21 Maggio 1948

Carmela non era sola nella stanza, ma in quel momento avrebbe tanto desiderato che tutti sparissero.

C’era la ragazza del palazzo di fianco che le pettinava i capelli, sua sorella Anna che le metteva un po’ di cipria per coprire il colorito troppo chiaro, e poi c’era la madre.

La madre, sprizzava felicità da tutti i pori, era tutta intenta a scambiare chiacchiere con chi veniva a casa a farle gli auguri. Rideva a voce alta, quasi volesse far sentire a tutti che il suo desiderio si stava realizzando. Il suo, esatto, non quello della figlia. Quel giorno la figlia si sarebbe sposata, ma era lei la protagonista della casa, senza curarsi affatto di come Carmela invece fosse presente solo fisicamente.

Il principio di tutto era stato anno prima, fino ad allora Carmela era vissuta in una casa quasi perfetta circondata da una famiglia unita e umile. Due genitori che davano tutta la loro forza per crescere due bambine piccole. Bambine che diventano ragazze insieme ai sorrisi di una madre che nascondeva le fatiche di ogni giorno e di un padre che accettava qualsiasi lavoro pur di far vivere la sua famiglia in maniera rispettosa. Una sorella maggiore sempre pronta a dare un po’ di coraggio alla piccola della casa. Sempre tutti uniti anche quando fuori c’era quella brutta guerra che non guardava in faccia a nessuno.

Poi, il tragico evento. Il padre era rimasto vittima di un incidente alla stazione centrale e dopo i pianti la famiglia ha dovuto rimboccarsi le maniche per andare avanti.

Tutte le persone caritatevoli che li circondavano fino a qualche giorno prima, man mano diminuivano. I primi giorni c’era un viavai di gente a casa che portava cibo e calore, poi qualche pasto già preparato, e dopo ancora solo qualche spalla su cui piangere.

La casa d’un tratto divenne buia e fredda. Prima era una famiglia, ora erano tre donne sotto lo stesso tetto che dovevano provvedere a sostentarsi.

Il primo “problema” si risolse abbastanza presto, Anna andò a vivere dalla zia a Miano. La famiglia della zia era grande, e dove mangiano in sei mangiano anche in sette. Fuori una, ora come andare avanti un due?

Maria, la madre di Carmela aveva sempre avuto la passione per il cucito, e riuscì a trovare lavoro in una sartoria in Via dei Mille. Il lavoro era tanto, molte volte ritornava a casa la sera tardi e riprendeva da dove aveva finito in laboratorio, ma tutto sommato veniva pagata abbastanza per mandare avanti la loro umile casa. Dopo qualche mese però le richieste del padrone diventarono più spinte.

“Perché non ti trattieni un altro po’ in laboratorio, fuori è buio e se vuoi posso farti compagnia io e accompagnarti dopo”

“Dovresti farmi conoscere tua figlia, se ti somiglia allora sarà proprio una bella piccerella”

“Ah, come farei senza di te.  Marì vieni qui e fatti abbracciare”

“E dimmi, dopo tuo marito non c’è stato più nessuno? Ma com’è possibile, una bella donna come te”

Tonino, un viscido omuncolo arrivato all’età di 54 anni senza mai sposarsi, che stava solo approfittando della sua posizione agiata per avvicinarsi sempre di più alle parti intime di una povera disgraziata. Ma Maria era troppo debole per ribellarsi, o forse era abbastanza forte da non cadere nella ragnatela tessuta dal “galantuomo” senza dover sacrificare una pedina importante.

Già, perché i tempi erano duri, il pozzo di miseria in cui erano cadute era profondo da non veder luce ed era da pazzi non approfittare di una mano che viene tesa pietosamente. Anche se quella mano è lurida e subdola e non sembra promettere nulla di buono.

Maria a quel punto riesce a vedere la luce, ma purtroppo è una luce capace di illuminare solo lei, di certo non Carmela. Proprio lei, Carmela, la figlia più piccola che ancora non aveva trovato una sistemazione. Badava alla casa, certo, amministrava quel piccolo regno intimo in cui si erano rifugiate insieme per combattere il mondo di fuori. Ma quell’idillio solo immaginario non poteva durare a lungo. Maria si convinceva che era la scelta migliore per tutti, specialmente per Carmela.

