26 Febbraio 1986

Andrea era felice, anzi era al settimo cielo, quello era il giorno del secondo compleanno del figlio. Aveva preparato tutto da settimane. Per prima cosa la giornata di permesso al lavoro. Sua moglie Sara non poteva allontanarsi dall’ufficio e lui era ben felice di darle una mano ad organizzare tutto. Con l’intera giornata libera poteva provvedere a tutto l’occorrente per la festa prevista per la serata. Palloncini, addobbi, bicchieri, dolci, spumante. Ma prima di tutto il regalo. Era da tempo che ci pensava, doveva essere un regalo originale e fatto proprio per il suo piccolo Giulio. Non voleva andare in un negozio della grande distribuzione, lì c’erano giocattoli per tutti i gusti, certo, ma doveva essere un regalo unico nel suo genere.

Si scervellava da giorni quando gli venne in mente un episodio di quando era piccolo. Suo padre un giorno lo portò in un negozio a Napoli chiamato l’Ospedale delle bambole. Sembrava piccolo ma l’interno era grandissimo. Il proprietario possedeva centinaia se non migliaia di giocattoli. C’era chi portava i propri giocattoli rotti per farli aggiustare, c’era chi donava giocattoli di figli che ormai erano grandi, c’erano giochi di ogni epoca. Andrea ricordava l’entusiasmo quando vide da piccolo quel luogo, un posto magico dove ogni bambino trovava il proprio giocattolo preferito. Ormai il padre di Andrea non c’era più quindi doveva arrangiarsi come poteva. Chiese alla madre, agli amici, ai conoscenti, ma nessuno aveva mai sentito parlare di quel posto. Quello che sicuramente ricordava era che il negozio si trovava nel centro storico ma di preciso non sapeva dove.

Proprio per quel motivo Andrea si era tenuto libero dalla mattina per andare alla ricerca di quel negozio, anche a costo di girare tutta la città. Percorse un po’ di vicoletti domandando ai negozianti ma senza risultato. Non poteva tardare molto, aveva gli altri impegni da incastrare bene. Stava quasi perdendo le speranze quando si trovò su Via San Biagio dei Librai. Entrò a prendere un caffè in un bar anche con il pretesto di domandare l’ubicazione del negozio. Si aspettava il solito “mi dispiace, non lo conosco” quando invece rimase sorpreso sentendo le parole “certamente, proprio più avanti nel viale a sinistra”.

Sprizzando visibilmente gioia da tutti i pori uscì dal bar e percorse un piccolo tratto di strada. Quello che si parava davanti ai suoi occhi era proprio l’ingresso del negozio che ricordava. Due grandi porte in alluminio e vetro oscurato, una piccola insegna di legno che portava la scritta “Ospedale delle bambole”, due gradini in marmo che portavano i bambini verso un luogo magico. Certo che ora da grande sembrava tutto di dimensioni normali ma ricordava che da piccolo vedeva quell’ingresso come un portale enorme con i gradini difficili da scalare.

La porta era chiusa, in cuor suo sperò che a quell’ora fosse ancora aperto. La aprì lentamente chiedendo permesso. Nessuno rispose. Decise comunque di entrare e di aspettare dentro. Appena entrò gli arrivò alle narici un odore strano. Sicuramente colla, parecchia, ma anche odore di qualcosa di molto vecchio. Si guardò intorno, c’erano giocattoli dappertutto. Da un lato solo bambole, tutte truccate e con vestiti colorati, su un’altra parete invece c’erano cavallucci di legno di tutte le misure, da un’altra parte invece c’erano giochi a molla e trenini. Andrea pensò che se esisteva il paese dei balocchi era proprio quello davanti a sé. Era immerso nei suoi pensieri, in un mix di ricordi e sogni fanciulleschi quando all’improvviso una voce lo riportò alla realtà.

-Desidera?

Era il proprietario del negozio. Sbucò fuori silenziosamente da una porta che dava sul retro. Andrea non lo ricordava così. In realtà non lo ricordava affatto, sperava che vedendolo qualche ricordo potesse riaffiorare ma la memoria di quel giorno da piccolo focalizzata soltanto tutti sui giochi che aveva visto. Il proprietario era anziano, molto anziano a dirla tutta. Camminava curvo ed aveva degli occhiali molto spessi. Andrea già se lo immaginava mentre ogni giorno operava i suoi bambolotti su un tavolo grezzo alla luce di una piccola lampada.

-Sì, salve. Cerco un giocattolo per mio figlio, ha due anni

L’anziano signore si massaggiò il mento con sguardo serioso.

