
La stanza era illuminata da una fioca luce bianca. Lei era in un angolo, distesa sul letto a guardare il soffitto. Le capitava spesso di mettersi in quella posizione e respirare piano, quasi fosse convinta di dare fastidio a qualcuno. Poi le capitava di risvegliarsi da quello strano stato e riprendeva a respirare a pieni polmoni. Sul suo petto era poggiato il libro che fino a poco prima stava leggendo. Il suo preferito, Canto di Natale. Era il suo rito annuale, iniziava a leggerlo qualche giorno prima della Vigilia in modo da completarlo per la sera di Natale. Anche quell’anno non faceva eccezioni, mancavano solo poche pagine e l’avrebbe finito per l’ennesima volta. Si alzò e percorse il piccolo tragitto davanti a lei. Arrivò vicino alle sbarre della prigione e guardò fuori. Non c’era nessuno.
Il buio più assoluto. La piccola luce all’interno della cella non riusciva ad illuminare l’esterno, era troppo debole. Con la mano sfiorò quelle sbarre di ferro. Troppo dure per poterle spezzare, troppo fredde anche solo per toccarle. Ritornò sul letto, si mise in posizione fetale. In quella posizione riusciva a stare bene, la rilassava. Quella sera però il sonno tardava a venire, ed era anche normale. Fuori, in tutto il mondo, miliardi di persone si apprestavano a festeggiare insieme la festa più importante e più sentita dell’anno. Tutti avevano qualcuno con cui condividere la cena, i regali, le sorprese. Tutti tranne lei.
Si girava e rigirava nel letto con quel pensiero in testa. All’improvviso sentì un rumore. Si affacciò e vide a terra il suo libro. Probabilmente era ancora nel letto e muovendosi lo aveva fatto cadere distrattamente. Si alzò dal letto per andarlo a prendere. Il segnalibro era volato via ed il libro era aperto alle prime pagine. Stava per toccarlo quando sentì una voce sconosciuta.
-Non chiuderlo, mi piace quel punto!
La ragazza ritrasse la mano come se stesse toccando qualcosa di bollente. Cos’era quella voce? Chi aveva parlato se lei era sola in quella cella? Si girò intorno ma nel buio della stanza non scorgeva nessuno, neanche un’ombra.
-Chi sei? Chi ha parlato?
-Oh, sono qui. Non mi vedi? Adesso? Adesso?
Girava la testa in direzione della voce ma continuava a non vedere nulla.
-Ah, già, scusami. Tu non puoi ancora vedermi. Aspetta che mi do una sistematina. Ecco, ora come sto?
La ragazza si girò verso il punto dal quale proveniva la voce e vide qualcosa sul letto. Si avvicinò lentamente mentre una sensazione di angoscia prendeva piede. Aspettò che la vista mettesse a fuoco l’immagine in ombra. Era piccolo e immobile. Non riusciva a distinguere ancora la forma.
-Puoi avvicinarti se vuoi. Non mordo
Fece qualche passo in avanti, poi lo vide. Era un peluche, un piccolo orso di peluche. Era la cosa più strana che avesse mai visto ma era maledettamente sicura che la voce provenisse da quel giocattolo.
-So cosa stai pensando. Come fa un orsacchiotto a parlare? Semplice, non lo fa. Non sono proprio così ma ho assunto questa forma solo per te
Scartate tutte le possibili spiegazioni razionali, il motivo doveva essere uno soltanto. Stava sognando. Cominciò a darsi dei pizzicotti sul braccio che gli causavano un intenso dolore ma l’immagine davanti ai suoi occhi non spariva.
-E’ inutile, così ti farai solo male al braccio. Avvicinati e guardami meglio. Non mi riconosci?
La ragazza si avvicinò fino a vedere distintamente il volto del peluche. Aveva un bottone al posto dell’occhio destro e una vistosa cucitura sulla spalla sinistra. Qualcosa le diceva che quel giocattolo lo aveva già visto in passato. Spremeva le meningi ma non riusciva a ricordare però dove.
-Ho capito, ti do una mano
La ragazza rimase in silenzio attendendo il resto della frase, che non arrivava.