L’amore di una mamma è infinito, chi meglio di lei poteva capire quale sarebbe stato il destino migliore per la figlia. A volte diamo per scontato che la parola “amore” sia più vicina alla parola “dovere” che alla parola “felicità”.

In poco tempo il piano diabolico di Maria si materializzò. Senza dare sospetti tesseva le trame di una maglia che aveva un disegno ben preciso. Il primo passo fu quello di chiedere alla figlia di passare al laboratorio in cui lavorava per portarlo ogni giorno qualcosa da mangiare.

-La mattina vado via presto, tu con calma prepari qualcosa per me e passi a portarmela per mezzogiorno

Carmela era entusiasta, poteva uscire dalla sua piccola prigione ogni giorno, passeggiare per Via Dei Mille e fare un piacere alla sua cara madre. Un piccolo dono che nascondeva una serpe.

Ogni giorno Camela passava per il laboratorio, e proprio in quell’orario Tonino era lì per controllare le sarte prima di pranzo. Che coincidenza. Tonino non poteva non notare in quei giorni la presenza di una giovane e bella ragazza, di buone maniere, all’interno del suo negozio.

Maria passò al secondo atto della farsa. Dal negozio di Tonino comprò delle stoffe pregiate e quando tornava a casa, anche se stanca, riprendeva a cucire per la figlia nuovi abiti da indossare.

-Stai diventando grande Carmela, non sei più una bambina. Ti piacciono questi vestiti? Li metterai quando esci di casa

Chi non sarebbe orgoglioso di una madre così premurosa. Carmela abbracciava commossa la madre, dopo tante sofferenze vedeva in quei piccoli gesti tutto il bene incondizionato della sua famiglia.

Terzo atto, la falsa modestia. Tonino ogni giorno guardava Carmela in modo sempre più insistente, mettendola quasi a disagio. Lei non era il tipo di ragazza abituata ai corteggiamenti. A quel punto Maria per rompere l’inizio di tensione cominciava a deviare il discorso proprio nella direzione in cui voleva. Sapeva che le cose si sarebbero allineate verso un punto che aveva già studiato.

-Carmela, ‘a mamma, non essere timida. Il signor Tonino sicuramente ha riconosciuto il tessuto del tuo vestito. Vedete signor Tonino, questa è la stoffa che comprai da voi giorni fa, vedete com’è bella mia figlia con i vostri prodotti? Vedete come questa stoffa esalta gli occhi verdi di mia figlia?

-Ma come? Voi già lavorate tanto qui, poi a casa continuate pure a lavorare? Ma non sia mai! Non vi dovete dannare tanto, a questa bella ragazza regalo io qualche bel vestito. Vieni qui e scegli quello che vuoi

Carmela era imbarazzata e radiosa allo stesso tempo. Tutto ad un tratto qualcuno faceva qualcosa per lei senza chiedere nulla in cambio. Povera illusa.

Tutti i fili messi ad arte da Maria erano stati posizionati, ora non bastava che stringere ben bene il tirante e vedere l’effetto finale della trama che prendeva forma. Un disegno che per ora solo lei riusciva a vedere, e le piaceva tantissimo.

A casa Maria tranquillizzava la figlia dicendo che era un bel gesto quello di Tonino, che lui era una persona rispettabile, a modo, e che una brava ragazza non avrebbe mai rifiutato un gesto carino da parte di un gentiluomo. Carmela si convinceva che la madre aveva ragione, i vestiti le piacevano e Tonino non sembrava una brutta persona. Era il datore di lavoro della mamma, e il minimo che poteva fare era dargli una piccola soddisfazione.

Arrivarono i vestiti, belli come lei li immaginava, e insieme a questi arrivarono le richieste.

