19 Novembre 2012

Lunedì

Ester aspettava il treno in piedi sulla passerella della stazione di Piazza Garibaldi. La mattina seguiva i corsi universitari e di solito ritornava a casa per pranzo e cominciava a studiare. Quella settimana però era diverso, gli esami si avvicinavano sempre più quindi per evitare di sprecare tempo nel lungo tragitto tra il Policlinico II e il paesino di provincia in cui viveva decise di organizzarsi con le sue amiche e studiare il pomeriggio nelle aule messe a disposizione dall’università.

Quello era stato il primo giorno e pensò che l’idea non era per niente male. I corsi finivano alle 13, dopo aver consumato un pranzo a sacco veloce all’aperto studiarono per quattro ore di fila ripetendo tutto il programma. Certo, passando tutto quel tempo fuori casa doveva prendere la circumvesuviana più tardi, ad un orario diverso dal solito. Ed infatti quel primo giorno i trovava in piedi in compagnia del suo amico libro ad attendere il treno delle 19:02.

Sentì la voce dell’avviso che informava dell’arrivo del suo treno. Si allontanò ulteriormente dalla linea gialla mentre chiudeva il libro e osservava la folla di persone che si radunava nei punti strategici dove si sarebbe fermata la porta. Arrivò il treno, come al solito fu l’ultima ad entrare, non le piaceva il pensiero di infilarsi tra le altre persone per essere tra le prime. Sarebbe comunque entrata e difficilmente avrebbe trovato un posto vuoto su cui sedersi. Entrò e si piazzò in piedi accanto ad uno dei tubi di ferro del treno, riaprì il suo libro e continuò la lettura.

Lo aveva comprato da qualche giorno ma la storia era così avvincente che era già arrivata a metà in poco tempo. Quella sera però non riusciva a finire una sola pagina. Non che non le piacesse la storia in quel punto, ma nel vagone c’era troppo casino e non riusciva a concentrarsi. Alzò lo sguardo e si guardò intorno.

Davanti a lei su una postazione di quattro sedili c’era seduta una donna. Era al telefono e continuava a parlare ad alta voce fregandosene degli altri presenti. Era una telefonata di lavoro, impartiva ordini e comandi per il giorno successivo. Anche la gestualità era accentuata, sembrava che il suo interlocutore fosse davanti a lei. Probabilmente era così presa dalle sue cose da essere convinta di trovarsi da sola in quel treno. Di fianco a lei e di fronte c’erano due ragazzi intenti a guardare gli schermi dei propri cellulari. Poco importava a loro del volume alto, niente li avrebbe disturbati dai loro giochi virtuali.

Intanto l’altro posto era occupato da un ragazzo diverso dagli altri. Una voce fuori dal coro. Sembrava fosse appena stato ad una gara di cosplay. I capelli erano neri, quelli davanti coprivano quasi completamente il suo sguardo e all’estremità sembravano raccogliersi in maniera appuntita. Aveva una maglia a maniche lunghe nera e un jeans con vari strappi. Sui polsi almeno una decina di bracciali. Ma non era il suo look troppo simile al personaggio Elle di Death Note a stuzzicare la curiosità di Ester quanto quello che stava facendo.

Stava disegnando.

Era chino mentre con una matita disegnava su un block notes che teneva sulle ginocchia. Le sue mani si muovevano senza fermarsi, quasi avidamente. La matita percorreva la superficie del foglio tracciando linee e forme. Sembrava quasi che fosse in trance mentre il suo disegno prendeva vita sulla carta. Ogni tanto alzava lo sguardo per poi abbassarlo di nuovo e continuare l’opera.

Quel ragazzo la incuriosiva tanto, era così affascinata da quello che faceva che non sentiva nemmeno più la voce della donna al telefono. Posò il libro nella borsa, ormai non aveva più voglia di continuare a leggere. Fece qualche passo in avanti per vedere meglio cosa stesse disegnando. Da dove era posizionata non riusciva a vedere nulla. Mentre si avvicinava sperò che lui non la notasse. Non stava facendo niente di male, anzi, se lui disegnava in pubblico non si sarebbe certamente offeso se qualcuno avesse voluto vedere meglio il disegno. Però lei sentiva una strana angoscia che non riusciva a spiegare. Si appoggiò accanto alla porta del vagone, da lì riusciva a vedere meglio cosa c’era sul foglio.

Non c’erano dubbi, era il volto della signora seduta di fronte a lui. Ester riusciva a vedere soltanto una parte del foglio ma era evidente che quello fosse un ritratto. I dettagli erano impressionanti. Com’era possibile che quel ragazzo riuscisse a disegnare così bene in condizioni come quelle. Chiasso, confusione, il movimento continuo del treno e le frenate brusche. Era un vero talento, doveva riconoscerlo. Stava per allungare il collo e vedere meglio il resto del disegno quando il treno si fermò e le porte si aprirono.

Ester si rese conto che si era piazzata proprio davanti all’apertura delle porte e dovette spostarsi subito per permettere alle persone di uscire. Purtroppo per lei, nel vagone entrò una fiumana di gente quindi non poté più scegliere dove posizionarsi meglio per osservare il disegnatore misterioso. Non solo, tutti spingevano per entrare e lei si ritrovò senza volerlo a parecchia distanza dal suo obiettivo.

Non riusciva più a vedere nulla e non era consigliabile neanche riprendere il libro dato il poco spazio a disposizione. Sbuffò contrariata mentre intorno a lei i passeggeri parlavano di una corsa soppressa. Questo spiegava la strana affluenza.

Alla fermata di Barra il treno si svuotò e lei non aspettò ulteriormente per portarsi nuovamente in direzione del disegnatore. Quando arrivò lì però rimase delusa. Lui non c’era più, il suo posto e quello accanto erano vuoti. La signora era ancora al telefono e parlava forse con un tono più alto. Non aveva nessun foglio tra le mani, quindi probabilmente il ragazzo non le aveva dato il disegno che la ritraeva.

Che strano, pensò. Magari voleva tenere per lui quel disegno che avrebbe fatto parte di un suo portfolio. O magari la signora era così impegnata da non poter accettare un ritratto da un ragazzo sconosciuto. Quanto sarebbe piaciuto ad Ester di avere in dono un suo disegno. Forse era un pensiero troppo romantico o forse troppo da ragazzina ma pensarlo la rese felice.

Ritornò con i piedi sulla terra e ripensò un’ultima volta al disegnatore, poi si spostò in un altro vagone meno chiassoso e prese posto. Aprì il libro e continuò dall’ultima pagina che stava leggendo.

