17 Settembre 2002

Francesco era su Via Gianturco e correva a perdifiato. Intorno non c’era più nessuno, solo poche macchine sfrecciavano nel silenzio della larga strada. Guardava in continuazione l’orologio, cercava in tutti i modi di aumentare il passo ma il caldo ancora estivo di quel mese non aiutava. Gocce di sudore scendevano copiosamente dalla sua fronte mentre correva. La valigetta che teneva stretta nella mano destra sembrava sempre più pesante e la destinazione sempre più lontana. Nonostante tutto però ce l’aveva quasi fatta, la stazione di Gianturco era a pochi passi da lui.

Quella sera aveva finito troppo tardi al lavoro, di solito nello studio legale dove lavorava non faceva più tardi delle sette di sera. Era un abitudinario, uno di quelli che ogni giorno prendevano lo stesso treno. C’erano naturalmente i ritardi, le soppressioni, gli imprevisti, ma non dipendevano da lui. Lui era sempre in stazione allo stesso orario. Il suo migliore amico era il suo orologio, scandiva con precisione i minuti preziosi delle sue giornate. Ma quel giorno non fu così.

Proprio il suo amico più fidato, l’inseparabile oggetto che metteva in ordine la vita di Francesco quella sera decise di funzionare male. Fino alle 18 andava più che bene, gli altri dell’ufficio si dileguavano per ritornare a casa dalle proprie famiglie mentre Francesco si concedeva la sua oretta in più per mettere in ordine i fascicoli e le idee. Alle 19 in punto avrebbe chiuso tutto per prendere, come sempre, il treno delle 19:27 dopo una passeggiata in tranquillità. Il destino però aveva voluto che proprio dopo le 18 l’orologio accumulasse minuti preziosi, cinque minuti reali venivano registrati come un singolo minuto dall’orologio.

Francesco intanto andava lento, ogni tanto controllava e si compiaceva di quante cose riuscisse a fare in quel poco tempo. Quando però accese il computer sulla scrivania e vide l’orario sbiancò di colpo. Guardò l’orologio da polso, segnava le 18:30, poi l’orario sul computer, le 20:32. Subito corse per tutto l’ufficio per controllare l’orario su tutti gli orologi a muro. La sentenza era senza scampo, era il suo amico fidato ad avere torto.

Come un dannato cercò in fretta di mettere tutte le carte nella sua borsa mentre i fogli volavano al suo passaggio. Si diede dello stupido per non aver pensato neanche lontanamente ad un malfunzionamento. Proprio lui che del tempo aveva fatto una sua divinità. Doveva sbrigarsi, non sapeva neanche se a quell’ora c’erano ancora corse disponibili per ritornare a casa.

Ormai era tardi, sistemò quello che riusciva nella borsa e chiuse di fretta l’ufficio per riversarsi in strada. In cielo era ancora chiaro ma si rese conto che a quell’ora non c’era nessuno. Probabilmente erano già tutti a casa, magari a tavola a mangiare, o nelle vie più trafficate per divertirsi. Lui invece era solo, mentre correva verso la stazione di Gianturco della Metropolitana.

Arrivò finalmente a destinazione, per fortuna aveva l’abbonamento mensile quindi non doveva timbrare alcun biglietto. Percorse le scale che portavano al piano superiore senza sollevare lo sguardo. In quel momento se ci fosse stato qualcuno sui gradini lo avrebbe scaraventato in aria. Finita la rampa di scale uscì all’aperto, guardò l’orologio della stazione e cercò di riprendere fiato. Con la coda dell’occhio però vide che sui binari c’era un treno già fermo. Ce l’aveva fatta, giusto in tempo. Quello era il treno che lo avrebbe portato a casa. Era soddisfatto dopotutto, anche se quella serata non stava andando come si aspettava. Stava per sorridere e compiacersi quando sentì il rumore delle porte che si stavano chiudendo. Realizzò che se voleva dichiarare conclusa quella disavventura doveva compiere un ultimo sforzo e salire sul treno prima che questo partisse.

Era distante solo pochi metri dall’ultima porta dell’ultimo vagone. Fece uno scatto improvviso, stese il braccio ed aprì la mano. Sentì il freddo del ferro sotto il palmo e la chiuse, con forza tirò il braccio e riuscì ad entrare proprio un attimo prima che le porte si chiudessero. Appena fu dentro si rese conto di aver compiuto quell’operazione tenendo gli occhi serrati. Li aprì e vide la banchina che si allontanava. Era fatta, era dentro e stava tornando a casa. Finalmente riuscì a respirare a pieni polmoni, li riempì completamente prima di espirare e lasciar scorrere l’adrenalina nel suo corpo. Il cuore pompava sangue ad un ritmo così forte che quasi riusciva a sentire i battiti. Cercò di respirare ad un ritmo più lento per calmarsi. Si girò e vide che il vagone era completamente vuoto. Doveva sedersi e riposare le gambe, ne aveva bisogno. Scelse un posto a caso e si sedette, poi chiuse gli occhi.

Fu il rumore delle porte che si aprirono a svegliarlo da quello stato di riposo. Si girò dal lato del finestrino e vide l’insegna che indicava la scritta “Piazza Garibaldi”. Una coppia gli passò vicino per prendere posto sui sedili a poca distanza da Francesco. Erano vestiti in maniera bizzarra, sembravano abiti di un’altra epoca. Non era un intenditore di storia ma avrebbe scommesso che si trattasse di vestiti del Settecento o Ottocento. Lei aveva una gonna pomposa che la limitava nei movimenti, i capelli raccolti all’interno di un grande cappello e un trucco accentuato sul volto. Lui invece aveva un vestito elegante e sul volto un paio di baffi vintage. Francesco ci pensò per un po’, probabilmente si trattava di una coppia di cosplayer, magari c’era una fiera in costume lì vicino e i due si erano solo travestiti a tema.

Era assorto nei pensieri quando vide un controllore avvicinarsi lentamente. Subito aprì la borsa per prendere l’abbonamento da esibire. Lui si avvicinò prima alla coppia, sembrava conoscerli. Si tolse il cappello e li salutò con reverenza. Non riuscì a sentire cosa si dissero, ma sorridevano allegramente. Il controllore si congedò e si avvicinò a Francesco.

-Salve, biglietti prego

-Certo, ecco il mio abbonamento

Il controllore lo prese e lo guardò stranito. Sembrava che lo vedesse per la prima volta. Lo girava e rigirava con lo sguardo interrogativo.

-C’è qualcosa che non va?

-No, si figuri. E’ che sono abituato ad altri biglietti. Forse questi sono i nuovi. Non si preoccupi, è tutto sotto controllo.

-E’ l’abbonamento mensile, è lo stesso tutti i mesi a parte il colore

-Sì, sì, nessun problema. Mi dica, è la prima volta che prende questo treno?

-Sì. Oggi non me ne va bene una, sono uscito tardi dall’ufficio e ho preso il primo treno disponibile

-Capisco, è la prima volta. Non si preoccupi, si troverà bene

Francesco rimase basito da quella risposta. Ripose l’abbonamento di nuovo nella borsa e guardò il controllore che si allontanava. Stava ancora pensando a quella frase quando il signore con il vestito ottocentesco si girò e verso di lui con uno sguardo impietosito.

-Prima volta, eh? Cerchi di stare calmo e si abituerà prima. Vero cara?

La donna seduta al suo fianco fece una timida risata, poi anche lei si girò verso Francesco.

-Ma sì. Ci conosciamo tutti qui. Anche se qualcuno può sembrarle scortese, sappia che sono tutte brave persone

Il treno si fermò di colpo, erano arrivati alla stazione di Piazza Cavour. La porta si aprì nuovamente ed entrò un piccolo gruppo di ragazzi. Dovevano essere abbastanza giovani anche se non lo dimostravano. Avevano dei vestiti punk e quando gli passarono davanti sentì un forte odore di birra e sudore. Senza abbassare la voce si misero in un angolo a parlare. Erano a poca distanza da Francesco che quando li vide ebbe un sussulto di paura. Non voleva essere prevenuto ma quei ragazzi sembravano usciti fuori da un film degli anni 80, gli sembrava di essere un ignaro protagonista di “I guerrieri della notte”. Le sue paure si concretizzarono nel momento in cui uno dei ragazzi si girò verso di lui e resosi conto che lui stesso li stava osservando fece uno sguardo strano.

-Ragazzi, quello lì ci sta guardando strano

-Chi? Dove? Quello lì?

-Sì quello lì. Ecco, vedi? Ora abbassa lo sguardo da colpevole

-Non va bene così, non va per niente bene

Parlavano ad alta voce per essere sentiti dal povero Francesco che ascoltava impaurito. Si avvicinarono lentamente alla loro vittima.

-Fatemelo vedere meglio. Ecco, come immaginavo. Vedete com’è vestito? E’ il classico borghese che ci guarda dall’alto verso il basso, con disprezzo

-Sì, ma ora non ci guarda più. Guarda come cambia colore mentre nella sua testolina sta pensando a come cavarsela da questa situazione

Francesco tremava di paura quando ad un tratto sentì la voce del signore che gli aveva parlato prima. Riconobbe il tono di voce pacato che intervenne per sedare gli animi.

-Salve, ragazzi. Come va?

-Signor Gaetano, buonasera. Noi tutto bene, Lei come sta?

-Bene, bene, grazie. Siamo sempre qui

-Signor Gaetano che piacere rivederla. Buonasera anche a Lei signora Maria

-Buona serata a voi ragazzi. Vi posso chiedere un grande piacere?

-Ma certo signora Maria

-Vedete, quel ragazzo non è una cattiva persona. Tra l’altro oggi prende il treno per la prima volta

-Mi scusi signora Maria, non volevamo prendercela con lui. E’ che a volte dimentichiamo e… ci sono abitudini che sono difficili da togliere…

-Non vi preoccupate, lo sappiamo. E’ difficile. Passate una buona serata, ragazzi

-Buona serata a Lei, signora Maria

Quel dialogo sembrava surreale. Fino a pochi minuti prima Francesco rischiava di essere linciato soltanto per aver guardato un gruppo di ragazzi e ora gli stessi ragazzi lo salutavano affettuosamente. Si girò nuovamente verso il finestrino, riconosceva il tratto che univa la fermata precedente a Montesanto, infatti pochi secondi dopo vide l’insegna blu che indicava proprio quella scritta. D’istinto guardò la porta che si apriva, si aspettava che un altro passeggero bizzarro entrasse. Fu così. Sul vagone salì una donna con un vestito lungo e completamente nero, il volto era coperto da un sottile velo scuro. Ma non fu l’unica a salire, dietro di lei un’altra donna, vestita in jeans e maglietta chiara, al collo aveva un vistoso foulard rosso scuro. Le due donne presero posto su alcuni sgabelli liberi dopo aver salutato gli altri passeggeri. Sembrava che tutti si conoscessero bene su quel vagone, Francesco si sentì un po’ escluso.

Per smorzare l’ansia aprì la sua valigetta e cominciò a sfogliare i fogli che aveva portato via dall’ufficio, ma non riusciva a rimanere concentrato. Ogni tanto alzava lo sguardo e guardava gli altri, erano come una grande famiglia riunita. Intanto il treno si era fermato di nuovo, la stazione era quella scura di Piazza Amedeo, Francesco aveva quasi timore di guardare il prossimo passeggero. In quel momento però uno strano silenzio piombò nel vagone. Tutti si girarono verso le porte che si aprirono e si richiusero senza che nessuno le varcasse.

Francesco rimase sorpreso da quella reazione, guardò tutti i presenti notando un velo di tristezza nei loro occhi. Furono le parole di una delle ragazze salite a Montesanto a rompere il silenzio.

-Alla fine ce l’ha fatta. Onore al nostro amico

Tutti la guardarono ed accennarono un sorriso triste. La ragazza ricambiò il sorriso a tutti ma quando incrociò lo sguardo con Francesco divenne di colpo seria.

-Io non ti conosco, sei nuovo?

Francesco pensò di essere diventato di colpo rosso come un peperone per la vergogna. Non sapeva cosa rispondere ed una strana sensazione sembrava metterlo in allerta.

-Io? E’ la prima volta che prendo il treno a quest’ora

-Posso sedermi accanto a te?

-Certo, come no

La ragazza si avvicinò a lui, prese posto mentre con una mano sistemava i capelli lunghi

-Mi chiamo Margherita, prendo questo treno ogni giorno da almeno dieci anni. All’inizio anche per me è stato strano, poi ci si abitua. Gli altri sono tutti simpatici, vedrai che in poco tempo te ne accorgerai

-Ma… prendere il treno a quest’ora per me è stato un caso. Di solito prendo quello delle 19:27

-Ti abituerai anche a questo, non ti preoccupare

La ragazza gli fece un sorriso dolce, poi posò la sua mano su quella di Francesco. Dopo qualche secondo la ritrasse. Il suo viso che fino a poco prima mostrava un’espressione tranquilla divenne di colpo una maschera di paura. Il ragazzo ebbe timore guardando il terrore nei suoi occhi ma non sapeva spiegarsi il perché.

-Ma… Tu… Sei caldo. Ed ho sentito le pulsazioni del sangue nelle vene quando ti ho toccato

Di colpo quelle parole dette ad alta voce, che a Francesco sembravano scontate, provocarono la reazione insolita degli altri presenti. Tutti smisero di parlare e guardarono nella sua direzione. Uno dei ragazzi punk si avvicinò incuriosito e con velocità prese la mano di Francesco tenendola per qualche secondo prima che lui la ritraesse spazientito.

-E’ vero, è troppo calda. Secondo me non è normale

-E se non fosse uno di noi?

-No, non è possibile. Perché allora si trova qui?

La discussione si allargava, sempre più persone dicevano la loro teoria su quella che a Francesco sembrava una diatriba senza senso. Dicevano che era caldo, forse era la conseguenza della corsa fatta prima? O forse stava per avere una febbre improvvisa? Stava per dire la sua quando dal finestrino vide che il treno era risalito in superficie, erano quasi arrivati alla stazione di Mergellina. Il treno rallentò fino a fermarsi. questa volta il ragazzo era troppo preso da quello che stava accadendo per osservare il prossimo passeggero. Intanto si avvicinò a lui l’uomo vestito elegante, con il suo solito fare sicuro e determinato. Prese posto accanto a Francesco e alla ragazza e con un tono rilassante si rivolse a lui.

-Ragazzo, tu sai dove ti trovi in questo momento?

Francesco non era più sicuro della risposta che avrebbe dato. Sapeva che era il treno metropolitano verso Cavalleggeri Aosta, la sua destinazione, ma ormai ne era più certo.

-Sul treno per Bagnoli, non so l’orario perché il mio orologio non funziona più bene

-Sì, ma sai che treno è questo? Ricordi Cosa è successo prima di trovarti qui?

-Nulla di insolito. sono uscito dall’ufficio ed ho corso come un matto per arrivare alla stazione di Gianturco. Sono salito su ed ho visto questo treno che stava per partire. Ho continuato a correre e sono salito

-Quindi eri al capolinea quando sei salito. Ed hai visto questo vagone?

-Sì, corretto

-Molto strano, di solito agli altri non è visibile

-Gli altri? Chi altri?

Presero a parlare gli spettatori di quello strano spettacolo ambulante. Ognuno aggiungeva una tessera ad un mosaico che prendeva forma lentamente.

-Gli altri… Quelli che rimangono

-Ragazzo devi sapere una cosa molto importante, questo non è un treno, per così dire, normale

-In realtà tutto si limita a questo vagone. Quelli come noi sono gli unici a vederlo

-Ma voi chi? Spiegatemi subito o chiamo la polizia

La risposta arrivò dalla donna vestita di nero. La sua voce era gelida con il ghiaccio e penetrò nel cervello di Francesco come una pallottola.

-I morti. Noi siamo le anime di coloro che ancora non hanno guadagnato l’inferno o il paradiso. C’è un giudizio universale per tutti ma a quanto pare la lista è lunga e noi non abbiamo  requisiti per sbrigare la pratica più velocemente

-Esiste una burocrazia anche dall’altro lato, fratello. E a quanto pare ci sono le stesse regole che ci sono qui. Ci sono le raccomandazioni

-Forse non è proprio così, noi un motivo in comune ce l’abbiamo

Francesco girava la testa per guardare i volti delle persone che parlavano con lui. Sembravano seri, non stavano scherzando. O quantomeno se stavano recitando erano bravissimi. In quel momento gli venne in mente che potevano essere proprio degli attori in costume, magari stavano filmando tutto. Ma sì, era una candid camera organizzata ad arte. Non riuscì a sopprimere un sorriso. Le labbra si allargarono fino a scoppiare in una sonora risata che provocò il silenzio degli altri. Si alzò e cominciò a parlare ridendo.

-Ci ero quasi cascato! Siete bravissimi, devo riconoscerlo. Davvero bravi, alla fine vi stavo credendo. Dove avete preso i vestiti di scena? Sono bellissimi

Sentiva gli occhi addosso troppo seri, si aspettava che da un momento all’altro tutti ridessero e gli facessero vedere le telecamere ma non fu così.

-A che fermata siamo? Fatemi passare che devo andare a casa, scendo a Cavalleggeri Aosta

-Siamo ancora a Piazza Leopardi, ancora non sei arrivato

In quel momento il treno si fermò, qualcuno scese mentre un’altra persona prese posto. Quando il treno ripartì dalla stazione Francesco sentì una mano sul suo braccio. Era la ragazza che gli si era seduta accanto. Con il volto sereno provò a parlargli.

-Non sappiamo ancora se tu puoi o non puoi essere qui, ma devi credere alle nostre parole. E se non puoi, allora guarda tu stesso

La ragazza prese i capelli lunghi e li raccolse con un elastico. Poi lentamente tolse il foulard rosso che le copriva il collo. Fu a quel punto che Francesco la vide. Era una cicatrice che percorreva da destra a sinistra tutta la parte anteriore del collo. Sembrava recente, non era per niente rimarginata e anche se non grondava sangue riusciva a vedere il rosso della carne. Quella vista lo destabilizzò, cadde seduto nuovamente sul sedile. La ragazza riprese a parlare.

-Questa me la sono fatta quando mi sono suicidata un bel po’ di anni fa. Ero da sola a casa, avevo da poco litigato con i miei genitori prima che uscissero a fare una passeggiata. Solite questioni, brutti voti a scuola, amicizie che non gli andavano mai bene. Presi il rasoio di mio padre e non ci pensai due volte

Francesco ebbe un brivido, stava immaginando la scena quando senza essere interpellati, i tre ragazzi vestiti da punk si tolsero le giacche di pelle e mostrarono le braccia piene di lividi all’altezza dei gomiti.

-Questi ce li siamo fatti una sera. Una dose troppo grande per noi, non eravamo abituati. Eravamo ribelli, credevamo in ideali forti, ma in fondo eravamo solo dei deboli

-Anche io e mia moglie abbiamo una storia triste che ha messo fine alla nostra vita terrena

Era il signor Gaetano che stava parlando, accanto a lui sua moglie lo guardava con uno sguardo malinconico.

-Eravamo amanti ma le nostre famiglie erano contrarie. Storie come la nostra erano più che normali nel nostro periodo. La maggior parte però si piegava al volere delle famiglie e accettava i matrimoni combinati, ma noi no. Il nostro amore era più forte di ogni avversità, anche della morte. Ci buttammo da uno scoglio alto in mare. Morimmo insieme, mano nella mano, ma felici

Ognuno raccontava la propria storia o mostrava un dettaglio della propria morte. Possibile che quelle davanti a lui erano veramente anime in pena che vagavano sulla terra? Francesco si alzò di scatto per allontanarsi dalla piccola folla che si era raccolta vicino a lui.

-Smettetela! Adesso basta, questo gioco non è divertente. quando è troppo è troppo

Percorreva il corridoio largo del vagone all’indietro, mentre gli altri lo guardavano impietositi senza avvicinarsi.

-Credete che questi trucchi mi impressionino? E’ ora di finirla, scendo qui

Il treno proprio in quel momento si fermò, erano alla stazione di Campi Flegrei. Francesco si girò verso l’uscita ma si bloccò di colpo. Un altro passeggero stava salendo e si trattava della prova lampante che quell’incubo che stava vivendo era reale. Una bambina, vestita con un abito chiaro saliva i gradini con la testa bassa. I lunghi capelli dorati le coprivano il volto. Quello che sconvolse Francesco però era un dettaglio più che rilevante. Lui riusciva a vedere attraverso quella bambina. Era come se fosse trasparente, riusciva a vedere la stazione dietro di lei senza problemi. Non aveva senso.

-Si chiama Lucilla, anche lei ha una storia triste alle spalle. E’ in attesa da così tanto tempo che sta perdendo la sua forma. Ormai il ricordo di chi era in vita è quasi svanito, tra non molto scomparirà completamente. Ora sei ancora convinto che si tratti di uno scherzo?

La bambina alzò la testa e mostrò il volto a Francesco. Alzò la mano e lo salutò sorridendo ma quel gesto sortì in lui l’effetto contrario. Cadde a terra, si rialzò subito e corse per tutto il vagone. Voleva fuggire da quell’orrore, se avesse raggiunto la testa della carrozza forse sarebbe arrivato in un altro elemento del treno e si sarebbe salvato. Arrivò finalmente alla porta che lo separava dal vagone successivo, la aprì ma ad attenderlo non c’era quello che immaginava. Si aspettava di trovare un ambiente familiare, invece davanti a lui c’era il nulla. Un vuoto completo, una tela bianca su cui nessun pittore aveva mai cominciato a disegnare. Il suo cervello non riusciva a darsi una spiegazione, cos’era quel posto? Cosa sarebbe successo se fosse avanzato in quella direzione? Sollevò di poco il braccio sinistro quando all’improvviso una mano lo prese per le spalle e lo tirò a sé.

Cadde sul pavimento in gomma del treno, alzò gli occhi e vide degli sguardi preoccupati. Erano i volti delle anime conosciute in quello strano viaggio.

-Non andare mai in quella direzione, quello è il punto di non ritorno. Il vuoto cosmico, basta solo sfiorarlo per mettere fine alla tua esistenza, terrena e ultraterrena

-Non devi scappare, noi non vogliamo trattenerti. La tua fermata è la prossima, puoi scendere quando vuoi

-Noi usiamo questo treno per visitare i luoghi della nostra vita. Passiamo tutto il giorno in giro per la nostra città in attesa di essere chiamati a giudizio. Prendiamo questa corsa tutti insieme per incontrarci e stare in compagnia

-Quando ti abbiamo visto stasera è stato strano per noi come lo è stato per te. Non abbiamo contatti con i viventi da troppo tempo, scusa se possiamo averti spaventato

-Il treno si sta fermando, è la tua fermata

Francesco si alzò guardandoli tutti. Voleva scusarsi con loro, avrebbe voluto spiegare che le sue paure erano irrazionali, ma più li guardava e più capiva che loro avevano già compreso. Con ancora addosso una strana sensazione, il ragazzo varcò le porte automatiche del treno. Alle sue spalle sentì un’ultima frase, la voce era quella inconfondibile del signor Gaetano.

-Se puoi, ricordati di noi nelle tue preghiere. Potrebbe essere importante

Scese l’ultimo gradino, quando le scarpe toccarono il suolo si girò. L’ultimo vagone del treno non c’era più. Mentre la sirena fischiava la metropolitana si avviò verso la fermata successiva. Francesco uscì dalla stazione di Cavalleggeri Aosta con l’amaro in bocca. Aveva vissuto una breve avventura fantastica oppure aveva solo sognato tutto? Era stata la suggestione, la paura di aver sconfinato per una volta l’abitudinarietà oppure il suo mondo era entrato in contatto con un altro?

Non sapeva e non voleva darsi una risposta. Per un riflesso involontario alzò il braccio sinistro e guardò il polso. L’orologio segnava le 21:08. Domandò ad un passante che gli confermò l’orario. Era esatto, ora il suo amico orologio segnava correttamente l’ora. Di sicuro il giorno successivo l’avrebbe portato da un orologiaio per farlo riparare. E forse, sarebbe stato meno schiavo delle abitudini.

10 Settembre 2011

La pioggia veniva giù a secchiate mentre la vecchia Fiat Tipo percorreva le stradine deserte che dai Ponti Rossi portano verso Miano. Il manto stradale non era dei migliori, pezzi di asfalto si staccavano lasciando piccole voragini che si riempivano velocemente di acqua piovana. La visibilità era scarsa, i vecchi fari anteriori riuscivano ad illuminare solo una piccola parte della carreggiata ma tutto quello non sembrava essere un problema per Antonio. Quella strada l’aveva percorsa tante volte, troppe, neanche lui ricordava bene quante. La macchina arranca in un tratto in salita, subito dopo in piano acquista più velocità. Solo poche curve separavano il conducente dal termine di quella serata. Una come tante, una notte che doveva finire come tutte le altre.

Antonio parcheggiò sul ciglio della strada, inserì il freno a mano ed uscì. Intorno a lui c’era solo il silenzio e una leggera foschia che saliva piano dall’erba. L’abitazione più vicina era a qualche centinaio di metri quindi poteva permettersi il lusso di fare rumore senza disturbare nessuno. Si portò sul lato posteriore della macchina ed aprì il bagagliaio. All’interno c’era un sacco dell’immondizia scuro, e non era vuoto. Fece uso di tutta la sua forza per prenderlo e caricarlo su una spalla. Chiuse il bagagliaio e si avvicinò ad un grande cancello arrugginito.