“Perché non te li metti domenica mattina? Ti vengo a prendere e passeggiamo un po’”

“Belli vero? Ne puoi avere quanti ne vuoi se stiamo un po’ insieme”

“La mia età non deve spaventarti, io provo qualcosa per te che va oltre la nostra differenza di età”

La ragazza era agitata, ma i consigli di una madre servono proprio a dare sicurezza in situazioni in cui ci si sente perduti. Che male c’è a soddisfare le richieste di un uomo innamorato. Avere accanto una persona con una sicurezza economica era una bella cosa. Anche lei non era più una ragazzina, quindi doveva pensare al suo futuro. Al matrimonio.

Non ebbe nemmeno il tempo di digerire quella parola, matrimonio, che già Maria e Tonino presero ad organizzare il tutto. Nel giro di qualche settimana era già tutto pronto, i vestiti cuciti dalle sarte, la chiesa, il banchetto, il vino per il brindisi preso nella cantina fidata di lui. Carmela ebbe l’impressione di essersi svegliata all’improvviso in un’altra vita, come se prima d’ora stesse solo assopita in uno stato di dormiveglia.

Cercò chi chiedere spiegazioni alla madre, ma di colpo si rese conto che anche lei era cambiata. Non parlava più in modo gentile, ora l’imperativo categorico era solo il matrimonio. Nei giorni seguenti fu presa da attacchi di panico, si chiuse in casa per non uscire fuori. Fu lo stesso Tonino a costringerla ad uscire, si presentò a casa urlando e buttando giù la porta del bagno, la prese per un braccio e la portò in giro sbraitando contro di lei. Tutti dovevano vederli insieme, iniziavano a girare le voci di lei che non voleva più sposarlo, e quelle voci andavano zittite.

Povera Carmela, d’un tratto si rese conto di essere solo una comparsa in un’opera teatrale  scritta e diretta da Maria. Ormai non parlava quasi più, accettava passivamente ogni decisione. Non aveva più forze, ormai aveva capito che la sua unica forza veniva dalla sua famiglia, da sua madre con cui aveva condiviso sempre tutto, ed ora che nessuno dei suoi genitori era più vicino a lei si sentiva sprofondare. Solo un giorno riuscì a vincere lo sconforto ed uscire di casa, non disse nulla alla madre e al futuro marito, in fondo era solo una camminata innocente per schiarirsi le idee. In casa respirava lentamente, aveva bisogno di una boccata d’aria vicino al mare. Forse uno sfogo, un bel pianto guardando le onde che si infrangono sugli scogli avrebbe giovato.

Il fatidico giorno arrivò, e Carmela era ancora lì dove l’avevamo lasciata. Un manichino con lo sguardo fisso nel vuoto davanti ad uno specchio che rifletteva soltanto la propria ombra.

La sorella la guardava e la compativa, ma sapeva che ormai era tutto inevitabile, forse un giorno si sarebbe ripresa e avrebbe accettato tutto sorridendo.

Nella chiesa di Santa Maria della Pazienza lo sposo era già sull’altare a scambiare convenevoli con gli invitati. Erano tantissimi, tutto il quartiere Avvocata era presente per omaggiare i novelli sposi. La giornata era bellissima, sembrava che il sole si fosse messo in tiro per regalare un giorno perfetto.

La sposa entrò in chiesa, il brusio di fondo piombò in un silenzio rispettoso. L’organo iniziò ad intonare la marcia nuziale mentre Camela, con il velo che copriva la faccia di cera, camminava lentamente nella navata principale, accompagnata da Maria che mostrava un sorriso radioso e salutava di nascosto gli invitati. Nessuno si accorse che la scena assomigliava più ad una camminata verso il patibolo che verso un sacro altare.

Il sacerdote li unì in matrimonio, si dilungò nella predica per elogiare la coppia, in particolar modo Tonino che era conosciuto da tutti. Gli applausi scoppiarono alle parole “Vi dichiaro marito e moglie”, tutti eccetto uno erano contenti in quel luogo divino.

Ci fu solo un piccolo particolare, alle parole “finché morte non vi separi” lo sguardo assente di Carmela ebbe un piccolo sussulto, i lati del volto si alzarono leggermente in un piccolo sorriso, impercettibile da tutti i presenti. Nessuno si accorse di questo piccolo dettaglio.

