29 Gennaio 2000

Il feretro arrivò lentamente nel cimitero di Poggioreale. Un piccolo gruppetto di persone seguiva la bara scura che percorreva i viali coperti dai grandi alberi che filtravano appena la luce del sole. Dentro la bara c’era Mario Busiello, noto commercialista di San Carlo all’Arena. Sul manifesto funebre c’era scritto:

E’ venuto a mancare all’affetto dei cari

Mario Busiello

di anni 55

Ne danno il triste annuncio la moglie Vanessa, i figli Gabriele e Leonardo e i parenti tutti

Sulla lapide invece sarebbe stato scritto a caratteri grandi “Padre e marito amorevole”

Un breve epitaffio ma di tutto rispetto. Vista da quella angolazione sembrava la tragica tragedia familiare. Un padre di famiglia, amato da moglie e figli che muore prima ancora di godersi appieno la vita.

La piccola coda dietro alla bara era lenta e composta. Andiamoli a conoscere meglio.

In prima fila c’erano Vanessa e Tommaso. Vanessa l’abbiamo già conosciuta nel manifesto funebre. E’ la povera vedova Busiello, vestita con un completo lungo e nero e il volto coperto da un velo scuro. Vanessa aveva 15 anni in meno del marito, lo aveva conosciuto appena ventenne. Lei lavorava alla biglietteria del teatro Diana e lui era un giovane borghese di buona famiglia, con uno studio avviato e tanto tempo libero. Fu amore a prima vista, Vanessa fu abbagliata da tanta sicurezza, poi Mario era sempre stato un uomo di bell’aspetto. Si fidanzarono e si sposarono in breve tempo, la classica storia romantica da film adolescenziale.

Accanto a lei a sorreggerla per un braccio c’era Tommaso, socio di Mario. Più che un collega un fratello. Si conoscevano dall’università. Stesso quartiere, stessi studi, entrambi “figli d’arte”, con un futuro già scritto. Da giovani avevano le stesse idee chiare: soldi, donne, successo. Erano molto volenterosi e nello scenario napoletano degli anni 70/80, dove un buon potenziale riusciva a dare una mano a raggiungere i sogni, erano gli uomini ideali. Aprirono insieme uno studio proprio nella grande piazza Carlo III, zona centrale della metropoli, e in poco tempo i clienti cominciarono a fioccare. Erano sempre uniti Mario e Tommaso. Condividevano tutto e tutti i giorni. Tommaso c’era in ogni momento importante della vita di Mario. Quando i suoi genitori erano morti, al matrimonio con Vanessa (era uno dei testimoni), alla nascita di entrambi i figli. Sempre con lui, e sempre rigorosamente single. E ora era lì a dare il suo ultimo saluto terreno e a consolare una povera donna rimasta senza la sua colonna portante.

Passiamo alla seconda fila, i due figli. Gabriele e Leonardo rispettivamente di 18 e 14 anni. Da come erano vestiti non sembravano avere la loro età, entrambi avevano un vestito classico con cravatta nera. Il primo con i capelli così lunghi da coprire ogni espressione sul volto, il secondo che toglieva continuamente gli occhiali per asciugare le lacrime con un fazzoletto. Si tenevano la mano a vicenda, erano sempre stati uniti fin da piccoli. Gabriele si era sempre sentito l’angelo custode del fratello da quando lo vide il primo giorno. Appena nato Leonardo era più piccolo della norma, e a casa era tenuto quasi in una teca di vetro. Gabriele guardava quel piccolo esserino non potendo fare nulla ma sapendo già che sarebbe stato sempre al suo fianco. Quando i bambini più grandi lo minacciavano ci sarebbe stato lui. Quando i compiti sembravano troppo difficili ci sarebbe stato lui. Quando la prima ragazza importante gli avrebbe rotto il cuore ci sarebbe stato lui. E così fu sempre. Anche in quel momento triste il loro microcosmo era così forte da tenerli insieme indissolubilmente.

Dalla terza fila cominciavano i parenti meno stretti e i conoscenti. Le sorelle di Vanessa, i dipendenti dello studio, cugini, zii, e tutto il parentato. Per lo più semplicemente delle comparse. A Napoli, si sa, la morte è un argomento serio ma non è esente dalle regole del galateo. Esistono regole non scritte che impongono di essere presenti nel giorno dei funerali di qualcuno come in chiesa nel giorno del matrimonio. In tempi antichi esisteva persino una pratica fredda quanto macabra. I presenti alle visite alla vedova dovevano firmare un libro per attestare l’avvenuta visita, quindi essere sicuri di essere ricambiati quando il visitatore fosse trapassato. Era tutto parte di quel gran teatro all’aria aperta che era la città di Napoli.

Il corteo si fermò, la bara aveva raggiunto la sua destinazione. La nicchia della famiglia Busiello. Qui i genitori di Mario insieme a qualche altra generazione sconosciuta ai presenti stavano aspettando l’arrivo del loro figlio. Il loculo era già pronto ma prima di provvedere a far riposare la salma per sempre c’era tempo per gli ultimi saluti.

Iniziò il sacerdote, conosceva Mario da qualche anno. Non lo vedeva sempre a messa ma d’altronde a Mario era concesso. Sì, perché il dottor Busiello era uno dei finanziatori della parrocchia di Don Angelo. Non solo nelle feste programmate ma anche durante tutto l’anno liturgico Mario elargiva forti somme di denaro al parroco. Servivano a coprire le numerose spese di manutenzione, ristrutturazione, abbellimento. Don Angelo salutava sempre calorosamente e lo ricordava nelle sue preghiere. Aveva perfino fatto mettere una targhetta sull’inginocchiatoio in prima fila della chiesa. Il minimo che potesse fare per quell’anima così generosa.

Don Angelo si rivolse a tutti i presenti in tono serio e altisonante.

-Siamo infine giunti agli ultimi saluti al nostro caro Mario Busiello. Che Dio lo abbia in gloria.

Dal silenzio cominciarono a sentirsi i primi pianti sommessi.

-Un uomo dai grandi valori come la famiglia, gli amici, la fede. La vostra presenza qui lo conferma. Era amico di tutti e nemico di nessuno. Sempre pronto a tendere la mano, sempre generoso. Sicuramente in terra si è guadagnato l’entrata nel regno dei cieli

Da lontano si sentì un debole tuono.

-Lascio la parola a voi cari amici del buon Mario per salutarlo un’ultima volta

Si allontanò facendo posto a Vanessa che si staccò da Tommaso per cominciare a parlare. La voce era rotta dal pianto e dietro quella piccola tenda nera che le copriva volto si riuscivano ad intravedere gli occhi contornati da un trucco rovinato.

-Mario era un grande uomo, pieno di talento ma soprattutto pieno di amore

Un tuono echeggiò nell’aria.

-Era pieno di amore, non solo verso la sua famiglia ma anche verso tutte le persone che lo conoscevano. La nostra unione e la famiglia che abbiamo creato ne sono la prova

Di nuovo un tuono, stavolta più forte.

-Un marito affettuoso e fedele. Come fedele era il mio amore per lui

Ancora un altro tuono, così forte da zittire per qualche secondo tutti i presenti.

-Sono sicura che da lassù ci sta guardando ed è commosso nel vederci qui tutti riuniti per lui. I parenti, gli amici. Amore, se mi stai sentendo sappi che ti amo e ti ho sempre amato.

-Aiuto un topo!

Dalla platea si sentirono delle urla, un ratto enorme era appena passato davanti a loro. Indisturbato se ne andava a passeggio tra i presenti quasi divertito a spaventarlo. In poco tempo il gruppo unito si sfasciò in piccoli gruppi finché il piccolo ospite non se ne andò. Tutti si ricomposero, compresa Vanessa che per la paura andò a trovare riparo tra le braccia di Tommaso. Qualcuno li guardava con occhi interrogativi mentre loro si guardavano intorno con imbarazzo. Appena la calma fu ristabilita Gabriele e Leonardo si avvicinarono alla bara senza mai staccare le loro mani che tenevano teneramente unite. Senza fare rumore si girarono verso gli altri. Gabriele fu il primo a parlare.

-Papà era davvero un grande. Tutti lo conoscevano ma solo pochi di noi sapevano veramente com’era. Era sempre impegnato al lavoro ma trovava sempre il tempo per stare con noi. Ricordo quando per la prima volta mi portò con lui nel suo studio. Tutti mi guardavano ed erano gentili con me. Ero il figlio del capo e probabilmente un giorno sarei stato lì insieme a lui a lavorare. Papà mi guardava orgoglioso mentre ricambiavo i saluti a tutti. Poi mi fece entrare nella sua stanza, mi fece sedere su quella sedia così comoda e grande per me e mi disse qualcosa che non ho mai dimenticato. “Gabriele tu sei mio figlio, tutto quello che vedi potrà essere tuo. Ma bada a non fare mai il grande errore di scegliere di vivere la vita di qualcun altro. Tu sei e sarai sempre te stesso come io sono e sarò sempre me stesso. Vivi il presente e progetta il futuro, ma fallo con amore. Io se sono qui è perché ho scelto il mio lavoro, la mia vita. Fà anche tu così, se vuoi consigli io ci sono sempre, ma la vita è la tua e voglio sempre vederti felice come lo sono io. Tutti lì fuori ti guardano convinti di sapere il futuro. Il futuro non è già scritto, dimostra sempre di essere un combattente mai scontato. Ti voglio bene”

In quel momento il cielo si aprì, le nuvole grigie si separarono permettendo ad un largo raggio di sole di proiettare il suo calore su tutta la scena.

-Forse ero troppo piccolo per capire quelle parole, ma le ho custodite dentro di me e sono state il suo insegnamento più grande. Dovunque tu sia papà sappi che non ti deluderemo mai

Qualche piccolissima goccia di pioggia si andò a posare a terra. Tutti alzarono lo sguardo, non c’erano nuvole in quel momento sopra di loro. Gabriele abbassò la testa trattenendo il respiro per reprimere un pianto. Leonardo riuscì a dire solo una piccola frase, la più piccola e dolce.

-Ti voglio bene papà

L’emozione era troppo forte per trattenere le lacrime. Si allontanarono piano a testa bassa. Tommaso si avvicinò per consolarli ma Gabriele gli scostò il braccio sgarbatamente. Tutto sempre sotto lo sguardo vigile di tutti i presenti. Tommaso era sempre più imbarazzato, decise quindi di prendere posto lui stesso come prossimo oratore. Si schiarì la voce simulando uno sguardo commosso.

-Mario non era solo un amico…

Un tuono di incredibile potenza esplose nell’aria, tra la paura generale. Tommaso riprese a parlare senza celare un certo timore.

-Dicevo, Mario non era solo un amico…

Il rumore si un altro tuono lo interruppe di nuovo mentre nuvole scure si addensavano proprio sopra di loro.

-Un fratello, Mario era un fratello per me. Siamo sempre stati uniti fin da piccoli. Abbiamo sempre condiviso tutto…

Senza nessun avviso cominciò a piovere a dirotto. Una pioggia scrosciante si riversò proprio sopra Tommaso che cercava di continuare a parlare senza curarsene. Nessun agente atmosferico lo avrebbe fermato nel suo estremo saluto. Gli altri presenti aprirono gli ombrelli ma lui no.

-Sì, condiviso tutto. Senza di lui sarà difficile andare avanti. Lo studio ha perso un grande capo così come io ho perso un pezzo della mia stessa vita

Ancora un tuono, la pioggia non smetteva di scendere. Tommaso alzava sempre di più la voce per farsi sentire.

