15 Ottobre 2014

Erano le 21:30 e l’aeroporto di Milano Malpensa era quasi deserto. La maggior parte dei viaggiatori viaggia più comodamente, quella fascia di orario invece era riservata a due categorie di persone. La prima era quella dei ritardatari ovvero quelli che non hanno prenotato un volo con largo anticipo e devono accontentarsi. La seconda era quella degli indaffarati, chi ha da fare tutto il giorno e non può permettersi di sprecare tempo a viaggiare. Viaggiando di notte si recupera tempo così di giorno si può provvedere a tutto il resto.

Riccardo faceva sicuramente parte di quest’ultima categoria. La sua era una vita calcolata al millisecondo. La sua agenda era sempre piena, era necessario pianificare tutto alla perfezione per rendere sempre al massimo. Un giorno in ufficio, gli altri in giro dai clienti in tutta Italia. I minuti erano preziosi come oro per lui e quindi non dovevano essere sprecati. Una vita sacrificata alla dea Organizzazione. Era proprio per quel motivo che nei suoi piani non poteva rientrare una famiglia. Quello sarebbe stato un vero e proprio impedimento per la produttività. Certo, conosceva tantissime persone sposate, magari con figli, che erano i classici uomini o donne in carriera, ma non era lo stesso. Avrebbero dovuto comunque sacrificare tempo da dedicare agli altri componenti. Magari a Natale per la recita di un figlio, o in estate per accondiscendere alle voglie di vacanza di una moglie, le visite dal dottore magari, gli impegni improvvisi. Tutti eliminati, estirpati alla radice dal suo modo di vivere. Cento per cento lavoro, cento per cento soddisfazione personale, come diceva sempre lui.

Ed eccolo lì, a controllare le ultime mail dal suo laptop prima di imbarcarsi e far tappa a casa, a Napoli. Un giorno per andare in ufficio ed incontrare il suo team e poi di nuovo in giro. In quei giorni si riuniva anche il consiglio di amministrazione per definire le nuove gerarchie aziendali e lui sperava tanto in una promozione. Era il più meritevole, lo sapeva, e si aspettava da un giorno ad un altro la fatidica convocazione del capo supremo. Tirò una boccata d’aria con le narici appena gli venne in mente quella scena. Il capo che lo chiama, gli fa un discorsetto veloce di complimenti e lo insignisce di una bella nomina ed una nuova sede da gestire. Per ora erano pensieri, sogni, ma lui sapeva che gusto avevano i sogni quando si realizzavano.

Mentre stava per chiudere la mail gli si avvicinò un bambino. Probabilmente un altro passeggero del volo per Napoli, si avvicinò accanto al suo posto per osservare lo schermo. Il padre lo richiamò subito.

-Gabriele, vieni subito qui. Non disturbare il signore che sta lavorando. Mi scusi, sa, è ancora piccolo

Riccardo non fece parola. Si apprestò a chiudere il laptop e guardare con sufficienza l’uomo, poi si alzò e controllò il cellulare. Il bambino ci rimase male. In realtà anche il padre, non si aspettava una reazione così drastica.

-Era indaffarato, lo vedi? Vieni qui che ti leggo una storia

Riccardo guardò l’orologio, mancava ancora un po’ per l’imbarco dei passeggeri quindi aveva tempo di una tappa in bagno. Entrò con lo zaino sulle spalle, fece quello che doveva fare e si lavò le mani mentre si osservava allo specchio. Anche alla sua età era un bell’uomo, doveva riconoscerlo. Mentre stava asciugando le mani notò che la luce andava e veniva. Giusto un paio di volte, per una frazione di secondo si era ritrovato al buio. Diede subito la colpa ai generatori di corrente, forse c’era un sovraccarico ed era diminuita la tensione. Si aggiustò i capelli ed uscì dal bagno. Percorse il corridoio per ritornare in sala d’attesa. Stranamente il corridoio gli sembrava più lungo del solito o forse era solo stanco. Continuava a camminare, le piastrelle bianche creavano un effetto di lunghezza interminabile. Finalmente arrivò ad una porta. La aprì.

Si aspettava di trovare la sala d’imbarco, con gli steward di terra e i passeggeri ad attendere, mentre invece era arrivato dentro una sala chiusa, semibuia e con delle sedie disposte in fila. Si guardò stranito intorno mentre si girò per aprire la porta. Non la trovò. Dietro di lui c’era un muro e fintanto che riusciva a vedere con quella poca illuminazione non trovava porte. Cominciò a tastare il muro in cerca di qualche maniglia, visibilmente preoccupato, quando una voce lo richiamò.

-Ha finito, lei? Noi qui siamo pronti, se vuole prendere posto può sedersi su una delle sedie così cominciamo

Non sapeva il perché ma quella voce gli incuteva timore. Senza controbattere andò a sedersi su una delle sedie libere in prima fila. Da quella posizione riusciva a vedere di che si trattava. Era in una sala di un tribunale. Ma lui si trovava all’aeroporto, come era possibile? Era tutto poco illuminato, ma riconosceva sulla sinistra il bancone della giuria, al centro il giudice e sulla destra il posto riservato ai testimoni. Vedeva l’imputato di spalle, era incuriosito di sapere di chi si trattasse.

-Silenzio in aula. Avvocato, cominci con il primo testimone

Prese posto nel banco dei teste un bambino. Poteva avere intorno ai cinque o sei anni, gli diedero una mano a salire sullo sgabello alto. Riccardo sgranò gli occhi, non sapeva che così piccoli si poteva essere chiamati in aula per testimoniare.

-Avvocato, era necessario chiamare un bambino a testimoniare?

-Necessario, signor giudice

-Va bene. Prego, inizi pure

L’avvocato si schiarì la voce e cominciò a fare domande al bambino.

-Conosce l’imputato?

-Sì

-Afferma di conoscerlo bene?

-Sì

-Racconti a tutti di cosa è accusato nei suoi confronti

-Lui è un ladro signor giudice. Mi ha rubato una cosa preziosa. La più preziosa della mia vita

Quel bambino parlava proprio come un adulto. Probabilmente era stato plagiato dai suoi genitori o ancora meglio dall’avvocato.

-Spieghi a tutti i presenti di cosa si tratta

Riccardo avvicinò le orecchie verso il bambino. Quella causa sembrava essere interessante e voleva sentire bene di cosa si trattasse.

-Il mio bambolotto

Tornò a sedersi con appoggiato allo schienale. Quella risposta gli parve così ridicola che pensò che forse era meglio ritornare a cercare l’uscita.

-Il suo bambolotto? Avvocato di cosa sta parlando il bambino?

-Un attimo. Puoi dire a tutti di quale bambolotto stai parlando?

-E’ un bambolotto che mangia dal biberon e chiude gli occhi se lo abbassi. Ce l’ho da sempre, da quando ho memoria. Ricordo che un giorno mia madre mi accompagnò a fare un giro in centro prima di Natale. Passeggiammo tutta la mattinata sul Rettifilo, quando ero stanco mi metteva nel passeggino e lo spingeva senza mai smettere. Era tutto bellissimo, tutte le vetrine erano addobbate e piene di cose bellissime. Non eravamo ricchi, per niente. Mamma aveva i soldi contati per comprare i regali, cioè tutte cose utili. Vestiti, intimo, roba da mangiare. Io le chiesi perché non potevo avere un giocattolo come gli altri miei amici e a lei vennero le lacrime agli occhi. Mi prese per mano ed entrammo in un negozio di giocattoli bellissimo. C’erano giochi ovunque e io non sapevo cosa scegliere. Vedevo la sua faccia che diventava un po’ triste quando mi avvicinavo ad alcuni giochi, più serena se indicavo altri. Mi piacque tantissimo quel bambolotto. Era nel reparto per bambine ma a me piaceva lo stesso. Mamma me lo comprò ed uscimmo dal negozio per tornare a casa ed impacchettare i regali. Quando la sera di Natale aprimmo i doni e mio padre vide quel bambolotto guardò mia madre con un’espressione severa. Non disse nulla quella sera ma di notte li ascoltavo e sentii le urla di mio padre che non le perdonava di aver sprecato soldi per quel regalo da femminuccia. Da quel giorno promisi a me stesso che avrei tenuto nascosto il mio nuovo amico, ci giocavo di nascosto e mi confidavo con lui delle mie paure, dei miei segreti

A quel punto indicò l’imputato con sguardo serio.

-Finché quell’uomo non ha preso il mio bambolotto. L’ho visto io, lo ha preso e lo ha gettato nell’immondizia. Era un mio amico, con lui mi trovavo bene. Senza di lui ho perso un pezzo della mia vita!