I festeggiamenti si trasferirono nella casa di Tonino, insieme a tutti gli invitati. Erano tutti ammassati nel cortile, cibo e vino in abbondanza per tutti. Maria e Tonino avevano pensato a tutto. Dopo il ricevimento gli sposi si sarebbero trasferiti a casa di lui per iniziare la loro vita insieme, col tempo anche Maria si sarebbe trasferita, era già tutto scritto.

Era arrivato il momento del brindisi finale, Tonino fece arrivare il vino prima di congedare gli invitati e godere della sua nuova vita. Tutti gli invitati alzarono i bicchieri, il discorso di Tonino non era niente di che. Forse l’effetto inebriante della giornata di festa o forse l’alcol già ingurgitato prima, disse qualcosa meritandosi qualche risata e poi un sonoro “Alla salute!” mentre Carmela rimase in silenzio con il calice alzato.

Tutti bevvero quel vino benedetto dalle parole dello sposo, e quello fu l’inizio della fine.

Il primo a cadere supino a terra fu un anziano signore, il padrino di Tonino. Appena cadde, i più vicini iniziarono ad urlare e cercarono di dargli una mano pensando ad un malore improvviso. Poi di colpo altre tre persone in contemporanea stramazzarono a terra. In un attimo tutto intorno si sentivano urla strazianti, rumore di gente che vomitava l’anima, pianti di paura. L’inferno si era appena materializzato in quel cortile, ed ancora nessuno aveva capito chi fosse l’artefice. Tonino aveva appena allontanato sorridente il bicchiere dalle labbra quando si rese conto di cosa stava succedendo. Davanti a lui una scena orribile, più della metà degli invitati era a terra, morta, gli altri si trascinavano e si disperavano negli ultimi attimi di vita, mentre cercavano consolazione verso di lui, C’era chi lo guardava con uno sguardo interrogativo, silenzioso, come a cercare una spiegazione di tutto. Lui era interdetto, cercava di dare una spiegazione ma non riusciva. C’era chi cercava di scappare, ma il portone del cortile era stato chiuso a chiave, chi poteva averlo fatto?.

Si girò verso Carmela, ancora con il bicchiere a mezz’altezza, capì in quell’istante cosa stava succedendo. Si diresse verso di lei, furioso, probabilmente l’avrebbe avvicinata e si sarebbe scagliato su di lei per fargliela pagare. Se solo fosse arrivato vicino a lei. Fece due passi, poi una fitta al petto lo fermò. Fece cadere a terra il calice, che era rimasto ancora tra le sue mani. La vista era appannata, guardò a terra e ritornò a vedere Carmela ancora senza espressione in volto. Avrebbe preferito capire il perché, almeno percepirlo da un suo sguardo, da una sua emozione. Ma lei era ancora un manichino che osservava imperturbata la scena della sua tragedia. Tonino cadde a terra in un urlo di dolore, il suo cuore si fermò nel dubbio.

Passarono solo pochi secondi e il silenzio tornò a regnare in quel luogo. Un silenzio rotto solo da un flebile lamento. Maria era seduta davanti a Carmela, la guardava con occhi sgranati ed impauriti, non aveva la forza di dire nulla. Non era arrabbiata, non era capace di pensare a cosa fare. Era soltanto terrorizzata da quella piccola sagoma con il calice in mano che non guardava nemmeno nella sua direzione. Sarebbe morta di lì a poco come tutti? Cosa le avrebbe detto sua figlia? Non sapeva cosa stesse per succedere, ed era la prima volta dopo tanto tempo che si sentiva così schiava di una situazione che non manovrava.

Finalmente Carmela si girò verso di lei, lentamente. Non sembrava adirata ma seria.

-Puoi berlo tutto, non ti preoccupare. Il tuo non è avvelenato

Maria si impietrì, la voce di Carmela non sembrava quella che lei conosceva. Ora aveva la certezza che fosse lei l’artefice di tutto.

La ragazza si avvicinò alla madre, ancora lentamente, non aveva fretta.

-Li ho ammazzati tutti, li hai ammazzati tutti. Non mi interessa quanti, anche se ne avessi ammazzato uno solo meriterei l’inferno.

Un passo verso la madre. Un passo ancora.