Con una mano cercò di rovistare nella tasca della giacca ma non riuscì a trovare quello che cercava. Imprecò, posò il grosso sacco a terra e vuotò le tasche. Finalmente ecco le chiavi, prese quella più grande e la usò per aprire il cancello. Davanti a lui c’era una distesa di terra in parte incolta. Apparteneva alla sua famiglia da lungo tempo. Suo padre e prima ancora suo nonno coltivavano in quel terreno frutta e verdura da vendere al mercato. Suo padre gli diceva sempre di non abbandonare mai quel lavoro dignitoso, o almeno di non disfarsi mai di quel piccolo appezzamento, magari in futuro lo avrebbe rivenduto guadagnandoci un bel po’ di soldi. Antonio aveva seguito quel consiglio ma senza risultato. Anche lui aveva intrapreso la strada di suo padre, lavorava la terra ogni giorno e vendeva al mercato, ma la sua era una vita misera.

Era solo tutto il giorno, nessuna distrazione, nessun amico, nessuna donna. Da giovane non aveva nemmeno concluso gli studi quindi non poteva nemmeno sperare in un capovolgimento della situazione. L’unica sua vita era il lavoro e le abitudini. Stessa casa di sempre, stesso tragitto ogni giorno, stessa vita. Per fortuna c’era il suo “hobby” che negli anni lo aveva tenuto buono. Aveva sempre pensato che senza quella sua, come la chiamava, piccola perversione avrebbe rischiato di impazzire e sarebbe finita come in quei film in cui una persona comune va in strada e fa una strage di innocenti. Per fortuna però il suo passatempo non coinvolgeva le persone innocenti, almeno secondo il suo modo di pensare.

Antonio aveva scelto le sue vittime in maniera quasi automatica, quelle che da secoli erano i bersagli preferiti da ogni serial killer. Le prostitute. Nella sua vita mancava proprio la componente amorosa, mancava una donna che lo facesse sentire bene. Per quel motivo ogni settimana saliva in auto e scorrazzava per la città in cerca di una brava donna che lo potesse accontentare. Ogni volta un quartiere diverso, era l’unico ragionamento lucido che una mente semplice come la sua poteva fare. La sceglieva, la pagava, godeva del suo servizio e poi la uccideva. Proprio così, a sangue freddo, senza pensarci su due volte.

Era proprio come dicevano tutti, il difficile è soltanto la prima volta, poi si fa l’abitudine. Gli piaceva farlo subito dopo l’amplesso, quando era ancora eccitato. Trovava il suo appagamento quando le sue mani grosse si stringevano intorno al collo delle sue vittime. Le guardava negli occhi, così belle, mentre la vita le abbandonava. Siamo abituati a vedere gli assassini come persone fredde, meticolose, sempre un passo avanti alle forze dell’ordine. Non è sempre così. Esistono quelli come Antonio, che non sarebbero nemmeno capaci di scrivere il nome “serial killer”. Un tipo normale, con una vita normale che ogni settimana decide di concedersi un piccolo lusso. Lui non è un freddo calcolatore, è solo uno schiavo dei sentimenti. Schiavo di quel piacere che prova ogni volta, schiavo dell’amore che prova per le sue vittime. Sì, perché lui le sceglie per la propria bellezza, quando sta con loro immagina una vita normale. A modo suo, si innamora quando le incontra fino al momento in cui le libera dalla vita terrena. Prima di ucciderle le giudica, sa che “loro” lo fanno per i soldi. Non sono come lui, non provano per lui quello che lui prova per loro. Non lo amano quindi non vale la pena farle vivere.

Quella era proprio una di quelle sere, quelle del suo divertimento, della sua caccia. Con la sua auto da sfigato si era recato in una delle strade buie della sua città, illuminate solo dal fuoco dei copertoni sui marciapiedi. Il suo tour personale comprendeva dapprima la visione della mercanzia. Con la prima marcia innestata percorse lentamente la via per ammirare le ragazze che gli si offrivano. Scelse, come sempre, la più bella. Magra, alta e svestita come le altre. Si fermò per contrattare sul prezzo, lei sparava alto ma lui acconsentì, sapeva già che quei soldi sarebbero tornati nelle sue tasche.

Lei salì in macchina, lui la guardava ed ammirava la sua bellezza esotica. Probabilmente era dell’Europa dell’Est. Insieme si recarono in uno dei suoi posti segreti, un viale nascosto dove poter fare quello che voleva in tutta tranquillità. La ragazza era brava, molto, quello dovette pensare Antonio quando fece sesso con lei. Quando finirono la guardò, i suoi occhi erano ipnotici. Ma c’era un impulso più forte, più violento dentro di lui. Con le sue mani tozze le diede uno schiaffo improvviso, poi si accanì su di lei. La strozzò, come aveva già fatto con le altre. Lei non riuscì a rendersi conto di quello che stava succedendo che era già diventata un’anima lontana dal corpo. Quel corpo che più tardi riempiva la busta nera accanto al cancello arrugginito.

Antonio prese nuovamente il suo bottino e si incamminò al centro del terreno. Lì sotto c’erano i suoi segreti. La pioggia aveva coperto le tracce di dissotterramento del terreno ma lui sapeva bene i posti dove aveva conservato i corpi delle sue vittime. Ricordava a memoria la posizione esatta di ognuna di loro. Non conosceva i loro nomi, a malapena ricordava i loro volti, ma sapeva bene dove aveva riservato il loro personale loculo. Non che le ricordasse nelle sue preghiere, oppure che portasse loro dei fiori, sia chiaro. Le collezionava come fossero piccoli trofei della sua personale bacheca.

Dopo pochi metri arrivò nel punto desiderato. Aveva già preparato tutto durante il mattino, c’era già lo spazio necessario per accogliere la sua nuova ragazza. Adagiò lentamente il sacco a terra e lo aprì. Guardò per l’ultima volta la donna. Era bellissima, doveva ammetterlo. In quel momento pensò che forse era la ragazza più bella con cui aveva fatto l’amore. Per un istante brevissimo pensò addirittura di aver sbagliato ad ucciderla, in quel frammento di un secondo immaginò una vita diversa con lei. Ma durò troppo poco, quel ricordo venne inghiottito bruscamente dalla realtà della vita.

Antonio prese di peso la sua vittima e la scaraventò nella fossa che lui stesso le aveva scavato. La dispose in una strana posizione, con braccia e gambe incrociate in modo da occupare meno spazio. Purtroppo le vittime aumentavano e lo spazio era sempre lo stesso, doveva arrangiarsi e ridimensionare le fosse. Una volta compattato il corpo si allontanò per prendere la vanga e mettersi all’opera per coprire il tutto. Era poco lontana, all’interno del piccolo capanno. La prese ma quando ritornò notò qualcosa di strano. Il braccio destro della ragazza era in una posizione diversa da dove l’aveva lasciato. Lui l’aveva piegato sul petto mentre ora era disteso, aperto. Non gli interessava sapere il perché, non aveva le conoscenze adatte per capire come mai un corpo morto riuscisse a muoversi. Si calò all’interno della fossa e sistemò nuovamente il braccio nella posizione migliore. Risalì e con la vanga prese a coprire il cadavere. Cominciò dal basso, fino alla fine voleva osservare quel viso di rara bellezza. Coprì prima i piedi, poi le gambe e il ventre, poi si fermò. Sentì un rumore strano provenire dal cancello. Posò l’arnese e andò a controllare. Doveva assicurarsi che nessuno lo disturbasse, non poteva permettersi un contrattempo simile.

Arrivò fino all’ingresso, in silenzio. Si guardò intorno ma non vide nessuno. Provò a richiamare l’attenzione di qualcuno, urlò affinché chiunque fosse lì lo ascoltasse, ma niente. Si convinse di essere da solo quindi ritornò al suo lavoro. Prese nuovamente la vanga e cominciò a buttare terreno sul cadavere quando notò ancora una volta il braccio in una posizione diversa. Stavolta era disteso lungo i fianchi. Imprecò urlando, quelle situazioni paradossali stavano solo rallentando l’inevitabile. Scese nella fossa e piegò il braccio con tale forza da spezzare il gomito. Sentì il rumore sordo delle ossa che si piegavano in modo innaturale quando ad un tratto vide la testa della ragazza girarsi nella sua direzione. Antonio lanciò un urlo di paura e cadde a terra guardando terrorizzato la ragazza. Si aspettava che questa aprisse gli occhi o cominciasse a parlare, magari non era ancora morta. Si diede dello stupido, doveva controllare meglio il battito prima di metterla nel portabagagli.

Passarono alcuni secondi che sembravano interminabili, poi si rese conto che era fuori pericolo. Si era solo impressionato inutilmente, la ragazza era morta davvero anche se trovava davvero strano quello spasmo improvviso. Si alzò in piedi, la offese con aggettivi volgari e sputò sul suo volto. Risalì dalla fossa e prese ancora una volta la vanga. Questa volta non lasciò che nessuna distrazione lo distogliesse dal suo compito. Con una forza sempre maggiore in pochi minuti riempì il vuoto con tutto il terreno possibile. Aveva perso tempo prezioso e quindi doveva procedere velocemente. Una volta terminato il lavoro appiattì il terreno in eccesso per coprire bene le tracce dello scavo, la pioggia avrebbe fatto il resto.

Si sollevò e guardò in alto, tutte le stelle brillavano nel cielo ora sgombro di nuvole. Si asciugò la fronte sudata, aveva esaurito tutte le forze ed aveva soltanto bisogno di riposare. Lasciò cadere la vanga a terra e fece per andarsene, ma non ci riuscì.

Qualcosa lo aveva preso per una spalla e lo strattonò con forza facendolo girare. Antonio non poteva fare nulla per evitarlo, perse l’equilibrio e cadde a terra. Sollevò Lo sguardo e mise a fuoco. L’oscurità non lo aiutava, dopo pochi secondi vide una figura in piedi davanti a lui. Era nuda, o quasi. Era una donna. Aveva il corpo pieno di sangue e terreno, il volto lo fissava con uno sguardo tutt’altro che naturale.

-Ciao, ti ricordi di me?

Quella domanda prese Antonio in contropiede. In quel momento lui non sapeva proprio chi fosse quella donna. rimase a bocca aperta senza dire nulla.

-Ma come? Non ti ricordi? Siamo stati bene, in quei pochi minuti

Cercava di riorganizzare i pensieri ma niente, non riusciva ad associare quel volto ad una persona conosciuta.

-Mi deludi, pensavo mi amassi davvero. Vediamo se questo te lo ricordi

In quel momento alzò la testa mostrando il collo. Aveva una macchia scura, come i segni di uno strangolamento. Riabbassò la testa mostrando il lato sinistro. Una macchia ancora più scura circondava l‘occhio e lo zigomo.

-Ora ricordi? Volevo liberarmi da te, hai dovuto darmi due pugni in faccia prima di strangolarmi. E’ successo due mesi fa

Antonio iniziava a capire. Ricordava quel volto, ma non era possibile che lei fosse lì davanti a lui. Era una delle sue vittime, ricordava di averla adescata nei pressi della zona industriale. Dopo aver fatto sesso con lei cercò di ucciderla ma lei riuscì a scappare dall’auto. La rincorse, le assestò due pugni e poi la strangolò. Ricordava dove l’aveva seppellita, si girò di scatto per vedere proprio in quella direzione. Ebbe un mancamento quando vide che proprio in quel punto il terreno era stato tolto.

-Esatto, ora hai capito. Ero proprio lì, in quel punto. E non sono sola

Antonio si girò verso di lei e vide comparire alle sue spalle altre figure. Avanzavano verso di lui mostrando i loro corpi seminudi e le loro facce. Le guardava, riconosceva ognuno di quei volti. C’era la ragazza nera che aveva ammazzato il mese precedente, c’era la rossa della settimana prima, c’era addirittura la sua prima vittima, come dimenticarla. Tutte davanti a lui, tutte con lo sguardo pieno di rabbia. Si avvicinavano imminenti mentre lui cercava di camminare all’indietro a quattro zampe.

-E’ inutile che scappi, ci siamo tutte e siamo ritornate qui per prenderti

-Ora sei nostro, non puoi scappare

-Vieni qui, ti faremo provare quello che hai fatto a noi

Antonio continuava a scappare sul terreno bagnato senza distogliere lo sguardo dalle ragazze. Fece qualche metro, poi andò a sbattere contro qualcosa. Girò lo sguardo e vide la sua ultima vittima in piedi. Anche lei era uscita fuori dalla sua fossa per compiere la sua vendetta. Aveva il braccio destro che penzolava in modo innaturale. Gli si avvicinò con lo sguardo pieno di rabbia.

-Sei finito

Di colpo tutte le ragazze si gettarono su Antonio. Chi gli teneva ferme le gambe, chi gli teneva ferme le braccia. qualcuna cominciò a spogliarlo mentre le altre presero a graffiarlo sul volto e sul torace. Antonio urlava come non mai, ma nessuno poteva sentirlo. Quel luogo era lontano dalle abitazioni, lontano da orecchie indiscrete.

-Guarda, ti abbiamo preparato una bella fossa, vicino alle nostre. Neanche la morte ci separerà ora, sei contento?

Con una forza fuori dal normale le donne sollevarono il corpo di Antonio e lo gettarono in una larga fossa che avevano preparato per lui. Anche loro scesero ed iniziarono a percuoterlo. Calci, pugni, graffi, mani che si avvicinavano al collo e stringevano sempre di più. Le urla di Antonio erano sempre più forti. Dentro di lui una paura mai provata e la consapevolezza di essere parte di un incubo. Un incubo che lui stesso aveva fatto provare alle sue vittime. Le urla però cominciarono a diminuire, poi si fermarono. Il corpo di Antonio era senza vita, anche lui era stato vittima del suo orrore.

Le donne si alzarono e uscirono dalla fossa. Una in particolare, la sua ultima vittima, prima di andarsene si girò verso di lui e gli sputò in faccia.

-Mi chiamo Miriam, ricorda il mio nome quando arriverai all’inferno

Come governate da una forza invisibile le ragazze andarono ad adagiarsi silenziosamente ognuna nel posto che il killer aveva riservato loro. Si distesero, chiusero gli occhi e tornarono ad essere dei semplici cadaveri senza vita, senza nome. Chissà se un giorno quei cadaveri saranno ritrovati da qualcuno. Chissà se qualcuna di loro sarà riconosciuta, se qualche lacrima amica sarà versata per lei. Uno strano sorriso però si formò sui loro volti. Il sorriso di chi ha avuto, anche se troppo tardi, la propria vendetta.

27 Agosto 2008

Quando Ivano aprì gli occhi lo fece lentamente. Era ancora nelle braccia di Morfeo e qualcuno stava cercando di svegliarlo. Si sentiva dondolare piano a destra e sinistra. Chi poteva essere? La sua prima domanda non aveva senso se prima non rispondeva ad una domanda ancora più importante, dove si trovava? Ci mise qualche secondo per rimettere insieme tutte le idee e capire che non era a casa sua. Aprì gli occhi di colpo, sapeva di chi era quella mano che cercava di scuoterlo per destarlo. La chiamò per nome.

-Rossella, dove sono? Dove siamo?

La bambina accanto a lui parlava mentre singhiozzava per la paura.

-Ci hanno catturati

Quella mattina Ivano arrivò presto nel suo studio personale. Aprì la porta che recava l’insegna che lui stesso aveva affisso da qualche mese.

Agenzia di investigazione Sky

Lavorava in quel settore già da qualche anno ma erano solo pochi mesi che aveva aperto uno studio tutto suo. Le cose andarono bene dal primo giorno, con il tempo aveva capito che la sua professione e soprattutto il suo modo di lavorare era necessario in tempi come quelli.

Naturalmente la maggior parte dei casi da seguire erano di tradimento. La stragrande maggioranza dei clienti lo contattava per avere le prove del tradimento del partner o del collega di lavoro. Erano casi facili, di solito il traditore sottovaluta sempre qualcosa e lascia qualche indizio sulla strada. Inoltre l’uso delle nuove tecnologie era essenziale per svolgere nel minor tempo possibile le sue azioni, e Ivano era al passo coi tempi.

Stava andando tutto bene, con un po’ di tempo in più sarebbe arrivato più in alto, se lo sentiva. Quel mattino però accadde qualcosa di insolito. Erano da poco passate le 10 quando qualcuno bussò alla porta. Ivano si stranì del fatto che non avessero usato il campanello, si alzò dalla sedia ed andò a controllare. Quando aprì la porta non vide nessuno ma quando abbassò lo sguardo notò una bambina che lo guardava con espressione seria.

-Che ci fai tu qui? Dove sono i tuoi genitori? Ti sei persa?

La bambina continuava a guardarlo muta, con la solita espressione seria. Ivano si abbassò per vederla meglio. Non voleva spaventarla, anzi, voleva rassicurarla. Le accarezzò dolcemente i capelli e le parlò con voce dolce.

-Partiamo dall’inizio, come ti chiami?

-Mi chiamo Rossella

-Ciao Rossella, io sono Ivano. Ti sei persa?

La bimba fece no con la testa.

-Sei venuta qui da sola? I tuoi genitori sanno che sei qui?

Il viso della bambina mutò. L’espressione dura cambiò lentamente finché delle grandi lacrime uscirono dai suoi piccoli occhi. Cercava inutilmente di reprimere quella reazione, ma crollò in poco tempo. Scoppiò in un pianto inconsolabile, per istinto Ivano la abbracciò per calmarla.

-Va tutto bene, tranquilla. Troverò subito i tuoi genitori. E’ il mio lavoro, lo sai, trovare le persone

La piccola si asciugò le lacrime con un braccio, poi trovò la forza per parlare 

-I miei genitori… sono cattivi

-Sono sicuro che non è così. Ti vogliono tanto bene e farebbero qualsiasi cosa per te

-No, non è vero! Loro sono diventati dei mostri. Vogliono solo far del male a me e ad altre persone!

-Non dire così. Vuoi un po’ d’acqua? Un dolce?

La bambina fece sì con la testa. Ivano la fece entrare e le diede dei cioccolatini ed un bicchiere d’acqua. Si sedettero sul divano, Ivano cercò di intavolare un dialogo costruttivo.

-Allora, Rossella, quanti anni hai?

-Ho otto anni

-E sai dove abiti?

-Sì, qui vicino. Conosco la strada per arrivarci

-Perfetto! Che ne dici se ti accompagno a casa?

-No! Non voglio

-E perché non vuoi?

-Perché mamma e papà sono diventati dei mostri e vogliono farmi del male

-Perché dici questo? I tuoi genitori sono a casa adesso?

-Sì

-Allora facciamo così, andiamo insieme così sarò io a sconfiggere i mostri e riportare i tuoi genitori normali. Ok?

La bambina fece teneramente un cenno affermativo con la testa mentre finiva di bere l’acqua dal bicchiere. Finalmente Ivano era riuscito nel suo intento. Era un bravo comunicatore anche se non sapeva di esserlo anche con i più piccoli. La prese per mano e uscirono dallo studio per riversarsi in strada. Subito si rese conto che la bambina conosceva davvero bene la strada verso casa, svoltava gli angoli senza il timore di sbagliare direzione. Nel giro di pochi minuti erano fuori dall’abitazione. Era una villetta con un piccolo giardino davanti. Ivano suonò il citofono ma nessuno rispose. Ebbe un piccolo brivido, ma si tranquillizzò pensando che magari i genitori della piccola si erano allarmati per la sua assenza e la stavano cercando in giro. Mentre era assorto in quel pensiero si sentì pungolare alla gamba. Era Rossella che stava attirando la sua attenzione. Ivano si abbassò verso di lei per dirle che all’interno non c’era nessuno e che avrebbero dovuto aspettarli. Lei in silenzio protese un braccio verso di lui ed aprì la mano. Quello che compariva sul suo palmo era un piccolo mazzo di chiavi.

-Queste le ho prese prima di venire da te

Il detective prese il mazzo di chiavi e con quella più piccola provò ad aprire il cancelletto. Si aprì facilmente, i due si incamminarono verso il portone principale. Ivano lo aprì usando l’altra chiave, poi entrò lentamente. Si mise davanti alla bambina, un po’ per un senso di protezione, un po’ per la suggestione del racconto che aveva sentito dalle sue parole. Fece pochi passi lenti mentre si presentava a vuoto. La sua voce faceva eco nell’ingresso della casa?

-C’è qualcuno? Ho riportato qui vostra figlia Rossella. E’ tutto sotto controllo

Poi sentì una fitta tremenda alla base del collo prima che il buio trionfasse su tutto il resto.

-Ci hanno catturati

Quella frase così semplice svegliò definitivamente Ivano dallo stato di torpore. Si alzò di scatto in piedi e subito sentì un forte dolore al collo che lo obbligò a stendersi nuovamente a terra. Si massaggiò con forza nel punto indolenzito, poi riaprì gli occhi e cercò Rossella nel semibuio della stanza in cui si trovavano.

-Dove siamo, piccola? Tu stai bene?

La bambina rispose con voce tremante.

-Sono loro, ci hanno catturati e ci hanno messi in questa stanza. Però tu…

Quella pausa non faceva presagire nulla di buono. Ivano era sempre più teso mentre cercava di mettere a fuoco l’immagine della bambina.

-Io cosa?

-Ti hanno preso e portato non so dove. Quando ti hanno riportato qui non eri lo stesso. La tua faccia… è diversa

Ivano si portò subito le mani al volto. Sotto le dita sentiva qualcosa di strano, non era la sua pelle che stava toccando ma qualcosa di diverso. Come se fosse un ulteriore strato di pelle più dura. Iniziò a tremare, si girò in tutte le direzioni cercando uno specchio o una qualunque superficie riflettente per potersi vedere. Nulla. Si avvicinò alla bambina seguendo al sua voce, ma lei subito si ritrasse.

-Non ti avvicinare, ti prego. Mi metti paura

-Scusa, scusa. Non volevo spaventarti. Come possiamo uscire di qui, dobbiamo farlo subito

La bambina alzò il braccio per indicare una porta, anche se Ivano ancora non riusciva a distinguere bene quello che i suoi occhi vedevano. Fece qualche passo prima di rendersi conto che tutto intorno a lui iniziava a girare. Era come intorpidito, se quello che aveva detto la bambina era vero allora forse era l’effetto dell’anestesia che gli avevano somministrato prima di compiere esperimenti su di lui.

-C’è un interruttore lì in alto ma non ci arrivo

Ivano non aspettava altro, si fece indicare la posizione corretta dalla bambina ed premette il pulsante. Il buio sparì ed una forte luce bianca inondò la stanza. Purtroppo per lui però la vista era ancora annebbiata. Non riusciva a mettere a fuoco, tutto sembrava ricoperta da un lenzuolo trasparente. Provò a chiudere e riaprire gli occhi, li strofinò ma l’effetto era sempre lo stesso.

-Non ci vedo, non ci vedo bene

-Sono stati loro, lo sapevo! Ed ora lo faranno anche con me!

La bambina iniziò a piangere, Ivano si avvicinò nuovamente a lei seguendo l’udito. Voleva calmarla e farle capire che lui l’avrebbe salvata.

-No, non piangere. Attireresti solo la loro attenzione, chiunque o qualsiasi cosa loro siano. Ecco, così, tranquilla. Dobbiamo fare qualcosa e tu da brava bambina mi darai una mano

La bambina fece un cenno, Ivano vide solo la figura indistinta che muoveva la testa.

-Bravissima! Ora dimmi, dove ci troviamo?

-In una stanza, ci sono dei mobili e degli scatoloni

-Ok, va bene. Prova ad aprire uno degli scatoloni e dimmi cosa c’è dentro

La bambina si fece coraggio e fece come le era stato ordinato.

-Qui sembrano siringhe, in quest’altra ci sono invece dei tubi

Ivano si avvicinò alle scatole per tastarne il contenuto. Prese delle siringhe e con difficoltà riuscì a posizionare gli aghi all’estremità.

-Vedi se c’è qualcosa di appuntito che possiamo usare come arma per… spaventarli e farci uscire

-Su quella parete, c’è una scatola rossa con un martello vicino

L’uomo capì subito, si trattava di una cassetta antincendio con il martelletto per rompere il vetro. Si avvicinò all’ombra di colore rosso e prese il martello, poi ruppe senza far rumore il vetro e prese dei pezzi. Ora che era abbastanza armato si diresse verso la porta. Si aspettava che fosse chiusa a chiave quindi pensò ad un modo per forzarla. Con enorme sorpresa quando abbassò la maniglia vide che la porta si apriva verso l’interno.

-Siamo fortunati! Hanno lasciato la porta aperta. Ora viene la parte difficile, dobbiamo uscire. Tu rimani qui vicino all’uscio della porta, quando ti chiamo tu segui la mia voce e rimani sempre dietro di me. Non riesco a vedere bene quindi avrò ancora bisogno del tuo aiuto

La bimba con coraggio rispose affermativamente. A quel punto Ivano senza l’uso della vista uscì lentamente dalla stanza. Fuori era tutto illuminato, c’era un piccolo corridoio dove riusciva a vedere delle porte. Probabilmente erano le stanze dove quei mostri compievano i loro esperimenti. Si tastò di nuovo il volto e si diede coraggio. Fece qualche passo quando vide sbucare da un angolo del corridoio una figura. Non riusciva a distinguere i dettagli ma la forma sembrava quella di un essere umano. L’altezza era come la sua, aveva qualcosa in mano ma non riusciva a capire cosa. Non sapeva se era nuda o vestita, ma era completamente verde.

-Cosa ci fai qui?

Parlava la sua lingua, forse quegli esseri prendevano possesso del corpo degli esseri umani ed utilizzavano le loro facoltà per dialogare. Non era quello però il momento per pensarci, era stato scoperto e doveva agire in fretta. L’altro si stava avvicinando con passo risoluto, Ivano doveva prenderlo alla sprovvista. Appena fu abbastanza vicino sollevò la mano che conteneva il martelletto e con forza lo abbassò sulla fronte del suo nemico. Questo subì il colpo, Ivano ne approfittò per recuperare le due siringhe nell’altra mano. Si fece coraggio e lo colpì nella parte superiore, dove pensava che dovessero esserci gli occhi. Il colpo fu preciso, i due aghi sottili penetrarono del bulbo oculare del mostro provocando un urlo disumano. Era la prima volta che Ivano si accaniva contro qualcuno, se non fosse stato sicuro che quello di fronte a lui fosse un nemico pericoloso non avrebbe mai pensato di usare una siringa ed un martello per accecare o addirittura uccidere. Ma quella situazione era diversa.