-Scusa, non ho specificato, era proprio nel senso letterale del termine. Avvicinati di più e tocca la mia mano
Non riusciva a spiegare il perché ma si fidava di quelle poche parole. Ormai doveva arrivare fino in fondo a quella storia, tanto valeva fare come quello strano essere le diceva di fare. Tese il braccio e toccò la zampa destra dell’orsacchiotto.
All’improvviso un fascio di luce bianca accecò i suoi occhi.
La sala da pranzo era già addobbata e un buon profumo veniva dalla cucina. Non era difficile riconoscerlo, qualcuno stava soffriggendo un sauté di vongole. Accanto alla tavola c’era un piccolo albero di Natale con poche palline colorate e qualche festone. Una serie di lampadine gialle illuminava a intermittenza l’ambiente. L’orologio segnava le 20:30 ma ancora nessuno era seduto a tavola.
La ragazza osservava la scena incredula. Com’era arrivata lì? E perché stringeva tra le mani quel peluche? Stava per aprire la bocca e avanzare un’obiezione quando il giocattolo la fermò prima che potesse parlare.
-Shhh. Fai silenzio e goditi lo spettacolo, troverai le risposte a tutte le domande
Fece come le era stato comandato. Attese qualche secondo, poi sentì delle voci. Urla, ma di gioia. Quelle di una bambina e di un’adulta. arrivarono poco dopo correndo nella stanza.
-Fermati che ti prendo!
-Non mi prenderai mai!
La piccola si fermò di colpo girandosi verso sua madre, poi le fece uno sberleffo distorcendo la faccia.
-Piccola impertinente, ora ti prendo sul serio!
La madre la prese una rapida rincorsa e la afferrò sotto le braccia. Entrambe catapultarono sul divano facendo cadere a terra i cuscini. Erano talmente tanto gioiose che la loro allegria contagiò la spettatrice. Ancora una volta il peluche anticipò la domanda che gli sarebbe stata fatta.
-Non possono vederci, tranquilla. Non ti ricorda nulla?
La ragazza annuì muovendo la testa. La donna era sua madre. Anche nei suoi pensieri era rimasta sempre così, giovane e bella, con un sorriso così radioso da illuminare ogni luogo in cui fosse. Una piccola lacrima cadde sul pavimento senza bagnarlo. Stava assistendo ad un suo ricordo, un ricordo che aveva rimosso da troppo tempo.
-Allora, Alice? Ti arrendi adesso?
-No!
Alice. Da quanto tempo non sentiva quel nome. Il suo nome. Difficile sentirlo quando nessuno più ti chiama.
-Ora basta giocare, dai. Finisco di preparare la cena mentre tu ti prepari prima che venga tuo padre
-Ma io non voglio prepararmi
-Ma come? Non vuoi mettere quel bel vestito rosso che ti abbiamo comprato?
-Ah, sì! Quello lì mi piace!
-Bravissima. Ora sbrigati altrimenti Babbo Natale non verrà a portarti il regalo che hai scelto
-Ma mamma, lo sai che io non voglio un regalo nuovo. Io voglio solo il mio Teddy
-Già, però il tuo Teddy non è più com’era prima. Ci hai giocato così tanto che lo hai rotto
-Te l’ho detto già, non sono stata io! E’ stata Cristina che per farmi un dispetto me l’ha strappato di mano e gli ha staccato l’occhio!
-Ok, va bene. Però tu lo sai che tra poco è Natale, e a Natale succedono sempre le magie
Non finì di terminare la frase che si sentì suonare il campanello. La bambina si alzò in piedi all’istante mentre la ragazza osservava la scena stringendo sempre più forte il peluche. La donna andrò ad aprire la porta, era suo marito. Il padre di Alice. La bambina quando lo vide gli saltò addosso.
-Amore mio! Anche io sono contento di vederti! Hai fatto la brava?
-E’ stata bravissima, Giacomo. Ora stava andando a prepararsi per la cena, non è vero?
La bambina fece segno di sì con la testa. Scese a terra e vide che il padre nascondeva qualcosa alle sue spalle.
-Cos’è quello?
L’uomo sorrise rendendosi conto di quanto fosse stato imbranato a farsi scoprire subito.
