
Ciao. Ben svegliato.
Ti starai chiedendo chi sono io, che cosa ci fai in una stanza chiusa. cosa più importante ti stai chiedendo per quale strano motivo non riesci a parlare e non riesci a muoverti. Te lo spiego io, non agitarti. Sei legato su una sedia e sei imbavagliato. E’ inutile che ti agiti, non devi preoccuparti. Siamo qui solo per parlare. Scommetto che ora stai cercando di mettere insieme i pezzi, di capire in che situazione ti sei messo. L’ultimo ricordo della giornata dovrebbe essere l’autobus che ti ferma a pochi passi da casa dopo una mattinata a scuola. Poi non ricordi nulla. Non muoverti. Non provare a parlare, non capisco quello che dici con il bavaglio sulla bocca, e non pensare che abbia voglia di togliertelo. Questa è la vita reale, non è come nei film in cui l’eroe, il buono, dice una frase a effetto per far colpo sul cattivo. Questo è lo sporco mondo in cui viviamo, e non pensare che i buoni e i cattivi lo siano sempre. Se continui ad agitarti mi costringi a darti un altro po’ di questa. In questa siringa c’è tanto di quel calmante che ti farai un bel sonno di qualche ora. Continui a fare il contrario di quello che ti consiglio? Lo hai voluto tu, ora fatti una bella dormita.
Sei di nuovo tra noi? Spero che ora tu abbia capito la lezione. Ti conviene metterti comodo e ascoltare. E’ l’unica cosa sensata che puoi fare. Incominciamo con una bella storiella, purtroppo non di quelle a lieto fine. E’ una storia di amicizia. Vedi, tu sei ancora giovane, sicuramente hai degli amici, dei conoscenti. Ma l’amicizia vera, quella con la A maiuscola, è qualcosa di raro. E’ un fiore di rara bellezza che nasce anche in luoghi aridi, secchi, senza speranza. Per i nostri due protagonisti fu proprio così. La loro amicizia nacque sul cemento di una zona morta. Ora la chiamano l’hinterland, le danno una connotazione quasi chic. Per i due ragazzi è sempre stata invece la periferia. La parte più esterna di quella grande metropoli che è Napoli. A due passi dalla provincia ma più lontana dal centro. Odiata da entrambe le fazioni. Nascere in un quartiere come Barra non era per niente facile. E’ come un marchio che puoi nascondere quanto puoi, ma basta una sola domanda “di che parte sei?” per far cadere la pezza rammendata e mostrarlo in tutto il suo terribile e appariscente colore.
In quel posto tutto è periferia, tutto è al limite. Anche le vite dei ragazzi. Per loro sembra sempre di camminare su una linea di demarcazione, da un lato la salvezza, il riscatto, la vita immaginaria che ti fa dimenticare il posto in cui vivi. Dall’altro un baratro che attrae con una forza spaventosa, alimentato dai modelli che vedi ogni giorno. I due ragazzi vivevano così ogni giorno, con la speranza di una vita migliore e la consapevolezza che per sopravvivere in quel posto bisognava familiarizzare con i peggiori individui.
Si erano conosciuti alle medie. Scuola dell’obbligo, quindi non era difficile incontrare la peggiore feccia. Si erano dati dei nomignoli, dei soprannomi, per farsi rispettare. Uno era “l’avvocato”, per la parlantina sempre pronta, un’arte innata di “farti fesso” solo con l’uso della parola. L’altro invece era “Tex Willer”, perché era appassionato di Western e diceva che prima o poi sarebbe stato il più grande pistolero di sempre. Sogni, quanti sogni per quei piccoli ragazzi che facevano la parte dei grandi. A scuola erano inseparabili, nella buona e nella cattiva sorte. Ogni volta che c’erano i consigli di classe con i professori, loro il giorno dopo si confrontavano. “A te quante te ne hanno date?” “Parecchie, mio padre mi ha picchiato per un’ora” “Addirittura? A me per mezz’ora”. Ma la scuola e i genitori non riuscivano a raddrizzarli.
