26 Marzo 2011

Sabato sera, il momento della settimana preferito da tutti. O meglio, da molti. Le tribù di ragazzi escono dalle loro tane e si riversano nelle strade, nelle piazze, nei locali per compiere il più bel rituale settimanale. Il momento in cui tutti si spogliano dei loro problemi, delle loro ansie, delle loro paure, per incontrarsi e passare dei bei momenti insieme nel nome della spensieratezza. Ma non per tutti il sabato significa divertimento e allegria. Esiste un posto che è sempre affollato ma non per buoni motivi. Non è una pizzeria. Non è una discoteca. Non è un cinema. E’ il Pronto Soccorso.

Il sabato quel posto si riempie, specialmente di ragazzi. Coma etilico, risse, vittime di incidenti stradali. Andate a chiedere agli infermieri se anche loro aspettano con ansia il sabato sera come voi. Vi risponderanno che preferiscono cambiare turno, uno qualsiasi, pur di non lavorare in quelle ore tremende. Qualche sera però vale la pena esserci, perché anche nei posti più impensabili a volte capitano dei miracoli. O quasi.

-Codice rosso! codice rosso!

Gli infermieri uscirono di corsa da un’ambulanza per portare la barella all’interno del Pronto Soccorso. Sulla barella c’era un uomo. Si agitava e non riusciva a stare fermo, il suo corpo era ricoperto di segni. A prima vista sembravano morsi, la carne lacerata sembrava essere stata strappata da una bestia in preda alla fame. Un gruppo di cani forse, quella era la prima diagnosi degli infermieri che lo avevano caricato sull’autoambulanza in seguito ad una segnalazione. Il paziente era in condizioni gravissime tanto da saltare la fila di routine e passare subito all’interno, in sala rianimazione. Tutti i presenti in sala d’attesa non dissero nulla a riguardo, i suoi lamenti erano più che esaustivi.

Quando entrò oltre la porta i dottori e gli infermieri si avvicinarono di corsa.

-Cosa diamine è successo?

-Non lo sappiamo. Siamo stati chiamati da una signora che sentiva degli strani rumori e urla, quando siamo arrivati lo abbiamo visto già in questo stato. Era a terra e si lamentava

-Presto, sedatelo

Gli infermieri prontamente gli iniettarono il sedativo ma stranamente non sembrava sortire alcun effetto. Il paziente continuava ad agitarsi e lamentarsi. La sua bocca non emetteva suoni “normali”, più che parole sembravano grugniti. Era sicuramente in preda ad una crisi e bisognava agire d’impulso e alla svelta. Il dottore si avvicinò per tenergli un braccio quando però l’uomo si girò di scatto nella sua direzione e tentò di morderlo. Fu solo la prontezza di riflessi del dottore che ritrasse all’istante il braccio, che gli permise di evitare quel morso. Erano tutti scossi. Guardavano quella povera vittima tremare, contorcersi, addirittura mostrare i denti in una bocca piena di schiuma. Nel frattempo gli addetti lo avevano legato con delle cinghie alla barella per evitare che in preda ad una crisi potesse ferire qualcuno del personale. Ma era evidente che quelle cinghie non avrebbero retto a lungo. Sembrava che una forza improvvisa stesse animando il paziente, qualcosa di sconosciuto e pauroso. Un Istinto superiore. Riuscì a rompere la prima cinghia e stava per strappare la seconda quando all’improvviso si fermò. I suoi occhi guardarono il vuoto e il macchinario a cui era collegato iniziò ad emettere un bip continuo. Il suo corpo si accasciò sulla barella mentre l’espressione del suo viso rimase ferma in una smorfia di dolore.

I medici e gli infermieri erano ancora scossi, ci volle qualche secondo perché si rendessero conto che il cuore aveva smesso di battere. Si avvicinò per prima un’infermiera ma appena sfiorò il braccio, l’uomo si mosse girandosi proprio nella sua direzione. L’urlo che lanciò la ragazza fu tale che l’intero reparto si girò a fissarla. Le si avvicinò un collega per rassicurarla prima che avesse una crisi.

-Spasmo postmortem. Stai tranquilla è solo uno spasmo involontario del cadavere. E’ morto, vedi il battito assente rilevato dal macchinario

L’infermiera si rese conto della figuraccia, era il suo settore e doveva saperlo. Si diede dell’idiota per essersi suggestionata così tanto ma i colleghi la rassicurarono in quanto anche loro erano ancora scossi per l’accaduto. Si avvicinarono al corpo ora inerme del paziente, una volta appurato il reale decesso lo liberarono dalle imbragature che avevano utilizzato in precedenza e presero a cercare nelle tasche i documenti per avviare il processo di riconoscimento. Nella tasca posteriore trovarono il portafoglio con all’interno la carta di identità e la patente. In vita si chiamava Francesco e aveva 47 anni. Stavano per segnare i dati da passare alla Polizia quando un foglietto cadde a terra. Uno dei dottori lo prese e appena lesse il contenuto sgranò gli occhi.

-E’ un donatore! Il paziente deceduto poco fa è un donatore di organi, questo è il documento firmato che lo attesta. Presto, portatelo subito in sala operatoria per l’asporto degli organi!

In poco tempo tutti si attivarono per il protocollo di esportazione degli organi. Al povero Francesco furono asportati e analizzati gli organi interni mentre gli addetti alla parte burocratica spulciavano le liste d’attesa alla ricerca dei fortunati.

Ed ecco il miracolo. Quando chiamarono a casa Ruotolo, la signora Patrizia non poteva credere a quello che stava sentendo. C’era un donatore e suo figlio Vittorio era stato chiamato per subire l’intervento che stava sognando da anni. Finalmente suo figlio avrebbe avuto un cuore nuovo e un’aspettativa di vita migliore. Mise giù la cornetta mentre piangeva dalla gioia. Chiamò il figlio che era in camera sua a studiare. Vittorio corse dalla madre convinto che stesse sentendosi male, quando lei gli spiegò della telefonata rimase senza parole. In quegli anni aveva sperato tanto in quel giorno, poi pian piano la speranza era diminuita finché aveva quasi messo una pietra sopra. Madre e figlio rimasero abbracciati a piangere dalla gioia per molto tempo. Il pensiero andava inevitabilmente a Giacomo, il padre di Vittorio, scomparso quando lui era ancora piccolo.

Dopo aver esternato tutta l’emozione e ringraziato tutti i Santi del Paradiso, Vittorio e Patrizia si prepararono per recarsi all’ospedale Monaldi dove era stato trasportato in sicurezza il prezioso organo. L’operazione durò ben otto ore, durante le quali la madre del ragazzo restò all’interno della cappella della clinica a pregare. Le sue preghiere evidentemente arrivarono fino in cielo perché l’operazione si concluse con un successo. Quando fecero sentire il battito regolare del cuore ai due, non poterono che commuoversi di nuovo. Davanti a Vittorio si presentava una nuova vita.

Quando tornarono a casa gli amici di Vittorio gli organizzarono una festa in suo onore, senza esagerare si intende. Erano tutti felici per lui e per quel vero e proprio prodigio della scienza che gli permetteva di vivere serenamente. Le prime settimane furono un successo, gli esami a cui si sottopose erano perfetti e lui reagiva benissimo al trapianto senza alcun problema di rigetto. Dopo un mese circa però avvenne un fatto molto curioso. Quando si recò in ospedale per una visita di controllo il dottore che lo sottopose agli esami non rilevò alcun battito. Il professor Carlino era interdetto, imbarazzato, un macchinario costato fior di quattrini che smetteva di funzionare all’improvviso era qualcosa che non aveva mai visto. Quella macchina era necessaria per quel tipo di visita, ne valeva della vita dei suoi pazienti. Spiegò a Vittorio e alla madre dell’inconveniente e promise di ricontattarli personalmente una volta che i tecnici avessero controllato e risolto il problema.

I due tornarono a casa con un nulla di fatto. Intanto si era fatto orario di pranzo e Patrizia cominciò a cucinare mentre il figlio andò in camera sua ad accendere il PC e chattare un po’. Dopo qualche minuto andò in cucina.

-Mamma, è pronto?

-Non ancora Vittorio, il tempo di mettere a bollire l’acqua e mangiamo. Ti chiamo io quando è pronto o rimani qui a darmi una mano?

-Se vuoi rimango e ti do una mano

Vittorio preparò la tavola, poi si mise sul divano a guardare un po’ di televisione.

-Mamma quanto manca?

-Me l’hai chiesto solo tre minuti fa… Dammi il tempo necessario

Il ragazzo si alzò e andò ad aprire i cassetti in cucina in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti. C’erano dei crostini con la busta ancora chiusa. Li aprì e in poco tempo li finì.

Finalmente il pranzo era pronto, Patrizia riempì i due piatti fondi con i bucatini ed il sugo al ragù di carne. Il piatto di Vittorio era quello più pieno, aveva intuito che il figlio aveva molta fame quindi lo aveva accontentato subito. Probabilmente era solo nervoso per la visita di quella mattina e ripiegava nel cibo la sua preoccupazione.

