
Povero zio Antonio, conosciuto ai più come zio Totonno. Una vita dedita solo al lavoro. Fin da piccolo aveva lavorato come aiutante del padre nella piccola bottega di famiglia. Fare il falegname era un lavoro duro e faticoso. specialmente in un quartiere come quello di San Lorenzo dove le famiglie erano per lo più povere e i mobili dovevano resistere intere generazioni. Chi chiamare se non il falegname di fiducia? Una piccola riparazione, una sostituzione facile facile ed il mobilio era come nuovo, pronto per durare almeno altri venti anni. Il lavoro era tanto e nella bottega c’era sempre bisogno di una mano.
Il piccolo Antonio passava le giornate tra l’odore di legno, colla e ferro. Non si lamentava mai, apprendeva quel mestiere sapendo che un giorno avrebbe preso lui in mano le redini dell’azienda di famiglia. Lo studio? Non se ne parla nemmeno. Il padre insisteva per garantirgli un’istruzione adeguata ma lui era un lavoratore nato. Ogni giorno il suo aiuto dava una grossa mano alla piccola famiglia per andare avanti dignitosamente. La sua sorellina era ancora piccola quindi sulle sue spalle ricadevano buona parte delle responsabilità. Continuò quel lavoro ogni giorno, ogni anno, per sempre. Nel quartiere era difficile non conoscerlo, era un’istituzione. In quella piccola bottega che era rimasta sempre la stessa continuava a faticare per venire incontro alle esigenze della clientela.
Il lavoro però era diminuito parecchio negli anni, questo lo sapeva. La colpa era tutta di quel nuovo modo di pensare usa e getta. La gente non aveva più cura delle cose vecchie e tendeva a vendere o addirittura buttare per rimpiazzare i mobili e gli oggetti di casa. A lui questa cosa non andava giù, ma che poteva farci? Ormai il mondo si muoveva in quella direzione anche se lui nuotava controcorrente. Lui che per il lavoro aveva sacrificato tutto, anche una famiglia propria. Troppo tempo e troppe cose da fare, sempre solo con i suoi attrezzi che considerava come suoi figli. Già, perché di figli non ne aveva, e nemmeno una moglie. Era rimasto solo, anche se di “nipoti” ne aveva tantissimi. Infatti tutti lo chiamavano zio Tonino, era ufficialmente lo zio di tutta Via Foria.
Ma questa storia non parla di lui. Zio Tonino era passato a miglior vita durante il sonno. Era morto senza soffrire, quando il giorno dopo la bottega rimase chiusa tutti capirono che qualcosa non era andata per il verso giusto. Al funerale c’era quasi tutto il quartiere, ognuno voleva salutare quel vecchietto sempre indaffarato che ogni giorno salutava tutti dal suo piccolo laboratorio.
Quando Massimo fu convocato dal notaio De Carli non ricordava nemmeno di avere uno zio di nome Antonio. Sapeva della sua esistenza, questo sì, ma l’aveva addirittura rimosso. Questo perché non lo aveva mai conosciuto, o meglio, la colpa era di sua madre. Gerardina infatti si era allontanata dal fratello quando lei si era sposata con Giorgio, il padre di Massimo. Antonio era sempre stato possessivo nei confronti di sua sorella, specialmente dopo la morte del loro padre. Pretendeva di decidere le sorti della sua vita e questo era inconcepibile per la ragazza. Quando venne a sapere di Giorgio andò su tutte le furie e la mise alle strette. Una semplice decisione, o Giorgio o lui e la sua famiglia. Gerardina soffrì molto per quella scelta e fece decidere al suo cuore. Andò a vivere con Giorgio e formò la sua nuova famiglia. Con il tempo la tristezza divenne risentimento, poi rabbia. Parlò con suo figlio di lui, ma non volle mai dirgli dove abitasse. Per questo motivo quando Massimo rispose al telefono e dall’altro lato gli parlarono della morte di suo zio Antonio rimase interdetto.
Fece mente locale e ricordò di avere uno zio con quel nome ma disse di non averlo mai conosciuto. Quando il notaio gli anticipò che si trattava di un’eredità la sorpresa crebbe ancora di più. Fu convocato per il giorno successivo nello studio in Piazza Carlo III, proprio a due passi dall’abitazione dove sua madre era cresciuta. Entrò nell’ufficio e trovò il notaio sommerso da pile di fogli.