Martedì

Il secondo giorno di studio intensivo era stato ancora più redditizio. Le quattro giovani amiche avevano studiato così tanto che non si erano rese conto del tempo che passava velocemente. Quando Ester, che tra le quattro era quella che abitava più lontano e aveva più mezzi da prendere per tornare a casa, si rese conto di che ore fossero mise tutto in borsa ed uscì dal policlinico senza nemmeno avere il tempo di salutare le compagne.

Si affrettò ad uscire dalla cittadina universitaria e prendere la sfilza di treni per ritornare a casa non troppo tardi. Metropolitana collinare, poi Metro linea 2 e poi per ultimo la Circumvesuviana. Dopo le corse tra i pedoni lenti all’interno delle stazioni di scambio e le preghiere ad ogni passo, finalmente Ester arrivò sulla banchina di Piazza Garibaldi giusto in tempo per entrare nel treno che l’avrebbe portata a casa.

Appena fu dentro si appoggiò ad una parete e respirò a fatica per riprendersi. Guardò l’orologio, 19:03. Per fortuna quel minuto di ritardo, per lei era stato fatale. Ringraziò il cielo di quella botta di fortuna, poi prese il cellulare ed avvisò le amiche di essere arrivata sana e salva alla stazione, scusandosi per essere fuggita senza salutarle. Si guardò intorno e vide un posto libero. Ancora con il fiato corto si avvicinò al sedile e prese posto. Anche quello di fianco al suo era libero quindi ci piazzò sopra lo zaino pesante, pieno di libri, fotocopie e appunti. Lo aprì, frugò nella confusione ed estrasse il suo amico libro. Cominciò a leggere e come succedeva spesso si estraniò completamente dalla realtà. La sua mente vagava tra le pagine del libro, divorava le lettere stampate e sognava di essere la protagonista della storia che stava leggendo. Alzò lo sguardo solo un paio di volte per controllare il display che mostrava la fermata successiva. Fu allora che con la coda dell’occhio vide qualcosa. Non ci aveva fatto caso prima ma nella fila di posti di lato al suo era seduto il disegnatore del giorno prima.

Quando lo vide si rese conto ancora una volta di quanto fosse attratta da lui. Stranamente a causa degli impegni lo aveva quasi dimenticato, non aveva pensato che il treno era lo stesso del giorno prima e avrebbe potuto incontrarlo di nuovo. Anche in quell’occasione stava disegnando. Con lo stesso impeto, la stessa passione del giorno precedente. La sue dita si muovevano in maniera rabbiosa sul foglio mentre ogni tanto guardava di fronte a sé. Stavolta davanti aveva un uomo di mezza età. Ad Ester sembrò il classico padre di famiglia che la mattina si svegliava presto per andare al lavoro e rincasa tardi stanco morto.

Le era venuta voglia di vedere il ritratto che stava creando l’artista. Ripose il libro nello zaino e si alzò senza dare nell’occhio. Si posizionò proprio dietro di lui e si affacciò per vedere il block notes. Anche quel giorno rimase affascinata dai dettagli del disegno. Sembrava una foto in bianco e nero del signore seduto di fronte al ragazzo. Stavolta però notò qualcosa. dei dettagli sembravano renderlo più vecchio. Leggermente più calvo, i capelli ingrigiti e qualche ruga in più. Sembrava quasi che lo avesse ritratto di proposito più vecchio, cosa effettivamente non facile da fare. Il disegno era ormai completo, Ester si spostò dall’altro lato per vedere il volto del ragazzo. Proprio in quel momento lui fece qualcosa di inaspettato. Guardò il suo disegno, il suo sguardo divenne di colpo triste e prese il foglio tra le mani. Subito dopo lo stropicciò rompendolo in mille pezzi che fece cadere a terra.

Ester rimase sorpresa da quel comportamento. Come era possibile che un disegno così stupendo potesse essere distrutto, dall’artista stesso poi. Forse anche il giorno prima aveva fatto così? Aveva strappato il suo disegno? Non avrebbe mai avuto una risposta, a meno che non avesse trovato il coraggio di chiederlo direttamente a lui.

Stava pensando a cosa fare quando il treno si fermò a Barra e il ragazzo mise matita e blocco degli appunti in una borsa e uscì dalla carrozza. Dal finestrino Ester lo vide camminare all’esterno, sotto la pioggia, senza un ombrello e con le mani in tasca. La scena le mise così tanta tristezza che per tutto il viaggio non pensava ad altro. Avrebbe voluto parlargli e conoscerlo meglio ma la sua timidezza l’aveva fermata.

Mercoledì

Diversamente dal giorno precedente, Ester fece di tutto per uscire prima dal Policlinico e prendere il treno delle 19:02. Era un’idea folle, anche le amiche glielo avevano detto. Se per due giorni di fila aveva incontrato quel ragazzo in treno non era detto che anche il terzo giorno sarebbe stato così. Intanto lei aspettava da più di mezz’ora sulla banchina l’arrivo del treno a Piazza Garibaldi. Aveva addirittura la possibilità di tornare prima a casa ma ormai era fermamente decisa. Si guardava intorno per cercarlo ma del ragazzo nemmeno l’ombra.

Il treno delle 19:02 arrivò puntuale, un ultimo sguardo ai passeggeri che stavano per salire e anche Ester entrò. Appena fu dentro lo cercò con lo sguardo. Nulla.

Le persone erano tante e la calca non permetteva di vedere in tutte le direzioni. Era impensabile anche solo spostarsi di carrozza, come lo avrebbe trovato? Fu allora che sentì una voce che non pensava di ricordare.

-Ester! Ciao, come stai?

Si girò e vide un volto maschile. Era così sovrappensiero che non l’avrebbe mai riconosciuto nella moltitudine di persone all’interno del vagone. Mise a fuoco e lo ricordò. Era Marco, un suo compagno di scuola delle superiori. Compagno sì, amico no, avrà scambiato con lui non più di venti parole in cinque anni. L’ultima persona che le serviva in quel momento.

-Carissima, come va? Che fai di bello?

-Io…

-Sicuramente stai tornando a casa dall’università, sei sempre stata una ragazza in gamba tu. Anche io sto seguendo dei corsi universitari. Quest’anno mi sono iscritto a Giurisprudenza, l’anno scorso ho provato con Fisica ma non faceva per me. Anche perché qui avrei più sbocchi nell’azienda di mio padre. Lo sai che mio padre possiede…

Ester si ricordò di colpo qual era la caratteristica peculiare di Marco. Era logorroico. Ma non nel senso positivo del termine. Era capace di indurre le persone all’asfissia più totale. Tutti in classe lo evitavano per quello, ma anche per le manie di grandezza derivanti dal suo ego smisurato. In quel momento lei avrebbe voluto soltanto piantarlo lì e continuare la sua ricerca ma non riusciva a fermare la fiumana di parole che uscivano dalla sua bocca.

