8 Ottobre 1944

C’era silenzio quel pomeriggio, un silenzio a cui Giovanni non era ancora abituato. Nella sua testa c’era ancora il frastuono delle bombe che fino a qualche mese prima aveva visto scoppiare davanti a lui. Quelle bombe che lo avevano allontanato dalla sua famiglia per troppo tempo. Ed ora dopo più di un anno era ritornato. Pochi metri lo separavano dai suoi affetti ma quei passi erano i più difficili da percorrere. Dalla stanza chiusa arrivavano dei deboli lamenti, riusciva a riconoscere la voce di sua sorella Maria. Era dentro quella stanza e probabilmente quel giorno avrebbe dato alla luce un bambino.

Giovanni rimase fermo, immobile per chissà quanto tempo. Minuti che sembravano ore. Non avrebbe mai immaginato che dopo tutto quel tempo qualcosa lo avrebbe bloccato. Stava fumando la sua sigaretta, l’ultima che aveva con sé. Guardava il fumo che saliva lentamente e non poteva evitare di pensare ancora una volta a quei giorni di un anno prima. Giorni in cui l’aria era piena di fumo e polvere. Entravano nelle narici e facevano tossire chiunque, entravano nelle abitazioni, o quello che rimaneva, e rimanevano attaccati a ogni oggetto. I bombardamenti misero in ginocchio una città intera. Napoli era diventata il campo di battaglia di entrambe le fazioni, prima gli americani e poi i tedeschi. Ogni giorno la morte alata volava sopra la città a mietere vittime. Con il tempo anche il volto della città cambiava. I palazzi, le chiese, i monumenti che fino a poco prima erano l’emblema dello splendore di Napoli, cadevano e lasciavano spazio a luoghi irriconoscibili, aridi. La terra veniva innaffiata con il sangue delle povere vittime di un conflitto più grande di loro.

Fu proprio in uno di quei raid che Giovanni vide per l’ultima volta la sua famiglia. Stavano passeggiando insieme, lui, sua sorella più piccola e i suoi genitori. Due aerei tedeschi sorvolavano Corso Garibaldi. Il primo sganciò un ordigno a pochi metri da loro. La detonazione fu tale che vennero sbalzati in aria. Subito dopo il secondo aereo volò a bassa quota mitragliando i superstiti. Giovanni aveva ricordi confusi di quei momenti. Cercava di guardare intorno alla ricerca dei suoi cari ma Il fumo gli oscurava la visibilità. Voleva alzarsi e correre ma una grande ferita alla gamba glielo impediva. Ricordava solo di aver chiuso gli occhi per un istante, poi ricordava di trovarsi in un altro posto. Attorno a lui c’erano altre persone, tutte gravemente ferite dall’attacco aereo. Nelle sue orecchie arrivavano lamenti e urla di dolore disumane. Cercava di domandare dove si trovasse in quel momento, dove fosse la sua famiglia.

Nessuno gli rispose finché non si avvicinò a lui un dottore. Nonostante la giovane età era freddo come il ghiaccio, il suo sguardo non mostrava alcuna emozione mente si muoveva impassibile in quell’inferno. Si avvicinò a Giovanni e gli spiegò che si trovavano in uno dei rifugi temporanei che erano stati allestiti per curare i feriti. Giovanni gli disse il proprio nome e cognome, chiese dove fossero i suoi parenti ma il giovane medico non aveva tempo da perdere a cercare i dispersi. Era lì per curare i malati, tutti. La ferita alla gamba del ragazzo era grave e doveva disinfettarla e curarla al meglio. Quella notte e le successive, infatti, Giovanni ebbe una forte febbre causata proprio dall’infezione alla ferita. Ormai non sapeva più quanti giorni erano passati, gli sembrava di essere lì da mesi.

Ogni giorno vedeva qualche nuovo paziente e ogni giorno vedeva qualcuno andarsene tra urla strazianti. Era proprio come aveva sempre immaginato l’inferno e la lontananza da sua sorella e dai suoi genitori non faceva che aggravare la situazione. La gamba intanto peggiorava. Sembrava che il lavoro dei dottori e le preghiere delle suore non riuscissero a curarla a dovere. Il dolore non diminuiva e divenne il suo unico amico in quei giorni senza fine. Intanto guardava ripetutamente la porta dell’infermeria sperando che da un momento all’altro potesse scrutare un volto conosciuto.

Ma non accadde.

Ma un giorno riuscì a compiere un passo avanti. Sembrava aver perso ogni speranza quando con un’incredibile forza di volontà riuscì a camminare per un metro appoggiandosi al braccio di un’infermiera. Piangeva di gioia quando ci riuscì. Era la sua piccola vittoria anche se era ben lontano dal poter uscire da solo da quell’incubo.

Passarono altri mesi e finalmente poté dire addio a quel luogo così pieno di sofferenza. Uscì e si mise subito alla ricerca dei suoi cari. Non fu un’impresa facile. Prima ritornò a casa ma non c’era nessuno. Chiese ai vicini, dissero che non era rimasto più nessuno dal giorno del bombardamento. Quel giorno i suoi genitori erano morti dal fuoco delle mitragliatrici del secondo raid, lui era stato dato per disperso e sua sorella Maria aveva raggiunto alcuni parenti nella zona di Materdei. Queste erano le uniche informazioni che aveva avuto, doveva trovare sua sorella in uno dei quartieri più affollati di una città che agli occhi di Giovanni aveva cambiato volto.

Non solo i palazzi che ricordava non c’erano più, anche le persone erano diverse. In tanti avevano lasciato le proprie abitazioni per allontanarsi da quello che era a tutti gli effetti un campo di battaglia aperto. Chi poteva, aveva deciso di lasciare Napoli per trasferirsi altrove e scongiurare i rischi di altri bombardamenti. Inoltre per strada c’erano loro, gli americani. Era riconoscibili nelle loro divise, circondati dal popolo che li osannava ad eroi. Distribuivano cioccolata ai bambini e sigarette agli adulti. Sorridevano e incutevano sicurezza alla gente, ai napoletani bastava quello. Chissà se avevano già capito che si trattava solo dell’ennesimo padrone che si stava insinuando nelle membra della città.

Giovanni si recò a Materdei continuando la sua ricerca. Dopo qualche giorno riuscì a reperire qualche informazione in più. C’era chi parlava di una certa ragazza di nome Maria che abitava lì e che aspettava un bambino. Giovanni dapprima rifiutò l’idea che fosse proprio sua sorella. Erano passato un anno da quando non la vedeva ma non immaginava che in quel poco tempo avesse trovato un marito e stesse per mettere su famiglia, ma erano troppi i dettagli che coincidevano

Come no, Maria, la ragazza che è venuta qui dopo i bombardamenti

Quella incinta? Abita più avanti, sulla destra

Povera ragazza, ora deve crescere da sola quel bambino

Poverina, ha perso i genitori e il fratello in uno dei bombardamenti

Chi’ Maria? Se lo merita, la prossima volta impara a frequentare quei maledetti soldati americani

Sapete come funziona, no? Quelli sono venuti qui, hanno di tutto nel loro paese

Quello che vogliono se lo prendono

Non è il primo caso, guardate. C’è pure quella canzone che lo racconta. Chill o’ fatt è nir nir

Giovanni era stordito dalle frasi che ascoltava. Più domandava in giro e più il cerchio cominciava a stringersi intorno alla ragazza incinta. Che fosse proprio lei sua sorella. Si recò subito fuori all’abitazione che gli indicarono. Un piccolo gruppo di curiosi si radunò a poca distanza da lui mentre osservava la porta d’ingresso e sentiva i lamenti di quella voce inconfondibile.

Era lei, ma non trovava ancora la forza di entrare ed abbracciare la sua amata Maria.

