24 Dicembre 2003

La stanza era illuminata da una fioca luce bianca. Lei era in un angolo, distesa sul letto a guardare il soffitto. Le capitava spesso di mettersi in quella posizione e respirare piano, quasi fosse convinta di dare fastidio a qualcuno. Poi le capitava di risvegliarsi da quello strano stato e riprendeva a respirare a pieni polmoni. Sul suo petto era poggiato il libro che fino a poco prima stava leggendo. Il suo preferito, Canto di Natale. Era il suo rito annuale, iniziava a leggerlo qualche giorno prima della Vigilia in modo da completarlo per la sera di Natale. Anche quell’anno non faceva eccezioni, mancavano solo poche pagine e l’avrebbe finito per l’ennesima volta. Si alzò e percorse il piccolo tragitto davanti a lei. Arrivò vicino alle sbarre della prigione e guardò fuori. Non c’era nessuno.

Il buio più assoluto. La piccola luce all’interno della cella non riusciva ad illuminare l’esterno, era troppo debole. Con la mano sfiorò quelle sbarre di ferro. Troppo dure per poterle spezzare, troppo fredde anche solo per toccarle. Ritornò sul letto, si mise in posizione fetale. In quella posizione riusciva a stare bene, la rilassava. Quella sera però il sonno tardava a venire, ed era anche normale. Fuori, in tutto il mondo, miliardi di persone si apprestavano a festeggiare insieme la festa più importante e più sentita dell’anno. Tutti avevano qualcuno con cui condividere la cena, i regali, le sorprese. Tutti tranne lei.

Si girava e rigirava nel letto con quel pensiero in testa. All’improvviso sentì un rumore. Si affacciò e vide a terra il suo libro. Probabilmente era ancora nel letto e muovendosi lo aveva fatto cadere distrattamente. Si alzò dal letto per andarlo a prendere. Il segnalibro era volato via ed il libro era aperto alle prime pagine. Stava per toccarlo quando sentì una voce sconosciuta.

-Non chiuderlo, mi piace quel punto!

La ragazza ritrasse la mano come se stesse toccando qualcosa di bollente. Cos’era quella voce? Chi aveva parlato se lei era sola in quella cella? Si girò intorno ma nel buio della stanza non scorgeva nessuno, neanche un’ombra.

-Chi sei? Chi ha parlato?

-Oh, sono qui. Non mi vedi? Adesso? Adesso?

Girava la testa in direzione della voce ma continuava a non vedere nulla.

-Ah, già, scusami. Tu non puoi ancora vedermi. Aspetta che mi do una sistematina. Ecco, ora come sto?

La ragazza si girò verso il punto dal quale proveniva la voce e vide qualcosa sul letto. Si avvicinò lentamente mentre una sensazione di angoscia prendeva piede. Aspettò che la vista mettesse a fuoco l’immagine in ombra. Era piccolo e immobile. Non riusciva a distinguere ancora la forma.

-Puoi avvicinarti se vuoi. Non mordo

Fece qualche passo in avanti, poi lo vide. Era un peluche, un piccolo orso di peluche. Era la cosa più strana che avesse mai visto ma era maledettamente sicura che la voce provenisse da quel giocattolo.

-So cosa stai pensando. Come fa un orsacchiotto a parlare? Semplice, non lo fa. Non sono proprio così ma ho assunto questa forma solo per te

Scartate tutte le possibili spiegazioni razionali, il motivo doveva essere uno soltanto. Stava sognando. Cominciò a darsi dei pizzicotti sul braccio che gli causavano un intenso dolore ma l’immagine davanti ai suoi occhi non spariva.

-E’ inutile, così ti farai solo male al braccio. Avvicinati e guardami meglio. Non mi riconosci?

La ragazza si avvicinò fino a vedere distintamente il volto del peluche. Aveva un bottone al posto dell’occhio destro e una vistosa cucitura sulla spalla sinistra. Qualcosa le diceva che quel giocattolo lo aveva già visto in passato. Spremeva le meningi ma non riusciva a ricordare però dove.

-Ho capito, ti do una mano

La ragazza rimase in silenzio attendendo il resto della frase, che non arrivava.

-Scusa, non ho specificato, era proprio nel senso letterale del termine. Avvicinati di più e tocca la mia mano

Non riusciva a spiegare il perché ma si fidava di quelle poche parole. Ormai doveva arrivare fino in fondo a quella storia, tanto valeva fare come quello strano essere le diceva di fare. Tese il braccio e toccò la zampa destra dell’orsacchiotto.

All’improvviso un fascio di luce bianca accecò i suoi occhi.

La sala da pranzo era già addobbata e un buon profumo veniva dalla cucina. Non era difficile riconoscerlo, qualcuno stava soffriggendo un sauté di vongole. Accanto alla tavola c’era un piccolo albero di Natale con poche palline colorate e qualche festone. Una serie di lampadine gialle illuminava a intermittenza l’ambiente. L’orologio segnava le 20:30 ma ancora nessuno era seduto a tavola.

La ragazza osservava la scena incredula. Com’era arrivata lì? E perché stringeva tra le mani quel peluche? Stava per aprire la bocca e avanzare un’obiezione quando il giocattolo la fermò prima che potesse parlare.

-Shhh. Fai silenzio e goditi lo spettacolo, troverai le risposte a tutte le domande

Fece come le era stato comandato. Attese qualche secondo, poi sentì delle voci. Urla, ma di gioia. Quelle di una bambina e di un’adulta. arrivarono poco dopo correndo nella stanza.

-Fermati che ti prendo!

-Non mi prenderai mai!

La piccola si fermò di colpo girandosi verso sua madre, poi le fece uno sberleffo distorcendo la faccia.

-Piccola impertinente, ora ti prendo sul serio!

La madre la prese una rapida rincorsa e la afferrò sotto le braccia. Entrambe catapultarono sul divano facendo cadere a terra i cuscini. Erano talmente tanto gioiose che la loro allegria contagiò la spettatrice. Ancora una volta il peluche anticipò la domanda che gli sarebbe stata fatta.

-Non possono vederci, tranquilla. Non ti ricorda nulla?

La ragazza annuì muovendo la testa. La donna era sua madre. Anche nei suoi pensieri era rimasta sempre così, giovane e bella, con un sorriso così radioso da illuminare ogni luogo in cui fosse. Una piccola lacrima cadde sul pavimento senza bagnarlo. Stava assistendo ad un suo ricordo, un ricordo che aveva rimosso da troppo tempo.

-Allora, Alice? Ti arrendi adesso?

-No!

Alice. Da quanto tempo non sentiva quel nome. Il suo nome. Difficile sentirlo quando nessuno più ti chiama.

-Ora basta giocare, dai. Finisco di preparare la cena mentre tu ti prepari prima che venga tuo padre

-Ma io non voglio prepararmi

-Ma come? Non vuoi mettere quel bel vestito rosso che ti abbiamo comprato?

-Ah, sì! Quello lì mi piace!

-Bravissima. Ora sbrigati altrimenti Babbo Natale non verrà a portarti il regalo che hai scelto

-Ma mamma, lo sai che io non voglio un regalo nuovo. Io voglio solo il mio Teddy

-Già, però il tuo Teddy non è più com’era prima. Ci hai giocato così tanto che lo hai rotto

-Te l’ho detto già, non sono stata io! E’ stata Cristina che per farmi un dispetto me l’ha strappato di mano e gli ha staccato l’occhio!

-Ok, va bene. Però tu lo sai che tra poco è Natale, e a Natale succedono sempre le magie

Non finì di terminare la frase che si sentì suonare il campanello. La bambina si alzò in piedi all’istante mentre la ragazza osservava la scena stringendo sempre più forte il peluche. La donna andrò ad aprire la porta, era suo marito. Il padre di Alice. La bambina quando lo vide gli saltò addosso.

-Amore mio! Anche io sono contento di vederti! Hai fatto la brava?

-E’ stata bravissima, Giacomo. Ora stava andando a prepararsi per la cena, non è vero?

La bambina fece segno di sì con la testa. Scese a terra e vide che il padre nascondeva qualcosa alle sue spalle.

-Cos’è quello?

L’uomo sorrise rendendosi conto di quanto fosse stato imbranato a farsi scoprire subito.

-Questo? Tieni e vedi di che si tratta

Diede alla bambina un pacco imbustato alla meglio. Lei lo scartò velocemente fino a rivelare qualcosa che le procurò una gioia immensa.

-Ma è Teddy! E non è più rotto!

Lo abbracciò calorosamente sotto gli sguardi commossi dei suoi genitori. In quel momento la ragazza si rese conto che il peluche che stava stringendo era sparito.

-Papà, è bellissimo. E’ più bello di prima! Mi piace questo bottone al posto dell’occhio mancante

-Mi fa piacere piccola mia. Ora vai a vestirti mentre tua madre finisce di preparare in cucina. Io mi cambio e do una mano. Su, forza!

I tre si separarono lasciando sola nella stanza la ragazza mentre non riusciva a trattenere le lacrime copiose.

In un attimo Alice si ritrovò di nuovo nella sua cella. Si accarezzò il viso e vide che era asciutto. Non stava più piangendo anche se dentro di sé era sempre più triste.

-Dove sei? Dove sei finito Teddy?

Lo chiamava a vuoto, l’eco della sua voce le ritornava indietro. Lo aveva riconosciuto, era il suo amico di infanzia, e ora che lo aveva incontrato di nuovo lo aveva già perso. In realtà sapeva cosa stava succedendo, non si sorprese quando sentì un’altra voce che le parlava.

-Teddy non c’è più ma ci sono io adesso

Abbassò lo sguardo e vide un diario poggiato a terra.

-Perché? Proprio adesso che l’ho ritrovato

-Il passato è andato, non si può tornare indietro. Io sono qui per mostrarti il presente. Chiudi gli occhi e prendimi

Alice ubbidì anche a quel comando. Toccò le pagine del diario e improvvisamente divenne tutto bianco.

Si ritrovò in un’altra stanza, questa volta era enorme. Le ci vollero un paio di secondi prima di capire che si trattava dell’atrio di un cinema. Non un multisala, quelli erano presenti solo alla periferia o in provincia. Era un cinema del centro storico, uno di quelli che resiste ancora alla crisi del settore. Alice strinse il diario tra le mani mentre osservava la sala vuota. Conosceva bene quel posto. Non solo era il suo posto preferito quando andava con i suoi genitori a vedere i film che le piacevano di più, ma qualche anno prima era diventata una delle ragazze che lavoravano lì. Prima che fosse rinchiusa, sia chiaro. Di solito era l’addetta alla cassa ma insieme cercavano sempre di effettuare dei turni in modo che tutti facessero tutto. Si era creato un bell’ambiente lavorativo, erano tutte spiritose e piene di vita, anche se non potevano definirsi propriamente amiche.

Alice percorse la sala. Si spostava con la sicurezza di essere invisibile a chiunque, soltanto un fantasma. Quella sensazione purtroppo la conosceva più che bene. Vide in lontananza qualcuno seduto su una sedia nella sala d’attesa. Aveva la testa bassa e i capelli raccolti con una lunga coda. Sembrava sovrappensiero, avvolta nel silenzio più assoluto. All’improvviso la porta del bagno dietro di lei si aprì e uscì una ragazza, vestita con la stessa divisa di quella seduta. La guardò e le domandò preoccupata:

-Tutto bene Mary?

L’altra alzò la testa e la guardò con il volto stanco.

-Sì, tutto bene

-Ti eri appisolata? Sei stanca, vero? Dai, quest’ultima giornata di lavoro è finita, ci aspetta qualche giorno di riposo

-Sì, hai ragione. sono esausta

Alice ricordava che a parte la felicità di lavorare in quel settore, il periodo natalizio era parecchio stressante. Le uscite dei film più importanti si racchiudevano nelle stesse settimane e le ragazze dovevano sgobbare parecchio per accontentare i clienti.

-E’ solo questo? Solo la stanchezza?

-Non lo so…

Lasciò quella frase lì come se fosse solo la metà di quello che pensava. L’altra prese posto accanto a lei e le mise una mano sulla spalla per rincuorarla.

-A cosa stai pensando? C’è qualcosa che non va?

Emise un respiro profondo, poi disse quel nome.

-Alice

Alice rimase interdetta. Perché stava pensando a lei? Cosa avrebbero detto? Dovette attendere solo pochi secondi per avere le risposte.

-Immagino. Ti dispiace per quello che è successo

-Già. Com’è potuto succedere?

-Dovrei dirti “sono cose che capitano”, ma non ci credo più neppure io. Non dovrebbero capitare a nessuno

-Appunto. E se capitasse a noi?

-Ma a noi non capiterà, dobbiamo essere forti

-Sì, lo so, ma non siamo poi così diverse da lei. Anzi, lei era anche migliore di noi

-Hai ragione

Non solo stavano parlando di lei ma addirittura la stavano osannando. In tutto quel tempo a contatto con loro non si era mai resa conto di quanto la stimassero. Le reputava delle conoscenti. Stava bene insieme a loro, sia chiaro, ma non vedeva in lei propriamente delle amiche.

-Forse siamo così appassionate di cinema che speriamo sempre che ci sia un lieto fine. Per tutte noi. Poi quando succede… quello che le è successo… ci rendiamo conto che la vita reale è diversa da come la proiettano sullo schermo

-Cosa ti fa stare più male? Che lei non sia qui o che noi siamo ancora qui?

-Non lo so. Forse avrei potuto fare qualcosa per lei. Forse potrei ancora…

-Ci hai provato, non ricordi? Ci abbiamo provato tutte ma è stato inutile. Sarei l’ultima persona a dirti di non riprovare ancora ma ormai è passato troppo tempo. Non so nemmeno io quale sia la scelta più giusta

Poi le due ragazze si avvicinarono e piansero sottovoce, senza interrompere il bel silenzio che regnava nel cinema vuoto.

Nel tempo di un battito di ciglia Alice si ritrovò nuovamente nella sua cella. Era stordita da quella visione. Cercava di ricomporre i pezzi di un mosaico che sembrava complicatissimo. Si guardò intorno, era di nuovo sola. Si avvicinò al letto e si mise a cercare. Che cosa poi, non lo sapeva neanche lei. Aveva bisogno di risposte, di qualsiasi cosa cui aggrapparsi per capire cosa stesse succedendo. All’improvviso si rese conto di non ricordare nemmeno più perché lei fosse lì. Aveva rivisto la sua famiglia, le sue amiche, ma era come se avesse perso i ricordi più recenti.

Era stata imprigionata per quale crimine?

In quale prigione si trovava?

Perché le sembrava che quella cella fosse sospesa nel tempo?

Stava per avere una crisi di panico, aveva bisogno di aria. Si avvicinò alle sbarre aggrappandosi ai tubi di ferro.

-C’è qualcuno? Qualcuno venga da me! Sto male, aiutatemi!

Cominciò ad urlare per attirare qualcuno. I secondi passavano come se fossero lunghe porzioni di eternità ma nessuno rispose. Si accasciò a terra mentre respirava in maniera frenetica. Fu in quel momento che sentì una nuova voce.

-Non serve piangere

Si girò di scatto, fece il giro della cella per capire dove fosse il suo nuovo interlocutore.

-E’ inutile che ti guardi intorno. Io non sono qui, o meglio non sono ancora, e quando sarò non sarò più lo stesso

Alice non era nelle condizioni di risolvere enigmi in quello stato.

-Chi sei? Cosa vuoi da me?

-Sono il tuo ultimo ospite di stasera. Quelli che mi hanno preceduto ti hanno mostrato una parte della tua vita. Quella che è stata ancora scritta. Io sono qui per mostrarti ciò che non si è ancora verificato. Il futuro non ama farsi attendere, chiudi gli occhi e lasciati andare

Lo fece, chiuse gli occhi mentre l’oscurità diventava un bagliore luminosissimo.

La stanza da pranzo era addobbata a festa, una tavola era apparecchiata per dodici posti. Un camino era acceso ed un bel tempore riscaldava l’aria invernale. Un gruppo di bambini girava intorno al tavolo passando tra le sedie e ridendo rumorosamente. Entrò nella stanza una donna matura, Alice giurò tra sé di non averla mai vista prima di allora.

-Bimbi state fermi! Rischiate di rovinare la festa

I bambini continuavano a correre e ridere come se nessuno fosse intervenuti.

-Che ne dite se ci sediamo sul divano e sfogliamo l’album delle vecchie foto?

La proposta fu accolta con un’ovazione. I tre bambini si misero in fila sul divano aspettando che la signora li accontentasse. In silenzio la guardarono mentre da un mobile prese un grosso album.

-Allora bambini, vedo che vi è piaciuta la mia idea. Partiamo da questo qui

Alice si avvicinò al gruppetto e prese posto su uno dei braccioli del divano. L’album conteneva vecchie foto stampate, nelle prime pagine riconobbe il look degli anni ‘70. C’erano persone sorridenti nei loro pantaloni a zampa di elefante. I soggetti erano sempre gli stessi, una coppia. Non era difficile capire che la donna nelle foto era la versione giovane di quella che stava sfogliando in quel momento l’album, ma uno dei bambini glielo confermò.

-Nonna com’eri bella da giovane

-Cosa vorresti dire? Che ora sono brutta?

Gli altri due ridevano mentre il bambino che aveva parlato divenne rosso dalla vergogna. La nonna gli accarezzò il viso mentre gli sorrideva dolcemente.

-Non preoccuparti, ti sto solo prendendo in giro. Guarda qui io e tuo nonno come eravamo felici. Qui eravamo in viaggio di nozze a Venezia. Qui invece eravamo a piazza San Pietro a Roma con le mie sorelle

Alice seguiva le foto indicate della signora. Erano davvero belle, felici. Tutti nelle foto lo erano. C’erano dei dettagli che però lei non riuscì a cogliere ma subito dopo fu la bambina a catturare la sua attenzione per quello che disse indicando una delle immagini.

-Nonna, questi chi sono?

-Questi? Non li conoscete, siete troppo piccoli. Loro sono mio fratello Giacomo e sua moglie Lucrezia

Quando sentì quei due nomi sentì un calore improvviso sul volto. Erano i nomi dei suoi genitori. Erano più giovani di quando li ricordasse, erano giovani e felici.

-Ci sono altre foto di Giacomo e…

-E Lucrezia. Certo, qualche pagina più avanti. Eccoli qui, Queste sono state scattate al loro matrimonio. Eravamo inseparabili, vedete come siamo sempre con loro

Alice guardava le foto mentre piangeva di gioia. Quelli davanti a lei erano i volti sorridenti dei suoi amati genitori. Ma furono le foto successive a farla commuovere ancora di più.

-E questa qui nella foto è la loro figlia Alice. Qui sta facendo il primo bagnetto

Una foto di lei da piccola, non ricordava di aver mai visto una suo foto da neonata. Era dentro una piccola vasca sopra ad un fasciatoio. Suo padre le teneva la testa distesa sul pelo dell’acqua mentre la madre le bagnava il pancino. Era una foto così tenera che chiunque avrebbe capito quanto amore provavano i suoi genitori verso di lei.

-Che bella bambina! Ora quanti anni ha?

-Era davvero una bella bambina. Piccola, non ti so dire ora quanti anni ha. Purtroppo sono successe delle cose spiacevoli nel tempo

-Cosa è successo?

-Dai, nonna, diccelo!

Alice smise di respirare pur di ascoltare attentamente la rivelazione che quella donna stava per fare.

-Non è molto facile per me parlarne. Quando Alice era ancora piccolina ci vedevamo molto spesso, poi come sapete io e vostro nonno ci siamo trasferiti a Bologna per qualche anno e li abbiamo persi di vista. Poi è successo qualcosa di davvero brutto. La loro bambina era ormai adolescente, successe prima a Lucrezia. Le diagnosticarono un brutto male e nel giro di pochi mesi ci ha lasciati

Dal viso della donna scese una piccola lacrima. Alice finalmente ricordava un pezzo della sua triste esistenza, ma qualcosa le diceva che il seguito della storia le avrebbe chiarito ancora di più il quadro della situazione.

-Non finì lì. Dopo di lei anche Giacomo si aggravò. Cercò in tutti i modi di essere più forte, di badare alla loro bambina da solo ma non ci riuscì. Anche lui finì nel giro di un anno lasciando la giovane Alice da sola

-E come fece? Con chi è vissuta tutto questo tempo?

La donna divenne ancora più seria mentre raccontava ai nipoti quella tristissima storia.

-Quando morì suo padre lei era già maggiorenne quindi rimase da sola in casa a badare a sé stessa. Noi facemmo di tutto per riprendere contatti, cercammo in tutti i modi di avvicinarci a lei per includerla nella nostra famiglia. So che anche alcune sue amiche si diedero da fare ma inutilmente. Si chiuse dentro il suo guscio per troppo tempo. Cercò addirittura di… fare del male verso sé stessa. La trovarono a casa chiusa nella sua stanza dopo molti giorni e la portarono in una clinica specializzata. Non so se si è più ripresa…

I bambini ascoltavano in silenzio assoluto mentre Alice era in ginocchio e piangeva a dirotto. Ricordava tutto. I suoi genitori che la lasciarono troppo presto, i loro volti malati che fino alla fine pensavano a lei e le davano coraggio, la sensazione di sconforto della sua intera esistenza. Le era sembrato che il mondo le cadesse addosso, sola contro tutte le avversità. Solo in quel momento capiva che le sarebbe bastato tendere una mano ed avrebbe trovato non una, ma tantissime mani ad accoglierla, a tirarla fuori da un burrone che aveva scavato lei stessa.

Non finiva di piangere, ora che aveva capito tutto non aveva nessuna consolazione. Quello che stava vedendo era il suo futuro? Sarebbe finita così? Bisbigliò solo poche parole nel silenzio dello scenario.

-Ti prego, fammi ritornare…

Fu in quel momento che chiuse gli occhi e sentì una sensazione di vuoto sotto i suoi piedi.

Si ritrovò nella sua cella. Riaprì gli occhi e si guardò intorno, nulla era cambiato. Non c’era nessun orsacchiotto, nessun diario, nessuna voce nel buio. Si alzò in piedi e guardò l’ingresso della sua cella. Ora sapeva cosa fare.

Si avvicinò alle sbarre prendendone due con le mani. Erano fredde e dure come pezzi di granito. Non aveva scelta, concentrò tutte le sue forze e cercò di piegarle. I pezzi di ferro erano immobili. Pensò alle visioni del passato, del presente e del futuro. Ai suoi genitori, al calore che le mancava da troppo tempo, alle loro parole di coraggio. Provò di nuovo, ma questa volta non era da sola. Sentiva accanto a lei suo padre e sua madre che le davano forza.

Finalmente le sbarre si ruppero. In quel momento il cancello si sgretolò in mille pezzi. Si voltò, anche la stanza lentamente scomparve mentre le ceneri vennero spazzate da una folata di vento. Sotto la superficie delle pareti della cella comparve la propria cameretta. I poster dei suoi cantanti preferiti, gli effetti personali, le foto appese al muro, i suoi peluches. Tutto era ritornato a prima, o meglio, al presente che aveva dimenticato. Aveva costruito lei stessa la sua prigione dove stava marcendo all’insaputa di quello che le aspettava.

Guardò un’ultima volta la porta della sua cameretta. Era chiusa, non ricordava più da quanto tempo lo era. Allungò il braccio e prese la maniglia, la girò e finalmente la aprì. Percorse il corridoio fino alla porta d’ingresso. Respirò a pieni polmoni una boccata d’aria per darsi coraggio, poi la spalancò. Davanti a lei era un tripudio di luci. Il buio della serata era illuminato da una miriade di festoni e luminarie finché riusciva a vedere. Nell’aria c’era l’inconfondibile odore di Natale che aveva quasi dimenticato. Non sapeva cosa fare, non sapeva dove andare, ma sapeva che doveva farlo, fuggire da quella casa e trovare qualcuno. Magari una delle sue amiche o uno dei parenti che ancora non conosceva. L’avrebbe fatto, si sarebbe ripresa la sua vita e lo avrebbe fatto non solo per lei, ma anche per i suoi genitori che avrebbero voluto vederla sempre felice.

17 Dicembre 2017

Esiste un luogo a Napoli permeato di speranze. Non è un luogo tenuto nascosto ma ben visibile agli occhi di tutti ed una volta all’anno è a disposizione di chiunque abbia un desiderio da chiedere. E’ l’albero di Natale che viene allestito ogni anno nel periodo natalizio all’interno della Galleria Umberto I. Un albero come tanti se non per una caratteristica che lo rende unico. Oltre ai festoni e alle palline decorative, in quei giorni l’albero si riempie di bigliettini. Sono i desideri delle persone che passeggiando per il centro storico scelgono di affidare le loro speranze proprio a quell’albero.

Purtroppo negli anni l’albero è diventato famoso per ben altre notizie. Troppo spesso bande di ragazzi provenienti da quartieri adiacenti Via Toledo lo prendono di mira, lo abbattono, a volte lo rubano trascinandolo fuori dalla galleria. Ma quel simbolo ogni anno è al suo posto, così come quei bigliettini che lo adornano.

Luca conosceva bene quell’albero. In passato anche lui aveva deposto tra i suoi rami i propri desideri. Fin da piccolo con i suoi genitori aveva l’abitudine di passare una giornata per il centro e comprare i regali di Natale. Al termine della lunga passeggiata si recavano nella Galleria Umberto per riscaldarsi con una cioccolata calda e poi subito dopo scriveva una lettera da mettere su quel grosso albero. E proprio in uno di quei giorni accadde qualcosa che gli avrebbe cambiato la vita.

Suo padre lo prese in braccio per permettergli di poggiare il foglio su un ramo più alto. Luca allungò le braccia per raggiungere un punto ancora spoglio, nel farlo sfiorò con la mano uno dei bigliettini già presenti. All’improvviso tutto davanti a sé divenne scuro. Non c’era più l’albero, non c’erano più i genitori, non c’era più nulla. Davanti ai suoi occhi si materializzarono scene di una vita che non gli apparteneva. Vedeva persone, luoghi, situazioni che gli erano estranee. Durò qualche secondo ma per lui sembrarono attimi infiniti. Poi sentì un dolore forte, aprì gli occhi e si risvegliò da quello stato di trance. Era disteso a terra e intorno a lui si era formata una folla di persone preoccupate. Suo padre gli teneva una mano mentre la madre non riusciva a trattenere le lacrime. Era ancora sotto shock, sentiva solo voci ovattate intorno a lui.

Chiamate un dottore. Chiamate un dottore, presto!

I ricordi erano confusi, si ritrovò in una stanza di ospedale con dei fili attaccati alla testa ed un rumore metallico che rompeva il silenzio. Davanti a lui però c’erano gli occhi dolci dei suoi genitori.

-Papà cos’è successo?

-Niente, Luca. Devi solo riposarti e rimetterti in forze

-Ma il bigliettino… Dobbiamo attaccare il bigliettino sull’albero…

-Lo abbiamo fatto, non preoccuparti

-Luca, dobbiamo chiederti una cosa. Ricordi cosa è successo quando hai cercato di attaccare il foglio sull’albero? Io e tuo padre eravamo con te, all’improvviso sei come svenuto

-Non ricordo niente, mamma. All’improvviso ho visto delle cose strane. Voi non c’eravate più ma c’erano delle persone che non conoscevo. Mamma, ho avuto paura

-Calmati Luca, ora siamo insieme. Non è successo niente. Ora riposati

Nei giorni seguenti il cervello di Luca fu analizzato dai migliori dottori dell’ospedale. Fu sottoposto a numerosi esami che però diedero esito negativo. Nessuno riuscì a spiegare l’accaduto, era come se non fosse successo assolutamente niente. Il bambino non aveva nulla che non funzionasse, purtroppo per lui quello fu solo il primo caso.

Dapprima erano episodi sporadici, poi man mano divennero sempre più frequenti. Gli capitava quando toccava con le proprie mani un oggetto o una persona. All’improvviso riusciva ad avere visioni di un passato legato a ciò che aveva toccato. Entrava in contatti con i ricordi legati agli oggetti o alle persone. Forse potrebbe sembrare un dono, ma quella maledizione lo rese sempre più solo.

