30 Aprile 1998

Povero zio Antonio, conosciuto ai più come zio Totonno. Una vita dedita solo al lavoro. Fin da piccolo aveva lavorato come aiutante del padre nella piccola bottega di famiglia. Fare il falegname era un lavoro duro e faticoso. specialmente in un quartiere come quello di San Lorenzo dove le famiglie erano per lo più povere e i mobili dovevano resistere intere generazioni. Chi chiamare se non il falegname di fiducia? Una piccola riparazione, una sostituzione facile facile ed il mobilio era come nuovo, pronto per durare almeno altri venti anni. Il lavoro era tanto e nella bottega c’era sempre bisogno di una mano.

Il piccolo Antonio passava le giornate tra l’odore di legno, colla e ferro. Non si lamentava mai, apprendeva quel mestiere sapendo che un giorno avrebbe preso lui in mano le redini dell’azienda di famiglia. Lo studio? Non se ne parla nemmeno. Il padre insisteva per garantirgli un’istruzione adeguata ma lui era un lavoratore nato. Ogni giorno il suo aiuto dava una grossa mano alla piccola famiglia per andare avanti dignitosamente. La sua sorellina era ancora piccola quindi sulle sue spalle ricadevano buona parte delle responsabilità. Continuò quel lavoro ogni giorno, ogni anno, per sempre. Nel quartiere era difficile non conoscerlo, era un’istituzione. In quella piccola bottega che era rimasta sempre la stessa continuava a faticare per venire incontro alle esigenze della clientela.

Il lavoro però era diminuito parecchio negli anni, questo lo sapeva. La colpa era tutta di quel nuovo modo di pensare usa e getta. La gente non aveva più cura delle cose vecchie e tendeva a vendere o addirittura buttare per rimpiazzare i mobili e gli oggetti di casa. A lui questa cosa non andava giù, ma che poteva farci? Ormai il mondo si muoveva in quella direzione anche se lui nuotava controcorrente. Lui che per il lavoro aveva sacrificato tutto, anche una famiglia propria. Troppo tempo e troppe cose da fare, sempre solo con i suoi attrezzi che considerava come suoi figli. Già, perché di figli non ne aveva, e nemmeno una moglie. Era rimasto solo, anche se di “nipoti” ne aveva tantissimi. Infatti tutti lo chiamavano zio Tonino, era ufficialmente lo zio di tutta Via Foria.

Ma questa storia non parla di lui. Zio Tonino era passato a miglior vita durante il sonno. Era morto senza soffrire, quando il giorno dopo la bottega rimase chiusa tutti capirono che qualcosa non era andata per il verso giusto. Al funerale c’era quasi tutto il quartiere, ognuno voleva salutare quel vecchietto sempre indaffarato che ogni giorno salutava tutti dal suo piccolo laboratorio.

Quando Massimo fu convocato dal notaio De Carli non ricordava nemmeno di avere uno zio di nome Antonio. Sapeva della sua esistenza, questo sì, ma l’aveva addirittura rimosso. Questo perché non lo aveva mai conosciuto, o meglio, la colpa era di sua madre. Gerardina infatti si era allontanata dal fratello quando lei si era sposata con Giorgio, il padre di Massimo. Antonio era sempre stato possessivo nei confronti di sua sorella, specialmente dopo la morte del loro padre. Pretendeva di decidere le sorti della sua vita e questo era inconcepibile per la ragazza. Quando venne a sapere di Giorgio andò su tutte le furie e la mise alle strette. Una semplice decisione, o Giorgio o lui e la sua famiglia. Gerardina soffrì molto per quella scelta e fece decidere al suo cuore. Andò a vivere con Giorgio e formò la sua nuova famiglia. Con il tempo la tristezza divenne risentimento, poi rabbia. Parlò con suo figlio di lui, ma non volle mai dirgli dove abitasse. Per questo motivo quando Massimo rispose al telefono e dall’altro lato gli parlarono della morte di suo zio Antonio rimase interdetto.

Fece mente locale e ricordò di avere uno zio con quel nome ma disse di non averlo mai conosciuto. Quando il notaio gli anticipò che si trattava di un’eredità la sorpresa crebbe ancora di più. Fu convocato per il giorno successivo nello studio in Piazza Carlo III, proprio a due passi dall’abitazione dove sua madre era cresciuta. Entrò nell’ufficio e trovò il notaio sommerso da pile di fogli.

-Prego si accomodi, faremo in fretta. Sono il notaio De Carli e l’ho convocata qui per discutere dell’eredità di suo zio Antonio Lettere. Dalle nostre indagini ci risulta che lei è l’unico erede. Non aveva figli e lei è il parente più stretto

Massimo era sempre più stranito per quella situazione fuori dal normale. Era curioso e imbarazzato allo stesso momento.

-Mi dispiace. Nel senso, mi dispiace che sia morto, anche se non l’ho mai conosciuto. Lei è sicuro che non esista nessun altro erede? Qualche altro parente o un figlio sconosciuto?

-No, nessuno. Come le ho detto lei è l’unico ad aver ereditato i beni di suo zio

-Va bene. Di cosa si tratta?

-Vediamo. C’è scritto qui, ecco. Ha lasciato in eredità un appartamento in Via Foria e la sua bottega dove lavorava come falegname. Conosce già gli indirizzi?

-No. Prima di ieri non sapevo nemmeno che fosse un falegname. E’ una lunga storia

-Va bene. Queste sono le chiavi dei due locali e questi sono gli indirizzi. Giusto qualche carta da firmare e può andare

Massimo firmò tante di quelle carte che gli sembrò aver esaurito l’inchiostro nella penna. Quando ebbe finito la parte burocratica prese le chiavi e le copie dei documenti e uscì dallo studio. Era davvero a pochi passi dal negozio e dall’abitazione quindi decise di fare un giro a vederli.

Cominciò dalla bottega, era curioso di vedere com’era fatta. Arrivò dopo pochi minuti, domandò in giro e tutti conoscevano quel piccolo negozio. Molti rispondevano aggiungendo un triste “condoglianze” e togliendosi il cappello, Massimo rispondeva con un “grazie” imbarazzato. Una volta aperta la piccola saracinesca, si ritrovò davanti agli occhi un locale abbastanza ampio. Accese la luce fioca che illuminava a malapena lo spazio. Da un lato c’erano cataste di legno ammassate, si trattava probabilmente degli scarti, di pezzi sostituiti. Vicino c’erano delle assi di legno pulite, allineate le une sulle altre in maniera perfetta. Al centro della bottega c’era il banco di lavoro, un tavolo di marmo grandissimo a cui erano collegati degli strumenti per tagliare il legno. Le pareti erano spoglie, solo qualche armadietto e i ferri del mestiere tenuti su da vecchi chiodi. Provò ad aprire qualche anta, il contenuto non era altro che tubetti di colla e carte ingiallite.

Non era proprio la sua idea di luogo di lavoro, ma quel posto permeava di fatica e sacrificio. Tutto sembrava rivolto al solo lavoro, non c’era altro. Un luogo sacro in cui lo zio passava la maggior parte della giornata a creare. Un’altra cosa che gli saltava all’occhio era l’assenza di qualsiasi “modernità”. Nessuna televisione, nessun attrezzo nuovo, tutto sembrava vecchio di decenni. Probabilmente l’anziano zio era vissuto una vita intera nella sua dimensione, nella sua epoca preferita. Accese una radio a pile, il selettore era fermo su una stazione di musica italiana. La spense, ma il volume alto aveva già attirato il primo curioso della giornata.

-C’è qualcuno? Chi c’è?

Un uomo si affacciò alla soglia della bottega con sguardo sospettoso.

-Tutto ok. Mi chiamo Massimo e sono il nipote di Antonio

-OK, bene. Mi scusi, sono Giuseppe, il fabbro del negozio di fianco. Ho sentito la musica e mi sono insospettito. Lei è il nipote della buonanima di Totonno? Non sapevo avesse dei parenti

-Sì, purtroppo non parlava da tempo con sua sorella, mia madre. Mi trovo qui proprio per la sua morte

-Eh, povero Totonno. Una gran brava persona. Sempre al servizio di tutti. E’ morto così com’è vissuto tutta la vita. Solo lui e i suoi pezzi di legno

-Mi dispiace, avrei voluto conoscerlo prima

Il fabbro si congedò e tornò al suo lavoro, Massimo concluse il suo tour personale nella bottega. Nel lato più interno del negozio c’erano delle bellissime creazioni in legno. Portaoggetti intagliati, fermacarte, orologi, tutti di forme particolari e con dettagli particolari. Si avvicinò per vederli meglio e dovette constatare che erano davvero affascinanti. Uscì di corsa per andare nel negozio di fianco a domandare al signor Giuseppe.

-Mi scusi, sono ancora io. Secondo lei quegli oggetti così belli nel negozio di mio zio erano stati creati per qualcuno? Magari aveva finito il lavoro e bisogna avvisare i committenti

-Quelli? No, sono creazioni personali di Totonno. Alcune le portava a casa sua, altre le regalava a tutti noi. Era molto generoso e ci teneva a dimostrarlo in questo modo. Pensi che sono tutti oggetti riciclati. Tutto il quartiere gli donava pezzi di legno da buttare via e lui li usava per creare altri oggetti. Un artista

Massimo restò di stucco. Nella vita laboriosa di suo zio c’era spazio per l’arte e per la beneficenza. Gli dispiaceva sempre di più non averlo conosciuto prima. Ritornò nel laboratorio ad osservare quei pezzi unici. Immaginava suo zio lavorare di notte su quegli oggetti su cui infondeva una caratteristica personale. Smontare oggetti di legno vecchio e dargli una nuova vita. La sua attenzione venne catturata da un oggetto in particolare. Un orologio a pendolo. Non ne aveva mai visto uno così da vicino, era sempre abituato a vedere i soliti orologi da muro in plastica. Lo sollevò, era abbastanza pesante. Aveva un meccanismo a molla sul retro per metterlo in funzione. Non lo attivò ma lo portò comunque con sé, sarebbe stato bene nella sua casa al Vomero.

Uscì dalla bottega con più curiosità di quanta ne avesse prima di entrare. Chiuse la saracinesca e si diresse in quella che era stata la casa di suo zio. L’appartamento era a pochi metri, un palazzo vecchio con un bel cortile davanti. Chiese al portinaio il piano, questo rispose gentilmente e togliendosi il cappello come tutti appena sentito il nome dello zio.

Massimo aprì la porta e subito al suo naso arrivò un odore di chiuso e di legno. Ne era certo, anche a casa dello zio ci sarebbero stati oggetti e mobili in legno. Tutto come previsto, ogni stanza aveva mobili antichi in legno pregiato. Probabilmente lo zio li aveva costruiti su misura e montati personalmente.

-Il paradiso delle tarme!

Quel pensiero gli uscì dalle labbra inconsapevolmente. Le stanze semivuote fecero eco alla sua voce. Fece il giro della casa un po’ per constatarne lo stato un po’ per la solita curiosità. Nella sua testa cercava di carpire le abitudini del defunto zio dalla disposizione degli oggetti. Rimase sorpreso di quanto fosse pulita e in ordine quella casa. Raggiunse la camera da letto e si sedette per riposarsi. Era improvvisamente stanco e sapeva anche il perché. Da quando gli era stato diagnosticato un problema al cuore aveva cominciato a vivere in maniera più rilassata. Evitava lunghe camminate per paura di sforzare troppo il cuore, sicuramente la passeggiata e le emozioni di quella mattinata erano state un bell’esercizio. Si tolse le scarpe e si stese sul letto. D’altronde, pensò, quella ora era casa sua quindi poteva concedersi un po’ di riposo. Mise la testa sul cuscino e subito sprofondò in un sonno profondo.

Si trovava in una stanza buia, non riusciva ad orientarsi. All’improvviso da un lato arriva uno spiraglio di luce. Una porta che si apre lentamente. Entra un uomo, o almeno gli sembra un uomo dall’ombra che proietta a terra. Massimo prova ad alzarsi ma il corpo non si muove. L’oscurità fa posto ad un bagliore soffuso così riesce a guardarsi intorno. Sembra una camera da letto, o meglio ancora una cameretta. Vede un piccolo letto, sopra c’è un ragazzino. Trema dal freddo. No, trema dalla paura mentre guarda terrorizzato l’ombra dell’uomo. Massimo prova ancora a muoversi, vorrebbe tranquillizzarlo, ma si accorge di essere incatenato. E’ su una sedia e una catena di ferro lo tiene bloccato. Intanto l’ombra si è avvicinata al letto e prende le forme di un gigante. Ha i vestiti logori, la barba e lo sguardo di chi ha bevuto troppo vino. Si avvicina sempre di più al letto, si sfila la cintura dai pantaloni e senza dare troppe spiegazioni inizia a malmenare il ragazzo con la fibbia. Lo frusta con violenza senza ascoltare le urla di dolore della povera vittima. Una, due, dieci, venti. Sembra non smettere mai. Massimo continua ad agitarsi sulla sedia, le parole non gli escono dalla bocca. Finalmente riesce ad attirare l’attenzione dell’uomo che si ferma. Giusto il tempo di mettere a fuoco, poi si dirige proprio verso di lui. Quando Massimo si rende conto di quello che sta per succedere è troppo tardi. L’uomo è ancora più arrabbiato, porta il braccio dietro di sé per imprimere quanta più forza e lo colpisce duramente.

