30 Luglio 2006

Erano quasi le 8 del mattino e in casa Borrelli c’era una strana confusione. Di solito le giornate estive iniziavano più lentamente, d’altronde in quella casa ci sono due studenti adolescenti che di solito si svegliano verso le undici. D’estate non c’è scuola, la sera si fa tardi sia a casa che fuori quindi i ritmi mattutini dell’inverno non sono per nulla contemplati. Ma quel giorno era diverso.

Erano inseparabili Sarah e Raffaele Gregorio, o meglio Sah e Greg come amavano chiamarsi. Lei diciannove anni, lui sedici ma la differenza di età non era mai stato un problema. Avevano sempre avuto le stesse passioni. La prima, il calcio. Insieme al padre non perdevano una singola partita di Serie A. La squadra del cuore? Naturalmente il Napoli, al punto che la cameretta che condividevano era completamente azzurra. Poi gli amici, gli stessi per entrambi. Nel tempo qualcuno lo avevano perso per le solite questioni amorose, ma gli altri c’erano sempre.

Un’altra cosa che li accomunava era la propensione allo studio. Entrambi avevano poca voglia di studiare, forse anche a causa dell’indecisione cronica che li assaliva. Sarah aveva terminato proprio quell’anno gli studi superiori ma non aveva ancora idea di cosa fare dopo l’estate. Si era presa un po’ di tempo per pensarci ma in realtà stava solo spostando il problema più in avanti. Raffaele invece aveva appena finito il terzo anno di liceo, con parecchie sufficienze stentate e due recuperi. Anche per lui valeva lo stesso discorso, avrebbe preso il diploma, ma poi? I genitori provavano a dargli coraggio, a far vedere loro che avevano delle qualità per andare avanti, ma si sa come va in queste situazioni.

Quando si è adolescenti si hanno tanti altri problemi, si affrontano situazioni sempre nuove e non è facile mettere a fuoco sui veri interrogativi della vita. Semplicemente, si ragiona da adolescenti, da esseri ibridi, per metà ragazzi e per metà adulti. Per fortuna l’amicizia che legava i due fratelli era forte e dava loro coraggio nell’affrontare le avversità della vita. Quell’estate era solo loro, ogni giorno cercavano di divertirsi tenendo la mente sgombra da pensieri negativi. E ci stavano riuscendo, fino a quel giorno.

Ritorniamo quindi a quella mattina, tutti indaffarati già dalle prime ore. Sì, perché quel giorno i ragazzi sarebbero andati al mare in costiera per trascorrere una giornata diversa. Avrebbero preso la circumvesuviana intorno alle 8:30 fino a Meta e lì si sarebbero fermati fino alla serata. Era quindi d’obbligo svegliarsi presto per seguire alla lettera la scaletta del loro itinerario. Erano quasi le 8 però e Raffaele non era ancora uscito dal bagno. Da fuori sua sorella continuava a punzecchiare per sollecitarlo, anche lei aveva bisogno di usare il bagno e lui era lì già da troppo tempo. All’interno però la situazione era tutt’altro che divertente.

Raffaele era davanti allo specchio e sudava freddo. Non aveva la forza di parlare eppure la sua bocca era aperta per l’incredulità di quello che stava accadendo. Nella sua testa c’erano milioni di pensieri e non sapeva cosa fare.

Deve esserci una spiegazione razionale.

Che cosa mi sta succedendo?

Dannazione, cos’ho che non va?

Deve essere una reazione allergica, non ci sono dubbi.

Era in piedi davanti allo specchio, il torso girato per poter guardare le spalle. Sulla parte alta della schiena di era formato uno strano strato verde. Al tatto sembravano scaglie ruvide, dallo specchio assomigliavano in tutto e per tutto a delle squame.

Era passato almeno un quarto d’ora, il ragazzo fissava lo specchio senza darsi una ragione. Cosa aspettava? Che continuando a fissare sarebbe ritornato normale? Il tempo passava senza che lui se ne accorgesse. Fu la voce della sorella a svegliarlo da quello stato di trance.

-Greg! Vuoi muoverti? Esci dal bagno e fammi entrare che ancora non sono pronta! Rischiamo di fare tardi e bloccare gli altri

Raffaele si girò verso la porta e controllò che fosse ancora chiusa a chiave. Andava avanti e indietro per il bagno, ogni volta che passava davanti allo specchio lo sguardo ricadeva su quel dettaglio della sua schiena. Addirittura sembrava che la “macchia” si fosse allargata dall’ultima volta che l’aveva vista. Non poteva andare in spiaggia in quelle condizioni e tenere addosso una maglietta per tutto il giorno era un’ipotesi da scartare. Intanto la sorella dall’esterno continuava a chiamarlo, doveva dire qualcosa almeno per prendere un altro po’ di tempo.

-Un attim…

Si bloccò a metà frase. Quella che aveva sentito uscire fuori dalla sua gola non era la sua voce. Si tappò la bocca con una mano, aveva paura di parlare ancora. Sua sorella l’aveva sentito oppure nel frastuono all’esterno del bagno non aveva fatto caso a quella voce strana? Non sapeva più cosa fare, era ancora pieno di pensieri e paure quando sentì i colpi duri di una mano sulla porta.

-Ti decidi ad uscire? Carlo sarà qui a momenti e io ho bisogno del bagno! Devo sfondare la porta a pugni?

Fortunatamente prima non l’aveva sentito, ma ora? Come doveva regolarsi? Si avvicinò ancora allo specchio, i suoi occhi gli ricambiavano lo sguardo in modo interrogativo. Si girò ancora, lo strato si squame ora ricopriva buona parte della schiena e delle spalle. Forse era il momento di parlarne con sua madre, di capire cosa realmente stava accadendo. Quel pensiero però durò ben poco, era troppo spaventato di quello che gli stava accadendo per spingerlo a chiedere l’aiuto di un adulto.

-Greg, mi rispondi? Tutto bene lì dentro? Guarda che apro davvero la porta a calci se non rispondi

Raffaele fece appiglio a tutte le sue forze per aprire la bocca e rispondere. Doveva concentrarsi il più possibile per impostare bene la voce e dare una parvenza di normalità.

-Sto bene, ora esco

Forse ce l’aveva fatta, stava per compiacersi quando la voce di Sarah tuonò preoccupata.

-Sicuro che va tutto bene? Dalla voce non si direbbe. Che hai?

-Ti ho detto che va bene! Dammi un po’ di tempo ed esco!

-No, questa voce non mi piace. Se stai scherzando sappi che non è affatto divertente. Dai apri

-Non sto scherzando. Aspetta!

Raffaele finì la frase prima di sentire il citofono suonare. La sorella si allontanò per aprire, con tutta probabilità era il loro amico Carlo. Si erano dati appuntamento a casa loro prima di iniziare il loro piccolo viaggio. In pratica un problema in più che si aggiungeva. Si sedette a terra tenendosi la testa tra le mani, era sconvolto. Si alzò e ritornò davanti allo specchio, la situazione non migliorava. Quasi tutto il torso era verde scuro e sul collo sembravano formarsi delle aperture laterali. Raffaele passò le mani su quelle aperture, con enorme sorpresa constatò che da lì usciva dell’aria. Era impossibile, si coprì naso e bocca con le mani, provò a trattenere il respiro per allentare la tensione, poi espirò. Aveva ancora naso e bocca coperti però, il suo respiro era appena uscito fuori dalle aperture nel suo collo. Erano branchie. Impossibile, non esistevano delle mutazioni così veloci, almeno non nel mondo reale. Gli sembrava di essere il protagonista di un fumetto, una sorta di X-Man, e quell’idea non lo tranquillizzò. Si spostò di lato con fretta facendo cadere a terra una bottiglietta di profumo. Dall’esterno del bagno si sentivano ancora voci preoccupate.

-Greg, cos’era quel rumore? Carlo è qui, è in cucina a parlare con mamma, dobbiamo muoverci. Mi dici che succede?

-Nulla, nulla

-Ancora con questo “nulla”, “tutto bene”. Apri e facciamola finita. Dimmi che succede

Nel dialogo tra i due fratelli si intromise Carlo.

-Che succede qui? Carlo, sei lì dentro? Dai che facciamo tardi, muoviti. Sei già bello al naturale, non hai bisogno di ritocchi

-E’ chiuso lì dentro da ore, risponde a singhiozzi. Vedi se riesci a farlo uscire velocemente che mi serve il bagno al più presto

-Bro, ma che mi fai sentire? Tutto bene? Vuoi che entri io?

La sola idea di qualcuno che entrasse nel bagno e potesse vederlo in quello stato lo fece rabbrividire.

-No! No, sto bene. Aspettatemi fuori

-Cos’era quella voce, amico? Sei stato impossessato? Dai, esci o fammi entrare

-Non è nulla, solo un po’ di raucedine. Ora uso il collutorio

-Amico a me sembra qualcosa di più serio. A te serve una buona dose di aria di mare, di sabbia calda e ragazze infuocate, e si dà il caso che oggi avremo tutto questo. Dai, sbrigati

Si riavvicinò la sorella

-Niente ancora? Non è uscito?

-No, dice che ha mal di gola. Si sta facendo tardi intanto, che facciamo?

-Greg! Esci subito di lì, ci stai facendo preoccupare

Nessuna risposta, Raffaele era ancora incollato allo specchio mentre respirava a fatica.

-Facciamo così Carlo, tu inizia ad andare, non voglio bloccare tutti. Vi raggiungiamo sicuramente appena capisco quello che sta succedendo

-Sicura che non serve una mano?

-No, tranquillo. Che puoi fare tu più di quanto sto provando io? Ti mando un messaggio appena siamo pronti, tu vai con gli altri

-Va bene, dai. Fatemi sapere. Ciao Greg, a dopo!

Carlo salutò la madre dei ragazzi, ancora indaffarata a mettere in ordine la casa, poi si avviò per incontrare gli altri amici. Intanto Sarah era ancora accanto alla porta del bagno. La rabbia che fino a poco prima la caratterizzava, l’ansia di dover far presto per una giornata insieme, la paura di mandare tutto a monte, non c’era più. Ora era preoccupata, voleva solo capire realmente cosa stesse succedendo a suo fratello. Era da troppo tempo chiuso in quella stanza e non dava spiegazioni. Lei rimaneva appoggiata a quella porta che la separava dal suo amico del cuore, sperando di capire cosa stesse succedendo.

All’interno del bagno anche Raffaele era appoggiato alla porta. Il respiro si faceva sempre più affannoso. Riusciva a regolare il flusso di ossigeno che entrava e usciva dalle branchie. Aveva paura ad avvicinarsi nuovamente allo specchio, aveva gli occhi chiusi nella speranza che al riaprirli sarebbe stato tutto normale. Ma in fondo sapeva che tutto quello che stava succedendo era reale, era vittima di un incubo ad occhi aperti. Già le sere precedenti si era svegliato durante la notte tutto sudato e spaventato. Aveva attribuito quegli strani sogni al caldo eccessivo che aveva inondato la città, ma ora sapeva che non era così. Si stava trasformando in qualcosa che non conosceva e che lo spaventava.

