31 Dicembre 2018

Era quasi passato un anno dall’ultima volta che ci aveva provato, e cominciava ad essere stanca. Ogni anno compiva il suo personale sacrificio sull’altare dell’amore non corrisposto. L’ultima volta non era andata come sperava, o forse era il segnale che le cose dovevano cambiare. Forse nel profondo del suo cuore oscuro maturava l’idea che tutto quello era sbagliato, che era passato troppo tempo, che il suo odio non giustificava le sue azioni. Forse era arrivato il momento di girare pagina.

Uscì dall’acqua e si portò sulla sabbia. Conosceva a memoria l’incantesimo che la tramutava in essere vivente. Sotto la luce tiepida del sole pomeridiano la sua pinna sparì lasciando posto ad un paio di lunghe gambe. Si alzò in piedi. Era nuda e bella come non mai. Si diresse dietro ad una grande roccia e con la sua forza sovrumana lo sposto di qualche metro. Sotto c’erano dei vestiti che aveva messo da parte per quelle occasioni, quando non era più nel suo habitat naturale e desiderava camminare sulla terraferma.

Negli anni aveva dovuto provvedere anche a quello per il suo scopo. Ad ogni decennio che passava cambiavano le mode e lei era costretta ad aggiornare il proprio guardaroba personale in modo da mimetizzarsi tra la gente comune. Non le mancava certo lo spirito di adattamento e le idee su come fare in modo che questo potesse accadere. La sua magia sensuale poteva piegare al suo volere anche il più freddo degli uomini. Le era facile ammansire qualcuno e fare in modo che le comprasse vestiti e gioielli costosi. Con il tempo era diventato quasi una sua vanità, un vezzo che si concedeva nei giorni in cui era una terrestre.

Quella sera però non indossava gli abiti con lo stesso spirito delle altre volte. Di solito indossava quella sua seconda pelle pensando alla prossima preda, pensando al sapore del suo sangue. Faceva parte del rituale della caccia. Ma non quella volta. Indossò un paio di jeans anonimi ed una maglietta di colore nero. Gli stessi abiti di un anno prima, da allora non era più uscita dall’acqua. Con le mani mosse i capelli ondulati, poi guardò davanti a sé e cominciò a camminare mentre i versi dei gabbiani la accompagnavano in quell’ultima avventura.

Conosceva bene la strada. Mancava da quel luogo da troppo tempo eppure le sembrava che fossero passati solo pochi giorni. Percorreva quella terra persa nei ricordi della sua giovinezza. Quando forse tutto era più semplice per lei. Ogni tanto si guardava intorno scongiurando la presenza di altre persone. Sapeva bene che quel giorno non ci sarebbe stato nessuno nei dintorni. Era un giorno speciale anche per gli abitanti della città, magari erano tutti riuniti nelle loro case a prepararsi per la festa di fine anno.

Percorse una strada irta e piena di erbacce. La natura aveva fatto il suo corso e nascondeva un luogo bellissimo quanto magico. Dopo qualche minuto si ritrovò a camminare su strade che avevano subito l’ingiuria del tempo. Le ricordava diverse, prospere di vita e luce. Erano le strade che passavano davanti a templi di rara bellezza e negozi di prelibatezze sconosciute. Ora invece calpestava le pietre e la terra vedendo davanti a sé soltanto le rovine di quella che un tempo era stata la culla della civiltà. Ma anche se i secoli avevano cambiato il volto di quel luogo, riusciva ancora a sentire la forza della magia che ancora emanava.

Quella camminata le mise tristezza. Guardava quelle pietre che avevano resistito al giudizio del tempo e non poteva non pensare a sé stessa. A come era passato così tanto tempo da dimenticare quasi del tutto il suo passato, a parte quell’episodio così cruento. E se fosse anche lei come quelle rocce? Se sotto la sua bellezza fatale non fosse altro che una pietra erosa dal tempo? Quanto ne sarebbe passato ancora prima di rompersi definitivamente e crollare?

Quei pensieri tristi e senza speranza la condussero fino alla sua destinazione. Alzò gli occhi e si trovò davanti il grande ingresso dell’antro della Sibilla. Un tempo quel luogo permeava di magia e suggestione. Gli uomini si raccoglievano al suo interno nella speranza di ascoltare il proprio destino, il proprio futuro. Lì dentro si manifestava il volere degli dei attraverso l’opera di una giovane vergine. Tutti la rispettavano perché solo lei poteva dare una mano a guardare lontano. Di quelle sensazioni che ricordava ormai rimaneva soltanto un silenzio. Un silenzio lugubre, che echeggiava venerazione e paura.

Varcò l’ingresso e percorse lentamente il lungo corridoio buio. Di giorno il sole passa attraverso le feritoie creando un effetto ottico di rara suggestione. Il sole però era ormai basso e prossimo al tramonto, quel viale le sembrò buio come le profondità più oscure dell’animo umano. Nel silenzio sentiva i propri passi rimbombare nell’eco. Piccole gocce di rugiada cadevano nelle camere che amplificavano il suono. Si stava avvicinando al termine della sua missione.

Entrò nella stanza preceduta dal vestibolo, quella in cui dimorava la vergine.

La Sibilla Cumana.

La ricordava ancora, con i capelli rosso fuoco e gli occhi del colore del mare. Gli uomini rimanevano impietriti quando la guardavano. La sua infinita bellezza era inferiore solo all’austerità che emanava. Intorno a lei riuscivano a percepire un’aura di magnificenza.

Quel luogo così splendente ora però le appariva vuoto e freddo. L’oscurità e il silenzio erano diventati i nuovi sovrani di quel posto. Provò a sussurrare il suo nome.

-Sibilla Cumana…

Nessuna risposta. Provò ancora più forte.

-Maestosa Sibilla Cumana…

L’eco della sua voce le ritornava indietro, ma non era quella la voce che desiderava ascoltare. Chiuse gli occhi e respirò profondamente. Percepiva sulla sua pelle l’umidità di quel posto, le particelle di acqua nell’aria. Ma non era la sola cosa che riusciva a percepire. Dalla bocca emise un alito che divenne subito una nuvola bianca. Le sue labbra accennarono ad un sorriso.

-So che sei qui. Riesco a sentirti

Una folata di vento freddo le alzò per un attimo i capelli. Un brivido le salì lungo la schiena.

-Non ti mostri a me? Valgo così poco per te da non meritare neanche di vederti?

Un altro soffio di vento, alcune foglie a terra girarono su sé stesse creando un piccolo mulinello.

-E’ passato tanto tempo eppure siamo ancora su questa terra. Facciamo parte dello stesso mondo, dovremmo aiutarci a vicenda

Fu allora che sentì una voce. Aveva dimenticato quanto fosse spaventosa e bellissima da ascoltare.

-Aiutarci dici? Siamo amiche noi due, dunque?

-Finalmente la tua voce. Come mi è mancata tutto questo tempo…

-Un tempo lontano secoli, Partenope. Non credevo di trovarti ancora qui. Girano strane voci sul tuo conto

-Che tipo di voci?

-C’è chi dice che eri sparita, chi giura di averti visto sacrificare la tua vita in mare, chi invece tramutarti in scoglio. Ma come dicevo sono solo voci, e io so bene che le voci pesano tanto quanto chi le pronuncia

Suicidata su uno scoglio. Sapeva bene quella parte della storia, il destino che una delle sue amiche sirene dovette affrontare.

-Come vedi sono tutte dicerie. Io sono qui e desidero parlarti

-Parlarmi? Sono passati secoli da quando qualcuno ha avuto la possibilità di proferire con me. Ormai i miei poteri non sono più gli stessi di un tempo. Non faccio nemmeno parte più di questo mondo, di me è rimasta solo la mia voce

-Ti sottovaluti, Sibilla. Il tuo potere non conosce limiti, come la tua immortalità donata da Apollo. E poi io non ti chiedo un vaticinio difficile, solo la risposta ad un mio quesito

-Parla dunque. Cosa hai da domandare?

Partenope riempì i polmoni di aria gelida, poi trovò il coraggio di parlare.

-Si tratta di lui, è il mio chiodo fisso da sempre. Da quando l’ho visto la prima volta su quella nave non ho pensieri che per lui. Lo rivedo negli occhi delle persone per strada, nelle parole sussurrate dagli amanti, nel calore dell’estate e nel gelo dell’inverno. Di lui sono state riempite pagine e pagine di libri, tutto il mondo esalta la sua figura. Ed io sono stata solo una comparsa nella sua vita

-Colui di cui parli era solo un mortale, la sua vita terrena si è conclusa tempo fa

-Lo so. Non è lui che mi tormenta ma il pensiero di lui. L’odio che provo nei suoi confronti mi sta consumando, e con me sta consumando anche l’esistenza di persone innocenti. Ho desiderato milioni di volte di smettere ma non sono abbastanza forte. Ho addirittura pensato di morire, di suicidarmi. Magari sugli scogli, come nel mito che mi circonda. Ma quello stesso odio che mi rovina, mi alimenta, e le mie intenzioni rimangono tali

Non si accorse che mentre parlava stava cominciando a piangere. Delle piccole gocce scivolarono dai suoi occhi rigandole il viso fino a cadere a terra. Il flebile rumore di quelle gocce salate fu amplificato dall’eco.

Fu in quel momento che la terra ebbe un sussulto. Partenope sgranò gli occhi mentre intorno a lei sembrava manifestarsi un terremoto. Si sedette su una delle pietre nella sala mentre vide li prodigio che si stava compiendo.

Le pareti di tufo cominciarono a trasudare acqua. Dalla roccia fuoriuscì un getto che si raccolse al centro della stanza. L’acqua raccolta cominciò a girare in senso antiorario creando un lento vortice. Il liquido aumentava e la stanza continuava a riempirsi senza però mai traboccare. Fu in quel momento che Partenope la vide. L’acqua cominciò ad alzarsi assumendo una strana forma mentre continuava a girare, finché non assunse le indistinguibili sembianze della Sibilla Cumana.

Era proprio come la ricordava, bellissima da mozzare il fiato. Una scultura d’acqua che in quel momento la guardava con sguardo serio ma non arrabbiato.

-Quelle lacrime non hanno senso, sono un paradosso. Non puoi piangere per una persona che non esiste più. Sei rimasta intrappolata all’interno del tuo stesso sogno, del tuo stesso desiderio

-Cosa posso fare? Solo tu puoi aiutarmi

-Una soluzione drastica c’è, ma dovrai accettare le conseguenze anche se peseranno come un macigno sulla tua testa

Partenope la guardò con gli occhi pieni di lacrime. La Sibilla le ricambiava lo sguardo seriamente.

-Farò di tutto pur di finire questo tormento

La maga le tese un braccio. Appena la sirena le sfiorò la mano con la sua, subito un vento gelido entrò nella sala. Un vortice di una forza straordinaria si creò intorno a loro. Gocce di acqua mulinavano intorno. Partenope non vide più nulla per alcuni secondi, poi lentamente il muro d’acqua intorno a lei svanì nel nulla. Si guardò intorno, era di nuovo all’esterno. Non era molto lontana dall’antro della Sibilla, riconosceva bene quel posto.

Ora c’erano solo delle basse pietre di tufo chiaro, intorno l’erba cresceva rigogliosa e ignara di come quel luogo millenni prima era un posto sacro. Ricordava ancora le colonne del porticato, il grande pronao, le navate lastricate in pietra, e la grande statua eretta in onore del dio venerato. Agli occhi dei profani era difficile credere che quel luogo in passato era il tempio di Apollo. La maestosità antica era solo un vago ricordo nella sua memoria.

Perché si trovava lì? Perché la vergine l’aveva trasportata in quel posto? Le sue domande dovettero aspettare poco, una voce si udì nel silenzio.

-Sai dove ti trovi, non è vero?

-Sì. E’ il tempio di Apollo. O forse lo era

-I luoghi sono quel che sono anche se cambiano aspetto. Qui il tuo desiderio sarà avverato

Spiegati. Cosa mi aspetta?

-Ho parlato con l’Oracolo, il suo responso si è palesato a me per venirti incontro. Come ti accennavo si tratta di una decisione difficile da prendere. Come sai, il dio Apollo mi ha donato l’immortalità in passato. Lui può tutto, anche toglierla

Partenope ebbe un sussulto al cuore mentre ascoltava quelle parole.

-Se tu vuoi, posso intercedere con lui, ho ancora il potere per farlo, ma da questa scelta non si torna indietro. Non sarai più immortale, non avrai più accesso ai benefici di noi antichi, sarai come gli esseri umani che calpestano questa terra. L’odio che alimenta il tuo potere svanirà nel nulla

-Morirò dunque? La soluzione è privarmi della vita? Non esiste un’alternativa?

-Non esistono alternative, il responso è stato dato. Non morirai subito ma sarai una mortale. Avrai una vita come gli altri umani. Tanti dei nel tempo hanno desiderato questo, assaporare la vita appieno prima che finisca

-E lui? Il pensiero che ho di lui? La mia mania, la mia follia?

-Questa è la parte più sofferta, ma la scelta rimane a te. Con la mortalità perderai i tuoi ricordi. Tutti i tuoi ricordi

La sirena si inginocchiò con gli occhi sgranati. La scelta che le si parava davanti era la più difficile che potesse immaginare.

-Non ricorderai più lui, ma neanche di essere stata una sirena, di essere vissuta in un’epoca di gloriosa grandezza, di aver camminato con i giganti, di aver nuotato con gli dei. Millenni di storia andranno dimenticati nel fiume dell’oblio. Sei pronta a pagare a caro prezzo la soluzione al tuo problema d’amore?

Rimase in ginocchio per attimi che si allungavano a dismisura. Valeva la pena prendere tempo per una scelta così difficile. Avrebbe barattato un cuore libero con una mente vuota. Una vita anonima al posto di una intrisa di mito. Una scelta difficile ma anche semplicissima, non c’erano alternative. Sarebbe stata finalmente libera da quel peso, da quella zavorra che la teneva incatenata al passato. Ad un passato che voleva a tutti i costi dimenticare. forse era proprio quella la soluzione. L’uomo che aveva causato tutto quello aveva fatto proprio la scelta opposta, si era scontrato con il suo destino per diventare un nome che durasse per sempre. Lei invece doveva fare proprio il contrario, vivere nell’ombra di un nome che non avrebbe avuto la stessa eco.

Si alzò in piedi. Lo sguardo era serio ma risoluto. Aveva compiuto la sua scelta.

-E va bene. La mia scelta è questa, preferisco l’oblio piuttosto che continuare questa vita per sempre

Una voce tuonò nell’aria mentre un lampo fece brillare il cielo scuro.

-E sia! Il tuo volere sarà accontentato!

Partenope rimase in piedi, con il capo chino. Sentì qualcosa cadere sulla sua testa. Una goccia, poi un’altra, poi ancora. In pochi secondi una pioggia si manifestò su quel luogo. Alzò la testa guardando il cielo. Aprì la bocca e lasciò che alcune gocce gli entrarono in gola. Sentì un sapore strano, amaro. Sorrise tristemente, era così che doveva essere il sapore delle acque del fiume Lete. Cadde di colpo a terra, chiuse gli occhi e per l’ultima volta pensò al volto dell’uomo che aveva cambiato per sempre la sua vita. L’uomo per portava il suo destino nel nome, colui che è odiato. Un ricordo che si perse nel nulla.

Fuori al bar alla Riviera di Chiaia si erano ammassate un po’ di persone. La maggior parte erano giovani che salutavano la fine dell’anno e brindavano all’inizio del nuovo. Alzavano i loro bicchieri colmi di spumante divertendosi rumorosamente. Il traffico del primo pomeriggio era paralizzato, d’altronde in quell’ultimo giorno dell’anno tutta la città era in preda alla confusione. Gente che tornava a casa per riunirsi con la famiglia, chi era in cerca degli ultimi dettagli del cenone, chi ingannava il tempo libero salutando amici con cui scambiarsi gli auguri. Una festa per tutti. O quasi per tutti.

C’era un tavolino più lontano, isolato dagli altri. Una ragazza leggeva un libro mentre un caffè fumante la aspettava. Sembrava così assorta nella lettura da non sentire il chiasso che la circondava. Non sentì nemmeno i passi felpati alle sue spalle. Un ragazzo si avvicinò si soppiatto senza essere avvertito, allungò le mani verso la sua testa e con delicatezza prese le asticelle degli occhiali che indossava. Glieli tolse delicatamente, lei finalmente si voltò con sguardo serio. Poi lo riconobbe, ed un sorriso radioso illuminò il suo volto.

-Luciano! Solo tu potevi farmi questo scherzo idiota…

-E’ stato più forte di me. Eri così presa dalla lettura che era impossibile non approfittare. Pensa che ti ho vista da lontano, mi sbracciavo per farmi notare da te ma tu nulla

La ragazza sorrise divertita mentre si riaggiustava gli occhiali e con una mano pettinava i capelli neri davanti alla fronte. Era bellissima e anche il ragazzo stava pensando proprio la stessa cosa.

-Vieni qui e dammi un bacio, stupido

Lo prese per il bavero della giacca e lo avvicinò a sé dandogli un forte bacio sulle labbra. Non gli lasciò nemmeno il tempo di scegliere, ma comunque lui non avrebbe opposto resistenza.

-Sei in ritardo, comunque. Ti aspettavo già da dieci minuti. Nell’attesa ho preso un caffè

-Ho notato. Com’è?

-Non l’ho ancora assaggiato, era bollente. Facciamo un po’ per uno?

-Ci sto!

Un sorso a testa e lo finirono, poi si guardarono negli occhi scambiandosi sguardi di passione.

-Allora, che si fa stasera?

-Giusto, stasera. Ho sentito gli altri, ceniamo a casa di Lodovica. Ha invitato degli amici dell’Erasmus, prepareranno dei piatti tipici dei loro paesi

-Quindi niente cenone classico?

-No, impossibile. Mi ha assicurato che ci sarà anche qualche piatto della cucina tipica napoletana

-Meno male! Sono troppo innamorata della mia città per privarmene anche solo per un anno

-Già, ti conosco bene. Altrimenti non porteresti quel tuo bellissimo nome

-Scemo! Per quello bisogna ringraziare i miei genitori. In una città in cui ai figli vengono messi i nomi dei nonni non è poco trovare qualcuno che scelga un nome così particolare

-Particolare e stupendo come te, mia cara Partenope. La mia sirenetta

-Smettila, dai. Che ne dici, lasciamo questo posto e ci immergiamo nel cuore pulsante della città più bella del mondo?

-Con te sono pronto a percorrere ogni strada. Andiamo!

Il ragazzo si alzò di scatto e la prese per mano. Fecero qualche metro, poi lei si fermò di colpo.

-Il libro, l’ho lasciato sul tavolino! Mannaggia a te, per colpa tua lo stavo dimenticando!

Fece una corsa e ritornò al bar. Il libro era ancora sul tavolino, chiuso e con un segnalibro visibile. Lo prese tra le mani e osservò la copertina. Sopra c’era il disegno di una grossa nave, un’antica imbarcazione a remi. Quel disegno le suscitava stranamente curiosità e tristezza. L’eco di un ricordo lontano, o forse era solo la sua immaginazione. Sfogliò rapidamente qualche pagina, poi ripose la sua copia dell’Odissea nella borsa mentre il suo sguardo era ancora perso nel vuoto.

-Tutto bene, amore? Sei sovrappensiero?

La ragazza si destò dal sonno dei suoi pensieri. Guardò il suo ragazzo e gli sorrise dolcemente.

-Tutto bene, fantasticavo. Come sempre

-Ok, bene. Andiamo dai. A proposito, ti ho detto che stasera quella pazza di Lodovica ha organizzato una gara di karaoke?

-Benissimo! Non vedo l’ora di cantare un po’ in compagnia

26 Novembre 2017

La domenica c’era l’appuntamento fisso di Gianpaolo, il mercato delle pulci. Quasi ogni settimana si recava nel suo luogo preferito alla ricerca di affari o anche solo per immergersi in un’atmosfera che gli ricordava gli anni ‘80 della sua giovinezza. Di solito si soffermava davanti alle bancarelle di prodotti di musica e tecnologia. Negli anni aveva imparato a concludere buoni affari e creare una rete di conoscenze che gli aveva permesso di mettere le mani su oggetti rari.

Quella sua passione era abbastanza recente. Era passato appena un anno da quando la sua vita era cambiata completamente quando Maria, sua moglie, lo aveva lasciato dopo soli due anni di matrimonio. La ragione ufficiale era una soltanto, secondo Maria lui era troppo infantile, troppo legato ai ricordi di infanzia e giovinezza, troppo attaccato alla sua famiglia di origine. In realtà dopo otto mesi dal divorzio Gianpaolo scoprì che Maria aveva dato alla luce un bel maschietto ed era andata a vivere con il suo nuovo compagno.

Tutto quello che rimaneva a Gianpaolo era la magra consolazione di aver terminato quanto prima un rapporto che non lo avrebbe portato da nessuna parte. Non mancavano le parole di incoraggiamento di amici e parenti. Le solite frasi di circostanza che a lui non davano niente.

Meglio così, una così meglio perderla che trovarla

Dai, almeno per fortuna che non ci sono i figli

Hai capito la str…

Non ci pensare, ne conoscerai un’altra migliore

a Gianpaolo sembrava di conoscerle tutte quelle frasi. Apprezzava il gesto gentile di chi voleva solo tirarlo su di morale, di chi non ci era mai passato in una situazione del genere e non sapeva affrontare la cosa. Lui solo sapeva come ci si sentiva. Dopo aver dato tutto per quel rapporto, coronato un sogno dopo anni di sacrifici, essere piantato in asso. Avere il benservito e scoprire che quella che lui considerava la donna della sua vita nel frattempo lo stava già tradendo e stava progettando una vita diversa senza di lui.

Intanto lui ne uscì con dignità. Dall’esterno tutti lo elogiavano per il modo in cui stava affrontando quella brutta tegola che gli era caduta in testa. In realtà dentro di lui ribolliva di rabbia e avrebbe voluto gridare al mondo quello che realmente pensava. Ma fu bravo anche in questo, l’energia che aveva incanalato la riverso verso qualcosa anziché verso qualcuno. Lei gli aveva detto che era troppo infantile? E sia, lo sarebbe stato davvero. Di punto in bianco cominciò a collezionare oggetti vintage che gli ricordavano i momenti più belli della sua vita, quando tutto era leggero e la vita da adulto sembrava qualcosa di veramente lontano.

Vinili, audiocassette, riviste, ma anche vecchi computer, console di gioco, impianti audio. Girava vecchi negozi e mercatini alla ricerca della sua dimensione che si proiettava in un passato romantico. Si trasferì di nuovo a casa dei suoi genitori e prese possesso della sua vecchia stanza. Riprese dagli scatoloni tutta la sua roba vecchia di decenni e la arredò secondo le mode del tempo. Quella stanza rispecchiava il suo animo ed era diventato il suo rifugio personale. Quando non era fuori casa per lavoro passava ore all’interno della sua camera, da solo. D’altronde per un quarantenne come lui era meglio restare solo con sé stesso che vedere i conoscenti e soffrire per le loro belle vite familiari.

Gli affetti si dividevano tra chi fomentava le sue scelte legittime e chi lo metteva in guardia su un comportamento che lo escludeva dal mondo.