Massimo si alzò dal letto urlando. Dopo qualche secondo ricordò dove si trovasse. Era ancora nella camera da letto dello zio. Guardò l’orologio, era passata almeno un’ora da quando si era steso per riposarsi. Ora che era sveglio però non si sentiva affatto riposato. Si alzò, doveva ritornare a casa per poi lavorare il pomeriggio. Quando si sollevò dal letto sentì un dolore fitto sul braccio ma non ci fece caso più di tanto. Uscì dall’appartamento, chiuse la porta a chiave prima di ritornare per strada e raggiungere l’auto. Con sé portò anche l’orologio a pendolo da esporre in cucina.

Appena ritornò a casa, Massimo telefonò a suo padre. Lo informò degli sviluppi di quella mattinata poi dopo un pranzo veloce scese per recarsi nel suo negozio di articoli da regalo. Quando la sera rincasò era distrutto, aveva solo voglia di fare una doccia rinvigorente. Si spogliò e vide uno strano segno sul braccio, proprio all’altezza dell’avambraccio dove sentiva dolore. Non era un vero e proprio livido, sembrava il segno di qualcosa impresso. La forma era chiara, sembrava quella di una fibbia. Forse era solo stanco e suggestionato da quello strano sogno, dopo la doccia cenò velocemente per poi andare a letto.

Il mattino dopo si era già dimenticato di tutto ed il braccio non gli faceva più male. Si ricordò di non aver ancora messo in cucina quel bell’orologio che aveva trovato nella bottega dello zio. Caricò la molla, lo impostò sull’orario corretto e lo appese al posto di quello in plastica. Andò al lavoro, per tutta la giornata però c’era un pensiero che lo stuzzicava. Aveva uno zio che era così bravo nel suo lavoro, perché allora sostituire solo un orologio da parete nella sua casa? Perché invece non approfittare e arredare qualche stanza con mobili più solidi e duraturi? I suoi non erano nuovi, e la qualità non era nemmeno alta. Si decise, chiamò un’impresa di traslochi per andare a prendere alcuni dei pezzi da sostituire.

Nel giro di qualche giorno Massimo aveva sostituito il salone, la stanza da letto e il tavolo della cucina. Era contento di quel cambiamento e qualcosa gli diceva che anche lo zio si sarebbe sentito soddisfatto nel sapere di aver compiuto un’altra buona azione da morto. Massimo invitò alcuni amici la sera in cui furono sostituiti i mobili. Doveva festeggiare quella piccola novità nella sua vita. Quella sera andò a letto pieno di gioia e si addormentò in poco tempo.

Massimo si trovava in una casa, ma non era la sua. E’ solo, o almeno lo pensa finché non sente distintamente dei suoni. Gli sembra proprio il rumore di un letto che cigola. Tende l’orecchio per ascoltare meglio e sente delle voci. Sono di una donna e di un uomo, no, le voci maschili sono più di una. Il letto fa sempre più rumore e la donna parla a voce sempre più alta, poi urla. Stavolta non ha problemi a muoversi, corre in direzione di quelle voci. Si trova davanti una porta chiusa, non esita ad aprirla con forza. Appena la porta si apre vede un letto, sopra c’è una donna nuda e intorno a lei ci sono tre uomini. Uno è un nano, gli altri due sembrano dei gentiluomini usciti da un film d’epoca. Quello che stanno facendo però non ha niente di gentile. I tre stanno violentando la donna, a turno la penetrano mentre gli altri guardano e la toccano in maniera lasciva. Massimo ha il sangue che gli ribolle e si spinge in avanti. Sta per arrivare vicino al letto quando si ferma. A quella distanza può vedere lo sguardo della donna. Non è uno sguardo di dolore, di paura, non è uno sguardo di disprezzo. E’ piacere. La donna sta godendo, vuole che gli uomini le facciano quello che stanno facendo. Accarezza i loro corpi e li incita mentre grida di piacere. Il suo sguardo incrocia quello di Massimo, appena lo vede sorride. Un sorriso malato, mentre con il dito alzato lo invita ad unirsi a loro.

Massimo si svegliò di colpo, era sudato e tremava. Si alzò per cambiarsi e prepararsi una camomilla calda. Probabilmente aveva mangiato pesante insieme agli amici e quelli erano i risultati. Prese l’infuso e piano piano si calmò. Guardò l’orologio, erano le 6 del mattino e la sua sveglia sarebbe suonata solo dopo mezz’ora. Decise che non era il caso di rimettersi al letto. Questa scelta ebbe conseguenze su tutta la giornata, Massimo infatti era stanco ed arrivò alla sera con solamente le forze per mangiare qualcosa velocemente. Anche quella notte appena si mise a letto si addormentò all’istante.

Era di nuovo in un altro posto. Il salone era enorme e c’era una tavola imbandita con tante prelibatezze. Da una porta vede entrare una donna, dai vestiti capisce che è una cameriera. Si guarda intorno per controllare di non essere vista. Si avvicina ad una bottiglia di vino rosso, apre una mano rivelando una boccettina piccola e nera. Con cura versa il contenuto nella bottiglia, che subito dopo richiude. Controlla di nuovo in giro poi esce dalla stessa porta da cui è entrata. Massimo si domanda cosa stesse succedendo quando da un altro lato della sala entra un uomo dagli abiti eleganti. Sicuramente un nobile, questo spiega la pomposità di quel luogo. Si siede a tavola mentre gli vengono servite le portate. Massimo all’improvviso capisce, vuole urlare al nobile di non bere il vino ma sembra che nessuno lo possa ascoltare. Si avvicina all’uomo ma è troppo tardi. Dopo un lungo sorso sgrana gli occhi e fa cadere a terra il bicchiere. Si inginocchia in avanti e comincia a vomitare sangue. In poco tempo il parquet si colora di rosso. Grida, si dispera chiedendo aiuto ma la servitù rimane impassibile. Lo osserva senza alcuna emozione, senza muoversi, senza alcun rimorso.

Un urlo echeggiò nella camera da letto di Massimo. Stava ancora cercando di attirare l’attenzione di qualcuno, poi si rese conto che ancora una volta stava sognando. Guardò l’orologio, le 5 del mattino. Era troppo spaventato per provare a riprendere sonno. Si spostò in cucina per calmarsi ma neanche la camomilla riuscì a fare effetto. Non riusciva a pensare ad altro che quel sogno orrendo. Dopo un’eternità si fece coraggio e fece colazione, poi si preparò ed andò a lavorare. Quel giorno parlò con chiunque di quei sogni strani ma tutti minimizzavano. Non credevano possibile che fossero così realistici. Scherzavano pure, gli consigliavano di prendere una smorfia e giocare i numeri che sarebbero stati sicuramente vincenti. Ma Massimo non riusciva a scherzarci su. Era teso, preoccupato, al punto che quella sera evitò di dormire. Rimase tutta la notte in salotto con la televisione accesa. Guardò qualsiasi programma pur di non prendere sonno.

La notte finalmente passò ma la stanchezza dovuta all’assenza di sonno si fece sentire subito. Già di primo mattino Massimo aveva continui capogiri. I clienti se ne accorsero subito e gli consigliarono di andare a casa a riposarsi. Niente da fare, lui era fermo nelle sue decisioni. Ma per quanto tempo ancora poteva resistere? Arrivò con fatica alla fine della giornata lavorativa, tornò a casa senza forze. La mano gli tremava mentre a cena cercava di portare la forchetta alla bocca. Si spostò sul divano per ricominciare con lo zapping ma fu inutile. Appena si sedette sulla comoda poltrona ed inclinò la testa si addormentò russando forte.

Massimo si guarda intorno. La paura sale, si rende conto di non essere più a casa, di nuovo. Vuole svegliarsi, si dà sonori schiaffi sul volto per cercare di tornare alla realtà, ma non è così che funziona. Si dispera, urla, ma è tutto inutile. Sente un rumore e percepisce delle vibrazioni. Apre gli occhi e si guarda intorno, si trova all’interno di un’auto. Sembra di un’altra epoca, il motore emette strani rumori mentre sobbalza percorrendo una strada sterrata. E’ seduto sul sedile posteriore e non riesce a vedere bene l’autista. Una sciarpa ed un cappello gli coprono il volto. L’auto rallenta, si avvicina al ciglio della strada e si ferma. Dal finestrino Massimo vede una ragazza, non riesce a capire bene l’età ma intuisce che si tratta di una ragazzina molto giovane. Sta piangendo e trema dal freddo. La portiera si apre e l’uomo esce. Si avvicina alla ragazza e con violenza la fa entrare in auto. Massimo è impotente, non riesce a fare nulla per attirare l’attenzione. La macchina riprende a camminare rumorosamente ma dopo pochi minuti si ferma di nuovo. Non è difficile intuire quello che stava per succedere. Massimo assiste alla scena più disgustosa mai vista in vita sua. Si copre gli occhi, si dispera, urla quanto più forte per riuscire a coprire le grida della povera ragazzina. Ma è inutile. Tutto finisce qualche minuto dopo, minuti che sembrano ore. Ma non è finita. L’uomo improvvisamente apre la giacca e prende un rasoio, senza dire una parola colpisce la sua vittima. Un solo colpo all’altezza del collo. Non ci sono grida, tutto finisce velocemente. L’uomo rimette l’arma al suo posto e guarda nello specchietto retrovisore. Si fa serio, si gira di scatto e il suo sguardo incrocia quello di Massimo che non riesce a muoversi. Subito riprende la lama e comincia a colpirlo sgraziatamente. La posizione non gli è favorevole e non riesce a dare colpi mortali. Massimo cerca di divincolarsi ma lo spazio è stretto e subisce i fendenti. Il dolore è lancinante, quasi non sente più i suoi arti. L’uomo continua con ferocia finché non vede il petto esposto della sua nuova vittima. La lama trapassa la camicia sottile ed apre uno squarcio nel petto di Massimo che di colpo si ferma. Il suo corpo si accascia sul sedile, poi tutto diventa nero.

Il corpo di Massimo fu trovato dalla polizia due giorni dopo. Quando il giorno successivo alla morte il negozio rimase chiuso tutti pensarono che fosse ancora stanco dal giorno precedente. Al secondo giorno vennero avvisate le forze dell’ordine che entrarono di forza nell’appartamento. Lo ritrovarono steso sul divano con la bocca ancora piena di schiuma. Non c’erano dubbi, arresto cardiaco. Il cuore era il punto debole di Massimo, lo sapevano tutti. Secondo l’autopsia si era fermato alle cinque di notte. A detta di tutti era meglio così, se n’era andato nel sonno senza soffrire. Non sapevano tutta la storia. Quello che era risultato strano era la presenza di alcuni segni sul suo corpo. Su braccia, gambe e torace c’erano dei segni di ferite rimarginate, come se qualche giorno prima Massimo si fosse tagliato con un vecchio rasoio.

Marzo 1997

Antonio Lettere scese le scale insieme a Don Gaetano. L’aria puzzava di muffa, dovettero farsi luce con una candela.

-Ecco lì, riuscite a vedere Totonno? Questi li abbiamo trovati facendo gli ultimi lavori di ristrutturazione della chiesa. Non sapevamo nemmeno che ci fosse una cripta così vecchia. Chissà da quanti anni sono qui

-Vedo, vedo. Don Gaetano siete sicuro che volete buttare via tutto?

-Per carità di Dio, sì! Sono tutti oggetti consacrati. Inginocchiatoi, sedie, confessionali. Non possono uscire dalla chiesa per essere usati. Bisogna buttarli e fare in modo che nessuno li usi. Lei mi assicura che sarà fatto?

-Certamente. Provvederò personalmente a tritarli. Una volta che sono diventati segatura sarà più facile bruciarli. Non vi preoccupate, siete in mani sicure

-Lo spero bene, Totonno. Non voglio nemmeno immaginare per quale motivo questi oggetti sono stati messi qui e nascosti. Specialmente quei confessionali, chissà quanti peccati hanno dovuto ascoltare negli anni. Allora è tutto chiaro, potete anche prenderli adesso

-Sarà fatto

Il parroco si congedò e risalì le scale mentre Antonio rimase a guardare e pensare come portare via tutto quel legno. Era legno pregiato, lui se ne intendeva. Sarebbe stato un vero spreco buttarlo via. Proprio legno di alta qualità, magari uno strappo alla regola poteva farlo a patto che Don Gaetano non sapesse niente. Era troppo impressionabile quel sant’uomo, che male avrebbe fatto un po’ di legno. Quei confessionali, ad esempio, con dei pezzi così lunghi si potrebbe costruire un bel letto. Ma sì, deciso, avrebbe costruito a tempo perso un bel letto per sostituire quello di casa che stava diventando vecchio.