-Greg, ci sei? Ascoltami, sono qui fuori. Non devi aver paura di me

Sebbene la voce di sua sorella fosse pacata e rilassante, Raffaele non riusciva a calmarsi. Si spostò dalla porta, il corpo gli sembrava più pesante del solito. Riusciva a malapena a trascinare le gambe per la stanza. Guardò in basso, i suoi piedi erano come se fossero di piombo. Dopo qualche passo si ritrovò ancora davanti allo specchio. Si guardò, il suo non era più il volto che ricordava. Assomigliava più a quello di un rettile. Il naso era schiacciato ed erano sparite le narici. La parte della bocca invece era visibilmente allungata, provò ad aprirla mostrando dei denti aguzzi. Le orecchie non c’erano più mentre gli occhi erano diventati di colore giallo scuro. Si avvicinò ancora di più allo specchio, quando realizzò cosa era diventato urlò come non aveva mai fatto. Dalla sua nuova bocca uscì un suono abominevole, un misto tra un ringhio selvaggio ed una voce camuffata. All’esterno del bagno Sarah sbiancò dalla paura.

-Greg! Che succede, apri ti prego!

-Tranquilla

La voce era cambiata nuovamente. A malapena si riusciva a distinguere il suono delle parole.

-Mi dici che succede? Vado a chiamare mamma

-No!

Fu inutile, la ragazza andò subito dalla madre e insieme si precipitarono davanti alla porta.

-Raffaele, che succede lì dentro. Apri subito!

-Greg, siamo preoccupate. Non devi aver paura, apri

-Andate via

-Cosa stai dicendo? Andare via? Siamo la tua famiglia, apri e permettici di aiutarti

-Andate via!

Raffaele cascò a terra, con il suo di colpo pesante si gettò sul pavimento del bagno. Non aveva molte forze, probabilmente la metamorfosi stava prosciugando le sue energie. Con l’aiuto delle braccia si sollevò di poco dalle mattonelle. Era a quattro zampe, un dolore lancinante proveniente dall’osso sacro lo fece urlare. Sua sorella e sua madre ascoltarono quel suono orribile guardandosi impaurite negli occhi.

-Chiamo vostro padre, deve ritornare a casa a darci una mano

La signora corse in cucina, prese il telefono e cominciò a digitare i numeri sulla tastiera. La ragazza nel frattempo era ancora accanto alla porta del bagno a tranquillizzare sul fratello.

-Greg, ti prego ascoltami. Siamo con te, qualsiasi cosa tu stia facendo…. Qualunque cosa ti stia succedendo devi fidarti di noi. Siamo la tua famiglia, ti vogliamo bene. Ti prego, apri questa porta prima che sia troppo tardi

Raffaele dall’altro lato provava a parlare ma dalle sue fauci non uscivano più parole. Soltanto rumori e suoni strani, come i versi di un animale. Era distrutto, si abbandonò a terra rannicchiandosi in una strana posizione fetale. Almeno da quella visuale non vedeva il suo riflesso nello specchio e quello era un bene. Sentiva il cuore accelerare i battiti. Quello che gli sembrava strano era che anche se nell’aspetto era in tutto e per tutto un abominio, un mostro, i suoi pensieri erano umani. Pensava a sua sorella ancora preoccupata, avrebbe voluto tranquillizzarla e starle accanto. Pensava ai suoi genitori, già abbastanza preoccupati dal suo rendimento scolastico, quella situazione li avrebbe uccisi. Pensava ai suoi amici, probabilmente non li avrebbe più rivisti e quel pensiero era davvero doloroso. Era in pena per tutte le persone a cui teneva, non voleva assolutamente che stessero male a causa sua. Aveva più paura per loro che per sé stesso. Era immerso nei suoi pensieri quando udì un’altra voce fuori dalla porta. Era suo padre, sembrava affannato e preoccupato ma come gli altri cercava di essere tranquillo e pacato.

-Raffaele, sono qui fuori con tua sorella e tua madre. Mi hanno chiamato preoccupate per te. Non devi aver paura

Il ragazzo, se tale poteva chiamarsi, era ancora a terra. Quelle parole gli entrarono dritte al cuore, la dolcezza con la quale era state proferite era ammirevole. Avrebbe voluto uccidersi, farla finita lì per non dare un dispiacere alla sua famiglia. Iniziò a piangere, anche se il suono che si sentì sembrava qualcos’altro.

Fuori dal bagno nessuno si aspettava una risposta, il padre prese un doppione delle chiavi del bagno e in poco tempo riuscì a far uscire la chiave all’interno. Sbloccò la serratura, poi lentamente aprì la porta. Nessuno era preparato a quello che si parò davanti ai loro occhi.

Quello che era disteso a terra aveva le fattezze di un drago, un rettile di dimensioni poco più grandi di un essere umano, rannicchiato su sé stesso. Il corpo era completamente ricoperto di squame mentre una lunga coda si muoveva appena percettibile. La testa era rotonda ma allungata sul muso. La bestia aveva ancora addosso i vestiti che erano appartenuti al ragazzo, lacerati a causa delle dimensioni maggiori. Nella posizione in cui era, sembrava più che fosse mansueta piuttosto che pericolosa.

Raffaele aveva ancora gli occhi chiusi quando sentì il rumore della serratura che scattava e della porta che si apriva. Avrebbe scommesso che quando lo avessero visto si sarebbero spaventati ed avrebbero cominciato ad urlare. Stranamente invece tutto era silenzioso. Aprì finalmente gli occhi e fu sorpreso nel vedere gli altri tre componenti della famiglia guardarlo e sorridergli timidamente. Perché non avevano paura? Il loro amore era così grande da superare quell’incubo?

Fu suo padre il primo ad avvicinarsi, senza timore. Si abbassò e gli accarezzò un braccio.

-Ci hai fatto prendere un bello spavento stamattina. Non eravamo preparati, hai solo sedici anni…

La bestia lo guardò attraverso degli espressivi occhi gialli.

-Immagino tu abbia tanti interrogativi in mente. Abbiamo tutto il tempo di risolverli, ora però guarda questo

Suo padre si alzò, si tolse la giacca e chiuse gli occhi. Il suo corpo si trasformò velocemente davanti agli occhi increduli del ragazzo, il torso fino a poco prima glabro si riempì di peli ed il suo volto assunse le fattezze di un lupo. Raffaele sgranò gli occhi e fece per alzarsi quando anche sua madre compì gli stessi gesti fatti poco prima da suo padre. In pochi secondi la trasformazione si compì, si curvò in avanti e dal costato spuntarono altre due braccia. Braccia e gambe diventarono zampe da insetto mentre sulla schiena spuntarono due paia di ali di farfalla. Ma la sorpresa non era finita. Sarah fece un passo in avanti, si coprì il volto con le mani, poi quando le tolse mostrò un volto da felino. La pelle si riempì di macchie scure mentre dalla bocca spuntarono lunghe zanne. Fu di nuovo suo padre a parlare per primo, con una voce diversa da quella che era abituato a sentire.

-Tranquillizzati, siamo la tua famiglia. Scusa se oggi non siamo stati capaci di starti vicino nel modo più appropriato ma eravamo impreparati. Di solito la transazione arriva intorno al compimento del diciottesimo anno di età, il tuo è un caso più unico che raro. Hai solo sedici anni, due anni prima… Non ce l’aspettavamo

-Fratello va tutto bene, lascia che ti insegniamo come nascondere la tua vera forma

-Figlio mio, con il tempo imparerai come noi a vivere in mezzo a quelli che chiamano “normali”. Anche per tua sorella non è stato semplice ma abbiamo avuto tempo per insegnarle tutto quello che doveva sapere

Raffaele guardava la sua famiglia con occhi interrogativi. Di colpo si era svegliato da un incubo per piombare un uno ancora più spaventoso. Ma a quanto pare non era solo.

-Greg, so già a cosa stai pensando. Chi siamo veramente? Che farò ora? Avrò una vita normale? Guardami, pensi che io non abbia una vita come gli altri? Se ce l’ho fatta io ce la farai anche tu

-Siamo esseri che vivono su questa terra da tantissimo tempo, come gli umani, solo un po’ più antichi. Con il tempo abbiamo capito che è meglio tenersi nell’ombra e vivere con gli umani piuttosto che mostrarci a loro e sperare in un’integrazione. Il nostro potere ci consente di nascondere la nostra vera natura quindi credimi se ti dico che non sarà molto difficile

Raffaele inspiegabilmente iniziava a tranquillizzarsi. Avvertiva il calore del loro amore, insieme alla sua famiglia ci sarebbe riuscito.

-Ora però asciuga quelle lacrime e riposati, metteremo noi a posto in bagno

-Esatto Greg! E poi, wow che figo, sei un rettiloide! Chissà cosa puoi fare con quella forma!

16 Luglio 2004

Giuliano era disteso a terra, la testa e il braccio sinistro gli facevano un male tremendo. Aprì gli occhi ma si rese conto che intorno era tutto buio. La guancia era appoggiata su qualcosa di viscido ma non riusciva a capire cosa. Si alzò ancora dolorante, guardò in alto e vide una luce provenire da una piccola feritoia. Fece un respiro profondo ma dovette tossire quando gli arrivò un puzzo disgustoso nelle narici. Ci mise qualche secondo per ricollegare insieme i pezzi e capire dove si trovasse. Un ricordo confuso, poi la consapevolezza. Era un una fogna.

Era successo tutto qualche minuto prima. Stava passeggiando per i Quartieri Spagnoli come quasi ogni giorno in quell’estate. La scuola era finita già da un pezzo e lui passava le giornate uscendo fuori da quel mondo così complesso e così diverso da lui per riversarsi sulle arterie principali della sua città. Quel quartiere non gli somigliava per niente. Non che lo odiasse, si intende. C’erano tantissime brave persone che incontrava ogni giorno, sorrisi che gli mettevano allegria. Anche il folklore e la caratterizzazione di quel luogo gli piaceva, ma purtroppo c’era sempre una nota negativa. L’ignoranza. Il vero male di quel posto, secondo lui, partoriva ogni giorno nuovi mostri. Già durante l’anno scolastico non era facile convivere in una classe piena di bulli. Magari erano cani che abbaiavano ma non mordevano, ma lui non era alla loro altezza, o meglio ancora, alla loro bassezza. Giuliano era un animo gentile, innocuo. Forse era proprio quella sua innocenza che spaventava gli altri e tirava fuori la parte peggiore di loro. Lui andava avanti evitando le provocazioni, gli sfottò. Finita la scuola la storia si ripeteva, c’era sempre qualcuno in giro con il suo branco che continuava a prenderlo in giro. Quella cicatrice sul labbro, quella deformazione con la quale era nato, era solo il pretesto per vomitargli addosso la loro rabbia adolescenziale.

Anche quel giorno la storia si ripeté, Giuliano era diretto verso Via Toledo quando il solito gruppo di bulli stava perdendo tempo sui motorini riscaldati da un sole estivo. Lo videro e iniziarono a punzecchiarlo.

-Eccolo, ragazzi. E’ arrivato il mostro

-Bene, il padre lo ha lasciato uscire dalla gabbia stamattina?

Giuliano come sempre abbassava lo sguardo e continuava a camminare senza curarsi degli altri. Quella mattina però era diverso. Forse il caldo afoso, forse la voglia di sperimentare qualcosa di nuovo, il branco decise di reagire a quell’assenza di reazione. Si alzarono e gli bloccarono la strada.