Per ridurre le visioni portava costantemente dei guanti, in modo da non toccare nulla direttamente con le mani. Ma anche con tutte le precauzioni gli capitava di ricaderci. Come quella volta che in classe cominciarono a punzecchiarlo proprio per quei guanti.

-Dai Luca, lo sappiamo che porti quei guanti per coprire lo smalto che ti metti sulle unghie. Facci vedere come ti trucchi

Era difficile mantenere la calma in momenti come quello. Avere un potere così grande e non poterlo rivelare. Quel giorno accettò la sfida, si tolse i guanti e gli toccò la fronte. Subito divenne tutto buio, gli occhi si girarono all’indietro. Tutti i presenti si spaventarono ed urlavano terrorizzati. Poi Luca si accasciò a terra, qualcuno uscì dalla classe per chiamare un adulto. Entrarono due professori ed alzarono il ragazzo che cominciava a riprendere i sensi. Un sorriso beffardo comparve sul suo viso mentre guardava un tono di sfida il compagno di classe davanti a lui.

-Come sta Dolly? La bambola di tua sorella che tieni nascosta nel secondo cassetto della tua cameretta. anche ieri sera le hai pettinato i capelli prima di andare a dormire?

Una piccola soddisfazione che però lo allontanò ancora di più dai suoi compagni. Chi voleva avere a che fare con un mostro? Negli anni la situazione non era mai migliorata. Amici? Sempre di meno. Una fidanzata? Come sarebbe stato possibile? Ogni volta che avesse provato a sfiorarla gli sarebbero compare davanti agli occhi le scene della sua vita, i suoi vecchi amori, le sue paure. Tutto quello che lo circondava era solo l’amore dei suoi genitori, gli unici con cui condivideva quel segreto e che potevano stargli vicino senza timore. Ma i genitori purtroppo non durano in eterno. Li perse entrambi in un incidente d’auto. Non se ne dava pace, il suo “potere” era quello di vedere il passato, non il futuro. Avrebbe potuto salvarli se solo avesse avuto un potere diverso, ma così non era.

Da allora aveva vissuto un profilo basso, nessuno intorno ed una vita anonima. Ogni giorno come quello precedente, con i suoi guanti ad isolarlo dai suoi incubi. Poi un giorno gli venne un’idea mentre guardava la TV. Dovunque c’erano film di eroi e supereroi, gente con o senza poteri che metteva a repentaglio la propria vita per salvare gli altri. Non ci aveva mai pensato, lui ce l’aveva un superpotere. Fino a quel giorno lo aveva chiamato “maledizione”, “sventura”, ma faceva parte di lui. Lo aveva condizionato per tutta la vita ma doveva conviverci. Perché non sfruttarlo a fin di bene?

Non fu una scelta facile, rimase a pensare a quell’idea per ore sul divano. Poi si decise, partendo proprio da quel posto in cui tutto era cominciato. Si preparò e scese, arrivò fino alla Galleria Umberto I e si mise davanti all’albero dei desideri. Proprio quell’albero che doveva essere il custode del suo sogno e che vide per primo il suo incubo.

E ora era di nuovo lì, senza sapere davvero cosa fare. Guardava quei rami pieni di bigliettini, pieni si speranze. Cosa avrebbe dovuto fare? Toccarne qualcuno a caso? Spiare il passato di chi vuole solo augurarsi qualcosa per Natale? Stava quasi pensando che quella che aveva avuto era solo una pessima idea quando notò su uno dei rami più bassi un foglio di colore rosa. Era piccolo e malconcio ma quel colore seppure pallido spiccava in mezzo a tanti fogli bianchi. Luca si fece coraggio e si diresse verso quel foglio. Chiuse gli occhi e lo prese.

Era da tanto tempo che non provava più quella sensazione. L’oscurità che lo circondava, poi le visioni che gli sbattevano in faccia come un treno ad alta velocità. Prima vede quel bigliettino che aveva preso, era stretto in una piccola mano. Lo stringeva a pugno quasi per paura di perderlo. Non riusciva a vedere bene chi tenesse quel foglio, ma vedeva indistintamente la forma di una bambina. Poi la scena cambia, la bambina è in una stanza, seduta a terra in un angolo. Dalla luce che la illumina viene fuori un’ombra scura, quella di un uomo con il braccio alzato. La bambina chiude gli occhi, poi viene picchiata con oggetto. Luca sente il dolore che prova lei, ed è enorme. Ancora un cambio di scena, la bambina si trascina a forza dalla camera, tutto intorno sembra muoversi. Cammina sbandando, ci mette un po’ per arrivare alla porta, la apre ed un forte odore le arriva alle narici. Gli occhi sono gonfi e la vista è annebbiata, si riesce a vedere qualcosa solo da una piccola fessura. Riesce a vedere una scritta di colore rosso su uno sfondo bianco, “Lucullo”.

Luca riaprì gli occhi rendendosi conto di essere disteso a terra. Un piccolo gruppo di persone lo circondava, preoccupati per la sua salute. Con un po’ di difficoltà riuscì ad alzarsi, la testa gli girava ancora un poco ma dopo aver preso un caffè offerto da uno dei presenti si sentì meglio. Istintivamente mise la mano nella tasca destra della giacca e tirò fuori un bigliettino. Era il biglietto rosa preso dall’albero. Lo aprì e guardò all’interno. C’era una sola parola, scritta di fretta, forse da una mano tremante. Una sola parola che però urlava tutto il suo dolore.

Aiuto

Rimise il foglio nella tasca. Aveva abbastanza elementi per fare qualcosa, ma doveva muoversi, era già buio.

Tornò a casa e prese l’auto. Nel tragitto pensava agli indizi che aveva a disposizione dalla visione. Una stanza che “si muoveva”, un forte odore all’esterno ed una scritta. Tutto gli faceva pensare ad un solo luogo, il porto. La stanza galleggiante avrebbe potuto essere una cabina di una barca e l’odore che anche lui aveva sentito durante lo stato di trance era tipico degli scarichi di una nave. La scritta era ancora un dilemma da risolvere ma aveva la sensazione che avrebbe scoperto sul luogo di cosa si trattasse.

Impostò la destinazione sul navigatore e raggiunse la sua destinazione. Parcheggiò l’auto nella zona dei giardini di Molosiglio. Uscì dall’auto ed un profumo di aria di mare gli riempì i polmoni. Quanto avrebbe voluto trovarsi in quel luogo in un’altra occasione. Quanto avrebbe voluto far parte di una vita diversa, normale. Non aveva scelto quel suo potere, ma ora era deciso a fare del bene pur di dargli un senso. Nella sua vita si era sempre domandato se quel dono gli fosse stato fatto da un Dio o solo da un diavolo meschino. Ora quella domanda poteva avere una risposta se al termine di quella giornata avrebbe salvato una povera innocente dalle braccia di un mostro.

Si avviò verso il pontile guardando la fila di barche ormeggiate. Ce n’erano di vario tipo, dalle piccole imbarcazioni di pescatori usate ogni giorno per sfamarsi a quelle più grandi, magari lo sfizio di un ricco borghese. Il buio non favoriva la ricerca ma dopo aver percorso il porticciolo un paio di volte, Luca vide quello che stava cercando. Era una barca grande, forse di lusso. C’erano le luci accese sul ponte, riusciva a vedere un uomo indaffarato a pulirlo con una scopa. Sul bianco fianco destro una scritta rossa con il nome che cercava, Lucullo.

Senza togliersi i guanti mise la mano nella tasca della giacca e strinse il bigliettino. Una forte sensazione di rabbia attraversava il suo corpo. Non doveva farsi assalire dalle emozioni, da quel momento ogni azione doveva essere studiata e non poteva permettersi di sbagliare. Nella sua mente stava trovando le spiegazioni di quanto potesse accadere su quell’imbarcazione. Magari il proprietario aveva sequestrato la bambina, o forse era solo uno dei suoi tanti vizi da riccone.

Con il cuore che pulsava ad un ritmo frenetico si incamminò verso la barca quando l’istinto gli suggerì di fermarsi. Era solo una sensazione ma non ci aveva fatto caso prima di allora. Tutte le visioni che aveva avuto da quando era piccolo lo mettevano in contatto con delle persone collegando i loro sensi con i propri. Sentiva ciò che loro sentivano, ascoltava quello che loro ascoltavano, vedeva quello che loro vedevano. Esatto, quello che loro vedevano. Perché allora la scritta? Era sul fianco della barca e non poteva averla vista. Stava pensando quando guardando di lato si accorse che c’era un’altra barca ormeggiata vicino alla Lucullo. Era una barca più piccola, anonima e le poche onde la facevano sobbalzare. Luca finalmente capì, la visione che aveva avuto riguardava quello che gli occhi della bambina vedevano. Era sulla barca più piccola e uscendo fuori vedeva la scritta dell’altra.

Si diede dell’idiota per aver immaginato uno scenario completamente diverso. In compenso sarebbe stato più semplice salire sulla barca più piccola, era buia e se era fortunato nessuno avrebbe notato la sua presenza. Si fece coraggio e si diresse verso la sua destinazione. Con accortezza camminò lentamente per non fare rumore sulle assi cigolanti. Aprì una piccola porta ed entrò. Tutto intorno era buio, decise di farsi luce con il suo cellulare. Si aspettava una stanza vuota invece dovette ricredersi. Su un lato c’erano accatastate decine di pacchi. Si avvicinò per vedere meglio, quello in alto era aperto. All’interno c’erano delle stecche di sigaretta. Probabilmente quella era la barca di un contrabbandiere, la feccia dei criminali. Gente che ogni giorno sfida le forze dell’ordine su barche con motori truccati per .fare guadagni facili. Luca pensò al pericolo che stava correndo in quell’istante. Il proprietario era un delinquente, con tutta probabilità era armato e non avrebbe esitato ad accanirsi su di lui se l’avesse scoperto.

Era meglio sbrigarsi ed uscire quanto prima da quella situazione. Attraverso una botola scese in stiva, abbassò la luminosità dello schermo e vide due letti. In uno dei due riconosceva una figura più piccola mentre su un altro c’era probabilmente il contrabbandiere. Si avvicinò lentamente al letto dove era distesa la bambina. Doveva svegliarla e portarla via di lì in fretta, senza allertare l’altro. Aveva paura che lei urlasse così cominciò a parlare sottovoce.

-Ehi piccola. Svegliati. Non preoccuparti sei in buone mani

La bambina aprì gli occhi, la luce del cellulare dava fastidio ai suoi occhi abituati al buio. Si guardò intorno finché non vide il volto di Luca. Non lo spaventava, era ben altro che le metteva paura.

-Chi sei? Sei venuto qui per me?

-Sì, sono qui per te. Ma dobbiamo fare piano. Vieni con me, usciamo da questo posto

-Sei un angelo?

-No, piccola. Ora però in silenzio, alzati e seguimi lentamente

La bimba fece come le era stato ordinato da Luca. In punta di piedi arrivarono fino alle scale e salirono. Erano sull’ultimo scalino quando, forse per una distrazione dovuta al sonno, la piccola inciampò e cadde in ginocchio. La pantofola che indossava rotolò per le scale fino alla stima provocando un rumore sordo che squarciò il silenzio. Il sangue nelle vene di Luca si ghiacciò all’istante. Non fece in tempo a pregare che sentì un urlo provenire dal basso.

-Chi è?

Rimase in silenzio nell’oscurità delle scale ma sapeva di essere spacciato.

-Chi è? Vengo lì e ti uccido! Chi sei?

L’uomo si alzò di scatto ed andò a controllare nell’altro letto. Vide che era vuoto e pieno di rabbia prese la pistola che nascondeva sotto il suo cuscino. Luca sentì il rumore metallico dell’arma caricata e tirò con forza la bambina su per gli ultimi gradini. Doveva uscire da quella barca prima che diventasse la sua tomba, o peggio ancora quella di entrambi. La barca continuava ad ondeggiare, i due riuscirono ad arrivare alla porta di uscita quando una voce alle loro spalle tuonò.

-Fermi! Dove credete di andare!

Un solo passo e sarebbero stati fuori, magari avrebbero gridato per richiamare l’attenzione di qualcuno e farsi aiutare. All’improvviso Luca sentì quel suono, prima di allora lo aveva soltanto ascoltato in tv in qualche film. Uno sparo. Quasi in contemporanea avvertì un dolore forte all’orecchio sinistro. Si fermò di colpo, d’istinto si toccò l’orecchio e guardò la mano illuminata dalla debole luce proveniente dall’esterno. Non c’era bisogno di molta immaginazione per capire che si trattava di sangue. Era stato colpito all’orecchio, la situazione era diventata di colpo più pericolosa.

-Fermati o con il prossimo colpo ti faccio saltare la testa! Ora girati lentamente!

Luca si girò, la mano stringeva forte quella della bambina senza lasciarla. Anche lei non riusciva a staccarsi mentre tremava.

-Maria che stai facendo? Lascia quell’uomo e vieni subito qui. A lui ci penso io

La bambina non obbedì agli ordini, anzi, si avvicinò ancora di più allo sconosciuto.

-Che fai, Maria! Vieni subito qui, te lo ordino!

-No!

Quella parola di sole due lettere risuonò nella stanza come una sentenza irremovibile. Quel coraggio inaspettato prese in contropiede l’uomo che rimase a bocca aperta mentre la guardava.

-Che stai dicendo? Sono tuo padre, ti ordino di venire qui. Vieni subito altrimenti te ne darò di santa ragione. Così tante che non avrai più voglia di scherzare

-Non vengo. Lui è un angelo ed è venuto qui per salvarmi da te. Tu sei un mostro!

L’uomo ascoltò quelle parole, mai prima di allora sua figlia aveva osato ribellarsi. Una sensazione di rabbia e odio gli pervase l’animo. La pistola che fino a quel momento era diretta verso lo sconosciuto si spostò puntando la bambina. Luca se ne accorse e subito la prese e la spostò sul ponte. Il padre sparò ma per fortuna l’altro fu più veloce. Preso dall’adrenalina, Luca si scagliò a testa bassa sull’uomo facendolo capitolare in un angolo. Nell’urto lasciò la pistola, che rimase a terra. Approfittando del momento buono, il ragazzo ebbe un’idea improvvisa. Controllò velocemente in una tasca della sua giacca e prese piccolo pacchetto, poi si avvicinò agli scatoloni.

-Non prendere la pistola, altrimenti accendo questi fiammiferi e li butto su questi scatoli!

-Non lo farai, sarò più veloce io

-Vuoi rischiare? Vuoi che tutte queste stecche di sigaretta prendano fuoco, magari anche tutta la barca?

L’uomo si rese conto che l’altro aveva ragione.

-Non ti muovere, ora la prendo io e tu ci farai scendere senza reagire, chiaro?

Il silenzio valeva come un sì. Luca si spostò di lato con ancora in mano la scatola di cerini. Raggiunse la pistola, la prese e la puntò verso l’uomo, ancora seduto a terra. Non aveva assolutamente voglia di sparare, non l’aveva mai fatto e non voleva farlo per la prima volta. Senza mai distogliere la mira dal suo nemico uscì sul ponte e controllò, Maria era ancora fuori mentre tremava dal freddo.

-Vieni qui piccola, ora dobbiamo andare via

La bambina si avvicinò, Luca vedendola rabbrividire al gelo si tolse la giacca per coprirla. Fu il suo unico errore.

Come un treno l’uomo si rialzò e diede una spallata al ragazzo. Il suo corpo fu schiacciato sulle pareti in legno, lasciò la presa facendo cadere l’arma in mare. L’altro gli diede una serie di calci nel costato fino a togliergli tutta l’aria dai polmoni. Ormai era a terra senza forze, non riusciva a muoversi. L’uomo ne approfittò per allontanarsi e dirigersi verso poppa. slegò il nodo che teneva la barca attraccata al pontile, poi si diresse verso i comandi. Nel tragitto incrociò lo sguardo con quello di sua figlia, ancora a terra mentre tremava.

-Con te facciamo i conti dopo. Ora mi devo sbarazzare di quel corpo

Mise in moto la barca. Rumorosamente il natante abbandonò il molo, nella fretta speronò altre barche. Il fracasso che si era creato mise in allarme gli altri marinai presenti sul posto. L’uomo voleva raggiungere il largo per disfarsi del corpo di Luca. Una volta arrivati a debita distanza fermò il motore e si diresse sul ponte. Si avvicinò al corpo del ragazzo e gli diede un ultimo calcio, poi lo prese di peso per buttarlo in mare. Stava per alzarlo quando sentì un forte odore. Si girò e vide all’interno della cabina del fumo. Non collegò subito l’accaduto, ma quando vide che sua figlia non era più nel posto in cui l’aveva vista prima capì, era stata lei ad appiccare il fuoco. Probabilmente aveva ascoltato le intenzioni del ragazzo, aveva preso la scatola di fiammiferi ed aveva dato fuoco alle casse di sigarette. Doveva pagarla subito, sarebbe stata punita per averlo fatto. Uccisa e gettata in mare insieme al suo nuovo amico sconosciuto. L’uomo entrò all’interno della cabina urlando il suo nome.

-Maria! Vieni fuori Maria! Hai commesso un grave errore e ora ne pagherai le conseguenze!

Continuava ad urlare anche se li fumo gli entrava in gola facendolo tossire. Il desiderio di vendetta era più forte di quello di sopravvivenza, ma se ne accorse troppo tardi. Lo capì quando sentì il rumore della porta che si chiudeva e della serratura che scattava. Era in trappola, era chiuso in una stanza che stava per prendere completamente fuoco. All’esterno, sul ponte, Maria si avvicinò al suo angelo custode.

-L’ho chiuso dentro, non uscirà fuori. Dobbiamo scappare ora. Ce la fai ad alzarti?

Quelle parole risvegliarono Luca dallo stato di torpore. Fece uno sforzo immane per rimettersi in piedi e coprire la bambina con la sua giacca.

-Sta andando tutto a fuoco, dobbiamo buttarci in mare. Sai nuotare?

La bambina fece un cenno con la testa, tanto bastava a Luca per darsi coraggio. Scavalcarono insieme e si gettarono in acqua. Riuscirono a nuotare per qualche metro prima che la barca esplodesse. Il fuoco era divampato fino a raggiungere il motore. Insieme guardarono quella scena, entrambi sapevano che la loro vita sarebbe cambiata. In meglio.

La guardia costiera era stata allertata dagli uomini presenti sul molo, il baccano provocato dalla barca del contrabbandiere aveva svegliato tutti i marinai. Luca e Maria furono tratti in salvo da una motovedetta e riportati a terra. Le circostanze erano ancora da chiarire ma i racconti dei due coincidevano. Dalle indagini successive risultò che la bambina viveva con il padre, un tipo non raccomandabile che aveva passato in prigione parecchi anni. La madre era morta poco dopo la nascita. Non andava a scuola da mesi, gli assistenti sociali erano già stati avvertiti dall’istituto ma avevano le mani legate. Era però una bambina molto intelligente ed anche in quella situazione aveva dimostrato coraggio e cervello. Dopo quell’episodio fu affidata ad un istituto in attesa di far parte di una vera famiglia.

Luca invece se la cavò con qualche giorno in prognosi riservata a causa delle percosse. Poche settimane e sarebbe uscito dall’ospedale. Per tutto il tempo in cui rimase in quel letto pensò a cosa farne della sua vita. Era di nuovo solo, senza nemmeno i suoi guanti che lo isolavano dal mondo. Il corpo gli faceva ancora male, ma in cuor suo sapeva che quella sensazione che aveva provato in mare non l’aveva mai provata prima. Era la sensazione che hanno gli eroi quando concludono una missione, la sensazione che provano i pugili quando mettono al tappeto l’avversario, quello che provano i vincenti. Aveva salvato una vita, tanto gli bastava per sentirsi bene. Ci pensò per giorni, ma ormai lo aveva capito. Aveva un potere e non poteva far finta di nulla. Lo avrebbe rifatto, certo che lo avrebbe rifatto.

10 Dicembre 1576

Il cortile del palazzo del Vicario era vuoto, o almeno lo era se si considerano i vivi. Agli angoli del castello erano esposti in bella vista mani, piedi e teste dei giustiziati a morte, come monito per tutti. Un deterrente che nella maggior parte dei casi non funzionava granché, dato l’enorme lavoro svolto dal Vicario in quell’epoca. Al centro del cortile c’era una forca dove quel mattino penzolava il corpo di un uomo. Uno dei tanti senza nome che adornavano la parte antistante la facciata del palazzo. Un colpevole giudicato dalla legge, che ha avuto quello che meritava. Era lì dal giorno precedente.

La testa era coperta da un cappuccio, in modo da non mostrare ai facilmente impressionabili il volto trasfigurato al momento della morte. Il torso era nudo, dal colore quasi azzurro. Ormai il sangue aveva terminato di circolare nel corpo da troppo ore e quel poco rimasto era ghiacciato dal freddo di quell’ultima notte. Portava dei pantaloni di infima qualità, logori e sporchi di terreno, ai piedi un paio di calzari. A vederlo da fuori dava l’impressione del classico pezzente comune che si è trovato nei guai per un pezzo di pane. La sua storia però di comune non aveva nulla.

Era mattino presto quando Giuseppe camminava all’interno del cortile del castello. Era uno degli uomini di fiducia del Vicario anche se apparteneva al gradino più basso. Era l’addetto alle pulizie, aveva l’onere di mettere a posto la piazza dopo ogni esecuzione. Non si trattava solo di pulire le macchie di sangue e feci, ma anche di abbellire il luogo. Il giorno dopo ogni uccisione doveva tagliare le teste delle vittime e riporle in apposite gabbie. O anche tagliare mani e piedi ed esporli in modo che tutti potessero vederli. Stava proprio facendo spazio all’interno di una delle gabbie quando sentì un rumore sordo alle sue spalle. Si girò e notò che il corpo che fino a pochi secondi prima era appeso al cappio ora si trovava riverso a terra in una posizione innaturale.

Doveva essere a causa del freddo e della consistenza della corda ormai vecchia. Probabilmente nel tempo doveva essersi deteriorata a causa del peso che doveva sopportare ogni volta, sempre più spesso. Giuseppe pensò che fosse stata una fortuna il fatto che quell’avvenimento fosse successo proprio in quel momento e non prima. Immaginava già il putiferio se il giorno precedente impiccando quel ladro la corda si fosse spezzata. L’uomo sarebbe caduto a terra incolume e gli sarebbe stata data la grazia. Poi sicuramente il Vicario se la sarebbe presa con lui, che non aveva controllato per bene la corda prima dell’esecuzione. Sorrise pensando al grosso guaio che aveva scansato per puro caso, ricordava bene l’ultima sfuriata del suo capo ed il supplizio che aveva dovuto sopportare davanti a tutti.

Si avvicinò alla forca quando notò qualcosa di strano. Prima una folata di vento gelido improvvisamente gli sfiorò il volto facendolo rabbrividire, poi sentì dei leggeri rumori come di ossa che si disarticolano. Con suo grande stupore vide che il corpo dell’uomo riverso a terra cominciava a muoversi. Senza trovare il coraggio di urlare fece qualche passo indietro fino a cadere con il sedere a terra. Davanti a lui la scena più incredibile e raccapricciante a cui aveva mai assistito.

Quello che doveva essere il cadavere del condannato del giorno prima si mise seduto, si ricompose facendo scricchiolare braccia e gambe e si tolse il cappuccio dalla testa. Il volto appariva serio ma per nulla quello di un cadavere. Il colorito era chiaro, di chi ha passato troppo tempo al freddo, la barba incolta e gli occhi scavati e iniettati di sangue. Di sangue vivo. Quando Giuseppe lo guardò lo riconobbe subito. Era proprio l’uomo che il giorno precedente era stato giudicato dal Vicario e condannato a morte. Com’era possibile che proprio quell’uomo ora fosse davanti a lui e sembrava addirittura sorridere mentre si ripuliva dalla polvere. Eppure il dottore aveva controllato lo stato del decesso ed aveva dichiarato l’uomo clinicamente morto. Ma quell’uomo che ora si stava alzando e camminava verso di lui non poteva essere morto. Giuseppe chiuse gli occhi mentre recitava a bassa voce una breve preghiera, l’altro gli si avvicinò e si abbassò per guardarlo meglio. Quando Giuseppe riaprì gli occhi si ritrovo davanti un volto dal sorriso beffardo.

-Salve. Voi dovete l’uomo che ieri ha sistemato lo sgabello sotto il cappio, vero?

Giuseppe richiuse gli occhi mentre tremava di paura.

-Non c’è motivo di essere spaventato, state tranquillo. Non è colpa vostra, avete solo fatto il vostro lavoro e questo vi fa onore. Permettete una domanda?

Fece segno di sì mentre aveva ancora gli occhi chiusi.

-Vorrei uscire di qui, potete indicarmi la strada? Ieri ero troppo confuso e ora non ricordo da dove mi hanno fatto entrare. Sareste così gentile?

Giuseppe alzò un braccio tremante e puntò l’indice verso un grande portone socchiuso.

-Grazie mille, siete un buon uomo. Potrei chiedervi solo un altro piacere? Non mi chiamate scocciatore. E’ solo che non ho più il mio vestito. Non so come mai, ricordo che ieri avevo una vecchia camicia che mi copriva ma ora non l’ho più. Sareste così gentile da prestarmi la vostra? Verrò a rendervela appena possibile, grazie

Il guardiano non si fece ripetere due volte la richiesta. In fretta e furia si sfilò la giacca che portava addosso e gliela porse. Rimase solo con una leggera camicia, ormai tremava di terrore e freddo.

-Ma ancora grazie, non so proprio come ringraziarla. Io ora vado, ho una faccenda da sbrigare. Buona giornata

L’uomo si infilò la giacca e fece qualche passo lontano da Giuseppe, poi, stranamente, ritornò indietro. L’altro era ancora a terra con gli occhi chiusi a forza.

-Prometto che questa è la mia ultima richiesta. Vi offendete se prendo anche il cappello? Sono sicuro di no. Ossequi

Senza attendere risposta prese il vecchio cappello dalla testa di Giuseppe e se lo mise in testa. Il guardiano rimase allibito guardando quella scena che diventava sempre più surreale. L’uomo si allontanava come se niente fosse mentre lui rimaneva a terra nella pozza di urina che si allargava sempre di più sotto di lui.

L’uomo si diresse verso la porta, l’aprì e si trovò all’esterno. Guardava le persone intente a passeggiare, lavorare, ognuno con i propri pensieri belli o brutti. Li guardò velocemente poi si aggiustò il cappello in modo da celare lo sguardo e riprese a camminare mentre respirava a pieni polmoni l’aria fredda del mattino. Percorse vie che conosceva a memoria, passò accanto a botteghe che emanavano profumi che assaporava ogni giorno, ma sembrava passata un’eternità dall’ultima volta che era stato lì. Le persone non lo notavano, per fortuna. Non avrebbero capito, inoltre avrebbero rovinato l’effetto sorpresa che aveva pianificato.

Finalmente arrivò dove voleva. Si avvicinò lentamente ad una piccola bottega. Fino a qualche giorno prima ad ornare l’esterno del negozio c’erano delle tavole piene di prodotti ittici. Pesci appena pescati, mitili, molluschi, tutta roba fresca. Un odore di mare permeava l’aria mentre decine di clienti facevano la fila per fare affari di primo mattino. Ma quel mattino non era così, non lo era da giorni. Ora fuori alla bottega le tavole erano spoglie e non si sentiva quell’odore particolare nell’aria. Ora era la tristezza a regnare in quel luogo.

La porta era socchiusa, da una piccola fessura usciva una luce fioca. L’uomo controllò che nessuno lo stesse osservando, poi si avvicinò lentamente alla porta. Non riusciva a vedere bene dentro ma sentì un lamento, una voce femminile che piangeva sottovoce. Subito il suo animo fu pervaso da una sensazione di scoraggiamento. Aprì lentamente la porta per riuscire a capire chi fosse. Fu allora che la vide.

