita di Serie A. La squadra del cuore? Naturalmente il Napoli, al punto che la cameretta che condividevano era completamente azzurra. Poi gli amici, gli stessi per entrambi. Nel tempo qualcuno lo avevano perso per le solite questioni amorose, ma gli altri c’erano sempre.

Un’altra cosa che li accomunava era la propensione allo studio. Entrambi avevano poca voglia di studiare, forse anche a causa dell’indecisione cronica che li assaliva. Sarah aveva terminato proprio quell’anno gli studi superiori ma non aveva ancora idea di cosa fare dopo l’estate. Si era presa un po’ di tempo per pensarci ma in realtà stava solo spostando il problema più in avanti. Raffaele invece aveva appena finito il terzo anno di liceo, con parecchie sufficienze stentate e due recuperi. Anche per lui valeva lo stesso discorso, avrebbe preso il diploma, ma poi? I genitori provavano a dargli coraggio, a far vedere loro che avevano delle qualità per andare avanti, ma si sa come va in queste situazioni.

Quando si è adolescenti si hanno tanti altri problemi, si affrontano situazioni sempre nuove e non è facile mettere a fuoco sui veri interrogativi della vita. Semplicemente, si ragiona da adolescenti, da esseri ibridi, per metà ragazzi e per metà adulti. Per fortuna l’amicizia che legava i due fratelli era forte e dava loro coraggio nell’affrontare le avversità della vita. Quell’estate era solo loro, ogni giorno cercavano di divertirsi tenendo la mente sgombra da pensieri negativi. E ci stavano riuscendo, fino a quel giorno.

Ritorniamo quindi a quella mattina, tutti indaffarati già dalle prime ore. Sì, perché quel giorno i ragazzi sarebbero andati al mare in costiera per trascorrere una giornata diversa. Avrebbero preso la circumvesuviana intorno alle 8:30 fino a Meta e lì si sarebbero fermati fino alla serata. Era quindi d’obbligo svegliarsi presto per seguire alla lettera la scaletta del loro itinerario. Erano quasi le 8 però e Raffaele non era ancora uscito dal bagno. Da fuori sua sorella continuava a punzecchiare per sollecitarlo, anche lei aveva bisogno di usare il bagno e lui era lì già da troppo tempo. All’interno però la situazione era tutt’altro che divertente.

Raffaele era davanti allo specchio e sudava freddo. Non aveva la forza di parlare eppure la sua bocca era aperta per l’incredulità di quello che stava accadendo. Nella sua testa c’erano milioni di pensieri e non sapeva cosa fare.

Deve esserci una spiegazione razionale.

Che cosa mi sta succedendo?

Dannazione, cos’ho che non va?

Deve essere una reazione allergica, non ci sono dubbi.

Era in piedi davanti allo specchio, il torso girato per poter guardare le spalle. Sulla parte alta della schiena di era formato uno strano strato verde. Al tatto sembravano scaglie ruvide, dallo specchio assomigliavano in tutto e per tutto a delle squame.

Era passato almeno un quarto d’ora, il ragazzo fissava lo specchio senza darsi una ragione. Cosa aspettava? Che continuando a fissare sarebbe ritornato normale? Il tempo passava senza che lui se ne accorgesse. Fu la voce della sorella a svegliarlo da quello stato di trance.

-Greg! Vuoi muoverti? Esci dal bagno e fammi entrare che ancora non sono pronta! Rischiamo di fare tardi e bloccare gli altri

Raffaele si girò verso la porta e controllò che fosse ancora chiusa a chiave. Andava avanti e indietro per il bagno, ogni volta che passava davanti allo specchio lo sguardo ricadeva su quel dettaglio della sua schiena. Addirittura sembrava che la “macchia” si fosse allargata dall’ultima volta che l’aveva vista. Non poteva andare in spiaggia in quelle condizioni e tenere addosso una maglietta per tutto il giorno era un’ipotesi da scartare. Intanto la sorella dall’esterno continuava a chiamarlo, doveva dire qualcosa almeno per prendere un altro po’ di tempo.

-Un attim…

Si bloccò a metà frase. Quella che aveva sentito uscire fuori dalla sua gola non era la sua voce. Si tappò la bocca con una mano, aveva paura di parlare ancora. Sua sorella l’aveva sentito oppure nel frastuono all’esterno del bagno non aveva fatto caso a quella voce strana? Non sapeva più cosa fare, era ancora pieno di pensieri e paure quando sentì i colpi duri di una mano sulla porta.

-Ti decidi ad uscire? Carlo sarà qui a momenti e io ho bisogno del bagno! Devo sfondare la porta a pugni?

