13 Agosto 1999

Christian e Romina erano rilassati come non lo ricordavano da anni. Erano seduti al tavolo di un bar e stavano sorseggiando all’aria aperta un buon caffè. L’aroma era forte, lui respirò a pieni polmoni l’aria godendosi il panorama mozzafiato. Già, perché loro quella veduta l’avevano vista sempre in foto o in televisione dato che venivano dal Nord. In una giornata senza nuvole come quella, da Via Petrarca riuscivano a vedere tutto il golfo, persino le isole al di là dell’orizzonte.

Christian finì di sorseggiare il caffè e prese la mano di sua moglie. Lei era assorta a leggere una brochure, quando sentì il tocco di lui lo guardò e sorrise.

-Amore, ti piace qui? Sembra un sogno

-E’ vero. E’ proprio come me l’aspettavo. Questa veduta di Napoli è stupenda

-Non ti innamorare troppo di questa città, la nostra vacanza non durerà in eterno

-Oh, Cri, perché devi sempre riportarmi con i piedi per terra quando sto sognando con la testa tra le nuvole? Sei in pensione ormai, spegni per un po’ quel cervello e goditi i momenti

-Hai ragione, scusa. Non sembra vero neanche a me di essere libero dal lavoro. Dopo una vita intera a lavorare puoi perdonarmi se ancora non ragiono da pensionato

-Ti ho già perdonato, tranquillo. Guarda qua questo volantino. Organizzano delle belle gite in barca per il golfo. Potremmo visitare Capri o Procida. Che ne pensi?

-Davvero bellissimo amore mio. Dopo potremmo chiamare a questo numero e prenotare per domani. Il tempo sarà sicuramente stupendo quindi nessun problema per il mio mal di mare

-Sono contenta di essere qui, con te. Ne avevamo proprio bisogno

Il cameriere venne a portare via le tazze e i bicchieri chiedendo se avevano bisogno di altro. Christian pagò il conto ed insieme a Romina passeggiò per la strada alberata. Erano affascinati da quel luogo, avevano sempre sognato di viaggiare a Napoli. Vivevano a Como quindi erano abituati ai bei panorami e alle passeggiate per il lungolago. Lei era di origini siciliane, aveva sempre pensato che a causa di quel suo sangue Mediterraneo l’acqua salata l’aveva attirata più di quella dolce. Fin da piccola era attirata da quella città meravigliosa e particolare che era Napoli. Ne era affascinata al punto che negli anni aveva imparato la storia e le curiosità legate a quel luogo. Purtroppo la vita frenetica non aveva mai lasciato il tempo per una vacanza nella sua città preferita. Da quando aveva memoria ricordava di aver sempre lavorato. Subito dopo le superiori, per mantenersi gli studi universitari, poi lo stage in una grande azienda a Milano, poi il lavoro da manager di un’impresa di consulenza. Sempre al lavoro e mai un minuto libero. Proprio sul lavoro però aveva conosciuto il suo amore, Christian.

Anche lui era della stessa pasta di Romina, un uomo che aveva fatto del lavoro una missione. Uno di quelli che portano il lavoro a casa, che non immagineresti mai sul divano a vedere un film ma sempre al telefono con i clienti. Purtroppo quel suo stile di vita gli era costato una moglie, ma poco importava perché in ufficio aveva poi conosciuto Romina. Fu amore a prima vista, una di quelle scintille che si accendono solo nei romanzi, di quelle che poi fanno divampare un fuoco eterno. Erano simili, l’uno comprendeva i difetti dell’altro. Andarono a vivere insieme nella sua casa a Como, ma c’erano settimane in cui si vedevano raramente a causa delle trasferte. Questo non diminuiva la loro passione, anzi, erano sempre più affiatati. Si sposarono, ma purtroppo quello di una famiglia più grande rimase soltanto un sogno.

Sarebbero stati degli ottimi genitori. Ne parlavano continuamente, i figli sarebbero stati l’unica ragione per tirare un po’ i remi in barca e vivere con più spensieratezza. Ma non arrivavano, quindi continuarono a dare sempre di più nel lavoro e il riposo si faceva sempre più lontano. Andarono in pensione quasi insieme, a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro poco prima di quell’estate. Una volta liberi dal lavoro Romina organizzò il viaggio che aveva sognato da troppo tempo. Fu lei a contattare l’agenzia di viaggi, doveva vedere realizzarsi le speranze di una vita. Viaggiarono in treno, la sua idea di vacanza doveva essere quanto più rilassante possibile. Dovevano godersi ogni minuto, andare lentamente. Noleggiarono un’auto appena arrivati e raggiunsero il primo B&B nel centro storico. Nei primi giorni percorsero tantissimi chilometri a piedi per le vie del centro di Napoli. Romina conosceva bene i luoghi e la storia legata a quell’agglomerato di vie. Come un moderno Cicerone faceva da guida turistica a Christian, divertito per la situazione. Ogni sera andavano a letto con i piedi gonfi e le gambe dolenti ma erano più che felici di come stava procedendo quella vacanza tanto attesa.

Quel giorno avevano lasciato il loro primo B&B per fare in check-in nel successivo. Romina aveva prenotato una camera in una villa antica su Via Orazio. Dopo i primi giorni nella parte bassa di Napoli il suo itinerario comprendeva altri giorni sulla salita più bella, dove potevano passeggiare al tramonto guardando il mare. Era la tappa più romantica del loro viaggio.

Christian guardò l’orologio, poi si rivolse a Romina.

-Mi sa che a quest’ora la stanza è già pronta. Dove hai detto che si trovava la villa?

-Proprio qui vicino. Andiamo a prendere l’auto, dovrebbero avere un parcheggio riservato agli ospiti

Arrivarono alla loro destinazione dopo pochi minuti, la villa era proprio come Romina l’aveva immaginata. L’elegante facciata bianca risplendeva alla luce del giorno, l’ingresso era lastricato di mattonelle colorate in ceramica intervallate da vasi di fiori freschi. Un grande albero di limoni si presentava maestoso accanto al portone aperto. I due scesero dall’auto ammirando quella bellezza, dietro alla villa faceva da sfondo il golfo di Napoli in tutta la sua magnificenza. Ancora affascinati raggiunsero la reception, li aspettava una donna con l’espressione sorridente.

-I coniugi Leone? Vi stavamo aspettando. La vostra camera è pronta, potete lasciare i vostri bagagli qui, un nostro addetto verrà a portarveli in stanza

Christian e Romina salirono al primo piano ed entrarono nella loro stanza. Le pareti erano chiare, dalla grande finestra entrava un sole meraviglioso. Tutto profumava di pulito, nell’aria arrivava una sottile brezza marina. Si distesero sul letto e restarono vicini e abbracciati con gli occhi chiusi. Erano nel loro sogno e niente li avrebbe riportati alla loro vita precedente.

Bussarono alla porta, era il facchino con le loro borse. Lo fecero entrare, era un tipo strano, aveva sempre la testa bassa e lo sguardo bieco. Sembrava volesse evitare i loro sguardi, i due pensarono che avesse dei problemi. Forse era ancora un ragazzo, ma non ne erano del tutto sicuri. Indossava un vestito grigio con una cravatta scura. Romina stava per prendere qualche spicciolo dalla borsa quando il facchino uscì dalla camera lasciandoli soli.

-Strano tipo il facchino, mi ha messo quasi paura

-Non preoccuparti Romina, magari ha solo mille pensieri in testa. Riposiamoci un po’ e godiamoci la nostra vacanza

Uscirono dalla stanza per ora di pranzo. Ritornarono in reception, la signora era sempre sorridente.

-Salve, possiamo pranzare qui oppure dovevamo prenotare prima?

-Nessun problema signor Leone, la cucina è sempre a vostra disposizione. Accomodatevi pure che faccio portare il menù del giorno

I due si congedarono e si recarono a pranzare. Nel breve tragitto Romina vide da una finestra un giardiniere che stava provvedendo a tagliare le siepi. Si affacciò per guardare meglio e vide che si trattava dello stesso uomo che aveva portato le loro valigie in camera. Pensò che era del tutto normale che in un B&B gestito autonomamente le stesse persone provvedessero a mansioni diverse. Era ancora sovrappensiero quando insieme al marito entrò nella sala da pranzo. Il menu del giorno era composto da un primo piatto di gnocchi alla sorrentina, per secondo invece una treccia di mozzarella alla caprese mentre per dolce c’era una torta fatta in casa. Decisero che avrebbero assaggiato tutte le portate e non rimasero delusi. Si capiva che gli ingredienti erano tutti naturali, non ricordavano di aver mangiato così bene in tutta la loro vita. quando il cameriere si avvicinò al tavolo Christian non poté evitare di fare i complimenti.

-Davvero deliziose tutte le portate. Immagino siano tutti ingredienti naturali

-Grazie mille. Mia moglie è una cuoca eccezionale. Gli ingredienti sono tutti a chilometro zero, c’è un terreno qui vicino che ci rifornisce

-Sua moglie è la cuoca? Complimenti allora, sarà abituato a mangiare bene da sempre

-Già. Cuoca, addetta all’assistenza clienti, alle pulizie, un po’ di tutto. Quando si porta avanti un’attività come questa a conduzione familiare ognuno fa quel che può

-Mi scusi, non sapevo che fosse lei il proprietario

-Ma si figuri. Mi piace tenerlo nascosto finché è possibile. Mi trovo meglio nei panni di cameriere o contabile

Romina era affascinata da quel luogo e voleva conoscerlo meglio quindi ne approfittò per parlare con il proprietario.

-Mi piace molto questo posto, è sempre stato vostro oppure lo avere rilevato?

-Apparteneva alla famiglia di mia moglie da secoli, prima però era utilizzato solo come residenza estiva dai miei suoceri. L’idea è venuta a mia moglie quando non eravamo ancora sposati, poi con il tempo abbiamo messo in piedi il B&B. Abitiamo poco lontani da qui ma questa è come se fosse la nostra casa quindi ci teniamo a far stare bene gli ospiti

-Come si fa a non amare questo posto?

-Ha proprio ragione, non si può

-Volevo farle una domanda. Io e mio marito vorremmo fare qualche tour per immergerci ancora di più nella cultura e nel folklore di Napoli. Avevamo pensato ad esempio ad una gita in barca su un’isola. Quale ci consiglia? Conosce qualcuno oppure dobbiamo rivolgerci ad un’agenzia in zona?

-Mmm, vediamo. Le tre isole sono tutte belle, io consiglio di vederle tutte. Non conosco nessuno che fa questo tipo di tour ma posso informarmi. Intanto se vi va di fare qualcosa di veramente particolare avrei un’idea. Siete anche delle buone forchette quindi potrebbe piacervi. Se volete vi spiego subito

-Ma certo, dite pure

-Ok. Il mese di Agosto noi abbiamo una tradizione di famiglia. Compriamo delle cassette di pomodori da un contadino qui vicino e tutti insieme riempiamo delle bottiglie con passate e pezzettoni di pomodoro. Come vi dicevo è una tradizione che coinvolge la famiglia, ma se qualcuno vuole aggiungersi è il benvenuto. Ognuno provvede ad un piccolo compito, a fine mattinata abbiamo le nostre conserve per tutto l’anno. Qualcuno potrete portarvela a casa così con i vostri parenti o amici organizzerete un pranzo perfetto.

-A me l’idea piace tantissimo! Christian cosa ne pensi?

-Anche per me va bene. Magari invitiamo qualche amico a casa, dato che parenti non ne abbiamo tanti. Rispetto a voi del Sud non riusciamo a tenere rapporti tanto stretti con la parentela

-Va benissimo allora. Noi cominciamo molto presto, per evitare che il caldo di metà mattinata ci rallenti. Con la frescura di primo mattino andiamo più veloci. Voi potete unirvi a noi quando volete, nessun problema. Lavoriamo nella cantina, si accede dal portoncino sotto l’arcata nel cortile. Ci conto allora

L’uomo si congedò mentre la coppia rimase a parlare a tavola. Erano felici di quella proposta, una tappa inaspettata del loro viaggio. Non avrebbero mai pensato che qualcuno producesse le conserve di pomodoro in casa, pensavano fosse una tradizione persa negli anni. Si ripresentò nuovamente il cameriere/proprietario con due caffè e due amari fatti in casa, Christian ne approfittò per confermare l’appuntamento del giorno dopo, sarebbero stati presenti all’alba pur di vivere quell’esperienza con loro.

Dopo pranzo Christian e Romina ne approfittarono per andare al Parco Virgiliano per una passeggiata. Da quella posizione goderono del panorama dell’altro lato del golfo da cui si vedeva Nisida e la Gaiola. Camminarono fino al tramonto, era la vacanza più romantica che avessero mai fatto insieme. Mangiarono qualcosa al volo nei dintorni, volevano tornare in albergo presto in modo da riposare abbastanza ed essere svegli il mattino seguente all’alba. Così fecero, alle dieci erano già a letto ed il mattino seguente si svegliarono presto e con tanta voglia di adoperarsi.

-Caro, dobbiamo aver paura di questa nostra improvvisa voglia di lavorare? Siamo pur sempre in vacanza

-Amore non preoccuparti, consideriamola una breve “distrazione” dal riposo

Insieme si recarono in cortile. Fuori c’era solo silenzio, le prime luci dell’alba illuminavano la villa rendendola quasi lugubre. La porta era aperta, una rampa di scale scendeva verso la cantina. C’era un corrimano ad aiutarli mentre delle piccole luci gialle illuminavano di poco il tragitto. Sentirono dei rumori dal basso, appena entrarono in cantina video i proprietari che già erano intenti ad organizzare il tutto.

-Buongiorno, noi siamo qui. Diteci come possiamo dare una mano

-Benvenuti! Non mi aspettavo che arrivaste così presto. Un attimo e vi spiego i compiti

I Leone nell’attesa di ricevere ordini si guardarono intorno. La cantina era semibuia, illuminata da alcune luci al neon. Su una parete c’erano le cassette di plastica riempite di pomodori rossi, l’odore acre inondava la stanza chiusa. Da un altro lato c’era un arnese in ferro con tre gambe ed una pressa collegata ad un imbuto, poco vicino invece una macchina elettrica per tritare. Accanto ancora c’erano le bottiglie di vetro vuote mentre a terra il pavimento in pietra era ricoperto di macchie scure.

-Avete fatto bene a mettere qualcosa di leggero addosso. Sicuramente vi sporcherete di rosso, se volete c’è qualche grembiule a disposizione

-Grazie mille. Saremo un po’ impacciati, immagino sia chiaro

-Non vi preoccupate, vi dico subito quello che faremo stamattina. I giorni scorsi abbiamo già lavato le bottiglie, oggi le riempiremo con due tipi di conserve, passate e pezzettoni. Per le passate bisogna tagliare in quattro il pomodoro e metterlo nella trituratrice, con un imbuto ci aiutiamo a farlo entrare nelle bottiglie. Per i pezzettoni invece bisogna prima tagliare il pomodoro in listelli sottili, poi con l’altro arnese mettete nell’altro imbuto e con lo stantuffo riempite la bottiglia sotto

La donna mimò le operazioni descritte per far capire meglio le operazioni. Tutto sembrava chiaro, prese la parola il marito.

-Mi raccomando, regola fondamentale, le bottiglie devono essere colme fino all’orlo. Non deve esserci aria all’interno, altrimenti quando le bolliamo possono rompersi

Romina era ansiosa di cominciare.

-Ok, tutto chiaro. Io cosa posso fare?

-Tu potresti preparare il basilico, è il compito più semplice. Di sopra raccogli un po’ di basilico nell’orto, lo lavi e lo tagli. Di solito lo fa nostra figlia ma oggi è uno di quei giorni quindi…

-Uno di quei giorni?

Prese la parola la proprietaria.

-E’ un’antica credenza popolare, le donne che hanno il ciclo vengono tenute a debita distanza dai pomodori. Si pensa che le conserve vadano a male. Ma vi ripeto, è una vecchia credenza ma noi per scrupolo seguiamo questo ragionamento

-Ok, faccio subito allora

Romina si mise sull’attenti e mimò un saluto da soldato, baciò suo marito e risalì le scale. Arrivò nell’orto della villa, riconobbe facilmente il basilico. La luce del sole era già più forte quindi non le fu difficile raccogliere un bel po’ di foglie, le mise tutte in una scodella di plastica che le aveva indicato la proprietaria. Anche se era una mansione molto semplice, di solito riservata alle giovani ragazze, era contenta di darsi da fare e rendersi utile. Quando sarebbe scesa avrebbe chiesto di fare altro. Era assorta nei pensieri quando sentì un rumore alle sue spalle. Si girò di scatto ma non vide nulla a parte un cespuglio muoversi. Com’era possibile in una mattinata senza vento come quella? Si stava solo impressionando, non aveva da preoccuparsi. Finì il suo compito e riscese in cantina a lavare le foglie.

Una volta finito consegnò la scodella alla signora che con un largo sorriso si complimentò.

-Questo era facile, cosa posso fare ora?

-Mi piace questo spirito di partecipazione. Mio marito sta istruendo il vostro sulle passate, voi potete fare i pezzettoni. Che ne pensate?

-Perfetto! Quindi listelli sottili, esatto?