-…e quindi io le ho detto che poteva anche tenerselo stretto dato che lo voleva così tanto. A proposito, lo sai che Bianca aspetta un bambino? L’ho saputo perché in pratica il fratello è iscritto allo stesso mio corso di karate, quindi…

Non riusciva ad aprir bocca che lui era saltato già ad un altro argomento. Non solo non riusciva a seguire il discorso, ma le sembrava di sentire solo una sfilza di “bla bla bla” continui. Se non lo fermava avrebbe viaggiato fino a casa con quell’assordante e noioso monologo nelle orecchie. Decise per una volta di fare la scostumata, d’altronde non le importava minimamente di lui e della sua vita da sfigato.

-…sapessi la faccia che ha fatto quando si è avvicinato quel cane abbaiando…

-Senti Marco, mi dispiace ma devo andare subito, mi sono ricordata di aver lasciato nel vagone una mia amica. Mi sta cercando sicuramente

-Ottimo, ti accompagno. Magari è carina

-No, non hai capito. Devo andare. Ti saluto. E’ stato un piacere averti visto

Finì quella frase e subito dopo si dileguò tra la folla. Non si girò per evitare di vedere il suo sguardo tra l’allibito e il contrariato ma era già tardi e doveva davvero andare. La prossima fermata era quella di Barra quindi non doveva perdere altro tempo.

Il treno si fermò e la maggior parte delle persone uscirono. Uscì anche lei cercando con lo sguardo il ragazzo. Guardò in tutte le direzioni e finalmente lo vide, era uscito e neanche quel giorno aveva avuto l’occasione di poter parlare con lui. Sentì la sirena che annunciava la chiusura delle porte, fece una corsa per ritornare nel vagone.

Le porte si chiusero e il treno ripartì. Si appoggiò tristemente sulla parete interna lasciandosi scivolare fino al pavimento. Era poggiata a terra come lo era anche il suo stato d’animo. Un’altra occasione sprecata, avrebbe dovuto aspettare altre ventiquattr’ore per rivederlo. Se era fortunata. Stava per perdere le speranze quando vide dei foglietti volare sul pavimento liscio del treno. Ne prese uno, lo guardò ed ebbe un sussulto al cuore. Era uno dei pezzi del foglio su cui il disegnatore aveva compiuto la sua opera quella sera. Subito si rialzò e andò alla ricerca degli altri.

Come una forsennata si controllò l’intero vagone. Sotto i sedili, negli angoli, nelle pieghe delle paratie. In poco tempo riuscì a trovarli tutti. Li strinse a sé teneramente prima di rimetterli in borsa.

Giovedì

Come il giorno precedente, Ester era arrivata puntuale alla stazione di Piazza Garibaldi. Con un filo di trucco in più e tanta speranza. quel giorno le amiche l’avevano supportata e avevano tifato per lei.

Mi raccomando, se lo incontri parla con lui

Che male fa chiacchierare con uno sconosciuto incontrato in treno?

Basta con questa timidezza! Non perdere questa opportunità!

Le volevano bene e avrebbero voluto il meglio per lei.

Stringeva a sè il suo zaino all’interno custodiva il suo segreto, quello che forse l’avrebbe avvicinata a lui. I minuti passavano ma per lei sembravano ore lunghissime.

Il treno arrivò ed entrò. Ispezionò con lo sguardo ogni angolo del vagone ma del ragazzo nemmeno l’ombra. Per fortuna non c’era tanta gente quindi poteva cercare più facilmente. Alla stazione di Gianturco scese per passare ad un’altra carrozza. Fece avanti e indietro due volte ma anche lì non trovò il disegnatore. Alla stazione successiva, San Giovanni a Teduccio fece lo stesso, passò nella carrozza in fondo. Doveva essere lì per forza. Purtroppo neanche in quella trovò il ragazzo.

Alla stazione di Barra uscì dalla banchina per controllare le persone che uscivano dal treno. Fuori pioveva a dirotto ma ormai Ester non sentiva più la pioggia sulla sua pelle. Vide i volti di tutti quelli che percorrevano la banchina ma del ragazzo misterioso ancora nulla. Rientrò nel treno fradicia, si sedette su una sedia libera e abbassò la testa. Una piccola lacrima cadde sul pavimento del treno, l’unica che non riuscì a trattenere nascosta tra le gocce di pioggia.

Rialzò la testa e si asciugò il volto. Si diede della scema. Come aveva potuto immaginare una storia d’amore con uno sconosciuto di cui non sapeva nemmeno il nome. Era sempre così, costruiva dei castelli in aria e poi rimaneva delusa quando le pareti dei castelli crollavano. Aprì lo zaino e prese l’oggetto che era diventato più caro. Un foglio di carta, composto dai pezzi trovati il giorno prima messi insieme dallo scotch. Guardò ancora una volta quel disegno, ancora un ritratto. Il viso di una bambina all’incirca di dieci anni. Gli occhi erano chiusi ma l’espressione sembrava serena. Come se stesse dormendo o riposando quieta. Quante volte dalla sera precedente aveva osservato quel disegno. Lo aveva ricomposto con cura stando attenta a far combaciare correttamente i pezzi. Più lo guardava e più soffriva per quell’amore mai nato. O forse, non ancora.

Venerdì

Quella storia stava diventando un’ossessione per Ester. Ormai non pensava ad altro. Il libro che la accompagnava in tutti i suoi viaggi in treno era rimasto a casa, erano giorni che non leggeva più. Nella sua stanza aveva incorniciato il disegno e lo aveva appeso al muro. Passava ore a rimirarlo pensando al suo disegnatore. Anche all’università le cose era cambiate drasticamente. Non studiava più con la stessa voglia di prima. Gli esami si avvicinavano ma a lei sembrava non importare più. Le sue amiche la mettevano in guardia.

Ma stai dormendo la notte? Hai una faccia che non mi piace

Ancora a pensare a questa storia? Magari lo incontri, magari no, ma non devi ossessionarti

Dobbiamo studiare, questo esame lo dobbiamo passare tutte insieme, dai!

Ester, sveglia! Preferisci fare una pausa e riposarti un po’? Lo so a cosa stai pensando

Effettivamente glielo si leggeva in faccia come stava. Il volto non era radioso come gli altri giorni, la stanchezza aveva solcato i tratti del suo viso rendendola una maschera di tristezza. Sapeva di non stare bene, ma doveva provarci l’ultima volta. Doveva prendere quel treno e cercarlo, se era fortunata lo avrebbe trovato e avrebbe parlato con lui. Lo aveva giurato a sé stessa. L’ultima occasione, poi si sarebbe rimessa in carreggiata.