Subito un vociare prese piede nella stanza. I giurati si guardavano con sguardo schifato e parlavano tra di loro a voce bassa. Addirittura una signora dalla giuria cominciò a piangere. Riccardo era l’unico che non riusciva a capire la gravità della situazione. Tutti sembravano giudicare l’imputato ancor prima della corte mentre lui non trovava nulla di grave nel gesto dell’imputato. Era solo un giocattolo, non si può andare in galera per quello in Italia.

-Ordine, ordine. Fate silenzio in aula! Avvocato se lei ha finito può passare al prossimo testimone

-Subito signor giudice. Entri il secondo testimone

Dal lato destro si avvicinò allo sgabello un ragazzo. Era vestito in maniera piuttosto casual per essere in un’aula di tribunale. Jeans, maglietta dei Guns’N’Roses e un cappello scuro. Fu redarguito dal giudice che gli intimò di togliere almeno il cappello prima di sedersi. Il giovane ubbidì rispettosamente. Si sedette sulla sedia, anche in questo caso Riccardo non riusciva a vedere bene il volto a causa delle poche luci direzionate male. Al cenno del giudice l’avvocato cominciò ad interrogare il teste.

-Le faccio la stessa domanda del precedente testimone. Conosce quell’uomo?

-Certo

-Di cosa lo accusa? Perché si trova qui?

-Quell’uomo ha ucciso i miei amici

Riccardo era esterrefatto per quella dichiarazione. L’imputato cominciava ad assumere i tratti di un vero e proprio mostro. Prima colpevole di furto, ora addirittura di omicidio. E in tutto ciò non cercava neanche di discolparsi.

-Può ripetere l’accusa che sta volgendo?

-Quell’uomo è un assassino, ha ucciso tutti i miei amici. Ho diciassette anni e sono uno studente di un liceo scientifico a Soccavo. Dal primo anno ho trovato una classe stupenda, non conoscevo nessuno eppure siamo diventati tutti amici. Forse perché su una classe di ventinove alunni siamo soltanto sei ragazzi, ma siamo sempre stati inseparabili. Ognuno con il suo carattere diverso dagli altri, ognuno con i propri limiti a scuola, ma con le stesse passioni e la stessa voglia di divertirci e di vivere bene. La fede calcistica non ci accomuna, ma questo non limita il senso di fratellanza che ci unisce. Per noi la domenica era un giorno triste perché non andavamo a scuola e non potevamo vederci, il lunedì invece era una festa. Tante cose da raccontarci e tante risate. La scuola era un pretesto, era la nota negativa che però ci ha fatto incontrare. Con il tempo però abbiamo abbracciato anche quella croce, e siamo anche migliorati tantissimo dandoci una mano l’un l’altro. Nessuna ragazza ci avrebbe diviso, era il nostro patto. Avremmo voluto che quei cinque anni non finissero mai

-Venga al dunque, quando si è verificato l’accaduto?

-Dopo, è successo dopo il liceo. Eravamo sempre in contatto, in ogni momento. Poi all’improvviso lui ha iniziato a fare fuoco verso tutti i miei fratelli. Prima con Peppe, il più grande di noi. Poi con Luigi, Rosario, Raffaele, Salvatore. Ad uno ad uno li ha uccisi, ha mirato verso il loro cuore ed ha sparato. Tutti morti, ora sono rimasto solo. Non ho più amici e senza di loro mi sento perso

Si alzò e si mise ad urlare contro l’imputato con la rabbia che solo un adolescente può avere.

-Li hai uccisi tutti a sangue freddo! Cos’è la vita senza amici! Sono solo ora, che vita è?

Di nuovo tutti presero a parlare all’unisono e di nuovo il giudice richiamò tutti alla calma. Stavolta per Riccardo il motivo sembrava più serio ma aveva l’impressione che stessero parlando di qualcosa che non fosse avvenuto davvero. Non poteva essere una persona così ignobile.

-Silenzio in aula oppure faccio uscire tutti. Avvocato se ha finito può passare all’ultimo testimone

-Certamente signor giudice

L’ultimo testimone prese posto dopo che il ragazzo scese dalla sedia. Questa volta si trattava di un adulto. Aveva un vestito elegante, ma non troppo, non aveva cravatta e Riccardo fece caso alla camicia di sicuro non sartoriale. Era giovane, si sedette sullo sgabello e giurò di dire la verità.

-Conosce l’uomo che sta accusando?

-Sì, signor avvocato

-Può indicarlo?

L’uomo indicò l’imputato mentre gli sguardi del pubblico esprimevano sdegno.

-Di cosa lo accusa?

-Lui mi ha rubato il lavoro e la mia compagna. Le spiego subito cosa è accaduto. Ho studiato economia e commercio all’università Federico II di Napoli. Subito dopo ho trovato lavoro come contabile in una piccola società a Fuorigrotta. La paga non era altissima ma l’ambiente era confortevole. Dal primo giorno ho legato con il mio capo e con la moglie, l’azienda era a carattere familiare. Due persone di una gentilezza immensa. Mi hanno accolto non solo nella loro azienda ma anche nella loro casa. Quando ho perso prematuramente i miei genitori loro si sono offerti di ospitarmi a casa loro per un breve periodo finché non avessi risolto i vari problemi di organizzazione. Gente all’antica signor giudice, gente disposta a sacrificare tutto per il bene altrui. A casa loro conobbi Claudia, aveva da poco finito anche lei gli studi universitari e stava cercando lavoro come biomedico. Fu amore a prima vista e le cose andarono alla grande per i primi anni. Ebbe un’offerta di lavoro per Milano, me ne parlò una sera con le lacrime agli occhi. Ci saremmo separati e sicuramente saremmo stati male ma le feci capire che era la sua vita lavorativa ed era giusto accettare una buona proposta, potevamo farcela. Sapete cosa decise, signor giudice? Rifiutò, lo fece per noi. Disse che non c’era bisogno di allontanarsi, avrebbe aspettato e magari il professore che l’aveva seguita nella tesi avrebbe trovato qualcosa in zona, a Napoli. Certo, lo stipendio non sarebbe stato lo stesso o forse non ci sarebbe stato per parecchio, ma era una soluzione accettabile per mandare avanti un rapporto senza intoppi. Eravamo felici insieme, stava andando tutto per il meglio finché non è intervenuto lui

Il suo sguardo si andò a posare sull’imputato ed emetteva risentimento e rabbia.

-Lui ha parlato con Claudia, le ha detto che io avevo dei dubbi sul nostro rapporto, che era necessaria una pausa di riflessione. Ma non era vero signor giudice, io amavo quella ragazza, era la mia vita. Andò addirittura a parlare con suo padre, gli disse che era meglio interrompere il nostro rapporto lavorativo per il bene di tutti, mio, suo e di Claudia. Ricordo ancora le sue lacrime quando suo padre mi chiede di uscire di casa. Fu l’ultima volta che li vidi e quella che scorgevo nei loro occhi era delusione. Da allora non li ho più risentiti, non so nemmeno che fine abbiano fatto, se stanno bene, se hanno problemi. Nulla

I giurati muovevano la testa in senso di diniego, tutti ricominciarono a scomporsi. Riccardo invece era stufo, stanco di quello che ora sembrava soltanto una recita di un teatro itinerante. Voleva che finisse presto, era l’ultimo dei testimoni a quanto pare quindi ora non c’era che la sentenza. Guardò l’orologio e stranamente notò che segnava lo stesso orario di quando era entrato nell’aula. Nemmeno un minuto in più. Sicuramente era rotto, doveva farlo aggiustare quanto prima.

-Avvocato, se ha finito chiamerei l’imputato

-Certo signor giudice. Faccia pure

-L’imputato è pregato di avvicinarsi

Tutti si girarono nella direzione dell’uomo accusato ma questo non si mosse. Era seduto proprio davanti a Riccardo ma non ebbe nessuna reazione.

-Si avvicini le ho detto

Ancora nessun movimento. Riccardo stava quasi per alzarsi quando vide che l’uomo si girò verso di lui. Rimase impietrito, quell’uomo non aveva volto. Un manichino senza occhi né naso né bocca. Era rivolto verso di lui e questo lo impauriva. Riccardo girò la testa guardando gli altri presenti, cercando nei loro occhi un conforto ma si accorse che tutti lo stavano guardando. Il pubblico, la giuria, l’avvocato, il giudice. Tutti lo osservavano attendendo da lui una risposta.

-Deve avvicinarsi al banco degli imputati, prego

Una ragazza gli si avvicinò e lo prese sottobraccio per portarlo davanti al giudice. Riccardo acconsentì senza volerlo, la paura di contraddire tutti gli spettatori era grande.

-Riconosce queste tre persone che lo accusano?

Davanti a lui si misero in fila i tre accusatori, il bambino, il ragazzo e l’uomo. Stavolta una luce bianca illuminava chiaramente i loro volti ma Riccardo non riusciva proprio a capire chi fossero. Agitò la testa per far intendere che non li aveva mai visti prima.