Fortunatamente prima non l’aveva sentito, ma ora? Come doveva regolarsi? Si avvicinò ancora allo specchio, i suoi occhi gli ricambiavano lo sguardo in modo interrogativo. Si girò ancora, lo strato si squame ora ricopriva buona parte della schiena e delle spalle. Forse era il momento di parlarne con sua madre, di capire cosa realmente stava accadendo. Quel pensiero però durò ben poco, era troppo spaventato di quello che gli stava accadendo per spingerlo a chiedere l’aiuto di un adulto.

-Greg, mi rispondi? Tutto bene lì dentro? Guarda che apro davvero la porta a calci se non rispondi

Raffaele fece appiglio a tutte le sue forze per aprire la bocca e rispondere. Doveva concentrarsi il più possibile per impostare bene la voce e dare una parvenza di normalità.

-Sto bene, ora esco

Forse ce l’aveva fatta, stava per compiacersi quando la voce di Sarah tuonò preoccupata.

-Sicuro che va tutto bene? Dalla voce non si direbbe. Che hai?

-Ti ho detto che va bene! Dammi un po’ di tempo ed esco!

-No, questa voce non mi piace. Se stai scherzando sappi che non è affatto divertente. Dai apri

-Non sto scherzando. Aspetta!

Raffaele finì la frase prima di sentire il citofono suonare. La sorella si allontanò per aprire, con tutta probabilità era il loro amico Carlo. Si erano dati appuntamento a casa loro prima di iniziare il loro piccolo viaggio. In pratica un problema in più che si aggiungeva. Si sedette a terra tenendosi la testa tra le mani, era sconvolto. Si alzò e ritornò davanti allo specchio, la situazione non migliorava. Quasi tutto il torso era verde scuro e sul collo sembravano formarsi delle aperture laterali. Raffaele passò le mani su quelle aperture, con enorme sorpresa constatò che da lì usciva dell’aria. Era impossibile, si coprì naso e bocca con le mani, provò a trattenere il respiro per allentare la tensione, poi espirò. Aveva ancora naso e bocca coperti però, il suo respiro era appena uscito fuori dalle aperture nel suo collo. Erano branchie. Impossibile, non esistevano delle mutazioni così veloci, almeno non nel mondo reale. Gli sembrava di essere il protagonista di un fumetto, una sorta di X-Man, e quell’idea non lo tranquillizzò. Si spostò di lato con fretta facendo cadere a terra una bottiglietta di profumo. Dall’esterno del bagno si sentivano ancora voci preoccupate.

-Greg, cos’era quel rumore? Carlo è qui, è in cucina a parlare con mamma, dobbiamo muoverci. Mi dici che succede?

-Nulla, nulla

-Ancora con questo “nulla”, “tutto bene”. Apri e facciamola finita. Dimmi che succede

Nel dialogo tra i due fratelli si intromise Carlo.

-Che succede qui? Carlo, sei lì dentro? Dai che facciamo tardi, muoviti. Sei già bello al naturale, non hai bisogno di ritocchi

-E’ chiuso lì dentro da ore, risponde a singhiozzi. Vedi se riesci a farlo uscire velocemente che mi serve il bagno al più presto

-Bro, ma che mi fai sentire? Tutto bene? Vuoi che entri io?

La sola idea di qualcuno che entrasse nel bagno e potesse vederlo in quello stato lo fece rabbrividire.

-No! No, sto bene. Aspettatemi fuori

-Cos’era quella voce, amico? Sei stato impossessato? Dai, esci o fammi entrare

-Non è nulla, solo un po’ di raucedine. Ora uso il collutorio

-Amico a me sembra qualcosa di più serio. A te serve una buona dose di aria di mare, di sabbia calda e ragazze infuocate, e si dà il caso che oggi avremo tutto questo. Dai, sbrigati

Si riavvicinò la sorella

-Niente ancora? Non è uscito?

-No, dice che ha mal di gola. Si sta facendo tardi intanto, che facciamo?

-Greg! Esci subito di lì, ci stai facendo preoccupare

Nessuna risposta, Raffaele era ancora incollato allo specchio mentre respirava a fatica.

-Facciamo così Carlo, tu inizia ad andare, non voglio bloccare tutti. Vi raggiungiamo sicuramente appena capisco quello che sta succedendo

-Sicura che non serve una mano?

-No, tranquillo. Che puoi fare tu più di quanto sto provando io? Ti mando un messaggio appena siamo pronti, tu vai con gli altri

-Va bene, dai. Fatemi sapere. Ciao Greg, a dopo!