La donna era seduta su una sedia con le mani che coprivano il volto. Una candela quasi del tutto consumata illuminava debolmente la stanza. Era disperata e continuava a piangere, da sola, senza che nessuno le desse conforto. L’uomo guardava la scena impotente. Avrebbe voluto fare qualcosa, entrare ad abbracciarla, dirle che non doveva stare male, che tutto si sarebbe aggiustato con il tempo. Ma non poteva, lui lo sapeva. Non si accorse che la rabbia stava prendendo il sopravvento e inconsapevolmente spostò ancora di più la porta che emise un rumore.

Subito la donna alzò la testa e guardò verso la porta. L’uomo vide il suo sguardo, gli occhi interrogativi e il suo viso pieno di lacrime. Subito si spostò dalla visuale e si appiattì sul muro. Capì di averla combinata grossa, non avrebbe dovuto fare quella visita. Rischiava di rovinare tutto. Dal negozio sentiva la voce della donna.

-Chi è là? Cosa volete?

Doveva scappare, fuggire di lì. Si guardò intorno, nessuno ancora era accorso alla richiesta della donna. Si allontanò sul lato di fronte e approfittò per nascondersi in un anfratto buio tra due palazzi.

-Chi è? Dov’è fuggito? Qualcuno ha visto un uomo fuggire dal mio negozio? Aiutatemi vi prego

La donna uscì fuori dalla bottega per cercare lo sconosciuto che la stava spiando. Fermava i passanti che la guardavano con aria di pietà. Chissà se l’aveva visto. Chissà se l’aveva riconosciuto. Doveva andarsene da quel posto altrimenti ogni suo sacrificio sarebbe stato vano. Si infilò velocemente in un vicolo stretto camminando a passi svelti. La strada la conosceva già, non mancava molto alla sua tappa successiva. Quella definitiva.

Dopo qualche minuto di cammino arrivò. All’esterno sembrava un’abitazione comune ma lui sapeva bene che cos’era. Una bisca, un luogo di perdizione frequentato soltanto da persone lascive. Lui non ci era entrato mai prima d’ora ma sapeva chi trovare. Bussò alla porta, da dentro rispose una voce 

-Chi è?

-Sto cercando una persona

-Non è qui. Andatevene

-Ma come? Non volete nemmeno sapere il nome?

-Andate via statemi a sentire

L’uomo non si diede per vinto. Si aggiustò la giacca e alzò il cappello in modo da mostrare il suo sguardo alla feritoia posta sulla porta.

-Tu devi essere Antonio, vero? Il figlio di Guglielmo. Tuo padre è veramente dispiaciuto della vita che hai scelto. Eppure ti ha lasciato tutto, una casa, del denaro, ma ancora di più il suo cognome. Un cognome che stai gettando nel fango lordo come la gente che frequenta questo posto

-Cosa…. Mio padre è morto anni fa

-Sì, sono passati soltanto nove anni. Ricordi le parole che ti disse il giorno prima di morire? Ti portò con sé a passeggiare e mentre tossiva senza sosta ti strappò una promessa. Avresti vegliato su tua madre e avresti portato avanti l’attività di famiglia. Questo lo ricordi?

L’interlocutore dall’altro lato rimase in un silenzio eloquente.

-Sai cosa devi fare, vero? Apri questa porta e lasciami entrare. Poi vattene da qui e non farti più vedere. Sei ancora in tempo per redimerti, il tuo destino non è stato ancora scritto

Dopo un paio di secondi la porta si spalancò e il sorvegliante uscì correndo, senza guardare indietro. L’uomo ne approfittò per entrare, richiuse la porta e si guardò intorno. Tutti erano seduti ai propri tavoli a giocare d’azzardo. Dai volti sembravano tutte persone poco raccomandabili, tutte intente a imprecare e pregare davanti ai loro sfidanti. Un odore nauseabondo permeava l’aria. Tra la folla non riconobbe chi stava cercando. Ma lui non si sarebbe mischiato alla plebaglia, lui avrebbe avuto un posto tutto per sé.

Finalmente adocchiò una porta in fondo alla sala, vicino c’era una guardia reale. Si avvicinò senza paura, la guardia si mise in allarme.

-Altolà, ferma!

-Devo entrare in quella stanza

-Non si può entrare

-E’ lì dentro, vero? Spostati e non succederà niente

L’agente portò le mani sull’elsa della spada ancora riposta nella fodera. Quella minaccia significava solo una cosa, lo sapeva bene. L’uomo però non si mosse di un millimetro. Portò le mani all’altezza del bavero della giacca e gli mostrò il collo. Era ben visibile la cicatrice, quella di chi ha avuto l’abbraccio di un cappio. La macchia viola scura intorno al collo contrastava con il colore bianco pallido della pelle.

-Vedo che stai cominciando a capire. Come vedi non è affar tuo, è una questione tra me e lui. Ora è il momento di andare

La guardia ascoltava quelle parole mentre continuava a guardare l’ecchimosi. Non riusciva a distogliere lo sguardo, in realtà aveva solo paura di incrociare di nuovo quello dell’uomo che aveva di fronte. Staccò la mano dall’elsa della spada e si allontanò dalla porta. Ora la strada era libera, era ora di inscenare l’ultimo atto di quella farsa.

L’uomo spalancò la porta che emise un forte rumore. All’interno i c’erano due persone, uno vestito in maniera sontuosa mentre l’altro sembrava più umile, appena sentirono il frastuono dei battenti si alzarono di scatto guardando nella direzione della porta. Per un attimo avevano pensato che fosse un controllo da parte delle guardie del viceré. Appena videro l’uomo in piedi sulla porta divennero furiosi.

-Chi sei? Come ti sei permesso di entrare?

-Cosa vuoi? Vai via o chiamo la mia guardia personale. Doveva essere lì fuori, dove si sarà cacciata? Guardia! Guardia!

L’uomo rimase impassibile alle minacce e si tolse il cappello. Quando lo fece, il giocatore vestito elegante strabuzzò gli occhi. Lo aveva riconosciuto finalmente.

-Ciao Jacopo. Sono venuto a trovarti, tutto bene? Lo dici tu a questo gentile signore che può uscire dalla stanza?

-Sì… sì. Potete andare ora, mi farò sentire io

-Si farà sentire lui, sicuramente. Ora lasciateci soli

L’altro fece come gli era stato ordinato e abbandonò la stanza richiudendo la porta. Ora all’interno di quelle quattro mura erano rimasti solo loro, due conoscenti di vecchia data, le loro questioni in sospeso e un silenzio mostruoso.

-Puoi sederti di nuovo, Iacopo. Posso anche io?

-Ma certo…

L’uomo si sedette e si sbottonò la giacca mostrando il petto bianco. Fu l’altro ad interrompere quel silenzio imbarazzante, nella maniera peggiore possibile.

-Senti… Mario… come mai sei qui?

-Te l’ho detto, volevo salutarti. Volevo parlare un po’ con te

-Ma tu sei…

-Morto? Ma sono qui davanti a te, respiro e parlo, come posso essere morto? Ah, già, giusto. Tu c’eri quando è successo, vero?

Iacopo ingoiò un boccone di saliva amaro.

-Tu c’eri, eri lì davanti a me quando mi hai giudicato ed hai decretato la mia morte. Tu c’eri quando le guardie mi hanno preso mentre urlavo la mia innocenza. Tu c’eri quando il boia ha sistemato il cappio intorno al mio collo e ha dato un calcio allo sgabello. C’eri e mi guardavi senza provare alcuna emozione

-Ma… Mario devi capirmi. E’ il mio lavoro, il mio compito è giudicare le persone colpevoli e condannarle. La legge parla chiaro, non avrei mai potuto fare uno strappo alla regola. Sapessi come sono addolorato di quanto è successo

L’espressione di Mario cambiò lentamente. Lo sguardo arrabbiato divenne più dolce ed uno strano sorriso comparve sul suo volto.

-Ma certo, lo so. Lo so che stavi solo facendo il tuo lavoro. Sei il Vicario, sei qui apposta per far rispettare la legge e dare il buon esempio. Ci conosciamo da così tanto tempo, posso solo immaginare lontanamente come ti si sentito mentre il tuo amico di infanzia veniva portato sul patibolo. Povero Jacopo

Il cuore del Vicario prese a battere più lentamente. Vide in quell’atteggiamento una speranza, forse avrebbe potuto approfittare di quella situazione per uscire dalla stanza e chiamare aiuto. L’altro però in quel momento si alzò dalla sedia e si mise proprio dietro di lui, con le mani sulle sue spalle.

-Dimmi una cosa, Jacopo. Mi ricordi soltanto una cosa? Sai com’è, sono ancora frastornato, per cosa sono stato incolpato?

-Ma come per cosa?… Per l’omicidio della contessa Spinoza

-Ah, già. Certo, la contessa. E perché l’ho uccisa?

-Ma per derubarla, era chiaro. La donna è stata trovata morta in casa e sono spariti numerosi suoi gioielli

-Giusto, derubarla. E dimmi, com’è che i sospetti sono caduti su di me?

-Un uomo ti ha visto entrare di notte nella casa della contessa e uscire con il sacco della refurtiva. L’uomo ha giurato su Dio di averti riconosciuto quando ti ha visto qualche giorno dopo al porto

-E come si chiamava quell’uomo? Dove si trova adesso?

-Non ricordo il suo nome, non l’avevo mai visto prima. Ora non saprei proprio dove sia, che domande mi fai?

-Te lo dico io dov’è. Si trova sottoterra. E’ morto stanotte, ucciso con una coltellata alla schiena. Proprio com’è stata uccisa la contessa, non è vero?

Il Vicario rimase in silenzio mentre una goccia di sudore freddo gli colava sul volto.

-Mio caro Jacopo, ci sono cose che tu non conosci. E ci sono cose di cui sono al corrente. Che mi dici di Rosaria, mia moglie?

-Cosa dovrei dirti? Non so di cosa tu stia parlando

-Ora ti spiego meglio. Mettiamo che io e te ci conosciamo da così tanto tempo, siamo amici inseparabili anche se tra di noi c’è una grande differenza. Tu vieni da una famiglia borghese che si fa strada all’interno della politica del Regno, io invece sono solo il figlio di un povero pescatore. Quel bambino nato da umili origini un giorno salva l’altro bambino, era caduto in un mare in tempesta e grazie al suo intervento lo riporta a casa. Diventano amici anche se le loro strade si allontanano. Poi un giorno tu incontri una donna in una pescheria. Lei è bellissima, da mozzare il fiato. Anche se passa tutto il giorno con le mani in bacinelle puzzolenti non riesci a staccarle gli occhi di dosso. Ordini alle tue guardie di capire chi fosse e con grande rammarico scopri che è già sposata. E non solo, è anche una brava cristiana, va a messa tutti i giorni ed è fedelissima al marito che passa tutte le notti in mare a pescare. Poi vieni a sapere chi è il marito, un certo Mario, e capisci che con lui hai un debito di vita

Mentre Mario raccontava, Jacopo sentiva le mani sempre più fredde sulla sua schiena.

-Non l’avresti avuta mai, si vedeva da lontano che era proprio una brava donna, allora hai pensato ad un bel piano per farla tua. Il marito ogni notte è da solo sulla sua barca a lavorare, nessuno lo avrebbe visto fino al giorno successivo, nessuno avrebbe giurato a suo favore. A quel punto bisognava solo mandare la tua guardia più fedele a compiere un efferato omicidio, e poi avresti facilmente trovato un pover’uomo che per quattro spiccioli avrebbe dato la colpa a chiunque, anche alla sua stessa madre. Il piano era tanto semplice quanto diabolico. Avresti fatto catturare l’assassino, lo avresti giustiziato sotto gli occhi di tutti in nome della legge, e la povera mogliettina sarebbe rimasta sola, da consolare. Dimmi un po’, ti piace questa storia?

-Io non ti permetto di gettare fango sul mio nome. Quelle che tu hai proferito sono solo le tue parole contro la mia, solo illazioni di un pazzo. Non riuscirai a uscire vivo di qui, metterò tutta Napoli sulle tue tracce e ti farò…

-Ti farò cosa? Pensi di potermi spaventare? Guardami bene, ieri mi vedevi penzolare da una forca con l’osso del collo rotto. Sono tornato dall’inferno solo per questo momento, non riuscirai a rovinarmelo. E ora, sta a guardare

Con le mani strinse ancora di più le spalle di Jacopo, in quel momento accadde qualcosa di soprannaturale. Tutto intorno la stanza scomparve, al suo posto i due si trovarono in una prateria infuocata. Il caldo era insopportabile, vicino a loro c’era un lago completamente ricoperto di acqua rossa. Non ci volle molto tempo prima che Jacopo si rese conto che non fosse acqua quella che vedeva.

Era proprio come in un dipinto che aveva visto in una chiesa, era così che se lo immaginava fin da piccolo. L’inferno. Orde di demoni cornuti che flagellavano i corpi delle anime dannate. Erano urla disperate quelle che sentiva, urla di chi ormai si arrende ad una pena eterna. Un dolore che non passerà mai, e sarà sempre peggio fino alla fine dei tempi. Nessuna pace, nessun piacere, solo dolore e pena. Non si rese conto di essere ancora seduto sulla sedia finché le mani sulle sue spalle non lo alzarono strattonandolo.

-Guarda bene, apri gli occhi e osserva. Questo è il regno che ti aspetta. Le tue malefatte saranno anche impunite sulla terra ma qui dovrai fare i conti con la legge divina. Volevo portarti qui di persona per farti vedere cosa ti aspetta. Quelli che vedi sono i diavoli che stanno solo aspettando con ansia il tuo arrivo. Hanno già in mente come divertirsi con te. E io farò in modo che questo avvenga presto!

Appena finì di dire le ultime parole, quella visione dell’Inferno scomparve. I due si ritrovarono nella stanza chiusa, Mario teneva ancora le mani sul volto di Jacopo, aprendogli gli occhi che grondavano lacrime. Il Vicario sentì una strana sensazione sulla pelle, come una bruciatura messa sotto l’acqua fredda. Appena si rese conto che l’incubo era finito si inginocchiò a terra e con la testa fra le mani prese a piangere ad alta voce.

-Pietà! Pietà, ti prego

-Pietà da me? Tu non ne hai avuta per me ieri. Non hai avuto scrupolo a farmi uccidere per un tuo capriccio

-Ho sbagliato! Mi pento, mi pento di tutto. Per favore non mi uccidere, non voglio morire

-Lo meriti più di ogni altro. Sono venuto qui per ricambiarti il favore, sarai condannato a morte da un tuo condannato

Jacopo si aggrappò ai pantaloni di Mario, mentre parlava continuava a baciargli i piedi chiedendo perdono.

-Ti prego, non farlo. Farò tutto ciò che vuoi. Tutto! Vuoi soldi, prendi tutto ciò che è mio. Dimmi cosa vuoi

-Io non appartengo più a questo mondo, i soldi non servono più a nulla

-Qualunque cosa ma ti prego non uccidermi

-Qualunque cosa hai detto?

-Sì, si! Tutto quello che vuoi, tutto quello che desideri!

-E sia! Tu ora qui giurerai solennemente che lascerai stare Rosaria. Spegnerai ogni tuo perverso desiderio su di lei e rinuncerai per tutta la vita ad averla. Lei rimarrà libera dalle tue mire per sempre, Inoltre dichiarerai davanti a tutti che io ero innocente, ripulirai il mio nome dal fango che tu stesso hai gettato e provvederai a sostentare mia moglie e la sua famiglia

-Va bene. Va benissimo, esaudirò ogni tuo desiderio. Ma giurami che non mi ucciderai

-Io mantengo sempre le mie promesse, e spero per te che tu riesca a mantenere le tue

L’ultima frase suonava come una sentenza, quelle parole riecheggiavano nella stanza mentre l’uomo usciva lentamente. Fuori non c’era più nessuno, tutti si erano dileguati appena si era sparsa la voce che un cadavere era venuto a reclamare il suo carnefice. Mario uscì, fuori un sole timido riscaldava lievemente il gelo di quella mattinata invernale. Era difficile per lui descrivere il suo stato d’animo. Era felice di aver terminato quella sua missione ma era una vittoria che lasciava un sapore amaro in bocca. Sapeva cosa doveva fare. Un ultimo desiderio prima di ritirarsi.

Percorse una strada stretta, lo faceva sempre con Maria nel breve periodo in cui furono fidanzati. Si fermò davanti ad un negozio di fiori e senza farsi notare sfilò una camelia rossa e la nascose nel manico della giacca. A passi veloci ritornò sulla strada percorsa qualche ora prima, ritornò davanti al negozio di pescheria. Era vuoto e non sentiva più il pianto di sua moglie Rosaria. Prese la camelia e la poggiò delicatamente sulla maniglia della porta, poi si allontanò verso il mare, al porto.

Rimase a guardare l’enorme distesa di acqua che si parava di fronte a lui. Quel mare che per troppo tempo era stato il suo unico amico, gli aveva tenuto compagnia nelle notti più buie. Quel mare che gli aveva fatto conoscere tempo prima il suo assassino. Forse anche in quell’occasione il suo unico amico stava facendo quello che era giusto fare, stava preservando il futuro di Mario facendo annegare Jacopo. Fu il suo ultimo pensiero mentre una fiamma improvvisa si accese intorno a lui. Un cerchio di fuoco si formò a terra, le fiamme divamparono alte, poi così come erano apparse se ne andarono. E con loro, anche Mario fece ritorno negli abissi. Il suo patto era concluso.

19 Novembre 2012

Lunedì

Ester aspettava il treno in piedi sulla passerella della stazione di Piazza Garibaldi. La mattina seguiva i corsi universitari e di solito ritornava a casa per pranzo e cominciava a studiare. Quella settimana però era diverso, gli esami si avvicinavano sempre più quindi per evitare di sprecare tempo nel lungo tragitto tra il Policlinico II e il paesino di provincia in cui viveva decise di organizzarsi con le sue amiche e studiare il pomeriggio nelle aule messe a disposizione dall’università.

Quello era stato il primo giorno e pensò che l’idea non era per niente male. I corsi finivano alle 13, dopo aver consumato un pranzo a sacco veloce all’aperto studiarono per quattro ore di fila ripetendo tutto il programma. Certo, passando tutto quel tempo fuori casa doveva prendere la circumvesuviana più tardi, ad un orario diverso dal solito. Ed infatti quel primo giorno i trovava in piedi in compagnia del suo amico libro ad attendere il treno delle 19:02.

Sentì la voce dell’avviso che informava dell’arrivo del suo treno. Si allontanò ulteriormente dalla linea gialla mentre chiudeva il libro e osservava la folla di persone che si radunava nei punti strategici dove si sarebbe fermata la porta. Arrivò il treno, come al solito fu l’ultima ad entrare, non le piaceva il pensiero di infilarsi tra le altre persone per essere tra le prime. Sarebbe comunque entrata e difficilmente avrebbe trovato un posto vuoto su cui sedersi. Entrò e si piazzò in piedi accanto ad uno dei tubi di ferro del treno, riaprì il suo libro e continuò la lettura.

Lo aveva comprato da qualche giorno ma la storia era così avvincente che era già arrivata a metà in poco tempo. Quella sera però non riusciva a finire una sola pagina. Non che non le piacesse la storia in quel punto, ma nel vagone c’era troppo casino e non riusciva a concentrarsi. Alzò lo sguardo e si guardò intorno.

Davanti a lei su una postazione di quattro sedili c’era seduta una donna. Era al telefono e continuava a parlare ad alta voce fregandosene degli altri presenti. Era una telefonata di lavoro, impartiva ordini e comandi per il giorno successivo. Anche la gestualità era accentuata, sembrava che il suo interlocutore fosse davanti a lei. Probabilmente era così presa dalle sue cose da essere convinta di trovarsi da sola in quel treno. Di fianco a lei e di fronte c’erano due ragazzi intenti a guardare gli schermi dei propri cellulari. Poco importava a loro del volume alto, niente li avrebbe disturbati dai loro giochi virtuali.

Intanto l’altro posto era occupato da un ragazzo diverso dagli altri. Una voce fuori dal coro. Sembrava fosse appena stato ad una gara di cosplay. I capelli erano neri, quelli davanti coprivano quasi completamente il suo sguardo e all’estremità sembravano raccogliersi in maniera appuntita. Aveva una maglia a maniche lunghe nera e un jeans con vari strappi. Sui polsi almeno una decina di bracciali. Ma non era il suo look troppo simile al personaggio Elle di Death Note a stuzzicare la curiosità di Ester quanto quello che stava facendo.

Stava disegnando.

Era chino mentre con una matita disegnava su un block notes che teneva sulle ginocchia. Le sue mani si muovevano senza fermarsi, quasi avidamente. La matita percorreva la superficie del foglio tracciando linee e forme. Sembrava quasi che fosse in trance mentre il suo disegno prendeva vita sulla carta. Ogni tanto alzava lo sguardo per poi abbassarlo di nuovo e continuare l’opera.

Quel ragazzo la incuriosiva tanto, era così affascinata da quello che faceva che non sentiva nemmeno più la voce della donna al telefono. Posò il libro nella borsa, ormai non aveva più voglia di continuare a leggere. Fece qualche passo in avanti per vedere meglio cosa stesse disegnando. Da dove era posizionata non riusciva a vedere nulla. Mentre si avvicinava sperò che lui non la notasse. Non stava facendo niente di male, anzi, se lui disegnava in pubblico non si sarebbe certamente offeso se qualcuno avesse voluto vedere meglio il disegno. Però lei sentiva una strana angoscia che non riusciva a spiegare. Si appoggiò accanto alla porta del vagone, da lì riusciva a vedere meglio cosa c’era sul foglio.

Non c’erano dubbi, era il volto della signora seduta di fronte a lui. Ester riusciva a vedere soltanto una parte del foglio ma era evidente che quello fosse un ritratto. I dettagli erano impressionanti. Com’era possibile che quel ragazzo riuscisse a disegnare così bene in condizioni come quelle. Chiasso, confusione, il movimento continuo del treno e le frenate brusche. Era un vero talento, doveva riconoscerlo. Stava per allungare il collo e vedere meglio il resto del disegno quando il treno si fermò e le porte si aprirono.

Ester si rese conto che si era piazzata proprio davanti all’apertura delle porte e dovette spostarsi subito per permettere alle persone di uscire. Purtroppo per lei, nel vagone entrò una fiumana di gente quindi non poté più scegliere dove posizionarsi meglio per osservare il disegnatore misterioso. Non solo, tutti spingevano per entrare e lei si ritrovò senza volerlo a parecchia distanza dal suo obiettivo.

Non riusciva più a vedere nulla e non era consigliabile neanche riprendere il libro dato il poco spazio a disposizione. Sbuffò contrariata mentre intorno a lei i passeggeri parlavano di una corsa soppressa. Questo spiegava la strana affluenza.

Alla fermata di Barra il treno si svuotò e lei non aspettò ulteriormente per portarsi nuovamente in direzione del disegnatore. Quando arrivò lì però rimase delusa. Lui non c’era più, il suo posto e quello accanto erano vuoti. La signora era ancora al telefono e parlava forse con un tono più alto. Non aveva nessun foglio tra le mani, quindi probabilmente il ragazzo non le aveva dato il disegno che la ritraeva.

Che strano, pensò. Magari voleva tenere per lui quel disegno che avrebbe fatto parte di un suo portfolio. O magari la signora era così impegnata da non poter accettare un ritratto da un ragazzo sconosciuto. Quanto sarebbe piaciuto ad Ester di avere in dono un suo disegno. Forse era un pensiero troppo romantico o forse troppo da ragazzina ma pensarlo la rese felice.

Ritornò con i piedi sulla terra e ripensò un’ultima volta al disegnatore, poi si spostò in un altro vagone meno chiassoso e prese posto. Aprì il libro e continuò dall’ultima pagina che stava leggendo.

Martedì

Il secondo giorno di studio intensivo era stato ancora più redditizio. Le quattro giovani amiche avevano studiato così tanto che non si erano rese conto del tempo che passava velocemente. Quando Ester, che tra le quattro era quella che abitava più lontano e aveva più mezzi da prendere per tornare a casa, si rese conto di che ore fossero mise tutto in borsa ed uscì dal policlinico senza nemmeno avere il tempo di salutare le compagne.

Si affrettò ad uscire dalla cittadina universitaria e prendere la sfilza di treni per ritornare a casa non troppo tardi. Metropolitana collinare, poi Metro linea 2 e poi per ultimo la Circumvesuviana. Dopo le corse tra i pedoni lenti all’interno delle stazioni di scambio e le preghiere ad ogni passo, finalmente Ester arrivò sulla banchina di Piazza Garibaldi giusto in tempo per entrare nel treno che l’avrebbe portata a casa.

Appena fu dentro si appoggiò ad una parete e respirò a fatica per riprendersi. Guardò l’orologio, 19:03. Per fortuna quel minuto di ritardo, per lei era stato fatale. Ringraziò il cielo di quella botta di fortuna, poi prese il cellulare ed avvisò le amiche di essere arrivata sana e salva alla stazione, scusandosi per essere fuggita senza salutarle. Si guardò intorno e vide un posto libero. Ancora con il fiato corto si avvicinò al sedile e prese posto. Anche quello di fianco al suo era libero quindi ci piazzò sopra lo zaino pesante, pieno di libri, fotocopie e appunti. Lo aprì, frugò nella confusione ed estrasse il suo amico libro. Cominciò a leggere e come succedeva spesso si estraniò completamente dalla realtà. La sua mente vagava tra le pagine del libro, divorava le lettere stampate e sognava di essere la protagonista della storia che stava leggendo. Alzò lo sguardo solo un paio di volte per controllare il display che mostrava la fermata successiva. Fu allora che con la coda dell’occhio vide qualcosa. Non ci aveva fatto caso prima ma nella fila di posti di lato al suo era seduto il disegnatore del giorno prima.

Quando lo vide si rese conto ancora una volta di quanto fosse attratta da lui. Stranamente a causa degli impegni lo aveva quasi dimenticato, non aveva pensato che il treno era lo stesso del giorno prima e avrebbe potuto incontrarlo di nuovo. Anche in quell’occasione stava disegnando. Con lo stesso impeto, la stessa passione del giorno precedente. La sue dita si muovevano in maniera rabbiosa sul foglio mentre ogni tanto guardava di fronte a sé. Stavolta davanti aveva un uomo di mezza età. Ad Ester sembrò il classico padre di famiglia che la mattina si svegliava presto per andare al lavoro e rincasa tardi stanco morto.

Le era venuta voglia di vedere il ritratto che stava creando l’artista. Ripose il libro nello zaino e si alzò senza dare nell’occhio. Si posizionò proprio dietro di lui e si affacciò per vedere il block notes. Anche quel giorno rimase affascinata dai dettagli del disegno. Sembrava una foto in bianco e nero del signore seduto di fronte al ragazzo. Stavolta però notò qualcosa. dei dettagli sembravano renderlo più vecchio. Leggermente più calvo, i capelli ingrigiti e qualche ruga in più. Sembrava quasi che lo avesse ritratto di proposito più vecchio, cosa effettivamente non facile da fare. Il disegno era ormai completo, Ester si spostò dall’altro lato per vedere il volto del ragazzo. Proprio in quel momento lui fece qualcosa di inaspettato. Guardò il suo disegno, il suo sguardo divenne di colpo triste e prese il foglio tra le mani. Subito dopo lo stropicciò rompendolo in mille pezzi che fece cadere a terra.

Ester rimase sorpresa da quel comportamento. Come era possibile che un disegno così stupendo potesse essere distrutto, dall’artista stesso poi. Forse anche il giorno prima aveva fatto così? Aveva strappato il suo disegno? Non avrebbe mai avuto una risposta, a meno che non avesse trovato il coraggio di chiederlo direttamente a lui.

Stava pensando a cosa fare quando il treno si fermò a Barra e il ragazzo mise matita e blocco degli appunti in una borsa e uscì dalla carrozza. Dal finestrino Ester lo vide camminare all’esterno, sotto la pioggia, senza un ombrello e con le mani in tasca. La scena le mise così tanta tristezza che per tutto il viaggio non pensava ad altro. Avrebbe voluto parlargli e conoscerlo meglio ma la sua timidezza l’aveva fermata.