23 Aprile 1994

Una nuova casa, un nuovo inizio. I risparmi di una vita, le privazioni, i sacrifici anno dopo anno, e poi finalmente un desiderio che si avvera. Michele e Caterina avevano progettato insieme quel sogno che sembrava sempre più lontano ed ora lo vedevano realizzarsi. Proprio in quell’anno che li aveva benedetti con l’arrivo del loro primo figlio, Diego.

Erano sposati da cinque anni, ci provavano ma non arrivava mai quella bella notizia. Andavano avanti lavorando e risparmiando, in quella casa in affitto che bastava per entrambi. Avevano quasi perso le speranze quando finalmente l’ultimo test di gravidanza era risultato positivo. Finalmente sarebbero stati genitori, bisognava provvedere ad una nuova casa che potesse essere confortevole per tre persone almeno. Così iniziarono a cercare, non volevano spostarsi troppo dalle rispettive famiglie quindi circoscrissero la ricerca al quartiere Vasto. La ricerca non durò tanto tempo, trovarono quasi subito un appartamento in Via Carbonara. Molto più grande di quanto si aspettavano e con un prezzo molto conveniente. Erano quasi scettici ma capirono subito che era la dea bendata che stava rendendo loro con gli interessi i frutti di una vita meritevole.

Era l’inizio di Aprile quando per la prima volta si aprirono le porte del nuovo appartamento al quarto piano e la nuova famiglia varcò la soglia. Arrivarono la mattina presto per le ultime pulizie prima dell’arrivo della ditta di trasporti. I mobili del vecchio appartamento arrivarono prima di pranzo ed in tarda serata tutto era stato rimontato. Ogni stanza era piena scatoloni da svuotare e rimettere al proprio posto, ma Michele e Caterina lasciarono quel compito al giorno dopo. Misero a dormire il piccolo Diego e andarono a letto felici ed eccitati per quella nuova vita che stavano vivendo insieme.

Il giorno dopo si svegliarono tardi, com’era possibile immaginare non riuscirono a prendere sonno presto. Dopo una colazione veloce cominciarono a svuotare gli scatoloni. Un’operazione lunga anche perché la coppia veniva continuamente distratta dal piccolo Diego che esigeva attenzioni ma soprattutto i suoi pasti quotidiani. Durante queste pause Michele ne approfittava per riposarsi, sapendo che l’organizzatrice degli spazi era Caterina quindi preferiva non mettere bocca nelle decisioni logistiche. Andò a prepararsi l’ennesimo caffè quando bussarono il campanello. Interruppe quello che stava facendo e si avviò verso la porta. Aprì e si ritrovò davanti un volto sorridente. Era una signora di mezza età, bassina e con qualcosa in mano coperta da un tovagliolo. Michele non sapeva chi fosse ma quel sorriso simpatico gli ispirò fiducia.

-Prego, chi cerca?

-Buongiorno. Siete i nuovi proprietari dell’appartamento? Sono la vostra vicina, mi chiamo Anna

-Salve, piacere. Io sono Michele. Dentro ci sono mia moglie Caterina e nostro figlio Diego. Abbiamo disturbato ieri con il montaggio dei mobili?

-No, non vi preoccupate. Io sono un po’ sorda, non ho sentito proprio niente. Vi ho portato un po’ di torta che ho fatto io oggi. Ne gradite un po’?

-Ma che pensiero gentile, certamente. Entrate che stavo giusto preparando un po’ di caffè così lo prendiamo insieme

-Grazie mille, solo pochi minuti. Non voglio disturbarvi

Michele fece strada nell’appartamento e chiamò la moglie che li raggiunse insieme al piccolo della famiglia. La signora Anna era contenta di conoscerli e di constatare che erano brave persone. Era rimasta vedova da un bel po’ di anni e le piaceva stringere amicizie nel palazzo con tutti, senza però essere troppo invadente. Presero il caffè insieme ed assaggiarono la torta fatta in casa poi la signora tolse il disturbo.

-E’ stato un vero piacere avervi conosciuto. Finalmente dopo tantissimo tempo torno ad avere dei vicini, avevo quasi dimenticato quanto fosse bello sapere che al di là di questa porta ci fossero delle persone. Il Signore deve volermi proprio bene per avermi dato dei vicini come voi

-Troppo buona signora Anna. Dicevate che questa casa è stata disabitata per tanto tempo? Il proprietario che l’ha venduta non ce ne ha parlato. Strano però, per quanto l’abbiamo pagata è stata un affare

Michele si accorse dell’espressione stranita della signora Anna. Fino a quel momento sembrava aperta e chiacchierona, poi gli sembrò che stesse camminando su un campo minato.

-Non vi hanno detto niente?

-Di cosa? C’è mica qualche particolare che dovevamo conoscere? Per caso è abusiva?

-Ma no, che cosa dite. E’ solo che questa non è la zona preferita da chi vuole comprare casa, forse. Ci vuole fortuna anche a vendere gli affari. Ecco. Io ora devo scappare. Per qualsiasi cosa potete bussare alla mia porta, non fatevi problemi. E grazie del caffè

-Grazie a voi della torta, davvero squisita. Buona giornata

Michele chiuse la porta con un dubbio nella testa. Caterina lo guardò, per lei era come un libro aperto e conosceva bene la sua espressione quando qualcosa nella sua mente stava macinando.

-Cosa c’è amore?

-Niente. Forse sono paranoico ma la signora mi è sembrata un po’ vaga quando le ho chiesto perché questo appartamento è stato sfitto per parecchio tempo. Spero non sappia qualcosa che non ci ha detto. Forse dovrei richiamare il vecchio proprietario

-Non correre troppo con la mente, caro. Hai visto anche tu che brava persona è la nostra vicina. Se ci fosse qualcosa di strano lo avrebbe sicuramente detto. Stai tranquillo ora e soprattutto non sprechiamo altro tempo che ci sono ancora tanti scatoli da aprire. Su, al lavoro!

-Agli ordini capo!

La coppia riprese da dove aveva terminato, ovvero dalla camera da letto. Una volta messi a posto tutti i vestiti nell’armadio passarono ai comodini. Caterina stava sistemando l’intimo in uno dei cassetti quando perse l’equilibrio. Stava per cadere in avanti quando si appoggiò con forza al comodino per evitare di sbatterci con il naso contro. La mano protesa in avanti scongiurò l’incidente domestico ma il comodino si spostò all’indietro finendo con l’angolo nella parete. Si sentì un piccolo rumore sordo di una parete sottile che si rompe. La crepa nella carta da parati non lasciava dubbi, il mobile aveva creato un piccolo squarcio nel muro. Caterina chiamò Michele per mostrargli quello che era successo. Era strano che un piccolo mobiletto avesse potuto rompere una parete. L’uomo prese a battere le mani sul muro per ascoltare il suono di risposta.

-Ecco il motivo, in questo punto la parete è cava. Solo in questo punto però. Forse hanno coperto con una sottile parete di cartongesso una rientranza

-O forse è solo un tentativo di nascondere qualcosa. Altrimenti come si spiega che solo qui dietro c’è del vuoto?

-A cosa stai pensando?

-Niente, solo al fatto che dobbiamo vedere cosa c’è dietro. Non mi fido. Tanto ormai il danno è fatto e dobbiamo chiamare qualcuno per far riparare

-Ok, provo a forzare dalla crepa che si è formata. Magari c’è qualche tesoro nascosto. Forse la fortuna ci ha fatto trovare dei soldi nascosti

-O forse solo qualche vecchia carta ingiallita. Ma sono più tranquilla se controlliamo

Michele si aiutò con la penna di un martello per fare forza nella crepa senza rovinare troppo il muro. Lo strato di cartongesso si sgretolò senza fatica rivelando un piccolo vano cubico. All’interno si vedevano dei fogli in blocco. L’uomo li prese delicatamente stando attendo a non far cadere la polvere che li ricopriva.

-Ecco, avevi ragione tu. Niente soldi, solo vecchia carta ingiallita. Passami uno straccio che tolgo lo strato di polvere

Una volta pulita la parte esterna sfogliò rapidamente le pagine. Sembrava un’agenda ed era completamente scritta a mano.

-Sembra un diario. Ma sì, ci sono anche le date. 1958… Deve valere una fortuna!

Caterina prese il diario dalle mani del marito stando attenta a non romperlo.

-Sempre a pensare ai soldi tu. Dai qua, fammi vedere. E’ proprio un diario, chissà chi lo ha scritto. Sono proprio curiosa, magari racconta qualche retroscena di questa casa, che ne pensi?

-Penso che non è rispettoso frugare nella vita degli altri. Un diario è un posto segreto che contiene i segreti intimi di una persona. Magari se lo portiamo ad un banco dei pegni per farlo valutare….

-Ci penseremo con calma. Dai, promettimi che prima almeno posso leggerlo un pochino. Solo un po’ poi vediamo cosa farne, ma ora sono troppo curiosa

-E va bene, ok. Però ora continuiamo con la faticaccia, poi potrai leggerlo. Come faccio a dirti di no

Quella sera finirono di mettere a posto tutto, la casa era perfetta ai loro occhi. Ora potevano riposarsi e godere di ogni singolo momento in quella che sarebbe stata la loro casa per il resto della loro vita.

Carolina era stanca ma moriva dalla voglia di leggere quel manoscritto. Quella notte infatti mentre Michele russava profondamente lei ne approfittò per leggere le prime pagine alla luce del lumetto sul comodino. Il mattino dopo era così ansiosa di raccontare al marito di cosa parlasse che a colazione cominciò a farlo.

-Si tratta di un diario, ma questo lo avevamo capito già. Apparteneva ad una certa Rosaria che abitava qui negli anni ‘50. Era sposata ed aveva un bambino piccolo. Non trovi suggestivo che in questa stessa casa abitava una famiglia simile alla nostra? Sembra un segno del destino

-Gli eventi che stanno capitando da un po’ di tempo a questa parte mi stanno facendo diventare un fatalista. Certo non può essere una pura coincidenza che troviamo una casa così bella e in questa stessa casa abitavano tre componenti come noi. Sembra che questo appartamento stesse aspettando noi

-Già. Ieri ho letto solo qualche pagina, sembra che Rosaria sia comunque una donna sola. Il marito lavorava tutto il giorno e lei doveva accudire il bambino e sistemare la casa. Scrivere un diario personale era l’unico modo di tenersi compagnia e distrarsi da quella vita alienante

-Ecco, almeno qualcosa di diverso da loro lo abbiamo. Io lavoro tutto il giorno ma tu sarai a casa solo per il periodo della maternità. Finiti i primi mesi ritornerai a lavorare. Altro che vita alienante, dovremo sbatterci un bel po’

-Smettila, dai. Ho ancora un altro po’ di settimane prima di affrontare questo discorso. Oggi farai tardi?

-Non penso. Non ho nemmeno iniziato e già mi mancate. A proposito, vedi se alla fine del libro questa Rosaria dà una sorellina al piccolo. Magari può essere di buon augurio per noi

-Che intendi dire?

-Niente, che se ti pesa tanto ritornare dalla maternità possiamo pensare a mettere in cantiere il secondo. La casa è grande, quindi…

-Ma smettila! Lasciami riposare, che ne sai tu delle poppate e delle notti insonni, tu dormi come un ghiro ogni notte. Buon lavoro, ci vediamo stasera

Michele salutò la moglie e si recò al suo negozio di tendaggi. Per tutto il giorno pensò a Caterina e Diego e a quanto era desideroso di vederli. Percepiva come una voglia inspiegabile di vedere il suo piccolo bambino per abbracciarlo e stringerlo a sé. Quando ritornò a casa trovò la moglie che lo aspettava a braccia aperte e con un bel piatto di pasta fumante sul tavolo. Mangiarono insieme accompagnati dai racconti di Caterina che aveva letto altre pagine del diario segreto.

-Povera Rosaria, tutto il giorno da sola. Pensa che ad un certo punto gli scritti diventano sempre più illeggibili. Le pagine sembrano scritte con forza e i contenuti non sono più quelli dell’inizio. Inizia a stare male anche a causa di suo figlio che non smette mai di piangere

-Brutta storia allora. Cara, se pensi che questa storia diventi ancora più triste allora è meglio se lasci perdere per un po’. Magari non andiamo ancora a valutarlo, ma potresti conservarlo e leggerlo quando Diego è più grande. Te lo dico per non farti impressionare, sembri molto presa da questa storia

-Forse hai ragione. Il fatto è che Rosaria mi fa tenerezza, è una donna sola e fragile

-Ma non sappiamo nemmeno se è mai esistita. Magari è la protagonista di un libro e qui in questa casa viveva l’autore che ha nascosto i suoi appunti. Dai, ora rallegriamoci un po’. Accendi un po’ la TV così approfittiamo del piccolo che dorme ancora e ci rilassiamo un po’ sul divano. Ti amo

Passarono il resto della serata insieme finché non furono svegliati dal pianto del piccolo Diego. Con uno slancio di galanteria Michele si offrì di andarlo a prendere lui. Andò nella cameretta e prese suo figlio dalla culla per controllare se il pannolino fosse da cambiare. Era pieno, doveva essere cambiato subito. Ripose il piccolo sul fasciatoio e lo spogliò per pulirlo. Il suo sguardo si soffermò sulla gambetta sinistra, c’era una piccola macchia tra il giallo scuro e il verde proprio sopra il ginocchio.