L’urlo di quell’essere sembrava non finire mai, cominciavano a sentirsi altre voci dalle stanze e dal fondo del corridoio. Ivano doveva fare qualcosa prima che altri nemici arrivassero da lui. Prese uno dei pezzi di vetro e con non poca reticenza lo avvicinò al collo del suo avversario. Chiuse gli occhi e con un gesto deciso fece un taglio profondo. L’urlo smise di colpo e il corpo di quel mostro si accasciò a terra. Aveva risolto un problema ma doveva subito risolverne un altro. Da una delle stanze del corridoio sentiva due voci. Doveva agire di iniziativa. Si decise, entrò a controllare.

Vide due forme. La prima in piedi, completamente verde, probabilmente rivolta verso di lui, la seconda invece era seduta su una grossa sedia, forse legata. Quest’ultima era probabilmente una vittima come lo era stato lui precedentemente, e il suo aguzzino stava ancora operando su di lei. Non diede nemmeno il tempo al mostro di reagire che si fiondò su di lui scaraventandolo a terra. Nello scontro l’altro batté la testa a terra, dal rumore del colpo doveva essere stato forte. Ivano si alzò mentre il suo nemico era ancora steso, si muoveva lentamente. Intanto il paziente sulla sedia cercava di urlare spaventato, ma dalla bocca usciva un suono strano, come se potesse dire soltanto alcune vocali.

Ivano si inginocchiò per controllare meglio ma i suoi occhi non riuscivano ancora a mettere a fuoco, si concentrò e prese la testa del mostro tra le mani. Con una rabbia che solo lo spirito di conservazione può provocare, la batté ripetutamente sul pavimento finché non vide una macchia rossa formarsi a terra. Lasciò il corpo dov’era e si avvicinò alla vittima che ancora urlava.

-Rossella, vieni subito! Ora usciamo di qui

La bambina arrivò subito nella stanza, guardando quello spettacolo si coprì gli occhi.

-Chi è quell’uomo sulla sedia?

-Forse è un altro paziente come me. Dobbiamo salvare anche lui

-No! E’ inutile, lo hanno già trasformato! Non voglio vederlo, mi fa paura!

Ivano rimase interdetto. Se quello che diceva la bambina era vero allora quell’uomo sarebbe stato un problema. Doveva fidarsi di lei, era la sola speranza per uscire vivi da quella situazione. Con le mani tastò su un tavolino accanto alla sedia finché non sentì il freddo del ferro. Prese l’oggetto in mano e si rese subito conto di cosa fosse. Un bisturi, proprio l’arma che gli serviva. Si avvicinò di nuovo all’uomo sulla sedia che ancora si disperava. Ebbe pietà per lui mentre agiva.

-Mi dispiace, è per il tuo bene. Ti trasformerai come loro e questo non posso ammetterlo. Rossella, voltati verso la porta

Aspettò qualche secondo, poi affondò il bisturi nella sua gola finché non sentì più quel mugolio. Si fece il segno della croce velocemente, poi ritornò dalla bambina.

-Dobbiamo scappare ora. Usciamo da questa stanza

Ritornarono nel corridoio, Ivano faceva da scudo con il suo corpo per coprire la piccola. Purtroppo sbandava ancora a causa di chissà quale intruglio gli era stato dato per sedarlo. Sentiva altre due voci davanti a loro. Il corridoio svoltava a destra, da un’altra stanza vide uscire un’altra figura, stavolta completamente viola.

-Chi sei? Che ci fa lei qui?

Ivano scattò subito in avanti brandendo il bisturi nella mano destra. L’altro non si fece trovare impreparato, assorbì il colpo senza cadere a terra. Si girò scaraventandolo su una scrivania piena di fogli. Ivano chiuse gli occhi per il dolore, quando li riaprì vide la figura avvicinarsi correndo. Fece giusto in tempo ad abbassarsi per evitare un pugno, poi con la mano sinistra infilò una siringa nel piede del mostro. L’ago penetrò nella carne provocando un dolore atroce, ne approfittò per rialzarsi e mettersi alle spalle del suo nemico iniziando ad infierire con il bisturi nella sua schiena. La lama entrò ed uscì molte volte, delle macchie rosse si materializzavano per ogni colpo. Dopo qualche secondo l’altro si accasciò a terra ma Ivano continuò a infierire.

Fu solo quando sentì un urlo che si rese conto che l’altro era morto e che stava solo sprecando tempo. Alzò lo sguardo in cerca della sua prossima vittima ma non riusciva a vedere nulla. Solo dei colori opachi, aveva bisogno di un aiuto se voleva salvarsi e salvare la povera bambina.

-Rossella mi senti? Vieni qui, dammi una mano. Chi è che sta urlando?

La bambina si avvicinò velocemente a lui e gli strinse un braccio. Poi indicò in una posizione. Fu allora che Ivano la vide, un’enorme macchia verde chiaro che tremava davanti ad un muro. Eccolo, davanti a lui l’ultimo mostro da sconfiggere prima di scappare. Era spaventato, probabilmente aveva capito che non aveva scampo. Decise di approfittare di quella situazione per capirci meglio. Si avvicinò lentamente.

-Hai paura, lo sento. Chi siete? Dimmelo

-Lasciami stare!

Era una voce femminile. Continuò ad avvicinarsi mentre la stanza intorno girava lentamente.

-Ti ho fatto una domanda, chi siete? Perché ci avete catturati e analizzati?

-Che stai dicendo?

-Vi abbiamo sconfitti, non puoi fare nulla. Per fortuna quella bambina è molto intelligente e mi ha avvertito. Non avete scampo

-Perché?… Perché Ross…

-Attento! Ha una pistola!

L’urlo di Rossella fu provvidenziale. Ivano non attese la fine della frase che già era contro il mostro. Affondò la lama del bisturi nel collo. Sentì un gorgogliò, poi le sue mani si riempirono di un liquido caldo. Provò a scuotere il corpo della sua vittima, ma era già senza vita.

-Ce l’abbiamo fatta, piccola! Grazie dell’avvertimento. Ora andiamo verso l’uscita, guidami tu

La bambina si avvicinò ad Ivano e gli diede una mano. La seguì fino ad una grande porta blindata. Appena la aprì sentì le sirene di una volante della polizia che si avvicinava.

-Siamo salvi! Hai visto? Sono arrivati i buoni a salvarci. Sei stata bravissima, Brava Rossella

Si diresse all’esterno con una mano alzata, l’altra era poggiata sulla spalla della bambina. Dalla vista annebbiata vedeva le luci dell’auto della polizia che era appena arrivata davanti a loro. Degli agenti scesero dall’auto velocemente.

-Siamo qui! Abbiamo bisogno di aiuto, venite

-Metta tutte e due le mani in alto e si inginocchi!

Ivano pensò che quella frase era fuori luogo. Erano loro le vittime, perché quei poliziotti erano così scortesi. Si rese subito conto che probabilmente non dava l’impressione di uno dei buoni. Era ricoperto di sangue, e lui sapeva che non era suo. Inoltre camminava ancora barcollando, fece un altro passo poi cadde inginocchiato a terra. Nel cadere la testa si chinò velocemente in avanti, quando la rialzò notò qualcosa di strano. La vista era cambiata, riusciva a vedere qualcosa. Era come se fosse ritornata solo per metà. Chiuse di nuovo gli occhi e li riaprì subito. Dall’occhio destro vedeva bene, dal sinistro no. Cominciò a capire, nell’occhio sinistro doveva avere una lente a contatto graduata. Si rialzò per dire qualcosa ma gli agenti gli intimarono nuovamente di fermarsi mentre avevano puntate le loro pistole.

-Lascia stare subito la bambina. Alza entrambe le mani e non fare nessun passo

-Ma… io non…

Si rese conto in quel momento che aveva ancora in mano il bisturi ed una siringa. Probabilmente la forte tensione gli avevano fatto dimenticare che era ancora armato e la mano che teneva sulla spalla di Rossella stringeva una siringa insanguinata.

Fu un attimo, Ivano stava per alzare la mano mentre con lo sguardo cercò quello di Rossella per indurla a dire qualcosa che spiegasse la situazione. In quello stesso istante la piccola prese quanta più aria nei polmoni e cominciò ad urlare.

-Vuole uccidermi! Aiuto!

Come se avesse comandato le loro menti, gli agenti spararono all’unisono ad Ivano. Quattro colpi al torace, cadde all’indietro. Era ancora vivo ma lo sarebbe stato solo per qualche secondo. Guardava il cielo limpido, poi girò la testa e vide Rossella. Dall’occhio destro riuscì a vedere la sua espressione, un ghigno diabolico si formò sul suo viso per un secondo, poi si portò le mani al volto e cominciò a piangere. Fu in quel momento che si rese conto.

Fino a quel momento era stato solo un burattino nelle sue mani. Era lei che lo aveva adescato fino a lì. Era lei che lo aveva tramortito e portato in quella camera. Era lei che gli aveva fatto credere di aver preso parte agli esperimenti macabri dei fantomatici mostri. Le lenti a contatto, la maschera sul suo volto, l’anestesia. Era tutto un piano macchinato dalla mente malata di una bambina di soli otto anni. Lui era stato manipolato e ora stava morendo per i capricci di una bimba che probabilmente aveva solo litigato con i suoi genitori e voleva la sua vendetta.

Chiuse gli occhi ed esalò l’ultimo respiro.

I due agenti si divisero. Uno entrò nell’abitazione armato, l’altro andò da Rossella per abbracciarla e tranquillizzarla. Lei tremava ancora, il poliziotto le offrì una caramella alla fragola. Poi arrivò il suo collega con un’espressione tutt’altro che allegra. Da un’altra pattuglia arrivarono altri agenti così i due poterono allontanarsi e parlare lontano dalle orecchie innocenti di Rossella.

-Nulla, tutti morti

-Tutti? Quanti?

-Cinque. Probabilmente due sono i genitori della bambina, gli altri saranno gli altri dottori che lavorano qui e un paziente. E’ uno studio dentistico da cui è possibile accedere alla casa

-Com’è successo?

-E’ ancora presto per dirlo. Abbiamo avuto una telefonata veloce dallo studio. Una donna diceva di sentire delle urla ma aveva troppa paura per andare a controllare. Dio solo sa cos’è passato per la mente di quel folle. Forse voleva rapire la bambina o forse voleva solo rapinare la villa e qualcosa è andato storto

-Bisognerà vagliare tutte le ipotesi. Ora il problema è un altro, la bambina

-Già. Oggi ha vissuto un incubo, speriamo dimentichi in fretta quello che è accaduto

-Lo spero anch’io

20 Agosto 2009

Sul Corso Garibaldi il negozio del signor Diego era un’istituzione per tutti. Da giovane il proprietario era sempre stato un appassionato di fotografia, ma all’epoca non aveva il tempo per fare il fotografo di professione. Lavorava in fabbrica come suo padre, doveva provvedere a portare avanti la sua famiglia. Quella sua passione però gli era rimasta, da sempre. Iniziò comprando e rivendendo agli amici i pezzi delle macchine fotografiche comprate nei mercatini. Sapeva che alcuni di quei pezzi non erano, per così dire, puliti, ma gli fruttavano bene. Poi allargò il suo business riparando e rivendendo attrezzatura professionale ai fotografi. Era diventato un maestro in quel che faceva. Smontava e rimontava ogni pezzo con la maestria di un chirurgo, dava una nuova vita a macchine fotografiche che erano morte. Le sue mani per molti erano magiche.

Decise quindi di sfruttare quel suo “dono” acquisito con il lavoro duro e con la fame di conoscenza. Aprì un piccolo negozietto in Corso Garibaldi. Provvedeva alla riparazione e alla compravendita di materiale per fotografi. Dopo il primo anno fu “costretto” ad ampliarsi. La clientela cresceva e insieme ai servizi offerti creò una camera oscura dove sviluppava i negativi. In poco tempo divenne un punto di riferimento per tutti gli appassionati di fotografia. Aveva l’opportunità di maneggiare gli strumenti più sofisticati e di imparare sempre di più. Disassemblava, costruiva, ideava. Spesso migliorava gli strumenti su cui posava le mani. Tutti in zona si recavano da lui anche solo per avere dei consigli. Ma la sua conoscenza non era infinita, purtroppo.

Con il tempo le macchine fotografiche divennero sempre più indistinguibili dai computer per Diego. La pellicola era sempre meno utilizzata e nel mercato si affermarono con prepotenza le macchine digitali. Quella che era un’arte pensata per valorizzare pochi importanti attimi stava diventando un semplice passatempo per immortalare ogni istante della vita, anche quelli meno rilevanti. La fotografia da eterna stava diventando momentanea, una raccolta di pixel da cestinare quando la memoria di archiviazione era satura. Prima era diverso. I negativi, la carta fotografica, lo studio della luce, dell’esposizione, la speranza che nessuna foto fosse bruciata. Diego pensava a questo ogni volta che metteva le mani su una digitale. Ma forse era solo il suo romanticismo o forse gli anni che avanzavano a renderlo triste.

Lui intanto si rallegrava ogni volta che un cliente gli portava un oggetto più vecchio. Quello sì che per lui era motivo di gioia e soddisfazione, come quel pomeriggio in cui entrò in negozio un timido signore di mezza età. Era basso e con un velo di tristezza sul volto.

-Salve, siete voi il signor Diego?

-Per servirla. Con chi ho il piacere di parlare?

-Mi chiamo Gennaro, mi hanno parlato molto bene di voi. Sono il cognato del panettiere di fronte. Ho un problema con questa macchina fotografica e lui mi ha detto che voi siete proprio l’uomo di cui ho bisogno

Giuseppe è troppo gentile. Ditemi cosa posso fare

L’uomo prese dalla borsa una vecchia macchina fotografica istantanea e la mise sul bancone, davanti a Diego.

-Questa l’ho comprata una settimana fa a mia moglie. Sapete, non sta attraversando un buon momento, pensavo che uscendo e facendo qualche foto si sarebbe ripresa

-Un bel pensiero, complimenti. Cos’ha che non va?

-Non glielo so dire, magari me lo saprete dire voi. Guardate queste foto che ho scattato ieri

L’uomo tirò dalla borsa alcune Polaroid. Diego le osservò attentamente. Nella prima il soggetto era un divano, la foto appariva scura come se fosse sbagliata l’esposizione. In un’altra invece c’era una donna in primo piano, anche in questa il colore prevalente era il marrone, come se il soggetto fosse stato esposto ad un effetto strano. Non si riuscivano a vedere i tratti distintivi del volto. Un’altra foto invece ritraeva una finestra rotta, la parete intorno era scura.

-Sembrano tutti errori di esposizione

-Ho pensato la stessa cosa anche io, la cosa strana è che quella finestra non è rotta. E i colori non sono per nulla reali, a casa le pareti hanno una carta da parati azzurra. La foto di mia moglie è quella che più mi ha impressionato, si vede solo la sagoma ed è di colore marrone. Sembra una di quelle mummie ritrovate nei ghiacci

Diego non poteva che dargli ragione. Tutte le foto avevano qualcosa di inquietante.

-Posso dare una ripulita ai componenti interni e all’obiettivo. Direi che può anche passare domani pomeriggio per venirla a ritirare, in questo periodo non ho molto lavoro

-Perfetto, grazie. A domani allora

-Queste foto posso tenerle?

-Certo, non so che farmene

L’uomo si congedò timidamente ed uscì dal negozio. Diego mise la macchina fotografica in uno scatolo e segnò nome e cognome del cliente, poi lo mise da parte insieme ad altri pezzi da riparare.

Erano le cinque del pomeriggio e non ci furono altri clienti fino alla chiusura. La curiosità era troppa quindi decise di lavorare sulla macchina fotografica istantanea. Provò a fare qualche foto del negozio. L’ingresso, il bancone, la vetrina. Le istantanee uscivano dalla bocca della macchina e dopo qualche soffio sopra compariva l’immagine. Sembravano normali, le immagini erano nitide e i colori reali. Provò giusto un altro paio di scatti ma non cambiò nulla. Decise di smontare la parte anteriore e pulire delicatamente l’obiettivo e il mirino. Rimontò tutto e fece qualche altro scatto all’esterno. Iniziò a notare qualcosa di strano. Le foto mostravano un cielo bianco, nuvoloso, alzando gli occhi al cielo però era tutto azzurro. Non c’erano nuvole e la calura estiva faceva posto ad una leggera brezza fresca.

Diego ritornò all’interno e provò a smontare e rimontare i pezzi per controllare eventuali difetti di fabbricazione. Finì l’operazione giusto in orario prima di chiudere bottega. Prese la macchina fotografica e la portò con sé a casa però, voleva far vedere anche a sua moglie quello strano difetto. Arrivò a piedi a casa, abitava vicino al suo negozio. Quando aprì la porta quello che vide lo lasciò sorpreso.

Non c’era solo sua moglie, Rita, in cucina. Vicino a lei a dare una mano c’era anche Cesare, il loro figlio. Appena Diego lo vide corse verso di lui ad abbracciarlo. Lavorava a Roma con la sua famiglia, non aveva sempre tempo per scendere a Napoli per un saluto. Si era arruolato nell’Esercito appena maggiorenne, dopo i primi anni al Nord aveva finalmente ottenuto un avvicinamento ma non nella sua amata città natale. Era stato assegnato ad una caserma a Roma, lì aveva conosciuto Anna, che sarebbe diventata sua moglie e gli avrebbe dato due figli maschi. Quella sera aveva approfittato di un momento libero per scendere a salutare i suoi genitori in compagnia del figlio più grande.

-Che ci fai da queste parti? Sei venuto senza nemmeno avvisare?

-E’ stata una scappata veloce. Ripartiamo domani mattina per Roma. Sono stato assegnato per un nuovo incarico e starò via per un po’ di tempo. Ne ho approfittato per stare un po’ con voi

-Mi fa piacere. Di che incarico si tratta?

-Mi hanno assegnato a Milano per Strade sicure. Sarò di pattuglia con turni stressanti. Passerà qualche mese prima che possa rivedere gli altri

-Ciao nonno!

-Ciao Remo! Come ti sei fatto grande!

Mentre Cesare e Rita finirono di preparare la cena, Diego si rilassò giocando un po’ con il nipote. Era molto vispo ed intelligente e nel tempo aveva dato mostra di aver ereditato la passione del nonno per la fotografia. Diego gli fece vedere la sua collezione di macchine fotografiche personali che teneva nascoste gelosamente nella stanza che era stata la cameretta di Cesare. In quel momento si ricordò di avere ancora nella borsa la macchina istantanea che aveva portato a casa per fare qualche foto di prova.

-Tieni Remo, fai un po’ di foto con questa. Devo provare se funziona bene e mi servono un po’ di test

-Certo nonno. Agli ordini!

Intanto la cena era pronta e tutti si riunirono in sala da pranzo per mangiare insieme. I grandi parlavano e discutevano dei progetti riservati per il loro futuro mentre il ragazzino girava per il tavolo facendo foto a raffica.

-Quindi starai a Milano per un po’

-Sì, almeno un paio di mesi. Poi vediamo se riescono a salire Anna e i bambini o dovrò scendere io in licenza. Tu invece? Il lavoro come va?

-Come al solito, alti e bassi. Ultimamente più bassi che alti. Ormai la fotografia è alla portata di tutti. Non è più una passione per pochi, fare soldi ora è più difficile

-Ma perché non ti riposi? Ormai io sono sposato ed avete due bei nipoti. Trasferitevi da noi a Roma, così vi godete un po’ di riposo

-Sei gentile a chiederlo ma sono ancora follemente innamorato del mio lavoro

In quel momento Rita lo guardò con un’espressione contrariata. Diego la cinse con un braccio.

-Andiamo, Rita. Capisci cosa intendo. Il negozio è il mio personale museo dei ricordi. Andarmene sarebbe difficile. E poi, in molti hanno ancora bisogno di me e dei miei servigi

Finirono la cena e si prepararono per andare a letto. Cesare e Remo dormirono nel divano letto, erano così stanchi che crollarono in pochi minuti.

Il giorno seguente fecero tutti colazione insieme tranne Remo, ne approfittò per dormire qualche ora in più. Lui e il padre sarebbero stati in giro fino a metà mattinata per poi ripartire prima di pranzo. Diego li salutò calorosamente quando si congedò per andare al lavoro. Fece come al solito la sua passeggiata per recarsi in negozio, quella mattina nonostante il caldo il cielo si coprì completamente. Sembrava che stesse per piovere da un momento all’altro. Di solito succedeva così, pioveva e il caldo aumentava di colpo. Diego affrettò il passo, anche perché non aveva l’ombrello e non aveva nessuna voglia di bagnarsi.

Quella mattina ci furono nuovi clienti, per la maggior parte fotografi venuti nel suo studio per sviluppare i loro negativi, ma c’era anche qualcuno venuto a comprare o riparare macchine fotografiche. Fu impegnato fino quasi ad ora di pranzo. Il troppo lavoro gli aveva fatto venire un languorino, aveva bisogno di mettere qualcosa sotto i denti. Approfittò della presenza di un amico fidato per allontanarsi dal negozio e andare a comprare qualcosa in panetteria. Si allungò di qualche metro proprio verso la bottega di Giuseppe. Quella mattina aveva già pensato di andare da lui e raccontargli di suo cognato ma era così indaffarato che l’aveva dimenticato. Voleva tranquillizzarlo per dirgli che stava lavorando a quello strano caso e che lo avrebbe sicuramente risolto. Quando si ritrovò davanti al negozio vide il proprietario che stava chiudendo la saracinesca e attaccando un foglio.

-Giuseppe, tutto bene? Stai chiudendo già?

L’uomo si girò verso Diego, aveva il volto rigato dalle lacrime mentre faceva un cenno con il capo.

-Giuseppe, che succede? Stai piangendo?

-E’ successo stanotte, ma ci hanno avvisati soltanto ora

-Cosa è successo?

-Mia sorella… e il marito… non ci sono più

-Mi dispiace, condoglianze. Cosa è accaduto?

-Mia sorella soffriva di depressione da qualche anno, mio cognato ha fatto di tutto per tirarla su di morale. Stanotte c’è stato un boato ed hanno trovato i loro corpi carbonizzati. Forse una fuga di gas o forse…

Diego si ricordò di quel dettaglio, il giorno precedente l’uomo gli aveva accennato al fatto che la moglie non stava attraversando un buon periodo. Il panettiere era ancora scosso dalla notizia della perdita di sua sorella e del marito, Diego non insistette con le domande e cercò di tranquillizzarlo. Ritornò al suo negozio con una strana sensazione. Era sempre stato un tipo empatico, anche in quel momento non riusciva a togliersi dalla mente quell’episodio triste.

All’improvviso il cellulare suonò. Era sovrappensiero, la chiamata lo fece saltare. Era suo figlio, rispose.

-Ciao pà, tutto bene?

-Tutto bene Cesare, voi?

-Tutto ok. Stiamo partendo in questo momento. Nel giro di un paio di ore saremo a destinazione. Mamma mi ha riempito di conserve da portare a casa, ho la macchina tutta carica

-Va bene, buon viaggio allora. Avvisaci quando arrivate

-Certo pà. Grazie. A proposito, Remo ha lasciato la macchina fotografica a casa, nel primo cassetto del mobile in soggiorno

-Va benissimo. Ci sentiamo dopo allora

Mise giù, sul suo volto spuntò un piccolo sorriso. Pensava a suo figlio che ormai era adulto, per un genitore è sempre difficile vederli come grandi. Si ha sempre la sensazione che siano bambini, da proteggere. Ma gli anni passano, per tutti. Era contento della vita che aveva scelto ed era entusiasta dei suoi due nipoti.

Riprese a lavorare, dal bancone prese la scatola contenente le Polaroid scattate il giorno prima con la macchina fotografica da riparare. Ancora quel pensiero triste, non riusciva a toglierselo dalla testa. Guardava quelle foto che imprimevano i ricordi distorti che appartenevano alle due vittime. Forse erano gli ultimi momenti felici che avevano vissuto insieme. La depressione era una brutta cosa, lo sapeva bene. Per fortuna lui e sua moglie avevano sempre superato insieme ogni momento difficile, il suo lavoro e il carattere solare di lei erano la sua salvezza.

Mentre stava visualizzando le foto, qualcosa attirò la sua attenzione. Una voce, delle parole. Si rese conto che il suo amico nel negozio aveva acceso il televisore posto nel retrobottega. Era il telegiornale regionale, alle orecchie di Diego arrivarono imponenti parole come “disgrazia”, “incendio”, “scoppio”. Lasciò le foto sul bancone ed andò anche lui nel retro. Si fermò davanti alla TV ed alzò il volume. Dallo schermo un giornalista commentava le immagini di una disgrazia capitata nel quartiere di Materdei.

I vicini di casa delle vittime sono stati svegliati dopo l’una di notte da un forte boato ed hanno avvisato subito le autorità. Sono in corso le indagini per spiegare l’accaduto, in mattinata i tecnici specializzati valuteranno i danni al palazzo e mettere in sicurezza le altre abitazioni. Dalle prime indagini sembra che l’incendio sia divampato dalla cucina, probabilmente una fuga di gas. Secondo le dichiarazioni dei vicini la coppia conduceva una vita tranquilla. La donna soffriva di una grave forma di depressione e non era solita farsi vedere in giro.