Carlo salutò la madre dei ragazzi, ancora indaffarata a mettere in ordine la casa, poi si avviò per incontrare gli altri amici. Intanto Sarah era ancora accanto alla porta del bagno. La rabbia che fino a poco prima la caratterizzava, l’ansia di dover far presto per una giornata insieme, la paura di mandare tutto a monte, non c’era più. Ora era preoccupata, voleva solo capire realmente cosa stesse succedendo a suo fratello. Era da troppo tempo chiuso in quella stanza e non dava spiegazioni. Lei rimaneva appoggiata a quella porta che la separava dal suo amico del cuore, sperando di capire cosa stesse succedendo.

All’interno del bagno anche Raffaele era appoggiato alla porta. Il respiro si faceva sempre più affannoso. Riusciva a regolare il flusso di ossigeno che entrava e usciva dalle branchie. Aveva paura ad avvicinarsi nuovamente allo specchio, aveva gli occhi chiusi nella speranza che al riaprirli sarebbe stato tutto normale. Ma in fondo sapeva che tutto quello che stava succedendo era reale, era vittima di un incubo ad occhi aperti. Già le sere precedenti si era svegliato durante la notte tutto sudato e spaventato. Aveva attribuito quegli strani sogni al caldo eccessivo che aveva inondato la città, ma ora sapeva che non era così. Si stava trasformando in qualcosa che non conosceva e che lo spaventava.

-Greg, ci sei? Ascoltami, sono qui fuori. Non devi aver paura di me

Sebbene la voce di sua sorella fosse pacata e rilassante, Raffaele non riusciva a calmarsi. Si spostò dalla porta, il corpo gli sembrava più pesante del solito. Riusciva a malapena a trascinare le gambe per la stanza. Guardò in basso, i suoi piedi erano come se fossero di piombo. Dopo qualche passo si ritrovò ancora davanti allo specchio. Si guardò, il suo non era più il volto che ricordava. Assomigliava più a quello di un rettile. Il naso era schiacciato ed erano sparite le narici. La parte della bocca invece era visibilmente allungata, provò ad aprirla mostrando dei denti aguzzi. Le orecchie non c’erano più mentre gli occhi erano diventati di colore giallo scuro. Si avvicinò ancora di più allo specchio, quando realizzò cosa era diventato urlò come non aveva mai fatto. Dalla sua nuova bocca uscì un suono abominevole, un misto tra un ringhio selvaggio ed una voce camuffata. All’esterno del bagno Sarah sbiancò dalla paura.

-Greg! Che succede, apri ti prego!

-Tranquilla

La voce era cambiata nuovamente. A malapena si riusciva a distinguere il suono delle parole.

-Mi dici che succede? Vado a chiamare mamma

-No!

Fu inutile, la ragazza andò subito dalla madre e insieme si precipitarono davanti alla porta.

-Raffaele, che succede lì dentro. Apri subito!

-Greg, siamo preoccupate. Non devi aver paura, apri

-Andate via

-Cosa stai dicendo? Andare via? Siamo la tua famiglia, apri e permettici di aiutarti

-Andate via!

Raffaele cascò a terra, con il suo di colpo pesante si gettò sul pavimento del bagno. Non aveva molte forze, probabilmente la metamorfosi stava prosciugando le sue energie. Con l’aiuto delle braccia si sollevò di poco dalle mattonelle. Era a quattro zampe, un dolore lancinante proveniente dall’osso sacro lo fece urlare. Sua sorella e sua madre ascoltarono quel suono orribile guardandosi impaurite negli occhi.

-Chiamo vostro padre, deve ritornare a casa a darci una mano

La signora corse in cucina, prese il telefono e cominciò a digitare i numeri sulla tastiera. La ragazza nel frattempo era ancora accanto alla porta del bagno a tranquillizzare sul fratello.

-Greg, ti prego ascoltami. Siamo con te, qualsiasi cosa tu stia facendo…. Qualunque cosa ti stia succedendo devi fidarti di noi. Siamo la tua famiglia, ti vogliamo bene. Ti prego, apri questa porta prima che sia troppo tardi

Raffaele dall’altro lato provava a parlare ma dalle sue fauci non uscivano più parole. Soltanto rumori e suoni strani, come i versi di un animale. Era distrutto, si abbandonò a terra rannicchiandosi in una strana posizione fetale. Almeno da quella visuale non vedeva il suo riflesso nello specchio e quello era un bene. Sentiva il cuore accelerare i battiti. Quello che gli sembrava strano era che anche se nell’aspetto era in tutto e per tutto un abominio, un mostro, i suoi pensieri erano umani. Pensava a sua sorella ancora preoccupata, avrebbe voluto tranquillizzarla e starle accanto. Pensava ai suoi genitori, già abbastanza preoccupati dal suo rendimento scolastico, quella situazione li avrebbe uccisi. Pensava ai suoi amici, probabilmente non li avrebbe più rivisti e quel pensiero era davvero doloroso. Era in pena per tutte le persone a cui teneva, non voleva assolutamente che stessero male a causa sua. Aveva più paura per loro che per sé stesso. Era immerso nei suoi pensieri quando udì un’altra voce fuori dalla porta. Era suo padre, sembrava affannato e preoccupato ma come gli altri cercava di essere tranquillo e pacato.