-Mi fidavo di te, eri la mia forza, il mio punto di riferimento. Da quando papà non c’è più eravamo una cosa sola, avremmo dovuto remare insieme verso la stessa direzione in un mare in tempesta. Dov’è finita la madre che la sera mi pettinava e mi coricava a letto dicendomi di non aver paura del buio? Dov’è finita la madre che mi abbracciava e mi diceva che sarebbe stata sempre dalla mia parte?

Ancora due passi, Maria respirava a fatica.

-Hai messo il tuo piacere davanti a tutto, anche davanti a tua figlia. Volevi una bella vita ma senza pagare le conseguenze. Non hai mai pensato che io potessi essere infelice in tutto questo? Era soltanto il tuo piano per una scalata sociale? Mi fai schifo.

Carmela era ora davanti a Maria, ancora seduta sulla sedia.

-Lo sai perché il tuo vino non è avvelenato? Non pensare che alla fine ti abbia risparmiato perché ti voglio bene. Io voglio che tu sia quella a pagare di più, non meriti la clemenza della morte. Tu devi sopravvivere perché tu hai avvelenato tutti, anche la tua cara figlia. Ho già scritto una lettera a tuo nome in cui scrivi come hai fatto ad avvelenarci tutti. Giorni fa sono passata in farmacia, ho comprato io il veleno ma prima di uscire ho indossato i tuoi vestiti, quelli che hai addosso tu oggi, mi sono coperta bene il viso per non farmi vedere. Poco fa ho fatto mandato via un bambino dalla polizia per avvisarli di aver visto te che eri in cucina che urlavi con una cameriera che ti aveva scoperta. A quest’ora lo sapranno tutti, è questione di tempo e verranno a prenderti

Maria iniziò a vedere ora la trama di Carmela, e capì che il disegno era più diabolico di quanto pensasse.

-Sopravvivrai vedendo questa scena ogni giorno della tua vita, ma sarai in prigione e non nella bella vita che avevi progettato. Rivedrai ogni giorno le tue figlie morire, e saprai che è solo colpa tua. Potevi evitare questo, ma non l’hai mai preso in considerazione. Da lassù papà ti starà guardando, non sarà per nulla fiero di te.

Alzò il braccio, Maria di scatto chiuse gli occhi per paura di un colpo ma li riaprì pochi secondi dopo vedendo Carmela con il calice ancora in mano.

-Alla salute, mamma

Scolò il bicchiere e lo gettò a terra vedendo i mille pezzi di cristallo frantumarsi sul basalto.

Chiuse gli occhi e sorrise, un sorriso che non le veniva naturale sul volto da troppo tempo. Cadde a terra senza dire una parola o un lamento. L’ultimo atto della tragedia era finito, per sempre.

Maria la guardò e iniziò a piangere, sentì avvicinarsi i passi dei poliziotti che iniziavano a battere sul cancello urlando di farsi aprire.

8 Gennaio 1978

Il bambino si svegliò nella culla. Forse un rumore secco come di una serratura che scatta lo aveva destato.

Si guardò intorno, tutto buio. D’istinto aspettò in silenzio di capire dove fosse, attese che la vista si fosse abituata all’assenza di luce. Riconobbe la sua culla, era nella sua cameretta.

Si sentì al sicuro, provò a girarsi nel lettino.

Da un’altra parte della casa sentiva dei rumori. No, delle voci. Un misto di voci confuse. Una era inconfondibile, era sua madre. La sua mamma era da qualche parte in quella casa, doveva raggiungerla. Istinto, un figlio non può che ricongiungersi al suo primo amore quando si sente solo.

In cucina era tutto pronto. Non era stata una scelta facile quella presa nei giorni precedenti, ma Giovanna era ora più sicura che mai.

Qualche giorno prima aveva parlato con sua sorella, che a sua volta si era rivolta ad un’amica che conosceva una certa signora che faceva al caso suo. Uno strano gioco di un telefono senza fili dalle diaboliche conseguenze. Giovanna era andata anche dal suo sacerdote, Don Vincenzo. Questo era stato categorico, non doveva scherzare con quell’argomento. Era difficile superare un trauma così forte, ma in famiglia erano in tanti e insieme si riesce a superare tutto.