-Due anni ha detto? Che genere di giocattolo cerca? Un gioco educativo, un cavalluccio, un trenino

-Non saprei. Anche se piccolo è un chiacchierone, stavo pensando a qualcosa per tenergli compagnia. Qualcosa da avere vicino e che gli ricordi quanto gli vogliamo bene

-Davvero un genitore premuroso, complimenti. Forse potrei avere qualcosa che fa al caso suo, mi può seguire nel retro? Ho qualcosa che ho riparato da poco e non ho ancora esposto

-Con piacere, grazie mille

L’anziano rientrò nella porta da cui era uscito prima, seguito da Andrea. Percorsero una prima stanza in cui erano conservati i pezzi di ricambio delle bambole. Erano tutti accatastati in scatoli ed ordinati per parti del corso. C’era una grande cesta con le gambe sinistre ed una con le gambe destre. Stessa cosa per le braccia, poi i torsi e le teste. In alcuni barattoli di vetro erano conservati gli occhi suddivisi per colore dell’iride, mentre in alcune buste di plastica c’erano i capelli di tutte le tinte. Era uno spettacolo che poteva definirsi abbastanza macabro. Tutti quei pezzi di corpo messi in ordine, tutte quelle teste che sembravano guardare attraverso le cavità vuote senza occhi. Andrea non era del tutto tranquillo, forse era la suggestione, ma gli sembrava che quelle piccole teste lo stessero seguendo e che quei sorrisi eterni erano rivolti a lui. Percorse quella stanza con un po’ d’ansia per poi proseguire in quella successiva, la sala operatoria.

Era una stanza spoglia, c’era solo un grande tavolo di legno con sopra una cassetta degli attrezzi. Vide un paio di grosse macchine a leva che probabilmente servivano come meccanismi per montare e smontare i giocattoli. Una luce gialla proveniente dal lampadario illuminava in maniere irregolare quel posto mentre un ventilatore girava a vuoto. Nella stanza permeava un forte odore di colla.

-Venite, qui ho alcuni peluche che sto riparando. Hanno un meccanismo a corda. Si tira e fanno delle cose

Prese in mano un pupazzo a forma di pinguino, tirò una corda sulla schiena e questo prese a muovere le braccia e la mandibola.

-Ho anche altri personaggi che fanno altri movimenti, che ne pensate?

Andrea era ancora provato dalle sensazioni che gli dava quel posto, non rispose subito per evitare di fare una brutta impressione al proprietario.

-Sì, bello. Se ha anche qualcos’altro me lo faccia vedere. Cercavo qualcosa di veramente originale

-Originale, certo. Questi sono tutti giocattoli originali. Non sono prodotti in serie, ognuno di loro è un’anima a parte. Qui non li trattiamo come oggetti, hanno una loro storia. Io personalmente provvedo a prendermene cura e sostituire le parti non funzionanti. Questo ad esempio era solo un peluche fermo, sono io che gli ho messo i componenti per farlo muovere

-Certo, certo, non volevo offendere. Sono tutti belli e preziosi, si vede. Posso vedere tra questi se c’è qualcosa che mi attira?

L’anziano signore fece un gesto con la mano per indicare uno scaffale. Andrea si mise a cercare tra i giochi. Alcuni erano proprio belli, doveva ammetterlo. Ognuno aveva un suo particolare, non esistevano giocattoli identici. Era proprio quello che faceva per lui. Si tranquillizzò e si mise a cercare. Era indeciso tra un pupazzo a molla a forma di cane e un’altro con dei pattini a forma di papero. Stava per chiedere al proprietario il prezzo quando vide in un angolo un giocattolo con le forme di una scimmietta. Si avvicinò e lo prese. Il pelo era molto morbido, aveva il volto sorridente. Lo girò per cercare dei meccanismi ma non trovò nulla.

-Questa cosa fa? Non vedo pulsanti

Il proprietario lo prese tra le mani con sguardo interrogativo.

-E questa che ci fa qui? Io non ti ho portato qui. Strano

Lo girò un paio di volte, poi si accorse che aveva un bottone dietro la caviglia destra. Lo schiacciò.

-Non so proprio cosa può fare, forse è ancora rotta

“Non so proprio cosa può fare, forse è ancora rotta”

La scimmietta iniziò a muovere le gambe ripetendo quella frase con una voce modificata. Ecco cosa faceva, ripeteva le parole e camminava.

