31 Dicembre 2018

Era quasi passato un anno dall’ultima volta che ci aveva provato, e cominciava ad essere stanca. Ogni anno compiva il suo personale sacrificio sull’altare dell’amore non corrisposto. L’ultima volta non era andata come sperava, o forse era il segnale che le cose dovevano cambiare. Forse nel profondo del suo cuore oscuro maturava l’idea che tutto quello era sbagliato, che era passato troppo tempo, che il suo odio non giustificava le sue azioni. Forse era arrivato il momento di girare pagina.

Uscì dall’acqua e si portò sulla sabbia. Conosceva a memoria l’incantesimo che la tramutava in essere vivente. Sotto la luce tiepida del sole pomeridiano la sua pinna sparì lasciando posto ad un paio di lunghe gambe. Si alzò in piedi. Era nuda e bella come non mai. Si diresse dietro ad una grande roccia e con la sua forza sovrumana lo sposto di qualche metro. Sotto c’erano dei vestiti che aveva messo da parte per quelle occasioni, quando non era più nel suo habitat naturale e desiderava camminare sulla terraferma.

Negli anni aveva dovuto provvedere anche a quello per il suo scopo. Ad ogni decennio che passava cambiavano le mode e lei era costretta ad aggiornare il proprio guardaroba personale in modo da mimetizzarsi tra la gente comune. Non le mancava certo lo spirito di adattamento e le idee su come fare in modo che questo potesse accadere. La sua magia sensuale poteva piegare al suo volere anche il più freddo degli uomini. Le era facile ammansire qualcuno e fare in modo che le comprasse vestiti e gioielli costosi. Con il tempo era diventato quasi una sua vanità, un vezzo che si concedeva nei giorni in cui era una terrestre.

Quella sera però non indossava gli abiti con lo stesso spirito delle altre volte. Di solito indossava quella sua seconda pelle pensando alla prossima preda, pensando al sapore del suo sangue. Faceva parte del rituale della caccia. Ma non quella volta. Indossò un paio di jeans anonimi ed una maglietta di colore nero. Gli stessi abiti di un anno prima, da allora non era più uscita dall’acqua. Con le mani mosse i capelli ondulati, poi guardò davanti a sé e cominciò a camminare mentre i versi dei gabbiani la accompagnavano in quell’ultima avventura.

Conosceva bene la strada. Mancava da quel luogo da troppo tempo eppure le sembrava che fossero passati solo pochi giorni. Percorreva quella terra persa nei ricordi della sua giovinezza. Quando forse tutto era più semplice per lei. Ogni tanto si guardava intorno scongiurando la presenza di altre persone. Sapeva bene che quel giorno non ci sarebbe stato nessuno nei dintorni. Era un giorno speciale anche per gli abitanti della città, magari erano tutti riuniti nelle loro case a prepararsi per la festa di fine anno.

Percorse una strada irta e piena di erbacce. La natura aveva fatto il suo corso e nascondeva un luogo bellissimo quanto magico. Dopo qualche minuto si ritrovò a camminare su strade che avevano subito l’ingiuria del tempo. Le ricordava diverse, prospere di vita e luce. Erano le strade che passavano davanti a templi di rara bellezza e negozi di prelibatezze sconosciute. Ora invece calpestava le pietre e la terra vedendo davanti a sé soltanto le rovine di quella che un tempo era stata la culla della civiltà. Ma anche se i secoli avevano cambiato il volto di quel luogo, riusciva ancora a sentire la forza della magia che ancora emanava.

Quella camminata le mise tristezza. Guardava quelle pietre che avevano resistito al giudizio del tempo e non poteva non pensare a sé stessa. A come era passato così tanto tempo da dimenticare quasi del tutto il suo passato, a parte quell’episodio così cruento. E se fosse anche lei come quelle rocce? Se sotto la sua bellezza fatale non fosse altro che una pietra erosa dal tempo? Quanto ne sarebbe passato ancora prima di rompersi definitivamente e crollare?

Quei pensieri tristi e senza speranza la condussero fino alla sua destinazione. Alzò gli occhi e si trovò davanti il grande ingresso dell’antro della Sibilla. Un tempo quel luogo permeava di magia e suggestione. Gli uomini si raccoglievano al suo interno nella speranza di ascoltare il proprio destino, il proprio futuro. Lì dentro si manifestava il volere degli dei attraverso l’opera di una giovane vergine. Tutti la rispettavano perché solo lei poteva dare una mano a guardare lontano. Di quelle sensazioni che ricordava ormai rimaneva soltanto un silenzio. Un silenzio lugubre, che echeggiava venerazione e paura.

Varcò l’ingresso e percorse lentamente il lungo corridoio buio. Di giorno il sole passa attraverso le feritoie creando un effetto ottico di rara suggestione. Il sole però era ormai basso e prossimo al tramonto, quel viale le sembrò buio come le profondità più oscure dell’animo umano. Nel silenzio sentiva i propri passi rimbombare nell’eco. Piccole gocce di rugiada cadevano nelle camere che amplificavano il suono. Si stava avvicinando al termine della sua missione.

Entrò nella stanza preceduta dal vestibolo, quella in cui dimorava la vergine.

La Sibilla Cumana.

La ricordava ancora, con i capelli rosso fuoco e gli occhi del colore del mare. Gli uomini rimanevano impietriti quando la guardavano. La sua infinita bellezza era inferiore solo all’austerità che emanava. Intorno a lei riuscivano a percepire un’aura di magnificenza.

Quel luogo così splendente ora però le appariva vuoto e freddo. L’oscurità e il silenzio erano diventati i nuovi sovrani di quel posto. Provò a sussurrare il suo nome.

-Sibilla Cumana…

Nessuna risposta. Provò ancora più forte.

-Maestosa Sibilla Cumana…

L’eco della sua voce le ritornava indietro, ma non era quella la voce che desiderava ascoltare. Chiuse gli occhi e respirò profondamente. Percepiva sulla sua pelle l’umidità di quel posto, le particelle di acqua nell’aria. Ma non era la sola cosa che riusciva a percepire. Dalla bocca emise un alito che divenne subito una nuvola bianca. Le sue labbra accennarono ad un sorriso.

-So che sei qui. Riesco a sentirti

Una folata di vento freddo le alzò per un attimo i capelli. Un brivido le salì lungo la schiena.

-Non ti mostri a me? Valgo così poco per te da non meritare neanche di vederti?

Un altro soffio di vento, alcune foglie a terra girarono su sé stesse creando un piccolo mulinello.

-E’ passato tanto tempo eppure siamo ancora su questa terra. Facciamo parte dello stesso mondo, dovremmo aiutarci a vicenda

Fu allora che sentì una voce. Aveva dimenticato quanto fosse spaventosa e bellissima da ascoltare.

-Aiutarci dici? Siamo amiche noi due, dunque?

-Finalmente la tua voce. Come mi è mancata tutto questo tempo…

-Un tempo lontano secoli, Partenope. Non credevo di trovarti ancora qui. Girano strane voci sul tuo conto

-Che tipo di voci?

-C’è chi dice che eri sparita, chi giura di averti visto sacrificare la tua vita in mare, chi invece tramutarti in scoglio. Ma come dicevo sono solo voci, e io so bene che le voci pesano tanto quanto chi le pronuncia

Suicidata su uno scoglio. Sapeva bene quella parte della storia, il destino che una delle sue amiche sirene dovette affrontare.

-Come vedi sono tutte dicerie. Io sono qui e desidero parlarti

-Parlarmi? Sono passati secoli da quando qualcuno ha avuto la possibilità di proferire con me. Ormai i miei poteri non sono più gli stessi di un tempo. Non faccio nemmeno parte più di questo mondo, di me è rimasta solo la mia voce

-Ti sottovaluti, Sibilla. Il tuo potere non conosce limiti, come la tua immortalità donata da Apollo. E poi io non ti chiedo un vaticinio difficile, solo la risposta ad un mio quesito

-Parla dunque. Cosa hai da domandare?

Partenope riempì i polmoni di aria gelida, poi trovò il coraggio di parlare.

-Si tratta di lui, è il mio chiodo fisso da sempre. Da quando l’ho visto la prima volta su quella nave non ho pensieri che per lui. Lo rivedo negli occhi delle persone per strada, nelle parole sussurrate dagli amanti, nel calore dell’estate e nel gelo dell’inverno. Di lui sono state riempite pagine e pagine di libri, tutto il mondo esalta la sua figura. Ed io sono stata solo una comparsa nella sua vita

-Colui di cui parli era solo un mortale, la sua vita terrena si è conclusa tempo fa

-Lo so. Non è lui che mi tormenta ma il pensiero di lui. L’odio che provo nei suoi confronti mi sta consumando, e con me sta consumando anche l’esistenza di persone innocenti. Ho desiderato milioni di volte di smettere ma non sono abbastanza forte. Ho addirittura pensato di morire, di suicidarmi. Magari sugli scogli, come nel mito che mi circonda. Ma quello stesso odio che mi rovina, mi alimenta, e le mie intenzioni rimangono tali

Non si accorse che mentre parlava stava cominciando a piangere. Delle piccole gocce scivolarono dai suoi occhi rigandole il viso fino a cadere a terra. Il flebile rumore di quelle gocce salate fu amplificato dall’eco.

Fu in quel momento che la terra ebbe un sussulto. Partenope sgranò gli occhi mentre intorno a lei sembrava manifestarsi un terremoto. Si sedette su una delle pietre nella sala mentre vide li prodigio che si stava compiendo.

Le pareti di tufo cominciarono a trasudare acqua. Dalla roccia fuoriuscì un getto che si raccolse al centro della stanza. L’acqua raccolta cominciò a girare in senso antiorario creando un lento vortice. Il liquido aumentava e la stanza continuava a riempirsi senza però mai traboccare. Fu in quel momento che Partenope la vide. L’acqua cominciò ad alzarsi assumendo una strana forma mentre continuava a girare, finché non assunse le indistinguibili sembianze della Sibilla Cumana.

Era proprio come la ricordava, bellissima da mozzare il fiato. Una scultura d’acqua che in quel momento la guardava con sguardo serio ma non arrabbiato.

-Quelle lacrime non hanno senso, sono un paradosso. Non puoi piangere per una persona che non esiste più. Sei rimasta intrappolata all’interno del tuo stesso sogno, del tuo stesso desiderio

-Cosa posso fare? Solo tu puoi aiutarmi

-Una soluzione drastica c’è, ma dovrai accettare le conseguenze anche se peseranno come un macigno sulla tua testa

Partenope la guardò con gli occhi pieni di lacrime. La Sibilla le ricambiava lo sguardo seriamente.

-Farò di tutto pur di finire questo tormento

La maga le tese un braccio. Appena la sirena le sfiorò la mano con la sua, subito un vento gelido entrò nella sala. Un vortice di una forza straordinaria si creò intorno a loro. Gocce di acqua mulinavano intorno. Partenope non vide più nulla per alcuni secondi, poi lentamente il muro d’acqua intorno a lei svanì nel nulla. Si guardò intorno, era di nuovo all’esterno. Non era molto lontana dall’antro della Sibilla, riconosceva bene quel posto.

Ora c’erano solo delle basse pietre di tufo chiaro, intorno l’erba cresceva rigogliosa e ignara di come quel luogo millenni prima era un posto sacro. Ricordava ancora le colonne del porticato, il grande pronao, le navate lastricate in pietra, e la grande statua eretta in onore del dio venerato. Agli occhi dei profani era difficile credere che quel luogo in passato era il tempio di Apollo. La maestosità antica era solo un vago ricordo nella sua memoria.

Perché si trovava lì? Perché la vergine l’aveva trasportata in quel posto? Le sue domande dovettero aspettare poco, una voce si udì nel silenzio.

-Sai dove ti trovi, non è vero?

-Sì. E’ il tempio di Apollo. O forse lo era

-I luoghi sono quel che sono anche se cambiano aspetto. Qui il tuo desiderio sarà avverato

Spiegati. Cosa mi aspetta?

-Ho parlato con l’Oracolo, il suo responso si è palesato a me per venirti incontro. Come ti accennavo si tratta di una decisione difficile da prendere. Come sai, il dio Apollo mi ha donato l’immortalità in passato. Lui può tutto, anche toglierla

Partenope ebbe un sussulto al cuore mentre ascoltava quelle parole.

-Se tu vuoi, posso intercedere con lui, ho ancora il potere per farlo, ma da questa scelta non si torna indietro. Non sarai più immortale, non avrai più accesso ai benefici di noi antichi, sarai come gli esseri umani che calpestano questa terra. L’odio che alimenta il tuo potere svanirà nel nulla

-Morirò dunque? La soluzione è privarmi della vita? Non esiste un’alternativa?

-Non esistono alternative, il responso è stato dato. Non morirai subito ma sarai una mortale. Avrai una vita come gli altri umani. Tanti dei nel tempo hanno desiderato questo, assaporare la vita appieno prima che finisca

-E lui? Il pensiero che ho di lui? La mia mania, la mia follia?

-Questa è la parte più sofferta, ma la scelta rimane a te. Con la mortalità perderai i tuoi ricordi. Tutti i tuoi ricordi

La sirena si inginocchiò con gli occhi sgranati. La scelta che le si parava davanti era la più difficile che potesse immaginare.

-Non ricorderai più lui, ma neanche di essere stata una sirena, di essere vissuta in un’epoca di gloriosa grandezza, di aver camminato con i giganti, di aver nuotato con gli dei. Millenni di storia andranno dimenticati nel fiume dell’oblio. Sei pronta a pagare a caro prezzo la soluzione al tuo problema d’amore?

Rimase in ginocchio per attimi che si allungavano a dismisura. Valeva la pena prendere tempo per una scelta così difficile. Avrebbe barattato un cuore libero con una mente vuota. Una vita anonima al posto di una intrisa di mito. Una scelta difficile ma anche semplicissima, non c’erano alternative. Sarebbe stata finalmente libera da quel peso, da quella zavorra che la teneva incatenata al passato. Ad un passato che voleva a tutti i costi dimenticare. forse era proprio quella la soluzione. L’uomo che aveva causato tutto quello aveva fatto proprio la scelta opposta, si era scontrato con il suo destino per diventare un nome che durasse per sempre. Lei invece doveva fare proprio il contrario, vivere nell’ombra di un nome che non avrebbe avuto la stessa eco.

Si alzò in piedi. Lo sguardo era serio ma risoluto. Aveva compiuto la sua scelta.

-E va bene. La mia scelta è questa, preferisco l’oblio piuttosto che continuare questa vita per sempre

Una voce tuonò nell’aria mentre un lampo fece brillare il cielo scuro.

-E sia! Il tuo volere sarà accontentato!

Partenope rimase in piedi, con il capo chino. Sentì qualcosa cadere sulla sua testa. Una goccia, poi un’altra, poi ancora. In pochi secondi una pioggia si manifestò su quel luogo. Alzò la testa guardando il cielo. Aprì la bocca e lasciò che alcune gocce gli entrarono in gola. Sentì un sapore strano, amaro. Sorrise tristemente, era così che doveva essere il sapore delle acque del fiume Lete. Cadde di colpo a terra, chiuse gli occhi e per l’ultima volta pensò al volto dell’uomo che aveva cambiato per sempre la sua vita. L’uomo per portava il suo destino nel nome, colui che è odiato. Un ricordo che si perse nel nulla.

Fuori al bar alla Riviera di Chiaia si erano ammassate un po’ di persone. La maggior parte erano giovani che salutavano la fine dell’anno e brindavano all’inizio del nuovo. Alzavano i loro bicchieri colmi di spumante divertendosi rumorosamente. Il traffico del primo pomeriggio era paralizzato, d’altronde in quell’ultimo giorno dell’anno tutta la città era in preda alla confusione. Gente che tornava a casa per riunirsi con la famiglia, chi era in cerca degli ultimi dettagli del cenone, chi ingannava il tempo libero salutando amici con cui scambiarsi gli auguri. Una festa per tutti. O quasi per tutti.

C’era un tavolino più lontano, isolato dagli altri. Una ragazza leggeva un libro mentre un caffè fumante la aspettava. Sembrava così assorta nella lettura da non sentire il chiasso che la circondava. Non sentì nemmeno i passi felpati alle sue spalle. Un ragazzo si avvicinò si soppiatto senza essere avvertito, allungò le mani verso la sua testa e con delicatezza prese le asticelle degli occhiali che indossava. Glieli tolse delicatamente, lei finalmente si voltò con sguardo serio. Poi lo riconobbe, ed un sorriso radioso illuminò il suo volto.

-Luciano! Solo tu potevi farmi questo scherzo idiota…

-E’ stato più forte di me. Eri così presa dalla lettura che era impossibile non approfittare. Pensa che ti ho vista da lontano, mi sbracciavo per farmi notare da te ma tu nulla

La ragazza sorrise divertita mentre si riaggiustava gli occhiali e con una mano pettinava i capelli neri davanti alla fronte. Era bellissima e anche il ragazzo stava pensando proprio la stessa cosa.

-Vieni qui e dammi un bacio, stupido

Lo prese per il bavero della giacca e lo avvicinò a sé dandogli un forte bacio sulle labbra. Non gli lasciò nemmeno il tempo di scegliere, ma comunque lui non avrebbe opposto resistenza.

-Sei in ritardo, comunque. Ti aspettavo già da dieci minuti. Nell’attesa ho preso un caffè

-Ho notato. Com’è?

-Non l’ho ancora assaggiato, era bollente. Facciamo un po’ per uno?

-Ci sto!

Un sorso a testa e lo finirono, poi si guardarono negli occhi scambiandosi sguardi di passione.

-Allora, che si fa stasera?

-Giusto, stasera. Ho sentito gli altri, ceniamo a casa di Lodovica. Ha invitato degli amici dell’Erasmus, prepareranno dei piatti tipici dei loro paesi

-Quindi niente cenone classico?

-No, impossibile. Mi ha assicurato che ci sarà anche qualche piatto della cucina tipica napoletana

-Meno male! Sono troppo innamorata della mia città per privarmene anche solo per un anno

-Già, ti conosco bene. Altrimenti non porteresti quel tuo bellissimo nome

-Scemo! Per quello bisogna ringraziare i miei genitori. In una città in cui ai figli vengono messi i nomi dei nonni non è poco trovare qualcuno che scelga un nome così particolare

-Particolare e stupendo come te, mia cara Partenope. La mia sirenetta

-Smettila, dai. Che ne dici, lasciamo questo posto e ci immergiamo nel cuore pulsante della città più bella del mondo?

-Con te sono pronto a percorrere ogni strada. Andiamo!

Il ragazzo si alzò di scatto e la prese per mano. Fecero qualche metro, poi lei si fermò di colpo.

-Il libro, l’ho lasciato sul tavolino! Mannaggia a te, per colpa tua lo stavo dimenticando!

Fece una corsa e ritornò al bar. Il libro era ancora sul tavolino, chiuso e con un segnalibro visibile. Lo prese tra le mani e osservò la copertina. Sopra c’era il disegno di una grossa nave, un’antica imbarcazione a remi. Quel disegno le suscitava stranamente curiosità e tristezza. L’eco di un ricordo lontano, o forse era solo la sua immaginazione. Sfogliò rapidamente qualche pagina, poi ripose la sua copia dell’Odissea nella borsa mentre il suo sguardo era ancora perso nel vuoto.

-Tutto bene, amore? Sei sovrappensiero?

La ragazza si destò dal sonno dei suoi pensieri. Guardò il suo ragazzo e gli sorrise dolcemente.

-Tutto bene, fantasticavo. Come sempre

-Ok, bene. Andiamo dai. A proposito, ti ho detto che stasera quella pazza di Lodovica ha organizzato una gara di karaoke?

-Benissimo! Non vedo l’ora di cantare un po’ in compagnia

3 Dicembre 1989

Aveva appena cominciato a piovere e per fortuna la temperatura si era alzata di qualche grado, le persone tornarono alle loro faccende. Di solito succedeva sempre così nei dintorni della stazione, quando pioveva la città si fermava, si congestionava ma al primo raggio di sole sembrava che non fosse successo niente. Appena l’ultima goccia di pioggia bagnava l’asfalto tutti tornavano alle loro faccende. Come un film messo in fermo immagine per qualche minuto e poi rimesso in play.

Daniele era appena tornato da un viaggio di lavoro a Milano, era uscito dalla stazione per prendere un taxi che lo portasse fino a casa ma all’improvviso era arrivata la pioggia. Non una pioggia come le altre, non era stata annunciata da piccoli schizzi. Non stava schizzicheando, come si dice a Napoli. Venne giù tutta senza preavviso. Gocce grosse e pesanti caddero sulla città cogliendo i passanti impreparati. Daniele era appena uscito dall’ingresso della stazione centrale e aveva adocchiato un’auto gialla. Era sul ciglio della strada, sul marciapiede, e alzò il braccio per richiamare l’attenzione del tassista. D’un tratto gli cadde sul capo una cascata d’acqua fredda. Il tassista rientrò subito nel veicolo per ripararsi dalla pioggia, anche Daniele doveva assolutamente fare lo stesso. Si guardò intorno ma vide che tutti i pedoni che si trovavano in zona cominciavano a raccogliersi sotto qualsiasi riparo. Pensiline di autobus, cornicioni di palazzi, tende fuori ai negozi. Doveva fare in fretta prima di bagnarsi completamente e rischiare di prendere un raffreddore.

Vide un bar aperto sul lato opposto della strada. Fece una rapida corsa evitando le auto ferme nel traffico e si rifugiò all’interno. Si scrollò le gocce di pioggia dal cappotto marrone e guardò all’interno. Era un locale nuovo, sembrava che avesse aperto da non molto tempo. Dietro al bancone c’era un uomo di mezza età che stava preparando due caffè con un’enorme macchina, dietro alla cassa un ragazzo giovane e sorridente che stava guardando proprio nella sua direzione. Dopo qualche secondo Daniele si rese conto che stava guardando proprio lui. Capì subito di essere in difetto, era appena entrato in un bar senza alcun motivo se non quello di ripararsi dalla pioggia mentre c’era una regola che valeva in un luogo come quello. Una regola di etichetta non scritta che esigeva il pagamento di un dazio. Infatti se entravi in un bar per ripararti dalla pioggia, o per usufruire del bagno o anche solo per cambiare banconote dovevi come minimo prendere un caffè. Era una regola di bon ton, chiaro, ma anche un modo per apprezzare un momento di pausa assaporando il nero infuso che risveglia i sensi.

Il cassiere continuava a guardare Daniele con un sorriso gentile. Un sorriso che valeva quasi un invito. Non si sarebbe mai permesso di chiedergli sfacciatamente cosa desiderasse, ma aspettava che l’altro si facesse avanti.

-Buongiorno, salve

-Salve a lei. Brutto tempo fuori, vero?

-Sì… E chi se lo aspettava, sembrava sereno quando all’improvviso è venuto giù tutto insieme

-A volta capita. Vuole asciugarsi? Nel bagno abbiamo un phon a disposizione

-Grazie mille, approfitterei se non è un problema

-Nessun problema, prego. Da quella parte

Daniele seguì la freccia colorata sul muro ed entrò nel bagno. Era tutto pulito e sistemato, non c’erano dubbi che quel posto fosse stato ristrutturato da poco. Prese il phon fissato sul muro e si asciugò i capelli velocemente. Provò ad asciugare anche i pantaloni e il cappotto ma riuscì solo in parte, voleva tornare subito a casa e l’idea di perdere ulteriore tempo lo infastidiva.

Uscì fuori dal bagno e si recò dal cassiere che lo accolse con il solito sorriso.

-Grazie ancora

-Si figuri

-E’ nuovo qui? Sembra tutto nuovo

-Sì. Abbiamo aperto da qualche settimana. Prima questo bar era di mio zio Giovanni, pace all’anima sua. E’ venuto a mancare due mesi fa ed io ho rilevato l’attività. E’ morto in solitudine, poverino, niente moglie o figli. Ho deciso di prendere io in mano la sua attività e di continuare nel bar che lo ha visto crescere da quando era piccolo

-Che storia particolare

Daniele si mostrò gentile anche se in quel momento non aveva voglia di conoscere tutta la storia della famiglia del ragazzo. Se era logorroico come sembrava, doveva assolutamente stopparlo prima che potesse fargli perdere altro tempo. Intanto un buon odore di caffè e di dolci gli arrivò nelle narici. Si girò e vide che dal bancone c’erano delle sfogliate calde. Gli venne subito voglia di prenderne una.

-Mi dia un caffè ed una sfogliatella

-Subito

Poi si rivolse al barista

-Luigi, una sfogliata al signore e quando ha finito gli prepari un caffè come solo tu sai fare

Il barista guardò il proprietario, poi Daniele. Senza cambiare l’espressione seria del volto fece un occhiolino di intesa.

-Sono 700 lire

Daniele prese lo scontrino fiscale che gli era stato dato e cercò il portafogli all’interno della giacca. Lo trovò, lo aprì e tirò fuori una banconota da 50000 lire. La passò al cassiere che la guardò strabuzzando gli occhi.

-E’ un taglio grosso, vediamo se riesco a cambiare

-Mi dispiace, ho solo questa

Daniele pensò a quella scena e a quante volte si era verificata. Lui lavorava in banca ed era abituato a maneggiare banconote di taglia grande. Ogni volta che veniva pagato con una di quelle banconote poi era difficile utilizzarle. Tutti dicevano che non sapevano come cambiarle e lui tantissime volte le cambiava direttamente al lavoro per evitare la solita scenetta. Quella mattina però non era stato possibile. Si era recato a Milano per concludere un affare per conto della banca e aveva con sé soltanto quella banconota. Forse solo qualche altro spicciolo.

-Controllo se ho qualche spicciolo in tasca

Daniele frugò nelle tasche dei pantaloni ma niente, provò con quelle del cappotto e trovò una moneta

-Ho solo questa da 500 lire

Il cassiere assunse un’espressione pensierosa, poi sembrò avere un lampo di genio.

-Forse ho trovato! Un attimo che lo cerco, dovrebbe essere nel ripostiglio

Lasciò Daniele allibito davanti alla cassa mentre si diresse correndo verso una porta chiusa a chiave. Ritornò dopo qualche secondo con in mano una piccola lavagna.

-Trovata! Oggi è il suo giorno fortunato

-Cos’è?

-Questa l’aveva mio zio. Ha mai sentito parlare del caffè sospeso?

Tutti a Napoli lo conoscono. Si tratta di un rituale che affonda le radici nel tempo. Quando capita a qualcuno qualcosa di veramente bello, si ha l’abitudine di andare in un bar e prendere due caffè. Uno lo si consuma al momento mentre l’altro viene segnato dal barista e donato al successivo cliente che non può permetterselo. Un po’ come festeggiare con uno sconosciuto in differita.

Daniele guardò la lavagna, c’erano delle scritte cancellate mentre su una riga c’era scritto in corsivo “1 caffè”.

-Vuol dire che quel caffè è stato già pagato?

-Certo! Non a me ma a mio zio ma fa lo stesso

-Mi dispiace ma non posso accettare, mi dia soltanto la sfogliatelle con le 500 lire

-Ma non deve offendersi. Il caffè sospeso è stato creato proprio per questo, per occasioni come queste. Se lo rifiuta è come se sta rifiutando di festeggiare con il signore che lo ha pagato. Magari ha avuto una grazia oppure è diventato ricco con i soldi del lotto, chi può saperlo?

Daniele ci pensò su. Quella situazione era paradossale me per una volta pensò che fosse l’occasione giusta per approfittare, e poi aveva voglia di uscire dal bar e tornare a casa.

