
C’era silenzio quel pomeriggio, un silenzio a cui Giovanni non era ancora abituato. Nella sua testa c’era ancora il frastuono delle bombe che fino a qualche mese prima aveva visto scoppiare davanti a lui. Quelle bombe che lo avevano allontanato dalla sua famiglia per troppo tempo. Ed ora dopo più di un anno era ritornato. Pochi metri lo separavano dai suoi affetti ma quei passi erano i più difficili da percorrere. Dalla stanza chiusa arrivavano dei deboli lamenti, riusciva a riconoscere la voce di sua sorella Maria. Era dentro quella stanza e probabilmente quel giorno avrebbe dato alla luce un bambino.
Giovanni rimase fermo, immobile per chissà quanto tempo. Minuti che sembravano ore. Non avrebbe mai immaginato che dopo tutto quel tempo qualcosa lo avrebbe bloccato. Stava fumando la sua sigaretta, l’ultima che aveva con sé. Guardava il fumo che saliva lentamente e non poteva evitare di pensare ancora una volta a quei giorni di un anno prima. Giorni in cui l’aria era piena di fumo e polvere. Entravano nelle narici e facevano tossire chiunque, entravano nelle abitazioni, o quello che rimaneva, e rimanevano attaccati a ogni oggetto. I bombardamenti misero in ginocchio una città intera. Napoli era diventata il campo di battaglia di entrambe le fazioni, prima gli americani e poi i tedeschi. Ogni giorno la morte alata volava sopra la città a mietere vittime. Con il tempo anche il volto della città cambiava. I palazzi, le chiese, i monumenti che fino a poco prima erano l’emblema dello splendore di Napoli, cadevano e lasciavano spazio a luoghi irriconoscibili, aridi. La terra veniva innaffiata con il sangue delle povere vittime di un conflitto più grande di loro.
Fu proprio in uno di quei raid che Giovanni vide per l’ultima volta la sua famiglia. Stavano passeggiando insieme, lui, sua sorella più piccola e i suoi genitori. Due aerei tedeschi sorvolavano Corso Garibaldi. Il primo sganciò un ordigno a pochi metri da loro. La detonazione fu tale che vennero sbalzati in aria. Subito dopo il secondo aereo volò a bassa quota mitragliando i superstiti. Giovanni aveva ricordi confusi di quei momenti. Cercava di guardare intorno alla ricerca dei suoi cari ma Il fumo gli oscurava la visibilità. Voleva alzarsi e correre ma una grande ferita alla gamba glielo impediva. Ricordava solo di aver chiuso gli occhi per un istante, poi ricordava di trovarsi in un altro posto. Attorno a lui c’erano altre persone, tutte gravemente ferite dall’attacco aereo. Nelle sue orecchie arrivavano lamenti e urla di dolore disumane. Cercava di domandare dove si trovasse in quel momento, dove fosse la sua famiglia.
Nessuno gli rispose finché non si avvicinò a lui un dottore. Nonostante la giovane età era freddo come il ghiaccio, il suo sguardo non mostrava alcuna emozione mente si muoveva impassibile in quell’inferno. Si avvicinò a Giovanni e gli spiegò che si trovavano in uno dei rifugi temporanei che erano stati allestiti per curare i feriti. Giovanni gli disse il proprio nome e cognome, chiese dove fossero i suoi parenti ma il giovane medico non aveva tempo da perdere a cercare i dispersi. Era lì per curare i malati, tutti. La ferita alla gamba del ragazzo era grave e doveva disinfettarla e curarla al meglio. Quella notte e le successive, infatti, Giovanni ebbe una forte febbre causata proprio dall’infezione alla ferita. Ormai non sapeva più quanti giorni erano passati, gli sembrava di essere lì da mesi.
Ogni giorno vedeva qualche nuovo paziente e ogni giorno vedeva qualcuno andarsene tra urla strazianti. Era proprio come aveva sempre immaginato l’inferno e la lontananza da sua sorella e dai suoi genitori non faceva che aggravare la situazione. La gamba intanto peggiorava. Sembrava che il lavoro dei dottori e le preghiere delle suore non riuscissero a curarla a dovere. Il dolore non diminuiva e divenne il suo unico amico in quei giorni senza fine. Intanto guardava ripetutamente la porta dell’infermeria sperando che da un momento all’altro potesse scrutare un volto conosciuto.
Ma non accadde.