Quando finì la sua sigaretta si decise. La gettò a terra, la spense con il tacco della scarpa ed entrò.

La ragazza era distesa nel letto e si contorceva dal dolore, ma con quanta forza aveva cercava di non mostrare debolezza. Accanto a lei c’era una signora anziana che le passava un panno bagnato sulla fronte e le ripeteva parole dolci. Giovanni guardò la scena, dapprima come un estraneo, la mente rifiutava ancora di credere che quella fosse sua sorella. Poi nel vedere quanta forza avesse, quanto dolore stesse sopportando quasi in silenzio, qualcosa fece breccia nella corazza che si era formata nel suo cuore. Subito si gettò in ginocchio vicino al letto, abbracciò Maria e scoppiò a piangere. Quando lei lo vide si lasciò andare, pianse anche lei mentre teneva testa ai dolori delle contrazioni.

-Maria sono Giovanni. Sono vivo. Quanto tempo ho passato pensando a te

-Giovanni! Fratello mio. Ti credevamo morto, ci avevano detto che eri morto

-Non ti preoccupare, ora sono qui. Sono qui per te. Ho passato giorni d’inferno ma ora ti ho trovata

Rimasero incollati a piangere finché l’anziana signora non li staccò. Con delicatezza spiegò a Giovanni che Maria era in travaglio e di lì a poco avrebbe messo al mondo una nuova vita. Il ragazzo capì e ritornò fuori. Si mise in un angolo a pregare che tutto andasse bene, mentre cercava di non sentire i lamenti della sorella.

Poi, finalmente, il silenzio. L’anziana signora uscì dalla casa e chiamò Giovanni dicendogli di entrare. Lui corse da sua sorella. Finalmente era sorridente e teneva fra le braccia il piccolo completamente fasciato da un lenzuolo bianco. Giovanni la vide e si commosse, lei ricambiò il sorriso. Si avvicinò al letto e per la prima volta affrontò l’argomento con lei.

-Ho sentito delle cose in giro, quando ho domandato di te per trovarti

-Posso solo immaginare quante ne avrai sentite

-Se vuoi puoi raccontarmi cosa è successo

-Non è il momento adesso. Sappi solo che questo bambino è un figlio del Signore ed ha bisogno del nostro amore

-Sono stati loro, vero? Gli americani?

-Quello che hai sentito in giro è vero in parte. Quando sono rimasta sola sono venuta qui dagli zii e se non fosse stato per loro non sarei ancora viva. La città però è cambiata da quel giorno. I tedeschi ormai non si fanno più vivi e qui ci sono altri soldati che ci proteggono. Non credere a quello che dicono in giro. Sono persone come tutti, ci sono gli americani buoni e quelli cattivi

-Tu con quale dei due tipi hai avuto a che fare?

-Te ne parlerò a tempo debito. Sappi solo che James era un brav’uomo. Uno di quelli che neanche sapeva in che razza di inferno lo avrebbero fatto combattere. Ora però dobbiamo fare una cosa più importante

-Dimmi Maria, tutto quello che posso

-Dobbiamo andare via di qui. Dobbiamo andare in un altro posto prima che sia troppo tardi

-Cosa Intendi dire?

-Ti prego, fidati di me. Dobbiamo andare nel monastero di Santa Chiara. Non fare domande, ti prego

Giovanni si fidò di sua sorella. Quello sguardo così deciso, pieno di una forza che non ricordava che lei avesse, fece effetto. Si avvicinò a lei per prendere il piccolo ed aiutarla ma lei rifiutò l’aiuto. Si alzò e si preparò senza staccarsi da quella piccola creatura ancora totalmente coperta.

Uscirono dalla casa e video una piccola folla ad attenderli. Erano solo curiosi, persone che non avevano nulla di meglio da fare che stare lì ad aspettare il bambino. Volevano vedere com’era fatto il frutto del peccato, il mix di due colori diversi. Giovanni vedeva le loro facce ed era disgustato. Non era difficile leggere tra le righe, sentire i pensieri nascosti dietro i sorrisetti irriverenti e gli occhi spalancati. Maria stringeva a sé il piccolo senza lasciar trapelare neanche un piccolo lembo di pelle. Il fratello camminò verso la folla aprendosi un varco, in maniera rabbiosa agitava le mani invitandoli a spostarsi per lasciarli passare.

Percorsero qualche isolato, una buona parte della folla si era diradata. Ormai avevano capito che non avrebbero assistito a nessuno spettacolo interessante. Solo qualche ragazzino indisponente si accodava al piccolo corteo emettendo ogni tanto una risata sonora. Giovanni riuscì a liberarsene dopo qualche minaccia e qualche sasso lanciato verso di loro. Finalmente erano di nuovo soli, Maria si appoggiò al braccio del fratello durante il cammino, poi stremata dovette fermarsi e sedersi su una panchina.

-Perché non ti lasci aiutare da me? Sei stanca, hai partorito solo poco fa ma non vuoi passarmi il bambino

-So cosa stai pensando, Giovanni. Ma ti ho chiesto di fidarti di me senza condizioni. Riprendo fiato e riprendiamo il cammino

-Ma come faccio a fidarmi di te e fare finta di nulla? Voglio solo aiutarti!

Giovanni si rese conto troppo tardi che stava alzando la voce attirando la curiosità dei presenti. Era su tutte le furie perché voleva dare una mano a sua sorella. Lei, che fino a qualche ora prima era solo un pensiero in testa, lei che da qualche ora era ai suoi occhi una persona del tutto diversa da come la ricordava. Si avvicinò silenziosamente una figura, con voce decisa fece una domanda al ragazzo.

-Tutto bene qui? Problemi?

I due si girarono e lo videro. Era un soldato dell’esercito americano. Era stato attirato dal piccolo alterco e dalla presenza di un bambino piccolo. Giovanni non rispose, il soldato si rivolse direttamente a Maria in un italiano dal forte accento americano.

-Signora, tutto bene? La sta importunando?

-No, grazie mille

-Scusi, stavamo discutendo ad alta voce. Siamo fratelli, non stavamo…

-Non sto parlando con lei ma con la signora. Signora, è suo fratello quest’uomo?

-Sì. Non ci sono problemi, stavamo andando a fare delle commissioni

-Ok, perfetto. Permettetemi però di accompagnarvi e scortarvi

I due fratelli si guardarono preoccupati. Il soldato insisteva a stare con loro, non potevano rifiutare l’aiuto del militare, avrebbero attirato troppo l’attenzione. Senza dire una parola si rimisero in cammino mentre il soldato li seguiva alle spalle. Cercavano di scambiarsi sguardi di intesa senza dare nell’occhio ma l’americano rimaneva accanto a loro, sempre più incuriosito da quello strano trio.

-Quanto ha?

-Scusi?

-Il bambino, quanto ha?

-E’ nato qualche giorno fa

-Maschio o femmina?

Stranamente ci fu qualche secondo di silenzio. Maria divenne rossa, per fortuna suo fratello le venne in aiuto.

-Maschio. Un bel maschietto

-Ah good! Un maschio! Magari sarà un futuro soldato dell’Italia!

L’americano rideva sonoramente mentre i due fratelli erano sempre più seri. Intanto La luce diminuiva sempre di più stava per tramontare mentre loro ancora camminavano in direzione del monastero di Santa Chiara seguiti dalla loro guardia personale.

Ad un certo punto il militare gli ordinò di girare in un viale ma Maria insisteva che quella non era la strada corretta.