-Corretto. Siete stata attenta prima. Lì c’è tutto l’occorrente

Romina si spostò accanto al tavolo in ceramica. Prese un coltello e iniziò a tagliare i primi pomodori. L’operazione era semplice, dopo qualche minuto non le dava nemmeno più fastidio l’odore forte dei pomodori. Era entusiasta per quella nuova esperienza e di solito quando era molto felice non riusciva a smettere di parlare. Iniziò a dialogare con la proprietaria che nel frattempo metteva i pomodori tagliati nel macchinario per riempire le bottiglie.

-Fate questo ogni anno?

-Certo. Ci garantisce un buon risparmio per tutto l’anno. Non compriamo conserve già pronte così siamo sicuri della qualità

-Capisco. Diceva che era una tradizione di famiglia, di solito siete solo voi due e vostra figlia?

-No, di solito c’è anche nostro figlio più grande ma oggi è al lavoro e non poteva venire. Quando erano piccoli c’erano anche nonni e gli zii, ora siamo rimasti solo noi a farlo. Da quando nostro figlio si è sposato siamo in tre, oggi solo in due

-Capito. Non mi sembra comunque un lavoraccio questo. Sarà che per me è una novità ma sembra divertente

-Lo è, se si sta tutti insieme è divertente. Ora che ci stiamo sbottonando un po’, voi che mi dite? Anche voi avete dei figli che vi fanno dannare?

-No. Purtroppo non ne abbiamo mai avuti

-Mi dispiace, ho toccato un tasto dolente? Non volevo

-Non vi preoccupate, nessun problema. Arrivati a questa età ci sembra normale non averne. Siamo solo io e Christian ed ora abbiamo tutto il tempo per fare quello che non abbiamo potuto fare prima. Siamo entrambi da poco in pensione

-Benissimo, mi fa piacere per voi. A parte i figli, avete qualcun altro che vi aspetta a casa? Qualche altro parente, qualche amico?

-Non molti. A Como non abbiamo parenti, di amici invece ne abbiamo abbastanza ma nessuno che sta aspettando noi. Abbiamo organizzato questa vacanza da soli senza avvisare nessuno. Era la nostra fuga d’amore

-Che bello! Due piccioncini. Non state informando proprio nessuno quindi sul vostro itinerario?

-Nessuno, nessuno. Dite che dovevamo?

-Ma no, così siete più liberi. Forse siamo noi del Sud che ci facciamo troppi problemi. Vado un attimo ad avvisare mio marito di una cosa, non vorrei che stesse affaticando troppo il signor Leone

La donna si allontanò per raggiungere il marito. Lui era accanto a Christian che spiegava il funzionamento della trituratrice.

-Bisogna mettere sempre un panno per filtrare la passata altrimenti ci saranno dei pezzetti all’interno. Vuoi tagliare tu i pomodori e io trito?

-Per me va bene tutto. Posso anche tritare io, ho capito bene come si fa

-Perfetto allora facciamo così. Non c’è ancora corrente, la spina non è nel muro. Bisogna prima controllare se all’interno è tutto ok

-Faccio io, non vi preoccupate

Christian inserì la mano nel macchinario. Avvertiva qualcosa all’interno, forse un pezzo di pomodoro tritato in precedenza?

-Sento qualcosa ma non riesco a capire

-Provate a mettere più dentro la mano. Se non capiamo bene la macchina potrebbe incepparsi

-Ci sto provando. Non è che ci sono dei topi in questa cantina? Magari un topolino si è infilato qui ed è morto

-Non penso, la cantina viene pulita ogni giorno dal nostro tuttofare

Romina era poco distante dai due uomini ma non stava seguendo il loro dialogo. Era troppo impegnata a tagliare i pomodori e immaginare alla storia che avrebbe raccontato al rientro. Sentì solo un urlo improvviso, quello di Christian. Passò meno di un secondo da quando si accorse dell’urlo a quando girò lo sguardo nella direzione del marito. In quel secondo nella sua mente cercò di dare una spiegazione confortante, magari si era solo tagliato con il coltello ed aveva urlato per il dolore. Quello che però vide non era quello che si aspettava. Christian aveva una mano all’interno della macchina per tritare i pomodori, urlava di dolore come non lo aveva mai sentito, accanto a lui c’era il proprietario della villa che però non sembrava aiutarlo. Sembrava gli stesse tenendo fermo il braccio all’interno del macchinario.

Romina vide un piccolo fiume rosso uscire dall’imbuto posto sotto il macchinario, non poteva certo essere succo di pomodoro. Senza neanche pensarci due volte si gettò verso di lui, doveva aiutarlo anche se non capiva bene cosa stesse succedendo. Fece qualche passo verso di lui, poi all’improvviso sentì un colpo dietro il collo. Poi vide tutto scuro.

Romina riaprì gli occhi, erano passate poche ore ma lei non lo sapeva ancora. Si trovava ancora in quella cantina ma era legata ad una sedia. Provò ad urlare appena si rese conto di dove fosse, ma fu inutile perché un bavaglio le copriva la bocca. Mise insieme le idee e i ricordi di quello che era accaduto prima ma non riuscì a trovare una logica. Qualcuno sembrò leggerle la mente perché una voce rispose alle domande che stava pensando in quel momento.

-Vi siete svegliata prima del tempo. Non dovevate farlo, non siamo ancora pronti

Conosceva quella voce, era la proprietaria del B&B.

-Ugo, la signora si è svegliata. Che facciamo?

-Aspetta che ho quasi finito. Falla stare calma se si agita

Romina sentiva le voci alle sue spalle, non vedeva gli interlocutori ma sapeva chi fossero. Avvertiva il pericolo e voleva fuggire da quell’incubo. Si ricordò di Christian, voleva vederlo e sapere come stava. Magari lo stavano curando, magari lo aiutavano lì per evitare di portarlo al pronto soccorso. Provò ancora ad urlare inutilmente.

-Si sta agitando, che faccio?

-Aspetta, ho quasi finito. Non farti vedere, mettiti alle sue spalle

Smise di urlare ma cominciò a muoversi sulla sedia. Avanzava di pochi centimetri alla volta, voleva liberarsi e scappare. Si spostò di lato e cadde, le sue preghiere dovevano essere state ascoltate da qualcuno perché la sedia si ruppe e riuscì a liberarsi. La prima cosa che fece fu di togliersi il bavaglio e girarsi verso la coppia. Si pentì di averlo fatto.

A terra c’era il corpo di Christian ma braccia e gambe non c’erano. Accanto a lui c’era il proprietario della villa che con una mannaia tagliava il corpo e inseriva i pezzi di carne nella trituratrice. A terra era ricoperto di barattoli pieni di carne e sangue. Romina si sentì venir meno. La mente rifiutava di credere a quello che vedeva, nemmeno il suo incubo più malato contemplava quella situazione. Lei e suo marito erano in vacanza nel loro luogo dei sogni, tutto quello non aveva senso. Stava per urlare di terrore quando l’altra donna parlò.

-State calma, non urlate vi prego. Non è colpa nostra, anche noi siamo vittime

-Cosa state facendo? Fatemi uscire di qui! Siete dei mostri!

-No, non siamo dei mostri. Siamo solo dei genitori. Lei non può capirlo… Non è facile essere dei bravi genitori

-Smettetela! E’ un incubo, non ci credo… Fatemi uscire!

-No, voi non andrete da nessuna parte. Mio figlio… mio figlio non è come tutti gli altri. Voi “normali” ve ne accorgete subito. Mio figlio è diverso, è strano… ma è un bravo ragazzo. Questo che stiamo facendo è per lui. Fin da piccolo prendeva a morsi le persone. A scuola ogni giorno c’era un episodio simile. Non siamo riusciti a fermarlo, non siamo riusciti a placare la sua fame. Lo facciamo per lui. Voi… voi siete soli su al Nord, lo avete detto prima. Nessuno sentirà la vostra mancanza. In compenso lui potrà mangiare per un po’ di tempo senza commettere altri episodi spiacevoli. Lei deve capirmi, solo una madre ed un padre esemplari possono macchiarsi di queste colpe per sgravare un figlio

-Smettila Lara, non capirà. E’ ancora sotto shock. Prendila e tienila ferma finché non arrivo io

-No, lei capisce. Non è vero che state capendo? Lei ora si siede e si fa ammazzare da lui, vero?

Romina cominciò a ridere nervosamente. Era una situazione così irreale che stava impazzendo. Non riusciva ad ammettere che era in pericolo di vita e che suo marito non c’era più a causa dei vaneggiamenti di due pazzi. Rideva mentre si allontanava dall’altra donna. Poi d’improvviso rinsavì e corse verso le scale. Scostò di lato con forza la padrona e raggiunse le scale, quella forza che arriva solo quando hai la morte con il fiato sul collo. Sulle scale fece un altro incontro, il fattorino. Era seduto con la testa bassa. Lei si fermò, lui alzò lo sguardo. Aveva la bocca sporca di rosso, come se avesse appena bevuto un bicchiere di sangue a sorsate. La mente collegò quell’immagine alle parole della donna. Quello era il loro figlio, il mostro che si cibava di carne umana. Cominciò a tremare, aveva paura che quel demone l’azzannasse da un momento all’altro. Dietro di lei sentiva i passi della pazza che la raggiungeva, incredibilmente però il ragazzo non si mosse, si limitava a guardarla con lo sguardo assente. Romina ne approfittò per salire il resto delle scale e chiudere la porta serrandola con la chiave. Era quasi libera, non le restava che uscire da quella villa e chiamare i soccorsi. Urlava e piangeva mentre percorreva il viale di ingresso. Era ancora giorno, il sole illuminava quella giornata estiva. Arrivò al cancello, era chiuso e doveva scavalcarlo. All’improvviso una macchina si fermò proprio davanti all’ingresso. Era un’auto di pattuglia della polizia, dal portellone scese un agente che vedendola spaventata e tremante si allertò.

-Signora tutto bene? Che succede?

-Aiuto, mi aiuti la prego. Sono in pericolo

L’agente in poco tempo si arrampicò sul cancello e raggiunse Romina, lei gli gettò le braccia al collo e cominciò a piangere a dirotto.

-Si calmi e mi dica cosa è successo

Romina riuscì a dire solo qualche parola sconnessa, balbettò qualcosa come “cantina”, “omicidio”, “assassini”, “cannibale”. Il poliziotto si fece ancora più serio, tolse la pistola dalla fondina e si fece accompagnare vicino alla porta che dava nella cantina. Girò la chiave nella serratura ed aprì lentamente la maniglia, lei guardava con terrore la scena.

-C’è qualcuno lì? Rispondete!

Solo silenzio, l’agente iniziò a scendere lentamente le scale. Il battito del cuore di Romina accelerava sempre di più finché non sentì la voce dell’agente.

-Signora qui è tutto a posto. Potreste scendere per spiegarmi meglio cosa avete visto? Qui non c’è nessuno

Romina era spiazzata, possibile che tutto quello che aveva vissuto era soltanto un incubo? Riuscì a farsi coraggio e scese le scale, il poliziotto l’attendeva nella cantina.

-Venga qui e mi racconti meglio quello che ha visto

-Erano in due, hanno ucciso mio marito per darlo in pasto al figlio e volevano uccidere anche me

-Venga più vicino, non c’è nulla di cui aver paura

Romina scese l’ultimo gradino, poi si sentì il rumore di uno sparo. Non riuscì a girare lo sguardo intorno, l’agente fu più veloce e la colpì alla tempia. Pezzi di materia cerebrale caddero sul pavimento mentre il corpo si accasciò senza vita.

-E’ lei che stavate ammazzando?

-Sì, è scappata all’improvviso, non sono riuscita a…

-Mamma, quante volte devo dirtelo. Dovete essere sempre attenti. E’ stato un caso che io passassi di qui a quest’ora. Una bella fortuna altrimenti sarebbe scappata e vi avrebbe denunciati

-Lo so, hai ragione. Grazie

-Non ringraziarmi, se c’ero io stamattina magari si risolveva tutto più velocemente. Giulio come sta?

-Sta bene, ha appena mangiato. Quando mangia sta sempre meglio. Tu come stai? Ti trattieni a cena da noi?

-Io sto bene. Grazie ma ora mi è passato l’appetito, penso che tornerò a casa da mia moglie. Sono stanco morto

-Va bene, caro. Porta i nostri saluti a tua moglie. Speriamo di vedervi presto

-Sicuramente. Buona giornata a voi

6 Agosto 2021

Il mare era una tavola che mischiava i colori del cielo al tramonto. Il rosso del sole ancora caldo e l’azzurro del cielo limpido. Le tinte si mischiavano sull’acqua creando un effetto di rara bellezza. Sul pontile di Bagnoli c’era chi passeggiava e godeva degli ultimi minuti illuminati della giornata. Coppiette che camminavano mano nella mano, amici che chiacchieravano, bambini che giocavano correndo. Un venerdì sera che aveva già il sapore del fine settimana, di quelli più belli, nel pieno dell’estate. Tutti avevano lasciato a casa i problemi, le preoccupazioni, quei momenti erano stati pensati per stare bene e non per affannarsi. Tutti felici e contenti, tutti tranne una persona.

Un uomo si aggirava sospettoso tra la folla. Ad ogni passo girava il volto a destra e sinistra. Cercava, ma non sapeva ancora cosa. O chi. Guardava gli altri presenti sulla passerella, incrociava i loro sguardi alla ricerca di un indizio, di un segno. Qualcuno cominciò ad accorgersi del suo atteggiamento fuori dal normale, la maggior parte però era intenta a fare altro senza lasciarsi distrarre. Il respiro si faceva sempre più affannato, aveva corso parecchio per arrivare fin lì e purtroppo la sua età gli richiedeva più riposo di quanto volesse. Qualche bambino gli sfrecciò accanto mettendolo in allerta. Vide le schiene dei ragazzi che continuavano a giocare, capì di non essere in pericolo. Lanciò un’imprecazione masticata in bocca, ma era più tranquillo. Da qualsiasi cosa stesse fuggendo, ora era al sicuro.

Si sedette su una panchina, chiuse gli occhi e tirò un respiro profondo. Il sapore di salsedine gli entrò nelle narici ed insieme a quello ritornarono tutti i ricordi associati a quel luogo. Rilassò i muscoli tesi e prese a respirare regolarmente. Riaprì gli occhi e diede un ultimo sguardo di controllo in giro. Tutto regolare, le persone passeggiavano serene senza destare nessun sospetto. L’uomo si alzò e fece qualche passo in avanti. Percorse metà del pontile respirando a pieni polmoni l’aria di mare. Intorno a lui la piccola cornice di golfo sembrava abbracciarlo per dargli sicurezza.

Si appoggiò alla ringhiera guardando i colori intensi del mare. Quella distesa immobile gli dava pace. Alle orecchie arrivavano le risate dei bimbi e il verso di qualche gabbiano. Poi sentì il rumore di un tuffo. Stava guardando l’orizzonte quando quel suono attirò la sua attenzione e guardò in quella direzione. L’acqua si increspava formando un cerchio. L’uomo si sporse un po’ in più per vedere meglio ma quello che vide venire fuori dall’acqua aveva dell’incredibile.

Una donna.

Il busto di una donna fuoriuscì dal mare e guardò nella sua direzione. L’acqua la copriva dal collo in giù, aveva lunghi capelli scuri ed un enorme sorriso adornava il bellissimo volto.

L’uomo chiuse e riaprì gli occhi due volte, pensò di stare sognando. Da dove era sbucata quella ragazza? Una folle in cerca di un brivido o forse aveva solo pagato il pegno di una scommessa persa? Non riusciva a distogliere lo sguardo, si girò solo per controllare se anche gli altri se ne fossero accorti ma ognuno era intento a passeggiare indisturbato. La guardò ancora, lei rimandava lo sguardo senza mai smettere di sorridere. Poi si rituffò in acqua, e l’uomo vide qualcosa che gli fece venire i brividi. Quando la testa era in basso non vide le gambe risalire, ma una coda di pesce. Non poteva sbagliarsi, quelle che aveva visto erano delle pinne enormi.

Spaventato da quella visione si staccò dal ferro e camminò all’indietro fino al centro della passerella. Possibile che quella che aveva visto era una sirena? Non poteva essere, era solo uno scherzo di cattivo gusto e lui ci stava cascando. All’improvviso sentì un verso di uccelli. Non i soliti gabbiani che sorvolavano la zona ma un suono stridulo che non ricordava di aver mai sentito. Alzò gli occhi in direzione di quel suono coprendosi gli occhi con una mano per ripararsi dalla luce del sole. Un uccello si stava avvicinando, volava proprio nella sua direzione. Man mano che era più vicino si rendeva conto di quanto fosse grande. Gli passò sopra la testa ed atterrò su una panchina a poca distanza da lui. Le dimensioni erano spropositate ma quando vide la testa rimase a bocca aperta per lo stupore e la paura.

Quell’uccello aveva la testa di una donna.

Lo sguardo era arcigno e guardava proprio nella sua direzione in un tono di sfida. Fece qualche goffo passo verso l’uomo che subito indietreggiò. Il mostro aprì la bocca ma stavolta invece del solito verso da uccello uscirono parole umane.