Dopo aver cambiato il pannolino tornò da Caterina chiedendole spiegazioni. Lei sembrava cadere dalle nuvole. Incuriosita spogliò il bambino per controllare meglio, quella che vide sembrava essere proprio un piccolo livido. Strano, quando lo aveva spogliato prima non lo aveva notato. Si diedero una sola spiegazione, magari nelle manovre per pulirlo la gamba sarà urtata sul mobile del bagno ed avrà provocato il livido. Si promise di stare più attenta, poi lo allattò per rimetterlo a letto. Quella notte la donna si addormentò senza la sua solita lettura sprofondando in un sonno profondo.

Il giorno seguente Michele fece una sorpresa a sua moglie. Doveva montare delle tende in un appartamento nei pressi del Vasto quindi decise di tornare a casa per pranzare insieme a lei prima di ritornare in negozio. Quando entrò la vide con il piccolo in braccio che piangeva senza fermarsi.

-Ciao tesoro. Ti ho fatto una sorpresa, rimango qui a pranzo. Ho appena finito un lavoro nei dintorni. Ma che succede al piccolo?

-Non ne ho idea. Sta piangendo da quasi un’ora e non so come calmarlo

-I pianti si sentivano dalle scale. Cosa può essere? Qualche colichetta? Forse ha ingurgitato aria durante la poppata?

-Non lo so Michele. Tienilo un po’ tu che io sono stanca

Caterina passò suo figlio nelle braccia di Michele, dopo quasi una mezz’oretta il piccolo si placò così l’uomo decise di riportarlo nella sua culla per farlo riposare. La stanza era al buio, tutte le finestre erano chiuse per garantirgli un buon sonno. Accese la piccola lampada sul comodino. Stava per metterlo sul piccolo materasso quando vide delle piccole luci nella culla. Mise a fuoco stringendo gli occhi. Non erano luci, erano riflessi della luce della lampada. Mise il piccolo nel letto grande per controllare meglio. Allungò la mano verso la culla ma appena toccò la coperta sentì un dolore acuto. Ritrasse la mano e d’istinto mise l’indice in bocca. Sentì un sapore inconfondibile. Corse subito in bagno, accese la luce e vide che il suo dito stava sanguinando da un piccolo foro. Ritornò nella stanza ed accese la luce. Quello che vide lo fece rimanere di sasso. Nel lettino c’erano una decina di puntine, del tipo usato per attaccare i poster al muro. Che ci facevano quegli oggetti pericolosissimi proprio nella culla del suo bambino? Li tolse controllando accuratamente che non ce ne fossero altri, mise Diego a dormire e corse da Caterina per chiedere spiegazioni. Lei era stupita quanto spaventata. Com’era potuto succedere. Leggeva nello sguardo di Michele una accusa velata, si arrabbiò con lui per il solo fatto di averlo pensato. Ma non c’erano altre spiegazioni, era una situazione del tutto inspiegabile. Dopo qualche minuto di silenzio Caterina se ne andò nella camera del piccolo e rimase tutto il tempo a guardare la culla, Michele ritornò al suo lavoro senza aver neanche pranzato.

La sera a cena regnava un silenzio spettrale. Nessuno dei due aveva il coraggio di introdurre l’argomento. Lui aveva paura di ferire nuovamente la moglie, lei era furiosa al solo pensare che suo marito la potesse incolpare di un reato così grave. Finita la cena fu Michele a parlare per primo mettendo insieme tutto il coraggio e la forza che aveva a disposizione.

-Cara, vogliamo parlare?

-E di cosa? Sta succedendo qualcosa di terribile ma tu vuoi solo accusarmi

-Mettiti nei miei panni. Sto fuori tutto il giorno, mi capita di passare a casa e vedo quelle puntine nella culla. Chi altri può averle messe?

-Ancora? Lo vedi, tu hai già emesso la tua condanna. Sono io la colpevole!

-Vorrei tanto avere un’alternativa. Dammene una tu

-Non ce l’ho. Non ho spiegazioni. L’unica cosa che so è che non sono stata io. Come fai a non credermi? Mi ritieni capace di questo?

-Certo che no amore mio. Tu sei la mia vita, voi siete la mia vita. Cerchiamo di calmarci ora. Preparo l’aggiunta per Diego, dov’è il latte in polvere?

-Nella credenza. L’acqua è quella nella bottiglia di vetro

Michele si alzò e andò a preparare il latte per il suo bambino. Prese un bricco, lo riempì di acqua e lo mise sul fuoco a riscaldare, nel frattempo prese il latte in polvere da sciogliere. Subito arrivò un odore strano alle narici. Un odore forte, disgustoso. Gli veniva in mente un solo odore così, ma non poteva essere. Spense il fornello ed avvicinò il bricco al naso per sentire meglio. Inalò profondamente, la puzza che gli entrò dalle narici gli provocò la tosse. Non  aveva dubbi su cosa fosse. Buttò il contenitore nel lavello e odorò il contenuto della bottiglia di vetro. Stesso odore. Su tutte le furie si diresse con la bottiglia da Caterina che nel frattempo era andata a prendere Diego dalla culla.

-Senti un po’ questo odore. Ti sembra acqua?

-Che puzza, ma cos’è?

Ti dico io cos’è. E’ acquaragia. Quella che abbiamo usato per pulire gli schizzi di pittura. Cosa sta succedendo Caterina? Voglio una spiegazione

-Ma… Amore… Non so come sia potuto succedere

-Adesso basta con questa storia. Che ti sta succedendo? Non vuoi più nostro figlio? Stai cercando in tutti i modi di toglierlo di mezzo? Avanti, rispondimi!

Caterina lo guardò con sguardo innocente. Chiunque non avrebbe dubitato della purezza del suo animo. In cuor suo sapeva che non era lei la causa di tutto quello, ma non sapeva come dimostrarlo. Non aveva nessuna spiegazione. Era come chiusa in un terribile incubo da cui era impossibile svegliarsi. Si accasciò su una sedia e si mise a piangere con le mani sul volto. Era un pianto liberatorio, il pianto di chi non ho più speranze. Michele era combattuto. Da un lato sapeva di avere davanti a sé la donna che avrebbe potuto uccidere un bambino, il loro bambino. Dall’altro, sapeva che non doveva abbandonarla, che doveva starle vicino in nome dell’amore che li legava. Si avvicinò alla moglie, proprio in quel momento il suo pianto sembrò cambiare. Non era più un pianto innocente, ora sembrava più un lamento. Michele non fece in tempo a mettere a fuoco la situazione che sentì indistintamente la moglie ridere. Esatto, Caterina era ancora con le mani sul viso e dalla sua bocca fuoriusciva una risata isterica. Finalmente aprì le mani, il suo viso era come trasfigurato. Il trucco scuro le scendeva dagli occhi mostrando la maschera di una donna impazzita. E la risata continuava, sempre più sguaiata. Michele si allontanò di un passo quando lei prese a parlare.

-Bravo, te ne vai. Non hai il coraggio di affrontare la verità. Come sempre

-Che stai dicendo Caterina

-Caterina? Chi è Caterina? Una delle sgualdrine che ti porti a letto quando sei a lavorare? Vai, corri da lei e non farti vedere più!

-Che sta succedendo amore? Calmati, stai avendo una crisi

-Una crisi dici? Giusto, solo una piccola crisi. Come diceva il dottore, “Signora, una piccola crisi, prenda queste medicine e si riposi”. Che ne sapeva della mia vita. Ogni giorno da sola, chiusa in casa per non farmi vedere in giro. Solo perché tu sei sempre stato possessivo, geloso, violento. Mi hai costretto a stare sempre chiusa in casa con quel piccolo sgorbio. Sì, è odioso, è orrendo. Lo detesto! E’ soltanto il frutto della tua violenza! Ogni volta che lo guardo vedo te, vedo il tuo volto che sorride,il tuo corpo è sopra il mio. Avrei dovuto abortire quando lo portavo in corpo ma non avevo il coraggio. Lo odio come odio te con tutta me stessa, Ugo!

Michele la ascoltava chiedendosi chi ci fosse davanti a lui. Quel nome alla fine del lungo monologo non lasciava dubbi. Non era Caterina, era come se la moglie fosse stata impossessata da qualcun altro. All’improvviso fu spinto all’indietro da una forza fuori dal normale. Caterina, o chiunque ne prendesse i comandi, lo spostò all’indietro facendolo cadere a terra per poi correre nel disimpegno. Michele fece giusto in tempo a rialzarsi quando sentì il pianto di Diego. Non ci pensò due volte, iniziò a correre verso quel lamento ed entrò nella piccola cameretta. La donna aveva preso il bambino tra le braccia e lo stava portando in direzione della porta che dava sul balcone. Si gettò su di lei prendendo con forza il debole corpicino della creatura. I pianti del bambino aumentavano sovrastati dalle urla isteriche della moglie che con forza cercava in tutti i modi di prendere la sua vittima. Michele si fece coraggio e sferrò un calcio alla donna facendola cadere distesa a terra. Non l’avrebbe mai fatto a sua moglie ma sapeva che quella che era con lui non era più Caterina.

Ebbe giusto il tempo di riporre il piccolo ancora piangente nella culla quando sentì due mani stringerlo sulle spalle e tirarlo con forza. Il suo corpo fu scaraventato all’indietro. Oppose resistenza, prese quelle mani ancora salde sulle spalle e cercò di staccarle. Si girò e vide un volto ormai trasfigurato che non aveva quasi più i connotati della moglie.

-Ridammelo! Non merita di vivere!

-Calmati Caterina! Non costringermi a fare qualcosa di cui potrei pentirmi

-Ancora con questo nome? Non mi riconosci? Sono la tua Rosaria! La tua schiava silenziosa!

-Adesso smettila Rosaria! Basta! Questa volta finirà diversamente, e sarà sempre così!

Michele la circondò con le braccia e la alzò da terra. Camminò verso la porta ancora aperta del balcone ed uscì fuori tenendola in braccio. Si avvicinò al parapetto cercando di buttarla giù.

-Mettimi giù Ugo! Non puoi uccidermi, lo sai bene

-Come tu non puoi uccidere me. Lascia stare questa famiglia o sarà peggio per te

-E cosa vuoi farmi? In questo modo sacrificheresti solo loro ma io continuerò a esistere

-Sì, ma questa quanto tempo passerà ancora? Non sei stanca di tutto questo?

-Mai! Non finirò mai!

Francesco prese un’amara decisione, ma era l’unica. Abbracciò la moglie stringendola forte poi si sporse dal parapetto e facendosi leva con il peso del suo corpo si gettò di sotto. Il volo di quattro piani fu fatale, i due corpi piombarono sul marciapiede in un rumore sordo. Una macchia di sangue scura si allargò sull’asfalto mentre i primi passanti urlavano assistendo alla scena terrorizzati e curiosi.

23 Aprile 1959

Questa probabilmente è l’ultima pagina che scriverò su questo diario.

E’ più forte di me, non posso andare avanti così. Quel piccolo mostro lo fa apposta, piange, si dispera, vuole troppe attenzioni. Lo vedo con i miei occhi che ride quando ottiene ciò che vuole.

Non ce la faccio, questa vita mi sta troppo stretta. Sono sola, Ugo non è mai qui con me. E’ in giro a lavorare, dice, chissà cosa fa davvero.

Ho deciso, oggi la faccio finita. Ucciderò quel piccolo aborto con un coltello e mi toglierò la vita. Questo diario sarà il mio testamento, tutti devono sapere le vere motivazioni del mio gesto. Pregherò ogni santo e ogni demone per darmi la forza.

Il mio spirito sarà sempre parte di questa casa, maledico queste pareti che mi hanno tenuta prigioniera. Fino alla fine dei tempi la mia anima sarà sempre presente, chiunque leggerà queste pagine mi evocherà e anche tra mille anni il mio spirito sarà pronto a sacrificare ogni neonato. Sarà la mia maledizione.

