
Nel quartiere Poggioreale quella mattina era spuntato un bel sole caldo.
Di prima mattina c’era fermento nei pressi del mattatoio per più di un motivo. Come ogni giorno una folla di impiegati si muoveva in tutte le direzioni per compiere i quotidiani sacrifici di animali che avrebbero garantito alla popolazione di sfamarsi, e alle botteghe di mettere da parte un po’ di guadagno.
Da fuori era impossibile non percepire il tanto lavoro che era distribuito. Una macchina perfetta, ognuno con il proprio compito in modo da sbrigare quelle faccende nel tempo necessario e godersi il resto della giornata. Facevano da sottofondo i continui muggiti e grugniti degli animali che venivano condotti nei vari recinti. Un odore di terra e sterco ricopriva la zona, ma tutti erano ormai abituati. Ogni animale veniva tirato dal collare per seguire un percorso stabilito che lo portasse dal recinto alla piattaforma dello scannatoio. La mattina iniziava presto, le mucche e i tori arrivavano alle prime luci dell’alba per essere adagiati nelle stalle, più tardi anche gli altri animali.
Una passeggiata come le altre per le bestie ignare che non avrebbero più rivisto un altro giorno. C’era qualcosa di sacro nel lavoro degli operai. Erano tutti lì da anni ormai, i più deboli di stomaco o di cuore avevano abbandonato quel lavoro già da tempo. Non era per tutti. In pochi erano quelli che ogni notte erano capaci di prender sonno con ancora nelle orecchie i lamenti e le urla di paura dei poveri animali innocenti. i veterani sapevano che bisogna rispettarli o quanto meno mostrare una calma apparente che celasse il vero intento. Era pur sempre un lavoro, ma un lavoro in cui c’era di mezzo la morte era un lavoro da prendere sul serio. Non erano pochi gli episodi di incidenti verificatisi negli anni. A volte capitava che un toro infuriato, spaventato dai muggiti di altri tori, scappava dal recinto e cominciava a farsi strada senza meta aiutandosi a farsi spazio con le corna. A volte a lasciarci la pelle era uno degli uomini presenti, troppo sfortunato in quel gioco di roulette russa con la morte.
La maggior parte delle volte però la cosa si concludeva senza conseguenze, per gli uomini si intende. I tori e le mucche venivano condotti sullo scannatoio mentre l’ormai non più giovane Don Alfredo (lui giurava che da generazioni tramandavano l’antica arte dell’uccisione di tori) abbassava con forza e velocità il coltello in mezzo alla fronte del bovino. Il coltello doveva entrare il più presto possibile nel cervello dell’animale in modo che questo morisse sul colpo. Era questa la vera forma di rispetto verso gli animali, non farli soffrire. Un solo centimetro poteva fare la differenza e allora la bestia iniziava ad urlare e disperarsi per il dolore e per la consapevolezza del suo destino. Una volta a terra si provvedeva a togliere la pelle e iniziare a tagliare i primi pezzi in modo da liberare velocemente la piattaforma per la vittima successiva. Lascio immaginare come già dalla mattina presto il colore rosso vivo del sangue di animale fosse il colore predominante in quel luogo. Ce n’era dappertutto, schizzava fuori dalla carne delle bestie appena sfasciate e si riversava nei contenitori e a terra a fiumi. L’odore ferroso di quel liquido inondava le narici a metri di distanza.
Eppure quel sangue che faceva sembrare quel luogo immondo era nettare per qualcuno.
Anemia.
Una malattia strana, specialmente in quell’epoca. Non erano pochi i casi di ragazzi, specialmente donne, che da giovani ne manifestavano i sintomi. Pallore del viso, stanchezza cronica, svogliatezza. I medici erano categorici, l’unica soluzione era ingerire ogni giorno quantità di sangue in modo da rinforzare l’organismo.
Era diventato un vero e proprio pellegrinaggio. Ogni mattina gli anemici venivano accompagnati al mattatoio a prendere la loro dose quotidiana di medicina. Una medicina prodigiosa, presa direttamente alla fonte. Il sangue di toro infatti era un toccasana, serviva davvero a far passare i brutti sintomi di quella malattia.
Proprio quel giorno si ammassarono fuori ai cancelli del macello un piccolo gruppo di persone. Erano quattro fanciulle accompagnate dalle rispettive madri. Silenziose attendevano che le chiamassero per entrare e sottoporsi ad una nuova seduta. Tre di loro si conoscevano già, condividevano da tempo quel supplizio e, si sa, nella malattia si fa presto a fare amicizia. Solo una delle ragazze rimaneva separata dal gruppo. Aveva un vestito scuro, il velo nero davanti agli occhi non permetteva di scorgere il suo viso anche se il suo riflesso bianco giocava un forte contrasto. Il fisico era minuto, bassa ed esile. Si appoggiava con il braccio alla madre, chiusa in un’espressione seria e diffidente. Sospirava parole sottovoce che solo la madre sembrava sentire. Questa ricambiava con una stretta affettuosa del braccio, stando attenta a non imprimere troppa forza dato che sembrava che potesse spezzarsi facilmente.