Ma un giorno riuscì a compiere un passo avanti. Sembrava aver perso ogni speranza quando con un’incredibile forza di volontà riuscì a camminare per un metro appoggiandosi al braccio di un’infermiera. Piangeva di gioia quando ci riuscì. Era la sua piccola vittoria anche se era ben lontano dal poter uscire da solo da quell’incubo.
Passarono altri mesi e finalmente poté dire addio a quel luogo così pieno di sofferenza. Uscì e si mise subito alla ricerca dei suoi cari. Non fu un’impresa facile. Prima ritornò a casa ma non c’era nessuno. Chiese ai vicini, dissero che non era rimasto più nessuno dal giorno del bombardamento. Quel giorno i suoi genitori erano morti dal fuoco delle mitragliatrici del secondo raid, lui era stato dato per disperso e sua sorella Maria aveva raggiunto alcuni parenti nella zona di Materdei. Queste erano le uniche informazioni che aveva avuto, doveva trovare sua sorella in uno dei quartieri più affollati di una città che agli occhi di Giovanni aveva cambiato volto.
Non solo i palazzi che ricordava non c’erano più, anche le persone erano diverse. In tanti avevano lasciato le proprie abitazioni per allontanarsi da quello che era a tutti gli effetti un campo di battaglia aperto. Chi poteva, aveva deciso di lasciare Napoli per trasferirsi altrove e scongiurare i rischi di altri bombardamenti. Inoltre per strada c’erano loro, gli americani. Era riconoscibili nelle loro divise, circondati dal popolo che li osannava ad eroi. Distribuivano cioccolata ai bambini e sigarette agli adulti. Sorridevano e incutevano sicurezza alla gente, ai napoletani bastava quello. Chissà se avevano già capito che si trattava solo dell’ennesimo padrone che si stava insinuando nelle membra della città.
Giovanni si recò a Materdei continuando la sua ricerca. Dopo qualche giorno riuscì a reperire qualche informazione in più. C’era chi parlava di una certa ragazza di nome Maria che abitava lì e che aspettava un bambino. Giovanni dapprima rifiutò l’idea che fosse proprio sua sorella. Erano passato un anno da quando non la vedeva ma non immaginava che in quel poco tempo avesse trovato un marito e stesse per mettere su famiglia, ma erano troppi i dettagli che coincidevano
Come no, Maria, la ragazza che è venuta qui dopo i bombardamenti
Quella incinta? Abita più avanti, sulla destra
Povera ragazza, ora deve crescere da sola quel bambino
Poverina, ha perso i genitori e il fratello in uno dei bombardamenti
Chi’ Maria? Se lo merita, la prossima volta impara a frequentare quei maledetti soldati americani
Sapete come funziona, no? Quelli sono venuti qui, hanno di tutto nel loro paese
Quello che vogliono se lo prendono
Non è il primo caso, guardate. C’è pure quella canzone che lo racconta. Chill o’ fatt è nir nir
Giovanni era stordito dalle frasi che ascoltava. Più domandava in giro e più il cerchio cominciava a stringersi intorno alla ragazza incinta. Che fosse proprio lei sua sorella. Si recò subito fuori all’abitazione che gli indicarono. Un piccolo gruppo di curiosi si radunò a poca distanza da lui mentre osservava la porta d’ingresso e sentiva i lamenti di quella voce inconfondibile.
Era lei, ma non trovava ancora la forza di entrare ed abbracciare la sua amata Maria.
Quando finì la sua sigaretta si decise. La gettò a terra, la spense con il tacco della scarpa ed entrò.
La ragazza era distesa nel letto e si contorceva dal dolore, ma con quanta forza aveva cercava di non mostrare debolezza. Accanto a lei c’era una signora anziana che le passava un panno bagnato sulla fronte e le ripeteva parole dolci. Giovanni guardò la scena, dapprima come un estraneo, la mente rifiutava ancora di credere che quella fosse sua sorella. Poi nel vedere quanta forza avesse, quanto dolore stesse sopportando quasi in silenzio, qualcosa fece breccia nella corazza che si era formata nel suo cuore. Subito si gettò in ginocchio vicino al letto, abbracciò Maria e scoppiò a piangere. Quando lei lo vide si lasciò andare, pianse anche lei mentre teneva testa ai dolori delle contrazioni.