Mercoledì

Diversamente dal giorno precedente, Ester fece di tutto per uscire prima dal Policlinico e prendere il treno delle 19:02. Era un’idea folle, anche le amiche glielo avevano detto. Se per due giorni di fila aveva incontrato quel ragazzo in treno non era detto che anche il terzo giorno sarebbe stato così. Intanto lei aspettava da più di mezz’ora sulla banchina l’arrivo del treno a Piazza Garibaldi. Aveva addirittura la possibilità di tornare prima a casa ma ormai era fermamente decisa. Si guardava intorno per cercarlo ma del ragazzo nemmeno l’ombra.

Il treno delle 19:02 arrivò puntuale, un ultimo sguardo ai passeggeri che stavano per salire e anche Ester entrò. Appena fu dentro lo cercò con lo sguardo. Nulla.

Le persone erano tante e la calca non permetteva di vedere in tutte le direzioni. Era impensabile anche solo spostarsi di carrozza, come lo avrebbe trovato? Fu allora che sentì una voce che non pensava di ricordare.

-Ester! Ciao, come stai?

Si girò e vide un volto maschile. Era così sovrappensiero che non l’avrebbe mai riconosciuto nella moltitudine di persone all’interno del vagone. Mise a fuoco e lo ricordò. Era Marco, un suo compagno di scuola delle superiori. Compagno sì, amico no, avrà scambiato con lui non più di venti parole in cinque anni. L’ultima persona che le serviva in quel momento.

-Carissima, come va? Che fai di bello?

-Io…

-Sicuramente stai tornando a casa dall’università, sei sempre stata una ragazza in gamba tu. Anche io sto seguendo dei corsi universitari. Quest’anno mi sono iscritto a Giurisprudenza, l’anno scorso ho provato con Fisica ma non faceva per me. Anche perché qui avrei più sbocchi nell’azienda di mio padre. Lo sai che mio padre possiede…

Ester si ricordò di colpo qual era la caratteristica peculiare di Marco. Era logorroico. Ma non nel senso positivo del termine. Era capace di indurre le persone all’asfissia più totale. Tutti in classe lo evitavano per quello, ma anche per le manie di grandezza derivanti dal suo ego smisurato. In quel momento lei avrebbe voluto soltanto piantarlo lì e continuare la sua ricerca ma non riusciva a fermare la fiumana di parole che uscivano dalla sua bocca.

-…e quindi io le ho detto che poteva anche tenerselo stretto dato che lo voleva così tanto. A proposito, lo sai che Bianca aspetta un bambino? L’ho saputo perché in pratica il fratello è iscritto allo stesso mio corso di karate, quindi…

Non riusciva ad aprir bocca che lui era saltato già ad un altro argomento. Non solo non riusciva a seguire il discorso, ma le sembrava di sentire solo una sfilza di “bla bla bla” continui. Se non lo fermava avrebbe viaggiato fino a casa con quell’assordante e noioso monologo nelle orecchie. Decise per una volta di fare la scostumata, d’altronde non le importava minimamente di lui e della sua vita da sfigato.

-…sapessi la faccia che ha fatto quando si è avvicinato quel cane abbaiando…

-Senti Marco, mi dispiace ma devo andare subito, mi sono ricordata di aver lasciato nel vagone una mia amica. Mi sta cercando sicuramente

-Ottimo, ti accompagno. Magari è carina

-No, non hai capito. Devo andare. Ti saluto. E’ stato un piacere averti visto

Finì quella frase e subito dopo si dileguò tra la folla. Non si girò per evitare di vedere il suo sguardo tra l’allibito e il contrariato ma era già tardi e doveva davvero andare. La prossima fermata era quella di Barra quindi non doveva perdere altro tempo.

Il treno si fermò e la maggior parte delle persone uscirono. Uscì anche lei cercando con lo sguardo il ragazzo. Guardò in tutte le direzioni e finalmente lo vide, era uscito e neanche quel giorno aveva avuto l’occasione di poter parlare con lui. Sentì la sirena che annunciava la chiusura delle porte, fece una corsa per ritornare nel vagone.

Le porte si chiusero e il treno ripartì. Si appoggiò tristemente sulla parete interna lasciandosi scivolare fino al pavimento. Era poggiata a terra come lo era anche il suo stato d’animo. Un’altra occasione sprecata, avrebbe dovuto aspettare altre ventiquattr’ore per rivederlo. Se era fortunata. Stava per perdere le speranze quando vide dei foglietti volare sul pavimento liscio del treno. Ne prese uno, lo guardò ed ebbe un sussulto al cuore. Era uno dei pezzi del foglio su cui il disegnatore aveva compiuto la sua opera quella sera. Subito si rialzò e andò alla ricerca degli altri.

Come una forsennata si controllò l’intero vagone. Sotto i sedili, negli angoli, nelle pieghe delle paratie. In poco tempo riuscì a trovarli tutti. Li strinse a sé teneramente prima di rimetterli in borsa.

Giovedì

Come il giorno precedente, Ester era arrivata puntuale alla stazione di Piazza Garibaldi. Con un filo di trucco in più e tanta speranza. quel giorno le amiche l’avevano supportata e avevano tifato per lei.

Mi raccomando, se lo incontri parla con lui

Che male fa chiacchierare con uno sconosciuto incontrato in treno?

Basta con questa timidezza! Non perdere questa opportunità!

Le volevano bene e avrebbero voluto il meglio per lei.

Stringeva a sè il suo zaino all’interno custodiva il suo segreto, quello che forse l’avrebbe avvicinata a lui. I minuti passavano ma per lei sembravano ore lunghissime.

Il treno arrivò ed entrò. Ispezionò con lo sguardo ogni angolo del vagone ma del ragazzo nemmeno l’ombra. Per fortuna non c’era tanta gente quindi poteva cercare più facilmente. Alla stazione di Gianturco scese per passare ad un’altra carrozza. Fece avanti e indietro due volte ma anche lì non trovò il disegnatore. Alla stazione successiva, San Giovanni a Teduccio fece lo stesso, passò nella carrozza in fondo. Doveva essere lì per forza. Purtroppo neanche in quella trovò il ragazzo.

Alla stazione di Barra uscì dalla banchina per controllare le persone che uscivano dal treno. Fuori pioveva a dirotto ma ormai Ester non sentiva più la pioggia sulla sua pelle. Vide i volti di tutti quelli che percorrevano la banchina ma del ragazzo misterioso ancora nulla. Rientrò nel treno fradicia, si sedette su una sedia libera e abbassò la testa. Una piccola lacrima cadde sul pavimento del treno, l’unica che non riuscì a trattenere nascosta tra le gocce di pioggia.

Rialzò la testa e si asciugò il volto. Si diede della scema. Come aveva potuto immaginare una storia d’amore con uno sconosciuto di cui non sapeva nemmeno il nome. Era sempre così, costruiva dei castelli in aria e poi rimaneva delusa quando le pareti dei castelli crollavano. Aprì lo zaino e prese l’oggetto che era diventato più caro. Un foglio di carta, composto dai pezzi trovati il giorno prima messi insieme dallo scotch. Guardò ancora una volta quel disegno, ancora un ritratto. Il viso di una bambina all’incirca di dieci anni. Gli occhi erano chiusi ma l’espressione sembrava serena. Come se stesse dormendo o riposando quieta. Quante volte dalla sera precedente aveva osservato quel disegno. Lo aveva ricomposto con cura stando attenta a far combaciare correttamente i pezzi. Più lo guardava e più soffriva per quell’amore mai nato. O forse, non ancora.

Venerdì

Quella storia stava diventando un’ossessione per Ester. Ormai non pensava ad altro. Il libro che la accompagnava in tutti i suoi viaggi in treno era rimasto a casa, erano giorni che non leggeva più. Nella sua stanza aveva incorniciato il disegno e lo aveva appeso al muro. Passava ore a rimirarlo pensando al suo disegnatore. Anche all’università le cose era cambiate drasticamente. Non studiava più con la stessa voglia di prima. Gli esami si avvicinavano ma a lei sembrava non importare più. Le sue amiche la mettevano in guardia.

Ma stai dormendo la notte? Hai una faccia che non mi piace

Ancora a pensare a questa storia? Magari lo incontri, magari no, ma non devi ossessionarti

Dobbiamo studiare, questo esame lo dobbiamo passare tutte insieme, dai!

Ester, sveglia! Preferisci fare una pausa e riposarti un po’? Lo so a cosa stai pensando

Effettivamente glielo si leggeva in faccia come stava. Il volto non era radioso come gli altri giorni, la stanchezza aveva solcato i tratti del suo viso rendendola una maschera di tristezza. Sapeva di non stare bene, ma doveva provarci l’ultima volta. Doveva prendere quel treno e cercarlo, se era fortunata lo avrebbe trovato e avrebbe parlato con lui. Lo aveva giurato a sé stessa. L’ultima occasione, poi si sarebbe rimessa in carreggiata.

Il treno arrivò in orario, entrò e si guardò intorno. Aveva gli occhi stanchi, le palpebre si chiudevano da sole mentre lei con forza le riapriva. Si guardò intorno invano, neanche quel giorno c’era il ragazzo. Stanca e delusa si lasciò cadere su un sedile e chiuse gli occhi. Una sola volta, un singolo istante, ma era troppo stanca per rendersene conto. Si addormentò placidamente sul sedile.

Anche se per pochi minuti, il sogno di Ester fu intenso e doloroso. Sognò lui, quel ragazzo, la sua chimera. Aveva un paio di grosse ali e volava nel cielo. Volava lontano da lei. Su, sempre più su, fino a scomparire tra le nuvole di un cielo in tempesta.

Fu la voce metallica che avvisava l’arrivo nella stazione di Barra a destarla. Appena si rese conto di essere arrivata alla fermata del ragazzo subito si alzò in piedi e corse fuori dal treno. Era ancora intontita quando camminò sulla passerella a scrutare tra le persone. La luce fioca dei lampioni la accecava. Non fu però difficile trovarlo, a pochi metri da lei c’era il disegnatore con la sua solita camminata triste. Cosa doveva fare? Ritornare nel treno che l’avrebbe riportata a casa oppure tentare una follia. Forse per la prima volta nella vita decise che valeva la pena di fare un gesto folle. Solo quella volta.

Iniziò a correre tra la folla, vedeva il suo obiettivo avvicinarsi mentre il cuore le batteva sempre più forte nel petto. Era solo a pochi passi da lui quando decise di richiamare la sua attenzione.

-Fermati! Ehi, dico a te! Devo dirti una cosa importante!

Almeno una decina di persone si girarono, convinte di essere la persona richiamata da lei. Lui non si girò.

-Ehi, tu! Con i vestiti neri e i capelli scuri… il disegnatore!

Fu allora che si girò, incrociò il suo sguardo e il suo volto cambiò di colpo espressione. Sembrava spaventato, impaurito, com’era possibile? Appena vide Ester si girò di nuovo e iniziò a correre. Perché scappava? Non poteva permetterlo, aveva solo bisogno di parlare con lui. Corse anche lei nella sua direzione.

Lui correva più veloce ma sfortunatamente per lui la fila al tornello di uscita accorciò la distanza tra i due. Arrivarono fuori alla stazione, Ester non aveva idea di dove portassero quelle strade ma ormai era in ballo e doveva continuare a ballare. All’improvviso lui rallentò, probabilmente era stanco, lei ne approfittò per un ultimo passo lungo e lo raggiunse. Allungò il braccio e afferrò lo zaino che lui portava sulle spalle. Lui faceva forza per liberarsi e lei con il fiato corto cercava spiegazioni.

-Perché scappi?… Volevo solo parlarti….

-Vai via!… Stai lontana da me!

-Perché?…

Ester non lasciava la presa, quindi il ragazzo dovette fare una scelta. Sacrificare lo zaino. Sfilò le braccia e riprese a correre, sempre più veloce, allontanandosi definitivamente. La ragazza rimase con lo zaino in mano, guardandolo fuggire senza una spiegazione. Si inginocchiò a terra e iniziò a piangere. Quella follia, quel gesto che non avrebbe mai fatto prima di allora, pedinare un ragazzo sconosciuto, le aveva precluso ogni occasione futura. Non avrebbe mai avuto più il coraggio di cercarlo, di guardarlo. Provava solo vergogna.

Guardò lo zaino, lo strinse sul petto aspettando che il cuore cominciasse a battere in modo regolare. Era fuori discussione anche solo pensare di restituirglielo. Decise quindi di aprirlo e controllare cosa ci fosse all’interno. Sperava di trovare qualche suo disegno, rimase a bocca aperta quando vide la quantità di materiale. C’erano centinaia di fogli disegnati, ritratti di tantissime persone. Sfogliò alcuni di quei disegni senza distogliere lo sguardo. Erano tutti bellissimi, e tutti con la stessa particolarità. I volti avevano tutti la stessa espressione del disegno che lei aveva conservato in camera sua. Lo stesso volto rilassato e gli occhi chiusi.

Tutti tranne uno.

Appena lo prese in mano vide che il collo aveva una profonda cicatrice. Un dettaglio macabro che gli altri disegni non avevano. Guardò meglio l’immagine e di colpo il sangue le si gelò nelle vene. Era il ritratto di una ragazza ed assomigliava in maniera impressionante a lei. Portò la mano alla bocca per reprimere un urlo. Quel ragazzo l’aveva ritratta in quel modo, perché? Forse era per quel motivo che lui stava scappando prima? La immaginava così, con una ferita profonda sul collo?

Probabilmente Ester era così sotto shock da non sentire i passi felpati che si stavano avvicinando alle sue spalle. Sentì soltanto all’improvviso una mano sulla spalla e qualcosa di freddo vicino alla sua gola. Il freddo dell’acciaio affilato di una lama.

-Dammi i soldi. Muoviti!

Si ritrovò all’impiedi, era ancora affaticata dalla corsa di prima e non aveva forze. La paura la teneva bloccata e non riusciva a dire una parola.

-Ti ho detto di muoverti o ti ammazzo! Dammi i soldi e il cellulare!

L’uomo alle sue spalle urlava. Dalla bocca usciva un forte tanfo di alcol. Ester non poteva e non voleva voltarsi. Voleva solo che il rapinatore se ne andasse subito. Doveva darle quello che lui voleva. Stava per dire qualcosa quando si rese conto che lo zaino dove teneva il portafogli e il cellulare era ancora sul treno. Quando era uscita di corsa per inseguire il disegnatore aveva dimenticato completamente di prenderlo.

Era spacciata. L’unica cosa sensata da fare era piangere, e lei lo fece.

L’uomo capì che da lei non poteva avere quello che desiderava. Senza dire una parola affondò la lama del coltello nella sua gola. Ne uscì un fiotto di sangue scuro, il corpo si accasciò a terra senza vita. Perlustrò i vestiti velocemente prima di scappare. Vide lo zaino a terra, lo prese e lo portò con sé per controllarlo meglio in un luogo lontano. Rimase deluso vedendo che il contenuto era soltanto una miriade di fogli disegnati

Il ragazzo corse finché aveva fiato. Si fermò e si guardò incontro, era in un parco che non conosceva. Era arrivato lì senza guardare nemmeno la strada che percorreva. Si sedette sul marciapiede e cominciò a respirare regolarmente. Chiuse gli occhi ma vedeva sempre davanti a sé quella ragazza, quella di uno dei suoi ultimi ritratti. Appena l’aveva vista era scappato, solo lui sapeva il perché.

Per proteggerla, per proteggerla da lui.

Fin da piccolo aveva avuto quel “dono”, come diceva sua madre. In realtà stava solo indorando la pillola, perché lui non si sentiva affatto speciale. Gli capitava spesso di andare in uno stato di trance e disegnare i volti delle persone, anche di quelle che aveva visto solo per qualche secondo. Nella sua mente vedeva i loro volti, ma non quelli di quel preciso istante. Vedeva i loro volti da morti, quelli dei loro cadaveri.

Non gli succedeva sempre, ma dopo mesi di pace aveva continuato a farlo negli ultimi giorni. Tra l’altro in circumvesuviana, davanti ad un pubblico numeroso. Quando si risvegliava dallo stato di trance e si rendeva conto di cosa aveva disegnato di solito conservava i ritratti ma nell’ultimo periodo erano così tanti che non sopportava la loro vista. Il primo impulso era quello di strapparli. Quella settimana però era successo qualcosa di molto strano. Il mercoledì aveva realizzato due disegni, quello di una bambina e quello di una ragazza. Il primo lo aveva strappato ma il secondo aveva qualcosa di familiare. Lo aveva portato a casa e con calma lo aveva confrontato alcuni suoi disegni fatti in precedenza.

Lo trovò, qualche settimana prima aveva realizzato un altro disegno di quella ragazza ma in quell’occasione il viso era molto più anziano e con uno sguardo sereno. Quello che aveva realizzato quel giorno invece era serio e aveva una cicatrice sul collo. Cosa significava? Che lui non poteva vedere un futuro assoluto della morte? Che in qualche modo qualcosa era cambiato nel tempo tanto da modificare il corso degli eventi? E se fosse stato lui la chiave di tutto? Magari era la sua presenza che aveva modificato qualcosa e messo in pericolo la ragazza. Secondo una visione passata del futuro lei sarebbe morta anziana, ora invece lui sapeva che sarebbe morta giovane con un colpo mortale alla gola.

Inconsciamente si sentiva responsabile per la sua vita, per quel motivo il giorno dopo non si recò al lavoro. Poi però si convinse che era tutto solo nella sua testa, finché non la rivide. Alla stazione di Barra, lei lo stava cercando. Fu in quel momento che lui capì, era tutto vero. Era lui la variabile che aveva spostato l’asticella dell’orologio della morte. Per quel motivo stava scappando. Non dal suo destino, ma da quello della ragazza. Un destino che ormai era stato scritto, o meglio disegnato.

12 Novembre 2016

Pioveva di brutto quella notte, erano ore che l’acqua veniva giù a secchiate senza smettere. Sembrava che da lassù qualcuno avesse un conto in sospeso con la città. Quando piove le vie principali si riempiono, fiumi di macchine si riversano in strada congestionando il traffico cittadino. Ci sono delle strade però che tutti evitano. Sono le strade lontane dal centro, quelle che collegano la metropoli con la periferia. Quelle che non riescono a drenare bene e che con un po’ d’acqua si allagano. Come la zona industriale, e il povero Raffaele si trovava proprio lì quella notte.

Stava ritornando a casa dopo una serata con i suoi amici di sempre. Quella sera era toccato a lui prendere l’auto e quindi era anche quello più sobrio. Dopo una serata di chiacchiere e musica aveva accompagnato gli altri a casa e stava per rientrare alla propria. Aveva atteso anche troppo che spiovesse ma proprio quella notte sembrava che il cielo non avesse voglia di smettere. Erano passati già troppi minuti sotto il ponte della Tangenziale, parcheggiato con le quattro frecce accese. Il flusso di pioggia non diminuiva e lui doveva prendere una decisione. Mise di nuovo in moto l’auto e proseguì lentamente. Le frecce erano ancora accese nel caso in cui qualche altra autovettura arrivasse, ma in quel momento era da solo per strada. Evidentemente tutti si tenevano a debita distanza da quella strada solitaria ma anche pericolosa. I tergicristalli erano attivati alla velocità massima ma non riuscivano comunque a tenere i vetri asciutti. La visibilità era diminuita di parecchio e Raffaele non riusciva a vedere nulla davanti a sé. Girò a destra da Via Domenico de Roberto, sapeva che quella via lo avrebbe portato in una zona di Ponticelli da cui era facile proseguire per casa sua. La macchina percorreva quelle strade sobbalzando ad ogni fosso. Probabilmente Il manto stradale doveva aver subito dei danni per quel maltempo perché sembrava ci fossero buche ovunque. Raffaele continuava a viaggiare quasi alla cieca. Non vedeva nulla davanti a sé, aveva solo la sensazione che quella fosse la strada giusta per ritornare finalmente alla sua abitazione.

All’improvviso vide davanti a lui una luce, anzi due. Erano i fari di un’altra automobile che stava venendo nel senso di marcia opposto al suo. Udì il suono arrabbiato del clacson del suv che gli stava venendo addosso. Si rese conto che era lui in difetto, non ci aveva fatto caso ma stava invadendo la corsia opposta. Subito sterzò a destra per evitare l’impatto che sarebbe stato fatale per entrambi. La macchina riuscì a girarsi ma l’asfalto era ricoperto di ghiaia bagnata e l’automobile slittò di lato. Raffaele affondò il piede nel pedale del freno ma l’auto non rallentava. Le ruote erano ferme ma sciovolavano sul terreno senza ridurre velocità. D’improvviso un rumore fortissimo. Il ragazzo ebbe soltanto il tempo di vedere avvicinarsi un grosso cancello in ferro. La testa batté sul volante e perse i sensi.

Quando riprese conoscenza la pioggia era finita. Ci mise qualche secondo per capire dove fosse, poi quando ricordò l’accaduto ebbe un sobbalzo. Uscì di colpo dall’auto per controllare i danni. Si rese conto di non essere più in mezzo alla strada. La macchina aveva sfondato un enorme cancello ed era entrato all’interno di una proprietà privata. Si avvicinò al cancello per cercare una spiegazione a quanto era accaduto. Era grande e arrugginito ed era chiuso con una catena di ferro tenuta insieme da un lucchetto. L’auto doveva andare ad una velocità folle per riuscire a rompere il lucchetto e spalancare il grande cancello. Maledì quella pioggia per averlo catapultato in quella situazione. Ritornò vicino alla macchina per accertarsi dei danni. La parte anteriore era irriconoscibile e le ruote erano uscite fuori dall’asse. Non sarebbe mai riuscito a tirarla fuori di lì da solo, doveva trovare qualcuno che lo aiutasse.

Alzò gli occhi e si rese conto di trovarsi un luogo del tutto inospitale. In quel momento realizzò che quella era un una delle raffinerie ormai chiuse di quella zona. Quando in passato percorreva quelle strade aveva sempre notato quelle vecchie fabbriche ormai in disuso da decenni. Si trattava delle raffinerie di petrolio che in passato lavoravano ininterrottamente per produrre carburante per i marchi più importanti. Ma quello era un ricordo lontano, ora erano luoghi deserti e spettrali. Difficilmente avrebbe trovato qualcuno in quel posto. O forse no. Forse qualcuno della sicurezza sarebbe passato di lì a controllare, o magari qualcuno vedendo il cancello rotto avrebbe chiamato la polizia. Tanti forse, lui però doveva trovare un rimedio e alla svelta. Erano già le quattro di notte e la stanchezza stava facendo effetto.

Decise di ritornare in auto per cercare il suo smartphone. Avrebbe avvisato qualcuno, tra l’altro nella sua RCA aveva anche un servizio di soccorso stradale gratuito, perché non provare per la prima volta? Rientrò e si mise a cercare. Non riusciva a trovarlo. Era buio e non era possibile nemmeno accendere la luce all’interno dell’abitacolo. L’auto era fuori uso. Si piegò in avanti per controllare sotto i sedili anteriori ma non vedeva nulla. Prese a controllare il lato posteriore quando sentì un rumore strano dall’esterno. All’inizio non ci fece caso poi all’improvviso quel suono divenne più forte. Era un ringhio. Si alzò e vide fuori dall’auto due rottweiler che si avvicinavano ringhiando. Chiuse la portiera prima che fossero vicini. Il rumore li fece arrabbiare e iniziarono ad abbaiare forte.

Raffaele era in trappola. Non poteva uscire e non sapeva come contattare qualcuno. Era un incubo e tutto per colpa di quella dannata pioggia. Provò a premere il clacson per allontanarli ma sortì l’effetto contrario. Ad ogni colpo di clacson i cani abbaiavano più forte contro di lui. Riusciva a vedere la bava che usciva dai loro musi e l’espressione furiosa nei loro occhi.

Smise di strombazzare e cominciò a pregare che qualcuno venisse a salvarlo. I due cani saltarono sul cofano e si avvicinarono al vetro. Guardavano nella direzione di Raffaele, anzi, guardavano proprio lui. Presero a mordere i tergicristalli rompendolo in poco tempo. Poi lo fissavano di nuovo e continuavano a ringhiare. Il messaggio era chiaro, se usciva dall’auto avrebbe fatto la stessa fine, lo avrebbero preso a morsi fino a strappargli la carne dalle ossa. Raffaele rabbrividì al solo pensiero. Non gli restava che sperare in un intervento divino, si mise più comodo sul sedile e chiuse gli occhi.

Quando li riaprì erano passati solo una ventina di minuti. Si guardò intorno e vide con gioia che i rottweiler non erano più sull’auto. Continuava a girarsi ma non li vedeva intorno. Forse si erano allontanati? Sarebbe stata la sua salvezza. Decise di uscire dall’auto per ritornare in strada, con un po’ di fortuna avrebbe trovato qualche altra macchina ed avrebbe chiesto aiuto ora che non pioveva più. Scese dall’auto e senza far rumore girò per raggiungere il cancello d’entrata ma appena lo vide la speranza morì sul colpo. Accanto al cancello c’erano appostati i due cani. Come due leoni a guardia di un portale i due rottweiler erano distesi a controllare l’ingresso di quel luogo. Per Raffaele non c’era via di scampo, non poteva uscire da quel posto. Se avesse cercato di correre fuori i due cani sarebbero stati più veloci e lo avrebbero azzannato e ritornare in auto non era più una soluzione.

Stava decidendo cosa fare quando uno dei due cani alzò la testa e rizzò le orecchie, poi si girò nella sua direzione. Lo aveva visto, quella belva si era accorta di lui e si era alzata sulle quattro zampe. Anche l’altro fece altrettanto, entrambi i cani mostravano i denti in un ringhio diabolico. Raffaele non aveva tempo per pensare a come uscire da quella situazione, si girò dando le spalle alle due belve e cominciò a correre. Non sapeva dove stesse andando ma doveva solo trovare un riparo da loro. Li sentiva abbaiare dietro di lui e sapeva che si stavano avvicinando. Aveva solo un’ancora di salvezza. Davanti a lui c’era l’ingresso di uno degli edifici. La porta era chiusa, pregò con tutte le sue forze che non lo fosse a chiave. Arrivò sbattendo sulla porta, afferrò la maniglia e la abbassò. Con gioia vide che la porta si apriva, subito la spalancò, entrò all’interno e la richiuse. Appena fatto sentì il tonfo dei cani che si stagliavano sulla stessa. Erano sbattuti sulla porta e continuavano ad abbaiare. Erano stati giocati e volevano la loro preda a tutti i costi. Raffaele teneva ferma la porta dall’interno poi si rese conto che c’era una serratura per chiuderla definitivamente. Girò la manopola fino a sentire un click e solo allora si sentì al sicuro. Al sicuro dai cani, certo, ma era comunque in trappola. Non poteva uscire e lì dentro era tutto buio. Con la mano che fendeva il buio cercò un interruttore finché lo trovò. Lo abbassò pensando che fosse un idiota a credere che potesse funzionare. Con grande stupore vide che le luci si accesero. C’era ancora corrente in quel posto quindi, forse non era del tutto abbandonato.

La luce illuminava l’ingresso di quell’edificio. C’era un tavolo con dei quaderni ed un telefono. Raffaele prese la cornetta e la appoggiò all’orecchio. Nessun rumore dall’altro lato. Sarebbe stato troppo fortunato se quel telefono avesse funzionato. Lo abbassò pensando a cosa potesse fare. Anche se impaurito e con ancora nelle orecchie i latrati delle due bestie, era sempre più curioso di quel posto. Non si era mai trovato all’interno di una raffineria, non sapeva cosa poteva trovarvi all’interno. Prese il quaderno sul tavolo e lo sfogliò. C’erano date e numeri. Tante cifre con calcoli assurdi. Su qualche pagina c’erano anche delle parole ma non sembrava conoscerle. Erano lettere strane, forse scarabocchi di qualche impiegato che non sapeva come ingannare il tempo. Lo riposò sul tavolo e andò in giro a scoprire di più su quel posto.