-Forte, mi piace questa

“Forte mi piace questa”

-Ok, allora spegniamola prima. Senta, non so proprio questa da dove salta fuori. Forse faceva parte di una donazione che mi è stata fatta il mese scorso. Non ricordo di aver portato questo giocattolo in sala operatoria. Forse sto veramente invecchiando.

Si misero d’accordo per un prezzo onesto, il proprietario non era sicuro che il giocattolo fosse funzionante al 100%. Andrea uscì dal negozio felicissimo. Aveva trovato un regalo unico per suo figlio e un giorno lo avrebbe riportato in quel negozio come aveva fatto suo padre con lui. Il resto della giornata andò tutto secondo i piani, passò a prendere i rustici, la torta, i festoni, addobbò casa e impacchettò il suo regalo. Quando Sara tornò da lavoro con il piccolo Giulio rimase impressionata. Baciò il marito soddisfatta del suo operato e andò a prepararsi per accogliere gli ospiti che sarebbero arrivati dopo qualche ora.

La festa fu un successo, Giulio era contentissimo e ricevette tanti bei regali. L’ultimo che aprì fu quello dei suoi genitori.

-Sicuro di aver preso un regalo adatto?

-Certo amore. Gli piacerà sicuramente

Fu così, Giulio scartò il pacco e quando vide la scimmietta la abbracciò con forza.

-C’è anche un pulsante, ora ti faccio vedere cosa fa

Premette il pulsante e mise il giocattolo a terra poi sottovoce disse al bimbo di dirgli una frase. Giulio si avvicinò alla scimmia e disse la prima cosa che gli venne.

-Ciao scimmia

“Ciao scimmia”

La scimmia fece qualche passo verso di lui, tutti guardarono incuriositi la sua reazione. Giulio fece un gran sorriso e riabbracciò quel suo nuovo amico. Andrea e Sara si guardarono commossi, avevano regalato un’emozione grandissima al loro piccolo amore. Quella notte il piccolo Giulio prese sonno dando la mano al suo nuovo amico mentre i suoi genitori finivano di mettere tutto in ordine.

-Che dici cara, abbiamo preso un bel regalo?

-Eccome. Non vedi com’era contento? Dove lo hai trovato?

-Non ci crederai, è stato un affare. Ricordi quel negozio che ti ho raccontato? Quello in cui mi portò mio padre da piccolo? Stamattina l’ho trovato. Dentro era pieno zeppo di giocattoli unici. Quella scimmietta l’ho trovata per caso e subito mi ha convinta. Il proprietario del negozio mi ha detto che se dovessero esserci problemi possiamo riportargliela

-E bravo il mio maritino. Hai colto nel segno secondo me. Ora andiamo a dormire che sono stanchissima

-Tranquilla, qui finisco io. Inizia ad andare a letto

Andrea finì di mettere tutto a posto, poi passò nella cameretta di suo figlio per dargli un ultimo bacio della buonanotte. Entrò e vide che già dormiva profondamente accanto al nuovo giocattolo. Si avvicinò alla culla per dargli un bacio quando vide che il selettore era su ON. Se quel giocattolo si fosse attivato avrebbe sicuramente svegliato Giulio, quindi senza far rumore lo prese e lo disattivò, poi lo ripose sulla scrivania insieme ad altri giocattoli e andò finalmente a riposarsi.

Come ogni mattina era Sara a svegliarsi prima, preparò la colazione e andò a svegliare Andrea.

-Svegliati amore che oggi devi andare al lavoro

-Mmm… Certo cara, mi preparo e facciamo colazione

Andrea dopo essersi lavato e vestito raggiunse sua moglie in cucina. Tutto era già pronto per la colazione. Dopo le frasi dolci e le organizzazioni di routine per la giornata, Sara fece una domanda ad Andrea.

-Comunque ieri potevi togliere la scimmietta dalla culla di Giulio. Era accesa, stamattina per poco non ripeteva il suono dei miei passi. Ho dovuto spegnerla io

-Ma che dici? Ieri l’ho tolta dalla culla e l’ho messa insieme agli altri giocattoli

-Impossibile, stamattina era con Giulio. Pensi che a due anni nostro figlio sia stato capace di scavalcare, prendere la scimmia e ritornare a letto?

-Strano, forse ricordo male ma ero convinto che l’avessi fatto io

-Forse stai lavorando troppo. Lo dico sempre io che quel lavoro ti stressa

Diede un bacio in fronte ad Andrea che ancora non riusciva a capacitarsi di quel ricordo della sera prima. Probabilmente era davvero troppo stanco ed aveva ragione lei. Finì di prepararsi, salutò Sara e Giulio ed andò al lavoro. L’organizzazione di tutti i giorni era quella, Andrea al lavoro, Sara che accompagna il piccolo dai suoi genitori per poi andare anche lei a lavorare, poi tutti insieme di nuovo la sera.