Il treno arrivò in orario, entrò e si guardò intorno. Aveva gli occhi stanchi, le palpebre si chiudevano da sole mentre lei con forza le riapriva. Si guardò intorno invano, neanche quel giorno c’era il ragazzo. Stanca e delusa si lasciò cadere su un sedile e chiuse gli occhi. Una sola volta, un singolo istante, ma era troppo stanca per rendersene conto. Si addormentò placidamente sul sedile.

Anche se per pochi minuti, il sogno di Ester fu intenso e doloroso. Sognò lui, quel ragazzo, la sua chimera. Aveva un paio di grosse ali e volava nel cielo. Volava lontano da lei. Su, sempre più su, fino a scomparire tra le nuvole di un cielo in tempesta.

Fu la voce metallica che avvisava l’arrivo nella stazione di Barra a destarla. Appena si rese conto di essere arrivata alla fermata del ragazzo subito si alzò in piedi e corse fuori dal treno. Era ancora intontita quando camminò sulla passerella a scrutare tra le persone. La luce fioca dei lampioni la accecava. Non fu però difficile trovarlo, a pochi metri da lei c’era il disegnatore con la sua solita camminata triste. Cosa doveva fare? Ritornare nel treno che l’avrebbe riportata a casa oppure tentare una follia. Forse per la prima volta nella vita decise che valeva la pena di fare un gesto folle. Solo quella volta.

Iniziò a correre tra la folla, vedeva il suo obiettivo avvicinarsi mentre il cuore le batteva sempre più forte nel petto. Era solo a pochi passi da lui quando decise di richiamare la sua attenzione.

-Fermati! Ehi, dico a te! Devo dirti una cosa importante!

Almeno una decina di persone si girarono, convinte di essere la persona richiamata da lei. Lui non si girò.

-Ehi, tu! Con i vestiti neri e i capelli scuri… il disegnatore!

Fu allora che si girò, incrociò il suo sguardo e il suo volto cambiò di colpo espressione. Sembrava spaventato, impaurito, com’era possibile? Appena vide Ester si girò di nuovo e iniziò a correre. Perché scappava? Non poteva permetterlo, aveva solo bisogno di parlare con lui. Corse anche lei nella sua direzione.

Lui correva più veloce ma sfortunatamente per lui la fila al tornello di uscita accorciò la distanza tra i due. Arrivarono fuori alla stazione, Ester non aveva idea di dove portassero quelle strade ma ormai era in ballo e doveva continuare a ballare. All’improvviso lui rallentò, probabilmente era stanco, lei ne approfittò per un ultimo passo lungo e lo raggiunse. Allungò il braccio e afferrò lo zaino che lui portava sulle spalle. Lui faceva forza per liberarsi e lei con il fiato corto cercava spiegazioni.

-Perché scappi?… Volevo solo parlarti….

-Vai via!… Stai lontana da me!

-Perché?…

Ester non lasciava la presa, quindi il ragazzo dovette fare una scelta. Sacrificare lo zaino. Sfilò le braccia e riprese a correre, sempre più veloce, allontanandosi definitivamente. La ragazza rimase con lo zaino in mano, guardandolo fuggire senza una spiegazione. Si inginocchiò a terra e iniziò a piangere. Quella follia, quel gesto che non avrebbe mai fatto prima di allora, pedinare un ragazzo sconosciuto, le aveva precluso ogni occasione futura. Non avrebbe mai avuto più il coraggio di cercarlo, di guardarlo. Provava solo vergogna.

Guardò lo zaino, lo strinse sul petto aspettando che il cuore cominciasse a battere in modo regolare. Era fuori discussione anche solo pensare di restituirglielo. Decise quindi di aprirlo e controllare cosa ci fosse all’interno. Sperava di trovare qualche suo disegno, rimase a bocca aperta quando vide la quantità di materiale. C’erano centinaia di fogli disegnati, ritratti di tantissime persone. Sfogliò alcuni di quei disegni senza distogliere lo sguardo. Erano tutti bellissimi, e tutti con la stessa particolarità. I volti avevano tutti la stessa espressione del disegno che lei aveva conservato in camera sua. Lo stesso volto rilassato e gli occhi chiusi.

Tutti tranne uno.

Appena lo prese in mano vide che il collo aveva una profonda cicatrice. Un dettaglio macabro che gli altri disegni non avevano. Guardò meglio l’immagine e di colpo il sangue le si gelò nelle vene. Era il ritratto di una ragazza ed assomigliava in maniera impressionante a lei. Portò la mano alla bocca per reprimere un urlo. Quel ragazzo l’aveva ritratta in quel modo, perché? Forse era per quel motivo che lui stava scappando prima? La immaginava così, con una ferita profonda sul collo?

Probabilmente Ester era così sotto shock da non sentire i passi felpati che si stavano avvicinando alle sue spalle. Sentì soltanto all’improvviso una mano sulla spalla e qualcosa di freddo vicino alla sua gola. Il freddo dell’acciaio affilato di una lama.

-Dammi i soldi. Muoviti!

Si ritrovò all’impiedi, era ancora affaticata dalla corsa di prima e non aveva forze. La paura la teneva bloccata e non riusciva a dire una parola.

-Ti ho detto di muoverti o ti ammazzo! Dammi i soldi e il cellulare!

L’uomo alle sue spalle urlava. Dalla bocca usciva un forte tanfo di alcol. Ester non poteva e non voleva voltarsi. Voleva solo che il rapinatore se ne andasse subito. Doveva darle quello che lui voleva. Stava per dire qualcosa quando si rese conto che lo zaino dove teneva il portafogli e il cellulare era ancora sul treno. Quando era uscita di corsa per inseguire il disegnatore aveva dimenticato completamente di prenderlo.

Era spacciata. L’unica cosa sensata da fare era piangere, e lei lo fece.

L’uomo capì che da lei non poteva avere quello che desiderava. Senza dire una parola affondò la lama del coltello nella sua gola. Ne uscì un fiotto di sangue scuro, il corpo si accasciò a terra senza vita. Perlustrò i vestiti velocemente prima di scappare. Vide lo zaino a terra, lo prese e lo portò con sé per controllarlo meglio in un luogo lontano. Rimase deluso vedendo che il contenuto era soltanto una miriade di fogli disegnati

Il ragazzo corse finché aveva fiato. Si fermò e si guardò incontro, era in un parco che non conosceva. Era arrivato lì senza guardare nemmeno la strada che percorreva. Si sedette sul marciapiede e cominciò a respirare regolarmente. Chiuse gli occhi ma vedeva sempre davanti a sé quella ragazza, quella di uno dei suoi ultimi ritratti. Appena l’aveva vista era scappato, solo lui sapeva il perché.

Per proteggerla, per proteggerla da lui.