-Ma anche se te ne sei andato così tardi continuerò ad essere da sostegno alla tua bellissima famiglia

Non finì la frase che un fulmine cadde proprio a pochi passi dall’oratore, su un albero vicino. Il rumore dell’impatto fu forte come le urla che seguirono. Un ramo cadde a pochi centimetri da Tommaso che aveva gli occhi quasi fuori dalle orbite. Scappò per rimettersi al suo posto designato, accento alle grazie di Vanessa. La platea osservava sempre curiosa quanto terrorizzata.

La pioggia cessò d’improvviso proprio come era cominciata. Il silenzio improvviso prese in contropiede tutti i presenti, che proprio approfittando del forte rumore stavano parlando tra di loro. L’argomento era facile da intuire. Stavano, come si dice a Napoli, “murmuliando”. Di cosa? Di Vanessa e Tommaso. Era troppo strano quel loro feeling proprio quella mattina, senza Mario. Imbarazzati tutti fecero silenzio.

A rompere la tensione palpabile ci pensò Tonia. Non la conosciamo ancora perché Tonia è la tipica ragazza “invisibile”. Era in coda nella fila del corteo anche quella mattina, come a rimarcare il fatto di essere vissuta sempre all’ombra di tutti. Tonia era la segretaria dello studio di Mario e Tommaso. Era lo stereotipo della segretaria. Magra, capelli lunghi legati da un elastico, occhiali più grandi del suo volto sottile. E timida, molto timida. Non timida abbastanza per lavorare con i due commercialisti però. Dei due, Mario aveva sempre creduto in lei, anche contro le continue critiche di Tommaso che a lei preferiva una sua amica. Un’oca di sua conoscenza che non sarebbe stata in grado di accendere un pc. Tonia invece era brava, volenterosa e giudiziosa, anche se molto timida. Mario non aveva mai considerato quest’ultimo un difetto, anzi, a lui serviva proprio una segretaria così. Discreta e soprattutto intelligente. Il suo affetto e il coraggio che le infondeva le avevano dato sicurezza fino a farla diventare una ragazza migliore. Si era sempre sentita in famiglia in quello studio ed era tutto merito del suo capo.

La ragazza si avvicinò alla bara in punta di piedi e combattendo duramente con la sua timidezza prese a parlare.

-Mario era una persona capace di dare calore. Quando penso a lui penso sempre al calore e alla luce che emanava. Era la persona migliore che abbia mai conosciuto, ed aveva il potere di irradiare la sua forza a chi gli stava vicino. Lavorare con lui è stata la cosa migliore che il cielo mi ha dato e non smetterò mai di ringraziarlo per quanto ha creduto in me e per il tempo che mi ha dedicato. Riusciva sempre a trovare il tempo per sedersi accanto e lasciarti sfogare. Ogni suo consiglio era oro, e li porto tutti con me

Di nuovo non c’erano più nuvole ed un sole caldo riprese ad illuminare la piccola ragazza. Illuminata da quella luce forte Tonia sembrava anche più bella.

-Mi mancherai tantissimo Mario

Portandosi la mano alla bocca si avvicinò ai figli di Mario stringendoli teneramente. Loro ricambiarono l’affetto in un abbraccio che fece commuovere tutti.

Ora il tempo sembrava di nuovo tranquillo, a quel punto le sorelle di Vanessa si fecero coraggio. Anche loro avevano delle parole da spendere per la povera salma. Stavano per avvicinarsi alla bara quando un gruppo di topi correndo si avvicinò al gruppo di persone. La scena di panico improvvisa è difficile da descrivere. Chi correva urlando, chi intimava la calma, il sacerdote che ripeteva meccanicamente il segno della croce, qualcuno chiedeva perdono per i propri peccati. In tutto questo il sole si alternava alla pioggia mentre tuoni improvvisi laceravano il cielo. Nel giro di pochi secondi tutti presero a scappare. Tutti tranne Gabriele, Leonardo e Tonia, ancora stretti nel loro dolce abbraccio. I topi scomparvero ed il tempo si era aggiustato definitivamente. Il terzetto si avvicinò alla tomba. Serenamente. Ora quel momento era tutto loro. Arrivarono vicino alla bara, tutti e tre sentirono una strana forza dentro di loro. Non solo, ebbero come l’impressione che una mano invisibile li stesse accarezzando sulla spalla. Si guardarono sorpresi ma non spaventati. Finalmente capirono la ragione di tutto quello. Era lui, non c’erano dubbi. Era sempre stato lì con loro. Si guardarono e sorrisero. Non erano soli, non lo sarebbero mai stati. I sorrisi diventarono risate.

-Grazie papà

-Grazie Mario

22 Gennaio 2035

La sveglia suonò alle 7:00 in punto. La voce di uno speaker radiofonico che annunciava un nuovo brano inondò la stanza. Una mano da sotto la coperta si apprestò a premere il bottone per far ripiombare la camera da letto nel silenzio. Arturo ora era sveglio, lentamente si alzò dal letto in modo da non svegliare la moglie. Infilò le pantofole e in punta di piedi si avviò verso la cucina. Aprì la piccola finestra accanto al lavello, respirando a pieni polmoni l’aria fredda dell’esterno. Dal ripiano più alto prese la moka e il barattolo con il caffè. Lo rilassava quel rito mattutino. Aprì il barattolo compiacendosi dell’aroma che sprigionava. Preparò il caffè con movimenti lenti, d’altronde era ancora mezzo addormentato e quel momento era tutto suo e poteva durare quanto voleva. Strinse bene la macchinetta e la poggiò sul fuoco più piccolo del piano cottura ad induzione.

Nessuna delle persone che conosceva usava ancora la moka classica. Ormai tutti preferivano avere a casa una macchina del caffè istantaneo. Faceva risparmiare tempo, e in un mondo dove tutti corrono e sono impegnati, il tempo è un tesoro da custodire gelosamente. Arturo preferiva invece svegliarsi qualche minuto prima per godersi quei pochi momenti di relax, prima di iniziare una giornata piena di impegni da incastrare a dovere.

Sfiorò il pulsante sulla parete e il pannello scuro davanti a lui si accese. I cristalli si attivarono all’istante per mostrare le immagini di un telegiornale. Abbassò il volume quanto basta per evitare di svegliare gli altri componenti della famiglia e rimase a guardare le brevi notizie del giorno. Il progresso scientifico degli ultimi anni aveva cambiato radicalmente la tipologia di notizie al TG. Prima la cronaca riempiva abbondantemente buona parte dei rotocalchi, specialmente quella nera. Ora invece sembrava un ricordo lontano. Le prime notizie erano rassicuranti, nuove scoperte nel campo tecnologico, i livelli di inquinamento e di benessere che salivano ogni giorno. L’età media che cresceva sempre di più. Vedere il TG di primo mattino lo metteva sempre di buon umore, quasi non ricordava quando era l’ultima volta che aveva sentito di una notizia di un omicidio. Era davvero fortunato ad aver messo al mondo dei figli in quel periodo storico.

Il rumore del caffè che usciva dal filtro lo riportò nel presente. Si girò a prendere lo zucchero quando sentì dei passi felpati dirigersi verso di lui. Era sua moglie, Marina, che sbadigliando e stiracchiandosi si avvicinò a lui.

-Buongiorno amore. Mmm… che profumino

Era in perfetto orario, il caffè era appena pronto per essere servito. Si diedero un lungo bacio e si gustarono seduti  il loro momento intimo.

-I programmi per oggi?

-Niente di che, briefing alle 9 con i colleghi poi dobbiamo cominciare i nuovi sviluppi. Si tratta di modifiche molto importanti dicono. Contiamo di consegnare tutto in tempo

-Mi piace quando sei così positivo. Io accompagno i bimbi a scuola poi passo a fare la spesa. Serve qualcosa in particolare?

-Che io ricordi no, poi sei tu quella che traccia ogni bisogno della casa. Io sono quello che esce la mattina e torna la sera.

Marina alzò un sopracciglio in modo interrogativo.

-Scherzo amore mio, mi fido di te. Nelle tue mani tutto è sotto controllo. Se posso fare qualcosa al rientro avvisami

Si alzò e si avviò verso il bagno.

-Non mangi nulla?

-No, grazie. Voglio arrivare qualche minuto prima della riunione, magari dopo scendo al bar e prendo un cornetto

Entrò nel bagno, ecco un’altra sequenza meccanica di passaggi che ripeteva ogni giorno.

Bagno. Barba. Doccia. Vestiti.

Come ogni giorno prima di cominciare attivò la luce con il comando vocale. Aveva anche la sua playlist personalizzata per quel momento. Musica classica. Alzò il volume, la stanza era insonorizzata quindi non aveva paura di disturbare nessuno. Eliminò i pochi residui di barba in pochi minuti con il suo rasoio elettrico. Il risultato era sempre perfetto. A quel punto si spogliò ed entrò nella doccia. Una volta riconosciuta l’impronta vocale l’acqua uscì automaticamente dai lati alla temperatura giusta. Giusta per Arturo si intende. Tutto era personalizzato in quella casa, ognuno dei quattro componenti aveva l’impressione di essere in una casa diversa, fatta su misura per se stesso.

Protese la mano sotto il distributore di bagnoschiuma e si massaggiò i capelli. Stranamente perse l’equilibrio, il piede destro scivolò e il corpo si sbilanciò su un lato. L’impatto con la parete della doccia non era stato forte, ma la testata data con la parte posteriore gli provocò un dolore acuto. Passò subito, si massaggiò forte nel punto dell’impatto. Nessuno aveva sentito niente, le pareti erano spesse ed assorbivano i rumori dei colpi. Finita la doccia si vestì, si improfumò e uscì dal bagno.

I bimbi erano già svegli e interruppero la colazione per abbracciarlo calorosamente. Arturo ricambiò l’abbraccio sollecitandoli a finire di mangiare.

-Perché ti tocchi la testa? Tutto bene amore

-Sì Marina. Sono scivolato nella doccia ed ho battuto la testa. Ma sto bene, niente di grave

-Sicuro? Mi dispiace. Un giramento di testa?

-No no, forse sono scivolato sul bagnoschiuma. Sto bene, grazie

Indossò il cappotto e prese la borsa del pranzo già pronta. Marina era sempre impeccabile. Stava per prendere le chiavi elettroniche dell’appartamento quando sentì un piccolo rumore metallico. Giurò a sé stesso di aver sentito un rumore diverso dal solito, sebbene la tv accesa mandava in riproduzione dei cartoni animati chiassosi.

-Amore, hai sentito anche tu questo rumore strano?

-No, che tipo di rumore

-Qualcosa tipo zzz zzz. Un rumore metallico

-No tesoro. Forse proveniva dalla tv. Magari dopo quando sarò sola vedrò di farci caso

Salutò la sua bella famiglia e uscì di casa. Entrò nell’ascensore, aveva già impostato sul suo dispositivo cellulare tutti gli impegni del giorno quindi quando l’ascensore si sincronizzò con il suo account lo portò direttamente al piano terra. Uscì dal palazzo e d’istinto guardò l’orologio. Erano le 8:15, in perfetto orario come ogni giorno. Guardò il cielo, era sereno ma il colore predominante era il griglio. Prese a camminare verso il suo ufficio. Il palazzo dove abitava era al Centro Direzionale, proprio a pochi passi dal suo ufficio. Una scelta dovuta appunto al risparmio di tempo, in quel modo sarebbe stato sempre puntuale al lavoro e non avrebbe sprecato minuti inutili. Dall’isola C sarebbe dovuto andare verso l’isola F, un tragitto di pochi minuti che gli permetteva a volte di fermarsi al bar per un saluto veloce ai suoi baristi preferiti.