-Questo? Tieni e vedi di che si tratta
Diede alla bambina un pacco imbustato alla meglio. Lei lo scartò velocemente fino a rivelare qualcosa che le procurò una gioia immensa.
-Ma è Teddy! E non è più rotto!
Lo abbracciò calorosamente sotto gli sguardi commossi dei suoi genitori. In quel momento la ragazza si rese conto che il peluche che stava stringendo era sparito.
-Papà, è bellissimo. E’ più bello di prima! Mi piace questo bottone al posto dell’occhio mancante
-Mi fa piacere piccola mia. Ora vai a vestirti mentre tua madre finisce di preparare in cucina. Io mi cambio e do una mano. Su, forza!
I tre si separarono lasciando sola nella stanza la ragazza mentre non riusciva a trattenere le lacrime copiose.
In un attimo Alice si ritrovò di nuovo nella sua cella. Si accarezzò il viso e vide che era asciutto. Non stava più piangendo anche se dentro di sé era sempre più triste.
-Dove sei? Dove sei finito Teddy?
Lo chiamava a vuoto, l’eco della sua voce le ritornava indietro. Lo aveva riconosciuto, era il suo amico di infanzia, e ora che lo aveva incontrato di nuovo lo aveva già perso. In realtà sapeva cosa stava succedendo, non si sorprese quando sentì un’altra voce che le parlava.
-Teddy non c’è più ma ci sono io adesso
Abbassò lo sguardo e vide un diario poggiato a terra.
-Perché? Proprio adesso che l’ho ritrovato
-Il passato è andato, non si può tornare indietro. Io sono qui per mostrarti il presente. Chiudi gli occhi e prendimi
Alice ubbidì anche a quel comando. Toccò le pagine del diario e improvvisamente divenne tutto bianco.
Si ritrovò in un’altra stanza, questa volta era enorme. Le ci vollero un paio di secondi prima di capire che si trattava dell’atrio di un cinema. Non un multisala, quelli erano presenti solo alla periferia o in provincia. Era un cinema del centro storico, uno di quelli che resiste ancora alla crisi del settore. Alice strinse il diario tra le mani mentre osservava la sala vuota. Conosceva bene quel posto. Non solo era il suo posto preferito quando andava con i suoi genitori a vedere i film che le piacevano di più, ma qualche anno prima era diventata una delle ragazze che lavoravano lì. Prima che fosse rinchiusa, sia chiaro. Di solito era l’addetta alla cassa ma insieme cercavano sempre di effettuare dei turni in modo che tutti facessero tutto. Si era creato un bell’ambiente lavorativo, erano tutte spiritose e piene di vita, anche se non potevano definirsi propriamente amiche.
Alice percorse la sala. Si spostava con la sicurezza di essere invisibile a chiunque, soltanto un fantasma. Quella sensazione purtroppo la conosceva più che bene. Vide in lontananza qualcuno seduto su una sedia nella sala d’attesa. Aveva la testa bassa e i capelli raccolti con una lunga coda. Sembrava sovrappensiero, avvolta nel silenzio più assoluto. All’improvviso la porta del bagno dietro di lei si aprì e uscì una ragazza, vestita con la stessa divisa di quella seduta. La guardò e le domandò preoccupata:
-Tutto bene Mary?
L’altra alzò la testa e la guardò con il volto stanco.
-Sì, tutto bene
-Ti eri appisolata? Sei stanca, vero? Dai, quest’ultima giornata di lavoro è finita, ci aspetta qualche giorno di riposo
-Sì, hai ragione. sono esausta
Alice ricordava che a parte la felicità di lavorare in quel settore, il periodo natalizio era parecchio stressante. Le uscite dei film più importanti si racchiudevano nelle stesse settimane e le ragazze dovevano sgobbare parecchio per accontentare i clienti.
-E’ solo questo? Solo la stanchezza?
-Non lo so…
Lasciò quella frase lì come se fosse solo la metà di quello che pensava. L’altra prese posto accanto a lei e le mise una mano sulla spalla per rincuorarla.
-A cosa stai pensando? C’è qualcosa che non va?
Emise un respiro profondo, poi disse quel nome.