Questo perché nel loro quartiere c’era un giovane appartenente alla nuova camorra, Gennaro, un ragazzo di appena quindici anni che era già consideratissimo dai leader. Camminava a testa alta per il quartiere, tutti lo salutavano e gli portavano rispetto. Era circondato da un’aura particolare, tutto quello che ordinava diventava realtà. Facile capire che una mente semplice come quella dei due ragazzini lo vedeva come un eroe. Come un modello a cui aspirare. Quell’appellativo, “don”, prima del nome che dona rispetto a chi lo indossa. Ne parlavano sempre quando erano da soli. “Hai visto a Gennarino? Ha fatto chiudere quel negozio” “Che potenza! Quando lui ordina nessuno si tira indietro”. Quando lo vedevano da lontano gli altri scappavano, loro invece no. Avrebbero fatto di tutto per farsi notare, e lo fecero.
Un pomeriggio erano seduti su una panchina a godere del calore di un sole invernale. Avevano finito i compiti, o meglio avevano sfogliato la lezione del giorno dopo, ed erano scesi per stare un po’ insieme. Videro Gennarino da lontano con il suo corteo di adepti che passeggiava altero. Si fermò di colpo perché vide una signora a terra che piangeva. Le domandò cosa fosse successo e lei rispose che le avevano appena “scippato” la borsa e dentro c’erano i soldi per andare a fare la spesa. I due ragazzi si avvicinarono incuriositi mentre gli sguardi dei futuri scagnozzi li scansionavano arcigni da capo a piedi. Fu l’avvocato a parlare per primo, e chi se non altri.
-Don Gennarino, forse noi due conosciamo chi è stato
-Chi siete voi due?
-Due ragazzi di poco conto che possono darvi una mano a prendere il colpevole di questa cattiva azione. Nel vostro quartiere nessuno deve “sgarrare”
-Avete ragione. Qui non si fa niente se non lo comando io. Di chi si tratta?
-Se vi fidate di noi ci andiamo a parlare e lo facciamo venire da voi a scusarsi
Il piccolo boss li fece andare, si fidò di loro. I ragazzi fecero passare qualche ora poi andarono in un bar lì vicino ed avvicinarono la persona che stavano cercando. Era un povero padre di famiglia senza lavoro e con tre figli e una moglie da sfamare. Una situazione quasi scontata, una mattina stanco della continua miseria si improvvisa ladro e colpisce una povera signora indifesa. Non un criminale di professione, solo una persona disposta a scendere così in basso per i suoi affetti. I due gli parlarono e lo convinsero che parlare con Gennarino era la cosa migliore. Si sarebbe scusato e lui sarebbe stato clemente con tutta la sua famiglia. Non gli conveniva sbagliare proprio adesso che gli veniva data una seconda opportunità. Così fece e tutto andò liscio.
Ma quell’episodio così caritatevole fu solo l’inizio della fine. Il giovane boss andò a congratularsi personalmente con i due ragazzi e li prese sotto la sua ala protettiva. Inconsapevolmente si stavano avvicinando al baratro al di là della linea di demarcazione.
Che c’è? Sei stanco? Non ti piace questa storia? Devi ascoltarla attentamente.
Come ti dicevo, quei due stavano facendo il salto di carriera. Erano ufficialmente associati ad un clan camorristico senza esserne davvero certi. La loro vita stava cambiando lentamente così come i loro comportamenti. Senza che se ne rendessero conto stavano mutando e stavano crescendo. Un’età particolare quella dell’ultimo anno di medie. Finisce un ciclo, ti senti più adulto. E poi ora c’era il rispetto da parte di tutti, nessuno li avrebbe più toccati perché c’era di mezzo Gennarino, e con Gennarino non si scherza. Alla fine dell’ultimo anno scolastico i due ragazzi avevano già tutto quello che volevano, solo che Tex Willer aveva un’anima diversa da quella dell’avvocato. Il padre di Tex era un infermiere, di quelli che sono tutto il tempo al pronto soccorso e salvano vite gratis. Magari lottando anche contro l’ignoranza delle persone che riversa su di loro la frustrazione dei malati. Ad esempio, qualche volta capitava che al pronto soccorso arrivasse un ragazzo accoltellato. Durante l’operazione per salvarlo qualcuno doveva pur andare a comunicare ai parenti che era in fin di vita, e in quel caso i parenti sentivano il bisogno di sfogarsi con qualcuno, ecco, proprio con il povero infermiere che stava solo facendo il proprio lavoro. Come dicevo, la famiglia di Tex era molto unita e il padre cercava in tutti i modi di far capire al figlio che c’era un’altra strada oltre a quella che si stava aprendo davanti a lui. Ma un ragazzino come può scegliere la strada più impegnativa quando un’altra è dritta, corta e porta al successo? Intanto nel retrocranio di Tex c’era comunque questa idea dei genitori, per lo più del padre, che bisognava fare la cosa giusta. L’avvocato invece era diverso, più ambizioso, davanti ai suoi occhi aveva già ben chiaro come la sua vita sarebbe diventata.