Fai bene, ora che sei libero puoi fare quello che vuoi senza essere giudicato

Sicuro di non stare esagerando? Vivi il presente, non il passato

Che male c’è, la vita è tua e fai quello che pensi sia meglio

Secondo me stai troppo il tempo da solo, dovresti uscire di più

Intanto lui proseguiva per la sua strada, i consigli gli rimbalzavano addosso su quell’armatura di gomma che si era costruito.

La domenica era il suo giorno preferito, si svegliava presto la mattina ed era tra i primi ad entrare all’interno del mercato dell’usato. Ormai conosceva tutti, commercianti e clienti abituali. Avrebbe potuto muoversi ad occhi chiusi tra le bancarelle, sapeva l’ubicazione di ogni venditore. Nel poco tempo in cui aveva coltivato la sua passione era diventato anche un discreto esperto. Non poche volte qualcuno gli chiedeva opinioni su qualche articolo o una stima approssimativa. Si sentiva padrone di un mondo che stava costruendo con le proprie mani. Anche quel giorno non era da meno. Al mattino presto era già fuori al cancello del mercato delle pulci e si apprestava ad entrare nel suo regno.

-Ciao Gianpaolo, come stai?

-Bene, grazie. Tu?

-Bene, bene. Senti quei pezzi di ricambio per il Commodore 64 vedo di farteli arrivare per la settimana prossima. E’ un problema?

-Assolutamente, grazie ancora

-Buona giornata

-Gianpaolo, vuoi vedere le “nuove” cassette che ho preso questa settimana? Sono sicuro che ti piaceranno, sono ancora chiuse nella bustina di plastica

-Ciao Gennaro, magari dopo. Ora devo passare da Piero

-Va bene, io sono qui. Buona giornata

L’inizio era sempre una sfilza infinita di saluti cordiali. Gianpaolo era un buon cliente e nessuno voleva perderlo. Lui quel giorno però aveva voglia di prendere qualche disco in vinile da ascoltare il pomeriggio in solitudine. Aveva il suo bancarellista di fiducia, Piero, dal quale aveva già acquistato parecchio materiale. Non solo era sempre fornito, ma era anche competente in materia di musica. Forse il migliore con cui Gianpaolo aveva mai parlato. Camminò lungo il percorso ed arrivò da Piero. Sul tavolo in bella mostra c’erano numerosi dischi in vinile ordinati alfabeticamente per artista. Una vetrina che faceva gola a tutti gli appassionati, bastava solo sapere quanto spendere.

-Ciao Piero, buongiorno

-Buongiorno a te Gianpaolo. Come stai?

-Bene, grazie. Tu?

-Non mi lamento. Sei passato qui solo per vedere o vuoi comprare qualcosa?

-Avevo pensato di prendere qualcosa

-Qualcosa di conosciuto o sconosciuto?

-Beh, dipende dal tuo significato di “conosciuto” e “sconosciuto”. Se mi rapporto a te non esiste niente di sconosciuto

-Sei troppo buono Gianpaolo. Eppure devi sapere che c’è sempre qualcosa che posso non conoscere e che mi stupisce ancora

-Davvero?

-Esattamente. Guarda, proprio qualche giorno fa ho preso questi dischi ad un’asta di un vecchio negozio del centro storico che ha chiuso definitivamente per debiti. Ho fatto affari comprando le prime edizioni di dischi famosissimi e nella collezione ho trovato questo

Appena finì la frase porse a Gianpaolo un disco ancora confezionato. La copertina era rosso scuro con in rilievo la scritta della band, The pain, e il titolo che era tutto un programma. Il paradiso di inferno. Prese il disco tra le mani e lo girò, sul retro non c’era nessuna informazione. Niente tracklist, niente elenco degli artisti, niente etichetta della casa discografica.

-Interessante, eh? Sembra un disco fatto in casa

-In che senso?

-Tipo i bootleg, forse il gruppo lo ha registrato in sala e ha prodotto solo qualche copia

Gianpaolo con l’altra mano tirò fuori dalla tasca il suo smartphone e sbloccò lo schermo. Iniziò a digitare qualcosa quando Piero lo riprese.

-E’ inutile che cerchi su internet. Anche io ci ho provato e non ho trovato nulla. Non so chi siano questi The pain né come questo disco possa essere finito sugli scaffali di un negozio di musica

-Quindi stiamo parlando di un gruppo sconosciuto che pubblica un album sconosciuto. Chi mi dice che non sia un disco vuoto messo in una bella copertina per fare uno scherzo?

-Ci ho pensato anche io, ma non ho intenzione di scoprirlo. Finché rimane qui, non lo apro. Lascio la risoluzione di questo enigma a chi lo comprerà

Piero era un bravo venditore e conosceva bene i suoi clienti. Gianpaolo era sempre alla ricerca di qualcosa, nuovo o vecchio. Bastava solo gettare qualche esca e sapeva che il pesce avrebbe abboccato all’amo. Il suo punto debole era la curiosità e la voglia di conoscere più del suo venditore. Come volevasi dimostrare, dopo averlo girato e rigirato tra le mani un paio di volte, Gianpaolo guardò con sguardo serio Piero.

-Quanto vuoi per questo?

-Sei un cliente abituale, a te chiederei 20€

-Ma è quasi una pesca di beneficenza, venti euro sono troppi

-Prendere o lasciare, sei tu che mi hai chiesto qualcosa di sconosciuto

Gianpaolo ci pensò qualche secondo ma la curiosità era troppa. Doveva avere quel disco, aprirlo ed ascoltarlo. Prese il portafogli e porse una banconota da venti euro a Piero che intascò sorridendo.

-Buon ascolto, fammi sapere come sono

-Eh no, non ti faccio sapere nulla. Se vuoi te lo rivendo

I due si salutarono ridendo, poi Gianpaolo percorse velocemente i viali fino ad uscire dal mercato delle pulci. Era troppo interessato a scoprire quel segreto per godersi una lenta passeggiata. Entrò in macchina e si diresse subito a casa.

Una volta arrivato salutò velocemente i suoi genitori, suo padre era seduto sul divano mentre cercava di selezionare non senza difficoltà un film su una delle piattaforme streaming on demand che Gianpaolo aveva configurato sul televisore di casa, sua madre invece era intenta a preparare un pranzo luculliano. Una volta entrato nella sua camera, Gianpaolo prese il disco ancora incellofanato per guardarlo meglio. Era ancora restio, aprirlo o non aprirlo? Tenerlo confezionato e immacolato oppure aprirlo e scoprire nuova musica? Si riservò di decidere dopo qualche minuto, voleva prima cercare su internet qualche notizia su quel gruppo sconosciuto.

Dopo i primi dieci minuti sui più importanti motori di ricerca si rese conto del perché Piero non avesse reperito notizie. Il web era all’oscuro dei The pain, nessuno aveva mai scritto qualcosa su di loro. Anche la navigazione nei forum amatoriali non aveva prodotto alcun risultato significativo. Sembrava proprio che quella band fosse sconosciuta e che probabilmente si trattava di un album amatoriale, probabilmente senza alcun valore.

Ormai Gianpaolo era sicuro, doveva aprire il disco ed ascoltarlo, non avrebbe perso nulla. Al massimo avrebbe riposto il disco nella sua confezione e lo avrebbe tenuto in perfetto stato per poi rivenderlo nel caso avesse saputo qualcosa in più. Prese la copertina e tolse la pellicola trasparente. Appena tolse la confezione gli arrivò alle narici uno strano odore. Pensò si trattasse della puzza di chiuso, probabilmente il disco era rimasto in quello stato per troppo tempo. Avvicinò il naso al vinile, più si avvicinava più l’odore diventava forte. Gli ricordava quasi quello dello zolfo. Chissà se era una trovata pubblicitaria per rimarcare il tema del disco. Forse era un concept album.

Lo guardò un’ultima volta prima di metterlo sul suo giradischi. Spostò il braccio dell’apparecchio e appoggiò la puntina sul disco. All’inizio fu silenzio, un insopportabile silenzio, era ancora convinto che quello fosse uno scherzo e lui fosse la vittima. Dopo qualche minuto sentì qualcosa. Il volume era basso quindi alzò lentamente il selettore per aumentarlo. Suoni, rumori, poi una voce maschile. Grave, roca, ma aveva una caratteristica inconfondibile, era riprodotta al contrario. Cominciò ad ascoltarla incuriosito anche se non riusciva a capire il significato. Sapeva bene che in passato numerosi artisti famosi avevano usato quella tecnica bizzarra per mandare messaggi subliminali ai loro fan o anche solo per alimentare dicerie che gli avrebbero garantito più vendite.

I minuti passavano lenti, Gianpaolo ascoltava le parole senza senso che uscivano fuori dalle casse cercando di carpirne un significato. Era sovrappensiero quando sentì un forte rumore. Saltò dalla sedia impaurito prima di rendersi conto che qualcuno aveva bussato alla porta della sua stanza. Andò ad aprire, era sua madre.

-Posso iniziare a buttare la pasta?

-Mamma sei tu? Ti avviso io tra una mezz’oretta, se non è un problema

-Va bene, aspetto te

Richiuse la porta dandosi dello sciocco. Era troppo impegnato ad ascoltare il disco da spaventarsi al minimo rumore. Si rimise seduto e cominciò a pensare. Se tutto il disco era inciso al contrario non c’era motivo di continuare ad ascoltarlo. Tra l’altro la musica non sembrava esserci quindi era necessario capire il senso del testo. Avvicinò quindi il giradischi al computer e posizionò un cavo all’uscita audio. Fece ripartire il disco dall’inizio mentre nel frattempo riordinava la stanza. Quella specie di nenia in sottofondo non lo disturbava, si accorse dopo una ventina di minuti che il disco non emetteva più suoni quindi staccò la registrazione ed avviò un programma per modificare la traccia audio appena salvata. Dal menu selezionò i comandi per riprodurre la traccia al contrario. Appena finì l’operazione salvò il file e cliccò due volte per avviare il player.

Dal notebook si sentì una leggera musica di sottofondo, più che strumenti era un coro di voci bianche. Dopo qualche secondo iniziò la parte di quello che avrebbe dovuto essere il frontman del gruppo. Più che una canzone era un parlato, come se stesse recitando una poesia. Purtroppo non era in italiano, le parole erano incomprensibili. Gianpaolo si applicò per individuare qualche parola ma non fu in grado di capirne il linguaggio. Era sicuramente una lingua a lui sconosciuta. Intanto più la voce continuava a parlare e più un senso di angoscia pervadeva l’animo dell’uomo. Dopo qualche minuto accadde qualcosa di straordinario quanto macabro.

All’improvviso tutti i dispositivi audio presenti nella camera di Gianpaolo cominciarono ad emettere suoni. Il subwoofer collegato ad un impianto stereo, le casse del suo pc, i giocattoli parlanti, addirittura un vecchio carillon che cominciò a girare, ogni dispositivo riproduceva qualcosa. Non ci volle molto per capire cosa stessero riproducendo. Erano voci, voci umane che si liberavano in lamenti sempre più alti. Voci femminili e maschili, più il loro volume aumentava e più la voce della traccia faceva lo stesso. I lamenti imploravano pietà, soffrivano, chiedevano la morte piuttosto che un supplizio così doloroso. Gianpaolo era immobilizzato sulla sedia e non riusciva a muovere un muscolo. Ascoltava impietrito quelle urla che pian piano sembra conoscere.

Abbi pietà! Abbi pietà!

Uccidimi, ti prego uccidimi!

Aiuto! Qualcuno mi aiuti!

Vai via demone!

Avrebbe voluto muovere anche solo un braccio, stoppare la riproduzione e fuggire da quell’incubo. Sentiva le gocce di sudore che gli scendevano dalla fronte, gelide come pezzi di ghiaccio. Era spacciato, gli sembrava di essere come Alex, il protagonista di Arancia Meccanica, mentre è costretto ad osservare scene di violenza contro il suo volere. Era quasi sul punto di cedere quando un forte rumore attirò la sua attenzione.

Di colpo aprì gli occhi, rendendosi finalmente conto di stare dormendo. Il rumore era continuo, dopo i primi secondi di incoscienza capì che si trattava del campanello. Si alzò di scatto dalla sedia e controllò in giro, gli oggetti che prima si comportavano stranamente sembravano di nuovo normali. Era stato sicuramente un sogno, uscì dalla stanza ed andò ad aprire mentre continuavano a suonare il campanello. Strano che nessuno dei due genitori fosse andato ad aprire.

Arrivò all’ingresso ed aprì la porta senza guardare nello spioncino. Si ritrovò davanti due agenti di polizia, uno con lo sguardo serio, l’altro mostrava un piccolo sorriso di circostanza.

-Salve, il signor Castaldo?

-Sì, sono io. Anche mio padre però, lei chi cerca?

-Siamo qui perché siamo stati allertati per un’emergenza. Hanno chiamato in centrale perché hanno sentito urla e forti rumori provenire da questo appartamento

Gianluca rimase di stucco. Cosa era successo? E perché i genitori non c’erano in quel momento? Stava per pensare al peggio quando la soluzione gli venne in mente e un piccolo sorriso gli si stampò sul volto.

-Ah, ma certo. E’ colpa mia scusate. Ero nella mia camera ad ascoltare musica. E’ una lunga storia… il disco che ho comprato stamattina è un po’… particolare. L’ho ascoltato a tutto volume, non pensavo si sentisse così forte. Mi dispiace che qualcuno abbia potuto pensare a qualcos’altro

I due poliziotti si guardarono con fare sospettoso poi si rivolsero nuovamente a Gianpaolo.

-Lei vive da solo, signor?

-Gianpaolo. No, ci sono anche i miei genitori

-Sono in casa adesso?

-Pensavo di sì, forse sono usciti mentre ero da solo in camera

-Possiamo entrare e controllare?

A Gianpaolo venne in mente la frase che di solito sentiva nei film gialli, “non può entrare se non ha un mandato” ma pensò che in quell’occasione non c’era nulla di male a farli entrare. Magari li avrebbe invitati ad ascoltare il disco per confermare la sua tesi e togliere ogni dubbio dalle loro menti prevenute.

-Certamente, prego

Li lasciò entrare mentre lui si diresse in cucina.

-Gradite qualcosa? Un caffè, un the?

-Non possiamo grazie. Magari solo un po’ d’acqua

-Ok, sono subito da voi poi vi faccio ascoltare il disco in questione e vi racconto tutto dall’inizio

Si girò e avanzò verso il frigorifero. Lo aprì e quello che vide gli bloccò il fiato in gola. Non ebbe il tempo di realizzare cosa stesse succedendo che girò gli occhi all’indietro e svenne, cadendo di colpo sul pavimento.

Quando si risvegliò non capì subito dove si trovasse. C’era una luce bianca, forte, che illuminava la stanza vuota con una scrivania al centro. Lui era seduto su una sedia, appena si rese conto di essere all’interno dello sgabuzzino si alzò di scatto. Una mano si posò con forza sulla sua spalla.

-Signor Castaldo, rimanga seduto

-Cosa succede? Perché sono qui?

-Signor Castaldo, lei si ricorda di me? Sono venuto nella sua abitazione

-Sì, eravate in due. Ma non ho capito cosa…

-Ricorda di essere svenuto dopo aver aperto il frigorifero?

Gianpaolo visualizzò l’immagine che gli si era presentata aprendo il frigorifero. In tutti gli scompartimenti erano ammassate delle buste di plastica che grondavano sangue. In una in particolare, trasparente, aveva riconosciuto una testa umana con il volto di suo padre. Quando ripensò a quel momento ebbe un conato di vomito e si sedette di nuovo sulla sedia.

-Si sente bene? Quando ha aperto il frigorifero ha perso i sensi e le abbiamo fornito soccorso. Ricorda cosa è accaduto prima del nostro arrivo?

-Dove sono? Dove sono i miei genitori?

-La scientifica è già arrivata e sta effettuando le analisi della scena del crimine. Da una prima verifica sembra che i suoi genitori siano stati uccisi, i loro corpi sono stati… conservati nel frigo di casa

Gianpaolo era intontito. I suoi genitori erano morti. Qualcuno li aveva assassinati, fatti a pezzi e tutto mentre lui stava ascoltando musica estraniandosi dalla realtà. La voce dell’agente lo risvegliò da quei pensieri, riportandolo alla dura realtà e non lasciandogli neanche il tempo di elaborarla.

-Lei ricorda cosa è successo prima del nostro arrivo?

-Come scusi?

-Quando è stata l’ultima volta che ha visto i suoi genitori?

-Stamattina, quando sono arrivato a casa. Sono uscito per andare al mercato delle pulci e sono rientrato verso le 11

-C’è qualcuno che può confermare la sua versione dei fatti?

-Certo! Il signor Piero, ha una bancarella al mercato. E’ da lui che ho comprato quel vecchio disco…

Gianpaolo si bloccò di colpo. Gli venne in mente quel pensiero, ma era troppo incredibile per ripeterlo ad alta voce. Non poteva essere, non era colpa del disco, di quell’incubo che aveva vissuto ad occhi aperti. Eppure più ci pensava e più si rendeva conto che tra le voci che sentiva nella stanza c’era qualcuna che conosceva. Che poteva essere dei suoi genitori.

-Continui, perché si è interrotto? C’è qualcosa che deve dirci?

-No, nulla… oppure… 

-Dica

-Il disco… quel disco che ho comprato. Contiene una strana traccia audio registrata al contrario. Quando l’ho ascoltata è successo qualcosa di strano. Ho sentito delle voci che urlavano

-Ritiene che le voci siano dei suoi genitori?

-Sì! Pensavo che fossero del disco e invece erano i miei genitori che imploravano aiuto! Tutto mentre ero nella mia stanza e potevo fare qualcosa

L’ispettore cercò di calmare Gianpaolo che cominciò a piangere a dirotto.

-Si tranquillizzi. Ora l’importante è capire chi è l’assassino e come abbia fatto ad entrare in casa. Il disco di cui parla è ancora qui? Nella sua stanza?

Gianpaolo annuì con la testa, l’agente diede l’ordine ad un collega di andare nella sua stanza a verificare la sua versione. Intanto Gianpaolo non poteva capacitarsi di quanto accaduto. Nella sua testa dava la colpa a tutto. Alla sua vita da ossessionato di dischi, alla sua ex moglie che lo aveva ridotto in quello stato, al venditore che era riuscito a fargli comprare un oggetto che non valeva niente. Avrebbe voluto urlare davanti a tutti, sfogarsi per la prima volta dopo aver inghiottito troppa merda. Non si accorse che uno degli agenti presenti in casa sua si avvicinò all’ispettore riferendogli qualcosa nell’orecchio mostrandogli lo schermo di un notebook. Quando ebbe finito di ascoltare, l’ispettore divenne serio e ritornò accanto a Gianpaolo con sguardo risoluto.

-Signor Castaldo, la dichiaro in arresto per l’omicidio dei suoi genitori

Gianpaolo sgranò gli occhi per lo stupore. Com’era possibile che proprio lui venisse accusato di quel crimine? Doveva assolutamente chiarire la situazione, lui era solo una vittima e il vero carnefice era ancora libero.

-Non capisco, cosa dite? Non posso essere stato io, lo posso dimostrare

-Mi dispiace ma le prove che abbiamo raccolto sono tutte contro di lei. Le consiglio di non fare resistenza…

-Ma le dico che non è possibile! Io ero nella mia stanza! Ecco, solo ora mi viene in mente, ho installato delle telecamere per tutta la casa! Forse ero troppo scioccato per ricordarlo prima, vedete quello che c’è nelle registrazioni e vi renderete conto che io non c’entro!

Sul volto di Gianpaolo comparve un sorriso di speranza, aveva trovato la prova lampante della sua innocenza e la chiave per catturare il vero assassino. Nessuno però provvedeva a togliergli le manette e gli sguardi di tutti i poliziotti presenti non cambiavano la loro espressione seria. Fu l’ispettore a parlare in tono grave.

-Controllare le telecamere di sicurezza è stata la prima cosa che abbiamo fatto. Conferma la sua versione dei fatti sul rientro a casa per le 11, ma nessun altro è entrato in casa. Inoltre le telecamere interne hanno registrato questo

Un altro agente girò verso Gianpaolo un notebook. Dal monitor partì una registrazione. Si vedevano le vittime intente a preparare la tavola per il pranzo, subito dopo comparve un’altra figura. Era lui, Gianpaolo. Si diresse verso la cucina ed aprì uno dei cassetti. Prese una mannaia e senza esitazione si avvicinò alla madre. Un solo colpo, netto, all’altezza dell’avambraccio. La donna si inginocchiò mentre una parte del braccio penzolava attaccata ancora per un lembo al resto del corpo. Aprì la bocca, forse stava urlando ma il suo carnefice continuò l’opera. Un colpo sulla spalla, poi uno sul cranio. Il corpo della madre si accasciò a terra mentre il marito fece qualche passo indietro cadendo rovinosamente sul pavimento. Gianpaolo si accanì su di lui finché il corpo finì di muoversi.

La scena dell’assassinio era sotto gli occhi di tutti. Gianpaolo guardava quei pixel in bianco e nero che decretavano la sua condanna. Non riusciva a dare una spiegazione plausibile di quello che aveva visto. Sapeva di non essere lui quello del video, lui era solo nella sua stanza quando tutto era accaduto.

-Non sono io! Quello non sono io, dovete credermi!

-I fatti parlano chiaro, è lei l’assassino dei coniugi Castaldo

-No! Non sono io! E’ il disco! Vi dico che è il disco che ho comprato! E’ maledetto!

-Abbiamo analizzato il disco che era presente sul giradischi nella sua camera. E’ vuoto, non contiene nessuna traccia audio

Gianpaolo ascoltò quelle parole in silenzio, poi cominciò ad urlare parole incomprensibili mentre i poliziotti lo ammanettarono e lo portarono fuori dalla sua abitazione. Nell’uscire di casa, mentre lo trascinavano a forza, si guardò per l’ultima volta nello specchio dell’ingresso. Quello che vide non era il suo volto ma quello di un demone con la pelle scura, lunghe corna appuntite e una lunga barba. Il volto del male che lo guardava ridendo.

29 Ottobre 2010

Un’altra notte, un altro bar. Uno dei tanti, non importa quale. Anzi, solo una regola magari, mai troppo affollato. Meglio non dare nell’occhio. Magari meglio ancora se in un quartiere diverso ogni volta. L’importante è sedersi al bancone ed ordinare subito qualcosa di forte. Niente cocktail, solo puro alcol in bicchiere di vetro senza ghiaccio.

Forse dopo i primi cinque o sei bicchieri qualche barista farà la faccia strana, forse uno spirito nascosto da boy scout lo farà tentennare a servire l’ennesimo drink, ma alla fine sanno tutti come va a finire. Il cliente aprirà il portafogli e farà vedere quei pezzi di carta stampata colorati che aprono tutte le porte e a quel punto il boy scout sparisce e lascia il posto all’uomo con il simbolo dei dollari negli occhi.

Conosceva bene i suoi polli, sapeva come ottenere quello che voleva, ed era sempre lo stesso. Qualcosa che lo facesse sballare, che gli intorpidisse la mente. Da fuori non si sarebbe detto, ma poi sapeva bene quando era il momento di smettere. Sapeva quando arrivava al punto giusto, quello in cui la mente finalmente si distacca dalla realtà e vive in un confuso mondo di sogni e illusioni. Perché lui, Marcello, lo sa bene che a volte bisogna fuggire dalla realtà e nascondersi nel mondo dei sogni. A volte vale la pena vivere in un incubo piuttosto che nel mondo reale.