Caro diario,

ho letto e riletto queste pagine ogni giorno dalla morte di mia moglie Rosaria. Mi chiamo Ugo e mi trovo a scrivere queste pagine impregnate del sangue di un innocente per dare una spiegazione alla disgrazia che è capitata alla mia famiglia. Amavo Rosaria con tutto me stesso ma ho fatto un gravissimo errore di valutazione. Sono un dottore e mi sono innamorato di lei quando era ancora una mia paziente. Non è sempre stata così, chiunque leggesse questo diario si farebbe un’idea sbagliata di tutto. I primi sintomi gravi della malattia si sono manifestati dopo la nascita di nostro figlio. Il mio più grande rammarico è stato quello di non vedere i piccoli segnali che mi mandava. Non avrei mai immaginato di leggere questo manoscritto per rispetto della sua intimità ma avrei dovuto farlo.

Adesso è troppo tardi. Rosaria ha mantenuto la sua promessa, ha ucciso nostro figlio e si è tolta la vita subito dopo. Quando sono rientrato a casa ho trovato i due corpi a terra in un lago di sangue, accanto al corpo di mia moglie c’erano immagini di santini e coroncine. Rileggendo l’ultima pagina di questo diario ho ritrovo la spiegazione di tutto ciò, e mi spaventa.

Racchiuderò queste pagine in questa casa, spero che chiunque le ritrovi riesca ad arrivare alla fine per leggere quello che ho scritto. Come ultima memoria non mi rimane che fare la stessa promessa fatta da mia moglie prima di morire. Finché il suo spirito aleggerà in questa casa e metterà a repentaglio la vita di altre vittime innocenti, anche il mio sarà presente. La mia anima cercherà sempre in tutti i modi di fermarla e salvare la vita dei piccoli abitanti di queste mura, anche a costo di meritarmi una dannazione eterna

16 Aprile 2020

Ennesimo giorno di lockdown, ormai si assomigliavano tutti. Più di un mese di chiusura forzata stava incidendo negativamente sulla mente di Fabrizio. Aveva scelto di andare a vivere da solo proprio nel periodo precedente all’inizio del lockdown, a Pozzuoli. Che fortuna, aveva pensato quando aveva trovato un appartamento in occasione proprio vicino alle vie della movida. Fortuna, come no. Dopo nemmeno due settimane dal trasloco tutta l’Italia si era chiusa in casa a sperare che il Coronavirus se ne andasse così come era comparso. Proprio lui, che aveva scelto con cura la zona giovanile, ora si ritrovava barricato a casa come tutti.

Le sue giornate era sempre le stesse. Si svegliava (più tardi del solito), iniziava a lavorare da remoto, pranzo e cena con l’aiuto di un microonde (rigorosamente davanti al computer), film, fumetti e serie televisive nel tempo libero e poi a letto. Sembrava il mantra di una serie che aveva visto recentemente su Netflix. Mangia. Dormi. Lavora. Ripeti. Gli amici continuavano a dirgli che doveva sentirsi fortunato. Il suo lavoro di web design gli permetteva di lavorare anche quando tutta l’Italia era ferma, percepiva uno stipendio fisso e poi in un’epoca in cui le consegne a domicilio erano all’ordine del giorno non gli mancava niente. Avevano ragione, ma lui non era abituato a quella vita. Doveva scendere, incontrare persone, parlare con qualcuno.

A casa era solo, o quasi. Aveva un amico da anni che gli faceva compagnia, il suo gatto Raoh. Era un curioso gatto dal pelo biondo, lo aveva chiamato come il suo personaggio preferito di Ken il guerriero. Erano quasi inseparabili, ma il quel periodaccio a Fabrizio sarebbe servito di più un cane. Vedeva infatti dalla finestra del suo appartamento al quarto piano i proprietari di cani che scendevano a varie ore del giorno per portare i loro animali domestici in giro. Li invidiava, il suo Raoh aveva tutto quello di cui aveva bisogno a portata di zampa.

La solitudine lo stava attanagliando e non voleva deprimersi. Dopo i primi giorni in cui lo shopping convulsivo stava prendendo una brutta piega decise di selezionare in maniera più critica i suoi futuri acquisti. Stava scegliendo l’ennesima app da scaricare sul suo smartphone quando gli comparve una notifica che lo interessò. Si trattava di un’app non ancora rilasciata sullo store ma ancora in versione beta. Gli sviluppatori stavano cercando delle persone che si proponessero come beta tester per quella nuova esperienza.

Fabrizio era incuriosito, pur essendo parte di quel mondo lavorativo non aveva mai valutato l’idea di testare il funzionamento di un’applicazione. Cliccò sul pulsante per essere contattato dal team di sviluppatori e quasi istantaneamente gli arrivò una mail al suo indirizzo di posta elettronica privata. Attese la fine del suo orario lavorativo per leggerla, voleva capire bene di cosa si trattasse. Il contenuto era semplice e diretto.

“Caro utente,

sei stato candidato come tester della nuova app del team di sviluppo SoftMusic3D.

La nostra nuova applicazione è in versione beta, di seguito il link per scaricarla dal nostro repo. Installala sul tuo dispositivo mobile e collegala al tuo provider preferito di streaming musicale.

Per il corretto utilizzo delle funzionalità è necessario utilizzare i seguenti componenti aggiuntivi”

E ti pareva, ecco i soliti accattoni che cercano di venderti prodotti per utilizzare un’app. Ma non dovrebbe essere tutto gratis su internet? Continuò a leggere ma dovette ricredersi.

“1. Visore VR per smartphone

2. Cuffie a conduzione ossea*

Tutti i prodotti descritti sopra saranno inviati se non ne siete in possesso. Compila il form nella pagina seguente per riceverli a casa senza spese.

*Si sconsiglia obbligatoriamente l’uso di auricolari in ear, le cuffie a conduzione ossea garantiscono il non isolamento dai rumori esterni mentre le altre tipologie di auricolari potrebbero causare situazioni di stress.”

Quest’ultima postilla lasciò di stucco Fabrizio. Perché degli auricolari potrebbero compromettere il test di un’app musicale. Forse una trovata pubblicitaria? O forse solo un espediente per vendere più cuffie con quella tecnologia particolare? Nel dubbio compilò il form per la richiesta della spedizione delle cuffie, del visore non ne aveva bisogno perché già ne possedeva uno adatto allo schermo del suo cellulare. Tanto era gratis, perché non approfittare. Iniziò a scaricare l’app mentre preparava da mangiare per Raoh. La installò e la avviò, era troppo curioso.

A prima vista era un’app come tante. Si collegava agli account dei principali servizi di streaming di musica per leggere le preferenze e le playlist create dagli utenti. Una volta terminato quello step era possibile, secondo le descrizioni del tutorial, visualizzare la musica. L’app prometteva di trasformare le note, le melodie in immagini. La cosa fece venire in mente a Fabrizio gli effetti video impostati di default nel vecchio player multimediale delle passate versioni di Windows. In quel caso erano forme più o meno geometriche che danzavano e ruotavano. Se si trattava di qualcosa del genere avrebbe subito disinstallato e imprecato per il tempo perso. Avrebbe però dovuto aspettare qualche giorno, solo all’arrivo delle cuffie avrebbe finalmente provato l’app.

Si mise comodo sul divano a fare zapping tra le applicazioni di streaming video. Ormai i canali tv non li vedeva più da tempo, meglio optare sull’on-demand. Iniziò una nuova puntata di una serie televisiva che stava vedendo, l’intento era quello di fare binge watching e concluderla ma continuava a guardare lo smartphone. Lo sbloccava, entrava nell’app beta e lo ribloccava. Era decisamente troppo curioso per aspettare l’arrivo delle cuffie. E poi, ragionando, che male potevano mai fare gli auricolari che aveva?

Si decise, si alzò a prendere il visore e le cuffiette ed aprì l’app. Il primo step era la scelta della playlist, l’applicazione consigliava di selezionare una scaletta di canzoni rilassanti. Fabrizio aveva un centinaio di playlist sul suo provider preferito, Spotify. Era un appassionato di musica, di quella che secondo lui era buona musica, ed aveva creato numerose raccolte per artista, genere o addirittura per stato emozionale. Selezionò quella che lui aveva nominato “Soft rock songs” ed andò avanti. A quel punto bisognava solo indossare i dispositivi per vista e udito e selezionare play. Fabrizio fece come gli era stato ordinato dal tooltip, prese in mano il telecomando del VR e selezionò il pulsante play.

Partì la prima canzone, “Comfortably numb“ dei Pink Floyd. La prima cosa che Fabrizio notò era che quell’applicazione sfruttava la realtà aumentata. Dal visore vedeva il salotto ma appena iniziò la musica si materializzarono sullo schermo altre immagini. Prima vide una nebbia color porpora salire dal pavimento lentamente, poi la stanza si trasformò. Le pareti di colore chiaro cambiarono in strisce di carta da parati colorate. Sulla sinistra si formò un mobiletto basso con un telefono che squillava mentre nel frattempo la voce di Roger Waters lo avvolgeva. Fu subito stupito da quegli effetti. Prima di cominciare pensava che gli venissero mostrati soltanto immagini casuali o magari i video ufficiali delle canzoni, invece ora sembrava proprio che l’applicazione “leggesse” le parole del testo e le trasformasse in realtà visuale. Restò a bocca aperta quando sentì sulla gamba un leggero dolore che passò subito dopo, proprio in corrispondenza della strofa “There is no pain you are receding”. La stanza si trasformò in una banchina, vedeva da lontano una nave sbuffare una colonna di fumo, mentre le onde danzavano lentamente. Cercò di emettere un “wow” ma si accorse che le parole non gli uscirono di bocca. Ritornò la stanza, uno specchio era appeso alla parete. Lo sguardo si avvicinò e vide che questo rifletteva un bambino. Quando vide il volto del bambino crescere velocemente fino a diventare il suo, istintivamente con il pollice premette il pulsante centrale mettendo in pausa la visione.

Sollevò il visore e vide che si trovava nel suo salotto, sul suo divano, nella posizione esatta in cui si trovava quando aveva avviato il programma. Controllò l’orologio, erano passati soltanto due minuti da quando aveva iniziato.

-Cazzo se è realistico!

Gli scappò quella esclamazione a voce alta. Raoh si girò a guardarlo, poi continuò a mangiare il suo pasto. Fabrizio era entusiasta, non vedeva l’ora di ricominciare. L’avrebbe raccontato a tutti i suoi amici appena poteva, ma ora voleva provare gli altri brani. Si rimise il casco e selezionò la canzone successiva.

Sentì le note della chitarra magica di Jimi Hendrix che introduceva “Little Wing” e subito vide addensarsi delle nuvole nella stanza. Le nuvole si aprirono e vide un piccolo circo, un trampoliere, degli animali, un cielo stellato ed una luna lucente che illuminava tutto. Sul volto ebbe l’impressione di sentire un refolo di vento fresco. Era suggestione oppure era solo uno spiffero reale? Da quella visione vide avvicinarsi a lui una bellissima ragazza che gli sorrideva, con la mano gli sfiorava i capelli. Dal labiale riusciva a capire che gli stava dicendo “va tutto bene”. Poi la ragazza si china su di lui ed appoggia la testa sul suo petto, Fabrizio sentì una leggera pressione sullo sterno. Durante l’assolo di chitarra vide la ragazza allontanarsi, dietro alle spalle aveva una piccola ala. Sollevando i piedi da terra spiccò il volo e sparì

La visione si interruppe appena la canzone terminò per passare alla successiva. Un basso ed una batteria scandivano il tempo mentre la stanza si trasformavano in una strada, era notte. Quando iniziarono le parole di “Dancing in the moonlight” dei Thin Lizzy la strada si illuminò. C’erano dei lampioni ma la luce non proveniva da questi. Era luna che luminosissima creava un alone di luce proprio attorno a lui. Girò la testa e visualizzò un orologio indicare le tre, mentre sullo sfondo un vecchio autobus giallo camminava nella notte. Sentiva la musica dentro di lui, una irrefrenabile voglia di ballare lo pervase. Era più forte di lui, si alzò e si mise a ballare. Almeno credeva di essersi alzato, non ne era ancora sicuro però sentiva i muscoli che flettevano mentre imitava dei passi di danza. Nell’estasi che provava in quel momento lasciò il telecomando senza accorgersene, il divano attenuò il rumore della caduta.

La stanza riapparve sul monitor, Fabrizio non ebbe il tempo di rendersi conto che era ancora seduto che cominciò il brano successivo. L’incipit era inconfondibile, si trattava di “Eye in the sky” dei The Alan Parsons Project. Si sentì subito malinconico ma non capiva il perché. Come una sorta di senso di colpa per aver fatto qualcosa di brutto anche se ignorava cosa. Aveva voglia di piangere e sentiva le lacrime scendere sul suo volto, ma a quel punto ignorava che stesse succedendo davvero. Alzò lo sguardo e vide nel cielo un grande occhio che lo guardava. Lo osservava e scrutava nei suoi pensieri, nelle sue memorie. Scandagliava la mente e lo giudicava, percepiva la sua sentenza e si sentiva colpevole. Non gli piaceva quella sensazione. Non aveva mai indagato sul significato delle sue canzoni preferite. Erano in inglese quindi non perdeva tempo a leggere il testo, si limitava ad apprezzarne la musicalità. Provò a tastare il divano alla cieca in cerca del telecomando per passare alla canzone successiva. Sul visore non era ancora comparsa la sua vera stanza ma un cielo azzurro lo circondava.