-Ne è sicuro?

Sentenziò il giudice. Li guardò meglio ma per lui erano sconosciuti.

-Possibile che non riesca a riconoscerli? Ha rimosso così bene la sua memoria passata da rimanere impassibile?

Cominciò a parlare il più piccolo.

-Non mi riconosci Riccardo? Non ricordi la storia di quel bambolotto? Lo chiamavi Dudu. Non ricordi come papà lo odiava? Eppure tu gli volevi bene, dormivate sempre insieme. Anche quando non riuscivi a prendere sonno perché sentivi tuo padre urlare contro tua madre. Lo stringevi forte e gli dicevi che sarebbe finito presto. Non hai mai avuto fratelli, i tuoi ci provavano ma non venivano. E così tuo padre era sempre più arrabbiato e tua madre sempre più triste. Ma Dudu c’era sempre e insieme a lui avevi più sicurezza. Lo avevi nascosto bene ma andavi sempre a prenderlo per abbracciarlo. Ma fino a quando? Non lo ricordi. Solo qualche anno fa quando sei ritornato a Napoli per rivendere casa dei tuoi hai trovato il suo vecchio nascondiglio e cosa hai fatto? Lo hai gettato nell’immondizia senza pensarci. Non ricordavi nemmeno di aver mai avuto un bambolotto. Hai ucciso il bambino che è in te. Quel senso di attaccamento alle cose che ti fa stare bene, il gioco che ti estranea per un po’ dalla vita di tutti i giorni. Sei diventato così adulto da dimenticare di essere mai stato un bambino. Un bambino sensibile

Riccardo sgranò gli occhi. Stava per ricordare quanto era accaduto quando iniziò a parlare il ragazzo.

-Non riconosci neanche me? Non ti ricordi quando hai conosciuto la prima volta i tuoi amici? Eri disteso a terra perché dei bulli ti avevano minacciato di dare loro tutti i tuoi soldi. Tu avevi rifiutato mentre tremavi dalla paura e loro ti avevano spinto a terra con un calcio. Stavano per pestarti quando erano comparsi loro. Eravate superiori in numero quindi se ne andarono ma in realtà sapevate tutti che non eravate capaci di battervi. Avreste perso invece quel giorno avevate vinto, ed era solo il primo giorno di scuola delle superiori. Eravate inseparabili, insieme a loro eri più forte, più sicuro. Nessuno rimaneva indietro, eravate come i moschettieri, uno per tutti e tutti per uno. Poi un giorno sei cambiato. Non hai più risposto alle loro telefonate, non hai mai più avuto voglia di sentirli, magari di ascoltare i loro problemi. Lo sai che Rosario è morto di tumore al fegato sei anni fa? Come puoi saperlo, tu sei troppo indaffarato. Gli altri c’erano però, sono stati sempre vicino a lui da quando lo ha saputo finché non se n’è andato dopo quattro mesi. Hai dimenticato cosa vuol dire avere amici. Conosci tantissime persone, è vero, ma loro non farebbero mai per te qualcosa senza avere nulla in cambio. Ti sei solo circondato di approfittatori, di squali come te. Avere un amico significa sapere di non essere mai solo, sapere che non cadrai mai a terra perché ci sarà sempre una mano che ti prende prima di toccare il terreno

Riccardo stava cominciando a vedere sfocato. Erano le lacrime che senza annunciarsi stavano riempendo i suoi occhi.

-E io? Sai chi sono io? Ricordi Marta e Giovanni? Facesti il tuo primo colloquio con loro. Non andò per niente bene. Eri appena uscito dall’università, ti eri laureato appena due settimane prima. Troppe nozioni teoriche ma nulla di pratica. Ma loro non ti stavano interrogando. Loro ti stavano guardando dentro, stavano scandagliando la tua anima e videro che avevi solo bisogno di un po’ di tempo e di esperienza sul campo. E videro giusto. Ti accolsero tra di loro come il figlio maschio che non avevano mai avuto. Nella loro piccola azienda hai imparato tutto quello che sai, quello che non insegnano ai corsi universitari. E poi Claudia. Era bellissima quando la vedesti la prima volta, ricordi? Dalla porta semichiusa l’avevi vista ripetere la tesi e pensasti a quanto era bella. Bella e intelligente. Per te avrebbe fatto tutto, per te aveva messo da parte un’occasione che non le si è più ripresentata. Poteva andare a Milano, fare carriera, ma questo significava allontanarsi da te e lei non lo voleva. Sai perché? Perché aveva già tutto quello che voleva, aveva te e le bastava. Avresti preso tu in mano le redini dell’azienda di famiglia e insieme sareste stati felici. Ma tu cosa hai fatto? Hai avuto quell’offerta di lavoro a Torino. Le dicesti che era giusto così, che si trattava di un treno che passa una sola volta nella vita. Iniziasti a dire che volevi viaggiare, fare esperienze fuori, che quella piccola azienda dove lavoravi era troppo stretta per te. Li salutasti freddamente, stringendo la mano a Giovanni come se fosse un estraneo. Dimmi un po’, hai mai trovato nella tua carriera lavorativa qualcuno che ti abbia mai considerato un figlio come faceva lui? Che ti abbia mai guardato negli occhi per dirti di essere fiero di te. Sicuramente no, ma forse tu non ne hai bisogno

Riccardo li aveva tutti e tre davanti agli occhi e finalmente riconosceva sui loro volti il suo viso da bambino, da adolescente e da adulto. Guardò in direzione della giuria e riconobbe tante facce che si erano perse nel tempo. I suoi amici di gioventù, i suoi zii, le sue maestre, i suoi genitori. Erano tutti lì per giudicarlo o soltanto per punirlo? Aveva tante cose da dire, avrebbe potuto discolparsi, dire che era cresciuto ed era cambiato ma disse una sola parola. Una parola che gli veniva da un cuore forse non era più circondato da una corazza di ghiaccio.

-Scusate. Scusate tutti

A quel punto il giudice tuonò nel silenzio dell’aula.

-Il verdetto è stato emesso! Io ti dichiaro…

Il martelletto si abbassò violentemente sulla base in legno provocando un rumore sordo e forte. Subito dopo il buio.

Riccardo aprì gli occhi. Non era sicuro dove si trovasse e d’istinto guardò l’orologio. Erano le 21:30. si guardò intorno e si accorse di trovarsi nella sala d’imbarco per il suo volo verso Napoli. Era seduto ed aveva il notebook acceso sulle sue gambe, davanti a lui la posta elettronica non segnalava la presenza di nuovi messaggi. Si era forse addormentato mentre controllava le mail?

-Gabriele, vieni subito qui. Non disturbare il signore che sta lavorando. Mi scusi, sa, è ancora piccolo

Riccardo si accorse proprio in quel momento che accanto a lui c’era un bambino curioso. Stava osservando il monitor forse attirato dal colore delle icone. Lo guardò e il bambino sorrise, era il suo modo di chiedere scusa per una marachella. Riccardo ricambiò il sorriso.

-Non si preoccupi, forse è solo curioso. Magari durante il viaggio insieme al tuo papà ti faccio vedere un programma carino

Il bambino guardò il padre in cerca di approvazione. Questo gli ricambiò lo sguardo con un cenno di assenso.

-Solo se non è un disturbo. Gabriele è un bambino davvero troppo curioso e qualcuno può essere infastidito dai suoi modi

-Nessun problema

Gli venne voglia di scambiare due chiacchiere. Non lo aveva mai fatto nei suoi viaggi di lavoro.

-Come mai in volo per Napoli?

-Siamo di Napoli ma abitiamo a Monza. Stiamo prendendo l’aereo per ritornare un po’ dalle nostre parti e salutare i nonni. Abbiamo prenotato il volo in ritardo e ci tocca viaggiare di notte. Lei invece? E’ qui per lavoro?

-Lavoro, sì. Sempre al lavoro

Riccardo disse quest’ultima frase quasi come se stesse parlando una condanna inflittagli da qualcuno. Lavoro, poi? Cosa gli rimaneva durante tutti i giorni?

-Mi scusi, devo fare una cosa urgente. Posso lasciare qui la borsa?

-Certo. Gabriele gliela terrà d’occhio, vero Gabriele?

Il bambino si mise seduto tutto orgoglioso di quel compito importante. Riccardo si alzò e camminò verso i bagni. Stava per entrare quando il ricordo del sogno che aveva fatto lo fece fermare in tempo. Si allontanò dai bagni e prese il cellulare. Era ancora presto per l’imbarco così si mise a cercare online l’elenco telefonico di Napoli. Dopo un paio di click si fece coraggio e compose il numero. Dall’altra parte del telefono sentì una voce che somigliava tanto ad una che conosceva. Una voce amica.