-Alice
Alice rimase interdetta. Perché stava pensando a lei? Cosa avrebbero detto? Dovette attendere solo pochi secondi per avere le risposte.
-Immagino. Ti dispiace per quello che è successo
-Già. Com’è potuto succedere?
-Dovrei dirti “sono cose che capitano”, ma non ci credo più neppure io. Non dovrebbero capitare a nessuno
-Appunto. E se capitasse a noi?
-Ma a noi non capiterà, dobbiamo essere forti
-Sì, lo so, ma non siamo poi così diverse da lei. Anzi, lei era anche migliore di noi
-Hai ragione
Non solo stavano parlando di lei ma addirittura la stavano osannando. In tutto quel tempo a contatto con loro non si era mai resa conto di quanto la stimassero. Le reputava delle conoscenti. Stava bene insieme a loro, sia chiaro, ma non vedeva in lei propriamente delle amiche.
-Forse siamo così appassionate di cinema che speriamo sempre che ci sia un lieto fine. Per tutte noi. Poi quando succede… quello che le è successo… ci rendiamo conto che la vita reale è diversa da come la proiettano sullo schermo
-Cosa ti fa stare più male? Che lei non sia qui o che noi siamo ancora qui?
-Non lo so. Forse avrei potuto fare qualcosa per lei. Forse potrei ancora…
-Ci hai provato, non ricordi? Ci abbiamo provato tutte ma è stato inutile. Sarei l’ultima persona a dirti di non riprovare ancora ma ormai è passato troppo tempo. Non so nemmeno io quale sia la scelta più giusta
Poi le due ragazze si avvicinarono e piansero sottovoce, senza interrompere il bel silenzio che regnava nel cinema vuoto.
Nel tempo di un battito di ciglia Alice si ritrovò nuovamente nella sua cella. Era stordita da quella visione. Cercava di ricomporre i pezzi di un mosaico che sembrava complicatissimo. Si guardò intorno, era di nuovo sola. Si avvicinò al letto e si mise a cercare. Che cosa poi, non lo sapeva neanche lei. Aveva bisogno di risposte, di qualsiasi cosa cui aggrapparsi per capire cosa stesse succedendo. All’improvviso si rese conto di non ricordare nemmeno più perché lei fosse lì. Aveva rivisto la sua famiglia, le sue amiche, ma era come se avesse perso i ricordi più recenti.
Era stata imprigionata per quale crimine?
In quale prigione si trovava?
Perché le sembrava che quella cella fosse sospesa nel tempo?
Stava per avere una crisi di panico, aveva bisogno di aria. Si avvicinò alle sbarre aggrappandosi ai tubi di ferro.
-C’è qualcuno? Qualcuno venga da me! Sto male, aiutatemi!
Cominciò ad urlare per attirare qualcuno. I secondi passavano come se fossero lunghe porzioni di eternità ma nessuno rispose. Si accasciò a terra mentre respirava in maniera frenetica. Fu in quel momento che sentì una nuova voce.
-Non serve piangere
Si girò di scatto, fece il giro della cella per capire dove fosse il suo nuovo interlocutore.
-E’ inutile che ti guardi intorno. Io non sono qui, o meglio non sono ancora, e quando sarò non sarò più lo stesso
Alice non era nelle condizioni di risolvere enigmi in quello stato.
-Chi sei? Cosa vuoi da me?
-Sono il tuo ultimo ospite di stasera. Quelli che mi hanno preceduto ti hanno mostrato una parte della tua vita. Quella che è stata ancora scritta. Io sono qui per mostrarti ciò che non si è ancora verificato. Il futuro non ama farsi attendere, chiudi gli occhi e lasciati andare
Lo fece, chiuse gli occhi mentre l’oscurità diventava un bagliore luminosissimo.
La stanza da pranzo era addobbata a festa, una tavola era apparecchiata per dodici posti. Un camino era acceso ed un bel tempore riscaldava l’aria invernale. Un gruppo di bambini girava intorno al tavolo passando tra le sedie e ridendo rumorosamente. Entrò nella stanza una donna matura, Alice giurò tra sé di non averla mai vista prima di allora.