Forse i movimenti improvvisi del padrone o forse era solo sazio e con una grande voglia di fare qualcosa, Raoh si avvicinò con passi felpati a Fabrizio. Puntò il telecomando che era in bilico vicino al bracciolo, lo annusò o con la zampetta si mise a giocare. Lo muoveva spostandolo sempre di più dal ragazzo che lo cercava inutilmente. Il gatto era incuriosito dalla cloche e con le zampe muoveva malauguratamente il selettore. In quel momento Fabrizio vide che stava per essere selezionata un’altra playlist e non ne capiva il motivo. Il caso gli giocò un brutto scherzo, Raoh senza alcuna volontà selezionò una scaletta che nessuno poteva mai prevedere, il titolo era “Rage Metal”.

Il primo brano era dei Manowar, “Hail and kill”. Fabrizio continuava a muoversi quando per un piccolo istante vide il salotto ed il gatto che giocava con il joystick. Non ebbe il tempo di correre verso di lui che intorno si materializzò un paesaggio di montagna. Il cielo era grigio e delle nubi minacciose si avvicinavano lentamente. Un vento freddo portava con sé un odore strano, ferroso. Sentì la terra tremare sotto i suoi piedi, da lontano vide dei guerrieri correre nella sua direzione. Erano barbari, con elmi e spade insanguinate. Correvano in gruppo e uccidevano qualsiasi cosa si frapponesse tra loro e la loro preda, Fabrizio. Cercò di urlare ma non sentì il suono della sua voce. Si girò ma vide un branco di lupi che ringhiavano rabbiosamente. Tuoni in lontananza minacciavano il cielo mentre sentiva le urla dei guerrieri che si avvicinavano sempre di più. Vedeva le loro armi fendere l’aria, teste mozzate che rotolavano sull’erba verde.

L’orda era a poca distanza da lui, stava per abbracciare il suo triste destino quando il gatto passò muovendo i comandi al brano successivo. Fabrizio si ritrovò in un attimo in uno scenario diverso, una radura. Si guardò le mani, imbracciava un fucile con la baionetta. Era vestito come un soldato di cavalleria inglese e stava combattendo una guerra, non sapeva contro chi. Un colpo di mortaio squarciò l’aria. Trovò riparo dietro ad un muretto basso mentre dei colpi esplodevano intorno. Sentì l’assolo di chitarra e riconobbe subito “The trooper”. Non riusciva a crederci, era nel bel mezzo di uno scontro armato tra eserciti e lui era uno dei protagonisti. Dei soldati a cavallo correvano nella radura per attaccare il nemico. Fabrizio era paralizzato, non riusciva a muovere un muscolo. Sentiva il puzzo dei cadaveri dei soldati, gli eroi senza nome immolati ad un ideale più grande di loro. Li vedeva stesi sul terreno ed osservava le loro uniformi. Facevano parte di entrambi i fronti e la morte li aveva resi fratelli. Uno degli ufficiali gli si avvicina e gli grida di alzarsi, si stavano preparando all’ultimo attacco frontale. A forza lo alzano e lo mettono su un cavallo. Una tromba suonò la carica e tutti i soldati caricarono sul nemico.

Lo scontro fu brutale. L’impatto con i soldati avversari provocò la morte di quasi tutti quelli nella prima fila. Fabrizio manovrava con difficoltà il cavallo, all’improvviso il colpo di un cannone nemico deflagra a poca distanza da lui facendolo balzare dal destriero. Era a terra e guardava il cielo, un dolore fortissimo al petto gli impediva di muoversi. I suoi compagni d’arme caricavano a piedi i soldati nemici ma l’esercito avversario avanzava sempre di più. All’improvviso vide un soldato avvicinarsi a lui. La sua uniforme era diversa, era uno dei russi. Prese una pistola dalla fondina e puntò verso di lui. Fabrizio chiuse gli occhi ma di colpo la musica cessò.

Riaprì gli occhi, era sicuro che senza la musica sarebbe finito quell’incubo. Quello che non sapeva è che dopo quel brano ne era partito un altro, “The disintegrators” dei Megadeth. Vide la stanza trasformarsi in una strada di una zona residenziale. Sperò che quel paesaggio potesse portare pace in quella visione ma dovette ricredersi quando davanti a lui arrivarono degli uomini su delle motociclette. Erano in tanti capeggiati da quello che doveva essere il loro capo. Erano vestiti con abiti in pelle, i loro caschi avevano dei disegni blasfemi. Si fermarono ma bastò un semplice cenno del loro capo per dare loro degli ordini precisi. Alcuni scesero dalle loro moto ed imbracciarono delle armi da fuoco, altri delle mazze chiodate. Iniziarono a distruggere tutto, case, macchine, strade. Ammazzavano a caso tra la folla di persone che si diradava urlando per sfuggire alla loro condanna. Da lontano arrivò un cannone gigante che sparava raggi laser sulle abitazioni, disintegrandole. Era una scena orribile e Fabrizio sapeva di essere impotente. Un colpo di fucile laser gli troncò le gambe di netto, cadde a terra mentre le forze lo abbandonavano. Stava per chiudere gli occhi ed abbandonarsi al richiamo della morte quando rivide la stanza della sua casa.

Questa volta riuscì a togliersi velocemente il visore, si staccò le cuffiette e corse verso il gatto. Prese il joystick e lo scaraventò a terra. Respirava pesantemente mentre si guardava intorno. Ormai non era più sicuro che quella fosse la sua realtà. Si rese conto che tutti i dolori fisici che provava prima erano spariti. Restò immobile per qualche secondo finché Raoh non si avvicinò per fargli le fuse. Si tranquillizzò in parte, cadde sfinito sul divano. Solo qualche minuto dopo riuscì a prendere lo smartphone. Aveva paura anche solo ad osservare lo schermo ma si fece coraggio e disinstallò subito l’applicazione. Rientrò nella mail per rileggerne il contenuto, cercò di riaprire il link cercando un contatto a cui rivolgersi per riversare la sua rabbia ma nulla. Il link non era più disponibile, errore 404.

Passarono le settimane ed il lockdown finì ma Fabrizio non riuscì a raccontare a nessuno della sua esperienza. Per tutti i giorni in cui si trovava da solo in casa non riuscì più ad ascoltare le sue playlist e di notte si svegliava in continuazione. Quando rivide i suoi amici evitava di andare in posti in cui c’era musica in filodiffusione e per i primi tempi quando gli capitava di ascoltare in macchina uno dei brani che gli avevano provocato quelle assurde visioni spegneva subito la radio. Non sapeva quanto tempo ancora avrebbe agito così ma era sicuro che non si sarebbe mai più proposto come beta tester di un’applicazione.

9 Aprile 2000

Gioia era chiusa nel bagno già da mezz’ora. Sua madre la stava chiamando da un po’ ma lei aveva l’abitudine di prepararsi ascoltando musica a tutto volume. Da fuori si sentiva la voce di Laura Pausini che cantava, sovrastata da quella della ragazza. Poco importava se stonava ed il suo fratello più piccolo la prendeva in giro, quella serata era troppo felice per pensare ad altro.

Tutto era cominciato due settimane prima. Una sua amica le aveva installato sul PC di famiglia un programma, una chat con cui poter chiacchierare con altre persone. Si chiamava c6 ed era facilissima da usare. Ogni utente sceglieva il proprio nickname, poi era possibile ricercare gli altri utenti in base al nome o formare delle stanze in cui parlare insieme. Naturalmente all’inizio le amiche lo avrebbero usato per parlare tra di loro. Una bella occasione per sentirsi più vicine il pomeriggio, quando i compiti erano finiti. Dopo qualche giorno ne parlarono in classe anche con gli altri compagni e in poco tempo Gioia venne a conoscenza del nickname di Lucio, ovvero il suo amore segreto. Più grande di lei di un anno, sezione E, ogni mattina quando lo vedeva arrivare a scuola lei si scioglieva. Non capiva come era possibile, lei che non pensava ai ragazzi, a cui bastava l’amicizia con Teresa e Anna, quando vedeva Lucio anche da lontano si bloccava e non riusciva a dire nulla. Le amiche le consigliavano di provarci, di parlargli, ma lei era timida. Magari potevano presentarla come l’amica di un amico di un amico, ma ogni volta lei arrossiva e si tirava indietro.

Questa volta però era diverso. Ora conosceva il nick, se lo avesse contattato non avrebbe dovuto guardarlo negli occhi e sarebbe stato più facile. Addirittura poteva fingersi un’altra ragazza per evitare l’imbarazzo iniziale. Ad ogni modo aveva deciso, la sera prima lo contattò in chat ed iniziarono a parlare. Finse di essere una ragazza del centro storico, non aveva il coraggio di dirgli chi fosse, se lui le avesse dato buca andare a scuola la settimana dopo sarebbe stato un inferno. All’inizio parlarono un po’ di tutto, degli interessi, dei voti a scuola, degli amici. Poi, con il coraggio che solo un leone da tastiera può avere, Gioia lo invitò ad uscire insieme il giorno dopo, lei con le sue amiche e lui con i suoi amici, in modo da non essere troppo imbarazzante. Lui accettò subito e da quando lei vide scritte sul monitor quelle due lettere cominciò a fantasticare. Contattò subito le due amiche per organizzarsi. Decisero di vedersi a casa di Teresa, suo padre le avrebbe accompagnate a Napoli centro, a fine serata sarebbe andato a riprenderle e avrebbero dormito tutte da lei. Avevano sempre 17 anni e doveva sottostare a delle regole precise, il coprifuoco a mezzanotte, niente storie.

La fatidica serata era arrivata, nelle ventiquattro ore precedenti Gioia non aveva pensato ad altro e a casa se n’erano accorti. Intanto era ancora in bagno a prepararsi e all’ennesima sollecitazione finalmente uscì. I genitori la guardarono, era bellissima. Stava diventando una ragazza adulta anche se nei loro occhi c’era ancora la bambina piccola che giocava con loro. Le diedero le ultime raccomandazioni, le solite di ogni volta, e la accompagnarono dall’amica. Erano le 20:30 quando le tre inseparabili compagne erano già nella macchina che le avrebbe accompagnate alla serata più strana che avessero mai avuto.

Si fecero accompagnare fino a Piazza Municipio anche se l’appuntamento era all’interno della Galleria Umberto I. Le tre amiche passeggiarono finché non videro in lontananza un gruppo di ragazzi. Erano sicuramente loro, Gioia riconobbe Lucio dai capelli lunghi e ribelli. Con un po’ di imbarazzo si avvicinarono, mentre camminavano qualcuno di loro le riconobbe come “quelle che vengono al liceo dove andiamo noi”. Una volta di fronte, i ragazzi rimasero interdetti, si aspettavano una spiegazione ma le ragazze erano ancora in silenzio. Ad un certo punto, dato che l’organizzatrice di quella serata esitava a parlare, prese la parola Anna.

-Ciao ragazzi! Forse vi ricordate di noi o forse no. Siamo del liceo classico, classe quarta C. Piacere

-Piacere nostro. Che ci fate da queste parti?

-Già, che ci facciamo?

Disse Anna guardando con insistenza Gioia che diventava sempre più rossa in viso. Finalmente si decise a parlare non senza difficoltà.

-Ecco… Vedi Lucio… Io sono SailorMoon83

Lucio era sorpreso ma divertito.

-Vuol dire che tu sei la ragazza di Napoli centro che ci ha invitati stasera?

-Beh, ecco. Sì, sono io

Lucio guardò gli amici che rispondevano al suo sorriso. Il ragazzo poi guardò la ragazza per tranquillizzarla.

-Va benissimo, tranquilla. Non agitarti. E’ strano, però va bene. Posso sapere il tuo vero nome quindi? Il mio già lo conosci

-Certo, sono Gioia. Piacere. E loro sono Anna e Teresa

-Piacere ragazze. Che ne dite se facciamo due passi fino al Borgo Marinari?

Fatto. Indolore. Gioia si rese conto che non era stata affatto una cattiva idea. A dirla tutta avrebbe potuto approcciare con lui già da tempo se non fosse stato per quella timidezza cronica. Ma forse era stato meglio così, ora aveva una storia curiosa da raccontare. E fino a quel momento pensava che fosse soltanto quella.

Passeggiarono tanto in quella serata e parlarono tanto. Non solo i due spasimanti, ma anche il resto della compagnia. Ragazzi e ragazze avevano molto in comune solo che finora non avevano mai parlato tra di loro e non lo sapevano. Era proprio una serata fantastica e l’aria dolce che proveniva dal mare accompagnava quei giovani in una cornice suggestiva.