Quella sera Andrea fece più tardi in ufficio per le solite scadenze di fine mese. Quando rientrò a casa sentì le urla di Giulio già dalle scale. Aprì la porta e vide Sara che teneva in braccio il piccolo che si disperava.

-Buonasera. Che succede qui?

-Succede che questo birbante non vuole proprio staccarsi dalla sua scimmietta. Già stamattina ho dovuto portarla con noi dai nonni, e stasera mi hanno detto che è stato tutta la giornata a parlare con lei. Ora vorrei cambiargli il pannolino ma non vuole separarsene

Andrea si avvicinò a suo figlio parlando dolcemente.

-Piccolo ma che mi fai sentire? Dai, mamma deve solo cambiarti e poi potrei giocare con il tuo amichetto. Le vogliamo dare un nome

-Si chiama Kofi

-Che bel nome! Mi piace, lo hai scelto adesso?

-No, si chiama così

-Ok, ok, allora diciamo a Kifi che dobbiamo fare un servizio importante e poi giochiamo con lui

Si avvicinò al giocattolo parlando a voce più alta.

-Kofi noi ora andiamo a cambiare il pannolino, poi veniamo da te, ok?

“poi veniamo da te, ok?”

-Visto? Ha capito, ora però andiamo

Andrea riuscì a convincere Giulio a cambiare il pannolino ma subito dopo il piccolo corse dal suo giocattolo per continuare a giocare.

-Ciao Kofi

“Ciao Kofi”

-Come stai Kofi?

“Come stai Kofi”

-Ti voglio tanto bene

“Ti voglio tanto bene”

Tutta la serata proseguì con il dialogo tra i due nuovi amici. Sara e Andrea riuscirono a malapena ad ascoltare il TG ma non dissero nulla. Erano divertiti a vedere il loro piccolo dialogare con quel giocattolo. L’indomani si ripeté la scena del mattino prima a colazione. Sara ammonì di nuovo Andrea di non aver tolto Kofi (ormai anche loro lo chiamavano per nome) dalla culla di Giulio, ma stavolta Andrea si scusò di non averlo fatto.

Per i tre giorni seguenti il piccolo mostrava sempre più attaccamento verso quel giocattolo. Era irascibile e nervoso e solo quando giocava con lui diventava tranquillo. Per quel motivo una sera Sara chiamò in disparte Andrea per parlargli.

-Amore dobbiamo prendere un provvedimento prima che la situazione ci sfugga di mano

-Che intendi Sara?

-Guarda qui, lo sai cosa è successo?

Sara mostrò un delle piccole ferite sulla mano

-Sembrano graffi, come te li sei fatti?

-Sono i segni di un morso, Andrea. Me li ha fatti Giulio quando gli ho tolto di mano la scimmia. Mi ha morso, capisci? Non lo aveva mai fatto

-Calmati amore. Anche altri miei colleghi mi hanno raccontato di quando i loro figli si sono attaccati troppo a dei giocattoli. Magari è solo in questo periodo, poi ne avrà un altro e si dimenticherà di Kofi

Andrea riuscì a convincere la moglie ma a patto che il piccolo dormisse senza la sua scimmietta, che sarebbe stata spostata nel baule dei giochi durante la notte. Quella sera non fu facile addormentare Giulio ma dopo un po’ di tempo la stanchezza diede una mano a farlo dormire.

Il giorno dopo Andrea rincasò dal lavoro più tranquillo. Suo figlio non piangeva e non stava giocando con la scimmietta. Guardò con sguardo interrogativo Sara che rispose alzando le spalle. Il pericolo era rientrato, forse lei era stata troppo frettolosa nel dare una conclusione catastrofica. Andrea le si avvicinò.

-Non ci ha giocato proprio?

-Un po’ dai nonni sì, mia madre mi ha detto che ci ha giocato ma poi ha fatto anche altro

Mentre i due parlavano Andrea fu attratto da una canzone. Era Giulio che stava cantando con quella sua vocina dolce da bimbo. Era un motivetto strano ma melodioso. Non gli ricordava nessuna canzone che conoscesse, anche le parole non sembravano in italiano ma, si sa, i bambini ripetono tutto quello che ascoltano. Si avvicinò al piccolo per parlargli.

-Cucciolo che cosa canti?

-E’ la canzone di Kofi, ti piace?