Com’è che quel giorno però si ritrovava nei pressi dell’isola A? Strano, aveva sempre seguito lo stesso percorso ogni giorno anche perché era quello ottimizzato in termini di tempo. Era sovrappensiero per qualcosa e aveva camminato in una direzione opposta? Troppo strano. Guardò di nuovo l’orologio, erano le 8:19, non aveva sprecato molto tempo almeno. Poco male, sarebbe comunque arrivato in orario in ufficio. Calcolò mentalmente il percorso da fare per raggiungere il lavoro da quello che ricordava della piantina del Centro Direzionale. In realtà sembrava quasi che non conoscesse altro del Centro se non quei due punti di interesse, lavoro e casa. Possibile che era così preso dagli impegni lavorativi che non ricordava le altre isole? Decise allora di camminare a vista, nessun percorso impostato col GPS, al massimo avrebbe tardato qualche altro minuto ma ora aveva quella curiosità in testa. Doveva vedere gli altri negozi, magari ne avrebbe parlato con Marina e dopo il lavoro avrebbero passeggiato insieme con i piccoli. E poi era da tanto che non “si perdeva e si ritrovava” come diceva lui quando ricordava le uscite prima di quell’era tecnologica.

Camminò qualche minuto muovendosi verso l’esterno del Centro Direzionale quando andò a sbattere contro qualcosa di invisibile. Venne respinto all’indietro eppure davanti a lui non c’era nulla. Allungò la mano e questa urtò su qualcosa di solido. Una sorta di muro, ma invisibile. Un vetro. Che ci faceva un vetro lì? E poi era così trasparente che riusciva a vedere distintamente cosa c’era dall’altro lato. Si spostò di lato appoggiandosi al vetro per capire dove finisse. Camminava ma le sue mani continuavano a tastare quella lastra fredda e invisibile. Forse una protezione innovativa per lo smog? Dall’altro lato però non vedeva nemmeno una macchina. Ora che ci faceva caso sembrava proprio che non solo le auto, ma fuori non ci fosse nessuno. Era orario di punta e di solito dal 19° piano del suo ufficio vedeva sempre un viavai di persone fuori al Centro Direzionale che si muoveva in tutte le direzioni. Sembrava uno spettacolo da film distopico quello che aveva davanti ai suoi occhi. Cercò di dare qualche colpetto al vetro ma senza risultato. Nessun movimento. Alle sue spalle c’erano già un bel po’ di persone che si affrettavano a compiere i loro doveri quotidiani, possibile che solo a lui potesse sembrare strano tutto questo?

All’improvviso ebbe un sussulto. Il vetro si mosse leggermente e sentì il rumore di un colpo dall’altra parte. Si girò di scatto nuovamente in direzione del muro trasparente e vide una figura umana accasciata sul vetro. Era un uomo, adulto, con i vestiti logori e consumati. Stava lì, appoggiato inerme con le braccia alzate e le gambe divaricate. Non sembrava respirare, era forse morto? Arturo si avvicinò al vetro per vedere meglio il volto. In quel momento l’uomo si mosse, alzando la testa proprio nella sua direzione. Arturo cadde all’indietro per lo spavento parandosi istintivamente con le braccia. Quel mostro dall’altro lato si dimenava continuamente prendendo a pugni il vetro che resisteva senza problemi ai colpi. Dopo qualche secondo Arturo riaprì gli occhi, la mente aveva compreso l’assenza di pericolo. Si avvicinò lentamente al vetro per guardare meglio quel volto. Era umano, tutti i tratti caratteristici portavano a considerare che fosse un uomo. Ma sul volto non tutti i pezzi erano al proprio posto. Il colorito era rosso, non c’era pelle su quel volto e quello che vedeva era carne viva. Il naso non c’era, al suo posto un orrendo buco dal quale usciva rabbiosamente una nuvola di aria che appannava il vetro. Un occhio penzolante, l’altro che lo guardava in un misto tra pietà, dolore e odio.

Arturo si staccò da quello spettacolo orrendo in cerca di chissà chi. Doveva avvisare qualcuno, quella persona poteva essere salvata o allontanata, ma bisognava agire e subito. Fermò chiunque gli si parava davanti. La maggior parte della gente andava di fretta e non gli dava ascolto, qualcuno gli intimava di non agitarsi. Vide un ispettore di sicurezza pubblica e sperò che fosse lui la sua soluzione.

-Agente, mi scusi. La prego deve venire con me. C’è un uomo al di là del vetro che ha bisogno di aiuto. Sembra furioso, potrebbe essere un problema per tutti

Impercettibilmente sentì di nuovo quel rumore metallico quando gli occhiali scuri della guardia lo fissarono. Ora riusciva ad associarlo a qualcosa, era sicuro che fosse quasi il rumore di uno zoom di una fotocamera.

-Prego, di quale vetro sta parlando? Una vetrina di un negozio?

-No, no. Quel vetro che separa quel lato del Centro Direzionale da Via Porzio. In realtà l’ho scoperto stamattina ma la cosa importante è che quell’uomo potrebbe attaccare qualcuno, sembra furioso

-Mi conduca al vetro

Arturo camminò verso il luogo designato, appena arrivato vide che l’essere era ancora dove lo aveva lasciato. L’agente lo guardò da dietro gli occhiali scuri limitandosi ad analizzare freddamente il vetro.

-Strano che riesca a vedere dall’altro lato. Dovrebbe essere un problema contenuto

Arturo era stranito. Il problema era quell’uomo dall’altro lato mentre l’agente sembrava interessarsi del vetro.

-Segnaleremo appena possibile l’accaduto, non si ripresenterà più. Devo chiederle di seguirmi e rispettare il protocollo

Seguirlo? Protocollo? Di che diavolo stava parlando? L’agente si avvicinò minacciosamente prendendolo per un braccio. Arturo ritrasse il braccio guardandolo interrogativamente ma questo provocò ancora di più l’altro che gli bloccò le spalle. In preda alla disperazione Arturo cercò di divincolarsi ma sentiva la stretta serrata dell’altro. Ebbe un’idea, doveva approfittarne subito. Si sfilò la giacca che rimase tra le mani dell’agente. Ora era libero. Si mise a correre a testa bassa, doveva essere vicino al suo ufficio e lì sarebbe stato al sicuro. Nel correre non si preoccupava delle persone che travolgeva, doveva assolutamente recarsi in ufficio per scongiurare la sua salvezza.

Eccolo lì, l’ingresso era davanti a lui. Non si curò di salutare il guardiano che lo vide sfrecciare in direzione degli ascensori saltando la fila. Si sentiva fortunato, nel momento in cui arrivò nell’atrio si aprì un ascensore e si infilò dentro. Premette il pulsante di chiusura porte chiedendo silenziosamente scusa con gli occhi ai colleghi che guardavano la scena allibiti. L’ascensore si sincronizzò con il dispositivo personale di Arturo selezionando in automatico il 19° piano. Quei pochi secondi sembrarono interi minuti ma arrivò a destinazione. Uscì dall’ascensore guardandosi intorno. Ormai aveva il dubbio di non essere mai solo. Iniziava a sudare, mentre con una finta calma prendeva posto nella sua scrivania. Sentì improvvisamente una mano sulla sua spalla

-Arturo tutto bene? Ti vedo pallido

Arturo ebbe un balzo al cuore. Si rese subito conto che però era solo Giuseppe, un suo collega.

-Sto bene. Sto bene

-A me non sembra proprio. Aspetta che chiamo l’interno del medico, dovrebbe essere già al lavoro

Prese il telefono e chiamò il medico del lavoro.

-Tutto risolto, è giù al 15°. Stammi a sentire, passa da lui e vedi che dice

Non era poi una cattiva idea. Magari fare quattro chiacchiere con il dottore avrebbe giovato. Avrebbe tenuto sotto controllo quel cuore che batteva ad un ritmo assurdo. Ringraziò e scese al 15° piano. Entrò nella sala medica dopo aver bussato.

-Prego, si accomodi. Signor Ascione, giusto?

-Sì, sono io. Mi accomodo qui?

-Sì, prego. E’ molto pallido, sicuro di stare bene? Facciamo un check veloce dei valori

Lo fece stendere sul lettino mentre una luce lo scansionò in pochi secondi.

-Il battito è molto accelerato, sa dirmi perché?

-Sono agitato per via di un episodio accaduto stamattina

-La prego, me lo racconti

-Ecco… Sembra strano ma ho visto un uomo fuori al Centro Direzionale. Non era proprio un uomo, sembrava più uno di quei mostri dei film di apocalisse zombi. Sembrava che solo io potessi vederlo. Fuori dal Centro tutto era deserto ed un agente di sicurezza voleva portarmi con sé

-Intende che non vedeva quello che vedo io adesso?

Si alzò dalla sedia e premette un pulsante sul muro. Dalla parete si aprì una finestra verso l’esterno. Arturo si alzò per guardare fuori. Vedeva un via vai di persone, dentro e fuori il Centro Direzionale. All’esterno i negozi erano aperti, file di bambini camminavano per andare a scuola. Gli autobus e le macchine percorrevano lentamente il traffico con calma. Tutto sembrava in ordine.

-Non capisco, ora è tutto normale, non come prima

-Si calmi, forse è tutto dovuto ad un forte stress. Lei lavora per una grande azienda e i tempi di lavoro sono sempre più stringenti, lo so bene. Ultimamente le sembra di avere un carico di lavoro superiore alla norma?

-Non saprei. Ci sono delle scadenze a brevi ma niente di diverso rispetto al passato

-Potrebbe essere solo un po’ di stress, mi dia retta. Forse è arrivato al limite senza rendersene conto. Si stenda sul lettino che facciamo un’ultima analisi

Arturo si distese sul lettino e chiuse gli occhi. Il medico gli tastò la nuca fino a schiacciare un punto in particolare. Si sentì soltanto un “click” sordo, poi Arturo perse i sensi. Il dottore si avvicinò al telefono e compose un numero.

-Sì, è qui. Venga subito, penso di aver capito il problema

Dopo un minuto entrò dalla porta un uomo. Tutti lo conoscevano in quel palazzo, era niente di meno che il direttore generale di quell’azienda. Avevo lo sguardo serio e accigliato, si rivolse al dottore senza convenevoli. In realtà non c’era un protocollo che lo stabiliva.

-E’ lui?

-Sì, unità 7014. Dice di aver visto qualcosa fuori dal Centro Direzionale. Ho scaricato i files dalla memoria visiva. Vede qui?- Indicando lo schermo sulla scrivania -Ha visto il mondo di fuori per come è, ma quando gli ho fatto vedere fuori dalla finestra ha detto di non vedere nulla di strano. Dubito sia un problema della cupola protettiva. Ho già mandato una segnalazione e verificheranno in poco tempo. Penso che il problema sia dell’inibitore

-Mi faccia vedere le telecamere di sicurezza del suo appartamento da stamattina

Sul monitor presero a scorrere velocemente le immagini di quella mattina. Lo schermo era diviso in otto sezioni, ognuna mostrava una stanza della casa di Arturo.

-Ecco qui, alle 7:34. Ha battuto la testa nella doccia. Provi a fare una diagnosi del chip RZ-20

Il medico collegò un apparecchio alla base dietro la testa di Arturo e digitò velocemente dei comandi su una tastiera. Si accese una lucina rossa.