Non voglio annoiarti parlandoti di come i due ragazzi passavano le giornate o se avevano dubbi sulla loro nuova vita. Resta però attento a quello che sto per raccontarti ora.
I ragazzi crescevano, sempre insieme. Diventavano sempre più rispettati anche se non si sporcavano mai le mani. Erano gli occhi e le orecchie di Don Gennarino che nel frattempo era diventato solamente Don Gennaro. Continuarono addirittura gli studi dopo le medie, il loro “padrino” li convinse a studiare in modo da conservarli immacolati agli occhi della legge. Intanto sottobanco portavano avanti un business lordo del sangue degli innocenti. Si innamorarono di due belle ragazze, si sposarono, addirittura Tex ebbe un figlio maschio. Dall’esterno sembravano in tutto e per tutto persone normali. Sempre indissolubili, sempre in coppia. Fino a che un giorno non successe qualcosa di davvero particolare.
Una soffiata, qualcuno aveva avvisato la polizia di una riunione che si sarebbe tenuta in un luogo appartato e segreto. Dovevano partecipare tutti i capi clan della zona per decidere delle suddivisioni degli incassi futuri. Tutto era stato organizzato alla perfezione ed erano in pochi a sapere tutti i dettagli. La polizia arrivò all’improvviso e catturò quasi tutti i presenti. Un blitz fatto a regola d’arte con tanto di titoli in prima pagina per i successivi giorni. “Catturati i boss della periferia”. Qualcuno riuscì a sfuggire e indovina chi in particolare? Esatto, il nostro caro Don Gennaro. Con l’aiuto del suo fidato autista scappò da quel luogo e fece perdere le sue tracce. Questo però significava per lui che da quel momento in poi avrebbe dovuto comandare nell’ombra, in latitanza. Da una posizione così scomoda è difficile comandare quindi decise che la sua prima azione sarebbe stata la punizione della talpa. Convocò a turno tutti quelli che conoscevano i dettagli della riunione.
Riservò l’ultimo incontro ai due ragazzi. Li convocò in un luogo segreto e li fece sedere davanti a lui. Non era abituato a fare giri di parole e nemmeno in quell’occasione ne fece.
-Ragazzi siete stati voi?
Indovina chi parlò per primo.
-No. Ma che dite Don Gennaro, noi non avremmo mai fatto qualcosa contro di voi
-Non avevamo nessun motivo per farlo. Noi siamo sempre stati dalla vostra parte
-Silenzio. Non vi ho detto di parlare. Voglio solo sapere se siete stati voi e perché
-Ma vi abbiamo già detto che siamo immacolati. Noi non c’entriamo
-Ho parlato con tutti i miei uomini più fidati. Pensate che sia un caso che vi ho tenuti per ultimi? Tex, tu non mi devi dire niente?
-Niente Don Gennaro. Giuro sull’anima di mio figlio
-E tu? Di solito parli sempre, dici tante belle parole. Mò che fai?
L’altro ragazzo era in silenzio e guardava fisso lo sguardo del boss. Il loro padre adottivo aspettava una risposta e gli venne data senza insistere troppo.