-Buon appetito

-Buon appetito mamma

Vittorio mangiava con gusto. Più che mangiare quasi divorava il contenuto del piatto in modo addirittura rumoroso, la madre non l’aveva mai visto così a tavola.

-Sei affamato! Mangia piano che poi sforzi troppo il cuore durante la digestione. Ti capisco, sei teso per quello che è successo stamattina, ma non devi preoccuparti. Sono cose che capitano. Magari quel macchinario è più vecchio di te ed era necessario sostituirlo

-Sì mamma, sarà stato così

Parlò senza smettere di masticare. Finita la pasta prese una fetta di pane e ripulì il piatto dal sugo rimasto, poi si alzò e fece lo stesso con il contenuto della padella.

-Se vuoi qualche altra cosa posso prepararti un po’ di pesce. Ho la spigola comprata ieri, volevo cucinarla per cena ma se hai ancora fame posso prepararla adesso

-Sì, ho fame. Non mi va il pesce però. Non c’è un po’ di carne?

-Dovremmo avere qualcosa nel congelatore ma non sarebbe pronta per ora

-Non fa niente mamma, vado subito a prenderla fresca dal macellaio. Corro!

Il ragazzo infilò una giacca e la mascherina di protezione e senza aspettare una risposta dalla madre uscì di casa. Patrizia rimase di stucco, non si sarebbe mai aspettata una reazione del genere dal figlio. Di solito era una persona pacata e non reagiva mai d’impulso. A tavola si era sempre accontentato di quello che gli preparava senza chiedere altro. Forse era solo il “nuovo” Vittorio, più energico e più sfacciato.

Nel frattempo il ragazzo era arrivato nel negozio di fiducia, il macellaio lo conosceva da quando era piccolo e lo accolse con un largo sorriso.

-Vittorio! Come stai, tutto bene? Che felicità sapere che tutto è andato per il meglio. Cosa posso fare per te oggi?

-Ciao Pasquale. Mi servirebbe della carne

-Certamente. Che tipo? Qualcosa di tenero?

-Una bella bistecca direi che va bene. Bella doppia. Fane un paio, dai

-Ok, va benissimo. Vedi che bel pezzo di carne. Così doppia va bene? Ecco per te

-Grazie mille Pasquale, metti sul conto di mamma. Buona giornata

Vittorio prese la busta con le due bistecche e ritornò a casa. Appena arrivato ordinò scherzosamente alla madre di cucinargli subito una bistecca mentre lui andava in bagno a lavarsi le mani. Quando uscì dal bagno cominciò a sollecitarla fino allo sfinimento.

-Vittorio, finiscila! Si sta ancora cuocendo. Non è da te fare così

-Scusa mamma, ho solo un po’ di fame in più. Per la cottura va bene così. Oggi la voglio provare al sangue

La madre fece come le era stato ordinato. Mise la bistecca nel piatto e la porse al figlio. Soffocando un “buon appetito” Vittorio cominciò a mangiare con la stessa voracità con la quale aveva divorato i bucatini. Il silenzio della cucina era interrotto soltanto dal rumore provocato dalla bocca del ragazzo mentre masticava. In pochi minuti la bistecca era finita, pulita fino all’osso. Vittorio ora sembrava sazio, quasi sfinito. Abbracciò la madre ringraziandola del buon pranzo e scusandosi ancora per i modi strani dettati solamente dalla fame. Patrizia lo guardò un po’ accigliata. Era contrariata ma in cuor suo lo aveva già perdonato. Il figlio si alzò da tavola per andare a stendersi un po’ sul divano facendo zapping, lei lo raggiunse appena messo a posto in cucina.

Insieme guardarono qualche programma poi il ragazzo disse di essere stanco, di volersi mettere a letto per dormire.

-E’ logico, dopo tutto quello che hai mangiato oggi sarai distrutto. Non è passato tanto tempo dal pranzo però, meglio non metterti subito steso, potresti avere un’indigestione. Che ne dici se andiamo a farci due passi?

Vittorio accettò. Era una bella giornata di sole ed era piacevole fare due passi prima di riposarsi. Uscirono e dopo poco si ritrovarono su Via dell’Epomeo. I negozi non erano tutti aperti, era ancora l’orario post-pranzo meglio conosciuta come “la controra” e tante erano le saracinesche abbassate. Una buona parte della popolazione era a tavola o a rimettersi in sesto prima di riprendere il lavoro. Madre e figlio passeggiarono respirando l’aria di inizio primavera mentre calore del sole li accompagnava. Passarono di fianco ad un bar aperto, fuori c’era una vetrina espositore con pizzette e rustici. Vittorio respirò a pieni polmoni il profumo che emanava quel posto ma dovette subito fermarsi. Strabuzzò gli occhi, si portò una mano alla bocca e si sporse in avanti tenendo le mani sulle ginocchia. Patrizia si avvicinò preoccupata. Il ragazzo le spiegò che non si sentiva bene, aveva male allo stomaco e stava sudando freddo. Come se stesse per vomitare, non riusciva a spiegare se quella sensazione venisse dal forte aroma di caffè o dal cibo in esposizione.

-Secondo me è perché hai mangiato troppo di fretta a pranzo. Meglio se torniamo a casa, ti prendi un digestivo e ti riposi

Vittorio annuì, come un cane bastonato seguì a ruota la madre fino a casa senza fiatare. Aveva la sensazione che se avesse provato a parlare o inalare più aria avrebbe sicuramente vomitato tutto quello che aveva mangiato. Prese una pasticca di digestivo ed un bicchiere di acqua e limone, i vecchi rimedi di solito funzionano sempre. Subito dopo salutò la madre e andò in camera sua. Si distese sul letto e prima di rendersene conto era già partito. Dormiva così profondamente che si sentiva russare fino al salotto.

Ma Patrizia non sentì solo il rumore del respiro di suo figlio. Quello che le sembrava di sentire erano lamenti, rantoli, perfino il rumore di oggetti che si rompono. Contro ogni regola imposta da Vittorio, la donna entrò nella stanza spalancando la porta e senza bussare. Ciò che vide la lasciò senza parole. Il figlio era ancora a letto, fuori dalle coperte e in una posizione fetale. A terra c’era la lampada da scrivania, rotta probabilmente dalla caduta. Nel buio della stanza non potè fare a meno di vedere che il filo era ancora attaccato alla presa di corrente, solo che era sfilettato in più punti. Come se fosse stato preso di mira da un cane troppo giocherellone. La lampada non era l’unico oggetto a terra. C’era un cuscino, due action figure e i controller di una console di giochi. Si decise ad avvicinarsi a Vittorio per chiedere spiegazioni. Stava ancora dormendo, nemmeno la porta aperta di colpo e il grido sommesso della madre appena entrata erano stati capaci di svegliarlo del tutto.

Si sedette accanto a lui per smuoverlo e riportarlo alla realtà. Probabilmente era solo una crisi durante il sonno o forse era sonnambulo ma nessuno lo sapeva. Quando si avvicinò a lui sentì che il lenzuolo era bagnato. Sudore? Era accaldato al punto da sudare così tanto? Si preoccupò tantissimo, se aveva la febbre c’era il rischio che fosse un’infezione dovuta all’operazione. Prese il lenzuolo da un angolo e provò a toglierlo ma si accorse che una parte era attaccata a Vittorio. Il ragazzo teneva nelle mani strette un lato della coperta, ma le mani erano vicine alla bocca. Solo in quel momento la donna si rese conto che nel sonno Vittorio stava mordendo il lenzuolo. E quello non era sudore, era saliva. Con forza la donna glielo strappò di bocca notando che in più punti la stoffa era stata lacerata.

-Vittorio, svegliati! Mi stai facendo preoccupare, svegliati

Vittorio si svegliò, aprì lentamente gli occhi ed osservò stranito la madre.

-Tutto bene? Non mi rispondevi. Guarda cosa hai combinato. Fammi vedere se hai la febbre

Toccò con la mano la fronte di suo figlio ma fu costretta a ritrarla subito. Era più fredda del ghiaccio. Doveva subito chiamare il dottore ed informarlo dell’accaduto. Si alzò e si diresse fuori dalla stanza quando Vittorio la fermò.

-Mamma dove vai?

-Tesoro vado a chiamare il dottore. Sei freddissimo e non riesci a riposare. Hai gli incubi. Lo chiamo e provo a capire se può visitarti subito

-Mamma non uscire dalla stanza. Ti prego, vieni qui da me

La madre ritornò da lui. Come potrebbe una madre rifiutare di dare un conforto a suo figlio. Si sedette di nuovo accanto a lui e gli accarezzò la testa.

-Andrà tutto bene, vedrai. Voglio solo informarlo così siamo tutti più tranquilli

-Dammi da mangiare mamma. Ho fame

-Aspetta Vittorio. Non sforzare troppo lo stomaco. Rimani disteso e copriti bene

-Ma ti ho detto che ho fame, mamma. Portami qualcosa da mangiare

-Vittorio! Smettila di fare il bambino oggi! Non ti sei mai comportato così

-Ma non capisci io ho bisogno di mangiare!

