8 Gennaio 1978

Il bambino si svegliò nella culla. Forse un rumore secco come di una serratura che scatta lo aveva destato.

Si guardò intorno, tutto buio. D’istinto aspettò in silenzio di capire dove fosse, attese che la vista si fosse abituata all’assenza di luce. Riconobbe la sua culla, era nella sua cameretta.

Si sentì al sicuro, provò a girarsi nel lettino.

Da un’altra parte della casa sentiva dei rumori. No, delle voci. Un misto di voci confuse. Una era inconfondibile, era sua madre. La sua mamma era da qualche parte in quella casa, doveva raggiungerla. Istinto, un figlio non può che ricongiungersi al suo primo amore quando si sente solo.

In cucina era tutto pronto. Non era stata una scelta facile quella presa nei giorni precedenti, ma Giovanna era ora più sicura che mai.

Qualche giorno prima aveva parlato con sua sorella, che a sua volta si era rivolta ad un’amica che conosceva una certa signora che faceva al caso suo. Uno strano gioco di un telefono senza fili dalle diaboliche conseguenze. Giovanna era andata anche dal suo sacerdote, Don Vincenzo. Questo era stato categorico, non doveva scherzare con quell’argomento. Era difficile superare un trauma così forte, ma in famiglia erano in tanti e insieme si riesce a superare tutto.

Cos’era successo? L’irreparabile. La falce imparziale dell’oscura signora si era abbattuta su quella famiglia ma Giovanna era troppo debole per sopportare un tale peso. Don Vincenzo aveva ragione, certo, ma si sa, la mente viaggia da sola specialmente quando le giornate sono lunghe e ogni angolo della casa sembra ricordarti tutti i dettagli.

Aveva bisogno di un tramite, parlare un’ultima volta. Sarebbe stata disposta a tutto, e fu proprio quello che fece. Quel giorno a casa venne Nunziatina, tutti conoscevano la fama che la precedeva.

Nunziatina era una maga, ma non di quelle che ti aiutano a raccattare un po’ di fortuna dandoti una mano al Lotto. Nunziatina è figlia d’arte, si diceva che la madre fosse imparentata con una Janara. Nunziatina era un tramite con l’aldilà, nelle sue vene scorreva sangue di generazioni di streghe. Nunziatina parlava con i morti.

A Giovanna bastava sapere quello, faceva proprio al caso suo. E quella notte contro ogni impedimento la fece entrare di soppiatto in casa per esaudire il suo intimo desiderio.

La culla era abbassata. Il piccolo era al sicuro, ma aveva tutto lo spazio necessario per scendere dalla culla e atterrare facilmente. Non era la prima volta che lo faceva, la madre già due volte credendolo tra le braccia di Morfeo lo aveva lasciato solo nella cameretta e lo aveva ritrovato sotto una sedia o a giocare a terra indisturbato all’insaputa di tutti. Erano tutti un po’ sbadati in quella casa, erano tanti e non c’era mai pace per nessuno.

Anche quella notte decise di provare. Sarebbe sceso dal letto per inseguire la sua voce preferita, proprio quella della mamma. Si girò di spalle, come aveva sempre fatto, e con piccoli passi arrivò al bordo della culla. Distese le gambe fino quasi a poggiarle a terra. Pochi centimetri lo separavano dal pavimento. Si lasciò cadere, l’imbottitura del tutone attenuò il piccolo salto. Appena a terra si mise seduto. Era tutto sotto controllo. Non aveva ancora sviluppato la paura e questo rese l’impresa più facile di quanto lo fosse realmente. Si girò verso la porta, le voci venivano proprio da quella direzione.

Giovanna fece sedere Nunziatina. Non c’era bisogno di parole. Giovanna aveva gli occhi lucidi, gli occhi di una persona che ha pianto troppo ma che ha ancora tante lacrime da versare. C’era qualcosa di teatrale nell’aria, sguardi che si incontravano scambiandosi le più intime sensazioni in silenzio. Nunziatina già sapeva tutto. Nel quartiere le voci sfrecciano più dei motorini. La tragedia era sulla bocca di tutti, anche se la regola della decenza dettava di non parlarne mai in presenza della povera disgraziata. Nei giorni precedenti Giovanna aveva l’idea che tutti ne parlassero ogni giorno ad ogni ora e che smettessero di parlarne solo quando lei camminava per strada. Era sommersa dagli sguardi di pietà di tutti quelli che incontrava al punto da sentirsi incapace di galleggiare.