Diego ascoltava quelle parole mentre dallo schermo il filmato mostrava la folla davanti al palazzo, i vigili del fuoco, il fumo che saliva dal secondo piano. Poi le immagini della casa. L’incendio doveva essere durato parecchio perché le pareti erano completamente annerite, si riusciva ad intravedere quello che poteva essere un salotto o una cucina. C’era una finestra rotta, probabilmente la deflagrazione aveva mandato in mille pezzi il vetro. Diego osservava la scena mentre gli venivano in mente le parole della povera vittima che descriveva le pareti coperte dalla carta da parati azzurra. Quelle stesse pareti ora erano irriconoscibili dal video. Stava pensando proprio a quello quando si bloccò.

Nella testa le immagini del servizio giornalistico si sovrapponevano ad altre immagini. Quelle impresse sulla Polaroid. Non poteva essere, ci doveva essere un’altra spiegazione. Pensava, il cuore gli batteva forte, la mano tremava e nella tensione fece cadere il telecomando. Il rumore dell’oggetto che toccava terra lo destò. Ritornò subito al bancone, le foto erano già disposte in fila davanti ai suoi occhi.

Nella prima c’era la foto del divano, nella testa di Diego c’era la spiegazione dei colori scuri. Erano l’effetto del fuoco, il divano, le pareti, tutto era carbonizzato come nel video visto al telegiornale. Prese una foto in mano e la avvicinò agli occhi. Doveva ritrarre la moglie del cliente, quelle tinte marroni erano quelle di un corpo bruciato. Quella che stava vedendo era la donna che era stata fotografata, ma non come compariva il giorno prima. Anche lei carbonizzata. Poi c’era la foto della finestra, l’uomo aveva detto che non era rotta, nella foto invece lo era. Quella stessa finestra era stata ripresa dagli operatori ed era proprio uguale a come era nella foto.

Diego si tolse gli occhiali e riposò le foto sul bancone. Com’era possibile? Le foto erano esatte, solo che lo erano con un giorno di anticipo. Qualsiasi cosa avesse fotografato, sull’istantanea era stato impresso il soggetto come sarebbe stato diventato il giorno dopo. Si ricordò di aver fatto qualche foto anche lui, le prese dal mucchio. Quelle all’interno del negozio non avevano nulla di strano, quelle all’esterno invece lo erano. Il giorno prima era sereno, quello dopo invece no. Ed infatti le foto mostravano le nuvole che non c’erano 24 ore prima. Sentì un mancamento improvviso e dovette sedersi. Rimase intontito per qualche minuto mentre l’amico cercava di riportarlo alla realtà senza successo.

Si alzò di colpo, doveva controllare quella ipotesi, per quanto strana potesse essere. Doveva ricontrollare la macchina fotografica, vedere le foto scattate dal nipote la sera prima. Era tutto a casa però, suo figlio gli aveva detto che Remo aveva posato tutto ma non ricordava dove. Si incamminò verso la sua abitazione e nel frattempo chiamò Cesare per farsi dire quell’informazione. Nessuna risposta, probabilmente stava guidando e non poteva rispondere. Affrettò il passo e dopo pochi minuti arrivò a casa.

Rita aprì la porta, si allarmò subito vedendo il volto pallido del marito.

-Ho corso un po’, sono solo affaticato. Sai Remo dove ha lasciato la macchina fotografica che gli ho dato ieri?

-Non saprei, prova a vedere nella sua stanza

Diego perlustrò ogni angolo dell’ex cameretta di Cesare ma non trovò nulla.

-Perché non lo chiami e ti fai dire da lui?

-Ho provato prima ma non mi ha risposto. Vediamo in salone

Aprirono qualche cassetto, poi Diego la vide. La prese con cura, sotto c’erano le foto istantanee fatte dal nipote la sera prima. Le prese mentre la mano tremava ancora, aveva paura di guardarle. Si fece coraggio.

La prima ritraeva la tavola imbandita, sembrava normale. Nella seconda invece c’era Rita che sorrideva verso l’obiettivo, anche questa non aveva nulla di anomalo. Poi c’era un’altra che lo ritraeva, aveva lo sguardo serio ed un colorito molto pallido, il suo volto non guardava direttamente l’obiettivo. Non ricordava gli fosse stata scattata quella foto, forse il ragazzino aveva continuato mentre gli altri parlavano tra di loro. Prese un’altra foto, e si pentì di averlo fatto.

La foto ritraeva lui, sua moglie e suo figlio che discutevano, Cesare aveva il volto completamente coperto di sangue e sembrava che gli mancasse il braccio sinistro. La vista cominciò ad annebbiarsi, senza accorgersene Diego cominciò a piangere. Sfogliò le altre foto, Cesare compariva sempre allo stesso modo. Non poteva, o meglio, non voleva credere a quello che vedeva. Le foto cadevano una ad una mentre le scorreva. Finché non arrivò ad una in particolare, temeva che fosse lì in mezzo.

Un selfie, quel tipo di foto era così comune tra i giovani, sapeva che Remo non avrebbe resistito alla tentazione. Ce n’erano almeno una decina, tutte ritraevano il nipote in primo piano ma il viso era irriconoscibile. Mancava la mascella e un occhio penzolava dall’orbita. Si inginocchiò e cominciò a piangere a dirotto.

Rita non capiva, perché suo marito aveva una crisi di pianto vedendo quelle foto. Le raccolse da terra e le guardò, poi abbracciò suo marito per calmarlo.

-Che succede Diego? Che scherzo è questo? Quelle foto sono ritoccate?

-Chiamali, Rita. Chiama di nuovo Cesare e fatti dire come sta

La donna fece come le era stato ordinato, prese il telefono di casa e digitò le cifre che sapeva a memoria. Una strana sensazione la pervase, ebbe l’impressione che il marito sapesse qualcosa che non le aveva detto. I primi squilli furono interminabili, poi finalmente sentì una voce che conosceva.

-Pronto!

-Cesare, tutto bene?

-Sì mamma, siamo ripartiti da poco. Ci siamo fermati per una sosta tecnica all’autogrill

-Ok, c’è tuo padre qui che mi ha detto di chiamarvi. Non so bene perché…

-Passamelo, lo tranquillizzo io

Rita passò la cornetta a Diego.

-Ciao Cesare

-Ciao pà. Cos’è questa voce? Sei preoccupato?

-Sì… cioè no. Avevo un presentimento strano. Niente di che

-Tranquillo, qui è tutto sotto controllo. Sono in vivavoce, qui c’è anche Remo che ti saluta

-Ciao nonno! Qui tutto bene

-Mi fa piacere sentirtelo dire. Buon viaggio allora

-Grazie nonno, a presto

-Ok pà, ci sentiamo dopo allora

-Ok…

Stava per concludere la frase quando sentì dalla cornetta il rumore di un clacson. Sembrava una di quelle trombe dei camion, come se si avvicinasse sempre di più al telefono. Il suono di una frenata poi un rumore assordante, il frastuono di un colpo. Lamiere che si piegano, acciaio che si rompe, vetri che si infrangono. Davanti agli occhi di Diego si materializzò il suo più grande incubo. Rimase con la cornetta in mano guardando il vuoto, poi iniziò a chiamare per nome suo figlio e suo nipote. Urlò i due nomi finché non arrivò di nuovo Rita che preoccupata gli strappò dalle mani la cornetta.

-Pronto. Pronto! Cesare!

La linea cadde, Rita provò a richiamare ma nessuno rispose. Si voltò e vide suo marito a terra. Subito si riversò su di lui.

-Diego! Amore, che succede!

Un dolore forte al cuore, quelle emozioni erano troppo anche per lui. Aveva assistito alla morte in diretta di suo figlio e suo nipote. Sapeva cosa era accaduto, un incidente d’auto, forse un tir li aveva colpiti ed ora non c’erano più. Se solo avesse capito prima, se solo avesse intuito che la macchina fotografica gli aveva mostrato il futuro riservato ai due, forse avrebbe potuto evitarlo. Quella domanda non ebbe mai risposta, intanto il cuore che prima batteva così forte si stava fermando. Non aveva più tempo di spiegare cosa era successo, riuscì solo a dire una semplice parola mentre indicava la macchina istantanea.

Bruciala

Era meglio se quell’oggetto infernale non esistesse più. Chissà da dove proveniva, nell’ultimo istante prima di andarsene, Diego pensò che non solo era capace di mostrare il futuro ma forse era anche la causa delle disgrazie che si erano verificate in quei giorni. Nessuno avrebbe dovuto più utilizzare quell’arnese maledetto.

30 Luglio 2006

Erano quasi le 8 del mattino e in casa Borrelli c’era una strana confusione. Di solito le giornate estive iniziavano più lentamente, d’altronde in quella casa ci sono due studenti adolescenti che di solito si svegliano verso le undici. D’estate non c’è scuola, la sera si fa tardi sia a casa che fuori quindi i ritmi mattutini dell’inverno non sono per nulla contemplati. Ma quel giorno era diverso.

Erano inseparabili Sarah e Raffaele Gregorio, o meglio Sah e Greg come amavano chiamarsi. Lei diciannove anni, lui sedici ma la differenza di età non era mai stato un problema. Avevano sempre avuto le stesse passioni. La prima, il calcio. Insieme al padre non perdevano una singola partita di Serie A. La squadra del cuore? Naturalmente il Napoli, al punto che la cameretta che condividevano era completamente azzurra. Poi gli amici, gli stessi per entrambi. Nel tempo qualcuno lo avevano perso per le solite questioni amorose, ma gli altri c’erano sempre.

Un’altra cosa che li accomunava era la propensione allo studio. Entrambi avevano poca voglia di studiare, forse anche a causa dell’indecisione cronica che li assaliva. Sarah aveva terminato proprio quell’anno gli studi superiori ma non aveva ancora idea di cosa fare dopo l’estate. Si era presa un po’ di tempo per pensarci ma in realtà stava solo spostando il problema più in avanti. Raffaele invece aveva appena finito il terzo anno di liceo, con parecchie sufficienze stentate e due recuperi. Anche per lui valeva lo stesso discorso, avrebbe preso il diploma, ma poi? I genitori provavano a dargli coraggio, a far vedere loro che avevano delle qualità per andare avanti, ma si sa come va in queste situazioni.

Quando si è adolescenti si hanno tanti altri problemi, si affrontano situazioni sempre nuove e non è facile mettere a fuoco sui veri interrogativi della vita. Semplicemente, si ragiona da adolescenti, da esseri ibridi, per metà ragazzi e per metà adulti. Per fortuna l’amicizia che legava i due fratelli era forte e dava loro coraggio nell’affrontare le avversità della vita. Quell’estate era solo loro, ogni giorno cercavano di divertirsi tenendo la mente sgombra da pensieri negativi. E ci stavano riuscendo, fino a quel giorno.

Ritorniamo quindi a quella mattina, tutti indaffarati già dalle prime ore. Sì, perché quel giorno i ragazzi sarebbero andati al mare in costiera per trascorrere una giornata diversa. Avrebbero preso la circumvesuviana intorno alle 8:30 fino a Meta e lì si sarebbero fermati fino alla serata. Era quindi d’obbligo svegliarsi presto per seguire alla lettera la scaletta del loro itinerario. Erano quasi le 8 però e Raffaele non era ancora uscito dal bagno. Da fuori sua sorella continuava a punzecchiare per sollecitarlo, anche lei aveva bisogno di usare il bagno e lui era lì già da troppo tempo. All’interno però la situazione era tutt’altro che divertente.

Raffaele era davanti allo specchio e sudava freddo. Non aveva la forza di parlare eppure la sua bocca era aperta per l’incredulità di quello che stava accadendo. Nella sua testa c’erano milioni di pensieri e non sapeva cosa fare.

Deve esserci una spiegazione razionale.

Che cosa mi sta succedendo?

Dannazione, cos’ho che non va?

Deve essere una reazione allergica, non ci sono dubbi.

Era in piedi davanti allo specchio, il torso girato per poter guardare le spalle. Sulla parte alta della schiena di era formato uno strano strato verde. Al tatto sembravano scaglie ruvide, dallo specchio assomigliavano in tutto e per tutto a delle squame.

Era passato almeno un quarto d’ora, il ragazzo fissava lo specchio senza darsi una ragione. Cosa aspettava? Che continuando a fissare sarebbe ritornato normale? Il tempo passava senza che lui se ne accorgesse. Fu la voce della sorella a svegliarlo da quello stato di trance.

-Greg! Vuoi muoverti? Esci dal bagno e fammi entrare che ancora non sono pronta! Rischiamo di fare tardi e bloccare gli altri

Raffaele si girò verso la porta e controllò che fosse ancora chiusa a chiave. Andava avanti e indietro per il bagno, ogni volta che passava davanti allo specchio lo sguardo ricadeva su quel dettaglio della sua schiena. Addirittura sembrava che la “macchia” si fosse allargata dall’ultima volta che l’aveva vista. Non poteva andare in spiaggia in quelle condizioni e tenere addosso una maglietta per tutto il giorno era un’ipotesi da scartare. Intanto la sorella dall’esterno continuava a chiamarlo, doveva dire qualcosa almeno per prendere un altro po’ di tempo.

-Un attim…

Si bloccò a metà frase. Quella che aveva sentito uscire fuori dalla sua gola non era la sua voce. Si tappò la bocca con una mano, aveva paura di parlare ancora. Sua sorella l’aveva sentito oppure nel frastuono all’esterno del bagno non aveva fatto caso a quella voce strana? Non sapeva più cosa fare, era ancora pieno di pensieri e paure quando sentì i colpi duri di una mano sulla porta.

-Ti decidi ad uscire? Carlo sarà qui a momenti e io ho bisogno del bagno! Devo sfondare la porta a pugni?

Fortunatamente prima non l’aveva sentito, ma ora? Come doveva regolarsi? Si avvicinò ancora allo specchio, i suoi occhi gli ricambiavano lo sguardo in modo interrogativo. Si girò ancora, lo strato si squame ora ricopriva buona parte della schiena e delle spalle. Forse era il momento di parlarne con sua madre, di capire cosa realmente stava accadendo. Quel pensiero però durò ben poco, era troppo spaventato di quello che gli stava accadendo per spingerlo a chiedere l’aiuto di un adulto.

-Greg, mi rispondi? Tutto bene lì dentro? Guarda che apro davvero la porta a calci se non rispondi

Raffaele fece appiglio a tutte le sue forze per aprire la bocca e rispondere. Doveva concentrarsi il più possibile per impostare bene la voce e dare una parvenza di normalità.

-Sto bene, ora esco

Forse ce l’aveva fatta, stava per compiacersi quando la voce di Sarah tuonò preoccupata.

-Sicuro che va tutto bene? Dalla voce non si direbbe. Che hai?

-Ti ho detto che va bene! Dammi un po’ di tempo ed esco!

-No, questa voce non mi piace. Se stai scherzando sappi che non è affatto divertente. Dai apri

-Non sto scherzando. Aspetta!

Raffaele finì la frase prima di sentire il citofono suonare. La sorella si allontanò per aprire, con tutta probabilità era il loro amico Carlo. Si erano dati appuntamento a casa loro prima di iniziare il loro piccolo viaggio. In pratica un problema in più che si aggiungeva. Si sedette a terra tenendosi la testa tra le mani, era sconvolto. Si alzò e ritornò davanti allo specchio, la situazione non migliorava. Quasi tutto il torso era verde scuro e sul collo sembravano formarsi delle aperture laterali. Raffaele passò le mani su quelle aperture, con enorme sorpresa constatò che da lì usciva dell’aria. Era impossibile, si coprì naso e bocca con le mani, provò a trattenere il respiro per allentare la tensione, poi espirò. Aveva ancora naso e bocca coperti però, il suo respiro era appena uscito fuori dalle aperture nel suo collo. Erano branchie. Impossibile, non esistevano delle mutazioni così veloci, almeno non nel mondo reale. Gli sembrava di essere il protagonista di un fumetto, una sorta di X-Man, e quell’idea non lo tranquillizzò. Si spostò di lato con fretta facendo cadere a terra una bottiglietta di profumo. Dall’esterno del bagno si sentivano ancora voci preoccupate.

-Greg, cos’era quel rumore? Carlo è qui, è in cucina a parlare con mamma, dobbiamo muoverci. Mi dici che succede?

-Nulla, nulla

-Ancora con questo “nulla”, “tutto bene”. Apri e facciamola finita. Dimmi che succede

Nel dialogo tra i due fratelli si intromise Carlo.

-Che succede qui? Carlo, sei lì dentro? Dai che facciamo tardi, muoviti. Sei già bello al naturale, non hai bisogno di ritocchi

-E’ chiuso lì dentro da ore, risponde a singhiozzi. Vedi se riesci a farlo uscire velocemente che mi serve il bagno al più presto

-Bro, ma che mi fai sentire? Tutto bene? Vuoi che entri io?

La sola idea di qualcuno che entrasse nel bagno e potesse vederlo in quello stato lo fece rabbrividire.

-No! No, sto bene. Aspettatemi fuori

-Cos’era quella voce, amico? Sei stato impossessato? Dai, esci o fammi entrare

-Non è nulla, solo un po’ di raucedine. Ora uso il collutorio

-Amico a me sembra qualcosa di più serio. A te serve una buona dose di aria di mare, di sabbia calda e ragazze infuocate, e si dà il caso che oggi avremo tutto questo. Dai, sbrigati

Si riavvicinò la sorella

-Niente ancora? Non è uscito?

-No, dice che ha mal di gola. Si sta facendo tardi intanto, che facciamo?

-Greg! Esci subito di lì, ci stai facendo preoccupare

Nessuna risposta, Raffaele era ancora incollato allo specchio mentre respirava a fatica.

-Facciamo così Carlo, tu inizia ad andare, non voglio bloccare tutti. Vi raggiungiamo sicuramente appena capisco quello che sta succedendo

-Sicura che non serve una mano?

-No, tranquillo. Che puoi fare tu più di quanto sto provando io? Ti mando un messaggio appena siamo pronti, tu vai con gli altri

-Va bene, dai. Fatemi sapere. Ciao Greg, a dopo!

Carlo salutò la madre dei ragazzi, ancora indaffarata a mettere in ordine la casa, poi si avviò per incontrare gli altri amici. Intanto Sarah era ancora accanto alla porta del bagno. La rabbia che fino a poco prima la caratterizzava, l’ansia di dover far presto per una giornata insieme, la paura di mandare tutto a monte, non c’era più. Ora era preoccupata, voleva solo capire realmente cosa stesse succedendo a suo fratello. Era da troppo tempo chiuso in quella stanza e non dava spiegazioni. Lei rimaneva appoggiata a quella porta che la separava dal suo amico del cuore, sperando di capire cosa stesse succedendo.

All’interno del bagno anche Raffaele era appoggiato alla porta. Il respiro si faceva sempre più affannoso. Riusciva a regolare il flusso di ossigeno che entrava e usciva dalle branchie. Aveva paura ad avvicinarsi nuovamente allo specchio, aveva gli occhi chiusi nella speranza che al riaprirli sarebbe stato tutto normale. Ma in fondo sapeva che tutto quello che stava succedendo era reale, era vittima di un incubo ad occhi aperti. Già le sere precedenti si era svegliato durante la notte tutto sudato e spaventato. Aveva attribuito quegli strani sogni al caldo eccessivo che aveva inondato la città, ma ora sapeva che non era così. Si stava trasformando in qualcosa che non conosceva e che lo spaventava.

-Greg, ci sei? Ascoltami, sono qui fuori. Non devi aver paura di me

Sebbene la voce di sua sorella fosse pacata e rilassante, Raffaele non riusciva a calmarsi. Si spostò dalla porta, il corpo gli sembrava più pesante del solito. Riusciva a malapena a trascinare le gambe per la stanza. Guardò in basso, i suoi piedi erano come se fossero di piombo. Dopo qualche passo si ritrovò ancora davanti allo specchio. Si guardò, il suo non era più il volto che ricordava. Assomigliava più a quello di un rettile. Il naso era schiacciato ed erano sparite le narici. La parte della bocca invece era visibilmente allungata, provò ad aprirla mostrando dei denti aguzzi. Le orecchie non c’erano più mentre gli occhi erano diventati di colore giallo scuro. Si avvicinò ancora di più allo specchio, quando realizzò cosa era diventato urlò come non aveva mai fatto. Dalla sua nuova bocca uscì un suono abominevole, un misto tra un ringhio selvaggio ed una voce camuffata. All’esterno del bagno Sarah sbiancò dalla paura.

-Greg! Che succede, apri ti prego!

-Tranquilla

La voce era cambiata nuovamente. A malapena si riusciva a distinguere il suono delle parole.

-Mi dici che succede? Vado a chiamare mamma

-No!

Fu inutile, la ragazza andò subito dalla madre e insieme si precipitarono davanti alla porta.

-Raffaele, che succede lì dentro. Apri subito!

-Greg, siamo preoccupate. Non devi aver paura, apri

-Andate via

-Cosa stai dicendo? Andare via? Siamo la tua famiglia, apri e permettici di aiutarti

-Andate via!

Raffaele cascò a terra, con il suo di colpo pesante si gettò sul pavimento del bagno. Non aveva molte forze, probabilmente la metamorfosi stava prosciugando le sue energie. Con l’aiuto delle braccia si sollevò di poco dalle mattonelle. Era a quattro zampe, un dolore lancinante proveniente dall’osso sacro lo fece urlare. Sua sorella e sua madre ascoltarono quel suono orribile guardandosi impaurite negli occhi.

-Chiamo vostro padre, deve ritornare a casa a darci una mano

La signora corse in cucina, prese il telefono e cominciò a digitare i numeri sulla tastiera. La ragazza nel frattempo era ancora accanto alla porta del bagno a tranquillizzare sul fratello.

-Greg, ti prego ascoltami. Siamo con te, qualsiasi cosa tu stia facendo…. Qualunque cosa ti stia succedendo devi fidarti di noi. Siamo la tua famiglia, ti vogliamo bene. Ti prego, apri questa porta prima che sia troppo tardi

Raffaele dall’altro lato provava a parlare ma dalle sue fauci non uscivano più parole. Soltanto rumori e suoni strani, come i versi di un animale. Era distrutto, si abbandonò a terra rannicchiandosi in una strana posizione fetale. Almeno da quella visuale non vedeva il suo riflesso nello specchio e quello era un bene. Sentiva il cuore accelerare i battiti. Quello che gli sembrava strano era che anche se nell’aspetto era in tutto e per tutto un abominio, un mostro, i suoi pensieri erano umani. Pensava a sua sorella ancora preoccupata, avrebbe voluto tranquillizzarla e starle accanto. Pensava ai suoi genitori, già abbastanza preoccupati dal suo rendimento scolastico, quella situazione li avrebbe uccisi. Pensava ai suoi amici, probabilmente non li avrebbe più rivisti e quel pensiero era davvero doloroso. Era in pena per tutte le persone a cui teneva, non voleva assolutamente che stessero male a causa sua. Aveva più paura per loro che per sé stesso. Era immerso nei suoi pensieri quando udì un’altra voce fuori dalla porta. Era suo padre, sembrava affannato e preoccupato ma come gli altri cercava di essere tranquillo e pacato.

-Raffaele, sono qui fuori con tua sorella e tua madre. Mi hanno chiamato preoccupate per te. Non devi aver paura

Il ragazzo, se tale poteva chiamarsi, era ancora a terra. Quelle parole gli entrarono dritte al cuore, la dolcezza con la quale era state proferite era ammirevole. Avrebbe voluto uccidersi, farla finita lì per non dare un dispiacere alla sua famiglia. Iniziò a piangere, anche se il suono che si sentì sembrava qualcos’altro.

Fuori dal bagno nessuno si aspettava una risposta, il padre prese un doppione delle chiavi del bagno e in poco tempo riuscì a far uscire la chiave all’interno. Sbloccò la serratura, poi lentamente aprì la porta. Nessuno era preparato a quello che si parò davanti ai loro occhi.

Quello che era disteso a terra aveva le fattezze di un drago, un rettile di dimensioni poco più grandi di un essere umano, rannicchiato su sé stesso. Il corpo era completamente ricoperto di squame mentre una lunga coda si muoveva appena percettibile. La testa era rotonda ma allungata sul muso. La bestia aveva ancora addosso i vestiti che erano appartenuti al ragazzo, lacerati a causa delle dimensioni maggiori. Nella posizione in cui era, sembrava più che fosse mansueta piuttosto che pericolosa.

Raffaele aveva ancora gli occhi chiusi quando sentì il rumore della serratura che scattava e della porta che si apriva. Avrebbe scommesso che quando lo avessero visto si sarebbero spaventati ed avrebbero cominciato ad urlare. Stranamente invece tutto era silenzioso. Aprì finalmente gli occhi e fu sorpreso nel vedere gli altri tre componenti della famiglia guardarlo e sorridergli timidamente. Perché non avevano paura? Il loro amore era così grande da superare quell’incubo?

Fu suo padre il primo ad avvicinarsi, senza timore. Si abbassò e gli accarezzò un braccio.

-Ci hai fatto prendere un bello spavento stamattina. Non eravamo preparati, hai solo sedici anni…

La bestia lo guardò attraverso degli espressivi occhi gialli.

-Immagino tu abbia tanti interrogativi in mente. Abbiamo tutto il tempo di risolverli, ora però guarda questo

Suo padre si alzò, si tolse la giacca e chiuse gli occhi. Il suo corpo si trasformò velocemente davanti agli occhi increduli del ragazzo, il torso fino a poco prima glabro si riempì di peli ed il suo volto assunse le fattezze di un lupo. Raffaele sgranò gli occhi e fece per alzarsi quando anche sua madre compì gli stessi gesti fatti poco prima da suo padre. In pochi secondi la trasformazione si compì, si curvò in avanti e dal costato spuntarono altre due braccia. Braccia e gambe diventarono zampe da insetto mentre sulla schiena spuntarono due paia di ali di farfalla. Ma la sorpresa non era finita. Sarah fece un passo in avanti, si coprì il volto con le mani, poi quando le tolse mostrò un volto da felino. La pelle si riempì di macchie scure mentre dalla bocca spuntarono lunghe zanne. Fu di nuovo suo padre a parlare per primo, con una voce diversa da quella che era abituato a sentire.