-Prego si accomodi, faremo in fretta. Sono il notaio De Carli e l’ho convocata qui per discutere dell’eredità di suo zio Antonio Lettere. Dalle nostre indagini ci risulta che lei è l’unico erede. Non aveva figli e lei è il parente più stretto
Massimo era sempre più stranito per quella situazione fuori dal normale. Era curioso e imbarazzato allo stesso momento.
-Mi dispiace. Nel senso, mi dispiace che sia morto, anche se non l’ho mai conosciuto. Lei è sicuro che non esista nessun altro erede? Qualche altro parente o un figlio sconosciuto?
-No, nessuno. Come le ho detto lei è l’unico ad aver ereditato i beni di suo zio
-Va bene. Di cosa si tratta?
-Vediamo. C’è scritto qui, ecco. Ha lasciato in eredità un appartamento in Via Foria e la sua bottega dove lavorava come falegname. Conosce già gli indirizzi?
-No. Prima di ieri non sapevo nemmeno che fosse un falegname. E’ una lunga storia
-Va bene. Queste sono le chiavi dei due locali e questi sono gli indirizzi. Giusto qualche carta da firmare e può andare
Massimo firmò tante di quelle carte che gli sembrò aver esaurito l’inchiostro nella penna. Quando ebbe finito la parte burocratica prese le chiavi e le copie dei documenti e uscì dallo studio. Era davvero a pochi passi dal negozio e dall’abitazione quindi decise di fare un giro a vederli.
Cominciò dalla bottega, era curioso di vedere com’era fatta. Arrivò dopo pochi minuti, domandò in giro e tutti conoscevano quel piccolo negozio. Molti rispondevano aggiungendo un triste “condoglianze” e togliendosi il cappello, Massimo rispondeva con un “grazie” imbarazzato. Una volta aperta la piccola saracinesca, si ritrovò davanti agli occhi un locale abbastanza ampio. Accese la luce fioca che illuminava a malapena lo spazio. Da un lato c’erano cataste di legno ammassate, si trattava probabilmente degli scarti, di pezzi sostituiti. Vicino c’erano delle assi di legno pulite, allineate le une sulle altre in maniera perfetta. Al centro della bottega c’era il banco di lavoro, un tavolo di marmo grandissimo a cui erano collegati degli strumenti per tagliare il legno. Le pareti erano spoglie, solo qualche armadietto e i ferri del mestiere tenuti su da vecchi chiodi. Provò ad aprire qualche anta, il contenuto non era altro che tubetti di colla e carte ingiallite.
Non era proprio la sua idea di luogo di lavoro, ma quel posto permeava di fatica e sacrificio. Tutto sembrava rivolto al solo lavoro, non c’era altro. Un luogo sacro in cui lo zio passava la maggior parte della giornata a creare. Un’altra cosa che gli saltava all’occhio era l’assenza di qualsiasi “modernità”. Nessuna televisione, nessun attrezzo nuovo, tutto sembrava vecchio di decenni. Probabilmente l’anziano zio era vissuto una vita intera nella sua dimensione, nella sua epoca preferita. Accese una radio a pile, il selettore era fermo su una stazione di musica italiana. La spense, ma il volume alto aveva già attirato il primo curioso della giornata.
-C’è qualcuno? Chi c’è?
Un uomo si affacciò alla soglia della bottega con sguardo sospettoso.
-Tutto ok. Mi chiamo Massimo e sono il nipote di Antonio
-OK, bene. Mi scusi, sono Giuseppe, il fabbro del negozio di fianco. Ho sentito la musica e mi sono insospettito. Lei è il nipote della buonanima di Totonno? Non sapevo avesse dei parenti
-Sì, purtroppo non parlava da tempo con sua sorella, mia madre. Mi trovo qui proprio per la sua morte
-Eh, povero Totonno. Una gran brava persona. Sempre al servizio di tutti. E’ morto così com’è vissuto tutta la vita. Solo lui e i suoi pezzi di legno
-Mi dispiace, avrei voluto conoscerlo prima
Il fabbro si congedò e tornò al suo lavoro, Massimo concluse il suo tour personale nella bottega. Nel lato più interno del negozio c’erano delle bellissime creazioni in legno. Portaoggetti intagliati, fermacarte, orologi, tutti di forme particolari e con dettagli particolari. Si avvicinò per vederli meglio e dovette constatare che erano davvero affascinanti. Uscì di corsa per andare nel negozio di fianco a domandare al signor Giuseppe.