-Maria sono Giovanni. Sono vivo. Quanto tempo ho passato pensando a te
-Giovanni! Fratello mio. Ti credevamo morto, ci avevano detto che eri morto
-Non ti preoccupare, ora sono qui. Sono qui per te. Ho passato giorni d’inferno ma ora ti ho trovata
Rimasero incollati a piangere finché l’anziana signora non li staccò. Con delicatezza spiegò a Giovanni che Maria era in travaglio e di lì a poco avrebbe messo al mondo una nuova vita. Il ragazzo capì e ritornò fuori. Si mise in un angolo a pregare che tutto andasse bene, mentre cercava di non sentire i lamenti della sorella.
Poi, finalmente, il silenzio. L’anziana signora uscì dalla casa e chiamò Giovanni dicendogli di entrare. Lui corse da sua sorella. Finalmente era sorridente e teneva fra le braccia il piccolo completamente fasciato da un lenzuolo bianco. Giovanni la vide e si commosse, lei ricambiò il sorriso. Si avvicinò al letto e per la prima volta affrontò l’argomento con lei.
-Ho sentito delle cose in giro, quando ho domandato di te per trovarti
-Posso solo immaginare quante ne avrai sentite
-Se vuoi puoi raccontarmi cosa è successo
-Non è il momento adesso. Sappi solo che questo bambino è un figlio del Signore ed ha bisogno del nostro amore
-Sono stati loro, vero? Gli americani?
-Quello che hai sentito in giro è vero in parte. Quando sono rimasta sola sono venuta qui dagli zii e se non fosse stato per loro non sarei ancora viva. La città però è cambiata da quel giorno. I tedeschi ormai non si fanno più vivi e qui ci sono altri soldati che ci proteggono. Non credere a quello che dicono in giro. Sono persone come tutti, ci sono gli americani buoni e quelli cattivi
-Tu con quale dei due tipi hai avuto a che fare?
-Te ne parlerò a tempo debito. Sappi solo che James era un brav’uomo. Uno di quelli che neanche sapeva in che razza di inferno lo avrebbero fatto combattere. Ora però dobbiamo fare una cosa più importante
-Dimmi Maria, tutto quello che posso
-Dobbiamo andare via di qui. Dobbiamo andare in un altro posto prima che sia troppo tardi
-Cosa Intendi dire?
-Ti prego, fidati di me. Dobbiamo andare nel monastero di Santa Chiara. Non fare domande, ti prego
Giovanni si fidò di sua sorella. Quello sguardo così deciso, pieno di una forza che non ricordava che lei avesse, fece effetto. Si avvicinò a lei per prendere il piccolo ed aiutarla ma lei rifiutò l’aiuto. Si alzò e si preparò senza staccarsi da quella piccola creatura ancora totalmente coperta.
Uscirono dalla casa e video una piccola folla ad attenderli. Erano solo curiosi, persone che non avevano nulla di meglio da fare che stare lì ad aspettare il bambino. Volevano vedere com’era fatto il frutto del peccato, il mix di due colori diversi. Giovanni vedeva le loro facce ed era disgustato. Non era difficile leggere tra le righe, sentire i pensieri nascosti dietro i sorrisetti irriverenti e gli occhi spalancati. Maria stringeva a sé il piccolo senza lasciar trapelare neanche un piccolo lembo di pelle. Il fratello camminò verso la folla aprendosi un varco, in maniera rabbiosa agitava le mani invitandoli a spostarsi per lasciarli passare.
Percorsero qualche isolato, una buona parte della folla si era diradata. Ormai avevano capito che non avrebbero assistito a nessuno spettacolo interessante. Solo qualche ragazzino indisponente si accodava al piccolo corteo emettendo ogni tanto una risata sonora. Giovanni riuscì a liberarsene dopo qualche minaccia e qualche sasso lanciato verso di loro. Finalmente erano di nuovo soli, Maria si appoggiò al braccio del fratello durante il cammino, poi stremata dovette fermarsi e sedersi su una panchina.
-Perché non ti lasci aiutare da me? Sei stanca, hai partorito solo poco fa ma non vuoi passarmi il bambino
-So cosa stai pensando, Giovanni. Ma ti ho chiesto di fidarti di me senza condizioni. Riprendo fiato e riprendiamo il cammino
-Ma come faccio a fidarmi di te e fare finta di nulla? Voglio solo aiutarti!
Giovanni si rese conto troppo tardi che stava alzando la voce attirando la curiosità dei presenti. Era su tutte le furie perché voleva dare una mano a sua sorella. Lei, che fino a qualche ora prima era solo un pensiero in testa, lei che da qualche ora era ai suoi occhi una persona del tutto diversa da come la ricordava. Si avvicinò silenziosamente una figura, con voce decisa fece una domanda al ragazzo.