-Ah, Kofi canta anche? Non ripete soltanto?

-No, canta

E riprese a cantare quel motivetto. Dopo cena Andrea domandò a sua moglie dove fosse il giocattolo, pensava alla risposta che gli aveva dato il figlio e voleva ricontrollare le funzionalità. Non ricordava che potesse cantare. Rimase in cucina ispezionando l’oggetto ma senza risultato. Quella scimmietta poteva solo ripetere e muovere le gambette, punto. Forse il bambino stava solo lavorando di fantasia. Ripose il giocattolo nella cesta e raggiunse la moglie a letto.

Mentre dormiva fu svegliato di colpo da Sara. Gli tirava il braccio mentre sussurrava il suo nome.

-Che c’è amore? Stavo dormendo

-Amore svegliati, guarda

Andrea aprì gli occhi, quando questi si abituarono al buio vide una piccola ombra accanto alla porta della stanza. Dopo aver messo a fuoco riconobbe i tratti di Kofi. Era rivolto verso di loro e per la prima volta vide nel suo tenero sorriso qualcosa di malato.

-Che ci fa lì? Io l’ho posato nella cesta

-Ah sì? Quindi è venuto qui da solo? Sei solo un’idiota! Mi hai fatto prendere un colpo. Tu e i tuoi stupidi scherzi del cavolo

-Amore, ma non sono stato io

-Certo, come no?

Sara si girò dall’altro lato e non rivolse la parola ad Andrea fino al mattino successivo. A colazione era fredda, era ancora arrabbiata con lui e non riusciva a dare una spiegazione diversa se non che il marito avesse voluto spaventarla con uno stupido scherzo. Andrea evitò di insistere sulla sua innocenza, tra l’altro la versione di Sara era la più plausibile e lui non era riuscito a dare una spiegazione diversa all’accaduto.

Il comportamento scontroso di Sara però durò solo quella giornata. Quando Andrea tornò da lavoro lo accolse con un abbraccio forte e con parole di scusa. Andrea non riusciva a capire cosa stesse succedendo, la moglie piangeva e non riusciva a parlare. Giulio era con loro nel salone, ma stava giocando con il suo giocattolo e sembrava che non badasse alla presenza degli altri. Il suo dialogo con Kofi intervallava quello dei suoi genitori.

-Sara calmati, spiegami che succede?

-Amore devi portare quel giocattolo al negozio. O magari buttarlo, bruciarlo. Ti prego

Continuava a piangere mentre il piccolo dialogava con Kofi senza fermarsi

-Ciao Kofi

“Ciao Kofi”

-Come stai?”

“Come stai?”

-Amore stai tranquilla. Siediti e spiegami tutto

-No che non sto tranquilla

-Ciao Kofi

“Ciao Kofi”

-Come stai?”

“Come stai?”

-Dimmi cosa è successo? Riguarda Giulio?

-Certo che riguarda Giulio. Oggi da mia madre all’improvviso ha preso un coltello dal tavolo e l’ha usato contro di lei!

-Calmati amore. Tutti i bimbi prendono gli oggetti per casa ed imitano i grandi. Magari tua madre ha lasciato il coltello in bella vista

-Non mi interrompere. Con il coltello le ha ferito un polpaccio, capisci? Mia madre glielo ha tolto di mano ed ha cercato di parlargli e lui sai cosa le ha detto? Che è stato Kofi ad ordinarglielo!

-Ciao Kofi

“Ciao Kofi”

-Come stai?”

“Come stai?”

-Amore ti prego, calmati. Ci deve essere una spiegazione

-A me non interessano le spiegazioni! Devi assolutamente buttare quel giocattolo. Sta avendo una cattiva influenza sul piccolo

Sara piangeva a dirotto e si lanciò nelle braccia di Andrea.

-Tesoro, se pensi che possa essere questa la soluzione allora domani riporterò indietro il giocattolo. Magari ne prenderemo un altro, però adesso tranquillizzati e siediti. Ti prendo un po’ d’acqua

-Ciao Kofi

“Ciao Kofi”

-Come stai?”

“Bene”

Andrea e Sara si guardarono negli occhi mentre il loro sangue si raggelò nelle vene. Anche se stavano dialogando animatamente furono attratti dalle parole che avevano sentito alle loro spalle. Il giocattolo non aveva ripetuto la frase detta da Giulio, quella che sentirono era sicuramente la voce del piccolo storpiata dal meccanismo elettronico, ma non era possibile che avesse risposto alla domanda. Quei secondi che passarono sembravano ore, Gli sguardi attoniti dei coniugi rimasero incollati gli uni agli altri mentre sentivano bambino ridere. Fu Sara ad interrompere quel silenzio quasi fastidioso.