-Mi scusi, sono ancora io. Secondo lei quegli oggetti così belli nel negozio di mio zio erano stati creati per qualcuno? Magari aveva finito il lavoro e bisogna avvisare i committenti
-Quelli? No, sono creazioni personali di Totonno. Alcune le portava a casa sua, altre le regalava a tutti noi. Era molto generoso e ci teneva a dimostrarlo in questo modo. Pensi che sono tutti oggetti riciclati. Tutto il quartiere gli donava pezzi di legno da buttare via e lui li usava per creare altri oggetti. Un artista
Massimo restò di stucco. Nella vita laboriosa di suo zio c’era spazio per l’arte e per la beneficenza. Gli dispiaceva sempre di più non averlo conosciuto prima. Ritornò nel laboratorio ad osservare quei pezzi unici. Immaginava suo zio lavorare di notte su quegli oggetti su cui infondeva una caratteristica personale. Smontare oggetti di legno vecchio e dargli una nuova vita. La sua attenzione venne catturata da un oggetto in particolare. Un orologio a pendolo. Non ne aveva mai visto uno così da vicino, era sempre abituato a vedere i soliti orologi da muro in plastica. Lo sollevò, era abbastanza pesante. Aveva un meccanismo a molla sul retro per metterlo in funzione. Non lo attivò ma lo portò comunque con sé, sarebbe stato bene nella sua casa al Vomero.
Uscì dalla bottega con più curiosità di quanta ne avesse prima di entrare. Chiuse la saracinesca e si diresse in quella che era stata la casa di suo zio. L’appartamento era a pochi metri, un palazzo vecchio con un bel cortile davanti. Chiese al portinaio il piano, questo rispose gentilmente e togliendosi il cappello come tutti appena sentito il nome dello zio.
Massimo aprì la porta e subito al suo naso arrivò un odore di chiuso e di legno. Ne era certo, anche a casa dello zio ci sarebbero stati oggetti e mobili in legno. Tutto come previsto, ogni stanza aveva mobili antichi in legno pregiato. Probabilmente lo zio li aveva costruiti su misura e montati personalmente.
-Il paradiso delle tarme!
Quel pensiero gli uscì dalle labbra inconsapevolmente. Le stanze semivuote fecero eco alla sua voce. Fece il giro della casa un po’ per constatarne lo stato un po’ per la solita curiosità. Nella sua testa cercava di carpire le abitudini del defunto zio dalla disposizione degli oggetti. Rimase sorpreso di quanto fosse pulita e in ordine quella casa. Raggiunse la camera da letto e si sedette per riposarsi. Era improvvisamente stanco e sapeva anche il perché. Da quando gli era stato diagnosticato un problema al cuore aveva cominciato a vivere in maniera più rilassata. Evitava lunghe camminate per paura di sforzare troppo il cuore, sicuramente la passeggiata e le emozioni di quella mattinata erano state un bell’esercizio. Si tolse le scarpe e si stese sul letto. D’altronde, pensò, quella ora era casa sua quindi poteva concedersi un po’ di riposo. Mise la testa sul cuscino e subito sprofondò in un sonno profondo.
Si trovava in una stanza buia, non riusciva ad orientarsi. All’improvviso da un lato arriva uno spiraglio di luce. Una porta che si apre lentamente. Entra un uomo, o almeno gli sembra un uomo dall’ombra che proietta a terra. Massimo prova ad alzarsi ma il corpo non si muove. L’oscurità fa posto ad un bagliore soffuso così riesce a guardarsi intorno. Sembra una camera da letto, o meglio ancora una cameretta. Vede un piccolo letto, sopra c’è un ragazzino. Trema dal freddo. No, trema dalla paura mentre guarda terrorizzato l’ombra dell’uomo. Massimo prova ancora a muoversi, vorrebbe tranquillizzarlo, ma si accorge di essere incatenato. E’ su una sedia e una catena di ferro lo tiene bloccato. Intanto l’ombra si è avvicinata al letto e prende le forme di un gigante. Ha i vestiti logori, la barba e lo sguardo di chi ha bevuto troppo vino. Si avvicina sempre di più al letto, si sfila la cintura dai pantaloni e senza dare troppe spiegazioni inizia a malmenare il ragazzo con la fibbia. Lo frusta con violenza senza ascoltare le urla di dolore della povera vittima. Una, due, dieci, venti. Sembra non smettere mai. Massimo continua ad agitarsi sulla sedia, le parole non gli escono dalla bocca. Finalmente riesce ad attirare l’attenzione dell’uomo che si ferma. Giusto il tempo di mettere a fuoco, poi si dirige proprio verso di lui. Quando Massimo si rende conto di quello che sta per succedere è troppo tardi. L’uomo è ancora più arrabbiato, porta il braccio dietro di sé per imprimere quanta più forza e lo colpisce duramente.