-Va bene, accetto. Queste 500 lire sono per la sfogliata però

-Va bene. Luigi, prepara il caffè al signore, abbiamo risolto

Daniele si avvicinò al bancone e mangiò la sfogliatella appena sfornata. Era buonissima, doveva ammetterlo. Subito dopo assaporò il caffè gustando l’aroma forte. Ora capiva il perché dell’occhiolino del barista, quel caffè era intenso e buono come non lo aveva mai assaggiato da tempo.

Si pulì le labbra e ringraziò il proprietario e il barista un’ultima volta, poi uscì dal bar. Fuori aveva smesso di piovere e la città era tornata al solito trambusto di ogni giorno. Vide un taxi parcheggiato sul ciglio della strada, l’autista stava fumando una sigaretta aspettando il prossimo cliente. Daniele non ci pensò due volte, si affrettò ad andare verso di lui. Stava per scendere dal marciapiede quando vide sfrecciare un’automobile davanti a lui. Era troppo veloce, era impossibile evitarlo. In una frazione di secondo un’onda scura lo sommerse. L’auto era passata su un’enorme pozzanghera di acqua sporca sollevandola completamente. Daniele vide con la coda dell’occhio l’onda che si avvicinava senza poter fare nulla.

Si ritrovò bagnato fradicio, con ancora il braccio alzato nel tentativo di chiamare il taxi. Nel frattempo intorno a lui sentiva le risate dei presenti che non poterono fare a meno di guardare la scena comica. Si diede dello stupido ed imprecò tra i denti mentre arrabbiato si avvicinò al taxi. Si rivolse all’autista che stava ancora fumando impassibile.

-Mi scusi, è libero?

-Certo

-Dovrei andare in Corso Vittorio Emanuele. Subito se possibile

Il tassista si girò verso di lui e lo guardò. Tolse la sigaretta dalla bocca mentre stringeva gli occhi dubbioso

-Come mai è così bagnato?

-Una macchina è passata veloce, c’era una pozzanghera e…

-Che cos’è questa puzza di pesce?

Daniele si rese conto in quel momento di quel cattivo odore. Tirò su con il naso, era un inconfondibile puzzo di pesce morto. Non era difficile capire da dove provenisse. Probabilmente la pozzanghera doveva contenere dell’acqua di una delle bacinelle di una pescheria lì vicino perché il cattivo odore proveniva dal suo giaccone.

-Io con quella puzza non la faccio salire nel mio taxi

-Ma ne ho bisogno, devo ritornare a casa

-Mi dispiace ma non posso. Poi con il taxi che puzza di pesce come lavoro io fino a stasera?

Il ragionamento non faceva una piega. Daniele si allontanò mandando a quel paese il tassista che fece come se nulla fosse successo. Si diresse verso una pensilina per vedere se uno degli autobus di linea passasse nei pressi di casa sua. Lesse sul cartello ma nessuno arrivava così lontano, decise quindi di optare per la metropolitana. Ritornò in direzione della stazione mentre il vociare delle persone aumentava sempre di più e cominciava a dargli fastidio. All’improvviso sentì un urlo improvviso da preludio ad un dolore fortissimo sul volto.

Palla!

Un pallone di cuoio gli era andato a sbattere sul naso, l’impatto aveva causato un dolore senza pari. In bocca sentiva il sapore ferroso del sangue. Si inginocchiò a terra portandosi le mani sul volto. Si ricoprirono velocemente del sangue che fuoriusciva dalle narici. Si alzò stordito mentre si guardava intorno per capire chi fosse stato. Vide un ragazzino avvicinarsi di soppiatto, prendere il pallone e correre in direzione di altri ragazzi. Daniele era furioso. Mentre con una mano copriva il naso iniziò ad inseguire i ragazzi che si allontanavano da lui ridendo. Erano molto più veloci di lui quindi non ebbero problemi a seminarlo. Uno dei ragazzi aveva sulla testa l’inconfondibile parrucca di Maradona. Lui cercò di urlare intimando loro di fermarsi ma fu inutile. Riuscirono a farla franca mentre la vittima rimaneva con un forte mal di testa.

Si sedette per qualche minuto a terra aspettando che il dolore passasse ma l’intensità non faceva che aumentare. Si rimise in piedi e si diresse verso il sottopassaggio della metropolitana. Cercò di darsi un contegno mentre si avvicinava a due addetti ai controlli.

-Salve, dovrei andare al Corso Vittorio Emanuele

-Salve a lei. Deve prendere il treno metropolitano fino alla stazione di Mergellina e poi può proseguire a piedi. Ma… tutto bene? Cos’ha fatto al naso?

-Nulla, passerà. Posso prendere qui la metropolitana

-Sì, certo. Da questo ingresso

-Va bene, grazie

Daniele cercò di passare oltre ma fu fermato dal controllore.

-Mi scusi, posso vedere il suo biglietto?

Si rese conto di quanto fosse stupido o distratto. Doveva ancora comprare il biglietto.

-Mi scusi, ha ragione. Un attimo che prendo il portafogli e lo compro

Lo cercò in ogni tasca dei pantaloni e della giacca ma non lo trovò. Iniziava ad innervosirsi mentre dietro di lui si creava una fila interminabile di persone irritate.

-Non so come sia potuto succedere… Era qui prima

-Mi dispiace signore ma devo chiederle di rifare la fila. Il treno sta per arrivare e c’è gente dietro di lei che va di fretta

-Non può fare uno strappo alla regola e…

-Mi dispiace, deve allontanarsi

Le persone in fila continuavano a ringhiare, non gli rimase che andarsene prima di essere linciato pubblicamente. Uscì fuori dalla stazione dolorante e frustrato. Si chiese come era potuto succedere di aver perso il portafogli che portava con sé. Percorse qualche metro senza pensare ad altro, nemmeno alla strada che stava prendendo. Si risvegliò dai suoi pensieri solo quando sentì un cane abbaiare.

Abbassò lo sguardo e lo vide. Era sicuramente un randagio e si stava avvicinando a lui tendendo il muso in avanti.

-Ciao piccolo, che ci fai qui? Anche tu sei triste per qualcosa oggi?

Il cane si avvicinò lentamente, poi cominciò ad annusarlo probabilmente incuriosito dal forte odore che emanava. Daniele tese la mano per accarezzarlo ma l’animale lo azzannò. Di colpo chiuse le fauci intorno alla sua mano stringendo senza lasciargli possibilità di liberarsi. Daniele era sconcertato. La mano cominciava a fargli davvero male e prese ad urlare per attirare l’attenzione di qualche passante. Nessuno gli venne in aiuto così iniziò a dare pugni sul muso del cane con la mano libera. Dopo qualche colpo l’animale cominciò a guaire allontanandosi da Daniele.

L’uomo stava per cantare vittoria quando vide il cane riavvicinarsi, e non era solo. Accanto a lui c’erano altri quattro cani randagi che abbaiavano ferocemente mentre correvano verso di lui. Daniele si mise a correre nella direzione opposta con quanta più forza aveva nelle gambe. Sentiva la testa scoppiare mentre correva tra la gente chiedendo aiuto.

Quando si fermò non sapeva più dove fosse né per quanto tempo aveva corso. Era in un viale stretto, si appoggiò ad un muro per riprendere fiato mentre sentiva il cuore battergli forte nel petto. Chiuse gli occhi e pensò a tutti gli incidenti che gli erano capitati quella mattina. Non poteva essere una coincidenza, troppi episodi negativi consecutivi. Ma purtroppo la mattinata non era ancora finita.

Riaprì gli occhi e vide due ombre che si avvicinavano alla sua destra. Per istinto portò una mano su una delle tasche dei pantaloni. Si pentì subito dopo di averlo fatto.

-Per favore, ci dia qualcosa

-Anche solo pochi spiccioli. Dobbiamo mangiare

Li vide chiaramente quando furono proprio davanti a lui. Erano due senzatetto, avevano delle lunghe barbe e vestiti logori. Anche da lontano si sentiva il forte odore di alcol.

-Stiamo parlando con te, non ci senti?

-Aspetta un attimo. La senti questa puzza? E’ lui. Forse è uno come noi. Un pover’uomo che vive per strada. Lasciamolo stare

-Ma no, non hai visto prima? Quando ci siamo avvicinati si è toccato la tasca destra dei pantaloni

-Non ci avevo fatto caso. Allora i soldi li hai! Non vuoi darceli? Eppure te li stiamo chiedendo, non ti stiamo obbligando

-Sentite, c’è stato un malinteso. Con me non ho nulla, vedete?

Daniele portò nuovamente la mano sulla tasca ma notò qualcosa. Non era vuota, un piccolo rigonfiamento rivelava qualcosa. Mise la mano all’interno e sotto gli occhi increduli dei due clochard tirò fuori un portafogli. Il suo portafogli, sapeva bene quanto contenesse.

-Cos’è? Uno scherzo?

-Che grand’uomo. Allora i soldi li hai?

Uno dei due prese rapidamente il portafogli dalle mani di Daniele e lo aprì. Appena vide la banconota la mostrò all’altro e insieme guardarono in cagnesco la loro vittima.

-Questo qui ha bisogno di una lezione

Daniele ebbe solo il tempo di alzare le braccia in segno di difesa ma non riuscì a parare tutti i colpi che i due ubriachi gli infersero. Calci, pugni, graffi, sputi. In quei pochi secondi che sembrarono ore lo ridussero ad uno straccio. Subito dopo se ne andarono lasciandolo dov’era. Lui si alzò e percorse qualche metro, poi si accasciò in ginocchio. Dal ventre sentì uno strano dolore, aprì la bocca e vomitò tutto quello che lo stomaco conteneva. Non era molto, riconobbe la sfogliata e il colore scuro del caffè che aveva gustato solo poco tempo prima.

In cielo le nuvole si scurirono e qualche piccola goccia di pioggia cadde sull’asfalto. Era solo una debole pioggia, niente a che vedere con quella che si era abbattuta quel mattino. Daniele alzò gli occhi verso il cielo mentre le gocce di pioggia gli bagnavano il viso. Non sapeva perché ma aveva la sensazione che quella interminabile mattinata sarebbe finita in quel momento. Che tutto da quell’istante sarebbe andato come sempre.

Lorenzo aveva un’abitudine che aveva maturato negli anni. Ogni volta che sua moglie partoriva, scendeva di casa e andava a prendere due caffè nel suo solito bar, uno per lui e l’altro sospeso. Era il suo modo di ringraziare il cielo di avergli dato un nuovo erede. In tanti lo prendevano in giro, specialmente dopo il terzo figlio. Dopo Mario, Antonio e Lucia tutti scherzavano dicendogli che non c’era più niente da festeggiare. Intanto sua moglie mise al mondo altri due bambini e lui continuava a ringraziare Dio.

Era fatto così, i figli erano la sua vita, a parte la moglie sia chiaro. Era una testa dura, tutti lo sapevano. E lo era anche sua moglie. Anche quando le dissero che un’ulteriore gravidanza avrebbe messo in serio rischio il suo fisico. Non era più una ragazzina e l’epoca in cui le donne sfornavano figli come se niente fosse era finita. Entrambi lavoravano, ma lavoro era una parola grossa. Si arrangiavano, cercavano di sbarcare il lunario, e con tutti quei figli da badare diventava sempre più difficile. Ma tutti lo sapevano, Anna era una testa dura e volle continuare quella gravidanza fino alla fine. Anche quando il dottore le fece notare le perdite durante gli ultimi mesi, anche quando la portò in sala parto piena di sangue.

Quel giorno Lorenzo le perse entrambe, sua moglie e la piccola creatura nel suo grembo. Quando il primario uscì dalla sala parto per avvisarlo dell’accaduto lui rimase impassibile. Magari un’altra persona si sarebbe dato la colpa e avrebbe vissuto con un grande rimorso tutta la vita. Ma non Lorenzo. Lui sapeva di chi era la colpa. Era del cielo, quello che lo aveva benedetto con sei figli ora richiedeva un sacrificio più grande. Un prezzo da pagare.

E lui sapeva bene quale sarebbe stato quel prezzo. Avrebbe usato la stessa moneta con la quale aveva onorato il suo Dio.

Entrò nel solito bar e salutò Giovanni. Pagò i suoi caffè senza rispondere alla domanda del proprietario.

-Ancora festeggi? A quanti siamo? Sette?

Nel momento in cui pagò il caffè sospeso fece una promessa solenne. Quel caffè sarebbe stato una maledizione, chiunque avrebbe bevuto quella bevanda offerta da lui avrebbe avuto dal cielo la stessa sfortuna che ora li stava patendo. Avrebbe sofferto, sarebbe stato maltrattato fino alla morte. Lorenzo sorseggiava il suo caffè sorridendo, augurando tutto il male del mondo allo sconosciuto con il quale stava brindando in quel momento. Era la sua maledizione ed era consapevole del prezzo che avrebbe pagato. Mentre Giovanni scriveva sulla piccola lavagna si stava avverando una profezia malefica che sarebbe durata nel tempo fino a che la sua vittima non si fosse palesata.

19 Novembre 2012

Lunedì

Ester aspettava il treno in piedi sulla passerella della stazione di Piazza Garibaldi. La mattina seguiva i corsi universitari e di solito ritornava a casa per pranzo e cominciava a studiare. Quella settimana però era diverso, gli esami si avvicinavano sempre più quindi per evitare di sprecare tempo nel lungo tragitto tra il Policlinico II e il paesino di provincia in cui viveva decise di organizzarsi con le sue amiche e studiare il pomeriggio nelle aule messe a disposizione dall’università.

Quello era stato il primo giorno e pensò che l’idea non era per niente male. I corsi finivano alle 13, dopo aver consumato un pranzo a sacco veloce all’aperto studiarono per quattro ore di fila ripetendo tutto il programma. Certo, passando tutto quel tempo fuori casa doveva prendere la circumvesuviana più tardi, ad un orario diverso dal solito. Ed infatti quel primo giorno i trovava in piedi in compagnia del suo amico libro ad attendere il treno delle 19:02.

Sentì la voce dell’avviso che informava dell’arrivo del suo treno. Si allontanò ulteriormente dalla linea gialla mentre chiudeva il libro e osservava la folla di persone che si radunava nei punti strategici dove si sarebbe fermata la porta. Arrivò il treno, come al solito fu l’ultima ad entrare, non le piaceva il pensiero di infilarsi tra le altre persone per essere tra le prime. Sarebbe comunque entrata e difficilmente avrebbe trovato un posto vuoto su cui sedersi. Entrò e si piazzò in piedi accanto ad uno dei tubi di ferro del treno, riaprì il suo libro e continuò la lettura.

Lo aveva comprato da qualche giorno ma la storia era così avvincente che era già arrivata a metà in poco tempo. Quella sera però non riusciva a finire una sola pagina. Non che non le piacesse la storia in quel punto, ma nel vagone c’era troppo casino e non riusciva a concentrarsi. Alzò lo sguardo e si guardò intorno.

Davanti a lei su una postazione di quattro sedili c’era seduta una donna. Era al telefono e continuava a parlare ad alta voce fregandosene degli altri presenti. Era una telefonata di lavoro, impartiva ordini e comandi per il giorno successivo. Anche la gestualità era accentuata, sembrava che il suo interlocutore fosse davanti a lei. Probabilmente era così presa dalle sue cose da essere convinta di trovarsi da sola in quel treno. Di fianco a lei e di fronte c’erano due ragazzi intenti a guardare gli schermi dei propri cellulari. Poco importava a loro del volume alto, niente li avrebbe disturbati dai loro giochi virtuali.

Intanto l’altro posto era occupato da un ragazzo diverso dagli altri. Una voce fuori dal coro. Sembrava fosse appena stato ad una gara di cosplay. I capelli erano neri, quelli davanti coprivano quasi completamente il suo sguardo e all’estremità sembravano raccogliersi in maniera appuntita. Aveva una maglia a maniche lunghe nera e un jeans con vari strappi. Sui polsi almeno una decina di bracciali. Ma non era il suo look troppo simile al personaggio Elle di Death Note a stuzzicare la curiosità di Ester quanto quello che stava facendo.

Stava disegnando.

Era chino mentre con una matita disegnava su un block notes che teneva sulle ginocchia. Le sue mani si muovevano senza fermarsi, quasi avidamente. La matita percorreva la superficie del foglio tracciando linee e forme. Sembrava quasi che fosse in trance mentre il suo disegno prendeva vita sulla carta. Ogni tanto alzava lo sguardo per poi abbassarlo di nuovo e continuare l’opera.

Quel ragazzo la incuriosiva tanto, era così affascinata da quello che faceva che non sentiva nemmeno più la voce della donna al telefono. Posò il libro nella borsa, ormai non aveva più voglia di continuare a leggere. Fece qualche passo in avanti per vedere meglio cosa stesse disegnando. Da dove era posizionata non riusciva a vedere nulla. Mentre si avvicinava sperò che lui non la notasse. Non stava facendo niente di male, anzi, se lui disegnava in pubblico non si sarebbe certamente offeso se qualcuno avesse voluto vedere meglio il disegno. Però lei sentiva una strana angoscia che non riusciva a spiegare. Si appoggiò accanto alla porta del vagone, da lì riusciva a vedere meglio cosa c’era sul foglio.

Non c’erano dubbi, era il volto della signora seduta di fronte a lui. Ester riusciva a vedere soltanto una parte del foglio ma era evidente che quello fosse un ritratto. I dettagli erano impressionanti. Com’era possibile che quel ragazzo riuscisse a disegnare così bene in condizioni come quelle. Chiasso, confusione, il movimento continuo del treno e le frenate brusche. Era un vero talento, doveva riconoscerlo. Stava per allungare il collo e vedere meglio il resto del disegno quando il treno si fermò e le porte si aprirono.

Ester si rese conto che si era piazzata proprio davanti all’apertura delle porte e dovette spostarsi subito per permettere alle persone di uscire. Purtroppo per lei, nel vagone entrò una fiumana di gente quindi non poté più scegliere dove posizionarsi meglio per osservare il disegnatore misterioso. Non solo, tutti spingevano per entrare e lei si ritrovò senza volerlo a parecchia distanza dal suo obiettivo.

Non riusciva più a vedere nulla e non era consigliabile neanche riprendere il libro dato il poco spazio a disposizione. Sbuffò contrariata mentre intorno a lei i passeggeri parlavano di una corsa soppressa. Questo spiegava la strana affluenza.

Alla fermata di Barra il treno si svuotò e lei non aspettò ulteriormente per portarsi nuovamente in direzione del disegnatore. Quando arrivò lì però rimase delusa. Lui non c’era più, il suo posto e quello accanto erano vuoti. La signora era ancora al telefono e parlava forse con un tono più alto. Non aveva nessun foglio tra le mani, quindi probabilmente il ragazzo non le aveva dato il disegno che la ritraeva.

Che strano, pensò. Magari voleva tenere per lui quel disegno che avrebbe fatto parte di un suo portfolio. O magari la signora era così impegnata da non poter accettare un ritratto da un ragazzo sconosciuto. Quanto sarebbe piaciuto ad Ester di avere in dono un suo disegno. Forse era un pensiero troppo romantico o forse troppo da ragazzina ma pensarlo la rese felice.

Ritornò con i piedi sulla terra e ripensò un’ultima volta al disegnatore, poi si spostò in un altro vagone meno chiassoso e prese posto. Aprì il libro e continuò dall’ultima pagina che stava leggendo.

Martedì

Il secondo giorno di studio intensivo era stato ancora più redditizio. Le quattro giovani amiche avevano studiato così tanto che non si erano rese conto del tempo che passava velocemente. Quando Ester, che tra le quattro era quella che abitava più lontano e aveva più mezzi da prendere per tornare a casa, si rese conto di che ore fossero mise tutto in borsa ed uscì dal policlinico senza nemmeno avere il tempo di salutare le compagne.

Si affrettò ad uscire dalla cittadina universitaria e prendere la sfilza di treni per ritornare a casa non troppo tardi. Metropolitana collinare, poi Metro linea 2 e poi per ultimo la Circumvesuviana. Dopo le corse tra i pedoni lenti all’interno delle stazioni di scambio e le preghiere ad ogni passo, finalmente Ester arrivò sulla banchina di Piazza Garibaldi giusto in tempo per entrare nel treno che l’avrebbe portata a casa.

Appena fu dentro si appoggiò ad una parete e respirò a fatica per riprendersi. Guardò l’orologio, 19:03. Per fortuna quel minuto di ritardo, per lei era stato fatale. Ringraziò il cielo di quella botta di fortuna, poi prese il cellulare ed avvisò le amiche di essere arrivata sana e salva alla stazione, scusandosi per essere fuggita senza salutarle. Si guardò intorno e vide un posto libero. Ancora con il fiato corto si avvicinò al sedile e prese posto. Anche quello di fianco al suo era libero quindi ci piazzò sopra lo zaino pesante, pieno di libri, fotocopie e appunti. Lo aprì, frugò nella confusione ed estrasse il suo amico libro. Cominciò a leggere e come succedeva spesso si estraniò completamente dalla realtà. La sua mente vagava tra le pagine del libro, divorava le lettere stampate e sognava di essere la protagonista della storia che stava leggendo. Alzò lo sguardo solo un paio di volte per controllare il display che mostrava la fermata successiva. Fu allora che con la coda dell’occhio vide qualcosa. Non ci aveva fatto caso prima ma nella fila di posti di lato al suo era seduto il disegnatore del giorno prima.

Quando lo vide si rese conto ancora una volta di quanto fosse attratta da lui. Stranamente a causa degli impegni lo aveva quasi dimenticato, non aveva pensato che il treno era lo stesso del giorno prima e avrebbe potuto incontrarlo di nuovo. Anche in quell’occasione stava disegnando. Con lo stesso impeto, la stessa passione del giorno precedente. La sue dita si muovevano in maniera rabbiosa sul foglio mentre ogni tanto guardava di fronte a sé. Stavolta davanti aveva un uomo di mezza età. Ad Ester sembrò il classico padre di famiglia che la mattina si svegliava presto per andare al lavoro e rincasa tardi stanco morto.

Le era venuta voglia di vedere il ritratto che stava creando l’artista. Ripose il libro nello zaino e si alzò senza dare nell’occhio. Si posizionò proprio dietro di lui e si affacciò per vedere il block notes. Anche quel giorno rimase affascinata dai dettagli del disegno. Sembrava una foto in bianco e nero del signore seduto di fronte al ragazzo. Stavolta però notò qualcosa. dei dettagli sembravano renderlo più vecchio. Leggermente più calvo, i capelli ingrigiti e qualche ruga in più. Sembrava quasi che lo avesse ritratto di proposito più vecchio, cosa effettivamente non facile da fare. Il disegno era ormai completo, Ester si spostò dall’altro lato per vedere il volto del ragazzo. Proprio in quel momento lui fece qualcosa di inaspettato. Guardò il suo disegno, il suo sguardo divenne di colpo triste e prese il foglio tra le mani. Subito dopo lo stropicciò rompendolo in mille pezzi che fece cadere a terra.

Ester rimase sorpresa da quel comportamento. Come era possibile che un disegno così stupendo potesse essere distrutto, dall’artista stesso poi. Forse anche il giorno prima aveva fatto così? Aveva strappato il suo disegno? Non avrebbe mai avuto una risposta, a meno che non avesse trovato il coraggio di chiederlo direttamente a lui.

Stava pensando a cosa fare quando il treno si fermò a Barra e il ragazzo mise matita e blocco degli appunti in una borsa e uscì dalla carrozza. Dal finestrino Ester lo vide camminare all’esterno, sotto la pioggia, senza un ombrello e con le mani in tasca. La scena le mise così tanta tristezza che per tutto il viaggio non pensava ad altro. Avrebbe voluto parlargli e conoscerlo meglio ma la sua timidezza l’aveva fermata.

Mercoledì

Diversamente dal giorno precedente, Ester fece di tutto per uscire prima dal Policlinico e prendere il treno delle 19:02. Era un’idea folle, anche le amiche glielo avevano detto. Se per due giorni di fila aveva incontrato quel ragazzo in treno non era detto che anche il terzo giorno sarebbe stato così. Intanto lei aspettava da più di mezz’ora sulla banchina l’arrivo del treno a Piazza Garibaldi. Aveva addirittura la possibilità di tornare prima a casa ma ormai era fermamente decisa. Si guardava intorno per cercarlo ma del ragazzo nemmeno l’ombra.

Il treno delle 19:02 arrivò puntuale, un ultimo sguardo ai passeggeri che stavano per salire e anche Ester entrò. Appena fu dentro lo cercò con lo sguardo. Nulla.

Le persone erano tante e la calca non permetteva di vedere in tutte le direzioni. Era impensabile anche solo spostarsi di carrozza, come lo avrebbe trovato? Fu allora che sentì una voce che non pensava di ricordare.

-Ester! Ciao, come stai?

Si girò e vide un volto maschile. Era così sovrappensiero che non l’avrebbe mai riconosciuto nella moltitudine di persone all’interno del vagone. Mise a fuoco e lo ricordò. Era Marco, un suo compagno di scuola delle superiori. Compagno sì, amico no, avrà scambiato con lui non più di venti parole in cinque anni. L’ultima persona che le serviva in quel momento.

-Carissima, come va? Che fai di bello?

-Io…

-Sicuramente stai tornando a casa dall’università, sei sempre stata una ragazza in gamba tu. Anche io sto seguendo dei corsi universitari. Quest’anno mi sono iscritto a Giurisprudenza, l’anno scorso ho provato con Fisica ma non faceva per me. Anche perché qui avrei più sbocchi nell’azienda di mio padre. Lo sai che mio padre possiede…

Ester si ricordò di colpo qual era la caratteristica peculiare di Marco. Era logorroico. Ma non nel senso positivo del termine. Era capace di indurre le persone all’asfissia più totale. Tutti in classe lo evitavano per quello, ma anche per le manie di grandezza derivanti dal suo ego smisurato. In quel momento lei avrebbe voluto soltanto piantarlo lì e continuare la sua ricerca ma non riusciva a fermare la fiumana di parole che uscivano dalla sua bocca.

-…e quindi io le ho detto che poteva anche tenerselo stretto dato che lo voleva così tanto. A proposito, lo sai che Bianca aspetta un bambino? L’ho saputo perché in pratica il fratello è iscritto allo stesso mio corso di karate, quindi…

Non riusciva ad aprir bocca che lui era saltato già ad un altro argomento. Non solo non riusciva a seguire il discorso, ma le sembrava di sentire solo una sfilza di “bla bla bla” continui. Se non lo fermava avrebbe viaggiato fino a casa con quell’assordante e noioso monologo nelle orecchie. Decise per una volta di fare la scostumata, d’altronde non le importava minimamente di lui e della sua vita da sfigato.

-…sapessi la faccia che ha fatto quando si è avvicinato quel cane abbaiando…

-Senti Marco, mi dispiace ma devo andare subito, mi sono ricordata di aver lasciato nel vagone una mia amica. Mi sta cercando sicuramente

-Ottimo, ti accompagno. Magari è carina

-No, non hai capito. Devo andare. Ti saluto. E’ stato un piacere averti visto

Finì quella frase e subito dopo si dileguò tra la folla. Non si girò per evitare di vedere il suo sguardo tra l’allibito e il contrariato ma era già tardi e doveva davvero andare. La prossima fermata era quella di Barra quindi non doveva perdere altro tempo.

Il treno si fermò e la maggior parte delle persone uscirono. Uscì anche lei cercando con lo sguardo il ragazzo. Guardò in tutte le direzioni e finalmente lo vide, era uscito e neanche quel giorno aveva avuto l’occasione di poter parlare con lui. Sentì la sirena che annunciava la chiusura delle porte, fece una corsa per ritornare nel vagone.