-Pronto Giuseppe?… We Peppe sono io, Riccardo… Sì, bene, grazie. Tu come stai?… Scusa l’orario spero di non disturbare. Anzi, scusa il ritardo. So che questa chiamata dovevo farla una decina di anni fa…. Niente volevo solo parlare. Ho davvero tanto bisogno di parlare con qualcuno dopo tanto tempo…

20 Agosto 2009

Sul Corso Garibaldi il negozio del signor Diego era un’istituzione per tutti. Da giovane il proprietario era sempre stato un appassionato di fotografia, ma all’epoca non aveva il tempo per fare il fotografo di professione. Lavorava in fabbrica come suo padre, doveva provvedere a portare avanti la sua famiglia. Quella sua passione però gli era rimasta, da sempre. Iniziò comprando e rivendendo agli amici i pezzi delle macchine fotografiche comprate nei mercatini. Sapeva che alcuni di quei pezzi non erano, per così dire, puliti, ma gli fruttavano bene. Poi allargò il suo business riparando e rivendendo attrezzatura professionale ai fotografi. Era diventato un maestro in quel che faceva. Smontava e rimontava ogni pezzo con la maestria di un chirurgo, dava una nuova vita a macchine fotografiche che erano morte. Le sue mani per molti erano magiche.

Decise quindi di sfruttare quel suo “dono” acquisito con il lavoro duro e con la fame di conoscenza. Aprì un piccolo negozietto in Corso Garibaldi. Provvedeva alla riparazione e alla compravendita di materiale per fotografi. Dopo il primo anno fu “costretto” ad ampliarsi. La clientela cresceva e insieme ai servizi offerti creò una camera oscura dove sviluppava i negativi. In poco tempo divenne un punto di riferimento per tutti gli appassionati di fotografia. Aveva l’opportunità di maneggiare gli strumenti più sofisticati e di imparare sempre di più. Disassemblava, costruiva, ideava. Spesso migliorava gli strumenti su cui posava le mani. Tutti in zona si recavano da lui anche solo per avere dei consigli. Ma la sua conoscenza non era infinita, purtroppo.

Con il tempo le macchine fotografiche divennero sempre più indistinguibili dai computer per Diego. La pellicola era sempre meno utilizzata e nel mercato si affermarono con prepotenza le macchine digitali. Quella che era un’arte pensata per valorizzare pochi importanti attimi stava diventando un semplice passatempo per immortalare ogni istante della vita, anche quelli meno rilevanti. La fotografia da eterna stava diventando momentanea, una raccolta di pixel da cestinare quando la memoria di archiviazione era satura. Prima era diverso. I negativi, la carta fotografica, lo studio della luce, dell’esposizione, la speranza che nessuna foto fosse bruciata. Diego pensava a questo ogni volta che metteva le mani su una digitale. Ma forse era solo il suo romanticismo o forse gli anni che avanzavano a renderlo triste.

Lui intanto si rallegrava ogni volta che un cliente gli portava un oggetto più vecchio. Quello sì che per lui era motivo di gioia e soddisfazione, come quel pomeriggio in cui entrò in negozio un timido signore di mezza età. Era basso e con un velo di tristezza sul volto.

-Salve, siete voi il signor Diego?

-Per servirla. Con chi ho il piacere di parlare?

-Mi chiamo Gennaro, mi hanno parlato molto bene di voi. Sono il cognato del panettiere di fronte. Ho un problema con questa macchina fotografica e lui mi ha detto che voi siete proprio l’uomo di cui ho bisogno

Giuseppe è troppo gentile. Ditemi cosa posso fare

L’uomo prese dalla borsa una vecchia macchina fotografica istantanea e la mise sul bancone, davanti a Diego.

-Questa l’ho comprata una settimana fa a mia moglie. Sapete, non sta attraversando un buon momento, pensavo che uscendo e facendo qualche foto si sarebbe ripresa

-Un bel pensiero, complimenti. Cos’ha che non va?

-Non glielo so dire, magari me lo saprete dire voi. Guardate queste foto che ho scattato ieri

L’uomo tirò dalla borsa alcune Polaroid. Diego le osservò attentamente. Nella prima il soggetto era un divano, la foto appariva scura come se fosse sbagliata l’esposizione. In un’altra invece c’era una donna in primo piano, anche in questa il colore prevalente era il marrone, come se il soggetto fosse stato esposto ad un effetto strano. Non si riuscivano a vedere i tratti distintivi del volto. Un’altra foto invece ritraeva una finestra rotta, la parete intorno era scura.

-Sembrano tutti errori di esposizione

-Ho pensato la stessa cosa anche io, la cosa strana è che quella finestra non è rotta. E i colori non sono per nulla reali, a casa le pareti hanno una carta da parati azzurra. La foto di mia moglie è quella che più mi ha impressionato, si vede solo la sagoma ed è di colore marrone. Sembra una di quelle mummie ritrovate nei ghiacci

Diego non poteva che dargli ragione. Tutte le foto avevano qualcosa di inquietante.

-Posso dare una ripulita ai componenti interni e all’obiettivo. Direi che può anche passare domani pomeriggio per venirla a ritirare, in questo periodo non ho molto lavoro

-Perfetto, grazie. A domani allora

-Queste foto posso tenerle?

-Certo, non so che farmene

L’uomo si congedò timidamente ed uscì dal negozio. Diego mise la macchina fotografica in uno scatolo e segnò nome e cognome del cliente, poi lo mise da parte insieme ad altri pezzi da riparare.

Erano le cinque del pomeriggio e non ci furono altri clienti fino alla chiusura. La curiosità era troppa quindi decise di lavorare sulla macchina fotografica istantanea. Provò a fare qualche foto del negozio. L’ingresso, il bancone, la vetrina. Le istantanee uscivano dalla bocca della macchina e dopo qualche soffio sopra compariva l’immagine. Sembravano normali, le immagini erano nitide e i colori reali. Provò giusto un altro paio di scatti ma non cambiò nulla. Decise di smontare la parte anteriore e pulire delicatamente l’obiettivo e il mirino. Rimontò tutto e fece qualche altro scatto all’esterno. Iniziò a notare qualcosa di strano. Le foto mostravano un cielo bianco, nuvoloso, alzando gli occhi al cielo però era tutto azzurro. Non c’erano nuvole e la calura estiva faceva posto ad una leggera brezza fresca.

Diego ritornò all’interno e provò a smontare e rimontare i pezzi per controllare eventuali difetti di fabbricazione. Finì l’operazione giusto in orario prima di chiudere bottega. Prese la macchina fotografica e la portò con sé a casa però, voleva far vedere anche a sua moglie quello strano difetto. Arrivò a piedi a casa, abitava vicino al suo negozio. Quando aprì la porta quello che vide lo lasciò sorpreso.

Non c’era solo sua moglie, Rita, in cucina. Vicino a lei a dare una mano c’era anche Cesare, il loro figlio. Appena Diego lo vide corse verso di lui ad abbracciarlo. Lavorava a Roma con la sua famiglia, non aveva sempre tempo per scendere a Napoli per un saluto. Si era arruolato nell’Esercito appena maggiorenne, dopo i primi anni al Nord aveva finalmente ottenuto un avvicinamento ma non nella sua amata città natale. Era stato assegnato ad una caserma a Roma, lì aveva conosciuto Anna, che sarebbe diventata sua moglie e gli avrebbe dato due figli maschi. Quella sera aveva approfittato di un momento libero per scendere a salutare i suoi genitori in compagnia del figlio più grande.

-Che ci fai da queste parti? Sei venuto senza nemmeno avvisare?

-E’ stata una scappata veloce. Ripartiamo domani mattina per Roma. Sono stato assegnato per un nuovo incarico e starò via per un po’ di tempo. Ne ho approfittato per stare un po’ con voi

-Mi fa piacere. Di che incarico si tratta?

-Mi hanno assegnato a Milano per Strade sicure. Sarò di pattuglia con turni stressanti. Passerà qualche mese prima che possa rivedere gli altri

-Ciao nonno!

-Ciao Remo! Come ti sei fatto grande!

Mentre Cesare e Rita finirono di preparare la cena, Diego si rilassò giocando un po’ con il nipote. Era molto vispo ed intelligente e nel tempo aveva dato mostra di aver ereditato la passione del nonno per la fotografia. Diego gli fece vedere la sua collezione di macchine fotografiche personali che teneva nascoste gelosamente nella stanza che era stata la cameretta di Cesare. In quel momento si ricordò di avere ancora nella borsa la macchina istantanea che aveva portato a casa per fare qualche foto di prova.

-Tieni Remo, fai un po’ di foto con questa. Devo provare se funziona bene e mi servono un po’ di test

-Certo nonno. Agli ordini!

Intanto la cena era pronta e tutti si riunirono in sala da pranzo per mangiare insieme. I grandi parlavano e discutevano dei progetti riservati per il loro futuro mentre il ragazzino girava per il tavolo facendo foto a raffica.