Patrizia stava ancora accarezzando i suoi capelli, non riuscì a spostare il braccio quando suo figlio animato da una forza improvvisa girò la testa e con diede un morso al suo avambraccio. Il dolore era tale che Patrizia emise un urlo. Subito si alzò tentando di tirare verso di sé il suo arto ma Vittorio non sembrava lasciare la presa. La mandibola continuava a stringere finché non staccò un pezzo di carne dal braccio di sua madre. Patrizia cadde a terra. Il dolore era forte ma in quel momento non riusciva a distogliere lo sguardo dal figlio. Aveva la bocca piena del sangue fuoriuscito dalla ferita. E masticava. Stava masticando quel pezzo di braccio. Il pezzo del suo braccio.

Resasi conto della situazione lanciò grida disumane. Una volta inghiottito il boccone, Vittorio la guardò fissa.

-Ancora. Dammene ancora

Si lanciò dal letto e piombò sopra sua madre che cercava di divincolarsi. La colluttazione fu brutale, Vittorio cercava in tutti i modi di mordere Patrizia. La sua bocca emetteva suoni animaleschi mentre agli angoli si formava una schiumosa bava bianca. La donna era in difficoltà, non riusciva ad arginare la forza del figlio. Cercava di spostare la testa a destra e sinistra per evitare i morsi fatali. Vittorio riuscì a prendere con entrambi le mani il polpaccio destro. A nulla servirono le spinte di Patrizia, il ragazzo riuscì ad azzannarlo strappando una buona parte del muscolo. Patrizia provò un dolore così forte che le lacrime presero ad uscire dagli occhi senza volerlo.

In quel momento Vittorio si sedette a terra per gustare quel pasto prelibato. La donna doveva assolutamente approfittare di quei pochi istanti di tregua per uscire dalla stanza e mettersi al sicuro. Si alzò, si diresse verso la porta, riuscì a sfilare la chiave dalla serratura e uscì dalla stanza chiudendo all’interno quella bestia che prima era suo figlio. Continuando a piangere e zoppicare arrivò in salotto. Prese il telefono, voleva chiamare il dottore per spiegargli l’accaduto ma non conosceva il numero a memoria ed avrebbe perso solo tempo a cercare il numero e comporlo. Fece quindi la cosa più logica da fare, chiamare la polizia.

Purtroppo per lei, Vittorio fu più veloce. Ruppe la porta con una spallata e corse in direzione della donna. Patrizia aveva composto solo due numeri dei tre necessari alla sua salvezza, vedendo suo figlio che le si stagliava contro usò la cornetta del telefono come arma riuscendo a colpirlo sulla tempia prima che potesse morderla. Vittorio era a terra, Patrizia aveva guadagnato qualche secondo ma aveva perso la sua ancora di salvezza. Durante il colpo il cavo telefonico si era staccato dalla cornetta e in quella situazione sarebbe stato complicato riattaccarlo a dovere. Corse in direzione della cucina e prese un coltello lungo. Non era sicura di riuscire ad usarlo contro suo figlio, forse sarebbe bastato per calmarlo.

-Ti prego, non costringermi ad usarlo! Vittorio, che ti succede?

Il ragazzo si alzò. Sembrava una marionetta manovrata da fili invisibili. Nel suo sguardo non c’era più ombra di vita. Probabilmente nella caduta doveva essersi rotto la gamba all’altezza del ginocchio perché si fiondò in direzione della madre trascinandola. Patrizia si fece coraggio e infilò il coltello nella guancia destra di Vittorio fino a vedere la punta fuoriuscire dall’altro lato. Il ragazzo non ebbe nessuna reazione, continuava a cercare con le braccia sua madre. La donna ormai non aveva più idee, si lanciò verso la porta per uscire di casa. Probabilmente in strada avrebbe attirato l’attenzione dei passanti e sarebbe stata salva.

Sbloccò a serratura ed aprì la maniglia ma in quel preciso istante sentì una fitta forte alle spalle. Di colpo sentì freddo, un freddo strano, poi realizzò cosa stesse succedendo. Vittorio si era sfilato il coltello dalla bocca e lo aveva infilato nella schiena di sua madre. Le forze la abbandonarono di colpo. Si accasciò a terra mentre la belva affamata si riversava su di lei per saziarsi con la sua carne.

Quando il Domenico si avvicinò al campanello per suonare vide che la porta era leggermente aperta. Si allarmò. Non c’era nulla di strano, può capitare che la gente dimentichi la porta d’ingresso aperta, ma lui era così. Un carabiniere relegato in un ufficio che sognava di essere l’eroe di turno, come nelle storie romanzate dei film gialli.

-C’è nessuno? Signora, c’è la porta aperta, io ora apro

Aprì la porta lentamente e a passi felpati entrò in casa. Quell’odore che sentiva non gli piaceva. Ci avrebbe giurato, sembrava proprio odore di sangue. Prese subito la pistola dalla fondina e tolse la sicura. Abbassò lo sguardo e vide una scia rossa sul pavimento che dall’ingresso portava fino al corridoio. Era decisamente una situazione fuori dal normale. Per coincidenza poche ore prima si trovava in una macelleria a comprare degli hamburger quando per terra aveva trovato un portafogli con 15 euro all’interno. Aveva chiesto al negoziante che gli aveva risposto che l’unico proprietario doveva essere Vittorio, un giovane che viveva con la madre. Si era recato in macelleria pochi minuti prima e se n’era andato di corsa, probabilmente nella fretta gli era scivolato il portafogli dalla tasca senza che se ne rendesse conto. Domenico si era fatto dare l’indirizzo e si era promesso di passare a portarglielo appena finito il turno, prima di rincasare. Un vero boy scout, Domenico. Avrebbe fatto una buona azione verso un ragazzo, il macellaio gli aveva persino detto che era stato operato da poco al cuore, magari gli avrebbe evitato uno spavento.

Ora era in quella casa e non era più sicuro di aver fatto la cosa giusta. Un passo sbagliato gli fece calpestare una cornetta telefonica che era a terra. Il rumore aveva rotto d’improvviso quel silenzio spettrale. All’improvviso sentì dei passi veloci, qualcuno stava percorrendo il corridoio buio nella sua direzione. Quando vide quell’essere uscire dal buio non ebbe esitazioni. L’immagine di quel volto interamente coperto di sangue, la camminata tipica di uno zombie e il verso che emetteva quella bocca. Alzò la pistola carica, prese la mira e sparò. Il colpo centrò in pieno la fronte, il proiettile passò in mezzo agli occhi. Il mostro cadde come una marionetta a cui tagliano i fili. Una volta ripresosi dallo shock chiamò la centrale, solo più tardi ritrovarono i resti di Patrizia nella stanza di Vittorio. La maggior parte della carne era stata strappata a morsi dalle ossa. Domenico non riuscì più a dimenticare quello che era accaduto quella mattina, come non riuscì mai a dimenticare il responso dell’anatomopatologo. Dalle analisi sembrava che il ragazzo non fosse morto per il proiettile, i dati erano quelli di un corpo già morto al momento dello sparo. Il cuore sembrava essersi fermato giorni prima.

Nessuno riuscì a spiegarlo, il caso venne archiviato senza fare ulteriori domande. Quello che Domenico sapeva però era che il suo intervento era stato provvidenziale. Se non avesse trovato quel portafoglio in quella macelleria le cose sarebbero andate in maniera diversa. E’ proprio vero, anche nei posti più impensabili a volte capitano dei miracoli. O quasi.

19 Marzo 2007

Ciao. Ben svegliato.

Ti starai chiedendo chi sono io, che cosa ci fai in una stanza chiusa. cosa più importante ti stai chiedendo per quale strano motivo non riesci a parlare e non riesci a muoverti. Te lo spiego io, non agitarti. Sei legato su una sedia e sei imbavagliato. E’ inutile che ti agiti, non devi preoccuparti. Siamo qui solo per parlare. Scommetto che ora stai cercando di mettere insieme i pezzi, di capire in che situazione ti sei messo. L’ultimo ricordo della giornata dovrebbe essere l’autobus che ti ferma a pochi passi da casa dopo una mattinata a scuola. Poi non ricordi nulla. Non muoverti. Non provare a parlare, non capisco quello che dici con il bavaglio sulla bocca, e non pensare che abbia voglia di togliertelo. Questa è la vita reale, non è come nei film in cui l’eroe, il buono, dice una frase a effetto per far colpo sul cattivo. Questo è lo sporco mondo in cui viviamo, e non pensare che i buoni e i cattivi lo siano sempre. Se continui ad agitarti mi costringi a darti un altro po’ di questa. In questa siringa c’è tanto di quel calmante che ti farai un bel sonno di qualche ora. Continui a fare il contrario di quello che ti consiglio? Lo hai voluto tu, ora fatti una bella dormita.