Le porte si chiusero e il treno ripartì. Si appoggiò tristemente sulla parete interna lasciandosi scivolare fino al pavimento. Era poggiata a terra come lo era anche il suo stato d’animo. Un’altra occasione sprecata, avrebbe dovuto aspettare altre ventiquattr’ore per rivederlo. Se era fortunata. Stava per perdere le speranze quando vide dei foglietti volare sul pavimento liscio del treno. Ne prese uno, lo guardò ed ebbe un sussulto al cuore. Era uno dei pezzi del foglio su cui il disegnatore aveva compiuto la sua opera quella sera. Subito si rialzò e andò alla ricerca degli altri.

Come una forsennata si controllò l’intero vagone. Sotto i sedili, negli angoli, nelle pieghe delle paratie. In poco tempo riuscì a trovarli tutti. Li strinse a sé teneramente prima di rimetterli in borsa.

Giovedì

Come il giorno precedente, Ester era arrivata puntuale alla stazione di Piazza Garibaldi. Con un filo di trucco in più e tanta speranza. quel giorno le amiche l’avevano supportata e avevano tifato per lei.

Mi raccomando, se lo incontri parla con lui

Che male fa chiacchierare con uno sconosciuto incontrato in treno?

Basta con questa timidezza! Non perdere questa opportunità!

Le volevano bene e avrebbero voluto il meglio per lei.

Stringeva a sè il suo zaino all’interno custodiva il suo segreto, quello che forse l’avrebbe avvicinata a lui. I minuti passavano ma per lei sembravano ore lunghissime.

Il treno arrivò ed entrò. Ispezionò con lo sguardo ogni angolo del vagone ma del ragazzo nemmeno l’ombra. Per fortuna non c’era tanta gente quindi poteva cercare più facilmente. Alla stazione di Gianturco scese per passare ad un’altra carrozza. Fece avanti e indietro due volte ma anche lì non trovò il disegnatore. Alla stazione successiva, San Giovanni a Teduccio fece lo stesso, passò nella carrozza in fondo. Doveva essere lì per forza. Purtroppo neanche in quella trovò il ragazzo.

Alla stazione di Barra uscì dalla banchina per controllare le persone che uscivano dal treno. Fuori pioveva a dirotto ma ormai Ester non sentiva più la pioggia sulla sua pelle. Vide i volti di tutti quelli che percorrevano la banchina ma del ragazzo misterioso ancora nulla. Rientrò nel treno fradicia, si sedette su una sedia libera e abbassò la testa. Una piccola lacrima cadde sul pavimento del treno, l’unica che non riuscì a trattenere nascosta tra le gocce di pioggia.

Rialzò la testa e si asciugò il volto. Si diede della scema. Come aveva potuto immaginare una storia d’amore con uno sconosciuto di cui non sapeva nemmeno il nome. Era sempre così, costruiva dei castelli in aria e poi rimaneva delusa quando le pareti dei castelli crollavano. Aprì lo zaino e prese l’oggetto che era diventato più caro. Un foglio di carta, composto dai pezzi trovati il giorno prima messi insieme dallo scotch. Guardò ancora una volta quel disegno, ancora un ritratto. Il viso di una bambina all’incirca di dieci anni. Gli occhi erano chiusi ma l’espressione sembrava serena. Come se stesse dormendo o riposando quieta. Quante volte dalla sera precedente aveva osservato quel disegno. Lo aveva ricomposto con cura stando attenta a far combaciare correttamente i pezzi. Più lo guardava e più soffriva per quell’amore mai nato. O forse, non ancora.

Venerdì

Quella storia stava diventando un’ossessione per Ester. Ormai non pensava ad altro. Il libro che la accompagnava in tutti i suoi viaggi in treno era rimasto a casa, erano giorni che non leggeva più. Nella sua stanza aveva incorniciato il disegno e lo aveva appeso al muro. Passava ore a rimirarlo pensando al suo disegnatore. Anche all’università le cose era cambiate drasticamente. Non studiava più con la stessa voglia di prima. Gli esami si avvicinavano ma a lei sembrava non importare più. Le sue amiche la mettevano in guardia.

Ma stai dormendo la notte? Hai una faccia che non mi piace

Ancora a pensare a questa storia? Magari lo incontri, magari no, ma non devi ossessionarti

Dobbiamo studiare, questo esame lo dobbiamo passare tutte insieme, dai!

Ester, sveglia! Preferisci fare una pausa e riposarti un po’? Lo so a cosa stai pensando

Effettivamente glielo si leggeva in faccia come stava. Il volto non era radioso come gli altri giorni, la stanchezza aveva solcato i tratti del suo viso rendendola una maschera di tristezza. Sapeva di non stare bene, ma doveva provarci l’ultima volta. Doveva prendere quel treno e cercarlo, se era fortunata lo avrebbe trovato e avrebbe parlato con lui. Lo aveva giurato a sé stessa. L’ultima occasione, poi si sarebbe rimessa in carreggiata.

Il treno arrivò in orario, entrò e si guardò intorno. Aveva gli occhi stanchi, le palpebre si chiudevano da sole mentre lei con forza le riapriva. Si guardò intorno invano, neanche quel giorno c’era il ragazzo. Stanca e delusa si lasciò cadere su un sedile e chiuse gli occhi. Una sola volta, un singolo istante, ma era troppo stanca per rendersene conto. Si addormentò placidamente sul sedile.

Anche se per pochi minuti, il sogno di Ester fu intenso e doloroso. Sognò lui, quel ragazzo, la sua chimera. Aveva un paio di grosse ali e volava nel cielo. Volava lontano da lei. Su, sempre più su, fino a scomparire tra le nuvole di un cielo in tempesta.

Fu la voce metallica che avvisava l’arrivo nella stazione di Barra a destarla. Appena si rese conto di essere arrivata alla fermata del ragazzo subito si alzò in piedi e corse fuori dal treno. Era ancora intontita quando camminò sulla passerella a scrutare tra le persone. La luce fioca dei lampioni la accecava. Non fu però difficile trovarlo, a pochi metri da lei c’era il disegnatore con la sua solita camminata triste. Cosa doveva fare? Ritornare nel treno che l’avrebbe riportata a casa oppure tentare una follia. Forse per la prima volta nella vita decise che valeva la pena di fare un gesto folle. Solo quella volta.

Iniziò a correre tra la folla, vedeva il suo obiettivo avvicinarsi mentre il cuore le batteva sempre più forte nel petto. Era solo a pochi passi da lui quando decise di richiamare la sua attenzione.

-Fermati! Ehi, dico a te! Devo dirti una cosa importante!

Almeno una decina di persone si girarono, convinte di essere la persona richiamata da lei. Lui non si girò.

-Ehi, tu! Con i vestiti neri e i capelli scuri… il disegnatore!

Fu allora che si girò, incrociò il suo sguardo e il suo volto cambiò di colpo espressione. Sembrava spaventato, impaurito, com’era possibile? Appena vide Ester si girò di nuovo e iniziò a correre. Perché scappava? Non poteva permetterlo, aveva solo bisogno di parlare con lui. Corse anche lei nella sua direzione.

Lui correva più veloce ma sfortunatamente per lui la fila al tornello di uscita accorciò la distanza tra i due. Arrivarono fuori alla stazione, Ester non aveva idea di dove portassero quelle strade ma ormai era in ballo e doveva continuare a ballare. All’improvviso lui rallentò, probabilmente era stanco, lei ne approfittò per un ultimo passo lungo e lo raggiunse. Allungò il braccio e afferrò lo zaino che lui portava sulle spalle. Lui faceva forza per liberarsi e lei con il fiato corto cercava spiegazioni.

-Perché scappi?… Volevo solo parlarti….

-Vai via!… Stai lontana da me!

-Perché?…

Ester non lasciava la presa, quindi il ragazzo dovette fare una scelta. Sacrificare lo zaino. Sfilò le braccia e riprese a correre, sempre più veloce, allontanandosi definitivamente. La ragazza rimase con lo zaino in mano, guardandolo fuggire senza una spiegazione. Si inginocchiò a terra e iniziò a piangere. Quella follia, quel gesto che non avrebbe mai fatto prima di allora, pedinare un ragazzo sconosciuto, le aveva precluso ogni occasione futura. Non avrebbe mai avuto più il coraggio di cercarlo, di guardarlo. Provava solo vergogna.

Guardò lo zaino, lo strinse sul petto aspettando che il cuore cominciasse a battere in modo regolare. Era fuori discussione anche solo pensare di restituirglielo. Decise quindi di aprirlo e controllare cosa ci fosse all’interno. Sperava di trovare qualche suo disegno, rimase a bocca aperta quando vide la quantità di materiale. C’erano centinaia di fogli disegnati, ritratti di tantissime persone. Sfogliò alcuni di quei disegni senza distogliere lo sguardo. Erano tutti bellissimi, e tutti con la stessa particolarità. I volti avevano tutti la stessa espressione del disegno che lei aveva conservato in camera sua. Lo stesso volto rilassato e gli occhi chiusi.

Tutti tranne uno.

Appena lo prese in mano vide che il collo aveva una profonda cicatrice. Un dettaglio macabro che gli altri disegni non avevano. Guardò meglio l’immagine e di colpo il sangue le si gelò nelle vene. Era il ritratto di una ragazza ed assomigliava in maniera impressionante a lei. Portò la mano alla bocca per reprimere un urlo. Quel ragazzo l’aveva ritratta in quel modo, perché? Forse era per quel motivo che lui stava scappando prima? La immaginava così, con una ferita profonda sul collo?

Probabilmente Ester era così sotto shock da non sentire i passi felpati che si stavano avvicinando alle sue spalle. Sentì soltanto all’improvviso una mano sulla spalla e qualcosa di freddo vicino alla sua gola. Il freddo dell’acciaio affilato di una lama.

-Dammi i soldi. Muoviti!

Si ritrovò all’impiedi, era ancora affaticata dalla corsa di prima e non aveva forze. La paura la teneva bloccata e non riusciva a dire una parola.

-Ti ho detto di muoverti o ti ammazzo! Dammi i soldi e il cellulare!

L’uomo alle sue spalle urlava. Dalla bocca usciva un forte tanfo di alcol. Ester non poteva e non voleva voltarsi. Voleva solo che il rapinatore se ne andasse subito. Doveva darle quello che lui voleva. Stava per dire qualcosa quando si rese conto che lo zaino dove teneva il portafogli e il cellulare era ancora sul treno. Quando era uscita di corsa per inseguire il disegnatore aveva dimenticato completamente di prenderlo.

Era spacciata. L’unica cosa sensata da fare era piangere, e lei lo fece.

L’uomo capì che da lei non poteva avere quello che desiderava. Senza dire una parola affondò la lama del coltello nella sua gola. Ne uscì un fiotto di sangue scuro, il corpo si accasciò a terra senza vita. Perlustrò i vestiti velocemente prima di scappare. Vide lo zaino a terra, lo prese e lo portò con sé per controllarlo meglio in un luogo lontano. Rimase deluso vedendo che il contenuto era soltanto una miriade di fogli disegnati

Il ragazzo corse finché aveva fiato. Si fermò e si guardò incontro, era in un parco che non conosceva. Era arrivato lì senza guardare nemmeno la strada che percorreva. Si sedette sul marciapiede e cominciò a respirare regolarmente. Chiuse gli occhi ma vedeva sempre davanti a sé quella ragazza, quella di uno dei suoi ultimi ritratti. Appena l’aveva vista era scappato, solo lui sapeva il perché.

Per proteggerla, per proteggerla da lui.

Fin da piccolo aveva avuto quel “dono”, come diceva sua madre. In realtà stava solo indorando la pillola, perché lui non si sentiva affatto speciale. Gli capitava spesso di andare in uno stato di trance e disegnare i volti delle persone, anche di quelle che aveva visto solo per qualche secondo. Nella sua mente vedeva i loro volti, ma non quelli di quel preciso istante. Vedeva i loro volti da morti, quelli dei loro cadaveri.

Non gli succedeva sempre, ma dopo mesi di pace aveva continuato a farlo negli ultimi giorni. Tra l’altro in circumvesuviana, davanti ad un pubblico numeroso. Quando si risvegliava dallo stato di trance e si rendeva conto di cosa aveva disegnato di solito conservava i ritratti ma nell’ultimo periodo erano così tanti che non sopportava la loro vista. Il primo impulso era quello di strapparli. Quella settimana però era successo qualcosa di molto strano. Il mercoledì aveva realizzato due disegni, quello di una bambina e quello di una ragazza. Il primo lo aveva strappato ma il secondo aveva qualcosa di familiare. Lo aveva portato a casa e con calma lo aveva confrontato alcuni suoi disegni fatti in precedenza.

Lo trovò, qualche settimana prima aveva realizzato un altro disegno di quella ragazza ma in quell’occasione il viso era molto più anziano e con uno sguardo sereno. Quello che aveva realizzato quel giorno invece era serio e aveva una cicatrice sul collo. Cosa significava? Che lui non poteva vedere un futuro assoluto della morte? Che in qualche modo qualcosa era cambiato nel tempo tanto da modificare il corso degli eventi? E se fosse stato lui la chiave di tutto? Magari era la sua presenza che aveva modificato qualcosa e messo in pericolo la ragazza. Secondo una visione passata del futuro lei sarebbe morta anziana, ora invece lui sapeva che sarebbe morta giovane con un colpo mortale alla gola.

Inconsciamente si sentiva responsabile per la sua vita, per quel motivo il giorno dopo non si recò al lavoro. Poi però si convinse che era tutto solo nella sua testa, finché non la rivide. Alla stazione di Barra, lei lo stava cercando. Fu in quel momento che lui capì, era tutto vero. Era lui la variabile che aveva spostato l’asticella dell’orologio della morte. Per quel motivo stava scappando. Non dal suo destino, ma da quello della ragazza. Un destino che ormai era stato scritto, o meglio disegnato.

12 Novembre 2016

Pioveva di brutto quella notte, erano ore che l’acqua veniva giù a secchiate senza smettere. Sembrava che da lassù qualcuno avesse un conto in sospeso con la città. Quando piove le vie principali si riempiono, fiumi di macchine si riversano in strada congestionando il traffico cittadino. Ci sono delle strade però che tutti evitano. Sono le strade lontane dal centro, quelle che collegano la metropoli con la periferia. Quelle che non riescono a drenare bene e che con un po’ d’acqua si allagano. Come la zona industriale, e il povero Raffaele si trovava proprio lì quella notte.

Stava ritornando a casa dopo una serata con i suoi amici di sempre. Quella sera era toccato a lui prendere l’auto e quindi era anche quello più sobrio. Dopo una serata di chiacchiere e musica aveva accompagnato gli altri a casa e stava per rientrare alla propria. Aveva atteso anche troppo che spiovesse ma proprio quella notte sembrava che il cielo non avesse voglia di smettere. Erano passati già troppi minuti sotto il ponte della Tangenziale, parcheggiato con le quattro frecce accese. Il flusso di pioggia non diminuiva e lui doveva prendere una decisione. Mise di nuovo in moto l’auto e proseguì lentamente. Le frecce erano ancora accese nel caso in cui qualche altra autovettura arrivasse, ma in quel momento era da solo per strada. Evidentemente tutti si tenevano a debita distanza da quella strada solitaria ma anche pericolosa. I tergicristalli erano attivati alla velocità massima ma non riuscivano comunque a tenere i vetri asciutti. La visibilità era diminuita di parecchio e Raffaele non riusciva a vedere nulla davanti a sé. Girò a destra da Via Domenico de Roberto, sapeva che quella via lo avrebbe portato in una zona di Ponticelli da cui era facile proseguire per casa sua. La macchina percorreva quelle strade sobbalzando ad ogni fosso. Probabilmente Il manto stradale doveva aver subito dei danni per quel maltempo perché sembrava ci fossero buche ovunque. Raffaele continuava a viaggiare quasi alla cieca. Non vedeva nulla davanti a sé, aveva solo la sensazione che quella fosse la strada giusta per ritornare finalmente alla sua abitazione.

All’improvviso vide davanti a lui una luce, anzi due. Erano i fari di un’altra automobile che stava venendo nel senso di marcia opposto al suo. Udì il suono arrabbiato del clacson del suv che gli stava venendo addosso. Si rese conto che era lui in difetto, non ci aveva fatto caso ma stava invadendo la corsia opposta. Subito sterzò a destra per evitare l’impatto che sarebbe stato fatale per entrambi. La macchina riuscì a girarsi ma l’asfalto era ricoperto di ghiaia bagnata e l’automobile slittò di lato. Raffaele affondò il piede nel pedale del freno ma l’auto non rallentava. Le ruote erano ferme ma sciovolavano sul terreno senza ridurre velocità. D’improvviso un rumore fortissimo. Il ragazzo ebbe soltanto il tempo di vedere avvicinarsi un grosso cancello in ferro. La testa batté sul volante e perse i sensi.

Quando riprese conoscenza la pioggia era finita. Ci mise qualche secondo per capire dove fosse, poi quando ricordò l’accaduto ebbe un sobbalzo. Uscì di colpo dall’auto per controllare i danni. Si rese conto di non essere più in mezzo alla strada. La macchina aveva sfondato un enorme cancello ed era entrato all’interno di una proprietà privata. Si avvicinò al cancello per cercare una spiegazione a quanto era accaduto. Era grande e arrugginito ed era chiuso con una catena di ferro tenuta insieme da un lucchetto. L’auto doveva andare ad una velocità folle per riuscire a rompere il lucchetto e spalancare il grande cancello. Maledì quella pioggia per averlo catapultato in quella situazione. Ritornò vicino alla macchina per accertarsi dei danni. La parte anteriore era irriconoscibile e le ruote erano uscite fuori dall’asse. Non sarebbe mai riuscito a tirarla fuori di lì da solo, doveva trovare qualcuno che lo aiutasse.

Alzò gli occhi e si rese conto di trovarsi un luogo del tutto inospitale. In quel momento realizzò che quella era un una delle raffinerie ormai chiuse di quella zona. Quando in passato percorreva quelle strade aveva sempre notato quelle vecchie fabbriche ormai in disuso da decenni. Si trattava delle raffinerie di petrolio che in passato lavoravano ininterrottamente per produrre carburante per i marchi più importanti. Ma quello era un ricordo lontano, ora erano luoghi deserti e spettrali. Difficilmente avrebbe trovato qualcuno in quel posto. O forse no. Forse qualcuno della sicurezza sarebbe passato di lì a controllare, o magari qualcuno vedendo il cancello rotto avrebbe chiamato la polizia. Tanti forse, lui però doveva trovare un rimedio e alla svelta. Erano già le quattro di notte e la stanchezza stava facendo effetto.

Decise di ritornare in auto per cercare il suo smartphone. Avrebbe avvisato qualcuno, tra l’altro nella sua RCA aveva anche un servizio di soccorso stradale gratuito, perché non provare per la prima volta? Rientrò e si mise a cercare. Non riusciva a trovarlo. Era buio e non era possibile nemmeno accendere la luce all’interno dell’abitacolo. L’auto era fuori uso. Si piegò in avanti per controllare sotto i sedili anteriori ma non vedeva nulla. Prese a controllare il lato posteriore quando sentì un rumore strano dall’esterno. All’inizio non ci fece caso poi all’improvviso quel suono divenne più forte. Era un ringhio. Si alzò e vide fuori dall’auto due rottweiler che si avvicinavano ringhiando. Chiuse la portiera prima che fossero vicini. Il rumore li fece arrabbiare e iniziarono ad abbaiare forte.

Raffaele era in trappola. Non poteva uscire e non sapeva come contattare qualcuno. Era un incubo e tutto per colpa di quella dannata pioggia. Provò a premere il clacson per allontanarli ma sortì l’effetto contrario. Ad ogni colpo di clacson i cani abbaiavano più forte contro di lui. Riusciva a vedere la bava che usciva dai loro musi e l’espressione furiosa nei loro occhi.

Smise di strombazzare e cominciò a pregare che qualcuno venisse a salvarlo. I due cani saltarono sul cofano e si avvicinarono al vetro. Guardavano nella direzione di Raffaele, anzi, guardavano proprio lui. Presero a mordere i tergicristalli rompendolo in poco tempo. Poi lo fissavano di nuovo e continuavano a ringhiare. Il messaggio era chiaro, se usciva dall’auto avrebbe fatto la stessa fine, lo avrebbero preso a morsi fino a strappargli la carne dalle ossa. Raffaele rabbrividì al solo pensiero. Non gli restava che sperare in un intervento divino, si mise più comodo sul sedile e chiuse gli occhi.

Quando li riaprì erano passati solo una ventina di minuti. Si guardò intorno e vide con gioia che i rottweiler non erano più sull’auto. Continuava a girarsi ma non li vedeva intorno. Forse si erano allontanati? Sarebbe stata la sua salvezza. Decise di uscire dall’auto per ritornare in strada, con un po’ di fortuna avrebbe trovato qualche altra macchina ed avrebbe chiesto aiuto ora che non pioveva più. Scese dall’auto e senza far rumore girò per raggiungere il cancello d’entrata ma appena lo vide la speranza morì sul colpo. Accanto al cancello c’erano appostati i due cani. Come due leoni a guardia di un portale i due rottweiler erano distesi a controllare l’ingresso di quel luogo. Per Raffaele non c’era via di scampo, non poteva uscire da quel posto. Se avesse cercato di correre fuori i due cani sarebbero stati più veloci e lo avrebbero azzannato e ritornare in auto non era più una soluzione.

Stava decidendo cosa fare quando uno dei due cani alzò la testa e rizzò le orecchie, poi si girò nella sua direzione. Lo aveva visto, quella belva si era accorta di lui e si era alzata sulle quattro zampe. Anche l’altro fece altrettanto, entrambi i cani mostravano i denti in un ringhio diabolico. Raffaele non aveva tempo per pensare a come uscire da quella situazione, si girò dando le spalle alle due belve e cominciò a correre. Non sapeva dove stesse andando ma doveva solo trovare un riparo da loro. Li sentiva abbaiare dietro di lui e sapeva che si stavano avvicinando. Aveva solo un’ancora di salvezza. Davanti a lui c’era l’ingresso di uno degli edifici. La porta era chiusa, pregò con tutte le sue forze che non lo fosse a chiave. Arrivò sbattendo sulla porta, afferrò la maniglia e la abbassò. Con gioia vide che la porta si apriva, subito la spalancò, entrò all’interno e la richiuse. Appena fatto sentì il tonfo dei cani che si stagliavano sulla stessa. Erano sbattuti sulla porta e continuavano ad abbaiare. Erano stati giocati e volevano la loro preda a tutti i costi. Raffaele teneva ferma la porta dall’interno poi si rese conto che c’era una serratura per chiuderla definitivamente. Girò la manopola fino a sentire un click e solo allora si sentì al sicuro. Al sicuro dai cani, certo, ma era comunque in trappola. Non poteva uscire e lì dentro era tutto buio. Con la mano che fendeva il buio cercò un interruttore finché lo trovò. Lo abbassò pensando che fosse un idiota a credere che potesse funzionare. Con grande stupore vide che le luci si accesero. C’era ancora corrente in quel posto quindi, forse non era del tutto abbandonato.

La luce illuminava l’ingresso di quell’edificio. C’era un tavolo con dei quaderni ed un telefono. Raffaele prese la cornetta e la appoggiò all’orecchio. Nessun rumore dall’altro lato. Sarebbe stato troppo fortunato se quel telefono avesse funzionato. Lo abbassò pensando a cosa potesse fare. Anche se impaurito e con ancora nelle orecchie i latrati delle due bestie, era sempre più curioso di quel posto. Non si era mai trovato all’interno di una raffineria, non sapeva cosa poteva trovarvi all’interno. Prese il quaderno sul tavolo e lo sfogliò. C’erano date e numeri. Tante cifre con calcoli assurdi. Su qualche pagina c’erano anche delle parole ma non sembrava conoscerle. Erano lettere strane, forse scarabocchi di qualche impiegato che non sapeva come ingannare il tempo. Lo riposò sul tavolo e andò in giro a scoprire di più su quel posto.

C’erano degli schedari ordinati per data, provò ad aprirli ma erano chiusi a chiave. Decise di cambiare stanza. Dall’ingresso si ritrovò in un’altra stanza, vuota se non per una doccia posta su un angolo. Forse serviva agli operai che lavoravano lì dentro in passato. Un’altra porta, la attraversò e dopo un lungo corridoio arrivò a quella che sembrava una sala comandi. C’era una console collegata a dei monitor accesi. Le immagini che erano proiettate non erano per nulla chiare, erano dei vecchi monitor a tubo monocromatici. Raffaele si avvicinò per vedere meglio. Le immagini erano disturbate, probabilmente quella vecchia tecnologia dava problemi. Pensò che si trattasse di telecamere di sicurezza per i vari reparti. Quello svolto in quegli edifici doveva essere un lavoro di precisione e molto pericoloso. Sicuramente in giro c’erano sostanze infiammabili ovunque e bisognava sorvegliare ogni stanza. Qualche schermo proiettava le immagini di corridoi vuoti, altre di stanze chiuse.

Sulla console era presente una cornetta, forse un sistema di comunicazione per la fabbrica. Lo alzò, magari era fortunato e in quella struttura c’era ancora qualche guardia notturna in giro.

-Qualcuno mi sente? Mi sentite?

Nessuna risposta.

-Sono all’interno dell’edificio, nella sala comandi. C’è qualcuno che può aiutarmi ad uscire di qui? Fuori ci sono dei cani rabbiosi che non mi permettono di uscire.

Dalla cornetta solo un piccolo ronzio. Ormai era certo di essere l’unico in quella fabbrica abbandonata. Era spacciato, non sapeva proprio cosa fare. Era nervoso e cominciò a premere tutti i pulsanti sulla console. La pulsantiera si illuminava quando premeva i tasti a caso. All’improvviso la sequenza fece illuminare un pulsante rosso sul lato destro.

“Che c’è di male a premere un pulsante in più? Proviamo”

Pensò. Lo tenne premuto ma non successe niente. Guardò di nuovo lo schermo e quello che vide gli fece pensare che quella non era stata proprio l’idea più furba che gli era saltata in mente.

Una delle telecamere riprendeva l’interno di una stanza. La luce sopra la porta prese a lampeggiare e la porta si aprì del tutto. Forse era stato quel pulsante ad attivare la porta. Fin qui tutto normale. Poco dopo dal monitor Raffaele vide un’ombra che strisciava fino alla porta per poi uscire dalla stanza. quando realizzo quello che aveva fatto, iniziò a tremare di paura. Quelle sale chiuse erano celle di detenzione che contenevano qualcosa. Giusto, qualcosa. Quella che aveva visto non era una forma umana o animale, e ora era uscito da quella stanza e si trovava in libertà.

Dal monitor vedeva quell’ombra scura passare davanti alle telecamere piazzate nell’edificio. Non aveva idea di dove fossero posizionate, se quella cosa stesse uscendo o stesse andando da lui, ma non poteva restarsene lì ad aspettare. Uscì dalla sala comandi e percorse il corridoio. Non aveva senso uscire dalla raffineria, c’erano ancora i cani ad aspettarlo. Aprì una porta di servizio che dava accesso alle scale. Stava pensando cosa fare quando dal fondo della tromba di scale sentì un suono. Era il rumore di sedie che si rovesciano, acciaio che cade a terra. Qualcuno stava mettendo sotto sopra qualche sala nei piani inferiori. E poi, sentì quel verso.

Era un verso di animale ma Raffaele era sicuro di non aver sentito mai qualcosa del genere. L’urlo di un predatore ma c’era qualcosa di metallico. Echeggiava in tutto quello spazio e preannunciava una caccia che era appena iniziata. Il ragazzo non aveva alternative se non quella di salire la rampa di scale. Magari in cima sarebbe stato al sicuro o avrebbe trovato qualcosa di utile. Salì due gradini alla volta per distanziarsi da quel suono che sentiva avvicinarsi. Ogni tanto buttava l’occhio dalle scale ma quello che vedeva non aveva senso. Sembravano tentacoli quelli che fuoriuscivano dal passamano.