Massimo si alzò dal letto urlando. Dopo qualche secondo ricordò dove si trovasse. Era ancora nella camera da letto dello zio. Guardò l’orologio, era passata almeno un’ora da quando si era steso per riposarsi. Ora che era sveglio però non si sentiva affatto riposato. Si alzò, doveva ritornare a casa per poi lavorare il pomeriggio. Quando si sollevò dal letto sentì un dolore fitto sul braccio ma non ci fece caso più di tanto. Uscì dall’appartamento, chiuse la porta a chiave prima di ritornare per strada e raggiungere l’auto. Con sé portò anche l’orologio a pendolo da esporre in cucina.
Appena ritornò a casa, Massimo telefonò a suo padre. Lo informò degli sviluppi di quella mattinata poi dopo un pranzo veloce scese per recarsi nel suo negozio di articoli da regalo. Quando la sera rincasò era distrutto, aveva solo voglia di fare una doccia rinvigorente. Si spogliò e vide uno strano segno sul braccio, proprio all’altezza dell’avambraccio dove sentiva dolore. Non era un vero e proprio livido, sembrava il segno di qualcosa impresso. La forma era chiara, sembrava quella di una fibbia. Forse era solo stanco e suggestionato da quello strano sogno, dopo la doccia cenò velocemente per poi andare a letto.
Il mattino dopo si era già dimenticato di tutto ed il braccio non gli faceva più male. Si ricordò di non aver ancora messo in cucina quel bell’orologio che aveva trovato nella bottega dello zio. Caricò la molla, lo impostò sull’orario corretto e lo appese al posto di quello in plastica. Andò al lavoro, per tutta la giornata però c’era un pensiero che lo stuzzicava. Aveva uno zio che era così bravo nel suo lavoro, perché allora sostituire solo un orologio da parete nella sua casa? Perché invece non approfittare e arredare qualche stanza con mobili più solidi e duraturi? I suoi non erano nuovi, e la qualità non era nemmeno alta. Si decise, chiamò un’impresa di traslochi per andare a prendere alcuni dei pezzi da sostituire.
Nel giro di qualche giorno Massimo aveva sostituito il salone, la stanza da letto e il tavolo della cucina. Era contento di quel cambiamento e qualcosa gli diceva che anche lo zio si sarebbe sentito soddisfatto nel sapere di aver compiuto un’altra buona azione da morto. Massimo invitò alcuni amici la sera in cui furono sostituiti i mobili. Doveva festeggiare quella piccola novità nella sua vita. Quella sera andò a letto pieno di gioia e si addormentò in poco tempo.
Massimo si trovava in una casa, ma non era la sua. E’ solo, o almeno lo pensa finché non sente distintamente dei suoni. Gli sembra proprio il rumore di un letto che cigola. Tende l’orecchio per ascoltare meglio e sente delle voci. Sono di una donna e di un uomo, no, le voci maschili sono più di una. Il letto fa sempre più rumore e la donna parla a voce sempre più alta, poi urla. Stavolta non ha problemi a muoversi, corre in direzione di quelle voci. Si trova davanti una porta chiusa, non esita ad aprirla con forza. Appena la porta si apre vede un letto, sopra c’è una donna nuda e intorno a lei ci sono tre uomini. Uno è un nano, gli altri due sembrano dei gentiluomini usciti da un film d’epoca. Quello che stanno facendo però non ha niente di gentile. I tre stanno violentando la donna, a turno la penetrano mentre gli altri guardano e la toccano in maniera lasciva. Massimo ha il sangue che gli ribolle e si spinge in avanti. Sta per arrivare vicino al letto quando si ferma. A quella distanza può vedere lo sguardo della donna. Non è uno sguardo di dolore, di paura, non è uno sguardo di disprezzo. E’ piacere. La donna sta godendo, vuole che gli uomini le facciano quello che stanno facendo. Accarezza i loro corpi e li incita mentre grida di piacere. Il suo sguardo incrocia quello di Massimo, appena lo vede sorride. Un sorriso malato, mentre con il dito alzato lo invita ad unirsi a loro.