Due uomini si avvicinarono al cancello e fecero entrare le visitatrici. Appena entrarono iniziarono a storcere il naso, anche se non era la prima volta i loro nasi delicati non riuscivano proprio ad abituarsi a quel puzzo inumano. Presero posto su alcune sedie messe di fianco ad un muro. Erano le spettatrici degli ultimi spettacoli in scena quella mattina. Le tre ragazze conoscenti presero a sedersi vicine lasciando per ultima la nuova arrivata. Nessuno disse nulla.
Iniziò la prima. La sua vittima era appena sul suo fatale palcoscenico e si apprestava ad esibirsi nella sua ultima performance. Don Alfredo respirò profondamente aspettando che l’animale fosse calmo e piantò la sua arma nel cranio della bestia. Il toro cadde sulle zampe anteriori, mentre altri due uomini arrivarono sulla scena a tagliare il collo per far riempire un recipiente del suo sangue.
Tutto secondo i piani, ogni giorno la replica dello stesso spettacolo.
Almeno fino a quel momento.
Dall’ultima sedia la ragazza nuova prese a muoversi smaniosamente. Sembrava che qualcosa la impedisse di tenersi seduta e a forza cercava di contenersi. La madre corse subito nella sua direzione, si mise inginocchiata alle sue spalle parlandole in un orecchio. Cercava di tranquillizzarla ma lei continuava a muoversi nervosamente. Solo le ragazze si accorsero di quello che stava succedendo e presero a parlare a bassa voce tra di loro. Chi era quella strana fanciulla che si muoveva così sgraziatamente sulla sedia e che continuava a lamentarsi?
Il recipiente era quasi colmo, altri pochi istanti e sarebbe stato dato alla prima ragazza. Gli uomini si alzarono e si avviarono verso le ragazze. Strano che insieme all’ultima ci fosse anche la madre. Strano, sembrava che quella ragazza stesse proprio tremando dal freddo, eppure quella giornata era riscaldata da un sole caldo.
Un urlo. Questo sentirono tutti i presenti. Un urlo tale che nemmeno i versi di tutti gli animali riuscirono a coprire. La ragazza si alzò di scatto dalla sedia e corse verso l’uomo con la ciotola tra le mani. L’uomo non riuscì nemmeno a comprendere la situazione che si ritrovò a terra con la testa rivolta verso il cielo. Non era nemmeno più vicino dal punto in cui ricordava di essere.
La ragazza si avventò sulla scodella svuotandola avidamente in pochissimi secondi. Il silenzio precario di quel momento fu rotto dalle urla isteriche delle ragazze, raggiunte subito dalle loro madri. Insieme a quelle urla si aggiunsero quelle di tutte le bestie ancora vive nel mattatoio. La madre della ragazza indemoniata era a terra, scaraventata anche lei dalla sua furia ossessiva. Guardava la figlia immobile, con la consapevolezza di essere in quel momento inutile e di non poter far più nulla.
La scodella ora era vuota, la fame era solo placata in parte. Si girò verso destra, poi verso sinistra. Doveva calmare quel desiderio. Vide non tanto distante un altro toro, ancora in fila per essere sacrificio. Senza pensare corse verso di lui. L’impatto fu tale che la povera bestia si ritrovò a terra sul lato, la ragazza era già sopra di lui e avvicinava la testa al collo. Quello che i presenti videro non riuscirono a spiegarlo con parole normali. Quella piccola fanciulla affondava i suoi denti nella giugulare del toro, dalla quale sgorgava un fiume rosso cremisi. La ragazza beveva rumorosamente quel liquido senza curarsi minimamente degli spettatori attoniti intorno. Era solo la sete che contava, una sete che finalmente stava trovando pace.
Nessuno seppe dire se passarono attimi oppure ore. Il povero animale tramortito dal colpo mortale inferto dalla giovane era a terra dissanguato. La ragazza stringeva sempre più debolmente le dita nella carcassa ormai ossuta dell’animale.
Un’ultima goccia ancora. L’ultima, poi sentì le gambe venire meno. Cadde in ginocchio abbassando la testa. La madre vedendo quella scena capì subito che era venuto il momento di agire. Doveva portare via di lì la sua creatura, prima che fosse troppo tardi. Qualcuno stava già iniziando a muoversi verso la scena della tragedia, ormai la paura stava passando ed era necessario fare qualcosa.
La donna fu più veloce, prese la figlia di peso da terra e la trascinò verso l’uscita. Fece giusto in tempo a varcare la soglia del mattatoio quando una carrozza arrivò sul posto. La porta si aprì di scatto sollecitando le donne a salire. Salirono, la porta si richiuse e la carrozza riprese a correre. La folla di persone che arrivò all’entrata riuscì solo a vedere la parte posteriore della carrozza andare avanti senza fermarsi, in una nuvola di polvere. Non avrebbero mai rivisto più la ragazza e la madre. Dubitarono persino di averle viste quel giorno. Era troppo dare una spiegazione logica a quanto era accaduto. Illogico, certo. Se si prendono in considerazione soltanto le spiegazioni del mondo naturale.