-Raffaele, sono qui fuori con tua sorella e tua madre. Mi hanno chiamato preoccupate per te. Non devi aver paura

Il ragazzo, se tale poteva chiamarsi, era ancora a terra. Quelle parole gli entrarono dritte al cuore, la dolcezza con la quale era state proferite era ammirevole. Avrebbe voluto uccidersi, farla finita lì per non dare un dispiacere alla sua famiglia. Iniziò a piangere, anche se il suono che si sentì sembrava qualcos’altro.

Fuori dal bagno nessuno si aspettava una risposta, il padre prese un doppione delle chiavi del bagno e in poco tempo riuscì a far uscire la chiave all’interno. Sbloccò la serratura, poi lentamente aprì la porta. Nessuno era preparato a quello che si parò davanti ai loro occhi.

Quello che era disteso a terra aveva le fattezze di un drago, un rettile di dimensioni poco più grandi di un essere umano, rannicchiato su sé stesso. Il corpo era completamente ricoperto di squame mentre una lunga coda si muoveva appena percettibile. La testa era rotonda ma allungata sul muso. La bestia aveva ancora addosso i vestiti che erano appartenuti al ragazzo, lacerati a causa delle dimensioni maggiori. Nella posizione in cui era, sembrava più che fosse mansueta piuttosto che pericolosa.

Raffaele aveva ancora gli occhi chiusi quando sentì il rumore della serratura che scattava e della porta che si apriva. Avrebbe scommesso che quando lo avessero visto si sarebbero spaventati ed avrebbero cominciato ad urlare. Stranamente invece tutto era silenzioso. Aprì finalmente gli occhi e fu sorpreso nel vedere gli altri tre componenti della famiglia guardarlo e sorridergli timidamente. Perché non avevano paura? Il loro amore era così grande da superare quell’incubo?

Fu suo padre il primo ad avvicinarsi, senza timore. Si abbassò e gli accarezzò un braccio.

-Ci hai fatto prendere un bello spavento stamattina. Non eravamo preparati, hai solo sedici anni…

La bestia lo guardò attraverso degli espressivi occhi gialli.

-Immagino tu abbia tanti interrogativi in mente. Abbiamo tutto il tempo di risolverli, ora però guarda questo

Suo padre si alzò, si tolse la giacca e chiuse gli occhi. Il suo corpo si trasformò velocemente davanti agli occhi increduli del ragazzo, il torso fino a poco prima glabro si riempì di peli ed il suo volto assunse le fattezze di un lupo. Raffaele sgranò gli occhi e fece per alzarsi quando anche sua madre compì gli stessi gesti fatti poco prima da suo padre. In pochi secondi la trasformazione si compì, si curvò in avanti e dal costato spuntarono altre due braccia. Braccia e gambe diventarono zampe da insetto mentre sulla schiena spuntarono due paia di ali di farfalla. Ma la sorpresa non era finita. Sarah fece un passo in avanti, si coprì il volto con le mani, poi quando le tolse mostrò un volto da felino. La pelle si riempì di macchie scure mentre dalla bocca spuntarono lunghe zanne. Fu di nuovo suo padre a parlare per primo, con una voce diversa da quella che era abituato a sentire.

-Tranquillizzati, siamo la tua famiglia. Scusa se oggi non siamo stati capaci di starti vicino nel modo più appropriato ma eravamo impreparati. Di solito la transazione arriva intorno al compimento del diciottesimo anno di età, il tuo è un caso più unico che raro. Hai solo sedici anni, due anni prima… Non ce l’aspettavamo

-Fratello va tutto bene, lascia che ti insegniamo come nascondere la tua vera forma

-Figlio mio, con il tempo imparerai come noi a vivere in mezzo a quelli che chiamano “normali”. Anche per tua sorella non è stato semplice ma abbiamo avuto tempo per insegnarle tutto quello che doveva sapere

Raffaele guardava la sua famiglia con occhi interrogativi. Di colpo si era svegliato da un incubo per piombare un uno ancora più spaventoso. Ma a quanto pare non era solo.