-Ma che c’è, non vuoi parlare con noi? Hai paura?

La vittima continuava a rimanere in silenzio e guardare altrove.

-Sto qua, guardami quando parlo. Ti credi migliore di me che non rispondi?

-Io non…

Giuliano non sapeva che cosa dire, voleva solo che quegli idioti si spostassero e lo facessero passare.

-”Io non” cosa? Ragazzi questo sta provocando

Uno di loro gli si parò davanti spingendo il petto contro il suo. Di contro Giuliano per proteggersi alzò le braccia e con le mani cercò di spostarlo all’indietro.

-Avete visto? Mi ha messo le mani addosso. Ora hai superato il limite

Era quella che gli altri aspettavano. Un pretesto per fare a botte. Partì il primo con uno schiaffo sul volto, poi un calcio sulle gambe lo fece cadere a terra. In quella posizione non poteva fare nulla, gli erano addosso e continuavano ad offenderlo mentre lo percuotevano con calci e pugni. Poi uno di loro ebbe un’idea macabra.

-Alziamolo, ragazzi. Prendiamolo e buttiamolo lì dentro

Indicò un tombino mezzo aperto, probabilmente quella mattina era previsto un lavoro nelle fognature. Lo alzarono di peso, Giuliano era confuso e non capiva nulla. Poi lo gettarono nel buco e insieme spostarono il pesante tombino in ferro per chiuderlo. Da sotto il ragazzo sentiva le loro risate mentre perdeva i sensi.

Fu solo grazie all’aiuto dei tecnici dell’impresa di drenaggio che Giuliano uscì fuori di lì. Il gruppo di bulli non c’era più ma una folla si era già riunita quando qualcuno sentì la voce di un ragazzo provenire da sotto l’asfalto. Ci fu chi si offrì di aiutarlo ma era stato colpito nel profondo e aveva solo voglia di tornare a casa e lavarsi. Quell’odore lo accompagnò fino a casa, era da solo. Andò sotto la doccia, le lacrime si confondevano con l’acqua che veniva giù dal sifone. Perché gli succedeva quello? La vita non era stata già abbastanza dura con lui dopo la morte della madre? Ma lui sapeva che la colpa non era della vita, era colpa dell’ignoranza che faceva da padrona in quel luogo. Si asciugò e si rivestì. Stava per infilare una maglietta quando davanti allo specchio notò qualcosa. Sul lato sinistro del petto c’era un segno di forma circolare. Provò a sfregarlo ma non andava via. Ritornò nel bagno per provare a toglierlo con il sapone ma nulla. Guardò meglio quel segno, era un cerchio perfetto e sembrava fatto con inchiostro. Più lo guardava più sembrava un tatuaggio, ma come poteva essere? Non c’era nessuna spiegazione plausibile. Stava scervellandosi per capire cosa fosse successo quando sentì il rumore della serratura che si apriva.

-Giuliano sono io, sono tornato. Tutto bene?

Era suo padre. Il rapporto tra i due non era dei migliori, come in tutte le famiglie in cui abita un adolescente. Dal giorno della morte della madre di Giuliano le cose erano peggiorate. Entrambi stavano male ma facevano la guerra a chi stava peggio. Il dialogo tra i due era ridotto ai minimi termini e buona parte della colpa era del ragazzo, lo sapevano entrambi. Il padre entrò nella stanza del figlio.

-Tutto bene Giuliano? Si sente una puzza terribile nel bagno, cosa è successo?

-Niente pà

-Nient’altro da dire? Non ti sto giudicando, voglio solo parlare. Cos’è quel livido sulla faccia?

-Si bussa prima di entrare

Giuliano chiuse la porta in faccia al padre. Lui non si arrabbiò, aveva smesso tempo prima quando con la dipartita della moglie se n’era andata anche la forza di affrontare ogni giorno.

Il resto della giornata fu anonimo come sempre, erano come due estranei sotto lo stesso tetto. La sera cenarono in silenzio e velocemente. Giuliano fu il primo a lasciare la cucina andando a rifugiarsi nella propria stanza. Chiuse la porta e si guardò allo specchio. Si tolse la maglia a continuò ad interrogarsi su quello strano segno. Lo stava fissando quando all’improvviso comparve una figura all’interno del cerchio. Con spavento si allontanò dallo specchio, poi guardò di nuovo il petto. All’interno del cerchio era disegnato il profilo di un leone. Cominciò a tremare, quello che stava vivendo era un vero e proprio incubo. Stava quasi per urlare quando all’improvviso sentì qualcosa dentro di lui che lo tranquillizzava. Non erano parole, erano ricordi. Chiuse gli occhi e quando li riaprì il suo sguardo era diverso. Uscì dalla stanza e salutò il padre.

-Io esco, ho un conto da regolare

-Che significa Giuliano? E’ tardi, sono le undici e mezza

-Niente, non preoccuparti. Non farò troppo tardi

Chiuse la porta senza aspettare  la risposta del padre e uscì di casa. A passo sostenuto e senza fermarsi percorse la strada che portava a Piazza dei Martiri. Si fermò e perlustrò la zona, poi guardò verso un bar e li riconobbe. Erano i ragazzi che quella mattina gli avevano giocato quel brutto scherzo, stavano parlando e ridendo seduti ad un tavolino. Probabilmente stavano parlando proprio di lui in quel momento. Si avvicinò spavaldo.

-Ciao ragazzi, come state? Che bello trovarvi qui stasera tutti insieme

-Eccolo qui, stavamo proprio parlando di te. Forse non ti è bastato quello che ti abbiamo fatto stamattina

Giuliano si girò e prese a camminare verso l’obelisco al centro della piazza. Gli altri si alzarono per inseguirlo, colpiti nell’orgoglio perché lui aveva dato loro le spalle. Aveva gettato l’amo e i pesci non tardarono ad abboccare. Giuliano si fermò e li fissò, loro fecero altrettanto. Poi alzò le braccia, gli occhi si girarono all’indietro mostrando solo un bianco spettrale. Il branco stava per aggredirlo quando dovettero bloccarsi di colpo. Alle spalle del ragazzo apparve qualcosa di incredibile. Improvvisamente le quattro statue dei leoni presero vita. Si mossero lentamente scrollandosi di dosso alcune pietre, poi avanzarono e girarono intorno a Giuliano. Gli altri assistevano alla scena a bocca aperta ma senza il coraggio di dire una parola. Poi Giuliano li indicò e le belve di roccia attaccarono.

Durò pochi attimi, i quattro leoni piombarono addosso ai ragazzi spaventati. Affondavano le loro zanne di pietra nei loro corpi provocando una morte istantanea. Con i loro artigli dilaniavano i muscoli di quelli che prima erano piccoli boss sicuri di loro. Ne rimase solo uno, si era accucciolato a terra mentre dai pantaloni fuoriusciva un liquido puzzolente. Giuliano gli si avvicinò, poi parlò con voce ferma.

-Siete solo i primi. La vostra stirpe non vedrà mai la luce

Poi si girò e camminò lentamente. Uno dei leoni si accanì sulla preda staccandogli la testa con un morso. Poi di colpo le statue ripresero il loro posto nella posizione in cui erano sempre state al centro della piazza.

Giuliano ritornò a casa, il padre era già andato a dormire. Entrò nella sua cameretta, chiuse la porta e si buttò sul letto. Si addormentò all’istante, in un sonno senza incubi.

Il mattino successivo si alzò senza alcun ricordo della sera precedente. Il padre stava già facendo colazione mentre al TG parlavano di una carneficina che si era verificata in Piazza dei Martiri. Dopo colazione scese di nuovo in strada, quella mattina non c’era nessuno a rompergli le scatole. Passeggiò per Via Toledo guardando le vetrine dei negozi poi all’improvviso si fermò. Di nuovo quella strana sensazione interiore, di nuovo quella presenza che gli faceva vedere scene di una vita che non era la sua. Portò la mano sul petto, sentì uno strano calore sul lato sinistro. Non ci badò più di tanto, prese a camminare in direzione dei Quartieri Spagnoli, percorse strade strette che non aveva mai attraversato prima di allora. Vicoli bui dove il sole si presenta solo per pochi secondi al giorno e l’oscurità è amica degli affari loschi di certa gente. Giuliano camminava senza sosta fino a trovarsi davanti ad un palazzo. Il portone era chiuso. Posò la mano sulla maniglia e con una forza sovrumana la aprì rompendo la serratura.

Nell’atrio del palazzo c’era una telecamera di sicurezza, attraverso quella un gruppo di persone poteva tenere costantemente sotto controllo l’edificio da malintenzionati e soprattutto dalle forze dell’ordine. Il palazzo era completamente disabitato a parte l’ultimo piano. Lì c’era l’appartamento dove si riunivano gli uomini del clan che comandava quella zona e proprio quella mattina erano tutti presenti per parlare di affari. Quando gli scagnozzi di guardia avvisarono quello che avevano visto nei monitor collegati alle telecamere, tutti si alzarono ed impugnarono le proprie pistole. Si girarono tutti verso la porta ancora chiusa, chiunque fosse arrivato nel palazzo sarebbe passato da quella per entrare. I secondi passavano ma nessuno varcava l’ingresso, erano tutti tesi. Poi, all’improvviso la porta si aprì. Il calcio dato da Giuliano aveva rotto i cardini e la porta volò per la stanza andando a finire contro tre uomini. Gli altri cominciarono a sparare verso l’ombra ancora ferma sotto l’arcata della porta. Ma quell’ombra era immobile e stranamente non cadeva a terra. Quando i caricatori furono scarichi la figura avanzò e tutti la videro. Aveva il corpo di un ragazzo, la maglietta era tutta bucata a causa dei proiettili. Il volto però non apparteneva a qualcosa di umano. Il muso era quello di un ovino, aveva le orecchie a punta e dalla fronte spuntavano due corna a spirale. Non ebbero il tempo di proferire una parola che quell’essere li attaccò con una furia cieca. Con una velocità incredibile caricava con la testa scaraventandoli in aria, ogni volta che le corna si abbattevano su di loro si sentiva un rumore disgustoso di ossa che si rompono. In pochi secondi tutti i malviventi erano a terra. Morti. L’essere li guardò distesi, inermi, poi disse un’unica frase.

-Anche la vostra dinastia è finita

Poi andò mentre andava via da quel luogo i suoi tratti diventarono di nuovo umani. Giuliano ritornò a casa. Tolse la maglietta e la gettò nell’immondizia, poi a torso nudo si guardò allo specchio. Accanto al tatuaggio a forma di leone era presente un altro che rappresentava il profilo di una capra. Fece una doccia, si cambiò e si rimise a letto.

Quando si svegliò era già sera. Si alzò dal letto pensando a cosa fosse successo quella mattina ma i ricordi erano vaghi, solo di una passeggiata per il centro poi più niente. Uscì fuori al balcone per prendere un po’ d’aria. Lo sguardo era rivolto a quei palazzi così vicini tra loro. Sembravano un’unica struttura, non c’era spazio tra un’abitazione e un’altra. Quel paesaggio così caratteristico, così bello eppure così difficile. Lo amava e lo odiava, era la sua casa eppure voleva tanto che fosse diversa. Da lontano si sentivano le parole di una canzone id Pino Daniele, di quelle che provocano emozioni difficili da descrivere. Con il cuore pieno di malinconia rientrò. Pensò a sua madre, come sempre.