Quella notte non faceva eccezione, l’uomo solitario vagava tra le vie del centro alla ricerca di un nuovo bar. Si muoveva con passo felpato come una preda che controlla il suo territorio di caccia. Passò davanti ad un paio di locali che già conosceva. Tirò dritto continuando la sua ricerca. Si avvicinò ad un nuovo bar ma quando aprì la porta venne letteralmente inondato dal volume altissimo di una musica elettronica. Non era di quello che aveva bisogno. Voleva solo un posto dove sedersi e bere, anche se non un posto silenzioso ma magari solo un po’ di musica di sottofondo. Quella bolgia era troppo anche per lui, richiuse la porta e continuò a camminare.

I minuti passavano, controllava l’orologio in continuazione mentre l’ansia saliva. Doveva trovare un riparo, non poteva far passare troppo tempo. Forse era meglio tornare indietro e ritornare in un bar già visitato in precedenza? O forse doveva dare una speranza a quel buco chiassoso? Camminava senza nemmeno più guardare agli angoli della strada. Una strana sensazione di paura stava per prendere il sopravvento. Alzò la mano destra e la guardò con attenzione, stava tremando. Un quasi impercettibile movimento delle dita, ma lui le sentiva benissimo muoversi. Forse era solo paranoia, o forse stava per andare in crisi di astinenza. Non sapeva ancora cosa fosse ma iniziava a preoccuparsi seriamente.

Percorse qualche metro guardando il pavimento lastricato di pietra lavica. Non si curava neanche delle persone contro cui sbatteva mentre imprecava sottovoce. Si appoggiò ad una porta senza maniglia che si aprì sotto il suo peso. Entrò all’interno senza nemmeno capire dove. Fece qualche passo respirando a fatica, poi sentì qualcosa e sgranò gli occhi.

Era musica, musica dolce da lounge bar. Le note lo rilassarono ed ebbe il coraggio di alzare lo sguardo. Intorno a lui vide dei divanetti e dei tavoli apparecchiati. Davanti c’era un grosso bancone in vetro dietro il quale una ragazza stava pulendo dei bicchieri. La luce era soffusa per rendere l’ambiente più confortevole. Ora era sicuro, era dove doveva essere. Un bar che non ricordava.

Riprese a respirare a grandi boccate mentre i muscoli si rilassavano. Chiuse gli occhi, li riaprì, il bar c’era ancora. Non era un sogno quindi.

Si avvicinò al bancone guardandosi intorno mentre controllava i volti dei clienti. Non voleva assolutamente attirare l’attenzione, fuggiva dagli sguardi dei visi sconosciuti. Arrivò allo sgabello davanti al bancone e con il manico della camicia si asciugò la fronte bagnata di sudore.

-Cosa desidera?

Marcello era sovrappensiero quando la voce femminile gli parlò. Alzò la testa ed il suo sguardo incontrò due bellissimi occhi azzurri contornati da una linea nera. Mise a fuoco il resto del viso, la ragazza lo guardava con un’espressione dura ma interessata. La bocca coperta da un rossetto nero era chiusa in una mossa interrogativa e creava un delizioso contrasto con i capelli biondissimi. Un dettaglio particolare, un piccolo tatuaggio a forma di cuore sul collo. Passarono diversi secondi di silenzio prima che la ragazza ripeté la stessa domanda.

-Cosa desidera? Vuole un menu?

-No… no, grazie. Un bicchiere di Vodka. Liscio

La barista si girò e prese la bottiglia di Vodka sullo scaffale, versò in un bicchiere e lo porse a Marcello. Lui ringraziò timidamente poi prese con forza il bicchiere dal bancone e lo svuotò tutto d’un fiato. Posò il bicchiere sul vetro e chiuse gli occhi. La sensazione che gli dava l’alcol era difficile da descrivere. Sentiva il sapore del liquido che gli scendeva nella gola mentre i nervi si allentavano e un leggero senso di intorpidimento lo avvolgeva.

Riaprì gli occhi e guardò di nuovo la barista.

-Un altro. Doppio

La ragazza alzò un sopracciglio. Non le era mai capitato un cliente così esigente. Era seduto da pochi minuti e già aveva ordinato un quantitativo di roba che lei non sarebbe stata in grado di reggere.

Senza ribattere gli versò un altro bicchiere e glielo porse. Come per il primo, glielo strappò quasi dalle mani e bevve con avidità. Appena finito si alzò di corsa e si avviò verso il bagno seguendo le indicazioni sul muro. La barista rimase allibita per qualche secondo prima di voltarsi e continuare a lavare i calici.

Marcello entrò nel bagno sbattendo la porta. Rimase stupito dalla pulizia di quel posto. Doveva essere un bar completamente nuovo per avere ancora tutto intatto. Entrò in una delle porte interne e prese ad urinare. Mentre lo faceva chiudeva e gli occhi e assaporava il momento, sembrava che qualcuno lo stesse dondolando dolcemente. Si immaginò di essere su una zattera in mezzo al mare mentre le forze lo abbandonavano e un raggio di sole gli illuminava il viso. Quella visione mistica però durò poco.

Riaprì subito gli occhi sentendo un forte rumore alle sue spalle. Si sistemò velocemente ed aprì la porta del bagno. Rimase immobile e in silenzio per percepire ogni minimo rumore.

Niente, era sparito.

Si mosse lentamente in più direzioni per controllare meglio ma non c’era nessuno. Tirò un sospiro di sollievo e si accostò al lavandino. Prese il sapone e cominciò a strofinarsi le mani sotto un getto d’acqua gelida. Stava godendo il momento di pace quando per due volte la luce si spense per pochi attimi. Alzò lo sguardo e vide il suo viso nello specchio-. Non era la sua serata migliore e lo notava osservando il volto scavato davanti a lui. A vederlo da fuori chiunque lo avrebbe evitato.

Fu in quel preciso istante che vide qualcosa. Un singolo fotogramma proprio nel momento in cui la luce si accese prima di spegnersi nuovamente. Quello che vide era un volto sconosciuto proprio accanto al suo. Ebbe un sussulto, sentì un calore improvviso mentre il cuore iniziava a battere velocemente. Quando la luce si accese di nuovo nello specchio c’era solo lui, ma ormai era in preda allo spavento più cupo.

Si asciugò velocemente le mani sui pantaloni ed uscì a passo spedito fuori dal bagno. Passò davanti al bancone e prese posto sullo stesso sgabello di prima. Mentre i pensieri confusi viaggiavano nella mente vide un bigliettino spuntare sul bancone proprio sotto il suo naso. Alzò lo sguardo ed incrociò di nuovo i bellissimi occhi della barista, stavolta però l’espressione era dura.

-Prego, questo è suo

-Cosa?

-Il conto di quello che ha preso

Marcello passò in pochi attimi dallo stupore alla rabbia, complice anche lo stato di agitazione della visione precedente. Prese lo scontrino dal bancone e lo strappò in piccoli pezzi.

-Chi ti ha detto che abbia finito di ordinare? Ritorna al tuo posto e servimi un altro bicchiere della roba più pesante che hai. E senza ghiaccio!

Senza rendersene conto aveva alzato la voce attirando l’attenzione di alcuni presenti. La barista non sapendo cosa fare si girò e prese un’altra bottiglia da uno scaffale e iniziando a riempire il bicchiere. Nessuno si accorse di come tremava mentre porgeva il bicchiere di vetro al cliente che si era seduto nuovamente sullo sgabello.

Senza mai distogliere lo sguardo dalla ragazza, Marcello prese il bicchiere e lo svuotò con un solo sorso. Era ancora rosso dalla rabbia quando lo posò sul bancone. Non riuscì a controllarsi, l’impatto fu così forte che la lastra di vetro si incrinò. La barista era già abbastanza scioccata, quando vide i pezzi di vetro saltare via, emise sonoramente un grido di terrore. Subito dopo si portò le mani alla bocca, rendendosi conto ormai che tutti guardavano nella sua direzione.

-Cos’è? Ti sei spaventata per un po’ di vetro rotto? Tieni, compralo nuovo. Vedi qui dentro quanti soldi ci sono? Se continuo a pagare tu devi continuare a servirmi da bere, capito?

La musica si fermò di colpo e il brusio di sottofondo divenne lentamente un silenzio imbarazzante. Una figura imponente si avvicinò a Marcello da dietro e gli toccò gentilmente la spalla.

-Signore, le chiedo di lasciare subito il locale

Marcello si girò di scatto e guardò negli occhi l’uomo. Un palestrato nero vestito da bodyguard, maglietta attillata per esaltare il fisico scolpito e occhiali scuri come il cielo all’esterno del bar.

-E tu chi sei? Vieni pagato per trattare così i clienti che pagano? Chiamami il responsabile di questo posto di merda e vediamo

-Abbassi la voce, sta disturbando gli altri clienti. Mi segua fuori in modo da chiarire la situazione

-Io non devo chiarire un bel niente. Lasciami subito o io…

Non finì di terminare la frase che in preda alla disperazione ritornò accanto al bancone e prese un bicchiere pieno di un liquido color ambra. Caricò il braccio e colpì il viso del buttafuori. Si sentì un rumore della cartilagine che si rompeva. Il ragazzo si accasciò in ginocchio tenendosi il naso tra le mani che si coloravano lentamente di rosso.

Marcello vide il bodyguard a terra e una sensazione di esaltazione gli pervase lo spirito. Alzò le braccia in segno di vittoria e guardò tutta la platea.

-Allora? Qualcun altro ha qualcosa da ridire oppure posso passare la mia serata in tranquillità?

Ormai tutti lo guardavano, davanti a lui c’erano solo espressioni piene di terrore e disgusto. Ma lui se ne fregava. Abbassò il braccio che ancora stringeva il bicchiere usato come arma e lo portò alla bocca per berne il contenuto, qualsiasi cosa fosse. Fu in quel momento che avvertì un dolore forte poco sopra la nuca. L’ultima cosa che pensò prima di tramortire a terra fu il sapore troppo dolce del drink che stava bevendo. Poi fu tutto scuro.

Prima di riaprire gli occhi, Marcello pensò di essere ancora su quella zattera in mezzo al mare che aveva visualizzato prima nel bagno del locale. Riusciva quasi a sentire sul viso il calore del sole mentre lentamente il sonno spariva. Avvertì subito un dettaglio molto importante, non c’erano onde e quindi era sparita la confortevole sensazione di dondolio che tanto gli piaceva. Una volta resosi conto di non essere dove voleva sbarrò gli occhi e si alzò di scatto.

Si girò per capire dove fosse. Era in un appartamento che non conosceva. Era su un divano, davanti a lui su un tavolino c’era del caffè mentre a terra era poggiata una bacinella azzurra.

Marcello stava facendo mente locale su quanto era accaduto, gli vennero in mente le ultime scene prima del buio. Il colpo al bodyguard, la sensazione di onnipotenza, il dolore alla testa. Con la mano destra si toccò leggermente dietro alla nuca ed avvertì una fitta leggera mentre toccava la parte indolenzita. Raccoglieva i pezzi di un puzzle che ancora non aveva tutti i tasselli quando sentì una voce alle sue spalle che non riuscì a riconoscere subito.

-Vedo che ti sei ripreso. Ti conviene stare ancora un po’ seduto sul divano. Riposati e mettiti in forze

Si girò velocemente e la vide. Capelli biondi e viso senza ombra di trucco. Senza il rossetto nero non la riconobbe subito ma bastò vedere il piccolo tatuaggio sul collo per arrivarci. Era la barista del locale in cui era andato quella sera.

Una serie infinita di domande gli riempirono la testa. Perché era lì con lui? Quale era il suo ruolo in quello che era successo? Perché ricordava che prima fosse spaventata mentre ora sembrava più sicura e tranquilla?

Marcello stava per dire qualcosa quando perse l’equilibrio e sprofondò sul divano.

-Te l’ho detto che era meglio riposarsi. Non sei ristabilito del tutto

-Tu… Tu cosa….

-Non sforzarti a parlare. Lo capisco, vuoi capire cosa è successo. Non ti preoccupare, ti prendo un bicchiere d’acqua e ti racconto tutto

Come promesso si allontanò solo qualche secondo per prendere un po’ d’acqua fresca per lui. Si avvicinò e gli porse gentilmente il bicchiere, poi si sedette sul divano di fianco a lui.

-Allora, da dove cominciamo? Ah, ecco, prima di tutto ti chiedo scusa. Ero spaventatissima quando stasera hai messo KO l’imponente Ibrahim. quando l’ho visto a terra con il naso rotto ho pensato che fossi il classico bullo che avrebbe causato solo altri guai quindi mi sono presa la briga di prendere una bottiglia di Tequila e colpirti dietro la testa. Hai perso subito i sensi ma non ci saranno conseguenze gravi, forse qualche altro mal di testa nei prossimi giorni

Appena finì quella frase, Marcello si toccò istintivamente la nuca e avvertì di nuovo il dolore.

-E’ stata una reazione affrettata ma comunque sbagliata. C’è da dire che te la sei cercata, però. Fatto sta che altri dipendenti del bar ti hanno subito preso e portato all’esterno. Ti hanno lasciato sul marciapiede di fronte, accanto a dei bidoni della spazzatura. Quando ho finito il mio turno e sono uscita dal locale eri ancora lì addormentato. Non me la sono sentita di lasciarti da solo. In fondo era anche colpa mia se eri in quello stato. Ho chiesto una mano ad altri ragazzi e ti ho caricato in macchina e portato a casa mia

-Perché? Perché lo hai fatto se prima ero stato così…

-”Stronzo”. La parola corretta è “stronzo”. Non so, forse perché prima di lasciare tutto e cambiare vita avevo cominciato gli studi di infermiera. O forse perché so bene come ci si sente ad avere a che fare con un ubriaco cronico. Anche mio fratello beveva come una spugna, quasi sempre finiva le serate all’interno di un’ambulanza diretto verso un pronto soccorso. Non mi andava di tornare a casa e fare i conti con il senso di colpa. Ti ho portato qui e ho fatto qualcosa per te

-Perdonami, hai ragione. Non devi scusarti tu, la colpa è solo mia

-Ok, allora ritiro subito le mie scuse e accetto le tue. Prendi un altro po’ di caffè, se devi vomitare ancora c’è la bacinella pulita accanto al divano

Vedendo quel bel sorriso che sbocciava sul viso della ragazza, Marcello ebbe un pensiero che non gli era mai venuto mai in mente. Pensò che anche solo per aver conosciuto una persona così gentile valesse la pena vivere senza rifugiarsi nei propri sogni o incubi. Non gli sembrava vero che qualcuno avesse fatto qualcosa per lui senza aver chiesto nulla in cambio. Si diede un pizzicotto sul braccio per controllare che fosse ancora sveglio. Lo era. Forse valeva la pena anche aprirsi con lei e confidargli i suoi segreti.

-Grazie. Grazie ancora. Devo andare ora, quanto tempo ho dormito? Sarà giorno ormai

-In realtà non molto. Ho finito il turno all’una, quando siamo arrivati qui ti sei svegliato un paio di volte ma non eri cosciente e probabilmente non te lo ricordi. Ti ho dato una mano a farti passare la sbornia. Abbiamo camminato per tutta la stanza e ti ho fatto bere litri di caffè. Se non hai ancora il classico mal di testa allora direi che stai già bene ma ti sconsiglio di andare via ora. E’ ancora buio, puoi stare qui stanotte. Riposati sul divano così appena fa giorno sarai in forze per andare. Io ora non ho sonno quindi sarò sveglia nell’altra stanza quindi vedi di non fare brutti pensieri. C’è il mio coinquilino che dovrebbe rincasare verso le cinque quindi sappi che non sarò sola

-Aspetta, aspetta. Stai dicendo che non è ancora giorno? Che ore sono?

-Le quattro e mezza passate. Ma perché ti interessa così tanto?

Marcello si alzò subito dal divano e si avvicinò ad una piccola finestra chiusa. Aprì la tenda e tirò su la tapparella. Fuori vide la città in tutto lo splendore. Un cielo nero e pieno di stelle sovrastava le vie cittadine illuminate dai lampioni gialli. Un silenzio sacro sanciva il sonno profondo in cui le persone erano sprofondate.

La ragazza si avvicinò all’uomo e gli toccò una spalla.

-Tutto bene? Ti vedo agitato, qualcosa non va? Per caso soffri di vertigini?

Marcello si girò verso di lei, il volto rilassato di prima non c’era più ed aveva lasciato posto ad un’espressione che lei aveva già visto qualche ora prima, davanti al bancone del bar.

-Non c’è tempo da perdere. Dammi qualcosa di forte

-Scusa?

-Ti ho detto di darmi qualcosa di forte. Non hai a casa dei liquori, una birra, qualcosa di più pesante?

Il viso della ragazza divenne una maschera di delusione e paura. Si fece coraggio ed affrontò l’uomo.

-Senti… tipo. Non so nemmeno come ti chiami ma so cos’è una crisi di astinenza e davanti a me ne vedo una. Pensi ti abbia portato qui, curato, passato del tempo a pulire il tuo cazzo di vomito dal pavimento per sentirmi dire “dammi qualcosa di forte”? Tu ora ti risiedi sul divano e vedi di dormire prima che io chiami qualche mio amico che non vede l’ora di sfogare un po’ di frustrazione su di te. Hai capito?

-Sei tu che non capisci. Devi muoverti, ti prego. Ho bisogno di alcol

Appena finita la frase piombò in cucina a rovistare tra i mobili e i cassetti.

-Ma dimmi un po’, pensi che perché io faccio la barista ho degli alcolici a casa? Adesso ti faccio vedere io, un po’ di spray al peperoncino sugli occhi e ti passerà la voglia di bere

La ragazza andò di corsa nella sua camera per prendere la borsetta all’interno della quale portava sempre con sé lo spray al peperoncino.

Intanto Marcello cercava con avidità in un cassetto quando tutto intorno si fece buio per una frazione di secondo.

Si bloccò sgranando gli occhi.

La luce andò via una volta ancora, poi un’altra. Respirava a fatica mentre si girava in ogni direzione. Solo lui sapeva cosa stava per accadere. Passarono pochi secondi che per lui durarono un’eternità. Stava per rimettere le mani nel cassetto quando sentì un rumore. Si girò di lato e vide una sedia al centro della stanza, prima ricordava di averla vista di fianco al tavolo. Alzò gli occhi al cielo, stava cominciando di nuovo.

-No, no, no, no. Vi prego…

Sentì subito qualcosa di freddo sulla spalla sinistra, poi sulla spalla destra. Il tocco di una mano ma fredda come il ghiaccio. Era terrorizzato, poi un’altra mano si posò sulla testa e la girò.

Finalmente li vide, erano solo in tre ma sapeva che sarebbero potuti aumentare in poco tempo. Erano persone o meglio un tempo lo erano state, ora erano solo anime in pena. Fantasmi, ma della peggior specie. Non li aveva mai visti prima d’ora ma sapeva bene chi fossero.

La prima volta gli era successo due anni prima in seguito a quel brutto incidente. Stava lavorando come muratore in un cantiere quando cadde da un’altezza considerevole e fu portato all’ospedale più vicino. Rimase in coma per quattro mesi poi con gran stupore dei medici si svegliò. Tutti urlavano al miracolo ma Marcello non sapeva ancora che quello stesso giorno sarebbe cominciato il suo incubo personale.

Durante la prima notte in ospedale da redivivo si svegliò e chiamò un’infermiera per essere assistito. La porta della stanza si aprì ma non era la persona che si aspettava che entrò nella camera. Era una bambina con un lungo vestito scuro. Capì subito che lui stava guardando nella sua direzione e gli si avvicinò.

-Tu mi vedi?

-Chi sei? Ti sei persa?

-Allora tu mi vedi? Che bello!

-Chi sei?

In quel momento sentì dei passi e vide l’infermiera entrare e chiedergli in cosa poteva essere utile. Domandò a lei se conoscesse quella bambina ma la sua risposta ebbe l’effetto di un cazzotto nello stomaco.

-Bambina? Mi scusi ma qui non c’è nessuna bambina, ci siamo solo io e lei. Vuole che chiami il medico per farle aumentare il dosaggio della flebo?

La bambina che lo guardava ai piedi del letto uscì dalla stanza. Marcello pensava fosse un’allucinazione isolata ma dovette ricredersi già dalla notte successiva. Ogni volta si presentavano da lui nuovi fantasmi, nuove anime alla ricerca disperata di un tramite con il mondo terreste. Avevano capito che lui possedeva un dono.

Tutti gli chiedevano qualcosa. C’era chi voleva far sapere ai parenti in vita che esiste qualcosa dopo la morte, chi chiedeva solo di sapere dove fossero i propri cari, e poi c’erano loro. La feccia, quelli che anche senza vita si nutrivano di odio e voglia di far del male. Qualcuno gli faceva visita per recapitare messaggi di morte ai conoscenti terreni ma la maggior parte usava Marcello come propria vittima sacrificale. Godevano nel fargli provare terrore, nel compiere su di lui le azioni più nefaste che gli erano negate dal momento della morte.

Sapevano che se lo percuotevano gli provocavano del male, se lo graffiavano lui sanguinava, che quando lui era presente potevano interagire con il mondo terreno, muovere degli oggetti. Era un vero e proprio incubo per Marcello e quei pochi con cui riuscì ad aprirsi stentavano a crederlo. Pensavano tutti che fossero le conseguenze al cervello dovute ai mesi in coma.

Era solo.

Con il tempo però capì che solo di notte gli spiriti venivano a fargli visita e che l’unico modo per evitare quel supplizio era dormire. Quando cadeva in un sonno profondo loro non si manifestavano. Era quella la sua unica occasione, rifugiarsi in un sogno per fuggire dall’incubo della realtà.

All’inizio si fece aiutare da tranquillanti e sonniferi ma con il tempo il suo corpo si abituò ai farmaci e riusciva a stare sveglio anche dopo interi flaconi. Fu in quel periodo che quasi per caso scoprì la sua salvezza. L’alcol. Quando era brillo non aveva problemi. Nelle notti in cui non riusciva a prendere sonno bastava ubriacarsi, abbandonarsi alla sensazione di torpore degli alcolici per non attivare quella sua speciale vista.

Era destinato ad una vita di inferno, agli occhi degli altri era solo un ubriacone incallito mentre solo lui sapeva il fardello che portava.

-Eccoci, non ci saluti?

-Sei bello sveglio, ti vedo in forma

-Non ti siamo mancati?

Marcello sapeva di non avere chance con loro. La barista lo aveva reso sobrio quindi la sua personale arma era scarica. Si rese conti di essere impotente e si arrese alla volontà di quei demoni.

Fu quello che gli teneva ferma la testa a cominciare. Afferrò con forza i capelli li tirò con prepotenza. Il volto dell’uomo andò a sbattere contro lo spigolo del tavolo provocandogli un dolore lancinante al naso.

-Non tenertelo tutto per te, lasciamelo un po’.

Un secondo spirito corse verso la sua vittima che era riversa a terra e le diede un calcio nel costato. Marcello buttò fuori tutta l’aria che aveva nei polmoni mentre si rannicchiò in posizione fetale per attutire i colpi successivi. L’altro continuò a percuoterlo senza fermarsi, pervaso da un malsano sadismo.

Il terzo dei tre nel frattempo prese un coltello dal cassetto ancora aperto. Fu ammonito da un suo compagno.

-No! Non ancora, giochiamo un altro po’

Quest’ultimo afferrò nuovamente per i capelli Marcello e lo alzò in piedi. Avvicinò il volto orrendo al suo e gli parlò.