Sei di nuovo tra noi? Spero che ora tu abbia capito la lezione. Ti conviene metterti comodo e ascoltare. E’ l’unica cosa sensata che puoi fare. Incominciamo con una bella storiella, purtroppo non di quelle a lieto fine. E’ una storia di amicizia. Vedi, tu sei ancora giovane, sicuramente hai degli amici, dei conoscenti. Ma l’amicizia vera, quella con la A maiuscola, è qualcosa di raro. E’ un fiore di rara bellezza che nasce anche in luoghi aridi, secchi, senza speranza. Per i nostri due protagonisti fu proprio così. La loro amicizia nacque sul cemento di una zona morta. Ora la chiamano l’hinterland, le danno una connotazione quasi chic. Per i due ragazzi è sempre stata invece la periferia. La parte più esterna di quella grande metropoli che è Napoli. A due passi dalla provincia ma più lontana dal centro. Odiata da entrambe le fazioni. Nascere in un quartiere come Barra non era per niente facile. E’ come un marchio che puoi nascondere quanto puoi, ma basta una sola domanda “di che parte sei?” per far cadere la pezza rammendata e mostrarlo in tutto il suo terribile e appariscente colore.

In quel posto tutto è periferia, tutto è al limite. Anche le vite dei ragazzi. Per loro sembra sempre di camminare su una linea di demarcazione, da un lato la salvezza, il riscatto, la vita immaginaria che ti fa dimenticare il posto in cui vivi. Dall’altro un baratro che attrae con una forza spaventosa, alimentato dai modelli che vedi ogni giorno. I due ragazzi vivevano così ogni giorno, con la speranza di una vita migliore e la consapevolezza che per sopravvivere in quel posto bisognava familiarizzare con i peggiori individui.

Si erano conosciuti alle medie. Scuola dell’obbligo, quindi non era difficile incontrare la peggiore feccia. Si erano dati dei nomignoli, dei soprannomi, per farsi rispettare. Uno era “l’avvocato”, per la parlantina sempre pronta, un’arte innata di “farti fesso” solo con l’uso della parola. L’altro invece era “Tex Willer”, perché era appassionato di Western e diceva che prima o poi sarebbe stato il più grande pistolero di sempre. Sogni, quanti sogni per quei piccoli ragazzi che facevano la parte dei grandi. A scuola erano inseparabili, nella buona e nella cattiva sorte. Ogni volta che c’erano i consigli di classe con i professori, loro il giorno dopo si confrontavano. “A te quante te ne hanno date?” “Parecchie, mio padre mi ha picchiato per un’ora” “Addirittura? A me per mezz’ora”. Ma la scuola e i genitori non riuscivano a raddrizzarli.

Questo perché nel loro quartiere c’era un giovane appartenente alla nuova camorra, Gennaro, un ragazzo di appena quindici anni che era già consideratissimo dai leader. Camminava a testa alta per il quartiere, tutti lo salutavano e gli portavano rispetto. Era circondato da un’aura particolare, tutto quello che ordinava diventava realtà. Facile capire che una mente semplice come quella dei due ragazzini lo vedeva come un eroe. Come un modello a cui aspirare. Quell’appellativo, “don”, prima del nome che dona rispetto a chi lo indossa. Ne parlavano sempre quando erano da soli. “Hai visto a Gennarino? Ha fatto chiudere quel negozio” “Che potenza! Quando lui ordina nessuno si tira indietro”. Quando lo vedevano da lontano gli altri scappavano, loro invece no. Avrebbero fatto di tutto per farsi notare, e lo fecero.

Un pomeriggio erano seduti su una panchina a godere del calore di un sole invernale. Avevano finito i compiti, o meglio avevano sfogliato la lezione del giorno dopo, ed erano scesi per stare un po’ insieme. Videro Gennarino da lontano con il suo corteo di adepti che passeggiava altero. Si fermò di colpo perché vide una signora a terra che piangeva. Le domandò cosa fosse successo e lei rispose che le avevano appena “scippato” la borsa e dentro c’erano i soldi per andare a fare la spesa. I due ragazzi si avvicinarono incuriositi mentre gli sguardi dei futuri scagnozzi li scansionavano arcigni da capo a piedi. Fu l’avvocato a parlare per primo, e chi se non altri.

-Don Gennarino, forse noi due conosciamo chi è stato

-Chi siete voi due?

-Due ragazzi di poco conto che possono darvi una mano a prendere il colpevole di questa cattiva azione. Nel vostro quartiere nessuno deve “sgarrare”

-Avete ragione. Qui non si fa niente se non lo comando io. Di chi si tratta?

-Se vi fidate di noi ci andiamo a parlare e lo facciamo venire da voi a scusarsi

Il piccolo boss li fece andare, si fidò di loro. I ragazzi fecero passare qualche ora poi andarono in un bar lì vicino ed avvicinarono la persona che stavano cercando. Era un povero padre di famiglia senza lavoro e con tre figli e una moglie da sfamare. Una situazione quasi scontata, una mattina stanco della continua miseria si improvvisa ladro e colpisce una povera signora indifesa. Non un criminale di professione, solo una persona disposta a scendere così in basso per i suoi affetti. I due gli parlarono e lo convinsero che parlare con Gennarino era la cosa migliore. Si sarebbe scusato e lui sarebbe stato clemente con tutta la sua famiglia. Non gli conveniva sbagliare proprio adesso che gli veniva data una seconda opportunità. Così fece e tutto andò liscio.

Ma quell’episodio così caritatevole fu solo l’inizio della fine. Il giovane boss andò a congratularsi personalmente con i due ragazzi e li prese sotto la sua ala protettiva. Inconsapevolmente si stavano avvicinando al baratro al di là della linea di demarcazione.

Che c’è? Sei stanco? Non ti piace questa storia? Devi ascoltarla attentamente.

Come ti dicevo, quei due stavano facendo il salto di carriera. Erano ufficialmente associati ad un clan camorristico senza esserne davvero certi. La loro vita stava cambiando lentamente così come i loro comportamenti. Senza che se ne rendessero conto stavano mutando e stavano crescendo. Un’età particolare quella dell’ultimo anno di medie. Finisce un ciclo, ti senti più adulto. E poi ora c’era il rispetto da parte di tutti, nessuno li avrebbe più toccati perché c’era di mezzo Gennarino, e con Gennarino non si scherza. Alla fine dell’ultimo anno scolastico i due ragazzi avevano già tutto quello che volevano, solo che Tex Willer aveva un’anima diversa da quella dell’avvocato. Il padre di Tex era un infermiere, di quelli che sono tutto il tempo al pronto soccorso e salvano vite gratis. Magari lottando anche contro l’ignoranza delle persone che riversa su di loro la frustrazione dei malati. Ad esempio, qualche volta capitava che al pronto soccorso arrivasse un ragazzo accoltellato. Durante l’operazione per salvarlo qualcuno doveva pur andare a comunicare ai parenti che era in fin di vita, e in quel caso i parenti sentivano il bisogno di sfogarsi con qualcuno, ecco, proprio con il povero infermiere che stava solo facendo il proprio lavoro. Come dicevo, la famiglia di Tex era molto unita e il padre cercava in tutti i modi di far capire al figlio che c’era un’altra strada oltre a quella che si stava aprendo davanti a lui. Ma un ragazzino come può scegliere la strada più impegnativa quando un’altra è dritta, corta e porta al successo? Intanto nel retrocranio di Tex c’era comunque questa idea dei genitori, per lo più del padre, che bisognava fare la cosa giusta. L’avvocato invece era diverso, più ambizioso, davanti ai suoi occhi aveva già ben chiaro come la sua vita sarebbe diventata.

Non voglio annoiarti parlandoti di come i due ragazzi passavano le giornate o se avevano dubbi sulla loro nuova vita. Resta però attento a quello che sto per raccontarti ora.

I ragazzi crescevano, sempre insieme. Diventavano sempre più rispettati anche se non si sporcavano mai le mani. Erano gli occhi e le orecchie di Don Gennarino che nel frattempo era diventato solamente Don Gennaro. Continuarono addirittura gli studi dopo le medie, il loro “padrino” li convinse a studiare in modo da conservarli immacolati agli occhi della legge. Intanto sottobanco portavano avanti un business lordo del sangue degli innocenti. Si innamorarono di due belle ragazze, si sposarono, addirittura Tex ebbe un figlio maschio. Dall’esterno sembravano in tutto e per tutto persone normali. Sempre indissolubili, sempre in coppia. Fino a che un giorno non successe qualcosa di davvero particolare.

Una soffiata, qualcuno aveva avvisato la polizia di una riunione che si sarebbe tenuta in un luogo appartato e segreto. Dovevano partecipare tutti i capi clan della zona per decidere delle suddivisioni degli incassi futuri. Tutto era stato organizzato alla perfezione ed erano in pochi a sapere tutti i dettagli. La polizia arrivò all’improvviso e catturò quasi tutti i presenti. Un blitz fatto a regola d’arte con tanto di titoli in prima pagina per i successivi giorni. “Catturati i boss della periferia”. Qualcuno riuscì a sfuggire e indovina chi in particolare? Esatto, il nostro caro Don Gennaro. Con l’aiuto del suo fidato autista scappò da quel luogo e fece perdere le sue tracce. Questo però significava per lui che da quel momento in poi avrebbe dovuto comandare nell’ombra, in latitanza. Da una posizione così scomoda è difficile comandare quindi decise che la sua prima azione sarebbe stata la punizione della talpa. Convocò a turno tutti quelli che conoscevano i dettagli della riunione.