-Girate lì, facciamo prima

-Ma no, quella strada porta da un’altra parte. Noi dobbiamo proseguire dritto

-Girate lì

Il volto fino ad allora sorridente del soldato divenne di colpo serio e istintivamente la mano si abbassò verso la fondina toccando la pistola. Maria strinse più forte il bambino mentre Giovanni guardò con aria di sfida l’americano. Entrambi si resero conto della gravità della situazione ed entrarono nel viale buio. A metà strada la voce del soldato li fermò.

-Fermi ora. Giratevi e guardatemi bene

I due fecero come gli era stato ordinato.

-C’è qualcosa che non torna. Voi due siete strani, nascondete qualcosa. Ditemi chi siete

-Lo abbiamo già detto. Siamo due fratelli e stiamo andando verso il monastero

-A fare cosa? E perché quel bambino è interamente coperto da quando vi ho visti? E soprattutto, perché lei ha quello?

Alzò la mano e indicò un punto sulla veste di Maria. Giovanni guardò nella direzione indicata e vide un particolare che non aveva ancora notato fino a quel momento. Sulla gonna di colore scuro della donna c’era cucita una piccola toppa con l’immagine di un bufalo di profilo. Non capì di cosa si trattasse finché non fu l’americano a parlare di nuovo.

-Quello è lo stemma della 92a divisione di fanteria! Come è possibile che tu ce l’abbia? Confessa! Hai ucciso un soldato americano e l’hai rubato?

Giovanni in quel momento capì. Probabilmente quello stemma apparteneva a James, l’uomo di cui gli aveva parlato Maria. Il padre del bambino che lei aveva in braccio. Quello stesso collegamento logico a cui stava pensando doveva essere arrivato alla mente del soldato americano che in quel momento stava estraendo la pistola dalla fondina.

-Ho capito! Quel bambino è il figlio di uno dei nostri soldati, una della 92a. E tu lo hai ucciso! Magari ora stai portando il bambino lontano per abbandonarlo o ucciderlo! Fammelo vedere! Fammi vedere il bambino o vi uccido!

Maria tremava dalla paura ma continuava a stringere sempre più forte il piccolo corpicino della creatura che aveva in braccio. L’americano si avvicinò di scatto e con forza lo strattonò dalle mani della madre. Lo prese in braccio e lo scoprì dal lenzuolo bianco. Appena lo vide sgranò gli occhi dallo stupore. Aprì la bocca, stava per dire qualcosa quando il rumore di uno sparo echeggiò nel viale deserto.

Da quella stessa bocca scese un rivolo di sangue rosso scuro. Prima che potesse cadere a terra, Giovanni prese il piccolo dalle sue mani, lo guardò e lo coprì nuovamente con il lenzuolo. Gettò l’arma con cui aveva sparato al soldato a terra. L’aveva comprata illegalmente qualche giorno prima per una ragione ben diversa. Quando aveva sentito parlare di sua sorella “offesa nell’onore” da uno straniero aveva pensato di farsi giustizia da solo. Aveva pensato di usare quella pistola contro l’uomo che aveva disonorato Maria, o forse l’avrebbe usata contro di lei. Ora però era tutto diverso, i pregiudizi che gli avevano assillato la mente sembravano essere spariti.

Si avvicinò a sua sorella, lei protese le braccia per riprendere suo figlio.

-Senti, Maria. Quel bambino…

-Non c’è tempo per le domande. Dobbiamo andare

Si voltarono e proseguirono per l’ultimo tratto del loro percorso. Ormai mancava poco alla basilica ed il buio era sceso sulla città. C’era solo silenzio, nessuno a quell’ora era in strada.

Quando Giovanni vide lo stato in cui riversava la basilica rimase allibito. Quella che un tempo era la grande chiesa in cui con i suoi genitori andava a pregare era ridotta ad un cumulo di pietre e polvere. Soltanto le pareti erano state risparmiate, del tetto non rimaneva più nulla. Dal grande varco in alto si riuscivano a vedere le stelle brillanti di un cielo senza nuvole.

-Sediamoci qui e aspettiamo

-Aspettiamo cosa?

-E’ difficile da spiegare. E’ più facile se stiamo qui e aspettiamo

-Come fai a sapere che questo è il posto giusto?

-Me l’ha detto lui. Lui mi ha guidato qui

-Intendi quel…

-Bambino. E’ un bambino, Giovanni. Ed è mio figlio

I due rimasero in silenzio, Giovanni aveva capito che era impossibile carpire altre informazioni da sua sorella. L’attesa non durò molto, dopo qualche minuto sentirono le pietre muoversi sotto i loro piedi. Giovanni si alzò di colpo, pensò si trattasse di un terremoto. La mano di Maria lo accarezzò, gli sorrise e senza dire parole gli fece capire che non c’era nulla di cui aver paura.

All’improvviso una luce blu li illuminò dall’alto. Il ragazzo provò a stringere gli occhi e coprirsi con una mano per cercare di capire di cosa si trattasse. La luce però era troppo forte e puntava dritta a loro. Sentì un forte rumore, qualcosa di grande si stava avvicinando a loro. Pensò si trattasse di un carro armato, di un aereo, non avrebbe mai immaginato cosa fosse realmente. Dal fascio di luce si aprì uno spiraglio, qualcuno proiettava la propria ombra cosicché Giovanni poté guardare finalmente la scena.

Era più alto di un normale essere umano, ne aveva la forma anche se più allungata. Aveva linee antropomorfe ma era chiaro a quel punto che non era terrestre. La pelle era di color verde e il volto aveva una forma ovale. Gli occhi erano grandi, non aveva naso e una piccola bocca formava un impercettibile sorriso. Giovanni rimase senza parole, guardava quell’essere che camminava fiero e sicuro verso Maria. Avrebbe voluto fare qualcosa, non essere solo uno spettatore immobile ma qualcosa lo tratteneva. Non sapeva se era più la paura o la fiducia che riponeva in sua sorella e in quell’alieno.

L’essere si avvicinò a Maria e si inginocchiò. La guardò negli occhi e con dolcezza le sorrise e tese le braccia. Maria sorrise anch’ella, Giovanni si rese conto che per la prima volta dopo tanto tempo aveva visto il sorriso sul volto di sua sorella. La donna prese il piccolo e gli tolse il lenzuolo bianco. Lo mostrò all’altro, al suo vero padre. Questo lo prese con delicatezza e lo alzò per guardarlo meglio alla luce proiettata dalla sua astronave. Lo tenne in braccio, più stretto, mentre con una mano accarezzava il volto di Maria. Poi si girò e ritornò verso il suo mezzo di trasporto. Tutto questo davanti agli occhi di Giovanni che osservava la scena immobile.

L’astronave partì senza emettere nessun rumore, il pavimento ritornò a tremare mentre si alzava in volo e spariva dalla vista dei presenti andando incontro al cielo stellato.

Ci volle qualche minuto prima che la scena si sbloccasse, prima che uno dei due si muovesse e cominciasse a parlare. Giovanni non sapeva da dove iniziare. Chi era quell’essere? Perché sua sorella non aveva paura? Lo conosceva già? C’era qualche connessione tra loro? Si accovacciò a terra guardando sua sorella, lei capì i suoi dubbi e cominciò a parlare.