-Greg, so già a cosa stai pensando. Chi siamo veramente? Che farò ora? Avrò una vita normale? Guardami, pensi che io non abbia una vita come gli altri? Se ce l’ho fatta io ce la farai anche tu

-Siamo esseri che vivono su questa terra da tantissimo tempo, come gli umani, solo un po’ più antichi. Con il tempo abbiamo capito che è meglio tenersi nell’ombra e vivere con gli umani piuttosto che mostrarci a loro e sperare in un’integrazione. Il nostro potere ci consente di nascondere la nostra vera natura quindi credimi se ti dico che non sarà molto difficile

Raffaele inspiegabilmente iniziava a tranquillizzarsi. Avvertiva il calore del loro amore, insieme alla sua famiglia ci sarebbe riuscito.

-Ora però asciuga quelle lacrime e riposati, metteremo noi a posto in bagno

-Esatto Greg! E poi, wow che figo, sei un rettiloide! Chissà cosa puoi fare con quella forma!

1 Gennaio 2018

Capodanno a Napoli, il giorno più atteso dalla stragrande maggioranza della città.

Tutti si preparano da giorni, tutto deve essere organizzato per la sera del 31, niente deve essere trascurato. Fiumi di persone che si riversano in strada per comprare di tutto: festoni, pesce, frutta secca, botti. Esatto, botti, non fuochi d’artificio. A Napoli il nuovo anno si saluta con rumore più che con le luci. Chiunque in questa città sa che se deve scendere da casa deve farlo ben prima di mezzanotte o dopo l’una o le due, quando gli ultimi botti sono esplosi e la nebbia dovuta al fumo dei fuochi d’artificio e alla condensa dell’umidità invernale inizia a diradarsi. In quasi tutte le case è così, ma non in quella di Giuseppe.

Giuseppe vive nei Quartieri Spagnoli, da solo. Ha deciso di andarsene da casa dei suoi da quando ha iniziato a lavorare a Napoli, per essere più vicino all’ufficio la mattina. Lui è della provincia e spostarsi ogni giorno fino a Napoli centro può essere un incubo per chi non è abituato. Quel capodanno ha deciso di passarlo da solo per un motivo molto preciso. E’ uscito da una relazione stabile soltanto da alcuni giorni. Prima del pranzo di Natale la ragazza ha deciso di rivelargli finalmente che gli ultimi anni insieme lei non l’amava e che lo tradiva regolarmente. Una caduta nello sconforto per il povero Giuseppe che lo avevano portato a convincersi di passare il resto delle ferie invernali da solo a Napoli. Poca voglia di farsi vedere in giro, figurarsi a casa dalla famiglia di origine.

Aveva cenato, aveva già finito di ascoltare tutte le playlist su Spotify (quelle tristi, prevalentemente ballad ma soprattutto Marco Masini che in queste situazioni sa dare una mano) e ora non sapeva cosa fare. Erano appena le 23:15, ci voleva ancora tempo prima di dare l’addio a quell’anno sfigato e sperare nel nuovo. Poco male, di alternative non ce n’erano quindi tanto valeva uscire.

Era all’ultimo piano, scendendo la rampa di scale ad ogni pianerottolo riusciva a riconoscere le portate. Baccalà fritto, sughetto di pesce e frutti di mare, agrumi, caffè. Arrivò al piano terra che le sue narici erano ormai sazie. 

Strinse di più la sciarpa, l’aria era diventata parecchio umida e aveva paura di prendere un mal di gola. Sbuffò l’aria fuori, diventò subito una nuvola chiara. Gli venne voglia di fumare, aveva smesso per Valentina da anni. Una ragione in più per ricominciare.

Uscì fuori dai Quartieri Spagnoli verso Via Toledo. C’era pochissima gente in giro ma sapeva che di lì a poco non sarebbe stato così solo. Si avviò verso una tabaccheria per comprare le sigarette al distributore automatico. Un pacchetto di Marlboro può bastare, se si deve ricominciare bisogna farlo bene. La prima boccata gli fece pensare che forse non era una buona idea ricominciare a fumare. La seconda boccata invece andò meglio, forse era proprio un’ottima idea.