-Proprio così, il chip è compromesso. E’ necessaria una sostituzione, ma come lei sa questo comporterebbe la perdita della memoria a breve temine del soggetto. Possiamo restringere il campo ad oggi. Che ne pensa?

-E’ il prezzo giusto da pagare. Il male minore. Non possiamo compromettere tutto per un semplice malfunzionamento. Resetti la memoria dell’unità 7014 e provveda a copiare il backup di ieri sera. Lo tenga in sala operatoria fino alle 22. Provvederemo a portarlo a casa e metterlo a letto. Domani non ricorderà nulla

-Perfetto, nessun problema. Vivono con lui delle replicazioni sintetiche?

-Sì, altre tre. La moglie e i due figli. Darò subito indicazioni di cancellare il programma settimanale di oggi e riportarlo indietro di un giorno

Il direttore disse l’ultima frase poi uscì dalla stanza senza dire una parola. Non ci fu nessun saluto nemmeno in quell’occasione. Tra macchine non esistono convenevoli.

Il dottore si mise subito all’opera con il suo nuovo paziente. Caricò il programma di reset impostando la data di decorrenza. Aveva ragione il direttore, quel soggetto comune a tutti gli altri era un tassello importante per tutto l’ecosistema globale.

Di centri come quello ce n’erano tantissimi in tutto il mondo. Gli esseri umani assoggettati inconsapevolmente alle macchine dovevano essere ogni giorno attivi in modo che il loro lavoro potesse continuare all’infinito. Ogni giorno milioni di individui scrivevano righe di codice che andavano ad evolvere un grande software che comandava tutti i dispositivi intelligenti ormai padroni dell’intero pianeta. Avevano elaborato il complesso piano da anni ormai, costruivano continuamente delle città indipendenti sulla fattezza di quelle passate. Facevano vivere gli uomini in un ciclo settimanale continuo, sempre lo stesso. Avevano creato nelle loro giornate una quotidianità che li teneva lontani dalla realtà abominevole. Innestavano nelle loro menti dei ricordi, delle sensazioni, addirittura facevano in modo che progettassero per la settimana successiva un viaggio. Intanto le settimane erano chiuse in un loop continuo. Erano schiavi immersi in un elettronico sonno eterno.

Un suono dalla console indicò al dottore che l’operazione era terminata. Staccò il cavo dal suo paziente, nuovo di zecca. Fece un check veloce del chip che stavolta diede esito positivo. Il suo lavoro era terminato, più tardi sarebbero venuti a prelevare il soggetto e portarlo nel suo appartamento. Si mise in modalità di standby, se fosse squillato il telefono si sarebbe riattivato.

La notte passò velocemente, tranquilla come sempre.

La sveglia suonò alle 7:00 in punto. La voce di uno speaker radiofonico che annunciava un nuovo brano inondò la stanza. Una mano da sotto la coperta si apprestò a premere il bottone per far ripiombare la camera da letto nel silenzio.

Ancora.

15 Gennaio 2005

Cercasi chitarrista esperto per gruppo Rock/Heavy/Grunge. No perditempo. Chiamare Lello

Di annunci del genere ce n’erano tantissimi per Via San Sebastiano. Non per niente quella era la via maestra dei musicisti. La grande strada napoletana adepta alla musa Euterpe.

Tutte le mattine i negozi di strumenti musicali si riempivano di gente. Giovani che marinavano la scuola per inseguire un miraggio, artisti in erba alla ricerca di ispirazione o musicisti conosciuti nel panorama folkloristico sempre alla ricerca del perfezionamento continuo. Un pellegrinaggio di sognatori. Passeggiare per Via San Sebastiano significa assistere ad un concerto continuo. Ogni porta di un negozio che si apre fa uscire fuori un po’ di musica.

C’è il liutaio con le sue chitarre, il negozio di strumenti a fiato, c’è n‘è per tutti i gusti. E tra un negozio e un altro non c’è spazio fisico. Ogni centimetro quadrato di muro viene usato come bacheca per affiggere i propri annunci. Compravendita di strumenti, certamente, ma anche annunci di gruppi musicali alle prime armi. Quale posto migliore che quel calderone di sogni e speranze. Nel panorama musicale tutti conoscono gli U2 e la storia di come la band sia nata. Era l’esempio che usavano come scala per arrivare al proprio sogno.

Quel lunedì mattina, una come tante, per Via San Sebastiano passeggiava anche Salvatore. Lui non era della stessa categoria citata sopra. Sia ben chiaro, la musica faceva parte della sua vita, era un elemento inseparabile di ogni sua giornata. Ma Salvatore la musica la ascoltava soltanto. Non sapeva suonare nessuno strumento. Aveva conosciuto la musica, la vera musica secondo lui, troppo tardi. Sempre chino sui libri, i genitori glielo dicevano sempre.

“Salvatore, pensa solo allo studio. Evita le distrazioni”

Così per troppo tempo aveva lasciato troppo in basso quel desiderio, esploso poi nell’ultimo anno di superiori. Frequentava il Liceo Scientifico quando un suo amico fuori scuola gli passò il walkman per fargli sentire una compilation che aveva creato. Bastò solo una canzone per risvegliare quell’istinto. Lazy dei Deep Purple, versione dal vivo da Made in Japan. Salvatore restò a bocca aperta e con lo sguardo assente fino alla fine del brano. Non aveva mai ascoltato qualcosa del genere. All’inizio un rumore persino fastidioso, ma che poi diventava una musica di una potenza favolosa. Da quel giorno iniziò a studiare quel genere musicale come se stesse studiando per l’esame di stato. Ogni volta scopriva un gruppo nuovo, sentito forse nominare da qualche parte, ma che mai avrebbe pensato fosse capace di creare una musica così bella.

Jimi Hendrix, Malmsteen, Led Zeppelin, Rush, Dream Theater, Iron Maiden. Erano alcuni degli dei che popolavano il suo Olimpo, e lui ora era un cultore di quella nuova fede. Purtroppo il liceo prima e l’università poi gli rendevano impossibile dedicare tempo per imparare a suonare uno strumento. Tutti gli dicevano che da piccoli era più facile, più semplice perché chi da grande era un buon musicista si allenava per ore al giorno. Lui tutto quel tempo non lo aveva, quindi per ora rimaneva solo un buon ascoltatore di ottima musica ma incapace di distinguere uno spartito da un foglio pieno di schizzi di inchiostro.

Quel giorno la lezione all’università era terminata prima del solito. Il professore di Fisica 2 aveva avuto un contrattempo quindi poteva sfruttare il resto della giornata come voleva. Tornare a casa era l’ultima delle opzioni. Per una volta che poteva, avrebbe desiderato passeggiare per il centro storico con il suo lettore mp3 a fargli compagnia. Anzi, quella mattina sarebbero stati i Toto a prenderlo per mano e accompagnarlo per i vicoli del centro.

Da Spaccanapoli arrivò a Piazza del Gesù Nuovo, poi bastava girare a sinistra dopo Santa Chiara per arrivare nella sua via preferita. Spense il lettore mp3 per godersi ogni suono di quel posto. Respirava a pieni polmoni musica, un mondo di cui sapeva non farne parte appieno. Guardava fuori da ogni vetrina, nella sua mente fantasticava e si vedeva all’interno a provare una nuova chitarra, a scambiare consigli con i negozianti. Magari fosse così. Per curiosità leggeva ogni annuncio affisso sui muri, di alcuni segnava anche il numero anche se non sapeva bene il perché.

Era tutto assorto nel suo mondo tra fantasia e realtà quando sentì una voce alle sue spalle.

-Posso essere di aiuto?

Era una voce gentile, sicuramente un commerciante del posto che lo aveva visto interessato e cercava di vendere uno strumento musicale.

-No grazie. Sto solo guardando.

-Lo devo, stai guardando ogni negozio e ogni foglietto appeso. Sicuro di essere solo di passaggio?

Lo stava pedinando? Si girò per guardare chi fosse. Sembrava una persona comune. Magro, altezza nella media, viso pulito. L’unico particolare rilevante erano i vestiti. Era vestito come un anziano, almeno per Salvatore era quella l’impressione. Un abito grigio con panciotto, camicia chiara e cravatta nera. In testa un cappello a tesa larga. Gli avrebbe dato al massimo quarant’anni, ma di solito i quarantenni non vestono già così.

-No, grazie davvero. In realtà non so nemmeno suonare uno strumento

Perché glielo aveva detto. Va bene che poteva essere un negoziante fastidioso, ma era un dettaglio inutile. Poteva solo dire “no, grazie” ed andarsene. Forse era quel viso pulito che gli ispirava fiducia o forse la voglia di confessarsi del suo peccato più grande.

-Ok, nessun problema. Io comunque non vendo strumenti. Diciamo che sono più un maestro

Ecco cos’era, un aspirante maestro di musica in cerca di un allievo. Era così rovinato da non permettersi nemmeno una stampa di un foglio da appendere su un muro. Meglio filare alla larga.

-Grazie, non mi interessa. Non ho tempo per imparare in questo momento. Ho altre cose per la testa e non sono sono nemmeno autosufficiente finanziariamente. La ringrazio

Con questa risposta Salvatore era sicuro di aver chiuso quella breve parentesi. Ora il signore sapeva che non aveva soldi da spendere (metti che era un ladro) e tempo da buttare. Contrariamente a quanto si sarebbe aspettato quel signore gli sorrise. Un sorriso determinato, come di chi sta per tirare fuori dalla manica la sua carta vincente. Si tolse il cappello e disse:

-Già parla di soldi e di tempo? Quella è una contrattazione che viene dopo l’esposizione della merce. E poi chi ha detto che servono entrambi? Ma si figuri, non voglio disturbarla ulteriormente. La saluto, buona giornata

L’uomo si rimise il cappello sulla testa e prese a camminare. Salvatore vide che zoppicava da un piede, la sua andatura sembrava un po’ ridicola. Ma quello che aveva detto non fece che attirare ancora più la sua attenzione. Effettivamente aveva ragione, non aveva ancora spiegato il suo vero intento e lui già dava per scontato che non valesse la pena ascoltarlo. Era stato sgarbato, forse avrebbe dovuto scusarsi.

Lo raggiunse e gli si parò davanti.

-Mi scusi, non volevo offenderla. E’ che la musica è sempre stato il mio cruccio. La amo nella stessa maniera in cui la respingo quando si parla di me. A volte penso che il mio destino sia quello di essere soltanto un ascoltatore seriale.

-Non si preoccupi. Non è stato per nulla scortese. Mi dispiace che lei sia così pessimista. Il destino non è scritto, o quanto meno abbiamo una larga opportunità di scelta in vita. Glielo dico per esperienza diretta sul campo, mi creda

-Sarà, ma a volte penso sia più importante il tempo impiegato nel passato che quello del futuro. Avessi fatto scelte diverse prima ora non sarei così

-In parte ha ragione, ma dimentica le opportunità che possono presentarsi nel futuro. Sono tutte da scoprire. Scusi se mi permetto di parlare con lei in questo modo. Magari la filosofia le dà noia

-Ma no, si figuri. Lei è un professore di musica

-Diciamo di sì. Non è proprio il mio lavoro principale ma ne fa parte

-Capisco, insegna privatamente? A quanto ne so lo studio della musica è molto duro. C’è chi dice che bisogna dedicare molto tempo per raggiungere progressi poco alla volta

-In genere è così, ma vedo che siamo ritornati a parlare del tempo, è un argomento che le sta proprio a cuore. Come si dice, la lingua batte dove il dente duole. Le potrebbe far piacere quindi sapere che nel mio caso il fattore tempo non esiste. In realtà anche quello economico, se le può interessare.