-Bimbi state fermi! Rischiate di rovinare la festa
I bambini continuavano a correre e ridere come se nessuno fosse intervenuti.
-Che ne dite se ci sediamo sul divano e sfogliamo l’album delle vecchie foto?
La proposta fu accolta con un’ovazione. I tre bambini si misero in fila sul divano aspettando che la signora li accontentasse. In silenzio la guardarono mentre da un mobile prese un grosso album.
-Allora bambini, vedo che vi è piaciuta la mia idea. Partiamo da questo qui
Alice si avvicinò al gruppetto e prese posto su uno dei braccioli del divano. L’album conteneva vecchie foto stampate, nelle prime pagine riconobbe il look degli anni ‘70. C’erano persone sorridenti nei loro pantaloni a zampa di elefante. I soggetti erano sempre gli stessi, una coppia. Non era difficile capire che la donna nelle foto era la versione giovane di quella che stava sfogliando in quel momento l’album, ma uno dei bambini glielo confermò.
-Nonna com’eri bella da giovane
-Cosa vorresti dire? Che ora sono brutta?
Gli altri due ridevano mentre il bambino che aveva parlato divenne rosso dalla vergogna. La nonna gli accarezzò il viso mentre gli sorrideva dolcemente.
-Non preoccuparti, ti sto solo prendendo in giro. Guarda qui io e tuo nonno come eravamo felici. Qui eravamo in viaggio di nozze a Venezia. Qui invece eravamo a piazza San Pietro a Roma con le mie sorelle
Alice seguiva le foto indicate della signora. Erano davvero belle, felici. Tutti nelle foto lo erano. C’erano dei dettagli che però lei non riuscì a cogliere ma subito dopo fu la bambina a catturare la sua attenzione per quello che disse indicando una delle immagini.
-Nonna, questi chi sono?
-Questi? Non li conoscete, siete troppo piccoli. Loro sono mio fratello Giacomo e sua moglie Lucrezia
Quando sentì quei due nomi sentì un calore improvviso sul volto. Erano i nomi dei suoi genitori. Erano più giovani di quando li ricordasse, erano giovani e felici.
-Ci sono altre foto di Giacomo e…
-E Lucrezia. Certo, qualche pagina più avanti. Eccoli qui, Queste sono state scattate al loro matrimonio. Eravamo inseparabili, vedete come siamo sempre con loro
Alice guardava le foto mentre piangeva di gioia. Quelli davanti a lei erano i volti sorridenti dei suoi amati genitori. Ma furono le foto successive a farla commuovere ancora di più.
-E questa qui nella foto è la loro figlia Alice. Qui sta facendo il primo bagnetto
Una foto di lei da piccola, non ricordava di aver mai visto una suo foto da neonata. Era dentro una piccola vasca sopra ad un fasciatoio. Suo padre le teneva la testa distesa sul pelo dell’acqua mentre la madre le bagnava il pancino. Era una foto così tenera che chiunque avrebbe capito quanto amore provavano i suoi genitori verso di lei.
-Che bella bambina! Ora quanti anni ha?
-Era davvero una bella bambina. Piccola, non ti so dire ora quanti anni ha. Purtroppo sono successe delle cose spiacevoli nel tempo
-Cosa è successo?
-Dai, nonna, diccelo!
Alice smise di respirare pur di ascoltare attentamente la rivelazione che quella donna stava per fare.
-Non è molto facile per me parlarne. Quando Alice era ancora piccolina ci vedevamo molto spesso, poi come sapete io e vostro nonno ci siamo trasferiti a Bologna per qualche anno e li abbiamo persi di vista. Poi è successo qualcosa di davvero brutto. La loro bambina era ormai adolescente, successe prima a Lucrezia. Le diagnosticarono un brutto male e nel giro di pochi mesi ci ha lasciati
Dal viso della donna scese una piccola lacrima. Alice finalmente ricordava un pezzo della sua triste esistenza, ma qualcosa le diceva che il seguito della storia le avrebbe chiarito ancora di più il quadro della situazione.