-Quindi starai a Milano per un po’

-Sì, almeno un paio di mesi. Poi vediamo se riescono a salire Anna e i bambini o dovrò scendere io in licenza. Tu invece? Il lavoro come va?

-Come al solito, alti e bassi. Ultimamente più bassi che alti. Ormai la fotografia è alla portata di tutti. Non è più una passione per pochi, fare soldi ora è più difficile

-Ma perché non ti riposi? Ormai io sono sposato ed avete due bei nipoti. Trasferitevi da noi a Roma, così vi godete un po’ di riposo

-Sei gentile a chiederlo ma sono ancora follemente innamorato del mio lavoro

In quel momento Rita lo guardò con un’espressione contrariata. Diego la cinse con un braccio.

-Andiamo, Rita. Capisci cosa intendo. Il negozio è il mio personale museo dei ricordi. Andarmene sarebbe difficile. E poi, in molti hanno ancora bisogno di me e dei miei servigi

Finirono la cena e si prepararono per andare a letto. Cesare e Remo dormirono nel divano letto, erano così stanchi che crollarono in pochi minuti.

Il giorno seguente fecero tutti colazione insieme tranne Remo, ne approfittò per dormire qualche ora in più. Lui e il padre sarebbero stati in giro fino a metà mattinata per poi ripartire prima di pranzo. Diego li salutò calorosamente quando si congedò per andare al lavoro. Fece come al solito la sua passeggiata per recarsi in negozio, quella mattina nonostante il caldo il cielo si coprì completamente. Sembrava che stesse per piovere da un momento all’altro. Di solito succedeva così, pioveva e il caldo aumentava di colpo. Diego affrettò il passo, anche perché non aveva l’ombrello e non aveva nessuna voglia di bagnarsi.

Quella mattina ci furono nuovi clienti, per la maggior parte fotografi venuti nel suo studio per sviluppare i loro negativi, ma c’era anche qualcuno venuto a comprare o riparare macchine fotografiche. Fu impegnato fino quasi ad ora di pranzo. Il troppo lavoro gli aveva fatto venire un languorino, aveva bisogno di mettere qualcosa sotto i denti. Approfittò della presenza di un amico fidato per allontanarsi dal negozio e andare a comprare qualcosa in panetteria. Si allungò di qualche metro proprio verso la bottega di Giuseppe. Quella mattina aveva già pensato di andare da lui e raccontargli di suo cognato ma era così indaffarato che l’aveva dimenticato. Voleva tranquillizzarlo per dirgli che stava lavorando a quello strano caso e che lo avrebbe sicuramente risolto. Quando si ritrovò davanti al negozio vide il proprietario che stava chiudendo la saracinesca e attaccando un foglio.

-Giuseppe, tutto bene? Stai chiudendo già?

L’uomo si girò verso Diego, aveva il volto rigato dalle lacrime mentre faceva un cenno con il capo.

-Giuseppe, che succede? Stai piangendo?

-E’ successo stanotte, ma ci hanno avvisati soltanto ora

-Cosa è successo?

-Mia sorella… e il marito… non ci sono più

-Mi dispiace, condoglianze. Cosa è accaduto?

-Mia sorella soffriva di depressione da qualche anno, mio cognato ha fatto di tutto per tirarla su di morale. Stanotte c’è stato un boato ed hanno trovato i loro corpi carbonizzati. Forse una fuga di gas o forse…

Diego si ricordò di quel dettaglio, il giorno precedente l’uomo gli aveva accennato al fatto che la moglie non stava attraversando un buon periodo. Il panettiere era ancora scosso dalla notizia della perdita di sua sorella e del marito, Diego non insistette con le domande e cercò di tranquillizzarlo. Ritornò al suo negozio con una strana sensazione. Era sempre stato un tipo empatico, anche in quel momento non riusciva a togliersi dalla mente quell’episodio triste.

All’improvviso il cellulare suonò. Era sovrappensiero, la chiamata lo fece saltare. Era suo figlio, rispose.

-Ciao pà, tutto bene?

-Tutto bene Cesare, voi?

-Tutto ok. Stiamo partendo in questo momento. Nel giro di un paio di ore saremo a destinazione. Mamma mi ha riempito di conserve da portare a casa, ho la macchina tutta carica

-Va bene, buon viaggio allora. Avvisaci quando arrivate

-Certo pà. Grazie. A proposito, Remo ha lasciato la macchina fotografica a casa, nel primo cassetto del mobile in soggiorno

-Va benissimo. Ci sentiamo dopo allora

Mise giù, sul suo volto spuntò un piccolo sorriso. Pensava a suo figlio che ormai era adulto, per un genitore è sempre difficile vederli come grandi. Si ha sempre la sensazione che siano bambini, da proteggere. Ma gli anni passano, per tutti. Era contento della vita che aveva scelto ed era entusiasta dei suoi due nipoti.

Riprese a lavorare, dal bancone prese la scatola contenente le Polaroid scattate il giorno prima con la macchina fotografica da riparare. Ancora quel pensiero triste, non riusciva a toglierselo dalla testa. Guardava quelle foto che imprimevano i ricordi distorti che appartenevano alle due vittime. Forse erano gli ultimi momenti felici che avevano vissuto insieme. La depressione era una brutta cosa, lo sapeva bene. Per fortuna lui e sua moglie avevano sempre superato insieme ogni momento difficile, il suo lavoro e il carattere solare di lei erano la sua salvezza.

Mentre stava visualizzando le foto, qualcosa attirò la sua attenzione. Una voce, delle parole. Si rese conto che il suo amico nel negozio aveva acceso il televisore posto nel retrobottega. Era il telegiornale regionale, alle orecchie di Diego arrivarono imponenti parole come “disgrazia”, “incendio”, “scoppio”. Lasciò le foto sul bancone ed andò anche lui nel retro. Si fermò davanti alla TV ed alzò il volume. Dallo schermo un giornalista commentava le immagini di una disgrazia capitata nel quartiere di Materdei.

I vicini di casa delle vittime sono stati svegliati dopo l’una di notte da un forte boato ed hanno avvisato subito le autorità. Sono in corso le indagini per spiegare l’accaduto, in mattinata i tecnici specializzati valuteranno i danni al palazzo e mettere in sicurezza le altre abitazioni. Dalle prime indagini sembra che l’incendio sia divampato dalla cucina, probabilmente una fuga di gas. Secondo le dichiarazioni dei vicini la coppia conduceva una vita tranquilla. La donna soffriva di una grave forma di depressione e non era solita farsi vedere in giro.

Diego ascoltava quelle parole mentre dallo schermo il filmato mostrava la folla davanti al palazzo, i vigili del fuoco, il fumo che saliva dal secondo piano. Poi le immagini della casa. L’incendio doveva essere durato parecchio perché le pareti erano completamente annerite, si riusciva ad intravedere quello che poteva essere un salotto o una cucina. C’era una finestra rotta, probabilmente la deflagrazione aveva mandato in mille pezzi il vetro. Diego osservava la scena mentre gli venivano in mente le parole della povera vittima che descriveva le pareti coperte dalla carta da parati azzurra. Quelle stesse pareti ora erano irriconoscibili dal video. Stava pensando proprio a quello quando si bloccò.

Nella testa le immagini del servizio giornalistico si sovrapponevano ad altre immagini. Quelle impresse sulla Polaroid. Non poteva essere, ci doveva essere un’altra spiegazione. Pensava, il cuore gli batteva forte, la mano tremava e nella tensione fece cadere il telecomando. Il rumore dell’oggetto che toccava terra lo destò. Ritornò subito al bancone, le foto erano già disposte in fila davanti ai suoi occhi.

Nella prima c’era la foto del divano, nella testa di Diego c’era la spiegazione dei colori scuri. Erano l’effetto del fuoco, il divano, le pareti, tutto era carbonizzato come nel video visto al telegiornale. Prese una foto in mano e la avvicinò agli occhi. Doveva ritrarre la moglie del cliente, quelle tinte marroni erano quelle di un corpo bruciato. Quella che stava vedendo era la donna che era stata fotografata, ma non come compariva il giorno prima. Anche lei carbonizzata. Poi c’era la foto della finestra, l’uomo aveva detto che non era rotta, nella foto invece lo era. Quella stessa finestra era stata ripresa dagli operatori ed era proprio uguale a come era nella foto.

Diego si tolse gli occhiali e riposò le foto sul bancone. Com’era possibile? Le foto erano esatte, solo che lo erano con un giorno di anticipo. Qualsiasi cosa avesse fotografato, sull’istantanea era stato impresso il soggetto come sarebbe stato diventato il giorno dopo. Si ricordò di aver fatto qualche foto anche lui, le prese dal mucchio. Quelle all’interno del negozio non avevano nulla di strano, quelle all’esterno invece lo erano. Il giorno prima era sereno, quello dopo invece no. Ed infatti le foto mostravano le nuvole che non c’erano 24 ore prima. Sentì un mancamento improvviso e dovette sedersi. Rimase intontito per qualche minuto mentre l’amico cercava di riportarlo alla realtà senza successo.