Si fermarono a mangiare un panino e bere una coca in un pub a Santa Lucia mentre una garage band suonava delle cover di Ligabue, dopo cena passeggiarono fino a Piazza del Plebiscito.

-Gioia, che ne dici se tu e Lucio rimanete qui e ci rivediamo tra una mezz’oretta? Avete tante cose da dirvi in privato e sono già le 23:00

-Ma voi dove…

-Tranquilla, ti chiamiamo sul cellulare così ci mettiamo d’accordo. Noi andiamo. Ragazzi venite!

Gli altri proseguirono, lasciando Lucio e Gioia da soli. L’imbarazzo durò qualche secondo poi il ragazzo disse qualcosa per rompere il ghiaccio.

-Bel nome il tuo. Gioia. Un nome che mette allegria

-Anche il tuo non scherza. Un nome luminoso

-Già. Allora, siamo qui noi due. Una spiegazione devi darmela. Sapevi già chi ero quando mi hai contattato su c6?

-Sì. Ne abbiamo parlato in classe e ci sono arrivate voci sul tuo nickname. così ti ho aggiunto

-Capito. Non ti facevo però una tipa da chat o da incontri al buio. Non mi fraintendere, è che ti vedevo sempre con il tuo gruppetto di amiche e non pensavo ti piacesse conoscere persone nuove

-Ma infatti è stata Teresa ad installarlo sul PC di casa qualche settimana fa. In che senso mi vedevi sempre con le amiche? Nel senso che ti ricordi di me al liceo?

-Ma certo! Ti vedo ogni mattina ma non sei mai da sola. Hai un bel gruppo di amici ma sono inseparabili. Per me era strano avvicinarmi a te con tutti quegli occhi addosso

-Ma sentilo! Io ti osservo da così tanto tempo e tu mi stai raccontando che mi hai notata, che non ti sono invisibile

-Esatto. Siamo due “scurnosi”! Avremmo potuto conoscerci prima ma siamo troppo bloccati dalla timidezza

-A chi lo dici

Senza accorgersene i due si avvicinarono e si abbracciarono. Il calore dei loro corpi li fece rasserenare per qualche minuto.

-Quindi ti sei spacciata per una ragazza di Napoli centro! Non ci credo

-Dai, smettila. Non mi venivano altre idee. E poi non sono così lontana dal centro

-Come no. Soccavo è proprio al centro di Napoli

-Vuoi dire che non sono “abbastanza napoletana”

Gioia sorrideva ma cercava di avere la faccia offesa per prendere in giro Lucio. Lui stava al gioco.

-Non l’ho detto, lo stai dicendo tu! Guarda che ti interrogo!

-Avanti allora. Interrogami pure.

-Vediamo… Il quiz sarà composto da tre quesiti. Fammici pensare un attimo… Ecco, due domande orali ed una prova pratica!

-Che ti sta venendo in mente? Mi piace, dai. Cominciamo

-Allora, prima domanda. Storia di Napoli! Guarda quelle statue dietro di noi. Le conosci?

Gioia si voltò e vide la facciata del palazzo reale. Ai lati dell’ingresso c’erano delle nicchie contenenti delle statue in pose austere. La ragazza sapeva che si trattava dei re che hanno governato la città di Napoli, anche se non sapeva di preciso i loro nomi.

-Certo che li conosco! Sono i re di Napoli. Se mi fai avvicinare alle targhette ti dico anche come si chiamano…

-Aspetta ragazzina. Non così semplice. Non voglio sapere i nomi ma voglio sapere la storia

-La storia? Ti aspetti che ti dica la storia dei re di Napoli?

-No, no. Voglio sapere la storiella legata a queste statue. Vedi che sono in pose davvero orrende. Voglio sapere che stanno dicendo in questo momento

Gioia non capiva a cosa alludeva Lucio. Rimase in silenzio facendo finta di pensare.

-Ma come, non conosci la storiella legata a queste statue? Male, male, signorina. Vieni qui che te la racconto io

Si avvicinarono alle quattro statue sulla destra, il ragazzo le indicò in sequenza dalla prima.

-Allora, c’è Carlo V che dice “chi ha fatto la pipì a terra?”, risponde il secondo, Carlo III che dice “io non so niente”, Murat si proclama fieramente “sono stato io” mentre Vittorio Emanuele alla fine dice “se è così allora te lo taglio!”

I due ragazzi si guardarono negli occhi. Un cenno comparve sul volto di Gioia, si allargò fino a mostrare un sorriso bellissimo. Scoppiarono a ridere senza smettere.

-Te la sei inventata adesso, non ci credo

-Ma no! E’ una storiella antichissima, non è mia. Dai, ora la seconda domanda. Parti già svantaggiata

-Ok, dai. Devo superare l’esame

-Ce l’ho. Rimaniamo sempre su questa zona di Napoli. Come si chiama il monte che si trova alle spalle della chiesa di San Francesco?

-Facile dai. Pizzofalcone. Noto anche con il nome di Monte di Dio

-Bravissima! Stai recuperando. Ora una prova pratica. L’ultima prova che può ribaltare l’esito dell’esame. Sei pronta?

-Prontissima!

-Ok. Sembra semplice ma non lo è. E’ una prova a cui si sono sottoposti in tanti nei secoli precedenti. La famosa prova dei due cavalli

-La so, la so, professore! Bisogna attraversare la pizza bendata e passare in mezzo alle statue equestri

-Esattamente. Te l’ho detto, sembra facile ma non lo è. Prepariamoci!

I ragazzi si avvicinarono all’ingresso del Palazzo Reale con lo sguardo rivolto verso la cupola della chiesa di San Francesco di Paola. Lucio prese il suo foulard e delicatamente lo usò per coprire gli occhi di Gioia che stava al gioco.

-Posso parlarti solo ora, nel momento in cui farai il primo passo non posso più parlare perché il suono della mia voce potrebbe aiutarti o farti sbagliare. Le regole le sai, parti da qui e devi concludere il percorso passando in mezzo alle statue. Sei pronta? Via!

La ragazza cominciò a camminare lentamente cercando di non perdere il senso di orientamento. Tagliava l’aria con le braccia aperte mentre una leggera brezza la disorientava. Era vero, quella sfida sembrava facile sulla carta ma sapeva bene che era difficilissimo concludere il percorso in mezzo alle due statue a causa della superficie della piazza. Cercò di attirare l’attenzione di Lucio, con delle dolci parole cercò addirittura di essere aiutata ma il ragazzo rideva silenziosamente senza intervenire. Gioia continuava a camminare, non aveva più la percezione della direzione in cui si trovava. restava con i piedi dritti mentre girava la testa a destra e sinistra per intuire un suono familiare. Erano passati alcuni minuti, possibile che fosse ancora lontana dal traguardo? All’improvviso un’insolita ventata fredda le accarezzò il volto provocandole un brivido inatteso.

-Lucio ci sei? Almeno dimmi se sono arrivata. Quanto manca? Dai, mettiti di lato e dimmi qualcosa! Facciamo così, se manca poco dimmelo, altrimenti continuo a camminare

Nessuna risposta. Gioia cercava di carpire in quel silenzio un suono familiare ma nulla. Sembrava che ogni rumore fosse sparito. Presa da un’ansia improvvisa fece qualche altro passo in maniera più spedita. Aveva voglia di sollevare la benda e arrendersi ma sapeva che quel silenzio era una delle regole quindi non doveva preoccuparsi. Continuò a camminare finché non inciampò.

-Ahia. Almeno dammi una mano! Sono caduta, vedi? Smettiamola con questo gioco, non mi piace più

Era arrabbiata. Si tolse il foulard con forza realizzando di essere inciampata sui gradini della chiesa, poi alzò lo sguardo e quello che vide non aveva senso.

La piazza era deserta. Si guardava intorno e non vedeva nessuno. Fino a qualche momento prima la piazza era gremita di persone, ragazzi e adulti che passavano il tempo passeggiando e chiacchierando. Ora invece lei era l’unica e non sapeva darsi una spiegazione. Inoltre il cielo era diverso. Fino a poco prima una volta blu scura copriva la piazza illuminata da alcune stelle impallidite dai lampioni. Ora invece sopra di lei il cielo era completamente ricoperto di nuvole che filtravano una luce viola. Non le piaceva affatto quello che stava succedendo così prese ad urlare per richiamare l’attenzione di qualcuno.

-Lucio. Lucio! Dove sei? Basta con questo scherzo! Non mi sta piacendo, ho paura. Lucio rispondimi!

L’eco e sue parole si diramava in tutta la piazza rimbalzando tra il colonnato. Era sola in quella cornice lugubre. Si gettò a terra piangendo a dirotto. Da un lato sperava che quel pianto potesse far rinsavire l’autore di quello scherzo ma dall’altro aveva la consapevolezza che fosse successo qualcosa di irreversibile quanto orrendo. Si accasciò a terra senza forze. Aprì gli occhi solo per un secondo e vide una figura vicino ad una delle colonne del portico. Si asciugò gli occhi dalle lacrime per mettere a fuoco. Quello che vedeva era proprio un uomo seduto ai piedi della colonna, sembrava un senzatetto. La ragazza si alzò di scatto per poi correre in direzione di quell’uomo. Era la sua ancora di salvezza, non era la sola in quel luogo. Certo, era strano che lui non avesse reagito alle sue urla e ai suoi pianti.

-Salve, mi chiamo Gioia. Pochi minuti fa ero qui con un amico per compiere il gioco della passeggiata in mezzo alle statue ma poi sono caduta ed ora sono da sola. Prima non c’era nemmeno questo cielo viola. Mi può spiegare lei cosa sta succedendo? Dove sono finite tutte le persone?

L’uomo alzò lo sguardo e la osservò. Era vestito di stracci ed aveva le mani legate da una corda doppia. La guardava come se si fosse svegliato da poco e non si riconosce ancora la realtà dal sogno.

-Di quale gioco stai parlando, piccola?

-Quello di camminare bendati per la piazza fino ad arrivare in mezzo alle statue equestri

-Ah, un gioco dici? Vi divertite così voi ragazzi?

-Cosa vuol dire?

Il vecchio si alzò, il suo sguardo divenne serio.

-Stavi camminando bendata e all’improvviso ti trovi qui? Allora sei la nuova arrivata, benvenuta nel suo incubo. Vedo che anche a distanza di tempo lei si diverte ancora

Gioia aveva paura. Quelle parole erano tutt’altro che una spiegazione. Indietreggiò senza guardare fino a finire con la schiena sulla fredda pietra del porticato. All’improvviso sentì un’altra voce alla sua sinistra.

-Non devi spaventarti mia cara. Accetta questa maledizione, è l’unica cosa sensata che puoi fare

Gioia si girò di scatto e vide un altro uomo, più giovane dell’altro ma anche lui vestito di stracci

-Chi siete? Cosa volete?

-Calmati ragazzina, non lo abbiamo voluto noi che tu fossi qui. Non abbiamo scelto noi di essere rinchiusi in questo incubo. E’ tutta colpa di lei

-Lei chi? Di chi state parlando?

-Della strega. La regina Margherita. Ogni mese la “misericordiosa” regina sfoggiava il suo bel vestito ricamato di clemenza e pietà e concedeva a noi poveri abitanti delle regie prigioni la possibilità di riscattarci e guadagnare la libertà. Bisognava solo superare una prova. Indovina quale?

La ragazza lo guardò spaventata mentre lui si avvicinava piano a lei. Nella sua mente prendeva forma una spiegazione per nulla possibile.

-Esatto, hai capito. Bisognava percorrere la piazza bendati. Se dal Palazzo Reale si riusciva ad arrivare in mezzo alle due statue allora la libertà era concessa, altrimenti tolta la benda si ritornava nella propria cella. C’era solo un dettaglio che la magnanima non aveva mai specificato. Che era impossibile farlo nel nostro mondo. Quella megera aveva gettato una maledizione! O non ci riuscivi, oppure se ci riuscivi venivi imprigionato in un altro mondo. Questo.

Gioia spalancò gli occhi. Era quindi stata relegata in quella realtà alternativa per una maledizione? Se quei prigionieri erano lì, intatti, da più di cento anni allora anche a lei era riservato un supplizio così orrendo? Si inginocchiò a terra continuando a piangere.

-Calmati ragazzina. Te l’ho già detto che devi accettare la cosa. Prima è e meglio sarà. All’inizio il tempo scorre lentamente ma poi ti abitui

-Ma perché proprio io? Perché la maledizione non ha colpito solo i prigionieri?