-Immagino come tu ti senta, anche io la prima volta che l’ho visto ero così come te. E’ successo mesi fa, ero con James quando è successo. Non pensare male. James è stato sempre un signore, non ha mai approfittato di me. Era gentile, parlavamo spesso. Passavamo molto tempo insieme, mi portava a ballare nel suo accampamento, mi parlava della sua terra, dell’America. Io gli insegnavo la nostra lingua. Eravamo innamorati? Certo, malgrado le malelingue della gente io amavo James, e lo amo ancora. Eravamo in un prato sulla collina del Vomero quando vedemmo una luce venire verso di noi. Era un’astronave, scese uno di loro a parlare con noi. Quello che hai visto anche tu stasera. James tirò fuori la sua pistola e la puntò sull’alieno. Lui ci parlò attraverso le nostre menti. E’ difficile da spiegare, non sentimmo la sua voce, non conoscono la nostra lingua. Vedevamo delle immagini e dei suoni e capivamo cosa voleva comunicarci. Erano qui sul nostro pianeta per portare avanti i loro studi sulla nostra razza, ci conoscono da molto tempo. Avevano bisogno di una donna che partorisse un ibrido della loro specie. Non lo ordinarono, lo chiesero. Io e James capimmo il loro intento, non erano cattivi, volevano solo capire meglio il nostro mondo. Io mi offrii volontaria, James all’inizio non era d’accordo ma nelle nostre teste “vedemmo” quello che vedevano loro. Il loro progetto di futuro con noi. Decidemmo allora di farlo, la gente avrebbe detto che era figlio suo, saremmo sopravvissuti agli sguardi cattivi delle persone, all’ignoranza. Dopo soli due mesi però, quando la pancia iniziava a vedersi più grande, fu chiamato dal suo superiore. Gli venne assegnato un nuovo compito, lontano da Napoli. E’ stato difficile affrontare la cosa da sola, con lui era tutto diverso. Intanto il mio ventre cresceva e anche il bambino che era dentro. Sono esseri dotati di grande intelligenza e sono collegati tra loro. Ogni giorno sentivo la sua voce dentro di me, mi parlava, mi tranquillizzava. Mi diceva dove avremmo incontrato il suo vero padre, qui, oggi. Nessuno doveva sapere nulla, chissà cosa gli avrebbero fatto se qualcuno lo avesse visto

-Quindi tu sapevi? Sapevi fin dall’inizio come sarebbe andata? Avresti dato alla luce tuo figlio per poi perderlo subito dopo?

-Non da subito. Come io sentivo lui anche lui sentiva me. Avvertiva le mie paure, la mia sofferenza, l’amore travagliato con James. Loro hanno percepito tutto questo ed hanno pensato che sarebbe stato meglio attendere ancora. Avrebbero riportato il bambino sul loro pianeta e sarebbero ritornati sulla Terra in un’altra epoca, magari in un futuro in cui gli esseri umani si ameranno anche tra razze diverse, senza pregiudizi e senza paure

-E ora? Che faremo ora? Quel soldato, abbiamo ucciso un uomo per proteggere una creatura che ora non è più con noi

-Dobbiamo fuggire, Giovanni. Ricevo lettere ogni giorno da James, ora è nel centro Italia. Lo raggiungeremo e con lui ce ne andremo di qui. Andremo con lui in America, lontano da questa lunga guerra che non vuole finire. Cominceremo una nuova vita, non so come ma lo faremo. E stavolta insieme

Giovanni guardò negli occhi Maria. Ormai gli occhi della ragazzina che conosceva non c’erano più, avevano lasciato il posto agli occhi maturi e decisi di una donna. Una donna che aveva sopportato un peso enorme, subito le conseguenze di una scelta più grande di lei. Lui ora si fidava di quella donna. Fece un cenno di approvazione con la testa, poi si gettò tra le sue braccia e la strinse forte a sé.

23 Luglio 1550

Il piccolo Pedro aveva un nome importante per l’epoca, un nome che portava alla mente un luogo lontano che si era fuso nel sangue di Napoli. Ma anche un nome simbolo di autorità, di risolutezza. Il nome di chi aveva permesso la rinascita di quella città. Don Pedro da Toledo.

Il vicerè spagnolo aveva dato tutto a Napoli, con lui i cittadini avevano dimenticato la peste. La sua mano aveva riplasmato sotto tutti i punti di vista l’anima della città, specialmente l’urbanistica. I palazzi, le vie, i quartieri, erano cambiati da quando era lui a comandare. Erano nate nuove arterie importanti come la grande Via Toledo, ma anche vie più piccole e tortuose. Vie che godevano solo di pochi minuti di sole al giorno, destinate ad un ambiente selezionato proprio dal grande Pedro da Toledo. Quei ciottoli che proprio in quel momento stava calpestando il nostro piccolo protagonista.

Erano i quartieri spagnoli, creati dal viceré per ospitare il suo esercito e le famiglie dei soldati. Vicoli stretti e bui dove era nato il piccolo Pedro. Napoletano di nascita ma di sangue spagnolo. Primogenito di uno dei soldati migliori, Vicente Raul, di animo nobile e devoto a Don Pedro. Il ragazzino era nato e cresciuto in quelle strade. Parlava la lingua del posto, dello spagnolo non conosceva nulla a parte qualche parola. Era la sua curiosità che lo portava a chiedere a suo padre il significato delle parole che ascoltava quando lui parlava con i suoi amici. Il padre era ben felice di tramandare qualcosa della sua lingua madre, anche se sapeva che se il giovane voleva farsi strada doveva mescolarsi bene con il resto della popolazione, imparare le loro usanze, interagire con loro. Era nato in quella città e doveva esserne parte.

Era molto legato a quei luoghi, specialmente a quel quartiere. Suo padre gli aveva spiegato che era nato per loro, che il popolo li aveva accolti e loro dovevano rispettare ogni sasso di quel posto. Vicente credeva fermamente a quello che diceva. Rispettava tutti ed era rispettato da tutti. Ma non tutti erano come lui, lo sapeva. Pedro ogni giorno camminava per le vie di Napoli insieme a sua madre. Tutti erano gentili con lui, ogni commerciante, ogni ufficiale, persino ogni passante lo salutava calorosamente. Era un bambino intelligente e con un padre così virtuoso sarebbe sicuramente cresciuto bene. Il popolo amava osannare i suoi eroi, ci teneva a dimostrare quanto apprezzasse l’operato dei soldati spagnoli.

“Tenete signora, un pezzo di pane per voi. No, non vi preoccupate. E’ da parte nostra, non mi dovete niente“

“Signora, permettete un fiore per la vostra bellezza? Salutatemi vostro marito”

“Piccolo, sei identico a tuo padre. Vi ricordo sempre nelle mie preghiere”

Si sentivano protetti e coccolati dal calore che emanava quella città. La sera Pedro raccontava al padre quello che aveva visto durante il giorno, il petto di lui si riempiva di orgoglio mentre la madre li guardava teneramente.

-Papà perché tutti ti conoscono?

-E’ normale piccolo mio. Noi siamo i soldati di Don Pedro. Grazie a noi tutti possono vivere al sicuro e pensare solo a come vivere felici

-Ma tu non sei di Napoli, perché lo fai?

-Non serve essere napoletano per amare Napoli. Io sono spagnolo ma vivo qui e tu sei nato qui. Napoli ci ha accolti e noi dobbiamo fare qualcosa per Napoli. E poi io sono un soldato. Chi mi comanda ha un grande cuore e ordina a tutti i soldati come me di tenere sicura la città

-Ma non hai paura?

Vicente prese in braccio suo figlio facendolo volteggiare in aria.

-Tuo padre non ha paura di niente! Ce l’abbiamo nel sangue, siamo coraggiosi e nulla ci fa paura

-Ma anche quando eri piccolo come me non avevi paura

-Quando ero piccolo come te avevo tanta paura di quello che non conoscevo. Ma poi sono diventato quello che sono, ora conosco gli uomini e non mi fanno più paura. E poi noi siamo armati, vedi questa spada, questa lancia? Sono armi, le porto con me per spaventare i cattivi

-Quindi tu non uccidi le altre persone?