Fin da piccolo aveva avuto quel “dono”, come diceva sua madre. In realtà stava solo indorando la pillola, perché lui non si sentiva affatto speciale. Gli capitava spesso di andare in uno stato di trance e disegnare i volti delle persone, anche di quelle che aveva visto solo per qualche secondo. Nella sua mente vedeva i loro volti, ma non quelli di quel preciso istante. Vedeva i loro volti da morti, quelli dei loro cadaveri.

Non gli succedeva sempre, ma dopo mesi di pace aveva continuato a farlo negli ultimi giorni. Tra l’altro in circumvesuviana, davanti ad un pubblico numeroso. Quando si risvegliava dallo stato di trance e si rendeva conto di cosa aveva disegnato di solito conservava i ritratti ma nell’ultimo periodo erano così tanti che non sopportava la loro vista. Il primo impulso era quello di strapparli. Quella settimana però era successo qualcosa di molto strano. Il mercoledì aveva realizzato due disegni, quello di una bambina e quello di una ragazza. Il primo lo aveva strappato ma il secondo aveva qualcosa di familiare. Lo aveva portato a casa e con calma lo aveva confrontato alcuni suoi disegni fatti in precedenza.

Lo trovò, qualche settimana prima aveva realizzato un altro disegno di quella ragazza ma in quell’occasione il viso era molto più anziano e con uno sguardo sereno. Quello che aveva realizzato quel giorno invece era serio e aveva una cicatrice sul collo. Cosa significava? Che lui non poteva vedere un futuro assoluto della morte? Che in qualche modo qualcosa era cambiato nel tempo tanto da modificare il corso degli eventi? E se fosse stato lui la chiave di tutto? Magari era la sua presenza che aveva modificato qualcosa e messo in pericolo la ragazza. Secondo una visione passata del futuro lei sarebbe morta anziana, ora invece lui sapeva che sarebbe morta giovane con un colpo mortale alla gola.

Inconsciamente si sentiva responsabile per la sua vita, per quel motivo il giorno dopo non si recò al lavoro. Poi però si convinse che era tutto solo nella sua testa, finché non la rivide. Alla stazione di Barra, lei lo stava cercando. Fu in quel momento che lui capì, era tutto vero. Era lui la variabile che aveva spostato l’asticella dell’orologio della morte. Per quel motivo stava scappando. Non dal suo destino, ma da quello della ragazza. Un destino che ormai era stato scritto, o meglio disegnato.

17 Settembre 2002

Francesco era su Via Gianturco e correva a perdifiato. Intorno non c’era più nessuno, solo poche macchine sfrecciavano nel silenzio della larga strada. Guardava in continuazione l’orologio, cercava in tutti i modi di aumentare il passo ma il caldo ancora estivo di quel mese non aiutava. Gocce di sudore scendevano copiosamente dalla sua fronte mentre correva. La valigetta che teneva stretta nella mano destra sembrava sempre più pesante e la destinazione sempre più lontana. Nonostante tutto però ce l’aveva quasi fatta, la stazione di Gianturco era a pochi passi da lui.

Quella sera aveva finito troppo tardi al lavoro, di solito nello studio legale dove lavorava non faceva più tardi delle sette di sera. Era un abitudinario, uno di quelli che ogni giorno prendevano lo stesso treno. C’erano naturalmente i ritardi, le soppressioni, gli imprevisti, ma non dipendevano da lui. Lui era sempre in stazione allo stesso orario. Il suo migliore amico era il suo orologio, scandiva con precisione i minuti preziosi delle sue giornate. Ma quel giorno non fu così.

Proprio il suo amico più fidato, l’inseparabile oggetto che metteva in ordine la vita di Francesco quella sera decise di funzionare male. Fino alle 18 andava più che bene, gli altri dell’ufficio si dileguavano per ritornare a casa dalle proprie famiglie mentre Francesco si concedeva la sua oretta in più per mettere in ordine i fascicoli e le idee. Alle 19 in punto avrebbe chiuso tutto per prendere, come sempre, il treno delle 19:27 dopo una passeggiata in tranquillità. Il destino però aveva voluto che proprio dopo le 18 l’orologio accumulasse minuti preziosi, cinque minuti reali venivano registrati come un singolo minuto dall’orologio.

Francesco intanto andava lento, ogni tanto controllava e si compiaceva di quante cose riuscisse a fare in quel poco tempo. Quando però accese il computer sulla scrivania e vide l’orario sbiancò di colpo. Guardò l’orologio da polso, segnava le 18:30, poi l’orario sul computer, le 20:32. Subito corse per tutto l’ufficio per controllare l’orario su tutti gli orologi a muro. La sentenza era senza scampo, era il suo amico fidato ad avere torto.

Come un dannato cercò in fretta di mettere tutte le carte nella sua borsa mentre i fogli volavano al suo passaggio. Si diede dello stupido per non aver pensato neanche lontanamente ad un malfunzionamento. Proprio lui che del tempo aveva fatto una sua divinità. Doveva sbrigarsi, non sapeva neanche se a quell’ora c’erano ancora corse disponibili per ritornare a casa.

Ormai era tardi, sistemò quello che riusciva nella borsa e chiuse di fretta l’ufficio per riversarsi in strada. In cielo era ancora chiaro ma si rese conto che a quell’ora non c’era nessuno. Probabilmente erano già tutti a casa, magari a tavola a mangiare, o nelle vie più trafficate per divertirsi. Lui invece era solo, mentre correva verso la stazione di Gianturco della Metropolitana.

Arrivò finalmente a destinazione, per fortuna aveva l’abbonamento mensile quindi non doveva timbrare alcun biglietto. Percorse le scale che portavano al piano superiore senza sollevare lo sguardo. In quel momento se ci fosse stato qualcuno sui gradini lo avrebbe scaraventato in aria. Finita la rampa di scale uscì all’aperto, guardò l’orologio della stazione e cercò di riprendere fiato. Con la coda dell’occhio però vide che sui binari c’era un treno già fermo. Ce l’aveva fatta, giusto in tempo. Quello era il treno che lo avrebbe portato a casa. Era soddisfatto dopotutto, anche se quella serata non stava andando come si aspettava. Stava per sorridere e compiacersi quando sentì il rumore delle porte che si stavano chiudendo. Realizzò che se voleva dichiarare conclusa quella disavventura doveva compiere un ultimo sforzo e salire sul treno prima che questo partisse.