Riservò l’ultimo incontro ai due ragazzi. Li convocò in un luogo segreto e li fece sedere davanti a lui. Non era abituato a fare giri di parole e nemmeno in quell’occasione ne fece.

-Ragazzi siete stati voi?

Indovina chi parlò per primo.

-No. Ma che dite Don Gennaro, noi non avremmo mai fatto qualcosa contro di voi

-Non avevamo nessun motivo per farlo. Noi siamo sempre stati dalla vostra parte

-Silenzio. Non vi ho detto di parlare. Voglio solo sapere se siete stati voi e perché

-Ma vi abbiamo già detto che siamo immacolati. Noi non c’entriamo

-Ho parlato con tutti i miei uomini più fidati. Pensate che sia un caso che vi ho tenuti per ultimi? Tex, tu non mi devi dire niente?

-Niente Don Gennaro. Giuro sull’anima di mio figlio

-E tu? Di solito parli sempre, dici tante belle parole. Mò che fai?

L’altro ragazzo era in silenzio e guardava fisso lo sguardo del boss. Il loro padre adottivo aspettava una risposta e gli venne data senza insistere troppo.

-Avete ragione Don Gennaro. Inutile fingere, ci sareste arrivato lo stesso da solo

-Bravo ragazzo. Dimmi tutto che ti ascolto

-Sì, però dovete darmi la vostra parola. Vi ricordate quando eravamo più piccoli? La prima volta che vi abbiamo incontrato ve la ricordate? Ci avevate promesso che non avreste ammazzato nessuno se vi portavamo il colpevole. Anche ora dovete fare la stessa cosa, ce lo dovete

Don Gennaro annuì mentre Tex era un po’ stranito, specialmente quando vide il dito dell’amico che lo puntava.

-E’ stato lui. Lo sapete che ha un po’ di problemi a casa ed ha agito di impulso. Da quando ha avuto suo figlio ha deciso che vuole cambiare vita

Tex guardò l’avvocato allibito. Era innocente, non ne sapeva niente eppure il suo amico più intimo lo stava accusando ingiustamente.

-Ma che stai dicendo? Io non so proprio niente

-Amico mio, è inutile che fai finta. Don Gennaro ha promesso che non ti farà niente. E lo sappiamo che è uno che mantiene la parola data. Né a te né alla tua famiglia sarà torto un capello

-Ma io non ho fatto niente

-Tex calmati, lo sa già della telefonata alla polizia. L’hai fatta con il tuo cellulare quindi è stato facile risalire a te. Il giorno prima della riunione ci siamo visti tu non c’eri e forse ti stavi incontrando con gli sbirri

-Ma sei pazzo? Io sono pulito! Don Gennaro io non mi permetterei mai

Niente. Avrebbe potuto parlare per ore ma la versione dell’avvocato calzava a pennello. D’altronde era un suo talento naturale, con le parole facev’ scem a tutt quant.

Lo presero e lo fecero incastrare per un omicidio che non aveva commesso. Era quella la punizione esemplare del boss che gli aveva concesso la grazia. Tutti gli appelli confermarono la condanna. Venti anni di prigione. In quei vent’anni non vide mai più il suo amico. Era facile capire che era stato lui la talpa e che aveva addossato tutta la colpa all’anello debole. Per cosa poi? Per trenta stupidi denari. Aveva venduto la sua amicizia per diventare il nuovo capo. Sì, perché in galera le visite erano poche, ma Tex i giornali li leggeva. Prima seppe di un altro blitz dei servizi speciali che stanarono Don Gennaro. Poi della morte del boss in carcere in circostanze ancora da chiarire. Poi lo sai, lo fanno vedere anche nei telefilm, quelli nuovi che entrano in carcere portano sempre nuove notizie.

L’avvocato aveva fatto carriera. All’improvviso era diventato imprenditore. Prima i bar, poi i ristoranti. Tutti soldi puliti, certo. Come no, pulitissimi. Di nascosto comandava con l’aiuto delle teste di legno che figuravano come i veri boss della camorra. E invece lui era quello che teneva i fili e aveva la fedina penale pulita. Trenta denari.

Dai, non ti abbattere, siamo quasi alla fine della storia. Non crederai che il finale tragico sia questo? Ma no, gli anni in prigione passano. Sono più lenti, questo sì, a volte interminabili. Ma prima o poi si esce, vivi o morti si esce.

Tu immagina quel povero Tex Willer che si fa venti anni di prigione per un reato che non aveva commesso. Tu che faresti al posto suo? Lo so, tu sei giovane, mi risponderai “io al posto suo appena uscito di galera andrei a prendere il mio nemico e lo ammazzerei con le mie mani”. No, risposta sbagliata. Non lo capisci ancora perché sei giovane e non hai una famiglia. Tex pensò a suo figlio. Non lo vedeva da vent’anni. Capisci che significa? L’ultima volta che lo aveva visto era un neonato e ora che aveva la possibilità di stare un po’ con lui lo ritrovava già adulto. Ma non gli importava di quello che aveva perso, di tutti i momenti in cui poteva essere con lui e non c’era. Dei primi passi, delle prime parole, magari dei primi litigi. Aveva scontato la colpa di una vita che aveva scelto, anche se non lo meritava. Pensava alle parole del padre quando cercava di fargli capire che non era quella la strada da percorrere. Vedi? I padri quando pensano al bene dei figli hanno sempre ragione.

Quindi Tex che fa? Esce di prigione e va a Barra, nel quartiere dove abitava. Ritrova sua moglie che lo accoglie in maniera fredda. Ha un nuovo compagno, si è rifatta una vita. Non ce l’ha con lei, vuole solo rivedere suo figlio e provare a spiegargli tutto. Lui non è a casa ma lei si offre di accompagnarlo. Prima però devono fare una tappa intermedia, dice. Deve passare al cimitero a portare dei fiori sulla tomba dei suoi genitori. Entrano nel cimitero e fanno tappa dai genitori di lei, morti qualche anno prima.

Poi gira la testa di lato e si sente morire dentro.

Accanto alla lapide dei genitori della moglie c’è un’altra lapide. Legge il nome e non riesce a capire. Il cognome era il suo, il nome quello che aveva dato a suo figlio. Era morto anche lui tre anni prima. Aveva 17 anni, era su un motorino quando ad un incrocio non si è fermato al rosso e un’auto lo ha sollevato in aria. I medici hanno fatto il possibile ma è morto alcune ore dopo.

A diciassette anni, capisci? Perdere un figlio a diciassette anni. Un figlio che non hai mai conosciuto, che per venti anni hai immaginato solo nella tua testa. Speravi di parlargli, di conoscere il suo animo, di fare per lui qualcosa anche se in ritardo. Magari di dirgli che non vale la pena stare tutto il giorno con gli amici sul motorino ma che bisogna studiare. E tutto questo non è successo solo perché qualcuno si è messo tra i te e i tuoi sogni.

Che c’è? Sto piangendo, embè? Sei sorpreso? Hai capito chi è Tex Willer? Vedo che nel frattempo ti sei calmato. Nessuno può comprendere il dolore che ho provato quel giorno. La terra che si apre sotto i tuoi piedi e l’inferno che ti aspetta. Neanche tutti quegli anni in prigione sono stati così dolorosi. Ricordi quando ti ho fatto quella domanda prima? Che cosa avresti fatto al posto mio uscito di prigione? Ora ti rifaccio la domanda. Che cosa faresti al posto mio se una volta uscito di prigione scopri che non hai nient’altro da perdere. Se l’unica cosa che era capace di renderti un essere umano non c’è più? Esatto, vedo che mi capisci. Diventi un mostro che esige la sua vendetta.

Sai quanti anni aveva mio figlio quando è morto? Esattamente diciassette anni, tre mesi e due giorni. Fatti un rapido calcolo a mente e dimmi tu quanti anni hai? Da come ti agiti vedo che hai capito. Ora ti spieghi il rapimento e la pistola che sto impugnando. Apri gli occhi, finora sei vissuto in un’illusione. Tuo padre non è la persona che credi di conoscere e oggi proverà quello che ho provato io. Perderà suo figlio definitivamente.

La polizia entrò dall’ingresso principale spalancando la porta. Subito gli agenti si diressero verso l’uomo con la pistola in mano e fecero fuoco. La raffica di colpi lo uccise prima ancora che potesse rendersi conto di quello che accadeva. Secondo gli agenti c’era stata una telefonata anonima che avvisava del luogo in cui era tenuto in ostaggio Armando, il giovane figlio del noto imprenditore alberghiero Antonio Caputo. Quando Antonio si recò di corsa in commissariato per andare dal figlio cercò di abbracciarlo per tranquillizzarlo e dirgli che avrebbe fatto il possibile per capire la causa di quel gesto orrendo fatto da uno sconosciuto. Armando però si scostò evitando l’abbraccio sotto lo sguardo imbarazzato del padre e degli agenti di polizia. Restò in silenzio tutto il tempo e quando tornarono a casa il ragazzo cercò in tutti i modi di evitare suo padre. Antonio, detto l’avvocato, aveva definitivamente perso suo figlio quel giorno, come aveva profetizzato il suo amico di infanzia. Sui giornali nessuno scrisse che la pistola con la quale Tex aveva minacciato il giovane era scarica.