-Certo che no, piccolo mio. Non serve uccidere le persone per guadagnarsi il rispetto. Basta far capire ai cattivi che sei forte, non serve usare la forza. Un giorno lo capirai, da grande. Anzi, ti voglio far vedere una cosa

Mise il figlio a terra. La madre li guardava curiosa, Vicente si era liberato del piccolo quando si tolse la corazza e la maglia. Era a torso nudo davanti al figlio e con un dito indicava un segno sul petto.

-Vedi questo disegno sul mio petto?

-Sì, è un cerchio

-Certo, ma vedi cosa c’è dentro questo cerchio? Riconosci questo animale?

Pedro fece segno di no con la testa, era ancora piccolo e non conosceva ancora gli animali selvatici a parte quelli che aveva visto su alcuni libri illustrati

-Te lo dico io cos’è. E’ un leone, l’animale più forte che esista al mondo. E’ come un grosso gatto ma con tanti capelli. E’ grande quanto un vitello. Con un solo ruggito può spaventare decine di nemici. Nel posto dove vive è lui che comanda. Vedi? Il tuo papà è come un leone. Basta solo ruggire ogni tanto e i nemici più codardi scappano con la coda tra le gambe

-Ma perché hai quel disegno sul petto?

Vicente era divertito e commosso da una domanda detta in maniera così innocente. Aveva ragione, gli aveva fatto vedere il tatuaggio ma non gli aveva spiegato il perché di quel disegno.

-Hai ragione piccolo mio. Vedi, il tuo papà fa parte di una squadra nominata “squadrone Chimera”. La chimera è un animale di fantasia. In pratica nei libri e nei racconti dell’immaginazione la chimera è un animale che ha la testa di un leone, il corpo di una capra e la coda di un serpente che sputa fuoco. E’ spaventoso e bisogna veramente starne alla larga perché è pericoloso

Il piccolo si portò le mani al viso coprendosi gli occhi.

-Ma non ti preoccupare, è solo un animale di fantasia. Non esistono in natura, ti assicuro che non lo incontrerai mai di persona. In pratica ci sono questi tre animali diversi che compongono la chimera. Nel nostro squadrone siamo in quattro a farne parte. Io, tuo zio Miguel, Armando e Rodrigo, gli amici di papà che hai visto spesso. Per gioco ognuno di noi ha scelto un animale per ogni casato. Io e mio fratello abbiamo il leone, siamo la testa della chimera, la ragione. Armando invece è la capra, perché parte sempre per primo senza ragionare. Poi c’è Rodrigo

-Il serpente?

-Esatto, sei stato attento? Lui è il serpente perché ha la lingua lunga, è bravo con le parole più che con il pugno. Ci siamo fatti disegnare questi animali per imprimere nella nostra storia il legame che ci unisce. Quindi sappi che tu sei il figlio di un leone, quindi sei un leone anche tu

-Come fanno i leoni?

-Come fanno i leoni? Ma è semplicissimo, fanno ROAAARRRRR!

-ROAAARRRRRR!

-Bravissimo, più forte!

-ROAAARRRRR!!!

La madre scoppiò a ridere guardando i due uomini di casa che ruggivano e si divertivano. Quella notte suo figlio si addormentò sognando gli animali fantastici raccontati dal padre.

Il giorno successivo Pedro andò in giro come altre volte a cercare i suoi amici di gioco. Stava passeggiando per una via dei quartieri quando notò un bambino seduto sui gradini dell’ingresso di una casa. Sembrava triste e aveva il volto tra le mani. Pedro gli si avvicinò incuriosito.

-Ciao, come ti chiami?

Il ragazzino non rispose, rimase serio nella sua posizione.

-Ti va di venire a giocare con me e i miei amici?

L’altro alzò la testa e fissò Pedro. Probabilmente la domanda lo aveva attirato.

-Non posso, sto aspettando ma madre

-Dov’è tua madre?

-E’ qui dentro. Mi ha detto di aspettare seduto qui fuori

-Vuoi che ti faccia compagnia?

-Sì, siediti qui vicino a me

I due ragazzini stettero a parlare per un bel po’. Pedro scoprì che si chiamava Pasquale, non aveva fratelli né amici. Viveva da solo con la mamma, non aveva mai conosciuto suo padre. Pedro capì che era diverso da lui. Non aveva giochi, non aveva persone che durante la giornata erano con lui a tenergli compagnia. Almeno in quei pochi minuti non era solo, era insieme al suo nuovo amico e la tristezza si era allontanata. Il pensiero di essere un povero, un emarginato per poco tempo non c’era. All’improvviso la porta alle loro spalle si aprì. Uscì una donna, cercava di coprire il volto con la mano per nascondere le lacrime e la maschera di tristezza. Pasquale scattò in piedi e la abbracciò, lei lo allontanò.

-Andiamo Pasquale, dobbiamo tornare a casa

-Mamma, lui è Pedro, il mio nuovo amico

-Andiamo ti ho detto. Andiamo via di qui

Alle loro spalle un’altra figura uscì dal portone. Era un uomo, ad ogni passo la sua armatura produceva un rumore metallico. Era un soldato. Una volta uscito all’esterno Pedro lo riconobbe, era Rodrigo, uno degli amici del padre. Quando vide il bambino lo salutò accarezzandogli i capelli.

-Ciao Pedro, che ci fai qui? Vai a giocare con i tuoi amichetti

-Lui è Pasquale, il mio nuovo amico

-Bravo Pedro, hai un nuovo amico. Lo sai, troverai spesso Pasquale qui. Verrà tute le mattine con la mamma. Non è così Teresa?

La donna evitava di guardare negli occhi il soldato. Lui la prese come un’offesa e con le mani le girò la faccia nella sua direzione.

-Sto parlando con te, è buona educazione rispondere. Stavo dicendo che tu e tuo figlio verrete qui ogni mattina, non è vero? Io e i miei amici abbiamo tanta voglia di compagnia e tu sei così brava. Poi hai bisogno dei nostri, come dire, servizi. Ora fai la brava e vieni domani, intesi? Pedro, saluta il tuo amichetto che domani giocherete insieme

-Ciao Pasquale, a domani

-Ciao Pedro

Pasquale e la madre si allontanarono, nel frattempo Rodrigo si rivolse a Pedro.

-Vai a giocare anche tu, Pedro. Io ho da fare

Il ragazzino raggiunse i suoi amici e parlò del suo nuovo compagno. Gli altri erano ben felici di conoscerlo e giocare con lui il giorno successivo. Quando Pedro ritornò a casa era entusiasta e parlò con i genitori di quanto era accaduto quella mattinata. Stranamente loro non sembravano particolarmente felici, piuttosto preoccupati e lui non capiva il perché.

-Mamma, Pasquale è un bambino come me ed è solo. Non siete contenti?

-Certo che lo siamo amore mio. E’ che un bambino come te non dovrebbe vedere certe cose. Dimentica di aver visto Rodrigo trattare male quella povera donna

-Ma perché le parlava in quel modo? E’ la mamma del mio amico

-Vedi caro, non tutti gli uomini sono virtuosi e gentili come tuo padre. Esistono uomini che non sanno cos’è l’onore. Se ne approfittano perché hanno potere su altre persone. Non ci pensare

-Ma farà del male alla mamma del mio amico?

Si avvicinò il padre e prese la parola.

-Per nulla al mondo io lo permetterò. Ricordi quello che ti ho spiegato ieri riguardo al ruggito del leone? Io parlerò con Rodrigo e gli altri e gli dirò di non fare nulla di male a quella donna

-E ti staranno a sentire perché sei un leone?

-Esatto, siamo leoni!

Il bimbo continuò a giocare con i propri genitori prima di andare a dormire. Una volta messo a letto il piccolo i due continuarono a parlare di quell’accaduto.

-Perché sei così preoccupata Anita?