Era distante solo pochi metri dall’ultima porta dell’ultimo vagone. Fece uno scatto improvviso, stese il braccio ed aprì la mano. Sentì il freddo del ferro sotto il palmo e la chiuse, con forza tirò il braccio e riuscì ad entrare proprio un attimo prima che le porte si chiudessero. Appena fu dentro si rese conto di aver compiuto quell’operazione tenendo gli occhi serrati. Li aprì e vide la banchina che si allontanava. Era fatta, era dentro e stava tornando a casa. Finalmente riuscì a respirare a pieni polmoni, li riempì completamente prima di espirare e lasciar scorrere l’adrenalina nel suo corpo. Il cuore pompava sangue ad un ritmo così forte che quasi riusciva a sentire i battiti. Cercò di respirare ad un ritmo più lento per calmarsi. Si girò e vide che il vagone era completamente vuoto. Doveva sedersi e riposare le gambe, ne aveva bisogno. Scelse un posto a caso e si sedette, poi chiuse gli occhi.

Fu il rumore delle porte che si aprirono a svegliarlo da quello stato di riposo. Si girò dal lato del finestrino e vide l’insegna che indicava la scritta “Piazza Garibaldi”. Una coppia gli passò vicino per prendere posto sui sedili a poca distanza da Francesco. Erano vestiti in maniera bizzarra, sembravano abiti di un’altra epoca. Non era un intenditore di storia ma avrebbe scommesso che si trattasse di vestiti del Settecento o Ottocento. Lei aveva una gonna pomposa che la limitava nei movimenti, i capelli raccolti all’interno di un grande cappello e un trucco accentuato sul volto. Lui invece aveva un vestito elegante e sul volto un paio di baffi vintage. Francesco ci pensò per un po’, probabilmente si trattava di una coppia di cosplayer, magari c’era una fiera in costume lì vicino e i due si erano solo travestiti a tema.

Era assorto nei pensieri quando vide un controllore avvicinarsi lentamente. Subito aprì la borsa per prendere l’abbonamento da esibire. Lui si avvicinò prima alla coppia, sembrava conoscerli. Si tolse il cappello e li salutò con reverenza. Non riuscì a sentire cosa si dissero, ma sorridevano allegramente. Il controllore si congedò e si avvicinò a Francesco.

-Salve, biglietti prego

-Certo, ecco il mio abbonamento

Il controllore lo prese e lo guardò stranito. Sembrava che lo vedesse per la prima volta. Lo girava e rigirava con lo sguardo interrogativo.

-C’è qualcosa che non va?

-No, si figuri. E’ che sono abituato ad altri biglietti. Forse questi sono i nuovi. Non si preoccupi, è tutto sotto controllo.

-E’ l’abbonamento mensile, è lo stesso tutti i mesi a parte il colore

-Sì, sì, nessun problema. Mi dica, è la prima volta che prende questo treno?

-Sì. Oggi non me ne va bene una, sono uscito tardi dall’ufficio e ho preso il primo treno disponibile

-Capisco, è la prima volta. Non si preoccupi, si troverà bene

Francesco rimase basito da quella risposta. Ripose l’abbonamento di nuovo nella borsa e guardò il controllore che si allontanava. Stava ancora pensando a quella frase quando il signore con il vestito ottocentesco si girò e verso di lui con uno sguardo impietosito.

-Prima volta, eh? Cerchi di stare calmo e si abituerà prima. Vero cara?

La donna seduta al suo fianco fece una timida risata, poi anche lei si girò verso Francesco.

-Ma sì. Ci conosciamo tutti qui. Anche se qualcuno può sembrarle scortese, sappia che sono tutte brave persone

Il treno si fermò di colpo, erano arrivati alla stazione di Piazza Cavour. La porta si aprì nuovamente ed entrò un piccolo gruppo di ragazzi. Dovevano essere abbastanza giovani anche se non lo dimostravano. Avevano dei vestiti punk e quando gli passarono davanti sentì un forte odore di birra e sudore. Senza abbassare la voce si misero in un angolo a parlare. Erano a poca distanza da Francesco che quando li vide ebbe un sussulto di paura. Non voleva essere prevenuto ma quei ragazzi sembravano usciti fuori da un film degli anni 80, gli sembrava di essere un ignaro protagonista di “I guerrieri della notte”. Le sue paure si concretizzarono nel momento in cui uno dei ragazzi si girò verso di lui e resosi conto che lui stesso li stava osservando fece uno sguardo strano.

-Ragazzi, quello lì ci sta guardando strano

-Chi? Dove? Quello lì?

-Sì quello lì. Ecco, vedi? Ora abbassa lo sguardo da colpevole

-Non va bene così, non va per niente bene

Parlavano ad alta voce per essere sentiti dal povero Francesco che ascoltava impaurito. Si avvicinarono lentamente alla loro vittima.

-Fatemelo vedere meglio. Ecco, come immaginavo. Vedete com’è vestito? E’ il classico borghese che ci guarda dall’alto verso il basso, con disprezzo

-Sì, ma ora non ci guarda più. Guarda come cambia colore mentre nella sua testolina sta pensando a come cavarsela da questa situazione

Francesco tremava di paura quando ad un tratto sentì la voce del signore che gli aveva parlato prima. Riconobbe il tono di voce pacato che intervenne per sedare gli animi.

-Salve, ragazzi. Come va?

-Signor Gaetano, buonasera. Noi tutto bene, Lei come sta?

-Bene, bene, grazie. Siamo sempre qui

-Signor Gaetano che piacere rivederla. Buonasera anche a Lei signora Maria

-Buona serata a voi ragazzi. Vi posso chiedere un grande piacere?

-Ma certo signora Maria

-Vedete, quel ragazzo non è una cattiva persona. Tra l’altro oggi prende il treno per la prima volta

-Mi scusi signora Maria, non volevamo prendercela con lui. E’ che a volte dimentichiamo e… ci sono abitudini che sono difficili da togliere…

-Non vi preoccupate, lo sappiamo. E’ difficile. Passate una buona serata, ragazzi

-Buona serata a Lei, signora Maria

Quel dialogo sembrava surreale. Fino a pochi minuti prima Francesco rischiava di essere linciato soltanto per aver guardato un gruppo di ragazzi e ora gli stessi ragazzi lo salutavano affettuosamente. Si girò nuovamente verso il finestrino, riconosceva il tratto che univa la fermata precedente a Montesanto, infatti pochi secondi dopo vide l’insegna blu che indicava proprio quella scritta. D’istinto guardò la porta che si apriva, si aspettava che un altro passeggero bizzarro entrasse. Fu così. Sul vagone salì una donna con un vestito lungo e completamente nero, il volto era coperto da un sottile velo scuro. Ma non fu l’unica a salire, dietro di lei un’altra donna, vestita in jeans e maglietta chiara, al collo aveva un vistoso foulard rosso scuro. Le due donne presero posto su alcuni sgabelli liberi dopo aver salutato gli altri passeggeri. Sembrava che tutti si conoscessero bene su quel vagone, Francesco si sentì un po’ escluso.