Senza indugiare chiuse gli occhi e continuò a salire. Non sapeva più quanti piani aveva superato, prima di arrivare in cima però si fiondò all’interno di una porta. Si accorse dall’interno però che non era possibile chiuderla a chiave quindi continuò a correre per le stanze semivuote. Alla fine arrivò ad un vicolo cieco. Davanti a lui c’era una porta chiusa con accanto un tastierino numerico per aprirla. Nella disperazione provò qualche combinazione di numeri ma l’esito fu sempre negativo. Intanto da lontano sentiva il rumore della porta di ingresso che si apriva e quel verso che si avvicinava lentamente. Si guardò intorno in cerca di un oggetto che potesse servirgli ma c’era poca roba. Aprì una cassettiera e frugò all’interno, solo fogli. Un altro cassetto, vuoto. L’ultimo invece conteneva qualcosa che faceva al caso suo. C’erano delle pistole spara razzi. Non era un’arma ma poteva servirsene per accecare quell’animale, o qualunque cosa fosse. Si sedette a terra ancora terrorizzato. Non riusciva ancora a pensare di trovarsi in una classica scena da action movie. La mano tremava mentre direzionava la pistola verso la porta da cui era entrato. La bestia dall’altro lato non emetteva più il suo grido di caccia, ma si sentiva indissolubile il rantolo del suo respiro. La porta finalmente si aprì.

Quella che vide davanti ai suoi occhi era qualcosa di difficile da descrivere.

Prima vide la testa. Il muso era lungo, gli sembrava quello di un coccodrillo. La mascella era leggermente aperta e dai denti scendeva una bava vischiosa. Non riusciva a vedere gli occhi, forse quella strana creatura ne era sprovvista. Il dorso era coperto di squame e le zampe anteriori poggiavano a terra mentre camminava lentamente sul pavimento. Aveva l’aria di un rettile, finché non vide la parte inferiore del suo corpo. Aveva dei tentacoli. Tentacoli strani, non come quelli di un polpo o una piovra. Erano anch’essi ricoperti di squame e nella parte terminale avevano dei lunghi artigli. Raffaele era terrorizzato, quello che aveva davanti a lui era il mostro peggiore che fosse uscito dai suoi incubi. Non aveva occhi ma lo stava guardando, sentiva che lo percepiva e ne era terrorizzato. Poi aprì la bocca ed emise di nuovo quel verso terrificante. Raffaele si destò da quell’incubo e premette il grilletto. Dalla grossa pistola partì una scia infuocata che andò incontro alla bestia. Lo colpì in pieno, il razzo andò ad infrangersi sotto al suo palato. L’animale cadde all’indietro nell’impatto mentre una pioggia di scintille cadde intorno. Alcuni fogli presero fuoco facendo scattare l’allarme antincendio. Per il ragazzo fu una speranza inattesa.

Gli idranti sul soffitto si attivarono all’istante mentre una luce rossa cominciò a lampeggiare ad intermittenza. Tutte le porte bloccate si aprirono nello stesso momento, probabilmente in caso di pericolo c’era un protocollo di sicurezza che lo prevedeva. Prima che il mostro si rialzasse Raffaele ne approfittò attraversare la porta ormai aperta. Non era possibile richiuderla quindi l’unica alternativa era correre, correre fino ad arrivare in un luogo sicuro. Magari all’aperto sarebbe stato possibile sparare un razzo in cielo.

Così fece, cominciò a correre verso l’ignoto. Quando attraversò l’ultima porta dovette fermarsi di colpo. Davanti a lui c’era un grande vuoto, la bocca di una cisterna vuota. Era enorme, lui si trovava nella parte più alta e da lì si poteva solo scendere attraverso una rampa di scale in ferro. Era spacciato, non poteva arrampicarsi e decidere di scendere sarebbe stata la scelta peggiore. Direzionò in alto lo spara razzi facendo partire un altro colpo. Vide la scia luminosa effettuare una traiettoria. Così come per quella scia, anche la speranza in un aiuto provvidenziale cominciava a scendere. Abbassò le braccia in segno di sconforto. Sentiva l’urlo della bestia sempre più furioso.

Ad un tratto sentì un rumore sempre più assordante venire dall’esterno. Dalla bocca della cisterna vide un elicottero. Aveva un faro davanti che proprio in quel momento lo stava illuminando. Eccola, la provvidenza. Subito Raffaele iniziò a sbracciarsi e urlare a squarciagola per farsi vedere. Chiunque stesse pilotando quell’elicottero doveva averlo già notato ma stranamente ancora nessuna scaletta era stata lanciata dal portello. All’improvviso sentì un sibilo, poi un rumore metallico vicino al suo orecchio. Poi un altro sibilo ma a quel punto sentì un dolore forte all’altezza della fronte. Si toccò, la mano era ricoperta di sangue. Lo stavano colpendo? Dall’elicottero qualcuno gli stava sparando? Si sentì sconfitto. Si inginocchiò senza più alcuna speranza. Davanti a lui il mostro lo aveva raggiunto e si abbassava su di lui con le fauci spalancate. L’ultimo colpo partito dall’elicottero prese in pieno la testa di Raffaele che esplose al contatto. L’unica consolazione fu quella di essere già morto mentre la belva divorava il suo corpo.

Il giorno successivo due guardie scelte osservavano il cancello spalancato della raffineria. Si avvicinarono due rottweiler, li riconobbero e si misero in posizione seduta. Una delle guardie li accarezzò mentre parlava con il collega.

-Ti hanno già spiegato cosa è successo?

-Si ho parlato con i russi prima. Non pensano sia stato premeditato, la macchina è intestata ad un ragazzo incensurato. Forse un incidente, si è trovato in mezzo ad una situazione più grande di lui

-Lo hanno trovato?

-Chi, il ragazzo? Impossibile. Lo hanno visto ieri sera dall’elicottero poi nulla. Non mi hanno detto nient’altro

-Già. Noi non domandiamo, eseguiamo e basta

-Esatto. Dobbiamo far scomparire la macchina, chiami tu in centrale appena hai finito di fare l’amore con i cani?

-Faccio subito non ti preoccupare

-Ok. Vado ad avvisarli che è tutto sotto controllo

-Quindi non è successo niente, giusto?

-Corretto. Assolutamente niente

29 Ottobre 2010

Un’altra notte, un altro bar. Uno dei tanti, non importa quale. Anzi, solo una regola magari, mai troppo affollato. Meglio non dare nell’occhio. Magari meglio ancora se in un quartiere diverso ogni volta. L’importante è sedersi al bancone ed ordinare subito qualcosa di forte. Niente cocktail, solo puro alcol in bicchiere di vetro senza ghiaccio.

Forse dopo i primi cinque o sei bicchieri qualche barista farà la faccia strana, forse uno spirito nascosto da boy scout lo farà tentennare a servire l’ennesimo drink, ma alla fine sanno tutti come va a finire. Il cliente aprirà il portafogli e farà vedere quei pezzi di carta stampata colorati che aprono tutte le porte e a quel punto il boy scout sparisce e lascia il posto all’uomo con il simbolo dei dollari negli occhi.

Conosceva bene i suoi polli, sapeva come ottenere quello che voleva, ed era sempre lo stesso. Qualcosa che lo facesse sballare, che gli intorpidisse la mente. Da fuori non si sarebbe detto, ma poi sapeva bene quando era il momento di smettere. Sapeva quando arrivava al punto giusto, quello in cui la mente finalmente si distacca dalla realtà e vive in un confuso mondo di sogni e illusioni. Perché lui, Marcello, lo sa bene che a volte bisogna fuggire dalla realtà e nascondersi nel mondo dei sogni. A volte vale la pena vivere in un incubo piuttosto che nel mondo reale.

Quella notte non faceva eccezione, l’uomo solitario vagava tra le vie del centro alla ricerca di un nuovo bar. Si muoveva con passo felpato come una preda che controlla il suo territorio di caccia. Passò davanti ad un paio di locali che già conosceva. Tirò dritto continuando la sua ricerca. Si avvicinò ad un nuovo bar ma quando aprì la porta venne letteralmente inondato dal volume altissimo di una musica elettronica. Non era di quello che aveva bisogno. Voleva solo un posto dove sedersi e bere, anche se non un posto silenzioso ma magari solo un po’ di musica di sottofondo. Quella bolgia era troppo anche per lui, richiuse la porta e continuò a camminare.

I minuti passavano, controllava l’orologio in continuazione mentre l’ansia saliva. Doveva trovare un riparo, non poteva far passare troppo tempo. Forse era meglio tornare indietro e ritornare in un bar già visitato in precedenza? O forse doveva dare una speranza a quel buco chiassoso? Camminava senza nemmeno più guardare agli angoli della strada. Una strana sensazione di paura stava per prendere il sopravvento. Alzò la mano destra e la guardò con attenzione, stava tremando. Un quasi impercettibile movimento delle dita, ma lui le sentiva benissimo muoversi. Forse era solo paranoia, o forse stava per andare in crisi di astinenza. Non sapeva ancora cosa fosse ma iniziava a preoccuparsi seriamente.

Percorse qualche metro guardando il pavimento lastricato di pietra lavica. Non si curava neanche delle persone contro cui sbatteva mentre imprecava sottovoce. Si appoggiò ad una porta senza maniglia che si aprì sotto il suo peso. Entrò all’interno senza nemmeno capire dove. Fece qualche passo respirando a fatica, poi sentì qualcosa e sgranò gli occhi.

Era musica, musica dolce da lounge bar. Le note lo rilassarono ed ebbe il coraggio di alzare lo sguardo. Intorno a lui vide dei divanetti e dei tavoli apparecchiati. Davanti c’era un grosso bancone in vetro dietro il quale una ragazza stava pulendo dei bicchieri. La luce era soffusa per rendere l’ambiente più confortevole. Ora era sicuro, era dove doveva essere. Un bar che non ricordava.

Riprese a respirare a grandi boccate mentre i muscoli si rilassavano. Chiuse gli occhi, li riaprì, il bar c’era ancora. Non era un sogno quindi.

Si avvicinò al bancone guardandosi intorno mentre controllava i volti dei clienti. Non voleva assolutamente attirare l’attenzione, fuggiva dagli sguardi dei visi sconosciuti. Arrivò allo sgabello davanti al bancone e con il manico della camicia si asciugò la fronte bagnata di sudore.

-Cosa desidera?

Marcello era sovrappensiero quando la voce femminile gli parlò. Alzò la testa ed il suo sguardo incontrò due bellissimi occhi azzurri contornati da una linea nera. Mise a fuoco il resto del viso, la ragazza lo guardava con un’espressione dura ma interessata. La bocca coperta da un rossetto nero era chiusa in una mossa interrogativa e creava un delizioso contrasto con i capelli biondissimi. Un dettaglio particolare, un piccolo tatuaggio a forma di cuore sul collo. Passarono diversi secondi di silenzio prima che la ragazza ripeté la stessa domanda.

-Cosa desidera? Vuole un menu?

-No… no, grazie. Un bicchiere di Vodka. Liscio

La barista si girò e prese la bottiglia di Vodka sullo scaffale, versò in un bicchiere e lo porse a Marcello. Lui ringraziò timidamente poi prese con forza il bicchiere dal bancone e lo svuotò tutto d’un fiato. Posò il bicchiere sul vetro e chiuse gli occhi. La sensazione che gli dava l’alcol era difficile da descrivere. Sentiva il sapore del liquido che gli scendeva nella gola mentre i nervi si allentavano e un leggero senso di intorpidimento lo avvolgeva.

Riaprì gli occhi e guardò di nuovo la barista.

-Un altro. Doppio

La ragazza alzò un sopracciglio. Non le era mai capitato un cliente così esigente. Era seduto da pochi minuti e già aveva ordinato un quantitativo di roba che lei non sarebbe stata in grado di reggere.

Senza ribattere gli versò un altro bicchiere e glielo porse. Come per il primo, glielo strappò quasi dalle mani e bevve con avidità. Appena finito si alzò di corsa e si avviò verso il bagno seguendo le indicazioni sul muro. La barista rimase allibita per qualche secondo prima di voltarsi e continuare a lavare i calici.

Marcello entrò nel bagno sbattendo la porta. Rimase stupito dalla pulizia di quel posto. Doveva essere un bar completamente nuovo per avere ancora tutto intatto. Entrò in una delle porte interne e prese ad urinare. Mentre lo faceva chiudeva e gli occhi e assaporava il momento, sembrava che qualcuno lo stesse dondolando dolcemente. Si immaginò di essere su una zattera in mezzo al mare mentre le forze lo abbandonavano e un raggio di sole gli illuminava il viso. Quella visione mistica però durò poco.

Riaprì subito gli occhi sentendo un forte rumore alle sue spalle. Si sistemò velocemente ed aprì la porta del bagno. Rimase immobile e in silenzio per percepire ogni minimo rumore.

Niente, era sparito.

Si mosse lentamente in più direzioni per controllare meglio ma non c’era nessuno. Tirò un sospiro di sollievo e si accostò al lavandino. Prese il sapone e cominciò a strofinarsi le mani sotto un getto d’acqua gelida. Stava godendo il momento di pace quando per due volte la luce si spense per pochi attimi. Alzò lo sguardo e vide il suo viso nello specchio-. Non era la sua serata migliore e lo notava osservando il volto scavato davanti a lui. A vederlo da fuori chiunque lo avrebbe evitato.

Fu in quel preciso istante che vide qualcosa. Un singolo fotogramma proprio nel momento in cui la luce si accese prima di spegnersi nuovamente. Quello che vide era un volto sconosciuto proprio accanto al suo. Ebbe un sussulto, sentì un calore improvviso mentre il cuore iniziava a battere velocemente. Quando la luce si accese di nuovo nello specchio c’era solo lui, ma ormai era in preda allo spavento più cupo.

Si asciugò velocemente le mani sui pantaloni ed uscì a passo spedito fuori dal bagno. Passò davanti al bancone e prese posto sullo stesso sgabello di prima. Mentre i pensieri confusi viaggiavano nella mente vide un bigliettino spuntare sul bancone proprio sotto il suo naso. Alzò lo sguardo ed incrociò di nuovo i bellissimi occhi della barista, stavolta però l’espressione era dura.

-Prego, questo è suo

-Cosa?

-Il conto di quello che ha preso

Marcello passò in pochi attimi dallo stupore alla rabbia, complice anche lo stato di agitazione della visione precedente. Prese lo scontrino dal bancone e lo strappò in piccoli pezzi.

-Chi ti ha detto che abbia finito di ordinare? Ritorna al tuo posto e servimi un altro bicchiere della roba più pesante che hai. E senza ghiaccio!

Senza rendersene conto aveva alzato la voce attirando l’attenzione di alcuni presenti. La barista non sapendo cosa fare si girò e prese un’altra bottiglia da uno scaffale e iniziando a riempire il bicchiere. Nessuno si accorse di come tremava mentre porgeva il bicchiere di vetro al cliente che si era seduto nuovamente sullo sgabello.

Senza mai distogliere lo sguardo dalla ragazza, Marcello prese il bicchiere e lo svuotò con un solo sorso. Era ancora rosso dalla rabbia quando lo posò sul bancone. Non riuscì a controllarsi, l’impatto fu così forte che la lastra di vetro si incrinò. La barista era già abbastanza scioccata, quando vide i pezzi di vetro saltare via, emise sonoramente un grido di terrore. Subito dopo si portò le mani alla bocca, rendendosi conto ormai che tutti guardavano nella sua direzione.

-Cos’è? Ti sei spaventata per un po’ di vetro rotto? Tieni, compralo nuovo. Vedi qui dentro quanti soldi ci sono? Se continuo a pagare tu devi continuare a servirmi da bere, capito?

La musica si fermò di colpo e il brusio di sottofondo divenne lentamente un silenzio imbarazzante. Una figura imponente si avvicinò a Marcello da dietro e gli toccò gentilmente la spalla.

-Signore, le chiedo di lasciare subito il locale

Marcello si girò di scatto e guardò negli occhi l’uomo. Un palestrato nero vestito da bodyguard, maglietta attillata per esaltare il fisico scolpito e occhiali scuri come il cielo all’esterno del bar.

-E tu chi sei? Vieni pagato per trattare così i clienti che pagano? Chiamami il responsabile di questo posto di merda e vediamo

-Abbassi la voce, sta disturbando gli altri clienti. Mi segua fuori in modo da chiarire la situazione

-Io non devo chiarire un bel niente. Lasciami subito o io…

Non finì di terminare la frase che in preda alla disperazione ritornò accanto al bancone e prese un bicchiere pieno di un liquido color ambra. Caricò il braccio e colpì il viso del buttafuori. Si sentì un rumore della cartilagine che si rompeva. Il ragazzo si accasciò in ginocchio tenendosi il naso tra le mani che si coloravano lentamente di rosso.

Marcello vide il bodyguard a terra e una sensazione di esaltazione gli pervase lo spirito. Alzò le braccia in segno di vittoria e guardò tutta la platea.

-Allora? Qualcun altro ha qualcosa da ridire oppure posso passare la mia serata in tranquillità?

Ormai tutti lo guardavano, davanti a lui c’erano solo espressioni piene di terrore e disgusto. Ma lui se ne fregava. Abbassò il braccio che ancora stringeva il bicchiere usato come arma e lo portò alla bocca per berne il contenuto, qualsiasi cosa fosse. Fu in quel momento che avvertì un dolore forte poco sopra la nuca. L’ultima cosa che pensò prima di tramortire a terra fu il sapore troppo dolce del drink che stava bevendo. Poi fu tutto scuro.

Prima di riaprire gli occhi, Marcello pensò di essere ancora su quella zattera in mezzo al mare che aveva visualizzato prima nel bagno del locale. Riusciva quasi a sentire sul viso il calore del sole mentre lentamente il sonno spariva. Avvertì subito un dettaglio molto importante, non c’erano onde e quindi era sparita la confortevole sensazione di dondolio che tanto gli piaceva. Una volta resosi conto di non essere dove voleva sbarrò gli occhi e si alzò di scatto.

Si girò per capire dove fosse. Era in un appartamento che non conosceva. Era su un divano, davanti a lui su un tavolino c’era del caffè mentre a terra era poggiata una bacinella azzurra.

Marcello stava facendo mente locale su quanto era accaduto, gli vennero in mente le ultime scene prima del buio. Il colpo al bodyguard, la sensazione di onnipotenza, il dolore alla testa. Con la mano destra si toccò leggermente dietro alla nuca ed avvertì una fitta leggera mentre toccava la parte indolenzita. Raccoglieva i pezzi di un puzzle che ancora non aveva tutti i tasselli quando sentì una voce alle sue spalle che non riuscì a riconoscere subito.

-Vedo che ti sei ripreso. Ti conviene stare ancora un po’ seduto sul divano. Riposati e mettiti in forze

Si girò velocemente e la vide. Capelli biondi e viso senza ombra di trucco. Senza il rossetto nero non la riconobbe subito ma bastò vedere il piccolo tatuaggio sul collo per arrivarci. Era la barista del locale in cui era andato quella sera.

Una serie infinita di domande gli riempirono la testa. Perché era lì con lui? Quale era il suo ruolo in quello che era successo? Perché ricordava che prima fosse spaventata mentre ora sembrava più sicura e tranquilla?

Marcello stava per dire qualcosa quando perse l’equilibrio e sprofondò sul divano.

-Te l’ho detto che era meglio riposarsi. Non sei ristabilito del tutto

-Tu… Tu cosa….

-Non sforzarti a parlare. Lo capisco, vuoi capire cosa è successo. Non ti preoccupare, ti prendo un bicchiere d’acqua e ti racconto tutto

Come promesso si allontanò solo qualche secondo per prendere un po’ d’acqua fresca per lui. Si avvicinò e gli porse gentilmente il bicchiere, poi si sedette sul divano di fianco a lui.

-Allora, da dove cominciamo? Ah, ecco, prima di tutto ti chiedo scusa. Ero spaventatissima quando stasera hai messo KO l’imponente Ibrahim. quando l’ho visto a terra con il naso rotto ho pensato che fossi il classico bullo che avrebbe causato solo altri guai quindi mi sono presa la briga di prendere una bottiglia di Tequila e colpirti dietro la testa. Hai perso subito i sensi ma non ci saranno conseguenze gravi, forse qualche altro mal di testa nei prossimi giorni

Appena finì quella frase, Marcello si toccò istintivamente la nuca e avvertì di nuovo il dolore.

-E’ stata una reazione affrettata ma comunque sbagliata. C’è da dire che te la sei cercata, però. Fatto sta che altri dipendenti del bar ti hanno subito preso e portato all’esterno. Ti hanno lasciato sul marciapiede di fronte, accanto a dei bidoni della spazzatura. Quando ho finito il mio turno e sono uscita dal locale eri ancora lì addormentato. Non me la sono sentita di lasciarti da solo. In fondo era anche colpa mia se eri in quello stato. Ho chiesto una mano ad altri ragazzi e ti ho caricato in macchina e portato a casa mia

-Perché? Perché lo hai fatto se prima ero stato così…

-”Stronzo”. La parola corretta è “stronzo”. Non so, forse perché prima di lasciare tutto e cambiare vita avevo cominciato gli studi di infermiera. O forse perché so bene come ci si sente ad avere a che fare con un ubriaco cronico. Anche mio fratello beveva come una spugna, quasi sempre finiva le serate all’interno di un’ambulanza diretto verso un pronto soccorso. Non mi andava di tornare a casa e fare i conti con il senso di colpa. Ti ho portato qui e ho fatto qualcosa per te

-Perdonami, hai ragione. Non devi scusarti tu, la colpa è solo mia

-Ok, allora ritiro subito le mie scuse e accetto le tue. Prendi un altro po’ di caffè, se devi vomitare ancora c’è la bacinella pulita accanto al divano

Vedendo quel bel sorriso che sbocciava sul viso della ragazza, Marcello ebbe un pensiero che non gli era mai venuto mai in mente. Pensò che anche solo per aver conosciuto una persona così gentile valesse la pena vivere senza rifugiarsi nei propri sogni o incubi. Non gli sembrava vero che qualcuno avesse fatto qualcosa per lui senza aver chiesto nulla in cambio. Si diede un pizzicotto sul braccio per controllare che fosse ancora sveglio. Lo era. Forse valeva la pena anche aprirsi con lei e confidargli i suoi segreti.

-Grazie. Grazie ancora. Devo andare ora, quanto tempo ho dormito? Sarà giorno ormai

-In realtà non molto. Ho finito il turno all’una, quando siamo arrivati qui ti sei svegliato un paio di volte ma non eri cosciente e probabilmente non te lo ricordi. Ti ho dato una mano a farti passare la sbornia. Abbiamo camminato per tutta la stanza e ti ho fatto bere litri di caffè. Se non hai ancora il classico mal di testa allora direi che stai già bene ma ti sconsiglio di andare via ora. E’ ancora buio, puoi stare qui stanotte. Riposati sul divano così appena fa giorno sarai in forze per andare. Io ora non ho sonno quindi sarò sveglia nell’altra stanza quindi vedi di non fare brutti pensieri. C’è il mio coinquilino che dovrebbe rincasare verso le cinque quindi sappi che non sarò sola

-Aspetta, aspetta. Stai dicendo che non è ancora giorno? Che ore sono?

-Le quattro e mezza passate. Ma perché ti interessa così tanto?

Marcello si alzò subito dal divano e si avvicinò ad una piccola finestra chiusa. Aprì la tenda e tirò su la tapparella. Fuori vide la città in tutto lo splendore. Un cielo nero e pieno di stelle sovrastava le vie cittadine illuminate dai lampioni gialli. Un silenzio sacro sanciva il sonno profondo in cui le persone erano sprofondate.

La ragazza si avvicinò all’uomo e gli toccò una spalla.

-Tutto bene? Ti vedo agitato, qualcosa non va? Per caso soffri di vertigini?

Marcello si girò verso di lei, il volto rilassato di prima non c’era più ed aveva lasciato posto ad un’espressione che lei aveva già visto qualche ora prima, davanti al bancone del bar.

-Non c’è tempo da perdere. Dammi qualcosa di forte

-Scusa?

-Ti ho detto di darmi qualcosa di forte. Non hai a casa dei liquori, una birra, qualcosa di più pesante?

Il viso della ragazza divenne una maschera di delusione e paura. Si fece coraggio ed affrontò l’uomo.

-Senti… tipo. Non so nemmeno come ti chiami ma so cos’è una crisi di astinenza e davanti a me ne vedo una. Pensi ti abbia portato qui, curato, passato del tempo a pulire il tuo cazzo di vomito dal pavimento per sentirmi dire “dammi qualcosa di forte”? Tu ora ti risiedi sul divano e vedi di dormire prima che io chiami qualche mio amico che non vede l’ora di sfogare un po’ di frustrazione su di te. Hai capito?

-Sei tu che non capisci. Devi muoverti, ti prego. Ho bisogno di alcol

Appena finita la frase piombò in cucina a rovistare tra i mobili e i cassetti.

-Ma dimmi un po’, pensi che perché io faccio la barista ho degli alcolici a casa? Adesso ti faccio vedere io, un po’ di spray al peperoncino sugli occhi e ti passerà la voglia di bere

La ragazza andò di corsa nella sua camera per prendere la borsetta all’interno della quale portava sempre con sé lo spray al peperoncino.

Intanto Marcello cercava con avidità in un cassetto quando tutto intorno si fece buio per una frazione di secondo.

Si bloccò sgranando gli occhi.

La luce andò via una volta ancora, poi un’altra. Respirava a fatica mentre si girava in ogni direzione. Solo lui sapeva cosa stava per accadere. Passarono pochi secondi che per lui durarono un’eternità. Stava per rimettere le mani nel cassetto quando sentì un rumore. Si girò di lato e vide una sedia al centro della stanza, prima ricordava di averla vista di fianco al tavolo. Alzò gli occhi al cielo, stava cominciando di nuovo.

-No, no, no, no. Vi prego…

Sentì subito qualcosa di freddo sulla spalla sinistra, poi sulla spalla destra. Il tocco di una mano ma fredda come il ghiaccio. Era terrorizzato, poi un’altra mano si posò sulla testa e la girò.

Finalmente li vide, erano solo in tre ma sapeva che sarebbero potuti aumentare in poco tempo. Erano persone o meglio un tempo lo erano state, ora erano solo anime in pena. Fantasmi, ma della peggior specie. Non li aveva mai visti prima d’ora ma sapeva bene chi fossero.

La prima volta gli era successo due anni prima in seguito a quel brutto incidente. Stava lavorando come muratore in un cantiere quando cadde da un’altezza considerevole e fu portato all’ospedale più vicino. Rimase in coma per quattro mesi poi con gran stupore dei medici si svegliò. Tutti urlavano al miracolo ma Marcello non sapeva ancora che quello stesso giorno sarebbe cominciato il suo incubo personale.

Durante la prima notte in ospedale da redivivo si svegliò e chiamò un’infermiera per essere assistito. La porta della stanza si aprì ma non era la persona che si aspettava che entrò nella camera. Era una bambina con un lungo vestito scuro. Capì subito che lui stava guardando nella sua direzione e gli si avvicinò.

-Tu mi vedi?

-Chi sei? Ti sei persa?

-Allora tu mi vedi? Che bello!

-Chi sei?

In quel momento sentì dei passi e vide l’infermiera entrare e chiedergli in cosa poteva essere utile. Domandò a lei se conoscesse quella bambina ma la sua risposta ebbe l’effetto di un cazzotto nello stomaco.

-Bambina? Mi scusi ma qui non c’è nessuna bambina, ci siamo solo io e lei. Vuole che chiami il medico per farle aumentare il dosaggio della flebo?