-Tranquillizzati, siamo la tua famiglia. Scusa se oggi non siamo stati capaci di starti vicino nel modo più appropriato ma eravamo impreparati. Di solito la transazione arriva intorno al compimento del diciottesimo anno di età, il tuo è un caso più unico che raro. Hai solo sedici anni, due anni prima… Non ce l’aspettavamo

-Fratello va tutto bene, lascia che ti insegniamo come nascondere la tua vera forma

-Figlio mio, con il tempo imparerai come noi a vivere in mezzo a quelli che chiamano “normali”. Anche per tua sorella non è stato semplice ma abbiamo avuto tempo per insegnarle tutto quello che doveva sapere

Raffaele guardava la sua famiglia con occhi interrogativi. Di colpo si era svegliato da un incubo per piombare un uno ancora più spaventoso. Ma a quanto pare non era solo.

-Greg, so già a cosa stai pensando. Chi siamo veramente? Che farò ora? Avrò una vita normale? Guardami, pensi che io non abbia una vita come gli altri? Se ce l’ho fatta io ce la farai anche tu

-Siamo esseri che vivono su questa terra da tantissimo tempo, come gli umani, solo un po’ più antichi. Con il tempo abbiamo capito che è meglio tenersi nell’ombra e vivere con gli umani piuttosto che mostrarci a loro e sperare in un’integrazione. Il nostro potere ci consente di nascondere la nostra vera natura quindi credimi se ti dico che non sarà molto difficile

Raffaele inspiegabilmente iniziava a tranquillizzarsi. Avvertiva il calore del loro amore, insieme alla sua famiglia ci sarebbe riuscito.

-Ora però asciuga quelle lacrime e riposati, metteremo noi a posto in bagno

-Esatto Greg! E poi, wow che figo, sei un rettiloide! Chissà cosa puoi fare con quella forma!

16 Luglio 2004

Giuliano era disteso a terra, la testa e il braccio sinistro gli facevano un male tremendo. Aprì gli occhi ma si rese conto che intorno era tutto buio. La guancia era appoggiata su qualcosa di viscido ma non riusciva a capire cosa. Si alzò ancora dolorante, guardò in alto e vide una luce provenire da una piccola feritoia. Fece un respiro profondo ma dovette tossire quando gli arrivò un puzzo disgustoso nelle narici. Ci mise qualche secondo per ricollegare insieme i pezzi e capire dove si trovasse. Un ricordo confuso, poi la consapevolezza. Era un una fogna.

Era successo tutto qualche minuto prima. Stava passeggiando per i Quartieri Spagnoli come quasi ogni giorno in quell’estate. La scuola era finita già da un pezzo e lui passava le giornate uscendo fuori da quel mondo così complesso e così diverso da lui per riversarsi sulle arterie principali della sua città. Quel quartiere non gli somigliava per niente. Non che lo odiasse, si intende. C’erano tantissime brave persone che incontrava ogni giorno, sorrisi che gli mettevano allegria. Anche il folklore e la caratterizzazione di quel luogo gli piaceva, ma purtroppo c’era sempre una nota negativa. L’ignoranza. Il vero male di quel posto, secondo lui, partoriva ogni giorno nuovi mostri. Già durante l’anno scolastico non era facile convivere in una classe piena di bulli. Magari erano cani che abbaiavano ma non mordevano, ma lui non era alla loro altezza, o meglio ancora, alla loro bassezza. Giuliano era un animo gentile, innocuo. Forse era proprio quella sua innocenza che spaventava gli altri e tirava fuori la parte peggiore di loro. Lui andava avanti evitando le provocazioni, gli sfottò. Finita la scuola la storia si ripeteva, c’era sempre qualcuno in giro con il suo branco che continuava a prenderlo in giro. Quella cicatrice sul labbro, quella deformazione con la quale era nato, era solo il pretesto per vomitargli addosso la loro rabbia adolescenziale.

Anche quel giorno la storia si ripeté, Giuliano era diretto verso Via Toledo quando il solito gruppo di bulli stava perdendo tempo sui motorini riscaldati da un sole estivo. Lo videro e iniziarono a punzecchiarlo.

-Eccolo, ragazzi. E’ arrivato il mostro

-Bene, il padre lo ha lasciato uscire dalla gabbia stamattina?

Giuliano come sempre abbassava lo sguardo e continuava a camminare senza curarsi degli altri. Quella mattina però era diverso. Forse il caldo afoso, forse la voglia di sperimentare qualcosa di nuovo, il branco decise di reagire a quell’assenza di reazione. Si alzarono e gli bloccarono la strada.

-Ma che c’è, non vuoi parlare con noi? Hai paura?

La vittima continuava a rimanere in silenzio e guardare altrove.

-Sto qua, guardami quando parlo. Ti credi migliore di me che non rispondi?

-Io non…

Giuliano non sapeva che cosa dire, voleva solo che quegli idioti si spostassero e lo facessero passare.

-”Io non” cosa? Ragazzi questo sta provocando

Uno di loro gli si parò davanti spingendo il petto contro il suo. Di contro Giuliano per proteggersi alzò le braccia e con le mani cercò di spostarlo all’indietro.

-Avete visto? Mi ha messo le mani addosso. Ora hai superato il limite

Era quella che gli altri aspettavano. Un pretesto per fare a botte. Partì il primo con uno schiaffo sul volto, poi un calcio sulle gambe lo fece cadere a terra. In quella posizione non poteva fare nulla, gli erano addosso e continuavano ad offenderlo mentre lo percuotevano con calci e pugni. Poi uno di loro ebbe un’idea macabra.

-Alziamolo, ragazzi. Prendiamolo e buttiamolo lì dentro

Indicò un tombino mezzo aperto, probabilmente quella mattina era previsto un lavoro nelle fognature. Lo alzarono di peso, Giuliano era confuso e non capiva nulla. Poi lo gettarono nel buco e insieme spostarono il pesante tombino in ferro per chiuderlo. Da sotto il ragazzo sentiva le loro risate mentre perdeva i sensi.

Fu solo grazie all’aiuto dei tecnici dell’impresa di drenaggio che Giuliano uscì fuori di lì. Il gruppo di bulli non c’era più ma una folla si era già riunita quando qualcuno sentì la voce di un ragazzo provenire da sotto l’asfalto. Ci fu chi si offrì di aiutarlo ma era stato colpito nel profondo e aveva solo voglia di tornare a casa e lavarsi. Quell’odore lo accompagnò fino a casa, era da solo. Andò sotto la doccia, le lacrime si confondevano con l’acqua che veniva giù dal sifone. Perché gli succedeva quello? La vita non era stata già abbastanza dura con lui dopo la morte della madre? Ma lui sapeva che la colpa non era della vita, era colpa dell’ignoranza che faceva da padrona in quel luogo. Si asciugò e si rivestì. Stava per infilare una maglietta quando davanti allo specchio notò qualcosa. Sul lato sinistro del petto c’era un segno di forma circolare. Provò a sfregarlo ma non andava via. Ritornò nel bagno per provare a toglierlo con il sapone ma nulla. Guardò meglio quel segno, era un cerchio perfetto e sembrava fatto con inchiostro. Più lo guardava più sembrava un tatuaggio, ma come poteva essere? Non c’era nessuna spiegazione plausibile. Stava scervellandosi per capire cosa fosse successo quando sentì il rumore della serratura che si apriva.

-Giuliano sono io, sono tornato. Tutto bene?

Era suo padre. Il rapporto tra i due non era dei migliori, come in tutte le famiglie in cui abita un adolescente. Dal giorno della morte della madre di Giuliano le cose erano peggiorate. Entrambi stavano male ma facevano la guerra a chi stava peggio. Il dialogo tra i due era ridotto ai minimi termini e buona parte della colpa era del ragazzo, lo sapevano entrambi. Il padre entrò nella stanza del figlio.

-Tutto bene Giuliano? Si sente una puzza terribile nel bagno, cosa è successo?

-Niente pà

-Nient’altro da dire? Non ti sto giudicando, voglio solo parlare. Cos’è quel livido sulla faccia?

-Si bussa prima di entrare

Giuliano chiuse la porta in faccia al padre. Lui non si arrabbiò, aveva smesso tempo prima quando con la dipartita della moglie se n’era andata anche la forza di affrontare ogni giorno.

Il resto della giornata fu anonimo come sempre, erano come due estranei sotto lo stesso tetto. La sera cenarono in silenzio e velocemente. Giuliano fu il primo a lasciare la cucina andando a rifugiarsi nella propria stanza. Chiuse la porta e si guardò allo specchio. Si tolse la maglia a continuò ad interrogarsi su quello strano segno. Lo stava fissando quando all’improvviso comparve una figura all’interno del cerchio. Con spavento si allontanò dallo specchio, poi guardò di nuovo il petto. All’interno del cerchio era disegnato il profilo di un leone. Cominciò a tremare, quello che stava vivendo era un vero e proprio incubo. Stava quasi per urlare quando all’improvviso sentì qualcosa dentro di lui che lo tranquillizzava. Non erano parole, erano ricordi. Chiuse gli occhi e quando li riaprì il suo sguardo era diverso. Uscì dalla stanza e salutò il padre.

-Io esco, ho un conto da regolare

-Che significa Giuliano? E’ tardi, sono le undici e mezza

-Niente, non preoccuparti. Non farò troppo tardi

Chiuse la porta senza aspettare  la risposta del padre e uscì di casa. A passo sostenuto e senza fermarsi percorse la strada che portava a Piazza dei Martiri. Si fermò e perlustrò la zona, poi guardò verso un bar e li riconobbe. Erano i ragazzi che quella mattina gli avevano giocato quel brutto scherzo, stavano parlando e ridendo seduti ad un tavolino. Probabilmente stavano parlando proprio di lui in quel momento. Si avvicinò spavaldo.

-Ciao ragazzi, come state? Che bello trovarvi qui stasera tutti insieme

-Eccolo qui, stavamo proprio parlando di te. Forse non ti è bastato quello che ti abbiamo fatto stamattina

Giuliano si girò e prese a camminare verso l’obelisco al centro della piazza. Gli altri si alzarono per inseguirlo, colpiti nell’orgoglio perché lui aveva dato loro le spalle. Aveva gettato l’amo e i pesci non tardarono ad abboccare. Giuliano si fermò e li fissò, loro fecero altrettanto. Poi alzò le braccia, gli occhi si girarono all’indietro mostrando solo un bianco spettrale. Il branco stava per aggredirlo quando dovettero bloccarsi di colpo. Alle spalle del ragazzo apparve qualcosa di incredibile. Improvvisamente le quattro statue dei leoni presero vita. Si mossero lentamente scrollandosi di dosso alcune pietre, poi avanzarono e girarono intorno a Giuliano. Gli altri assistevano alla scena a bocca aperta ma senza il coraggio di dire una parola. Poi Giuliano li indicò e le belve di roccia attaccarono.

Durò pochi attimi, i quattro leoni piombarono addosso ai ragazzi spaventati. Affondavano le loro zanne di pietra nei loro corpi provocando una morte istantanea. Con i loro artigli dilaniavano i muscoli di quelli che prima erano piccoli boss sicuri di loro. Ne rimase solo uno, si era accucciolato a terra mentre dai pantaloni fuoriusciva un liquido puzzolente. Giuliano gli si avvicinò, poi parlò con voce ferma.

-Siete solo i primi. La vostra stirpe non vedrà mai la luce

Poi si girò e camminò lentamente. Uno dei leoni si accanì sulla preda staccandogli la testa con un morso. Poi di colpo le statue ripresero il loro posto nella posizione in cui erano sempre state al centro della piazza.

Giuliano ritornò a casa, il padre era già andato a dormire. Entrò nella sua cameretta, chiuse la porta e si buttò sul letto. Si addormentò all’istante, in un sonno senza incubi.

Il mattino successivo si alzò senza alcun ricordo della sera precedente. Il padre stava già facendo colazione mentre al TG parlavano di una carneficina che si era verificata in Piazza dei Martiri. Dopo colazione scese di nuovo in strada, quella mattina non c’era nessuno a rompergli le scatole. Passeggiò per Via Toledo guardando le vetrine dei negozi poi all’improvviso si fermò. Di nuovo quella strana sensazione interiore, di nuovo quella presenza che gli faceva vedere scene di una vita che non era la sua. Portò la mano sul petto, sentì uno strano calore sul lato sinistro. Non ci badò più di tanto, prese a camminare in direzione dei Quartieri Spagnoli, percorse strade strette che non aveva mai attraversato prima di allora. Vicoli bui dove il sole si presenta solo per pochi secondi al giorno e l’oscurità è amica degli affari loschi di certa gente. Giuliano camminava senza sosta fino a trovarsi davanti ad un palazzo. Il portone era chiuso. Posò la mano sulla maniglia e con una forza sovrumana la aprì rompendo la serratura.

Nell’atrio del palazzo c’era una telecamera di sicurezza, attraverso quella un gruppo di persone poteva tenere costantemente sotto controllo l’edificio da malintenzionati e soprattutto dalle forze dell’ordine. Il palazzo era completamente disabitato a parte l’ultimo piano. Lì c’era l’appartamento dove si riunivano gli uomini del clan che comandava quella zona e proprio quella mattina erano tutti presenti per parlare di affari. Quando gli scagnozzi di guardia avvisarono quello che avevano visto nei monitor collegati alle telecamere, tutti si alzarono ed impugnarono le proprie pistole. Si girarono tutti verso la porta ancora chiusa, chiunque fosse arrivato nel palazzo sarebbe passato da quella per entrare. I secondi passavano ma nessuno varcava l’ingresso, erano tutti tesi. Poi, all’improvviso la porta si aprì. Il calcio dato da Giuliano aveva rotto i cardini e la porta volò per la stanza andando a finire contro tre uomini. Gli altri cominciarono a sparare verso l’ombra ancora ferma sotto l’arcata della porta. Ma quell’ombra era immobile e stranamente non cadeva a terra. Quando i caricatori furono scarichi la figura avanzò e tutti la videro. Aveva il corpo di un ragazzo, la maglietta era tutta bucata a causa dei proiettili. Il volto però non apparteneva a qualcosa di umano. Il muso era quello di un ovino, aveva le orecchie a punta e dalla fronte spuntavano due corna a spirale. Non ebbero il tempo di proferire una parola che quell’essere li attaccò con una furia cieca. Con una velocità incredibile caricava con la testa scaraventandoli in aria, ogni volta che le corna si abbattevano su di loro si sentiva un rumore disgustoso di ossa che si rompono. In pochi secondi tutti i malviventi erano a terra. Morti. L’essere li guardò distesi, inermi, poi disse un’unica frase.

-Anche la vostra dinastia è finita

Poi andò mentre andava via da quel luogo i suoi tratti diventarono di nuovo umani. Giuliano ritornò a casa. Tolse la maglietta e la gettò nell’immondizia, poi a torso nudo si guardò allo specchio. Accanto al tatuaggio a forma di leone era presente un altro che rappresentava il profilo di una capra. Fece una doccia, si cambiò e si rimise a letto.

Quando si svegliò era già sera. Si alzò dal letto pensando a cosa fosse successo quella mattina ma i ricordi erano vaghi, solo di una passeggiata per il centro poi più niente. Uscì fuori al balcone per prendere un po’ d’aria. Lo sguardo era rivolto a quei palazzi così vicini tra loro. Sembravano un’unica struttura, non c’era spazio tra un’abitazione e un’altra. Quel paesaggio così caratteristico, così bello eppure così difficile. Lo amava e lo odiava, era la sua casa eppure voleva tanto che fosse diversa. Da lontano si sentivano le parole di una canzone id Pino Daniele, di quelle che provocano emozioni difficili da descrivere. Con il cuore pieno di malinconia rientrò. Pensò a sua madre, come sempre.

Pensò al suo sorriso, alle parole dolci quando aveva paura, al modo tutto suo di tirarlo su. Come quando era chiuso in quella cameretta, chino sui libri illuminati dalla luce della piccola lampada sulla scrivania. In quei momenti entrava sua madre in punta di piedi, senza farsi sentire. Giuliano se ne accorgeva per il profumo del dono che portava. All’improvviso sentiva un buon odore di cioccolato, si girava e la vedeva con in mano una tazza di cioccolata calda. Niente di più bello di quell’immagine, del sorriso di lei che era stata “scoperta” e gli porgeva la tazza ancora fumante. Poi un abbraccio forte, di quelli che riesci a sentire il battito dell’altro, e un bacio sulla fronte. Tutto l’occorrente per riprendere a studiare serenamente. Una carica vitale.

Ora quella stanza sembrava vuota senza lei che entrava. La casa intera sembrava vuota anche se due persone la abitavano. Ma quelle due persone si allontanavano sempre di più, li univa soltanto il dolore per la stessa perdita. Ma a volte anche se il dolore è lo stesso, la rabbia e l’orgoglio possono fare più male. Giuliano sentì di nuovo il rumore della serratura, suo padre era appena rientrato. In silenzio, come sempre. Un uomo invisibile ai suoi occhi solo perché troppo fragile. Il ragazzo rimase chiuso nella sua camera fino alla cena.

Quella sera a tavola il silenzio era rotto solo dalla voce nella TV. Il telegiornale parlava dell’ennesima carneficina, stavolta nel loro quartiere.

“Ancora non sono chiare le dinamiche dell’accaduto. Una decina di morti all’interno dell’appartamento, le vittime erano già note alle forze dell’ordine…”

-Viviamo in un mondo terribile, Giuliano. Storie del genere non dovrebbero sentirsi

-Perché? Erano malviventi, qualcuno ha fatto quello che dovrebbe fare la polizia

-Non dire così. Non è con la violenza che si risolve tutto

-Ah, no? E con cosa allora? Restandosene zitti? O meglio, denunciandoli? Poi così ogni giorno non puoi uscire di casa perché ti stanno aspettando e fai tu quella fine

-Non hai torto, ma il nocciolo della questione è uno solo. Finché lo faranno in pochi non servirà a nulla. Finché ci sarà sempre paura di certa gente loro vinceranno sempre

-E come si fa a dare coraggio alle persone per bene? E’ impossibile papà. Forse serve mettere loro paura come loro ne mettono a noi. Forse quello che sta succedendo ora serve più di ogni iniziativa pacifica

-Non lo so Giuliano. So solo che lì fuori sembra sempre più pericoloso. Quando abbiamo pensato di mettere al mondo un figlio sapevamo che Napoli era una città difficile, ma ora le cose sembrano peggiorare. Quando io e…

-Su, dillo. Non fermarti

-Ok. Quando io e tua madre ti abbiamo avuto con noi parlavamo spesso di questo. Di come avremmo dovuto essere dei bravi genitori per darti il buon esempio. Non avremmo permesso che nostro figlio diventasse cattivo. Ora ti sento parlare in questo modo e penso che magari abbiamo sbagliato. O forse sono solo io che ho sbagliato. Da solo è difficile

Poi abbassò la testa per non farsi vedere piangere. Giuliano non poteva non provare tenerezza per lui. Non era facile portare avanti una famiglia senza una donna forte come era sua madre. Voleva tirarlo su di morale ma non trovava la forza di abbracciarlo. L’ultima volta forse era stato proprio ai funerali della madre.

-Non fare così. Guarda che io sono contro quei delinquenti. Sono contro il loro fare da presuntuosi, i loro modi da padroni del mondo. E’ solo che, non so, a volte vorrei che non esistessero più. Dai, sparecchio io, tu vai a riposarti sul divano

-Grazie Giuliano

Era la conversazione più lunga che avevano avuto da mesi, per la prima volta suo padre aveva tolto la sua armatura fatta di silenzio e paura e si era mostrato per com’era. Giuliano gli diede una mano in cucina mentre il padre si andò a sedere sul divano facendo zapping. Si distese e nel silenzio di quelle pareti si addormentò. Il ragazzo gli passò vicino e se ne accorse. Vedendolo così gli veniva in mente il ricordo di quando era piccolo, suo padre faceva finta di dormire poi quando lui si avvicinava spalancava gli occhi e lo faceva ridere. Chissà perché proprio quella sera riusciva a ricordare momenti passati con lui, di solito gli venivano in mente solo quelli passati con la madre. Stava per andare di nuovo nella sua camera quando si fermò. Di nuovo quel bruciore al petto. Andò in bagno e rimase a torso nudo, vicino ai due tatuaggi se ne stava formando un altro. Un altro cerchio, all’interno una testa di serpente. Fissò il suo sguardo nello specchio, poi sorrise.

-Certo, ne manca ancora uno

Senza fare rumore uscì di casa. Arrivò in strada e alzò lo sguardo. La voce interiore gli parlò ancora, gli indicava la strada da percorrere.

-Va bene. Stavolta ce ne sarà uno solo, ma non sarà meno doloroso

L’oscurità dei vicoli lo aiutava, camminava senza dare nell’occhio verso la sua destinazione. Si fermò quando arrivò davanti ad una saracinesca abbassata, lui sapeva chi si trovava dall’altro lato.

Nel garage c’era un solo uomo, aveva appena parcheggiato l’auto e stava per rientrare a casa. Agli occhi di tutti poteva sembrare una persona qualunque, in realtà nascondeva un segreto. Era un ricettatore. Ogni giorno incontrava i suoi “clienti” e faceva affari sugli oggetti rubati. Di solito erano piccoli ladri disposti a prendere qualsiasi cosa pur di farsi pagare il minimo per una dose di droga. Alcune volte ci guadagnava parecchio, gli capitavano sotto mano delle reliquie di grande valore pagate pochi spiccioli. Quella sua attività era però nascosta al pubblico come a sua moglie, durante il giorno lavorava all’interno di una piccola bottega di detersivi. La sera invece di solito faceva i suoi veri affari. Quella sera stava proprio rincasando da un appuntamento con uno dei peggiori ladri quando sentì dei rumori. Qualcuno stava battendo le mani sulla saracinesca. Si allarmò ma riuscì a tenere il sangue freddo.

-Chi è? Che volete?

I rumori continuavano nella stessa cadenza.

-Ma chi è? ‘A vuò f’rnì?

Nessun effetto, chiunque lo stesse provocando non la smetteva.

-Devo aprire? Devo venire fuori e farti male?

Finalmente dall’altro lato il rumore era cessato. L’uomo stava compiacendosi della sua vittoria quando sentì un rumore di ferro che si piega. Con sgomento vide che la saracinesca si stava alzando, dall’altro lato qualcuno la stava forzando con le sole mani. Stava per andare incontro a quello che sembrava un ragazzino quando questo alzò la mano per fermarlo. L’uomo si bloccò, ma non per il comando che gli era stato imposto. Si bloccò nel momento in cui vide qualcosa uscire fuori dalle maniche della maglia di quel ragazzo. Qualcosa strisciò fuori. Uno, due, decine di serpenti fuoriusciti dalla manica di Giuliano cadevano a terra e si dirigevano verso la loro preda. L’uomo cercò di mettersi in salvo all’interno dell’auto ma gli animali erano troppo veloci e subito gli bloccarono i piedi. Mentre alcuni stringevano le caviglie altri salivano lungo le gambe e mordevano ogni parte del suo corpo. Il veleno penetrava velocemente nelle sue vene, era bloccato e non poteva più muoversi. Il suo corpo si deformava sotto la stretta nelle spire dei serpenti. Morì nel silenzio più assoluto, i serpenti lo lasciarono e guardarono il loro padrone in attesa di un suo comando.

-Avete ragione. Lui non era l’ultimo della sua stirpe. Salite e fate quello che dovete fare

I serpenti si voltarono e si infilarono sotto una porta chiusa. Salirono le scale ed arrivarono all’appartamento dove abitava l’uomo. Strisciarono fino in camera da letto, c’era una donna che dormiva. Non si accorse di cosa stava succedendo. Gli animali la uccisero all’istante mordendola su tutto il corpo. Specialmente su quella pancia più pronunciata che raccoglieva una nuova vita.

Giuliano attese in silenzio che si compì l’ultimo sacrificio. I serpenti tornarono da dove erano usciti. Nel silenzio della notte il ragazzo camminò fino a casa in uno stato di trance. Quando aprì la porta c’era suo padre ad attenderlo. Sul volto una maschera di preoccupazione.

-Dove sei stato Giuliano? Mi sono addormentato sul divano e quando mi sono svegliato non c’eri. Rispondimi, ti prego

-Papà io…

-Dimmi amore della mia vita. Puoi parlare apertamente. Non sono arrabbiato con te, sono preoccupato e voglio solo aiutarti

-Papà, io non lo so. Non so dov’ero

-Ok, va bene. Ora sei qui, va tutto bene

-Ti prego papà, abbracciami. Abbracciami forte perché non so più cosa si prova

Il padre non se lo fece ripetere due volte. Prese il figlio e lo strinse tra le braccia. Piangevano entrambi ma questa volta l’uno sulla spalla dell’altro. Quella sera si sentirono più uniti, fu l’inizio della loro riappacificazione.

Quella sera Giuliano fece una doccia per togliersi di dosso i brutti pensieri. Non era come per le altre volte, non piangeva e non era triste. Aveva una sensazione di soddisfazione che gli dava piacere. Uscì dalla doccia, pulì con la mano il vetro appannato dello specchio e si guardò. Aveva delle piccole macchie rosse sul petto, nient’altro. I tatuaggi erano spariti così come il ricordo di averli avuti in quei due giorni.