-Dove stai scappando? Vieni da noi

Aveva sentito bene? Quell’orrendo mostro stava parlando con lui chiedendogli di seguirlo? L’uomo si guardò intorno sperando che qualcuno intervenisse. Stranamente però gli altri sembravano badare ancora ai fatti loro, solo una giovane coppia sembrò aver notato qualcosa di strano ma si allontanò senza distogliere lo sguardo. L’essere metà donna metà uccesso fece un altro passo verso l’uomo che a quel punto decise di rispondere.

-Cosa vuoi? Cosa vuoi da me?

-Voglio solo il tuo bene. Vogliamo solo il tuo bene

-Cosa ne sai tu del mio bene? Lasciami stare! Sei solo un mostro, un’arpia venuta a farmi del male

Da lontano sentì un’altra voce, più imponente, che si intromise in quello strano dialogo.

-Vogliamo solo il tuo bene, devi crederle

L’uomo voltò lo sguardo in direzione della voce, all’ingresso del pontile. Vedeva un gruppo sparuto di persone, dietro di queste però si ergeva una figura più imponente. Più si avvicinava e più sentiva indistinguibile un rumore di zoccoli sull’asfalto. Quando le persone si tolsero dalla visuale riuscì a vedere la figura per intero. Aveva il corpo di un cavallo ma dalla parte anteriore spuntava il busto di un uomo. Le quattro zampe di quella bestia si muovevano lentamente, come se non volesse spaventare il suo interlocutore. Già, come se non fosse già spaventato per aver visto davanti ai suoi occhi per la prima volta un centauro.

-Chi sei? Cosa vuoi… cosa volete da me?

-Stai calmo. Non ci riconosci?

-Certo che vi riconosco! Siete dei mostri! Siete qui perché mi volete morto

-Fidati di noi. Non siamo cattivi. Vedi? Non ti stiamo attaccando, siamo qui fermi e vogliamo solo parlare

-Parlare? Ma li avete sentiti? Qualcuno li sta sentendo o sono il solo?

L’uomo si guardò intorno preoccupato. Aveva attirato l’attenzione di tutti i presenti. Tutti lo guardavano ma quello che vedeva nei loro occhi non era paura, ma pena. Sembrava proprio che gli altri stessero provando compassione per lui anche se non ne capiva il motivo.

-Datemi una mano! Qualcuno mi aiuti

Qualcuno si allontanò affrettando il passo, altri fecero finta di nulla senza riuscire a fingere interesse per quella scena insolita. L’uomo allora cominciò ad avvicinarsi alle altre persone chiedendo aiuto.

-Lei, lei li vede? Mi risponda, non se ne vada… E lei, signorina, non scappi anche lei. Qualcuno sa dirmi perché ce l’hanno con me?

Intanto sentiva le loro voci, le opinioni di quelli che ormai erano solo delle comparse in quella scena teatrale.

Cosa vogliono da lui?

Perché non ne parlano da un’altra parte?

Amore, andiamo via. Saranno fatti loro, non ci impicciamo

Tra tanti posti proprio qui? Non hanno niente di meglio da fare?

E se poi solo sono davvero cattivi?

Non era il solo a vedere quei mostri. Purtroppo però sembrava che gli altri non volessero in nessun modo fare qualcosa per lui. Doveva fronteggiare quei nemici da solo. Fece due passi decisi in direzione dell’arpia che stranamente fece un passo indietro. Riusciva anche lui ad incutere timore in quelle bestie?

-Andate via vi dico. Questo non è il posto per voi!

Fece un altro passo in avanti quando sentì dei passi che si avvicinavano. Un altro essere corse nella loro direzione e si fermò accanto al centauro posandogli una mano sul dorso. Quando girò il volto in direzione dell’uomo, questo si accorse della gravità di quel gesto e subito con entrambe le mani si coprì il volto e si accovacciò a terra. Prima di chiudere gli occhi aveva visto di chi o cosa si trattasse. Aveva il corpo di una donna ma dalla testa al posto dei capelli c’era un groviglio di serpenti. Decine di serpenti che si muovevano aprendo e chiudendo le fauci. Lui sapeva di cosa si trattasse, era una gorgone e il solo sguardo lo avrebbe tramutato in pietra.

Ancora accovacciato cercò di parlare per convincere un’ultima volta quelle bestie immonde a lasciarlo stare.

-Perché? Perché ce l’avete con me? Lasciatemi in pace. Lasciatemi solo!

L’ultima fetta di passanti presenti sul pontile si dileguava verso l’uscita, un silenzio spettrale piombò sulla scena. L’uomo avvertì dei passi avvicinarsi a lui, sempre tenendo le mani sul volto cercò di allontanarsi strisciando sull’asfalto.

Vi prego, andatevene. Andatevene…

Cominciò a piangere a dirotto. Ormai era conscio del destino che lo attendeva. I mostri sembravano non ascoltarlo ed avanzavano in silenzio verso di lui. Sentì altri rumori più veloci, come qualcosa che strisciava. Aprì un piccolo spiraglio tra le dita in modo da vedere meglio. Ormai era spacciato e la curiosità stava prendendo il sopravvento.

Vide due figure, più piccole, che avanzavano. Vedeva i loro sorrisi stampati sui volti innaturali. Il corpo da bambine e la coda di serpente, due echidne gli strisciavano incontro, lo deridevano. Ormai era alla loro mercé, non poteva fare altro che deporre le armi e abbracciare il fato, per quanto tremendo fosse. Tolse le mani dagli occhi e guardò per l’ultima volta le creature che aveva davanti. Erano in fila, l’una accanto all’altra e lo guardavano con sguardo serio e preoccupato. L’arpia, il centauro e la gorgone, mentre le altre due piccole creature continuavano a girare in tondo. Richiuse gli occhi attendendo il braccio della morte.

Quello che sentì subito dopo però non era una minaccia. Avvertì il tocco di una mano sulla sua spalla. Come una carezza, un gesto che cercava di incutere sicurezza più che terrore. Riaprì gli occhi e finalmente li vide.

I mostri che prima erano davanti a lui non c’erano più, al loro posto c’erano delle persone. Erano intorno a lui e gli sorridevano tristemente. Un uomo, due donne e due bambine. Non li riconobbe subito, era ancora sotto shock, ma fu quella prima frase detta da una delle donne a risvegliare la memoria.

-Papà, siamo qui con te. Andrà tutto bene

Fu in quell’istante che li riconobbe. I suoi figli Laerte, Olimpia e Tea, le sue nipoti Grazia e Noemi. Erano lì per lui e quando capirono che lui li aveva finalmente riconosciuti lo abbracciarono con forza. Fu una scena molto commovente, i pochi estranei presenti non poterono fare a meno di trattenere le lacrime per quella che era chiaramente una tragedia familiare sfiorata.

I figli ritrovati dell’uomo lo aiutarono ad alzarsi e lo fecero sedere su una delle panchine. Le bimbe ignare della serietà della situazione continuavano a giocare tra loro e correre in direzione del nonno abbracciandolo con affetto. L’uomo ormai rinsavito ripercorreva gli sguardi dei suoi cari, delle uniche persone al mondo che gli erano vicino. Avrebbe tanto voluto scusarsi con loro, avrebbe voluto trovare le parole giuste per far capire quanto era afflitto per le preoccupazioni che gli stava dando. Ma loro non erano più bambini, capivano come si sentiva e senza parlare gli fecero intendere che tutto si era risolto e quella era la cosa importante.

-Andiamo a casa. Hai bisogno di riposarti

-Tra poco le temperature si abbasseranno e non ti farà bene. Aggrappati a me

-Nonno! Nonno! E’ vero che starai un po’ con noi a giocare?

-Bimbe non fatelo affaticare. E’ molto stanco ed ha bisogno di riposo

L’uomo fece come gli era stato consigliato. Si alzò e accettò l’aiuto della figlia più piccola. Ancora non riusciva a dire una parola, mentre un’ultima lacrima scendeva sul volto rigato dalle rughe.

Qualche metro più distante una giovane coppia guardava l’epilogo della toccante scena. La ragazza con la voce rotta dall’emozione chiese al ragazzo cosa ne pensasse.

-Chissà chi sono quelli lì. Per un momento ho pensato che l’anziano potesse buttarsi in acqua

-Per fortuna non è successo nulla. Sai chi è quel signore?

-No. Lo conosci?

-Non personalmente, ma so che è un docente universitario di storia antica. E’ stato il professore di mio cugino Arnaldo. Mi ha sempre detto che tutti gli studenti erano affascinati quando spiegava in aula. Ora non è che l’ombra di sé stesso

-Che gli è successo?

-La moglie era malata da tempo. Pensa che si è ritirato dall’insegnamento per starle vicino. Ed è servito, sai? Lei stava meglio finché lui le teneva compagnia. Poi, sai com’è in questi casi, da un giorno all’altro se n’è andata. Da quel giorno so che lui non è più lo stesso. Hanno provato a convincerlo a ritornare al lavoro per distrarsi ma è stato inutile. C’è chi dice che il dolore forte lo ha spinto a… vedere delle cose. Non so se è vero, ma sembra che si sia chiuso in un mondo tutto suo, fatto di creature fantastiche della mitologia greca. La Grecia era il suo pallino, suo e della moglie. Amavano la storia greca, forse per lui rivivere la magia del mito è il modo di proteggersi dalla triste realtà in cui si trova adesso. Senza la donna che ha sempre amato, solo

-Meno male che ci sono i figli con lui. Sembravano davvero affezionati a lui

-Già. Meno male

I due ragazzi si abbracciarono mentre l’ultimo raggio di sole scompariva dietro l’orizzonte ed il rumore di un tuffo proveniva dalla superficie del mare.

16 Luglio 2004

Giuliano era disteso a terra, la testa e il braccio sinistro gli facevano un male tremendo. Aprì gli occhi ma si rese conto che intorno era tutto buio. La guancia era appoggiata su qualcosa di viscido ma non riusciva a capire cosa. Si alzò ancora dolorante, guardò in alto e vide una luce provenire da una piccola feritoia. Fece un respiro profondo ma dovette tossire quando gli arrivò un puzzo disgustoso nelle narici. Ci mise qualche secondo per ricollegare insieme i pezzi e capire dove si trovasse. Un ricordo confuso, poi la consapevolezza. Era un una fogna.

Era successo tutto qualche minuto prima. Stava passeggiando per i Quartieri Spagnoli come quasi ogni giorno in quell’estate. La scuola era finita già da un pezzo e lui passava le giornate uscendo fuori da quel mondo così complesso e così diverso da lui per riversarsi sulle arterie principali della sua città. Quel quartiere non gli somigliava per niente. Non che lo odiasse, si intende. C’erano tantissime brave persone che incontrava ogni giorno, sorrisi che gli mettevano allegria. Anche il folklore e la caratterizzazione di quel luogo gli piaceva, ma purtroppo c’era sempre una nota negativa. L’ignoranza. Il vero male di quel posto, secondo lui, partoriva ogni giorno nuovi mostri. Già durante l’anno scolastico non era facile convivere in una classe piena di bulli. Magari erano cani che abbaiavano ma non mordevano, ma lui non era alla loro altezza, o meglio ancora, alla loro bassezza. Giuliano era un animo gentile, innocuo. Forse era proprio quella sua innocenza che spaventava gli altri e tirava fuori la parte peggiore di loro. Lui andava avanti evitando le provocazioni, gli sfottò. Finita la scuola la storia si ripeteva, c’era sempre qualcuno in giro con il suo branco che continuava a prenderlo in giro. Quella cicatrice sul labbro, quella deformazione con la quale era nato, era solo il pretesto per vomitargli addosso la loro rabbia adolescenziale.

Anche quel giorno la storia si ripeté, Giuliano era diretto verso Via Toledo quando il solito gruppo di bulli stava perdendo tempo sui motorini riscaldati da un sole estivo. Lo videro e iniziarono a punzecchiarlo.

-Eccolo, ragazzi. E’ arrivato il mostro

-Bene, il padre lo ha lasciato uscire dalla gabbia stamattina?

Giuliano come sempre abbassava lo sguardo e continuava a camminare senza curarsi degli altri. Quella mattina però era diverso. Forse il caldo afoso, forse la voglia di sperimentare qualcosa di nuovo, il branco decise di reagire a quell’assenza di reazione. Si alzarono e gli bloccarono la strada.

-Ma che c’è, non vuoi parlare con noi? Hai paura?

La vittima continuava a rimanere in silenzio e guardare altrove.

-Sto qua, guardami quando parlo. Ti credi migliore di me che non rispondi?

-Io non…

Giuliano non sapeva che cosa dire, voleva solo che quegli idioti si spostassero e lo facessero passare.

-”Io non” cosa? Ragazzi questo sta provocando

Uno di loro gli si parò davanti spingendo il petto contro il suo. Di contro Giuliano per proteggersi alzò le braccia e con le mani cercò di spostarlo all’indietro.

-Avete visto? Mi ha messo le mani addosso. Ora hai superato il limite

Era quella che gli altri aspettavano. Un pretesto per fare a botte. Partì il primo con uno schiaffo sul volto, poi un calcio sulle gambe lo fece cadere a terra. In quella posizione non poteva fare nulla, gli erano addosso e continuavano ad offenderlo mentre lo percuotevano con calci e pugni. Poi uno di loro ebbe un’idea macabra.

-Alziamolo, ragazzi. Prendiamolo e buttiamolo lì dentro

Indicò un tombino mezzo aperto, probabilmente quella mattina era previsto un lavoro nelle fognature. Lo alzarono di peso, Giuliano era confuso e non capiva nulla. Poi lo gettarono nel buco e insieme spostarono il pesante tombino in ferro per chiuderlo. Da sotto il ragazzo sentiva le loro risate mentre perdeva i sensi.

Fu solo grazie all’aiuto dei tecnici dell’impresa di drenaggio che Giuliano uscì fuori di lì. Il gruppo di bulli non c’era più ma una folla si era già riunita quando qualcuno sentì la voce di un ragazzo provenire da sotto l’asfalto. Ci fu chi si offrì di aiutarlo ma era stato colpito nel profondo e aveva solo voglia di tornare a casa e lavarsi. Quell’odore lo accompagnò fino a casa, era da solo. Andò sotto la doccia, le lacrime si confondevano con l’acqua che veniva giù dal sifone. Perché gli succedeva quello? La vita non era stata già abbastanza dura con lui dopo la morte della madre? Ma lui sapeva che la colpa non era della vita, era colpa dell’ignoranza che faceva da padrona in quel luogo. Si asciugò e si rivestì. Stava per infilare una maglietta quando davanti allo specchio notò qualcosa. Sul lato sinistro del petto c’era un segno di forma circolare. Provò a sfregarlo ma non andava via. Ritornò nel bagno per provare a toglierlo con il sapone ma nulla. Guardò meglio quel segno, era un cerchio perfetto e sembrava fatto con inchiostro. Più lo guardava più sembrava un tatuaggio, ma come poteva essere? Non c’era nessuna spiegazione plausibile. Stava scervellandosi per capire cosa fosse successo quando sentì il rumore della serratura che si apriva.

-Giuliano sono io, sono tornato. Tutto bene?

Era suo padre. Il rapporto tra i due non era dei migliori, come in tutte le famiglie in cui abita un adolescente. Dal giorno della morte della madre di Giuliano le cose erano peggiorate. Entrambi stavano male ma facevano la guerra a chi stava peggio. Il dialogo tra i due era ridotto ai minimi termini e buona parte della colpa era del ragazzo, lo sapevano entrambi. Il padre entrò nella stanza del figlio.

-Tutto bene Giuliano? Si sente una puzza terribile nel bagno, cosa è successo?

-Niente pà

-Nient’altro da dire? Non ti sto giudicando, voglio solo parlare. Cos’è quel livido sulla faccia?

-Si bussa prima di entrare

Giuliano chiuse la porta in faccia al padre. Lui non si arrabbiò, aveva smesso tempo prima quando con la dipartita della moglie se n’era andata anche la forza di affrontare ogni giorno.

Il resto della giornata fu anonimo come sempre, erano come due estranei sotto lo stesso tetto. La sera cenarono in silenzio e velocemente. Giuliano fu il primo a lasciare la cucina andando a rifugiarsi nella propria stanza. Chiuse la porta e si guardò allo specchio. Si tolse la maglia a continuò ad interrogarsi su quello strano segno. Lo stava fissando quando all’improvviso comparve una figura all’interno del cerchio. Con spavento si allontanò dallo specchio, poi guardò di nuovo il petto. All’interno del cerchio era disegnato il profilo di un leone. Cominciò a tremare, quello che stava vivendo era un vero e proprio incubo. Stava quasi per urlare quando all’improvviso sentì qualcosa dentro di lui che lo tranquillizzava. Non erano parole, erano ricordi. Chiuse gli occhi e quando li riaprì il suo sguardo era diverso. Uscì dalla stanza e salutò il padre.