-Amore ho paura

Andrea si fece coraggio e corse in direzione di suo figlio. Gli strappò di mano la scimmietta e uscì dalla porta di casa. Dalle scale sentiva le grida di pianto di Giulio e la moglie che cercava di calmarlo. Uscì fuori dal palazzo senza sapere cosa fare. Correva, correva veloce senza una meta. A quell’ora il negozio era sicuramente chiuso quindi era impensabile andare fin lì per riportarlo all’anziano signore, aspettare il giorno successivo era una follia. Andò verso l’auto parcheggiata lì vicino, gettò il pupazzo sul sedile passeggero e mise in moto. Dei tuoni in lontananza preannunciavano un temporale, in pochi minuti una bomba d’acqua si riversò sulla città. Andrea riusciva a malapena a vedere la strada, i tergicristalli non riuscivano a spazzare tutta l’acqua sul parabrezza. Mentre guidava continuava a gettare sguardi verso il sedile di fianco, verso quell’oggetto inanimato che gli incuteva tanto timore. All’improvviso questo emise una musica strana. Riconobbe subito il motivetto che qualche giorno prima suo figlio cantava a casa. Provò a tapparsi un orecchio mentre guidava, ma sentiva indistintamente quella musica. Era come se venisse da dentro, dal suo cervello. Sentiva dei tamburi echeggiare, un coro di voci maschili intonare un motivo ripetitivo.

E poi quella voce. Una voce squillante che gli parlava.

“So che mi senti Andrea”

Chi era? Uno spirito intrappolato in quell’oggetto? Un gioco maledetto?

“Uccidili. Uccidili tutti”

-No! Lasciami stare

“So che anche tu lo vuoi. Ascoltami ed uccidili tutti”

-Ti ho detto di lasciarmi stare!

Con chi stava parlando? Era forse impazzito? La pioggia continuava a inondare le strade e Andrea ormai non sapeva più dove si trovasse. Girava a vuoto mentre quella voce nella sua testa lo distraeva. Si accorse solo troppo tardi che davanti a lui c’era un parapetto. Frenò bruscamente, le ruote si bloccarono ma continuarono a scivolare sull’asfalto bagnato. Si sentì un rumore assordante. La macchina sfondò il muretto basso di Corso Vittorio Emanuele e fece un salto per poi piombare in Via Crispi in un impatto che sveglio tutto il vicinato. La macchina si accartocciò su sé stessa, dall’esterno era impossibile riconoscere il modello. I vigili del fuoco e i soccorsi arrivarono solo più tardi, quando per Andrea non c’era più nulla da fare. Riuscirono a tirare fuori dall’auto la sua carcassa con numerose ossa rotte. La moglie Sara fu informata dalle forze dell’ordine la notte stessa. Era a letto senza riuscire a prendere sonno. Per fortuna era riuscita a calmare Giulio che dormiva serenamente nel lettone vicino a lei.

Quando il giorno dopo fu chiamata per riconoscere il cadavere di Andrea ebbe il coraggio di chiedere agli agenti che erano presenti sul luogo se avessero trovato nell’abitacolo dell’auto un giocattolo. Gli agenti si guardarono straniti, era una richiesta insolita da parte di una giovane vedova prematura. Le risposero che non avevano trovato niente nell’auto. Nessun bambolotto delle fattezze di scimmia fu mai ritrovato nel luogo dell’incidente.

19 Febbraio 2000

Mi presento, mi chiamo Alessandro. Non è importante sapere il mio cognome, per chi fa il mio lavoro è meglio non dare troppi dettagli. Che lavoro faccio? Sono uno scassinatore a tempo pieno. Avete capito bene. Sono specializzato nell’aprire cose. Lucchetti, porte, auto, casseforti. Ho un curriculum di tutto rispetto, faccio questo lavoro da quando ero piccolo.