C’erano degli schedari ordinati per data, provò ad aprirli ma erano chiusi a chiave. Decise di cambiare stanza. Dall’ingresso si ritrovò in un’altra stanza, vuota se non per una doccia posta su un angolo. Forse serviva agli operai che lavoravano lì dentro in passato. Un’altra porta, la attraversò e dopo un lungo corridoio arrivò a quella che sembrava una sala comandi. C’era una console collegata a dei monitor accesi. Le immagini che erano proiettate non erano per nulla chiare, erano dei vecchi monitor a tubo monocromatici. Raffaele si avvicinò per vedere meglio. Le immagini erano disturbate, probabilmente quella vecchia tecnologia dava problemi. Pensò che si trattasse di telecamere di sicurezza per i vari reparti. Quello svolto in quegli edifici doveva essere un lavoro di precisione e molto pericoloso. Sicuramente in giro c’erano sostanze infiammabili ovunque e bisognava sorvegliare ogni stanza. Qualche schermo proiettava le immagini di corridoi vuoti, altre di stanze chiuse.

Sulla console era presente una cornetta, forse un sistema di comunicazione per la fabbrica. Lo alzò, magari era fortunato e in quella struttura c’era ancora qualche guardia notturna in giro.

-Qualcuno mi sente? Mi sentite?

Nessuna risposta.

-Sono all’interno dell’edificio, nella sala comandi. C’è qualcuno che può aiutarmi ad uscire di qui? Fuori ci sono dei cani rabbiosi che non mi permettono di uscire.

Dalla cornetta solo un piccolo ronzio. Ormai era certo di essere l’unico in quella fabbrica abbandonata. Era spacciato, non sapeva proprio cosa fare. Era nervoso e cominciò a premere tutti i pulsanti sulla console. La pulsantiera si illuminava quando premeva i tasti a caso. All’improvviso la sequenza fece illuminare un pulsante rosso sul lato destro.

“Che c’è di male a premere un pulsante in più? Proviamo”

Pensò. Lo tenne premuto ma non successe niente. Guardò di nuovo lo schermo e quello che vide gli fece pensare che quella non era stata proprio l’idea più furba che gli era saltata in mente.

Una delle telecamere riprendeva l’interno di una stanza. La luce sopra la porta prese a lampeggiare e la porta si aprì del tutto. Forse era stato quel pulsante ad attivare la porta. Fin qui tutto normale. Poco dopo dal monitor Raffaele vide un’ombra che strisciava fino alla porta per poi uscire dalla stanza. quando realizzo quello che aveva fatto, iniziò a tremare di paura. Quelle sale chiuse erano celle di detenzione che contenevano qualcosa. Giusto, qualcosa. Quella che aveva visto non era una forma umana o animale, e ora era uscito da quella stanza e si trovava in libertà.

Dal monitor vedeva quell’ombra scura passare davanti alle telecamere piazzate nell’edificio. Non aveva idea di dove fossero posizionate, se quella cosa stesse uscendo o stesse andando da lui, ma non poteva restarsene lì ad aspettare. Uscì dalla sala comandi e percorse il corridoio. Non aveva senso uscire dalla raffineria, c’erano ancora i cani ad aspettarlo. Aprì una porta di servizio che dava accesso alle scale. Stava pensando cosa fare quando dal fondo della tromba di scale sentì un suono. Era il rumore di sedie che si rovesciano, acciaio che cade a terra. Qualcuno stava mettendo sotto sopra qualche sala nei piani inferiori. E poi, sentì quel verso.

Era un verso di animale ma Raffaele era sicuro di non aver sentito mai qualcosa del genere. L’urlo di un predatore ma c’era qualcosa di metallico. Echeggiava in tutto quello spazio e preannunciava una caccia che era appena iniziata. Il ragazzo non aveva alternative se non quella di salire la rampa di scale. Magari in cima sarebbe stato al sicuro o avrebbe trovato qualcosa di utile. Salì due gradini alla volta per distanziarsi da quel suono che sentiva avvicinarsi. Ogni tanto buttava l’occhio dalle scale ma quello che vedeva non aveva senso. Sembravano tentacoli quelli che fuoriuscivano dal passamano.

Senza indugiare chiuse gli occhi e continuò a salire. Non sapeva più quanti piani aveva superato, prima di arrivare in cima però si fiondò all’interno di una porta. Si accorse dall’interno però che non era possibile chiuderla a chiave quindi continuò a correre per le stanze semivuote. Alla fine arrivò ad un vicolo cieco. Davanti a lui c’era una porta chiusa con accanto un tastierino numerico per aprirla. Nella disperazione provò qualche combinazione di numeri ma l’esito fu sempre negativo. Intanto da lontano sentiva il rumore della porta di ingresso che si apriva e quel verso che si avvicinava lentamente. Si guardò intorno in cerca di un oggetto che potesse servirgli ma c’era poca roba. Aprì una cassettiera e frugò all’interno, solo fogli. Un altro cassetto, vuoto. L’ultimo invece conteneva qualcosa che faceva al caso suo. C’erano delle pistole spara razzi. Non era un’arma ma poteva servirsene per accecare quell’animale, o qualunque cosa fosse. Si sedette a terra ancora terrorizzato. Non riusciva ancora a pensare di trovarsi in una classica scena da action movie. La mano tremava mentre direzionava la pistola verso la porta da cui era entrato. La bestia dall’altro lato non emetteva più il suo grido di caccia, ma si sentiva indissolubile il rantolo del suo respiro. La porta finalmente si aprì.

Quella che vide davanti ai suoi occhi era qualcosa di difficile da descrivere.

Prima vide la testa. Il muso era lungo, gli sembrava quello di un coccodrillo. La mascella era leggermente aperta e dai denti scendeva una bava vischiosa. Non riusciva a vedere gli occhi, forse quella strana creatura ne era sprovvista. Il dorso era coperto di squame e le zampe anteriori poggiavano a terra mentre camminava lentamente sul pavimento. Aveva l’aria di un rettile, finché non vide la parte inferiore del suo corpo. Aveva dei tentacoli. Tentacoli strani, non come quelli di un polpo o una piovra. Erano anch’essi ricoperti di squame e nella parte terminale avevano dei lunghi artigli. Raffaele era terrorizzato, quello che aveva davanti a lui era il mostro peggiore che fosse uscito dai suoi incubi. Non aveva occhi ma lo stava guardando, sentiva che lo percepiva e ne era terrorizzato. Poi aprì la bocca ed emise di nuovo quel verso terrificante. Raffaele si destò da quell’incubo e premette il grilletto. Dalla grossa pistola partì una scia infuocata che andò incontro alla bestia. Lo colpì in pieno, il razzo andò ad infrangersi sotto al suo palato. L’animale cadde all’indietro nell’impatto mentre una pioggia di scintille cadde intorno. Alcuni fogli presero fuoco facendo scattare l’allarme antincendio. Per il ragazzo fu una speranza inattesa.

Gli idranti sul soffitto si attivarono all’istante mentre una luce rossa cominciò a lampeggiare ad intermittenza. Tutte le porte bloccate si aprirono nello stesso momento, probabilmente in caso di pericolo c’era un protocollo di sicurezza che lo prevedeva. Prima che il mostro si rialzasse Raffaele ne approfittò attraversare la porta ormai aperta. Non era possibile richiuderla quindi l’unica alternativa era correre, correre fino ad arrivare in un luogo sicuro. Magari all’aperto sarebbe stato possibile sparare un razzo in cielo.

Così fece, cominciò a correre verso l’ignoto. Quando attraversò l’ultima porta dovette fermarsi di colpo. Davanti a lui c’era un grande vuoto, la bocca di una cisterna vuota. Era enorme, lui si trovava nella parte più alta e da lì si poteva solo scendere attraverso una rampa di scale in ferro. Era spacciato, non poteva arrampicarsi e decidere di scendere sarebbe stata la scelta peggiore. Direzionò in alto lo spara razzi facendo partire un altro colpo. Vide la scia luminosa effettuare una traiettoria. Così come per quella scia, anche la speranza in un aiuto provvidenziale cominciava a scendere. Abbassò le braccia in segno di sconforto. Sentiva l’urlo della bestia sempre più furioso.

Ad un tratto sentì un rumore sempre più assordante venire dall’esterno. Dalla bocca della cisterna vide un elicottero. Aveva un faro davanti che proprio in quel momento lo stava illuminando. Eccola, la provvidenza. Subito Raffaele iniziò a sbracciarsi e urlare a squarciagola per farsi vedere. Chiunque stesse pilotando quell’elicottero doveva averlo già notato ma stranamente ancora nessuna scaletta era stata lanciata dal portello. All’improvviso sentì un sibilo, poi un rumore metallico vicino al suo orecchio. Poi un altro sibilo ma a quel punto sentì un dolore forte all’altezza della fronte. Si toccò, la mano era ricoperta di sangue. Lo stavano colpendo? Dall’elicottero qualcuno gli stava sparando? Si sentì sconfitto. Si inginocchiò senza più alcuna speranza. Davanti a lui il mostro lo aveva raggiunto e si abbassava su di lui con le fauci spalancate. L’ultimo colpo partito dall’elicottero prese in pieno la testa di Raffaele che esplose al contatto. L’unica consolazione fu quella di essere già morto mentre la belva divorava il suo corpo.

Il giorno successivo due guardie scelte osservavano il cancello spalancato della raffineria. Si avvicinarono due rottweiler, li riconobbero e si misero in posizione seduta. Una delle guardie li accarezzò mentre parlava con il collega.

-Ti hanno già spiegato cosa è successo?

-Si ho parlato con i russi prima. Non pensano sia stato premeditato, la macchina è intestata ad un ragazzo incensurato. Forse un incidente, si è trovato in mezzo ad una situazione più grande di lui

-Lo hanno trovato?

-Chi, il ragazzo? Impossibile. Lo hanno visto ieri sera dall’elicottero poi nulla. Non mi hanno detto nient’altro

-Già. Noi non domandiamo, eseguiamo e basta

-Esatto. Dobbiamo far scomparire la macchina, chiami tu in centrale appena hai finito di fare l’amore con i cani?

-Faccio subito non ti preoccupare

-Ok. Vado ad avvisarli che è tutto sotto controllo

-Quindi non è successo niente, giusto?

-Corretto. Assolutamente niente

22 Ottobre 2024

La porta della cameretta si aprì lentamente. Muovendosi emise un lieve cigolio che allertò il bambino a letto. Aprì gli occhi di colpo, l’oscurità stava svanendo lasciando spazio alla luce che filtrava dall’esterno. Il fascio giallo si allargava illuminando la stanza. La piccola libreria, la scrivania, il pavimento ancora pieno di giochi, poi il letto. Prima che la luce potesse illuminare il suo volto, si infilò velocemente sotto le coperte. Lasciò un piccolo spiraglio per osservare la scena sperando di non essere trovato.

Vide una forma entrare nella stanza, la luce alle spalle proiettava un’ombra smisurata sul pavimento. Il passo era lento, chiunque si stesse muovendo lo faceva cercando di evitare di fare anche il minimo rumore. Poi la figura si fermò, a due passi dal letto. Il bambino si portò la mano alla bocca per istinto. Passarono i secondi ma fuori dal suo rifugio nessun rumore. Forse l’aveva scampata. Scoprì leggermente la coperta e mise la testa fuori. Davanti a lui trovò un volto che sorrideva nella penombra.

-Bu!

Il bambino rimise la testa sotto la coperta. L’altro la scostò prontamente, davanti a lui c’era il piccolo in posizione fetale.

-Te l’ho detto, è inutile che mi scappi!

Poi si buttò su di lui e lo abbracciò provocando le risate del bambino.

-Lasciami, mi fai il solletico!

-Ma è proprio quello che voglio farti!

I due andarono avanti per qualche secondo. Padre e figlio che si divertono facendo finta di essere il mostro e la vittima. L’uomo andò poi ad accendere la luce. Il lampadario sul soffitto illuminò l’intera stanza. Sulle pareti c’erano poster dei personaggi preferiti dal bambino e foto di quando era più piccolo. Sulla scrivania fogli con disegni colorati e una collezione infinita dei suoi giocattoli preferiti. I robot. Una vera e propria passione quella del bimbo per i robot, ogni volta che ne vedeva uno rimaneva affascinato. Il padre non poteva non alimentare quella sua fame, gliene comprava tantissimi. Lui ci giocava, li smontava per capire com’erano fatti. A volte bastavano pochi pezzi di plastica per assemblarli e far finta di averne costruito uno tutto suo.

Negli anni la stanza era completamente sommersa di robot. Ce n’erano di tutti i tipi, cingolati, antropomorfi, educativi, di legno, di plastica, di metallo. Il bimbo era il padrone assoluto di quel suo regno immaginario in cui le macchine esaudivano ogni suo desiderio.

-Su, adesso ti leggo una storia così poi ti addormenti

Il bimbo si mise sull’attenti in attesa che il padre gli leggesse una favola. L’uomo si avvicinò alla libreria e prese un grande libro, lo aprì e si avvicinò al figlio.

-Allora, vediamo. Ieri abbiamo letto i tre porcellini, oggi potremmo leggere… i sette capretti! Che ne dici?

Il bimbo fece di sì con la testa. Suo padre si sedette sul letto accanto al piccolo e cominciò a leggere. Il bimbo fissava le immagini sul libro senza distogliere lo sguardo. Le illustrazioni lo attiravano, osservava quei paesaggi fantastici mentre ascoltava la voce confortante del papà che raccontava la fiaba. La conosceva già, l’aveva sentita decine di volte, ma ogni volta rimaneva immobile e attento.

Dopo qualche minuto la favola era finita, l’uomo chiuse il libro per riporlo nuovamente nella libreria. Una voce però dietro di lui lo fermò.

-Ancora

Rimase stranito da quella richiesta, non se l’aspettava.

-Come?

-Ancora. Un’altra storia

-Vuoi davvero che te ne racconti un’altra?

Il bimbo fece di sì con la testa.

Va bene. Vediamo… Cappuccetto rosso?

Ancora un cenno di assenso con la testa. Vedendo quel gesto suo padre si ributtò di nuovo nella lettura. Sfogliò le pagine fino ad arrivare alla favola scelta, fece vedere al piccolo le immagini dei personaggi. C’era il disegno di una piccola bambina dai capelli dorati e con un vestito rosso, un enorme lupo con la bocca aperta mentre mostrava le lunghe zanne, una piccola casa immersa nel bosco. Il piccolo vedeva davanti agli occhi le immagini e immagazzinava i dettagli di ogni scena.

-C’era una volta in una casetta nel bosco una piccola bambina di nome Cappuccetto Rosso…

La voce sempre calma e tranquilla dell’uomo guidava per mano il bambino in un mondo di sogno popolato da animali parlanti, fanciulli innocenti e un bel lieto fine. Anche quella storia l’aveva già sentita tante volte, ma era bello riascoltarla ogni volta, vedere nella propria mente la protagonista che riesce a sconfiggere il lupo cattivo e salvare la nonna.

Quando il racconto finì, l’uomo guardò il viso del bambino ancora fisso sull’illustrazione del libro. Teneramente gli passò la mano sotto il mento accarezzandolo.

-Ti è piaciuta la storia?

Il bambino come sempre rispose muovendo la testa, poi aprì la bocca e disse.

-Ancora

-Sbaglio o stasera siamo pieni di richieste?

-Ancora. Un’altra storia

-E va bene, ma l’ultima. Cosa vuoi che ti legga?

Il bambino alzò il braccio ed indicò un punto sul muro. L’uomo seguì con lo sguardo la linea immaginaria che collegava l’indice alla parete. Stava puntando uno dei poster, il disegno di un bambino con degli stivali rossi dai quali spuntavano due fiamme infuocate. Aveva le mani serrate a pugni, un braccio era proteso in avanti, la posa era quella di qualcuno che in quel momento stava volando. L’uomo conosceva bene quel personaggio, da piccolo era anche uno sei suoi preferiti. Tetsuwan Atom, meglio conosciuto come Astroboy.

-Quello lì? Vuoi che ti racconti di lui?

La testa si mosse in maniera affermativa. Il padre con sguardo triste si avvicinò di più a lui e gli parlò dolcemente.

-Vedi, amore, quello lì si chiama Astroboy. E’ un robot. Non ti ho mai raccontato di lui perché… vedi, lui ha una storia molto triste e tu sei troppo piccolo per ascoltarla

-Ti prego. Racconta

Si guardarono negli occhi. Quelli inespressivi del bambino incontrarono quelli preoccupati dell’adulto. Fino ad allora si era sempre limitato a raccontare fiabe che per quanto potessero essere interpretate male da un cervello come il suo erano comunque il frutto di una fantasia che regnava da secoli nella letteratura dell’infanzia. Il silenzio rispettoso del bambino che attendeva l’approvazione convinse suo padre, forse spinto anche da un desiderio nascosto di voler raccontare quella storia triste ma anche bella.

-Va bene, allora, in un futuro non molto lontano esisteva un grandissimo scienziato giapponese di nome Tenma. Era un vero genio e passava tutti i giorni in laboratorio per creare nuovi robot che potessero aiutare le persone. Un giorno suo figlio, il piccolo Tobio, deluso dall’ennesimo rifiuto del padre che preferiva lavorare piuttosto che passare del tempo con lui, prese l’auto del genitore e cercò di scappare via

A quel punto del racconto l’uomo dovette fermarsi. Non perché il suo piccolo pubblico era distratto, tutt’altro. La storia che raccontava era così triste che quasi la stava rivivendo, raccontandola. Deglutì un paio di volte per reprimere un pianto improvviso, poi continuò.

-Mentre scappava però. si rese conto di non saper pilotare l’auto anche se era automatica. Purtroppo ci fu un incidente e il piccolo Tobio perse la vita dopo essere stato portato in ospedale. Prima di morire però aveva chiesto al padre un ultimo desiderio. Il prossimo robot che il dottor Tenma avesse costruito sarebbe stato un bambino. In quel caso sarebbe stato più facile insegnargli tutto ciò di cui aveva bisogno. Il dottor Tenma capì troppo tardi che aveva sprecato troppo tempo in laboratorio e solo allora vedendo il piccolo andarsene via si rese conto che non poteva più tornare indietro. Poteva però fare ancora qualcosa per lui, onorare la sua memoria e realizzare il suo ultimo desiderio. Si mise subito all’opera, progettò e fece costruire un robot bambino. Ma fece di più, quella sua creazione così perfetta avrebbe avuto proprio le sembianze di Tobio

Il bambino ascoltava in silenzio quella storia così originale. Era la prima volta che ne sentiva parlare e memorizzava ogni dettaglio e nome.

-Quel robot era dotato di propulsori per volare, armi supertecnologiche per difendere i più deboli, ma la cosa più importante era la sua intelligenza artificiale. Era possibile plasmare l’intelletto, le conoscenze e forse l’animo di quel robot proprio come si fa con i bambini. In quel modo il professor Tenma lo avrebbe tirato su come un vero bambino prodigio, come Tobio. Gli avrebbe insegnato la differenza tra bene e male

-E ci riuscì?

-Certo! Quel robot, che tutti chiamavano Atom o Astroboy, divenne il robot più forte di tutti ma anche il più bravo. Con la sua intelligenza e la sua forza aiutò il genere umano a sconfiggere i cattivi più potenti. Con lui erano tutti al sicuro

-Mi piace. Anche io voglio essere così

-Non correre piccolo mio. Ne hai di cose da imparare, ma sono sicuro che diventerai come lui. Anzi, sarai migliore di lui

Il bambino rimase fermo a pensare. Suo padre si domandò chissà cosa stesse elaborando in quel piccolo cervello. Magari le immagini di Astroboy che volava e difendeva i buoni. Gli accarezzò i capelli e gli diede un bacio. Rimase a guardarlo ancora per qualche secondo, poi si allontanò per spegnere la luce del lampadario. Si avvicinò alla porta, stava per chiuderla dietro di sé quando sentì la voce del piccolo.

-Papà

-Dimmi amore

-Ti voglio bene

Quella frase così breve, forse anche così scontata, fece breccia nel cuore dell’uomo. Una lacrima scese sul suo viso, era di spalle e non si girò subito per non farsi vedere mentre piangeva. Poi si voltò e ritornò dal bambino. Lo abbracciò con quanta forza aveva e gli sussurrò all’orecchio la sua dichiarazione di amore paterno.

-Anche io. Ti voglio bene come niente al mondo. Niente ci separerà

Poi allentò la presa e con una mano cercò un punto preciso dietro la sua schiena. Finalmente trovò quello che cercava, lo pigiò e sentì un debole rumore.

Click

Lo baciò sulla guancia e uscì dalla stanza chiudendo la porta alle sue spalle.

Fuori dalla stanza lo aspettava Giorgio, suo amico e collega. Fu diretto, si conoscevano da così tanto tempo che non c’era bisogno di girare intorno all’argomento.

-Mattia, senti, dobbiamo parlare

-Di cosa?

-E me lo domandi anche? Ci ho pensato parecchio e penso che questo tuo progetto sta andando troppo oltre. Non erano questi i patti, la cosa ti sta scivolando di mano

-Ah, sì? E sentiamo, quali erano i patti?

-Mi hai coinvolto in questo… esperimento. Avremmo costruito la migliore intelligenza artificiale mai pensata. Sono stati anni di duro lavoro ma ce l’abbiamo fatta. Insieme ci siamo riusciti

-Non vedo allora quale sia il problema

-E’ proprio sotto il tuo naso, Mattia. Vedi cosa fai? Abbiamo costruito il futuro della scienza per cosa? Per farti rivivere una situazione della tua vita personale? Hai fatto costruire in questa stanza la… sua cameretta, dicevi che sarebbe servito per farlo crescere in un ambiente confortevole. E invece tu cosa fai? Ogni sera gli racconti una favola

-Tu… tu… tu non sai cosa provo. Tu non sai cosa ho provato quando è successo e come mi senta ora

-Non arrabbiarti. Hai ragione, non posso capire nemmeno lontanamente cosa c’è dentro la tua testa da quando è successo, ma non puoi andare avanti così. Quello nella stanza non è tuo figlio, Mattia. E’ soltanto un robot che sta imparando ogni giorno. Puoi insegnargli tutto ciò che vuoi, le stesse cose che hai insegnato a Damiano, ma non sarà mai lui. Prima accetti questa realtà e prima potrai superare il lutto

-Non posso. Non capisci, io non posso fare finta di niente

-E diventare come il personaggio che hai raccontato stasera? Come il dottor Tenma che costruisce un robot per rimpiazzare il figlio che non c’è più? Lo sai già come andrà a finire, non potrà funzionare a lungo

-Lasciami stare Aldo. Non giudicarmi

-Non ti giudico ma in nome della nostra amicizia sto facendo il possibile per darti una mano

Mattia rimase a guardarlo in silenzio, poi disse una frase che non pensava affatto. Ma a volte succede proprio questo, si dicono frasi che non si pensano e che generano le conseguenze più gravi.

-Qui non sei mio amico ma solo un collega. Se sei qui per darmi consigli sul lavoro ben venga, ma non provare a darmi dirmi cosa fare della mia vita. Stanne fuori

Aldo rimase a bocca aperta. non si aspettava quella risposta. Dopo qualche secondo imbarazzante prese una decisione. Staccò il cartellino che era attaccato al camice e lo gettò a terra. Voltò le spalle al suo amico e se ne andò dal laboratorio.

Mattia rimase in silenzio nel corridoio. Era solo, mai come in quel momento si sentiva abbandonato da tutti. Solo una cosa poteva rimetterlo in sesto. Dietro di lui una porta chiusa lo separava dall’unica cosa che contava nella sua vita. Un robot con le sembianze di suo figlio morto anni prima.

Ritornò nella camera ed accese la luce. Si avvicinò al letto e pigiò sul tasto posto sulla schiena del robot. Un lieve rumore metallico, poi l’androide aprì gli occhi e lo guardò. Sorrise riconoscendolo.

-Papà!

Mattia lo abbracciò e scoppiò a piangere.

24 Settembre 1997

L’inizio dell’anno scolastico è un trauma, sempre. Ad ogni età, in ogni corso di studi, i primi giorni sono quelli più duri. Qualche settimana prima eri a crogiolarti al sole o a casa, senza alcun pensiero e godendo ogni minuto del giorno. Le giornate sembrano durare in eterno, l’estate sembra non finire mai. Poi, di colpo, arriva Settembre e senti nell’aria quei profumi che ti riportano con i piedi per terra. Le prime piogge, la città che lentamente si ripopola, il silenzio che fa posto al caos. E poi, si ricomincia di nuovo. Le aule, i banchi, la campanella, i professori, ma anche gli amici di sempre che nel bene o nel male sono sempre presenti.

L’inizio è sempre difficile, figurarsi quando non si conosce ancora nessuno, quando si è estranei a tutto ed il carattere timido non aiuta. Era così per Fausto, il nuovo arrivato della quarta H del liceo scientifico Calamandrei. Fino a qualche settimana prima era uno studente di un altro liceo scientifico, in un altro quartiere, poi di colpo i genitori hanno dovuto fare una scelta. La nonna materna era morta ed il nonno era rimasto solo in casa. Una situazione insostenibile considerando l’età avanzata dell’uomo rimasto solo. A quel punto decisero di trasferirsi tutti e tre in una casa poco distante dall’anziano in modo da dare assistenza più facilmente.

Tutto risolto quindi, tranne che per Fausto. Nessuno aveva pensato ad interpellarlo sulla scelta. Aveva pur sempre 16 anni, qualcuno avrebbe dovuto chiedere la sua opinione. Non fu così, subì la scelta e così si trovò di punto in bianco in un quartiere nuovo così lontano da dove era cresciuto. Dovera ripartire da zero, una cosa che forse era facile per i grandi o i più piccoli, ma per quelli della sua età era profondamente difficile.

Il primo giorno di scuola si rese conto di quanto la classe fosse affiatata. Non tutti, sia chiaro, ma i gruppetti che si erano formati erano saldi e probabilmente a numero chiuso. Dopo la prima settimana Fausto aveva l’impressione che se quella successiva non fosse andato a scuola nessuno se ne sarebbe accorto. Probabilmente non ricordavano nemmeno il suo nome, come lui non ricordava i loro. Aveva presente il volto di tutti ma non riusciva ad associare loro i nomi. Era più forte di lui, la mente rifiutava di imparare. Fu nella seconda settimana che avvenne qualcosa che cambiò tutto.

Era chiuso in bagno in silenzio. Avrebbe voluto chiudersi lì per tutta la mattina pur di non affrontare un’altra giornata da fantasma. Era appena finita la seconda ora di lezione e mentre gli altri erano rimasti in classe ad aspettare l’arrivo del professore, Fausto in silenzio era andato in bagno. Era lì già da qualche minuto quando sentì il rumore della porta esterna che si apriva. Dei passi regolari, poi delle voci.

-Allora stasera riesci a venire da Sara?

-Non lo so, i miei ieri hanno detto che mi spetta solo un’uscita alla settimana finché non recupero Latino e Matematica

-Ma come? Dai che stasera ritorniamo nel regno dei sogni! Uuuuuu

-Dai, finiscila. Mi brucio l’uscita di sabato se vengo stasera

-E che ti frega?. Pensa che Sara mi ha detto che prova a spostarsi un po’ più in là, prova a spingersi oltre il suo limite…

-Zitto! Che ti prende? Vuoi che qualcuno ci senta?

-Ma siamo da soli qui. Tranquillo Luigi non c’è nessuno. Immagina, stasera potremmo fare qualche bello scherzetto in giro

Fausto ascoltava quella conversazione sempre più incuriosito. Stava attento a non causare nessun rumore per celare la sua presenza. Aveva riconosciuto le loro voci, erano due compagni di classe. Voleva capire meglio di cosa parlassero. Purtroppo però sentì una strana sensazione alle narici. Un prurito leggero che in pochi secondi divenne insopportabile. Ormai era chiaro, stava per starnutire. Inspirò l’aria ed emise un rumoroso starnuto.

Di colpo il silenzio piombò nel piccolo bagno. Fausto si tappò la bocca istintivamente ma il guaio era stato fatto. Stava quasi pensando di averla fatta franca quando la porta si aprì di colpo e due figure gli si pararono davanti. Li aveva riconosciuti, erano i due del banco nella terza fila a destra e i loro sguardi non preannunciavano nulla di buono. Furono loro i primi a parlare.