-Io esco, ho un conto da regolare

-Che significa Giuliano? E’ tardi, sono le undici e mezza

-Niente, non preoccuparti. Non farò troppo tardi

Chiuse la porta senza aspettare  la risposta del padre e uscì di casa. A passo sostenuto e senza fermarsi percorse la strada che portava a Piazza dei Martiri. Si fermò e perlustrò la zona, poi guardò verso un bar e li riconobbe. Erano i ragazzi che quella mattina gli avevano giocato quel brutto scherzo, stavano parlando e ridendo seduti ad un tavolino. Probabilmente stavano parlando proprio di lui in quel momento. Si avvicinò spavaldo.

-Ciao ragazzi, come state? Che bello trovarvi qui stasera tutti insieme

-Eccolo qui, stavamo proprio parlando di te. Forse non ti è bastato quello che ti abbiamo fatto stamattina

Giuliano si girò e prese a camminare verso l’obelisco al centro della piazza. Gli altri si alzarono per inseguirlo, colpiti nell’orgoglio perché lui aveva dato loro le spalle. Aveva gettato l’amo e i pesci non tardarono ad abboccare. Giuliano si fermò e li fissò, loro fecero altrettanto. Poi alzò le braccia, gli occhi si girarono all’indietro mostrando solo un bianco spettrale. Il branco stava per aggredirlo quando dovettero bloccarsi di colpo. Alle spalle del ragazzo apparve qualcosa di incredibile. Improvvisamente le quattro statue dei leoni presero vita. Si mossero lentamente scrollandosi di dosso alcune pietre, poi avanzarono e girarono intorno a Giuliano. Gli altri assistevano alla scena a bocca aperta ma senza il coraggio di dire una parola. Poi Giuliano li indicò e le belve di roccia attaccarono.

Durò pochi attimi, i quattro leoni piombarono addosso ai ragazzi spaventati. Affondavano le loro zanne di pietra nei loro corpi provocando una morte istantanea. Con i loro artigli dilaniavano i muscoli di quelli che prima erano piccoli boss sicuri di loro. Ne rimase solo uno, si era accucciolato a terra mentre dai pantaloni fuoriusciva un liquido puzzolente. Giuliano gli si avvicinò, poi parlò con voce ferma.

-Siete solo i primi. La vostra stirpe non vedrà mai la luce

Poi si girò e camminò lentamente. Uno dei leoni si accanì sulla preda staccandogli la testa con un morso. Poi di colpo le statue ripresero il loro posto nella posizione in cui erano sempre state al centro della piazza.

Giuliano ritornò a casa, il padre era già andato a dormire. Entrò nella sua cameretta, chiuse la porta e si buttò sul letto. Si addormentò all’istante, in un sonno senza incubi.

Il mattino successivo si alzò senza alcun ricordo della sera precedente. Il padre stava già facendo colazione mentre al TG parlavano di una carneficina che si era verificata in Piazza dei Martiri. Dopo colazione scese di nuovo in strada, quella mattina non c’era nessuno a rompergli le scatole. Passeggiò per Via Toledo guardando le vetrine dei negozi poi all’improvviso si fermò. Di nuovo quella strana sensazione interiore, di nuovo quella presenza che gli faceva vedere scene di una vita che non era la sua. Portò la mano sul petto, sentì uno strano calore sul lato sinistro. Non ci badò più di tanto, prese a camminare in direzione dei Quartieri Spagnoli, percorse strade strette che non aveva mai attraversato prima di allora. Vicoli bui dove il sole si presenta solo per pochi secondi al giorno e l’oscurità è amica degli affari loschi di certa gente. Giuliano camminava senza sosta fino a trovarsi davanti ad un palazzo. Il portone era chiuso. Posò la mano sulla maniglia e con una forza sovrumana la aprì rompendo la serratura.

Nell’atrio del palazzo c’era una telecamera di sicurezza, attraverso quella un gruppo di persone poteva tenere costantemente sotto controllo l’edificio da malintenzionati e soprattutto dalle forze dell’ordine. Il palazzo era completamente disabitato a parte l’ultimo piano. Lì c’era l’appartamento dove si riunivano gli uomini del clan che comandava quella zona e proprio quella mattina erano tutti presenti per parlare di affari. Quando gli scagnozzi di guardia avvisarono quello che avevano visto nei monitor collegati alle telecamere, tutti si alzarono ed impugnarono le proprie pistole. Si girarono tutti verso la porta ancora chiusa, chiunque fosse arrivato nel palazzo sarebbe passato da quella per entrare. I secondi passavano ma nessuno varcava l’ingresso, erano tutti tesi. Poi, all’improvviso la porta si aprì. Il calcio dato da Giuliano aveva rotto i cardini e la porta volò per la stanza andando a finire contro tre uomini. Gli altri cominciarono a sparare verso l’ombra ancora ferma sotto l’arcata della porta. Ma quell’ombra era immobile e stranamente non cadeva a terra. Quando i caricatori furono scarichi la figura avanzò e tutti la videro. Aveva il corpo di un ragazzo, la maglietta era tutta bucata a causa dei proiettili. Il volto però non apparteneva a qualcosa di umano. Il muso era quello di un ovino, aveva le orecchie a punta e dalla fronte spuntavano due corna a spirale. Non ebbero il tempo di proferire una parola che quell’essere li attaccò con una furia cieca. Con una velocità incredibile caricava con la testa scaraventandoli in aria, ogni volta che le corna si abbattevano su di loro si sentiva un rumore disgustoso di ossa che si rompono. In pochi secondi tutti i malviventi erano a terra. Morti. L’essere li guardò distesi, inermi, poi disse un’unica frase.

-Anche la vostra dinastia è finita

Poi andò mentre andava via da quel luogo i suoi tratti diventarono di nuovo umani. Giuliano ritornò a casa. Tolse la maglietta e la gettò nell’immondizia, poi a torso nudo si guardò allo specchio. Accanto al tatuaggio a forma di leone era presente un altro che rappresentava il profilo di una capra. Fece una doccia, si cambiò e si rimise a letto.

Quando si svegliò era già sera. Si alzò dal letto pensando a cosa fosse successo quella mattina ma i ricordi erano vaghi, solo di una passeggiata per il centro poi più niente. Uscì fuori al balcone per prendere un po’ d’aria. Lo sguardo era rivolto a quei palazzi così vicini tra loro. Sembravano un’unica struttura, non c’era spazio tra un’abitazione e un’altra. Quel paesaggio così caratteristico, così bello eppure così difficile. Lo amava e lo odiava, era la sua casa eppure voleva tanto che fosse diversa. Da lontano si sentivano le parole di una canzone id Pino Daniele, di quelle che provocano emozioni difficili da descrivere. Con il cuore pieno di malinconia rientrò. Pensò a sua madre, come sempre.

Pensò al suo sorriso, alle parole dolci quando aveva paura, al modo tutto suo di tirarlo su. Come quando era chiuso in quella cameretta, chino sui libri illuminati dalla luce della piccola lampada sulla scrivania. In quei momenti entrava sua madre in punta di piedi, senza farsi sentire. Giuliano se ne accorgeva per il profumo del dono che portava. All’improvviso sentiva un buon odore di cioccolato, si girava e la vedeva con in mano una tazza di cioccolata calda. Niente di più bello di quell’immagine, del sorriso di lei che era stata “scoperta” e gli porgeva la tazza ancora fumante. Poi un abbraccio forte, di quelli che riesci a sentire il battito dell’altro, e un bacio sulla fronte. Tutto l’occorrente per riprendere a studiare serenamente. Una carica vitale.

Ora quella stanza sembrava vuota senza lei che entrava. La casa intera sembrava vuota anche se due persone la abitavano. Ma quelle due persone si allontanavano sempre di più, li univa soltanto il dolore per la stessa perdita. Ma a volte anche se il dolore è lo stesso, la rabbia e l’orgoglio possono fare più male. Giuliano sentì di nuovo il rumore della serratura, suo padre era appena rientrato. In silenzio, come sempre. Un uomo invisibile ai suoi occhi solo perché troppo fragile. Il ragazzo rimase chiuso nella sua camera fino alla cena.

Quella sera a tavola il silenzio era rotto solo dalla voce nella TV. Il telegiornale parlava dell’ennesima carneficina, stavolta nel loro quartiere.

“Ancora non sono chiare le dinamiche dell’accaduto. Una decina di morti all’interno dell’appartamento, le vittime erano già note alle forze dell’ordine…”

-Viviamo in un mondo terribile, Giuliano. Storie del genere non dovrebbero sentirsi

-Perché? Erano malviventi, qualcuno ha fatto quello che dovrebbe fare la polizia

-Non dire così. Non è con la violenza che si risolve tutto

-Ah, no? E con cosa allora? Restandosene zitti? O meglio, denunciandoli? Poi così ogni giorno non puoi uscire di casa perché ti stanno aspettando e fai tu quella fine

-Non hai torto, ma il nocciolo della questione è uno solo. Finché lo faranno in pochi non servirà a nulla. Finché ci sarà sempre paura di certa gente loro vinceranno sempre

-E come si fa a dare coraggio alle persone per bene? E’ impossibile papà. Forse serve mettere loro paura come loro ne mettono a noi. Forse quello che sta succedendo ora serve più di ogni iniziativa pacifica

-Non lo so Giuliano. So solo che lì fuori sembra sempre più pericoloso. Quando abbiamo pensato di mettere al mondo un figlio sapevamo che Napoli era una città difficile, ma ora le cose sembrano peggiorare. Quando io e…

-Su, dillo. Non fermarti

-Ok. Quando io e tua madre ti abbiamo avuto con noi parlavamo spesso di questo. Di come avremmo dovuto essere dei bravi genitori per darti il buon esempio. Non avremmo permesso che nostro figlio diventasse cattivo. Ora ti sento parlare in questo modo e penso che magari abbiamo sbagliato. O forse sono solo io che ho sbagliato. Da solo è difficile

Poi abbassò la testa per non farsi vedere piangere. Giuliano non poteva non provare tenerezza per lui. Non era facile portare avanti una famiglia senza una donna forte come era sua madre. Voleva tirarlo su di morale ma non trovava la forza di abbracciarlo. L’ultima volta forse era stato proprio ai funerali della madre.

-Non fare così. Guarda che io sono contro quei delinquenti. Sono contro il loro fare da presuntuosi, i loro modi da padroni del mondo. E’ solo che, non so, a volte vorrei che non esistessero più. Dai, sparecchio io, tu vai a riposarti sul divano

-Grazie Giuliano

Era la conversazione più lunga che avevano avuto da mesi, per la prima volta suo padre aveva tolto la sua armatura fatta di silenzio e paura e si era mostrato per com’era. Giuliano gli diede una mano in cucina mentre il padre si andò a sedere sul divano facendo zapping. Si distese e nel silenzio di quelle pareti si addormentò. Il ragazzo gli passò vicino e se ne accorse. Vedendolo così gli veniva in mente il ricordo di quando era piccolo, suo padre faceva finta di dormire poi quando lui si avvicinava spalancava gli occhi e lo faceva ridere. Chissà perché proprio quella sera riusciva a ricordare momenti passati con lui, di solito gli venivano in mente solo quelli passati con la madre. Stava per andare di nuovo nella sua camera quando si fermò. Di nuovo quel bruciore al petto. Andò in bagno e rimase a torso nudo, vicino ai due tatuaggi se ne stava formando un altro. Un altro cerchio, all’interno una testa di serpente. Fissò il suo sguardo nello specchio, poi sorrise.

-Certo, ne manca ancora uno

Senza fare rumore uscì di casa. Arrivò in strada e alzò lo sguardo. La voce interiore gli parlò ancora, gli indicava la strada da percorrere.

-Va bene. Stavolta ce ne sarà uno solo, ma non sarà meno doloroso

L’oscurità dei vicoli lo aiutava, camminava senza dare nell’occhio verso la sua destinazione. Si fermò quando arrivò davanti ad una saracinesca abbassata, lui sapeva chi si trovava dall’altro lato.

Nel garage c’era un solo uomo, aveva appena parcheggiato l’auto e stava per rientrare a casa. Agli occhi di tutti poteva sembrare una persona qualunque, in realtà nascondeva un segreto. Era un ricettatore. Ogni giorno incontrava i suoi “clienti” e faceva affari sugli oggetti rubati. Di solito erano piccoli ladri disposti a prendere qualsiasi cosa pur di farsi pagare il minimo per una dose di droga. Alcune volte ci guadagnava parecchio, gli capitavano sotto mano delle reliquie di grande valore pagate pochi spiccioli. Quella sua attività era però nascosta al pubblico come a sua moglie, durante il giorno lavorava all’interno di una piccola bottega di detersivi. La sera invece di solito faceva i suoi veri affari. Quella sera stava proprio rincasando da un appuntamento con uno dei peggiori ladri quando sentì dei rumori. Qualcuno stava battendo le mani sulla saracinesca. Si allarmò ma riuscì a tenere il sangue freddo.

-Chi è? Che volete?

I rumori continuavano nella stessa cadenza.

-Ma chi è? ‘A vuò f’rnì?

Nessun effetto, chiunque lo stesse provocando non la smetteva.

-Devo aprire? Devo venire fuori e farti male?

Finalmente dall’altro lato il rumore era cessato. L’uomo stava compiacendosi della sua vittoria quando sentì un rumore di ferro che si piega. Con sgomento vide che la saracinesca si stava alzando, dall’altro lato qualcuno la stava forzando con le sole mani. Stava per andare incontro a quello che sembrava un ragazzino quando questo alzò la mano per fermarlo. L’uomo si bloccò, ma non per il comando che gli era stato imposto. Si bloccò nel momento in cui vide qualcosa uscire fuori dalle maniche della maglia di quel ragazzo. Qualcosa strisciò fuori. Uno, due, decine di serpenti fuoriusciti dalla manica di Giuliano cadevano a terra e si dirigevano verso la loro preda. L’uomo cercò di mettersi in salvo all’interno dell’auto ma gli animali erano troppo veloci e subito gli bloccarono i piedi. Mentre alcuni stringevano le caviglie altri salivano lungo le gambe e mordevano ogni parte del suo corpo. Il veleno penetrava velocemente nelle sue vene, era bloccato e non poteva più muoversi. Il suo corpo si deformava sotto la stretta nelle spire dei serpenti. Morì nel silenzio più assoluto, i serpenti lo lasciarono e guardarono il loro padrone in attesa di un suo comando.

-Avete ragione. Lui non era l’ultimo della sua stirpe. Salite e fate quello che dovete fare

I serpenti si voltarono e si infilarono sotto una porta chiusa. Salirono le scale ed arrivarono all’appartamento dove abitava l’uomo. Strisciarono fino in camera da letto, c’era una donna che dormiva. Non si accorse di cosa stava succedendo. Gli animali la uccisero all’istante mordendola su tutto il corpo. Specialmente su quella pancia più pronunciata che raccoglieva una nuova vita.

Giuliano attese in silenzio che si compì l’ultimo sacrificio. I serpenti tornarono da dove erano usciti. Nel silenzio della notte il ragazzo camminò fino a casa in uno stato di trance. Quando aprì la porta c’era suo padre ad attenderlo. Sul volto una maschera di preoccupazione.

-Dove sei stato Giuliano? Mi sono addormentato sul divano e quando mi sono svegliato non c’eri. Rispondimi, ti prego

-Papà io…

-Dimmi amore della mia vita. Puoi parlare apertamente. Non sono arrabbiato con te, sono preoccupato e voglio solo aiutarti

-Papà, io non lo so. Non so dov’ero

-Ok, va bene. Ora sei qui, va tutto bene

-Ti prego papà, abbracciami. Abbracciami forte perché non so più cosa si prova

Il padre non se lo fece ripetere due volte. Prese il figlio e lo strinse tra le braccia. Piangevano entrambi ma questa volta l’uno sulla spalla dell’altro. Quella sera si sentirono più uniti, fu l’inizio della loro riappacificazione.

Quella sera Giuliano fece una doccia per togliersi di dosso i brutti pensieri. Non era come per le altre volte, non piangeva e non era triste. Aveva una sensazione di soddisfazione che gli dava piacere. Uscì dalla doccia, pulì con la mano il vetro appannato dello specchio e si guardò. Aveva delle piccole macchie rosse sul petto, nient’altro. I tatuaggi erano spariti così come il ricordo di averli avuti in quei due giorni.

2 Luglio 2015

Una notte come le altre, cena frugale a base di proteine e verdure poi un caffè amaro. Mentre mangio guardo un po’ di televisione, al telegiornale danno le solite notizie quindi cerco di cambiare canale altrimenti mi passa l’appetito. Qualche film già visto, programmi-spazzatura, pubblicità. Spengo, non ne vale la pena di passare altro tempo solo facendo zapping. Nel frattempo finisco di cenare. Sparecchio in fretta in modo da liberare velocemente il tavolo. Vado nell’altra stanza e prendo il mio notebook, ho aspettato tutta la giornata quel momento.

L’avvio non è dei più veloci, una volta acceso avvio i soliti programmi, poi il browser. Mi collego al sito di incontri che visito da un po’ di tempo. Inserisco le credenziali manualmente.

user: bocciolodirosa95

pass: aYxRpfg!w*WF

Appena mi collego vado nella sezione messaggi, solo oggi ne ho 45 nuovi. Per la maggior parte si tratta di utenti che non conosco, qualcuno che vedendo le mie foto nel profilo decide di contattarmi. Li cestino tutti, non è con loro che voglio chattare. Solo due messaggi sono quelli che mi interessano e sono dello stesso mittente.

ore 10:32 – Ciao Bocciolo mio, stamattina ti penso da morire. Sto riguardando le tue foto, come sei bella. Stasera ci sentiamo? Ho voglia di parlare con te.

ore 18:09 – Ciao, sono ancora io. Che ne dici se una di queste sere ci vediamo? Inizio a scrivertelo ora così ci pensi un po’ su. A stasera.