Cos’era successo? L’irreparabile. La falce imparziale dell’oscura signora si era abbattuta su quella famiglia ma Giovanna era troppo debole per sopportare un tale peso. Don Vincenzo aveva ragione, certo, ma si sa, la mente viaggia da sola specialmente quando le giornate sono lunghe e ogni angolo della casa sembra ricordarti tutti i dettagli.

Aveva bisogno di un tramite, parlare un’ultima volta. Sarebbe stata disposta a tutto, e fu proprio quello che fece. Quel giorno a casa venne Nunziatina, tutti conoscevano la fama che la precedeva.

Nunziatina era una maga, ma non di quelle che ti aiutano a raccattare un po’ di fortuna dandoti una mano al Lotto. Nunziatina è figlia d’arte, si diceva che la madre fosse imparentata con una Janara. Nunziatina era un tramite con l’aldilà, nelle sue vene scorreva sangue di generazioni di streghe. Nunziatina parlava con i morti.

A Giovanna bastava sapere quello, faceva proprio al caso suo. E quella notte contro ogni impedimento la fece entrare di soppiatto in casa per esaudire il suo intimo desiderio.

La culla era abbassata. Il piccolo era al sicuro, ma aveva tutto lo spazio necessario per scendere dalla culla e atterrare facilmente. Non era la prima volta che lo faceva, la madre già due volte credendolo tra le braccia di Morfeo lo aveva lasciato solo nella cameretta e lo aveva ritrovato sotto una sedia o a giocare a terra indisturbato all’insaputa di tutti. Erano tutti un po’ sbadati in quella casa, erano tanti e non c’era mai pace per nessuno.

Anche quella notte decise di provare. Sarebbe sceso dal letto per inseguire la sua voce preferita, proprio quella della mamma. Si girò di spalle, come aveva sempre fatto, e con piccoli passi arrivò al bordo della culla. Distese le gambe fino quasi a poggiarle a terra. Pochi centimetri lo separavano dal pavimento. Si lasciò cadere, l’imbottitura del tutone attenuò il piccolo salto. Appena a terra si mise seduto. Era tutto sotto controllo. Non aveva ancora sviluppato la paura e questo rese l’impresa più facile di quanto lo fosse realmente. Si girò verso la porta, le voci venivano proprio da quella direzione.

Giovanna fece sedere Nunziatina. Non c’era bisogno di parole. Giovanna aveva gli occhi lucidi, gli occhi di una persona che ha pianto troppo ma che ha ancora tante lacrime da versare. C’era qualcosa di teatrale nell’aria, sguardi che si incontravano scambiandosi le più intime sensazioni in silenzio. Nunziatina già sapeva tutto. Nel quartiere le voci sfrecciano più dei motorini. La tragedia era sulla bocca di tutti, anche se la regola della decenza dettava di non parlarne mai in presenza della povera disgraziata. Nei giorni precedenti Giovanna aveva l’idea che tutti ne parlassero ogni giorno ad ogni ora e che smettessero di parlarne solo quando lei camminava per strada. Era sommersa dagli sguardi di pietà di tutti quelli che incontrava al punto da sentirsi incapace di galleggiare.

Nunziatina disse solo una frase, categorica, imprescindibile

-Dobbiamo essere soli nella stanza, è importante che tutti dormano e che nessuno entri ad interrompere. Ci siamo capiti?

Giovanna annuì. Stare da sola era tutto quello che chiedeva. Un po’ perché sapeva che la reazione di tutta la famiglia non sarebbe stata clemente, un po’ perché aveva voglia che quell’attimo, seppur breve, dovesse essere tutto suo.

Si sedettero su due sedie di legno impagliate, Giovanna spense la luce mentre l’altra accese una candela.

Il piccolo si avvicinò gattonando alla porta. Se fosse stata chiusa il suo viaggio sarebbe finito lì, invece per sua fortuna era solo socchiusa. Un piccolo spiraglio che lo separava dal suo obiettivo.