-Non mi dire che sei già stanco. Vediamo se sei così sveglio da saper contare

Fu in quel momento che arrivò in cucina la ragazza. Vide il suo ospite di spalle, in piedi in una strana posa con le braccia allargate. Pensò che si fosse bloccato in seguito alla crisi. Ne approfittò per fare qualche passo in avanti verso di lui. Voleva accecarlo con lo spray prima che fosse troppo tardi.

Poi si fermò e si rese conto che qualcosa di strano stava avvenendo sotto i suoi occhi.

-Uno!

Il fantasma urlò così forte che Marcello pensò che chiunque avesse sentito la sua voce. Purtroppo sapeva che non era possibile. Al suo comando un altro spirito prese il pollice della sua mano destra e lo portò all’indietro fino a fargli toccare il dorso. Il rumore della falange che si slega dalla sua posizione originale era disgustoso. Marcello emise un urlo disumano mentre dietro di lui la barista osservava la scena senza riuscire a dare una spiegazione.

-Due!

Anche l’indice seguì lo stesso destino dell’altro dito. Ancora un dolore fortissimo.

-Tre!

Era il turno del medio. Marcello resisteva al dolore sperando solo che qualcuno o qualcosa potesse salvarlo. Intanto la ragazza rimaneva impietrita vedendo quelle dita che si muovevano da sole in modo innaturale, come se una forza sconosciuta le stesse spezzando. Si portò le mani alla bocca per reprimere un urlo. ma quando vide che anche l’anulare e il mignolo si girarono non riuscì a trattenersi.

Fu un grido lungo, di paura, di terrore. Marcello riaprì gli occhi e provò a voltarsi verso di lei. La mano che gli teneva i capelli però lo bloccava e lui non aveva abbastanza forze.

-Cosa credi di fare? Lei non può aiutarti e noi siamo solo all’inizio

Gli prese un braccio e glielo girò all’altezza del gomito. Fece lo stesso anche con l’altro mentre le urla di terrore della ragazza continuavano senza sosta alternate da quelle di dolore dell’uomo.

Marcello tentò il tutto per tutto e cominciò a parlare ad alta voce.

-Ti prego uccidimi! Fallo, ti prego. Non posso spiegarti tutto ma per pietà, uccidimi!

-Pensi che quella ragazza spaventata possa darti una mano? La crocerossina che si è presa cura di te stasera? Smettila e fai l’uomo. Lei non ti aiuterà mai

Lo spirito aveva ragione. La barista era in preda ad una crisi di nervi. Urlava e si copriva le orecchie per non sentire le richieste della povera vittima. Era spacciato, e tutto a causa dell’opera da buon samaritano di quella ragazza ignara di tutto.

Fu allora che vide un’unica soluzione, però doveva agire in fretta. Disse qualcosa sottovoce, poche parole incomprensibili che attirarono l’attenzione del fantasma.

-Cosa hai detto? Non ho capito

Ripeté la frase senza aumentare il volume della voce. A quel punto l’aguzzino avvicinò l’orecchio alla bocca di Marcello per decifrare quella frase criptica. Era l’occasione che lui stava aspettando. Se loro potevano fargli del male di notte allora anche lui poteva fare lo stesso.

Aprì la mascella, allungò il collo in avanti quanto basta e serrò la mandibola di scatto. Il demone urlò di dolore mentre si portava entrambe le mani sull’orecchio. Marcello sputò il pezzo di lobo a terra, non c’era nessuna traccia di sangue. Quella intuizione gli aveva garantito una libertà temporanea, lo spirito si allontanò mentre saltava quasi danzando per il dolore. Ora però era solo a metà, mancava un’ultima azione per essere finalmente libero.

Gli altri due spiriti guardavano la scena sorpresi, probabilmente non avevano mai pensato che anche loro potessero farsi del male. Approfittò di quei brevi attimi per spingersi in avanti e caricare verso il terzo. Con la braccia spezzate penzolanti si gettò a grande velocità su di lui. Capì subito di aver finalmente vinto.

Il fantasma si rese conto di quello che era accaduto solo quando Marcello si allontanò da lui. La lama del coltello che aveva ancora in mano uscì dall’addome completamente rosso di Marcello. Si inginocchiò a terra mentre un rivolo di sangue fuoriusciva dalla ferita e bagnava la camicia, i pantaloni, il pavimento. Un sorriso beffardo illuminò il suo viso, era finalmente libero anche se il prezzo che aveva pagato era più grande di quanto avesse pensato. Prima di abbandonarsi alla morte disse solo una frase, sottovoce, ma suonava come una sentenza inamovibile.

-Ora diventerò uno dei vostri. E sarò io a dare la caccia a voi…

Poi si accasciò a terra ed esalò l’ultimo respiro mentre intorno a lui le urla della ragazza continuavano senza sosta.

17 Settembre 2002

Francesco era su Via Gianturco e correva a perdifiato. Intorno non c’era più nessuno, solo poche macchine sfrecciavano nel silenzio della larga strada. Guardava in continuazione l’orologio, cercava in tutti i modi di aumentare il passo ma il caldo ancora estivo di quel mese non aiutava. Gocce di sudore scendevano copiosamente dalla sua fronte mentre correva. La valigetta che teneva stretta nella mano destra sembrava sempre più pesante e la destinazione sempre più lontana. Nonostante tutto però ce l’aveva quasi fatta, la stazione di Gianturco era a pochi passi da lui.

Quella sera aveva finito troppo tardi al lavoro, di solito nello studio legale dove lavorava non faceva più tardi delle sette di sera. Era un abitudinario, uno di quelli che ogni giorno prendevano lo stesso treno. C’erano naturalmente i ritardi, le soppressioni, gli imprevisti, ma non dipendevano da lui. Lui era sempre in stazione allo stesso orario. Il suo migliore amico era il suo orologio, scandiva con precisione i minuti preziosi delle sue giornate. Ma quel giorno non fu così.

Proprio il suo amico più fidato, l’inseparabile oggetto che metteva in ordine la vita di Francesco quella sera decise di funzionare male. Fino alle 18 andava più che bene, gli altri dell’ufficio si dileguavano per ritornare a casa dalle proprie famiglie mentre Francesco si concedeva la sua oretta in più per mettere in ordine i fascicoli e le idee. Alle 19 in punto avrebbe chiuso tutto per prendere, come sempre, il treno delle 19:27 dopo una passeggiata in tranquillità. Il destino però aveva voluto che proprio dopo le 18 l’orologio accumulasse minuti preziosi, cinque minuti reali venivano registrati come un singolo minuto dall’orologio.

Francesco intanto andava lento, ogni tanto controllava e si compiaceva di quante cose riuscisse a fare in quel poco tempo. Quando però accese il computer sulla scrivania e vide l’orario sbiancò di colpo. Guardò l’orologio da polso, segnava le 18:30, poi l’orario sul computer, le 20:32. Subito corse per tutto l’ufficio per controllare l’orario su tutti gli orologi a muro. La sentenza era senza scampo, era il suo amico fidato ad avere torto.

Come un dannato cercò in fretta di mettere tutte le carte nella sua borsa mentre i fogli volavano al suo passaggio. Si diede dello stupido per non aver pensato neanche lontanamente ad un malfunzionamento. Proprio lui che del tempo aveva fatto una sua divinità. Doveva sbrigarsi, non sapeva neanche se a quell’ora c’erano ancora corse disponibili per ritornare a casa.

Ormai era tardi, sistemò quello che riusciva nella borsa e chiuse di fretta l’ufficio per riversarsi in strada. In cielo era ancora chiaro ma si rese conto che a quell’ora non c’era nessuno. Probabilmente erano già tutti a casa, magari a tavola a mangiare, o nelle vie più trafficate per divertirsi. Lui invece era solo, mentre correva verso la stazione di Gianturco della Metropolitana.

Arrivò finalmente a destinazione, per fortuna aveva l’abbonamento mensile quindi non doveva timbrare alcun biglietto. Percorse le scale che portavano al piano superiore senza sollevare lo sguardo. In quel momento se ci fosse stato qualcuno sui gradini lo avrebbe scaraventato in aria. Finita la rampa di scale uscì all’aperto, guardò l’orologio della stazione e cercò di riprendere fiato. Con la coda dell’occhio però vide che sui binari c’era un treno già fermo. Ce l’aveva fatta, giusto in tempo. Quello era il treno che lo avrebbe portato a casa. Era soddisfatto dopotutto, anche se quella serata non stava andando come si aspettava. Stava per sorridere e compiacersi quando sentì il rumore delle porte che si stavano chiudendo. Realizzò che se voleva dichiarare conclusa quella disavventura doveva compiere un ultimo sforzo e salire sul treno prima che questo partisse.

Era distante solo pochi metri dall’ultima porta dell’ultimo vagone. Fece uno scatto improvviso, stese il braccio ed aprì la mano. Sentì il freddo del ferro sotto il palmo e la chiuse, con forza tirò il braccio e riuscì ad entrare proprio un attimo prima che le porte si chiudessero. Appena fu dentro si rese conto di aver compiuto quell’operazione tenendo gli occhi serrati. Li aprì e vide la banchina che si allontanava. Era fatta, era dentro e stava tornando a casa. Finalmente riuscì a respirare a pieni polmoni, li riempì completamente prima di espirare e lasciar scorrere l’adrenalina nel suo corpo. Il cuore pompava sangue ad un ritmo così forte che quasi riusciva a sentire i battiti. Cercò di respirare ad un ritmo più lento per calmarsi. Si girò e vide che il vagone era completamente vuoto. Doveva sedersi e riposare le gambe, ne aveva bisogno. Scelse un posto a caso e si sedette, poi chiuse gli occhi.

Fu il rumore delle porte che si aprirono a svegliarlo da quello stato di riposo. Si girò dal lato del finestrino e vide l’insegna che indicava la scritta “Piazza Garibaldi”. Una coppia gli passò vicino per prendere posto sui sedili a poca distanza da Francesco. Erano vestiti in maniera bizzarra, sembravano abiti di un’altra epoca. Non era un intenditore di storia ma avrebbe scommesso che si trattasse di vestiti del Settecento o Ottocento. Lei aveva una gonna pomposa che la limitava nei movimenti, i capelli raccolti all’interno di un grande cappello e un trucco accentuato sul volto. Lui invece aveva un vestito elegante e sul volto un paio di baffi vintage. Francesco ci pensò per un po’, probabilmente si trattava di una coppia di cosplayer, magari c’era una fiera in costume lì vicino e i due si erano solo travestiti a tema.

Era assorto nei pensieri quando vide un controllore avvicinarsi lentamente. Subito aprì la borsa per prendere l’abbonamento da esibire. Lui si avvicinò prima alla coppia, sembrava conoscerli. Si tolse il cappello e li salutò con reverenza. Non riuscì a sentire cosa si dissero, ma sorridevano allegramente. Il controllore si congedò e si avvicinò a Francesco.

-Salve, biglietti prego

-Certo, ecco il mio abbonamento

Il controllore lo prese e lo guardò stranito. Sembrava che lo vedesse per la prima volta. Lo girava e rigirava con lo sguardo interrogativo.

-C’è qualcosa che non va?

-No, si figuri. E’ che sono abituato ad altri biglietti. Forse questi sono i nuovi. Non si preoccupi, è tutto sotto controllo.

-E’ l’abbonamento mensile, è lo stesso tutti i mesi a parte il colore

-Sì, sì, nessun problema. Mi dica, è la prima volta che prende questo treno?

-Sì. Oggi non me ne va bene una, sono uscito tardi dall’ufficio e ho preso il primo treno disponibile

-Capisco, è la prima volta. Non si preoccupi, si troverà bene

Francesco rimase basito da quella risposta. Ripose l’abbonamento di nuovo nella borsa e guardò il controllore che si allontanava. Stava ancora pensando a quella frase quando il signore con il vestito ottocentesco si girò e verso di lui con uno sguardo impietosito.

-Prima volta, eh? Cerchi di stare calmo e si abituerà prima. Vero cara?

La donna seduta al suo fianco fece una timida risata, poi anche lei si girò verso Francesco.

-Ma sì. Ci conosciamo tutti qui. Anche se qualcuno può sembrarle scortese, sappia che sono tutte brave persone

Il treno si fermò di colpo, erano arrivati alla stazione di Piazza Cavour. La porta si aprì nuovamente ed entrò un piccolo gruppo di ragazzi. Dovevano essere abbastanza giovani anche se non lo dimostravano. Avevano dei vestiti punk e quando gli passarono davanti sentì un forte odore di birra e sudore. Senza abbassare la voce si misero in un angolo a parlare. Erano a poca distanza da Francesco che quando li vide ebbe un sussulto di paura. Non voleva essere prevenuto ma quei ragazzi sembravano usciti fuori da un film degli anni 80, gli sembrava di essere un ignaro protagonista di “I guerrieri della notte”. Le sue paure si concretizzarono nel momento in cui uno dei ragazzi si girò verso di lui e resosi conto che lui stesso li stava osservando fece uno sguardo strano.

-Ragazzi, quello lì ci sta guardando strano

-Chi? Dove? Quello lì?

-Sì quello lì. Ecco, vedi? Ora abbassa lo sguardo da colpevole

-Non va bene così, non va per niente bene

Parlavano ad alta voce per essere sentiti dal povero Francesco che ascoltava impaurito. Si avvicinarono lentamente alla loro vittima.

-Fatemelo vedere meglio. Ecco, come immaginavo. Vedete com’è vestito? E’ il classico borghese che ci guarda dall’alto verso il basso, con disprezzo

-Sì, ma ora non ci guarda più. Guarda come cambia colore mentre nella sua testolina sta pensando a come cavarsela da questa situazione

Francesco tremava di paura quando ad un tratto sentì la voce del signore che gli aveva parlato prima. Riconobbe il tono di voce pacato che intervenne per sedare gli animi.

-Salve, ragazzi. Come va?

-Signor Gaetano, buonasera. Noi tutto bene, Lei come sta?

-Bene, bene, grazie. Siamo sempre qui

-Signor Gaetano che piacere rivederla. Buonasera anche a Lei signora Maria

-Buona serata a voi ragazzi. Vi posso chiedere un grande piacere?

-Ma certo signora Maria

-Vedete, quel ragazzo non è una cattiva persona. Tra l’altro oggi prende il treno per la prima volta

-Mi scusi signora Maria, non volevamo prendercela con lui. E’ che a volte dimentichiamo e… ci sono abitudini che sono difficili da togliere…

-Non vi preoccupate, lo sappiamo. E’ difficile. Passate una buona serata, ragazzi

-Buona serata a Lei, signora Maria

Quel dialogo sembrava surreale. Fino a pochi minuti prima Francesco rischiava di essere linciato soltanto per aver guardato un gruppo di ragazzi e ora gli stessi ragazzi lo salutavano affettuosamente. Si girò nuovamente verso il finestrino, riconosceva il tratto che univa la fermata precedente a Montesanto, infatti pochi secondi dopo vide l’insegna blu che indicava proprio quella scritta. D’istinto guardò la porta che si apriva, si aspettava che un altro passeggero bizzarro entrasse. Fu così. Sul vagone salì una donna con un vestito lungo e completamente nero, il volto era coperto da un sottile velo scuro. Ma non fu l’unica a salire, dietro di lei un’altra donna, vestita in jeans e maglietta chiara, al collo aveva un vistoso foulard rosso scuro. Le due donne presero posto su alcuni sgabelli liberi dopo aver salutato gli altri passeggeri. Sembrava che tutti si conoscessero bene su quel vagone, Francesco si sentì un po’ escluso.

Per smorzare l’ansia aprì la sua valigetta e cominciò a sfogliare i fogli che aveva portato via dall’ufficio, ma non riusciva a rimanere concentrato. Ogni tanto alzava lo sguardo e guardava gli altri, erano come una grande famiglia riunita. Intanto il treno si era fermato di nuovo, la stazione era quella scura di Piazza Amedeo, Francesco aveva quasi timore di guardare il prossimo passeggero. In quel momento però uno strano silenzio piombò nel vagone. Tutti si girarono verso le porte che si aprirono e si richiusero senza che nessuno le varcasse.

Francesco rimase sorpreso da quella reazione, guardò tutti i presenti notando un velo di tristezza nei loro occhi. Furono le parole di una delle ragazze salite a Montesanto a rompere il silenzio.

-Alla fine ce l’ha fatta. Onore al nostro amico

Tutti la guardarono ed accennarono un sorriso triste. La ragazza ricambiò il sorriso a tutti ma quando incrociò lo sguardo con Francesco divenne di colpo seria.

-Io non ti conosco, sei nuovo?

Francesco pensò di essere diventato di colpo rosso come un peperone per la vergogna. Non sapeva cosa rispondere ed una strana sensazione sembrava metterlo in allerta.

-Io? E’ la prima volta che prendo il treno a quest’ora

-Posso sedermi accanto a te?

-Certo, come no

La ragazza si avvicinò a lui, prese posto mentre con una mano sistemava i capelli lunghi

-Mi chiamo Margherita, prendo questo treno ogni giorno da almeno dieci anni. All’inizio anche per me è stato strano, poi ci si abitua. Gli altri sono tutti simpatici, vedrai che in poco tempo te ne accorgerai

-Ma… prendere il treno a quest’ora per me è stato un caso. Di solito prendo quello delle 19:27

-Ti abituerai anche a questo, non ti preoccupare

La ragazza gli fece un sorriso dolce, poi posò la sua mano su quella di Francesco. Dopo qualche secondo la ritrasse. Il suo viso che fino a poco prima mostrava un’espressione tranquilla divenne di colpo una maschera di paura. Il ragazzo ebbe timore guardando il terrore nei suoi occhi ma non sapeva spiegarsi il perché.

-Ma… Tu… Sei caldo. Ed ho sentito le pulsazioni del sangue nelle vene quando ti ho toccato

Di colpo quelle parole dette ad alta voce, che a Francesco sembravano scontate, provocarono la reazione insolita degli altri presenti. Tutti smisero di parlare e guardarono nella sua direzione. Uno dei ragazzi punk si avvicinò incuriosito e con velocità prese la mano di Francesco tenendola per qualche secondo prima che lui la ritraesse spazientito.

-E’ vero, è troppo calda. Secondo me non è normale

-E se non fosse uno di noi?

-No, non è possibile. Perché allora si trova qui?

La discussione si allargava, sempre più persone dicevano la loro teoria su quella che a Francesco sembrava una diatriba senza senso. Dicevano che era caldo, forse era la conseguenza della corsa fatta prima? O forse stava per avere una febbre improvvisa? Stava per dire la sua quando dal finestrino vide che il treno era risalito in superficie, erano quasi arrivati alla stazione di Mergellina. Il treno rallentò fino a fermarsi. questa volta il ragazzo era troppo preso da quello che stava accadendo per osservare il prossimo passeggero. Intanto si avvicinò a lui l’uomo vestito elegante, con il suo solito fare sicuro e determinato. Prese posto accanto a Francesco e alla ragazza e con un tono rilassante si rivolse a lui.

-Ragazzo, tu sai dove ti trovi in questo momento?

Francesco non era più sicuro della risposta che avrebbe dato. Sapeva che era il treno metropolitano verso Cavalleggeri Aosta, la sua destinazione, ma ormai ne era più certo.

-Sul treno per Bagnoli, non so l’orario perché il mio orologio non funziona più bene

-Sì, ma sai che treno è questo? Ricordi Cosa è successo prima di trovarti qui?

-Nulla di insolito. sono uscito dall’ufficio ed ho corso come un matto per arrivare alla stazione di Gianturco. Sono salito su ed ho visto questo treno che stava per partire. Ho continuato a correre e sono salito

-Quindi eri al capolinea quando sei salito. Ed hai visto questo vagone?

-Sì, corretto

-Molto strano, di solito agli altri non è visibile

-Gli altri? Chi altri?

Presero a parlare gli spettatori di quello strano spettacolo ambulante. Ognuno aggiungeva una tessera ad un mosaico che prendeva forma lentamente.

-Gli altri… Quelli che rimangono

-Ragazzo devi sapere una cosa molto importante, questo non è un treno, per così dire, normale

-In realtà tutto si limita a questo vagone. Quelli come noi sono gli unici a vederlo

-Ma voi chi? Spiegatemi subito o chiamo la polizia

La risposta arrivò dalla donna vestita di nero. La sua voce era gelida con il ghiaccio e penetrò nel cervello di Francesco come una pallottola.

-I morti. Noi siamo le anime di coloro che ancora non hanno guadagnato l’inferno o il paradiso. C’è un giudizio universale per tutti ma a quanto pare la lista è lunga e noi non abbiamo  requisiti per sbrigare la pratica più velocemente

-Esiste una burocrazia anche dall’altro lato, fratello. E a quanto pare ci sono le stesse regole che ci sono qui. Ci sono le raccomandazioni

-Forse non è proprio così, noi un motivo in comune ce l’abbiamo

Francesco girava la testa per guardare i volti delle persone che parlavano con lui. Sembravano seri, non stavano scherzando. O quantomeno se stavano recitando erano bravissimi. In quel momento gli venne in mente che potevano essere proprio degli attori in costume, magari stavano filmando tutto. Ma sì, era una candid camera organizzata ad arte. Non riuscì a sopprimere un sorriso. Le labbra si allargarono fino a scoppiare in una sonora risata che provocò il silenzio degli altri. Si alzò e cominciò a parlare ridendo.

-Ci ero quasi cascato! Siete bravissimi, devo riconoscerlo. Davvero bravi, alla fine vi stavo credendo. Dove avete preso i vestiti di scena? Sono bellissimi

Sentiva gli occhi addosso troppo seri, si aspettava che da un momento all’altro tutti ridessero e gli facessero vedere le telecamere ma non fu così.

-A che fermata siamo? Fatemi passare che devo andare a casa, scendo a Cavalleggeri Aosta

-Siamo ancora a Piazza Leopardi, ancora non sei arrivato

In quel momento il treno si fermò, qualcuno scese mentre un’altra persona prese posto. Quando il treno ripartì dalla stazione Francesco sentì una mano sul suo braccio. Era la ragazza che gli si era seduta accanto. Con il volto sereno provò a parlargli.

-Non sappiamo ancora se tu puoi o non puoi essere qui, ma devi credere alle nostre parole. E se non puoi, allora guarda tu stesso

La ragazza prese i capelli lunghi e li raccolse con un elastico. Poi lentamente tolse il foulard rosso che le copriva il collo. Fu a quel punto che Francesco la vide. Era una cicatrice che percorreva da destra a sinistra tutta la parte anteriore del collo. Sembrava recente, non era per niente rimarginata e anche se non grondava sangue riusciva a vedere il rosso della carne. Quella vista lo destabilizzò, cadde seduto nuovamente sul sedile. La ragazza riprese a parlare.

-Questa me la sono fatta quando mi sono suicidata un bel po’ di anni fa. Ero da sola a casa, avevo da poco litigato con i miei genitori prima che uscissero a fare una passeggiata. Solite questioni, brutti voti a scuola, amicizie che non gli andavano mai bene. Presi il rasoio di mio padre e non ci pensai due volte

Francesco ebbe un brivido, stava immaginando la scena quando senza essere interpellati, i tre ragazzi vestiti da punk si tolsero le giacche di pelle e mostrarono le braccia piene di lividi all’altezza dei gomiti.

-Questi ce li siamo fatti una sera. Una dose troppo grande per noi, non eravamo abituati. Eravamo ribelli, credevamo in ideali forti, ma in fondo eravamo solo dei deboli

-Anche io e mia moglie abbiamo una storia triste che ha messo fine alla nostra vita terrena

Era il signor Gaetano che stava parlando, accanto a lui sua moglie lo guardava con uno sguardo malinconico.