-Per quello che ha riferito Pedro. Lo sai anche tu quella povera donna cosa stava facendo lì con Rodrigo. Chissà in che condizioni di povertà vive con quel piccolo figlio per accettare un simile…

-Calmati Anita. Hai ragione, povera donna. Ma le cose stanno così e non è l’unica

-Quindi solo perché non è la sola a versare in questo stato non vale la pena preoccuparsi per lei?

-Non è questo che voglio dire. L’hai detto anche tu, gli altri non sono come me. Vorrei poter mantenere la promessa che ho fatto prima a Pedro ma so già i non riuscirci

-Perché dici questo?

-Perché Rodrigo non è solo. Anche altri con lui hanno portato in questo quartiere donne povere per soddisfare i loro bisogni di animali. Posso provare a parlare con loro ma difficilmente mi staranno a sentire

-Gente come tuo fratello? Non so proprio come sia potuto succedere che nella tua famiglia nascesse uno come lui

-Non è cattivo, Anita. Come non lo sono gli altri. E’ solo che il potere fa perdere la testa a qualcuno. Dai, non pensiamoci stasera. Ora andiamo a letto

La notte passò serenamente e il giorno dopo Pedro si svegliò tutto felice per andare ad incontrare il suo nuovo amico. Lo vide nello stesso punto del giorno precedente, con la solita faccia triste. Riuscì però a tirargli su il morale, lo accompagnò dai suoi compagni e quella mattina giocarono tutti insieme. Quando i due ritornarono dove si erano incontrati però la tristezza si fece risentire. La madre di Pasquale uscì dal portone con la testa bassa. Chiamò il figlio in fretta e se ne andò.

Per i giorni successivi la scena si ripeté finché un giorno Pedro non incontrò Pasquale che piangeva seduto sui soliti gradini.

-Ciao Pasquale, perché piangi?

-Mia mamma è stata male. Ha vomitato tutta la notte e stamattina non riusciva a camminare bene. Dice di avere forti dolori alla pancia

-E ora dov’è?

-E’ dentro questa casa come sempre, ma sono preoccupato per lei

-Magari se bussiamo ci aprono e glielo diciamo. Magari possono chiamare un dottore

-No, mi ha detto di non entrare. La aspetterò qui finché non ha finito, tu vai pure a giocare

Ma Pedro non aveva voglia di andarsene e lasciarlo solo. Si sedette accanto a lui e in silenzio aspettarono finché la donna non uscì. Pasquale le corse incontro stringendosi alla sua gamba. Lei camminava a malapena e trascinava le gambe come se stesse per cadere. Pedro in un impeto di coraggio iniziò ad urlare contro chiunque fosse celato in quella stanza. Per la prima volta percepiva dentro di sé la forza del leone e doveva far sentire il suo ruggito.

-Che cosa avete fatto a questa donna? Non vi vergognate di chiamarvi uomini? Sta male, chiamate un dottore e fatela curare!

L’eco del suo grido rimbalzò sulle pareti vuote della stanza. Pasquale e la madre si bloccarono per la paura ma dalla casa ancora non usciva nessuno.

-Non avete sentito? Siete dei farabutti! Uscite fuori e date una mano a questa donna!

Appena ebbe finito di parlare due braccia uscirono dalla porta e lo presero di peso. Gli fu messo un sacco di iuta sulla testa, poi una mano gli tappò la bocca mentre l’altra lo teneva fermo. Era dentro quella stanza e sentì un’altra voce parlare.

-Svelti, prendere anche la mamma e il figlio. Vediamo di risolvere questa situazione alla svelta. Tu, non togliere la mano dalla bocca di quel ragazzino. Non voglio che fuori sentano le sue grida

Gli uomini uscirono e velocemente rientrarono con Pasquale e sua madre.

-Che sta succedendo? Che vuole quel ragazzino che urlava?

-Parlava della donna che non stava bene, ora gli insegno io a tenere la bocca chiusa

-Aspetta, non lasciarlo ancora, potrebbe continuare ad urlare. Domandiamo a questo qui

-Già, di che parlava quel moccioso?

-Mia madre… Mia madre non sta bene. Stanotte continuava a vomitare senza riuscire a dormire. Ha bisogno di un medico

-Vomitato, dicevi? Rispondimi, tu, è vero quello che sta dicendo tuo figlio?

La donna ansimava dal forte dolore, non riusciva a parlare e si stese a terra.

-Sta male, non lo vedete? Fate qualcosa per lei

-Controllate come sta

Uno degli uomini le si avvicinò e le toccò la fronte. Ritrasse subito la mano.

-Scotta, ha la febbre. Che dobbiamo fare?

-Cosa vuoi fare? Te lo dico io cosa bisogna fare. Sai perché ha vomitato? Non è malata, è soltanto incinta

Di colpo un silenzio innaturale piombò nella stanza. Gli uomini si guardarono con sguardi di stupore.

-Di che vi sorprendete? Non sapete che è così che funziona?

-Ma ora cosa possiamo fare? Di chi sarà figlio?

-Ma di cosa stai parlando? Quale figlio? Non deve nascere nessun figlio. Io tengo fermo il bambino, voi sapete già cosa fare.

L’uomo che aveva una risposta per tutto prese di corsa Pasquale e lo tenne fermo e in silenzio mentre gli altri due iniziarono a dare calci alla povera donna stesa a terra. Il rumore delle fragili ossa che si spezzavano fece rabbrividire Pedro che per fortuna non poteva osservare la scena. I colpi continuavano, i due non si fermavano sebbene la vittima non desse più nessun segno di reazione. Non aveva più forze.

-Basta, ora finitela. Vedete come sta

Si avvicinarono per tastarle il polso, poi uno di loro diede la sentenza.

-E’ morta. Non respira più

-Idioti! Dovevate solo colpire la pancia! Sapete che i bambini nascono da lì oppure nessuno ve l’ha mai spiegato? Ora è troppo tardi, nessuno deve saperlo. Facciamo fuori questi due

Appena sentì quella frase, Pedro si fece coraggio e diede un morso alla mano che gli teneva la bocca chiusa dal sacco. L’uomo che lo teneva fermo mollò la presa, così lui poté allontanarsi e liberarsi. Fu allora che vide i volti dei carnefici. Quello che lo teneva fermo era Armando, a tenere fermo Pasquale era suo zio Miguel mentre chi dava gli ordini era Rodrigo. Erano i soldati che con suo padre dovevano tenere la città al sicuro, lo squadrone Chimera. Quando suo zio lo guardò rimase di sasso, non avrebbe mai immaginato di vedere suo nipote in quella circostanza.

-Pedro, che ci fai qui? Perché non sei a casa o con i tuoi amici?

Pedro aveva le lacrime agli occhi. La sua innocenza non riusciva a dare una spiegazione alla crudeltà che aveva dinanzi. Il suo amico spaventato e tenuto fermo, la donna stesa a terra, morta. Tremava, di colpo si era reso conto di quanto gli adulti possono essere malvagi.

-Cosa avete fatto? Perché lo avete fatto?

-Calmati Pedro, posso spiegarti tutto con calma

Prese la parola Rodrigo.

-Ma cosa vuoi spiegare? Lo vuoi capire che se lui esce da questa stanza per noi sarà la fine? Vuoi perdere tutto per colpa di un piccolo errore? Vuoi perdere il potere per così poco? Armando vallo a riprendere

Armando scattò verso Pedro e lo bloccò, il ragazzo non aveva più il coraggio di opporre resistenza.

-Cosa stai guardando ancora, Miguel? Il ragazzino, uccidilo prima che sia troppo tardi. Così incontrerà di nuovo sua madre in cielo

Miguel fece come gli era stato ordinato da Rodrigo. Prese il coltello dalla cintura e tagliò la gola del povero Pasquale. Il corpo del ragazzino cadde a terra, morì senza soffrire ma con ancora la scena della morte della madre davanti agli occhi. A terra i due visi si incrociavano in uno sguardo senza vita.