-Che ci fai tu qui?

-Sono in bagno, secondo te?

-Non hai i pantaloni abbassati, non prenderci in giro. Ci stavi ascoltando

-Cosa hai sentito?

-Ragazzi, io…

La frase fu interrotta dal rumore della porta esterna che si apriva di botto. Entrò un ragazzo, anche lui della quarta H, con il volto rosso per la corsa.

-Ragazzi, il prof è in classe! Venite subito o vi mette una nota.

I tre tornarono contrariati in aula seguendolo, Fausto avvertiva gli sguardi in cagnesco degli altri due. Dopo le scuse al professore tutti presero posto. A metà della terza ora Fausto sentì un dito che gli tastava la schiena. Si girò e vide una mano che gli tendeva un foglio piegato. Era troppo teso per guardare il volto di quel messaggero. Si rigirò verso la cattedra e di nascosto aprì il biglietto. Solo poche parole su un foglio a quadretti, ma chiare come il sole.

Trattieniti fuori scuola alla fine delle lezioni. Dobbiamo parlare!

Qual punto interrogativo finale non era di buon auspicio, si era cacciato non volendo in una brutta situazione. Passò il resto della giornata a scuola con i battiti a mille e pensando a come scappare a casa.

Suonò la campanella, l’ultima di quella mattina. Si affrettò a mettere libri e quaderni nello zaino e uscì di corsa dall’aula. Dovette però fermarsi davanti al portone dell’istituto, ancora chiuso. Il signor Raffaele, il custode, andava sempre lento e quella giornata non era da meno. Fausto era fermo davanti alla porta quando si sentì strattonare alle spalle. Qualcuno lo aveva preso per lo zaino e lo obbligava a camminare all’indietro.

-Dove credevi di andare? Noi dobbiamo parlare

Una voce femminile, non gli sembrava familiare. Si girò e la vide, era la ragazza dell’ultimo banco. Capelli corti, biondi, maglietta scura con il logo di una band rock americana, jeans larghi e scarpe da ginnastica quasi del tutto coperte dall’orlo dei pantaloni. Aveva le braccia incrociate ed uno sguardo che non lasciava speranze. Nonostante l’espressione da maschiaccio Fausto non poteva non notare quanto fosse carina. Accanto a lei c’erano i due ragazzi incontrati prima nel bagno.

-Stai attaccato a noi, usciamo di qui e facciamo due passi.

Quando il portone si aprì un fiume di ragazzi uscì dall’istituto per riversarsi per strada. Alla fine di quel corteo c’erano i quattro giovani che camminavano a passo lento, uniti. Si fermarono non molto lontano, c’era una panchina di pietra distante dalla fermata dell’autobus. Lì erano sicuri che nessuno li avrebbe sentiti. I tre guardarono Fausto dritto negli occhi e cominciarono il loro personale interrogatorio.

-Andiamo dritto al sodo, cosa hai sentito prima nel bagno?

-Niente

-Non è possibile, dicci cosa hai sentito

-E va bene. Dicevate di andare da una certa Sara

-Sono io, continua

-Nulla, solo quello. Che uno di voi non sapeva se riusciva a venire. Poi avete parlato di andare lontano, da qualche parte

-Cosa pensi di aver capito. Spiegati

-Che avete in mente non so cosa. Magari uscire di nascosto, prendere la macchina dei suoi genitori e andare chissà dove. Ragazzi, non vi giudico, fate quello che volete

Gli altri si guardarono negli occhi con sguardi interrogativi.

-Siamo sicuri che sappia solo questo?

-Io di lui non mi fido. E se poi succede qualcosa e va a dire tutto in giro?

Parlò la ragazza con voce ferma.

-Il problema è un altro. E’ fuori strada e se decide di spifferare la sua versione in giro gli crederebbero. Ragazzi, io glielo dico

-Ma no! E’ nuovo, non lo conosciamo, non possiamo fidarci di lui

-Io mi fido. Sarà una sciocchezza ma guarda il portachiavi sul suo zaino

Tutti si girarono a fissare lo zaino di Fausto lasciato a terra. Sulla parte anteriore c’era un piccolo portachiavi con un simbolo, i ragazzi lo conoscevano bene.

-Ti fidi di lui solo perché ha sullo zaino il simbolo dei Ribelli? Se aveva quello dell’Impero invece?

-Conosce Star Wars, magari è un nerd come noi. Abbiamo iniziato con il piede sbagliato ma sento che possiamo provarci

Fausto li guardava parlare di lui come se non fosse presente. Una sensazione che aveva provato fin troppe volte. Poi si voltarono verso di lui ed un piccolo sorriso si formò sui loro volti.

-Ok, sei invitato anche tu stasera da me. Porta un borsone con un pigiama pulito, spazzolino, asciugamani e lo zaino pronto per domani. Abito al Parco Vesuvio, vediamoci tutti all’ingresso alle sette stasera. Puntuale!

Fausto non ebbe il tempo di accettare o rifiutare, i tre si allontanarono dandogli le spalle.

-Ma, io…

-Puntuale!

Ritornò a casa con una miriade di pensieri in testa. Cosa avrebbe detto ai genitori? Di punto in bianco dei fantomatici amici lo avevano invitato a dormire fuori? Come avrebbero reagito? Affrontò l’argomento a pranzo, fu difficile trovare le parole adatte. Li vedeva stranamente contenti. Certo, sapere che il loro timido figlio avesse già fatto amicizia era una buona cosa, ma volevano delle garanzie sui ragazzi. Parlare con i genitori della ragazza che li aveva invitati. Con un po’ di reticenza Fausto accettò di farsi accompagnare da suo padre, sarebbe salito a parlare con i genitori di Sara per tranquillizzarsi. Tutto sommato era andata più che bene.

Alle 19 in punto il padre accompagnò Fausto fuori al grande cancello del Parco Vesuvio, ad aspettare il ragazzo c’erano i tre inseparabili amici. Si presentarono, Fausto si rese conto che non conosceva i nomi dei due ragazzi, Marco e Luigi. Insieme si avviarono a casa di Sara. I genitori di lei tranquillizzarono l’uomo. La loro casa era grande e la ragazza aveva l’abitudine di invitare gli amici per la cena così come per la notte. Avrebbero dormito in tre stanze separate. Il padre di Fausto, soddisfatto, si congedò mentre i ragazzi scesero nel parco aspettando la cena.

Era un parco ben attrezzato, c’erano campi di calcio, di tennis, giostrine per i bambini più piccoli. Il posto ideale per una piccola comitiva. I ragazzi entrarono all’interno di uno dei campi di calcio, c’era già un pallone di cuoio così cominciarono a fare qualche tiro in porta.

-Giochi a calcio Fausto?

-Sì ma non lo seguo in TV

-Mettiti in porta, quando pari prendi il posto del tiratore

-SE pari

Puntualizzò Sara. In effetti la ragazza non andò mai in porta, ogni suo tiro era imparabile. Rispetto agli altri sembrava distante anni luce per tecnica. Fausto restava a bocca aperta mentre gli altri due erano poco sorpresi, lo conoscevano bene e sapevano di che pasta era fatta. Quel gioco insieme servi per farli sciogliere. La tensione che c’era stata quella mattina sparì velocemente, a vederli da fuori sembravano amici da una vita. Fausto in cuor suo sperava di trovare in loro dei veri amici, non semplicemente dei compagni di scuola di un solo anno. E poi c’era lei, Sara. Quando la guardava diventava completamente rosso e sperava che nessuno se ne accorgesse.

Dopo un po’ il padre di Sara si presentò sul campo per farli ritornare a casa, era già tutto pronto per la cena. I ragazzi salirono e si prepararono velocemente. Fu una bella serata, i genitori di Sara erano tipi alla mano, malgrado la differenza di età era piacevole conversare con loro. Per la prima volta dopo tanto tempo Fausto pensò che trasferirsi non era stata una cattiva idea. Dopo il pasto i ragazzi furono liberi di andare nella stanza di Sara. Chiacchierarono molto, parlarono del più e del meno. Sembrava quasi che l’argomento di quella mattina fosse stato dimenticato. Tutt’altro, sapevano che quello non era il luogo ed il momento adatto. I grandi potevano arrivare nella stanza in qualsiasi momento quindi gli argomenti da trattare erano ben altri.

Si erano fatte appena le 23 quando decisero di prepararsi per andare a letto. Fausto li seguì senza controbattere, anche se gli sembrava strana quella situazione. Si sarebbe aspettato un gesto, un segno, qualcosa che facesse capire cosa sarebbe successo dopo, ma niente. Si lavarono, misero i pigiami e si diedero la buonanotte, poi ognuno nella propria stanza a dormire. Sara nella sua cameretta, Luigi in una camera che era stata pensata per il fratello mai arrivato di lei, Marco e Fausto in un’altra camera con un letto a castello.

Era passata da poco mezzanotte ed era sempre più stranito. Provò a chiamare Luigi nel letto sopra di lui.

-Luigi sei sveglio?

-Sì, non riesco a prendere sonno. Ma dobbiamo provare a dormire

-Se non hai sonno potremmo parlare un po’

-Non se ne parla, dobbiamo assolutamente dormire. Poi lo capirai

-Capire cosa?

-Niente domande, fai sempre finta di niente. E’ l’unica regola

-Ok

-Senti, lo so a cosa stai pensando. Si vede lontano chilometri

-Cosa?

-Dai, non puoi mentirmi. Ti piace Sara

Fausto divenne paonazzo, per fortuna era buio e Luigi non si era affacciato.

-Questo silenzio è una conferma, lo sai?

-Ma no, smettila

-Fa come vuoi, a me non sfugge niente

-E se anche fosse?… Nel senso, se fosse così secondo te ci sono speranze?

-Lo sapevo! Non lo so, amico. Sara è così… imprevedibile. E’ una forza della natura

-Vi conoscete da parecchio?

-No, solo dal primo anno di liceo. Con noi è stato amore a prima vista

-Ah, scusa. Non pensavo che foste fidanzati

-Hai capito male, amico. Amore nel senso platonico. Diciamo che Sara non è il mio tipo. Se non fossimo così amici lo sarebbe Marco

-Ah, ok. Avevo capito male

-Figurati. Ora però basta parlare. Vediamo di prendere sonno

Il pensiero di Sara tenne sveglio Fausto ancora per un po’. Poi finalmente si addormentò.

Si sentì ondeggiare, la sensazione era come trovarsi su una zattera sull’acqua. Una voce ovattata lo chiamava. Pian piano la voce acquistava nitidezza, poi riuscì a sentirla Aprì gli occhi e vide una mano sulla sua gamba che lo ondeggiava. Gli occhi si abituarono al buio e vide il volto sorridente di Sara. Subito si alzò di scatto e vide che accanto a lei c’erano gli altri.

-Finalmente ce l’hai fatta! Siamo qui da non so più quanto tempo

-Scusate, ho il sonno pesante

-Ce ne siamo accorti. Su, andiamo

-Andiamo dove? Sono ancora in pigiama

-Quello non è un problema. E’ solo perché pensi di essere vestito così. Adesso pensa di essere vestito diversamente

Fausto li guardò stranito.

-Guarda come faccio io

Fu la ragazza a parlare. Chiuse gli occhi e inspirò profondamente. Di colpo il pigiama che indossava cambiò, si materializzò un’onda luminosa che quando scomparve lasciò il posto ad un paio di jeans e una maglietta verde. Fausto rimase paralizzato, chiuse e riaprì un paio di volte gli occhi. Non riusciva a credere a quello che aveva visto.

-Ma… Ma… Come?…

-Dì la verità, stai pensando di stare ancora sognando, non è vero?

Il ragazzo fece sì con la testa. Marco rispose prontamente.

-Ed hai proprio ragione! Vedi, la nostra amichetta ha un, diciamo, superpotere. Riesce a viaggiare nei sogni e può interagire con chi sta sognando

-Esatto. Però non è così semplice come lo dice lui. Se le persone sono più vicine allora è più facile, per quelli che sono lontani dal mio corpo allora è sempre più difficile

-Quindi state dicendo che io sono ancora qui nel letto a dormire?

-Sì. Non è come nei film in cui vedi il tuo corpo disteso e tu sei come un fantasma che vola. Quello che vedi intorno a te è un misto tra realtà e sogno e non è semplice distinguere le due cose

-Wow. Ecco perché l’altra volta nel bagno…

-Esatto. Noi siamo amici intimi di Sara e quindi conosciamo il suo segreto da tempo, ma immagina se qualcuno sapesse quello che è capace di fare. Ci siamo fidati di te, ma non possiamo dire lo stesso degli altri

Intanto gli altri avevano già effettuato il cambio di abiti, era da tempo che avevano imparato a manipolare la realtà onirica a proprio piacimento. Per Fausto l’operazione fu più lunga. Gli avevano spiegato che non doveva fare altro che volerlo, pensare qualcosa intensamente per fare in modo che questa si compia. Dopo una decina di minuti capirono che quella sera non avrebbe fatto progressi migliori, il massimo che riuscì a fare fu cambiare le pantofole in scarpe da ginnastica. Il risultato era tutto da ridere, un paio di scarpe e un pigiama azzurro.

-Ok, ora dove andiamo?

-Che ne dite se andiamo a fare un giro dalle parti del professore di Latino?

-Già, speriamo abbia degli incubi come li fa avere a noi durante la lezione

I quattro amici uscirono di casa e si riversarono in strada. Ogni cosa servisse bastava pensarla, ad esempio per uscire bastava solo immaginare che la porta fosse aperta. Ognuno di loro materializzò una bici per potersi spostare più velocemente. In pochi minuti arrivarono fuori dall’appartamento del professor Aspide. Parcheggiarono le bici sul marciapiede ed entrarono nell’appartamento.

Era piccolo, poche stanze e la maggior parte in disordine. Il maestro di Latino era sempre stato un tipo schivo. Rispetto ad altri insegnanti che cercavano di stimolare gli alunni, magari cercando di comprendere i loro modi di fare, le tendenze, Aspide prendeva sempre le distanze. Aveva una brutta opinione delle nuove generazioni ed ogni frase puntualizzava sempre quel suo concetto. Frasi del tipo:

Ai miei tempi i ragazzi erano più rispettosi

La vostra generazione non concluderà niente

Non avete proprio idea di cosa abbiamo dovuto subire noi per arrivare ad una società libera come la vostra

Non certo le parole migliori se si vuole tirare fuori dai ragazzi la parte migliore, ma era fatto così e proprio per quello era odiato dalla stragrande maggioranza dei suoi alunni.

-Vediamo cosa sogna il nostro prof. Per avere sempre quel suo bel caratterino mi immagino vampiri e licantropi

-Oppure nei suoi sogni ci siamo semplicemente noi studenti da torturare. Magari si lascia andare alle sue voglie più nascoste

-Se è così io rimango qui, ragazzi. Non ho proprio voglia di vedere qualcosa di orrendo

-Ma dai, Sara, stiamo scherzando. Giusto una sbirciatina

I ragazzi entrarono in punta di piedi nella camera da letto, il maestro dormiva in un sonno tranquillo

-Guardatelo come è rilassato. Forse ha già sognato

Parlò Sara, con voce preoccupata.

-Non è detto ragazzi. Ricordate che tutto quello che vedete non si sa se è realtà o sogno. Li sentite anche voi questi rumori di passi?

Tutti si zittirono. Sentirono dei passi fuori dalla stanza quindi si avvicinarono alla porta per ascoltare meglio. Poi delle voci che litigavano. Una la conoscevano, era quella del loro professore, l’altra era quella di un ragazzo. Si girarono, Aspide non era più nel suo letto. Aprirono lentamente la porta e lentamente spostarono le loro teste per vedere la scena.

Il corridoio non era di quell’appartamento, la scena era ambientata in un’altra casa, più grande. C’era il loro professore, visibilmente più giovane di come lo conoscevano, e di fronte a lui un ragazzo che non ricordavano di conoscere. Era vestito alla moda di fine anni 80, giacca di pelle e jeans stracciati. Non era difficile capire che era un vero e proprio scontro generazionale, i due protagonisti erano padre e figlio.

-Anche oggi il preside mi ha avvisato che non sei andato a scuola. Dove sei stato tutto questo tempo?

-E a te cosa importa?

-Cosa mi importa? Sei mio figlio, secondo te è poco?

-Già, come se contasse qualcosa

-Che stai dicendo?

-Ma ti sei visto? Per te sono come invisibile, riversi su di me le tue frustrazioni. A volte penso che vorrei proprio essere uno dei tuoi alunni

-Continuo a non capirti. Qui non si sta parlando di me ma di te. Di come tutti i tuoi voti sono bassi e rischi di essere bocciato

-E allora? Non te n’è mai fregato niente di me. Quando invece parli dei tuoi alunni, vorrei farti vedere come diventi. Ti si illuminano gli occhi. E sto parlando di ragazzi che non hanno voti alti, ma di quelli che vanno male in tutte le altre materie ma con te no. Perché sei così buono con loro che apprezzi anche i piccoli sforzi

-Io non devo dare spiegazioni a te di come…

-Hai ragione, non devi dare spiegazioni a me. A me serve un padre, quello che non ho mai avuto. Sono diventato quello che sono per farmi vedere da te, ma tu comunque non mi vedi. Avrei voluto tanto sentire dalla tua bocca una bella parola, come quelle che dici ogni giorno ai tuoi alunni. Vorrei tirare fuori un po’ di coraggio, di forza, ma tu con me sei diverso. Ed ora sono così per causa tua

-Non ti permettere! Non dare la colpa a me del fatto che sei un buono a nulla. Sprechi le giornate senza meta. Tu non hai futuro!

-Ecco, questo è quello che dicevo. Per me riservi solo queste parole. Non ricordo da quanto tempo non mi abbracci. Sei il padre peggiore che mi potesse capitare

Poi un rumore, uno strano rumore. Il ragazzo non aveva terminato la frase che il padre gli aveva assestato un sonoro ceffone, così forte da fargli girare la testa. I ragazzi videro la scena spaventati, ma quello che udirono non era il suono di uno schiaffo, ma più forte e più oscuro. Gli attimi di silenzio sembrarono ore, la tensione era palpabile. Il ragazzo aveva ancora la testa girata e parlò senza degnare di uno sguardo il padre.

-Ricordati questo gesto. Ricordatelo per sempre

Fece uno scatto all’indietro e corse in una stanza chiudendo la porta dietro di sé. Si sentì il rumore di una chiave che girava nella toppa. Aspide si fiondò verso la porta, urlò, batté i pugni sulla porta chiusa. Niente, dall’altro lato nessuno aprì, divenne rosso dallo sforzo ma inutilmente. A nulla servirono quelle urla, un rumore più forte si udì dalla stanza. Lo stesso rumore sentito prima al momento dello schiaffo. Fu a quel punto che i ragazzi capirono, il rumore era inconfondibile. Bang! Era uno sparo. Doveva averlo capito anche il professore, perché dopo qualche secondo di silenzio cominciò ad urlare più forte, ma senza rabbia. Era disperazione, piangeva ed imprecava il figlio di aprire la porta.

Inutilmente.

Dalla stanza nessun suono. I ragazzi osservavano quella scena impietriti, solo Sara cominciò a piangere, non riusciva a trattenere le lacrime. La scena di colpo cambiò. Erano in una grande chiesa, nella navata principale una bara veniva portata verso l’altare. In prima fila due persone, sconvolte nel loro triste silenzio. Vicine ma visibilmente lontane. Le stesse due persone che subito dopo erano in una stanza. Parlavano, lui si teneva la testa tra le mani mentre piangeva mentre lei gli urlava contro, diceva che era tutta colpa sua, che non era stato un buon padre. Diceva che lo avrebbe abbandonato.

Poi, di nuovo silenzio, rotto solo da un pianto lamentoso. Di nuovo i ragazzi erano nella camera da letto mentre il loro professore dormiva. Lo sguardo non era più sereno e delle lacrime bagnavano il cuscino.

-Usciamo di qui, ragazzi. Vi prego

Nessuno obiettò, tutti seguirono Sara che andava avanti nascondendo il volto. Era visibilmente stanca. Più si allontanava dal suo corpo e più per lei era difficile. Le forze la stavano abbandonando, Luigi si offrì di portarla con sé sulla bici e lei acconsentì. Ritornarono a casa senza dire una sola parola. Quell’esperienza li aveva scossi non poco. Fu Fausto ad interrompere il silenzio all’ingresso del Parco. Fu un bene perché l’atmosfera che si respirava era pesantissima.

-Ragazzi, mi dispiace che sia andata così stasera

-Fermiamoci qui, Sara riprenderà le forze prima di salire

-Succede… Beh, succede sempre questo quando andate…

-Assolutamente no! Di solito non andiamo in giro a ficcanasare nei sogni degli altri. Stasera abbiamo imparato una cosa importante

-Più di una, Marco. Abbiamo anche capito che non bisogna giudicare una persona da quello che vediamo solo a scuola. Conosciamo il professor Aspide solo, per quanto? Cinque ore settimanali? Chi lo avrebbe immaginato che portasse dentro qualcosa di così triste

-Non potevamo saperlo. Ecco tutto. Che ci sia di lezione. Le prossime volte ci limitiamo come sempre a passare del tempo extra insieme, gironzolando qui intorno di notte

-Le prossime volte? Volete dire che…

-Sì, Fausto. Fai parte del gruppo ora, ti vogliamo anche le altre volte

-Wow! Mi fa davvero piacere, Sara

-Bene, ora saliamo e ritorniamo dov’eravamo. Anche se in questa dimensione sono passati solo pochi minuti dobbiamo comunque far riposare i nostri corpi

-Ricorderemo tutto domani mattina?

-Puoi scommetterci. Questa di stasera ce la ricorderemo per sempre

I ragazzi salirono e presero posto nelle rispettive stanze. Era ancora notte fonda, gli orologi continuarono a camminare appena tornarono nel piano reale. Prima di rientrare però non si accorsero che degli occhi li stavano guardando. Occhi curiosi, qualcuno che già li conosceva li seguì con lo sguardo e intuì qualcosa.

17 Settembre 2002

Francesco era su Via Gianturco e correva a perdifiato. Intorno non c’era più nessuno, solo poche macchine sfrecciavano nel silenzio della larga strada. Guardava in continuazione l’orologio, cercava in tutti i modi di aumentare il passo ma il caldo ancora estivo di quel mese non aiutava. Gocce di sudore scendevano copiosamente dalla sua fronte mentre correva. La valigetta che teneva stretta nella mano destra sembrava sempre più pesante e la destinazione sempre più lontana. Nonostante tutto però ce l’aveva quasi fatta, la stazione di Gianturco era a pochi passi da lui.

Quella sera aveva finito troppo tardi al lavoro, di solito nello studio legale dove lavorava non faceva più tardi delle sette di sera. Era un abitudinario, uno di quelli che ogni giorno prendevano lo stesso treno. C’erano naturalmente i ritardi, le soppressioni, gli imprevisti, ma non dipendevano da lui. Lui era sempre in stazione allo stesso orario. Il suo migliore amico era il suo orologio, scandiva con precisione i minuti preziosi delle sue giornate. Ma quel giorno non fu così.

Proprio il suo amico più fidato, l’inseparabile oggetto che metteva in ordine la vita di Francesco quella sera decise di funzionare male. Fino alle 18 andava più che bene, gli altri dell’ufficio si dileguavano per ritornare a casa dalle proprie famiglie mentre Francesco si concedeva la sua oretta in più per mettere in ordine i fascicoli e le idee. Alle 19 in punto avrebbe chiuso tutto per prendere, come sempre, il treno delle 19:27 dopo una passeggiata in tranquillità. Il destino però aveva voluto che proprio dopo le 18 l’orologio accumulasse minuti preziosi, cinque minuti reali venivano registrati come un singolo minuto dall’orologio.

Francesco intanto andava lento, ogni tanto controllava e si compiaceva di quante cose riuscisse a fare in quel poco tempo. Quando però accese il computer sulla scrivania e vide l’orario sbiancò di colpo. Guardò l’orologio da polso, segnava le 18:30, poi l’orario sul computer, le 20:32. Subito corse per tutto l’ufficio per controllare l’orario su tutti gli orologi a muro. La sentenza era senza scampo, era il suo amico fidato ad avere torto.

Come un dannato cercò in fretta di mettere tutte le carte nella sua borsa mentre i fogli volavano al suo passaggio. Si diede dello stupido per non aver pensato neanche lontanamente ad un malfunzionamento. Proprio lui che del tempo aveva fatto una sua divinità. Doveva sbrigarsi, non sapeva neanche se a quell’ora c’erano ancora corse disponibili per ritornare a casa.

Ormai era tardi, sistemò quello che riusciva nella borsa e chiuse di fretta l’ufficio per riversarsi in strada. In cielo era ancora chiaro ma si rese conto che a quell’ora non c’era nessuno. Probabilmente erano già tutti a casa, magari a tavola a mangiare, o nelle vie più trafficate per divertirsi. Lui invece era solo, mentre correva verso la stazione di Gianturco della Metropolitana.

Arrivò finalmente a destinazione, per fortuna aveva l’abbonamento mensile quindi non doveva timbrare alcun biglietto. Percorse le scale che portavano al piano superiore senza sollevare lo sguardo. In quel momento se ci fosse stato qualcuno sui gradini lo avrebbe scaraventato in aria. Finita la rampa di scale uscì all’aperto, guardò l’orologio della stazione e cercò di riprendere fiato. Con la coda dell’occhio però vide che sui binari c’era un treno già fermo. Ce l’aveva fatta, giusto in tempo. Quello era il treno che lo avrebbe portato a casa. Era soddisfatto dopotutto, anche se quella serata non stava andando come si aspettava. Stava per sorridere e compiacersi quando sentì il rumore delle porte che si stavano chiudendo. Realizzò che se voleva dichiarare conclusa quella disavventura doveva compiere un ultimo sforzo e salire sul treno prima che questo partisse.

Era distante solo pochi metri dall’ultima porta dell’ultimo vagone. Fece uno scatto improvviso, stese il braccio ed aprì la mano. Sentì il freddo del ferro sotto il palmo e la chiuse, con forza tirò il braccio e riuscì ad entrare proprio un attimo prima che le porte si chiudessero. Appena fu dentro si rese conto di aver compiuto quell’operazione tenendo gli occhi serrati. Li aprì e vide la banchina che si allontanava. Era fatta, era dentro e stava tornando a casa. Finalmente riuscì a respirare a pieni polmoni, li riempì completamente prima di espirare e lasciar scorrere l’adrenalina nel suo corpo. Il cuore pompava sangue ad un ritmo così forte che quasi riusciva a sentire i battiti. Cercò di respirare ad un ritmo più lento per calmarsi. Si girò e vide che il vagone era completamente vuoto. Doveva sedersi e riposare le gambe, ne aveva bisogno. Scelse un posto a caso e si sedette, poi chiuse gli occhi.

Fu il rumore delle porte che si aprirono a svegliarlo da quello stato di riposo. Si girò dal lato del finestrino e vide l’insegna che indicava la scritta “Piazza Garibaldi”. Una coppia gli passò vicino per prendere posto sui sedili a poca distanza da Francesco. Erano vestiti in maniera bizzarra, sembravano abiti di un’altra epoca. Non era un intenditore di storia ma avrebbe scommesso che si trattasse di vestiti del Settecento o Ottocento. Lei aveva una gonna pomposa che la limitava nei movimenti, i capelli raccolti all’interno di un grande cappello e un trucco accentuato sul volto. Lui invece aveva un vestito elegante e sul volto un paio di baffi vintage. Francesco ci pensò per un po’, probabilmente si trattava di una coppia di cosplayer, magari c’era una fiera in costume lì vicino e i due si erano solo travestiti a tema.

Era assorto nei pensieri quando vide un controllore avvicinarsi lentamente. Subito aprì la borsa per prendere l’abbonamento da esibire. Lui si avvicinò prima alla coppia, sembrava conoscerli. Si tolse il cappello e li salutò con reverenza. Non riuscì a sentire cosa si dissero, ma sorridevano allegramente. Il controllore si congedò e si avvicinò a Francesco.