Lo ricordo ancora, la prima volta avevo otto anni. Mia madre aveva accidentalmente chiuso la porta di casa mentre lei era fuori ed aveva lasciato all’interno le chiavi. In quel caso c’erano due opzioni. La prima era chiamare i vigili del fuoco, magari anche la polizia, avrebbero scassinato tutto e avremmo dovuto ricomprare la serratura e buttare le chiavi. La seconda opzione era chiamare un amico di famiglia che avrebbe fatto tutto senza conseguenze. Non è difficile capire quale delle due si decise di attuare. Quando vidi Vincenzino detto “mani di fata” rimasi abbagliato. Sembrava un eroe arrivato a salvare gli innocenti, come nei film in TV.  Durò tutto pochi minuti, con le sue mani magiche armeggiò un piccolo pezzo di ferro e poco dopo la porta era aperta e tutti erano felici. Io non ci potevo credere, avevo la bocca aperta dallo stupore. Si rivolse a me, chiedendomi se volessi rivedere quel trucco. Lo rifece con la stessa precisione, poi mi prese le mani nelle sue e mi fece ripetere i gesti. Ricordo ancora le sue parole.

“Piccirì, queste però sono cose da grandi. Comportano dei rischi, ma se vuoi quando sarai cresciuto puoi venire da me”

Non aspettai che una settimana, mi feci trovare fuori casa sua ogni giorno per quattro giorni, poi si convinse. Da quel giorno divenni il suo aiutante fino all’ultimo dei suoi giorni. Da lui ho imparato tutto e, non per vantarmi, penso di essere il più bravo da queste parti. Non voglio annoiarvi sui dettagli della mia vita. Non sono qui a vantarmi dei miei colpi, altrimenti potrei scrivere un intero libro. Ho fatto piangere imprenditori, calciatori famosi, avvocati, tutte le categorie di ricchi. Quasi tutto su commissione, non mi piace scegliere le mie vittime. Penso anche di avere una sorta di etica, se così si può chiamare. Quando devo fare un colpo mi informo prima, se secondo me vale la pena e la vittima è un uomo molto ricco allora accetto, se invece si tratta di una persona già povera allora rifiuto senza problemi. Per questo motivo ho deciso di accettare quel caso nel Febbraio del 2000. Il mio ultimo colpo.

Sono qui a raccontarlo per un motivo. Non per vanto, non per confessione personale per espiare i peccati di una vita precedente, ma per mettere in guardia chiunque stia leggendo. Leggete bene e non distraetevi per nessun motivo.

Tutto era cominciato un sabato mattina. Mi trovavo fuori ad un bar su Piazza San Vitale a bere un caffè. Non giudicatemi, non mi stavo propriamente riposando. Quelli che mi conoscono sanno che il bar in questione è uno dei miei, per così dire, uffici. Ce ne sono tanti di posti come quello in città. Chi vuole parlare con me mi deve cercare in uno di quei bar, si siede al tavolino e mi espone la richiesta. Quel sabato fecero così anche due signori distinti. Si avvicinarono al tavolino e chiesero del sottoscritto, li feci sedere e loro cominciarono a parlare a bassa voce. Mentre parlavano continuavano a guardarsi intorno sospettosi. Gli ripetevo che quel posto era tranquillo e che dovevano fidarsi.

Il bersaglio sulla carta era dei più semplici, il colpo che chiunque vorrebbe fare. Si trattava di una casa abbandonata da anni in Via Bagnoli, bisogna semplicemente entrare, aprire una cassaforte e prendere il contenuto. Nulla di più facile per uno del mio calibro, quasi un’offesa. Presi i loro contatti e rimanemmo d’accordo che li avrei contattati appena avrei controllato e deciso.

Non fu difficile trovare le informazioni che cercavo, avevo dei contatti in zona che mi dovevano dei favori. La villa era veramente antica, appartenuta ad una famiglia nobiliare del ‘700 ma disabitata dagli anni Settanta. L’ultimo abitante della casa era un vecchio Barone morto di vecchiaia in solitudine. Un punto a favore del sì, il furto non avrebbe impoverito nessuno e poi se c’era qualcosa di valore in quella casa meglio ripulirla subito prima che qualche drogato lo avrebbe fatto al posto mio. Per qualche giorno feci dei sopralluoghi veloci allo stabile. Sembrava davvero vecchio, di sicuro non c’erano sistemi antifurto. Probabilmente le serrature erano ancora quelle vecchio stampo, in pratica quelle che lavoravo da piccolo con il mio maestro.

Usai una cabina telefonica in strada per mettermi in contatto con i due tizi. Gli diedi appuntamento per un incontro di persona in modo da definire i dettagli. Tutto il contenuto della cassaforte salone in cambio di due milioni di lire. Una cifra enorme, allettante quanto sospetta. Ma io sono uno che non sputa mai nel piatto in cui mangia quindi accettai, il furto si sarebbe compiuto la notte seguente.