-Non finì lì. Dopo di lei anche Giacomo si aggravò. Cercò in tutti i modi di essere più forte, di badare alla loro bambina da solo ma non ci riuscì. Anche lui finì nel giro di un anno lasciando la giovane Alice da sola
-E come fece? Con chi è vissuta tutto questo tempo?
La donna divenne ancora più seria mentre raccontava ai nipoti quella tristissima storia.
-Quando morì suo padre lei era già maggiorenne quindi rimase da sola in casa a badare a sé stessa. Noi facemmo di tutto per riprendere contatti, cercammo in tutti i modi di avvicinarci a lei per includerla nella nostra famiglia. So che anche alcune sue amiche si diedero da fare ma inutilmente. Si chiuse dentro il suo guscio per troppo tempo. Cercò addirittura di… fare del male verso sé stessa. La trovarono a casa chiusa nella sua stanza dopo molti giorni e la portarono in una clinica specializzata. Non so se si è più ripresa…
I bambini ascoltavano in silenzio assoluto mentre Alice era in ginocchio e piangeva a dirotto. Ricordava tutto. I suoi genitori che la lasciarono troppo presto, i loro volti malati che fino alla fine pensavano a lei e le davano coraggio, la sensazione di sconforto della sua intera esistenza. Le era sembrato che il mondo le cadesse addosso, sola contro tutte le avversità. Solo in quel momento capiva che le sarebbe bastato tendere una mano ed avrebbe trovato non una, ma tantissime mani ad accoglierla, a tirarla fuori da un burrone che aveva scavato lei stessa.
Non finiva di piangere, ora che aveva capito tutto non aveva nessuna consolazione. Quello che stava vedendo era il suo futuro? Sarebbe finita così? Bisbigliò solo poche parole nel silenzio dello scenario.
-Ti prego, fammi ritornare…
Fu in quel momento che chiuse gli occhi e sentì una sensazione di vuoto sotto i suoi piedi.
Si ritrovò nella sua cella. Riaprì gli occhi e si guardò intorno, nulla era cambiato. Non c’era nessun orsacchiotto, nessun diario, nessuna voce nel buio. Si alzò in piedi e guardò l’ingresso della sua cella. Ora sapeva cosa fare.
Si avvicinò alle sbarre prendendone due con le mani. Erano fredde e dure come pezzi di granito. Non aveva scelta, concentrò tutte le sue forze e cercò di piegarle. I pezzi di ferro erano immobili. Pensò alle visioni del passato, del presente e del futuro. Ai suoi genitori, al calore che le mancava da troppo tempo, alle loro parole di coraggio. Provò di nuovo, ma questa volta non era da sola. Sentiva accanto a lei suo padre e sua madre che le davano forza.
Finalmente le sbarre si ruppero. In quel momento il cancello si sgretolò in mille pezzi. Si voltò, anche la stanza lentamente scomparve mentre le ceneri vennero spazzate da una folata di vento. Sotto la superficie delle pareti della cella comparve la propria cameretta. I poster dei suoi cantanti preferiti, gli effetti personali, le foto appese al muro, i suoi peluches. Tutto era ritornato a prima, o meglio, al presente che aveva dimenticato. Aveva costruito lei stessa la sua prigione dove stava marcendo all’insaputa di quello che le aspettava.
Guardò un’ultima volta la porta della sua cameretta. Era chiusa, non ricordava più da quanto tempo lo era. Allungò il braccio e prese la maniglia, la girò e finalmente la aprì. Percorse il corridoio fino alla porta d’ingresso. Respirò a pieni polmoni una boccata d’aria per darsi coraggio, poi la spalancò. Davanti a lei era un tripudio di luci. Il buio della serata era illuminato da una miriade di festoni e luminarie finché riusciva a vedere. Nell’aria c’era l’inconfondibile odore di Natale che aveva quasi dimenticato. Non sapeva cosa fare, non sapeva dove andare, ma sapeva che doveva farlo, fuggire da quella casa e trovare qualcuno. Magari una delle sue amiche o uno dei parenti che ancora non conosceva. L’avrebbe fatto, si sarebbe ripresa la sua vita e lo avrebbe fatto non solo per lei, ma anche per i suoi genitori che avrebbero voluto vederla sempre felice.