Si alzò di colpo, doveva controllare quella ipotesi, per quanto strana potesse essere. Doveva ricontrollare la macchina fotografica, vedere le foto scattate dal nipote la sera prima. Era tutto a casa però, suo figlio gli aveva detto che Remo aveva posato tutto ma non ricordava dove. Si incamminò verso la sua abitazione e nel frattempo chiamò Cesare per farsi dire quell’informazione. Nessuna risposta, probabilmente stava guidando e non poteva rispondere. Affrettò il passo e dopo pochi minuti arrivò a casa.

Rita aprì la porta, si allarmò subito vedendo il volto pallido del marito.

-Ho corso un po’, sono solo affaticato. Sai Remo dove ha lasciato la macchina fotografica che gli ho dato ieri?

-Non saprei, prova a vedere nella sua stanza

Diego perlustrò ogni angolo dell’ex cameretta di Cesare ma non trovò nulla.

-Perché non lo chiami e ti fai dire da lui?

-Ho provato prima ma non mi ha risposto. Vediamo in salone

Aprirono qualche cassetto, poi Diego la vide. La prese con cura, sotto c’erano le foto istantanee fatte dal nipote la sera prima. Le prese mentre la mano tremava ancora, aveva paura di guardarle. Si fece coraggio.

La prima ritraeva la tavola imbandita, sembrava normale. Nella seconda invece c’era Rita che sorrideva verso l’obiettivo, anche questa non aveva nulla di anomalo. Poi c’era un’altra che lo ritraeva, aveva lo sguardo serio ed un colorito molto pallido, il suo volto non guardava direttamente l’obiettivo. Non ricordava gli fosse stata scattata quella foto, forse il ragazzino aveva continuato mentre gli altri parlavano tra di loro. Prese un’altra foto, e si pentì di averlo fatto.

La foto ritraeva lui, sua moglie e suo figlio che discutevano, Cesare aveva il volto completamente coperto di sangue e sembrava che gli mancasse il braccio sinistro. La vista cominciò ad annebbiarsi, senza accorgersene Diego cominciò a piangere. Sfogliò le altre foto, Cesare compariva sempre allo stesso modo. Non poteva, o meglio, non voleva credere a quello che vedeva. Le foto cadevano una ad una mentre le scorreva. Finché non arrivò ad una in particolare, temeva che fosse lì in mezzo.

Un selfie, quel tipo di foto era così comune tra i giovani, sapeva che Remo non avrebbe resistito alla tentazione. Ce n’erano almeno una decina, tutte ritraevano il nipote in primo piano ma il viso era irriconoscibile. Mancava la mascella e un occhio penzolava dall’orbita. Si inginocchiò e cominciò a piangere a dirotto.

Rita non capiva, perché suo marito aveva una crisi di pianto vedendo quelle foto. Le raccolse da terra e le guardò, poi abbracciò suo marito per calmarlo.

-Che succede Diego? Che scherzo è questo? Quelle foto sono ritoccate?

-Chiamali, Rita. Chiama di nuovo Cesare e fatti dire come sta

La donna fece come le era stato ordinato, prese il telefono di casa e digitò le cifre che sapeva a memoria. Una strana sensazione la pervase, ebbe l’impressione che il marito sapesse qualcosa che non le aveva detto. I primi squilli furono interminabili, poi finalmente sentì una voce che conosceva.

-Pronto!

-Cesare, tutto bene?

-Sì mamma, siamo ripartiti da poco. Ci siamo fermati per una sosta tecnica all’autogrill

-Ok, c’è tuo padre qui che mi ha detto di chiamarvi. Non so bene perché…

-Passamelo, lo tranquillizzo io

Rita passò la cornetta a Diego.

-Ciao Cesare

-Ciao pà. Cos’è questa voce? Sei preoccupato?

-Sì… cioè no. Avevo un presentimento strano. Niente di che

-Tranquillo, qui è tutto sotto controllo. Sono in vivavoce, qui c’è anche Remo che ti saluta

-Ciao nonno! Qui tutto bene

-Mi fa piacere sentirtelo dire. Buon viaggio allora

-Grazie nonno, a presto

-Ok pà, ci sentiamo dopo allora

-Ok…

Stava per concludere la frase quando sentì dalla cornetta il rumore di un clacson. Sembrava una di quelle trombe dei camion, come se si avvicinasse sempre di più al telefono. Il suono di una frenata poi un rumore assordante, il frastuono di un colpo. Lamiere che si piegano, acciaio che si rompe, vetri che si infrangono. Davanti agli occhi di Diego si materializzò il suo più grande incubo. Rimase con la cornetta in mano guardando il vuoto, poi iniziò a chiamare per nome suo figlio e suo nipote. Urlò i due nomi finché non arrivò di nuovo Rita che preoccupata gli strappò dalle mani la cornetta.

-Pronto. Pronto! Cesare!

La linea cadde, Rita provò a richiamare ma nessuno rispose. Si voltò e vide suo marito a terra. Subito si riversò su di lui.

-Diego! Amore, che succede!

Un dolore forte al cuore, quelle emozioni erano troppo anche per lui. Aveva assistito alla morte in diretta di suo figlio e suo nipote. Sapeva cosa era accaduto, un incidente d’auto, forse un tir li aveva colpiti ed ora non c’erano più. Se solo avesse capito prima, se solo avesse intuito che la macchina fotografica gli aveva mostrato il futuro riservato ai due, forse avrebbe potuto evitarlo. Quella domanda non ebbe mai risposta, intanto il cuore che prima batteva così forte si stava fermando. Non aveva più tempo di spiegare cosa era successo, riuscì solo a dire una semplice parola mentre indicava la macchina istantanea.

Bruciala

Era meglio se quell’oggetto infernale non esistesse più. Chissà da dove proveniva, nell’ultimo istante prima di andarsene, Diego pensò che non solo era capace di mostrare il futuro ma forse era anche la causa delle disgrazie che si erano verificate in quei giorni. Nessuno avrebbe dovuto più utilizzare quell’arnese maledetto.

19 Marzo 2007

Ciao. Ben svegliato.

Ti starai chiedendo chi sono io, che cosa ci fai in una stanza chiusa. cosa più importante ti stai chiedendo per quale strano motivo non riesci a parlare e non riesci a muoverti. Te lo spiego io, non agitarti. Sei legato su una sedia e sei imbavagliato. E’ inutile che ti agiti, non devi preoccuparti. Siamo qui solo per parlare. Scommetto che ora stai cercando di mettere insieme i pezzi, di capire in che situazione ti sei messo. L’ultimo ricordo della giornata dovrebbe essere l’autobus che ti ferma a pochi passi da casa dopo una mattinata a scuola. Poi non ricordi nulla. Non muoverti. Non provare a parlare, non capisco quello che dici con il bavaglio sulla bocca, e non pensare che abbia voglia di togliertelo. Questa è la vita reale, non è come nei film in cui l’eroe, il buono, dice una frase a effetto per far colpo sul cattivo. Questo è lo sporco mondo in cui viviamo, e non pensare che i buoni e i cattivi lo siano sempre. Se continui ad agitarti mi costringi a darti un altro po’ di questa. In questa siringa c’è tanto di quel calmante che ti farai un bel sonno di qualche ora. Continui a fare il contrario di quello che ti consiglio? Lo hai voluto tu, ora fatti una bella dormita.

Sei di nuovo tra noi? Spero che ora tu abbia capito la lezione. Ti conviene metterti comodo e ascoltare. E’ l’unica cosa sensata che puoi fare. Incominciamo con una bella storiella, purtroppo non di quelle a lieto fine. E’ una storia di amicizia. Vedi, tu sei ancora giovane, sicuramente hai degli amici, dei conoscenti. Ma l’amicizia vera, quella con la A maiuscola, è qualcosa di raro. E’ un fiore di rara bellezza che nasce anche in luoghi aridi, secchi, senza speranza. Per i nostri due protagonisti fu proprio così. La loro amicizia nacque sul cemento di una zona morta. Ora la chiamano l’hinterland, le danno una connotazione quasi chic. Per i due ragazzi è sempre stata invece la periferia. La parte più esterna di quella grande metropoli che è Napoli. A due passi dalla provincia ma più lontana dal centro. Odiata da entrambe le fazioni. Nascere in un quartiere come Barra non era per niente facile. E’ come un marchio che puoi nascondere quanto puoi, ma basta una sola domanda “di che parte sei?” per far cadere la pezza rammendata e mostrarlo in tutto il suo terribile e appariscente colore.