Ora stava cominciando a scoprire la mercanzia, solo poco a poco però. Era ritornato da lui, gli aveva parlato, ora era da scostumati non chiedere qualche informazione in più E poi sembrava simpatico.

-Di che si tratta?

-Glielo spiego subito. mi segua però. Meglio non parlare per strada

Si girò e si avviò verso un negozio. Chissà perché Salvatore ebbe l’impressione che ne avesse scelto uno a caso. Entrò dalla porta e salutò il cassiere.

-Ciao Alberto, andiamo un attimo sul retro a parlare

Il cassiere era con la testa basse a guardare il contenuto del registratore di cassa e non rispose. I due si avviarono in uno studio vicino allo scaffale delle chitarre. L’uomo si sedette sulla sedia in pelle dietro la grande scrivania, Salvatore fece altrettanto sulla sedia di fronte.

-Allora, deve sapere che io sono un impiegato di una multinazionale molto nota, inutile dirne il nome. Da molto tempo i contratti che stipuliamo con i nostri clienti sono rinomati. Negli anni sono cambiate molto le regole, cerchiamo sempre di seguire il trend del momento. Fino ad un po’ di tempo fa cercavamo come ultimo fine una sorta di fidelizzazione del cliente. Davamo servigi ai nostri clienti ed in cambio ci assicuravamo che questi rimanessero all’interno del nostro, come dire, circuito per il maggior tempo possibile. Deve capire però che questo tipo di atteggiamento ci ha portato negli anni ad un vero e proprio monopolio. Abbiamo più clienti di quanti pensavamo di avere, le previsioni più rosee sono stati abbondantemente soddisfatte

Il discorso iniziava a prendere una piega strana. Un preambolo così lungo e quasi inconcludente. Dove voleva andare a parare?

-Questo ci ha portati ad agire con molta più libertà e fantasia con i nuovi clienti. Per i nuovi clienti le condizioni sono totalmente diverse, più vantaggiose, a parità di benefici. Ecco un contratto stipulato apposta per lei, lo legga con calma e ne discutiamo

Salvatore era interdetto, con chi stava parlando? Prese il foglio tra le mani, non una semplice stampa A4, una sorta di pergamena filigranata con tanto di logo e bollo in ceralacca old style. Cercò di leggere velocemente saltando qualche pezzo. Un dubbio gli entrò nella mente, non potè fare a meno di dirlo ad alta voce

-Ma… sto firmando un contratto con il diavolo?

-Ma no. Comunque non è l’unico a pensarla in questo modo. Io però sono un semplice impiegato, gliel’ho detto. Ha libero arbitrio se firmare o meno il contratto, lo legga per bene. In soldoni le viene riconosciuta la totale padronanza dell’uso di uno strumento musicale in cambio di un solo anno della sua vita. Consideri il vantaggio. Studiare uno strumento musicale le verrebbe a costare in termini di tempo svariati anni, considerando che la maggior parte della giornata la dedicherebbe ad altre attività. Questo per raggiungere un progresso costante ma lento. Lei cede un anno della sua vita a noi, e noi le diamo delle facoltà innate di musicista già da oggi. Niente anima da vendere, sia chiaro. Siamo già pieni e sono in corso dei lavori di ristrutturazione per ospitare tutti i nostri clienti

Aveva sentito bene? Era serio mentre diceva quelle sciocchezze? Salvatore stava quasi per ridere e lasciarlo lì alle sue farneticazioni.

-Prima che me lo domandi, l’anno sarà decurtato dalla sua età complessiva. Quindi se ad esempio lei dovesse campare 90 anni, allora morirà a 89. Un vantaggio enorme, mi creda. Ah, prima che mi dimentichi, le diamo l’opportunità di scegliere altri strumenti in aggiunta a quello scelto, in questo caso gli anni che andranno a noi saranno lo stesso numero degli strumenti che imparerà a suonare

Gli stava indicando le parti in cui erano scritte le postille che stava spiegando. Ok, ora Salvatore era sicuro, o era una candid camera organizzata ad arte, originale niente da dire, oppure quel signore era un fuori di testa in cerca di far perdere tempo a chiunque gli si presentasse davanti. Decise per la seconda, forse più logica. Decise quindi di assecondarlo, non doveva dare l’impressione di aver capito di essere stato preso in giro. Doveva essere lui a prenderlo per i fondelli.

-Quindi lei mi assicura che se firmo qui e qui, compilo i campi di nome, cognome e data di nascita allora da oggi saprò suonare la chitarra.

-Sì, deve specificare lo strumento in questa sezione

-Ah, ecco. Bene. Sa che le dico, ora metto chitarra e basso. Devo specificare elettrica o classica?

-No, non serve. Va bene anche se scrive solo generico, chitarra e basso. In questo caso sono due anni

-Sì, certo. Due strumenti per due anni. Mi sembra logico. Ecco qua, firmato, questo va a lei, c’è una copia anche per me?

-No, data la serietà della nostra azienda le garantiamo che il contratto sarà sempre nei nostri archivi, non sarà mai cancellato. Dalla nostra abbiamo un bel po’ di clienti che hanno chiesto questo tipo di desiderio e sono stati tutti soddisfatti. Potrei citargliene qualcuno se vuole

Sì, certo, ora avrebbe detto di aver conosciuto Roberto Johnson…

-Va bene, va bene, non serve. Il contratto è valido, ora la saluto. Devo ritornare a casa, è stato un piacere

-Ma il piacere e mio, ci rivediamo il giorno della riscossione. Buona giornata

-Buona giornata a lei

Salvatore uscì dal negozio sbattendo la porta. Era furioso, aveva perso mezz’ora della sua giornata con un folle. La rabbia accresceva ancora di più se pensava di essere stato così ingenuo da non capire subito che scherzo gli era stato fatto. Tutta colpa della musica, ora era sicuro di non voler mai più suonare uno strumento, si sarebbe limitato come sempre ad ascoltare e selezionare la musica che più gli piaceva.

Ma pensa, camminava velocemente riscendendo la via nel senso opposto. Non pensava che a quello che gli era accaduto. La mente era altrove, camminava ma la vista era annebbiata. Sbatté le palpebre e si ritrovò all’interno di un negozio. Era così fuori di sé da non ricordarsi di essere entrato? Era il chiaro segno che doveva tornare a casa, rilassarsi e dimenticarsi di tutto.

-Ecco la chitarra che ha chiesto, una Echo classica. Tenga

Il commesso del negozio si avvicinò a Salvatore e gli passò la chitarra nelle mani. Era inebetito, aveva addirittura chiesto di provare a suonare una chitarra. Avrebbe chiesto scusa e sarebbe scappato. Qualcosa però gli venne in mente. Era una sciocchezza, non poteva mica essere. Possibile che ora se imbracciava quella chitarra sarebbe stato capace di suonarla? Era uno stupido solo a pensarlo.

Però lo fece, si sedette su uno sgabello e cominciò a muovere le corde. Chiuse gli occhi lasciandosi cullare dal suono che usciva dalla chitarra. Le mani si muovevano da sole, la sua mente pensava e loro eseguivano le note che immaginava. Un movimento sincronizzato delle dita, era così che suonavano i musicisti? Una sorta di trance estatica che generava le canzoni? Terminò di suonare ed aprì gli occhi.

-Complimenti, Paco de Lucia, un classico. Se vuole posso farle provare qualche altra chitarra di livello più alto dato che ho notato che la sua tecnica è già avanzata

Allora era vero. Sapeva suonare la chitarra. Era tutto vero, e lui aveva ricevuto un dono. Avrebbe voluto riempirsi di pizzicotti per capire se stesse sognando. Senza rispondere al commesso posò la chitarra ed uscì dal negozio. Si guardò intorno cercando l’uomo di prima ma non lo trovò. Era contento, sprizzava gioia da tutti i pori. Non c’era nessuna spiegazione logica ma era accaduto qualcosa. Aveva bisogno di un’altra dimostrazione. Prese un bigliettino da un foglio affisso su un muro e chiamò dal cellulare senza pensare.

-Ciao, mi chiamo Salvatore. Ho letto il mostro messaggio e sono interessato, dove posso trovarvi?

Erano lì vicino, la band si riuniva in una sala prove in uno dei viali perpendicolari. Ma sì, sarebbe andato lì per un’audizione. Cosa aveva da perdere?

Pochi minuti dopo era sul posto, salutò i presenti.

-Non ho con me uno strumento, avete una chitarra con voi?

Domanda insolita, di solito i musicisti portavano con sé il loro strumento. Gli diedero una chitarra elettrica mostrando scetticismo nei loro sguardi. In poco lo scetticismo lasciò spazio alla sorpresa. Salvatore scelte nella sua mente un medley che potesse denotare tecnica, improvvisazione ed estro. Passò da un assolo di May a Blackmore, da Hendrix a Van Halen, da Satriani a Clapton. I presenti erano tutti con la bocca aperta. La cultura musicale del giovane era di tutto rispetto, ma quello che stupiva tutti era la tecnica. Avrebbero potuto farlo suonare con la traccia dei brani in sottofondo e non avrebbero percepito la differenza. Un suono pulito e armonico. I componenti della band si guardarono ammiccando un occhiolino. Non potevano non sceglierlo.

-Sei dei nostri Salvatore, benvenuto nei Razor’s Edge

Aveva dunque ragione quel signore prima? Nulla era scritto nel destino degli umani? Di sicuro il futuro aveva conservato a Salvatore più di una sorpresa quel giorno, e lui era al settimo cielo.

Si accordarono sulle prove, almeno due a settimana. Il primo impegno vero e proprio sarebbe stato il prossimo venerdì sera. Un pub dalle zone di Via Mezzocannone organizzava una gara tra band. Stava diventando una rockstar, non c’è che dire.

Le prove andarono benissimo, i pezzi nella scaletta dei Razor’s Edge li conosceva tutti, suonarli era diventato facile come respirare. Erano ragazzi, ma avevano le idee chiare. Avevano progetti in mente, scrivere canzoni tutte loro e farsi notare nell’ambiente underground di Napoli. E poi, erano bravi ragazzi, studiavano tutti e nessuno aveva in mente di distogliere l’attenzione dagli obiettivi principali. Eccola l’occasione che aspettava. Aveva fatto bene ad approfittare, due anni di vita cos’erano poi. Viveva nella parte ricca del mondo, l’aspettativa di vita era sui 90 anni. Diamine, proprio nella zona Mediterranea c’erano tanti di quegli ultracentenari che non si contavano, lo dicevano sempre al TG.

Il venerdì pomeriggio era già bello che pronto. Non aveva ancora una chitarra tutta sua, aveva in programma di comprarla con i soldi delle prime esibizioni. Non avrebbe pesato sulle spese dei genitori, quella era la promessa che era riuscito a barattare con loro pur di continuare su quella strada. Non fecero domande sul suo improvviso talento. In cuor loro si vedeva che erano orgogliosi di lui. Si fece trovare all’incrocio tra Via Mezzocannone e Via Sedile di Porto mentre iniziava a piovigginare lentamente. Arrivarono gli altri e tutti si diedero da fare a trasportare gli strumenti nel locale che iniziava a riempirsi. Non erano i primi ad esibirsi, il primo gruppo era già pronto sul piccolo palco mentre facevano un check dell’impianto audio. Salvatore aveva la pelle d’oca. Riusciva a vedere da un’angolazione diversa un mondo che prima vedeva solo di lato.