-Tutto bene qui? Problemi?
I due si girarono e lo videro. Era un soldato dell’esercito americano. Era stato attirato dal piccolo alterco e dalla presenza di un bambino piccolo. Giovanni non rispose, il soldato si rivolse direttamente a Maria in un italiano dal forte accento americano.
-Signora, tutto bene? La sta importunando?
-No, grazie mille
-Scusi, stavamo discutendo ad alta voce. Siamo fratelli, non stavamo…
-Non sto parlando con lei ma con la signora. Signora, è suo fratello quest’uomo?
-Sì. Non ci sono problemi, stavamo andando a fare delle commissioni
-Ok, perfetto. Permettetemi però di accompagnarvi e scortarvi
I due fratelli si guardarono preoccupati. Il soldato insisteva a stare con loro, non potevano rifiutare l’aiuto del militare, avrebbero attirato troppo l’attenzione. Senza dire una parola si rimisero in cammino mentre il soldato li seguiva alle spalle. Cercavano di scambiarsi sguardi di intesa senza dare nell’occhio ma l’americano rimaneva accanto a loro, sempre più incuriosito da quello strano trio.
-Quanto ha?
-Scusi?
-Il bambino, quanto ha?
-E’ nato qualche giorno fa
-Maschio o femmina?
Stranamente ci fu qualche secondo di silenzio. Maria divenne rossa, per fortuna suo fratello le venne in aiuto.
-Maschio. Un bel maschietto
-Ah good! Un maschio! Magari sarà un futuro soldato dell’Italia!
L’americano rideva sonoramente mentre i due fratelli erano sempre più seri. Intanto La luce diminuiva sempre di più stava per tramontare mentre loro ancora camminavano in direzione del monastero di Santa Chiara seguiti dalla loro guardia personale.
Ad un certo punto il militare gli ordinò di girare in un viale ma Maria insisteva che quella non era la strada corretta.
-Girate lì, facciamo prima
-Ma no, quella strada porta da un’altra parte. Noi dobbiamo proseguire dritto
-Girate lì
Il volto fino ad allora sorridente del soldato divenne di colpo serio e istintivamente la mano si abbassò verso la fondina toccando la pistola. Maria strinse più forte il bambino mentre Giovanni guardò con aria di sfida l’americano. Entrambi si resero conto della gravità della situazione ed entrarono nel viale buio. A metà strada la voce del soldato li fermò.
-Fermi ora. Giratevi e guardatemi bene
I due fecero come gli era stato ordinato.
-C’è qualcosa che non torna. Voi due siete strani, nascondete qualcosa. Ditemi chi siete
-Lo abbiamo già detto. Siamo due fratelli e stiamo andando verso il monastero
-A fare cosa? E perché quel bambino è interamente coperto da quando vi ho visti? E soprattutto, perché lei ha quello?
Alzò la mano e indicò un punto sulla veste di Maria. Giovanni guardò nella direzione indicata e vide un particolare che non aveva ancora notato fino a quel momento. Sulla gonna di colore scuro della donna c’era cucita una piccola toppa con l’immagine di un bufalo di profilo. Non capì di cosa si trattasse finché non fu l’americano a parlare di nuovo.
-Quello è lo stemma della 92a divisione di fanteria! Come è possibile che tu ce l’abbia? Confessa! Hai ucciso un soldato americano e l’hai rubato?
Giovanni in quel momento capì. Probabilmente quello stemma apparteneva a James, l’uomo di cui gli aveva parlato Maria. Il padre del bambino che lei aveva in braccio. Quello stesso collegamento logico a cui stava pensando doveva essere arrivato alla mente del soldato americano che in quel momento stava estraendo la pistola dalla fondina.
-Ho capito! Quel bambino è il figlio di uno dei nostri soldati, una della 92a. E tu lo hai ucciso! Magari ora stai portando il bambino lontano per abbandonarlo o ucciderlo! Fammelo vedere! Fammi vedere il bambino o vi uccido!
Maria tremava dalla paura ma continuava a stringere sempre più forte il piccolo corpicino della creatura che aveva in braccio. L’americano si avvicinò di scatto e con forza lo strattonò dalle mani della madre. Lo prese in braccio e lo scoprì dal lenzuolo bianco. Appena lo vide sgranò gli occhi dallo stupore. Aprì la bocca, stava per dire qualcosa quando il rumore di uno sparo echeggiò nel viale deserto.