-Salve, biglietti prego

-Certo, ecco il mio abbonamento

Il controllore lo prese e lo guardò stranito. Sembrava che lo vedesse per la prima volta. Lo girava e rigirava con lo sguardo interrogativo.

-C’è qualcosa che non va?

-No, si figuri. E’ che sono abituato ad altri biglietti. Forse questi sono i nuovi. Non si preoccupi, è tutto sotto controllo.

-E’ l’abbonamento mensile, è lo stesso tutti i mesi a parte il colore

-Sì, sì, nessun problema. Mi dica, è la prima volta che prende questo treno?

-Sì. Oggi non me ne va bene una, sono uscito tardi dall’ufficio e ho preso il primo treno disponibile

-Capisco, è la prima volta. Non si preoccupi, si troverà bene

Francesco rimase basito da quella risposta. Ripose l’abbonamento di nuovo nella borsa e guardò il controllore che si allontanava. Stava ancora pensando a quella frase quando il signore con il vestito ottocentesco si girò e verso di lui con uno sguardo impietosito.

-Prima volta, eh? Cerchi di stare calmo e si abituerà prima. Vero cara?

La donna seduta al suo fianco fece una timida risata, poi anche lei si girò verso Francesco.

-Ma sì. Ci conosciamo tutti qui. Anche se qualcuno può sembrarle scortese, sappia che sono tutte brave persone

Il treno si fermò di colpo, erano arrivati alla stazione di Piazza Cavour. La porta si aprì nuovamente ed entrò un piccolo gruppo di ragazzi. Dovevano essere abbastanza giovani anche se non lo dimostravano. Avevano dei vestiti punk e quando gli passarono davanti sentì un forte odore di birra e sudore. Senza abbassare la voce si misero in un angolo a parlare. Erano a poca distanza da Francesco che quando li vide ebbe un sussulto di paura. Non voleva essere prevenuto ma quei ragazzi sembravano usciti fuori da un film degli anni 80, gli sembrava di essere un ignaro protagonista di “I guerrieri della notte”. Le sue paure si concretizzarono nel momento in cui uno dei ragazzi si girò verso di lui e resosi conto che lui stesso li stava osservando fece uno sguardo strano.

-Ragazzi, quello lì ci sta guardando strano

-Chi? Dove? Quello lì?

-Sì quello lì. Ecco, vedi? Ora abbassa lo sguardo da colpevole

-Non va bene così, non va per niente bene

Parlavano ad alta voce per essere sentiti dal povero Francesco che ascoltava impaurito. Si avvicinarono lentamente alla loro vittima.

-Fatemelo vedere meglio. Ecco, come immaginavo. Vedete com’è vestito? E’ il classico borghese che ci guarda dall’alto verso il basso, con disprezzo

-Sì, ma ora non ci guarda più. Guarda come cambia colore mentre nella sua testolina sta pensando a come cavarsela da questa situazione

Francesco tremava di paura quando ad un tratto sentì la voce del signore che gli aveva parlato prima. Riconobbe il tono di voce pacato che intervenne per sedare gli animi.

-Salve, ragazzi. Come va?

-Signor Gaetano, buonasera. Noi tutto bene, Lei come sta?

-Bene, bene, grazie. Siamo sempre qui

-Signor Gaetano che piacere rivederla. Buonasera anche a Lei signora Maria

-Buona serata a voi ragazzi. Vi posso chiedere un grande piacere?

-Ma certo signora Maria

-Vedete, quel ragazzo non è una cattiva persona. Tra l’altro oggi prende il treno per la prima volta

-Mi scusi signora Maria, non volevamo prendercela con lui. E’ che a volte dimentichiamo e… ci sono abitudini che sono difficili da togliere…

-Non vi preoccupate, lo sappiamo. E’ difficile. Passate una buona serata, ragazzi

-Buona serata a Lei, signora Maria

Quel dialogo sembrava surreale. Fino a pochi minuti prima Francesco rischiava di essere linciato soltanto per aver guardato un gruppo di ragazzi e ora gli stessi ragazzi lo salutavano affettuosamente. Si girò nuovamente verso il finestrino, riconosceva il tratto che univa la fermata precedente a Montesanto, infatti pochi secondi dopo vide l’insegna blu che indicava proprio quella scritta. D’istinto guardò la porta che si apriva, si aspettava che un altro passeggero bizzarro entrasse. Fu così. Sul vagone salì una donna con un vestito lungo e completamente nero, il volto era coperto da un sottile velo scuro. Ma non fu l’unica a salire, dietro di lei un’altra donna, vestita in jeans e maglietta chiara, al collo aveva un vistoso foulard rosso scuro. Le due donne presero posto su alcuni sgabelli liberi dopo aver salutato gli altri passeggeri. Sembrava che tutti si conoscessero bene su quel vagone, Francesco si sentì un po’ escluso.

Per smorzare l’ansia aprì la sua valigetta e cominciò a sfogliare i fogli che aveva portato via dall’ufficio, ma non riusciva a rimanere concentrato. Ogni tanto alzava lo sguardo e guardava gli altri, erano come una grande famiglia riunita. Intanto il treno si era fermato di nuovo, la stazione era quella scura di Piazza Amedeo, Francesco aveva quasi timore di guardare il prossimo passeggero. In quel momento però uno strano silenzio piombò nel vagone. Tutti si girarono verso le porte che si aprirono e si richiusero senza che nessuno le varcasse.

Francesco rimase sorpreso da quella reazione, guardò tutti i presenti notando un velo di tristezza nei loro occhi. Furono le parole di una delle ragazze salite a Montesanto a rompere il silenzio.

-Alla fine ce l’ha fatta. Onore al nostro amico

Tutti la guardarono ed accennarono un sorriso triste. La ragazza ricambiò il sorriso a tutti ma quando incrociò lo sguardo con Francesco divenne di colpo seria.

-Io non ti conosco, sei nuovo?

Francesco pensò di essere diventato di colpo rosso come un peperone per la vergogna. Non sapeva cosa rispondere ed una strana sensazione sembrava metterlo in allerta.

-Io? E’ la prima volta che prendo il treno a quest’ora

-Posso sedermi accanto a te?

-Certo, come no

La ragazza si avvicinò a lui, prese posto mentre con una mano sistemava i capelli lunghi

-Mi chiamo Margherita, prendo questo treno ogni giorno da almeno dieci anni. All’inizio anche per me è stato strano, poi ci si abitua. Gli altri sono tutti simpatici, vedrai che in poco tempo te ne accorgerai

-Ma… prendere il treno a quest’ora per me è stato un caso. Di solito prendo quello delle 19:27

-Ti abituerai anche a questo, non ti preoccupare

La ragazza gli fece un sorriso dolce, poi posò la sua mano su quella di Francesco. Dopo qualche secondo la ritrasse. Il suo viso che fino a poco prima mostrava un’espressione tranquilla divenne di colpo una maschera di paura. Il ragazzo ebbe timore guardando il terrore nei suoi occhi ma non sapeva spiegarsi il perché.

-Ma… Tu… Sei caldo. Ed ho sentito le pulsazioni del sangue nelle vene quando ti ho toccato

Di colpo quelle parole dette ad alta voce, che a Francesco sembravano scontate, provocarono la reazione insolita degli altri presenti. Tutti smisero di parlare e guardarono nella sua direzione. Uno dei ragazzi punk si avvicinò incuriosito e con velocità prese la mano di Francesco tenendola per qualche secondo prima che lui la ritraesse spazientito.

-E’ vero, è troppo calda. Secondo me non è normale

-E se non fosse uno di noi?

-No, non è possibile. Perché allora si trova qui?

La discussione si allargava, sempre più persone dicevano la loro teoria su quella che a Francesco sembrava una diatriba senza senso. Dicevano che era caldo, forse era la conseguenza della corsa fatta prima? O forse stava per avere una febbre improvvisa? Stava per dire la sua quando dal finestrino vide che il treno era risalito in superficie, erano quasi arrivati alla stazione di Mergellina. Il treno rallentò fino a fermarsi. questa volta il ragazzo era troppo preso da quello che stava accadendo per osservare il prossimo passeggero. Intanto si avvicinò a lui l’uomo vestito elegante, con il suo solito fare sicuro e determinato. Prese posto accanto a Francesco e alla ragazza e con un tono rilassante si rivolse a lui.

-Ragazzo, tu sai dove ti trovi in questo momento?

Francesco non era più sicuro della risposta che avrebbe dato. Sapeva che era il treno metropolitano verso Cavalleggeri Aosta, la sua destinazione, ma ormai ne era più certo.

-Sul treno per Bagnoli, non so l’orario perché il mio orologio non funziona più bene

-Sì, ma sai che treno è questo? Ricordi Cosa è successo prima di trovarti qui?

-Nulla di insolito. sono uscito dall’ufficio ed ho corso come un matto per arrivare alla stazione di Gianturco. Sono salito su ed ho visto questo treno che stava per partire. Ho continuato a correre e sono salito

-Quindi eri al capolinea quando sei salito. Ed hai visto questo vagone?

-Sì, corretto

-Molto strano, di solito agli altri non è visibile

-Gli altri? Chi altri?

Presero a parlare gli spettatori di quello strano spettacolo ambulante. Ognuno aggiungeva una tessera ad un mosaico che prendeva forma lentamente.

-Gli altri… Quelli che rimangono

-Ragazzo devi sapere una cosa molto importante, questo non è un treno, per così dire, normale

-In realtà tutto si limita a questo vagone. Quelli come noi sono gli unici a vederlo

-Ma voi chi? Spiegatemi subito o chiamo la polizia

La risposta arrivò dalla donna vestita di nero. La sua voce era gelida con il ghiaccio e penetrò nel cervello di Francesco come una pallottola.

-I morti. Noi siamo le anime di coloro che ancora non hanno guadagnato l’inferno o il paradiso. C’è un giudizio universale per tutti ma a quanto pare la lista è lunga e noi non abbiamo  requisiti per sbrigare la pratica più velocemente

-Esiste una burocrazia anche dall’altro lato, fratello. E a quanto pare ci sono le stesse regole che ci sono qui. Ci sono le raccomandazioni

-Forse non è proprio così, noi un motivo in comune ce l’abbiamo

Francesco girava la testa per guardare i volti delle persone che parlavano con lui. Sembravano seri, non stavano scherzando. O quantomeno se stavano recitando erano bravissimi. In quel momento gli venne in mente che potevano essere proprio degli attori in costume, magari stavano filmando tutto. Ma sì, era una candid camera organizzata ad arte. Non riuscì a sopprimere un sorriso. Le labbra si allargarono fino a scoppiare in una sonora risata che provocò il silenzio degli altri. Si alzò e cominciò a parlare ridendo.

-Ci ero quasi cascato! Siete bravissimi, devo riconoscerlo. Davvero bravi, alla fine vi stavo credendo. Dove avete preso i vestiti di scena? Sono bellissimi

Sentiva gli occhi addosso troppo seri, si aspettava che da un momento all’altro tutti ridessero e gli facessero vedere le telecamere ma non fu così.

-A che fermata siamo? Fatemi passare che devo andare a casa, scendo a Cavalleggeri Aosta

-Siamo ancora a Piazza Leopardi, ancora non sei arrivato

In quel momento il treno si fermò, qualcuno scese mentre un’altra persona prese posto. Quando il treno ripartì dalla stazione Francesco sentì una mano sul suo braccio. Era la ragazza che gli si era seduta accanto. Con il volto sereno provò a parlargli.

-Non sappiamo ancora se tu puoi o non puoi essere qui, ma devi credere alle nostre parole. E se non puoi, allora guarda tu stesso

La ragazza prese i capelli lunghi e li raccolse con un elastico. Poi lentamente tolse il foulard rosso che le copriva il collo. Fu a quel punto che Francesco la vide. Era una cicatrice che percorreva da destra a sinistra tutta la parte anteriore del collo. Sembrava recente, non era per niente rimarginata e anche se non grondava sangue riusciva a vedere il rosso della carne. Quella vista lo destabilizzò, cadde seduto nuovamente sul sedile. La ragazza riprese a parlare.

-Questa me la sono fatta quando mi sono suicidata un bel po’ di anni fa. Ero da sola a casa, avevo da poco litigato con i miei genitori prima che uscissero a fare una passeggiata. Solite questioni, brutti voti a scuola, amicizie che non gli andavano mai bene. Presi il rasoio di mio padre e non ci pensai due volte

Francesco ebbe un brivido, stava immaginando la scena quando senza essere interpellati, i tre ragazzi vestiti da punk si tolsero le giacche di pelle e mostrarono le braccia piene di lividi all’altezza dei gomiti.

-Questi ce li siamo fatti una sera. Una dose troppo grande per noi, non eravamo abituati. Eravamo ribelli, credevamo in ideali forti, ma in fondo eravamo solo dei deboli

-Anche io e mia moglie abbiamo una storia triste che ha messo fine alla nostra vita terrena

Era il signor Gaetano che stava parlando, accanto a lui sua moglie lo guardava con uno sguardo malinconico.

-Eravamo amanti ma le nostre famiglie erano contrarie. Storie come la nostra erano più che normali nel nostro periodo. La maggior parte però si piegava al volere delle famiglie e accettava i matrimoni combinati, ma noi no. Il nostro amore era più forte di ogni avversità, anche della morte. Ci buttammo da uno scoglio alto in mare. Morimmo insieme, mano nella mano, ma felici

Ognuno raccontava la propria storia o mostrava un dettaglio della propria morte. Possibile che quelle davanti a lui erano veramente anime in pena che vagavano sulla terra? Francesco si alzò di scatto per allontanarsi dalla piccola folla che si era raccolta vicino a lui.

-Smettetela! Adesso basta, questo gioco non è divertente. quando è troppo è troppo

Percorreva il corridoio largo del vagone all’indietro, mentre gli altri lo guardavano impietositi senza avvicinarsi.

-Credete che questi trucchi mi impressionino? E’ ora di finirla, scendo qui

Il treno proprio in quel momento si fermò, erano alla stazione di Campi Flegrei. Francesco si girò verso l’uscita ma si bloccò di colpo. Un altro passeggero stava salendo e si trattava della prova lampante che quell’incubo che stava vivendo era reale. Una bambina, vestita con un abito chiaro saliva i gradini con la testa bassa. I lunghi capelli dorati le coprivano il volto. Quello che sconvolse Francesco però era un dettaglio più che rilevante. Lui riusciva a vedere attraverso quella bambina. Era come se fosse trasparente, riusciva a vedere la stazione dietro di lei senza problemi. Non aveva senso.

-Si chiama Lucilla, anche lei ha una storia triste alle spalle. E’ in attesa da così tanto tempo che sta perdendo la sua forma. Ormai il ricordo di chi era in vita è quasi svanito, tra non molto scomparirà completamente. Ora sei ancora convinto che si tratti di uno scherzo?

La bambina alzò la testa e mostrò il volto a Francesco. Alzò la mano e lo salutò sorridendo ma quel gesto sortì in lui l’effetto contrario. Cadde a terra, si rialzò subito e corse per tutto il vagone. Voleva fuggire da quell’orrore, se avesse raggiunto la testa della carrozza forse sarebbe arrivato in un altro elemento del treno e si sarebbe salvato. Arrivò finalmente alla porta che lo separava dal vagone successivo, la aprì ma ad attenderlo non c’era quello che immaginava. Si aspettava di trovare un ambiente familiare, invece davanti a lui c’era il nulla. Un vuoto completo, una tela bianca su cui nessun pittore aveva mai cominciato a disegnare. Il suo cervello non riusciva a darsi una spiegazione, cos’era quel posto? Cosa sarebbe successo se fosse avanzato in quella direzione? Sollevò di poco il braccio sinistro quando all’improvviso una mano lo prese per le spalle e lo tirò a sé.

Cadde sul pavimento in gomma del treno, alzò gli occhi e vide degli sguardi preoccupati. Erano i volti delle anime conosciute in quello strano viaggio.

-Non andare mai in quella direzione, quello è il punto di non ritorno. Il vuoto cosmico, basta solo sfiorarlo per mettere fine alla tua esistenza, terrena e ultraterrena

-Non devi scappare, noi non vogliamo trattenerti. La tua fermata è la prossima, puoi scendere quando vuoi

-Noi usiamo questo treno per visitare i luoghi della nostra vita. Passiamo tutto il giorno in giro per la nostra città in attesa di essere chiamati a giudizio. Prendiamo questa corsa tutti insieme per incontrarci e stare in compagnia

-Quando ti abbiamo visto stasera è stato strano per noi come lo è stato per te. Non abbiamo contatti con i viventi da troppo tempo, scusa se possiamo averti spaventato

-Il treno si sta fermando, è la tua fermata

Francesco si alzò guardandoli tutti. Voleva scusarsi con loro, avrebbe voluto spiegare che le sue paure erano irrazionali, ma più li guardava e più capiva che loro avevano già compreso. Con ancora addosso una strana sensazione, il ragazzo varcò le porte automatiche del treno. Alle sue spalle sentì un’ultima frase, la voce era quella inconfondibile del signor Gaetano.

-Se puoi, ricordati di noi nelle tue preghiere. Potrebbe essere importante

Scese l’ultimo gradino, quando le scarpe toccarono il suolo si girò. L’ultimo vagone del treno non c’era più. Mentre la sirena fischiava la metropolitana si avviò verso la fermata successiva. Francesco uscì dalla stazione di Cavalleggeri Aosta con l’amaro in bocca. Aveva vissuto una breve avventura fantastica oppure aveva solo sognato tutto? Era stata la suggestione, la paura di aver sconfinato per una volta l’abitudinarietà oppure il suo mondo era entrato in contatto con un altro?

Non sapeva e non voleva darsi una risposta. Per un riflesso involontario alzò il braccio sinistro e guardò il polso. L’orologio segnava le 21:08. Domandò ad un passante che gli confermò l’orario. Era esatto, ora il suo amico orologio segnava correttamente l’ora. Di sicuro il giorno successivo l’avrebbe portato da un orologiaio per farlo riparare. E forse, sarebbe stato meno schiavo delle abitudini.

10 Settembre 2011

La pioggia veniva giù a secchiate mentre la vecchia Fiat Tipo percorreva le stradine deserte che dai Ponti Rossi portano verso Miano. Il manto stradale non era dei migliori, pezzi di asfalto si staccavano lasciando piccole voragini che si riempivano velocemente di acqua piovana. La visibilità era scarsa, i vecchi fari anteriori riuscivano ad illuminare solo una piccola parte della carreggiata ma tutto quello non sembrava essere un problema per Antonio. Quella strada l’aveva percorsa tante volte, troppe, neanche lui ricordava bene quante. La macchina arranca in un tratto in salita, subito dopo in piano acquista più velocità. Solo poche curve separavano il conducente dal termine di quella serata. Una come tante, una notte che doveva finire come tutte le altre.

Antonio parcheggiò sul ciglio della strada, inserì il freno a mano ed uscì. Intorno a lui c’era solo il silenzio e una leggera foschia che saliva piano dall’erba. L’abitazione più vicina era a qualche centinaio di metri quindi poteva permettersi il lusso di fare rumore senza disturbare nessuno. Si portò sul lato posteriore della macchina ed aprì il bagagliaio. All’interno c’era un sacco dell’immondizia scuro, e non era vuoto. Fece uso di tutta la sua forza per prenderlo e caricarlo su una spalla. Chiuse il bagagliaio e si avvicinò ad un grande cancello arrugginito.

Con una mano cercò di rovistare nella tasca della giacca ma non riuscì a trovare quello che cercava. Imprecò, posò il grosso sacco a terra e vuotò le tasche. Finalmente ecco le chiavi, prese quella più grande e la usò per aprire il cancello. Davanti a lui c’era una distesa di terra in parte incolta. Apparteneva alla sua famiglia da lungo tempo. Suo padre e prima ancora suo nonno coltivavano in quel terreno frutta e verdura da vendere al mercato. Suo padre gli diceva sempre di non abbandonare mai quel lavoro dignitoso, o almeno di non disfarsi mai di quel piccolo appezzamento, magari in futuro lo avrebbe rivenduto guadagnandoci un bel po’ di soldi. Antonio aveva seguito quel consiglio ma senza risultato. Anche lui aveva intrapreso la strada di suo padre, lavorava la terra ogni giorno e vendeva al mercato, ma la sua era una vita misera.

Era solo tutto il giorno, nessuna distrazione, nessun amico, nessuna donna. Da giovane non aveva nemmeno concluso gli studi quindi non poteva nemmeno sperare in un capovolgimento della situazione. L’unica sua vita era il lavoro e le abitudini. Stessa casa di sempre, stesso tragitto ogni giorno, stessa vita. Per fortuna c’era il suo “hobby” che negli anni lo aveva tenuto buono. Aveva sempre pensato che senza quella sua, come la chiamava, piccola perversione avrebbe rischiato di impazzire e sarebbe finita come in quei film in cui una persona comune va in strada e fa una strage di innocenti. Per fortuna però il suo passatempo non coinvolgeva le persone innocenti, almeno secondo il suo modo di pensare.

Antonio aveva scelto le sue vittime in maniera quasi automatica, quelle che da secoli erano i bersagli preferiti da ogni serial killer. Le prostitute. Nella sua vita mancava proprio la componente amorosa, mancava una donna che lo facesse sentire bene. Per quel motivo ogni settimana saliva in auto e scorrazzava per la città in cerca di una brava donna che lo potesse accontentare. Ogni volta un quartiere diverso, era l’unico ragionamento lucido che una mente semplice come la sua poteva fare. La sceglieva, la pagava, godeva del suo servizio e poi la uccideva. Proprio così, a sangue freddo, senza pensarci su due volte.

Era proprio come dicevano tutti, il difficile è soltanto la prima volta, poi si fa l’abitudine. Gli piaceva farlo subito dopo l’amplesso, quando era ancora eccitato. Trovava il suo appagamento quando le sue mani grosse si stringevano intorno al collo delle sue vittime. Le guardava negli occhi, così belle, mentre la vita le abbandonava. Siamo abituati a vedere gli assassini come persone fredde, meticolose, sempre un passo avanti alle forze dell’ordine. Non è sempre così. Esistono quelli come Antonio, che non sarebbero nemmeno capaci di scrivere il nome “serial killer”. Un tipo normale, con una vita normale che ogni settimana decide di concedersi un piccolo lusso. Lui non è un freddo calcolatore, è solo uno schiavo dei sentimenti. Schiavo di quel piacere che prova ogni volta, schiavo dell’amore che prova per le sue vittime. Sì, perché lui le sceglie per la propria bellezza, quando sta con loro immagina una vita normale. A modo suo, si innamora quando le incontra fino al momento in cui le libera dalla vita terrena. Prima di ucciderle le giudica, sa che “loro” lo fanno per i soldi. Non sono come lui, non provano per lui quello che lui prova per loro. Non lo amano quindi non vale la pena farle vivere.

Quella era proprio una di quelle sere, quelle del suo divertimento, della sua caccia. Con la sua auto da sfigato si era recato in una delle strade buie della sua città, illuminate solo dal fuoco dei copertoni sui marciapiedi. Il suo tour personale comprendeva dapprima la visione della mercanzia. Con la prima marcia innestata percorse lentamente la via per ammirare le ragazze che gli si offrivano. Scelse, come sempre, la più bella. Magra, alta e svestita come le altre. Si fermò per contrattare sul prezzo, lei sparava alto ma lui acconsentì, sapeva già che quei soldi sarebbero tornati nelle sue tasche.

Lei salì in macchina, lui la guardava ed ammirava la sua bellezza esotica. Probabilmente era dell’Europa dell’Est. Insieme si recarono in uno dei suoi posti segreti, un viale nascosto dove poter fare quello che voleva in tutta tranquillità. La ragazza era brava, molto, quello dovette pensare Antonio quando fece sesso con lei. Quando finirono la guardò, i suoi occhi erano ipnotici. Ma c’era un impulso più forte, più violento dentro di lui. Con le sue mani tozze le diede uno schiaffo improvviso, poi si accanì su di lei. La strozzò, come aveva già fatto con le altre. Lei non riuscì a rendersi conto di quello che stava succedendo che era già diventata un’anima lontana dal corpo. Quel corpo che più tardi riempiva la busta nera accanto al cancello arrugginito.

Antonio prese nuovamente il suo bottino e si incamminò al centro del terreno. Lì sotto c’erano i suoi segreti. La pioggia aveva coperto le tracce di dissotterramento del terreno ma lui sapeva bene i posti dove aveva conservato i corpi delle sue vittime. Ricordava a memoria la posizione esatta di ognuna di loro. Non conosceva i loro nomi, a malapena ricordava i loro volti, ma sapeva bene dove aveva riservato il loro personale loculo. Non che le ricordasse nelle sue preghiere, oppure che portasse loro dei fiori, sia chiaro. Le collezionava come fossero piccoli trofei della sua personale bacheca.

Dopo pochi metri arrivò nel punto desiderato. Aveva già preparato tutto durante il mattino, c’era già lo spazio necessario per accogliere la sua nuova ragazza. Adagiò lentamente il sacco a terra e lo aprì. Guardò per l’ultima volta la donna. Era bellissima, doveva ammetterlo. In quel momento pensò che forse era la ragazza più bella con cui aveva fatto l’amore. Per un istante brevissimo pensò addirittura di aver sbagliato ad ucciderla, in quel frammento di un secondo immaginò una vita diversa con lei. Ma durò troppo poco, quel ricordo venne inghiottito bruscamente dalla realtà della vita.

Antonio prese di peso la sua vittima e la scaraventò nella fossa che lui stesso le aveva scavato. La dispose in una strana posizione, con braccia e gambe incrociate in modo da occupare meno spazio. Purtroppo le vittime aumentavano e lo spazio era sempre lo stesso, doveva arrangiarsi e ridimensionare le fosse. Una volta compattato il corpo si allontanò per prendere la vanga e mettersi all’opera per coprire il tutto. Era poco lontana, all’interno del piccolo capanno. La prese ma quando ritornò notò qualcosa di strano. Il braccio destro della ragazza era in una posizione diversa da dove l’aveva lasciato. Lui l’aveva piegato sul petto mentre ora era disteso, aperto. Non gli interessava sapere il perché, non aveva le conoscenze adatte per capire come mai un corpo morto riuscisse a muoversi. Si calò all’interno della fossa e sistemò nuovamente il braccio nella posizione migliore. Risalì e con la vanga prese a coprire il cadavere. Cominciò dal basso, fino alla fine voleva osservare quel viso di rara bellezza. Coprì prima i piedi, poi le gambe e il ventre, poi si fermò. Sentì un rumore strano provenire dal cancello. Posò l’arnese e andò a controllare. Doveva assicurarsi che nessuno lo disturbasse, non poteva permettersi un contrattempo simile.

Arrivò fino all’ingresso, in silenzio. Si guardò intorno ma non vide nessuno. Provò a richiamare l’attenzione di qualcuno, urlò affinché chiunque fosse lì lo ascoltasse, ma niente. Si convinse di essere da solo quindi ritornò al suo lavoro. Prese nuovamente la vanga e cominciò a buttare terreno sul cadavere quando notò ancora una volta il braccio in una posizione diversa. Stavolta era disteso lungo i fianchi. Imprecò urlando, quelle situazioni paradossali stavano solo rallentando l’inevitabile. Scese nella fossa e piegò il braccio con tale forza da spezzare il gomito. Sentì il rumore sordo delle ossa che si piegavano in modo innaturale quando ad un tratto vide la testa della ragazza girarsi nella sua direzione. Antonio lanciò un urlo di paura e cadde a terra guardando terrorizzato la ragazza. Si aspettava che questa aprisse gli occhi o cominciasse a parlare, magari non era ancora morta. Si diede dello stupido, doveva controllare meglio il battito prima di metterla nel portabagagli.

Passarono alcuni secondi che sembravano interminabili, poi si rese conto che era fuori pericolo. Si era solo impressionato inutilmente, la ragazza era morta davvero anche se trovava davvero strano quello spasmo improvviso. Si alzò in piedi, la offese con aggettivi volgari e sputò sul suo volto. Risalì dalla fossa e prese ancora una volta la vanga. Questa volta non lasciò che nessuna distrazione lo distogliesse dal suo compito. Con una forza sempre maggiore in pochi minuti riempì il vuoto con tutto il terreno possibile. Aveva perso tempo prezioso e quindi doveva procedere velocemente. Una volta terminato il lavoro appiattì il terreno in eccesso per coprire bene le tracce dello scavo, la pioggia avrebbe fatto il resto.