Non fu facile aprirla. Non lo aveva mai fatto e all’inizio provò a spingerla in avanti, rischiando di chiuderla definitivamente. Dopo un paio di tentativi riuscì a tirarla verso di sé, restando immobile mentre vedeva il disimpegno da quella angolazione. Si voltò in tutte le direzioni restando seduto sul pavimento. Ecco che vedeva una luce nella direzione della cucina. Era una luce soffusa, ma valeva la pena di andare in quella direzione. Anzi, sentiva che lì era dove doveva andare.

Nunziatina chiuse gli occhi. Non lo aveva detto a Giovanna ma già solo entrando in quella casa aveva avvertito qualcosa di strano. Come se all’improvviso si fosse attivato qualcosa. forse era suggestione, o forse era davvero il dolore straziante della morte ad essere il padrone di quell’abitazione. Quando chiuse gli occhi sentì un peso sulla sua testa, come una forza innaturale le stesse obbligando di rimanere seduta. Era incapace di opporsi a quella forza e sapeva che non doveva contrastarla. Lei era solo un tramite, non aveva libertà di azione.

Era in trance, gli occhi erano ancora chiusi ma la bocca si aprì cominciando a ripetere una litania incomprensibile. Erano parole in napoletano antico, una lingua ormai dimenticata. Non era lei a parlare, lei prestava soltanto le corde vocali. In quel momento sua madre, sua nonna e chissà quante altre presero il controllo del suo corpo per adempiere al suo scopo.

Seduta di fronte, Giovanna la guardava senza fiatare. Senza respirare. Non sapeva se era più la paura di quella situazione per nulla normale oppure la gioia che di lì a poco a poco avrebbe avuto quello che desiderava tanto.

-Prendi le mie mani. Rimani in silenzio e chiudi gli occhi

La voce non era più quella della maga. Giovanna si era accorta che ora il timbro era diverso, quasi come se fossero più voci a parlare contemporaneamente. Obbedì senza esitare.

Il bagliore della luce era sempre più vicino. Ogni piccolo passo rendeva più distinta l’ombra che si proiettava sul muro opposto. Non sentiva più la voce della madre, strano. Sentiva un sottofondo ma non sapeva identificarlo. Gattonò ancora un po’ finché si affacciò e finalmente la vide.

Era di spalle ma la riconosceva. Eccola lì, sua madre. La luce della candela proiettava un alone intorno quasi angelico. Abbassò la testa e si diresse più velocemente verso di lei.

-Tieni strette le mie mani. Non aprire gli occhi per nessun motivo

Il cuore di Giovanna prese a battere sempre più velocemente. Nel silenzio della cucina sentiva i suoi battiti assordanti pensando che il cuore le sarebbe schizzato fuori dal torace. Teneva gli occhi stretti con forza quasi come se dovesse contrastare una forza invisibile che tentava di farglieli aprire. Dalle palpebre chiuse riusciva a percepire la luce della candela che cambiava direzione sempre più velocemente. Non sentiva spifferi però, l’aria si era come immobilizzata nel tempo.

-Giovanna devi essere forte, non aprire gli occhi

Perché insisteva così tanto? Non aveva motivo di disobbedirle proprio ora che era vicina al suo intento. Stava per domandarselo quando alle sue spalle sentì un piccolo rumore.

I passi del piccolo diventavano sempre più rumorosi quanto più si avvicinava alla mamma. Batteva le mani a terra schiaffeggiando il pavimento, avrebbe attirato sicuramente l’attenzione e si sarebbe finalmente girata. Come quando faceva cadere di proposito i giochi a terra. Lei si girava e gli faceva una faccia buffa facendolo ridere a crepapelle. Ripensò a quei momenti e si sentì in pace. Ora voleva solo che si girasse. Che si girasse e che venisse a prenderlo in braccio. Aveva davvero bisogno di un abbraccio.

Erano proprio dei piccoli passi quelli che sentiva. Era immobile e tutti i sensi erano attivati, riusciva a sentire piccole vibrazioni del pavimento. Le mani tremavano e cominciavano a sudare freddo.

-Non ti muovere, capì? Non è il momento!

La fiamma della candela girava in senso orario senza fermarsi. Giovanna sentiva il calore della fiamma sul suo volto. Gli occhi sempre più serrati cominiciavano a lacrimare. Doveva essere forte, non poteva fallire a quel punto.