Massimo si svegliò di colpo, era sudato e tremava. Si alzò per cambiarsi e prepararsi una camomilla calda. Probabilmente aveva mangiato pesante insieme agli amici e quelli erano i risultati. Prese l’infuso e piano piano si calmò. Guardò l’orologio, erano le 6 del mattino e la sua sveglia sarebbe suonata solo dopo mezz’ora. Decise che non era il caso di rimettersi al letto. Questa scelta ebbe conseguenze su tutta la giornata, Massimo infatti era stanco ed arrivò alla sera con solamente le forze per mangiare qualcosa velocemente. Anche quella notte appena si mise a letto si addormentò all’istante.
Era di nuovo in un altro posto. Il salone era enorme e c’era una tavola imbandita con tante prelibatezze. Da una porta vede entrare una donna, dai vestiti capisce che è una cameriera. Si guarda intorno per controllare di non essere vista. Si avvicina ad una bottiglia di vino rosso, apre una mano rivelando una boccettina piccola e nera. Con cura versa il contenuto nella bottiglia, che subito dopo richiude. Controlla di nuovo in giro poi esce dalla stessa porta da cui è entrata. Massimo si domanda cosa stesse succedendo quando da un altro lato della sala entra un uomo dagli abiti eleganti. Sicuramente un nobile, questo spiega la pomposità di quel luogo. Si siede a tavola mentre gli vengono servite le portate. Massimo all’improvviso capisce, vuole urlare al nobile di non bere il vino ma sembra che nessuno lo possa ascoltare. Si avvicina all’uomo ma è troppo tardi. Dopo un lungo sorso sgrana gli occhi e fa cadere a terra il bicchiere. Si inginocchia in avanti e comincia a vomitare sangue. In poco tempo il parquet si colora di rosso. Grida, si dispera chiedendo aiuto ma la servitù rimane impassibile. Lo osserva senza alcuna emozione, senza muoversi, senza alcun rimorso.
Un urlo echeggiò nella camera da letto di Massimo. Stava ancora cercando di attirare l’attenzione di qualcuno, poi si rese conto che ancora una volta stava sognando. Guardò l’orologio, le 5 del mattino. Era troppo spaventato per provare a riprendere sonno. Si spostò in cucina per calmarsi ma neanche la camomilla riuscì a fare effetto. Non riusciva a pensare ad altro che quel sogno orrendo. Dopo un’eternità si fece coraggio e fece colazione, poi si preparò ed andò a lavorare. Quel giorno parlò con chiunque di quei sogni strani ma tutti minimizzavano. Non credevano possibile che fossero così realistici. Scherzavano pure, gli consigliavano di prendere una smorfia e giocare i numeri che sarebbero stati sicuramente vincenti. Ma Massimo non riusciva a scherzarci su. Era teso, preoccupato, al punto che quella sera evitò di dormire. Rimase tutta la notte in salotto con la televisione accesa. Guardò qualsiasi programma pur di non prendere sonno.
La notte finalmente passò ma la stanchezza dovuta all’assenza di sonno si fece sentire subito. Già di primo mattino Massimo aveva continui capogiri. I clienti se ne accorsero subito e gli consigliarono di andare a casa a riposarsi. Niente da fare, lui era fermo nelle sue decisioni. Ma per quanto tempo ancora poteva resistere? Arrivò con fatica alla fine della giornata lavorativa, tornò a casa senza forze. La mano gli tremava mentre a cena cercava di portare la forchetta alla bocca. Si spostò sul divano per ricominciare con lo zapping ma fu inutile. Appena si sedette sulla comoda poltrona ed inclinò la testa si addormentò russando forte.