La bambina che lo guardava ai piedi del letto uscì dalla stanza. Marcello pensava fosse un’allucinazione isolata ma dovette ricredersi già dalla notte successiva. Ogni volta si presentavano da lui nuovi fantasmi, nuove anime alla ricerca disperata di un tramite con il mondo terreste. Avevano capito che lui possedeva un dono.

Tutti gli chiedevano qualcosa. C’era chi voleva far sapere ai parenti in vita che esiste qualcosa dopo la morte, chi chiedeva solo di sapere dove fossero i propri cari, e poi c’erano loro. La feccia, quelli che anche senza vita si nutrivano di odio e voglia di far del male. Qualcuno gli faceva visita per recapitare messaggi di morte ai conoscenti terreni ma la maggior parte usava Marcello come propria vittima sacrificale. Godevano nel fargli provare terrore, nel compiere su di lui le azioni più nefaste che gli erano negate dal momento della morte.

Sapevano che se lo percuotevano gli provocavano del male, se lo graffiavano lui sanguinava, che quando lui era presente potevano interagire con il mondo terreno, muovere degli oggetti. Era un vero e proprio incubo per Marcello e quei pochi con cui riuscì ad aprirsi stentavano a crederlo. Pensavano tutti che fossero le conseguenze al cervello dovute ai mesi in coma.

Era solo.

Con il tempo però capì che solo di notte gli spiriti venivano a fargli visita e che l’unico modo per evitare quel supplizio era dormire. Quando cadeva in un sonno profondo loro non si manifestavano. Era quella la sua unica occasione, rifugiarsi in un sogno per fuggire dall’incubo della realtà.

All’inizio si fece aiutare da tranquillanti e sonniferi ma con il tempo il suo corpo si abituò ai farmaci e riusciva a stare sveglio anche dopo interi flaconi. Fu in quel periodo che quasi per caso scoprì la sua salvezza. L’alcol. Quando era brillo non aveva problemi. Nelle notti in cui non riusciva a prendere sonno bastava ubriacarsi, abbandonarsi alla sensazione di torpore degli alcolici per non attivare quella sua speciale vista.

Era destinato ad una vita di inferno, agli occhi degli altri era solo un ubriacone incallito mentre solo lui sapeva il fardello che portava.

-Eccoci, non ci saluti?

-Sei bello sveglio, ti vedo in forma

-Non ti siamo mancati?

Marcello sapeva di non avere chance con loro. La barista lo aveva reso sobrio quindi la sua personale arma era scarica. Si rese conti di essere impotente e si arrese alla volontà di quei demoni.

Fu quello che gli teneva ferma la testa a cominciare. Afferrò con forza i capelli li tirò con prepotenza. Il volto dell’uomo andò a sbattere contro lo spigolo del tavolo provocandogli un dolore lancinante al naso.

-Non tenertelo tutto per te, lasciamelo un po’.

Un secondo spirito corse verso la sua vittima che era riversa a terra e le diede un calcio nel costato. Marcello buttò fuori tutta l’aria che aveva nei polmoni mentre si rannicchiò in posizione fetale per attutire i colpi successivi. L’altro continuò a percuoterlo senza fermarsi, pervaso da un malsano sadismo.

Il terzo dei tre nel frattempo prese un coltello dal cassetto ancora aperto. Fu ammonito da un suo compagno.

-No! Non ancora, giochiamo un altro po’

Quest’ultimo afferrò nuovamente per i capelli Marcello e lo alzò in piedi. Avvicinò il volto orrendo al suo e gli parlò.

-Non mi dire che sei già stanco. Vediamo se sei così sveglio da saper contare

Fu in quel momento che arrivò in cucina la ragazza. Vide il suo ospite di spalle, in piedi in una strana posa con le braccia allargate. Pensò che si fosse bloccato in seguito alla crisi. Ne approfittò per fare qualche passo in avanti verso di lui. Voleva accecarlo con lo spray prima che fosse troppo tardi.

Poi si fermò e si rese conto che qualcosa di strano stava avvenendo sotto i suoi occhi.

-Uno!

Il fantasma urlò così forte che Marcello pensò che chiunque avesse sentito la sua voce. Purtroppo sapeva che non era possibile. Al suo comando un altro spirito prese il pollice della sua mano destra e lo portò all’indietro fino a fargli toccare il dorso. Il rumore della falange che si slega dalla sua posizione originale era disgustoso. Marcello emise un urlo disumano mentre dietro di lui la barista osservava la scena senza riuscire a dare una spiegazione.

-Due!

Anche l’indice seguì lo stesso destino dell’altro dito. Ancora un dolore fortissimo.

-Tre!

Era il turno del medio. Marcello resisteva al dolore sperando solo che qualcuno o qualcosa potesse salvarlo. Intanto la ragazza rimaneva impietrita vedendo quelle dita che si muovevano da sole in modo innaturale, come se una forza sconosciuta le stesse spezzando. Si portò le mani alla bocca per reprimere un urlo. ma quando vide che anche l’anulare e il mignolo si girarono non riuscì a trattenersi.

Fu un grido lungo, di paura, di terrore. Marcello riaprì gli occhi e provò a voltarsi verso di lei. La mano che gli teneva i capelli però lo bloccava e lui non aveva abbastanza forze.

-Cosa credi di fare? Lei non può aiutarti e noi siamo solo all’inizio

Gli prese un braccio e glielo girò all’altezza del gomito. Fece lo stesso anche con l’altro mentre le urla di terrore della ragazza continuavano senza sosta alternate da quelle di dolore dell’uomo.

Marcello tentò il tutto per tutto e cominciò a parlare ad alta voce.

-Ti prego uccidimi! Fallo, ti prego. Non posso spiegarti tutto ma per pietà, uccidimi!

-Pensi che quella ragazza spaventata possa darti una mano? La crocerossina che si è presa cura di te stasera? Smettila e fai l’uomo. Lei non ti aiuterà mai

Lo spirito aveva ragione. La barista era in preda ad una crisi di nervi. Urlava e si copriva le orecchie per non sentire le richieste della povera vittima. Era spacciato, e tutto a causa dell’opera da buon samaritano di quella ragazza ignara di tutto.

Fu allora che vide un’unica soluzione, però doveva agire in fretta. Disse qualcosa sottovoce, poche parole incomprensibili che attirarono l’attenzione del fantasma.

-Cosa hai detto? Non ho capito

Ripeté la frase senza aumentare il volume della voce. A quel punto l’aguzzino avvicinò l’orecchio alla bocca di Marcello per decifrare quella frase criptica. Era l’occasione che lui stava aspettando. Se loro potevano fargli del male di notte allora anche lui poteva fare lo stesso.

Aprì la mascella, allungò il collo in avanti quanto basta e serrò la mandibola di scatto. Il demone urlò di dolore mentre si portava entrambe le mani sull’orecchio. Marcello sputò il pezzo di lobo a terra, non c’era nessuna traccia di sangue. Quella intuizione gli aveva garantito una libertà temporanea, lo spirito si allontanò mentre saltava quasi danzando per il dolore. Ora però era solo a metà, mancava un’ultima azione per essere finalmente libero.

Gli altri due spiriti guardavano la scena sorpresi, probabilmente non avevano mai pensato che anche loro potessero farsi del male. Approfittò di quei brevi attimi per spingersi in avanti e caricare verso il terzo. Con la braccia spezzate penzolanti si gettò a grande velocità su di lui. Capì subito di aver finalmente vinto.

Il fantasma si rese conto di quello che era accaduto solo quando Marcello si allontanò da lui. La lama del coltello che aveva ancora in mano uscì dall’addome completamente rosso di Marcello. Si inginocchiò a terra mentre un rivolo di sangue fuoriusciva dalla ferita e bagnava la camicia, i pantaloni, il pavimento. Un sorriso beffardo illuminò il suo viso, era finalmente libero anche se il prezzo che aveva pagato era più grande di quanto avesse pensato. Prima di abbandonarsi alla morte disse solo una frase, sottovoce, ma suonava come una sentenza inamovibile.

-Ora diventerò uno dei vostri. E sarò io a dare la caccia a voi…

Poi si accasciò a terra ed esalò l’ultimo respiro mentre intorno a lui le urla della ragazza continuavano senza sosta.

1 Ottobre 1997

Gli avvenimenti del giorno precedente aveva scosso i ragazzi non poco. Fausto, Marco, Luigi e soprattutto Sara. Quattro adolescenti che fino a qualche giorno prima avevano una vita diversa. Le strade di tre di loro si erano già incrociate da qualche anno ma per l’ultimo arrivato, Fausto, la vita stava prendendo una piega diversa dal solito. In poco tempo troppi cambiamenti, il trasferimento a Ponticelli, la nuova classe, i nuovi professori, e poi quell’avvenimento. Solo un giorno prima. Tutto iniziato per caso, nei bagni di quel liceo che era così ostile.

La notte precedente i quattro erano andati oltre. Si erano spinti più in là del solito. Per Fausto era stata una notte indimenticabile sotto ogni punto di vista. La ragazza per cui provava qualcosa si era dimostrata capace di manipolare la realtà dei sogni, entrare nelle fantasie delle persone e fare in modo che anche i suoi amici potessero farlo. Marco e Luigi sapevano quel suo segreto e già da tempo erano invitati dalla ragazza per organizzare dei veri e propri party serali nella dimensione onirica. L’ultima volta però avevano erano entrati troppo all’interno dell’incubo di qualcun altro. Il loro vecchio e scorbutico professore di latino aveva rivissuto la sua personale tragedia familiare. Così come lui, anche i ragazzi avevano provato le sue stesse sensazioni, i suoi stessi dolori. Avevano capito a caro prezzo che nessuno mostra il suo vero volto, ognuno porta una maschera per nascondere le sue vere paure. E quella del professor Aspide era una maschera da duro che nascondeva un’anima fragile.

La mattina seguente i quattro si svegliarono e fecero colazione insieme ai genitori di Sara. Erano di poche parole, anche gli adulti se ne accorsero ma evitarono di fare domande. Si prepararono ed insieme si recarono a scuola. Quel giorno alla prima ora avevano proprio latino. Quando il professore entrò tutti si alzarono. Tanti soldatini sull’attenti, ma i quattro evitarono di incrociare il suo sguardo. Iniziò l’appello, poi le interrogazioni. Uno dei prescelti di quel giorno era proprio Luigi. Il ragazzo si alzò e si avvicinò alla lavagna.

Erano domande abbastanza facili, in pratica il programma dell’anno precedente. Declinazioni, storia del De bello gallico, Cicerone, ma Luigi fece scena muta. Il classico vuoto di memoria, accelerato dall’esperienza ancora viva di quell’incubo nella sua testa. Il professor Aspide andò su tutte le furie. Cominciò ad urlare ed inveire contro l’alunno che subiva la paternale senza reagire. Tutti si aspettavano almeno una reazione ma Luigi sapeva bene perché quel mattino il maestro era di cattivo umore e non se la sentì di dire nulla. Riprese posto accennando uno “scusa” a bassa voce.

Quando la campanella segnò la fine della prima ora il professore abbandonò l’aula. I ragazzi ripresero fiato, quell’ora era stata la più pesante che ricordassero. Fausto si stropicciò gli occhi, quando li riaprì vide che un suo compagno di classe lo stava fissando. Non distoglieva lo sguardo anche dopo essere stato scoperto. Fausto gli si avvicinò chiedendogli spiegazioni

-Niente di che. E’ per un sogno di stanotte, e se i sogni si raccontano prima di mezzogiorno poi si avverano

Quella frase così criptica lo fece allertare. Quella parola, sogno, quando la sentì pronunciare ebbe la pelle d’oca. Perché proprio quella frase? Chi era quel ragazzo dal volto così sicuro di sé? Solo in quel momento notò che a differenza di tutti gli altri che facevano parte di un gruppo, lui era sempre in disparte. Fausto era sovrappensiero quando Sara gli si avvicinò.

-Tutto bene? Come stai?

Fausto si girò e vide la sua amica, questa volta il sorriso che tanto amava non c’era e lasciava spazio ad un’espressione triste.

-Sì, abbastanza. Tu?

-Per niente. Di solito sono la prima ad andare contro i prof che maltrattano gli studenti. Ma prima…

-Hai ragione. Ora è tutto diverso

Si avvicinarono anche Marco e Luigi abbracciando la ragazza teneramente.

-Passerà. Forse…

-Diamoci tempo, ragazzi. E’ successo solo ieri. Tu, intanto, ti ho visto che parlavi con Franti

-Franti?

-Sì. Insomma, Longo. Tutti lo chiamano Franti, come quel ragazzo del libro Cuore. Ricordi, quello cattivo che viene anche espulso, mi sembra

-Ah, sì. Mi stava fissando di continuo e sono andato a domandargli il perché

-Hai avuto coraggio. E’ un tipo strano. Sempre schivo, a me fa veramente paura

-Comunque ha evitato la risposta, ha solo detto che riguarda un sogno che ha fatto ieri

Sara sgranò gli occhi guardando Fausto che stava finendo la frase.

-Sogno? Ti ha detto solo quello? Non ti ha detto altro?

-No, solo quello

Si girarono all’unisono in direzione del banco di Longo ma era vuoto. Guardarono in giro ma non lo trovarono, intanto entrò l’insegnante di Italiano e tutti presero posto. Longo rientrò in aula qualche minuto dopo. I quattro ragazzi rimasero distratti tutto il mattino guardando lo strano compagno di classe. Nulla di sospetto ma continuavano a pensare a quelle parole.

Al termine della giornata scolastica rimasero con quell’atroce dubbio. Parlargli o lasciar stare? Rischiare di stuzzicare la curiosità di un “estraneo” al gruppo oppure soprassedere e rischiare di non correre ai ripari? Decisero per la seconda ma non fu la scelta più facile.

Per il resto della settimana i quattro rimasero sempre uniti, riuscirono a ritagliarsi dei momenti in cui stare insieme appartati e parlare del loro segreto. Si diedero appuntamento di nuovo per una notte a casa di Sara, esattamente una settimana dopo l’ultima volta. Sarebbe stata una serata tranquilla, però, tutti erano chiari. Per Fausto non fu difficile convincere i genitori. Da quando il loro figlio stava frequentando i suoi nuovi amici sembrava rinato. Andava a scuola con maggiore voglia ed anche a casa era ritornato un sorriso che non vedevano da tempo.

I ragazzi si diedero appuntamento come al solito alle 19 all’ingresso del Parco Vesuvio. Portarono gli zaini a casa di Sara e poi passeggiarono all’interno del parco. L’aria di un’estate non molto lontana li accompagnava mentre chiacchieravano all’ombra degli alti alberi. Nessuno di loro poteva sapere che da dietro ad una finestra due occhi li stavano osservando.

La cena fu divertente come la volta precedente, subito dopo i ragazzi fecero di tutto per andare a letto il prima possibile. Ognuno nel proprio letto sperava di addormentarsi presto e godere del tempo quasi infinito nei loro sogni.

Ancora una volta fu Fausto l’ultimo ad essere svegliato da Sara. Gli altri erano già pronti e vestiti. In quell’occasione anche Fausto riuscì come gli altri a materializzare degli abiti diversi ed in poco tempo i ragazzi erano all’esterno del parco. Passeggiarono fino ad arrivare ad un piccolo spiazzo pubblico.

-Che facciamo adesso?

-Io un’idea ce l’avrei

Sara si concentrò a lungo, gli altri attendevano in silenzio. Lentamente intorno a loro si materializzarono delle pareti, da queste venivano proiettate delle luci colorate. I ragazzi rimasero a bocca aperta quando si resero conto davanti agli occhi prendeva vita una sala giochi.

Videogiochi, bowling, calcio balilla, un’intera sala giochi tutta a loro disposizione. Quando Sara ebbe finito si inginocchiò, aveva sprecato parecchia energia per quell’opera. Gli altri la aiutarono ad alzarsi preoccupati.

-State tranquilli ragazzi. E’ già successo altre volte, devo solo riposare un po’ e sarò al 100%. Iniziate a divertirvi voi

Marco e Luigi si tranquillizzarono alle parole dell’amica mentre Fausto era ancora preoccupato. Mentre i due presero posto davanti alle console tutte per loro, Fausto rimase accanto a Sara a tenerle compagnia. Stringeva la sua mano teneramente, in quel gesto c’era tutto il suo affetto per una ragazza che fino ad una settimana prima era una sconosciuta. Una bellissima sconosciuta.

Si riprese dopo qualche minuto, come se nulla fosse scattò in piedi, prese per un braccio l’amico e lo trascinò verso la corsia da bowling. Chiamò gli altri due ed organizzò una sfida. Insieme si divertirono un mondo anche se non potevano fare a meno di manipolare un po’ la fisica di quel posto per effettuare qualche tiro fuori dal normale. Sembrava che l’ansia, la paura, il rimorso di quello che era accaduto la settimana prima fossero solo un lontano ricordo. Ora erano semplicemente quattro amici che si divertivano in un mondo fatato.

Erano abbastanza stanchi quando uscirono da quel posto. Sara decise di lasciarlo lì, magari a disposizione di qualcun’altro che si sarebbe trovato lì in sogno. E poi, cancellarlo richiedeva lo stesso sforzo che aveva utilizzato per metterlo in piedi.

-Bene ragazzi, ora che facciamo?

-Non so, che ore sono? Saranno passate almeno tre ore

-Ma Fausto, ancora non hai capito come funziona qui?

-Spiego io. In pratica in questa dimensione il tempo non scorre come in quella normale. Possono passare giornate intere mentre nel mondo reale sono passati solo pochi secondi

-Esatto, pensa che la fase di sogno durante il sonno dura pochissimo, eppure a volte i sogni sembrano non finire mai. Specialmente quelli brutti

-Quindi state dicendo che dal momento in cui siamo usciti da casa di Sara è passato poco tempo e qui possiamo approfittare ancora?

-Esattamente

-Wow. Fantastico!

I quattro alzarono lo sguardo, intorno la città dormiva. Forse quello che stavano guardando non era il vero volto della città, Sara aveva già spiegato che in quel posto e in quel tempo la realtà si fondeva con il sogno.

-Vedete quelle ombre laggiù?

I ragazzi fissarono uno dei palazzi che componevano il Lotto Zero. Un’aura scusa aleggiava sul tetto, come una grande nuvola informe che danzava nell’aria.

-Cos’è?

-Non so con certezza, ma non presagisce nulla di buono. Forse è solo l’incubo di qualcuno, o forse qualcosa di più complesso

-Ho un amico che abita in quel parco, di sicuro nessun incubo può essere più spaventoso di quello che succede lì. O ti perdi o te ne vai

Stavano ancora assistendo a quello spettacolo a metà strada tra la curiosità e la paura quando videro una nube nera che avanzava dalla direzione opposta. Non capivano se si trattava di un’illusione o meno, ma sentivano nell’aria uno strano odore.

-Pensate quello che sto pensando io?

-Sembra puzza di fumo. Qualcosa sta bruciando

-Che aspettiamo? Andiamo a controllare

I ragazzi salirono in groppa alle bici che crearono all’istante. Percorsero il tragitto seguendo la scia di fumo. Più si avvicinavano all’origine, più cresceva un sospetto. Arrivarono dopo pochi minuti e capirono che le loro sensazioni erano giuste. Quella che stava andando a fuoco era la loro scuola.

-Ragazzi, fermatevi. E se fosse il sogno di qualcuno?

-Non possiamo saperlo, come facciamo? Dobbiamo fare qualcosa

-Come? In questo momento stiamo dormendo. Non possiamo modificare la realtà, solo il sogno

All’interno dell’edificio si stava espandendo un cerchio di fuoco mentre la colonna di fumo saliva più in alto. Intorno il silenzio, la città dormiva mentre una tragedia si stava presentando agli occhi dei giovani. All’improvviso Luigi realizzò qualcosa che gli altri non avevano ancora pensato, un dettaglio più che importante.

-Cazzo, ragazzi. Il signor Raffaele!

-Chi?

-Il custode! Abita nella casetta dietro al campetto, all’interno della scuola!

-Cosa? Se sta dormendo anche lui allora è in pericolo. Cosa possiamo fare?

-L’unica cosa è andare da lui e vedere se sta sognando. In quel caso se siamo fortunati possiamo entrare in contatto con lui e svegliarlo. Se si sveglia può scappare

I ragazzi decisero che quella era l’unica strada da percorrere. Con un po’ di fortuna avrebbero salvato sia il custode che la scuola, ma il primo aveva la priorità.

Scavalcarono il cancello ed entrarono nel cortile. Raggiunsero la piccola abitazione del custode. La porta era chiusa e dallo spiraglio in basso usciva una sbuffata grigia. Com’era possibile che il fuoco avesse già raggiunto quella casa? Attraversarono la porta senza aprirla, dentro era un inferno. Una grossa nube grigio scuro copriva completamente i due locali della casa mentre dall’angolo un fuoco si alzava silenziosamente. I ragazzi entrarono nella stanza posteriore e trovarono il signor Raffaele che dormiva beato nel suo letto, ignaro della tragedia intorno a lui. I quattro gli si avvicinarono.

-Starà dormendo, cosa facciamo?

-Se sta dormendo l’unica cosa che possiamo fare è interagire con il suo sogno. Ma se non sta sognando possiamo solo pregare che si svegli

Si girarono intorno ma non videro nulla che faceva pensare ad un sogno, intanto il tempo passava e per quanto fossero a conoscenza che nel piano reale il tempo era quasi fermo, sapevano che ogni istante era prezioso. All’improvviso Luigi notò qualcosa.

-Ragazzi, guardate! La sua espressione… sembra sofferente

Gli altri, sorpresi, si avvicinarono sempre di più al volto dell’uomo quando sentirono una voce urlare alle loro spalle.

-Che ci fate voi qui?

Si girarono all’unisono e lo videro. Era lì, davanti a loro, dalla corporatura sembrava un coetaneo ma indossava una maschera che raffigurava un diavolo. Era impossibile riconoscerlo, anche la voce sembrava camuffata. In mano stringeva con rabbia una mazza chiodata.

-Uscite subito fuori di qui!

-Chi sei? Come… come fai a vederci?

il ragazzo mascherato non si degnò neanche di rispondere alla domanda, scattò in avanti verso di loro alzando il braccio che brandiva l’arma. Lo abbassò velocemente, stava per colpire Fausto quando si sentì un rumore di metallo. Sara era stata più veloce ed aveva materializzato un enorme scudo che parò il colpo salvandoli tutti. L’altro fu sorpreso, Sara ne approfittò per capire meglio con chi avesse a che fare.

-Chi sei? Come fai a fare questo?

-Non te lo dirò mai!

Stava per assestare un altro colpo quando delle catene scesero dal soffitto e gli bloccarono braccia e gambe. Il ragazzo fu costretto a lasciare l’arma che cadde pesantemente sul pavimento. Sara era ancora in ginocchio, si alzò e con sguardo serio si avvicinò al loro nemico. Senza dire una parola prese la maschera e la tolse. Fu allora che tutti videro, sotto quel travestimento da quattro soldi c’era il loro compagno di classe Longo.

-Ma com’è possibile? Franti, che ci fai qui?

Il ragazzo stette in silenzio osservandoli con sguardo altero.

-Rispondi subito! Il signor Raffaele morirà se non facciamo qualcosa! Dacci una mano

-Ma non l’avete ancora capito, ragazzi? Guardatelo com’è arrabbiato. E’ stato lui a fare tutto questo

-Cosa? Lui? Ma com’è possibile? Non si può interferire con la realtà, lo hai detto tu. Come può aver fatto una cosa del genere?

-Solo lui può risponderci e sembra proprio che ora non ne abbia voglia. Dobbiamo fare qualcosa noi

Fu allora che Franti disse qualcosa in tono dispregiativo.

-Sapete dove abito?

Gli altri rimasero in silenzio, per due motivi. Il primo, non si aspettavano quella domanda proprio in quel momento. Magari un’accusa, una spiegazione di quello che stava accadendo, un pentimento, ma di certo nessuno si aspettava una domanda del genere. La seconda, effettivamente nessuno di loro sapeva dove abitasse.

-Quello nuovo non potrebbe saperlo, ma voi? Siamo nella stessa classe da più di tre anni, qualcuno si è mai degnato di domandarmelo? Ve lo dico io, abito al Parco Vesuvio, terzo palazzo sulla destra, primo piano

Sara stava percorrendo con la mente un itinerario immaginario nel parco, quando realizzò la posizione la sua espressione si fece più seria.

-Vedo che hai capito, non è vero? Abito nel tuo stesso palazzo, non lo sapevi, vero? Da tre anni facciamo lo stesso percorso per andare e tornare da scuola. A piedi, in autobus, non ho mai cercato di nascondermi ma tu non mi hai mai notato. Sai quante volte ero dietro di te e tu sei entrata nel palazzo e subito dopo hai richiuso il portone? Per te sono sempre stato invisibile, come per tutti gli altri della classe. Anche per i professori, i voti erano sempre più bassi ma anche loro evitano di parlarmi

-Mi disp…

-Non provate a dire che vi dispiace! Avete sempre fatto così, tutti quanti! Credete che sia io a scegliere di essere solo? Voi e i vostri gruppetti, mi avete messo al bando. Cosa avrei dovuto fare se non starmene per i fatti miei? E chi se ne frega se poi passo per quello strano

Fausto notò lo sguardo sempre più colpevole di Sara, non poteva permettere che lei si sentisse così. Mosso da un impeto di coraggio cercò di rimediare.

-Senti, Ciro. Ti chiami così, vero? Ciro, penseremo a questo dopo. Davvero. Ora però dobbiamo evitare una tragedia. Dicci cosa hai fatto ed insieme possiamo porre rimedio prima che sia troppo tardi

-Cosa vuoi che spieghi? Te l’ho detto una settimana fa che vi ho sognati, speravo di aver stuzzicato la vostra curiosità ma così non è stato. Ancora una volta mi avete ignorato. E’ stato per caso che vi ho visto nel mio sogno, ho sentito quello che dicevate. Sembrava una sciocchezza ma chissà come mai ho deciso di crederci. Da quel momento ogni notte nei miei sogni facevo progressi. Creavo cose, viaggiavo in posti mai visti. Poco alla volta questo diventava il mio regno, un regno dove posso comandare io e dove nessuno può farmi male. Ho imparato fin da subito che c’era qualcosa che io potevo fare ma che voi non siete  mai stati capaci. Modificare la realtà attraverso il sogno. Ci ho pensato tanto e mi sono anche dato una spiegazione. Voi siete dei privilegiati, il vostro mondo reale per quanto difficile sarà sempre migliore di ogni vostro sogno. Per me è diverso, io sto bene solo in questa realtà. Tenetevelo il vostro mondo, io non ne ho più bisogno

-Ciro calmati. Tu non sei cattivo, puoi ancora fare del bene. Quando ci sveglieremo sarà tutto finito. Farai anche tu parte del nostro gruppo, te lo prometto

-Certo, come no. E vissero tutti felici e contenti. Ma hai capito bene quello che ho detto? Io sono in grado di manipolare la realtà attraverso i sogni, secondo te perché sono ancora qui incatenato?

Fausto cominciò a tremare.

-Esatto, perché lo voglio io. Voi non potete far niente

In quel momento, appena terminò quella frase il soffitto cadde rumorosamente giù. I ragazzi vennero inondati dai calcinacci. Il dolore era reale, o quanto meno era proprio quello che avrebbero sentito in una situazione del genere. Si crearono un varco tra quelle macerie e videro Franti che indossava nuovamente la maschera.