-Eravamo amanti ma le nostre famiglie erano contrarie. Storie come la nostra erano più che normali nel nostro periodo. La maggior parte però si piegava al volere delle famiglie e accettava i matrimoni combinati, ma noi no. Il nostro amore era più forte di ogni avversità, anche della morte. Ci buttammo da uno scoglio alto in mare. Morimmo insieme, mano nella mano, ma felici

Ognuno raccontava la propria storia o mostrava un dettaglio della propria morte. Possibile che quelle davanti a lui erano veramente anime in pena che vagavano sulla terra? Francesco si alzò di scatto per allontanarsi dalla piccola folla che si era raccolta vicino a lui.

-Smettetela! Adesso basta, questo gioco non è divertente. quando è troppo è troppo

Percorreva il corridoio largo del vagone all’indietro, mentre gli altri lo guardavano impietositi senza avvicinarsi.

-Credete che questi trucchi mi impressionino? E’ ora di finirla, scendo qui

Il treno proprio in quel momento si fermò, erano alla stazione di Campi Flegrei. Francesco si girò verso l’uscita ma si bloccò di colpo. Un altro passeggero stava salendo e si trattava della prova lampante che quell’incubo che stava vivendo era reale. Una bambina, vestita con un abito chiaro saliva i gradini con la testa bassa. I lunghi capelli dorati le coprivano il volto. Quello che sconvolse Francesco però era un dettaglio più che rilevante. Lui riusciva a vedere attraverso quella bambina. Era come se fosse trasparente, riusciva a vedere la stazione dietro di lei senza problemi. Non aveva senso.

-Si chiama Lucilla, anche lei ha una storia triste alle spalle. E’ in attesa da così tanto tempo che sta perdendo la sua forma. Ormai il ricordo di chi era in vita è quasi svanito, tra non molto scomparirà completamente. Ora sei ancora convinto che si tratti di uno scherzo?

La bambina alzò la testa e mostrò il volto a Francesco. Alzò la mano e lo salutò sorridendo ma quel gesto sortì in lui l’effetto contrario. Cadde a terra, si rialzò subito e corse per tutto il vagone. Voleva fuggire da quell’orrore, se avesse raggiunto la testa della carrozza forse sarebbe arrivato in un altro elemento del treno e si sarebbe salvato. Arrivò finalmente alla porta che lo separava dal vagone successivo, la aprì ma ad attenderlo non c’era quello che immaginava. Si aspettava di trovare un ambiente familiare, invece davanti a lui c’era il nulla. Un vuoto completo, una tela bianca su cui nessun pittore aveva mai cominciato a disegnare. Il suo cervello non riusciva a darsi una spiegazione, cos’era quel posto? Cosa sarebbe successo se fosse avanzato in quella direzione? Sollevò di poco il braccio sinistro quando all’improvviso una mano lo prese per le spalle e lo tirò a sé.

Cadde sul pavimento in gomma del treno, alzò gli occhi e vide degli sguardi preoccupati. Erano i volti delle anime conosciute in quello strano viaggio.

-Non andare mai in quella direzione, quello è il punto di non ritorno. Il vuoto cosmico, basta solo sfiorarlo per mettere fine alla tua esistenza, terrena e ultraterrena

-Non devi scappare, noi non vogliamo trattenerti. La tua fermata è la prossima, puoi scendere quando vuoi

-Noi usiamo questo treno per visitare i luoghi della nostra vita. Passiamo tutto il giorno in giro per la nostra città in attesa di essere chiamati a giudizio. Prendiamo questa corsa tutti insieme per incontrarci e stare in compagnia

-Quando ti abbiamo visto stasera è stato strano per noi come lo è stato per te. Non abbiamo contatti con i viventi da troppo tempo, scusa se possiamo averti spaventato

-Il treno si sta fermando, è la tua fermata

Francesco si alzò guardandoli tutti. Voleva scusarsi con loro, avrebbe voluto spiegare che le sue paure erano irrazionali, ma più li guardava e più capiva che loro avevano già compreso. Con ancora addosso una strana sensazione, il ragazzo varcò le porte automatiche del treno. Alle sue spalle sentì un’ultima frase, la voce era quella inconfondibile del signor Gaetano.

-Se puoi, ricordati di noi nelle tue preghiere. Potrebbe essere importante

Scese l’ultimo gradino, quando le scarpe toccarono il suolo si girò. L’ultimo vagone del treno non c’era più. Mentre la sirena fischiava la metropolitana si avviò verso la fermata successiva. Francesco uscì dalla stazione di Cavalleggeri Aosta con l’amaro in bocca. Aveva vissuto una breve avventura fantastica oppure aveva solo sognato tutto? Era stata la suggestione, la paura di aver sconfinato per una volta l’abitudinarietà oppure il suo mondo era entrato in contatto con un altro?

Non sapeva e non voleva darsi una risposta. Per un riflesso involontario alzò il braccio sinistro e guardò il polso. L’orologio segnava le 21:08. Domandò ad un passante che gli confermò l’orario. Era esatto, ora il suo amico orologio segnava correttamente l’ora. Di sicuro il giorno successivo l’avrebbe portato da un orologiaio per farlo riparare. E forse, sarebbe stato meno schiavo delle abitudini.

20 Agosto 2009

Sul Corso Garibaldi il negozio del signor Diego era un’istituzione per tutti. Da giovane il proprietario era sempre stato un appassionato di fotografia, ma all’epoca non aveva il tempo per fare il fotografo di professione. Lavorava in fabbrica come suo padre, doveva provvedere a portare avanti la sua famiglia. Quella sua passione però gli era rimasta, da sempre. Iniziò comprando e rivendendo agli amici i pezzi delle macchine fotografiche comprate nei mercatini. Sapeva che alcuni di quei pezzi non erano, per così dire, puliti, ma gli fruttavano bene. Poi allargò il suo business riparando e rivendendo attrezzatura professionale ai fotografi. Era diventato un maestro in quel che faceva. Smontava e rimontava ogni pezzo con la maestria di un chirurgo, dava una nuova vita a macchine fotografiche che erano morte. Le sue mani per molti erano magiche.

Decise quindi di sfruttare quel suo “dono” acquisito con il lavoro duro e con la fame di conoscenza. Aprì un piccolo negozietto in Corso Garibaldi. Provvedeva alla riparazione e alla compravendita di materiale per fotografi. Dopo il primo anno fu “costretto” ad ampliarsi. La clientela cresceva e insieme ai servizi offerti creò una camera oscura dove sviluppava i negativi. In poco tempo divenne un punto di riferimento per tutti gli appassionati di fotografia. Aveva l’opportunità di maneggiare gli strumenti più sofisticati e di imparare sempre di più. Disassemblava, costruiva, ideava. Spesso migliorava gli strumenti su cui posava le mani. Tutti in zona si recavano da lui anche solo per avere dei consigli. Ma la sua conoscenza non era infinita, purtroppo.

Con il tempo le macchine fotografiche divennero sempre più indistinguibili dai computer per Diego. La pellicola era sempre meno utilizzata e nel mercato si affermarono con prepotenza le macchine digitali. Quella che era un’arte pensata per valorizzare pochi importanti attimi stava diventando un semplice passatempo per immortalare ogni istante della vita, anche quelli meno rilevanti. La fotografia da eterna stava diventando momentanea, una raccolta di pixel da cestinare quando la memoria di archiviazione era satura. Prima era diverso. I negativi, la carta fotografica, lo studio della luce, dell’esposizione, la speranza che nessuna foto fosse bruciata. Diego pensava a questo ogni volta che metteva le mani su una digitale. Ma forse era solo il suo romanticismo o forse gli anni che avanzavano a renderlo triste.

Lui intanto si rallegrava ogni volta che un cliente gli portava un oggetto più vecchio. Quello sì che per lui era motivo di gioia e soddisfazione, come quel pomeriggio in cui entrò in negozio un timido signore di mezza età. Era basso e con un velo di tristezza sul volto.

-Salve, siete voi il signor Diego?

-Per servirla. Con chi ho il piacere di parlare?

-Mi chiamo Gennaro, mi hanno parlato molto bene di voi. Sono il cognato del panettiere di fronte. Ho un problema con questa macchina fotografica e lui mi ha detto che voi siete proprio l’uomo di cui ho bisogno

Giuseppe è troppo gentile. Ditemi cosa posso fare

L’uomo prese dalla borsa una vecchia macchina fotografica istantanea e la mise sul bancone, davanti a Diego.

-Questa l’ho comprata una settimana fa a mia moglie. Sapete, non sta attraversando un buon momento, pensavo che uscendo e facendo qualche foto si sarebbe ripresa

-Un bel pensiero, complimenti. Cos’ha che non va?

-Non glielo so dire, magari me lo saprete dire voi. Guardate queste foto che ho scattato ieri

L’uomo tirò dalla borsa alcune Polaroid. Diego le osservò attentamente. Nella prima il soggetto era un divano, la foto appariva scura come se fosse sbagliata l’esposizione. In un’altra invece c’era una donna in primo piano, anche in questa il colore prevalente era il marrone, come se il soggetto fosse stato esposto ad un effetto strano. Non si riuscivano a vedere i tratti distintivi del volto. Un’altra foto invece ritraeva una finestra rotta, la parete intorno era scura.

-Sembrano tutti errori di esposizione

-Ho pensato la stessa cosa anche io, la cosa strana è che quella finestra non è rotta. E i colori non sono per nulla reali, a casa le pareti hanno una carta da parati azzurra. La foto di mia moglie è quella che più mi ha impressionato, si vede solo la sagoma ed è di colore marrone. Sembra una di quelle mummie ritrovate nei ghiacci

Diego non poteva che dargli ragione. Tutte le foto avevano qualcosa di inquietante.

-Posso dare una ripulita ai componenti interni e all’obiettivo. Direi che può anche passare domani pomeriggio per venirla a ritirare, in questo periodo non ho molto lavoro

-Perfetto, grazie. A domani allora

-Queste foto posso tenerle?

-Certo, non so che farmene

L’uomo si congedò timidamente ed uscì dal negozio. Diego mise la macchina fotografica in uno scatolo e segnò nome e cognome del cliente, poi lo mise da parte insieme ad altri pezzi da riparare.

Erano le cinque del pomeriggio e non ci furono altri clienti fino alla chiusura. La curiosità era troppa quindi decise di lavorare sulla macchina fotografica istantanea. Provò a fare qualche foto del negozio. L’ingresso, il bancone, la vetrina. Le istantanee uscivano dalla bocca della macchina e dopo qualche soffio sopra compariva l’immagine. Sembravano normali, le immagini erano nitide e i colori reali. Provò giusto un altro paio di scatti ma non cambiò nulla. Decise di smontare la parte anteriore e pulire delicatamente l’obiettivo e il mirino. Rimontò tutto e fece qualche altro scatto all’esterno. Iniziò a notare qualcosa di strano. Le foto mostravano un cielo bianco, nuvoloso, alzando gli occhi al cielo però era tutto azzurro. Non c’erano nuvole e la calura estiva faceva posto ad una leggera brezza fresca.

Diego ritornò all’interno e provò a smontare e rimontare i pezzi per controllare eventuali difetti di fabbricazione. Finì l’operazione giusto in orario prima di chiudere bottega. Prese la macchina fotografica e la portò con sé a casa però, voleva far vedere anche a sua moglie quello strano difetto. Arrivò a piedi a casa, abitava vicino al suo negozio. Quando aprì la porta quello che vide lo lasciò sorpreso.

Non c’era solo sua moglie, Rita, in cucina. Vicino a lei a dare una mano c’era anche Cesare, il loro figlio. Appena Diego lo vide corse verso di lui ad abbracciarlo. Lavorava a Roma con la sua famiglia, non aveva sempre tempo per scendere a Napoli per un saluto. Si era arruolato nell’Esercito appena maggiorenne, dopo i primi anni al Nord aveva finalmente ottenuto un avvicinamento ma non nella sua amata città natale. Era stato assegnato ad una caserma a Roma, lì aveva conosciuto Anna, che sarebbe diventata sua moglie e gli avrebbe dato due figli maschi. Quella sera aveva approfittato di un momento libero per scendere a salutare i suoi genitori in compagnia del figlio più grande.

-Che ci fai da queste parti? Sei venuto senza nemmeno avvisare?

-E’ stata una scappata veloce. Ripartiamo domani mattina per Roma. Sono stato assegnato per un nuovo incarico e starò via per un po’ di tempo. Ne ho approfittato per stare un po’ con voi

-Mi fa piacere. Di che incarico si tratta?

-Mi hanno assegnato a Milano per Strade sicure. Sarò di pattuglia con turni stressanti. Passerà qualche mese prima che possa rivedere gli altri

-Ciao nonno!

-Ciao Remo! Come ti sei fatto grande!

Mentre Cesare e Rita finirono di preparare la cena, Diego si rilassò giocando un po’ con il nipote. Era molto vispo ed intelligente e nel tempo aveva dato mostra di aver ereditato la passione del nonno per la fotografia. Diego gli fece vedere la sua collezione di macchine fotografiche personali che teneva nascoste gelosamente nella stanza che era stata la cameretta di Cesare. In quel momento si ricordò di avere ancora nella borsa la macchina istantanea che aveva portato a casa per fare qualche foto di prova.

-Tieni Remo, fai un po’ di foto con questa. Devo provare se funziona bene e mi servono un po’ di test

-Certo nonno. Agli ordini!

Intanto la cena era pronta e tutti si riunirono in sala da pranzo per mangiare insieme. I grandi parlavano e discutevano dei progetti riservati per il loro futuro mentre il ragazzino girava per il tavolo facendo foto a raffica.

-Quindi starai a Milano per un po’

-Sì, almeno un paio di mesi. Poi vediamo se riescono a salire Anna e i bambini o dovrò scendere io in licenza. Tu invece? Il lavoro come va?

-Come al solito, alti e bassi. Ultimamente più bassi che alti. Ormai la fotografia è alla portata di tutti. Non è più una passione per pochi, fare soldi ora è più difficile

-Ma perché non ti riposi? Ormai io sono sposato ed avete due bei nipoti. Trasferitevi da noi a Roma, così vi godete un po’ di riposo

-Sei gentile a chiederlo ma sono ancora follemente innamorato del mio lavoro

In quel momento Rita lo guardò con un’espressione contrariata. Diego la cinse con un braccio.

-Andiamo, Rita. Capisci cosa intendo. Il negozio è il mio personale museo dei ricordi. Andarmene sarebbe difficile. E poi, in molti hanno ancora bisogno di me e dei miei servigi

Finirono la cena e si prepararono per andare a letto. Cesare e Remo dormirono nel divano letto, erano così stanchi che crollarono in pochi minuti.

Il giorno seguente fecero tutti colazione insieme tranne Remo, ne approfittò per dormire qualche ora in più. Lui e il padre sarebbero stati in giro fino a metà mattinata per poi ripartire prima di pranzo. Diego li salutò calorosamente quando si congedò per andare al lavoro. Fece come al solito la sua passeggiata per recarsi in negozio, quella mattina nonostante il caldo il cielo si coprì completamente. Sembrava che stesse per piovere da un momento all’altro. Di solito succedeva così, pioveva e il caldo aumentava di colpo. Diego affrettò il passo, anche perché non aveva l’ombrello e non aveva nessuna voglia di bagnarsi.

Quella mattina ci furono nuovi clienti, per la maggior parte fotografi venuti nel suo studio per sviluppare i loro negativi, ma c’era anche qualcuno venuto a comprare o riparare macchine fotografiche. Fu impegnato fino quasi ad ora di pranzo. Il troppo lavoro gli aveva fatto venire un languorino, aveva bisogno di mettere qualcosa sotto i denti. Approfittò della presenza di un amico fidato per allontanarsi dal negozio e andare a comprare qualcosa in panetteria. Si allungò di qualche metro proprio verso la bottega di Giuseppe. Quella mattina aveva già pensato di andare da lui e raccontargli di suo cognato ma era così indaffarato che l’aveva dimenticato. Voleva tranquillizzarlo per dirgli che stava lavorando a quello strano caso e che lo avrebbe sicuramente risolto. Quando si ritrovò davanti al negozio vide il proprietario che stava chiudendo la saracinesca e attaccando un foglio.

-Giuseppe, tutto bene? Stai chiudendo già?

L’uomo si girò verso Diego, aveva il volto rigato dalle lacrime mentre faceva un cenno con il capo.

-Giuseppe, che succede? Stai piangendo?

-E’ successo stanotte, ma ci hanno avvisati soltanto ora

-Cosa è successo?

-Mia sorella… e il marito… non ci sono più

-Mi dispiace, condoglianze. Cosa è accaduto?

-Mia sorella soffriva di depressione da qualche anno, mio cognato ha fatto di tutto per tirarla su di morale. Stanotte c’è stato un boato ed hanno trovato i loro corpi carbonizzati. Forse una fuga di gas o forse…

Diego si ricordò di quel dettaglio, il giorno precedente l’uomo gli aveva accennato al fatto che la moglie non stava attraversando un buon periodo. Il panettiere era ancora scosso dalla notizia della perdita di sua sorella e del marito, Diego non insistette con le domande e cercò di tranquillizzarlo. Ritornò al suo negozio con una strana sensazione. Era sempre stato un tipo empatico, anche in quel momento non riusciva a togliersi dalla mente quell’episodio triste.

All’improvviso il cellulare suonò. Era sovrappensiero, la chiamata lo fece saltare. Era suo figlio, rispose.

-Ciao pà, tutto bene?

-Tutto bene Cesare, voi?

-Tutto ok. Stiamo partendo in questo momento. Nel giro di un paio di ore saremo a destinazione. Mamma mi ha riempito di conserve da portare a casa, ho la macchina tutta carica

-Va bene, buon viaggio allora. Avvisaci quando arrivate

-Certo pà. Grazie. A proposito, Remo ha lasciato la macchina fotografica a casa, nel primo cassetto del mobile in soggiorno

-Va benissimo. Ci sentiamo dopo allora

Mise giù, sul suo volto spuntò un piccolo sorriso. Pensava a suo figlio che ormai era adulto, per un genitore è sempre difficile vederli come grandi. Si ha sempre la sensazione che siano bambini, da proteggere. Ma gli anni passano, per tutti. Era contento della vita che aveva scelto ed era entusiasta dei suoi due nipoti.

Riprese a lavorare, dal bancone prese la scatola contenente le Polaroid scattate il giorno prima con la macchina fotografica da riparare. Ancora quel pensiero triste, non riusciva a toglierselo dalla testa. Guardava quelle foto che imprimevano i ricordi distorti che appartenevano alle due vittime. Forse erano gli ultimi momenti felici che avevano vissuto insieme. La depressione era una brutta cosa, lo sapeva bene. Per fortuna lui e sua moglie avevano sempre superato insieme ogni momento difficile, il suo lavoro e il carattere solare di lei erano la sua salvezza.

Mentre stava visualizzando le foto, qualcosa attirò la sua attenzione. Una voce, delle parole. Si rese conto che il suo amico nel negozio aveva acceso il televisore posto nel retrobottega. Era il telegiornale regionale, alle orecchie di Diego arrivarono imponenti parole come “disgrazia”, “incendio”, “scoppio”. Lasciò le foto sul bancone ed andò anche lui nel retro. Si fermò davanti alla TV ed alzò il volume. Dallo schermo un giornalista commentava le immagini di una disgrazia capitata nel quartiere di Materdei.

I vicini di casa delle vittime sono stati svegliati dopo l’una di notte da un forte boato ed hanno avvisato subito le autorità. Sono in corso le indagini per spiegare l’accaduto, in mattinata i tecnici specializzati valuteranno i danni al palazzo e mettere in sicurezza le altre abitazioni. Dalle prime indagini sembra che l’incendio sia divampato dalla cucina, probabilmente una fuga di gas. Secondo le dichiarazioni dei vicini la coppia conduceva una vita tranquilla. La donna soffriva di una grave forma di depressione e non era solita farsi vedere in giro.

Diego ascoltava quelle parole mentre dallo schermo il filmato mostrava la folla davanti al palazzo, i vigili del fuoco, il fumo che saliva dal secondo piano. Poi le immagini della casa. L’incendio doveva essere durato parecchio perché le pareti erano completamente annerite, si riusciva ad intravedere quello che poteva essere un salotto o una cucina. C’era una finestra rotta, probabilmente la deflagrazione aveva mandato in mille pezzi il vetro. Diego osservava la scena mentre gli venivano in mente le parole della povera vittima che descriveva le pareti coperte dalla carta da parati azzurra. Quelle stesse pareti ora erano irriconoscibili dal video. Stava pensando proprio a quello quando si bloccò.

Nella testa le immagini del servizio giornalistico si sovrapponevano ad altre immagini. Quelle impresse sulla Polaroid. Non poteva essere, ci doveva essere un’altra spiegazione. Pensava, il cuore gli batteva forte, la mano tremava e nella tensione fece cadere il telecomando. Il rumore dell’oggetto che toccava terra lo destò. Ritornò subito al bancone, le foto erano già disposte in fila davanti ai suoi occhi.

Nella prima c’era la foto del divano, nella testa di Diego c’era la spiegazione dei colori scuri. Erano l’effetto del fuoco, il divano, le pareti, tutto era carbonizzato come nel video visto al telegiornale. Prese una foto in mano e la avvicinò agli occhi. Doveva ritrarre la moglie del cliente, quelle tinte marroni erano quelle di un corpo bruciato. Quella che stava vedendo era la donna che era stata fotografata, ma non come compariva il giorno prima. Anche lei carbonizzata. Poi c’era la foto della finestra, l’uomo aveva detto che non era rotta, nella foto invece lo era. Quella stessa finestra era stata ripresa dagli operatori ed era proprio uguale a come era nella foto.

Diego si tolse gli occhiali e riposò le foto sul bancone. Com’era possibile? Le foto erano esatte, solo che lo erano con un giorno di anticipo. Qualsiasi cosa avesse fotografato, sull’istantanea era stato impresso il soggetto come sarebbe stato diventato il giorno dopo. Si ricordò di aver fatto qualche foto anche lui, le prese dal mucchio. Quelle all’interno del negozio non avevano nulla di strano, quelle all’esterno invece lo erano. Il giorno prima era sereno, quello dopo invece no. Ed infatti le foto mostravano le nuvole che non c’erano 24 ore prima. Sentì un mancamento improvviso e dovette sedersi. Rimase intontito per qualche minuto mentre l’amico cercava di riportarlo alla realtà senza successo.

Si alzò di colpo, doveva controllare quella ipotesi, per quanto strana potesse essere. Doveva ricontrollare la macchina fotografica, vedere le foto scattate dal nipote la sera prima. Era tutto a casa però, suo figlio gli aveva detto che Remo aveva posato tutto ma non ricordava dove. Si incamminò verso la sua abitazione e nel frattempo chiamò Cesare per farsi dire quell’informazione. Nessuna risposta, probabilmente stava guidando e non poteva rispondere. Affrettò il passo e dopo pochi minuti arrivò a casa.

Rita aprì la porta, si allarmò subito vedendo il volto pallido del marito.

-Ho corso un po’, sono solo affaticato. Sai Remo dove ha lasciato la macchina fotografica che gli ho dato ieri?

-Non saprei, prova a vedere nella sua stanza

Diego perlustrò ogni angolo dell’ex cameretta di Cesare ma non trovò nulla.