Si sollevò e guardò in alto, tutte le stelle brillavano nel cielo ora sgombro di nuvole. Si asciugò la fronte sudata, aveva esaurito tutte le forze ed aveva soltanto bisogno di riposare. Lasciò cadere la vanga a terra e fece per andarsene, ma non ci riuscì.

Qualcosa lo aveva preso per una spalla e lo strattonò con forza facendolo girare. Antonio non poteva fare nulla per evitarlo, perse l’equilibrio e cadde a terra. Sollevò Lo sguardo e mise a fuoco. L’oscurità non lo aiutava, dopo pochi secondi vide una figura in piedi davanti a lui. Era nuda, o quasi. Era una donna. Aveva il corpo pieno di sangue e terreno, il volto lo fissava con uno sguardo tutt’altro che naturale.

-Ciao, ti ricordi di me?

Quella domanda prese Antonio in contropiede. In quel momento lui non sapeva proprio chi fosse quella donna. rimase a bocca aperta senza dire nulla.

-Ma come? Non ti ricordi? Siamo stati bene, in quei pochi minuti

Cercava di riorganizzare i pensieri ma niente, non riusciva ad associare quel volto ad una persona conosciuta.

-Mi deludi, pensavo mi amassi davvero. Vediamo se questo te lo ricordi

In quel momento alzò la testa mostrando il collo. Aveva una macchia scura, come i segni di uno strangolamento. Riabbassò la testa mostrando il lato sinistro. Una macchia ancora più scura circondava l‘occhio e lo zigomo.

-Ora ricordi? Volevo liberarmi da te, hai dovuto darmi due pugni in faccia prima di strangolarmi. E’ successo due mesi fa

Antonio iniziava a capire. Ricordava quel volto, ma non era possibile che lei fosse lì davanti a lui. Era una delle sue vittime, ricordava di averla adescata nei pressi della zona industriale. Dopo aver fatto sesso con lei cercò di ucciderla ma lei riuscì a scappare dall’auto. La rincorse, le assestò due pugni e poi la strangolò. Ricordava dove l’aveva seppellita, si girò di scatto per vedere proprio in quella direzione. Ebbe un mancamento quando vide che proprio in quel punto il terreno era stato tolto.

-Esatto, ora hai capito. Ero proprio lì, in quel punto. E non sono sola

Antonio si girò verso di lei e vide comparire alle sue spalle altre figure. Avanzavano verso di lui mostrando i loro corpi seminudi e le loro facce. Le guardava, riconosceva ognuno di quei volti. C’era la ragazza nera che aveva ammazzato il mese precedente, c’era la rossa della settimana prima, c’era addirittura la sua prima vittima, come dimenticarla. Tutte davanti a lui, tutte con lo sguardo pieno di rabbia. Si avvicinavano imminenti mentre lui cercava di camminare all’indietro a quattro zampe.

-E’ inutile che scappi, ci siamo tutte e siamo ritornate qui per prenderti

-Ora sei nostro, non puoi scappare

-Vieni qui, ti faremo provare quello che hai fatto a noi

Antonio continuava a scappare sul terreno bagnato senza distogliere lo sguardo dalle ragazze. Fece qualche metro, poi andò a sbattere contro qualcosa. Girò lo sguardo e vide la sua ultima vittima in piedi. Anche lei era uscita fuori dalla sua fossa per compiere la sua vendetta. Aveva il braccio destro che penzolava in modo innaturale. Gli si avvicinò con lo sguardo pieno di rabbia.

-Sei finito

Di colpo tutte le ragazze si gettarono su Antonio. Chi gli teneva ferme le gambe, chi gli teneva ferme le braccia. qualcuna cominciò a spogliarlo mentre le altre presero a graffiarlo sul volto e sul torace. Antonio urlava come non mai, ma nessuno poteva sentirlo. Quel luogo era lontano dalle abitazioni, lontano da orecchie indiscrete.

-Guarda, ti abbiamo preparato una bella fossa, vicino alle nostre. Neanche la morte ci separerà ora, sei contento?

Con una forza fuori dal normale le donne sollevarono il corpo di Antonio e lo gettarono in una larga fossa che avevano preparato per lui. Anche loro scesero ed iniziarono a percuoterlo. Calci, pugni, graffi, mani che si avvicinavano al collo e stringevano sempre di più. Le urla di Antonio erano sempre più forti. Dentro di lui una paura mai provata e la consapevolezza di essere parte di un incubo. Un incubo che lui stesso aveva fatto provare alle sue vittime. Le urla però cominciarono a diminuire, poi si fermarono. Il corpo di Antonio era senza vita, anche lui era stato vittima del suo orrore.

Le donne si alzarono e uscirono dalla fossa. Una in particolare, la sua ultima vittima, prima di andarsene si girò verso di lui e gli sputò in faccia.

-Mi chiamo Miriam, ricorda il mio nome quando arriverai all’inferno

Come governate da una forza invisibile le ragazze andarono ad adagiarsi silenziosamente ognuna nel posto che il killer aveva riservato loro. Si distesero, chiusero gli occhi e tornarono ad essere dei semplici cadaveri senza vita, senza nome. Chissà se un giorno quei cadaveri saranno ritrovati da qualcuno. Chissà se qualcuna di loro sarà riconosciuta, se qualche lacrima amica sarà versata per lei. Uno strano sorriso però si formò sui loro volti. Il sorriso di chi ha avuto, anche se troppo tardi, la propria vendetta.

27 Agosto 2008

Quando Ivano aprì gli occhi lo fece lentamente. Era ancora nelle braccia di Morfeo e qualcuno stava cercando di svegliarlo. Si sentiva dondolare piano a destra e sinistra. Chi poteva essere? La sua prima domanda non aveva senso se prima non rispondeva ad una domanda ancora più importante, dove si trovava? Ci mise qualche secondo per rimettere insieme tutte le idee e capire che non era a casa sua. Aprì gli occhi di colpo, sapeva di chi era quella mano che cercava di scuoterlo per destarlo. La chiamò per nome.

-Rossella, dove sono? Dove siamo?

La bambina accanto a lui parlava mentre singhiozzava per la paura.

-Ci hanno catturati

Quella mattina Ivano arrivò presto nel suo studio personale. Aprì la porta che recava l’insegna che lui stesso aveva affisso da qualche mese.

Agenzia di investigazione Sky

Lavorava in quel settore già da qualche anno ma erano solo pochi mesi che aveva aperto uno studio tutto suo. Le cose andarono bene dal primo giorno, con il tempo aveva capito che la sua professione e soprattutto il suo modo di lavorare era necessario in tempi come quelli.

Naturalmente la maggior parte dei casi da seguire erano di tradimento. La stragrande maggioranza dei clienti lo contattava per avere le prove del tradimento del partner o del collega di lavoro. Erano casi facili, di solito il traditore sottovaluta sempre qualcosa e lascia qualche indizio sulla strada. Inoltre l’uso delle nuove tecnologie era essenziale per svolgere nel minor tempo possibile le sue azioni, e Ivano era al passo coi tempi.

Stava andando tutto bene, con un po’ di tempo in più sarebbe arrivato più in alto, se lo sentiva. Quel mattino però accadde qualcosa di insolito. Erano da poco passate le 10 quando qualcuno bussò alla porta. Ivano si stranì del fatto che non avessero usato il campanello, si alzò dalla sedia ed andò a controllare. Quando aprì la porta non vide nessuno ma quando abbassò lo sguardo notò una bambina che lo guardava con espressione seria.

-Che ci fai tu qui? Dove sono i tuoi genitori? Ti sei persa?

La bambina continuava a guardarlo muta, con la solita espressione seria. Ivano si abbassò per vederla meglio. Non voleva spaventarla, anzi, voleva rassicurarla. Le accarezzò dolcemente i capelli e le parlò con voce dolce.

-Partiamo dall’inizio, come ti chiami?

-Mi chiamo Rossella

-Ciao Rossella, io sono Ivano. Ti sei persa?

La bimba fece no con la testa.

-Sei venuta qui da sola? I tuoi genitori sanno che sei qui?

Il viso della bambina mutò. L’espressione dura cambiò lentamente finché delle grandi lacrime uscirono dai suoi piccoli occhi. Cercava inutilmente di reprimere quella reazione, ma crollò in poco tempo. Scoppiò in un pianto inconsolabile, per istinto Ivano la abbracciò per calmarla.

-Va tutto bene, tranquilla. Troverò subito i tuoi genitori. E’ il mio lavoro, lo sai, trovare le persone

La piccola si asciugò le lacrime con un braccio, poi trovò la forza per parlare 

-I miei genitori… sono cattivi

-Sono sicuro che non è così. Ti vogliono tanto bene e farebbero qualsiasi cosa per te

-No, non è vero! Loro sono diventati dei mostri. Vogliono solo far del male a me e ad altre persone!

-Non dire così. Vuoi un po’ d’acqua? Un dolce?

La bambina fece sì con la testa. Ivano la fece entrare e le diede dei cioccolatini ed un bicchiere d’acqua. Si sedettero sul divano, Ivano cercò di intavolare un dialogo costruttivo.

-Allora, Rossella, quanti anni hai?

-Ho otto anni

-E sai dove abiti?

-Sì, qui vicino. Conosco la strada per arrivarci

-Perfetto! Che ne dici se ti accompagno a casa?

-No! Non voglio

-E perché non vuoi?

-Perché mamma e papà sono diventati dei mostri e vogliono farmi del male

-Perché dici questo? I tuoi genitori sono a casa adesso?

-Sì

-Allora facciamo così, andiamo insieme così sarò io a sconfiggere i mostri e riportare i tuoi genitori normali. Ok?

La bambina fece teneramente un cenno affermativo con la testa mentre finiva di bere l’acqua dal bicchiere. Finalmente Ivano era riuscito nel suo intento. Era un bravo comunicatore anche se non sapeva di esserlo anche con i più piccoli. La prese per mano e uscirono dallo studio per riversarsi in strada. Subito si rese conto che la bambina conosceva davvero bene la strada verso casa, svoltava gli angoli senza il timore di sbagliare direzione. Nel giro di pochi minuti erano fuori dall’abitazione. Era una villetta con un piccolo giardino davanti. Ivano suonò il citofono ma nessuno rispose. Ebbe un piccolo brivido, ma si tranquillizzò pensando che magari i genitori della piccola si erano allarmati per la sua assenza e la stavano cercando in giro. Mentre era assorto in quel pensiero si sentì pungolare alla gamba. Era Rossella che stava attirando la sua attenzione. Ivano si abbassò verso di lei per dirle che all’interno non c’era nessuno e che avrebbero dovuto aspettarli. Lei in silenzio protese un braccio verso di lui ed aprì la mano. Quello che compariva sul suo palmo era un piccolo mazzo di chiavi.

-Queste le ho prese prima di venire da te

Il detective prese il mazzo di chiavi e con quella più piccola provò ad aprire il cancelletto. Si aprì facilmente, i due si incamminarono verso il portone principale. Ivano lo aprì usando l’altra chiave, poi entrò lentamente. Si mise davanti alla bambina, un po’ per un senso di protezione, un po’ per la suggestione del racconto che aveva sentito dalle sue parole. Fece pochi passi lenti mentre si presentava a vuoto. La sua voce faceva eco nell’ingresso della casa?

-C’è qualcuno? Ho riportato qui vostra figlia Rossella. E’ tutto sotto controllo

Poi sentì una fitta tremenda alla base del collo prima che il buio trionfasse su tutto il resto.

-Ci hanno catturati

Quella frase così semplice svegliò definitivamente Ivano dallo stato di torpore. Si alzò di scatto in piedi e subito sentì un forte dolore al collo che lo obbligò a stendersi nuovamente a terra. Si massaggiò con forza nel punto indolenzito, poi riaprì gli occhi e cercò Rossella nel semibuio della stanza in cui si trovavano.

-Dove siamo, piccola? Tu stai bene?

La bambina rispose con voce tremante.

-Sono loro, ci hanno catturati e ci hanno messi in questa stanza. Però tu…

Quella pausa non faceva presagire nulla di buono. Ivano era sempre più teso mentre cercava di mettere a fuoco l’immagine della bambina.

-Io cosa?

-Ti hanno preso e portato non so dove. Quando ti hanno riportato qui non eri lo stesso. La tua faccia… è diversa

Ivano si portò subito le mani al volto. Sotto le dita sentiva qualcosa di strano, non era la sua pelle che stava toccando ma qualcosa di diverso. Come se fosse un ulteriore strato di pelle più dura. Iniziò a tremare, si girò in tutte le direzioni cercando uno specchio o una qualunque superficie riflettente per potersi vedere. Nulla. Si avvicinò alla bambina seguendo al sua voce, ma lei subito si ritrasse.

-Non ti avvicinare, ti prego. Mi metti paura

-Scusa, scusa. Non volevo spaventarti. Come possiamo uscire di qui, dobbiamo farlo subito

La bambina alzò il braccio per indicare una porta, anche se Ivano ancora non riusciva a distinguere bene quello che i suoi occhi vedevano. Fece qualche passo prima di rendersi conto che tutto intorno a lui iniziava a girare. Era come intorpidito, se quello che aveva detto la bambina era vero allora forse era l’effetto dell’anestesia che gli avevano somministrato prima di compiere esperimenti su di lui.

-C’è un interruttore lì in alto ma non ci arrivo

Ivano non aspettava altro, si fece indicare la posizione corretta dalla bambina ed premette il pulsante. Il buio sparì ed una forte luce bianca inondò la stanza. Purtroppo per lui però la vista era ancora annebbiata. Non riusciva a mettere a fuoco, tutto sembrava ricoperta da un lenzuolo trasparente. Provò a chiudere e riaprire gli occhi, li strofinò ma l’effetto era sempre lo stesso.

-Non ci vedo, non ci vedo bene

-Sono stati loro, lo sapevo! Ed ora lo faranno anche con me!

La bambina iniziò a piangere, Ivano si avvicinò nuovamente a lei seguendo l’udito. Voleva calmarla e farle capire che lui l’avrebbe salvata.

-No, non piangere. Attireresti solo la loro attenzione, chiunque o qualsiasi cosa loro siano. Ecco, così, tranquilla. Dobbiamo fare qualcosa e tu da brava bambina mi darai una mano

La bambina fece un cenno, Ivano vide solo la figura indistinta che muoveva la testa.

-Bravissima! Ora dimmi, dove ci troviamo?

-In una stanza, ci sono dei mobili e degli scatoloni

-Ok, va bene. Prova ad aprire uno degli scatoloni e dimmi cosa c’è dentro

La bambina si fece coraggio e fece come le era stato ordinato.

-Qui sembrano siringhe, in quest’altra ci sono invece dei tubi

Ivano si avvicinò alle scatole per tastarne il contenuto. Prese delle siringhe e con difficoltà riuscì a posizionare gli aghi all’estremità.

-Vedi se c’è qualcosa di appuntito che possiamo usare come arma per… spaventarli e farci uscire

-Su quella parete, c’è una scatola rossa con un martello vicino

L’uomo capì subito, si trattava di una cassetta antincendio con il martelletto per rompere il vetro. Si avvicinò all’ombra di colore rosso e prese il martello, poi ruppe senza far rumore il vetro e prese dei pezzi. Ora che era abbastanza armato si diresse verso la porta. Si aspettava che fosse chiusa a chiave quindi pensò ad un modo per forzarla. Con enorme sorpresa quando abbassò la maniglia vide che la porta si apriva verso l’interno.

-Siamo fortunati! Hanno lasciato la porta aperta. Ora viene la parte difficile, dobbiamo uscire. Tu rimani qui vicino all’uscio della porta, quando ti chiamo tu segui la mia voce e rimani sempre dietro di me. Non riesco a vedere bene quindi avrò ancora bisogno del tuo aiuto

La bimba con coraggio rispose affermativamente. A quel punto Ivano senza l’uso della vista uscì lentamente dalla stanza. Fuori era tutto illuminato, c’era un piccolo corridoio dove riusciva a vedere delle porte. Probabilmente erano le stanze dove quei mostri compievano i loro esperimenti. Si tastò di nuovo il volto e si diede coraggio. Fece qualche passo quando vide sbucare da un angolo del corridoio una figura. Non riusciva a distinguere i dettagli ma la forma sembrava quella di un essere umano. L’altezza era come la sua, aveva qualcosa in mano ma non riusciva a capire cosa. Non sapeva se era nuda o vestita, ma era completamente verde.

-Cosa ci fai qui?

Parlava la sua lingua, forse quegli esseri prendevano possesso del corpo degli esseri umani ed utilizzavano le loro facoltà per dialogare. Non era quello però il momento per pensarci, era stato scoperto e doveva agire in fretta. L’altro si stava avvicinando con passo risoluto, Ivano doveva prenderlo alla sprovvista. Appena fu abbastanza vicino sollevò la mano che conteneva il martelletto e con forza lo abbassò sulla fronte del suo nemico. Questo subì il colpo, Ivano ne approfittò per recuperare le due siringhe nell’altra mano. Si fece coraggio e lo colpì nella parte superiore, dove pensava che dovessero esserci gli occhi. Il colpo fu preciso, i due aghi sottili penetrarono del bulbo oculare del mostro provocando un urlo disumano. Era la prima volta che Ivano si accaniva contro qualcuno, se non fosse stato sicuro che quello di fronte a lui fosse un nemico pericoloso non avrebbe mai pensato di usare una siringa ed un martello per accecare o addirittura uccidere. Ma quella situazione era diversa.

L’urlo di quell’essere sembrava non finire mai, cominciavano a sentirsi altre voci dalle stanze e dal fondo del corridoio. Ivano doveva fare qualcosa prima che altri nemici arrivassero da lui. Prese uno dei pezzi di vetro e con non poca reticenza lo avvicinò al collo del suo avversario. Chiuse gli occhi e con un gesto deciso fece un taglio profondo. L’urlo smise di colpo e il corpo di quel mostro si accasciò a terra. Aveva risolto un problema ma doveva subito risolverne un altro. Da una delle stanze del corridoio sentiva due voci. Doveva agire di iniziativa. Si decise, entrò a controllare.

Vide due forme. La prima in piedi, completamente verde, probabilmente rivolta verso di lui, la seconda invece era seduta su una grossa sedia, forse legata. Quest’ultima era probabilmente una vittima come lo era stato lui precedentemente, e il suo aguzzino stava ancora operando su di lei. Non diede nemmeno il tempo al mostro di reagire che si fiondò su di lui scaraventandolo a terra. Nello scontro l’altro batté la testa a terra, dal rumore del colpo doveva essere stato forte. Ivano si alzò mentre il suo nemico era ancora steso, si muoveva lentamente. Intanto il paziente sulla sedia cercava di urlare spaventato, ma dalla bocca usciva un suono strano, come se potesse dire soltanto alcune vocali.

Ivano si inginocchiò per controllare meglio ma i suoi occhi non riuscivano ancora a mettere a fuoco, si concentrò e prese la testa del mostro tra le mani. Con una rabbia che solo lo spirito di conservazione può provocare, la batté ripetutamente sul pavimento finché non vide una macchia rossa formarsi a terra. Lasciò il corpo dov’era e si avvicinò alla vittima che ancora urlava.

-Rossella, vieni subito! Ora usciamo di qui

La bambina arrivò subito nella stanza, guardando quello spettacolo si coprì gli occhi.

-Chi è quell’uomo sulla sedia?

-Forse è un altro paziente come me. Dobbiamo salvare anche lui

-No! E’ inutile, lo hanno già trasformato! Non voglio vederlo, mi fa paura!

Ivano rimase interdetto. Se quello che diceva la bambina era vero allora quell’uomo sarebbe stato un problema. Doveva fidarsi di lei, era la sola speranza per uscire vivi da quella situazione. Con le mani tastò su un tavolino accanto alla sedia finché non sentì il freddo del ferro. Prese l’oggetto in mano e si rese subito conto di cosa fosse. Un bisturi, proprio l’arma che gli serviva. Si avvicinò di nuovo all’uomo sulla sedia che ancora si disperava. Ebbe pietà per lui mentre agiva.

-Mi dispiace, è per il tuo bene. Ti trasformerai come loro e questo non posso ammetterlo. Rossella, voltati verso la porta

Aspettò qualche secondo, poi affondò il bisturi nella sua gola finché non sentì più quel mugolio. Si fece il segno della croce velocemente, poi ritornò dalla bambina.

-Dobbiamo scappare ora. Usciamo da questa stanza

Ritornarono nel corridoio, Ivano faceva da scudo con il suo corpo per coprire la piccola. Purtroppo sbandava ancora a causa di chissà quale intruglio gli era stato dato per sedarlo. Sentiva altre due voci davanti a loro. Il corridoio svoltava a destra, da un’altra stanza vide uscire un’altra figura, stavolta completamente viola.

-Chi sei? Che ci fa lei qui?

Ivano scattò subito in avanti brandendo il bisturi nella mano destra. L’altro non si fece trovare impreparato, assorbì il colpo senza cadere a terra. Si girò scaraventandolo su una scrivania piena di fogli. Ivano chiuse gli occhi per il dolore, quando li riaprì vide la figura avvicinarsi correndo. Fece giusto in tempo ad abbassarsi per evitare un pugno, poi con la mano sinistra infilò una siringa nel piede del mostro. L’ago penetrò nella carne provocando un dolore atroce, ne approfittò per rialzarsi e mettersi alle spalle del suo nemico iniziando ad infierire con il bisturi nella sua schiena. La lama entrò ed uscì molte volte, delle macchie rosse si materializzavano per ogni colpo. Dopo qualche secondo l’altro si accasciò a terra ma Ivano continuò a infierire.

Fu solo quando sentì un urlo che si rese conto che l’altro era morto e che stava solo sprecando tempo. Alzò lo sguardo in cerca della sua prossima vittima ma non riusciva a vedere nulla. Solo dei colori opachi, aveva bisogno di un aiuto se voleva salvarsi e salvare la povera bambina.

-Rossella mi senti? Vieni qui, dammi una mano. Chi è che sta urlando?

La bambina si avvicinò velocemente a lui e gli strinse un braccio. Poi indicò in una posizione. Fu allora che Ivano la vide, un’enorme macchia verde chiaro che tremava davanti ad un muro. Eccolo, davanti a lui l’ultimo mostro da sconfiggere prima di scappare. Era spaventato, probabilmente aveva capito che non aveva scampo. Decise di approfittare di quella situazione per capirci meglio. Si avvicinò lentamente.

-Hai paura, lo sento. Chi siete? Dimmelo

-Lasciami stare!

Era una voce femminile. Continuò ad avvicinarsi mentre la stanza intorno girava lentamente.

-Ti ho fatto una domanda, chi siete? Perché ci avete catturati e analizzati?

-Che stai dicendo?

-Vi abbiamo sconfitti, non puoi fare nulla. Per fortuna quella bambina è molto intelligente e mi ha avvertito. Non avete scampo

-Perché?… Perché Ross…

-Attento! Ha una pistola!

L’urlo di Rossella fu provvidenziale. Ivano non attese la fine della frase che già era contro il mostro. Affondò la lama del bisturi nel collo. Sentì un gorgogliò, poi le sue mani si riempirono di un liquido caldo. Provò a scuotere il corpo della sua vittima, ma era già senza vita.

-Ce l’abbiamo fatta, piccola! Grazie dell’avvertimento. Ora andiamo verso l’uscita, guidami tu

La bambina si avvicinò ad Ivano e gli diede una mano. La seguì fino ad una grande porta blindata. Appena la aprì sentì le sirene di una volante della polizia che si avvicinava.

-Siamo salvi! Hai visto? Sono arrivati i buoni a salvarci. Sei stata bravissima, Brava Rossella

Si diresse all’esterno con una mano alzata, l’altra era poggiata sulla spalla della bambina. Dalla vista annebbiata vedeva le luci dell’auto della polizia che era appena arrivata davanti a loro. Degli agenti scesero dall’auto velocemente.

-Siamo qui! Abbiamo bisogno di aiuto, venite

-Metta tutte e due le mani in alto e si inginocchi!

Ivano pensò che quella frase era fuori luogo. Erano loro le vittime, perché quei poliziotti erano così scortesi. Si rese subito conto che probabilmente non dava l’impressione di uno dei buoni. Era ricoperto di sangue, e lui sapeva che non era suo. Inoltre camminava ancora barcollando, fece un altro passo poi cadde inginocchiato a terra. Nel cadere la testa si chinò velocemente in avanti, quando la rialzò notò qualcosa di strano. La vista era cambiata, riusciva a vedere qualcosa. Era come se fosse ritornata solo per metà. Chiuse di nuovo gli occhi e li riaprì subito. Dall’occhio destro vedeva bene, dal sinistro no. Cominciò a capire, nell’occhio sinistro doveva avere una lente a contatto graduata. Si rialzò per dire qualcosa ma gli agenti gli intimarono nuovamente di fermarsi mentre avevano puntate le loro pistole.

-Lascia stare subito la bambina. Alza entrambe le mani e non fare nessun passo

-Ma… io non…

Si rese conto in quel momento che aveva ancora in mano il bisturi ed una siringa. Probabilmente la forte tensione gli avevano fatto dimenticare che era ancora armato e la mano che teneva sulla spalla di Rossella stringeva una siringa insanguinata.

Fu un attimo, Ivano stava per alzare la mano mentre con lo sguardo cercò quello di Rossella per indurla a dire qualcosa che spiegasse la situazione. In quello stesso istante la piccola prese quanta più aria nei polmoni e cominciò ad urlare.

-Vuole uccidermi! Aiuto!

Come se avesse comandato le loro menti, gli agenti spararono all’unisono ad Ivano. Quattro colpi al torace, cadde all’indietro. Era ancora vivo ma lo sarebbe stato solo per qualche secondo. Guardava il cielo limpido, poi girò la testa e vide Rossella. Dall’occhio destro riuscì a vedere la sua espressione, un ghigno diabolico si formò sul suo viso per un secondo, poi si portò le mani al volto e cominciò a piangere. Fu in quel momento che si rese conto.

Fino a quel momento era stato solo un burattino nelle sue mani. Era lei che lo aveva adescato fino a lì. Era lei che lo aveva tramortito e portato in quella camera. Era lei che gli aveva fatto credere di aver preso parte agli esperimenti macabri dei fantomatici mostri. Le lenti a contatto, la maschera sul suo volto, l’anestesia. Era tutto un piano macchinato dalla mente malata di una bambina di soli otto anni. Lui era stato manipolato e ora stava morendo per i capricci di una bimba che probabilmente aveva solo litigato con i suoi genitori e voleva la sua vendetta.

Chiuse gli occhi ed esalò l’ultimo respiro.

I due agenti si divisero. Uno entrò nell’abitazione armato, l’altro andò da Rossella per abbracciarla e tranquillizzarla. Lei tremava ancora, il poliziotto le offrì una caramella alla fragola. Poi arrivò il suo collega con un’espressione tutt’altro che allegra. Da un’altra pattuglia arrivarono altri agenti così i due poterono allontanarsi e parlare lontano dalle orecchie innocenti di Rossella.

-Nulla, tutti morti

-Tutti? Quanti?

-Cinque. Probabilmente due sono i genitori della bambina, gli altri saranno gli altri dottori che lavorano qui e un paziente. E’ uno studio dentistico da cui è possibile accedere alla casa

-Com’è successo?

-E’ ancora presto per dirlo. Abbiamo avuto una telefonata veloce dallo studio. Una donna diceva di sentire delle urla ma aveva troppa paura per andare a controllare. Dio solo sa cos’è passato per la mente di quel folle. Forse voleva rapire la bambina o forse voleva solo rapinare la villa e qualcosa è andato storto

-Bisognerà vagliare tutte le ipotesi. Ora il problema è un altro, la bambina

-Già. Oggi ha vissuto un incubo, speriamo dimentichi in fretta quello che è accaduto

-Lo spero anch’io