-Siete impotenti. Dispiace anche a me per il signor Raffaele, ma dovevo pur cominciare da qualcuno. La mia vendetta colpirà tutti, nessuno escluso. Nessuno sarà capace di ricondurre la colpa a me. Provateci a spiegare alla polizia che è colpa mia, che attraverso i sogni uccido le persone o appicco degli incendi

Poi si girò dando loro le spalle, e se ne andò. I ragazzi lo guardarono camminare lentamente ma non fecero nulla. Aveva ragione lui, erano impotenti su quel piano. Una volta liberi tornarono al parco facendo più in fretta che potevano. Ritornarono a casa di Sara, ritornarono nel mondo reale. La prima a svegliarsi fu proprio la ragazza, subito appena aprì gli occhi andò a svegliare i suoi genitori. Le fu difficile convincerli che bisognava chiamare i vigili del fuoco, che la scuola stava andando in fiamme, che il guardiano era in pericolo. Non c’era nessuna nube nel cielo, forse erano ancora in tempo.

Gli altri ragazzi si svegliarono a causa del baccano che si era creato nella camera da letto. Supportarono la tesi di Sara, anche per loro era necessario fare qualcosa prima che fosse troppo tardi. I genitori dovettero deporre le armi, chiamarono il 115 e spiegarono la situazione al telefono, per quanto surreale fosse. Sara era sempre più preoccupata, convinse suo padre ad accompagnarla a controllare. Dopo pochi minuti erano tutti nell’auto familiare del padre di Sara, diretti la liceo Calamandrei, erano da poco passate le tre di notte. Fuori c’era già un mezzo speciale dei pompieri con la sirena accesa. Stranamente la scuola sembrava dormire un sonno sereno nella notte tranquilla.

I ragazzi rimasero in auto, dai finestrini videro uscire dal casotto nel liceo un uomo, era il signor Raffaele. Sembrava confuso, era stato svegliato nel pieno della notte e non aveva ancora realizzato il perché. Gli agenti perlustrarono l’interno edificio, dopo mezz’ora si allontanarono con un nulla di fatto.

-Signorina, questa me la dovrai spiegare per bene. Ora andiamo a casa e proviamo a riaddormentarci ma domani ne riparliamo

I quattro ragazzi si guardarono straniti. Cosa era davvero successo quella notte? Avevano davvero parlato con Franti nel sogno oppure lui stesso era il sogno di qualcun altro? E perché il signor Raffaele aveva una ferita alla testa quando stava parlando con gli agenti?

Ritornarono a casa con la coda tra le gambe, quella notte non riuscirono a riprendere sonno. Il giorno successivo andarono a scuola con la stessa felicità con la quale si va ad un funerale. Suonò la prima campanella, Franti era assente. Si guardarono preoccupati ma senza dire una parola. Fu a metà della terza ora che sentirono bussare alla porta. Era il preside, entrò e chiamò l’insegnante fuori dall’aula. Quando ritornò, il professore aveva un colorito pallido.

-Ragazzi… non so come dirvelo. Il preside mi ha appena comunicato che Longo è… è in coma. Attualmente è alla Villa Betania e non risponde agli stimoli esterni

I compagni di classe rimasero sconcertati, in particolare Sara, Fausto, Luigi e Marco sentirono il sangue gelarsi nelle vene. Si guardarono e pensarono alla stessa cosa. Longo, alias Franti, era l’entità con cui avevano parlato la notte precedente. Gli aveva mostrato ciò di cui era capace, quello che aveva imparato a fare all’interno dei sogni. Ed ora che non era più nel mondo reale, ora che era in coma, era il padrone assoluto di quell’altro mondo. Era il suo regno ormai e lui era il sovrano indiscusso. Gli occhi dei ragazzi divennero più seri, più tristi, anche dormire e sognare sarebbe stato più difficile per loro.

24 Settembre 1997

L’inizio dell’anno scolastico è un trauma, sempre. Ad ogni età, in ogni corso di studi, i primi giorni sono quelli più duri. Qualche settimana prima eri a crogiolarti al sole o a casa, senza alcun pensiero e godendo ogni minuto del giorno. Le giornate sembrano durare in eterno, l’estate sembra non finire mai. Poi, di colpo, arriva Settembre e senti nell’aria quei profumi che ti riportano con i piedi per terra. Le prime piogge, la città che lentamente si ripopola, il silenzio che fa posto al caos. E poi, si ricomincia di nuovo. Le aule, i banchi, la campanella, i professori, ma anche gli amici di sempre che nel bene o nel male sono sempre presenti.

L’inizio è sempre difficile, figurarsi quando non si conosce ancora nessuno, quando si è estranei a tutto ed il carattere timido non aiuta. Era così per Fausto, il nuovo arrivato della quarta H del liceo scientifico Calamandrei. Fino a qualche settimana prima era uno studente di un altro liceo scientifico, in un altro quartiere, poi di colpo i genitori hanno dovuto fare una scelta. La nonna materna era morta ed il nonno era rimasto solo in casa. Una situazione insostenibile considerando l’età avanzata dell’uomo rimasto solo. A quel punto decisero di trasferirsi tutti e tre in una casa poco distante dall’anziano in modo da dare assistenza più facilmente.

Tutto risolto quindi, tranne che per Fausto. Nessuno aveva pensato ad interpellarlo sulla scelta. Aveva pur sempre 16 anni, qualcuno avrebbe dovuto chiedere la sua opinione. Non fu così, subì la scelta e così si trovò di punto in bianco in un quartiere nuovo così lontano da dove era cresciuto. Dovera ripartire da zero, una cosa che forse era facile per i grandi o i più piccoli, ma per quelli della sua età era profondamente difficile.

Il primo giorno di scuola si rese conto di quanto la classe fosse affiatata. Non tutti, sia chiaro, ma i gruppetti che si erano formati erano saldi e probabilmente a numero chiuso. Dopo la prima settimana Fausto aveva l’impressione che se quella successiva non fosse andato a scuola nessuno se ne sarebbe accorto. Probabilmente non ricordavano nemmeno il suo nome, come lui non ricordava i loro. Aveva presente il volto di tutti ma non riusciva ad associare loro i nomi. Era più forte di lui, la mente rifiutava di imparare. Fu nella seconda settimana che avvenne qualcosa che cambiò tutto.

Era chiuso in bagno in silenzio. Avrebbe voluto chiudersi lì per tutta la mattina pur di non affrontare un’altra giornata da fantasma. Era appena finita la seconda ora di lezione e mentre gli altri erano rimasti in classe ad aspettare l’arrivo del professore, Fausto in silenzio era andato in bagno. Era lì già da qualche minuto quando sentì il rumore della porta esterna che si apriva. Dei passi regolari, poi delle voci.

-Allora stasera riesci a venire da Sara?

-Non lo so, i miei ieri hanno detto che mi spetta solo un’uscita alla settimana finché non recupero Latino e Matematica

-Ma come? Dai che stasera ritorniamo nel regno dei sogni! Uuuuuu

-Dai, finiscila. Mi brucio l’uscita di sabato se vengo stasera

-E che ti frega?. Pensa che Sara mi ha detto che prova a spostarsi un po’ più in là, prova a spingersi oltre il suo limite…

-Zitto! Che ti prende? Vuoi che qualcuno ci senta?

-Ma siamo da soli qui. Tranquillo Luigi non c’è nessuno. Immagina, stasera potremmo fare qualche bello scherzetto in giro

Fausto ascoltava quella conversazione sempre più incuriosito. Stava attento a non causare nessun rumore per celare la sua presenza. Aveva riconosciuto le loro voci, erano due compagni di classe. Voleva capire meglio di cosa parlassero. Purtroppo però sentì una strana sensazione alle narici. Un prurito leggero che in pochi secondi divenne insopportabile. Ormai era chiaro, stava per starnutire. Inspirò l’aria ed emise un rumoroso starnuto.

Di colpo il silenzio piombò nel piccolo bagno. Fausto si tappò la bocca istintivamente ma il guaio era stato fatto. Stava quasi pensando di averla fatta franca quando la porta si aprì di colpo e due figure gli si pararono davanti. Li aveva riconosciuti, erano i due del banco nella terza fila a destra e i loro sguardi non preannunciavano nulla di buono. Furono loro i primi a parlare.

-Che ci fai tu qui?

-Sono in bagno, secondo te?

-Non hai i pantaloni abbassati, non prenderci in giro. Ci stavi ascoltando

-Cosa hai sentito?

-Ragazzi, io…

La frase fu interrotta dal rumore della porta esterna che si apriva di botto. Entrò un ragazzo, anche lui della quarta H, con il volto rosso per la corsa.

-Ragazzi, il prof è in classe! Venite subito o vi mette una nota.

I tre tornarono contrariati in aula seguendolo, Fausto avvertiva gli sguardi in cagnesco degli altri due. Dopo le scuse al professore tutti presero posto. A metà della terza ora Fausto sentì un dito che gli tastava la schiena. Si girò e vide una mano che gli tendeva un foglio piegato. Era troppo teso per guardare il volto di quel messaggero. Si rigirò verso la cattedra e di nascosto aprì il biglietto. Solo poche parole su un foglio a quadretti, ma chiare come il sole.

Trattieniti fuori scuola alla fine delle lezioni. Dobbiamo parlare!

Qual punto interrogativo finale non era di buon auspicio, si era cacciato non volendo in una brutta situazione. Passò il resto della giornata a scuola con i battiti a mille e pensando a come scappare a casa.

Suonò la campanella, l’ultima di quella mattina. Si affrettò a mettere libri e quaderni nello zaino e uscì di corsa dall’aula. Dovette però fermarsi davanti al portone dell’istituto, ancora chiuso. Il signor Raffaele, il custode, andava sempre lento e quella giornata non era da meno. Fausto era fermo davanti alla porta quando si sentì strattonare alle spalle. Qualcuno lo aveva preso per lo zaino e lo obbligava a camminare all’indietro.

-Dove credevi di andare? Noi dobbiamo parlare

Una voce femminile, non gli sembrava familiare. Si girò e la vide, era la ragazza dell’ultimo banco. Capelli corti, biondi, maglietta scura con il logo di una band rock americana, jeans larghi e scarpe da ginnastica quasi del tutto coperte dall’orlo dei pantaloni. Aveva le braccia incrociate ed uno sguardo che non lasciava speranze. Nonostante l’espressione da maschiaccio Fausto non poteva non notare quanto fosse carina. Accanto a lei c’erano i due ragazzi incontrati prima nel bagno.

-Stai attaccato a noi, usciamo di qui e facciamo due passi.

Quando il portone si aprì un fiume di ragazzi uscì dall’istituto per riversarsi per strada. Alla fine di quel corteo c’erano i quattro giovani che camminavano a passo lento, uniti. Si fermarono non molto lontano, c’era una panchina di pietra distante dalla fermata dell’autobus. Lì erano sicuri che nessuno li avrebbe sentiti. I tre guardarono Fausto dritto negli occhi e cominciarono il loro personale interrogatorio.

-Andiamo dritto al sodo, cosa hai sentito prima nel bagno?

-Niente

-Non è possibile, dicci cosa hai sentito

-E va bene. Dicevate di andare da una certa Sara

-Sono io, continua

-Nulla, solo quello. Che uno di voi non sapeva se riusciva a venire. Poi avete parlato di andare lontano, da qualche parte

-Cosa pensi di aver capito. Spiegati

-Che avete in mente non so cosa. Magari uscire di nascosto, prendere la macchina dei suoi genitori e andare chissà dove. Ragazzi, non vi giudico, fate quello che volete

Gli altri si guardarono negli occhi con sguardi interrogativi.

-Siamo sicuri che sappia solo questo?

-Io di lui non mi fido. E se poi succede qualcosa e va a dire tutto in giro?

Parlò la ragazza con voce ferma.

-Il problema è un altro. E’ fuori strada e se decide di spifferare la sua versione in giro gli crederebbero. Ragazzi, io glielo dico

-Ma no! E’ nuovo, non lo conosciamo, non possiamo fidarci di lui

-Io mi fido. Sarà una sciocchezza ma guarda il portachiavi sul suo zaino

Tutti si girarono a fissare lo zaino di Fausto lasciato a terra. Sulla parte anteriore c’era un piccolo portachiavi con un simbolo, i ragazzi lo conoscevano bene.

-Ti fidi di lui solo perché ha sullo zaino il simbolo dei Ribelli? Se aveva quello dell’Impero invece?

-Conosce Star Wars, magari è un nerd come noi. Abbiamo iniziato con il piede sbagliato ma sento che possiamo provarci

Fausto li guardava parlare di lui come se non fosse presente. Una sensazione che aveva provato fin troppe volte. Poi si voltarono verso di lui ed un piccolo sorriso si formò sui loro volti.

-Ok, sei invitato anche tu stasera da me. Porta un borsone con un pigiama pulito, spazzolino, asciugamani e lo zaino pronto per domani. Abito al Parco Vesuvio, vediamoci tutti all’ingresso alle sette stasera. Puntuale!

Fausto non ebbe il tempo di accettare o rifiutare, i tre si allontanarono dandogli le spalle.

-Ma, io…

-Puntuale!

Ritornò a casa con una miriade di pensieri in testa. Cosa avrebbe detto ai genitori? Di punto in bianco dei fantomatici amici lo avevano invitato a dormire fuori? Come avrebbero reagito? Affrontò l’argomento a pranzo, fu difficile trovare le parole adatte. Li vedeva stranamente contenti. Certo, sapere che il loro timido figlio avesse già fatto amicizia era una buona cosa, ma volevano delle garanzie sui ragazzi. Parlare con i genitori della ragazza che li aveva invitati. Con un po’ di reticenza Fausto accettò di farsi accompagnare da suo padre, sarebbe salito a parlare con i genitori di Sara per tranquillizzarsi. Tutto sommato era andata più che bene.

Alle 19 in punto il padre accompagnò Fausto fuori al grande cancello del Parco Vesuvio, ad aspettare il ragazzo c’erano i tre inseparabili amici. Si presentarono, Fausto si rese conto che non conosceva i nomi dei due ragazzi, Marco e Luigi. Insieme si avviarono a casa di Sara. I genitori di lei tranquillizzarono l’uomo. La loro casa era grande e la ragazza aveva l’abitudine di invitare gli amici per la cena così come per la notte. Avrebbero dormito in tre stanze separate. Il padre di Fausto, soddisfatto, si congedò mentre i ragazzi scesero nel parco aspettando la cena.

Era un parco ben attrezzato, c’erano campi di calcio, di tennis, giostrine per i bambini più piccoli. Il posto ideale per una piccola comitiva. I ragazzi entrarono all’interno di uno dei campi di calcio, c’era già un pallone di cuoio così cominciarono a fare qualche tiro in porta.

-Giochi a calcio Fausto?

-Sì ma non lo seguo in TV

-Mettiti in porta, quando pari prendi il posto del tiratore

-SE pari

Puntualizzò Sara. In effetti la ragazza non andò mai in porta, ogni suo tiro era imparabile. Rispetto agli altri sembrava distante anni luce per tecnica. Fausto restava a bocca aperta mentre gli altri due erano poco sorpresi, lo conoscevano bene e sapevano di che pasta era fatta. Quel gioco insieme servi per farli sciogliere. La tensione che c’era stata quella mattina sparì velocemente, a vederli da fuori sembravano amici da una vita. Fausto in cuor suo sperava di trovare in loro dei veri amici, non semplicemente dei compagni di scuola di un solo anno. E poi c’era lei, Sara. Quando la guardava diventava completamente rosso e sperava che nessuno se ne accorgesse.

Dopo un po’ il padre di Sara si presentò sul campo per farli ritornare a casa, era già tutto pronto per la cena. I ragazzi salirono e si prepararono velocemente. Fu una bella serata, i genitori di Sara erano tipi alla mano, malgrado la differenza di età era piacevole conversare con loro. Per la prima volta dopo tanto tempo Fausto pensò che trasferirsi non era stata una cattiva idea. Dopo il pasto i ragazzi furono liberi di andare nella stanza di Sara. Chiacchierarono molto, parlarono del più e del meno. Sembrava quasi che l’argomento di quella mattina fosse stato dimenticato. Tutt’altro, sapevano che quello non era il luogo ed il momento adatto. I grandi potevano arrivare nella stanza in qualsiasi momento quindi gli argomenti da trattare erano ben altri.

Si erano fatte appena le 23 quando decisero di prepararsi per andare a letto. Fausto li seguì senza controbattere, anche se gli sembrava strana quella situazione. Si sarebbe aspettato un gesto, un segno, qualcosa che facesse capire cosa sarebbe successo dopo, ma niente. Si lavarono, misero i pigiami e si diedero la buonanotte, poi ognuno nella propria stanza a dormire. Sara nella sua cameretta, Luigi in una camera che era stata pensata per il fratello mai arrivato di lei, Marco e Fausto in un’altra camera con un letto a castello.

Era passata da poco mezzanotte ed era sempre più stranito. Provò a chiamare Luigi nel letto sopra di lui.

-Luigi sei sveglio?

-Sì, non riesco a prendere sonno. Ma dobbiamo provare a dormire

-Se non hai sonno potremmo parlare un po’

-Non se ne parla, dobbiamo assolutamente dormire. Poi lo capirai

-Capire cosa?

-Niente domande, fai sempre finta di niente. E’ l’unica regola

-Ok

-Senti, lo so a cosa stai pensando. Si vede lontano chilometri

-Cosa?

-Dai, non puoi mentirmi. Ti piace Sara

Fausto divenne paonazzo, per fortuna era buio e Luigi non si era affacciato.

-Questo silenzio è una conferma, lo sai?

-Ma no, smettila

-Fa come vuoi, a me non sfugge niente

-E se anche fosse?… Nel senso, se fosse così secondo te ci sono speranze?

-Lo sapevo! Non lo so, amico. Sara è così… imprevedibile. E’ una forza della natura

-Vi conoscete da parecchio?

-No, solo dal primo anno di liceo. Con noi è stato amore a prima vista

-Ah, scusa. Non pensavo che foste fidanzati

-Hai capito male, amico. Amore nel senso platonico. Diciamo che Sara non è il mio tipo. Se non fossimo così amici lo sarebbe Marco

-Ah, ok. Avevo capito male

-Figurati. Ora però basta parlare. Vediamo di prendere sonno

Il pensiero di Sara tenne sveglio Fausto ancora per un po’. Poi finalmente si addormentò.

Si sentì ondeggiare, la sensazione era come trovarsi su una zattera sull’acqua. Una voce ovattata lo chiamava. Pian piano la voce acquistava nitidezza, poi riuscì a sentirla Aprì gli occhi e vide una mano sulla sua gamba che lo ondeggiava. Gli occhi si abituarono al buio e vide il volto sorridente di Sara. Subito si alzò di scatto e vide che accanto a lei c’erano gli altri.

-Finalmente ce l’hai fatta! Siamo qui da non so più quanto tempo

-Scusate, ho il sonno pesante

-Ce ne siamo accorti. Su, andiamo

-Andiamo dove? Sono ancora in pigiama

-Quello non è un problema. E’ solo perché pensi di essere vestito così. Adesso pensa di essere vestito diversamente

Fausto li guardò stranito.

-Guarda come faccio io

Fu la ragazza a parlare. Chiuse gli occhi e inspirò profondamente. Di colpo il pigiama che indossava cambiò, si materializzò un’onda luminosa che quando scomparve lasciò il posto ad un paio di jeans e una maglietta verde. Fausto rimase paralizzato, chiuse e riaprì un paio di volte gli occhi. Non riusciva a credere a quello che aveva visto.

-Ma… Ma… Come?…

-Dì la verità, stai pensando di stare ancora sognando, non è vero?

Il ragazzo fece sì con la testa. Marco rispose prontamente.

-Ed hai proprio ragione! Vedi, la nostra amichetta ha un, diciamo, superpotere. Riesce a viaggiare nei sogni e può interagire con chi sta sognando

-Esatto. Però non è così semplice come lo dice lui. Se le persone sono più vicine allora è più facile, per quelli che sono lontani dal mio corpo allora è sempre più difficile

-Quindi state dicendo che io sono ancora qui nel letto a dormire?

-Sì. Non è come nei film in cui vedi il tuo corpo disteso e tu sei come un fantasma che vola. Quello che vedi intorno a te è un misto tra realtà e sogno e non è semplice distinguere le due cose

-Wow. Ecco perché l’altra volta nel bagno…

-Esatto. Noi siamo amici intimi di Sara e quindi conosciamo il suo segreto da tempo, ma immagina se qualcuno sapesse quello che è capace di fare. Ci siamo fidati di te, ma non possiamo dire lo stesso degli altri

Intanto gli altri avevano già effettuato il cambio di abiti, era da tempo che avevano imparato a manipolare la realtà onirica a proprio piacimento. Per Fausto l’operazione fu più lunga. Gli avevano spiegato che non doveva fare altro che volerlo, pensare qualcosa intensamente per fare in modo che questa si compia. Dopo una decina di minuti capirono che quella sera non avrebbe fatto progressi migliori, il massimo che riuscì a fare fu cambiare le pantofole in scarpe da ginnastica. Il risultato era tutto da ridere, un paio di scarpe e un pigiama azzurro.

-Ok, ora dove andiamo?

-Che ne dite se andiamo a fare un giro dalle parti del professore di Latino?

-Già, speriamo abbia degli incubi come li fa avere a noi durante la lezione

I quattro amici uscirono di casa e si riversarono in strada. Ogni cosa servisse bastava pensarla, ad esempio per uscire bastava solo immaginare che la porta fosse aperta. Ognuno di loro materializzò una bici per potersi spostare più velocemente. In pochi minuti arrivarono fuori dall’appartamento del professor Aspide. Parcheggiarono le bici sul marciapiede ed entrarono nell’appartamento.

Era piccolo, poche stanze e la maggior parte in disordine. Il maestro di Latino era sempre stato un tipo schivo. Rispetto ad altri insegnanti che cercavano di stimolare gli alunni, magari cercando di comprendere i loro modi di fare, le tendenze, Aspide prendeva sempre le distanze. Aveva una brutta opinione delle nuove generazioni ed ogni frase puntualizzava sempre quel suo concetto. Frasi del tipo:

Ai miei tempi i ragazzi erano più rispettosi

La vostra generazione non concluderà niente

Non avete proprio idea di cosa abbiamo dovuto subire noi per arrivare ad una società libera come la vostra

Non certo le parole migliori se si vuole tirare fuori dai ragazzi la parte migliore, ma era fatto così e proprio per quello era odiato dalla stragrande maggioranza dei suoi alunni.

-Vediamo cosa sogna il nostro prof. Per avere sempre quel suo bel caratterino mi immagino vampiri e licantropi

-Oppure nei suoi sogni ci siamo semplicemente noi studenti da torturare. Magari si lascia andare alle sue voglie più nascoste

-Se è così io rimango qui, ragazzi. Non ho proprio voglia di vedere qualcosa di orrendo

-Ma dai, Sara, stiamo scherzando. Giusto una sbirciatina

I ragazzi entrarono in punta di piedi nella camera da letto, il maestro dormiva in un sonno tranquillo

-Guardatelo come è rilassato. Forse ha già sognato

Parlò Sara, con voce preoccupata.

-Non è detto ragazzi. Ricordate che tutto quello che vedete non si sa se è realtà o sogno. Li sentite anche voi questi rumori di passi?

Tutti si zittirono. Sentirono dei passi fuori dalla stanza quindi si avvicinarono alla porta per ascoltare meglio. Poi delle voci che litigavano. Una la conoscevano, era quella del loro professore, l’altra era quella di un ragazzo. Si girarono, Aspide non era più nel suo letto. Aprirono lentamente la porta e lentamente spostarono le loro teste per vedere la scena.

Il corridoio non era di quell’appartamento, la scena era ambientata in un’altra casa, più grande. C’era il loro professore, visibilmente più giovane di come lo conoscevano, e di fronte a lui un ragazzo che non ricordavano di conoscere. Era vestito alla moda di fine anni 80, giacca di pelle e jeans stracciati. Non era difficile capire che era un vero e proprio scontro generazionale, i due protagonisti erano padre e figlio.

-Anche oggi il preside mi ha avvisato che non sei andato a scuola. Dove sei stato tutto questo tempo?

-E a te cosa importa?

-Cosa mi importa? Sei mio figlio, secondo te è poco?

-Già, come se contasse qualcosa

-Che stai dicendo?

-Ma ti sei visto? Per te sono come invisibile, riversi su di me le tue frustrazioni. A volte penso che vorrei proprio essere uno dei tuoi alunni

-Continuo a non capirti. Qui non si sta parlando di me ma di te. Di come tutti i tuoi voti sono bassi e rischi di essere bocciato

-E allora? Non te n’è mai fregato niente di me. Quando invece parli dei tuoi alunni, vorrei farti vedere come diventi. Ti si illuminano gli occhi. E sto parlando di ragazzi che non hanno voti alti, ma di quelli che vanno male in tutte le altre materie ma con te no. Perché sei così buono con loro che apprezzi anche i piccoli sforzi

-Io non devo dare spiegazioni a te di come…

-Hai ragione, non devi dare spiegazioni a me. A me serve un padre, quello che non ho mai avuto. Sono diventato quello che sono per farmi vedere da te, ma tu comunque non mi vedi. Avrei voluto tanto sentire dalla tua bocca una bella parola, come quelle che dici ogni giorno ai tuoi alunni. Vorrei tirare fuori un po’ di coraggio, di forza, ma tu con me sei diverso. Ed ora sono così per causa tua

-Non ti permettere! Non dare la colpa a me del fatto che sei un buono a nulla. Sprechi le giornate senza meta. Tu non hai futuro!

-Ecco, questo è quello che dicevo. Per me riservi solo queste parole. Non ricordo da quanto tempo non mi abbracci. Sei il padre peggiore che mi potesse capitare

Poi un rumore, uno strano rumore. Il ragazzo non aveva terminato la frase che il padre gli aveva assestato un sonoro ceffone, così forte da fargli girare la testa. I ragazzi videro la scena spaventati, ma quello che udirono non era il suono di uno schiaffo, ma più forte e più oscuro. Gli attimi di silenzio sembrarono ore, la tensione era palpabile. Il ragazzo aveva ancora la testa girata e parlò senza degnare di uno sguardo il padre.

-Ricordati questo gesto. Ricordatelo per sempre

Fece uno scatto all’indietro e corse in una stanza chiudendo la porta dietro di sé. Si sentì il rumore di una chiave che girava nella toppa. Aspide si fiondò verso la porta, urlò, batté i pugni sulla porta chiusa. Niente, dall’altro lato nessuno aprì, divenne rosso dallo sforzo ma inutilmente. A nulla servirono quelle urla, un rumore più forte si udì dalla stanza. Lo stesso rumore sentito prima al momento dello schiaffo. Fu a quel punto che i ragazzi capirono, il rumore era inconfondibile. Bang! Era uno sparo. Doveva averlo capito anche il professore, perché dopo qualche secondo di silenzio cominciò ad urlare più forte, ma senza rabbia. Era disperazione, piangeva ed imprecava il figlio di aprire la porta.

Inutilmente.

Dalla stanza nessun suono. I ragazzi osservavano quella scena impietriti, solo Sara cominciò a piangere, non riusciva a trattenere le lacrime. La scena di colpo cambiò. Erano in una grande chiesa, nella navata principale una bara veniva portata verso l’altare. In prima fila due persone, sconvolte nel loro triste silenzio. Vicine ma visibilmente lontane. Le stesse due persone che subito dopo erano in una stanza. Parlavano, lui si teneva la testa tra le mani mentre piangeva mentre lei gli urlava contro, diceva che era tutta colpa sua, che non era stato un buon padre. Diceva che lo avrebbe abbandonato.

Poi, di nuovo silenzio, rotto solo da un pianto lamentoso. Di nuovo i ragazzi erano nella camera da letto mentre il loro professore dormiva. Lo sguardo non era più sereno e delle lacrime bagnavano il cuscino.