Da quella stessa bocca scese un rivolo di sangue rosso scuro. Prima che potesse cadere a terra, Giovanni prese il piccolo dalle sue mani, lo guardò e lo coprì nuovamente con il lenzuolo. Gettò l’arma con cui aveva sparato al soldato a terra. L’aveva comprata illegalmente qualche giorno prima per una ragione ben diversa. Quando aveva sentito parlare di sua sorella “offesa nell’onore” da uno straniero aveva pensato di farsi giustizia da solo. Aveva pensato di usare quella pistola contro l’uomo che aveva disonorato Maria, o forse l’avrebbe usata contro di lei. Ora però era tutto diverso, i pregiudizi che gli avevano assillato la mente sembravano essere spariti.
Si avvicinò a sua sorella, lei protese le braccia per riprendere suo figlio.
-Senti, Maria. Quel bambino…
-Non c’è tempo per le domande. Dobbiamo andare
Si voltarono e proseguirono per l’ultimo tratto del loro percorso. Ormai mancava poco alla basilica ed il buio era sceso sulla città. C’era solo silenzio, nessuno a quell’ora era in strada.
Quando Giovanni vide lo stato in cui riversava la basilica rimase allibito. Quella che un tempo era la grande chiesa in cui con i suoi genitori andava a pregare era ridotta ad un cumulo di pietre e polvere. Soltanto le pareti erano state risparmiate, del tetto non rimaneva più nulla. Dal grande varco in alto si riuscivano a vedere le stelle brillanti di un cielo senza nuvole.
-Sediamoci qui e aspettiamo
-Aspettiamo cosa?
-E’ difficile da spiegare. E’ più facile se stiamo qui e aspettiamo
-Come fai a sapere che questo è il posto giusto?
-Me l’ha detto lui. Lui mi ha guidato qui
-Intendi quel…
-Bambino. E’ un bambino, Giovanni. Ed è mio figlio
I due rimasero in silenzio, Giovanni aveva capito che era impossibile carpire altre informazioni da sua sorella. L’attesa non durò molto, dopo qualche minuto sentirono le pietre muoversi sotto i loro piedi. Giovanni si alzò di colpo, pensò si trattasse di un terremoto. La mano di Maria lo accarezzò, gli sorrise e senza dire parole gli fece capire che non c’era nulla di cui aver paura.
All’improvviso una luce blu li illuminò dall’alto. Il ragazzo provò a stringere gli occhi e coprirsi con una mano per cercare di capire di cosa si trattasse. La luce però era troppo forte e puntava dritta a loro. Sentì un forte rumore, qualcosa di grande si stava avvicinando a loro. Pensò si trattasse di un carro armato, di un aereo, non avrebbe mai immaginato cosa fosse realmente. Dal fascio di luce si aprì uno spiraglio, qualcuno proiettava la propria ombra cosicché Giovanni poté guardare finalmente la scena.
Era più alto di un normale essere umano, ne aveva la forma anche se più allungata. Aveva linee antropomorfe ma era chiaro a quel punto che non era terrestre. La pelle era di color verde e il volto aveva una forma ovale. Gli occhi erano grandi, non aveva naso e una piccola bocca formava un impercettibile sorriso. Giovanni rimase senza parole, guardava quell’essere che camminava fiero e sicuro verso Maria. Avrebbe voluto fare qualcosa, non essere solo uno spettatore immobile ma qualcosa lo tratteneva. Non sapeva se era più la paura o la fiducia che riponeva in sua sorella e in quell’alieno.
L’essere si avvicinò a Maria e si inginocchiò. La guardò negli occhi e con dolcezza le sorrise e tese le braccia. Maria sorrise anch’ella, Giovanni si rese conto che per la prima volta dopo tanto tempo aveva visto il sorriso sul volto di sua sorella. La donna prese il piccolo e gli tolse il lenzuolo bianco. Lo mostrò all’altro, al suo vero padre. Questo lo prese con delicatezza e lo alzò per guardarlo meglio alla luce proiettata dalla sua astronave. Lo tenne in braccio, più stretto, mentre con una mano accarezzava il volto di Maria. Poi si girò e ritornò verso il suo mezzo di trasporto. Tutto questo davanti agli occhi di Giovanni che osservava la scena immobile.