Passeggiò un po’ verso la Galleria Umberto. Di solito lo metteva di buon umore camminare sotto la volta di ferro e vetro, era immerso nei suoi pensieri quando sentì un canto. Era sicuramente la voce di una ragazza, era sorpreso di come l’effetto eco delle volte della galleria riuscissero ad amplificare la dolcezza di quel suono. Si girò in tutte le direzioni e finalmente riuscì a vedere il profilo della ragazza che canticchiava, appena prima di uscire dall’ingresso di Via Santa Brigida. Non sapeva per quale motivo, ma prese a correre per inseguire la ragazza. Nessun pensiero sconcio, voleva solo dare un volto a quella voce. Uscì dalla galleria, ma stranamente non vide nessuno. Destra o sinistra? Dopo pochi secondi optò per dirigersi verso sinistra, fece un bel po’ di strada ma niente. Forse era dall’altro lato, fece la strada a ritroso per andare nell’altra direzione. Nulla.

Si diede del cretino per aver agito così d’impulso. Cosa pensava di ottenere? Conoscere una bella ragazza per dimenticare l’amaro in bocca lasciato da Valentina? E se non fosse stata una bella ragazza? Era riuscito soltanto a vedere la sagoma. Abbastanza alta, longilinea, capelli neri. Vestita come milioni di persone in quella città, un jeans ed una maglietta nera, nessun tratto distintivo.

Intanto erano da poco passate le 23:30 ed aveva appena deciso che avrebbe evitato i punti più affollati: Piazza del Plebiscito, tratto pedonale del lungomare, Castel dell’Ovo. Se iniziava a camminare subito poteva spostarsi verso il tratto di lungomare più lontano in modo che a mezzanotte fosse ben lontano dalla calca e godersi lo spettacolo pirotecnico fuori dall’epicentro. Si mise subito in cammino disturbato dalla vibrazione in tasca del suo cellulare. In quella mezz’ora prima della mezzanotte di solito arrivano migliaia di messaggi, ancora di più contando il numero di persone preoccupate per il suo stato d’animo. Meglio spegnerlo allora, quella sera nessuno lo avrebbe disturbato dal suo piccolo momento di pace.

Percorse il lungomare liberato e si ritrovò alla fine della villa comunale. Era mezzanotte e Napoli iniziava ad illuminarsi a giorno, mentre il rumore assordante dei botti la accompagnava verso un nuovo anno.

Si sedette rivolto verso il mare, con le gambe penzoloni sugli scogli. Tutti in quel momento erano in compagnia, lui ora era solo, escludendo i mille pensieri nella sua testa. Fece un sospiro profondo quando sentì dietro di lui una voce.

-Non vuoi mica buttarti sotto?

Lì per lì non si girò, non aveva voglia di iniziare una conversazione.

-Guarda che te lo dico perché non moriresti, è troppo basso e poi ci sono gli scogli. Al massimo ti faresti qualche contusione leggera. Sempre che non ci siano topi a sbranarti

Fu a quel punto che si girò, gliene avrebbe dette quattro, su come potersi riprendere quei suoi bei consigli e ficcarseli su per il culo, ma appena si girò rimase di pietra. Davanti a lui c’era una ragazza alta, longilinea, capelli neri e vestita con un jeans e maglietta nera. Ed era bellissima. Non riuscì a dire niente per qualche secondo.

-Ma tu sei la ragazza che cantava in galleria

-E’ questo il tuo modo di approcciare? Dire qualcosa di scontato ad una ragazza che vedi la prima volta?

-Ma no, davvero. Ti ho sentita canticchiare prima mentre camminavo nella Galleria Umberto. Ho provato a seguirti ma mi sei sfuggita di vista

-Ah, bene, quindi sei uno stalker?

-No, no, scusa. Ricominciamo daccapo, ok? Allora, non sto cercando di buttarmi, voglio solo schiarirmi le idee. Ecco tutto

-Ok, ti lascio solo allora. Passavo di qui e pensavo di essere d’aiuto. Come vuoi

La ragazza si allontanò. Pochi passi e riprese a canticchiare un motivetto. Giuseppe era come ammaliato, in un attimo pensò che l’anno era appena iniziato e forse quello era il segnale di cui aveva bisogno. Forse qualcuno che manovrava i fili dal cielo aveva fatto in modo che lui incontrasse proprio quella sera una ragazza così bella.

Scese dal muretto e la raggiunse.

-Scusami, sono ancora molto turbato, non volevo che te ne andassi. Tu sei davvero l’unica nota positiva di oggi. In realtà di questa settimana. Non te ne andare

-Wow, stai facendo progressi. Ok, ci sto ma solo se mi offri da bere

Non poteva crederci, la notte stava prendendo una piega davvero inaspettata rispetto a come era partita. Rimase ancora più incredulo quando lei di punto in bianco lo prese per mano e si mise a correre. Era veloce, lui era incollato alla sua mano e cercava di non perdere il passo. Attraversarono la strada rischiando di essere presi dalle auto che inchiodavano all’improvviso e strombazzavano.