-Perché non lo chiami e ti fai dire da lui?

-Ho provato prima ma non mi ha risposto. Vediamo in salone

Aprirono qualche cassetto, poi Diego la vide. La prese con cura, sotto c’erano le foto istantanee fatte dal nipote la sera prima. Le prese mentre la mano tremava ancora, aveva paura di guardarle. Si fece coraggio.

La prima ritraeva la tavola imbandita, sembrava normale. Nella seconda invece c’era Rita che sorrideva verso l’obiettivo, anche questa non aveva nulla di anomalo. Poi c’era un’altra che lo ritraeva, aveva lo sguardo serio ed un colorito molto pallido, il suo volto non guardava direttamente l’obiettivo. Non ricordava gli fosse stata scattata quella foto, forse il ragazzino aveva continuato mentre gli altri parlavano tra di loro. Prese un’altra foto, e si pentì di averlo fatto.

La foto ritraeva lui, sua moglie e suo figlio che discutevano, Cesare aveva il volto completamente coperto di sangue e sembrava che gli mancasse il braccio sinistro. La vista cominciò ad annebbiarsi, senza accorgersene Diego cominciò a piangere. Sfogliò le altre foto, Cesare compariva sempre allo stesso modo. Non poteva, o meglio, non voleva credere a quello che vedeva. Le foto cadevano una ad una mentre le scorreva. Finché non arrivò ad una in particolare, temeva che fosse lì in mezzo.

Un selfie, quel tipo di foto era così comune tra i giovani, sapeva che Remo non avrebbe resistito alla tentazione. Ce n’erano almeno una decina, tutte ritraevano il nipote in primo piano ma il viso era irriconoscibile. Mancava la mascella e un occhio penzolava dall’orbita. Si inginocchiò e cominciò a piangere a dirotto.

Rita non capiva, perché suo marito aveva una crisi di pianto vedendo quelle foto. Le raccolse da terra e le guardò, poi abbracciò suo marito per calmarlo.

-Che succede Diego? Che scherzo è questo? Quelle foto sono ritoccate?

-Chiamali, Rita. Chiama di nuovo Cesare e fatti dire come sta

La donna fece come le era stato ordinato, prese il telefono di casa e digitò le cifre che sapeva a memoria. Una strana sensazione la pervase, ebbe l’impressione che il marito sapesse qualcosa che non le aveva detto. I primi squilli furono interminabili, poi finalmente sentì una voce che conosceva.

-Pronto!

-Cesare, tutto bene?

-Sì mamma, siamo ripartiti da poco. Ci siamo fermati per una sosta tecnica all’autogrill

-Ok, c’è tuo padre qui che mi ha detto di chiamarvi. Non so bene perché…

-Passamelo, lo tranquillizzo io

Rita passò la cornetta a Diego.

-Ciao Cesare

-Ciao pà. Cos’è questa voce? Sei preoccupato?

-Sì… cioè no. Avevo un presentimento strano. Niente di che

-Tranquillo, qui è tutto sotto controllo. Sono in vivavoce, qui c’è anche Remo che ti saluta

-Ciao nonno! Qui tutto bene

-Mi fa piacere sentirtelo dire. Buon viaggio allora

-Grazie nonno, a presto

-Ok pà, ci sentiamo dopo allora

-Ok…

Stava per concludere la frase quando sentì dalla cornetta il rumore di un clacson. Sembrava una di quelle trombe dei camion, come se si avvicinasse sempre di più al telefono. Il suono di una frenata poi un rumore assordante, il frastuono di un colpo. Lamiere che si piegano, acciaio che si rompe, vetri che si infrangono. Davanti agli occhi di Diego si materializzò il suo più grande incubo. Rimase con la cornetta in mano guardando il vuoto, poi iniziò a chiamare per nome suo figlio e suo nipote. Urlò i due nomi finché non arrivò di nuovo Rita che preoccupata gli strappò dalle mani la cornetta.

-Pronto. Pronto! Cesare!

La linea cadde, Rita provò a richiamare ma nessuno rispose. Si voltò e vide suo marito a terra. Subito si riversò su di lui.

-Diego! Amore, che succede!

Un dolore forte al cuore, quelle emozioni erano troppo anche per lui. Aveva assistito alla morte in diretta di suo figlio e suo nipote. Sapeva cosa era accaduto, un incidente d’auto, forse un tir li aveva colpiti ed ora non c’erano più. Se solo avesse capito prima, se solo avesse intuito che la macchina fotografica gli aveva mostrato il futuro riservato ai due, forse avrebbe potuto evitarlo. Quella domanda non ebbe mai risposta, intanto il cuore che prima batteva così forte si stava fermando. Non aveva più tempo di spiegare cosa era successo, riuscì solo a dire una semplice parola mentre indicava la macchina istantanea.

Bruciala

Era meglio se quell’oggetto infernale non esistesse più. Chissà da dove proveniva, nell’ultimo istante prima di andarsene, Diego pensò che non solo era capace di mostrare il futuro ma forse era anche la causa delle disgrazie che si erano verificate in quei giorni. Nessuno avrebbe dovuto più utilizzare quell’arnese maledetto.

30 Luglio 2006

Erano quasi le 8 del mattino e in casa Borrelli c’era una strana confusione. Di solito le giornate estive iniziavano più lentamente, d’altronde in quella casa ci sono due studenti adolescenti che di solito si svegliano verso le undici. D’estate non c’è scuola, la sera si fa tardi sia a casa che fuori quindi i ritmi mattutini dell’inverno non sono per nulla contemplati. Ma quel giorno era diverso.

Erano inseparabili Sarah e Raffaele Gregorio, o meglio Sah e Greg come amavano chiamarsi. Lei diciannove anni, lui sedici ma la differenza di età non era mai stato un problema. Avevano sempre avuto le stesse passioni. La prima, il calcio. Insieme al padre non perdevano una singola partita di Serie A. La squadra del cuore? Naturalmente il Napoli, al punto che la cameretta che condividevano era completamente azzurra. Poi gli amici, gli stessi per entrambi. Nel tempo qualcuno lo avevano perso per le solite questioni amorose, ma gli altri c’erano sempre.

Un’altra cosa che li accomunava era la propensione allo studio. Entrambi avevano poca voglia di studiare, forse anche a causa dell’indecisione cronica che li assaliva. Sarah aveva terminato proprio quell’anno gli studi superiori ma non aveva ancora idea di cosa fare dopo l’estate. Si era presa un po’ di tempo per pensarci ma in realtà stava solo spostando il problema più in avanti. Raffaele invece aveva appena finito il terzo anno di liceo, con parecchie sufficienze stentate e due recuperi. Anche per lui valeva lo stesso discorso, avrebbe preso il diploma, ma poi? I genitori provavano a dargli coraggio, a far vedere loro che avevano delle qualità per andare avanti, ma si sa come va in queste situazioni.

Quando si è adolescenti si hanno tanti altri problemi, si affrontano situazioni sempre nuove e non è facile mettere a fuoco sui veri interrogativi della vita. Semplicemente, si ragiona da adolescenti, da esseri ibridi, per metà ragazzi e per metà adulti. Per fortuna l’amicizia che legava i due fratelli era forte e dava loro coraggio nell’affrontare le avversità della vita. Quell’estate era solo loro, ogni giorno cercavano di divertirsi tenendo la mente sgombra da pensieri negativi. E ci stavano riuscendo, fino a quel giorno.

Ritorniamo quindi a quella mattina, tutti indaffarati già dalle prime ore. Sì, perché quel giorno i ragazzi sarebbero andati al mare in costiera per trascorrere una giornata diversa. Avrebbero preso la circumvesuviana intorno alle 8:30 fino a Meta e lì si sarebbero fermati fino alla serata. Era quindi d’obbligo svegliarsi presto per seguire alla lettera la scaletta del loro itinerario. Erano quasi le 8 però e Raffaele non era ancora uscito dal bagno. Da fuori sua sorella continuava a punzecchiare per sollecitarlo, anche lei aveva bisogno di usare il bagno e lui era lì già da troppo tempo. All’interno però la situazione era tutt’altro che divertente.

Raffaele era davanti allo specchio e sudava freddo. Non aveva la forza di parlare eppure la sua bocca era aperta per l’incredulità di quello che stava accadendo. Nella sua testa c’erano milioni di pensieri e non sapeva cosa fare.

Deve esserci una spiegazione razionale.

Che cosa mi sta succedendo?

Dannazione, cos’ho che non va?

Deve essere una reazione allergica, non ci sono dubbi.

Era in piedi davanti allo specchio, il torso girato per poter guardare le spalle. Sulla parte alta della schiena di era formato uno strano strato verde. Al tatto sembravano scaglie ruvide, dallo specchio assomigliavano in tutto e per tutto a delle squame.

Era passato almeno un quarto d’ora, il ragazzo fissava lo specchio senza darsi una ragione. Cosa aspettava? Che continuando a fissare sarebbe ritornato normale? Il tempo passava senza che lui se ne accorgesse. Fu la voce della sorella a svegliarlo da quello stato di trance.

-Greg! Vuoi muoverti? Esci dal bagno e fammi entrare che ancora non sono pronta! Rischiamo di fare tardi e bloccare gli altri

Raffaele si girò verso la porta e controllò che fosse ancora chiusa a chiave. Andava avanti e indietro per il bagno, ogni volta che passava davanti allo specchio lo sguardo ricadeva su quel dettaglio della sua schiena. Addirittura sembrava che la “macchia” si fosse allargata dall’ultima volta che l’aveva vista. Non poteva andare in spiaggia in quelle condizioni e tenere addosso una maglietta per tutto il giorno era un’ipotesi da scartare. Intanto la sorella dall’esterno continuava a chiamarlo, doveva dire qualcosa almeno per prendere un altro po’ di tempo.

-Un attim…

Si bloccò a metà frase. Quella che aveva sentito uscire fuori dalla sua gola non era la sua voce. Si tappò la bocca con una mano, aveva paura di parlare ancora. Sua sorella l’aveva sentito oppure nel frastuono all’esterno del bagno non aveva fatto caso a quella voce strana? Non sapeva più cosa fare, era ancora pieno di pensieri e paure quando sentì i colpi duri di una mano sulla porta.

-Ti decidi ad uscire? Carlo sarà qui a momenti e io ho bisogno del bagno! Devo sfondare la porta a pugni?

Fortunatamente prima non l’aveva sentito, ma ora? Come doveva regolarsi? Si avvicinò ancora allo specchio, i suoi occhi gli ricambiavano lo sguardo in modo interrogativo. Si girò ancora, lo strato si squame ora ricopriva buona parte della schiena e delle spalle. Forse era il momento di parlarne con sua madre, di capire cosa realmente stava accadendo. Quel pensiero però durò ben poco, era troppo spaventato di quello che gli stava accadendo per spingerlo a chiedere l’aiuto di un adulto.

-Greg, mi rispondi? Tutto bene lì dentro? Guarda che apro davvero la porta a calci se non rispondi

Raffaele fece appiglio a tutte le sue forze per aprire la bocca e rispondere. Doveva concentrarsi il più possibile per impostare bene la voce e dare una parvenza di normalità.

-Sto bene, ora esco

Forse ce l’aveva fatta, stava per compiacersi quando la voce di Sarah tuonò preoccupata.

-Sicuro che va tutto bene? Dalla voce non si direbbe. Che hai?

-Ti ho detto che va bene! Dammi un po’ di tempo ed esco!

-No, questa voce non mi piace. Se stai scherzando sappi che non è affatto divertente. Dai apri

-Non sto scherzando. Aspetta!

Raffaele finì la frase prima di sentire il citofono suonare. La sorella si allontanò per aprire, con tutta probabilità era il loro amico Carlo. Si erano dati appuntamento a casa loro prima di iniziare il loro piccolo viaggio. In pratica un problema in più che si aggiungeva. Si sedette a terra tenendosi la testa tra le mani, era sconvolto. Si alzò e ritornò davanti allo specchio, la situazione non migliorava. Quasi tutto il torso era verde scuro e sul collo sembravano formarsi delle aperture laterali. Raffaele passò le mani su quelle aperture, con enorme sorpresa constatò che da lì usciva dell’aria. Era impossibile, si coprì naso e bocca con le mani, provò a trattenere il respiro per allentare la tensione, poi espirò. Aveva ancora naso e bocca coperti però, il suo respiro era appena uscito fuori dalle aperture nel suo collo. Erano branchie. Impossibile, non esistevano delle mutazioni così veloci, almeno non nel mondo reale. Gli sembrava di essere il protagonista di un fumetto, una sorta di X-Man, e quell’idea non lo tranquillizzò. Si spostò di lato con fretta facendo cadere a terra una bottiglietta di profumo. Dall’esterno del bagno si sentivano ancora voci preoccupate.

-Greg, cos’era quel rumore? Carlo è qui, è in cucina a parlare con mamma, dobbiamo muoverci. Mi dici che succede?

-Nulla, nulla

-Ancora con questo “nulla”, “tutto bene”. Apri e facciamola finita. Dimmi che succede

Nel dialogo tra i due fratelli si intromise Carlo.

-Che succede qui? Carlo, sei lì dentro? Dai che facciamo tardi, muoviti. Sei già bello al naturale, non hai bisogno di ritocchi

-E’ chiuso lì dentro da ore, risponde a singhiozzi. Vedi se riesci a farlo uscire velocemente che mi serve il bagno al più presto

-Bro, ma che mi fai sentire? Tutto bene? Vuoi che entri io?

La sola idea di qualcuno che entrasse nel bagno e potesse vederlo in quello stato lo fece rabbrividire.

-No! No, sto bene. Aspettatemi fuori

-Cos’era quella voce, amico? Sei stato impossessato? Dai, esci o fammi entrare

-Non è nulla, solo un po’ di raucedine. Ora uso il collutorio

-Amico a me sembra qualcosa di più serio. A te serve una buona dose di aria di mare, di sabbia calda e ragazze infuocate, e si dà il caso che oggi avremo tutto questo. Dai, sbrigati

Si riavvicinò la sorella

-Niente ancora? Non è uscito?

-No, dice che ha mal di gola. Si sta facendo tardi intanto, che facciamo?

-Greg! Esci subito di lì, ci stai facendo preoccupare

Nessuna risposta, Raffaele era ancora incollato allo specchio mentre respirava a fatica.

-Facciamo così Carlo, tu inizia ad andare, non voglio bloccare tutti. Vi raggiungiamo sicuramente appena capisco quello che sta succedendo

-Sicura che non serve una mano?

-No, tranquillo. Che puoi fare tu più di quanto sto provando io? Ti mando un messaggio appena siamo pronti, tu vai con gli altri

-Va bene, dai. Fatemi sapere. Ciao Greg, a dopo!

Carlo salutò la madre dei ragazzi, ancora indaffarata a mettere in ordine la casa, poi si avviò per incontrare gli altri amici. Intanto Sarah era ancora accanto alla porta del bagno. La rabbia che fino a poco prima la caratterizzava, l’ansia di dover far presto per una giornata insieme, la paura di mandare tutto a monte, non c’era più. Ora era preoccupata, voleva solo capire realmente cosa stesse succedendo a suo fratello. Era da troppo tempo chiuso in quella stanza e non dava spiegazioni. Lei rimaneva appoggiata a quella porta che la separava dal suo amico del cuore, sperando di capire cosa stesse succedendo.

All’interno del bagno anche Raffaele era appoggiato alla porta. Il respiro si faceva sempre più affannoso. Riusciva a regolare il flusso di ossigeno che entrava e usciva dalle branchie. Aveva paura ad avvicinarsi nuovamente allo specchio, aveva gli occhi chiusi nella speranza che al riaprirli sarebbe stato tutto normale. Ma in fondo sapeva che tutto quello che stava succedendo era reale, era vittima di un incubo ad occhi aperti. Già le sere precedenti si era svegliato durante la notte tutto sudato e spaventato. Aveva attribuito quegli strani sogni al caldo eccessivo che aveva inondato la città, ma ora sapeva che non era così. Si stava trasformando in qualcosa che non conosceva e che lo spaventava.

-Greg, ci sei? Ascoltami, sono qui fuori. Non devi aver paura di me

Sebbene la voce di sua sorella fosse pacata e rilassante, Raffaele non riusciva a calmarsi. Si spostò dalla porta, il corpo gli sembrava più pesante del solito. Riusciva a malapena a trascinare le gambe per la stanza. Guardò in basso, i suoi piedi erano come se fossero di piombo. Dopo qualche passo si ritrovò ancora davanti allo specchio. Si guardò, il suo non era più il volto che ricordava. Assomigliava più a quello di un rettile. Il naso era schiacciato ed erano sparite le narici. La parte della bocca invece era visibilmente allungata, provò ad aprirla mostrando dei denti aguzzi. Le orecchie non c’erano più mentre gli occhi erano diventati di colore giallo scuro. Si avvicinò ancora di più allo specchio, quando realizzò cosa era diventato urlò come non aveva mai fatto. Dalla sua nuova bocca uscì un suono abominevole, un misto tra un ringhio selvaggio ed una voce camuffata. All’esterno del bagno Sarah sbiancò dalla paura.

-Greg! Che succede, apri ti prego!

-Tranquilla

La voce era cambiata nuovamente. A malapena si riusciva a distinguere il suono delle parole.

-Mi dici che succede? Vado a chiamare mamma

-No!

Fu inutile, la ragazza andò subito dalla madre e insieme si precipitarono davanti alla porta.

-Raffaele, che succede lì dentro. Apri subito!

-Greg, siamo preoccupate. Non devi aver paura, apri

-Andate via

-Cosa stai dicendo? Andare via? Siamo la tua famiglia, apri e permettici di aiutarti

-Andate via!

Raffaele cascò a terra, con il suo di colpo pesante si gettò sul pavimento del bagno. Non aveva molte forze, probabilmente la metamorfosi stava prosciugando le sue energie. Con l’aiuto delle braccia si sollevò di poco dalle mattonelle. Era a quattro zampe, un dolore lancinante proveniente dall’osso sacro lo fece urlare. Sua sorella e sua madre ascoltarono quel suono orribile guardandosi impaurite negli occhi.

-Chiamo vostro padre, deve ritornare a casa a darci una mano

La signora corse in cucina, prese il telefono e cominciò a digitare i numeri sulla tastiera. La ragazza nel frattempo era ancora accanto alla porta del bagno a tranquillizzare sul fratello.

-Greg, ti prego ascoltami. Siamo con te, qualsiasi cosa tu stia facendo…. Qualunque cosa ti stia succedendo devi fidarti di noi. Siamo la tua famiglia, ti vogliamo bene. Ti prego, apri questa porta prima che sia troppo tardi

Raffaele dall’altro lato provava a parlare ma dalle sue fauci non uscivano più parole. Soltanto rumori e suoni strani, come i versi di un animale. Era distrutto, si abbandonò a terra rannicchiandosi in una strana posizione fetale. Almeno da quella visuale non vedeva il suo riflesso nello specchio e quello era un bene. Sentiva il cuore accelerare i battiti. Quello che gli sembrava strano era che anche se nell’aspetto era in tutto e per tutto un abominio, un mostro, i suoi pensieri erano umani. Pensava a sua sorella ancora preoccupata, avrebbe voluto tranquillizzarla e starle accanto. Pensava ai suoi genitori, già abbastanza preoccupati dal suo rendimento scolastico, quella situazione li avrebbe uccisi. Pensava ai suoi amici, probabilmente non li avrebbe più rivisti e quel pensiero era davvero doloroso. Era in pena per tutte le persone a cui teneva, non voleva assolutamente che stessero male a causa sua. Aveva più paura per loro che per sé stesso. Era immerso nei suoi pensieri quando udì un’altra voce fuori dalla porta. Era suo padre, sembrava affannato e preoccupato ma come gli altri cercava di essere tranquillo e pacato.

-Raffaele, sono qui fuori con tua sorella e tua madre. Mi hanno chiamato preoccupate per te. Non devi aver paura

Il ragazzo, se tale poteva chiamarsi, era ancora a terra. Quelle parole gli entrarono dritte al cuore, la dolcezza con la quale era state proferite era ammirevole. Avrebbe voluto uccidersi, farla finita lì per non dare un dispiacere alla sua famiglia. Iniziò a piangere, anche se il suono che si sentì sembrava qualcos’altro.

Fuori dal bagno nessuno si aspettava una risposta, il padre prese un doppione delle chiavi del bagno e in poco tempo riuscì a far uscire la chiave all’interno. Sbloccò la serratura, poi lentamente aprì la porta. Nessuno era preparato a quello che si parò davanti ai loro occhi.

Quello che era disteso a terra aveva le fattezze di un drago, un rettile di dimensioni poco più grandi di un essere umano, rannicchiato su sé stesso. Il corpo era completamente ricoperto di squame mentre una lunga coda si muoveva appena percettibile. La testa era rotonda ma allungata sul muso. La bestia aveva ancora addosso i vestiti che erano appartenuti al ragazzo, lacerati a causa delle dimensioni maggiori. Nella posizione in cui era, sembrava più che fosse mansueta piuttosto che pericolosa.

Raffaele aveva ancora gli occhi chiusi quando sentì il rumore della serratura che scattava e della porta che si apriva. Avrebbe scommesso che quando lo avessero visto si sarebbero spaventati ed avrebbero cominciato ad urlare. Stranamente invece tutto era silenzioso. Aprì finalmente gli occhi e fu sorpreso nel vedere gli altri tre componenti della famiglia guardarlo e sorridergli timidamente. Perché non avevano paura? Il loro amore era così grande da superare quell’incubo?

Fu suo padre il primo ad avvicinarsi, senza timore. Si abbassò e gli accarezzò un braccio.

-Ci hai fatto prendere un bello spavento stamattina. Non eravamo preparati, hai solo sedici anni…

La bestia lo guardò attraverso degli espressivi occhi gialli.

-Immagino tu abbia tanti interrogativi in mente. Abbiamo tutto il tempo di risolverli, ora però guarda questo

Suo padre si alzò, si tolse la giacca e chiuse gli occhi. Il suo corpo si trasformò velocemente davanti agli occhi increduli del ragazzo, il torso fino a poco prima glabro si riempì di peli ed il suo volto assunse le fattezze di un lupo. Raffaele sgranò gli occhi e fece per alzarsi quando anche sua madre compì gli stessi gesti fatti poco prima da suo padre. In pochi secondi la trasformazione si compì, si curvò in avanti e dal costato spuntarono altre due braccia. Braccia e gambe diventarono zampe da insetto mentre sulla schiena spuntarono due paia di ali di farfalla. Ma la sorpresa non era finita. Sarah fece un passo in avanti, si coprì il volto con le mani, poi quando le tolse mostrò un volto da felino. La pelle si riempì di macchie scure mentre dalla bocca spuntarono lunghe zanne. Fu di nuovo suo padre a parlare per primo, con una voce diversa da quella che era abituato a sentire.

-Tranquillizzati, siamo la tua famiglia. Scusa se oggi non siamo stati capaci di starti vicino nel modo più appropriato ma eravamo impreparati. Di solito la transazione arriva intorno al compimento del diciottesimo anno di età, il tuo è un caso più unico che raro. Hai solo sedici anni, due anni prima… Non ce l’aspettavamo

-Fratello va tutto bene, lascia che ti insegniamo come nascondere la tua vera forma

-Figlio mio, con il tempo imparerai come noi a vivere in mezzo a quelli che chiamano “normali”. Anche per tua sorella non è stato semplice ma abbiamo avuto tempo per insegnarle tutto quello che doveva sapere

Raffaele guardava la sua famiglia con occhi interrogativi. Di colpo si era svegliato da un incubo per piombare un uno ancora più spaventoso. Ma a quanto pare non era solo.