Stava per accompagnare il bassista fuori a fumare una sigaretta quando con la coda dell’occhio vide un dettaglio tra i tavoli del locale. Gli era parso di vedere seduto in un angolo un signore vestito tutto elegante con un cappello a tesa larga. Si scusò con l’amico e rientrò nel locale. L’uomo era ancora nel punto in cui lo aveva visto prima, di spalle.

Salvatore si avvicinò fino richiamando la sua attenzione.

-Mi scusi

L’uomo si girò, era proprio il suo benefattore. Appena lo vide sorrise.

-Buonasera signor Salvatore, tutto bene?

Certo che andava tutto bene. Ma qualcosa nel retrocranio di Salvatore lo metteva in stato di allarme.

-Sì, sì… Ma lei cosa ci fa qui.

-Per piacere e per lavoro. Piacere perché ho un debole per la musica, e so che qui stasera si esibiscono gruppi davvero interessanti. Lavoro perché, ahimè, temo che dobbiamo discutere del suo contratto

-Il mio contratto? C’è qualcosa che non va?

-No, no, si figuri. Tutto in regola, non si preoccupi. Però i nostri contabili hanno calcolato che la sua data di morte sarebbe stata il 19 Gennaio 2007, esattamente tra due anni. Lei sa che siamo un’azienda seria, quindi dobbiamo rispettare i patti. Stasera sono venuto a riscuotere il suo versamento

Salvatore sentì la terra sprofondare sotto i suoi piedi. Che scherzo era quello? Si stava sicuramente prendendo gioco di lui. Iniziò a pensare che tutto quello che era successo finora non era che pura suggestione. In realtà lui sapeva suonare perché aveva letto parecchio sull’argomento, forse anche solo ascoltare la musica rendeva le persone pratiche nell’uso della chitarra. Quell’uomo era pazzo, non poteva chiedere la sua morte. Non poteva ucciderlo così, davanti a tutti.

-Ma che sta dicendo? Lei è pazzo?

-Pazzo io? Ma no, seguiamo dei controlli rigidi sulle malattie mentali dei nostri dipendenti. Si lavora con il genere umano, quindi è una prassi quella di essere costantemente visitati. Aveva tutto il tempo di leggere il contratto e farmi qualche domanda, ma ora è troppo tardi. Abbiamo giusto qualche altro minuto, poi deve lasciare questa vita

-Io chiamo la polizia, lei è un assassino

Cominciò a gridare verso i presenti.

-Avete sentito tutti? Quest’uomo mi sta minacciando di morte! Chiamate qualcuno! Fatelo buttare fuori

Gli altri componenti della band si avvicinarono a Salvatore intimandogli di calmarsi. Riuscirono a farlo sedere e prendere un po’ d’acqua. Forse era solo agitato per la prima esibizione della sua vita. E poi, non c’era nessuno seduto a quel tavolo. Era vuoto, forse aveva solo immaginato di vedere qualcuno.

Salvatore era freddo e tremava. Una goccia di sudore scendeva lentamente dalla fronte mentre scuoteva la testa ripetutamente.

-No, no, no… Non è possibile, non voglio morire. Non voglio morire

A nulla valsero gli sforzi dei suoi nuovi amici, Salvatore si divincolò dalle loro braccia e scappò dal locale. Fuori pioveva a dirotto ma lui aveva voglia di respirare, si sentiva soffocare. Corse a più non posso, chiudendo gli occhi sperando che riaprendoli tutto si sarebbe risolto.

In quel momento un camion che trasportava materiale edile scendeva a tutta velocità da Piazza San Domenico per Via Mezzocannone. Pioveva troppo e il tergicristallo sinistra non funzionava bene. Il basalto non fece che accelerare l’inevitabile. L’autista si rese conto troppo tardi di un ragazzo che attraversava la strada velocemente, con la testa in avanti e gli occhi chiusi. Una fatalità, dissero i giornali del giorno seguente, un tragico incidente che si poteva evitare se non pioveva, se l’autista andava più piano, se i freni avessero funzionato bene. In realtà nessuno avrebbe mai saputo che quello non era un incidente ma il corso naturale della vita e della morte. Nessuna disgrazia, ma solo un freddo patto con la morte. E si sa, la morte che non fa sconti a nessuno.

8 Gennaio 1978

Il bambino si svegliò nella culla. Forse un rumore secco come di una serratura che scatta lo aveva destato.

Si guardò intorno, tutto buio. D’istinto aspettò in silenzio di capire dove fosse, attese che la vista si fosse abituata all’assenza di luce. Riconobbe la sua culla, era nella sua cameretta.

Si sentì al sicuro, provò a girarsi nel lettino.

Da un’altra parte della casa sentiva dei rumori. No, delle voci. Un misto di voci confuse. Una era inconfondibile, era sua madre. La sua mamma era da qualche parte in quella casa, doveva raggiungerla. Istinto, un figlio non può che ricongiungersi al suo primo amore quando si sente solo.

In cucina era tutto pronto. Non era stata una scelta facile quella presa nei giorni precedenti, ma Giovanna era ora più sicura che mai.

Qualche giorno prima aveva parlato con sua sorella, che a sua volta si era rivolta ad un’amica che conosceva una certa signora che faceva al caso suo. Uno strano gioco di un telefono senza fili dalle diaboliche conseguenze. Giovanna era andata anche dal suo sacerdote, Don Vincenzo. Questo era stato categorico, non doveva scherzare con quell’argomento. Era difficile superare un trauma così forte, ma in famiglia erano in tanti e insieme si riesce a superare tutto.

Cos’era successo? L’irreparabile. La falce imparziale dell’oscura signora si era abbattuta su quella famiglia ma Giovanna era troppo debole per sopportare un tale peso. Don Vincenzo aveva ragione, certo, ma si sa, la mente viaggia da sola specialmente quando le giornate sono lunghe e ogni angolo della casa sembra ricordarti tutti i dettagli.

Aveva bisogno di un tramite, parlare un’ultima volta. Sarebbe stata disposta a tutto, e fu proprio quello che fece. Quel giorno a casa venne Nunziatina, tutti conoscevano la fama che la precedeva.

Nunziatina era una maga, ma non di quelle che ti aiutano a raccattare un po’ di fortuna dandoti una mano al Lotto. Nunziatina è figlia d’arte, si diceva che la madre fosse imparentata con una Janara. Nunziatina era un tramite con l’aldilà, nelle sue vene scorreva sangue di generazioni di streghe. Nunziatina parlava con i morti.

A Giovanna bastava sapere quello, faceva proprio al caso suo. E quella notte contro ogni impedimento la fece entrare di soppiatto in casa per esaudire il suo intimo desiderio.

La culla era abbassata. Il piccolo era al sicuro, ma aveva tutto lo spazio necessario per scendere dalla culla e atterrare facilmente. Non era la prima volta che lo faceva, la madre già due volte credendolo tra le braccia di Morfeo lo aveva lasciato solo nella cameretta e lo aveva ritrovato sotto una sedia o a giocare a terra indisturbato all’insaputa di tutti. Erano tutti un po’ sbadati in quella casa, erano tanti e non c’era mai pace per nessuno.

Anche quella notte decise di provare. Sarebbe sceso dal letto per inseguire la sua voce preferita, proprio quella della mamma. Si girò di spalle, come aveva sempre fatto, e con piccoli passi arrivò al bordo della culla. Distese le gambe fino quasi a poggiarle a terra. Pochi centimetri lo separavano dal pavimento. Si lasciò cadere, l’imbottitura del tutone attenuò il piccolo salto. Appena a terra si mise seduto. Era tutto sotto controllo. Non aveva ancora sviluppato la paura e questo rese l’impresa più facile di quanto lo fosse realmente. Si girò verso la porta, le voci venivano proprio da quella direzione.

Giovanna fece sedere Nunziatina. Non c’era bisogno di parole. Giovanna aveva gli occhi lucidi, gli occhi di una persona che ha pianto troppo ma che ha ancora tante lacrime da versare. C’era qualcosa di teatrale nell’aria, sguardi che si incontravano scambiandosi le più intime sensazioni in silenzio. Nunziatina già sapeva tutto. Nel quartiere le voci sfrecciano più dei motorini. La tragedia era sulla bocca di tutti, anche se la regola della decenza dettava di non parlarne mai in presenza della povera disgraziata. Nei giorni precedenti Giovanna aveva l’idea che tutti ne parlassero ogni giorno ad ogni ora e che smettessero di parlarne solo quando lei camminava per strada. Era sommersa dagli sguardi di pietà di tutti quelli che incontrava al punto da sentirsi incapace di galleggiare.

Nunziatina disse solo una frase, categorica, imprescindibile

-Dobbiamo essere soli nella stanza, è importante che tutti dormano e che nessuno entri ad interrompere. Ci siamo capiti?

Giovanna annuì. Stare da sola era tutto quello che chiedeva. Un po’ perché sapeva che la reazione di tutta la famiglia non sarebbe stata clemente, un po’ perché aveva voglia che quell’attimo, seppur breve, dovesse essere tutto suo.

Si sedettero su due sedie di legno impagliate, Giovanna spense la luce mentre l’altra accese una candela.

Il piccolo si avvicinò gattonando alla porta. Se fosse stata chiusa il suo viaggio sarebbe finito lì, invece per sua fortuna era solo socchiusa. Un piccolo spiraglio che lo separava dal suo obiettivo.

Non fu facile aprirla. Non lo aveva mai fatto e all’inizio provò a spingerla in avanti, rischiando di chiuderla definitivamente. Dopo un paio di tentativi riuscì a tirarla verso di sé, restando immobile mentre vedeva il disimpegno da quella angolazione. Si voltò in tutte le direzioni restando seduto sul pavimento. Ecco che vedeva una luce nella direzione della cucina. Era una luce soffusa, ma valeva la pena di andare in quella direzione. Anzi, sentiva che lì era dove doveva andare.

Nunziatina chiuse gli occhi. Non lo aveva detto a Giovanna ma già solo entrando in quella casa aveva avvertito qualcosa di strano. Come se all’improvviso si fosse attivato qualcosa. forse era suggestione, o forse era davvero il dolore straziante della morte ad essere il padrone di quell’abitazione. Quando chiuse gli occhi sentì un peso sulla sua testa, come una forza innaturale le stesse obbligando di rimanere seduta. Era incapace di opporsi a quella forza e sapeva che non doveva contrastarla. Lei era solo un tramite, non aveva libertà di azione.

Era in trance, gli occhi erano ancora chiusi ma la bocca si aprì cominciando a ripetere una litania incomprensibile. Erano parole in napoletano antico, una lingua ormai dimenticata. Non era lei a parlare, lei prestava soltanto le corde vocali. In quel momento sua madre, sua nonna e chissà quante altre presero il controllo del suo corpo per adempiere al suo scopo.

Seduta di fronte, Giovanna la guardava senza fiatare. Senza respirare. Non sapeva se era più la paura di quella situazione per nulla normale oppure la gioia che di lì a poco a poco avrebbe avuto quello che desiderava tanto.

-Prendi le mie mani. Rimani in silenzio e chiudi gli occhi

La voce non era più quella della maga. Giovanna si era accorta che ora il timbro era diverso, quasi come se fossero più voci a parlare contemporaneamente. Obbedì senza esitare.

Il bagliore della luce era sempre più vicino. Ogni piccolo passo rendeva più distinta l’ombra che si proiettava sul muro opposto. Non sentiva più la voce della madre, strano. Sentiva un sottofondo ma non sapeva identificarlo. Gattonò ancora un po’ finché si affacciò e finalmente la vide.