Pensò al suo sorriso, alle parole dolci quando aveva paura, al modo tutto suo di tirarlo su. Come quando era chiuso in quella cameretta, chino sui libri illuminati dalla luce della piccola lampada sulla scrivania. In quei momenti entrava sua madre in punta di piedi, senza farsi sentire. Giuliano se ne accorgeva per il profumo del dono che portava. All’improvviso sentiva un buon odore di cioccolato, si girava e la vedeva con in mano una tazza di cioccolata calda. Niente di più bello di quell’immagine, del sorriso di lei che era stata “scoperta” e gli porgeva la tazza ancora fumante. Poi un abbraccio forte, di quelli che riesci a sentire il battito dell’altro, e un bacio sulla fronte. Tutto l’occorrente per riprendere a studiare serenamente. Una carica vitale.

Ora quella stanza sembrava vuota senza lei che entrava. La casa intera sembrava vuota anche se due persone la abitavano. Ma quelle due persone si allontanavano sempre di più, li univa soltanto il dolore per la stessa perdita. Ma a volte anche se il dolore è lo stesso, la rabbia e l’orgoglio possono fare più male. Giuliano sentì di nuovo il rumore della serratura, suo padre era appena rientrato. In silenzio, come sempre. Un uomo invisibile ai suoi occhi solo perché troppo fragile. Il ragazzo rimase chiuso nella sua camera fino alla cena.

Quella sera a tavola il silenzio era rotto solo dalla voce nella TV. Il telegiornale parlava dell’ennesima carneficina, stavolta nel loro quartiere.

“Ancora non sono chiare le dinamiche dell’accaduto. Una decina di morti all’interno dell’appartamento, le vittime erano già note alle forze dell’ordine…”

-Viviamo in un mondo terribile, Giuliano. Storie del genere non dovrebbero sentirsi

-Perché? Erano malviventi, qualcuno ha fatto quello che dovrebbe fare la polizia

-Non dire così. Non è con la violenza che si risolve tutto

-Ah, no? E con cosa allora? Restandosene zitti? O meglio, denunciandoli? Poi così ogni giorno non puoi uscire di casa perché ti stanno aspettando e fai tu quella fine

-Non hai torto, ma il nocciolo della questione è uno solo. Finché lo faranno in pochi non servirà a nulla. Finché ci sarà sempre paura di certa gente loro vinceranno sempre

-E come si fa a dare coraggio alle persone per bene? E’ impossibile papà. Forse serve mettere loro paura come loro ne mettono a noi. Forse quello che sta succedendo ora serve più di ogni iniziativa pacifica

-Non lo so Giuliano. So solo che lì fuori sembra sempre più pericoloso. Quando abbiamo pensato di mettere al mondo un figlio sapevamo che Napoli era una città difficile, ma ora le cose sembrano peggiorare. Quando io e…

-Su, dillo. Non fermarti

-Ok. Quando io e tua madre ti abbiamo avuto con noi parlavamo spesso di questo. Di come avremmo dovuto essere dei bravi genitori per darti il buon esempio. Non avremmo permesso che nostro figlio diventasse cattivo. Ora ti sento parlare in questo modo e penso che magari abbiamo sbagliato. O forse sono solo io che ho sbagliato. Da solo è difficile

Poi abbassò la testa per non farsi vedere piangere. Giuliano non poteva non provare tenerezza per lui. Non era facile portare avanti una famiglia senza una donna forte come era sua madre. Voleva tirarlo su di morale ma non trovava la forza di abbracciarlo. L’ultima volta forse era stato proprio ai funerali della madre.

-Non fare così. Guarda che io sono contro quei delinquenti. Sono contro il loro fare da presuntuosi, i loro modi da padroni del mondo. E’ solo che, non so, a volte vorrei che non esistessero più. Dai, sparecchio io, tu vai a riposarti sul divano

-Grazie Giuliano

Era la conversazione più lunga che avevano avuto da mesi, per la prima volta suo padre aveva tolto la sua armatura fatta di silenzio e paura e si era mostrato per com’era. Giuliano gli diede una mano in cucina mentre il padre si andò a sedere sul divano facendo zapping. Si distese e nel silenzio di quelle pareti si addormentò. Il ragazzo gli passò vicino e se ne accorse. Vedendolo così gli veniva in mente il ricordo di quando era piccolo, suo padre faceva finta di dormire poi quando lui si avvicinava spalancava gli occhi e lo faceva ridere. Chissà perché proprio quella sera riusciva a ricordare momenti passati con lui, di solito gli venivano in mente solo quelli passati con la madre. Stava per andare di nuovo nella sua camera quando si fermò. Di nuovo quel bruciore al petto. Andò in bagno e rimase a torso nudo, vicino ai due tatuaggi se ne stava formando un altro. Un altro cerchio, all’interno una testa di serpente. Fissò il suo sguardo nello specchio, poi sorrise.

-Certo, ne manca ancora uno

Senza fare rumore uscì di casa. Arrivò in strada e alzò lo sguardo. La voce interiore gli parlò ancora, gli indicava la strada da percorrere.

-Va bene. Stavolta ce ne sarà uno solo, ma non sarà meno doloroso

L’oscurità dei vicoli lo aiutava, camminava senza dare nell’occhio verso la sua destinazione. Si fermò quando arrivò davanti ad una saracinesca abbassata, lui sapeva chi si trovava dall’altro lato.

Nel garage c’era un solo uomo, aveva appena parcheggiato l’auto e stava per rientrare a casa. Agli occhi di tutti poteva sembrare una persona qualunque, in realtà nascondeva un segreto. Era un ricettatore. Ogni giorno incontrava i suoi “clienti” e faceva affari sugli oggetti rubati. Di solito erano piccoli ladri disposti a prendere qualsiasi cosa pur di farsi pagare il minimo per una dose di droga. Alcune volte ci guadagnava parecchio, gli capitavano sotto mano delle reliquie di grande valore pagate pochi spiccioli. Quella sua attività era però nascosta al pubblico come a sua moglie, durante il giorno lavorava all’interno di una piccola bottega di detersivi. La sera invece di solito faceva i suoi veri affari. Quella sera stava proprio rincasando da un appuntamento con uno dei peggiori ladri quando sentì dei rumori. Qualcuno stava battendo le mani sulla saracinesca. Si allarmò ma riuscì a tenere il sangue freddo.

-Chi è? Che volete?

I rumori continuavano nella stessa cadenza.

-Ma chi è? ‘A vuò f’rnì?

Nessun effetto, chiunque lo stesse provocando non la smetteva.

-Devo aprire? Devo venire fuori e farti male?

Finalmente dall’altro lato il rumore era cessato. L’uomo stava compiacendosi della sua vittoria quando sentì un rumore di ferro che si piega. Con sgomento vide che la saracinesca si stava alzando, dall’altro lato qualcuno la stava forzando con le sole mani. Stava per andare incontro a quello che sembrava un ragazzino quando questo alzò la mano per fermarlo. L’uomo si bloccò, ma non per il comando che gli era stato imposto. Si bloccò nel momento in cui vide qualcosa uscire fuori dalle maniche della maglia di quel ragazzo. Qualcosa strisciò fuori. Uno, due, decine di serpenti fuoriusciti dalla manica di Giuliano cadevano a terra e si dirigevano verso la loro preda. L’uomo cercò di mettersi in salvo all’interno dell’auto ma gli animali erano troppo veloci e subito gli bloccarono i piedi. Mentre alcuni stringevano le caviglie altri salivano lungo le gambe e mordevano ogni parte del suo corpo. Il veleno penetrava velocemente nelle sue vene, era bloccato e non poteva più muoversi. Il suo corpo si deformava sotto la stretta nelle spire dei serpenti. Morì nel silenzio più assoluto, i serpenti lo lasciarono e guardarono il loro padrone in attesa di un suo comando.

-Avete ragione. Lui non era l’ultimo della sua stirpe. Salite e fate quello che dovete fare

I serpenti si voltarono e si infilarono sotto una porta chiusa. Salirono le scale ed arrivarono all’appartamento dove abitava l’uomo. Strisciarono fino in camera da letto, c’era una donna che dormiva. Non si accorse di cosa stava succedendo. Gli animali la uccisero all’istante mordendola su tutto il corpo. Specialmente su quella pancia più pronunciata che raccoglieva una nuova vita.

Giuliano attese in silenzio che si compì l’ultimo sacrificio. I serpenti tornarono da dove erano usciti. Nel silenzio della notte il ragazzo camminò fino a casa in uno stato di trance. Quando aprì la porta c’era suo padre ad attenderlo. Sul volto una maschera di preoccupazione.

-Dove sei stato Giuliano? Mi sono addormentato sul divano e quando mi sono svegliato non c’eri. Rispondimi, ti prego

-Papà io…

-Dimmi amore della mia vita. Puoi parlare apertamente. Non sono arrabbiato con te, sono preoccupato e voglio solo aiutarti

-Papà, io non lo so. Non so dov’ero

-Ok, va bene. Ora sei qui, va tutto bene

-Ti prego papà, abbracciami. Abbracciami forte perché non so più cosa si prova

Il padre non se lo fece ripetere due volte. Prese il figlio e lo strinse tra le braccia. Piangevano entrambi ma questa volta l’uno sulla spalla dell’altro. Quella sera si sentirono più uniti, fu l’inizio della loro riappacificazione.

Quella sera Giuliano fece una doccia per togliersi di dosso i brutti pensieri. Non era come per le altre volte, non piangeva e non era triste. Aveva una sensazione di soddisfazione che gli dava piacere. Uscì dalla doccia, pulì con la mano il vetro appannato dello specchio e si guardò. Aveva delle piccole macchie rosse sul petto, nient’altro. I tatuaggi erano spariti così come il ricordo di averli avuti in quei due giorni.

2 Luglio 2015

Una notte come le altre, cena frugale a base di proteine e verdure poi un caffè amaro. Mentre mangio guardo un po’ di televisione, al telegiornale danno le solite notizie quindi cerco di cambiare canale altrimenti mi passa l’appetito. Qualche film già visto, programmi-spazzatura, pubblicità. Spengo, non ne vale la pena di passare altro tempo solo facendo zapping. Nel frattempo finisco di cenare. Sparecchio in fretta in modo da liberare velocemente il tavolo. Vado nell’altra stanza e prendo il mio notebook, ho aspettato tutta la giornata quel momento.

L’avvio non è dei più veloci, una volta acceso avvio i soliti programmi, poi il browser. Mi collego al sito di incontri che visito da un po’ di tempo. Inserisco le credenziali manualmente.

user: bocciolodirosa95

pass: aYxRpfg!w*WF

Appena mi collego vado nella sezione messaggi, solo oggi ne ho 45 nuovi. Per la maggior parte si tratta di utenti che non conosco, qualcuno che vedendo le mie foto nel profilo decide di contattarmi. Li cestino tutti, non è con loro che voglio chattare. Solo due messaggi sono quelli che mi interessano e sono dello stesso mittente.

ore 10:32 – Ciao Bocciolo mio, stamattina ti penso da morire. Sto riguardando le tue foto, come sei bella. Stasera ci sentiamo? Ho voglia di parlare con te.

ore 18:09 – Ciao, sono ancora io. Che ne dici se una di queste sere ci vediamo? Inizio a scrivertelo ora così ci pensi un po’ su. A stasera.