12 Marzo 2003

Ore 8:45

“Stazione di Quattro Giornate. Prossima fermata Vanvitelli”

Le porte si aprirono e Nicola scese dal treno. Strinse di più la sciarpa intorno al collo per ripararsi dal vento che arrivava appena il treno ripartiva. Uscì dalla stazione e guardò il cielo. Era grigio ma non prometteva pioggia e lui era un tipo previdente, aveva sempre con sé il suo ombrello tascabile. D’inverno come d’estate per lui era d’obbligo, non si poteva mai sapere e non doveva farsi trovare impreparato.

Un tipo con la testa sulle spalle, bisogna dirlo. Sempre ligio al dovere e mai incline ai piaceri. Figlio unico, dalla morte della madre qualche anno prima era l’unico a prendersi cura dell’anziano padre. D’altronde era arrivato scapolo all’età di 47 anni quindi doveva pur darsi uno scopo nella vita a parte il lavoro. Il padre era costretto a stare a letto tutto il giorno e lui con l’aiuto della legge 104 poteva accudirlo ogni giorno. Questo impegno continuo però non gli negava un’altra attività costante della sua vita. La comunità ecclesiastica.

Da quando era stato messo al corrente della malattia che aveva portato via sua madre Nicola si era avvicinato alla Chiesa. Prima come un appiglio a cui aggrapparsi nei momenti bui, quando credi che soltanto l’intervento divino può farti stare meglio. Poi con il tempo anche dopo la morte della madre aveva preso a cuore quel contesto, tutti gli volevano bene e lo circondavano di amore. Insieme a loro stava bene, cominciò con le attività in parrocchia come dare una mano nelle pulizie, all’offertorio o nel mettere a posto le sedie dopo le messe. Con il tempo divenne uno degli oratori fissi, direttore del coro, organizzatore degli eventi benefici. Era sempre presente, il suo operato era di esempio per tutti. Casa, lavoro, Chiesa. Questa era la vita di Nicola e lui ne era felice.

Quella mattina era sceso presto per alcune commissioni. Doveva prima di tutto andare a prendere dei libri per il catechismo dei bambini. Li aveva prenotati in una libreria del Vomero e doveva andare a ritirarli. Al ritorno sarebbe passato per il mercatino di Antignano a prendere un po’ di roba da mangiare da portare a casa.

Camminò in direzione della libreria quando vide sul ciglio della strada un senzatetto che chiedeva l’elemosina. Sapeva che anche il miglior cristiano non poteva fermarsi a dare qualcosa ad ogni mendicante sulla strada, ma quell’anziano gli faceva tenerezza. Era raggomitolato per il freddo ed aveva una sottile coperta a ripararlo. Probabilmente dormiva. Si avvicinò a lui e gli diede un euro senza svegliarlo. Questo improvvisamente, forse destato dal rumore della moneta si alzò di scatto e con la mano bloccò quella di Nicola. Sembrava furioso, lo guardava con gli occhi iniettati di sangue.

-Credi di essere migliore di me? Credi che questa moneta mi possa sfamare oggi? Dammi tutto quello che hai se vuoi veramente fare qualcosa per me

Nicola era stranito ed impaurito. Il vagabondo non mollava la presa e lui voleva solo andarsene e continuare per la sua via. Si guardava intorno cercando con gli occhi qualcuno che potesse aiutarlo ma tutti camminavano incuranti e indifferenti per quello che stava succedendo. Ognuno pensava ai propri affari e quello non era di loro competenza. Qualcuno gettava uno sguardo, magari si impietosiva per il senzatetto e giudicava il comportamento di Nicola. Era teso e decise per una soluzione più drastica ma efficace. Con un calcio spostò il corpo del clochard che cadde disteso a terra. Finalmente era libero. Si guardò ancora intorno e si rese conto che tutti lo stavano fissando. Sentiva i loro mormorii.

“Poverino, era solo un barbone”

“Che bisogno c’era di dargli un calcio”

“Ma non si vergogna?”

Sentiva il bisogno di chiarire l’equivoco e prese a parlare ad alta voce gesticolando visivamente.

-Ma non l’avete visto che è stato lui a bloccarmi la mano? Io gli ho dato qualcosa ma lui ha reagito male. Avete solo visto la parte finale ma prima non avete notato che ha iniziato lui?

Niente, nessuno lo ascoltava. La gente continuava a camminare senza fermarsi, non erano interessati a quello spettacolo. A quel punto Nicola si riaggiustò il cappotto e riprese il suo itinerario. Mentre camminava sentiva la risata sguaiata del senzatetto. Pensò che fosse ubriaco già di primo mattino, era l’unica spiegazione. Doveva però calmarsi e fare in modo che quell’episodio non gli rovinasse la giornata.

Arrivò sulla via che conduceva alla libreria quando a terra notò una carta di colore bianco e giallo. Si avvicinò incuriosito e si accorse che non era una semplice carta ma una banconota. Una banconota da duecento euro. Non era strano che in quel periodo la gente perdesse monete, non si era passati da molto dalla Lira all’Euro e prima non si usavano così tanti spiccioli rispetto alle banconote. Ma di soldi di carta di solito non se ne vedevano per terra, specialmente di quel taglio. Nicola era sorpreso ma in senso positivo. Quello poteva essere un segno dal cielo, qualcuno sapeva che lui era una brava persona e lo stava ricompensando. Non come quelle persone prima, che lo guardavano con occhi di superiorità.

Prese subito la banconota e la mise in tasca senza controllare se fosse autentica o contraffatta. L’avrebbe sicuramente spesa in libreria per prendere i libri che aveva ordinato, in questo modo la spesa non avrebbe gravato sulle casse della parrocchia e avrebbe reso tutti contenti. Non riusciva a trattenere un sorrisetto sul viso. Stava per entrare in libreria quando una voce lo trattenne. Era la voce di un uomo, stava quasi urlando con sé stesso. Sembrava preoccupato. Nicola lo osservò con attenzione, sembrava una persona distinta. Aveva un vestito elegante scuro ed un cappotto lungo. Portava nella mano sinistra una valigetta, visto così sembrava uno di quegli uomini in carriera dei film americani. Uno uscito da Wall Street, per intenderci. Dal polsino sollevato riuscì addirittura a vedere un orologio che sembrava costosissimo. Nicola si fermò sul marciapiede per origliare quel monologo.

-Ma come ho fatto? Dove può essere? Ma guarda te se questo cappotto pagato un occhio della testa deve avere una tasca bucata

Qualche passante si fermò ad aiutarlo.

-Serve qualcosa?

-Cosa avete perso?

-Avevo dei soldi in tasca ma ho visto ora che era bucata. Forse sono cadute delle banconote qui in giro

Qualcuno si mise a cercare con l’uomo le banconote che aveva perso, ma invano. Nicola pensò a quel punto che i duecento euro fossero sicuramente di quel signore ma qualcosa lo frenava. Iniziava a dubitare. E se quell’uomo stesse inscenando quella recita perché lo aveva visto prendere la banconota a terra? Magari quei soldi non erano suoi, quindi perché darglieli? Inoltre, si vedeva lontano chilometri che quell’uomo era ricco, magari quei soldi facevano più comodo ai ragazzi della parrocchia che a lui. Ecco, lui non ne aveva più bisogno quindi non c’era nessun motivo per dire che li aveva presi lui. Rimase zitto a guardare la scena quando all’improvviso un ragazzo interruppe i suoi pensieri.

-Le porto qualcosa fuori o sta entrando?

In quell’istante Nicola non capì, poi si rese conto che si era fermato di fianco alla libreria proprio davanti all’ingresso di un bar. Stava ostruendo il passaggio quindi il barista gli stava solo chiedendo gentilmente il motivo di quel piantonamento.

-Sì, scusi. Ero sovrappensiero

Ci pensò su, un caffè ci voleva proprio.

-Magari entro, dov’è la cassa?

Andò alla cassa per pagare un caffè, ma passando vicino al bancone aveva visto delle sfogliatelle così invitanti che era difficile resistere. Certo, anche il babà non era male.

-Un caffè e una sfogliata. E anche un babà, grazie

-Vuole anche un Gratta e Vinci?