-Usciamo di qui, ragazzi. Vi prego

Nessuno obiettò, tutti seguirono Sara che andava avanti nascondendo il volto. Era visibilmente stanca. Più si allontanava dal suo corpo e più per lei era difficile. Le forze la stavano abbandonando, Luigi si offrì di portarla con sé sulla bici e lei acconsentì. Ritornarono a casa senza dire una sola parola. Quell’esperienza li aveva scossi non poco. Fu Fausto ad interrompere il silenzio all’ingresso del Parco. Fu un bene perché l’atmosfera che si respirava era pesantissima.

-Ragazzi, mi dispiace che sia andata così stasera

-Fermiamoci qui, Sara riprenderà le forze prima di salire

-Succede… Beh, succede sempre questo quando andate…

-Assolutamente no! Di solito non andiamo in giro a ficcanasare nei sogni degli altri. Stasera abbiamo imparato una cosa importante

-Più di una, Marco. Abbiamo anche capito che non bisogna giudicare una persona da quello che vediamo solo a scuola. Conosciamo il professor Aspide solo, per quanto? Cinque ore settimanali? Chi lo avrebbe immaginato che portasse dentro qualcosa di così triste

-Non potevamo saperlo. Ecco tutto. Che ci sia di lezione. Le prossime volte ci limitiamo come sempre a passare del tempo extra insieme, gironzolando qui intorno di notte

-Le prossime volte? Volete dire che…

-Sì, Fausto. Fai parte del gruppo ora, ti vogliamo anche le altre volte

-Wow! Mi fa davvero piacere, Sara

-Bene, ora saliamo e ritorniamo dov’eravamo. Anche se in questa dimensione sono passati solo pochi minuti dobbiamo comunque far riposare i nostri corpi

-Ricorderemo tutto domani mattina?

-Puoi scommetterci. Questa di stasera ce la ricorderemo per sempre

I ragazzi salirono e presero posto nelle rispettive stanze. Era ancora notte fonda, gli orologi continuarono a camminare appena tornarono nel piano reale. Prima di rientrare però non si accorsero che degli occhi li stavano guardando. Occhi curiosi, qualcuno che già li conosceva li seguì con lo sguardo e intuì qualcosa.

10 Settembre 2011

La pioggia veniva giù a secchiate mentre la vecchia Fiat Tipo percorreva le stradine deserte che dai Ponti Rossi portano verso Miano. Il manto stradale non era dei migliori, pezzi di asfalto si staccavano lasciando piccole voragini che si riempivano velocemente di acqua piovana. La visibilità era scarsa, i vecchi fari anteriori riuscivano ad illuminare solo una piccola parte della carreggiata ma tutto quello non sembrava essere un problema per Antonio. Quella strada l’aveva percorsa tante volte, troppe, neanche lui ricordava bene quante. La macchina arranca in un tratto in salita, subito dopo in piano acquista più velocità. Solo poche curve separavano il conducente dal termine di quella serata. Una come tante, una notte che doveva finire come tutte le altre.

Antonio parcheggiò sul ciglio della strada, inserì il freno a mano ed uscì. Intorno a lui c’era solo il silenzio e una leggera foschia che saliva piano dall’erba. L’abitazione più vicina era a qualche centinaio di metri quindi poteva permettersi il lusso di fare rumore senza disturbare nessuno. Si portò sul lato posteriore della macchina ed aprì il bagagliaio. All’interno c’era un sacco dell’immondizia scuro, e non era vuoto. Fece uso di tutta la sua forza per prenderlo e caricarlo su una spalla. Chiuse il bagagliaio e si avvicinò ad un grande cancello arrugginito.

Con una mano cercò di rovistare nella tasca della giacca ma non riuscì a trovare quello che cercava. Imprecò, posò il grosso sacco a terra e vuotò le tasche. Finalmente ecco le chiavi, prese quella più grande e la usò per aprire il cancello. Davanti a lui c’era una distesa di terra in parte incolta. Apparteneva alla sua famiglia da lungo tempo. Suo padre e prima ancora suo nonno coltivavano in quel terreno frutta e verdura da vendere al mercato. Suo padre gli diceva sempre di non abbandonare mai quel lavoro dignitoso, o almeno di non disfarsi mai di quel piccolo appezzamento, magari in futuro lo avrebbe rivenduto guadagnandoci un bel po’ di soldi. Antonio aveva seguito quel consiglio ma senza risultato. Anche lui aveva intrapreso la strada di suo padre, lavorava la terra ogni giorno e vendeva al mercato, ma la sua era una vita misera.

Era solo tutto il giorno, nessuna distrazione, nessun amico, nessuna donna. Da giovane non aveva nemmeno concluso gli studi quindi non poteva nemmeno sperare in un capovolgimento della situazione. L’unica sua vita era il lavoro e le abitudini. Stessa casa di sempre, stesso tragitto ogni giorno, stessa vita. Per fortuna c’era il suo “hobby” che negli anni lo aveva tenuto buono. Aveva sempre pensato che senza quella sua, come la chiamava, piccola perversione avrebbe rischiato di impazzire e sarebbe finita come in quei film in cui una persona comune va in strada e fa una strage di innocenti. Per fortuna però il suo passatempo non coinvolgeva le persone innocenti, almeno secondo il suo modo di pensare.

Antonio aveva scelto le sue vittime in maniera quasi automatica, quelle che da secoli erano i bersagli preferiti da ogni serial killer. Le prostitute. Nella sua vita mancava proprio la componente amorosa, mancava una donna che lo facesse sentire bene. Per quel motivo ogni settimana saliva in auto e scorrazzava per la città in cerca di una brava donna che lo potesse accontentare. Ogni volta un quartiere diverso, era l’unico ragionamento lucido che una mente semplice come la sua poteva fare. La sceglieva, la pagava, godeva del suo servizio e poi la uccideva. Proprio così, a sangue freddo, senza pensarci su due volte.

Era proprio come dicevano tutti, il difficile è soltanto la prima volta, poi si fa l’abitudine. Gli piaceva farlo subito dopo l’amplesso, quando era ancora eccitato. Trovava il suo appagamento quando le sue mani grosse si stringevano intorno al collo delle sue vittime. Le guardava negli occhi, così belle, mentre la vita le abbandonava. Siamo abituati a vedere gli assassini come persone fredde, meticolose, sempre un passo avanti alle forze dell’ordine. Non è sempre così. Esistono quelli come Antonio, che non sarebbero nemmeno capaci di scrivere il nome “serial killer”. Un tipo normale, con una vita normale che ogni settimana decide di concedersi un piccolo lusso. Lui non è un freddo calcolatore, è solo uno schiavo dei sentimenti. Schiavo di quel piacere che prova ogni volta, schiavo dell’amore che prova per le sue vittime. Sì, perché lui le sceglie per la propria bellezza, quando sta con loro immagina una vita normale. A modo suo, si innamora quando le incontra fino al momento in cui le libera dalla vita terrena. Prima di ucciderle le giudica, sa che “loro” lo fanno per i soldi. Non sono come lui, non provano per lui quello che lui prova per loro. Non lo amano quindi non vale la pena farle vivere.

Quella era proprio una di quelle sere, quelle del suo divertimento, della sua caccia. Con la sua auto da sfigato si era recato in una delle strade buie della sua città, illuminate solo dal fuoco dei copertoni sui marciapiedi. Il suo tour personale comprendeva dapprima la visione della mercanzia. Con la prima marcia innestata percorse lentamente la via per ammirare le ragazze che gli si offrivano. Scelse, come sempre, la più bella. Magra, alta e svestita come le altre. Si fermò per contrattare sul prezzo, lei sparava alto ma lui acconsentì, sapeva già che quei soldi sarebbero tornati nelle sue tasche.

Lei salì in macchina, lui la guardava ed ammirava la sua bellezza esotica. Probabilmente era dell’Europa dell’Est. Insieme si recarono in uno dei suoi posti segreti, un viale nascosto dove poter fare quello che voleva in tutta tranquillità. La ragazza era brava, molto, quello dovette pensare Antonio quando fece sesso con lei. Quando finirono la guardò, i suoi occhi erano ipnotici. Ma c’era un impulso più forte, più violento dentro di lui. Con le sue mani tozze le diede uno schiaffo improvviso, poi si accanì su di lei. La strozzò, come aveva già fatto con le altre. Lei non riuscì a rendersi conto di quello che stava succedendo che era già diventata un’anima lontana dal corpo. Quel corpo che più tardi riempiva la busta nera accanto al cancello arrugginito.

Antonio prese nuovamente il suo bottino e si incamminò al centro del terreno. Lì sotto c’erano i suoi segreti. La pioggia aveva coperto le tracce di dissotterramento del terreno ma lui sapeva bene i posti dove aveva conservato i corpi delle sue vittime. Ricordava a memoria la posizione esatta di ognuna di loro. Non conosceva i loro nomi, a malapena ricordava i loro volti, ma sapeva bene dove aveva riservato il loro personale loculo. Non che le ricordasse nelle sue preghiere, oppure che portasse loro dei fiori, sia chiaro. Le collezionava come fossero piccoli trofei della sua personale bacheca.

Dopo pochi metri arrivò nel punto desiderato. Aveva già preparato tutto durante il mattino, c’era già lo spazio necessario per accogliere la sua nuova ragazza. Adagiò lentamente il sacco a terra e lo aprì. Guardò per l’ultima volta la donna. Era bellissima, doveva ammetterlo. In quel momento pensò che forse era la ragazza più bella con cui aveva fatto l’amore. Per un istante brevissimo pensò addirittura di aver sbagliato ad ucciderla, in quel frammento di un secondo immaginò una vita diversa con lei. Ma durò troppo poco, quel ricordo venne inghiottito bruscamente dalla realtà della vita.

Antonio prese di peso la sua vittima e la scaraventò nella fossa che lui stesso le aveva scavato. La dispose in una strana posizione, con braccia e gambe incrociate in modo da occupare meno spazio. Purtroppo le vittime aumentavano e lo spazio era sempre lo stesso, doveva arrangiarsi e ridimensionare le fosse. Una volta compattato il corpo si allontanò per prendere la vanga e mettersi all’opera per coprire il tutto. Era poco lontana, all’interno del piccolo capanno. La prese ma quando ritornò notò qualcosa di strano. Il braccio destro della ragazza era in una posizione diversa da dove l’aveva lasciato. Lui l’aveva piegato sul petto mentre ora era disteso, aperto. Non gli interessava sapere il perché, non aveva le conoscenze adatte per capire come mai un corpo morto riuscisse a muoversi. Si calò all’interno della fossa e sistemò nuovamente il braccio nella posizione migliore. Risalì e con la vanga prese a coprire il cadavere. Cominciò dal basso, fino alla fine voleva osservare quel viso di rara bellezza. Coprì prima i piedi, poi le gambe e il ventre, poi si fermò. Sentì un rumore strano provenire dal cancello. Posò l’arnese e andò a controllare. Doveva assicurarsi che nessuno lo disturbasse, non poteva permettersi un contrattempo simile.

Arrivò fino all’ingresso, in silenzio. Si guardò intorno ma non vide nessuno. Provò a richiamare l’attenzione di qualcuno, urlò affinché chiunque fosse lì lo ascoltasse, ma niente. Si convinse di essere da solo quindi ritornò al suo lavoro. Prese nuovamente la vanga e cominciò a buttare terreno sul cadavere quando notò ancora una volta il braccio in una posizione diversa. Stavolta era disteso lungo i fianchi. Imprecò urlando, quelle situazioni paradossali stavano solo rallentando l’inevitabile. Scese nella fossa e piegò il braccio con tale forza da spezzare il gomito. Sentì il rumore sordo delle ossa che si piegavano in modo innaturale quando ad un tratto vide la testa della ragazza girarsi nella sua direzione. Antonio lanciò un urlo di paura e cadde a terra guardando terrorizzato la ragazza. Si aspettava che questa aprisse gli occhi o cominciasse a parlare, magari non era ancora morta. Si diede dello stupido, doveva controllare meglio il battito prima di metterla nel portabagagli.

Passarono alcuni secondi che sembravano interminabili, poi si rese conto che era fuori pericolo. Si era solo impressionato inutilmente, la ragazza era morta davvero anche se trovava davvero strano quello spasmo improvviso. Si alzò in piedi, la offese con aggettivi volgari e sputò sul suo volto. Risalì dalla fossa e prese ancora una volta la vanga. Questa volta non lasciò che nessuna distrazione lo distogliesse dal suo compito. Con una forza sempre maggiore in pochi minuti riempì il vuoto con tutto il terreno possibile. Aveva perso tempo prezioso e quindi doveva procedere velocemente. Una volta terminato il lavoro appiattì il terreno in eccesso per coprire bene le tracce dello scavo, la pioggia avrebbe fatto il resto.

Si sollevò e guardò in alto, tutte le stelle brillavano nel cielo ora sgombro di nuvole. Si asciugò la fronte sudata, aveva esaurito tutte le forze ed aveva soltanto bisogno di riposare. Lasciò cadere la vanga a terra e fece per andarsene, ma non ci riuscì.

Qualcosa lo aveva preso per una spalla e lo strattonò con forza facendolo girare. Antonio non poteva fare nulla per evitarlo, perse l’equilibrio e cadde a terra. Sollevò Lo sguardo e mise a fuoco. L’oscurità non lo aiutava, dopo pochi secondi vide una figura in piedi davanti a lui. Era nuda, o quasi. Era una donna. Aveva il corpo pieno di sangue e terreno, il volto lo fissava con uno sguardo tutt’altro che naturale.

-Ciao, ti ricordi di me?

Quella domanda prese Antonio in contropiede. In quel momento lui non sapeva proprio chi fosse quella donna. rimase a bocca aperta senza dire nulla.

-Ma come? Non ti ricordi? Siamo stati bene, in quei pochi minuti

Cercava di riorganizzare i pensieri ma niente, non riusciva ad associare quel volto ad una persona conosciuta.

-Mi deludi, pensavo mi amassi davvero. Vediamo se questo te lo ricordi

In quel momento alzò la testa mostrando il collo. Aveva una macchia scura, come i segni di uno strangolamento. Riabbassò la testa mostrando il lato sinistro. Una macchia ancora più scura circondava l‘occhio e lo zigomo.

-Ora ricordi? Volevo liberarmi da te, hai dovuto darmi due pugni in faccia prima di strangolarmi. E’ successo due mesi fa

Antonio iniziava a capire. Ricordava quel volto, ma non era possibile che lei fosse lì davanti a lui. Era una delle sue vittime, ricordava di averla adescata nei pressi della zona industriale. Dopo aver fatto sesso con lei cercò di ucciderla ma lei riuscì a scappare dall’auto. La rincorse, le assestò due pugni e poi la strangolò. Ricordava dove l’aveva seppellita, si girò di scatto per vedere proprio in quella direzione. Ebbe un mancamento quando vide che proprio in quel punto il terreno era stato tolto.

-Esatto, ora hai capito. Ero proprio lì, in quel punto. E non sono sola

Antonio si girò verso di lei e vide comparire alle sue spalle altre figure. Avanzavano verso di lui mostrando i loro corpi seminudi e le loro facce. Le guardava, riconosceva ognuno di quei volti. C’era la ragazza nera che aveva ammazzato il mese precedente, c’era la rossa della settimana prima, c’era addirittura la sua prima vittima, come dimenticarla. Tutte davanti a lui, tutte con lo sguardo pieno di rabbia. Si avvicinavano imminenti mentre lui cercava di camminare all’indietro a quattro zampe.

-E’ inutile che scappi, ci siamo tutte e siamo ritornate qui per prenderti

-Ora sei nostro, non puoi scappare

-Vieni qui, ti faremo provare quello che hai fatto a noi

Antonio continuava a scappare sul terreno bagnato senza distogliere lo sguardo dalle ragazze. Fece qualche metro, poi andò a sbattere contro qualcosa. Girò lo sguardo e vide la sua ultima vittima in piedi. Anche lei era uscita fuori dalla sua fossa per compiere la sua vendetta. Aveva il braccio destro che penzolava in modo innaturale. Gli si avvicinò con lo sguardo pieno di rabbia.

-Sei finito

Di colpo tutte le ragazze si gettarono su Antonio. Chi gli teneva ferme le gambe, chi gli teneva ferme le braccia. qualcuna cominciò a spogliarlo mentre le altre presero a graffiarlo sul volto e sul torace. Antonio urlava come non mai, ma nessuno poteva sentirlo. Quel luogo era lontano dalle abitazioni, lontano da orecchie indiscrete.

-Guarda, ti abbiamo preparato una bella fossa, vicino alle nostre. Neanche la morte ci separerà ora, sei contento?

Con una forza fuori dal normale le donne sollevarono il corpo di Antonio e lo gettarono in una larga fossa che avevano preparato per lui. Anche loro scesero ed iniziarono a percuoterlo. Calci, pugni, graffi, mani che si avvicinavano al collo e stringevano sempre di più. Le urla di Antonio erano sempre più forti. Dentro di lui una paura mai provata e la consapevolezza di essere parte di un incubo. Un incubo che lui stesso aveva fatto provare alle sue vittime. Le urla però cominciarono a diminuire, poi si fermarono. Il corpo di Antonio era senza vita, anche lui era stato vittima del suo orrore.

Le donne si alzarono e uscirono dalla fossa. Una in particolare, la sua ultima vittima, prima di andarsene si girò verso di lui e gli sputò in faccia.

-Mi chiamo Miriam, ricorda il mio nome quando arriverai all’inferno

Come governate da una forza invisibile le ragazze andarono ad adagiarsi silenziosamente ognuna nel posto che il killer aveva riservato loro. Si distesero, chiusero gli occhi e tornarono ad essere dei semplici cadaveri senza vita, senza nome. Chissà se un giorno quei cadaveri saranno ritrovati da qualcuno. Chissà se qualcuna di loro sarà riconosciuta, se qualche lacrima amica sarà versata per lei. Uno strano sorriso però si formò sui loro volti. Il sorriso di chi ha avuto, anche se troppo tardi, la propria vendetta.

20 Agosto 2009

Sul Corso Garibaldi il negozio del signor Diego era un’istituzione per tutti. Da giovane il proprietario era sempre stato un appassionato di fotografia, ma all’epoca non aveva il tempo per fare il fotografo di professione. Lavorava in fabbrica come suo padre, doveva provvedere a portare avanti la sua famiglia. Quella sua passione però gli era rimasta, da sempre. Iniziò comprando e rivendendo agli amici i pezzi delle macchine fotografiche comprate nei mercatini. Sapeva che alcuni di quei pezzi non erano, per così dire, puliti, ma gli fruttavano bene. Poi allargò il suo business riparando e rivendendo attrezzatura professionale ai fotografi. Era diventato un maestro in quel che faceva. Smontava e rimontava ogni pezzo con la maestria di un chirurgo, dava una nuova vita a macchine fotografiche che erano morte. Le sue mani per molti erano magiche.

Decise quindi di sfruttare quel suo “dono” acquisito con il lavoro duro e con la fame di conoscenza. Aprì un piccolo negozietto in Corso Garibaldi. Provvedeva alla riparazione e alla compravendita di materiale per fotografi. Dopo il primo anno fu “costretto” ad ampliarsi. La clientela cresceva e insieme ai servizi offerti creò una camera oscura dove sviluppava i negativi. In poco tempo divenne un punto di riferimento per tutti gli appassionati di fotografia. Aveva l’opportunità di maneggiare gli strumenti più sofisticati e di imparare sempre di più. Disassemblava, costruiva, ideava. Spesso migliorava gli strumenti su cui posava le mani. Tutti in zona si recavano da lui anche solo per avere dei consigli. Ma la sua conoscenza non era infinita, purtroppo.

Con il tempo le macchine fotografiche divennero sempre più indistinguibili dai computer per Diego. La pellicola era sempre meno utilizzata e nel mercato si affermarono con prepotenza le macchine digitali. Quella che era un’arte pensata per valorizzare pochi importanti attimi stava diventando un semplice passatempo per immortalare ogni istante della vita, anche quelli meno rilevanti. La fotografia da eterna stava diventando momentanea, una raccolta di pixel da cestinare quando la memoria di archiviazione era satura. Prima era diverso. I negativi, la carta fotografica, lo studio della luce, dell’esposizione, la speranza che nessuna foto fosse bruciata. Diego pensava a questo ogni volta che metteva le mani su una digitale. Ma forse era solo il suo romanticismo o forse gli anni che avanzavano a renderlo triste.

Lui intanto si rallegrava ogni volta che un cliente gli portava un oggetto più vecchio. Quello sì che per lui era motivo di gioia e soddisfazione, come quel pomeriggio in cui entrò in negozio un timido signore di mezza età. Era basso e con un velo di tristezza sul volto.

-Salve, siete voi il signor Diego?

-Per servirla. Con chi ho il piacere di parlare?

-Mi chiamo Gennaro, mi hanno parlato molto bene di voi. Sono il cognato del panettiere di fronte. Ho un problema con questa macchina fotografica e lui mi ha detto che voi siete proprio l’uomo di cui ho bisogno

Giuseppe è troppo gentile. Ditemi cosa posso fare

L’uomo prese dalla borsa una vecchia macchina fotografica istantanea e la mise sul bancone, davanti a Diego.

-Questa l’ho comprata una settimana fa a mia moglie. Sapete, non sta attraversando un buon momento, pensavo che uscendo e facendo qualche foto si sarebbe ripresa

-Un bel pensiero, complimenti. Cos’ha che non va?

-Non glielo so dire, magari me lo saprete dire voi. Guardate queste foto che ho scattato ieri

L’uomo tirò dalla borsa alcune Polaroid. Diego le osservò attentamente. Nella prima il soggetto era un divano, la foto appariva scura come se fosse sbagliata l’esposizione. In un’altra invece c’era una donna in primo piano, anche in questa il colore prevalente era il marrone, come se il soggetto fosse stato esposto ad un effetto strano. Non si riuscivano a vedere i tratti distintivi del volto. Un’altra foto invece ritraeva una finestra rotta, la parete intorno era scura.

-Sembrano tutti errori di esposizione

-Ho pensato la stessa cosa anche io, la cosa strana è che quella finestra non è rotta. E i colori non sono per nulla reali, a casa le pareti hanno una carta da parati azzurra. La foto di mia moglie è quella che più mi ha impressionato, si vede solo la sagoma ed è di colore marrone. Sembra una di quelle mummie ritrovate nei ghiacci

Diego non poteva che dargli ragione. Tutte le foto avevano qualcosa di inquietante.

-Posso dare una ripulita ai componenti interni e all’obiettivo. Direi che può anche passare domani pomeriggio per venirla a ritirare, in questo periodo non ho molto lavoro

-Perfetto, grazie. A domani allora

-Queste foto posso tenerle?

-Certo, non so che farmene

L’uomo si congedò timidamente ed uscì dal negozio. Diego mise la macchina fotografica in uno scatolo e segnò nome e cognome del cliente, poi lo mise da parte insieme ad altri pezzi da riparare.

Erano le cinque del pomeriggio e non ci furono altri clienti fino alla chiusura. La curiosità era troppa quindi decise di lavorare sulla macchina fotografica istantanea. Provò a fare qualche foto del negozio. L’ingresso, il bancone, la vetrina. Le istantanee uscivano dalla bocca della macchina e dopo qualche soffio sopra compariva l’immagine. Sembravano normali, le immagini erano nitide e i colori reali. Provò giusto un altro paio di scatti ma non cambiò nulla. Decise di smontare la parte anteriore e pulire delicatamente l’obiettivo e il mirino. Rimontò tutto e fece qualche altro scatto all’esterno. Iniziò a notare qualcosa di strano. Le foto mostravano un cielo bianco, nuvoloso, alzando gli occhi al cielo però era tutto azzurro. Non c’erano nuvole e la calura estiva faceva posto ad una leggera brezza fresca.

Diego ritornò all’interno e provò a smontare e rimontare i pezzi per controllare eventuali difetti di fabbricazione. Finì l’operazione giusto in orario prima di chiudere bottega. Prese la macchina fotografica e la portò con sé a casa però, voleva far vedere anche a sua moglie quello strano difetto. Arrivò a piedi a casa, abitava vicino al suo negozio. Quando aprì la porta quello che vide lo lasciò sorpreso.

Non c’era solo sua moglie, Rita, in cucina. Vicino a lei a dare una mano c’era anche Cesare, il loro figlio. Appena Diego lo vide corse verso di lui ad abbracciarlo. Lavorava a Roma con la sua famiglia, non aveva sempre tempo per scendere a Napoli per un saluto. Si era arruolato nell’Esercito appena maggiorenne, dopo i primi anni al Nord aveva finalmente ottenuto un avvicinamento ma non nella sua amata città natale. Era stato assegnato ad una caserma a Roma, lì aveva conosciuto Anna, che sarebbe diventata sua moglie e gli avrebbe dato due figli maschi. Quella sera aveva approfittato di un momento libero per scendere a salutare i suoi genitori in compagnia del figlio più grande.

-Che ci fai da queste parti? Sei venuto senza nemmeno avvisare?

-E’ stata una scappata veloce. Ripartiamo domani mattina per Roma. Sono stato assegnato per un nuovo incarico e starò via per un po’ di tempo. Ne ho approfittato per stare un po’ con voi

-Mi fa piacere. Di che incarico si tratta?

-Mi hanno assegnato a Milano per Strade sicure. Sarò di pattuglia con turni stressanti. Passerà qualche mese prima che possa rivedere gli altri

-Ciao nonno!

-Ciao Remo! Come ti sei fatto grande!

Mentre Cesare e Rita finirono di preparare la cena, Diego si rilassò giocando un po’ con il nipote. Era molto vispo ed intelligente e nel tempo aveva dato mostra di aver ereditato la passione del nonno per la fotografia. Diego gli fece vedere la sua collezione di macchine fotografiche personali che teneva nascoste gelosamente nella stanza che era stata la cameretta di Cesare. In quel momento si ricordò di avere ancora nella borsa la macchina istantanea che aveva portato a casa per fare qualche foto di prova.

-Tieni Remo, fai un po’ di foto con questa. Devo provare se funziona bene e mi servono un po’ di test

-Certo nonno. Agli ordini!

Intanto la cena era pronta e tutti si riunirono in sala da pranzo per mangiare insieme. I grandi parlavano e discutevano dei progetti riservati per il loro futuro mentre il ragazzino girava per il tavolo facendo foto a raffica.

-Quindi starai a Milano per un po’

-Sì, almeno un paio di mesi. Poi vediamo se riescono a salire Anna e i bambini o dovrò scendere io in licenza. Tu invece? Il lavoro come va?

-Come al solito, alti e bassi. Ultimamente più bassi che alti. Ormai la fotografia è alla portata di tutti. Non è più una passione per pochi, fare soldi ora è più difficile

-Ma perché non ti riposi? Ormai io sono sposato ed avete due bei nipoti. Trasferitevi da noi a Roma, così vi godete un po’ di riposo

-Sei gentile a chiederlo ma sono ancora follemente innamorato del mio lavoro

In quel momento Rita lo guardò con un’espressione contrariata. Diego la cinse con un braccio.

-Andiamo, Rita. Capisci cosa intendo. Il negozio è il mio personale museo dei ricordi. Andarmene sarebbe difficile. E poi, in molti hanno ancora bisogno di me e dei miei servigi

Finirono la cena e si prepararono per andare a letto. Cesare e Remo dormirono nel divano letto, erano così stanchi che crollarono in pochi minuti.