Erano i messaggi che aspettavo. L’utente si chiama IntroversoCronico, sto chattando con lui da pochi giorni ma già ho un’idea di che tipo sia. Dal profilo sembra il classico intellettuale di nicchia, passione per i libri e la buona cucina. Nelle foto ostenta sicurezza e una bellezza fuori dal normale.

Faccio una ricerca nei profili, lui è online ma non lo contatto ancora. Lo faccio aspettare un po’, non serve avere fretta in queste cose. Già me lo vedo che osserva il pallino verde accanto al mio nickname e si sta domandando perché non gli ho ancora parlato. Passa qualche minuto poi lo contatto.

-Ciao! Come va?

-Ciao Bocciolo! A me bene, a te?

-Bene, grazie. Che fai?

-Niente di che, un po’ di cazzeggio in rete

Certo, come no. Fino a qualche minuto fa eri rosso come un peperone mentre esplodevi al pensiero che non saresti stato contattato.

-Mi fa piacere

-Hai letto il mio messaggio? Che ne pensi?

Giochiamocela bene.

-No, quale messaggio?

-Ti ho scritto oggi pomeriggio un messaggio personale. Pensavo, ora che ci stiamo conoscendo meglio, che ne dici di vederci di persona?

-Non so, chattiamo solo da qualche giorno. Non pensi sia affrettato?

-Ma no! Dai, andiamo a bere qualcosa insieme, chiacchierare di persona è più interessante

-Guarda mi prendi alla sprovvista… A me piace chattare proprio perché è più facile che parlare di persona. Poi magari ci vediamo e non ti piace più parlare con me

-Ma scherzi? Non devi avere timore. anche per me è strano, ma parlando con te ho capito che siamo simili, noi due. Non può essere un caso che io ti abbia incontrata su questo sito. Dai, dimmi di sì

Faccio passare qualche minuto per cucinarmelo un po’, è il minimo.

-Ok, va bene. Ma poi non dire che non ti ho avvisato quando mi vedrai e dirai che sono brutta

-Tu?? Brutta??? Se sei bella solo la metà delle foto che hai sul profilo allora sappi che non ne ho mai viste di ragazze belle come te

Frase scontata, me l’aspettavo. Ho scelto proprio bene le foto da inserire su questo sito, non c’è che dire.

-Ma dai, così mi fai arrossire… Ok, mi hai convinto. Quando ci vediamo?

-Stasera è troppo tardi per te?

-Direi di sì, tra poco vado a nanna perché domani si comincia presto

-Ok, ok, non insisto. Domani allora?

-Vada per domani!

-Perfetto! Dove ci vediamo? Conosco un lounge dalle mie parti che ti piacerà di sicuro! E’ un caffè letterario moderno, l’ideale per chi come noi è appassionato di lettura

-Va benissimo, dove si trova?

-Zona Vomero. Vediamoci lì vicino, io abito in un viale vicino alla metropolitana di Quattro Giornate, potremmo vederci giù da me così facciamo due passi e andiamo insieme

-Ok, mi piace. Mandami le coordinate così ci vediamo da te

-Perfetto! Mi dai anche il tuo numero di telefono? Nel caso dovessi contattarti

-Facciamo così, dammi il tuo. Ti chiamo appena sono in zona. alle nove va bene?

-Va benissimo. A domani allora

-A domani

-Non vedo l’ora che sia domani, ho una gran voglia di vederti

Non rispondo. Chiudo la chat e disconnetto l’account. Mi rilasso sulla sedia, stendo le braccia in alto e porto la testa indietro. Ho lanciato l’amo e il pesce ha abboccato, ora viene la parte più difficile. Ora bisogna far attenzione a tutto, se si tira troppo la lenza finisce per spezzarsi, se la si tira poco il pesce scappa. Chiudo gli occhi, i pensieri sono troppi nella mente ed ho bisogno di riposare. Una bella dormita mi farà schiarire le idee. Spengo il notebook e vado a letto.

Il giorno dopo mi sveglio con un solo pensiero in testa, ma dovrò aspettare ancora molte ore prima di realizzare il mio desiderio. La mattinata scorre tranquilla, vado al lavoro come ogni mattina. Incontro la gente per strada, saluto i conoscenti, sorrido. Nella mia testa però c’è un solo ed unico pensiero ed è quello che mi aspetta per la serata.

A fine giornata rientro a casa. Inizia a farsi sentire un po’ di stanchezza, ho bisogno di un caffè. Preparo la moka con lentezza, da anni ho imparato ad assaporare quei momenti. Preferisco fare con lentezza. Pulire la moka, versare l’acqua, caricare il caffè macinato nel filtro, chiudere con forza. Tutti passi che un tempo erano meccanici, ora sono quasi una catarsi. La mente si sgombera, i pensieri lasciano spazio al vuoto. E’ la mia personale cerimonia del the, rivisitata.

Poi la macchinetta comincia a fischiare, spengo il fuoco del piano cottura e lascio che l’aroma mi entri nelle narici salendo fino al cervello. Verso il nettare nero in una tazzina di ceramica ed aspetto pochi secondi che si raffreddi. Poi mi sposto fuori al terrazzo, il mio posto preferito. Sorseggio il mio caffè mentre guardo il cielo che lentamente diventa scuro. Le luci intorno iniziano già ad accendersi, davanti a me quello scorcio di Napoli si mostra in tutta la sua bellezza.

Vedo i terrazzi semivuoti, qualcuno sta innaffiando le piante arse dal caldo di una giornata estiva. Vedo le finestre aperte dei palazzi di fronte. Mi domando sempre chi c’è dietro quelle finestre. Magari persone sole, chi a fine giornata un po’ muore ed aspetta il giorno successivo per rinascere. Magari famiglie numerose ma che non sono altro che estranei sotto lo stesso tetto. Intorno fa ancora caldo. Ecco, il caldo è l’unico fattore comune a tutti. Che tu sia solo, in compagnia, triste, allegro, disperato, dovrai sempre fare i conti con il caldo. Forse ti sentirai meglio a pensare che chiunque in quel momento sta sentendo caldo e soffre come te.

Ritorno all’interno, è il momento di mettere insieme le idee e prepararsi. Metto la borsa sul letto mentre apro l’armadio e scelgo i vestiti da mettermi. In realtà sono i soliti quando vado a quel tipo di appuntamento. Inizio a preparare la borsa, la parte più delicata. Qualcosa c’è già nella camera, poi vado in bagno e finisco di riempirla. Sono operazioni delicate, non devo dimenticare nulla, ma con il tempo ho acquistato una certa dimestichezza. Pochi minuti ed ho finito, ora posso scendere e andare in auto. Imposto la destinazione sul navigatore.

Per strada c’è parecchia gente, la maggior parte giovani. Bella la vita da studente, l’estate dura mesi, non poche settimane. Vedo le facce dei ragazzi che girano per il centro, senza pensieri, solo con la voglia di vedersi e divertirsi. Beati loro, spero possano godersi quella vita prima che cambi. Perché quando cambia inizia un vero e proprio trauma, e non si torna indietro. Dopo qualche minuto mi trovo in zona, parcheggio l’auto in un viale adiacente e scendo dall’auto.

Manca ancora un quarto d’ora all’appuntamento, mi metto ad attenderlo a pochi passi dall’ingresso del suo palazzo. C’è un’impalcatura, approfitto dell’ombra per nascondermi alla vista. Mancano ancora cinque minuti alle nove quando lo vedo uscire dal portone. E’ lui il mio uomo, lo riconosco e non somiglia neanche lontanamente al soggetto delle foto sul sito di incontri. Non molto alto, la testa piccola e il corpo opulento. Sicuramente dimostra più della sua vera età ma non mi pronuncio.

Sembra nervoso, guarda in continuazione l’orologio. Saranno passati si e no due minuti ed ha controllato l’orario già cinque volte. So a cosa sta pensando. Perché non è ancora arrivata? Quanto ci mette per venire? Mi avrà dato buca? Dovevo insistere per il suo numero di telefono? L’attesa è snervante, lo so, ma è proprio quello che voglio. Tiro fuori dalla tasca il mio cellulare e inizio a scrivere due SMS con l’anonimo.

Ciao IntroversoCronico, scusami! Ho fatto tardi a prepararmi, spero mi perdonerai se non sarò puntuale…

Ti va se cambiamo luogo di appuntamento per non fare tardi? Tra mezz’ora fuori alla fermata delle Metro Materdei. Ti prego non darmi buca

Lo vedo che strabuzza gli occhi mentre legge. Muove le labbra in maniera nervosa, probabilmente sta masticando tra le labbra un’imprecazione sconcia. Riguarda l’orologio, poi si guarda in giro, poi di nuovo l’orologio. Sembra sul punto di spaccare a terra il cellulare, poi si calma. Bussa al citofono, sta parlando con qualcuno. Quando smette inizia a camminare nervosamente in direzione della metropolitana. Nella fretta mi passa accanto ma per lui sono invisibile. Ha un solo obiettivo nella testa, così come anche io ne ho uno.

Finisco di fare quello che devo, dopo quaranta minuti sono anch’io fuori alla Metropolitana di Materdei. Parcheggio l’auto in seconda fila ed esco. Lo vedo da lontano che cammina in maniera nervosa guardando in basso. Ad occhio e croce sta per impazzire, è il mio momento. Mi avvicino alle sue spalle, lui è troppo impegnato a cercare di spegnere un fuoco interiore per sentirmi arrivare.

-Scusi, sa che ore sono?

Muove il braccio per guardare l’orologio, non gli lascio il tempo di rispondere che già è privo di sensi. Il colpo sordo che gli assesto alla nuca lo tramortisce. Faccio in tempo a prenderlo prima di cadere, lo carico su una spalla tenendolo per l’ascella. Da lontano sembra il solito ubriaco, faccio finta di parlare con lui mentre lo carico in auto. Poi metto in moto e mi dirigo verso la fine del mio appuntamento galante.

Quando riprende i sensi sono passate due ore, il tempo necessario per mettere in scena l’ultimo atto. Tutto è stato preparato meticolosamente, i dettagli sono importantissimi. Sbagliare la disposizione anche di un solo oggetto è fatale.

Fa un respiro profondo con gli occhi ancora chiusi. In questi casi si ha la sensazione di essere a casa a dormire nel proprio letto. Come quando si è in vacanza e dopo la prima notte crediamo di essere ancora a casa nostra. Apre lentamente gli occhi pensando di trovare la sveglia, o magari la tv ancora accesa. Ci vuole qualche secondo per rendersene conto, la luce del faretto diretta verso di lui non aiuta. Gli occhi non si abituano facilmente a tutta quella luce, in tutto questo cerca di capire gli ultimi ricordi. La mia voce non gli dà nessun indizio.

-Ben svegliato

-Chi è? Chi è che parla?

-Domanda scontata, puoi fare di meglio. Ne hai un’altra di riserva?

-Chi sei? Dove mi trovo?