Erano i messaggi che aspettavo. L’utente si chiama IntroversoCronico, sto chattando con lui da pochi giorni ma già ho un’idea di che tipo sia. Dal profilo sembra il classico intellettuale di nicchia, passione per i libri e la buona cucina. Nelle foto ostenta sicurezza e una bellezza fuori dal normale.

Faccio una ricerca nei profili, lui è online ma non lo contatto ancora. Lo faccio aspettare un po’, non serve avere fretta in queste cose. Già me lo vedo che osserva il pallino verde accanto al mio nickname e si sta domandando perché non gli ho ancora parlato. Passa qualche minuto poi lo contatto.

-Ciao! Come va?

-Ciao Bocciolo! A me bene, a te?

-Bene, grazie. Che fai?

-Niente di che, un po’ di cazzeggio in rete

Certo, come no. Fino a qualche minuto fa eri rosso come un peperone mentre esplodevi al pensiero che non saresti stato contattato.

-Mi fa piacere

-Hai letto il mio messaggio? Che ne pensi?

Giochiamocela bene.

-No, quale messaggio?

-Ti ho scritto oggi pomeriggio un messaggio personale. Pensavo, ora che ci stiamo conoscendo meglio, che ne dici di vederci di persona?

-Non so, chattiamo solo da qualche giorno. Non pensi sia affrettato?

-Ma no! Dai, andiamo a bere qualcosa insieme, chiacchierare di persona è più interessante

-Guarda mi prendi alla sprovvista… A me piace chattare proprio perché è più facile che parlare di persona. Poi magari ci vediamo e non ti piace più parlare con me

-Ma scherzi? Non devi avere timore. anche per me è strano, ma parlando con te ho capito che siamo simili, noi due. Non può essere un caso che io ti abbia incontrata su questo sito. Dai, dimmi di sì

Faccio passare qualche minuto per cucinarmelo un po’, è il minimo.

-Ok, va bene. Ma poi non dire che non ti ho avvisato quando mi vedrai e dirai che sono brutta

-Tu?? Brutta??? Se sei bella solo la metà delle foto che hai sul profilo allora sappi che non ne ho mai viste di ragazze belle come te

Frase scontata, me l’aspettavo. Ho scelto proprio bene le foto da inserire su questo sito, non c’è che dire.

-Ma dai, così mi fai arrossire… Ok, mi hai convinto. Quando ci vediamo?

-Stasera è troppo tardi per te?

-Direi di sì, tra poco vado a nanna perché domani si comincia presto

-Ok, ok, non insisto. Domani allora?

-Vada per domani!

-Perfetto! Dove ci vediamo? Conosco un lounge dalle mie parti che ti piacerà di sicuro! E’ un caffè letterario moderno, l’ideale per chi come noi è appassionato di lettura

-Va benissimo, dove si trova?

-Zona Vomero. Vediamoci lì vicino, io abito in un viale vicino alla metropolitana di Quattro Giornate, potremmo vederci giù da me così facciamo due passi e andiamo insieme

-Ok, mi piace. Mandami le coordinate così ci vediamo da te

-Perfetto! Mi dai anche il tuo numero di telefono? Nel caso dovessi contattarti

-Facciamo così, dammi il tuo. Ti chiamo appena sono in zona. alle nove va bene?

-Va benissimo. A domani allora

-A domani

-Non vedo l’ora che sia domani, ho una gran voglia di vederti

Non rispondo. Chiudo la chat e disconnetto l’account. Mi rilasso sulla sedia, stendo le braccia in alto e porto la testa indietro. Ho lanciato l’amo e il pesce ha abboccato, ora viene la parte più difficile. Ora bisogna far attenzione a tutto, se si tira troppo la lenza finisce per spezzarsi, se la si tira poco il pesce scappa. Chiudo gli occhi, i pensieri sono troppi nella mente ed ho bisogno di riposare. Una bella dormita mi farà schiarire le idee. Spengo il notebook e vado a letto.

Il giorno dopo mi sveglio con un solo pensiero in testa, ma dovrò aspettare ancora molte ore prima di realizzare il mio desiderio. La mattinata scorre tranquilla, vado al lavoro come ogni mattina. Incontro la gente per strada, saluto i conoscenti, sorrido. Nella mia testa però c’è un solo ed unico pensiero ed è quello che mi aspetta per la serata.

A fine giornata rientro a casa. Inizia a farsi sentire un po’ di stanchezza, ho bisogno di un caffè. Preparo la moka con lentezza, da anni ho imparato ad assaporare quei momenti. Preferisco fare con lentezza. Pulire la moka, versare l’acqua, caricare il caffè macinato nel filtro, chiudere con forza. Tutti passi che un tempo erano meccanici, ora sono quasi una catarsi. La mente si sgombera, i pensieri lasciano spazio al vuoto. E’ la mia personale cerimonia del the, rivisitata.

Poi la macchinetta comincia a fischiare, spengo il fuoco del piano cottura e lascio che l’aroma mi entri nelle narici salendo fino al cervello. Verso il nettare nero in una tazzina di ceramica ed aspetto pochi secondi che si raffreddi. Poi mi sposto fuori al terrazzo, il mio posto preferito. Sorseggio il mio caffè mentre guardo il cielo che lentamente diventa scuro. Le luci intorno iniziano già ad accendersi, davanti a me quello scorcio di Napoli si mostra in tutta la sua bellezza.

Vedo i terrazzi semivuoti, qualcuno sta innaffiando le piante arse dal caldo di una giornata estiva. Vedo le finestre aperte dei palazzi di fronte. Mi domando sempre chi c’è dietro quelle finestre. Magari persone sole, chi a fine giornata un po’ muore ed aspetta il giorno successivo per rinascere. Magari famiglie numerose ma che non sono altro che estranei sotto lo stesso tetto. Intorno fa ancora caldo. Ecco, il caldo è l’unico fattore comune a tutti. Che tu sia solo, in compagnia, triste, allegro, disperato, dovrai sempre fare i conti con il caldo. Forse ti sentirai meglio a pensare che chiunque in quel momento sta sentendo caldo e soffre come te.

Ritorno all’interno, è il momento di mettere insieme le idee e prepararsi. Metto la borsa sul letto mentre apro l’armadio e scelgo i vestiti da mettermi. In realtà sono i soliti quando vado a quel tipo di appuntamento. Inizio a preparare la borsa, la parte più delicata. Qualcosa c’è già nella camera, poi vado in bagno e finisco di riempirla. Sono operazioni delicate, non devo dimenticare nulla, ma con il tempo ho acquistato una certa dimestichezza. Pochi minuti ed ho finito, ora posso scendere e andare in auto. Imposto la destinazione sul navigatore.

Per strada c’è parecchia gente, la maggior parte giovani. Bella la vita da studente, l’estate dura mesi, non poche settimane. Vedo le facce dei ragazzi che girano per il centro, senza pensieri, solo con la voglia di vedersi e divertirsi. Beati loro, spero possano godersi quella vita prima che cambi. Perché quando cambia inizia un vero e proprio trauma, e non si torna indietro. Dopo qualche minuto mi trovo in zona, parcheggio l’auto in un viale adiacente e scendo dall’auto.

Manca ancora un quarto d’ora all’appuntamento, mi metto ad attenderlo a pochi passi dall’ingresso del suo palazzo. C’è un’impalcatura, approfitto dell’ombra per nascondermi alla vista. Mancano ancora cinque minuti alle nove quando lo vedo uscire dal portone. E’ lui il mio uomo, lo riconosco e non somiglia neanche lontanamente al soggetto delle foto sul sito di incontri. Non molto alto, la testa piccola e il corpo opulento. Sicuramente dimostra più della sua vera età ma non mi pronuncio.

Sembra nervoso, guarda in continuazione l’orologio. Saranno passati si e no due minuti ed ha controllato l’orario già cinque volte. So a cosa sta pensando. Perché non è ancora arrivata? Quanto ci mette per venire? Mi avrà dato buca? Dovevo insistere per il suo numero di telefono? L’attesa è snervante, lo so, ma è proprio quello che voglio. Tiro fuori dalla tasca il mio cellulare e inizio a scrivere due SMS con l’anonimo.

Ciao IntroversoCronico, scusami! Ho fatto tardi a prepararmi, spero mi perdonerai se non sarò puntuale…

Ti va se cambiamo luogo di appuntamento per non fare tardi? Tra mezz’ora fuori alla fermata delle Metro Materdei. Ti prego non darmi buca

Lo vedo che strabuzza gli occhi mentre legge. Muove le labbra in maniera nervosa, probabilmente sta masticando tra le labbra un’imprecazione sconcia. Riguarda l’orologio, poi si guarda in giro, poi di nuovo l’orologio. Sembra sul punto di spaccare a terra il cellulare, poi si calma. Bussa al citofono, sta parlando con qualcuno. Quando smette inizia a camminare nervosamente in direzione della metropolitana. Nella fretta mi passa accanto ma per lui sono invisibile. Ha un solo obiettivo nella testa, così come anche io ne ho uno.

Finisco di fare quello che devo, dopo quaranta minuti sono anch’io fuori alla Metropolitana di Materdei. Parcheggio l’auto in seconda fila ed esco. Lo vedo da lontano che cammina in maniera nervosa guardando in basso. Ad occhio e croce sta per impazzire, è il mio momento. Mi avvicino alle sue spalle, lui è troppo impegnato a cercare di spegnere un fuoco interiore per sentirmi arrivare.

-Scusi, sa che ore sono?

Muove il braccio per guardare l’orologio, non gli lascio il tempo di rispondere che già è privo di sensi. Il colpo sordo che gli assesto alla nuca lo tramortisce. Faccio in tempo a prenderlo prima di cadere, lo carico su una spalla tenendolo per l’ascella. Da lontano sembra il solito ubriaco, faccio finta di parlare con lui mentre lo carico in auto. Poi metto in moto e mi dirigo verso la fine del mio appuntamento galante.

Quando riprende i sensi sono passate due ore, il tempo necessario per mettere in scena l’ultimo atto. Tutto è stato preparato meticolosamente, i dettagli sono importantissimi. Sbagliare la disposizione anche di un solo oggetto è fatale.

Fa un respiro profondo con gli occhi ancora chiusi. In questi casi si ha la sensazione di essere a casa a dormire nel proprio letto. Come quando si è in vacanza e dopo la prima notte crediamo di essere ancora a casa nostra. Apre lentamente gli occhi pensando di trovare la sveglia, o magari la tv ancora accesa. Ci vuole qualche secondo per rendersene conto, la luce del faretto diretta verso di lui non aiuta. Gli occhi non si abituano facilmente a tutta quella luce, in tutto questo cerca di capire gli ultimi ricordi. La mia voce non gli dà nessun indizio.

-Ben svegliato

-Chi è? Chi è che parla?

-Domanda scontata, puoi fare di meglio. Ne hai un’altra di riserva?

-Chi sei? Dove mi trovo?

Cerca di muoversi ma si rende finalmente conto che i movimenti sono inutili. E’ seduto a terra e incatenato ad un calorifero.

-Che ci faccio qui? E’ uno scherzo? Liberami subito!

-Calma. Non sei nella condizione di fare richieste

Gli occhi si stanno abituando alla luce e finalmente riesce a vedere la figura davanti a lui.

-Chi sei? Fatti vedere! Ti conosco? Non conosco la tua voce

-In un certo modo mi conosci, fino a ieri abbiamo parlato in chat

L’espressione si fa seria, riesco a vedere i collegamenti tra i suoi pensieri e la consapevolezza di essere stato giocato.

-Ma non è possibile, io ho parlato con.. con… con Bocciolo di rosa, una ragazza. Questa voce… Tu sei un uomo!

-Esatto. Neanche tu vieni così bene nelle foto, esatto?

-Ok, ok. Il gioco è stato divertente però ora lasciami andare. Mi hai scoperto, metto foto di bei ragazzi per conoscere le ragazze ma lo faccio perché sono timido. Non è un reato, ora lasciami, ci facciamo due risate e finisce tutto

-Mmm… Come attore devo ammetterlo, sei bravo. Però noi due dobbiamo parlare un po’

-Liberami e ne parliamo tra uomini ok? Magari togliti anche quell’orribile travestimento. Fa un caldo terribile non so come tu faccia a coprirti con sciarpa, cappello e cappotto. Fatti vedere in faccia e alzati da quella sedia così possiamo parlare da adulti

-Oh, sei un tipo coraggioso, vedo. Un vero uomo. E dimmi, cosa fanno di preciso i veri uomini? Dimmelo

-Di solito spaccano la faccia ai gradassi come te. Slegami e ti faccio vedere

-Oh, che uomo. Quasi quasi lo faccio. Però voglio sapere un’altra cosa da te. Di solito gli uomini come te cosa fanno alle donne?

-Ti stai riferendo a tua madre?

-No, affatto. Mi sto riferendo alle ragazze giovani, intorno ai vent’anni. Di solito quelli come te cosa fanno quando adescano le ragazzine in chat e le invitano ad uscire?

-Non so di cosa stai parlando

-Avanti, dimmelo, su. Cosa fanno i veri uomini alle donne? Le toccano? Magari le schiaffeggiano

-Ma di cosa stai…

-Magari le uccidono! Guardati intorno mio caro IntroversoCronico, o forse dovrei dire Luigi. Non ti sei nemmeno accorto di cosa c’è davanti ai tuoi piedi?

Abbassa finalmente lo sguardo e le vede. A terra ci sono le foto che ha scattato alle sue vittime. Tutte istantanee, quelle povere ragazze erano diventate le protagoniste del suo personale book fotografico a loro insaputa. Amava fotografarle prima, con il volto ancora innocente o magari con l’espressione terrorizzata. Amava fotografarle durante, mentre le malmenava, le tagliava con un rasoio, mentre erano a terra piangenti. E poi amava fotografarle dopo, quando erano un corpo senza vita, in pose da far accapponare la pelle. Il classico pervertito, uno di quelli che neanche l’inferno vorrebbe.

-Dove le hai prese? Queste non provano nulla

-Certo, come no. Ci stai credendo anche tu mentre lo dici? Sono tue, le hai scattate tu. Quando si verrà a sapere pensi che qualcuno dubiterà della tua colpevolezza?

-Chi sei? Fatti vedere?

-Vuoi sapere chi sono? Sono quello che metterà fine a tutto questo. Quello che ti fermerà con ogni mezzo. Sei spacciato, dovrai scontare con gli interessi le tue colpe. Sono quello che è venuto a chiedere il saldo dei tuoi peccati

Si agita, con una forza improvvisa cerca di slegarsi ma non ci riesce. Sembra aver acquisito un coraggio nuovo, la paura di essere stato scoperto gli suggerisce di creare una scappatoia. Dà qualche strattone in avanti, il termosifone è di quelli vecchi e non è difficile staccarlo dal muro se si applica una forza adeguata. Ma non ci riesce.

-Vedi questo coltello accanto a me? E’ il mio partner, insieme ti faremo pentire delle tue azioni. Tra poco inizieremo a fare a te quello che hai fatto a quelle povere ragazze innocenti. Loro non avevano nessuna colpa, tu invece sì. Voglio che ora tu chieda perdono per tutto quello che hai fatto!

Continua a tirare con forza la catena che lo tiene bloccato al calorifero. Una spinta, poi un’altra, il tubo comincia a uscire poco alla volta fuori dal muro. E’ il momento di giocarmi l’ultima carta vincente.

-Ma guardati! Se ti vedesse tua madre cosa penserebbe? Crescere un figlio da sola, insegnandogli il Credo di Nostro Signore e poi trovarsi un assassino in casa. Povera mammina

Emette un urlo liberatorio, poi dà un ultimo strattone. Il termosifone viene via dal muro, si libera velocemente della catena e corre a testa bassa in direzione del suo aguzzino. Con un calcio lo fa cadere dalla sedia su cui era seduto, poi prende dal tavolo il coltello e si butta su di lui. Con una rabbia fuori controllo lo colpisce. Alla gola, all’addome, al petto. Una furia omicida che non si placa. Ad ogni coltellata l’arma esce da quel corpo sempre più rossa sporcando le mani del killer. Ha dato almeno una trentina di colpi quando, esausto, si siede a terra per respirare a pieni polmoni. Guarda ancora quel corpo davanti a lui disteso a terra. Morto.

Si alza e si avvicina a quel corpo ancora ricoperto da vestiti che non gli permettono di capire chi fosse. Con la mano ancora ricoperta di sangue gli toglie il cappello e gli occhiali scuri. Ora comincia a capire, ma è troppo tardi. Toglie la sciarpa e la giacca, e davanti a lui vede il corpo senza anima di sua madre.