In quel posto tutto è periferia, tutto è al limite. Anche le vite dei ragazzi. Per loro sembra sempre di camminare su una linea di demarcazione, da un lato la salvezza, il riscatto, la vita immaginaria che ti fa dimenticare il posto in cui vivi. Dall’altro un baratro che attrae con una forza spaventosa, alimentato dai modelli che vedi ogni giorno. I due ragazzi vivevano così ogni giorno, con la speranza di una vita migliore e la consapevolezza che per sopravvivere in quel posto bisognava familiarizzare con i peggiori individui.

Si erano conosciuti alle medie. Scuola dell’obbligo, quindi non era difficile incontrare la peggiore feccia. Si erano dati dei nomignoli, dei soprannomi, per farsi rispettare. Uno era “l’avvocato”, per la parlantina sempre pronta, un’arte innata di “farti fesso” solo con l’uso della parola. L’altro invece era “Tex Willer”, perché era appassionato di Western e diceva che prima o poi sarebbe stato il più grande pistolero di sempre. Sogni, quanti sogni per quei piccoli ragazzi che facevano la parte dei grandi. A scuola erano inseparabili, nella buona e nella cattiva sorte. Ogni volta che c’erano i consigli di classe con i professori, loro il giorno dopo si confrontavano. “A te quante te ne hanno date?” “Parecchie, mio padre mi ha picchiato per un’ora” “Addirittura? A me per mezz’ora”. Ma la scuola e i genitori non riuscivano a raddrizzarli.

Questo perché nel loro quartiere c’era un giovane appartenente alla nuova camorra, Gennaro, un ragazzo di appena quindici anni che era già consideratissimo dai leader. Camminava a testa alta per il quartiere, tutti lo salutavano e gli portavano rispetto. Era circondato da un’aura particolare, tutto quello che ordinava diventava realtà. Facile capire che una mente semplice come quella dei due ragazzini lo vedeva come un eroe. Come un modello a cui aspirare. Quell’appellativo, “don”, prima del nome che dona rispetto a chi lo indossa. Ne parlavano sempre quando erano da soli. “Hai visto a Gennarino? Ha fatto chiudere quel negozio” “Che potenza! Quando lui ordina nessuno si tira indietro”. Quando lo vedevano da lontano gli altri scappavano, loro invece no. Avrebbero fatto di tutto per farsi notare, e lo fecero.

Un pomeriggio erano seduti su una panchina a godere del calore di un sole invernale. Avevano finito i compiti, o meglio avevano sfogliato la lezione del giorno dopo, ed erano scesi per stare un po’ insieme. Videro Gennarino da lontano con il suo corteo di adepti che passeggiava altero. Si fermò di colpo perché vide una signora a terra che piangeva. Le domandò cosa fosse successo e lei rispose che le avevano appena “scippato” la borsa e dentro c’erano i soldi per andare a fare la spesa. I due ragazzi si avvicinarono incuriositi mentre gli sguardi dei futuri scagnozzi li scansionavano arcigni da capo a piedi. Fu l’avvocato a parlare per primo, e chi se non altri.

-Don Gennarino, forse noi due conosciamo chi è stato

-Chi siete voi due?

-Due ragazzi di poco conto che possono darvi una mano a prendere il colpevole di questa cattiva azione. Nel vostro quartiere nessuno deve “sgarrare”

-Avete ragione. Qui non si fa niente se non lo comando io. Di chi si tratta?

-Se vi fidate di noi ci andiamo a parlare e lo facciamo venire da voi a scusarsi

Il piccolo boss li fece andare, si fidò di loro. I ragazzi fecero passare qualche ora poi andarono in un bar lì vicino ed avvicinarono la persona che stavano cercando. Era un povero padre di famiglia senza lavoro e con tre figli e una moglie da sfamare. Una situazione quasi scontata, una mattina stanco della continua miseria si improvvisa ladro e colpisce una povera signora indifesa. Non un criminale di professione, solo una persona disposta a scendere così in basso per i suoi affetti. I due gli parlarono e lo convinsero che parlare con Gennarino era la cosa migliore. Si sarebbe scusato e lui sarebbe stato clemente con tutta la sua famiglia. Non gli conveniva sbagliare proprio adesso che gli veniva data una seconda opportunità. Così fece e tutto andò liscio.

Ma quell’episodio così caritatevole fu solo l’inizio della fine. Il giovane boss andò a congratularsi personalmente con i due ragazzi e li prese sotto la sua ala protettiva. Inconsapevolmente si stavano avvicinando al baratro al di là della linea di demarcazione.

Che c’è? Sei stanco? Non ti piace questa storia? Devi ascoltarla attentamente.

Come ti dicevo, quei due stavano facendo il salto di carriera. Erano ufficialmente associati ad un clan camorristico senza esserne davvero certi. La loro vita stava cambiando lentamente così come i loro comportamenti. Senza che se ne rendessero conto stavano mutando e stavano crescendo. Un’età particolare quella dell’ultimo anno di medie. Finisce un ciclo, ti senti più adulto. E poi ora c’era il rispetto da parte di tutti, nessuno li avrebbe più toccati perché c’era di mezzo Gennarino, e con Gennarino non si scherza. Alla fine dell’ultimo anno scolastico i due ragazzi avevano già tutto quello che volevano, solo che Tex Willer aveva un’anima diversa da quella dell’avvocato. Il padre di Tex era un infermiere, di quelli che sono tutto il tempo al pronto soccorso e salvano vite gratis. Magari lottando anche contro l’ignoranza delle persone che riversa su di loro la frustrazione dei malati. Ad esempio, qualche volta capitava che al pronto soccorso arrivasse un ragazzo accoltellato. Durante l’operazione per salvarlo qualcuno doveva pur andare a comunicare ai parenti che era in fin di vita, e in quel caso i parenti sentivano il bisogno di sfogarsi con qualcuno, ecco, proprio con il povero infermiere che stava solo facendo il proprio lavoro. Come dicevo, la famiglia di Tex era molto unita e il padre cercava in tutti i modi di far capire al figlio che c’era un’altra strada oltre a quella che si stava aprendo davanti a lui. Ma un ragazzino come può scegliere la strada più impegnativa quando un’altra è dritta, corta e porta al successo? Intanto nel retrocranio di Tex c’era comunque questa idea dei genitori, per lo più del padre, che bisognava fare la cosa giusta. L’avvocato invece era diverso, più ambizioso, davanti ai suoi occhi aveva già ben chiaro come la sua vita sarebbe diventata.

Non voglio annoiarti parlandoti di come i due ragazzi passavano le giornate o se avevano dubbi sulla loro nuova vita. Resta però attento a quello che sto per raccontarti ora.

I ragazzi crescevano, sempre insieme. Diventavano sempre più rispettati anche se non si sporcavano mai le mani. Erano gli occhi e le orecchie di Don Gennarino che nel frattempo era diventato solamente Don Gennaro. Continuarono addirittura gli studi dopo le medie, il loro “padrino” li convinse a studiare in modo da conservarli immacolati agli occhi della legge. Intanto sottobanco portavano avanti un business lordo del sangue degli innocenti. Si innamorarono di due belle ragazze, si sposarono, addirittura Tex ebbe un figlio maschio. Dall’esterno sembravano in tutto e per tutto persone normali. Sempre indissolubili, sempre in coppia. Fino a che un giorno non successe qualcosa di davvero particolare.

Una soffiata, qualcuno aveva avvisato la polizia di una riunione che si sarebbe tenuta in un luogo appartato e segreto. Dovevano partecipare tutti i capi clan della zona per decidere delle suddivisioni degli incassi futuri. Tutto era stato organizzato alla perfezione ed erano in pochi a sapere tutti i dettagli. La polizia arrivò all’improvviso e catturò quasi tutti i presenti. Un blitz fatto a regola d’arte con tanto di titoli in prima pagina per i successivi giorni. “Catturati i boss della periferia”. Qualcuno riuscì a sfuggire e indovina chi in particolare? Esatto, il nostro caro Don Gennaro. Con l’aiuto del suo fidato autista scappò da quel luogo e fece perdere le sue tracce. Questo però significava per lui che da quel momento in poi avrebbe dovuto comandare nell’ombra, in latitanza. Da una posizione così scomoda è difficile comandare quindi decise che la sua prima azione sarebbe stata la punizione della talpa. Convocò a turno tutti quelli che conoscevano i dettagli della riunione.

Riservò l’ultimo incontro ai due ragazzi. Li convocò in un luogo segreto e li fece sedere davanti a lui. Non era abituato a fare giri di parole e nemmeno in quell’occasione ne fece.

-Ragazzi siete stati voi?

Indovina chi parlò per primo.