Cerca di muoversi ma si rende finalmente conto che i movimenti sono inutili. E’ seduto a terra e incatenato ad un calorifero.

-Che ci faccio qui? E’ uno scherzo? Liberami subito!

-Calma. Non sei nella condizione di fare richieste

Gli occhi si stanno abituando alla luce e finalmente riesce a vedere la figura davanti a lui.

-Chi sei? Fatti vedere! Ti conosco? Non conosco la tua voce

-In un certo modo mi conosci, fino a ieri abbiamo parlato in chat

L’espressione si fa seria, riesco a vedere i collegamenti tra i suoi pensieri e la consapevolezza di essere stato giocato.

-Ma non è possibile, io ho parlato con.. con… con Bocciolo di rosa, una ragazza. Questa voce… Tu sei un uomo!

-Esatto. Neanche tu vieni così bene nelle foto, esatto?

-Ok, ok. Il gioco è stato divertente però ora lasciami andare. Mi hai scoperto, metto foto di bei ragazzi per conoscere le ragazze ma lo faccio perché sono timido. Non è un reato, ora lasciami, ci facciamo due risate e finisce tutto

-Mmm… Come attore devo ammetterlo, sei bravo. Però noi due dobbiamo parlare un po’

-Liberami e ne parliamo tra uomini ok? Magari togliti anche quell’orribile travestimento. Fa un caldo terribile non so come tu faccia a coprirti con sciarpa, cappello e cappotto. Fatti vedere in faccia e alzati da quella sedia così possiamo parlare da adulti

-Oh, sei un tipo coraggioso, vedo. Un vero uomo. E dimmi, cosa fanno di preciso i veri uomini? Dimmelo

-Di solito spaccano la faccia ai gradassi come te. Slegami e ti faccio vedere

-Oh, che uomo. Quasi quasi lo faccio. Però voglio sapere un’altra cosa da te. Di solito gli uomini come te cosa fanno alle donne?

-Ti stai riferendo a tua madre?

-No, affatto. Mi sto riferendo alle ragazze giovani, intorno ai vent’anni. Di solito quelli come te cosa fanno quando adescano le ragazzine in chat e le invitano ad uscire?

-Non so di cosa stai parlando

-Avanti, dimmelo, su. Cosa fanno i veri uomini alle donne? Le toccano? Magari le schiaffeggiano

-Ma di cosa stai…

-Magari le uccidono! Guardati intorno mio caro IntroversoCronico, o forse dovrei dire Luigi. Non ti sei nemmeno accorto di cosa c’è davanti ai tuoi piedi?

Abbassa finalmente lo sguardo e le vede. A terra ci sono le foto che ha scattato alle sue vittime. Tutte istantanee, quelle povere ragazze erano diventate le protagoniste del suo personale book fotografico a loro insaputa. Amava fotografarle prima, con il volto ancora innocente o magari con l’espressione terrorizzata. Amava fotografarle durante, mentre le malmenava, le tagliava con un rasoio, mentre erano a terra piangenti. E poi amava fotografarle dopo, quando erano un corpo senza vita, in pose da far accapponare la pelle. Il classico pervertito, uno di quelli che neanche l’inferno vorrebbe.

-Dove le hai prese? Queste non provano nulla

-Certo, come no. Ci stai credendo anche tu mentre lo dici? Sono tue, le hai scattate tu. Quando si verrà a sapere pensi che qualcuno dubiterà della tua colpevolezza?

-Chi sei? Fatti vedere?

-Vuoi sapere chi sono? Sono quello che metterà fine a tutto questo. Quello che ti fermerà con ogni mezzo. Sei spacciato, dovrai scontare con gli interessi le tue colpe. Sono quello che è venuto a chiedere il saldo dei tuoi peccati

Si agita, con una forza improvvisa cerca di slegarsi ma non ci riesce. Sembra aver acquisito un coraggio nuovo, la paura di essere stato scoperto gli suggerisce di creare una scappatoia. Dà qualche strattone in avanti, il termosifone è di quelli vecchi e non è difficile staccarlo dal muro se si applica una forza adeguata. Ma non ci riesce.

-Vedi questo coltello accanto a me? E’ il mio partner, insieme ti faremo pentire delle tue azioni. Tra poco inizieremo a fare a te quello che hai fatto a quelle povere ragazze innocenti. Loro non avevano nessuna colpa, tu invece sì. Voglio che ora tu chieda perdono per tutto quello che hai fatto!

Continua a tirare con forza la catena che lo tiene bloccato al calorifero. Una spinta, poi un’altra, il tubo comincia a uscire poco alla volta fuori dal muro. E’ il momento di giocarmi l’ultima carta vincente.

-Ma guardati! Se ti vedesse tua madre cosa penserebbe? Crescere un figlio da sola, insegnandogli il Credo di Nostro Signore e poi trovarsi un assassino in casa. Povera mammina

Emette un urlo liberatorio, poi dà un ultimo strattone. Il termosifone viene via dal muro, si libera velocemente della catena e corre a testa bassa in direzione del suo aguzzino. Con un calcio lo fa cadere dalla sedia su cui era seduto, poi prende dal tavolo il coltello e si butta su di lui. Con una rabbia fuori controllo lo colpisce. Alla gola, all’addome, al petto. Una furia omicida che non si placa. Ad ogni coltellata l’arma esce da quel corpo sempre più rossa sporcando le mani del killer. Ha dato almeno una trentina di colpi quando, esausto, si siede a terra per respirare a pieni polmoni. Guarda ancora quel corpo davanti a lui disteso a terra. Morto.

Si alza e si avvicina a quel corpo ancora ricoperto da vestiti che non gli permettono di capire chi fosse. Con la mano ancora ricoperta di sangue gli toglie il cappello e gli occhiali scuri. Ora comincia a capire, ma è troppo tardi. Toglie la sciarpa e la giacca, e davanti a lui vede il corpo senza anima di sua madre.

Inizia ad urlare, sono urla strazianti di chi ha appena realizzato di aver terminato la vita dell’unica persona che ha mai amato nella sua vita. La rabbia ha giocato un ruolo predominante. Ogni oggetto al proprio posto, come in una scena teatrale. Gli oggetti importanti davanti al pubblico, quelli insignificanti lontano dai loro occhi. Il mio intento era quello di portarlo alla follia, di fargli vedere tutto rosso. Prima le foto davanti a lui, la realtà che riaffiora. Poi il coltello, vicino a quello che lui credeva il suo carnefice, la speranza di poter uscire da quella situazione. Poi la voce dell’aguzzino, doveva venire dalla direzione avanti a lui, era il suo obiettivo. In quelle condizioni non avrebbe mai capito che dietro quella scena c’era un telone fatto con un lenzuolo. Io ero proprio lì dietro, immaginavo la scena senza vedere, ascoltavo soltanto e muovevo i fili ciecamente. Nel momento stesso in cui Luigi si è liberato ero già lontano da lui, uscivo da quel palazzo disabitato e mi dileguavo in strada mentre toglievo i baffi finti e le lenti a contatto colorate. Da lontano iniziavo a sentire le sirene della polizia che si avvicinavano dopo la mia soffiata. La macchina era rubata, l’ho lasciata lì dov’era parcheggiata e sono sicuro che resterà lì per parecchio tempo. Mi allontano da quel luogo senza rimorsi, non ho nemmeno voglia di scoprire se dopo lo shock quel farabutto si è tolto la vita con la stessa arma con la quale ha compiuto il suo ultimo crimine,

Pensate che la povera madre non aveva colpe? Che non è umano usarla come vittima sacrificale per catturare suo figlio? Ditemi, cosa c’è di umano in tutta questa storia? Pensate che la madre non abbia mai messo a posto nel cassetto del figlio ritrovando quelle foto? Non lo saprò mai, ma sono abbastanza sicuro che se fosse in vita, la signora starebbe ancora difendendo il figlio definendolo un angelo vittima di un raggiro. Già me la vedo in tv, in uno di quei programmi-spazzatura ad urlare al mondo l’innocenza di suo figlio.

Viviamo in un mondo malato, bisogna stare al passo per affrontare situazioni del genere. Viviamo in un mondo di serial killer nascosti per bene. Sono in mezzo a noi, magari li sfioriamo per caso passeggiando in strada, magari li incrociamo andando al lavoro. Forse siamo solo potenziali vittime, una coincidenza fortuita del caso ci mette in salvo o in pericolo. I serial killer sono tra noi, e ci vuole un altro serial killer per fermarli.

18 Giugno 2012

La visita guidata era quasi finita e Tommaso era più che entusiasta. Gli si era aperto un mondo nuovo che era a pochi passi dalla dove era cresciuto, ma non conosceva appieno. Era il cimitero delle fontanelle, un luogo coperto da un velo di mistero. Da sempre ne aveva sentito parlare, anche dai genitori quando erano ancora in vita. Proprio loro però non avevano mai speso parole buone su quel posto. Erano avidi di racconti su quel luogo che tutti gli altri invece sembravano conoscere bene, gli intimavano di starne alla larga. Sacrilego, così lo chiamavano. Tommaso nel tempo aveva raccolto solo delle informazioni frammentarie spinto dalla sua curiosità su quel cimitero proibito. Poi all’improvviso delle coincidenze. I genitori erano ormai morti da qualche anno e in televisione si parlava proprio della riapertura del cimitero delle fontanelle.

Tommaso aveva molto rispetto dell’anima dei suoi genitori, tra l’altro ogni domenica li andava a trovare al cimitero portandogli un mazzo di fiori freschi. Ma sapeva in cuor suo che quando gli dicevano di non avvicinarsi al cimitero delle fontanelle stavano solo facendo la parte dei due genitori preoccupati di uno spettacolo troppo macabro per un ragazzo. Forse sapendo quanto lui era sensibile avevano paura che visitarlo sarebbe stato troppo scioccante. Ma ormai era adulto, aveva da poco passato i 35 anni e poteva fare ciò che voleva. Anzi, in quel periodo aveva proprio bisogno di uscire un po’ e vedere altre persone.

Già, perché in pochi giorni si era trovato senza lavoro e senza fidanzata, un episodio la conseguenza dell’altro. Lavorava come fattorino in un’impresa di distributori automatici di snack, era l’addetto al rifornimento delle bibite e delle merendine. Un giorno come un altro aveva riempito i distributori di un intero palazzo del Centro Direzionale. Torre Francesco, venti piani di uffici tutti riempiti di roba da mangiare e bere. Per sua sfortuna però quel giorno il tastierino elettronico non funzionava a dovere e lui non aveva ricontrollato i prezzi da impostare sui distributori. Risultato, i prodotti costavano un centesimo del prezzo reale. Appena la direzione scaricò i totali e controllò le monete nei distributori fu chiaro l’errore. La perdita era abbastanza significativa e il nome di Tommaso era presente nel tabulato dei turni di quel giorno. Lo misero alla porta senza nemmeno troppe spiegazioni, non cercarono neanche di accollargli la somma che avevano perso. Era troppo distratto al lavoro e quella era la goccia che aveva fatto traboccare il vaso.