L’astronave partì senza emettere nessun rumore, il pavimento ritornò a tremare mentre si alzava in volo e spariva dalla vista dei presenti andando incontro al cielo stellato.
Ci volle qualche minuto prima che la scena si sbloccasse, prima che uno dei due si muovesse e cominciasse a parlare. Giovanni non sapeva da dove iniziare. Chi era quell’essere? Perché sua sorella non aveva paura? Lo conosceva già? C’era qualche connessione tra loro? Si accovacciò a terra guardando sua sorella, lei capì i suoi dubbi e cominciò a parlare.
-Immagino come tu ti senta, anche io la prima volta che l’ho visto ero così come te. E’ successo mesi fa, ero con James quando è successo. Non pensare male. James è stato sempre un signore, non ha mai approfittato di me. Era gentile, parlavamo spesso. Passavamo molto tempo insieme, mi portava a ballare nel suo accampamento, mi parlava della sua terra, dell’America. Io gli insegnavo la nostra lingua. Eravamo innamorati? Certo, malgrado le malelingue della gente io amavo James, e lo amo ancora. Eravamo in un prato sulla collina del Vomero quando vedemmo una luce venire verso di noi. Era un’astronave, scese uno di loro a parlare con noi. Quello che hai visto anche tu stasera. James tirò fuori la sua pistola e la puntò sull’alieno. Lui ci parlò attraverso le nostre menti. E’ difficile da spiegare, non sentimmo la sua voce, non conoscono la nostra lingua. Vedevamo delle immagini e dei suoni e capivamo cosa voleva comunicarci. Erano qui sul nostro pianeta per portare avanti i loro studi sulla nostra razza, ci conoscono da molto tempo. Avevano bisogno di una donna che partorisse un ibrido della loro specie. Non lo ordinarono, lo chiesero. Io e James capimmo il loro intento, non erano cattivi, volevano solo capire meglio il nostro mondo. Io mi offrii volontaria, James all’inizio non era d’accordo ma nelle nostre teste “vedemmo” quello che vedevano loro. Il loro progetto di futuro con noi. Decidemmo allora di farlo, la gente avrebbe detto che era figlio suo, saremmo sopravvissuti agli sguardi cattivi delle persone, all’ignoranza. Dopo soli due mesi però, quando la pancia iniziava a vedersi più grande, fu chiamato dal suo superiore. Gli venne assegnato un nuovo compito, lontano da Napoli. E’ stato difficile affrontare la cosa da sola, con lui era tutto diverso. Intanto il mio ventre cresceva e anche il bambino che era dentro. Sono esseri dotati di grande intelligenza e sono collegati tra loro. Ogni giorno sentivo la sua voce dentro di me, mi parlava, mi tranquillizzava. Mi diceva dove avremmo incontrato il suo vero padre, qui, oggi. Nessuno doveva sapere nulla, chissà cosa gli avrebbero fatto se qualcuno lo avesse visto
-Quindi tu sapevi? Sapevi fin dall’inizio come sarebbe andata? Avresti dato alla luce tuo figlio per poi perderlo subito dopo?
-Non da subito. Come io sentivo lui anche lui sentiva me. Avvertiva le mie paure, la mia sofferenza, l’amore travagliato con James. Loro hanno percepito tutto questo ed hanno pensato che sarebbe stato meglio attendere ancora. Avrebbero riportato il bambino sul loro pianeta e sarebbero ritornati sulla Terra in un’altra epoca, magari in un futuro in cui gli esseri umani si ameranno anche tra razze diverse, senza pregiudizi e senza paure
-E ora? Che faremo ora? Quel soldato, abbiamo ucciso un uomo per proteggere una creatura che ora non è più con noi
-Dobbiamo fuggire, Giovanni. Ricevo lettere ogni giorno da James, ora è nel centro Italia. Lo raggiungeremo e con lui ce ne andremo di qui. Andremo con lui in America, lontano da questa lunga guerra che non vuole finire. Cominceremo una nuova vita, non so come ma lo faremo. E stavolta insieme
Giovanni guardò negli occhi Maria. Ormai gli occhi della ragazzina che conosceva non c’erano più, avevano lasciato il posto agli occhi maturi e decisi di una donna. Una donna che aveva sopportato un peso enorme, subito le conseguenze di una scelta più grande di lei. Lui ora si fidava di quella donna. Fece un cenno di approvazione con la testa, poi si gettò tra le sue braccia e la strinse forte a sé.