Inizia ad urlare, sono urla strazianti di chi ha appena realizzato di aver terminato la vita dell’unica persona che ha mai amato nella sua vita. La rabbia ha giocato un ruolo predominante. Ogni oggetto al proprio posto, come in una scena teatrale. Gli oggetti importanti davanti al pubblico, quelli insignificanti lontano dai loro occhi. Il mio intento era quello di portarlo alla follia, di fargli vedere tutto rosso. Prima le foto davanti a lui, la realtà che riaffiora. Poi il coltello, vicino a quello che lui credeva il suo carnefice, la speranza di poter uscire da quella situazione. Poi la voce dell’aguzzino, doveva venire dalla direzione avanti a lui, era il suo obiettivo. In quelle condizioni non avrebbe mai capito che dietro quella scena c’era un telone fatto con un lenzuolo. Io ero proprio lì dietro, immaginavo la scena senza vedere, ascoltavo soltanto e muovevo i fili ciecamente. Nel momento stesso in cui Luigi si è liberato ero già lontano da lui, uscivo da quel palazzo disabitato e mi dileguavo in strada mentre toglievo i baffi finti e le lenti a contatto colorate. Da lontano iniziavo a sentire le sirene della polizia che si avvicinavano dopo la mia soffiata. La macchina era rubata, l’ho lasciata lì dov’era parcheggiata e sono sicuro che resterà lì per parecchio tempo. Mi allontano da quel luogo senza rimorsi, non ho nemmeno voglia di scoprire se dopo lo shock quel farabutto si è tolto la vita con la stessa arma con la quale ha compiuto il suo ultimo crimine,

Pensate che la povera madre non aveva colpe? Che non è umano usarla come vittima sacrificale per catturare suo figlio? Ditemi, cosa c’è di umano in tutta questa storia? Pensate che la madre non abbia mai messo a posto nel cassetto del figlio ritrovando quelle foto? Non lo saprò mai, ma sono abbastanza sicuro che se fosse in vita, la signora starebbe ancora difendendo il figlio definendolo un angelo vittima di un raggiro. Già me la vedo in tv, in uno di quei programmi-spazzatura ad urlare al mondo l’innocenza di suo figlio.

Viviamo in un mondo malato, bisogna stare al passo per affrontare situazioni del genere. Viviamo in un mondo di serial killer nascosti per bene. Sono in mezzo a noi, magari li sfioriamo per caso passeggiando in strada, magari li incrociamo andando al lavoro. Forse siamo solo potenziali vittime, una coincidenza fortuita del caso ci mette in salvo o in pericolo. I serial killer sono tra noi, e ci vuole un altro serial killer per fermarli.

25 Giugno 1936

Sono il dottor Auriemma, scrivo questa pagina di diario per la prima volta. Ho il dovere morale di scrivere queste parole dopo quanto mi è accaduto qualche giorno fa. Sono ancora provato da quello che ho vissuto, non è stata una scelta semplice quella di mettere su carta i ricordi di quella giornata. Avrei preferito dimenticare tutto ed andare avanti ma non è più possibile. E’ un mio dovere quello di informare quante più persone, tutti dovrebbero sapere.

E’ cominciato tutto la settimana scorsa. Ero nel mio studio a scrivere gli appunti su un paziente febbricitante quando bussarono alla porta. La feci entrare, era una donna e dall’espressione era molto preoccupata. Disse di chiamarsi Anna, era la donna delle pulizie di un proprietario terriero che abitava sulla collina del Vomero. La donna era venuta nel mio studio per volere del suo padrone, le aveva ordinato di recarsi da me per convincermi a visitarlo.  La cosa mi stranì non poco, il mio studio è sito nella parte bassa di Napoli, dalla mia finestra posso solo osservare l’imponente Castel Sant’Elmo che sovrasta la città. Come mai uno sconosciuto avrebbe richiesto proprio i miei servizi? Come faceva a conoscermi? Per quale mia esperienza si era rivolto propriamente a me? Una serie infinita di quesiti che mi baluginava in mente.

La signora purtroppo non sapeva come risolvere gli enigmi, era stata solo inviata come ambasciatrice con il solo compito di “arruolarmi” per quella strana missione. La povera donna era imbarazzata alle mie domande così smisi di porgergliele. Non sapevo che risposta darle, non era mio costume quello di lasciare il mio studio per visitare chi non fosse già mio paziente. Tra l’altro senza alcuna informazione sul motivo, se di salute o puramente filosofico. Nemmeno le sue insistenze riguardo alla cifra che mi sarebbe stata resa per il disturbo mi convinsero. Non sono un tipo veniale, chi mi conosce bene sa che nel mio lavoro il mio unico fine è assistere gli ammalati e trovare loro una cura adeguata ai loro mali. Fu qualcos’altro a farmi decidere.

All’improvviso, visti vanificare i ripetuti sforzi, la donna cominciò a piangere. Senza dare nell’occhio prese un fazzoletto dal suo vestito e lo avvicinò al viso. In silenzio delle lacrime le rigarono il volto e la sua espressione divenne ancora più seria e preoccupata. Riuscì a dire soltanto una breve frase, con la voce così bassa da essere appena percettibile.

E’ una questione di vita o di morte

Fu la risposta che stavo aspettando. Il giuramento che feci quando iniziai la mia carriera mi impone di servire un solo scopo, l’assistenza di chi ne ha più bisogno. Quelle lacrime, quella tristezza sul volto della donna, quel messaggio implorato. Erano quelle le ragioni che mi diedero la spinta. Mi alzai per soccorrerla, le diedi una sedia su cui sedersi e le assicurai che avrei assistito il suo padrone appena possibile. Senza cambiare l’espressione del suo viso mi disse che non era possibile prorogare la visita altrimenti sarebbe stato troppo tardi. Pensai subito che il paziente doveva versare in condizioni molto gravi per richiedere un intervento così urgente. Non potevo tirarmi indietro, le dissi che ero a disposizione, mi sarei recato subito da lui. Finalmente la donna si riprese, il suo viso mi apparve più disteso. Mi disse che in strada c’era una macchina che ci attendeva e che ci avrebbe portato nella tenuta del Conte De Giusti. Preparai la mia attrezzatura in borsa e seguii la signora, giù al palazzo fuori al portone ci attendeva un’auto. L’autista appena ci vide aprì le portiere sorridendo, anche lui era visibilmente contento che avessi accettato la proposta.

Durante il tragitto l’uomo non fu avaro di parole. Continuava ad encomiare il Conte per il suo carattere gentile e sempre disponibile. A quanto pare era molto anziano, lavoravano con lui da quando erano piccoli. Prima di loro i rispettivi genitori servivano la famiglia del Conte, e così indietro da generazioni. Da secoli i De Giusti erano proprietari terrieri di quella zona ed erano sempre stati caritatevoli con tutti. Finanziavano opere d’arte, supportavano le parrocchie della zona, provvedevano all’istruzione dei bambini delle famiglie degli inservienti. Quei racconti non fecero che incuriosirmi ancora di più e mostrarmi il Conte in un’ottica positiva. In pratica non vedevo l’ora di conoscerlo.

Mi fu raccontato persino che il mio sconosciuto paziente era rimasto solo da pochi anni. Era sposato da una vita con una donna, Beatrice, di origini nobili anch’ella. Purtroppo in quella vita il Signore non li aveva mai benedetti con l’arrivo di un erede. A mio parere proprio quell’assenza di prole sarebbe stato il motivo che li spingeva ad operare sempre di più in carità di Dio verso gli ultimi. Si erano costruiti una grande famiglia laddove non ne potevano avere una propria.

Il tragitto fu abbastanza lungo, la macchina sebbene fosse buono stato arrancava sulle salite che portavano alla residenza dell’uomo. Nell’ultimo tratto l’autista ci tenne ad indicare gli ettari di terreno di proprietà del Conte, specificando le colture ad essi dedicati. Erano tantissimi, non avrei mai pensato che tutto quel verde appartenesse ad una sola persona.

Arrivammo alla tenuta, l’autista parcheggiò la macchina nell’enorme piazzale. Era una bellissima villa, l’imponente facciata denotava nobiltà e sfarzo. All’esterno c’erano decine di alberi in fiore che decoravano quell’ameno paesaggio, tutto intorno c’era pace e tranquillità. Il silenzio era intervallato solo dal verso degli uccelli che avevano costruito i loro nidi sugli alberi vicini. Una volta varcato il portone principale però sembrava di essere entrato in un’altra abitazione. Tutta la tranquillità e il senso di pace che c’era all’esterno scompariva totalmente all’interno di quella casa. Una sensazione di angoscia e dolore mi pervase appena mi trovai all’interno.

Tutte le finestre erano chiuse, anche le tende di colore scuro coprivano totalmente ogni spiraglio di luce. Nel grande salone d’ingresso c’era ordine, pulizia, ma a tutti gli effetti sembrava una sala che non vedeva ospiti da lungo tempo. Tanto spazio eppure tanta solitudine. La donna che mi accompagnava dovette accorgersi della mia improvvisa inquietudine, subito mi spiegò che dal giorno della morte di sua moglie il Conte si ritirò in una triste solitudine. Prima era solito passare le giornate all’aperto, in compagnia dei fattori e della gente del luogo. gli piaceva dialogare con la gente comune e sapere il loro punto di vista sulla vita. Dopo il triste episodio il suo carattere divenne sempre più inquieto, riservato. Evitava la vicinanza di ogni conoscente e passava le sue giornate nel buio della sua camera o nella grande biblioteca presente nella casa.

Salimmo al piano superiore, a pochi passi dalla camera da letto del Conte la signora mi fermò. Mi disse poche semplici parole, ma che mi spaventarono non poco.

Qualunque cosa dica il Conte. la prego, deve credergli. Se può fare qualcosa per lui lo faccia.

Parole di compassione ma enigmatiche, che non fecero altro che mettermi in allarme. Bussammo alla porta, dall’altro lato nessuna risposta. Aprimmo delicatamente ed entrammo. Appena varcata la soglia un forte odore di chiuso arrivò alle mie narici. Il mio istinto fu quello di aprire le finestre e far passare un po’ d’aria fresca, l’ideale in una giornata così calda. La donna mi prese per un braccio e mi rivolse uno sguardo triste. Non ne capii il motivo ma decisi di assecondarla, evitando di fare come avevo pensato. A quel punto mi rivolsi verso il mio nuovo paziente.

Era disteso a letto, il torso era tenuto su da una pila di cuscini. Sembrava molto anziano e senza forze, il corpo era adagiato a peso morto e le braccia penzolavano di lato. La bocca era aperta e gli occhi chiusi, se non fosse stato per quel profondo silenzio che faceva sentire indistintamente il rantolo del suo respiro avrei pensato che fosse già morto. Mi avvicinai lentamente al letto e gli tastai il polso. Non ebbe nessuna reazione quando la mia mano lo toccò, gli occhi rimasero chiusi mentre constatavo un battito lento. Poi un filo di voce uscì da quelle labbra secche.

-Dottor Auriemma, è venuto?

Lo tranquillizzai subito, non volevo che si sforzasse nello stato in cui si trovava. Gli dissi che era arrivato appena avevo saputo del suo stato di salute. Vedendolo in quel letto così debilitato pensai che più che il mio intervento, sarebbe stato più opportuno quello di un parroco per dare l’estrema unzione. Tutto quello che accadde da quel momento mi fece cambiare idea.

L’uomo con uno sforzo enorme alzò il braccio destro per poi posare la sua mano sulla mia. Finalmente aprì gli occhi, mi guardò in un misto di tristezza e coraggio. Mi parlò con parole dolci ma in modo lento, sforzandosi non poco.

-Ascolti dottore, per me non c’è molto che lei possa fare. C’è una ragione per la quale lei è stato convocato qui. Ho delle cose da dire prima che sia troppo tardi ma ora sono troppo stanco per parlare. Vi prego, sul mobile accanto al letto, vicino ad un piccolo ritratto di mia moglie, ci sono dei fogli. Li ho scritti io finché ero in forze, dovete leggerli ve ne prego

Feci come mi era stato ordinato, non avevo voglia di dare altri dispiaceri a quell’anima in pena, fossero stati anche i vaneggiamenti di un malato. Trovai i fogli, li presi e li misi in tasca. Fui però richiamato dal Conte, voleva che li leggessi proprio in quell’istante, davanti a lui. Anche in quell’occasione accondiscesi alle richieste. Trascrivo qui il contenuto di quelle righe.

Mia moglie era morta da soli tre mesi, ero a pezzi e la vita già non aveva più senso. Era lei la mia forza, il mio coraggio, senza di lei non valeva la pena vivere. Forse si sta chiedendo perché non abbia posto fine alla mia vita piuttosto che imbarcarmi per un sentiero più oscuro. Non lo so, forse non avevo nemmeno il coraggio per compiere un gesto così ignobile. Provai a distrarmi, a fare in modo di non pensare all’accaduto, ma il dolore era così forte che non era possibile sottrarsi. Decisi allora che avrei trovato un modo per mettermi in contatto con lei. Contattai i migliori esperti, studiai giorno e notte pur di sentire per l’ultima volta la voce della mia cara moglie defunta. Trovai dei libri nella nostra biblioteca che descrivevano dei riti per contattare le anime perdute nell’aldilà. Ve ne prego, non considerate queste righe come le visioni di un pazzo, quei libri sono esistiti davvero ma ho provveduto a bruciarli nel momento in cui ho capito quanto fossero maledetti. Ma dicevano il vero! Ho seguito ogni passaggio meticolosamente e sono arrivato al mio fine. Ora però ho paura che quando arriverà la mia ora queste memorie vadano perdute. Ma non basterebbe scrivere un diario del mio racconto, lo so, nessuno crederebbe alle parole di un vecchio moribondo. Tutti mi considererebbero un pazzo ed infangherebbero la mia memoria come quella della mia amata Beatrice. Ho bisogno di un testimone, qualcuno al di sopra delle parti che possa testimoniare la veridicità di quello che ho fatto. E qui entrate in gioco voi, dottor Auriemma, anche se fino ad oggi non ci siamo mai conosciuti.

Quando sono entrato in contatto con lo spirito di Beatrice sono diventato la persona più felice del mondo. Quanto è stato bello risentire la sua voce dopo tanto tempo. Passavamo notti intere a parlare, faceva di nuovo parte della mia vita anche se ero costretto a praticare un rito pagano chiuso nella nostra camera. Le chiedevo spesso del luogo in cui si trovava, lei era ben felice di rispondere. Non esistono Inferno e Paradiso come li conosciamo dai libri di religione. Esistono varie esistenze dell’aldilà, vari inferni, come dice lei. Quando l’anima abbandona il corpo vaga in una dimensione in cui non esiste la fisica terrestre. Le anime vengono collocate nei vari inferni in maniera quasi casuale, quello che facciamo sulla terra vale solo per chi rimane, non ci sono premi o punizioni nella vita successiva. Ci teneva a descrivermi la sensazione di pace che provava in quel luogo pieno di anime come lei. Così mi venne in mente un’idea. Chiesi a mia moglie di cercare tra gli spiriti che incontrava qualcuno legato al nostro luogo. Qualcuno di Napoli che avesse potuto convincere una persona di quanto quello che sto raccontando sia vero. Non fu facile, come ho scritto in precedenza non esiste una regola per associare i morti agli inferni, ma dopo qualche mese Beatrice fece la conoscenza di una donna che aveva lasciato qui sulla terra un caro. Si trattava proprio di un vedovo come me, un dottore che opera nel centro storico di Napoli e che ha perso la moglie di malattia. So che leggendo questo foglio starete pensando a qualche inganno, ma finite di leggere in modo da avere la situazione più chiara. La donna si chiamava Luisa, era una levatrice ed ha sposato voi, dottor Auriemma, in una domenica di fine Maggio. Quando parlava con voi non vi chiamava con il vostro nome di battesimo, Mario, ma lo storpiava in “Marco” per farvi sorridere. Ho preferito non farmi raccontare i dettagli del vostro rapporto per non essere invadente, ma voglio che voi crediate che quello che ho scritto è tutto vero. Purtroppo negli ultimi giorni le forze mi abbandonano sempre di più. Per scrivere queste poche righe ho impiegato giorni con l’aiuto della servitù. Care persone che non hanno mai dubitato della mia sanità mentale.

Ora è il momento di incontrarvi, affinché possiate tramandare quello che avete saputo. Ve lo chiedo nel buon nome della nostra famiglia.

Finii di leggere la lettera mentre le mani continuavano a tremare. Non so ben descrivere le sensazioni che provai leggendola. Dapprima scetticismo, poi curiosità, sicuramente rabbia quando vidi il nome di mia moglie. Cosa dovevo fare? Credere ad un racconto fantastico che mi veniva servito da un moribondo? Lasciarlo alla sua follia ed andarmene risentito aver scovato nel mio passato e farne una storia personale? Non sapevo cosa fare, ero nel dubbio più assoluto. Le parole che proferì il conte subito dopo furono la risposta che non mi aspettavo.