Era di spalle ma la riconosceva. Eccola lì, sua madre. La luce della candela proiettava un alone intorno quasi angelico. Abbassò la testa e si diresse più velocemente verso di lei.

-Tieni strette le mie mani. Non aprire gli occhi per nessun motivo

Il cuore di Giovanna prese a battere sempre più velocemente. Nel silenzio della cucina sentiva i suoi battiti assordanti pensando che il cuore le sarebbe schizzato fuori dal torace. Teneva gli occhi stretti con forza quasi come se dovesse contrastare una forza invisibile che tentava di farglieli aprire. Dalle palpebre chiuse riusciva a percepire la luce della candela che cambiava direzione sempre più velocemente. Non sentiva spifferi però, l’aria si era come immobilizzata nel tempo.

-Giovanna devi essere forte, non aprire gli occhi

Perché insisteva così tanto? Non aveva motivo di disobbedirle proprio ora che era vicina al suo intento. Stava per domandarselo quando alle sue spalle sentì un piccolo rumore.

I passi del piccolo diventavano sempre più rumorosi quanto più si avvicinava alla mamma. Batteva le mani a terra schiaffeggiando il pavimento, avrebbe attirato sicuramente l’attenzione e si sarebbe finalmente girata. Come quando faceva cadere di proposito i giochi a terra. Lei si girava e gli faceva una faccia buffa facendolo ridere a crepapelle. Ripensò a quei momenti e si sentì in pace. Ora voleva solo che si girasse. Che si girasse e che venisse a prenderlo in braccio. Aveva davvero bisogno di un abbraccio.

Erano proprio dei piccoli passi quelli che sentiva. Era immobile e tutti i sensi erano attivati, riusciva a sentire piccole vibrazioni del pavimento. Le mani tremavano e cominciavano a sudare freddo.

-Non ti muovere, capì? Non è il momento!

La fiamma della candela girava in senso orario senza fermarsi. Giovanna sentiva il calore della fiamma sul suo volto. Gli occhi sempre più serrati cominiciavano a lacrimare. Doveva essere forte, non poteva fallire a quel punto.

Il piccolo sentì la mamma piangere. Un’altra donna urlava contro di lei, era lei la colpa. Non poteva stare lì senza fare niente. Aveva provato a farsi notare ma senza risultato. Doveva avvicinarsi ancora di più. Fece altri passi e si avvicinò alla sedia portandosi vicino alla gamba della madre. Dal basso riuscì a vedere il suo viso, anche se non gli piacque. Aveva gli occhi chiusi e lui voleva vedere il suo sguardo rivolto verso di lui.

Giovanna continuava a tremare. Adesso sentiva la gamba muoversi. Sentiva un calore vicino al suo piede e istintivamente prese far tremare la gamba. Sentiva di non essere più così forte. E se in quello stato non riusciva a sentire la presenza di qualcun altro in casa che stava disturbando la seduta? La testa continuava a valutare ogni ipotesi possibile e impossibile. Stava impazzendo.

-Non lo fare. Giovanna non lo fare! Non interrompere, ci siamo quasi

Quella di Nunziatina era ormai solo una delle tante voci nella sua testa, e le altre erano assordanti.

Si alzò piano sul piolo della sedia cominciando a dondolarsi per spostarla leggermente. Perché la sua mamma non gli dava attenzioni? Era triste, voleva a tutti i costi un suo sguardo, un suo sorriso.

Inspirò con ansia e finalmente riuscì a pronunciare la parola. Quella parola che aveva sempre detto quando aveva bisogno di aiuto.

-Mamma!

Tutto successe in un attimo. Un singolo secondo scandito dal tic di un orologio da cucina. Un attimo dilatato nel tempo dalla forte tensione che aveva preso il comando in quella stanza.

Giovanna sentì chiaramente la voce di suo figlio che la chiamava. L’istinto materno prevalse. Più di ogni forma di autocontrollo. Più di ogni forza naturale o soprannaturale che imperava in quell’istante.

Aprì gli occhi girando di scatto la testa verso il basso.

Le mani si staccarono da quelle di Nunziatina, in un impeto di rabbia.

La maga soffiò sulla candela. L’aria trattenuta nei polmoni nei secondi precedenti uscì fuori tutta insieme facendo piombare nel buio la cucina di Giovanna.

Tutto in quel solo secondo.

In una piccola frazione di quel secondo Giovanna vide accanto alla sua gamba suo figlio Michele. che la guardava. L’immagine si dissolse in quella stessa frazione senza che lei potesse far nulla. Rimase immobile respirando a malapena. Subito dopo il silenzio fu rotto da un pianto straziante che sembrava non placarsi mai.

Nunziatina corse verso la porta di casa, prese velocemente le sue cose e scappò da quella casa maledetta dal dolore della morte. Sbattè la porta, Giovanna non sentì neppure le parole di scusa della maga che forse aveva sottovalutato troppo un dolore così grande.

Poco dopo tutti gli altri componenti della famiglia corsero verso la cucina, attirati dal pianto della povera madre. La videro seduta, con il resto del corpo disteso sul tavolo a disperarsi e tirarsi i capelli. Continuava a ripetere il nome del suo figlio più piccolo, Michele, morto una settimana prima a causa di un incidente domestico. Era sceso da solo dalla culla, la porta della stanza era chiusa e ingenuamente aveva gattonato fino al balcone, per poi infilarsi sotto l’inferriata e compiere un salto fatale di quattro piani.

Il marito di Giovanna e gli altri figli videro la povera donna in preda alla disperazione. Capivano che c’era qualcosa di diverso ma non chiesero spiegazioni. Si avvicinarono a lei e la strinsero in un forte abbraccio, abbandonandosi tutti al pianto.

Passarono i giorni, il dolore non sparì di certo.

Giovanna però ricordò un particolare. Un piccolo particolare in quella frazione di secondo che le avrebbe dato un po’ di coraggio. Michele l’aveva guardata un’ultima volta sorridendo. Ricordava che nel momento in cui i loro sguardi si erano incrociati lui aveva sul suo piccolo volto il più bello dei sorrisi che avesse mai visto.

1 Gennaio 2018

Capodanno a Napoli, il giorno più atteso dalla stragrande maggioranza della città.

Tutti si preparano da giorni, tutto deve essere organizzato per la sera del 31, niente deve essere trascurato. Fiumi di persone che si riversano in strada per comprare di tutto: festoni, pesce, frutta secca, botti. Esatto, botti, non fuochi d’artificio. A Napoli il nuovo anno si saluta con rumore più che con le luci. Chiunque in questa città sa che se deve scendere da casa deve farlo ben prima di mezzanotte o dopo l’una o le due, quando gli ultimi botti sono esplosi e la nebbia dovuta al fumo dei fuochi d’artificio e alla condensa dell’umidità invernale inizia a diradarsi. In quasi tutte le case è così, ma non in quella di Giuseppe.

Giuseppe vive nei Quartieri Spagnoli, da solo. Ha deciso di andarsene da casa dei suoi da quando ha iniziato a lavorare a Napoli, per essere più vicino all’ufficio la mattina. Lui è della provincia e spostarsi ogni giorno fino a Napoli centro può essere un incubo per chi non è abituato. Quel capodanno ha deciso di passarlo da solo per un motivo molto preciso. E’ uscito da una relazione stabile soltanto da alcuni giorni. Prima del pranzo di Natale la ragazza ha deciso di rivelargli finalmente che gli ultimi anni insieme lei non l’amava e che lo tradiva regolarmente. Una caduta nello sconforto per il povero Giuseppe che lo avevano portato a convincersi di passare il resto delle ferie invernali da solo a Napoli. Poca voglia di farsi vedere in giro, figurarsi a casa dalla famiglia di origine.

Aveva cenato, aveva già finito di ascoltare tutte le playlist su Spotify (quelle tristi, prevalentemente ballad ma soprattutto Marco Masini che in queste situazioni sa dare una mano) e ora non sapeva cosa fare. Erano appena le 23:15, ci voleva ancora tempo prima di dare l’addio a quell’anno sfigato e sperare nel nuovo. Poco male, di alternative non ce n’erano quindi tanto valeva uscire.

Era all’ultimo piano, scendendo la rampa di scale ad ogni pianerottolo riusciva a riconoscere le portate. Baccalà fritto, sughetto di pesce e frutti di mare, agrumi, caffè. Arrivò al piano terra che le sue narici erano ormai sazie. 

Strinse di più la sciarpa, l’aria era diventata parecchio umida e aveva paura di prendere un mal di gola. Sbuffò l’aria fuori, diventò subito una nuvola chiara. Gli venne voglia di fumare, aveva smesso per Valentina da anni. Una ragione in più per ricominciare.

Uscì fuori dai Quartieri Spagnoli verso Via Toledo. C’era pochissima gente in giro ma sapeva che di lì a poco non sarebbe stato così solo. Si avviò verso una tabaccheria per comprare le sigarette al distributore automatico. Un pacchetto di Marlboro può bastare, se si deve ricominciare bisogna farlo bene. La prima boccata gli fece pensare che forse non era una buona idea ricominciare a fumare. La seconda boccata invece andò meglio, forse era proprio un’ottima idea.

Passeggiò un po’ verso la Galleria Umberto. Di solito lo metteva di buon umore camminare sotto la volta di ferro e vetro, era immerso nei suoi pensieri quando sentì un canto. Era sicuramente la voce di una ragazza, era sorpreso di come l’effetto eco delle volte della galleria riuscissero ad amplificare la dolcezza di quel suono. Si girò in tutte le direzioni e finalmente riuscì a vedere il profilo della ragazza che canticchiava, appena prima di uscire dall’ingresso di Via Santa Brigida. Non sapeva per quale motivo, ma prese a correre per inseguire la ragazza. Nessun pensiero sconcio, voleva solo dare un volto a quella voce. Uscì dalla galleria, ma stranamente non vide nessuno. Destra o sinistra? Dopo pochi secondi optò per dirigersi verso sinistra, fece un bel po’ di strada ma niente. Forse era dall’altro lato, fece la strada a ritroso per andare nell’altra direzione. Nulla.

Si diede del cretino per aver agito così d’impulso. Cosa pensava di ottenere? Conoscere una bella ragazza per dimenticare l’amaro in bocca lasciato da Valentina? E se non fosse stata una bella ragazza? Era riuscito soltanto a vedere la sagoma. Abbastanza alta, longilinea, capelli neri. Vestita come milioni di persone in quella città, un jeans ed una maglietta nera, nessun tratto distintivo.

Intanto erano da poco passate le 23:30 ed aveva appena deciso che avrebbe evitato i punti più affollati: Piazza del Plebiscito, tratto pedonale del lungomare, Castel dell’Ovo. Se iniziava a camminare subito poteva spostarsi verso il tratto di lungomare più lontano in modo che a mezzanotte fosse ben lontano dalla calca e godersi lo spettacolo pirotecnico fuori dall’epicentro. Si mise subito in cammino disturbato dalla vibrazione in tasca del suo cellulare. In quella mezz’ora prima della mezzanotte di solito arrivano migliaia di messaggi, ancora di più contando il numero di persone preoccupate per il suo stato d’animo. Meglio spegnerlo allora, quella sera nessuno lo avrebbe disturbato dal suo piccolo momento di pace.

Percorse il lungomare liberato e si ritrovò alla fine della villa comunale. Era mezzanotte e Napoli iniziava ad illuminarsi a giorno, mentre il rumore assordante dei botti la accompagnava verso un nuovo anno.