-Ora tuo nipote. Vai e fa ciò che devi fare.

Lo zio si mosse lentamente verso Pedro che cercava inutilmente di scappare dalla morsa delle braccia di Armando.

-Perché sei così lento? Uccidilo prima che combini un altro casino!

L’uomo si avvicinò al ragazzino. Delle lacrime uscirono dai suoi occhi, lo guardava mentre il braccio con il pugnale si alzava.

-Perdonami nipote mio. Hai sbagliato ad intrometterti in affari più grandi di te. Che Dio mi perdoni

Poi la mano si abbassò. La lama colpì la base del collo di Pedro. Armando lo lasciò cadere mentre dalla profonda ferita fuoriusciva un fiotto di sangue rosso scuro. Non era ancora morto del tutto, guardò un’ultima volta i suoi carnefici mentre la vita lo stava abbandonando. Il suo sguardo era pieno di rabbia, la rabbia che solo un bambino può avere. La rabbia di chi non ha avuto la fortuna di vivere la propria vita per le manie di grandezza di esseri malvagi. Mentre spirava però fece una promessa a sé stesso. Avrebbe vendicato quelle morti senza senso. Non sapeva come, non sapeva quando, ma sapeva che il suo spirito non avrebbe dimenticato quella carneficina. Sarebbero passati anni, forse secoli, ma la stirpe di quegli uomini cattivi sarebbe terminata in modo terribile, e le anime di tutti loro sarebbero bruciate nelle fiamme dell’inferno.

La sua anima sarebbe stata sempre lì, a vagare per quei quartieri alla ricerca di un animo nobile capace di assetare la sua fame di vendetta. La fame di un leone pronto a ruggire di nuovo.

https://youtu.be/ofUwxDsb424

8 Gennaio 1978

Il bambino si svegliò nella culla. Forse un rumore secco come di una serratura che scatta lo aveva destato.

Si guardò intorno, tutto buio. D’istinto aspettò in silenzio di capire dove fosse, attese che la vista si fosse abituata all’assenza di luce. Riconobbe la sua culla, era nella sua cameretta.

Si sentì al sicuro, provò a girarsi nel lettino.

Da un’altra parte della casa sentiva dei rumori. No, delle voci. Un misto di voci confuse. Una era inconfondibile, era sua madre. La sua mamma era da qualche parte in quella casa, doveva raggiungerla. Istinto, un figlio non può che ricongiungersi al suo primo amore quando si sente solo.

In cucina era tutto pronto. Non era stata una scelta facile quella presa nei giorni precedenti, ma Giovanna era ora più sicura che mai.

Qualche giorno prima aveva parlato con sua sorella, che a sua volta si era rivolta ad un’amica che conosceva una certa signora che faceva al caso suo. Uno strano gioco di un telefono senza fili dalle diaboliche conseguenze. Giovanna era andata anche dal suo sacerdote, Don Vincenzo. Questo era stato categorico, non doveva scherzare con quell’argomento. Era difficile superare un trauma così forte, ma in famiglia erano in tanti e insieme si riesce a superare tutto.

Cos’era successo? L’irreparabile. La falce imparziale dell’oscura signora si era abbattuta su quella famiglia ma Giovanna era troppo debole per sopportare un tale peso. Don Vincenzo aveva ragione, certo, ma si sa, la mente viaggia da sola specialmente quando le giornate sono lunghe e ogni angolo della casa sembra ricordarti tutti i dettagli.

Aveva bisogno di un tramite, parlare un’ultima volta. Sarebbe stata disposta a tutto, e fu proprio quello che fece. Quel giorno a casa venne Nunziatina, tutti conoscevano la fama che la precedeva.

Nunziatina era una maga, ma non di quelle che ti aiutano a raccattare un po’ di fortuna dandoti una mano al Lotto. Nunziatina è figlia d’arte, si diceva che la madre fosse imparentata con una Janara. Nunziatina era un tramite con l’aldilà, nelle sue vene scorreva sangue di generazioni di streghe. Nunziatina parlava con i morti.

A Giovanna bastava sapere quello, faceva proprio al caso suo. E quella notte contro ogni impedimento la fece entrare di soppiatto in casa per esaudire il suo intimo desiderio.

La culla era abbassata. Il piccolo era al sicuro, ma aveva tutto lo spazio necessario per scendere dalla culla e atterrare facilmente. Non era la prima volta che lo faceva, la madre già due volte credendolo tra le braccia di Morfeo lo aveva lasciato solo nella cameretta e lo aveva ritrovato sotto una sedia o a giocare a terra indisturbato all’insaputa di tutti. Erano tutti un po’ sbadati in quella casa, erano tanti e non c’era mai pace per nessuno.

Anche quella notte decise di provare. Sarebbe sceso dal letto per inseguire la sua voce preferita, proprio quella della mamma. Si girò di spalle, come aveva sempre fatto, e con piccoli passi arrivò al bordo della culla. Distese le gambe fino quasi a poggiarle a terra. Pochi centimetri lo separavano dal pavimento. Si lasciò cadere, l’imbottitura del tutone attenuò il piccolo salto. Appena a terra si mise seduto. Era tutto sotto controllo. Non aveva ancora sviluppato la paura e questo rese l’impresa più facile di quanto lo fosse realmente. Si girò verso la porta, le voci venivano proprio da quella direzione.

Giovanna fece sedere Nunziatina. Non c’era bisogno di parole. Giovanna aveva gli occhi lucidi, gli occhi di una persona che ha pianto troppo ma che ha ancora tante lacrime da versare. C’era qualcosa di teatrale nell’aria, sguardi che si incontravano scambiandosi le più intime sensazioni in silenzio. Nunziatina già sapeva tutto. Nel quartiere le voci sfrecciano più dei motorini. La tragedia era sulla bocca di tutti, anche se la regola della decenza dettava di non parlarne mai in presenza della povera disgraziata. Nei giorni precedenti Giovanna aveva l’idea che tutti ne parlassero ogni giorno ad ogni ora e che smettessero di parlarne solo quando lei camminava per strada. Era sommersa dagli sguardi di pietà di tutti quelli che incontrava al punto da sentirsi incapace di galleggiare.

Nunziatina disse solo una frase, categorica, imprescindibile

-Dobbiamo essere soli nella stanza, è importante che tutti dormano e che nessuno entri ad interrompere. Ci siamo capiti?

Giovanna annuì. Stare da sola era tutto quello che chiedeva. Un po’ perché sapeva che la reazione di tutta la famiglia non sarebbe stata clemente, un po’ perché aveva voglia che quell’attimo, seppur breve, dovesse essere tutto suo.

Si sedettero su due sedie di legno impagliate, Giovanna spense la luce mentre l’altra accese una candela.

Il piccolo si avvicinò gattonando alla porta. Se fosse stata chiusa il suo viaggio sarebbe finito lì, invece per sua fortuna era solo socchiusa. Un piccolo spiraglio che lo separava dal suo obiettivo.

Non fu facile aprirla. Non lo aveva mai fatto e all’inizio provò a spingerla in avanti, rischiando di chiuderla definitivamente. Dopo un paio di tentativi riuscì a tirarla verso di sé, restando immobile mentre vedeva il disimpegno da quella angolazione. Si voltò in tutte le direzioni restando seduto sul pavimento. Ecco che vedeva una luce nella direzione della cucina. Era una luce soffusa, ma valeva la pena di andare in quella direzione. Anzi, sentiva che lì era dove doveva andare.