-Lo so cosa state pensando, ho pensato anche a questo. Avvicinatevi se volete la prova definitiva. Posso chiamarla e farvi sentire la sua voce

Non credevo alle mie orecchie. Quell’uomo voleva a tutti i costi costringermi e lo avrebbe fatto mettendomi in contatto con l’anima della mia moglie defunta. Mi avvicinai a lui con scetticismo ma in cuor mio avevo una piccola speranza. Il Conte richiuse gli occhi ed aprì la bocca. Il silenzio che ci circondava appariva sempre più spettrale mentre il respiro dell’uomo si faceva sempre più lento. All’improvviso, senza che lui muovesse le labbra, un suono uscì dalla sua gola.

-Amore, sei lì?

Non era possibile. Non era la voce del Conte, era una voce femminile quella che avevo sentito. La mia mente rifiutava di credere a quello che stava succedendo, pensai si trattasse di un complice presente in quella stanza che stava simulando quel fenomeno, ma io quella voce la conoscevo. Era proprio la voce di Luisa, così come la ricordavo.

-Mario sei lì? Mio caro Marco, fatti sentire

-Che scherzo è mai questo? Giuro che gliela farò pagare per questo gioco, è andato oltre signor Conte!

-Calmati Mario, sono io. Il Conte è un tramite, non avercela con lui, ti prego

La ragione e il cuore lottavano per dare una risposta concreta. In realtà una parte di me avrebbe voluto inginocchiarsi e piangere mentre un’altra parte voleva che fosse tutto uno scherzo per ritornare alla vita normale. Era una rivelazione troppo grande quella che avevo sotto i miei occhi, un peso troppo grave da portare dentro.

-Amore ascoltami, ricordi quella passeggiata che facemmo al chiaro di luna durante la festa di Piedigrotta? Fu allora che dichiarasti il tuo amore per me. Ricordi cosa ti dissi?

Un ricordo che avevo completamente cancellato dalla memoria, sepolto sotto uno strato spesso di dolore.

-Ti dissi che sarei stata tua per sempre, in questa vita e in tutte quelle successive. E poi ti dissi che avevi una macchia di sugo sulla giacca. Ricordo ancora la faccia imbarazzata che avevi! Eri tutto serio per dichiararti a me e invece dovevi cercare di cancellare quella chiazza orrenda

Come faceva a sapere di quell’episodio? Faceva parte dell’intimità di coppia che avevo con Luisa. Non avrei raccontato neanche per scherzo a qualcuno di quell’accaduto. La risposta era una soltanto, amara come il boccone che dovevo ingoiare. Senza rendermene conto cominciai a piangere, guardavo il volto raggrinzito del Conte ma davanti agli occhi avevo l’immagine del viso angelico di Luisa. Mi inginocchiai a terra e presi il volto tra le mani.

-Scusa Luisa. Scusa se in cuor mio ho sperato che non fossi tu. Scusa se non ho riconosciuto subito la tua voce. Scusa se…

-Va tutto bene Marco mio. Ora sono qui a parlarti, mi basta questo. Non sai quanto mi manchi

-Mi manchi tanto anche tu. Da quando non ci sei più mi sono dedicato anima e corpo al lavoro. Tu sei e sarai sempre l’unica donna della mia vita

-Amore mio quanto ti amo. Vorrei essere con te sempre

-Anche io lo voglio. Come posso fare? Dimmi in che modo posso godere della tua voce ogni giorno. Solo ora capisco che De Giusti non era un folle ma soltanto un uomo innamorato. Solo l’amore può abbattere i confini di questo mondo e permettere un prodigio simile. Ho bisogno di sapere come ha fatto a contattare il regno dei morti

-Amore mio anche io lo vorrei, ma devi stare attento a quello che fai

-Non mi importa. Che la mia anima possa essere dannata in eterno se posso ascoltare la tua voce anche una volta soltanto

All’improvviso il Conte chiuse la bocca ed aprì gli occhi. Con quegli stessi occhi mi guardò, era uno sguardo pieno di rabbia.

-Non deve farlo. Non intraprenda questa strada maledetta. Non faccia come me, lei è qui per mettere in guardia il mondo. Esistono forze che non comprendiamo appieno, ed io l’ho capito troppo tardi. Prima riuscivo a farlo quando volevo, ora sono soltanto un tramite, qualcuno dall’altro lato comanda questo potere ma non lo fa per uno scopo benevolo

Di colpo gli occhi girarono all’indietro e la bocca si aprì nuovamente emettendo frasi con la voce di mia moglie.

-Amore mio non starlo a sentire. Devi trovare il modo di metterti di nuovo in contatto con me. Lui non era abbastanza potente, tu potrai fare di più. Potremmo non solo parlare, potremmo anche sentire le emozioni l’uno dell’altro

L’anziano rinsavì di nuovo.

-Non ascoltarla. E’ l’altra entità che sta parlando attraverso la sua voce, attraverso i suoi ricordi. Non farti ingannare

Nella mia testa si scontravano le due teorie, con le voci di Luisa e del Conte. A chi dovevo dare retta? Alla donna della mia vita, che aveva giurato amore eterno? Oppure ad un anziano sconosciuto, amato e venerato chi gli era vicino? Ero sul punto di impazzire, mentre ragionavo e facevo a pezzi il mio cuore sentivo quelle voci come sirene che attiravano Ulisse verso gli scogli. All’improvviso le mie orecchie sentirono qualcosa che ancora oggi al solo pensiero mi fa rabbrividire. Era Luisa che stava parlando dalla bocca del Conte quando la sua voce cambiò di colpo. La voce femminile divenne d’un tratto strana, più cupa, fino a diventare un abominio. Continuava ad usare le parole dolci di mia moglie, a chiamarmi Marco, ma non era lei a parlare e me ne rendevo conto solo allora. Provava ancora a convincermi che dovevo carpire i segreti di De Giusti e ricontattare il regno dei morti. Girai lo sguardo per non osservare più quella scena, fissai la parete di fronte mentre piangevo. A quel punto il Conte ritornò di nuovo in sé.

-Ora ha capito di cosa si tratta? L’entità dall’altro lato vuole uscire, venire in questo mondo, ma noi non dobbiamo permetterglielo. Ora che anche Lei lo sa, io posso morire. La mia anima è già dannata. Deve promettermi che non cercherà mai la strada che ho percorso io. Non deve fare in modo che il dolore alimenti la voglia di oltrepassare ciò che ci separa dall’inferno. Ora può andare, metta per iscritto ciò che ha visto oggi e metta in guardia quante più persone. Il mondo deve sapere

Appena ebbe finito di parlare presi subito le mie cose e uscii dalla stanza. Fuori c’era la servitù del Conte in un rispettoso silenzio., con la testa abbassata pregavano per l’anima del loro padrone. Di fretta scesi al piano inferiore, non degnai neanche di uno sguardo quelle persone in pena. Di corsa uscii da quell’abitazione ed entrai nell’auto che mi stava aspettando nel cortile. Non ci fu bisogno di parole, l’autista mi riaccompagnò a casa. Ero ancora sconvolto da quello che avevo vissuto e per il resto della giornata rimasi chiuso in casa. Anche la notte non riuscii a prendere sonno.

Ero stato caricato di un peso troppo grande, una verità troppo amara da digerire. Ho rivissuto tutto il dolore per la perdita di Luisa ma amplificato milioni di volte. Avevo le risposte alle domande che non mi ero mai posto. Da scienziato avevo dato sempre per assoluto che un corpo morto finiva la sua esistenza ma ora sapevo che non era così, che l’anima esiste e che dopo la morte c’è un luogo, ancora più misterioso ai miei occhi. Nessuna consolazione dovuta a questa conoscenza.

Passarono i giorni ma si fece sempre più radicata in me una consapevolezza. Non potevo far finta di nulla, dovevo mettere su carta questa esperienza e tramandarla. Nessuno in futuro doveva commettere lo stesso sbaglio, non lo avrei permesso. Qualcuno dirà di me che sono un pazzo, un visionario. Non mi interessa, se anche una sola persona mi crederà allora questo mondo sarà salvo. Esiste un mondo dopo il nostro, ma nessuno deve poter creare un legame seppur piccolo tra i due piani dell’esistenza.

Mai.

11 Giugno 1935

Era una mattina di fine primavera ed i raggi di un sole caldo illuminavano e riscaldavano l’ingresso della basilica dell’Annunziata. Davanti al sagrato c’era il solito gruppetto di ragazzini che passava la giornata per strada inventandosi modi nuovi per guadagnare qualche lira. C’era però un ragazzo che rimaneva sempre in disparte. Anche a lui piaceva giocare con gli altri o combinare qualche marachella ma la maggior parte del tempo era da solo, seduto sui gradoni della chiesa. Si chiamava Rosario ed era diverso dagli altri. Era un esposto.

Gli esposti, o “Figli della Madonna” erano i bambini che venivano rifiutati dalle rispettive madri e che venivano “donati” al convento dell’Annunziata. Si trattava spesso di famiglie che non riuscivano a sfamare una bocca in più o anche di figli non voluti, magari frutto di un amore proibito. Rosario era uno di quei bambini, otto anni prima era stato abbandonato all’interno della ruota e mandato nelle mani sempre caritatevoli delle suore. Insieme a lui c’era un rosario in legno che da allora ogni giorno portava sempre con sé. Il suo nome gli era stato dato proprio a causa di quell’oggetto che lo aveva accompagnato nella sua nuova vita.

Fin da piccolo era stato allevato e accudito dalle sorelle dell’Annunziata. Lo avevano istruito su tutte le principali materie e lo avevano forgiato secondo il credo cristiano. Con l’aiuto delle altre famiglie della comunità gli avevano insegnato anche dei lavori manuali. Era sempre volenteroso e quando c’era da dare una mano nel convento era il primo a farsi avanti. Era molto sveglio ed intelligente ma c’era un lato del suo carattere che emergeva fuori all’improvviso. A volte preferiva stare da solo in silenzio, rifiutava ogni contatto umano per allontanarsi da tutti. Per molti era normale in una condizione come la sua, a Napoli si dice che i figli della Madonna meritano il Paradiso perché in terra soffrono l’inferno.

Rosario era proprio in uno di quegli stati particolari. Era seduto sui gradoni e fissava il vuoto mentre attorno a lui c’era un gran baccano dovuto agli schiamazzi dei suoi coetanei. D’un tratto, giocando, uno dei ragazzini lo urtò facendolo cadere a terra.

-Scusa Rosà. Non l’ho fatto apposta

-Non ti preoccupare, lo so

Da lontano una voce però incitava il ragazzo.

-Ma perché ti stai scusando, Gennà? Quello è un bastardello, non ti devi scusare

Tutti gli altri ragazzi presero a ridere mentre Rosario rimaneva impassibile. Il bullo del gruppo gli si avvicinò rincarando la dose.

-Avete visto? Non reagisce nemmeno. Sono tutti così quelli come lui

Rosario si alzò di scatto, l’altro ragazzo non si aspettava quella reazione e cadde all’indietro. Camminava come un granchio per allontanarsi dalla sua vittima che si avvicinava senza cambiare espressione. Arrivò con le spalle al muro, si rialzò mentre tremava dalla paura. Rosario era a pochi centimetri dal suo viso e con lo sguardo gli gelava il sangue. Alzò un braccio, l’altro chiuse gli occhi d’istinto. Non lo colpiva, li riaprì.

-Non ne vale la pena

Il bullo scappò correndo più velocemente che poteva, dietro di lui lo seguivano gli altri. Rosario rimase di nuovo solo, si avvicinò all’ingresso della chiesa e riprese a sedersi. Dopo qualche minuto uscì dal portone suor Giovanna. Lei era un’istituzione nel convento, era presente quando quella notte il piccolo Rosario era stato portato lì. Lo aveva visto crescere e gli era molto affezionata.

-Eccoti qui Rosario, non ti trovavo. Tutto bene? Come stai?

-Bene, madre Giovanna. Sto bene

-Meno male, dai. Tra poco sarà pronto il pranzo, non fare tardi come al solito che altrimenti ci metti nei pasticci. Ti volevo chiedere un piacere

-Prego, dite

-Si tratta di una nostra sorella del convento di Santa Patrizia. E’ molto malata ed ha bisogno di una medicina che abbiamo qui. Devi portarla da lei oggi pomeriggio

-Se volete posso andare anche adesso. Posso saltare il pranzo se serve

-Sei un bambino d’oro, ma sono più tranquilla se però metti qualcosa sotto i denti prima di andare. Mangiamo tutti insieme e poi potrai andare

-Grazie mille madre Giovanna

-Grazie a te mio piccolo eroe

Il piccolo si recò nella sala mensa del convento e pranzò insieme alla sua grande famiglia. In quell’ambiente così austero si trovava bene da sempre. Tutti lo trattavano con gentilezza e gli riservavano gli sguardi più dolci. Non gli importava chi fosse la sua vera madre o il suo vero padre, gli bastava essere lì in quel luogo per sentirsi accettato per quello che era. Dopo pranzo scattò sull’attenti e si fece dare il pacco contenente la medicina da portare a destinazione. Con un bel bacio di incoraggiamento da parte di suor Giovanna, Rosario iniziò quella piccola avventura nel centro storico di Napoli.

Non si allontanò troppo dal punto di partenza quando vide in lontananza un gruppo di ragazzini che giocavano. Capì subito che si trattava degli stessi che quella mattina lo avevano canzonato. Ebbe l’impulso di avvicinarsi e farsi valere per quell’offesa subita prima ma si fermò subito. Una voce interiore gli consigliava di lasciar perdere, di andare avanti. Aveva un altro compito da svolgere ed aveva la massima priorità. Riprese il suo cammino, dopo pochi minuti la sua destinazione era raggiunta.

Bussò al grande portone, venne ad aprirgli una suora anziana con lo sguardo arcigno. Rosario non si aspettava un’accoglienza così fredda e subito mostrò il fagotto che portava con sé.

-Buon pomeriggio madre. Mi chiamo Rosario, mi mandano le sorelle dell’Annunziata. Porto con me la medicina

La suora sembrò cambiare leggermente espressione del viso. Era stupita di vedere un bambino così piccolo portare una consegna così preziosa. Questo però non addolcì i suoi tratti.

-Vieni, ti faccio strada

Richiuse il portone e avanzò senza curarsi del ragazzino alle sue spalle. Rosario si guardò intorno mentre camminava. Notava una sorta di freddezza in quel luogo ben diverso dal convento in cui era cresciuto. Forse era solo suggestione o forse era solo colpa della suora che gli aveva aperto il portone, però quel posto gli metteva una profonda tristezza nell’animo. Attraversarono in chiostro ed entrarono in un corridoio che portava in una sala circondata da porte.

-Tu aspetta qui, vado a vedere suor Anna come sta

Rosario obbedì senza fiatare. Vide la suora entrare in una stanza buia. Nel momento in cui aprì la porta sentì dei lamenti provenire da quella stanza. Non c’era dubbio, all’interno si trovava l’ammalata. Dopo qualche secondo la porta si riaprì. La suora si rivolse nuovamente a Rosario.

-Dammi la medicina. Preghiamo Dio che non sia troppo tardi

-Certo. Eccola

-Grazie per averla portata. Che i Santi ti proteggano

-Grazie a lei. Posso fare altro?

-Dubito che tu possa fare qualcosa a questo punto. Non entrare nella stanza, la sorella è molto malata e non è un bello spettacolo. Ecco qui qualche spicciolo, puoi ritornare a casa

-Grazie ancora madre

Rosario prese le poche monete e le infilò di corsa nei pantaloni. Si congedò nuovamente e rifece a ritroso il tragitto di prima. Voleva uscire da quel posto e lasciarsi tutto alle spalle. Aveva solo voglia di rivedere il viso dolce di suor Giovanna, lo avrebbe sicuramente premiato per quel servizio ad un’anima in pena. Ritornò nei pressi del chiostro ed attraversò una porta. Era sicuro che quella fosse l’uscita ma probabilmente si era confuso ritornò indietro rifacendo il giro del chiostro ma tutte le uscite sembravano le stesse. Si era perso e in giro non vedeva nessuno a cui rivolgersi per trovare l’uscita.

Camminava a passi più svelti, entrava e usciva da ogni anfratto cercando disperatamente il portone principale finché arrivò in una sala buia. C’erano delle grate intorno, sembravano gli ingressi di alcune prigioni. Era un luogo tetro e spaventoso ma lui stranamente ne era attratto. Si avvicinò alla prima e si affacciò con prudenza. Era una cella, aveva indovinato, ma all’interno non c’era nessuno. Provò con la seconda, lo stesso. Era vuota. Provò con la terza, nel momento stesso in cui si avvicinava riuscì a sentire un respiro affannato. C’era qualcuno in quella stanza buia. Tese l’orecchio per ascoltare meglio ma non riuscì a percepire nulla a parte quel respiro strano. Decise quindi di avvicinarsi ancora. Sempre di più. L’oscurità gli impediva di vedere dall’altro lato chi o cosa fosse presente. Si fece coraggio ed arrivò a toccare il cancelletto. Dall’interno della cella qualcuno sembrò aver visto l’ombra di Rosario proiettata dalla luce esterna.

-Chi c’è? Chi è lì?

Rosario saltò dalla paura. Fece un passo indietro e pensò di ritornare a cercare l’uscita.

-Non te ne andare. Chi sei? Non sei una sorella. Avvicinati e fatti vedere

Il ragazzino era spaventato ma quella voce femminile non sembrava pericolosa. Forse curiosa, ma non dava l’impressione di una minaccia. Fece come gli era stato ordinato. Ritornò ad avvicinarsi alla cella mostrando il suo viso.