-Mmmm… Perché no? Oggi sembra essere una giornata fortunata

Aprì il portafoglio per pagare, poi si rese conto di avere ancora la banconota trovata per strada in tasca. Decise di usare quella, d’altronde erano comunque soldi suoi, una parte la poteva utilizzare per un piccolo piacere personale. Pagò e prese il resto, prese il suo caffè e le paste. Erano deliziose, non c’erano dubbi. A quel punto poteva tentare la fortuna. Sul bancone del bar grattò sul suo biglietto ma vide subito di non aver vinto niente. A mente fece un rapido calcolo. Se dal resto che aveva avuto sottraeva il totale dei libri che doveva comprare allora rimaneva un altro bel po’ di soldi. A quel punto perché non tentare ancora la fortuna? Ritornò alla cassa e prese un altro biglietto. Grattò ma nulla. Ne prese un altro, ancora niente. Andò avanti un po’ prima di rendersi conto che si stava facendo tardi.

Uscì dal bar e si fiondò nella libreria. All’interno del negozio il giovane commesso lo accolse con un largo sorriso.

-Salve, cosa desidera?

-Buongiorno, ho ordinato dei libri settimana scorsa dovrebbero essere arrivati

-Un attimo che controllo. Qual è il cognome?

-Volpicelli. Nicola Volpicelli

-Ok. Un attimo solo

Il ragazzo iniziò a digitare su un vecchio computer il nominativo che gli era stato dato. Dopo un po’ si rivolse a Nicola con sguardo interrogativo.

-E’ sicuro di aver dato questo nome? Non trovo ordini in memoria

-Certo che sono sicuro, mi chiamo così. Può controllare meglio?

-Certo, ricontrollo

I minuti passavano in silenzio. Il ragazzo attendeva davanti al monitor l’esito della ricerca. Qualcosa sembrava non andare, più volte controllò i cavi e diede dei piccoli schiaffetti allo schermo.

-Mi scusi, deve essersi inceppato qualcosa. Non risponde più… Ah ecco ora va. Niente, non mi dice niente

-Sei sicuro di sapere quello che fai?

Nicola era passato al “tu” senza pensarci.

-Come scusi? Sì, sì. L’ho sempre fatto, è strano che ora non va. Provo a premere qui forse si sblocca

Il ragazzo era visibilmente agitato, Nicola lo fissava con espressione seria e gli metteva pressione. Non sapeva che fare quindi iniziò a staccare e riattaccare tutti i cavetti al case.

-Ma se fai così non risolvi niente! Vuoi che vengo io lì dietro e ti faccio vedere come si usa un computer? Rispondimi almeno! Sai parlare?

Il tono con cui si rivolgeva peggiorava sempre di più. Stava inconsapevolmente alzando la voce mentre il ragazzo subiva in silenzio senza controbattere.

-Come ti chiami?

-Scusi?

-Ho chiesto come ti chiami. Voglio parlare con il proprietario di questa libreria e farti licenziare! Tu non sai chi sono, io se voglio posso distruggere la tua vita!

Aveva concluso quella frase dando un pugno sul bancone. Il garzone abbassò la testa tentando inutilmente di trattenere le lacrime. Ancora in preda alla rabbia Nicola uscì dal negozio sbattendo la porta. Era furioso, non valeva la pena restare ancora lì per non concludere niente. E i libri? Che vadano al diavolo anche i libri, ora non voleva rimanere un minuto in più ad aspettare. I ragazzi della parrocchia avrebbero capito. E poi cosa volevano? quei libri mica li pagavano, andavano anche di fretta? Magari avrebbe mandato qualcuno di loro a prenderli, così si rendevano utili per una volta.

Stava percorrendo Via Francesco de Mura quando una voce femminile lo chiamò.

-Nicola?

Nicola si girò ma forse per la rabbia non riuscì a mettere a fuoco il viso di quella donna.

-Nicola tutto bene? Sono Grazia

Solo allora la riconobbe. Certo, come no. Grazia, una del coro della parrocchia. Come aveva fatto a non riconoscerla subito. Era troppo arrabbiato e doveva calmarsi.

-Sì, scusa Grazia. Era sovrappensiero. Che ci fai qui?

-Ho accompagnato mio figlio a scuola e stavo passeggiando un po’. Di solito è una cosa che fa mio marito prima di andare in ufficio ma questa settimana è fuori per lavoro. Tu invece che ci fai?

-Niente, un po’ di servizi vari

Giusto, meglio non dare troppe spiegazioni dato che i libri non sarebbero stati presi a breve.

-Sempre indaffarato. Sempre servizi. Che ne dici se ci fermiamo un po’ a prendere qualcosa a quel bar più avanti?

Perché rifiutare? Magari sarebbe stato ottimo per far passare la rabbia

-Ok, andiamo

Nicola prese posto ed ordinò due analcolici. Già si sentiva più disteso, Grazia aveva una bella parlantina e sembrava non smettere mai di parlare. Gli raccontava della sua vita familiare, dei suoi impegni al di fuori della parrocchia come la palestra o le uscite con le amiche. Del figlio ormai adolescente e di un marito sempre troppo preso dal lavoro.

-Tu invece sempre scapolo? Mai che ti vedessi con una donna, eppure secondo me sei ancora un tipo piacente

-Credi davvero? Forse non ho trovato ancora l’amore della mia vita. O forse non ho tempo di cercarlo

-Ma il tempo te lo devi ritagliare tu. E poi non è detto che sia per forza l’amore di una vita che cerchi. Magari si tratta solo di amore temporaneo, di divertimento. Non pensi?

Lo sguardo di Grazia era cambiato, gli occhi si erano socchiusi e fissavano Nicola con un che di ammaliante. L’indice della mano destra compiva dei cerchi sul bordo del bicchiere, la lingua umettava le labbra coperte da un rossetto rosso scuro. All’inizio Nicola era imbarazzato, ma pensava a quelle parole intensamente. Era vero, nella sua vita piena di impegni non aveva mai pensato alla presenza di una donna. In tutti i sensi. Era intrigato dalla piega che stava prendendo quel discorso.

-Che intendi dire? Dovrei uscire la sera come i giovani e andare a caccia?

-Magari no. Magari la preda è già nel tuo raggio di azione. Magari la preda sei tu e qualcuno ti sta già cacciando

Nicola sentì qualcosa vicino alla sua gamba. Non era necessario abbassare lo sguardo per capire che era il piede di Grazia che saliva e scendeva vicino ai suoi polpacci. Voleva stare al gioco, era eccitato. La donna gli prese la mano accarezzandola mentre con l’altra si attorcigliava i capelli in una posa sensuale.

-Che ne dici se stasera passi un po’ da me? Mio marito non c’è e mio figlio va a dormire da un amico di scuola. Beviamo qualcosa insieme e riprendiamo questo discorso. Ti va?

Era una donna sposata, una cristiana della comunità in cui svolgeva le sue attività religiose. Ma davanti a lui ora c’era un’altra donna, e si stava servendo su un piatto d’argento.

-Va bene. A che ora?

-Per le otto va bene. Porti tu le bollicine?

Si alzò e gli passò davanti accarezzandogli i capelli. Lui nell’impeto di eccitazione le prese la mano e la baciò. La vide andare via e rimase impalato ad osservare le sue forme che si muovevano. Quella giornata era iniziata in modo strano e sarebbe conclusa in modo diverso dal normale. Si alzò ed espirò in maniera profonda. Cercava di rimettere in ordine i pensieri e capire cosa fare. Guardò l’orologio, era quasi ora di pranzo e non aveva ancora comprato nulla da portare a casa. Prese il cellulare per chiamare casa, voleva sapere suo padre come stava. Rispose Irina, la badante.

-Pronto

-Pronto Irina, sono Nicola. Tutto bene a casa? Io sto per tornare

-Tutto bene, tutto bene. Ha chiamato l’avvocato. Dice che dovete passare da lui stasera per quella questione che sapete voi. Alle 20:30

-No, non è possibile per quell’ora. Dopo lo richiamo e glielo dico

-Ha detto che non è possibile fare in un altro orario. Ha detto di non chiamare perché è impegnato

-Ma che vuole? Ora mi sente

Nicola attaccò e subito ricompose il numero del suo avvocato.

-Pronto avvocato, sono Nicola. Sì, lo so che avete chiamato a casa ma io stasera non posso passare. Come solo stasera? Non possiamo fare domani con calma? Come sarebbe che domani scadono i termini e non si può rimandare? Ma non mi interessa, dovevate avvisarmi! Quando avete chiamato a casa? Ma non è possibile, con chi avete parlato? Ma mio padre è malato, non si sarebbe mai ricordato! Voi dovete parlare solo con me! Ma che discorso è questo! No, statemi a sentire voi. Pronto. Pronto?

Pigiò sul pulsante rosso con tale forza che avrebbe potuto rompere il cellulare. Era furioso, l’avvocato aveva comunicato una scadenza al padre, malato di Alzheimer. All’improvviso si rese conto del gran silenzio intorno a lui, si girò intorno e vide decine di occhi che lo osservavano in maniera interdetta. Realizzò di aver parlato tutto il tempo a voce alta, incuriosendo i passanti. Quella situazione lo fece infuriare ancora di più. Prese il cellulare e lo scaraventò a terra rompendolo.

-Basta. Basta! Non sopporto più la mia vita! Vorrei non avere il padre che ho! Meglio che muoia presto!