Con Silvia è stato analogo. Lui aveva perso il lavoro e lei aveva iniziato a tirare fuori una serie infinita di ragioni per la quale tra loro era finita. Lui era troppo immaturo, era troppo sbadato, alla sua età non aveva ancora una visione chiara del suo futuro. Insomma, di punto in bianco si era resa conto che non lo amava e che non vedeva un futuro con lui. Due colpi che avrebbero messo al tappeto chiunque. Ma Tommaso tratteneva tutto, rispose alle batoste della vita come sempre, scrollandosi tutto di dosso come fosse polvere sulla giacca. Intanto era senza lavoro, senza ragazza e con un grosso punto interrogativo sulla sua testa. Doveva mettere ordine nella sua vita, ma aveva anche bisogno di pensare per un po’ di tempo ad altro, a sé stesso. Intanto passavano i giorni, poi le settimane e i mesi.

Poi un giorno si svegliò con una gran voglia di visitare il cimitero delle fontanelle. Ma sì, perché no. Si preparò e si recò in quel luogo che gli era stato proibito per troppo tempo. La visita guidate era un tipo alla mano, probabilmente uno della zona, però era bravissimo a spiegare. Dopo una prima panoramica sulla visione della morte nel folklore napoletano, sulla figura dello schiattamorto e le pratiche di sepoltura, la guida cominciò a parlare della strana usanza che prese piede a Napoli fino alla fine degli anni Sessanta. Dal dopoguerra in poi c’era chi si prendeva cura dei teschi presenti nel cimitero delle fontanelle per accudirli in cambio di favori. Era una sorta di catarsi, di redenzione da una vita di miserie. In pratica i morti che attendevano il giudizio nel Purgatorio avevano l’occasione di meritare il Paradiso facendo da intermediari per i vivi. Un do ut des, i vivi pregavano per le anime dei defunti, pulivano e benedicevano le loro ossa, i morti invece facevano in modo di esaudire i desideri tramite l’intercessione con l’aldilà. Un culto strano quanto affascinante che nei secoli ha portato alla luce storie misteriose. C’era chi ha avuto quello che si aspettava, come una grazia o un semplice episodio fortunato. C’era anche però chi non ha ottenuto l’effetto sperato e quindi semplicemente sceglieva un nuovo teschio da “adottare”. C’erano addirittura storie quasi da film horror legate a particolari teschi presenti nel cimitero, storie che farebbero rabbrividire i più coraggiosi.

E’ facile capire come da un’usanza popolare affascinante si potesse passare a pura blasfemia, ad un rito pagano che con la religione non ha più niente a che vedere. Tommaso capiva bene come un desiderio forte possa sfociare in scelte più che opinabili. Magari c’era chi non sapeva come tirare avanti, chi aveva esaurito i santi da pregare perché una fortuna inaspettata si realizzasse. Come biasimarla se quella stessa persona fosse stata disposta a pregare l’anima di uno sconosciuto pur di avere qualcosa in cambio. Tra l’altro non era nulla di impegnativo, bisognava solo pulire le ossa, pregare ogni giorno e prima o poi sarebbe arrivato qualcosa di buono. Proprio lui che stava attraversando quel periodo lo sapeva più degli altri.

La guida continuava a parlare ma Tommaso era ormai avvolto da un solo pensiero. Tutti quei teschi, tutte quelle anime in attesa di riscatto, e lui che aveva tanto da chiedere. Era nato nell’epoca sbagliata, ora era proibito prendersi cura delle anime pezzentelle mentre fino a qualche decennio prima poteva farlo senza problemi. Ecco, proibito, ma perché? Proibito da chi già aveva tutto. Perché proibire alle persone di sperare? Perché proibire alle persone di credere che qualcosa di bello possa ancora verificarsi all’improvviso sulla terra? E perché proibire alle anime dannate una redenzione ad un piccolo prezzo? Tutti interrogativi su cui non riusciva a dare una risposta. Ma la risposta in realtà non c’era, lui lo sapeva. Tutti avevano bisogno di quel culto e lui sarebbe stato il primo dopo tanto tempo a riprendere quell’abitudine.

Si guardò intorno con sospetto, nessuno doveva vederlo. Erano tutti intenti ad ascoltare le guide e a fotografare i teschi. Era il momento buono. Si tolse lo zaino dalle spalle ed aprì la zip. Con rapidità prese uno dei teschi e lo mise nello zaino chiudendolo subito dopo. Si guardò di nuovo intorno, per fortuna nessuno lo aveva notato. I battiti del cuore presero a rallentare, era più tranquillo. Con un sorriso di soddisfazione si rimise in spalla lo zaino e si avvicinò al gruppo di persone per godersi la fine della visita guidata.

Al termine del percorso ritornò a casa. Il suo primo pensiero era naturalmente quello di visionare il suo nuovo amico. Prese il teschio dallo zaino e lo osservò con attenzione. Era un teschio come tutti gli altri, pensò. Grandezza nella media, nessun segno particolare, un po’ sporco di polvere. Un teschio anonimo. Tommaso immaginò a chi potesse essere appartenuto, magari ad un padre di famiglia, o ad una donna con una storia particolare alle spalle, o ancora ad un uomo morto solo come lo era lui in quel momento. Tutte fantasie che non facevano che aumentare la sua curiosità. Si mise subito all’opera. Ripose il teschio sul tavolo della cucina e iniziò a pulirlo delicatamente. Dopo pochi minuti l’osso era lucido, stava addirittura prendendo gusto ad accarezzarlo. Doveva essere affettuoso con lui, d’altronde era il suo tramite per la realizzazione dei suoi desideri. Uscì di casa per comprare un lumino e dei fiori, quando ritornò creò un piccolo altare nella camera da letto. Si inginocchiò davanti e cominciò a pregare intensamente. Le preghiere continuarono anche la sera. Prima di andare a letto Tommaso riservò una buona mezz’oretta per esprimere i suoi desideri e intercedere per l’anima del suo nuovo coinquilino.

Il mattino seguente si svegliò con un nome in mente e la sensazione che fosse collegato a tutta quella faccenda. Attilio. Non riusciva a capire perché quel nome gli ronzava in testa. Forse il personaggio di un film che aveva visto recentemente, o forse il nome di un vecchio compagno di classe. Guardò l’altare e sorrise.

-Non so perché ma da oggi ti chiamerò Attilio. Ti piace?

Gli aveva affibbiato un nome, ora era in confidenza con lui. Si sorprese di aver parlato ad alta voce, da quando era solo in casa non lo aveva mai fatto. Prima ancora di fare colazione il suo unico pensiero era quello di pregare. Pregare per l’anima di Attilio, era ovvio. Appena finito andò in cucina, stava per preparare la colazione quando suonò il telefono. Rispose, era il suo ex superiore.

-Ciao Tommaso, sono Antonio. Tutto bene?

-Ciao Antonio. Abbastanza. Tu come stai?

-Non mi lamento, grazie. Senti, ti ho chiamato per quanto è accaduto la volta scorsa

-Senti Antonio, non me la sento di affrontare il discorso adesso. Se possiamo parlarne un altro giorno…

-No aspetta, non mi interrompere. Chiamo in seguito ad una riunione che si è tenuta con i vertici. Il sindacato si è interessato all’episodio ed hanno raggiunto un accordo. Licenziarti dall’oggi al domani non è una pratica corretta quindi i proprietari hanno deciso di fare un passo indietro

-Non ho capito bene. Stai dicendo che non sono più licenziato

-Esatto! Considerati ancora parte dell’azienda. Ti aspettiamo in sede per ricontrattare

Tommaso rimase in silenzio con la cornetta ancora attaccata all’orecchio.

-Ci sei ancora? Non sei soddisfatto?

-Sì. Certo, lo sono. Ci vediamo in questi giorni allora

Attaccò il telefono con un mare di domande in testa. Poi ritornò nella camera da letto e guardò il teschio. Guardò nella cavità oscura degli occhi.

-Sei stato tu? Hai davvero esaudito uno dei miei desideri? Se è così meriti davvero il Paradiso. Ti prego, ora esaudisci anche l’altro. Ti supplico

Stava ancora parlando con il teschio quando sentì bussare al campanello. Andò ad aprire, si ritrovò davanti Silvia, in lacrime. Era ancora fuori alla porta quando iniziò a parlare.

-Ciao Tommaso. Scusa se sono venuta qui senza preavviso. Volevo chiederti soltanto scusa

Tommaso stava per invitarla ad entrare quando lei continuò senza fermarsi.

-Ti prego non mi interrompere. Sono stata un’idiota a lasciarti così, di punto in bianco. Non avrei dovuto fare una tragedia per quello che è successo. E peggio ancora ti ho lasciato solo in una situazione difficile. Ho pensato a te tutti questi giorni e ho capito che mi manchi. Mi manchi da morire e voglio ritornare con te. So che mi giudicherai una pazza ma ti amo e l’ho capito solo così. Prenditi il tempo che vuoi, io ti aspetterò. Chiamami appena puoi

Tommaso non fece in tempo a darle una risposta che lei fuggì. La vide correre per le scale e uscire dal palazzo. Una scena in perfetto stile film romantico. Cosa avrebbe dovuto fare? Correre da lei? Urlare dalla finestra? Richiamarla subito? Come al solito non sapeva quale decisione prendere, solo una voce dentro di sé che gli consigliava:

Dai tempo al tempo. Ora non è il momento

Forse era meglio seguire quella voce. Dopo quei brutti giorni passati da solo doveva farla soffrire un po’, magari con le idee ben chiare avrebbe preso una decisione definitiva. Ritornò nella camera da letto per ringraziare nuovamente il suo misterioso benefattore.

-Grazie Attilio. Lo so che sei stato tu, ora non posso che continuare a sdebitarmi con te. Continuerò a pregare per la tua anima, stai sicuro che arriverai in Paradiso prima di quanto pensi

Dai tempo al tempo. Ora non è il momento

Di nuovo gli venne in mente quella frase quando sentì ancora il campanello bussare. Pensò che fosse ancora Silvia, andò ad aprire. Si sbagliava, davanti a lui si parò una faccia arrabbiata, quella della signora Giulia ovvero la padrona di casa dell’appartamento dove abitava Tommaso. La donna entrò senza nemmeno chiedere il permesso.

-Signor Lo Russo dobbiamo parlare urgentemente

-Signora Giulia, bongiorno. Si accomodi pure

-E’ inutile che ci giriamo intorno Lo Russo. La situazione è più grave di quanto immagina

-Va bene, di cosa vuole parlarmi di così urgente?

-Non lo immagina? Oggi sono ben quattro mesi che non paga l’affitto. Ho saputo che ha perso il lavoro ma ormai sono passati mesi. Non posso continuare a far finta di nulla. Lei mi deve una spiegazione e deve saldare quanto prima la somma che mi deve

Sangue

Tommaso sentì quella voce dentro di sé. La stessa voce che aveva già sentito quella mattina, ma più profonda, più cupa.

-Signora Giulia non si preoccupi. Stamattina ho riavuto il mio lavoro e in questi giorni dovrò parlare con l’azienda per ricontrattare la mia posizione

-E chi mi dice che non sta mentendo? In questi mesi senza lavoro ha cercato altro? Ha trovato qualcosa che potesse permetterle di affrontare le spese? E proprio oggi prima che io venissi qui ha riavuto il suo lavoro?