Si fermarono in un punto molto affollato del lungomare, fuori ad un bar pieno di ragazzi e ragazze già brilli. Giuseppe aveva il fiatone.

-Bella la corsa, ci voleva. Potevi almeno avvisarmi però

Lei sorrise senza rispondere. Un sorriso che avrebbe fatto innamorare chiunque.

-Non ci siamo nemmeno presentati, non so come ti chiami

-Chi ti dice che io voglia sapere il tuo nome e dirti il mio. Non c’è bisogno di saperlo stasera

Era strana quanto bella, però aveva ragione. Quella sera non sarebbe stata rovinata da qualche etichetta nella conversazione.

-Cosa bevi?

-Acqua, ho una sete…

Spiazzato un’altra volta. Non c’era risposta in quella ragazza che era prevedibile. Prese una bottiglia d’acqua e due bicchieri, lo sguardo scettico del barista e del cassiere del bar non aveva bisogno di spiegazioni. Lei prese la bottiglia e iniziò a camminare verso il Borgo Marinari, incurante della folla intorno. Si fermò sul viale che conduce al Castel dell’Ovo per sedersi sul lato destro a bere.

-Ok sconosciuta, perché non mi parli un po’ di te?

-No, voglio sapere di te. Come si chiama la ragazza che ti ha lasciato?

Eccolo il cazzotto nello stomaco che non ti aspetti. Era una veggente o era lui quello così scontato?

-So che te lo stai chiedendo, ma si vede chilometri di distanza che hai una storia alle spalle finita da poco. Secondo me sei stato lasciato, ci siamo passati tutti. Anche io sono vittima di un grande amore mai corrisposto, anche se sono passati secoli

Ecco, lui era scontato. Forse aveva abbassato la guardia e d aveva dato qualche segnale della sua situazione. Iniziò a parlare senza entrare nei dettagli. Forse aprirsi con lei non era una buona idea, ma non riusciva a smettere. Lei lo guardava seria, pensierosa. Giuseppe non sapeva se in quel momento sembrava più uno sfigato o un amorevole romantico illuso.

La ragazza finì la bottiglia d’acqua, Giuseppe non ricordava di aver bevuto più di un bicchiere. Canticchiò ancora un po’ una strofa della solita canzone poi fece un sorriso cambiando veloce espressione.

-Ti va se saliamo sul Castello?

-Intendi quello? Il Castel dell’Ovo? Sarà chiuso oggi

-Ne vedi qualcun altro in giro? Andiamo

Lo prese ancora per mano e ricominciò a correre. Arrivarono ad un lato del Castello che sembrava più basso.

-Inizio io, seguimi

La ragazza cominciò ad arrampicarsi. Probabilmente lo aveva fatto già altre volte, sembrava la cosa più facile del mondo fatto da lei.

-Su, ti aspetto sopra?

Giuseppe era terrorizzato ed eccitato allo stesso modo. Quella ragazza riusciva a dargli la carica di adrenalina di cui aveva bisogno. Nella sua mente continuò a ripetersi che niente avrebbe rovinato quella serata. Riuscì ad arrampicarsi, l’ultimo tratto fu facilitato dalla mano di lei. Arrivato lassù era senza parole. In lontananza si vedevano ancora i fuochi d’artificio lanciati dall’altro lato del golfo. Da un lato il mare silenzioso e maestoso, nero come il petrolio, da un altro lato una folla di persone che festeggiavano insieme. Era tutto perfetto.

La ragazza lo avvicinò a sè quasi svegliandolo da quell’estasi temporanea e lo baciò con forza. Giuseppe era stordito, ricambiò il bacio e la strinse ancora più forte. Tutta la città era spettatrice di quello spettacolo improvviso.

-Tutti abbiamo avuto un amore che ci ha fatto soffrire. Nel mio caso era un uomo impossibile, distante quanto basta per desiderarlo ma non averlo abbastanza. E non sono l’unica ad aver sofferto per lui. Ma ora è storia vecchia, ed ha avuto ciò che meritava.

Lei si staccò ed iniziò a togliersi le scarpe, Giuseppe rimase un paio di secondi senza muoversi.

-Non è quello che stai pensando, dai facciamoci un bagno”

Ecco un altro colpo di scena inaspettato, la ragazza si spogliò rimanendo coperta solo dall’intimo e si buttò dal parapetto. Giuseppe sentì uno “splash” contenuto. Si affacciò preoccupato, possibile che fosse così matta da lanciarsi da quell’altezza? E non era nemmeno ubriaca. Dall’acqua spuntò la sua testa sorridente che lo salutava. Era bellissima, e lo chiamava urlando di buttarsi

-Dai, non c’è pericolo, l’ho fatto tantissime volte. E’ sicuro!