Il piccolo sentì la mamma piangere. Un’altra donna urlava contro di lei, era lei la colpa. Non poteva stare lì senza fare niente. Aveva provato a farsi notare ma senza risultato. Doveva avvicinarsi ancora di più. Fece altri passi e si avvicinò alla sedia portandosi vicino alla gamba della madre. Dal basso riuscì a vedere il suo viso, anche se non gli piacque. Aveva gli occhi chiusi e lui voleva vedere il suo sguardo rivolto verso di lui.

Giovanna continuava a tremare. Adesso sentiva la gamba muoversi. Sentiva un calore vicino al suo piede e istintivamente prese far tremare la gamba. Sentiva di non essere più così forte. E se in quello stato non riusciva a sentire la presenza di qualcun altro in casa che stava disturbando la seduta? La testa continuava a valutare ogni ipotesi possibile e impossibile. Stava impazzendo.

-Non lo fare. Giovanna non lo fare! Non interrompere, ci siamo quasi

Quella di Nunziatina era ormai solo una delle tante voci nella sua testa, e le altre erano assordanti.

Si alzò piano sul piolo della sedia cominciando a dondolarsi per spostarla leggermente. Perché la sua mamma non gli dava attenzioni? Era triste, voleva a tutti i costi un suo sguardo, un suo sorriso.

Inspirò con ansia e finalmente riuscì a pronunciare la parola. Quella parola che aveva sempre detto quando aveva bisogno di aiuto.

-Mamma!

Tutto successe in un attimo. Un singolo secondo scandito dal tic di un orologio da cucina. Un attimo dilatato nel tempo dalla forte tensione che aveva preso il comando in quella stanza.

Giovanna sentì chiaramente la voce di suo figlio che la chiamava. L’istinto materno prevalse. Più di ogni forma di autocontrollo. Più di ogni forza naturale o soprannaturale che imperava in quell’istante.

Aprì gli occhi girando di scatto la testa verso il basso.

Le mani si staccarono da quelle di Nunziatina, in un impeto di rabbia.

La maga soffiò sulla candela. L’aria trattenuta nei polmoni nei secondi precedenti uscì fuori tutta insieme facendo piombare nel buio la cucina di Giovanna.

Tutto in quel solo secondo.

In una piccola frazione di quel secondo Giovanna vide accanto alla sua gamba suo figlio Michele. che la guardava. L’immagine si dissolse in quella stessa frazione senza che lei potesse far nulla. Rimase immobile respirando a malapena. Subito dopo il silenzio fu rotto da un pianto straziante che sembrava non placarsi mai.

Nunziatina corse verso la porta di casa, prese velocemente le sue cose e scappò da quella casa maledetta dal dolore della morte. Sbattè la porta, Giovanna non sentì neppure le parole di scusa della maga che forse aveva sottovalutato troppo un dolore così grande.

Poco dopo tutti gli altri componenti della famiglia corsero verso la cucina, attirati dal pianto della povera madre. La videro seduta, con il resto del corpo disteso sul tavolo a disperarsi e tirarsi i capelli. Continuava a ripetere il nome del suo figlio più piccolo, Michele, morto una settimana prima a causa di un incidente domestico. Era sceso da solo dalla culla, la porta della stanza era chiusa e ingenuamente aveva gattonato fino al balcone, per poi infilarsi sotto l’inferriata e compiere un salto fatale di quattro piani.

Il marito di Giovanna e gli altri figli videro la povera donna in preda alla disperazione. Capivano che c’era qualcosa di diverso ma non chiesero spiegazioni. Si avvicinarono a lei e la strinsero in un forte abbraccio, abbandonandosi tutti al pianto.

Passarono i giorni, il dolore non sparì di certo.

Giovanna però ricordò un particolare. Un piccolo particolare in quella frazione di secondo che le avrebbe dato un po’ di coraggio. Michele l’aveva guardata un’ultima volta sorridendo. Ricordava che nel momento in cui i loro sguardi si erano incrociati lui aveva sul suo piccolo volto il più bello dei sorrisi che avesse mai visto.