-Greg, so già a cosa stai pensando. Chi siamo veramente? Che farò ora? Avrò una vita normale? Guardami, pensi che io non abbia una vita come gli altri? Se ce l’ho fatta io ce la farai anche tu

-Siamo esseri che vivono su questa terra da tantissimo tempo, come gli umani, solo un po’ più antichi. Con il tempo abbiamo capito che è meglio tenersi nell’ombra e vivere con gli umani piuttosto che mostrarci a loro e sperare in un’integrazione. Il nostro potere ci consente di nascondere la nostra vera natura quindi credimi se ti dico che non sarà molto difficile

Raffaele inspiegabilmente iniziava a tranquillizzarsi. Avvertiva il calore del loro amore, insieme alla sua famiglia ci sarebbe riuscito.

-Ora però asciuga quelle lacrime e riposati, metteremo noi a posto in bagno

-Esatto Greg! E poi, wow che figo, sei un rettiloide! Chissà cosa puoi fare con quella forma!

2 Luglio 2015

Una notte come le altre, cena frugale a base di proteine e verdure poi un caffè amaro. Mentre mangio guardo un po’ di televisione, al telegiornale danno le solite notizie quindi cerco di cambiare canale altrimenti mi passa l’appetito. Qualche film già visto, programmi-spazzatura, pubblicità. Spengo, non ne vale la pena di passare altro tempo solo facendo zapping. Nel frattempo finisco di cenare. Sparecchio in fretta in modo da liberare velocemente il tavolo. Vado nell’altra stanza e prendo il mio notebook, ho aspettato tutta la giornata quel momento.

L’avvio non è dei più veloci, una volta acceso avvio i soliti programmi, poi il browser. Mi collego al sito di incontri che visito da un po’ di tempo. Inserisco le credenziali manualmente.

user: bocciolodirosa95

pass: aYxRpfg!w*WF

Appena mi collego vado nella sezione messaggi, solo oggi ne ho 45 nuovi. Per la maggior parte si tratta di utenti che non conosco, qualcuno che vedendo le mie foto nel profilo decide di contattarmi. Li cestino tutti, non è con loro che voglio chattare. Solo due messaggi sono quelli che mi interessano e sono dello stesso mittente.

ore 10:32 – Ciao Bocciolo mio, stamattina ti penso da morire. Sto riguardando le tue foto, come sei bella. Stasera ci sentiamo? Ho voglia di parlare con te.

ore 18:09 – Ciao, sono ancora io. Che ne dici se una di queste sere ci vediamo? Inizio a scrivertelo ora così ci pensi un po’ su. A stasera.

Erano i messaggi che aspettavo. L’utente si chiama IntroversoCronico, sto chattando con lui da pochi giorni ma già ho un’idea di che tipo sia. Dal profilo sembra il classico intellettuale di nicchia, passione per i libri e la buona cucina. Nelle foto ostenta sicurezza e una bellezza fuori dal normale.

Faccio una ricerca nei profili, lui è online ma non lo contatto ancora. Lo faccio aspettare un po’, non serve avere fretta in queste cose. Già me lo vedo che osserva il pallino verde accanto al mio nickname e si sta domandando perché non gli ho ancora parlato. Passa qualche minuto poi lo contatto.

-Ciao! Come va?

-Ciao Bocciolo! A me bene, a te?

-Bene, grazie. Che fai?

-Niente di che, un po’ di cazzeggio in rete

Certo, come no. Fino a qualche minuto fa eri rosso come un peperone mentre esplodevi al pensiero che non saresti stato contattato.

-Mi fa piacere

-Hai letto il mio messaggio? Che ne pensi?

Giochiamocela bene.

-No, quale messaggio?

-Ti ho scritto oggi pomeriggio un messaggio personale. Pensavo, ora che ci stiamo conoscendo meglio, che ne dici di vederci di persona?

-Non so, chattiamo solo da qualche giorno. Non pensi sia affrettato?

-Ma no! Dai, andiamo a bere qualcosa insieme, chiacchierare di persona è più interessante

-Guarda mi prendi alla sprovvista… A me piace chattare proprio perché è più facile che parlare di persona. Poi magari ci vediamo e non ti piace più parlare con me

-Ma scherzi? Non devi avere timore. anche per me è strano, ma parlando con te ho capito che siamo simili, noi due. Non può essere un caso che io ti abbia incontrata su questo sito. Dai, dimmi di sì

Faccio passare qualche minuto per cucinarmelo un po’, è il minimo.

-Ok, va bene. Ma poi non dire che non ti ho avvisato quando mi vedrai e dirai che sono brutta

-Tu?? Brutta??? Se sei bella solo la metà delle foto che hai sul profilo allora sappi che non ne ho mai viste di ragazze belle come te

Frase scontata, me l’aspettavo. Ho scelto proprio bene le foto da inserire su questo sito, non c’è che dire.

-Ma dai, così mi fai arrossire… Ok, mi hai convinto. Quando ci vediamo?

-Stasera è troppo tardi per te?

-Direi di sì, tra poco vado a nanna perché domani si comincia presto

-Ok, ok, non insisto. Domani allora?

-Vada per domani!

-Perfetto! Dove ci vediamo? Conosco un lounge dalle mie parti che ti piacerà di sicuro! E’ un caffè letterario moderno, l’ideale per chi come noi è appassionato di lettura

-Va benissimo, dove si trova?

-Zona Vomero. Vediamoci lì vicino, io abito in un viale vicino alla metropolitana di Quattro Giornate, potremmo vederci giù da me così facciamo due passi e andiamo insieme

-Ok, mi piace. Mandami le coordinate così ci vediamo da te

-Perfetto! Mi dai anche il tuo numero di telefono? Nel caso dovessi contattarti

-Facciamo così, dammi il tuo. Ti chiamo appena sono in zona. alle nove va bene?

-Va benissimo. A domani allora

-A domani

-Non vedo l’ora che sia domani, ho una gran voglia di vederti

Non rispondo. Chiudo la chat e disconnetto l’account. Mi rilasso sulla sedia, stendo le braccia in alto e porto la testa indietro. Ho lanciato l’amo e il pesce ha abboccato, ora viene la parte più difficile. Ora bisogna far attenzione a tutto, se si tira troppo la lenza finisce per spezzarsi, se la si tira poco il pesce scappa. Chiudo gli occhi, i pensieri sono troppi nella mente ed ho bisogno di riposare. Una bella dormita mi farà schiarire le idee. Spengo il notebook e vado a letto.

Il giorno dopo mi sveglio con un solo pensiero in testa, ma dovrò aspettare ancora molte ore prima di realizzare il mio desiderio. La mattinata scorre tranquilla, vado al lavoro come ogni mattina. Incontro la gente per strada, saluto i conoscenti, sorrido. Nella mia testa però c’è un solo ed unico pensiero ed è quello che mi aspetta per la serata.

A fine giornata rientro a casa. Inizia a farsi sentire un po’ di stanchezza, ho bisogno di un caffè. Preparo la moka con lentezza, da anni ho imparato ad assaporare quei momenti. Preferisco fare con lentezza. Pulire la moka, versare l’acqua, caricare il caffè macinato nel filtro, chiudere con forza. Tutti passi che un tempo erano meccanici, ora sono quasi una catarsi. La mente si sgombera, i pensieri lasciano spazio al vuoto. E’ la mia personale cerimonia del the, rivisitata.

Poi la macchinetta comincia a fischiare, spengo il fuoco del piano cottura e lascio che l’aroma mi entri nelle narici salendo fino al cervello. Verso il nettare nero in una tazzina di ceramica ed aspetto pochi secondi che si raffreddi. Poi mi sposto fuori al terrazzo, il mio posto preferito. Sorseggio il mio caffè mentre guardo il cielo che lentamente diventa scuro. Le luci intorno iniziano già ad accendersi, davanti a me quello scorcio di Napoli si mostra in tutta la sua bellezza.

Vedo i terrazzi semivuoti, qualcuno sta innaffiando le piante arse dal caldo di una giornata estiva. Vedo le finestre aperte dei palazzi di fronte. Mi domando sempre chi c’è dietro quelle finestre. Magari persone sole, chi a fine giornata un po’ muore ed aspetta il giorno successivo per rinascere. Magari famiglie numerose ma che non sono altro che estranei sotto lo stesso tetto. Intorno fa ancora caldo. Ecco, il caldo è l’unico fattore comune a tutti. Che tu sia solo, in compagnia, triste, allegro, disperato, dovrai sempre fare i conti con il caldo. Forse ti sentirai meglio a pensare che chiunque in quel momento sta sentendo caldo e soffre come te.

Ritorno all’interno, è il momento di mettere insieme le idee e prepararsi. Metto la borsa sul letto mentre apro l’armadio e scelgo i vestiti da mettermi. In realtà sono i soliti quando vado a quel tipo di appuntamento. Inizio a preparare la borsa, la parte più delicata. Qualcosa c’è già nella camera, poi vado in bagno e finisco di riempirla. Sono operazioni delicate, non devo dimenticare nulla, ma con il tempo ho acquistato una certa dimestichezza. Pochi minuti ed ho finito, ora posso scendere e andare in auto. Imposto la destinazione sul navigatore.

Per strada c’è parecchia gente, la maggior parte giovani. Bella la vita da studente, l’estate dura mesi, non poche settimane. Vedo le facce dei ragazzi che girano per il centro, senza pensieri, solo con la voglia di vedersi e divertirsi. Beati loro, spero possano godersi quella vita prima che cambi. Perché quando cambia inizia un vero e proprio trauma, e non si torna indietro. Dopo qualche minuto mi trovo in zona, parcheggio l’auto in un viale adiacente e scendo dall’auto.

Manca ancora un quarto d’ora all’appuntamento, mi metto ad attenderlo a pochi passi dall’ingresso del suo palazzo. C’è un’impalcatura, approfitto dell’ombra per nascondermi alla vista. Mancano ancora cinque minuti alle nove quando lo vedo uscire dal portone. E’ lui il mio uomo, lo riconosco e non somiglia neanche lontanamente al soggetto delle foto sul sito di incontri. Non molto alto, la testa piccola e il corpo opulento. Sicuramente dimostra più della sua vera età ma non mi pronuncio.

Sembra nervoso, guarda in continuazione l’orologio. Saranno passati si e no due minuti ed ha controllato l’orario già cinque volte. So a cosa sta pensando. Perché non è ancora arrivata? Quanto ci mette per venire? Mi avrà dato buca? Dovevo insistere per il suo numero di telefono? L’attesa è snervante, lo so, ma è proprio quello che voglio. Tiro fuori dalla tasca il mio cellulare e inizio a scrivere due SMS con l’anonimo.

Ciao IntroversoCronico, scusami! Ho fatto tardi a prepararmi, spero mi perdonerai se non sarò puntuale…

Ti va se cambiamo luogo di appuntamento per non fare tardi? Tra mezz’ora fuori alla fermata delle Metro Materdei. Ti prego non darmi buca

Lo vedo che strabuzza gli occhi mentre legge. Muove le labbra in maniera nervosa, probabilmente sta masticando tra le labbra un’imprecazione sconcia. Riguarda l’orologio, poi si guarda in giro, poi di nuovo l’orologio. Sembra sul punto di spaccare a terra il cellulare, poi si calma. Bussa al citofono, sta parlando con qualcuno. Quando smette inizia a camminare nervosamente in direzione della metropolitana. Nella fretta mi passa accanto ma per lui sono invisibile. Ha un solo obiettivo nella testa, così come anche io ne ho uno.

Finisco di fare quello che devo, dopo quaranta minuti sono anch’io fuori alla Metropolitana di Materdei. Parcheggio l’auto in seconda fila ed esco. Lo vedo da lontano che cammina in maniera nervosa guardando in basso. Ad occhio e croce sta per impazzire, è il mio momento. Mi avvicino alle sue spalle, lui è troppo impegnato a cercare di spegnere un fuoco interiore per sentirmi arrivare.

-Scusi, sa che ore sono?

Muove il braccio per guardare l’orologio, non gli lascio il tempo di rispondere che già è privo di sensi. Il colpo sordo che gli assesto alla nuca lo tramortisce. Faccio in tempo a prenderlo prima di cadere, lo carico su una spalla tenendolo per l’ascella. Da lontano sembra il solito ubriaco, faccio finta di parlare con lui mentre lo carico in auto. Poi metto in moto e mi dirigo verso la fine del mio appuntamento galante.

Quando riprende i sensi sono passate due ore, il tempo necessario per mettere in scena l’ultimo atto. Tutto è stato preparato meticolosamente, i dettagli sono importantissimi. Sbagliare la disposizione anche di un solo oggetto è fatale.

Fa un respiro profondo con gli occhi ancora chiusi. In questi casi si ha la sensazione di essere a casa a dormire nel proprio letto. Come quando si è in vacanza e dopo la prima notte crediamo di essere ancora a casa nostra. Apre lentamente gli occhi pensando di trovare la sveglia, o magari la tv ancora accesa. Ci vuole qualche secondo per rendersene conto, la luce del faretto diretta verso di lui non aiuta. Gli occhi non si abituano facilmente a tutta quella luce, in tutto questo cerca di capire gli ultimi ricordi. La mia voce non gli dà nessun indizio.

-Ben svegliato

-Chi è? Chi è che parla?

-Domanda scontata, puoi fare di meglio. Ne hai un’altra di riserva?

-Chi sei? Dove mi trovo?

Cerca di muoversi ma si rende finalmente conto che i movimenti sono inutili. E’ seduto a terra e incatenato ad un calorifero.

-Che ci faccio qui? E’ uno scherzo? Liberami subito!

-Calma. Non sei nella condizione di fare richieste

Gli occhi si stanno abituando alla luce e finalmente riesce a vedere la figura davanti a lui.

-Chi sei? Fatti vedere! Ti conosco? Non conosco la tua voce

-In un certo modo mi conosci, fino a ieri abbiamo parlato in chat

L’espressione si fa seria, riesco a vedere i collegamenti tra i suoi pensieri e la consapevolezza di essere stato giocato.

-Ma non è possibile, io ho parlato con.. con… con Bocciolo di rosa, una ragazza. Questa voce… Tu sei un uomo!

-Esatto. Neanche tu vieni così bene nelle foto, esatto?

-Ok, ok. Il gioco è stato divertente però ora lasciami andare. Mi hai scoperto, metto foto di bei ragazzi per conoscere le ragazze ma lo faccio perché sono timido. Non è un reato, ora lasciami, ci facciamo due risate e finisce tutto

-Mmm… Come attore devo ammetterlo, sei bravo. Però noi due dobbiamo parlare un po’

-Liberami e ne parliamo tra uomini ok? Magari togliti anche quell’orribile travestimento. Fa un caldo terribile non so come tu faccia a coprirti con sciarpa, cappello e cappotto. Fatti vedere in faccia e alzati da quella sedia così possiamo parlare da adulti

-Oh, sei un tipo coraggioso, vedo. Un vero uomo. E dimmi, cosa fanno di preciso i veri uomini? Dimmelo

-Di solito spaccano la faccia ai gradassi come te. Slegami e ti faccio vedere

-Oh, che uomo. Quasi quasi lo faccio. Però voglio sapere un’altra cosa da te. Di solito gli uomini come te cosa fanno alle donne?

-Ti stai riferendo a tua madre?

-No, affatto. Mi sto riferendo alle ragazze giovani, intorno ai vent’anni. Di solito quelli come te cosa fanno quando adescano le ragazzine in chat e le invitano ad uscire?

-Non so di cosa stai parlando

-Avanti, dimmelo, su. Cosa fanno i veri uomini alle donne? Le toccano? Magari le schiaffeggiano

-Ma di cosa stai…

-Magari le uccidono! Guardati intorno mio caro IntroversoCronico, o forse dovrei dire Luigi. Non ti sei nemmeno accorto di cosa c’è davanti ai tuoi piedi?

Abbassa finalmente lo sguardo e le vede. A terra ci sono le foto che ha scattato alle sue vittime. Tutte istantanee, quelle povere ragazze erano diventate le protagoniste del suo personale book fotografico a loro insaputa. Amava fotografarle prima, con il volto ancora innocente o magari con l’espressione terrorizzata. Amava fotografarle durante, mentre le malmenava, le tagliava con un rasoio, mentre erano a terra piangenti. E poi amava fotografarle dopo, quando erano un corpo senza vita, in pose da far accapponare la pelle. Il classico pervertito, uno di quelli che neanche l’inferno vorrebbe.

-Dove le hai prese? Queste non provano nulla

-Certo, come no. Ci stai credendo anche tu mentre lo dici? Sono tue, le hai scattate tu. Quando si verrà a sapere pensi che qualcuno dubiterà della tua colpevolezza?

-Chi sei? Fatti vedere?

-Vuoi sapere chi sono? Sono quello che metterà fine a tutto questo. Quello che ti fermerà con ogni mezzo. Sei spacciato, dovrai scontare con gli interessi le tue colpe. Sono quello che è venuto a chiedere il saldo dei tuoi peccati

Si agita, con una forza improvvisa cerca di slegarsi ma non ci riesce. Sembra aver acquisito un coraggio nuovo, la paura di essere stato scoperto gli suggerisce di creare una scappatoia. Dà qualche strattone in avanti, il termosifone è di quelli vecchi e non è difficile staccarlo dal muro se si applica una forza adeguata. Ma non ci riesce.

-Vedi questo coltello accanto a me? E’ il mio partner, insieme ti faremo pentire delle tue azioni. Tra poco inizieremo a fare a te quello che hai fatto a quelle povere ragazze innocenti. Loro non avevano nessuna colpa, tu invece sì. Voglio che ora tu chieda perdono per tutto quello che hai fatto!

Continua a tirare con forza la catena che lo tiene bloccato al calorifero. Una spinta, poi un’altra, il tubo comincia a uscire poco alla volta fuori dal muro. E’ il momento di giocarmi l’ultima carta vincente.

-Ma guardati! Se ti vedesse tua madre cosa penserebbe? Crescere un figlio da sola, insegnandogli il Credo di Nostro Signore e poi trovarsi un assassino in casa. Povera mammina

Emette un urlo liberatorio, poi dà un ultimo strattone. Il termosifone viene via dal muro, si libera velocemente della catena e corre a testa bassa in direzione del suo aguzzino. Con un calcio lo fa cadere dalla sedia su cui era seduto, poi prende dal tavolo il coltello e si butta su di lui. Con una rabbia fuori controllo lo colpisce. Alla gola, all’addome, al petto. Una furia omicida che non si placa. Ad ogni coltellata l’arma esce da quel corpo sempre più rossa sporcando le mani del killer. Ha dato almeno una trentina di colpi quando, esausto, si siede a terra per respirare a pieni polmoni. Guarda ancora quel corpo davanti a lui disteso a terra. Morto.

Si alza e si avvicina a quel corpo ancora ricoperto da vestiti che non gli permettono di capire chi fosse. Con la mano ancora ricoperta di sangue gli toglie il cappello e gli occhiali scuri. Ora comincia a capire, ma è troppo tardi. Toglie la sciarpa e la giacca, e davanti a lui vede il corpo senza anima di sua madre.

Inizia ad urlare, sono urla strazianti di chi ha appena realizzato di aver terminato la vita dell’unica persona che ha mai amato nella sua vita. La rabbia ha giocato un ruolo predominante. Ogni oggetto al proprio posto, come in una scena teatrale. Gli oggetti importanti davanti al pubblico, quelli insignificanti lontano dai loro occhi. Il mio intento era quello di portarlo alla follia, di fargli vedere tutto rosso. Prima le foto davanti a lui, la realtà che riaffiora. Poi il coltello, vicino a quello che lui credeva il suo carnefice, la speranza di poter uscire da quella situazione. Poi la voce dell’aguzzino, doveva venire dalla direzione avanti a lui, era il suo obiettivo. In quelle condizioni non avrebbe mai capito che dietro quella scena c’era un telone fatto con un lenzuolo. Io ero proprio lì dietro, immaginavo la scena senza vedere, ascoltavo soltanto e muovevo i fili ciecamente. Nel momento stesso in cui Luigi si è liberato ero già lontano da lui, uscivo da quel palazzo disabitato e mi dileguavo in strada mentre toglievo i baffi finti e le lenti a contatto colorate. Da lontano iniziavo a sentire le sirene della polizia che si avvicinavano dopo la mia soffiata. La macchina era rubata, l’ho lasciata lì dov’era parcheggiata e sono sicuro che resterà lì per parecchio tempo. Mi allontano da quel luogo senza rimorsi, non ho nemmeno voglia di scoprire se dopo lo shock quel farabutto si è tolto la vita con la stessa arma con la quale ha compiuto il suo ultimo crimine,

Pensate che la povera madre non aveva colpe? Che non è umano usarla come vittima sacrificale per catturare suo figlio? Ditemi, cosa c’è di umano in tutta questa storia? Pensate che la madre non abbia mai messo a posto nel cassetto del figlio ritrovando quelle foto? Non lo saprò mai, ma sono abbastanza sicuro che se fosse in vita, la signora starebbe ancora difendendo il figlio definendolo un angelo vittima di un raggiro. Già me la vedo in tv, in uno di quei programmi-spazzatura ad urlare al mondo l’innocenza di suo figlio.

Viviamo in un mondo malato, bisogna stare al passo per affrontare situazioni del genere. Viviamo in un mondo di serial killer nascosti per bene. Sono in mezzo a noi, magari li sfioriamo per caso passeggiando in strada, magari li incrociamo andando al lavoro. Forse siamo solo potenziali vittime, una coincidenza fortuita del caso ci mette in salvo o in pericolo. I serial killer sono tra noi, e ci vuole un altro serial killer per fermarli.

18 Giugno 2012

La visita guidata era quasi finita e Tommaso era più che entusiasta. Gli si era aperto un mondo nuovo che era a pochi passi dalla dove era cresciuto, ma non conosceva appieno. Era il cimitero delle fontanelle, un luogo coperto da un velo di mistero. Da sempre ne aveva sentito parlare, anche dai genitori quando erano ancora in vita. Proprio loro però non avevano mai speso parole buone su quel posto. Erano avidi di racconti su quel luogo che tutti gli altri invece sembravano conoscere bene, gli intimavano di starne alla larga. Sacrilego, così lo chiamavano. Tommaso nel tempo aveva raccolto solo delle informazioni frammentarie spinto dalla sua curiosità su quel cimitero proibito. Poi all’improvviso delle coincidenze. I genitori erano ormai morti da qualche anno e in televisione si parlava proprio della riapertura del cimitero delle fontanelle.

Tommaso aveva molto rispetto dell’anima dei suoi genitori, tra l’altro ogni domenica li andava a trovare al cimitero portandogli un mazzo di fiori freschi. Ma sapeva in cuor suo che quando gli dicevano di non avvicinarsi al cimitero delle fontanelle stavano solo facendo la parte dei due genitori preoccupati di uno spettacolo troppo macabro per un ragazzo. Forse sapendo quanto lui era sensibile avevano paura che visitarlo sarebbe stato troppo scioccante. Ma ormai era adulto, aveva da poco passato i 35 anni e poteva fare ciò che voleva. Anzi, in quel periodo aveva proprio bisogno di uscire un po’ e vedere altre persone.