Perse le forze e si sedette a terra con la testa tra le mani. Non sapeva se piangere o ridere per la situazione comica. Voleva solo chiudere gli occhi e riaprirli per trovarsi in un’altra vita. Sentì un piccolo tintinnio. Aprì gli occhi e vide che accanto a lui c’era una moneta. Un passante pensando che fosse un clochard gli aveva gettato una moneta da un euro. Guardò in su e vide che la persona era il signore distinto che aveva perso il duecento euro. Era davanti a lui e gli sorrideva. Nicola si alzò di colpo e lo prese per il bavero della giacca inveendo contro di lui. Gli diede un pugno sul naso e continuò a scuoterlo. Qualcuno dei presenti scappò, qualcun altro cercò di separarli finché degli agenti in strada non riportarono l’ordine. Nicola fu ammanettato e portato in Questura. L’ultimo pensiero prima di entrare nell’auto della polizia fu verso sua madre.

Ore 8:40

“Stazione di Salvator Rosa. Prossima fermata Quattro Giornate”

Nicola era seduto in metro, la prossima fermata era la sua quindi pensò di alzarsi. Accanto a lui c’erano due persone. Una aveva un vestito completamente bianco, i capelli biondi e lo sguardo serio, quasi altezzoso. L’altro aveva jeans e maglietta stracciata, capelli stile punk con una cresta rossa e dei piercing sul naso. Fu quest’ultimo a parlare per primo.

-Che dici, lo facciamo adesso?

-Che cosa?

-Ma come che cosa? Il nostro gioco preferito. Non è che solo ora ti ricordi che fai parte della schiera dei buoni e non vuoi più divertirti?

-Non sto dicendo questo. L’altra volta è stato un errore, adesso basta

-Come no. L’altra volta… E quella precedente? Dai, non devi fare nulla, solo scommettere sul tuo cavallo di razza

-Cosa hai in mente stavolta?

L’espressione dell’uomo in abito bianco era sempre seria, l’altro invece sorrideva in maniera lasciva.

-Sempre il solito, il nostro “gioco di Giobbe”, ma stavolta lo facciamo a tema. Che ne dici dei sette vizi capitali?

-Spiegati meglio

-Sapevo che ti avrebbe interessato. In pratica io manovro le situazioni esterne come sempre e il tuo pupillo deve cercare di non cadere nei vizi. Li ricordi, vero? Superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira e accidia

-Guarda che lui è un uomo caritatevole e giusto. Dio è nel suo cuore

-Certo, come no. Tutti lo sono finché i nostri non ci mettono lo zampino. Te la senti o no?

-Confido in lui, ti sorprenderà. Ma non barare. Non intervenire direttamente su di lui

-Io? Io sono solo un umile diavoletto di quarta classe. E poi non ti dimenticare il libero arbitrio, noi non siamo che comparse. Sono loro umani che decidono della loro vita. Dai, siamo quasi arrivati alla sua stazione, che fai? Ci stai?

L’uomo in bianco lo guardò in un silenzio serio l’altro che sorrideva ancora.

-Va bene

Le porte si aprirono e Nicola scese dal treno.

5 Marzo 2018

Ciao a tutti da me (la vostra cara @Vicky91) e buona serata a tutti i miei follower su Twitter #ViVoglioBeneTutti
Stasera ho proprio voglia di una bella pizza e film sul divano, che ne pensate?
Prenoto la pizza, dicono non prima delle 21:30!!!! Mi sa che ho tutto il tempo di scegliere il film :-|
Facciamo un #poll Che tipologia di film vedrò stasera?
 Horror
 Drammatico
 Avventura
 Fantasy
 Comico
Dai vi do ancora qualche minuto poi vediamo chi vince
Chiudiamo il televoto. Vediamo chi vince…. Oooooo
Vince “Fantasy” !!! Questo la dice lunga sulla tipologia di follower che mi ritrovo :D
Ok, giusto per sapere… Star Wars lo posso far rientrare nella categoria fantasy? Non vi accanite
Ok, chiaro, andiamo direttamente nel fantasy classico. Vediamo qualcosa che non conosco
Ho visto un po’ i titoli in streaming datemi qualche minutino e mi decido
E niente, stavo per sceglierne uno quando ho visto i vostri commenti e non posso ignorarli. Vada per “La storia infinita”
La storia infinita (The NeverEnding Story) è un film del 1984 diretto da Wolfgang Petersen. Il soggetto è tratto dall'omonimo romanzo di Michael Ende rispetto al quale vi sono comunque numerose differenze e bla bla bla. Per chi volesse può sempre vedere da Wikipedia la trama
Ore 21:15. Attendiamo questa pizza così ci spostiamo sul divano e cominciamo la visione
Ore 21:25 che fame :-P
Ore 21:35… che dite chiamo già la pizzeria per domandare?
Passati già VENTI minuti dall’orario di arrivo, ora chiamo #@*%$
Niente, il ragazzo delle pizze è già partito da un po’ e sta arrivando. Aspettiamo
Intanto inizio il film, ho già guardato il trailer tre volte per ingannare il tempo
Bella l’atmosfera degli anni 80, anche per me che sono nata dopo. Già dall’inizio il film mi piace
Ho sentito il citofono squillare ma era l’appartamento di fianco. Mi sono illusa
Illusa e affamata
E’ stato più forte di me, ho guardato dallo spioncino. Anche la signora di fianco avrà ordinato le pizze perché era un rider
La signora deve aver avuto la stessa mia esperienza negativa. Si sentono le urla da qui. Fa bene a dirgliene quattro
Ragazzi la signora deve essere esaurita… Continua a strillare
Oddio ora si sentono dei rumori dal muro di fianco…
Questo non è esaurimento, è pazzia! Perché prendersela con un povero muro se la pizza ti arriva in ritardo
Ok, devo ammetterlo, per quanto il film mi piaccia devo dire che questo spettacolo mi sta interessando di più. Le urla continuano
Sto iniziando a preoccuparmi. Penso di aver sentito un “aiuto” tra le tante parole indistinguibili
No, no, della signora. Finora non ho sentito che la sua voce
Ora le urla sono finite, si è sentito solo un ultimo rumore sordo nel muro. Devo ritornare sul divano?
Ci ho provato ma non sono tranquilla. Provo a chiamare la vicina, dovrei avere il numero di telefono di casa in rubrica
Ragazziiiii… Vi prego tranquillizzatemi. Il telefono squilla, riesco a sentirlo anche dalle pareti ma la signora non risponde.
Ho provato di nuovo, dopo tre squilli hanno risposto ma non si sentiva niente
Ditemi che sta solo mangiando e non vuole essere disturbata
Mi affaccio allo spioncino, penso che starò un bel po’. Stay tuned, intanto vi aggiorno da cell
Nessuna novità, tutto tace
Allora, forse mi sto impressionando troppo. Dalla porta della signora è uscito il ragazzo delle pizze. E’ enorme! E’ uscito dalla porta e sta osservando tutte le porte del pianerottolo
Ho dovuto allontanarmi dalla porta. Ho visto che quando si è avvicinato alla mia ha guardato per terra forse per vedere l’ombra che proiettavo
Ditemi che mi sto solo suggestionando, dai
Ok, faccio come dite. Mi rimetto sul divano e continuo la visione
Questa non ci voleva!!! E’ andata via la corrente!!!
Non è il contatore, sarà un guasto. Di certo nella condizione in cui sto stasera non andrò mica giù a controllare il quadro generale nei garage…
Sicuro è un guasto, dallo spioncino vedo tutto buio. Meno male che non ho scelto un film horror
Ragazzi sono in cucina, il cuore mi batte a mille. Stavo riguardando dallo spioncino quando nel buio del corridoio ho rivisto il ragazzo del delivery che si avvicinava alla porta
Sono troppo spaventata, ditemi che devo fare
Sento dei rumori venire dalla porta ma non ho il coraggio di andare di là a controllare
Sembra che qualcuno stia forzando la porta, non ce la faccio vado in bagno
Ok, mi sono chiusa in bagno. Vi sto scrivendo dalla doccia. Sono immobilizzata dalla paura
Tenetemi compagnia voi, vi prego
I rumori li sento sempre…
Ora sento dei colpi forti, sta cercando di sfondare la porta?
Che devo fare? che devo fare?????
Chiamate voi la polizia per me, io non ce la faccio
Non voglio fare rumore! Non posso telefonare ora!
Aiuto
Penso che abbia sfondato la porta. Spero che se ne vada subito, magari non mi vede
CHIAMATE LA POLIZIA PER ME!!!
Non voglio morire. Non voglio morire!
E’ fuori dal bagno sta cercando di aprire la porta
La vuole sfondare! Sta per entrare!
Sento le sirene della polizia fuori dalla finestra. Vi amo! Grazie per averli avvisati!
Sappiate che vi voglio bene tutti
Spero che la polizia riesca a salire prima che sia troppo tardi
Noooooo! La sirena si allontana!
Forse questo è il mio ultimo tweet. Non so perché mi sta succedendo questo, vorrei trovare le parole giuste ma non ci riesco
E’ entrato forse se sto qui seduta in questo modo potrebbe non ved