Il giorno seguente fecero tutti colazione insieme tranne Remo, ne approfittò per dormire qualche ora in più. Lui e il padre sarebbero stati in giro fino a metà mattinata per poi ripartire prima di pranzo. Diego li salutò calorosamente quando si congedò per andare al lavoro. Fece come al solito la sua passeggiata per recarsi in negozio, quella mattina nonostante il caldo il cielo si coprì completamente. Sembrava che stesse per piovere da un momento all’altro. Di solito succedeva così, pioveva e il caldo aumentava di colpo. Diego affrettò il passo, anche perché non aveva l’ombrello e non aveva nessuna voglia di bagnarsi.

Quella mattina ci furono nuovi clienti, per la maggior parte fotografi venuti nel suo studio per sviluppare i loro negativi, ma c’era anche qualcuno venuto a comprare o riparare macchine fotografiche. Fu impegnato fino quasi ad ora di pranzo. Il troppo lavoro gli aveva fatto venire un languorino, aveva bisogno di mettere qualcosa sotto i denti. Approfittò della presenza di un amico fidato per allontanarsi dal negozio e andare a comprare qualcosa in panetteria. Si allungò di qualche metro proprio verso la bottega di Giuseppe. Quella mattina aveva già pensato di andare da lui e raccontargli di suo cognato ma era così indaffarato che l’aveva dimenticato. Voleva tranquillizzarlo per dirgli che stava lavorando a quello strano caso e che lo avrebbe sicuramente risolto. Quando si ritrovò davanti al negozio vide il proprietario che stava chiudendo la saracinesca e attaccando un foglio.

-Giuseppe, tutto bene? Stai chiudendo già?

L’uomo si girò verso Diego, aveva il volto rigato dalle lacrime mentre faceva un cenno con il capo.

-Giuseppe, che succede? Stai piangendo?

-E’ successo stanotte, ma ci hanno avvisati soltanto ora

-Cosa è successo?

-Mia sorella… e il marito… non ci sono più

-Mi dispiace, condoglianze. Cosa è accaduto?

-Mia sorella soffriva di depressione da qualche anno, mio cognato ha fatto di tutto per tirarla su di morale. Stanotte c’è stato un boato ed hanno trovato i loro corpi carbonizzati. Forse una fuga di gas o forse…

Diego si ricordò di quel dettaglio, il giorno precedente l’uomo gli aveva accennato al fatto che la moglie non stava attraversando un buon periodo. Il panettiere era ancora scosso dalla notizia della perdita di sua sorella e del marito, Diego non insistette con le domande e cercò di tranquillizzarlo. Ritornò al suo negozio con una strana sensazione. Era sempre stato un tipo empatico, anche in quel momento non riusciva a togliersi dalla mente quell’episodio triste.

All’improvviso il cellulare suonò. Era sovrappensiero, la chiamata lo fece saltare. Era suo figlio, rispose.

-Ciao pà, tutto bene?

-Tutto bene Cesare, voi?

-Tutto ok. Stiamo partendo in questo momento. Nel giro di un paio di ore saremo a destinazione. Mamma mi ha riempito di conserve da portare a casa, ho la macchina tutta carica

-Va bene, buon viaggio allora. Avvisaci quando arrivate

-Certo pà. Grazie. A proposito, Remo ha lasciato la macchina fotografica a casa, nel primo cassetto del mobile in soggiorno

-Va benissimo. Ci sentiamo dopo allora

Mise giù, sul suo volto spuntò un piccolo sorriso. Pensava a suo figlio che ormai era adulto, per un genitore è sempre difficile vederli come grandi. Si ha sempre la sensazione che siano bambini, da proteggere. Ma gli anni passano, per tutti. Era contento della vita che aveva scelto ed era entusiasta dei suoi due nipoti.

Riprese a lavorare, dal bancone prese la scatola contenente le Polaroid scattate il giorno prima con la macchina fotografica da riparare. Ancora quel pensiero triste, non riusciva a toglierselo dalla testa. Guardava quelle foto che imprimevano i ricordi distorti che appartenevano alle due vittime. Forse erano gli ultimi momenti felici che avevano vissuto insieme. La depressione era una brutta cosa, lo sapeva bene. Per fortuna lui e sua moglie avevano sempre superato insieme ogni momento difficile, il suo lavoro e il carattere solare di lei erano la sua salvezza.

Mentre stava visualizzando le foto, qualcosa attirò la sua attenzione. Una voce, delle parole. Si rese conto che il suo amico nel negozio aveva acceso il televisore posto nel retrobottega. Era il telegiornale regionale, alle orecchie di Diego arrivarono imponenti parole come “disgrazia”, “incendio”, “scoppio”. Lasciò le foto sul bancone ed andò anche lui nel retro. Si fermò davanti alla TV ed alzò il volume. Dallo schermo un giornalista commentava le immagini di una disgrazia capitata nel quartiere di Materdei.

I vicini di casa delle vittime sono stati svegliati dopo l’una di notte da un forte boato ed hanno avvisato subito le autorità. Sono in corso le indagini per spiegare l’accaduto, in mattinata i tecnici specializzati valuteranno i danni al palazzo e mettere in sicurezza le altre abitazioni. Dalle prime indagini sembra che l’incendio sia divampato dalla cucina, probabilmente una fuga di gas. Secondo le dichiarazioni dei vicini la coppia conduceva una vita tranquilla. La donna soffriva di una grave forma di depressione e non era solita farsi vedere in giro.

Diego ascoltava quelle parole mentre dallo schermo il filmato mostrava la folla davanti al palazzo, i vigili del fuoco, il fumo che saliva dal secondo piano. Poi le immagini della casa. L’incendio doveva essere durato parecchio perché le pareti erano completamente annerite, si riusciva ad intravedere quello che poteva essere un salotto o una cucina. C’era una finestra rotta, probabilmente la deflagrazione aveva mandato in mille pezzi il vetro. Diego osservava la scena mentre gli venivano in mente le parole della povera vittima che descriveva le pareti coperte dalla carta da parati azzurra. Quelle stesse pareti ora erano irriconoscibili dal video. Stava pensando proprio a quello quando si bloccò.

Nella testa le immagini del servizio giornalistico si sovrapponevano ad altre immagini. Quelle impresse sulla Polaroid. Non poteva essere, ci doveva essere un’altra spiegazione. Pensava, il cuore gli batteva forte, la mano tremava e nella tensione fece cadere il telecomando. Il rumore dell’oggetto che toccava terra lo destò. Ritornò subito al bancone, le foto erano già disposte in fila davanti ai suoi occhi.

Nella prima c’era la foto del divano, nella testa di Diego c’era la spiegazione dei colori scuri. Erano l’effetto del fuoco, il divano, le pareti, tutto era carbonizzato come nel video visto al telegiornale. Prese una foto in mano e la avvicinò agli occhi. Doveva ritrarre la moglie del cliente, quelle tinte marroni erano quelle di un corpo bruciato. Quella che stava vedendo era la donna che era stata fotografata, ma non come compariva il giorno prima. Anche lei carbonizzata. Poi c’era la foto della finestra, l’uomo aveva detto che non era rotta, nella foto invece lo era. Quella stessa finestra era stata ripresa dagli operatori ed era proprio uguale a come era nella foto.

Diego si tolse gli occhiali e riposò le foto sul bancone. Com’era possibile? Le foto erano esatte, solo che lo erano con un giorno di anticipo. Qualsiasi cosa avesse fotografato, sull’istantanea era stato impresso il soggetto come sarebbe stato diventato il giorno dopo. Si ricordò di aver fatto qualche foto anche lui, le prese dal mucchio. Quelle all’interno del negozio non avevano nulla di strano, quelle all’esterno invece lo erano. Il giorno prima era sereno, quello dopo invece no. Ed infatti le foto mostravano le nuvole che non c’erano 24 ore prima. Sentì un mancamento improvviso e dovette sedersi. Rimase intontito per qualche minuto mentre l’amico cercava di riportarlo alla realtà senza successo.

Si alzò di colpo, doveva controllare quella ipotesi, per quanto strana potesse essere. Doveva ricontrollare la macchina fotografica, vedere le foto scattate dal nipote la sera prima. Era tutto a casa però, suo figlio gli aveva detto che Remo aveva posato tutto ma non ricordava dove. Si incamminò verso la sua abitazione e nel frattempo chiamò Cesare per farsi dire quell’informazione. Nessuna risposta, probabilmente stava guidando e non poteva rispondere. Affrettò il passo e dopo pochi minuti arrivò a casa.

Rita aprì la porta, si allarmò subito vedendo il volto pallido del marito.

-Ho corso un po’, sono solo affaticato. Sai Remo dove ha lasciato la macchina fotografica che gli ho dato ieri?

-Non saprei, prova a vedere nella sua stanza

Diego perlustrò ogni angolo dell’ex cameretta di Cesare ma non trovò nulla.

-Perché non lo chiami e ti fai dire da lui?

-Ho provato prima ma non mi ha risposto. Vediamo in salone

Aprirono qualche cassetto, poi Diego la vide. La prese con cura, sotto c’erano le foto istantanee fatte dal nipote la sera prima. Le prese mentre la mano tremava ancora, aveva paura di guardarle. Si fece coraggio.

La prima ritraeva la tavola imbandita, sembrava normale. Nella seconda invece c’era Rita che sorrideva verso l’obiettivo, anche questa non aveva nulla di anomalo. Poi c’era un’altra che lo ritraeva, aveva lo sguardo serio ed un colorito molto pallido, il suo volto non guardava direttamente l’obiettivo. Non ricordava gli fosse stata scattata quella foto, forse il ragazzino aveva continuato mentre gli altri parlavano tra di loro. Prese un’altra foto, e si pentì di averlo fatto.

La foto ritraeva lui, sua moglie e suo figlio che discutevano, Cesare aveva il volto completamente coperto di sangue e sembrava che gli mancasse il braccio sinistro. La vista cominciò ad annebbiarsi, senza accorgersene Diego cominciò a piangere. Sfogliò le altre foto, Cesare compariva sempre allo stesso modo. Non poteva, o meglio, non voleva credere a quello che vedeva. Le foto cadevano una ad una mentre le scorreva. Finché non arrivò ad una in particolare, temeva che fosse lì in mezzo.

Un selfie, quel tipo di foto era così comune tra i giovani, sapeva che Remo non avrebbe resistito alla tentazione. Ce n’erano almeno una decina, tutte ritraevano il nipote in primo piano ma il viso era irriconoscibile. Mancava la mascella e un occhio penzolava dall’orbita. Si inginocchiò e cominciò a piangere a dirotto.

Rita non capiva, perché suo marito aveva una crisi di pianto vedendo quelle foto. Le raccolse da terra e le guardò, poi abbracciò suo marito per calmarlo.

-Che succede Diego? Che scherzo è questo? Quelle foto sono ritoccate?

-Chiamali, Rita. Chiama di nuovo Cesare e fatti dire come sta

La donna fece come le era stato ordinato, prese il telefono di casa e digitò le cifre che sapeva a memoria. Una strana sensazione la pervase, ebbe l’impressione che il marito sapesse qualcosa che non le aveva detto. I primi squilli furono interminabili, poi finalmente sentì una voce che conosceva.

-Pronto!

-Cesare, tutto bene?

-Sì mamma, siamo ripartiti da poco. Ci siamo fermati per una sosta tecnica all’autogrill

-Ok, c’è tuo padre qui che mi ha detto di chiamarvi. Non so bene perché…

-Passamelo, lo tranquillizzo io

Rita passò la cornetta a Diego.

-Ciao Cesare

-Ciao pà. Cos’è questa voce? Sei preoccupato?

-Sì… cioè no. Avevo un presentimento strano. Niente di che

-Tranquillo, qui è tutto sotto controllo. Sono in vivavoce, qui c’è anche Remo che ti saluta

-Ciao nonno! Qui tutto bene

-Mi fa piacere sentirtelo dire. Buon viaggio allora

-Grazie nonno, a presto

-Ok pà, ci sentiamo dopo allora

-Ok…

Stava per concludere la frase quando sentì dalla cornetta il rumore di un clacson. Sembrava una di quelle trombe dei camion, come se si avvicinasse sempre di più al telefono. Il suono di una frenata poi un rumore assordante, il frastuono di un colpo. Lamiere che si piegano, acciaio che si rompe, vetri che si infrangono. Davanti agli occhi di Diego si materializzò il suo più grande incubo. Rimase con la cornetta in mano guardando il vuoto, poi iniziò a chiamare per nome suo figlio e suo nipote. Urlò i due nomi finché non arrivò di nuovo Rita che preoccupata gli strappò dalle mani la cornetta.

-Pronto. Pronto! Cesare!

La linea cadde, Rita provò a richiamare ma nessuno rispose. Si voltò e vide suo marito a terra. Subito si riversò su di lui.

-Diego! Amore, che succede!

Un dolore forte al cuore, quelle emozioni erano troppo anche per lui. Aveva assistito alla morte in diretta di suo figlio e suo nipote. Sapeva cosa era accaduto, un incidente d’auto, forse un tir li aveva colpiti ed ora non c’erano più. Se solo avesse capito prima, se solo avesse intuito che la macchina fotografica gli aveva mostrato il futuro riservato ai due, forse avrebbe potuto evitarlo. Quella domanda non ebbe mai risposta, intanto il cuore che prima batteva così forte si stava fermando. Non aveva più tempo di spiegare cosa era successo, riuscì solo a dire una semplice parola mentre indicava la macchina istantanea.

Bruciala

Era meglio se quell’oggetto infernale non esistesse più. Chissà da dove proveniva, nell’ultimo istante prima di andarsene, Diego pensò che non solo era capace di mostrare il futuro ma forse era anche la causa delle disgrazie che si erano verificate in quei giorni. Nessuno avrebbe dovuto più utilizzare quell’arnese maledetto.

6 Agosto 2021

Il mare era una tavola che mischiava i colori del cielo al tramonto. Il rosso del sole ancora caldo e l’azzurro del cielo limpido. Le tinte si mischiavano sull’acqua creando un effetto di rara bellezza. Sul pontile di Bagnoli c’era chi passeggiava e godeva degli ultimi minuti illuminati della giornata. Coppiette che camminavano mano nella mano, amici che chiacchieravano, bambini che giocavano correndo. Un venerdì sera che aveva già il sapore del fine settimana, di quelli più belli, nel pieno dell’estate. Tutti avevano lasciato a casa i problemi, le preoccupazioni, quei momenti erano stati pensati per stare bene e non per affannarsi. Tutti felici e contenti, tutti tranne una persona.

Un uomo si aggirava sospettoso tra la folla. Ad ogni passo girava il volto a destra e sinistra. Cercava, ma non sapeva ancora cosa. O chi. Guardava gli altri presenti sulla passerella, incrociava i loro sguardi alla ricerca di un indizio, di un segno. Qualcuno cominciò ad accorgersi del suo atteggiamento fuori dal normale, la maggior parte però era intenta a fare altro senza lasciarsi distrarre. Il respiro si faceva sempre più affannato, aveva corso parecchio per arrivare fin lì e purtroppo la sua età gli richiedeva più riposo di quanto volesse. Qualche bambino gli sfrecciò accanto mettendolo in allerta. Vide le schiene dei ragazzi che continuavano a giocare, capì di non essere in pericolo. Lanciò un’imprecazione masticata in bocca, ma era più tranquillo. Da qualsiasi cosa stesse fuggendo, ora era al sicuro.

Si sedette su una panchina, chiuse gli occhi e tirò un respiro profondo. Il sapore di salsedine gli entrò nelle narici ed insieme a quello ritornarono tutti i ricordi associati a quel luogo. Rilassò i muscoli tesi e prese a respirare regolarmente. Riaprì gli occhi e diede un ultimo sguardo di controllo in giro. Tutto regolare, le persone passeggiavano serene senza destare nessun sospetto. L’uomo si alzò e fece qualche passo in avanti. Percorse metà del pontile respirando a pieni polmoni l’aria di mare. Intorno a lui la piccola cornice di golfo sembrava abbracciarlo per dargli sicurezza.

Si appoggiò alla ringhiera guardando i colori intensi del mare. Quella distesa immobile gli dava pace. Alle orecchie arrivavano le risate dei bimbi e il verso di qualche gabbiano. Poi sentì il rumore di un tuffo. Stava guardando l’orizzonte quando quel suono attirò la sua attenzione e guardò in quella direzione. L’acqua si increspava formando un cerchio. L’uomo si sporse un po’ in più per vedere meglio ma quello che vide venire fuori dall’acqua aveva dell’incredibile.

Una donna.

Il busto di una donna fuoriuscì dal mare e guardò nella sua direzione. L’acqua la copriva dal collo in giù, aveva lunghi capelli scuri ed un enorme sorriso adornava il bellissimo volto.

L’uomo chiuse e riaprì gli occhi due volte, pensò di stare sognando. Da dove era sbucata quella ragazza? Una folle in cerca di un brivido o forse aveva solo pagato il pegno di una scommessa persa? Non riusciva a distogliere lo sguardo, si girò solo per controllare se anche gli altri se ne fossero accorti ma ognuno era intento a passeggiare indisturbato. La guardò ancora, lei rimandava lo sguardo senza mai smettere di sorridere. Poi si rituffò in acqua, e l’uomo vide qualcosa che gli fece venire i brividi. Quando la testa era in basso non vide le gambe risalire, ma una coda di pesce. Non poteva sbagliarsi, quelle che aveva visto erano delle pinne enormi.

Spaventato da quella visione si staccò dal ferro e camminò all’indietro fino al centro della passerella. Possibile che quella che aveva visto era una sirena? Non poteva essere, era solo uno scherzo di cattivo gusto e lui ci stava cascando. All’improvviso sentì un verso di uccelli. Non i soliti gabbiani che sorvolavano la zona ma un suono stridulo che non ricordava di aver mai sentito. Alzò gli occhi in direzione di quel suono coprendosi gli occhi con una mano per ripararsi dalla luce del sole. Un uccello si stava avvicinando, volava proprio nella sua direzione. Man mano che era più vicino si rendeva conto di quanto fosse grande. Gli passò sopra la testa ed atterrò su una panchina a poca distanza da lui. Le dimensioni erano spropositate ma quando vide la testa rimase a bocca aperta per lo stupore e la paura.

Quell’uccello aveva la testa di una donna.

Lo sguardo era arcigno e guardava proprio nella sua direzione in un tono di sfida. Fece qualche goffo passo verso l’uomo che subito indietreggiò. Il mostro aprì la bocca ma stavolta invece del solito verso da uccello uscirono parole umane.

-Dove stai scappando? Vieni da noi

Aveva sentito bene? Quell’orrendo mostro stava parlando con lui chiedendogli di seguirlo? L’uomo si guardò intorno sperando che qualcuno intervenisse. Stranamente però gli altri sembravano badare ancora ai fatti loro, solo una giovane coppia sembrò aver notato qualcosa di strano ma si allontanò senza distogliere lo sguardo. L’essere metà donna metà uccesso fece un altro passo verso l’uomo che a quel punto decise di rispondere.

-Cosa vuoi? Cosa vuoi da me?

-Voglio solo il tuo bene. Vogliamo solo il tuo bene

-Cosa ne sai tu del mio bene? Lasciami stare! Sei solo un mostro, un’arpia venuta a farmi del male

Da lontano sentì un’altra voce, più imponente, che si intromise in quello strano dialogo.

-Vogliamo solo il tuo bene, devi crederle

L’uomo voltò lo sguardo in direzione della voce, all’ingresso del pontile. Vedeva un gruppo sparuto di persone, dietro di queste però si ergeva una figura più imponente. Più si avvicinava e più sentiva indistinguibile un rumore di zoccoli sull’asfalto. Quando le persone si tolsero dalla visuale riuscì a vedere la figura per intero. Aveva il corpo di un cavallo ma dalla parte anteriore spuntava il busto di un uomo. Le quattro zampe di quella bestia si muovevano lentamente, come se non volesse spaventare il suo interlocutore. Già, come se non fosse già spaventato per aver visto davanti ai suoi occhi per la prima volta un centauro.

-Chi sei? Cosa vuoi… cosa volete da me?

-Stai calmo. Non ci riconosci?

-Certo che vi riconosco! Siete dei mostri! Siete qui perché mi volete morto

-Fidati di noi. Non siamo cattivi. Vedi? Non ti stiamo attaccando, siamo qui fermi e vogliamo solo parlare

-Parlare? Ma li avete sentiti? Qualcuno li sta sentendo o sono il solo?

L’uomo si guardò intorno preoccupato. Aveva attirato l’attenzione di tutti i presenti. Tutti lo guardavano ma quello che vedeva nei loro occhi non era paura, ma pena. Sembrava proprio che gli altri stessero provando compassione per lui anche se non ne capiva il motivo.

-Datemi una mano! Qualcuno mi aiuti

Qualcuno si allontanò affrettando il passo, altri fecero finta di nulla senza riuscire a fingere interesse per quella scena insolita. L’uomo allora cominciò ad avvicinarsi alle altre persone chiedendo aiuto.

-Lei, lei li vede? Mi risponda, non se ne vada… E lei, signorina, non scappi anche lei. Qualcuno sa dirmi perché ce l’hanno con me?

Intanto sentiva le loro voci, le opinioni di quelli che ormai erano solo delle comparse in quella scena teatrale.

Cosa vogliono da lui?

Perché non ne parlano da un’altra parte?

Amore, andiamo via. Saranno fatti loro, non ci impicciamo

Tra tanti posti proprio qui? Non hanno niente di meglio da fare?

E se poi solo sono davvero cattivi?

Non era il solo a vedere quei mostri. Purtroppo però sembrava che gli altri non volessero in nessun modo fare qualcosa per lui. Doveva fronteggiare quei nemici da solo. Fece due passi decisi in direzione dell’arpia che stranamente fece un passo indietro. Riusciva anche lui ad incutere timore in quelle bestie?

-Andate via vi dico. Questo non è il posto per voi!

Fece un altro passo in avanti quando sentì dei passi che si avvicinavano. Un altro essere corse nella loro direzione e si fermò accanto al centauro posandogli una mano sul dorso. Quando girò il volto in direzione dell’uomo, questo si accorse della gravità di quel gesto e subito con entrambe le mani si coprì il volto e si accovacciò a terra. Prima di chiudere gli occhi aveva visto di chi o cosa si trattasse. Aveva il corpo di una donna ma dalla testa al posto dei capelli c’era un groviglio di serpenti. Decine di serpenti che si muovevano aprendo e chiudendo le fauci. Lui sapeva di cosa si trattasse, era una gorgone e il solo sguardo lo avrebbe tramutato in pietra.

Ancora accovacciato cercò di parlare per convincere un’ultima volta quelle bestie immonde a lasciarlo stare.

-Perché? Perché ce l’avete con me? Lasciatemi in pace. Lasciatemi solo!

L’ultima fetta di passanti presenti sul pontile si dileguava verso l’uscita, un silenzio spettrale piombò sulla scena. L’uomo avvertì dei passi avvicinarsi a lui, sempre tenendo le mani sul volto cercò di allontanarsi strisciando sull’asfalto.

Vi prego, andatevene. Andatevene…

Cominciò a piangere a dirotto. Ormai era conscio del destino che lo attendeva. I mostri sembravano non ascoltarlo ed avanzavano in silenzio verso di lui. Sentì altri rumori più veloci, come qualcosa che strisciava. Aprì un piccolo spiraglio tra le dita in modo da vedere meglio. Ormai era spacciato e la curiosità stava prendendo il sopravvento.

Vide due figure, più piccole, che avanzavano. Vedeva i loro sorrisi stampati sui volti innaturali. Il corpo da bambine e la coda di serpente, due echidne gli strisciavano incontro, lo deridevano. Ormai era alla loro mercé, non poteva fare altro che deporre le armi e abbracciare il fato, per quanto tremendo fosse. Tolse le mani dagli occhi e guardò per l’ultima volta le creature che aveva davanti. Erano in fila, l’una accanto all’altra e lo guardavano con sguardo serio e preoccupato. L’arpia, il centauro e la gorgone, mentre le altre due piccole creature continuavano a girare in tondo. Richiuse gli occhi attendendo il braccio della morte.

Quello che sentì subito dopo però non era una minaccia. Avvertì il tocco di una mano sulla sua spalla. Come una carezza, un gesto che cercava di incutere sicurezza più che terrore. Riaprì gli occhi e finalmente li vide.

I mostri che prima erano davanti a lui non c’erano più, al loro posto c’erano delle persone. Erano intorno a lui e gli sorridevano tristemente. Un uomo, due donne e due bambine. Non li riconobbe subito, era ancora sotto shock, ma fu quella prima frase detta da una delle donne a risvegliare la memoria.

-Papà, siamo qui con te. Andrà tutto bene

Fu in quell’istante che li riconobbe. I suoi figli Laerte, Olimpia e Tea, le sue nipoti Grazia e Noemi. Erano lì per lui e quando capirono che lui li aveva finalmente riconosciuti lo abbracciarono con forza. Fu una scena molto commovente, i pochi estranei presenti non poterono fare a meno di trattenere le lacrime per quella che era chiaramente una tragedia familiare sfiorata.

I figli ritrovati dell’uomo lo aiutarono ad alzarsi e lo fecero sedere su una delle panchine. Le bimbe ignare della serietà della situazione continuavano a giocare tra loro e correre in direzione del nonno abbracciandolo con affetto. L’uomo ormai rinsavito ripercorreva gli sguardi dei suoi cari, delle uniche persone al mondo che gli erano vicino. Avrebbe tanto voluto scusarsi con loro, avrebbe voluto trovare le parole giuste per far capire quanto era afflitto per le preoccupazioni che gli stava dando. Ma loro non erano più bambini, capivano come si sentiva e senza parlare gli fecero intendere che tutto si era risolto e quella era la cosa importante.

-Andiamo a casa. Hai bisogno di riposarti

-Tra poco le temperature si abbasseranno e non ti farà bene. Aggrappati a me

-Nonno! Nonno! E’ vero che starai un po’ con noi a giocare?

-Bimbe non fatelo affaticare. E’ molto stanco ed ha bisogno di riposo

L’uomo fece come gli era stato consigliato. Si alzò e accettò l’aiuto della figlia più piccola. Ancora non riusciva a dire una parola, mentre un’ultima lacrima scendeva sul volto rigato dalle rughe.

Qualche metro più distante una giovane coppia guardava l’epilogo della toccante scena. La ragazza con la voce rotta dall’emozione chiese al ragazzo cosa ne pensasse.

-Chissà chi sono quelli lì. Per un momento ho pensato che l’anziano potesse buttarsi in acqua

-Per fortuna non è successo nulla. Sai chi è quel signore?

-No. Lo conosci?

-Non personalmente, ma so che è un docente universitario di storia antica. E’ stato il professore di mio cugino Arnaldo. Mi ha sempre detto che tutti gli studenti erano affascinati quando spiegava in aula. Ora non è che l’ombra di sé stesso

-Che gli è successo?

-La moglie era malata da tempo. Pensa che si è ritirato dall’insegnamento per starle vicino. Ed è servito, sai? Lei stava meglio finché lui le teneva compagnia. Poi, sai com’è in questi casi, da un giorno all’altro se n’è andata. Da quel giorno so che lui non è più lo stesso. Hanno provato a convincerlo a ritornare al lavoro per distrarsi ma è stato inutile. C’è chi dice che il dolore forte lo ha spinto a… vedere delle cose. Non so se è vero, ma sembra che si sia chiuso in un mondo tutto suo, fatto di creature fantastiche della mitologia greca. La Grecia era il suo pallino, suo e della moglie. Amavano la storia greca, forse per lui rivivere la magia del mito è il modo di proteggersi dalla triste realtà in cui si trova adesso. Senza la donna che ha sempre amato, solo

-Meno male che ci sono i figli con lui. Sembravano davvero affezionati a lui

-Già. Meno male

I due ragazzi si abbracciarono mentre l’ultimo raggio di sole scompariva dietro l’orizzonte ed il rumore di un tuffo proveniva dalla superficie del mare.