-Avete ragione Don Gennaro. Inutile fingere, ci sareste arrivato lo stesso da solo
-Bravo ragazzo. Dimmi tutto che ti ascolto
-Sì, però dovete darmi la vostra parola. Vi ricordate quando eravamo più piccoli? La prima volta che vi abbiamo incontrato ve la ricordate? Ci avevate promesso che non avreste ammazzato nessuno se vi portavamo il colpevole. Anche ora dovete fare la stessa cosa, ce lo dovete
Don Gennaro annuì mentre Tex era un po’ stranito, specialmente quando vide il dito dell’amico che lo puntava.
-E’ stato lui. Lo sapete che ha un po’ di problemi a casa ed ha agito di impulso. Da quando ha avuto suo figlio ha deciso che vuole cambiare vita
Tex guardò l’avvocato allibito. Era innocente, non ne sapeva niente eppure il suo amico più intimo lo stava accusando ingiustamente.
-Ma che stai dicendo? Io non so proprio niente
-Amico mio, è inutile che fai finta. Don Gennaro ha promesso che non ti farà niente. E lo sappiamo che è uno che mantiene la parola data. Né a te né alla tua famiglia sarà torto un capello
-Ma io non ho fatto niente
-Tex calmati, lo sa già della telefonata alla polizia. L’hai fatta con il tuo cellulare quindi è stato facile risalire a te. Il giorno prima della riunione ci siamo visti tu non c’eri e forse ti stavi incontrando con gli sbirri
-Ma sei pazzo? Io sono pulito! Don Gennaro io non mi permetterei mai
Niente. Avrebbe potuto parlare per ore ma la versione dell’avvocato calzava a pennello. D’altronde era un suo talento naturale, con le parole facev’ scem a tutt quant.
Lo presero e lo fecero incastrare per un omicidio che non aveva commesso. Era quella la punizione esemplare del boss che gli aveva concesso la grazia. Tutti gli appelli confermarono la condanna. Venti anni di prigione. In quei vent’anni non vide mai più il suo amico. Era facile capire che era stato lui la talpa e che aveva addossato tutta la colpa all’anello debole. Per cosa poi? Per trenta stupidi denari. Aveva venduto la sua amicizia per diventare il nuovo capo. Sì, perché in galera le visite erano poche, ma Tex i giornali li leggeva. Prima seppe di un altro blitz dei servizi speciali che stanarono Don Gennaro. Poi della morte del boss in carcere in circostanze ancora da chiarire. Poi lo sai, lo fanno vedere anche nei telefilm, quelli nuovi che entrano in carcere portano sempre nuove notizie.
L’avvocato aveva fatto carriera. All’improvviso era diventato imprenditore. Prima i bar, poi i ristoranti. Tutti soldi puliti, certo. Come no, pulitissimi. Di nascosto comandava con l’aiuto delle teste di legno che figuravano come i veri boss della camorra. E invece lui era quello che teneva i fili e aveva la fedina penale pulita. Trenta denari.
Dai, non ti abbattere, siamo quasi alla fine della storia. Non crederai che il finale tragico sia questo? Ma no, gli anni in prigione passano. Sono più lenti, questo sì, a volte interminabili. Ma prima o poi si esce, vivi o morti si esce.
Tu immagina quel povero Tex Willer che si fa venti anni di prigione per un reato che non aveva commesso. Tu che faresti al posto suo? Lo so, tu sei giovane, mi risponderai “io al posto suo appena uscito di galera andrei a prendere il mio nemico e lo ammazzerei con le mie mani”. No, risposta sbagliata. Non lo capisci ancora perché sei giovane e non hai una famiglia. Tex pensò a suo figlio. Non lo vedeva da vent’anni. Capisci che significa? L’ultima volta che lo aveva visto era un neonato e ora che aveva la possibilità di stare un po’ con lui lo ritrovava già adulto. Ma non gli importava di quello che aveva perso, di tutti i momenti in cui poteva essere con lui e non c’era. Dei primi passi, delle prime parole, magari dei primi litigi. Aveva scontato la colpa di una vita che aveva scelto, anche se non lo meritava. Pensava alle parole del padre quando cercava di fargli capire che non era quella la strada da percorrere. Vedi? I padri quando pensano al bene dei figli hanno sempre ragione.