Massimo si guarda intorno. La paura sale, si rende conto di non essere più a casa, di nuovo. Vuole svegliarsi, si dà sonori schiaffi sul volto per cercare di tornare alla realtà, ma non è così che funziona. Si dispera, urla, ma è tutto inutile. Sente un rumore e percepisce delle vibrazioni. Apre gli occhi e si guarda intorno, si trova all’interno di un’auto. Sembra di un’altra epoca, il motore emette strani rumori mentre sobbalza percorrendo una strada sterrata. E’ seduto sul sedile posteriore e non riesce a vedere bene l’autista. Una sciarpa ed un cappello gli coprono il volto. L’auto rallenta, si avvicina al ciglio della strada e si ferma. Dal finestrino Massimo vede una ragazza, non riesce a capire bene l’età ma intuisce che si tratta di una ragazzina molto giovane. Sta piangendo e trema dal freddo. La portiera si apre e l’uomo esce. Si avvicina alla ragazza e con violenza la fa entrare in auto. Massimo è impotente, non riesce a fare nulla per attirare l’attenzione. La macchina riprende a camminare rumorosamente ma dopo pochi minuti si ferma di nuovo. Non è difficile intuire quello che stava per succedere. Massimo assiste alla scena più disgustosa mai vista in vita sua. Si copre gli occhi, si dispera, urla quanto più forte per riuscire a coprire le grida della povera ragazzina. Ma è inutile. Tutto finisce qualche minuto dopo, minuti che sembrano ore. Ma non è finita. L’uomo improvvisamente apre la giacca e prende un rasoio, senza dire una parola colpisce la sua vittima. Un solo colpo all’altezza del collo. Non ci sono grida, tutto finisce velocemente. L’uomo rimette l’arma al suo posto e guarda nello specchietto retrovisore. Si fa serio, si gira di scatto e il suo sguardo incrocia quello di Massimo che non riesce a muoversi. Subito riprende la lama e comincia a colpirlo sgraziatamente. La posizione non gli è favorevole e non riesce a dare colpi mortali. Massimo cerca di divincolarsi ma lo spazio è stretto e subisce i fendenti. Il dolore è lancinante, quasi non sente più i suoi arti. L’uomo continua con ferocia finché non vede il petto esposto della sua nuova vittima. La lama trapassa la camicia sottile ed apre uno squarcio nel petto di Massimo che di colpo si ferma. Il suo corpo si accascia sul sedile, poi tutto diventa nero.
Il corpo di Massimo fu trovato dalla polizia due giorni dopo. Quando il giorno successivo alla morte il negozio rimase chiuso tutti pensarono che fosse ancora stanco dal giorno precedente. Al secondo giorno vennero avvisate le forze dell’ordine che entrarono di forza nell’appartamento. Lo ritrovarono steso sul divano con la bocca ancora piena di schiuma. Non c’erano dubbi, arresto cardiaco. Il cuore era il punto debole di Massimo, lo sapevano tutti. Secondo l’autopsia si era fermato alle cinque di notte. A detta di tutti era meglio così, se n’era andato nel sonno senza soffrire. Non sapevano tutta la storia. Quello che era risultato strano era la presenza di alcuni segni sul suo corpo. Su braccia, gambe e torace c’erano dei segni di ferite rimarginate, come se qualche giorno prima Massimo si fosse tagliato con un vecchio rasoio.
Marzo 1997
Antonio Lettere scese le scale insieme a Don Gaetano. L’aria puzzava di muffa, dovettero farsi luce con una candela.
-Ecco lì, riuscite a vedere Totonno? Questi li abbiamo trovati facendo gli ultimi lavori di ristrutturazione della chiesa. Non sapevamo nemmeno che ci fosse una cripta così vecchia. Chissà da quanti anni sono qui
-Vedo, vedo. Don Gaetano siete sicuro che volete buttare via tutto?
-Per carità di Dio, sì! Sono tutti oggetti consacrati. Inginocchiatoi, sedie, confessionali. Non possono uscire dalla chiesa per essere usati. Bisogna buttarli e fare in modo che nessuno li usi. Lei mi assicura che sarà fatto?
-Certamente. Provvederò personalmente a tritarli. Una volta che sono diventati segatura sarà più facile bruciarli. Non vi preoccupate, siete in mani sicure
-Lo spero bene, Totonno. Non voglio nemmeno immaginare per quale motivo questi oggetti sono stati messi qui e nascosti. Specialmente quei confessionali, chissà quanti peccati hanno dovuto ascoltare negli anni. Allora è tutto chiaro, potete anche prenderli adesso
-Sarà fatto
Il parroco si congedò e risalì le scale mentre Antonio rimase a guardare e pensare come portare via tutto quel legno. Era legno pregiato, lui se ne intendeva. Sarebbe stato un vero spreco buttarlo via. Proprio legno di alta qualità, magari uno strappo alla regola poteva farlo a patto che Don Gaetano non sapesse niente. Era troppo impressionabile quel sant’uomo, che male avrebbe fatto un po’ di legno. Quei confessionali, ad esempio, con dei pezzi così lunghi si potrebbe costruire un bel letto. Ma sì, deciso, avrebbe costruito a tempo perso un bel letto per sostituire quello di casa che stava diventando vecchio.