Già, perché in pochi giorni si era trovato senza lavoro e senza fidanzata, un episodio la conseguenza dell’altro. Lavorava come fattorino in un’impresa di distributori automatici di snack, era l’addetto al rifornimento delle bibite e delle merendine. Un giorno come un altro aveva riempito i distributori di un intero palazzo del Centro Direzionale. Torre Francesco, venti piani di uffici tutti riempiti di roba da mangiare e bere. Per sua sfortuna però quel giorno il tastierino elettronico non funzionava a dovere e lui non aveva ricontrollato i prezzi da impostare sui distributori. Risultato, i prodotti costavano un centesimo del prezzo reale. Appena la direzione scaricò i totali e controllò le monete nei distributori fu chiaro l’errore. La perdita era abbastanza significativa e il nome di Tommaso era presente nel tabulato dei turni di quel giorno. Lo misero alla porta senza nemmeno troppe spiegazioni, non cercarono neanche di accollargli la somma che avevano perso. Era troppo distratto al lavoro e quella era la goccia che aveva fatto traboccare il vaso.

Con Silvia è stato analogo. Lui aveva perso il lavoro e lei aveva iniziato a tirare fuori una serie infinita di ragioni per la quale tra loro era finita. Lui era troppo immaturo, era troppo sbadato, alla sua età non aveva ancora una visione chiara del suo futuro. Insomma, di punto in bianco si era resa conto che non lo amava e che non vedeva un futuro con lui. Due colpi che avrebbero messo al tappeto chiunque. Ma Tommaso tratteneva tutto, rispose alle batoste della vita come sempre, scrollandosi tutto di dosso come fosse polvere sulla giacca. Intanto era senza lavoro, senza ragazza e con un grosso punto interrogativo sulla sua testa. Doveva mettere ordine nella sua vita, ma aveva anche bisogno di pensare per un po’ di tempo ad altro, a sé stesso. Intanto passavano i giorni, poi le settimane e i mesi.

Poi un giorno si svegliò con una gran voglia di visitare il cimitero delle fontanelle. Ma sì, perché no. Si preparò e si recò in quel luogo che gli era stato proibito per troppo tempo. La visita guidate era un tipo alla mano, probabilmente uno della zona, però era bravissimo a spiegare. Dopo una prima panoramica sulla visione della morte nel folklore napoletano, sulla figura dello schiattamorto e le pratiche di sepoltura, la guida cominciò a parlare della strana usanza che prese piede a Napoli fino alla fine degli anni Sessanta. Dal dopoguerra in poi c’era chi si prendeva cura dei teschi presenti nel cimitero delle fontanelle per accudirli in cambio di favori. Era una sorta di catarsi, di redenzione da una vita di miserie. In pratica i morti che attendevano il giudizio nel Purgatorio avevano l’occasione di meritare il Paradiso facendo da intermediari per i vivi. Un do ut des, i vivi pregavano per le anime dei defunti, pulivano e benedicevano le loro ossa, i morti invece facevano in modo di esaudire i desideri tramite l’intercessione con l’aldilà. Un culto strano quanto affascinante che nei secoli ha portato alla luce storie misteriose. C’era chi ha avuto quello che si aspettava, come una grazia o un semplice episodio fortunato. C’era anche però chi non ha ottenuto l’effetto sperato e quindi semplicemente sceglieva un nuovo teschio da “adottare”. C’erano addirittura storie quasi da film horror legate a particolari teschi presenti nel cimitero, storie che farebbero rabbrividire i più coraggiosi.

E’ facile capire come da un’usanza popolare affascinante si potesse passare a pura blasfemia, ad un rito pagano che con la religione non ha più niente a che vedere. Tommaso capiva bene come un desiderio forte possa sfociare in scelte più che opinabili. Magari c’era chi non sapeva come tirare avanti, chi aveva esaurito i santi da pregare perché una fortuna inaspettata si realizzasse. Come biasimarla se quella stessa persona fosse stata disposta a pregare l’anima di uno sconosciuto pur di avere qualcosa in cambio. Tra l’altro non era nulla di impegnativo, bisognava solo pulire le ossa, pregare ogni giorno e prima o poi sarebbe arrivato qualcosa di buono. Proprio lui che stava attraversando quel periodo lo sapeva più degli altri.

La guida continuava a parlare ma Tommaso era ormai avvolto da un solo pensiero. Tutti quei teschi, tutte quelle anime in attesa di riscatto, e lui che aveva tanto da chiedere. Era nato nell’epoca sbagliata, ora era proibito prendersi cura delle anime pezzentelle mentre fino a qualche decennio prima poteva farlo senza problemi. Ecco, proibito, ma perché? Proibito da chi già aveva tutto. Perché proibire alle persone di sperare? Perché proibire alle persone di credere che qualcosa di bello possa ancora verificarsi all’improvviso sulla terra? E perché proibire alle anime dannate una redenzione ad un piccolo prezzo? Tutti interrogativi su cui non riusciva a dare una risposta. Ma la risposta in realtà non c’era, lui lo sapeva. Tutti avevano bisogno di quel culto e lui sarebbe stato il primo dopo tanto tempo a riprendere quell’abitudine.

Si guardò intorno con sospetto, nessuno doveva vederlo. Erano tutti intenti ad ascoltare le guide e a fotografare i teschi. Era il momento buono. Si tolse lo zaino dalle spalle ed aprì la zip. Con rapidità prese uno dei teschi e lo mise nello zaino chiudendolo subito dopo. Si guardò di nuovo intorno, per fortuna nessuno lo aveva notato. I battiti del cuore presero a rallentare, era più tranquillo. Con un sorriso di soddisfazione si rimise in spalla lo zaino e si avvicinò al gruppo di persone per godersi la fine della visita guidata.

Al termine del percorso ritornò a casa. Il suo primo pensiero era naturalmente quello di visionare il suo nuovo amico. Prese il teschio dallo zaino e lo osservò con attenzione. Era un teschio come tutti gli altri, pensò. Grandezza nella media, nessun segno particolare, un po’ sporco di polvere. Un teschio anonimo. Tommaso immaginò a chi potesse essere appartenuto, magari ad un padre di famiglia, o ad una donna con una storia particolare alle spalle, o ancora ad un uomo morto solo come lo era lui in quel momento. Tutte fantasie che non facevano che aumentare la sua curiosità. Si mise subito all’opera. Ripose il teschio sul tavolo della cucina e iniziò a pulirlo delicatamente. Dopo pochi minuti l’osso era lucido, stava addirittura prendendo gusto ad accarezzarlo. Doveva essere affettuoso con lui, d’altronde era il suo tramite per la realizzazione dei suoi desideri. Uscì di casa per comprare un lumino e dei fiori, quando ritornò creò un piccolo altare nella camera da letto. Si inginocchiò davanti e cominciò a pregare intensamente. Le preghiere continuarono anche la sera. Prima di andare a letto Tommaso riservò una buona mezz’oretta per esprimere i suoi desideri e intercedere per l’anima del suo nuovo coinquilino.

Il mattino seguente si svegliò con un nome in mente e la sensazione che fosse collegato a tutta quella faccenda. Attilio. Non riusciva a capire perché quel nome gli ronzava in testa. Forse il personaggio di un film che aveva visto recentemente, o forse il nome di un vecchio compagno di classe. Guardò l’altare e sorrise.

-Non so perché ma da oggi ti chiamerò Attilio. Ti piace?

Gli aveva affibbiato un nome, ora era in confidenza con lui. Si sorprese di aver parlato ad alta voce, da quando era solo in casa non lo aveva mai fatto. Prima ancora di fare colazione il suo unico pensiero era quello di pregare. Pregare per l’anima di Attilio, era ovvio. Appena finito andò in cucina, stava per preparare la colazione quando suonò il telefono. Rispose, era il suo ex superiore.

-Ciao Tommaso, sono Antonio. Tutto bene?

-Ciao Antonio. Abbastanza. Tu come stai?

-Non mi lamento, grazie. Senti, ti ho chiamato per quanto è accaduto la volta scorsa

-Senti Antonio, non me la sento di affrontare il discorso adesso. Se possiamo parlarne un altro giorno…

-No aspetta, non mi interrompere. Chiamo in seguito ad una riunione che si è tenuta con i vertici. Il sindacato si è interessato all’episodio ed hanno raggiunto un accordo. Licenziarti dall’oggi al domani non è una pratica corretta quindi i proprietari hanno deciso di fare un passo indietro

-Non ho capito bene. Stai dicendo che non sono più licenziato

-Esatto! Considerati ancora parte dell’azienda. Ti aspettiamo in sede per ricontrattare

Tommaso rimase in silenzio con la cornetta ancora attaccata all’orecchio.

-Ci sei ancora? Non sei soddisfatto?

-Sì. Certo, lo sono. Ci vediamo in questi giorni allora

Attaccò il telefono con un mare di domande in testa. Poi ritornò nella camera da letto e guardò il teschio. Guardò nella cavità oscura degli occhi.

-Sei stato tu? Hai davvero esaudito uno dei miei desideri? Se è così meriti davvero il Paradiso. Ti prego, ora esaudisci anche l’altro. Ti supplico

Stava ancora parlando con il teschio quando sentì bussare al campanello. Andò ad aprire, si ritrovò davanti Silvia, in lacrime. Era ancora fuori alla porta quando iniziò a parlare.

-Ciao Tommaso. Scusa se sono venuta qui senza preavviso. Volevo chiederti soltanto scusa

Tommaso stava per invitarla ad entrare quando lei continuò senza fermarsi.

-Ti prego non mi interrompere. Sono stata un’idiota a lasciarti così, di punto in bianco. Non avrei dovuto fare una tragedia per quello che è successo. E peggio ancora ti ho lasciato solo in una situazione difficile. Ho pensato a te tutti questi giorni e ho capito che mi manchi. Mi manchi da morire e voglio ritornare con te. So che mi giudicherai una pazza ma ti amo e l’ho capito solo così. Prenditi il tempo che vuoi, io ti aspetterò. Chiamami appena puoi

Tommaso non fece in tempo a darle una risposta che lei fuggì. La vide correre per le scale e uscire dal palazzo. Una scena in perfetto stile film romantico. Cosa avrebbe dovuto fare? Correre da lei? Urlare dalla finestra? Richiamarla subito? Come al solito non sapeva quale decisione prendere, solo una voce dentro di sé che gli consigliava:

Dai tempo al tempo. Ora non è il momento

Forse era meglio seguire quella voce. Dopo quei brutti giorni passati da solo doveva farla soffrire un po’, magari con le idee ben chiare avrebbe preso una decisione definitiva. Ritornò nella camera da letto per ringraziare nuovamente il suo misterioso benefattore.

-Grazie Attilio. Lo so che sei stato tu, ora non posso che continuare a sdebitarmi con te. Continuerò a pregare per la tua anima, stai sicuro che arriverai in Paradiso prima di quanto pensi

Dai tempo al tempo. Ora non è il momento

Di nuovo gli venne in mente quella frase quando sentì ancora il campanello bussare. Pensò che fosse ancora Silvia, andò ad aprire. Si sbagliava, davanti a lui si parò una faccia arrabbiata, quella della signora Giulia ovvero la padrona di casa dell’appartamento dove abitava Tommaso. La donna entrò senza nemmeno chiedere il permesso.

-Signor Lo Russo dobbiamo parlare urgentemente

-Signora Giulia, bongiorno. Si accomodi pure

-E’ inutile che ci giriamo intorno Lo Russo. La situazione è più grave di quanto immagina

-Va bene, di cosa vuole parlarmi di così urgente?

-Non lo immagina? Oggi sono ben quattro mesi che non paga l’affitto. Ho saputo che ha perso il lavoro ma ormai sono passati mesi. Non posso continuare a far finta di nulla. Lei mi deve una spiegazione e deve saldare quanto prima la somma che mi deve

Sangue

Tommaso sentì quella voce dentro di sé. La stessa voce che aveva già sentito quella mattina, ma più profonda, più cupa.

-Signora Giulia non si preoccupi. Stamattina ho riavuto il mio lavoro e in questi giorni dovrò parlare con l’azienda per ricontrattare la mia posizione

-E chi mi dice che non sta mentendo? In questi mesi senza lavoro ha cercato altro? Ha trovato qualcosa che potesse permetterle di affrontare le spese? E proprio oggi prima che io venissi qui ha riavuto il suo lavoro?

-Signora Giulia la prego di credermi

Falla smettere

Ancora quella voce. Tommaso ebbe il dubbio che non fosse l’unico a sentirla. Si fermò a metà frase

-Devo crederle? Lei è un nullafacente che passa le sue giornate a oziare

Ti sta umiliando, falla tacere

-Un invertebrato che a quanto so non ha perso solo il lavoro. Non ha neanche più una donna, non è vero?

Toglila di torno. Tu la odi

-Deve trovare il modo di pagarmi, possibile che i suoi genitori non le hanno lasciato nulla che non ha già sperperato?

Non farti trattare così. Zittiscila

-I suoi genitori, con loro non sarebbe mai successa una cosa così. Loro sì che erano persone in gamba. Si sono fatti da soli ed hanno sempre compiuto sacrifici per andare avanti

Uccidila. Uccidila subito

-Sono sicuro che nel posto in cui sono ora la staranno guardando e non saranno affatto contenti di un figlio come lei

Tommaso non parlava più, i suoi occhi guardavano il vuoto intorno. Non aveva reazioni ma senza rendersene conto la sua mano si spostò di lato, verso il ceppo portacoltelli. In un attimo prese il coltello con la lama più lunga e lo conficcò nell’occhio sinistro della donna. Quasi all’istante lei emise un grido sovrumano mentre lui teneva salda la lama all’interno dell’orbita che sgorgava sangue.

Falla smettere, ci sentiranno tutti

Fece come gli era stato ordinato dalla voce misteriosa. Tolse il coltello dall’occhio e con lo stesso fece un lungo solco profondo nella gola di Giulia. L’urlo si fermò, al suo posto uscì un gorgoglio ripugnante. La donna si accasciò a terra mentre un piccolo lago rosso si formava sulle mattonelle chiare della cucina.

Non ti fermare. Continua. Infierisci

Tommaso si inginocchiò sul corpo senza vita della donna e cominciò a colpirla sul torace. Una coltellata, poi due, poi altre ancora. La lama trapassava la carne e usciva senza fermarsi. Si accaniva su quel corpo inanimato con una rabbia disumana. Ormai non era più in sé. Dopo qualche minuto si fermò ed osservò la scena macabra che si era venuta a creare davanti a lui. Poi si guardò le mani, completamente rosse. Era stato lui a fare tutto quello?

Calmati, non andare in panico

-Chi è? Chi sei? Perché ho fatto questo?

Calmati e vieni da me. Dobbiamo parlare

Tommaso capì quello che doveva fare. Si alzò e si recò nella sua camera da letto. Si fermò davanti all’altare che aveva creato il giorno prima, la candela era ancora accesa. Si inginocchiò e guardò il teschio. Sembrava che anche quell’oggetto lo guardasse attraverso le sue orbite oculari scure. Sembrava che stesse guardando nei suoi occhi e stesse perlustrando la sua anima. Poi sentì ancora una volta quella voce profonda.

Sei stato bravo, hai fatto ciò che bisognava fare

-Chi sei?

Il mio nome lo conosci già

-Attilio… Cosa vuoi da me?

Tu cosa vuoi da me? Ho ascoltato le tue preghiere, ho ascoltato i tuoi desideri e li ho avverati

-Sei stato tu a fare tutto?

Tu che ne pensi? Si è avverato tutto quello che volevi. Ora però sei tu in debito con me

-Ma sto già pregando per te, giorno e notte. Prego per la tua anima in attesa del Paradiso

Chi ti dice che io voglia andare in Paradiso? Non ho bisogno delle tue preghiere, la mia anima è dannata e nemmeno le preghiere di tutti gli abitanti della terra possono redimerla

-Cosa vuoi da me?

Sangue. Ho bisogno di sangue. E tu farai come dico io per procurarmelo

-No, non posso. Non posso farlo

Lo farai invece. E sarai ricompensato bene. Ora prendi il mio teschio e mettilo sul sangue della tua prima vittima

Tommaso piangeva dallo sconforto ma non poteva fare a meno di eseguire gli ordini che gli erano stati imposti. Prese il teschio e lo posò sulla macchia rossa che si era venuta a creare sul pavimento. All’improvviso vide che la macchia anziché espandersi si rimpiccioliva, come se il liquido fosse assorbito dal teschio. In quei secondi che sembravano interminabili vide con stupore che proprio sul teschio iniziava a formarsi un sottile strato di carne rosso chiaro. Come se da quel sangue prendesse vita un volto. Tommaso rimase inorridito.

Ho bisogno di altro sangue e mi serve adesso

-Ma non possiamo lasciare questo casino in giro

A quello penseremo dopo, ora fa come ti ordino. Il mio potere è limitato

Tommaso mise la testa in un sacco di tela, poi prese dei coltelli, mise tutto nel suo zaino e uscì di casa. Seguendo le indicazioni della voce che solo lui sentiva si mise in strada alla ricerca di nuove vittime. Percorse qualche chilometro quando la voce gli intimò di fermarsi.

E’ qui che dovrai agire. Sento un ammasso di carne da sacrificare. Proprio davanti a te

Tommaso alzò lo sguardo e si sentì venir meno. Davanti a lui c’era l’ingresso di una scuola materna ed elementare. Da fuori riusciva a sentire le urla di gioia dei bambini che giocavano insieme.

-Non puoi chiedermi questo. Sono bambini, non posso ucciderli

Non hai scelta. Devi farlo. Posso fare in modo che la tua vita migliori o peggiori. Sei nelle mie mani ormai

L’uomo serrò gli occhi mentre una lacrima scendeva lentamente sulle sue guance. L’altro aveva ragione, lui non aveva scelta. Riaprì gli occhi e si asciugò il volto. Aprì lo zaino e tirò fuori uno dei coltelli, poi si diresse deciso verso l’ingresso della scuola. Il primo ostacolo sarebbe stato il bidello ma già si immaginava il tipo. Obeso, spazientito e con nessuna voglia di fare l’eroe. Strinse il coltello nella sua mano per darsi coraggio. Era a pochi passi dall’ingresso, davanti a lui c’era il portone aperto dal quale vedeva il bidello seduto e intento a rinfrescare l’aria con un ventaglio. Stava per varcare la soglia quando si sentì spostare involontariamente. Un urto improvviso che lo fece cadere a terra.

Alzò lo sguardo e vide che accanto a lui c’era una signora che si stava rialzando. In quei pochi secondi cercò di concentrarsi su cosa fare quando vide che la signora gli tendeva la mano sorridendo.

-Mi scusi, ero distratta. Andavo di corsa e stavo guardando il cellulare. Sono costernata, permetta che la aiuti ad alzarsi. Si è fatto male?

Tommaso non ascoltava quello che lei stava dicendo. girò lo sguardo e vide che il coltello era a terra a pochi passi da lui. Probabilmente dell’urto doveva aver aperto la mano ed era caduto. Anche la donna guardò nella direzione in cui stava guardando lui e realizzò il suo intento omicida. Non esitò ad urlare e richiamare l’attenzione di tutti.

-Ha un coltello! Fermate quell’uomo, è armato!

Tommaso con uno scatto riprese il coltello e lo inserì nell’addome della donna. Questa smise di urlare ma un brusio sempre più forte cominciò a crearsi intorno. Tutti i presenti si resero conto di quello che stava accadendo ed iniziarono ad allarmarsi. Tommaso si guardò intorno vedendo solo sguardi preoccupati e ostili. La voce nella sua testa non mancò di dire la sua.

Coraggio, non fermarti. Sei più forte di loro. Fai quello che devi fare

Si rialzò dirigendosi verso la scuola, all’improvviso un passante gli gettò qualcosa addosso per fermare il suo intento. Lo stesso gesto fu imitato da altri presenti. Nel frattempo il bidello resosi conto del pericolo serrò la porta mettendo in salvo l’istituto.

Idiota, muoviti. Sfonda la porta e compi il sacrificio!

Tommaso eseguì gli ordini. Nel caos più totale che si era creato, circondato da insulti e urla di terrore corse fino alla porta della scuola. Tentò di sfondarla con delle spallate, poi con il manico del coltello ma nulla da fare. Vedeva dal vetro le facce terrorizzate delle persone all’interno.

Poi uno sparo. Non si voltò, continuò nel suo intento di entrare nell’istituto.

-Fermati! Getta il coltello a terra e tieni le mani alzate. Quello di prima era un colpo di avvertimento in aria, il prossimo lo punterò verso di te se non fai come ti ho detto

Non ascoltarlo, sono io che comando

-Ti ho detto di fermarti subito

Continua

Nella testa di Tommaso le due voci si fondevano e lo confondevano. Non sapeva più cosa fare. Se ascoltare il poliziotto e arrendersi oppure dare retta ad Attilio e completare l’opera che gli avrebbe aperto infinite porte. Voleva uscire da quell’incubo, non ne aveva più la forza. Si decise, avrebbe lasciato il coltello e si sarebbe arreso. Aveva varcato un confine troppo lontano.

Aprì la mano ma inspiegabilmente il coltello non si staccò. Era come incollato al palmo. Provò a vibrare la mano ma non venne via. Le parole nella sua testa gli diedero la spiegazione che aspettava.

Te l’avevo detto che sono io quello che comanda. Sei troppo debole, non meriti di vivere

Poi il rumore di uno sparo. Il colpo alla schiena fu preciso, gli trapassò il tronco fino a spappolargli il cuore. Alzò gli occhi, lentamente tutto si faceva buio e le voci intorno sembravano sempre più confuse. Cadde all’indietro senza più forze. Dalla schiena fuoriusciva un fiotto di sangue che andò ad impregnare lo zaino fino a bagnarne il contenuto.

Al commissariato non si parlava d’altro che dell’uomo ucciso nel tentativo di compiere una strage. Per fortuna un poliziotto di pattuglia per strada non si era fatto trovare impreparato ed aveva agito nell’interesse di tutti. Dopo l’autopsia l’ispettore Salvi stava controllando i documenti in compagnia dei suoi uomini.

-Una tragedia sfiorata, ispettore. Siamo stati fortunati questa volta

-Puoi dirlo bene. Per fortuna l’agente De Biase era in zona ed ha agito nel migliore dei modi

-Dalla deposizione ha sparato prima un colpo di avvertimento. Spero si renda conto che l’assassino se l’è cercata e che non è colpa sua

-Già. Lo farò contattare più tardi per riferirgli di quello che abbiamo trovato nella sua abitazione. Il cadavere di quella donna dissanguata mi fa venire ancora i conati di vomito se solo ci penso

-Un mostro in meno sulla faccia della terra. Ispettore, ma cosa state controllando ancora in quei documenti

-Niente, nell’elenco dei reperti trovati sul luogo del misfatto risultava esserci uno zaino con all’interno dei coltelli.e, leggo qui, “un sacco con una testa scarnificata”. Quando sono passato all’ufficio di competenza ho visionato personalmente lo zaino e i coltelli ma non ho trovato nessuna testa. Me ne sarei sicuramente accorto

-Strano. Potremmo chiedere a De Biase se ricorda qualcosa subito dopo l’accaduto

-Certo. Dopo la deposizione era ancora sotto shock per quanto è successo. Spero si riprenda presto. Aveva lo sguardo quasi assente, è stato difficile interrogarlo. Sembrava proprio che non ci stesse ascoltando. Forse solo la conseguenza di quello che è successo. Appena si sarà ripreso lo sentiremo di nuovo