Quindi Tex che fa? Esce di prigione e va a Barra, nel quartiere dove abitava. Ritrova sua moglie che lo accoglie in maniera fredda. Ha un nuovo compagno, si è rifatta una vita. Non ce l’ha con lei, vuole solo rivedere suo figlio e provare a spiegargli tutto. Lui non è a casa ma lei si offre di accompagnarlo. Prima però devono fare una tappa intermedia, dice. Deve passare al cimitero a portare dei fiori sulla tomba dei suoi genitori. Entrano nel cimitero e fanno tappa dai genitori di lei, morti qualche anno prima.
Poi gira la testa di lato e si sente morire dentro.
Accanto alla lapide dei genitori della moglie c’è un’altra lapide. Legge il nome e non riesce a capire. Il cognome era il suo, il nome quello che aveva dato a suo figlio. Era morto anche lui tre anni prima. Aveva 17 anni, era su un motorino quando ad un incrocio non si è fermato al rosso e un’auto lo ha sollevato in aria. I medici hanno fatto il possibile ma è morto alcune ore dopo.
A diciassette anni, capisci? Perdere un figlio a diciassette anni. Un figlio che non hai mai conosciuto, che per venti anni hai immaginato solo nella tua testa. Speravi di parlargli, di conoscere il suo animo, di fare per lui qualcosa anche se in ritardo. Magari di dirgli che non vale la pena stare tutto il giorno con gli amici sul motorino ma che bisogna studiare. E tutto questo non è successo solo perché qualcuno si è messo tra i te e i tuoi sogni.
Che c’è? Sto piangendo, embè? Sei sorpreso? Hai capito chi è Tex Willer? Vedo che nel frattempo ti sei calmato. Nessuno può comprendere il dolore che ho provato quel giorno. La terra che si apre sotto i tuoi piedi e l’inferno che ti aspetta. Neanche tutti quegli anni in prigione sono stati così dolorosi. Ricordi quando ti ho fatto quella domanda prima? Che cosa avresti fatto al posto mio uscito di prigione? Ora ti rifaccio la domanda. Che cosa faresti al posto mio se una volta uscito di prigione scopri che non hai nient’altro da perdere. Se l’unica cosa che era capace di renderti un essere umano non c’è più? Esatto, vedo che mi capisci. Diventi un mostro che esige la sua vendetta.
Sai quanti anni aveva mio figlio quando è morto? Esattamente diciassette anni, tre mesi e due giorni. Fatti un rapido calcolo a mente e dimmi tu quanti anni hai? Da come ti agiti vedo che hai capito. Ora ti spieghi il rapimento e la pistola che sto impugnando. Apri gli occhi, finora sei vissuto in un’illusione. Tuo padre non è la persona che credi di conoscere e oggi proverà quello che ho provato io. Perderà suo figlio definitivamente.
La polizia entrò dall’ingresso principale spalancando la porta. Subito gli agenti si diressero verso l’uomo con la pistola in mano e fecero fuoco. La raffica di colpi lo uccise prima ancora che potesse rendersi conto di quello che accadeva. Secondo gli agenti c’era stata una telefonata anonima che avvisava del luogo in cui era tenuto in ostaggio Armando, il giovane figlio del noto imprenditore alberghiero Antonio Caputo. Quando Antonio si recò di corsa in commissariato per andare dal figlio cercò di abbracciarlo per tranquillizzarlo e dirgli che avrebbe fatto il possibile per capire la causa di quel gesto orrendo fatto da uno sconosciuto. Armando però si scostò evitando l’abbraccio sotto lo sguardo imbarazzato del padre e degli agenti di polizia. Restò in silenzio tutto il tempo e quando tornarono a casa il ragazzo cercò in tutti i modi di evitare suo padre. Antonio, detto l’avvocato, aveva definitivamente perso suo figlio quel giorno, come aveva profetizzato il suo amico di infanzia. Sui giornali nessuno scrisse che la pistola con la quale Tex aveva minacciato il giovane era scarica.