Per smorzare l’ansia aprì la sua valigetta e cominciò a sfogliare i fogli che aveva portato via dall’ufficio, ma non riusciva a rimanere concentrato. Ogni tanto alzava lo sguardo e guardava gli altri, erano come una grande famiglia riunita. Intanto il treno si era fermato di nuovo, la stazione era quella scura di Piazza Amedeo, Francesco aveva quasi timore di guardare il prossimo passeggero. In quel momento però uno strano silenzio piombò nel vagone. Tutti si girarono verso le porte che si aprirono e si richiusero senza che nessuno le varcasse.

Francesco rimase sorpreso da quella reazione, guardò tutti i presenti notando un velo di tristezza nei loro occhi. Furono le parole di una delle ragazze salite a Montesanto a rompere il silenzio.

-Alla fine ce l’ha fatta. Onore al nostro amico

Tutti la guardarono ed accennarono un sorriso triste. La ragazza ricambiò il sorriso a tutti ma quando incrociò lo sguardo con Francesco divenne di colpo seria.

-Io non ti conosco, sei nuovo?

Francesco pensò di essere diventato di colpo rosso come un peperone per la vergogna. Non sapeva cosa rispondere ed una strana sensazione sembrava metterlo in allerta.

-Io? E’ la prima volta che prendo il treno a quest’ora

-Posso sedermi accanto a te?

-Certo, come no

La ragazza si avvicinò a lui, prese posto mentre con una mano sistemava i capelli lunghi

-Mi chiamo Margherita, prendo questo treno ogni giorno da almeno dieci anni. All’inizio anche per me è stato strano, poi ci si abitua. Gli altri sono tutti simpatici, vedrai che in poco tempo te ne accorgerai

-Ma… prendere il treno a quest’ora per me è stato un caso. Di solito prendo quello delle 19:27

-Ti abituerai anche a questo, non ti preoccupare

La ragazza gli fece un sorriso dolce, poi posò la sua mano su quella di Francesco. Dopo qualche secondo la ritrasse. Il suo viso che fino a poco prima mostrava un’espressione tranquilla divenne di colpo una maschera di paura. Il ragazzo ebbe timore guardando il terrore nei suoi occhi ma non sapeva spiegarsi il perché.

-Ma… Tu… Sei caldo. Ed ho sentito le pulsazioni del sangue nelle vene quando ti ho toccato

Di colpo quelle parole dette ad alta voce, che a Francesco sembravano scontate, provocarono la reazione insolita degli altri presenti. Tutti smisero di parlare e guardarono nella sua direzione. Uno dei ragazzi punk si avvicinò incuriosito e con velocità prese la mano di Francesco tenendola per qualche secondo prima che lui la ritraesse spazientito.

-E’ vero, è troppo calda. Secondo me non è normale

-E se non fosse uno di noi?

-No, non è possibile. Perché allora si trova qui?

La discussione si allargava, sempre più persone dicevano la loro teoria su quella che a Francesco sembrava una diatriba senza senso. Dicevano che era caldo, forse era la conseguenza della corsa fatta prima? O forse stava per avere una febbre improvvisa? Stava per dire la sua quando dal finestrino vide che il treno era risalito in superficie, erano quasi arrivati alla stazione di Mergellina. Il treno rallentò fino a fermarsi. questa volta il ragazzo era troppo preso da quello che stava accadendo per osservare il prossimo passeggero. Intanto si avvicinò a lui l’uomo vestito elegante, con il suo solito fare sicuro e determinato. Prese posto accanto a Francesco e alla ragazza e con un tono rilassante si rivolse a lui.

-Ragazzo, tu sai dove ti trovi in questo momento?

Francesco non era più sicuro della risposta che avrebbe dato. Sapeva che era il treno metropolitano verso Cavalleggeri Aosta, la sua destinazione, ma ormai ne era più certo.

-Sul treno per Bagnoli, non so l’orario perché il mio orologio non funziona più bene

-Sì, ma sai che treno è questo? Ricordi Cosa è successo prima di trovarti qui?

-Nulla di insolito. sono uscito dall’ufficio ed ho corso come un matto per arrivare alla stazione di Gianturco. Sono salito su ed ho visto questo treno che stava per partire. Ho continuato a correre e sono salito

-Quindi eri al capolinea quando sei salito. Ed hai visto questo vagone?

-Sì, corretto

-Molto strano, di solito agli altri non è visibile

-Gli altri? Chi altri?

Presero a parlare gli spettatori di quello strano spettacolo ambulante. Ognuno aggiungeva una tessera ad un mosaico che prendeva forma lentamente.

-Gli altri… Quelli che rimangono

-Ragazzo devi sapere una cosa molto importante, questo non è un treno, per così dire, normale

-In realtà tutto si limita a questo vagone. Quelli come noi sono gli unici a vederlo

-Ma voi chi? Spiegatemi subito o chiamo la polizia

La risposta arrivò dalla donna vestita di nero. La sua voce era gelida con il ghiaccio e penetrò nel cervello di Francesco come una pallottola.

-I morti. Noi siamo le anime di coloro che ancora non hanno guadagnato l’inferno o il paradiso. C’è un giudizio universale per tutti ma a quanto pare la lista è lunga e noi non abbiamo  requisiti per sbrigare la pratica più velocemente

-Esiste una burocrazia anche dall’altro lato, fratello. E a quanto pare ci sono le stesse regole che ci sono qui. Ci sono le raccomandazioni

-Forse non è proprio così, noi un motivo in comune ce l’abbiamo

Francesco girava la testa per guardare i volti delle persone che parlavano con lui. Sembravano seri, non stavano scherzando. O quantomeno se stavano recitando erano bravissimi. In quel momento gli venne in mente che potevano essere proprio degli attori in costume, magari stavano filmando tutto. Ma sì, era una candid camera organizzata ad arte. Non riuscì a sopprimere un sorriso. Le labbra si allargarono fino a scoppiare in una sonora risata che provocò il silenzio degli altri. Si alzò e cominciò a parlare ridendo.

-Ci ero quasi cascato! Siete bravissimi, devo riconoscerlo. Davvero bravi, alla fine vi stavo credendo. Dove avete preso i vestiti di scena? Sono bellissimi

Sentiva gli occhi addosso troppo seri, si aspettava che da un momento all’altro tutti ridessero e gli facessero vedere le telecamere ma non fu così.

-A che fermata siamo? Fatemi passare che devo andare a casa, scendo a Cavalleggeri Aosta

-Siamo ancora a Piazza Leopardi, ancora non sei arrivato

In quel momento il treno si fermò, qualcuno scese mentre un’altra persona prese posto. Quando il treno ripartì dalla stazione Francesco sentì una mano sul suo braccio. Era la ragazza che gli si era seduta accanto. Con il volto sereno provò a parlargli.