9 Luglio 2007

Era un sabato mattina ma Vincenzo si alzò presto con un unico pensiero in testa: l’esame di Fisica 2. Era previsto per il lunedì successivo ed era preoccupatissimo. Non perché non avesse studiato, quello lo aveva fatto dall’inizio del corso cercando di stare al passo con il programma. Una volta finiti i corsi si era imposto le sue otto ore di studio al giorno senza sosta. Quello che preoccupava Vincenzo era l’approccio del professore. Rispetto agli altri docenti, al professor Gargiulo piaceva cambiare la modalità di esame ogni volta. Prima scritto e orale, poi solo scritto, poi solo orale, poi scritto ma con domande preventive di Fisica 1, e così via. Tutti gli studenti erano soliti dire che il professore sceglieva la modalità di esame il giorno stesso, in base all’umore con cui si svegliava. Era naturale che quel corso avesse il maggior numero di bocciati, lo stesso Vincenzo se l’era portato appresso finché non era diventato propedeutico per altri esami del semestre successivo.

Era diventato il suo incubo e se quella sessione non fosse riuscito a prenderlo sarebbero stati guai. Prima di tutto perché era Luglio, quindi la sessione successiva sarebbe stata a Settembre e l’estate l’avrebbe passata interamente a studiare. E poi perché i suoi genitori gli avevano dato un ultimatum, altrimenti non sarebbe andato in vacanza con i suoi amici. Un motivo più che valido per sacrificare il futile divertimento di Luglio. Doveva a tutti i costi superare quell’esame in modo da partire per la Grecia senza alcun pensiero.

Quel sabato non faceva eccezione, per quel motivo la sveglia era settata sempre alle 8:30 e dalle 9 alle 13 avrebbe ripetuto una parte del programma prima di pranzare. Dopo le prime due ore di studio però arrivò la prima distrazione. Bussò alla porta della sua camera Angelo, il suo amico di corso.

-Permesso. Come va Vinc?

-Che ci fai tu qui?

-Ho bussato alla porta e tua madre mi ha aperto. Sono venuto a farti visita, non sei contento?

Sì, scusa. Probabilmente non ho sentito il campanello. Certo che mi fa piacere. Siediti pure

Angelo si sedette sul letto. Visto che il suo amico riabbassò lo sguardo sui libri, decise di rialzarsi per andare ad accendere la PlayStation.

-No, ti prego. Niente distrazioni, lunedì è il grande giorno

-Fisica 2, vero?

Vincenzo annuì. Angelo aveva passato l’esame di Fisica 2 al primo appello, nessuno ancora sapeva spiegare la ragione di quello strano fenomeno.

-Te l’ho detto, tu sei già preparato. Il resto è solo culo. Il professore come si sveglia sceglie la modalità di esame. E’ solo una questione di probabilità. Anche se continui a studiare l’esito non è comunque certo

-Grazie delle belle parole. Ora sì che vedo tutto più rosa

-Ma dai, hai capito cosa intendo. Sei già preparato, punto. Forse devi solo essere più furbo lunedì e riuscire a fregarlo tu. E’ solo un bastardo, lo sanno tutti

-Eccome se lo è. Il problema è farlo capire ai miei. Hai capito che se stavolta non lo supero non ci vengo con voi altri a Corfù?

-Hai ragione. Ma non devi abbatterti. E che ci sto a fare io qui? Proprio a fare in modo che tu non ti abbatta inutilmente. Ti devo far vedere una cosa

Angelo si avvicinò alla sedia accanto a Vincenzo e girò il monitor del pc verso di lui. Aprì Skype e si loggò con le sue credenziali, poi girò lo schermo di nuovo in direzione dell’amico.

-Leggi qui, si chiama Carmy87. Ci siamo scambiati due chiacchiere da quasi un mese. E’ di Napoli, zona flegrea. Vedi l’immagine, che te ne pare?

Vincenzo si avvicinò allo schermo per vedere meglio il piccolo avatar di fianco al nickname. Effettivamente sembrava proprio una bella ragazza. Se era vero che era dell’87 aveva venti anni, quasi una loro coetanea.

-Carina, vero? Finora non ci siamo ancora visti perché lei è impegnata con un esame e io, come tu ben sai, non saprei come raggiungerla se non con i mezzi pubblici. Sai com’è, vorrei evitare di dirle “sai, sono uno sfigato che non ha la macchina, ti passo a prendere un pomeriggio così poi ti riaccompagno prima dell’ultima metro?”

Il ragionamento non faceva una piega ma Vincenzo non sapeva dove Angelo volesse andare a parare.

-Capito. Questa ragazza ti piace e prima o poi la incontrerai, ma quindi?

-Quindi entri in gioco tu. Se non sbaglio tuo padre ti permette di usare la sua auto il fine settimana. Stasera potremmo…

-Ti blocco già prima di concludere la frase. Non se ne parla. Niente distrazioni. Se anche dovesse andare male l’esame i miei devono sapere che ce l’ho messa tutta. Non posso deluderli

-Ma non li deluderai, te lo dico io. E poi fammi finire. Stasera gli amici di Carmy daranno una festa sulla spiaggia. Un loro amico è proprietario di un lido e organizzano un party privato. Mi ha invitato ma io le ho detto che vado solo se con me viene il mio più caro amico. E chi è il mio più caro amico?

Vincenzo sorrise. Un po’ per la lusinga un po’ perché Angelo aveva ragione su tutta la linea. Non si deve solo studiare, bisogna anche capire quando fermarsi e svagarsi un po’. E dopo settimane di studio ininterrotto gli serviva proprio una serata in allegria.

-Non so Angelo. Come lo dico ai miei?

-Non devi dirlo tu, lo dico io. Ho già pronto un discorsetto per dopo, mi fermo da voi a pranzo. Inizia a pensare a come vestirti stasera che non dobbiamo fare brutte figure!

Andò tutto secondo i piani di Angelo. Rimase a pranzo dall’amico e riuscì a convincere i suoi genitori che l’uscita di quella sera non avrebbe compromesso lo studio per l’esame. Il pomeriggio ripeterono insieme il programma poi si salutarono per darsi appuntamento per la serata. Vincenzo passò a prendere l’amico per le 21 con l’Opel Corsa del padre. Il serbatoio era pieno, il portafoglio meno, ma le speranze per quella serata erano alle stelle. Era molto presto per una serata in discoteca ma non poteva far vedere ai suoi genitori che usciva già tardi da casa. 

-Eccoci qui, dove andiamo?

-Il lido è dalle parti di Miseno, però ora è ancora presto. Fermiamoci a mangiare una cosa in giro

Si avvicinarono al litorale e trovarono un McDonald. Si fermarono per cenare con un panino, patatine e Coca Cola. Era una bella serata non troppo afosa, i due amici passarono del tempo ricordando gli episodi divertenti all’università. Dai professori troppo “cazzimmosi”, alle pause richieste per pietà dopo ore di spiegazioni che fondevano il cervello, ai tic inspiegabili di alcuni docenti forse impazziti, alla poca presenza femminile. Tutti argomenti leggeri che legavano i due ad un’amicizia sincera. Ed ora erano lì, seduti a mangiare e fantasticare sulla serata che li stava aspettando.

-Quindi tu dici che andiamo sul sicuro?

-Ma certo, Vinc! Ci ha invitati stasera, secondo te che interesse aveva a farci venire qui? Ho chiesto se aveva un’amica carina e lei mi ha assicurato che ne aveva tante e tutte belle come lei

-Non so, mi sembra tutto troppo facile. Non è che finisce come in quella canzone degli 883?

-Con le pive nel sacco dici? Ma va! Il tuo problema è che sei troppo pessimista. Per una volta che ci capita una buona occasione tu non sai riconoscerla. Dai retta a me, rilassati e goditi la serata

-Ok, va bene. Però la cena la paghi tu, io ho messo la macchina

-Se, se. Perché il pieno lo hai pagato tu. Tieni, pezzente

Uscirono ridendo dal fast food per rimettersi in auto. Raggiunsero in pochi minuti la destinazione. L’entrata del lido per loro era un portale verso un modo diverso dal loro. Niente di nerd, niente di istruttivo o scocciante, solo puro divertimento. Avevano lasciato a casa gli abiti da sfigati per mostrarsi sicuri e intraprendenti come non lo erano mai stati. Il buttafuori era un omone così grosso che poteva essere visto da chilometri di distanza. Si avvicinarono e chiesero di entrare ma li bloccò subito, senza un invito stampato non era possibile accedere. Evitarono di discutere ma Angelo chiamò al cellulare la sua amica per spiegare l’accaduto. Dopo pochi minuti lei si presentò all’ingresso e parlò nell’orecchio con il buttafuori che li fece passare senza però cambiare l’espressione da duro.

-Benvenuti ragazzi! Vi stavamo aspettando. Ciao Angelo, finalmente ci vediamo di persona. E tu devi essere Vincenzo, corretto?

-Sì, ciao

-Ciao! Ragazzi scusatemi ancora per prima. Ho dimenticato di dirvi che serviva il biglietto di ingresso e dato che non ci siamo mai visti di persona non ho potuto darvelo

-Non ti preoccupare, l’importante è che ora siamo qui. Facci strada

-Ma certo, venite che vi porto al bancone dell’angolo bar. Consumazioni infinite per tutti!

Li prese per mano e li portò in giro per il locale. Il freddo delle sue mani contrastava con l’afa che stava prendendo piede nella sala chiusa. Dalla sala si spostarono all’esterno dove era stata costruita una pista da ballo con delle assi di legno sulla sabbia. Il panorama era da mozzare il fiato, sulla sinistra spiccava l’Isola Pennata mentre sulla destra faceva da sfondo il monte della penisola di Miseno. Una luna bellissima illuminava tutta la spiaggia. Vincenzo pensò che l’idea di Angelo era stata magnifica, doveva a lui tutto quello e si sentiva bene. Almeno per quella serata non sarebbe stato angosciato dal pensiero del professor Gargiulo.

-Visto Vincenzo? Era proprio come ce l’aspettavamo. Tantissimi ragazzi e ragazze ed una serata perfetta per divertirsi

-Hai proprio ragione. Ma dov’è Carmy?

-Si è allontanata per andare a chiamare delle amiche da presentarci. Comunque dal vivo sembra ancora più bella che in foto. Dici che devo aspettare ancora per dirglielo?

-Ma come? Tu che chiedi a me un consiglio sulle ragazze? Lo sai io come ragiono, per me meglio chiarire subito se ci sono delle intenzioni così non rischi di rimanere male

-Forse hai ragione tu, ma lei è proprio bella. E qui conosce tutti. Mi sento un po’ perso

-E poi quello che pensa negativo sono io? Dai, non ci pensare. Eccola che arriva

La ragazza arrivò insieme a tre sue amiche.

-Vi state divertendo ragazzi? Vi presento le mie tre amiche più intime. Betta, Ily e Margherita. Ragazze, loro sono quelli di cui vi parlavo prima, Angelo e Vincenzo

Le ragazze si guardarono tra di loro sorridendo e ammiccandosi. I due ragazzi si sentirono un po’ fuori luogo.

-Quindi sono loro che sono venuti per il buffet?

-Sì ragazze. Però così potrebbe sembrare offensivo. Ragazzi dovete sapere che noi chiamiamo così quelli che non fanno parte della nostra cerchia. Quelli che sono invitati da noi, ecco. Ma non vi dovete sentire estranei, ora siete con noi

In quel momento il volume della musica aumentò e le ragazze iniziarono a ballare intorno ai due ragazzi. Anche loro si fecero trasportare dal ritmo di una canzone techno. Il volume alto li isolava completamente da ogni altro suono. Ballavano ad un ritmo frenetico mentre le ragazze li stuzzicavano. Avevano la loro totale attenzione, non c’erano più i pensieri tristi o ansiosi ma solo la voglia di passare una serata diversa. Forse a causa dell’alcool o forse per un eccessivo slancio di sicurezza Vincenzo provò ad attaccare con una delle ragazze, Betta. Aveva i capelli rossi e lui aveva avuto sempre un debole per le rosse. Si avvicinò al suo orecchio e cominciò a parlare ad alta voce per farsi sentire.

-Bello qui, come lo conoscete questo posto?

-Come? Non ti sento

-Dicevo… Senti, ti va se ci allontaniamo un po’ per parlare. Con tutta questa musica non riusciamo a dirci due parole

-Va bene

Si allontanarono per avvicinarsi al bar e prendere due birre. La musica era ancora assordante quindi Vincenzo decise di spostarsi oltre le pedane in legno. Si tolsero le scarpe per poter camminare sulla sabbia. Dal mare arrivava un po’ d’aria fresca.

-Bello qui, mi piace molto. Come conoscete questo posto?

-E’ di uno dei nostri. Lo ha rilevato qualche anno fa. Organizziamo regolarmente delle feste qui

-Davvero bello. Poi è proprio sul mare, molto suggestivo. Mi piace tanto passeggiare sulla spiaggia. A te?

-Sì, anche a me. Però di giorno fa troppo caldo. Il sole mi uccide

-Anche a me! Io d’estate non uscirei mai di giorno

-Ti capisco

Betta partecipava alla discussione ma sembrava quasi assente, come se avesse qualcos’altro in testa o meglio ancora come se stesse aspettando qualcosa. Vincenzo se ne accorse e provò a rimediare.

-Scusa se ti ho portato qui, forse volevi stare con le tue amiche a ballare

-Ma no, figurati. nessun problema. Abbiamo tutto il tempo dopo. Mi fa piacere stare un po’ qui

Vincenzo le si avvicinò, lei sembrava quasi tremare. Con una mano si toccò l’altro braccio in un gesto frenetico.

-Sai, a Vincenzo piace molto Carmela. Non fa che parlare di lei da stamattina. Se non fosse stato per questo suo invaghimento non sarei qui

-Carmela?

Lo sguardo sorpreso di Betta non quadrava.

-Carmela, la tua amica. Carmy87

-Ah, sì. Carmy. Scusa

Stava per dire qualcosa quando sentirono il volume della musica abbassarsi di colpo. Lo speaker annunciò in maniera plateale l’ingresso del proprietario del lido. L’espressione di Betta cambiò rapidamente in una gioia forsennata. Sembrava proprio che non aspettasse altro.

-Eccolo, dobbiamo ritornare sulla pista. Muoviamoci

Quel poco di atmosfera romantica che si stava creando fu infranta di colpo da quella presentazione. Vincenzo non era per nulla entusiasta di quella situazione, non voleva ritornare per vedere l’entrata di questo tizio. Avrebbe voluto soltanto rimanere ancora un po’ sulla spiaggia con Betta. Parlare, chiederle il numero di telefono, immaginare di risentirla.

Controvoglia ritornò in sala inseguendo la ragazza che correva davanti a lui. Con lo sguardo cercò Angelo, probabilmente era ancora circondato dalle altre ragazze a sballarsi. Lo speaker aspettò che la folla si fosse ammassata sulla pista per riprendere la presentazione. Uno spettacolo di luci e suoni accompagnò l’ingresso del fantomatico proprietario del locale. Era un uomo di bell’aspetto, vestito con un abito completamente bianco, camicia rossa e cravatta nera. Quando arrivò sulla pista la folla si aprì in un tripudio di applausi ed urla. Lui camminava fiero, compiacendosi di quell’ovazione. La cosa infastidì non poco Vincenzo, forse l’unica voce fuori dal coro a non applaudire. L’uomo arrivò alla console e prese il microfono. La sua voce ammutolì tutti i presenti.

-Buonasera a voi amici miei. Anche questa sera ci ritroviamo tutti qui a festeggiare e banchettare insieme. Sempre più numerosi

Tutti guardavano affascinati quell’uomo, Vincenzo non sapeva ancora dare una spiegazione a tutto ciò.

-Prima di aprire il nostro buffet rinnoviamo le nostre usanze. Dove sono le nostre care sorelle? Ah, eccole. Vi prego di portare qui i nostri nuovi adepti

Quelle parole erano incomprensibili. Forse si trattava di una sorta di società segreta? Una massoneria moderna che richiedeva il suo rito di iniziazione. Tante domande riempivano la testa di Vincenzo finché non si sentì toccare la mano. Era Betta, che gli stava prendendo la mano destra per poi tirarlo a sé.

-Vieni, ti stiamo aspettando

Vincenzo non si tirò indietro. Quella ragazza lo stava accompagnando proprio sul palco. Proprio di fianco a quell’uomo così misterioso.

-Eccoli, sono loro i nostri nuovi fratelli? Bene. Voi potete stare qui. Sorelle provvedete voi a tenerli fermi mentre io apro le danze

Passò il microfono al DJ che lo prese prontamente, poi si diresse in avanti ed aprì le braccia. In quel silenzio quasi tombale la sua voce naturale tuonò tutta intorno.

-Che il banchetto cominci!

Il DJ fece ripartire la musica ad un volume alto. All’improvviso la maggior parte dei presenti in sala trasfigurò in volto. Sembrava che le loro facce, che prima erano marcate da una strana estasi, ora fossero coperte da una maschera. Una maschera immonda. Le bocche si aprirono e mostrarono dei denti aguzzi. Subito ognuno di quei mostri prese ad azzannare il proprio vicino di posto. Vincenzo in un primo momento pensava si trattasse di una messinscena, o forse era solo l’effetto dell’alcool ed era stanco. Purtroppo per lui non si trattava di una recita. La musica non riusciva a coprire quei suoni terrificanti. Le urla delle vittime attaccate, il ringhio di quelle persone che avevano perso ogni tratto umano. Uomini e donne, non c’era differenza. I loro volti, i loro movimenti non nascondevano la fame che li impossessava. Azzannavano gli altri, dilaniavano le loro carni per divorarle. Quella mattanza aveva un solo scopo, era la loro cena.

Vincenzo si riprese dallo shock iniziale e tentò di muoversi per fuggire. Non riuscì a scostarsi di un millimetro. Si girò e vide dietro di lui Betta, la sua presa lo bloccava in maniera serrata.

-Perchè? Perché fate questo?

-Per un motivo semplice. Abbiamo fame e dobbiamo mangiare

-Ma è una follia. Siete pazzi!

-Pazzi dici? Non devi disperarti, tra poco sarai uno di noi. Anche tu capirai cosa significa essere superiori. Gli umani sono solo il nostro cibo

Vincenzo era incredulo. Da un lato quello spettacolo orrendo, dall’altro lo sguardo serio di Betta, che parlava in modo freddo senza perdere la sua bellezza. Si avvicinò a lui per parlargli sottovoce.

-Non sei contento? Ti ho scelto io, ti ho salvato io da una morte certa, dovresti essermi riconoscente. Tra non molto potrò renderti un essere perfetto

Era una situazione al limite dell’assurdo. Vincenzo non aveva scampo.

All’improvviso però una delle vittime corse in direzione del palco. In preda alla follia si gettò proprio addosso a Betta, che mollò la presa un secondo per uccidere la ragazza. Vincenzo ne approfittò e fece uno scatto in avanti. si riversò all’interno della pista per cercare una via di fuga. Sentiva la voce di Betta alle sue spalle che lo malediceva. Scivolò più volte sulle assi di legno, ormai totalmente ricoperte di sangue. Arrivò accanto al bancone del bar, si alzò con l’aiuto di uno sgabello ma quando alzò lo sguardo i suoi occhi incrociarono quelli di Betta. Era proprio davanti a lui, sentiva il suo alito freddo sul volto.

-Non scappi caro mio. Ti ho scelto io e rimarrai con me

Fu a quel punto che Vincenzo tirò fuori tutto il suo coraggio. Mentre lei parlava prese una bottiglia di spumante dal bancone e gliela scaraventò sul mento. La bottiglia si ruppe alla base mentre Betta rimase ferma, soltanto la testa si girò di lato. Quando riportò di nuovo lo sguardo in avanti, Vincenzo vide che la sua mascella era slogata le pendeva dal viso. Anche in quelle condizioni non poteva fare a meno di vedere un sorriso. Stava per essere attaccato a sua volta quando il ragazzo inferse un altro colpo, stavolta fatale. La bottiglia rotta tagliò l’aria andando a lacerare di netto il collo di Betta. La ragazza cadde in ginocchio portandosi le mani alla gola mentre un fiotto scuro cadeva a terra. Vincenzo rimase di stucco vedendo quella scena, non riusciva a credere di essere stato più veloce di lei e di averla sconfitta.

Si riprese subito dopo sentendo l’urlo disperato delle altre ragazze che aveva conosciuto quella sera. Probabilmente avevano percepito la morte della loro compagna e volevano vendicarsi. Pensò che all’ingresso ci fosse ancora il buttafuori, da solo non sarebbe stato in grado di metterlo KO. Cominciò quindi a cercare in giro Angelo, in tutta quella confusione aveva quasi dimenticato il suo grande amico. Cercò in giro mentre il cuore gli batteva forte finché lo vide a terra. Si avvicinò a lui ma si accorse subito che quella che aveva davanti agli occhi era solo la metà superiore del suo compagno. Probabilmente avevano divorato il resto lasciando lì a terra un boccone troppo grande. Il mondo gli cadde addosso, voleva piangere.

-Ora capisci che è inutile?

Si girò, dietro di lui c’era l’uomo responsabile di quell’incubo.

-Hai ucciso Elisabetta, una delle mie spose preferite. Ma per questo non ti odio, lei aveva scelto te e ora hai il dovere di portare avanti la sua memoria

In quelle parole non c’era odio, né risentimento. C’era quasi conforto, come un padre che accoglie di nuovo il suo figliol prodigo nella casa per dargli riparo.

-Vieni qui, ti stanno aspettando tutti

Vincenzo fece cadere dalla mano la bottiglia di spumante rotta. Forse uno strano potere ammaliatore o forse solo la consapevolezza di essere troppo debole per pensare di salvarsi. Si avvicinò all’uomo ed insieme ritornarono sul piccolo palco. Lo circondava uno scenario infernale, carcasse e brandelli di carne ovunque. Sangue per terra e su ogni parete, le mosche cominciavano a girare intorno attirate da quell’odore nauseabondo.

-Fratelli, stasera abbiamo perso una nostra sorella, la nostra amata Elisabetta. Non dobbiamo rammaricarci però. Oggi saremo ancora più numerosi di prima. Al suo posto avremo nuovi fratelli e sorelle. Ecco qui Vincenzo. Prego, Carmilla, vieni e offri il tuo dono a lui

Carmy si diresse lentamente vicino a Vincenzo. Il suo sguardo pieno di rabbia faceva intendere che quella non era la scelta che avrebbe fatto. Si piegò comunque alle decisioni del suo padrone. Nel buio spettrale della sala affondò i suoi canini nel collo del ragazzo, dolcemente, senza fargli male. Vincenzo sentì solo un leggero calore quando la ragazza succhiò un po’ del suo sangue. Chiuse gli occhi e quando li riaprì era diventato qualcosa di totalmente diverso.

25 Giugno 1936

Sono il dottor Auriemma, scrivo questa pagina di diario per la prima volta. Ho il dovere morale di scrivere queste parole dopo quanto mi è accaduto qualche giorno fa. Sono ancora provato da quello che ho vissuto, non è stata una scelta semplice quella di mettere su carta i ricordi di quella giornata. Avrei preferito dimenticare tutto ed andare avanti ma non è più possibile. E’ un mio dovere quello di informare quante più persone, tutti dovrebbero sapere.

E’ cominciato tutto la settimana scorsa. Ero nel mio studio a scrivere gli appunti su un paziente febbricitante quando bussarono alla porta. La feci entrare, era una donna e dall’espressione era molto preoccupata. Disse di chiamarsi Anna, era la donna delle pulizie di un proprietario terriero che abitava sulla collina del Vomero. La donna era venuta nel mio studio per volere del suo padrone, le aveva ordinato di recarsi da me per convincermi a visitarlo.  La cosa mi stranì non poco, il mio studio è sito nella parte bassa di Napoli, dalla mia finestra posso solo osservare l’imponente Castel Sant’Elmo che sovrasta la città. Come mai uno sconosciuto avrebbe richiesto proprio i miei servizi? Come faceva a conoscermi? Per quale mia esperienza si era rivolto propriamente a me? Una serie infinita di quesiti che mi baluginava in mente.

La signora purtroppo non sapeva come risolvere gli enigmi, era stata solo inviata come ambasciatrice con il solo compito di “arruolarmi” per quella strana missione. La povera donna era imbarazzata alle mie domande così smisi di porgergliele. Non sapevo che risposta darle, non era mio costume quello di lasciare il mio studio per visitare chi non fosse già mio paziente. Tra l’altro senza alcuna informazione sul motivo, se di salute o puramente filosofico. Nemmeno le sue insistenze riguardo alla cifra che mi sarebbe stata resa per il disturbo mi convinsero. Non sono un tipo veniale, chi mi conosce bene sa che nel mio lavoro il mio unico fine è assistere gli ammalati e trovare loro una cura adeguata ai loro mali. Fu qualcos’altro a farmi decidere.

All’improvviso, visti vanificare i ripetuti sforzi, la donna cominciò a piangere. Senza dare nell’occhio prese un fazzoletto dal suo vestito e lo avvicinò al viso. In silenzio delle lacrime le rigarono il volto e la sua espressione divenne ancora più seria e preoccupata. Riuscì a dire soltanto una breve frase, con la voce così bassa da essere appena percettibile.

E’ una questione di vita o di morte

Fu la risposta che stavo aspettando. Il giuramento che feci quando iniziai la mia carriera mi impone di servire un solo scopo, l’assistenza di chi ne ha più bisogno. Quelle lacrime, quella tristezza sul volto della donna, quel messaggio implorato. Erano quelle le ragioni che mi diedero la spinta. Mi alzai per soccorrerla, le diedi una sedia su cui sedersi e le assicurai che avrei assistito il suo padrone appena possibile. Senza cambiare l’espressione del suo viso mi disse che non era possibile prorogare la visita altrimenti sarebbe stato troppo tardi. Pensai subito che il paziente doveva versare in condizioni molto gravi per richiedere un intervento così urgente. Non potevo tirarmi indietro, le dissi che ero a disposizione, mi sarei recato subito da lui. Finalmente la donna si riprese, il suo viso mi apparve più disteso. Mi disse che in strada c’era una macchina che ci attendeva e che ci avrebbe portato nella tenuta del Conte De Giusti. Preparai la mia attrezzatura in borsa e seguii la signora, giù al palazzo fuori al portone ci attendeva un’auto. L’autista appena ci vide aprì le portiere sorridendo, anche lui era visibilmente contento che avessi accettato la proposta.