-No. Ma che dite Don Gennaro, noi non avremmo mai fatto qualcosa contro di voi

-Non avevamo nessun motivo per farlo. Noi siamo sempre stati dalla vostra parte

-Silenzio. Non vi ho detto di parlare. Voglio solo sapere se siete stati voi e perché

-Ma vi abbiamo già detto che siamo immacolati. Noi non c’entriamo

-Ho parlato con tutti i miei uomini più fidati. Pensate che sia un caso che vi ho tenuti per ultimi? Tex, tu non mi devi dire niente?

-Niente Don Gennaro. Giuro sull’anima di mio figlio

-E tu? Di solito parli sempre, dici tante belle parole. Mò che fai?

L’altro ragazzo era in silenzio e guardava fisso lo sguardo del boss. Il loro padre adottivo aspettava una risposta e gli venne data senza insistere troppo.

-Avete ragione Don Gennaro. Inutile fingere, ci sareste arrivato lo stesso da solo

-Bravo ragazzo. Dimmi tutto che ti ascolto

-Sì, però dovete darmi la vostra parola. Vi ricordate quando eravamo più piccoli? La prima volta che vi abbiamo incontrato ve la ricordate? Ci avevate promesso che non avreste ammazzato nessuno se vi portavamo il colpevole. Anche ora dovete fare la stessa cosa, ce lo dovete

Don Gennaro annuì mentre Tex era un po’ stranito, specialmente quando vide il dito dell’amico che lo puntava.

-E’ stato lui. Lo sapete che ha un po’ di problemi a casa ed ha agito di impulso. Da quando ha avuto suo figlio ha deciso che vuole cambiare vita

Tex guardò l’avvocato allibito. Era innocente, non ne sapeva niente eppure il suo amico più intimo lo stava accusando ingiustamente.

-Ma che stai dicendo? Io non so proprio niente

-Amico mio, è inutile che fai finta. Don Gennaro ha promesso che non ti farà niente. E lo sappiamo che è uno che mantiene la parola data. Né a te né alla tua famiglia sarà torto un capello

-Ma io non ho fatto niente

-Tex calmati, lo sa già della telefonata alla polizia. L’hai fatta con il tuo cellulare quindi è stato facile risalire a te. Il giorno prima della riunione ci siamo visti tu non c’eri e forse ti stavi incontrando con gli sbirri

-Ma sei pazzo? Io sono pulito! Don Gennaro io non mi permetterei mai

Niente. Avrebbe potuto parlare per ore ma la versione dell’avvocato calzava a pennello. D’altronde era un suo talento naturale, con le parole facev’ scem a tutt quant.

Lo presero e lo fecero incastrare per un omicidio che non aveva commesso. Era quella la punizione esemplare del boss che gli aveva concesso la grazia. Tutti gli appelli confermarono la condanna. Venti anni di prigione. In quei vent’anni non vide mai più il suo amico. Era facile capire che era stato lui la talpa e che aveva addossato tutta la colpa all’anello debole. Per cosa poi? Per trenta stupidi denari. Aveva venduto la sua amicizia per diventare il nuovo capo. Sì, perché in galera le visite erano poche, ma Tex i giornali li leggeva. Prima seppe di un altro blitz dei servizi speciali che stanarono Don Gennaro. Poi della morte del boss in carcere in circostanze ancora da chiarire. Poi lo sai, lo fanno vedere anche nei telefilm, quelli nuovi che entrano in carcere portano sempre nuove notizie.

L’avvocato aveva fatto carriera. All’improvviso era diventato imprenditore. Prima i bar, poi i ristoranti. Tutti soldi puliti, certo. Come no, pulitissimi. Di nascosto comandava con l’aiuto delle teste di legno che figuravano come i veri boss della camorra. E invece lui era quello che teneva i fili e aveva la fedina penale pulita. Trenta denari.

Dai, non ti abbattere, siamo quasi alla fine della storia. Non crederai che il finale tragico sia questo? Ma no, gli anni in prigione passano. Sono più lenti, questo sì, a volte interminabili. Ma prima o poi si esce, vivi o morti si esce.

Tu immagina quel povero Tex Willer che si fa venti anni di prigione per un reato che non aveva commesso. Tu che faresti al posto suo? Lo so, tu sei giovane, mi risponderai “io al posto suo appena uscito di galera andrei a prendere il mio nemico e lo ammazzerei con le mie mani”. No, risposta sbagliata. Non lo capisci ancora perché sei giovane e non hai una famiglia. Tex pensò a suo figlio. Non lo vedeva da vent’anni. Capisci che significa? L’ultima volta che lo aveva visto era un neonato e ora che aveva la possibilità di stare un po’ con lui lo ritrovava già adulto. Ma non gli importava di quello che aveva perso, di tutti i momenti in cui poteva essere con lui e non c’era. Dei primi passi, delle prime parole, magari dei primi litigi. Aveva scontato la colpa di una vita che aveva scelto, anche se non lo meritava. Pensava alle parole del padre quando cercava di fargli capire che non era quella la strada da percorrere. Vedi? I padri quando pensano al bene dei figli hanno sempre ragione.

Quindi Tex che fa? Esce di prigione e va a Barra, nel quartiere dove abitava. Ritrova sua moglie che lo accoglie in maniera fredda. Ha un nuovo compagno, si è rifatta una vita. Non ce l’ha con lei, vuole solo rivedere suo figlio e provare a spiegargli tutto. Lui non è a casa ma lei si offre di accompagnarlo. Prima però devono fare una tappa intermedia, dice. Deve passare al cimitero a portare dei fiori sulla tomba dei suoi genitori. Entrano nel cimitero e fanno tappa dai genitori di lei, morti qualche anno prima.

Poi gira la testa di lato e si sente morire dentro.

Accanto alla lapide dei genitori della moglie c’è un’altra lapide. Legge il nome e non riesce a capire. Il cognome era il suo, il nome quello che aveva dato a suo figlio. Era morto anche lui tre anni prima. Aveva 17 anni, era su un motorino quando ad un incrocio non si è fermato al rosso e un’auto lo ha sollevato in aria. I medici hanno fatto il possibile ma è morto alcune ore dopo.

A diciassette anni, capisci? Perdere un figlio a diciassette anni. Un figlio che non hai mai conosciuto, che per venti anni hai immaginato solo nella tua testa. Speravi di parlargli, di conoscere il suo animo, di fare per lui qualcosa anche se in ritardo. Magari di dirgli che non vale la pena stare tutto il giorno con gli amici sul motorino ma che bisogna studiare. E tutto questo non è successo solo perché qualcuno si è messo tra i te e i tuoi sogni.

Che c’è? Sto piangendo, embè? Sei sorpreso? Hai capito chi è Tex Willer? Vedo che nel frattempo ti sei calmato. Nessuno può comprendere il dolore che ho provato quel giorno. La terra che si apre sotto i tuoi piedi e l’inferno che ti aspetta. Neanche tutti quegli anni in prigione sono stati così dolorosi. Ricordi quando ti ho fatto quella domanda prima? Che cosa avresti fatto al posto mio uscito di prigione? Ora ti rifaccio la domanda. Che cosa faresti al posto mio se una volta uscito di prigione scopri che non hai nient’altro da perdere. Se l’unica cosa che era capace di renderti un essere umano non c’è più? Esatto, vedo che mi capisci. Diventi un mostro che esige la sua vendetta.

Sai quanti anni aveva mio figlio quando è morto? Esattamente diciassette anni, tre mesi e due giorni. Fatti un rapido calcolo a mente e dimmi tu quanti anni hai? Da come ti agiti vedo che hai capito. Ora ti spieghi il rapimento e la pistola che sto impugnando. Apri gli occhi, finora sei vissuto in un’illusione. Tuo padre non è la persona che credi di conoscere e oggi proverà quello che ho provato io. Perderà suo figlio definitivamente.

La polizia entrò dall’ingresso principale spalancando la porta. Subito gli agenti si diressero verso l’uomo con la pistola in mano e fecero fuoco. La raffica di colpi lo uccise prima ancora che potesse rendersi conto di quello che accadeva. Secondo gli agenti c’era stata una telefonata anonima che avvisava del luogo in cui era tenuto in ostaggio Armando, il giovane figlio del noto imprenditore alberghiero Antonio Caputo. Quando Antonio si recò di corsa in commissariato per andare dal figlio cercò di abbracciarlo per tranquillizzarlo e dirgli che avrebbe fatto il possibile per capire la causa di quel gesto orrendo fatto da uno sconosciuto. Armando però si scostò evitando l’abbraccio sotto lo sguardo imbarazzato del padre e degli agenti di polizia. Restò in silenzio tutto il tempo e quando tornarono a casa il ragazzo cercò in tutti i modi di evitare suo padre. Antonio, detto l’avvocato, aveva definitivamente perso suo figlio quel giorno, come aveva profetizzato il suo amico di infanzia. Sui giornali nessuno scrisse che la pistola con la quale Tex aveva minacciato il giovane era scarica.