-Signora Giulia la prego di credermi

Falla smettere

Ancora quella voce. Tommaso ebbe il dubbio che non fosse l’unico a sentirla. Si fermò a metà frase

-Devo crederle? Lei è un nullafacente che passa le sue giornate a oziare

Ti sta umiliando, falla tacere

-Un invertebrato che a quanto so non ha perso solo il lavoro. Non ha neanche più una donna, non è vero?

Toglila di torno. Tu la odi

-Deve trovare il modo di pagarmi, possibile che i suoi genitori non le hanno lasciato nulla che non ha già sperperato?

Non farti trattare così. Zittiscila

-I suoi genitori, con loro non sarebbe mai successa una cosa così. Loro sì che erano persone in gamba. Si sono fatti da soli ed hanno sempre compiuto sacrifici per andare avanti

Uccidila. Uccidila subito

-Sono sicuro che nel posto in cui sono ora la staranno guardando e non saranno affatto contenti di un figlio come lei

Tommaso non parlava più, i suoi occhi guardavano il vuoto intorno. Non aveva reazioni ma senza rendersene conto la sua mano si spostò di lato, verso il ceppo portacoltelli. In un attimo prese il coltello con la lama più lunga e lo conficcò nell’occhio sinistro della donna. Quasi all’istante lei emise un grido sovrumano mentre lui teneva salda la lama all’interno dell’orbita che sgorgava sangue.

Falla smettere, ci sentiranno tutti

Fece come gli era stato ordinato dalla voce misteriosa. Tolse il coltello dall’occhio e con lo stesso fece un lungo solco profondo nella gola di Giulia. L’urlo si fermò, al suo posto uscì un gorgoglio ripugnante. La donna si accasciò a terra mentre un piccolo lago rosso si formava sulle mattonelle chiare della cucina.

Non ti fermare. Continua. Infierisci

Tommaso si inginocchiò sul corpo senza vita della donna e cominciò a colpirla sul torace. Una coltellata, poi due, poi altre ancora. La lama trapassava la carne e usciva senza fermarsi. Si accaniva su quel corpo inanimato con una rabbia disumana. Ormai non era più in sé. Dopo qualche minuto si fermò ed osservò la scena macabra che si era venuta a creare davanti a lui. Poi si guardò le mani, completamente rosse. Era stato lui a fare tutto quello?

Calmati, non andare in panico

-Chi è? Chi sei? Perché ho fatto questo?

Calmati e vieni da me. Dobbiamo parlare

Tommaso capì quello che doveva fare. Si alzò e si recò nella sua camera da letto. Si fermò davanti all’altare che aveva creato il giorno prima, la candela era ancora accesa. Si inginocchiò e guardò il teschio. Sembrava che anche quell’oggetto lo guardasse attraverso le sue orbite oculari scure. Sembrava che stesse guardando nei suoi occhi e stesse perlustrando la sua anima. Poi sentì ancora una volta quella voce profonda.

Sei stato bravo, hai fatto ciò che bisognava fare

-Chi sei?

Il mio nome lo conosci già

-Attilio… Cosa vuoi da me?

Tu cosa vuoi da me? Ho ascoltato le tue preghiere, ho ascoltato i tuoi desideri e li ho avverati

-Sei stato tu a fare tutto?

Tu che ne pensi? Si è avverato tutto quello che volevi. Ora però sei tu in debito con me

-Ma sto già pregando per te, giorno e notte. Prego per la tua anima in attesa del Paradiso

Chi ti dice che io voglia andare in Paradiso? Non ho bisogno delle tue preghiere, la mia anima è dannata e nemmeno le preghiere di tutti gli abitanti della terra possono redimerla

-Cosa vuoi da me?

Sangue. Ho bisogno di sangue. E tu farai come dico io per procurarmelo

-No, non posso. Non posso farlo

Lo farai invece. E sarai ricompensato bene. Ora prendi il mio teschio e mettilo sul sangue della tua prima vittima

Tommaso piangeva dallo sconforto ma non poteva fare a meno di eseguire gli ordini che gli erano stati imposti. Prese il teschio e lo posò sulla macchia rossa che si era venuta a creare sul pavimento. All’improvviso vide che la macchia anziché espandersi si rimpiccioliva, come se il liquido fosse assorbito dal teschio. In quei secondi che sembravano interminabili vide con stupore che proprio sul teschio iniziava a formarsi un sottile strato di carne rosso chiaro. Come se da quel sangue prendesse vita un volto. Tommaso rimase inorridito.

Ho bisogno di altro sangue e mi serve adesso

-Ma non possiamo lasciare questo casino in giro

A quello penseremo dopo, ora fa come ti ordino. Il mio potere è limitato

Tommaso mise la testa in un sacco di tela, poi prese dei coltelli, mise tutto nel suo zaino e uscì di casa. Seguendo le indicazioni della voce che solo lui sentiva si mise in strada alla ricerca di nuove vittime. Percorse qualche chilometro quando la voce gli intimò di fermarsi.

E’ qui che dovrai agire. Sento un ammasso di carne da sacrificare. Proprio davanti a te

Tommaso alzò lo sguardo e si sentì venir meno. Davanti a lui c’era l’ingresso di una scuola materna ed elementare. Da fuori riusciva a sentire le urla di gioia dei bambini che giocavano insieme.

-Non puoi chiedermi questo. Sono bambini, non posso ucciderli

Non hai scelta. Devi farlo. Posso fare in modo che la tua vita migliori o peggiori. Sei nelle mie mani ormai

L’uomo serrò gli occhi mentre una lacrima scendeva lentamente sulle sue guance. L’altro aveva ragione, lui non aveva scelta. Riaprì gli occhi e si asciugò il volto. Aprì lo zaino e tirò fuori uno dei coltelli, poi si diresse deciso verso l’ingresso della scuola. Il primo ostacolo sarebbe stato il bidello ma già si immaginava il tipo. Obeso, spazientito e con nessuna voglia di fare l’eroe. Strinse il coltello nella sua mano per darsi coraggio. Era a pochi passi dall’ingresso, davanti a lui c’era il portone aperto dal quale vedeva il bidello seduto e intento a rinfrescare l’aria con un ventaglio. Stava per varcare la soglia quando si sentì spostare involontariamente. Un urto improvviso che lo fece cadere a terra.

Alzò lo sguardo e vide che accanto a lui c’era una signora che si stava rialzando. In quei pochi secondi cercò di concentrarsi su cosa fare quando vide che la signora gli tendeva la mano sorridendo.

-Mi scusi, ero distratta. Andavo di corsa e stavo guardando il cellulare. Sono costernata, permetta che la aiuti ad alzarsi. Si è fatto male?

Tommaso non ascoltava quello che lei stava dicendo. girò lo sguardo e vide che il coltello era a terra a pochi passi da lui. Probabilmente dell’urto doveva aver aperto la mano ed era caduto. Anche la donna guardò nella direzione in cui stava guardando lui e realizzò il suo intento omicida. Non esitò ad urlare e richiamare l’attenzione di tutti.

-Ha un coltello! Fermate quell’uomo, è armato!

Tommaso con uno scatto riprese il coltello e lo inserì nell’addome della donna. Questa smise di urlare ma un brusio sempre più forte cominciò a crearsi intorno. Tutti i presenti si resero conto di quello che stava accadendo ed iniziarono ad allarmarsi. Tommaso si guardò intorno vedendo solo sguardi preoccupati e ostili. La voce nella sua testa non mancò di dire la sua.

Coraggio, non fermarti. Sei più forte di loro. Fai quello che devi fare

Si rialzò dirigendosi verso la scuola, all’improvviso un passante gli gettò qualcosa addosso per fermare il suo intento. Lo stesso gesto fu imitato da altri presenti. Nel frattempo il bidello resosi conto del pericolo serrò la porta mettendo in salvo l’istituto.

Idiota, muoviti. Sfonda la porta e compi il sacrificio!

Tommaso eseguì gli ordini. Nel caos più totale che si era creato, circondato da insulti e urla di terrore corse fino alla porta della scuola. Tentò di sfondarla con delle spallate, poi con il manico del coltello ma nulla da fare. Vedeva dal vetro le facce terrorizzate delle persone all’interno.

Poi uno sparo. Non si voltò, continuò nel suo intento di entrare nell’istituto.

-Fermati! Getta il coltello a terra e tieni le mani alzate. Quello di prima era un colpo di avvertimento in aria, il prossimo lo punterò verso di te se non fai come ti ho detto

Non ascoltarlo, sono io che comando

-Ti ho detto di fermarti subito

Continua

Nella testa di Tommaso le due voci si fondevano e lo confondevano. Non sapeva più cosa fare. Se ascoltare il poliziotto e arrendersi oppure dare retta ad Attilio e completare l’opera che gli avrebbe aperto infinite porte. Voleva uscire da quell’incubo, non ne aveva più la forza. Si decise, avrebbe lasciato il coltello e si sarebbe arreso. Aveva varcato un confine troppo lontano.

Aprì la mano ma inspiegabilmente il coltello non si staccò. Era come incollato al palmo. Provò a vibrare la mano ma non venne via. Le parole nella sua testa gli diedero la spiegazione che aspettava.

Te l’avevo detto che sono io quello che comanda. Sei troppo debole, non meriti di vivere

Poi il rumore di uno sparo. Il colpo alla schiena fu preciso, gli trapassò il tronco fino a spappolargli il cuore. Alzò gli occhi, lentamente tutto si faceva buio e le voci intorno sembravano sempre più confuse. Cadde all’indietro senza più forze. Dalla schiena fuoriusciva un fiotto di sangue che andò ad impregnare lo zaino fino a bagnarne il contenuto.

Al commissariato non si parlava d’altro che dell’uomo ucciso nel tentativo di compiere una strage. Per fortuna un poliziotto di pattuglia per strada non si era fatto trovare impreparato ed aveva agito nell’interesse di tutti. Dopo l’autopsia l’ispettore Salvi stava controllando i documenti in compagnia dei suoi uomini.

-Una tragedia sfiorata, ispettore. Siamo stati fortunati questa volta

-Puoi dirlo bene. Per fortuna l’agente De Biase era in zona ed ha agito nel migliore dei modi

-Dalla deposizione ha sparato prima un colpo di avvertimento. Spero si renda conto che l’assassino se l’è cercata e che non è colpa sua

-Già. Lo farò contattare più tardi per riferirgli di quello che abbiamo trovato nella sua abitazione. Il cadavere di quella donna dissanguata mi fa venire ancora i conati di vomito se solo ci penso

-Un mostro in meno sulla faccia della terra. Ispettore, ma cosa state controllando ancora in quei documenti

-Niente, nell’elenco dei reperti trovati sul luogo del misfatto risultava esserci uno zaino con all’interno dei coltelli.e, leggo qui, “un sacco con una testa scarnificata”. Quando sono passato all’ufficio di competenza ho visionato personalmente lo zaino e i coltelli ma non ho trovato nessuna testa. Me ne sarei sicuramente accorto

-Strano. Potremmo chiedere a De Biase se ricorda qualcosa subito dopo l’accaduto

-Certo. Dopo la deposizione era ancora sotto shock per quanto è successo. Spero si riprenda presto. Aveva lo sguardo quasi assente, è stato difficile interrogarlo. Sembrava proprio che non ci stesse ascoltando. Forse solo la conseguenza di quello che è successo. Appena si sarà ripreso lo sentiremo di nuovo