Si sedette rivolto verso il mare, con le gambe penzoloni sugli scogli. Tutti in quel momento erano in compagnia, lui ora era solo, escludendo i mille pensieri nella sua testa. Fece un sospiro profondo quando sentì dietro di lui una voce.

-Non vuoi mica buttarti sotto?

Lì per lì non si girò, non aveva voglia di iniziare una conversazione.

-Guarda che te lo dico perché non moriresti, è troppo basso e poi ci sono gli scogli. Al massimo ti faresti qualche contusione leggera. Sempre che non ci siano topi a sbranarti

Fu a quel punto che si girò, gliene avrebbe dette quattro, su come potersi riprendere quei suoi bei consigli e ficcarseli su per il culo, ma appena si girò rimase di pietra. Davanti a lui c’era una ragazza alta, longilinea, capelli neri e vestita con un jeans e maglietta nera. Ed era bellissima. Non riuscì a dire niente per qualche secondo.

-Ma tu sei la ragazza che cantava in galleria

-E’ questo il tuo modo di approcciare? Dire qualcosa di scontato ad una ragazza che vedi la prima volta?

-Ma no, davvero. Ti ho sentita canticchiare prima mentre camminavo nella Galleria Umberto. Ho provato a seguirti ma mi sei sfuggita di vista

-Ah, bene, quindi sei uno stalker?

-No, no, scusa. Ricominciamo daccapo, ok? Allora, non sto cercando di buttarmi, voglio solo schiarirmi le idee. Ecco tutto

-Ok, ti lascio solo allora. Passavo di qui e pensavo di essere d’aiuto. Come vuoi

La ragazza si allontanò. Pochi passi e riprese a canticchiare un motivetto. Giuseppe era come ammaliato, in un attimo pensò che l’anno era appena iniziato e forse quello era il segnale di cui aveva bisogno. Forse qualcuno che manovrava i fili dal cielo aveva fatto in modo che lui incontrasse proprio quella sera una ragazza così bella.

Scese dal muretto e la raggiunse.

-Scusami, sono ancora molto turbato, non volevo che te ne andassi. Tu sei davvero l’unica nota positiva di oggi. In realtà di questa settimana. Non te ne andare

-Wow, stai facendo progressi. Ok, ci sto ma solo se mi offri da bere

Non poteva crederci, la notte stava prendendo una piega davvero inaspettata rispetto a come era partita. Rimase ancora più incredulo quando lei di punto in bianco lo prese per mano e si mise a correre. Era veloce, lui era incollato alla sua mano e cercava di non perdere il passo. Attraversarono la strada rischiando di essere presi dalle auto che inchiodavano all’improvviso e strombazzavano.

Si fermarono in un punto molto affollato del lungomare, fuori ad un bar pieno di ragazzi e ragazze già brilli. Giuseppe aveva il fiatone.

-Bella la corsa, ci voleva. Potevi almeno avvisarmi però

Lei sorrise senza rispondere. Un sorriso che avrebbe fatto innamorare chiunque.

-Non ci siamo nemmeno presentati, non so come ti chiami

-Chi ti dice che io voglia sapere il tuo nome e dirti il mio. Non c’è bisogno di saperlo stasera

Era strana quanto bella, però aveva ragione. Quella sera non sarebbe stata rovinata da qualche etichetta nella conversazione.

-Cosa bevi?

-Acqua, ho una sete…

Spiazzato un’altra volta. Non c’era risposta in quella ragazza che era prevedibile. Prese una bottiglia d’acqua e due bicchieri, lo sguardo scettico del barista e del cassiere del bar non aveva bisogno di spiegazioni. Lei prese la bottiglia e iniziò a camminare verso il Borgo Marinari, incurante della folla intorno. Si fermò sul viale che conduce al Castel dell’Ovo per sedersi sul lato destro a bere.

-Ok sconosciuta, perché non mi parli un po’ di te?

-No, voglio sapere di te. Come si chiama la ragazza che ti ha lasciato?

Eccolo il cazzotto nello stomaco che non ti aspetti. Era una veggente o era lui quello così scontato?

-So che te lo stai chiedendo, ma si vede chilometri di distanza che hai una storia alle spalle finita da poco. Secondo me sei stato lasciato, ci siamo passati tutti. Anche io sono vittima di un grande amore mai corrisposto, anche se sono passati secoli

Ecco, lui era scontato. Forse aveva abbassato la guardia e d aveva dato qualche segnale della sua situazione. Iniziò a parlare senza entrare nei dettagli. Forse aprirsi con lei non era una buona idea, ma non riusciva a smettere. Lei lo guardava seria, pensierosa. Giuseppe non sapeva se in quel momento sembrava più uno sfigato o un amorevole romantico illuso.

La ragazza finì la bottiglia d’acqua, Giuseppe non ricordava di aver bevuto più di un bicchiere. Canticchiò ancora un po’ una strofa della solita canzone poi fece un sorriso cambiando veloce espressione.

-Ti va se saliamo sul Castello?

-Intendi quello? Il Castel dell’Ovo? Sarà chiuso oggi

-Ne vedi qualcun altro in giro? Andiamo

Lo prese ancora per mano e ricominciò a correre. Arrivarono ad un lato del Castello che sembrava più basso.

-Inizio io, seguimi

La ragazza cominciò ad arrampicarsi. Probabilmente lo aveva fatto già altre volte, sembrava la cosa più facile del mondo fatto da lei.

-Su, ti aspetto sopra?

Giuseppe era terrorizzato ed eccitato allo stesso modo. Quella ragazza riusciva a dargli la carica di adrenalina di cui aveva bisogno. Nella sua mente continuò a ripetersi che niente avrebbe rovinato quella serata. Riuscì ad arrampicarsi, l’ultimo tratto fu facilitato dalla mano di lei. Arrivato lassù era senza parole. In lontananza si vedevano ancora i fuochi d’artificio lanciati dall’altro lato del golfo. Da un lato il mare silenzioso e maestoso, nero come il petrolio, da un altro lato una folla di persone che festeggiavano insieme. Era tutto perfetto.

La ragazza lo avvicinò a sè quasi svegliandolo da quell’estasi temporanea e lo baciò con forza. Giuseppe era stordito, ricambiò il bacio e la strinse ancora più forte. Tutta la città era spettatrice di quello spettacolo improvviso.

-Tutti abbiamo avuto un amore che ci ha fatto soffrire. Nel mio caso era un uomo impossibile, distante quanto basta per desiderarlo ma non averlo abbastanza. E non sono l’unica ad aver sofferto per lui. Ma ora è storia vecchia, ed ha avuto ciò che meritava.

Lei si staccò ed iniziò a togliersi le scarpe, Giuseppe rimase un paio di secondi senza muoversi.

-Non è quello che stai pensando, dai facciamoci un bagno”

Ecco un altro colpo di scena inaspettato, la ragazza si spogliò rimanendo coperta solo dall’intimo e si buttò dal parapetto. Giuseppe sentì uno “splash” contenuto. Si affacciò preoccupato, possibile che fosse così matta da lanciarsi da quell’altezza? E non era nemmeno ubriaca. Dall’acqua spuntò la sua testa sorridente che lo salutava. Era bellissima, e lo chiamava urlando di buttarsi

-Dai, non c’è pericolo, l’ho fatto tantissime volte. E’ sicuro!

Poi di nuovo quella cantilena, come resisterle.

Il ragazzo si tolse le scarpe senza pensarci due volte. Non doveva perdere un solo attimo. Si sporse dal parapetto, la distanza non doveva essere così insormontabile se lei c’era riuscita prima. Scavalcò il muretto di pietra e si lanciò.

Per sua sfortuna, almeno così pensava, il piede rimase incastrato in una delle feritoie della facciata e rimase penzoloni a testa in giù. Guardò d’istinto la gamba, poi lo sguardo si rivolse verso la sua amata, sicuramente stava ridendo per la situazione comica che si era venuta a creare.

Niente di tutto questo, lo spettacolo che si parò davanti agli occhi di Giuseppe superava di gran lunga ogni aspettativa ma soprattutto ogni logica. A pelo d’acqua non c’era più la ragazza dei suoi sogni ma un mostro dalle fattezze femminili con la bocca spalancata che si apriva e chiudeva mostrando file di denti lunghi ed appuntiti. Anche la voce melodiosa che prima allietava i suoi timpani era sostituita da un verso immondo, un misto di odio e rabbia che avrebbe fatto impaurire chiunque. Possibile che i suoi occhi non lo stessero tradendo? Non aveva bevuto alcolici per tutta la serata, era l’unico a vedere quel mostro? La prospettiva di quell’angolo del castello faceva in modo che fossero isolati dal resto della città, ignara dello spettacolo orrendo che si stava consumando davanti ai suoi occhi. Era sicuro di vedere un’enorme coda di pesce che si muoveva rabbiosamente nell’acqua. Il mare cominciò ad agitarsi, le onde erano sempre più alte e più rumorose.

-Avanti! Cosa aspetti? E’ me che vuoi ed io voglio proprio te! Lanciati verso di me

La belva continuava ad urlare, sbavando mentre muoveva la bocca sproporzionata. Giuseppe sembrò prendere coraggio e cominciò a dimenarsi per cambiare posizione e risalire la facciata. Sotto di lui quel mostro esigeva il suo sacrificio, era quasi riuscito a far cadere nella sua trappola una vittima innocente e non riusciva ad accettare una sconfitta così fortunosa.

Giuseppe riuscì sgraziatamente a girarsi, sentiva la caviglia muoversi in modo innaturale. Il dolore era forte, ma in quel momento non riusciva a sentire nulla, il suo istinto di sopravvivenza si era finalmente destato ed ora era quasi riuscito a risalire il muro che lo separava dalla salvezza. Ormai era salvo, cadde riverso sul pavimento, si girò a guardare il cielo mentre inspirava boccate d’aria gelida. Non c’erano più nuvole in cielo, c’erano milioni di stelle che lo illuminavano mentre cercava di dare una spiegazione a tutti e resisteva al dolore che iniziava a sentire al piede. Zoppicando si affacciò al parapetto, doveva capire.

Nulla, nell’acqua scura non vide nulla a parte le piccole onde infrangersi sulla barriera di scogli che circonda il Castello. Si girò e si accovacciò a terra. Era tutto finito, ora aveva solo voglia di riaccendere il telefono e chiamare qualcuno.

Erano quasi le tre del mattino quando una figura indistinta riaffiorò dall’acqua per andarsi a posare su uno scoglio dell’isola della Gaiola. Era sola, ma nel giro di qualche minuto fu raggiunta da un’altra figura simile. Era seduta, con la testa bassa. E piangeva.

-Che succede? Perché piangi?

Tutto intorno era calmo, le due sirene parlavano mentre il mare intonava un sottofondo musicale con piccole onde.

-Sono stanca, Leucosia. Stanca. Sono passati secoli, ma non riesco ancora a dimenticarlo

L’altra conosceva benissimo l’uomo di cui parlava. Anche lei ne era ancora vittima.

-Anche quest’anno hai sacrificato un innocente per saziare la tua fame d’amore?

-No! Quest’anno non ci sono riuscita. Maledetto! Ma forse è meglio così. Avrei placato la fame, l’odio, la sconfitta, ma sarebbe stato inutile come è inutile da sempre

-Non possiamo andare avanti così

Partenope riprese a piangere, l’amica l’abbracciò. Erano mostri, o forse erano soltanto vittime di un mostro più grande di loro. Due anime perdute legate dallo stesso male, mentre il Golfo le abbracciava amorevolmente.