Nunziatina chiuse gli occhi. Non lo aveva detto a Giovanna ma già solo entrando in quella casa aveva avvertito qualcosa di strano. Come se all’improvviso si fosse attivato qualcosa. forse era suggestione, o forse era davvero il dolore straziante della morte ad essere il padrone di quell’abitazione. Quando chiuse gli occhi sentì un peso sulla sua testa, come una forza innaturale le stesse obbligando di rimanere seduta. Era incapace di opporsi a quella forza e sapeva che non doveva contrastarla. Lei era solo un tramite, non aveva libertà di azione.

Era in trance, gli occhi erano ancora chiusi ma la bocca si aprì cominciando a ripetere una litania incomprensibile. Erano parole in napoletano antico, una lingua ormai dimenticata. Non era lei a parlare, lei prestava soltanto le corde vocali. In quel momento sua madre, sua nonna e chissà quante altre presero il controllo del suo corpo per adempiere al suo scopo.

Seduta di fronte, Giovanna la guardava senza fiatare. Senza respirare. Non sapeva se era più la paura di quella situazione per nulla normale oppure la gioia che di lì a poco a poco avrebbe avuto quello che desiderava tanto.

-Prendi le mie mani. Rimani in silenzio e chiudi gli occhi

La voce non era più quella della maga. Giovanna si era accorta che ora il timbro era diverso, quasi come se fossero più voci a parlare contemporaneamente. Obbedì senza esitare.

Il bagliore della luce era sempre più vicino. Ogni piccolo passo rendeva più distinta l’ombra che si proiettava sul muro opposto. Non sentiva più la voce della madre, strano. Sentiva un sottofondo ma non sapeva identificarlo. Gattonò ancora un po’ finché si affacciò e finalmente la vide.

Era di spalle ma la riconosceva. Eccola lì, sua madre. La luce della candela proiettava un alone intorno quasi angelico. Abbassò la testa e si diresse più velocemente verso di lei.

-Tieni strette le mie mani. Non aprire gli occhi per nessun motivo

Il cuore di Giovanna prese a battere sempre più velocemente. Nel silenzio della cucina sentiva i suoi battiti assordanti pensando che il cuore le sarebbe schizzato fuori dal torace. Teneva gli occhi stretti con forza quasi come se dovesse contrastare una forza invisibile che tentava di farglieli aprire. Dalle palpebre chiuse riusciva a percepire la luce della candela che cambiava direzione sempre più velocemente. Non sentiva spifferi però, l’aria si era come immobilizzata nel tempo.

-Giovanna devi essere forte, non aprire gli occhi

Perché insisteva così tanto? Non aveva motivo di disobbedirle proprio ora che era vicina al suo intento. Stava per domandarselo quando alle sue spalle sentì un piccolo rumore.

I passi del piccolo diventavano sempre più rumorosi quanto più si avvicinava alla mamma. Batteva le mani a terra schiaffeggiando il pavimento, avrebbe attirato sicuramente l’attenzione e si sarebbe finalmente girata. Come quando faceva cadere di proposito i giochi a terra. Lei si girava e gli faceva una faccia buffa facendolo ridere a crepapelle. Ripensò a quei momenti e si sentì in pace. Ora voleva solo che si girasse. Che si girasse e che venisse a prenderlo in braccio. Aveva davvero bisogno di un abbraccio.

Erano proprio dei piccoli passi quelli che sentiva. Era immobile e tutti i sensi erano attivati, riusciva a sentire piccole vibrazioni del pavimento. Le mani tremavano e cominciavano a sudare freddo.

-Non ti muovere, capì? Non è il momento!

La fiamma della candela girava in senso orario senza fermarsi. Giovanna sentiva il calore della fiamma sul suo volto. Gli occhi sempre più serrati cominiciavano a lacrimare. Doveva essere forte, non poteva fallire a quel punto.

Il piccolo sentì la mamma piangere. Un’altra donna urlava contro di lei, era lei la colpa. Non poteva stare lì senza fare niente. Aveva provato a farsi notare ma senza risultato. Doveva avvicinarsi ancora di più. Fece altri passi e si avvicinò alla sedia portandosi vicino alla gamba della madre. Dal basso riuscì a vedere il suo viso, anche se non gli piacque. Aveva gli occhi chiusi e lui voleva vedere il suo sguardo rivolto verso di lui.

Giovanna continuava a tremare. Adesso sentiva la gamba muoversi. Sentiva un calore vicino al suo piede e istintivamente prese far tremare la gamba. Sentiva di non essere più così forte. E se in quello stato non riusciva a sentire la presenza di qualcun altro in casa che stava disturbando la seduta? La testa continuava a valutare ogni ipotesi possibile e impossibile. Stava impazzendo.

-Non lo fare. Giovanna non lo fare! Non interrompere, ci siamo quasi

Quella di Nunziatina era ormai solo una delle tante voci nella sua testa, e le altre erano assordanti.

Si alzò piano sul piolo della sedia cominciando a dondolarsi per spostarla leggermente. Perché la sua mamma non gli dava attenzioni? Era triste, voleva a tutti i costi un suo sguardo, un suo sorriso.

Inspirò con ansia e finalmente riuscì a pronunciare la parola. Quella parola che aveva sempre detto quando aveva bisogno di aiuto.

-Mamma!

Tutto successe in un attimo. Un singolo secondo scandito dal tic di un orologio da cucina. Un attimo dilatato nel tempo dalla forte tensione che aveva preso il comando in quella stanza.

Giovanna sentì chiaramente la voce di suo figlio che la chiamava. L’istinto materno prevalse. Più di ogni forma di autocontrollo. Più di ogni forza naturale o soprannaturale che imperava in quell’istante.

Aprì gli occhi girando di scatto la testa verso il basso.

Le mani si staccarono da quelle di Nunziatina, in un impeto di rabbia.

La maga soffiò sulla candela. L’aria trattenuta nei polmoni nei secondi precedenti uscì fuori tutta insieme facendo piombare nel buio la cucina di Giovanna.

Tutto in quel solo secondo.

In una piccola frazione di quel secondo Giovanna vide accanto alla sua gamba suo figlio Michele. che la guardava. L’immagine si dissolse in quella stessa frazione senza che lei potesse far nulla. Rimase immobile respirando a malapena. Subito dopo il silenzio fu rotto da un pianto straziante che sembrava non placarsi mai.

Nunziatina corse verso la porta di casa, prese velocemente le sue cose e scappò da quella casa maledetta dal dolore della morte. Sbattè la porta, Giovanna non sentì neppure le parole di scusa della maga che forse aveva sottovalutato troppo un dolore così grande.

Poco dopo tutti gli altri componenti della famiglia corsero verso la cucina, attirati dal pianto della povera madre. La videro seduta, con il resto del corpo disteso sul tavolo a disperarsi e tirarsi i capelli. Continuava a ripetere il nome del suo figlio più piccolo, Michele, morto una settimana prima a causa di un incidente domestico. Era sceso da solo dalla culla, la porta della stanza era chiusa e ingenuamente aveva gattonato fino al balcone, per poi infilarsi sotto l’inferriata e compiere un salto fatale di quattro piani.

Il marito di Giovanna e gli altri figli videro la povera donna in preda alla disperazione. Capivano che c’era qualcosa di diverso ma non chiesero spiegazioni. Si avvicinarono a lei e la strinsero in un forte abbraccio, abbandonandosi tutti al pianto.

Passarono i giorni, il dolore non sparì di certo.

Giovanna però ricordò un particolare. Un piccolo particolare in quella frazione di secondo che le avrebbe dato un po’ di coraggio. Michele l’aveva guardata un’ultima volta sorridendo. Ricordava che nel momento in cui i loro sguardi si erano incrociati lui aveva sul suo piccolo volto il più bello dei sorrisi che avesse mai visto.