Durante il tragitto l’uomo non fu avaro di parole. Continuava ad encomiare il Conte per il suo carattere gentile e sempre disponibile. A quanto pare era molto anziano, lavoravano con lui da quando erano piccoli. Prima di loro i rispettivi genitori servivano la famiglia del Conte, e così indietro da generazioni. Da secoli i De Giusti erano proprietari terrieri di quella zona ed erano sempre stati caritatevoli con tutti. Finanziavano opere d’arte, supportavano le parrocchie della zona, provvedevano all’istruzione dei bambini delle famiglie degli inservienti. Quei racconti non fecero che incuriosirmi ancora di più e mostrarmi il Conte in un’ottica positiva. In pratica non vedevo l’ora di conoscerlo.

Mi fu raccontato persino che il mio sconosciuto paziente era rimasto solo da pochi anni. Era sposato da una vita con una donna, Beatrice, di origini nobili anch’ella. Purtroppo in quella vita il Signore non li aveva mai benedetti con l’arrivo di un erede. A mio parere proprio quell’assenza di prole sarebbe stato il motivo che li spingeva ad operare sempre di più in carità di Dio verso gli ultimi. Si erano costruiti una grande famiglia laddove non ne potevano avere una propria.

Il tragitto fu abbastanza lungo, la macchina sebbene fosse buono stato arrancava sulle salite che portavano alla residenza dell’uomo. Nell’ultimo tratto l’autista ci tenne ad indicare gli ettari di terreno di proprietà del Conte, specificando le colture ad essi dedicati. Erano tantissimi, non avrei mai pensato che tutto quel verde appartenesse ad una sola persona.

Arrivammo alla tenuta, l’autista parcheggiò la macchina nell’enorme piazzale. Era una bellissima villa, l’imponente facciata denotava nobiltà e sfarzo. All’esterno c’erano decine di alberi in fiore che decoravano quell’ameno paesaggio, tutto intorno c’era pace e tranquillità. Il silenzio era intervallato solo dal verso degli uccelli che avevano costruito i loro nidi sugli alberi vicini. Una volta varcato il portone principale però sembrava di essere entrato in un’altra abitazione. Tutta la tranquillità e il senso di pace che c’era all’esterno scompariva totalmente all’interno di quella casa. Una sensazione di angoscia e dolore mi pervase appena mi trovai all’interno.

Tutte le finestre erano chiuse, anche le tende di colore scuro coprivano totalmente ogni spiraglio di luce. Nel grande salone d’ingresso c’era ordine, pulizia, ma a tutti gli effetti sembrava una sala che non vedeva ospiti da lungo tempo. Tanto spazio eppure tanta solitudine. La donna che mi accompagnava dovette accorgersi della mia improvvisa inquietudine, subito mi spiegò che dal giorno della morte di sua moglie il Conte si ritirò in una triste solitudine. Prima era solito passare le giornate all’aperto, in compagnia dei fattori e della gente del luogo. gli piaceva dialogare con la gente comune e sapere il loro punto di vista sulla vita. Dopo il triste episodio il suo carattere divenne sempre più inquieto, riservato. Evitava la vicinanza di ogni conoscente e passava le sue giornate nel buio della sua camera o nella grande biblioteca presente nella casa.

Salimmo al piano superiore, a pochi passi dalla camera da letto del Conte la signora mi fermò. Mi disse poche semplici parole, ma che mi spaventarono non poco.

Qualunque cosa dica il Conte. la prego, deve credergli. Se può fare qualcosa per lui lo faccia.

Parole di compassione ma enigmatiche, che non fecero altro che mettermi in allarme. Bussammo alla porta, dall’altro lato nessuna risposta. Aprimmo delicatamente ed entrammo. Appena varcata la soglia un forte odore di chiuso arrivò alle mie narici. Il mio istinto fu quello di aprire le finestre e far passare un po’ d’aria fresca, l’ideale in una giornata così calda. La donna mi prese per un braccio e mi rivolse uno sguardo triste. Non ne capii il motivo ma decisi di assecondarla, evitando di fare come avevo pensato. A quel punto mi rivolsi verso il mio nuovo paziente.

Era disteso a letto, il torso era tenuto su da una pila di cuscini. Sembrava molto anziano e senza forze, il corpo era adagiato a peso morto e le braccia penzolavano di lato. La bocca era aperta e gli occhi chiusi, se non fosse stato per quel profondo silenzio che faceva sentire indistintamente il rantolo del suo respiro avrei pensato che fosse già morto. Mi avvicinai lentamente al letto e gli tastai il polso. Non ebbe nessuna reazione quando la mia mano lo toccò, gli occhi rimasero chiusi mentre constatavo un battito lento. Poi un filo di voce uscì da quelle labbra secche.

-Dottor Auriemma, è venuto?

Lo tranquillizzai subito, non volevo che si sforzasse nello stato in cui si trovava. Gli dissi che era arrivato appena avevo saputo del suo stato di salute. Vedendolo in quel letto così debilitato pensai che più che il mio intervento, sarebbe stato più opportuno quello di un parroco per dare l’estrema unzione. Tutto quello che accadde da quel momento mi fece cambiare idea.

L’uomo con uno sforzo enorme alzò il braccio destro per poi posare la sua mano sulla mia. Finalmente aprì gli occhi, mi guardò in un misto di tristezza e coraggio. Mi parlò con parole dolci ma in modo lento, sforzandosi non poco.

-Ascolti dottore, per me non c’è molto che lei possa fare. C’è una ragione per la quale lei è stato convocato qui. Ho delle cose da dire prima che sia troppo tardi ma ora sono troppo stanco per parlare. Vi prego, sul mobile accanto al letto, vicino ad un piccolo ritratto di mia moglie, ci sono dei fogli. Li ho scritti io finché ero in forze, dovete leggerli ve ne prego

Feci come mi era stato ordinato, non avevo voglia di dare altri dispiaceri a quell’anima in pena, fossero stati anche i vaneggiamenti di un malato. Trovai i fogli, li presi e li misi in tasca. Fui però richiamato dal Conte, voleva che li leggessi proprio in quell’istante, davanti a lui. Anche in quell’occasione accondiscesi alle richieste. Trascrivo qui il contenuto di quelle righe.

Mia moglie era morta da soli tre mesi, ero a pezzi e la vita già non aveva più senso. Era lei la mia forza, il mio coraggio, senza di lei non valeva la pena vivere. Forse si sta chiedendo perché non abbia posto fine alla mia vita piuttosto che imbarcarmi per un sentiero più oscuro. Non lo so, forse non avevo nemmeno il coraggio per compiere un gesto così ignobile. Provai a distrarmi, a fare in modo di non pensare all’accaduto, ma il dolore era così forte che non era possibile sottrarsi. Decisi allora che avrei trovato un modo per mettermi in contatto con lei. Contattai i migliori esperti, studiai giorno e notte pur di sentire per l’ultima volta la voce della mia cara moglie defunta. Trovai dei libri nella nostra biblioteca che descrivevano dei riti per contattare le anime perdute nell’aldilà. Ve ne prego, non considerate queste righe come le visioni di un pazzo, quei libri sono esistiti davvero ma ho provveduto a bruciarli nel momento in cui ho capito quanto fossero maledetti. Ma dicevano il vero! Ho seguito ogni passaggio meticolosamente e sono arrivato al mio fine. Ora però ho paura che quando arriverà la mia ora queste memorie vadano perdute. Ma non basterebbe scrivere un diario del mio racconto, lo so, nessuno crederebbe alle parole di un vecchio moribondo. Tutti mi considererebbero un pazzo ed infangherebbero la mia memoria come quella della mia amata Beatrice. Ho bisogno di un testimone, qualcuno al di sopra delle parti che possa testimoniare la veridicità di quello che ho fatto. E qui entrate in gioco voi, dottor Auriemma, anche se fino ad oggi non ci siamo mai conosciuti.

Quando sono entrato in contatto con lo spirito di Beatrice sono diventato la persona più felice del mondo. Quanto è stato bello risentire la sua voce dopo tanto tempo. Passavamo notti intere a parlare, faceva di nuovo parte della mia vita anche se ero costretto a praticare un rito pagano chiuso nella nostra camera. Le chiedevo spesso del luogo in cui si trovava, lei era ben felice di rispondere. Non esistono Inferno e Paradiso come li conosciamo dai libri di religione. Esistono varie esistenze dell’aldilà, vari inferni, come dice lei. Quando l’anima abbandona il corpo vaga in una dimensione in cui non esiste la fisica terrestre. Le anime vengono collocate nei vari inferni in maniera quasi casuale, quello che facciamo sulla terra vale solo per chi rimane, non ci sono premi o punizioni nella vita successiva. Ci teneva a descrivermi la sensazione di pace che provava in quel luogo pieno di anime come lei. Così mi venne in mente un’idea. Chiesi a mia moglie di cercare tra gli spiriti che incontrava qualcuno legato al nostro luogo. Qualcuno di Napoli che avesse potuto convincere una persona di quanto quello che sto raccontando sia vero. Non fu facile, come ho scritto in precedenza non esiste una regola per associare i morti agli inferni, ma dopo qualche mese Beatrice fece la conoscenza di una donna che aveva lasciato qui sulla terra un caro. Si trattava proprio di un vedovo come me, un dottore che opera nel centro storico di Napoli e che ha perso la moglie di malattia. So che leggendo questo foglio starete pensando a qualche inganno, ma finite di leggere in modo da avere la situazione più chiara. La donna si chiamava Luisa, era una levatrice ed ha sposato voi, dottor Auriemma, in una domenica di fine Maggio. Quando parlava con voi non vi chiamava con il vostro nome di battesimo, Mario, ma lo storpiava in “Marco” per farvi sorridere. Ho preferito non farmi raccontare i dettagli del vostro rapporto per non essere invadente, ma voglio che voi crediate che quello che ho scritto è tutto vero. Purtroppo negli ultimi giorni le forze mi abbandonano sempre di più. Per scrivere queste poche righe ho impiegato giorni con l’aiuto della servitù. Care persone che non hanno mai dubitato della mia sanità mentale.

Ora è il momento di incontrarvi, affinché possiate tramandare quello che avete saputo. Ve lo chiedo nel buon nome della nostra famiglia.

Finii di leggere la lettera mentre le mani continuavano a tremare. Non so ben descrivere le sensazioni che provai leggendola. Dapprima scetticismo, poi curiosità, sicuramente rabbia quando vidi il nome di mia moglie. Cosa dovevo fare? Credere ad un racconto fantastico che mi veniva servito da un moribondo? Lasciarlo alla sua follia ed andarmene risentito aver scovato nel mio passato e farne una storia personale? Non sapevo cosa fare, ero nel dubbio più assoluto. Le parole che proferì il conte subito dopo furono la risposta che non mi aspettavo.

-Lo so cosa state pensando, ho pensato anche a questo. Avvicinatevi se volete la prova definitiva. Posso chiamarla e farvi sentire la sua voce

Non credevo alle mie orecchie. Quell’uomo voleva a tutti i costi costringermi e lo avrebbe fatto mettendomi in contatto con l’anima della mia moglie defunta. Mi avvicinai a lui con scetticismo ma in cuor mio avevo una piccola speranza. Il Conte richiuse gli occhi ed aprì la bocca. Il silenzio che ci circondava appariva sempre più spettrale mentre il respiro dell’uomo si faceva sempre più lento. All’improvviso, senza che lui muovesse le labbra, un suono uscì dalla sua gola.

-Amore, sei lì?

Non era possibile. Non era la voce del Conte, era una voce femminile quella che avevo sentito. La mia mente rifiutava di credere a quello che stava succedendo, pensai si trattasse di un complice presente in quella stanza che stava simulando quel fenomeno, ma io quella voce la conoscevo. Era proprio la voce di Luisa, così come la ricordavo.

-Mario sei lì? Mio caro Marco, fatti sentire

-Che scherzo è mai questo? Giuro che gliela farò pagare per questo gioco, è andato oltre signor Conte!

-Calmati Mario, sono io. Il Conte è un tramite, non avercela con lui, ti prego

La ragione e il cuore lottavano per dare una risposta concreta. In realtà una parte di me avrebbe voluto inginocchiarsi e piangere mentre un’altra parte voleva che fosse tutto uno scherzo per ritornare alla vita normale. Era una rivelazione troppo grande quella che avevo sotto i miei occhi, un peso troppo grave da portare dentro.

-Amore ascoltami, ricordi quella passeggiata che facemmo al chiaro di luna durante la festa di Piedigrotta? Fu allora che dichiarasti il tuo amore per me. Ricordi cosa ti dissi?

Un ricordo che avevo completamente cancellato dalla memoria, sepolto sotto uno strato spesso di dolore.

-Ti dissi che sarei stata tua per sempre, in questa vita e in tutte quelle successive. E poi ti dissi che avevi una macchia di sugo sulla giacca. Ricordo ancora la faccia imbarazzata che avevi! Eri tutto serio per dichiararti a me e invece dovevi cercare di cancellare quella chiazza orrenda

Come faceva a sapere di quell’episodio? Faceva parte dell’intimità di coppia che avevo con Luisa. Non avrei raccontato neanche per scherzo a qualcuno di quell’accaduto. La risposta era una soltanto, amara come il boccone che dovevo ingoiare. Senza rendermene conto cominciai a piangere, guardavo il volto raggrinzito del Conte ma davanti agli occhi avevo l’immagine del viso angelico di Luisa. Mi inginocchiai a terra e presi il volto tra le mani.

-Scusa Luisa. Scusa se in cuor mio ho sperato che non fossi tu. Scusa se non ho riconosciuto subito la tua voce. Scusa se…

-Va tutto bene Marco mio. Ora sono qui a parlarti, mi basta questo. Non sai quanto mi manchi

-Mi manchi tanto anche tu. Da quando non ci sei più mi sono dedicato anima e corpo al lavoro. Tu sei e sarai sempre l’unica donna della mia vita

-Amore mio quanto ti amo. Vorrei essere con te sempre

-Anche io lo voglio. Come posso fare? Dimmi in che modo posso godere della tua voce ogni giorno. Solo ora capisco che De Giusti non era un folle ma soltanto un uomo innamorato. Solo l’amore può abbattere i confini di questo mondo e permettere un prodigio simile. Ho bisogno di sapere come ha fatto a contattare il regno dei morti

-Amore mio anche io lo vorrei, ma devi stare attento a quello che fai

-Non mi importa. Che la mia anima possa essere dannata in eterno se posso ascoltare la tua voce anche una volta soltanto

All’improvviso il Conte chiuse la bocca ed aprì gli occhi. Con quegli stessi occhi mi guardò, era uno sguardo pieno di rabbia.

-Non deve farlo. Non intraprenda questa strada maledetta. Non faccia come me, lei è qui per mettere in guardia il mondo. Esistono forze che non comprendiamo appieno, ed io l’ho capito troppo tardi. Prima riuscivo a farlo quando volevo, ora sono soltanto un tramite, qualcuno dall’altro lato comanda questo potere ma non lo fa per uno scopo benevolo

Di colpo gli occhi girarono all’indietro e la bocca si aprì nuovamente emettendo frasi con la voce di mia moglie.

-Amore mio non starlo a sentire. Devi trovare il modo di metterti di nuovo in contatto con me. Lui non era abbastanza potente, tu potrai fare di più. Potremmo non solo parlare, potremmo anche sentire le emozioni l’uno dell’altro

L’anziano rinsavì di nuovo.

-Non ascoltarla. E’ l’altra entità che sta parlando attraverso la sua voce, attraverso i suoi ricordi. Non farti ingannare

Nella mia testa si scontravano le due teorie, con le voci di Luisa e del Conte. A chi dovevo dare retta? Alla donna della mia vita, che aveva giurato amore eterno? Oppure ad un anziano sconosciuto, amato e venerato chi gli era vicino? Ero sul punto di impazzire, mentre ragionavo e facevo a pezzi il mio cuore sentivo quelle voci come sirene che attiravano Ulisse verso gli scogli. All’improvviso le mie orecchie sentirono qualcosa che ancora oggi al solo pensiero mi fa rabbrividire. Era Luisa che stava parlando dalla bocca del Conte quando la sua voce cambiò di colpo. La voce femminile divenne d’un tratto strana, più cupa, fino a diventare un abominio. Continuava ad usare le parole dolci di mia moglie, a chiamarmi Marco, ma non era lei a parlare e me ne rendevo conto solo allora. Provava ancora a convincermi che dovevo carpire i segreti di De Giusti e ricontattare il regno dei morti. Girai lo sguardo per non osservare più quella scena, fissai la parete di fronte mentre piangevo. A quel punto il Conte ritornò di nuovo in sé.

-Ora ha capito di cosa si tratta? L’entità dall’altro lato vuole uscire, venire in questo mondo, ma noi non dobbiamo permetterglielo. Ora che anche Lei lo sa, io posso morire. La mia anima è già dannata. Deve promettermi che non cercherà mai la strada che ho percorso io. Non deve fare in modo che il dolore alimenti la voglia di oltrepassare ciò che ci separa dall’inferno. Ora può andare, metta per iscritto ciò che ha visto oggi e metta in guardia quante più persone. Il mondo deve sapere

Appena ebbe finito di parlare presi subito le mie cose e uscii dalla stanza. Fuori c’era la servitù del Conte in un rispettoso silenzio., con la testa abbassata pregavano per l’anima del loro padrone. Di fretta scesi al piano inferiore, non degnai neanche di uno sguardo quelle persone in pena. Di corsa uscii da quell’abitazione ed entrai nell’auto che mi stava aspettando nel cortile. Non ci fu bisogno di parole, l’autista mi riaccompagnò a casa. Ero ancora sconvolto da quello che avevo vissuto e per il resto della giornata rimasi chiuso in casa. Anche la notte non riuscii a prendere sonno.

Ero stato caricato di un peso troppo grande, una verità troppo amara da digerire. Ho rivissuto tutto il dolore per la perdita di Luisa ma amplificato milioni di volte. Avevo le risposte alle domande che non mi ero mai posto. Da scienziato avevo dato sempre per assoluto che un corpo morto finiva la sua esistenza ma ora sapevo che non era così, che l’anima esiste e che dopo la morte c’è un luogo, ancora più misterioso ai miei occhi. Nessuna consolazione dovuta a questa conoscenza.

Passarono i giorni ma si fece sempre più radicata in me una consapevolezza. Non potevo far finta di nulla, dovevo mettere su carta questa esperienza e tramandarla. Nessuno in futuro doveva commettere lo stesso sbaglio, non lo avrei permesso. Qualcuno dirà di me che sono un pazzo, un visionario. Non mi interessa, se anche una sola persona mi crederà allora questo mondo sarà salvo. Esiste un mondo dopo il nostro, ma nessuno deve poter creare un legame seppur piccolo tra i due piani dell’esistenza.

Mai.

4 Giugno 2017

Salvatore: Ma ti dico che è così, credimi!

Domenico: Certo, come no

Salvatore: Dai ragazzi, non scherzate. Perché dovrei dirvi bugie?

Fabio: Ma dai, fai il serio. Non può essere

Dario: Ciao ragazzi, tutto bene? Cosa non può essere?

Domenico: Ecco, è arrivato anche Dario. Siediti qui con noi che Salvatore ci sta raccontando una barzelletta

Salvatore: Ma finiscila! Siediti Dario così racconto anche a te e giudicherai anche tu

Dario: Ok, va bene. Intanto voi avete già ordinato?

Domenico: Sì ma un altro giro di birra va più che bene, che ne dite ragazzi?

Salvatore: Certo

Fabio: Certo, vado io a prendere l’ordinazione voi intanto cominciate

Dario: Dai Salvatore, sono curioso

Salvatore: Allora, in pratica sapete tutti bene che al liceo ero un figurino. Non per falsa modestia ma avevo un bel fisico. Eravamo sempre in movimento, partite di calcetto ogni giorno. Insomma, altri tempi

Dario: Vero, vi ricordate i pomeriggi quando non uscivamo da scuola e quando i cancelli erano chiusi facevamo le nostre partite da due ore nel campetto? Mamma mia, che ricordi

Salvatore: Esatto, eravamo sempre atletici. Peccato solo per le ragazze che non c’erano praticamente mai

Domenico: Parla per te, sfigato! Io un paio di appuntamenti li ho avuti

Salvatore: Sì, come no. La ricordiamo tutti Camilla. Penso che tu sia stato l’unico ad avvicinarti così tanto. Gli altri si tenevano a debita distanza per evitare di diventare biondi. Aveva un alito che ammazzava da lontano

Dario: Secondo me stiamo divagando. Arriva al punto che sono curioso

Salvatore: Hai ragione. Comunque, da giovane ero una alice, come diceva sempre mia madre. qualche settimana fa ricevo la partecipazione di mia cugina che si sposa il prossimo Agosto

Dario: Auguri!

Salvatore: Grazie. Dicevamo, vedo la partecipazione. Dopo aver represso l’irrefrenabile impulso di chiamarla e convincerla a ripensarci…

Dario: Detto da un single come te non fa testo. Tu provaci prima e poi puoi dare giudizi

Salvatore: Touche. Su questo argomento forse ne sapete meglio voi, hai ragione. Comunque la prima cosa che faccio è andare a vedere nell’armadio i vestiti classici in modo da capire se era il caso di comprarne un altro per l’occasione oppure potevo riciclare quello del matrimonio di mia sorella di tre anni fa. Lo trovo, lo prendo e lo indosso. E indovinate?

Dario: Non ti entra perché ora che non sei più un ragazzino e hai perso anche la voglia di andare appresso alle giovani pulzelle, ti sei ingrassato

Salvatore: Tutto corretto

Domenico: Io gliel’ho sempre detto. Doveva finirla di mangiare sempre in quei fast food. Da giovani potevamo mangiare anche le pietre e avremmo digerito tutto, ma da grandi bisogna regolarsi

Fabio: Rieccomi, ho ordinato le quattro birre. Mamma mia, meno male che qui le birre sono eccezionali. Non sarei riuscito a resistere altrimenti. Che mi sono perso? E’ già arrivato alla parte in cui si autocommisera del suo peso?

Salvatore: Non mi sto autocommiserando. E poi non sono grasso, ho solo messo su qualche chilo di troppo

Dario: Con tutta la birra che ti stai scolando ti chiedi anche il perché

Salvatore: Eh, va beh, ormai. Comunque la giacca mi andava ancora bene ma quando infilo i pantaloni e vedo che non riesco nemmeno ad abbottonarli allora realizzo che mi stavo lasciando andare troppo. Il matrimonio è ad Agosto quindi avevo solo due mesi per perdere peso ed evitare di comprare un vestito nuovo

Fabio: Hai mai considerato il digiuno?

Salvatore: Certo, ma mi conosco bene. A casa quando sto senza fare niente inizio ad aprire i cassetti e mangio qualsiasi cosa veda in giro. Decido quindi di optare per l’attività fisica. Da giovane ne facevamo tanta quindi bisognava solo riprendere il ritmo e i risultati si sarebbero visti in poco tempo. Proprio sotto casa mia c’è una palestra, decido quindi di andare a domandare per un corso che potesse fare al caso mio. Incontro il proprietario e faccio con lui qualche chiacchiera per capire. La mia esigenza è quella di sfruttare la mattina in modo da avere tutta la giornata “libera”. Con il mio lavoro non so mai a che ora posso finire quindi mi rimane da sfruttare solo quell’orario. La palestra però apre alle 8 di mattina e per me è troppo tardi. Non riuscirei nemmeno a farmi la doccia prima di andare al lavoro quindi scarto questa soluzione

Dario: Ma hai considerato l’opzione pausa pranzo? Si tratta di due o tre volte a settimana, mangiavi più tardi, magari di fretta, però sfruttavi quell’ora libera

Salvatore: Ci ho pensato ma per me la pausa pranzo è sacra. Già corro tutta la giornata, sempre in giro su quel furgone a consegnare pacchi. Quando arriva orario di pranzo devo fermarmi e rilassarmi. Comunque non mi rimaneva che una sola alternativa. Jogging!

Domenico: Haha. Già ti vedo tutto sudato a correre

Salvatore: Tu ridi, intanto è così. Sono andato subito a comprare tutto l’occorrente. Completino, fascia elastica, scarpette. Addirittura uno smartband! Ho preso tutto seriamente

Dario: Quindi veramente ti sei messo in testa di andare a correre la mattina?

Salvatore: Certamente. Dovevo smaltire quei chili di troppo e rimettermi in forma

Fabio: E a che ora sei andato a correre?

Salvatore: La mattina prestissimo. Ho cominciato di lunedì in modo da tenere il passo per tutta la settimana. Prima sveglia alle 6 del mattino

Dario: Tu sei un pazzo. Io a quell’ora sono ancora sotto le coperte a sognare

Salvatore: Quella del risveglio è la parte più difficile. Il primo impulso è quello di mandare a quel paese tutto e ritornare a letto. Ma devo dire che sono soddisfatto del mio coraggio. Ho superato quella prova egregiamente e mi sono preparato di corsa per non perdere nemmeno un minuto. Alle 6:10 ero già giù al portone del palazzo pronto per bruciare calorie

Dario: Dove sei andato a correre?

Salvatore: Hai presente la Villa Comunale di Ponticelli? Non è molto lontana da casa mia. C’è chi arriva lì in auto per correre intorno alla villa, io ho preferito andare direttamente a piedi. In tutto sono un chilometro e mezzo di perimetro, quella mattina avrei almeno fatto tre giri. Quindi inizio a correre da casa con andamento sostenuto e mi dirigo verso la villa. Avete presente quel parco vicino alla Villa Comunale in cui ci sono tutti quei murales?