Nunziatina disse solo una frase, categorica, imprescindibile

-Dobbiamo essere soli nella stanza, è importante che tutti dormano e che nessuno entri ad interrompere. Ci siamo capiti?

Giovanna annuì. Stare da sola era tutto quello che chiedeva. Un po’ perché sapeva che la reazione di tutta la famiglia non sarebbe stata clemente, un po’ perché aveva voglia che quell’attimo, seppur breve, dovesse essere tutto suo.

Si sedettero su due sedie di legno impagliate, Giovanna spense la luce mentre l’altra accese una candela.

Il piccolo si avvicinò gattonando alla porta. Se fosse stata chiusa il suo viaggio sarebbe finito lì, invece per sua fortuna era solo socchiusa. Un piccolo spiraglio che lo separava dal suo obiettivo.

Non fu facile aprirla. Non lo aveva mai fatto e all’inizio provò a spingerla in avanti, rischiando di chiuderla definitivamente. Dopo un paio di tentativi riuscì a tirarla verso di sé, restando immobile mentre vedeva il disimpegno da quella angolazione. Si voltò in tutte le direzioni restando seduto sul pavimento. Ecco che vedeva una luce nella direzione della cucina. Era una luce soffusa, ma valeva la pena di andare in quella direzione. Anzi, sentiva che lì era dove doveva andare.

Nunziatina chiuse gli occhi. Non lo aveva detto a Giovanna ma già solo entrando in quella casa aveva avvertito qualcosa di strano. Come se all’improvviso si fosse attivato qualcosa. forse era suggestione, o forse era davvero il dolore straziante della morte ad essere il padrone di quell’abitazione. Quando chiuse gli occhi sentì un peso sulla sua testa, come una forza innaturale le stesse obbligando di rimanere seduta. Era incapace di opporsi a quella forza e sapeva che non doveva contrastarla. Lei era solo un tramite, non aveva libertà di azione.

Era in trance, gli occhi erano ancora chiusi ma la bocca si aprì cominciando a ripetere una litania incomprensibile. Erano parole in napoletano antico, una lingua ormai dimenticata. Non era lei a parlare, lei prestava soltanto le corde vocali. In quel momento sua madre, sua nonna e chissà quante altre presero il controllo del suo corpo per adempiere al suo scopo.

Seduta di fronte, Giovanna la guardava senza fiatare. Senza respirare. Non sapeva se era più la paura di quella situazione per nulla normale oppure la gioia che di lì a poco a poco avrebbe avuto quello che desiderava tanto.

-Prendi le mie mani. Rimani in silenzio e chiudi gli occhi

La voce non era più quella della maga. Giovanna si era accorta che ora il timbro era diverso, quasi come se fossero più voci a parlare contemporaneamente. Obbedì senza esitare.

Il bagliore della luce era sempre più vicino. Ogni piccolo passo rendeva più distinta l’ombra che si proiettava sul muro opposto. Non sentiva più la voce della madre, strano. Sentiva un sottofondo ma non sapeva identificarlo. Gattonò ancora un po’ finché si affacciò e finalmente la vide.

Era di spalle ma la riconosceva. Eccola lì, sua madre. La luce della candela proiettava un alone intorno quasi angelico. Abbassò la testa e si diresse più velocemente verso di lei.

-Tieni strette le mie mani. Non aprire gli occhi per nessun motivo

Il cuore di Giovanna prese a battere sempre più velocemente. Nel silenzio della cucina sentiva i suoi battiti assordanti pensando che il cuore le sarebbe schizzato fuori dal torace. Teneva gli occhi stretti con forza quasi come se dovesse contrastare una forza invisibile che tentava di farglieli aprire. Dalle palpebre chiuse riusciva a percepire la luce della candela che cambiava direzione sempre più velocemente. Non sentiva spifferi però, l’aria si era come immobilizzata nel tempo.

-Giovanna devi essere forte, non aprire gli occhi

Perché insisteva così tanto? Non aveva motivo di disobbedirle proprio ora che era vicina al suo intento. Stava per domandarselo quando alle sue spalle sentì un piccolo rumore.

I passi del piccolo diventavano sempre più rumorosi quanto più si avvicinava alla mamma. Batteva le mani a terra schiaffeggiando il pavimento, avrebbe attirato sicuramente l’attenzione e si sarebbe finalmente girata. Come quando faceva cadere di proposito i giochi a terra. Lei si girava e gli faceva una faccia buffa facendolo ridere a crepapelle. Ripensò a quei momenti e si sentì in pace. Ora voleva solo che si girasse. Che si girasse e che venisse a prenderlo in braccio. Aveva davvero bisogno di un abbraccio.