-Non sappiamo ancora se tu puoi o non puoi essere qui, ma devi credere alle nostre parole. E se non puoi, allora guarda tu stesso

La ragazza prese i capelli lunghi e li raccolse con un elastico. Poi lentamente tolse il foulard rosso che le copriva il collo. Fu a quel punto che Francesco la vide. Era una cicatrice che percorreva da destra a sinistra tutta la parte anteriore del collo. Sembrava recente, non era per niente rimarginata e anche se non grondava sangue riusciva a vedere il rosso della carne. Quella vista lo destabilizzò, cadde seduto nuovamente sul sedile. La ragazza riprese a parlare.

-Questa me la sono fatta quando mi sono suicidata un bel po’ di anni fa. Ero da sola a casa, avevo da poco litigato con i miei genitori prima che uscissero a fare una passeggiata. Solite questioni, brutti voti a scuola, amicizie che non gli andavano mai bene. Presi il rasoio di mio padre e non ci pensai due volte

Francesco ebbe un brivido, stava immaginando la scena quando senza essere interpellati, i tre ragazzi vestiti da punk si tolsero le giacche di pelle e mostrarono le braccia piene di lividi all’altezza dei gomiti.

-Questi ce li siamo fatti una sera. Una dose troppo grande per noi, non eravamo abituati. Eravamo ribelli, credevamo in ideali forti, ma in fondo eravamo solo dei deboli

-Anche io e mia moglie abbiamo una storia triste che ha messo fine alla nostra vita terrena

Era il signor Gaetano che stava parlando, accanto a lui sua moglie lo guardava con uno sguardo malinconico.

-Eravamo amanti ma le nostre famiglie erano contrarie. Storie come la nostra erano più che normali nel nostro periodo. La maggior parte però si piegava al volere delle famiglie e accettava i matrimoni combinati, ma noi no. Il nostro amore era più forte di ogni avversità, anche della morte. Ci buttammo da uno scoglio alto in mare. Morimmo insieme, mano nella mano, ma felici

Ognuno raccontava la propria storia o mostrava un dettaglio della propria morte. Possibile che quelle davanti a lui erano veramente anime in pena che vagavano sulla terra? Francesco si alzò di scatto per allontanarsi dalla piccola folla che si era raccolta vicino a lui.

-Smettetela! Adesso basta, questo gioco non è divertente. quando è troppo è troppo

Percorreva il corridoio largo del vagone all’indietro, mentre gli altri lo guardavano impietositi senza avvicinarsi.

-Credete che questi trucchi mi impressionino? E’ ora di finirla, scendo qui

Il treno proprio in quel momento si fermò, erano alla stazione di Campi Flegrei. Francesco si girò verso l’uscita ma si bloccò di colpo. Un altro passeggero stava salendo e si trattava della prova lampante che quell’incubo che stava vivendo era reale. Una bambina, vestita con un abito chiaro saliva i gradini con la testa bassa. I lunghi capelli dorati le coprivano il volto. Quello che sconvolse Francesco però era un dettaglio più che rilevante. Lui riusciva a vedere attraverso quella bambina. Era come se fosse trasparente, riusciva a vedere la stazione dietro di lei senza problemi. Non aveva senso.

-Si chiama Lucilla, anche lei ha una storia triste alle spalle. E’ in attesa da così tanto tempo che sta perdendo la sua forma. Ormai il ricordo di chi era in vita è quasi svanito, tra non molto scomparirà completamente. Ora sei ancora convinto che si tratti di uno scherzo?

La bambina alzò la testa e mostrò il volto a Francesco. Alzò la mano e lo salutò sorridendo ma quel gesto sortì in lui l’effetto contrario. Cadde a terra, si rialzò subito e corse per tutto il vagone. Voleva fuggire da quell’orrore, se avesse raggiunto la testa della carrozza forse sarebbe arrivato in un altro elemento del treno e si sarebbe salvato. Arrivò finalmente alla porta che lo separava dal vagone successivo, la aprì ma ad attenderlo non c’era quello che immaginava. Si aspettava di trovare un ambiente familiare, invece davanti a lui c’era il nulla. Un vuoto completo, una tela bianca su cui nessun pittore aveva mai cominciato a disegnare. Il suo cervello non riusciva a darsi una spiegazione, cos’era quel posto? Cosa sarebbe successo se fosse avanzato in quella direzione? Sollevò di poco il braccio sinistro quando all’improvviso una mano lo prese per le spalle e lo tirò a sé.

Cadde sul pavimento in gomma del treno, alzò gli occhi e vide degli sguardi preoccupati. Erano i volti delle anime conosciute in quello strano viaggio.

-Non andare mai in quella direzione, quello è il punto di non ritorno. Il vuoto cosmico, basta solo sfiorarlo per mettere fine alla tua esistenza, terrena e ultraterrena

-Non devi scappare, noi non vogliamo trattenerti. La tua fermata è la prossima, puoi scendere quando vuoi

-Noi usiamo questo treno per visitare i luoghi della nostra vita. Passiamo tutto il giorno in giro per la nostra città in attesa di essere chiamati a giudizio. Prendiamo questa corsa tutti insieme per incontrarci e stare in compagnia

-Quando ti abbiamo visto stasera è stato strano per noi come lo è stato per te. Non abbiamo contatti con i viventi da troppo tempo, scusa se possiamo averti spaventato

-Il treno si sta fermando, è la tua fermata

Francesco si alzò guardandoli tutti. Voleva scusarsi con loro, avrebbe voluto spiegare che le sue paure erano irrazionali, ma più li guardava e più capiva che loro avevano già compreso. Con ancora addosso una strana sensazione, il ragazzo varcò le porte automatiche del treno. Alle sue spalle sentì un’ultima frase, la voce era quella inconfondibile del signor Gaetano.

-Se puoi, ricordati di noi nelle tue preghiere. Potrebbe essere importante

Scese l’ultimo gradino, quando le scarpe toccarono il suolo si girò. L’ultimo vagone del treno non c’era più. Mentre la sirena fischiava la metropolitana si avviò verso la fermata successiva. Francesco uscì dalla stazione di Cavalleggeri Aosta con l’amaro in bocca. Aveva vissuto una breve avventura fantastica oppure aveva solo sognato tutto? Era stata la suggestione, la paura di aver sconfinato per una volta l’abitudinarietà oppure il suo mondo era entrato in contatto con un altro?

Non sapeva e non voleva darsi una risposta. Per un riflesso involontario alzò il braccio sinistro e guardò il polso. L’orologio segnava le 21:08. Domandò ad un passante che gli confermò l’orario. Era esatto, ora il suo amico orologio segnava correttamente l’ora. Di sicuro il giorno successivo l’avrebbe portato da un orologiaio per farlo riparare. E forse, sarebbe stato meno schiavo delle abitudini.