Dario: Non sono di quella zona, non ho idea

Fabio: Si chiama proprio “Il Parco dei murales” o Parco Merola. Hanno riqualificato una zona urbana facendo dipingere sulle pareti dei palazzi dei grandi murales. Sono molto suggestivi, hanno un significato forte che si incastra bene con la zona popolare

Salvatore: Esatto. Correre lì è davvero suggestivo. Comunque arrivo e mi trovo il primo murale di fronte. Rappresenta un burattino con le fattezze di Pulcinella che viene schiacciato da un Joystick della PlayStation

Domenico: Una pubblicità della Sony?

Salvatore: Tutt’altro! Sta a significare proprio il fatto che i nuovi giochi stanno uccidendo il modo di giocare di una volta. Comunque arrivo e vedo che il murale si muove

Domenico: Eccolo lì, si muove…

Salvatore: Ti dico che è così, si muoveva. Il burattino agitava braccia e gambe

Dario: Aspetta Salvo, non è che il murales era disegnato su un telone e c’era vento? Magari era un effetto ottico

Salvatore: Assolutamente no. Fatemi continuare. Vedo questo burattino che si muove e inizio a pensare che non aver fatto colazione quella mattina era stata una pessima idea. Eppure non avevo fame, lo stomaco sembrava ok. Mi giro da un altro lato e riprendo a correre tranquillo. Decido di fare un giro in senso orario del perimetro della villa quindi attraverso la strada e continuo a correre. Di lato a sinistra vedo un altro murale, quello che ritrae i volti di alcuni bambini e adulti. Stavo guardando quel quadro gigantesco quando ad un tratto i volti dei bambini si voltano e guardano nella mia direzione. So a che state pensando, che sono pazzo, ma non è così. I bambini sulla sinistra mi guardano e cominciano a piangere mentre continuano a tenere mano un grosso libro. Addirittura l’uomo sulla destra si toglie la pipa di bocca e sembra dire qualcosa ma non riesco a capire il labiale. Ero troppo spaventato

Fabio: Dovresti scrivere dei racconti. Non sto scherzando, magari a qualcuno piacerà questa storia

Salvatore: Voi non avete idea di quanto ero terrorizzato. C’era già un po’ di luce del giorno e quelle immagini non potevano essere un’allucinazione. Presi a correre più velocemente che potevo. Il cuore pompava sangue senza fermarsi mentre le gambe si sforzavano di andare avanti sempre più in fretta. Sentivo già dolore ai muscoli ma non potevo fermarmi. Arrivai a fare quasi un giro della Villa quando mi fermai per respirare a pieni polmoni. Avevo il fiatone e dovetti sedermi un minuto a terra. Da quel lato della villa c’erano già i furgoni del mercato rionale che stavano montando le bancarelle. Non ero solo e quello mi confortava

Dario: Potevi chiedere a loro se vedevano quello che vedevi tu

Salvatore: Volevo farlo ma mi avrebbero preso per pazzo. Come voi adesso

Domenico: Perché non te ne sei tornato a casa?

Salvatore: Perché mi ero tranquillizzato. Mi davo del coglione per aver pensato di aver visto qualcosa di impossibile. Mi alzai e ripresi a camminare. Purtroppo non era finita lì. Su un’altra parete c’era disegnata una libreria con dei libri disposti in disordine. Su ogni libro c’era una lettera, mi avvicinai per leggere la parola formata da quella sequenza quando all’improvviso i libri di disposero in maniera diversa

Dario: Cioè, uscivano dal disegno?

Salvatore: No, erano sempre a due dimensioni, ma cambiavano di posto. Mi girai per vedere se qualcun altro come me stava vedendo quello strano spettacolo ma erano tutti indaffarati a fare altro. Mi rigirai verso la parete e a quel punto le lettere sui libri avevano formato una parola. “Scappa”. Dicevano proprio così, “scappa”

Dario: Da brividi

Salvatore: Esatto! Mi feci coraggio e fermai uno dei commercianti. Mi prese sicuramente per pazzo perché mi avvicinai a lui all’improvviso e lo tirai con me verso il muro. Quando entrambi eravamo davanti al muro mi resi conto che il disegno era tornato come prima. Chiesi scusa e ripresi a correre il tragitto a ritroso. Correvo e continuavo a guardarmi intorno spaventato anche se non ero più solo. A quell’ora c’era già tanta gente che faceva jogging ma gli altri erano ignari di quello che stava succedendo

Dario: Quindi sei tornato a casa?

Salvatore: Aspetta che arrivo all’ultima parte del racconto. Correndo in senso antiorario mi ritrovai nel punto in cui ero passato prima, ma da quella angolazione vidi un altro dei murales del parco. Forse il più bello, ritrae una bambina di etnia rom, una bella iniziativa per l’integrazione. Ha un sorriso particolare, in quel momento il suo volto rilassato mi mise calma. Ma durò poco, il volto diventò di colpo preoccupato e con la mano destra si fece il segno della croce. Tutto mentre con i suoi occhi guardava proprio me. Mi fermai e iniziai a tremare per la paura. Non riuscivo a muovermi, volevo correre ma non riuscivo a muovere un muscolo

Dario: Quindi cosa hai fatto?

Salvatore: Ero lì fermo e immobile quando…

Guardia: Pausa finita, tutti di nuovo al lavoro! Signori uscite lentamente e ritornate alle vostre postazioni

Barista: Mi dispiace ragazzi, io devo chiudere. Ci vediamo domani?

Dario: Ma come, proprio adesso che stavi finendo? Dai, raccontaci velocemente mentre ritorniamo

Salvatore: E niente, poi il resto lo sai. La Lancia Delta guidata da quel drogato correva a tutta velocità sul vialone. Dopo il sorpasso ad un’altra auto non riuscì a sterzare bene e mi prese in pieno. Dicono che non ho sofferto perché sono morto nel momento dell’impatto. E niente, la prima volta che sono andato a fare jogging è stata anche l’ultima

Dario: Già, mi dispiace. Se ti può consolare meglio così che come me, dopo mesi di agonia a letto con quel male che ti divora da dentro. Perdi la speranza e muori già mesi prima che vengano i becchini a prenderti

Salvatore: Vero. Quando lo abbiamo saputo è stato difficile anche per noi

Domenico: Dai, la cosa bella è che ci siamo incontrati di nuovo dopo tanto tempo

Fabio: Sapete che vi dico, sono contento. Nel senso, mi dispiace che non siamo ancora vivi, ma passare l’eternità con voi è la cosa migliore che ci poteva capitare

Salvatore: Lo penso anch’io. Anche se ho capito troppo tardi che avremmo dovuto vederci di più in vita prima di aspettare di capitare nello stesso settore dell’inferno

Domenico: Sante parole. Sante parole

Fabio (sottovoce a Dario): Che dici glielo diciamo?

Dario (sottovoce a Fabio): Cosa? Che abbiamo saputo che stava per essere destinato qui e abbiamo cercato in tutti i modi di salvarlo? Meglio di no. Potrebbero scoprirci e metterci in punizione. E poi gli amici a questo servono, no? Ti salvano la vita ogni giorno anche se non te ne accorgi

21 Maggio 1948

Carmela non era sola nella stanza, ma in quel momento avrebbe tanto desiderato che tutti sparissero.

C’era la ragazza del palazzo di fianco che le pettinava i capelli, sua sorella Anna che le metteva un po’ di cipria per coprire il colorito troppo chiaro, e poi c’era la madre.

La madre, sprizzava felicità da tutti i pori, era tutta intenta a scambiare chiacchiere con chi veniva a casa a farle gli auguri. Rideva a voce alta, quasi volesse far sentire a tutti che il suo desiderio si stava realizzando. Il suo, esatto, non quello della figlia. Quel giorno la figlia si sarebbe sposata, ma era lei la protagonista della casa, senza curarsi affatto di come Carmela invece fosse presente solo fisicamente.

Il principio di tutto era stato anno prima, fino ad allora Carmela era vissuta in una casa quasi perfetta circondata da una famiglia unita e umile. Due genitori che davano tutta la loro forza per crescere due bambine piccole. Bambine che diventano ragazze insieme ai sorrisi di una madre che nascondeva le fatiche di ogni giorno e di un padre che accettava qualsiasi lavoro pur di far vivere la sua famiglia in maniera rispettosa. Una sorella maggiore sempre pronta a dare un po’ di coraggio alla piccola della casa. Sempre tutti uniti anche quando fuori c’era quella brutta guerra che non guardava in faccia a nessuno.

Poi, il tragico evento. Il padre era rimasto vittima di un incidente alla stazione centrale e dopo i pianti la famiglia ha dovuto rimboccarsi le maniche per andare avanti.

Tutte le persone caritatevoli che li circondavano fino a qualche giorno prima, man mano diminuivano. I primi giorni c’era un viavai di gente a casa che portava cibo e calore, poi qualche pasto già preparato, e dopo ancora solo qualche spalla su cui piangere.

La casa d’un tratto divenne buia e fredda. Prima era una famiglia, ora erano tre donne sotto lo stesso tetto che dovevano provvedere a sostentarsi.

Il primo “problema” si risolse abbastanza presto, Anna andò a vivere dalla zia a Miano. La famiglia della zia era grande, e dove mangiano in sei mangiano anche in sette. Fuori una, ora come andare avanti un due?

Maria, la madre di Carmela aveva sempre avuto la passione per il cucito, e riuscì a trovare lavoro in una sartoria in Via dei Mille. Il lavoro era tanto, molte volte ritornava a casa la sera tardi e riprendeva da dove aveva finito in laboratorio, ma tutto sommato veniva pagata abbastanza per mandare avanti la loro umile casa. Dopo qualche mese però le richieste del padrone diventarono più spinte.

“Perché non ti trattieni un altro po’ in laboratorio, fuori è buio e se vuoi posso farti compagnia io e accompagnarti dopo”

“Dovresti farmi conoscere tua figlia, se ti somiglia allora sarà proprio una bella piccerella”

“Ah, come farei senza di te.  Marì vieni qui e fatti abbracciare”

“E dimmi, dopo tuo marito non c’è stato più nessuno? Ma com’è possibile, una bella donna come te”

Tonino, un viscido omuncolo arrivato all’età di 54 anni senza mai sposarsi, che stava solo approfittando della sua posizione agiata per avvicinarsi sempre di più alle parti intime di una povera disgraziata. Ma Maria era troppo debole per ribellarsi, o forse era abbastanza forte da non cadere nella ragnatela tessuta dal “galantuomo” senza dover sacrificare una pedina importante.

Già, perché i tempi erano duri, il pozzo di miseria in cui erano cadute era profondo da non veder luce ed era da pazzi non approfittare di una mano che viene tesa pietosamente. Anche se quella mano è lurida e subdola e non sembra promettere nulla di buono.

Maria a quel punto riesce a vedere la luce, ma purtroppo è una luce capace di illuminare solo lei, di certo non Carmela. Proprio lei, Carmela, la figlia più piccola che ancora non aveva trovato una sistemazione. Badava alla casa, certo, amministrava quel piccolo regno intimo in cui si erano rifugiate insieme per combattere il mondo di fuori. Ma quell’idillio solo immaginario non poteva durare a lungo. Maria si convinceva che era la scelta migliore per tutti, specialmente per Carmela.

L’amore di una mamma è infinito, chi meglio di lei poteva capire quale sarebbe stato il destino migliore per la figlia. A volte diamo per scontato che la parola “amore” sia più vicina alla parola “dovere” che alla parola “felicità”.

In poco tempo il piano diabolico di Maria si materializzò. Senza dare sospetti tesseva le trame di una maglia che aveva un disegno ben preciso. Il primo passo fu quello di chiedere alla figlia di passare al laboratorio in cui lavorava per portarlo ogni giorno qualcosa da mangiare.

-La mattina vado via presto, tu con calma prepari qualcosa per me e passi a portarmela per mezzogiorno

Carmela era entusiasta, poteva uscire dalla sua piccola prigione ogni giorno, passeggiare per Via Dei Mille e fare un piacere alla sua cara madre. Un piccolo dono che nascondeva una serpe.

Ogni giorno Camela passava per il laboratorio, e proprio in quell’orario Tonino era lì per controllare le sarte prima di pranzo. Che coincidenza. Tonino non poteva non notare in quei giorni la presenza di una giovane e bella ragazza, di buone maniere, all’interno del suo negozio.

Maria passò al secondo atto della farsa. Dal negozio di Tonino comprò delle stoffe pregiate e quando tornava a casa, anche se stanca, riprendeva a cucire per la figlia nuovi abiti da indossare.

-Stai diventando grande Carmela, non sei più una bambina. Ti piacciono questi vestiti? Li metterai quando esci di casa

Chi non sarebbe orgoglioso di una madre così premurosa. Carmela abbracciava commossa la madre, dopo tante sofferenze vedeva in quei piccoli gesti tutto il bene incondizionato della sua famiglia.

Terzo atto, la falsa modestia. Tonino ogni giorno guardava Carmela in modo sempre più insistente, mettendola quasi a disagio. Lei non era il tipo di ragazza abituata ai corteggiamenti. A quel punto Maria per rompere l’inizio di tensione cominciava a deviare il discorso proprio nella direzione in cui voleva. Sapeva che le cose si sarebbero allineate verso un punto che aveva già studiato.

-Carmela, ‘a mamma, non essere timida. Il signor Tonino sicuramente ha riconosciuto il tessuto del tuo vestito. Vedete signor Tonino, questa è la stoffa che comprai da voi giorni fa, vedete com’è bella mia figlia con i vostri prodotti? Vedete come questa stoffa esalta gli occhi verdi di mia figlia?

-Ma come? Voi già lavorate tanto qui, poi a casa continuate pure a lavorare? Ma non sia mai! Non vi dovete dannare tanto, a questa bella ragazza regalo io qualche bel vestito. Vieni qui e scegli quello che vuoi

Carmela era imbarazzata e radiosa allo stesso tempo. Tutto ad un tratto qualcuno faceva qualcosa per lei senza chiedere nulla in cambio. Povera illusa.

Tutti i fili messi ad arte da Maria erano stati posizionati, ora non bastava che stringere ben bene il tirante e vedere l’effetto finale della trama che prendeva forma. Un disegno che per ora solo lei riusciva a vedere, e le piaceva tantissimo.

A casa Maria tranquillizzava la figlia dicendo che era un bel gesto quello di Tonino, che lui era una persona rispettabile, a modo, e che una brava ragazza non avrebbe mai rifiutato un gesto carino da parte di un gentiluomo. Carmela si convinceva che la madre aveva ragione, i vestiti le piacevano e Tonino non sembrava una brutta persona. Era il datore di lavoro della mamma, e il minimo che poteva fare era dargli una piccola soddisfazione.

Arrivarono i vestiti, belli come lei li immaginava, e insieme a questi arrivarono le richieste.

“Perché non te li metti domenica mattina? Ti vengo a prendere e passeggiamo un po’”

“Belli vero? Ne puoi avere quanti ne vuoi se stiamo un po’ insieme”

“La mia età non deve spaventarti, io provo qualcosa per te che va oltre la nostra differenza di età”

La ragazza era agitata, ma i consigli di una madre servono proprio a dare sicurezza in situazioni in cui ci si sente perduti. Che male c’è a soddisfare le richieste di un uomo innamorato. Avere accanto una persona con una sicurezza economica era una bella cosa. Anche lei non era più una ragazzina, quindi doveva pensare al suo futuro. Al matrimonio.

Non ebbe nemmeno il tempo di digerire quella parola, matrimonio, che già Maria e Tonino presero ad organizzare il tutto. Nel giro di qualche settimana era già tutto pronto, i vestiti cuciti dalle sarte, la chiesa, il banchetto, il vino per il brindisi preso nella cantina fidata di lui. Carmela ebbe l’impressione di essersi svegliata all’improvviso in un’altra vita, come se prima d’ora stesse solo assopita in uno stato di dormiveglia.

Cercò chi chiedere spiegazioni alla madre, ma di colpo si rese conto che anche lei era cambiata. Non parlava più in modo gentile, ora l’imperativo categorico era solo il matrimonio. Nei giorni seguenti fu presa da attacchi di panico, si chiuse in casa per non uscire fuori. Fu lo stesso Tonino a costringerla ad uscire, si presentò a casa urlando e buttando giù la porta del bagno, la prese per un braccio e la portò in giro sbraitando contro di lei. Tutti dovevano vederli insieme, iniziavano a girare le voci di lei che non voleva più sposarlo, e quelle voci andavano zittite.

Povera Carmela, d’un tratto si rese conto di essere solo una comparsa in un’opera teatrale  scritta e diretta da Maria. Ormai non parlava quasi più, accettava passivamente ogni decisione. Non aveva più forze, ormai aveva capito che la sua unica forza veniva dalla sua famiglia, da sua madre con cui aveva condiviso sempre tutto, ed ora che nessuno dei suoi genitori era più vicino a lei si sentiva sprofondare. Solo un giorno riuscì a vincere lo sconforto ed uscire di casa, non disse nulla alla madre e al futuro marito, in fondo era solo una camminata innocente per schiarirsi le idee. In casa respirava lentamente, aveva bisogno di una boccata d’aria vicino al mare. Forse uno sfogo, un bel pianto guardando le onde che si infrangono sugli scogli avrebbe giovato.

Il fatidico giorno arrivò, e Carmela era ancora lì dove l’avevamo lasciata. Un manichino con lo sguardo fisso nel vuoto davanti ad uno specchio che rifletteva soltanto la propria ombra.

La sorella la guardava e la compativa, ma sapeva che ormai era tutto inevitabile, forse un giorno si sarebbe ripresa e avrebbe accettato tutto sorridendo.

Nella chiesa di Santa Maria della Pazienza lo sposo era già sull’altare a scambiare convenevoli con gli invitati. Erano tantissimi, tutto il quartiere Avvocata era presente per omaggiare i novelli sposi. La giornata era bellissima, sembrava che il sole si fosse messo in tiro per regalare un giorno perfetto.

La sposa entrò in chiesa, il brusio di fondo piombò in un silenzio rispettoso. L’organo iniziò ad intonare la marcia nuziale mentre Camela, con il velo che copriva la faccia di cera, camminava lentamente nella navata principale, accompagnata da Maria che mostrava un sorriso radioso e salutava di nascosto gli invitati. Nessuno si accorse che la scena assomigliava più ad una camminata verso il patibolo che verso un sacro altare.

Il sacerdote li unì in matrimonio, si dilungò nella predica per elogiare la coppia, in particolar modo Tonino che era conosciuto da tutti. Gli applausi scoppiarono alle parole “Vi dichiaro marito e moglie”, tutti eccetto uno erano contenti in quel luogo divino.

Ci fu solo un piccolo particolare, alle parole “finché morte non vi separi” lo sguardo assente di Carmela ebbe un piccolo sussulto, i lati del volto si alzarono leggermente in un piccolo sorriso, impercettibile da tutti i presenti. Nessuno si accorse di questo piccolo dettaglio.

I festeggiamenti si trasferirono nella casa di Tonino, insieme a tutti gli invitati. Erano tutti ammassati nel cortile, cibo e vino in abbondanza per tutti. Maria e Tonino avevano pensato a tutto. Dopo il ricevimento gli sposi si sarebbero trasferiti a casa di lui per iniziare la loro vita insieme, col tempo anche Maria si sarebbe trasferita, era già tutto scritto.

Era arrivato il momento del brindisi finale, Tonino fece arrivare il vino prima di congedare gli invitati e godere della sua nuova vita. Tutti gli invitati alzarono i bicchieri, il discorso di Tonino non era niente di che. Forse l’effetto inebriante della giornata di festa o forse l’alcol già ingurgitato prima, disse qualcosa meritandosi qualche risata e poi un sonoro “Alla salute!” mentre Carmela rimase in silenzio con il calice alzato.

Tutti bevvero quel vino benedetto dalle parole dello sposo, e quello fu l’inizio della fine.

Il primo a cadere supino a terra fu un anziano signore, il padrino di Tonino. Appena cadde, i più vicini iniziarono ad urlare e cercarono di dargli una mano pensando ad un malore improvviso. Poi di colpo altre tre persone in contemporanea stramazzarono a terra. In un attimo tutto intorno si sentivano urla strazianti, rumore di gente che vomitava l’anima, pianti di paura. L’inferno si era appena materializzato in quel cortile, ed ancora nessuno aveva capito chi fosse l’artefice. Tonino aveva appena allontanato sorridente il bicchiere dalle labbra quando si rese conto di cosa stava succedendo. Davanti a lui una scena orribile, più della metà degli invitati era a terra, morta, gli altri si trascinavano e si disperavano negli ultimi attimi di vita, mentre cercavano consolazione verso di lui, C’era chi lo guardava con uno sguardo interrogativo, silenzioso, come a cercare una spiegazione di tutto. Lui era interdetto, cercava di dare una spiegazione ma non riusciva. C’era chi cercava di scappare, ma il portone del cortile era stato chiuso a chiave, chi poteva averlo fatto?.

Si girò verso Carmela, ancora con il bicchiere a mezz’altezza, capì in quell’istante cosa stava succedendo. Si diresse verso di lei, furioso, probabilmente l’avrebbe avvicinata e si sarebbe scagliato su di lei per fargliela pagare. Se solo fosse arrivato vicino a lei. Fece due passi, poi una fitta al petto lo fermò. Fece cadere a terra il calice, che era rimasto ancora tra le sue mani. La vista era appannata, guardò a terra e ritornò a vedere Carmela ancora senza espressione in volto. Avrebbe preferito capire il perché, almeno percepirlo da un suo sguardo, da una sua emozione. Ma lei era ancora un manichino che osservava imperturbata la scena della sua tragedia. Tonino cadde a terra in un urlo di dolore, il suo cuore si fermò nel dubbio.

Passarono solo pochi secondi e il silenzio tornò a regnare in quel luogo. Un silenzio rotto solo da un flebile lamento. Maria era seduta davanti a Carmela, la guardava con occhi sgranati ed impauriti, non aveva la forza di dire nulla. Non era arrabbiata, non era capace di pensare a cosa fare. Era soltanto terrorizzata da quella piccola sagoma con il calice in mano che non guardava nemmeno nella sua direzione. Sarebbe morta di lì a poco come tutti? Cosa le avrebbe detto sua figlia? Non sapeva cosa stesse per succedere, ed era la prima volta dopo tanto tempo che si sentiva così schiava di una situazione che non manovrava.

Finalmente Carmela si girò verso di lei, lentamente. Non sembrava adirata ma seria.

-Puoi berlo tutto, non ti preoccupare. Il tuo non è avvelenato

Maria si impietrì, la voce di Carmela non sembrava quella che lei conosceva. Ora aveva la certezza che fosse lei l’artefice di tutto.

La ragazza si avvicinò alla madre, ancora lentamente, non aveva fretta.

-Li ho ammazzati tutti, li hai ammazzati tutti. Non mi interessa quanti, anche se ne avessi ammazzato uno solo meriterei l’inferno.

Un passo verso la madre. Un passo ancora.

-Mi fidavo di te, eri la mia forza, il mio punto di riferimento. Da quando papà non c’è più eravamo una cosa sola, avremmo dovuto remare insieme verso la stessa direzione in un mare in tempesta. Dov’è finita la madre che la sera mi pettinava e mi coricava a letto dicendomi di non aver paura del buio? Dov’è finita la madre che mi abbracciava e mi diceva che sarebbe stata sempre dalla mia parte?

Ancora due passi, Maria respirava a fatica.

-Hai messo il tuo piacere davanti a tutto, anche davanti a tua figlia. Volevi una bella vita ma senza pagare le conseguenze. Non hai mai pensato che io potessi essere infelice in tutto questo? Era soltanto il tuo piano per una scalata sociale? Mi fai schifo.

Carmela era ora davanti a Maria, ancora seduta sulla sedia.

-Lo sai perché il tuo vino non è avvelenato? Non pensare che alla fine ti abbia risparmiato perché ti voglio bene. Io voglio che tu sia quella a pagare di più, non meriti la clemenza della morte. Tu devi sopravvivere perché tu hai avvelenato tutti, anche la tua cara figlia. Ho già scritto una lettera a tuo nome in cui scrivi come hai fatto ad avvelenarci tutti. Giorni fa sono passata in farmacia, ho comprato io il veleno ma prima di uscire ho indossato i tuoi vestiti, quelli che hai addosso tu oggi, mi sono coperta bene il viso per non farmi vedere. Poco fa ho fatto mandato via un bambino dalla polizia per avvisarli di aver visto te che eri in cucina che urlavi con una cameriera che ti aveva scoperta. A quest’ora lo sapranno tutti, è questione di tempo e verranno a prenderti

Maria iniziò a vedere ora la trama di Carmela, e capì che il disegno era più diabolico di quanto pensasse.

-Sopravvivrai vedendo questa scena ogni giorno della tua vita, ma sarai in prigione e non nella bella vita che avevi progettato. Rivedrai ogni giorno le tue figlie morire, e saprai che è solo colpa tua. Potevi evitare questo, ma non l’hai mai preso in considerazione. Da lassù papà ti starà guardando, non sarà per nulla fiero di te.

Alzò il braccio, Maria di scatto chiuse gli occhi per paura di un colpo ma li riaprì pochi secondi dopo vedendo Carmela con il calice ancora in mano.

-Alla salute, mamma

Scolò il bicchiere e lo gettò a terra vedendo i mille pezzi di cristallo frantumarsi sul basalto.

Chiuse gli occhi e sorrise, un sorriso che non le veniva naturale sul volto da troppo tempo. Cadde a terra senza dire una parola o un lamento. L’ultimo atto della tragedia era finito, per sempre.

Maria la guardò e iniziò a piangere, sentì avvicinarsi i passi dei poliziotti che iniziavano a battere sul cancello urlando di farsi aprire.