Erano proprio dei piccoli passi quelli che sentiva. Era immobile e tutti i sensi erano attivati, riusciva a sentire piccole vibrazioni del pavimento. Le mani tremavano e cominciavano a sudare freddo.

-Non ti muovere, capì? Non è il momento!

La fiamma della candela girava in senso orario senza fermarsi. Giovanna sentiva il calore della fiamma sul suo volto. Gli occhi sempre più serrati cominiciavano a lacrimare. Doveva essere forte, non poteva fallire a quel punto.

Il piccolo sentì la mamma piangere. Un’altra donna urlava contro di lei, era lei la colpa. Non poteva stare lì senza fare niente. Aveva provato a farsi notare ma senza risultato. Doveva avvicinarsi ancora di più. Fece altri passi e si avvicinò alla sedia portandosi vicino alla gamba della madre. Dal basso riuscì a vedere il suo viso, anche se non gli piacque. Aveva gli occhi chiusi e lui voleva vedere il suo sguardo rivolto verso di lui.

Giovanna continuava a tremare. Adesso sentiva la gamba muoversi. Sentiva un calore vicino al suo piede e istintivamente prese far tremare la gamba. Sentiva di non essere più così forte. E se in quello stato non riusciva a sentire la presenza di qualcun altro in casa che stava disturbando la seduta? La testa continuava a valutare ogni ipotesi possibile e impossibile. Stava impazzendo.

-Non lo fare. Giovanna non lo fare! Non interrompere, ci siamo quasi

Quella di Nunziatina era ormai solo una delle tante voci nella sua testa, e le altre erano assordanti.

Si alzò piano sul piolo della sedia cominciando a dondolarsi per spostarla leggermente. Perché la sua mamma non gli dava attenzioni? Era triste, voleva a tutti i costi un suo sguardo, un suo sorriso.

Inspirò con ansia e finalmente riuscì a pronunciare la parola. Quella parola che aveva sempre detto quando aveva bisogno di aiuto.

-Mamma!

Tutto successe in un attimo. Un singolo secondo scandito dal tic di un orologio da cucina. Un attimo dilatato nel tempo dalla forte tensione che aveva preso il comando in quella stanza.

Giovanna sentì chiaramente la voce di suo figlio che la chiamava. L’istinto materno prevalse. Più di ogni forma di autocontrollo. Più di ogni forza naturale o soprannaturale che imperava in quell’istante.

Aprì gli occhi girando di scatto la testa verso il basso.

Le mani si staccarono da quelle di Nunziatina, in un impeto di rabbia.

La maga soffiò sulla candela. L’aria trattenuta nei polmoni nei secondi precedenti uscì fuori tutta insieme facendo piombare nel buio la cucina di Giovanna.

Tutto in quel solo secondo.

In una piccola frazione di quel secondo Giovanna vide accanto alla sua gamba suo figlio Michele. che la guardava. L’immagine si dissolse in quella stessa frazione senza che lei potesse far nulla. Rimase immobile respirando a malapena. Subito dopo il silenzio fu rotto da un pianto straziante che sembrava non placarsi mai.

Nunziatina corse verso la porta di casa, prese velocemente le sue cose e scappò da quella casa maledetta dal dolore della morte. Sbattè la porta, Giovanna non sentì neppure le parole di scusa della maga che forse aveva sottovalutato troppo un dolore così grande.

Poco dopo tutti gli altri componenti della famiglia corsero verso la cucina, attirati dal pianto della povera madre. La videro seduta, con il resto del corpo disteso sul tavolo a disperarsi e tirarsi i capelli. Continuava a ripetere il nome del suo figlio più piccolo, Michele, morto una settimana prima a causa di un incidente domestico. Era sceso da solo dalla culla, la porta della stanza era chiusa e ingenuamente aveva gattonato fino al balcone, per poi infilarsi sotto l’inferriata e compiere un salto fatale di quattro piani.

Il marito di Giovanna e gli altri figli videro la povera donna in preda alla disperazione. Capivano che c’era qualcosa di diverso ma non chiesero spiegazioni. Si avvicinarono a lei e la strinsero in un forte abbraccio, abbandonandosi tutti al pianto.

Passarono i giorni, il dolore non sparì di certo.

Giovanna però ricordò un particolare. Un piccolo particolare in quella frazione di secondo che le avrebbe dato un po’ di coraggio. Michele l’aveva guardata un’ultima volta sorridendo. Ricordava che nel momento in cui i loro sguardi si erano incrociati lui aveva sul suo piccolo volto il più bello dei sorrisi che avesse mai visto.

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