Poi di nuovo quella cantilena, come resisterle.

Il ragazzo si tolse le scarpe senza pensarci due volte. Non doveva perdere un solo attimo. Si sporse dal parapetto, la distanza non doveva essere così insormontabile se lei c’era riuscita prima. Scavalcò il muretto di pietra e si lanciò.

Per sua sfortuna, almeno così pensava, il piede rimase incastrato in una delle feritoie della facciata e rimase penzoloni a testa in giù. Guardò d’istinto la gamba, poi lo sguardo si rivolse verso la sua amata, sicuramente stava ridendo per la situazione comica che si era venuta a creare.

Niente di tutto questo, lo spettacolo che si parò davanti agli occhi di Giuseppe superava di gran lunga ogni aspettativa ma soprattutto ogni logica. A pelo d’acqua non c’era più la ragazza dei suoi sogni ma un mostro dalle fattezze femminili con la bocca spalancata che si apriva e chiudeva mostrando file di denti lunghi ed appuntiti. Anche la voce melodiosa che prima allietava i suoi timpani era sostituita da un verso immondo, un misto di odio e rabbia che avrebbe fatto impaurire chiunque. Possibile che i suoi occhi non lo stessero tradendo? Non aveva bevuto alcolici per tutta la serata, era l’unico a vedere quel mostro? La prospettiva di quell’angolo del castello faceva in modo che fossero isolati dal resto della città, ignara dello spettacolo orrendo che si stava consumando davanti ai suoi occhi. Era sicuro di vedere un’enorme coda di pesce che si muoveva rabbiosamente nell’acqua. Il mare cominciò ad agitarsi, le onde erano sempre più alte e più rumorose.

-Avanti! Cosa aspetti? E’ me che vuoi ed io voglio proprio te! Lanciati verso di me

La belva continuava ad urlare, sbavando mentre muoveva la bocca sproporzionata. Giuseppe sembrò prendere coraggio e cominciò a dimenarsi per cambiare posizione e risalire la facciata. Sotto di lui quel mostro esigeva il suo sacrificio, era quasi riuscito a far cadere nella sua trappola una vittima innocente e non riusciva ad accettare una sconfitta così fortunosa.

Giuseppe riuscì sgraziatamente a girarsi, sentiva la caviglia muoversi in modo innaturale. Il dolore era forte, ma in quel momento non riusciva a sentire nulla, il suo istinto di sopravvivenza si era finalmente destato ed ora era quasi riuscito a risalire il muro che lo separava dalla salvezza. Ormai era salvo, cadde riverso sul pavimento, si girò a guardare il cielo mentre inspirava boccate d’aria gelida. Non c’erano più nuvole in cielo, c’erano milioni di stelle che lo illuminavano mentre cercava di dare una spiegazione a tutti e resisteva al dolore che iniziava a sentire al piede. Zoppicando si affacciò al parapetto, doveva capire.

Nulla, nell’acqua scura non vide nulla a parte le piccole onde infrangersi sulla barriera di scogli che circonda il Castello. Si girò e si accovacciò a terra. Era tutto finito, ora aveva solo voglia di riaccendere il telefono e chiamare qualcuno.

Erano quasi le tre del mattino quando una figura indistinta riaffiorò dall’acqua per andarsi a posare su uno scoglio dell’isola della Gaiola. Era sola, ma nel giro di qualche minuto fu raggiunta da un’altra figura simile. Era seduta, con la testa bassa. E piangeva.

-Che succede? Perché piangi?

Tutto intorno era calmo, le due sirene parlavano mentre il mare intonava un sottofondo musicale con piccole onde.

-Sono stanca, Leucosia. Stanca. Sono passati secoli, ma non riesco ancora a dimenticarlo

L’altra conosceva benissimo l’uomo di cui parlava. Anche lei ne era ancora vittima.

-Anche quest’anno hai sacrificato un innocente per saziare la tua fame d’amore?

-No! Quest’anno non ci sono riuscita. Maledetto! Ma forse è meglio così. Avrei placato la fame, l’odio, la sconfitta, ma sarebbe stato inutile come è inutile da sempre

-Non possiamo andare avanti così

Partenope riprese a piangere, l’amica l’abbracciò. Erano mostri, o forse erano soltanto vittime di un mostro più grande di loro. Due anime perdute legate dallo stesso male, mentre il Golfo le abbracciava amorevolmente.