-Che ti devo dire? Non saprei proprio. Forse nella sua infinita malvagità ha voluto estendere la maledizione per sempre. O magari è solo annoiata e si sta divertendo con te come si divertiva con noi

Era una situazione a dir poco paradossale. Lei era solo uscita per passare una serata in compagnia, per coronare un sogno che si stava avverando. Andava tutto così bene finché non avevano deciso di fare quello stupido gioco. D’istinto si alzò e corse senza una direzione precisa. Andò in direzione di Piazza Trieste e Trento, vedeva avvicinarsi la fontana del carciofo. Pensò che andando in un’altra direzione, magari verso Via Roma, quell’incubo potesse finire. Scavalcò la catena di ferro tenuta dai blocchi di pietra quando improvvisamente vide davanti a lei di nuovo la piazza con le due statue. Incredibilmente si ritrovava di nuovo davanti all’ingresso del Palazzo Reale proprio dove era cominciato il percorso magico. Era senza parole, non riusciva a credere a quello che era successo. Ripeté altre tre volte la fuga, in altre direzioni, trovandosi sempre nello stesso punto. Quella era la sua maledizione, di non lasciare mai quella piazza. Alzò la testa e cominciò ad urlare.

-Perché mi fai questo? Che male ti ho fatto? Ti stai solo divertendo con me? Lasciami stare! Liberami da questo gioco macabro!

Poi chiuse gli occhi, inspirò e cacciò fuori l’urlo più potente che le sue corde vocali potevano emettere. Un urlo che echeggiò in tutta la piazza ritornando con ancora più potenza.

Poi riaprì gli occhi.

Il cielo era di nuovo blu scuro. c’erano gruppetti di persone che passeggiavano e una musica in filodiffusione usciva dal bar Gambrinus. Gioia si guardò intorno stranita. Aveva gli occhi ancora pieni di lacrime ed il trucco le scendeva sul volto creando una maschera di paura. Vide un ragazzo che correva nella sua direzione. Era Lucio e dall’espressione sembrava seriamente preoccupato. Le si avvicinò e la tenne stretta a sé.

-Gioia tutto bene? Dov’eri finita? Mi sono spaventato. Ti ho persa un attimo e dopo non ti ho vista più. Questa maledetta allergia, ho fatto uno starnuto e dopo essermi soffiato il naso non c’eri più. Non farmi più questi brutti scherzi

La guardò e si rese conto che lei era sotto shock.

-Ma che ti succede, stai piangendo? Che è successo?

-Non lo so. Non lo so, Lucio. Chiama Teresa e Anna. Falle venire qua, ti prego

-Ma certo. Ora calmati. Quando ne hai voglia puoi spiegarmi tutto ma ora tranquillizzati. Ci siamo qui noi

I due si abbracciarono. Nelle sue braccia che la avvolgevano strette, Gioia continuò a piangere, stava rilasciando tutta insieme la tensione di quei brutti momenti. La serata finì poco dopo, il padre di Teresa andò a prendere le ragazze e le portò a casa.

Dall’alto una nuvola passò sopra il cielo limpido di quella notte stellata. Una nuvola dalla forma strana, di colore viola. Quelli che la videro riconobbero il profilo di una donna con una corona. Era una regina, una regina dispettosa che anche dopo secoli aveva voglia di divertirsi giocando con la vita di qualcuno.

2 Aprile 1890

Nel quartiere Poggioreale quella mattina era spuntato un bel sole caldo.

Di prima mattina c’era fermento nei pressi del mattatoio per più di un motivo. Come ogni giorno una folla di impiegati si muoveva in tutte le direzioni per compiere i quotidiani sacrifici di animali che avrebbero garantito alla popolazione di sfamarsi, e alle botteghe di mettere da parte un po’ di guadagno.

Da fuori era impossibile non percepire il tanto lavoro che era distribuito. Una macchina perfetta, ognuno con il proprio compito in modo da sbrigare quelle faccende nel tempo necessario e godersi il resto della giornata. Facevano da sottofondo i continui muggiti e grugniti degli animali che venivano condotti nei vari recinti. Un odore di terra e sterco ricopriva la zona, ma tutti erano ormai abituati. Ogni animale veniva tirato dal collare per seguire un percorso stabilito che lo portasse dal recinto alla piattaforma dello scannatoio. La mattina iniziava presto, le mucche e i tori arrivavano alle prime luci dell’alba per essere adagiati nelle stalle, più tardi anche gli altri animali.

Una passeggiata come le altre per le bestie ignare che non avrebbero più rivisto un altro giorno. C’era qualcosa di sacro nel lavoro degli operai. Erano tutti lì da anni ormai, i più deboli di stomaco o di cuore avevano abbandonato quel lavoro già da tempo. Non era per tutti. In pochi erano quelli che ogni notte erano capaci di prender sonno con ancora nelle orecchie i lamenti e le urla di paura dei poveri animali innocenti. i veterani sapevano che bisogna rispettarli o quanto meno mostrare una calma apparente che celasse il vero intento. Era pur sempre un lavoro, ma un lavoro in cui c’era di mezzo la morte era un lavoro da prendere sul serio. Non erano pochi gli episodi di incidenti verificatisi negli anni. A volte capitava che un toro infuriato, spaventato dai muggiti di altri tori, scappava dal recinto e cominciava a farsi strada senza meta aiutandosi a farsi spazio con le corna. A volte a lasciarci la pelle era uno degli uomini presenti, troppo sfortunato in quel gioco di roulette russa con la morte.

La maggior parte delle volte però la cosa si concludeva senza conseguenze, per gli uomini si intende. I tori e le mucche venivano condotti sullo scannatoio mentre l’ormai non più giovane Don Alfredo (lui giurava che da generazioni tramandavano l’antica arte dell’uccisione di tori) abbassava con forza e velocità il coltello in mezzo alla fronte del bovino. Il coltello doveva entrare il più presto possibile nel cervello dell’animale in modo che questo morisse sul colpo. Era questa la vera forma di rispetto verso gli animali, non farli soffrire. Un solo centimetro poteva fare la differenza e allora la bestia iniziava ad urlare e disperarsi per il dolore e per la consapevolezza del suo destino. Una volta a terra si provvedeva a togliere la pelle e iniziare a tagliare i primi pezzi in modo da liberare velocemente la piattaforma per la vittima successiva. Lascio immaginare come già dalla mattina presto il colore rosso vivo del sangue di animale fosse il colore predominante in quel luogo. Ce n’era dappertutto, schizzava fuori dalla carne delle bestie appena sfasciate e si riversava nei contenitori e a terra a fiumi. L’odore ferroso di quel liquido inondava le narici a metri di distanza.

Eppure quel sangue che faceva sembrare quel luogo immondo era nettare per qualcuno.

Anemia.

Una malattia strana, specialmente in quell’epoca. Non erano pochi i casi di ragazzi, specialmente donne, che da giovani ne manifestavano i sintomi. Pallore del viso, stanchezza cronica, svogliatezza. I medici erano categorici, l’unica soluzione era ingerire ogni giorno quantità di sangue in modo da rinforzare l’organismo.

Era diventato un vero e proprio pellegrinaggio. Ogni mattina gli anemici venivano accompagnati al mattatoio a prendere la loro dose quotidiana di medicina. Una medicina prodigiosa, presa direttamente alla fonte. Il sangue di toro infatti era un toccasana, serviva davvero a far passare i brutti sintomi di quella malattia.

Proprio quel giorno si ammassarono fuori ai cancelli del macello un piccolo gruppo di persone. Erano quattro fanciulle accompagnate dalle rispettive madri. Silenziose attendevano che le chiamassero per entrare e sottoporsi ad una nuova seduta. Tre di loro si conoscevano già, condividevano da tempo quel supplizio e, si sa, nella malattia si fa presto a fare amicizia. Solo una delle ragazze rimaneva separata dal gruppo. Aveva un vestito scuro, il velo nero davanti agli occhi non permetteva di scorgere il suo viso anche se il suo riflesso bianco giocava un forte contrasto. Il fisico era minuto, bassa ed esile. Si appoggiava con il braccio alla madre, chiusa in un’espressione seria e diffidente. Sospirava parole sottovoce che solo la madre sembrava sentire. Questa ricambiava con una stretta affettuosa del braccio, stando attenta a non imprimere troppa forza dato che sembrava che potesse spezzarsi facilmente.

Due uomini si avvicinarono al cancello e fecero entrare le visitatrici. Appena entrarono iniziarono a storcere il naso, anche se non era la prima volta i loro nasi delicati non riuscivano proprio ad abituarsi a quel puzzo inumano. Presero posto su alcune sedie messe di fianco ad un muro. Erano le spettatrici degli ultimi spettacoli in scena quella mattina. Le tre ragazze conoscenti presero a sedersi vicine lasciando per ultima la nuova arrivata. Nessuno disse nulla.

Iniziò la prima. La sua vittima era appena sul suo fatale palcoscenico e si apprestava ad esibirsi nella sua ultima performance. Don Alfredo respirò profondamente aspettando che l’animale fosse calmo e piantò la sua arma nel cranio della bestia. Il toro cadde sulle zampe anteriori, mentre altri due uomini arrivarono sulla scena a tagliare il collo per far riempire un recipiente del suo sangue.

Tutto secondo i piani, ogni giorno la replica dello stesso spettacolo.

Almeno fino a quel momento.

Dall’ultima sedia la ragazza nuova prese a muoversi smaniosamente. Sembrava che qualcosa la impedisse di tenersi seduta e a forza cercava di contenersi. La madre corse subito nella sua direzione, si mise inginocchiata alle sue spalle parlandole in un orecchio. Cercava di tranquillizzarla ma lei continuava a muoversi nervosamente. Solo le ragazze si accorsero di quello che stava succedendo e presero a parlare a bassa voce tra di loro. Chi era quella strana fanciulla che si muoveva così sgraziatamente sulla sedia e che continuava a lamentarsi?

Il recipiente era quasi colmo, altri pochi istanti e sarebbe stato dato alla prima ragazza. Gli uomini si alzarono e si avviarono verso le ragazze. Strano che insieme all’ultima ci fosse anche la madre. Strano, sembrava che quella ragazza stesse proprio tremando dal freddo, eppure quella giornata era riscaldata da un sole caldo.

Un urlo. Questo sentirono tutti i presenti. Un urlo tale che nemmeno i versi di tutti gli animali riuscirono a coprire. La ragazza si alzò di scatto dalla sedia e corse verso l’uomo con la ciotola tra le mani. L’uomo non riuscì nemmeno a comprendere la situazione che si ritrovò a terra con la testa rivolta verso il cielo. Non era nemmeno più vicino dal punto in cui ricordava di essere.

La ragazza si avventò sulla scodella svuotandola avidamente in pochissimi secondi. Il silenzio precario di quel momento fu rotto dalle urla isteriche delle ragazze, raggiunte subito dalle loro madri. Insieme a quelle urla si aggiunsero quelle di tutte le bestie ancora vive nel mattatoio. La madre della ragazza indemoniata era a terra, scaraventata anche lei dalla sua furia ossessiva. Guardava la figlia immobile, con la consapevolezza di essere in quel momento inutile e di non poter far più nulla.

La scodella ora era vuota, la fame era solo placata in parte. Si girò verso destra, poi verso sinistra. Doveva calmare quel desiderio. Vide non tanto distante un altro toro, ancora in fila per essere sacrificio. Senza pensare corse verso di lui. L’impatto fu tale che la povera bestia si ritrovò a terra sul lato, la ragazza era già sopra di lui e avvicinava la testa al collo. Quello che i presenti videro non riuscirono a spiegarlo con parole normali. Quella piccola fanciulla affondava i suoi denti nella giugulare del toro, dalla quale sgorgava un fiume rosso cremisi. La ragazza beveva rumorosamente quel liquido senza curarsi minimamente degli spettatori attoniti intorno. Era solo la sete che contava, una sete che finalmente stava trovando pace.

Nessuno seppe dire se passarono attimi oppure ore. Il povero animale tramortito dal colpo mortale inferto dalla giovane era a terra dissanguato. La ragazza stringeva sempre più debolmente le dita nella carcassa ormai ossuta dell’animale.

Un’ultima goccia ancora. L’ultima, poi sentì le gambe venire meno. Cadde in ginocchio abbassando la testa. La madre vedendo quella scena capì subito che era venuto il momento di agire. Doveva portare via di lì la sua creatura, prima che fosse troppo tardi. Qualcuno stava già iniziando a muoversi verso la scena della tragedia, ormai la paura stava passando ed era necessario fare qualcosa.

La donna fu più veloce, prese la figlia di peso da terra e la trascinò verso l’uscita. Fece giusto in tempo a varcare la soglia del mattatoio quando una carrozza arrivò sul posto. La porta si aprì di scatto sollecitando le donne a salire. Salirono, la porta si richiuse e la carrozza riprese a correre. La folla di persone che arrivò all’entrata riuscì solo a vedere la parte posteriore della carrozza andare avanti senza fermarsi, in una nuvola di polvere. Non avrebbero mai rivisto più la ragazza e la madre. Dubitarono persino di averle viste quel giorno. Era troppo dare una spiegazione logica a quanto era accaduto. Illogico, certo. Se si prendono in considerazione soltanto le spiegazioni del mondo naturale.