-Ma sei un bambino. Anima pia, che ci fai in questo luogo così triste? Quelli come te dovrebbero essere fuori a giocare, a godersi la vita. Qui c’è posto solo per la disperazione e la tristezza

La donna cominciò a piangere senza fermarsi. Rosario provò compassione per lei. Doveva essere davvero disperata per trovarsi in quella situazione. 

-Non fate così. Non piangete. Tenete, queste monete sono tutto quello che ho, magari potranno esservi d’aiuto

La donna si asciugò le lacrime e si schiarì la voce.

-Sei un angelo. Ti ringrazio ma quelle servono più a te che a me. Io non saprei che farmene. sono rinchiusa qui e non posso uscire. Non so neppure da quanto tempo mi tengono qui

Rosario era curioso di saperne di più.

-Come mai vi trovate qui. Chi siete?

-Vuoi davvero saperlo? Un piccolo come te non dovrebbe rattristarsi per una come me. Tu devi essere felice e stare con gli altri bambini

-Lo sarò solo se sarò sicuro di non poter far nient’altro per voi

-Hai proprio un animo gentile. Mi avvicino così potrò vederti meglio

Dall’oscurità della cella venne lentamente fuori il corpo di quella prigioniera. Era vestita come le altre suore del convento ma il volto era una maschera di paura e sofferenza. Stringeva gli occhi per abituarli a quella poca luce.

-Siete una suora? Di questo convento?

-Un tempo lo ero. O meglio, dovrei ancora esserlo ma non so più cosa sono adesso

-Cosa vi è successo? Perché siete qui tutta sola?

-Non sono cose che un bimbo come te dovrebbe ascoltare. Ho commesso un peccato troppo grave e ne sto pagando le conseguenze. Agli occhi di Dio devo essere la peggiore delle peccatrici per meritare una vita del genere

All’improvviso si udì una voce dall’ingresso della sala.

-Chi c’è lì? Nessuno può stare in questo luogo!

La prigioniera aveva riconosciuto la voce, era la madre superiora di quel convento. Era pericolosa e se avesse messo le mani su quel bambino lo avrebbe castigato. Non doveva permetterlo.

-Scappa ragazzino! Scappa più veloce che puoi!

Rosario ubbidì a quelle parole. Si alzò di scatto, abbassò la testa e corse velocemente verso l’uscita. Evitò la presa della madre superiora che non poté fare nulla per acciuffarlo, si riversò nuovamente nel chiostro ed attraversò una porta. Era quella corretta, si ritrovò nell’atrio in quel momento incustodito. Aprì il grosso portone e lo richiuse dopo essere uscito. Con il cuore in gola continuò a correre verso l’Annunziata. Correva senza guardarsi intorno, nella testa solo l’immagine di quella donna così sofferente. Finalmente ritornò alla sua casa, le suore lo accolsero con gioia elogiandolo per il gesto umano che aveva compiuto. Rosario tenne per sé quell’esperienza che aveva vissuto, non aveva voglia di chiedere spiegazioni alle sue madri adottive. Sicuramente avrebbero risposto in maniera vaga come sempre quando si trattava di cose più grandi di lui. Eppure non riusciva a togliere dalla mente quelle immagini. La cella buia, il volto deperito di quella suora, la durezza nelle parole della superiora. Non riusciva a trovare una ragione per il supplizio a cui era condannata quella donna.

I giorni successivi era sempre con la mente altrove e le suore se ne accorsero. Fu suor Giovanna a parlargli in privato.

-Rosario tutto bene? Ti vedo un po’ assente in questi giorni. Come stai?

-Bene, madre

-Sicuro? Si vede da lontano che hai dei pensieri in testa, cosa posso fare per te?

-Niente, madre. Davvero

-Si tratta forse di quella nostra sorella malata? Ti fa stare male pensare a lei?

Rosario vide in quelle parole una spiegazione plausibile da usare a proprio vantaggio.

-E’ così, madre. Sa per caso se sta meglio?

-Sicuramente sta meglio ma in questi casi ci vuole tempo. La medicina e il riposo le saranno di grande aiuto

-Potrei andare a trovarla per capire come sta. Mi dia il permesso di andare di nuovo da lei

-Se è questo quello che vuoi non posso non farlo per te. Sei un bambino gentile. Va pure da lei e dì alle sorelle che ti mando io

Rosario era strafelice, aveva sfruttato bene le preoccupazioni di suor Giovanna per approfittarne ed andare di nuovo nel convento di Santa Patrizia e rivedere la prigioniera. Indossò un vecchio cappello e partì per la sua destinazione. Arrivò subito, quando bussò al portone gli aprì la stessa suora del giorno precedente.

-Che ci fai di nuovo qui? La medicina che hai portato non è già finita

-Sono qui per sapere come sta la madre malata. Mi manda madre Giovanna, posso entrare?

Il viso della sorella si distese, doveva riconoscere che il piccolo aveva davvero un animo gentile. Lo accompagnò fuori alla stanza dell’ammalata ma non lo fece entrare. Entrò lei e riferì alla suora che un bambino era passato a trovarla per sapere come si sentiva, poi ritornò da lui.

-Sorella Anna ti ringrazia e dice che non devi preoccuparti. Sta meglio e prega per te e il tuo buon cuore

-Grazie mille. Posso approfittare per andare in chiesa e pregare un po’ per lei e la sua salute?

-Ma certo piccolo, ti accompagno

Insieme si recarono all’interno della chiesa, Rosario si inginocchiò e cominciò a pregare. Intanto la suora ritornò al suo compito di guardiana lasciandolo da solo. Il giovane non aspettava altro. Dopo aver fatto il segno della croce e aver controllato che fosse lontano da sguardi inopportuni, uscì dalla cappella. Fece mente locale sul percorso e si ritrovò di nuovo nella stanza adiacente le celle di detenzione. Si avvicinò a quella che gli interessava e con un filo di voce chiamò la prigioniera.

-Buongiorno. Sono di nuovo io, vi ho portato un po’ di pane. Prendetelo prima che venga qualcuno

-Chi è là? Ah, sei tu, mio piccolo angelo. Sei così bello, fatti vedere. Il Signore deve volermi davvero bene per mandare una creatura così bella qui da me. Solo a guardarti mi sento meglio e questo peso che porto sembra più leggero

-Sono contento per questo. Cercherò di fare il possibile per venire più spesso e darvi il mio aiuto. Se avete bisogno di qualcosa ditemi pure, sarò lieto di farlo per voi

-Grazie angelo mio. Mi basta vederti e sapere che c’è qualcuno che prega ancora per la mia anima dannata. Ora però vai, vai prima che venga di nuovo la superiora a controllare

Rosario a malincuore abbandonò la sua nuova amica. Uscì dal convento salutando la guardiana, stavolta però il suo animo era felice. Aveva avuto modo di rivedere il volto di quella suora e fare qualcosa per lei e quello lo sollevava.

Nelle settimane successive Rosario trovava sempre del tempo per andare a Santa Patrizia e con il pretesto di informarsi delle condizioni di salute di suor Anna, di nascosto andava a trovare la suora prigioniera per portarle i viveri e parlarle. Lei rimaneva ogni volta affascinata dalla bellezza di quel ragazzino e dalla sua propensione dalla carità. Quella situazione idilliaca però ebbe un epilogo tragico.

Era un giorno come tanti e Rosario stava recandosi al suo consueto appuntamento nascondendo nei pantaloni un pezzo di torta ancora caldo. Il sole era alto nel cielo e un’afa permeava per le vie del centro costringendolo a sbottonarsi la camicia per prendere aria. Seguì il solito iter e come sempre riuscì ad avvicinarsi indisturbato alle celle. Si avvicinò alla grata e tese la mano mostrando il proprio dono. Dall’altro lato non ci fu risposta. Rosario si avvicinò ancora cercando nel buio quel viso che aspettava di vedere. D’un tratto sentì una voce flebile che lo chiamava.

-Angelo mio, dove sei? Oggi sono molto stanca, non riesco a venire vicino al cancello. Cosa mi hai portato?

-Una fetta di torta fatta da madre Giovanna. E’ ancora calda, prendete

-Oh, grazie. Riesci a infilare il braccio attraverso le sbarre? Puoi metterla lì a terra così dopo quando sarò più in forze la posso prendere

Rosario si sporse in avanti allungando quanto più possibile il braccio oltre il cancelletto. Dall’altro lato la donna lo guardava e adulava come sempre la sua bellezza. Il ragazzo aveva tutto il braccio e la spalla al di là della cella, si sporse sempre di più finché dalla camicetta aperta non fuoriuscì il suo rosario portafortuna che urtò contro il metallo. La donna sembrò attirata da quel piccolo rumore e trovò la forza di avvicinarsi di qualche passo per vedere meglio di cosa si trattasse. Guardò la collana controluce e di colpo divenne seria.

-Cos’hai al collo?

-Questo? E’ un rosario di legno, lo porto al collo da…

Non finì di terminare la frase che si sentì strattonare. Il suo viso di colpo urtò contro le sbarre fredde del cancello, dall’altro lato la prigioniera aveva afferrato il ciondolo e lo stava tirando a sé con una forza fuori dal normale. Com’era possibile che una donna così debilitata potesse tirare così prepotentemente?

-Lo conosco! Io conosco questo rosario! Dimmelo, come fai ad averlo? Rispondimi maledetto diavolo?

-Mi lasci! La prego mi lasci!

-Dimmi subito dove hai preso questo rosario. Te lo ordino!

-Non lo so signora. So solo che è con me da sempre. Lo hanno trovato accanto a me le madri dell’Annunziata quando ero piccolo, nella cesta all’interno della ruota

Di colpo la donna lasciò la presa, Rosario si allontanò subito dalla grata ricominciando a respirare regolarmente.

-La ruota. Allora sei tu. Sei vivo…

La confusione che si era creata e le urla disumane della prigioniera aveva attirato altre suore che si erano precipitate sul posto. Tra queste anche la madre superiora che a passi lenti si faceva spazio tra la folla. Davanti a loro c’era Rosario inginocchiato in un lato dell’atrio che respirava a fatica, dall’interno della cella invece usciva fuori la voce straziante della suora.

-Si tu. Sei tu! Ti ho trovato finalmente! Vieni qui angelo mio, vieni qui e fatti accarezzare. Non te ne andare da me. Ora che il Signore ci ha fatto incontrare non dobbiamo più separarci

Dalla folla che si era venuta a creare si alzava un brusio.

“Chi è quel bambino”

“E’ pazza, sta vaneggiando”

“Chi sta parlando?”

“Povero bambino, che ci fa qui?”

“Peggiora ogni giorno, bisogna prendere provvedimenti”

La madre superiora senza perdere il contegno alza un braccio per intimare il silenzio. Tutte le sorelle smettono immediatamente di parlare mentre lei si avvicina lentamente al ragazzino e gli posa una mano sulla spalla.

-Stai bene, piccolo? Che succede?

-Non lo so, madre superiora. Quella donna ha iniziato ad urlare appena ha visto…

-Appena ha visto cosa? Che ci facevi tu qui?

-Appena ha visto questo mio rosario. Lo ha tirato, poi ha iniziato a parlare di cose strane

-Figliolo, devi sapere che la donna all’interno della cella ha una grave malattia. La teniamo in isolamento perché potrebbe fare del male alle nostre sorelle

-Non crederle! Non credere a quello che dice! E’ lei la causa di tutto

-Lo vedi? Senti le sue parole, non sono quelle di una timorata di Dio. Sta vaneggiando, il diavolo le parla all’orecchio mentre noi siamo qui

-Sta zitta figlia del demonio! Angelo, angelo mio non ascoltarla. Vieni qui e stai con me, non voglio perderti di nuovo

Rosario non sapeva cosa fare, non sapeva a chi credere. La madre superiora sapeva che doveva agire velocemente prima che il bambino facesse la sua scelta. Sotto gli occhi increduli di tutti si inginocchiò e lo abbracciò. Lo strinse a sé per calmarlo, poi con parole dolci lo rincuorò.

-Sei un bambino intelligente, l’ho capito nel momento in cui ti ho visto la prima volta. Su, vieni con me. Ti porto lontano da qui. I tuoi occhi belli non sono fatti per osservare la tristezza e il dolore di questo luogo. Non possiamo fare nulla per lei che non abbiamo già provato a fare. E’ nelle mani del Signore e lui avrà cura di lei

Poi lo alzò e lo prese per mano, insieme si allontanarono dalla cella. La folla si apriva al loro passaggio, Rosario si girò per l’ultima volta indietro mentre le urla che provenivano dall’oscurità si facevano sempre più alte e più nervose.

-No, no no! Non portatemelo via un’altra volta. Non di nuovo. Ve ne supplico. Fatelo avvicinare. Fatemi vedere un’altra volta il suo viso bellissimo. Un’ultima volta!

Nove anni prima

All’interno della cantina faceva freddo ma i corpi dei due amanti si riscaldavano a vicenza. Dalle loro bocche uscivano aliti che diventavano piccole nuvole. I cuori battevano forte, fino a pochi minuti prima quei due corpi erano avvinghiati nell’estasi del sentimento più dolce. Non importava chi fossero, ora erano nudi e senza le loro vesti addosso immaginavano di essere due persone normali.

Ma non lo erano.

Quando dopo la passione i due si abbracciarono teneramente, insieme alla sensazione di freddo arrivò anche la consapevolezza di chi fossero e cosa stessero facendo. Fu la ragazza a parlare per prima.

-Dovremmo smettere

-E’ la prima cosa che ti viene in mente subito dopo questo?

-Scusami, lo sai cosa intendo. Quello che provo per te è un amore grande ma quello che mi lega al Signore è immenso

-Pensi che non ti capisca? Anche io ho preso i voti, Cristo mi ha salvato la vita. Ma dal primo momento che ti ho vista non ho potuto non pensare che forse è stato un errore mettere questo saio

-Non dirlo, ti prego. Dio è misericordioso, non dobbiamo…

-Non dobbiamo cosa? Non dobbiamo provare il piacere che stiamo provando adesso? Non dobbiamo assaporare la gioia di una vita insieme? Non dobbiamo far caso al fatto che noi due non riusciamo a restare separati? Pregavo ogni notte che venissi in questa cantina, ho aspettato ogni notte in quel corridoio stretto sperando che ci fossi tu qui a controllare il vino. Ho benedetto queste bottiglie che ci hanno fatto incontrare, che ci hanno fatto amare. Non si può tornare indietro e tu lo sai bene- Io ho deciso, domani mattina parlo con l’abate e se non vuole ascoltare la mia richiesta sono libero di scappare. Ti prego, vieni anche tu con me. Scegli me e rinnega questa vita piena di sofferenza

-Stringimi più forte e dimmi che andrà tutto bene

-Andrà tutto bene. Non sei sola, ci sono io qui con te

I due si abbracciarono ancora più forte mentre la paura pian piano svaniva. Non si accorsero dei passi che si avvicinavano con fretta. La porta si spalancò ed entrarono tre suore. Era facile indovinare chi fosse a capo di quel corteo. La madre superiora si avvicinò agli amanti e tolse con impeto la coperta che li copriva. Con ribrezzo guardò la scena, il suo sguardo accusatorio diceva già tutto ma volle esprimere a parole quello che aveva nella mente.

-Tu. Peccatrice. Osi profanare questo luogo sacro unendoti carnalmente a quest’uomo? Un uomo di Dio! Sorelle, allontanatela subito! Rinchiudetela in una cella e tenetela sempre sotto osservazione. Nessuno deve sapere nulla di quanto accaduto questa sera

Ma ne aveva anche per l’amante, finora ancora in silenzio nella sua nudità.

-E tu, miserabile peccatore. Ho già avvisato l’abate dei miei sospetti su di te. Non ci vorrà molto che anche lui ti prenderà e farà di te ciò che vuole. Ora vestiti e ritorna da dove sei venuto!

-Non può fare questo. Dio è misericordioso e avrà pietà delle nostre anime. Siamo peccatori, è vero, ma non possiamo far finta di non provare questo grande sentimento. Le vie del Signore sono infinite

-Lo sono, ma quelle dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni. Vattene via ora, e non farti più rivedere in questo luogo!

Appena l’uomo rientrò nel cunicolo che aveva usato per arrivare in quella cantina la madre superiora si fece il segno della croce e salmodiò una preghiera sottovoce.

Da quel giorno la suora accusata di peccato grave fu tenuta in isolamento dalle altre. Nei nove mesi che seguirono l’accaduto le sorelle sotto ordini della superiora la accudirono per tutta la durata della gravidanza. Al momento del parto vide solo per pochi secondi la sua creatura ma riuscì comunque a strappare una promessa ad una delle donne presenti quel giorno. Era una giovane suora che si era impietosita dagli occhi tristi di quella peccatrice e non se la sentiva di abbandonarla in un momento simile. Non poteva negarle l’unico favore che le chiedeva. Un rosario, un piccolo rosario in legno. Quel piccolo oggetto doveva essere accanto al bambino, qualunque fosse il destino che lo attendeva. Qualunque fosse il volere della superiora.