Il giorno dopo preparai tutto l’occorrente e aspettai le due di notte per recarmi in zona. Un tratto in macchina un altro a piedi come sempre. Scavalcai il cancello rapidamente, approfittando del tempo morto tra il passaggio di due auto. Camminai abbassato in modo che il piccolo muretto nascondesse la mia presenza. Mi spostai di lato per visionare tutte le finestre della villa quando vidi che dietro una di queste al piano di sopra si vedeva un’ombra. Era proprio l’ombra di una persona dritta davanti alla finestra, con la tenda chiusa da un solo lato. La mia prima reazione fu di rabbia. Pensai subito che i due signori volessero incastrarmi, prepararmi un colpo in apparenza facile per prendermi sul fatto. O magari, peggio ancora, la casa non era affatto disabitata ma qualcuno poteva farmi secco. In entrambi i casi rischiavo grosso. Però, piuttosto che tornarmene indietro e andare dai miei clienti decisi di attendere qualche minuto.

Stranamente quella figura non cambiava posizione. I minuti passavano e non ci fu nessun movimento quindi pensai di essermi sbagliato. Magari era un vecchio mobile o un oggetto che era stato spostato vicino alla finestra e da quella posizione pensavo fosse un uomo. L’idea mi diede coraggio quindi passai a perlustrare il retro della villa in cerca di un ingresso secondario. Fu facile trovarlo, si trattava di una vecchia porta di legno con una serratura comune. Presi l’occorrente e iniziai a maneggiare gli strumenti giusti finché non sentii il mio rumore preferito. Il “tic” della serratura che scatta e che mi dà il benvenuto in casa. Spruzzai un po’ di lubrificante sui cardini in modo da non farla cigolare. La prudenza non è mai troppa.

Lasciai la porta aperta in modo da creare un po’ di luce in quel buio totale. Tutte le finestre erano chiuse con delle ante in legno e le pesanti tende scure non permettevano nemmeno ad un piccolo fascio di luce di entrare. Una volta che i miei occhi si abituarono al buio cercai un interruttore. Era giusto una prova perché immaginavo che nessuno pagasse le bollette da decenni. Cambiai la posizione dell’interruttore tre volte ma invano, non c’era corrente. Presi una torcia e perlustrai quella prima stanza.

Si trattava della cucina, con la torcia illuminai tutti gli angoli per fugare la presenza di topi o insetti. Sembrava abbastanza pulito ma c’era disordine. Su un tavolo da lavoro erano sparpagliati vari coltelli, qualche anta era aperta e si intravedevano dei barattoli di vetro, probabilmente conserve andate a male. Il forno era chiuso mentre a terra c’erano piccole macchie scure. Un sottile strato di polvere ricopriva tutti i mobili. Decisi di uscire da quella stanza per proseguire.

Mi ritrovai in quello che può definirsi un disimpegno. Sulla destra una porta chiusa, sulla sinistra una rampa di scale. Presi la maniglia e provai a girarla ma la porta non si mosse. Probabilmente era chiusa a chiave ed avrei dovuto forzarla. Mi balenò però in mente un pensiero. Le scale conducevano al piano di sopra ed avevo ancora in mente quell’ombra che vedevo da fuori. Volevo a tutti i costi controllare quella stanza ed essere sicuro che fosse vuota, tutto qui. Una sorta di paura irrazionale, vedete voi. Salii le scale che scricchiolavano sotto il mio peso. Cercai in tutti i modi di essere quanto più silenzioso possibile. Una volta sopra mi trovai davanti un piccolo corridoio che passava davanti a quattro stanze. Sono un tipo che sa orientarsi bene, quindi arrivai alla conclusione che era la stanza in fondo a destra quella della finestra che avevo visto prima.

Camminai nel corridoio quando fui attratto dalla prima stanza sulla sinistra. La porta era sbarrata da cinque assi di legno, sembrava che qualcuno volesse proteggere a tutti i costi il contenuto. Proseguii ed arrivai alla stanza sulla destra. Aprii lentamente la porta mentre la torcia illuminava l’interno. Era una camera da letto. Su un lato c’era un baldacchino rosso scuro, di fronte un armadio con tutte le ante aperte, era completamente vuoto. Guardai in direzione della finestra. Le tende erano chiuse del tutto e non c’era nessun oggetto accanto. Ero stranito, ero sicuro che quella fosse la stanza che vedevo dal basso e quella doveva essere la finestra. Possibile che mi fossi sbagliato? Dovevo controllare le altre stanze, tanto di tempo ne avevo parecchio. Uscii dalla camera da letto sentii un rumore alle mie spalle, come un cigolio. Mi voltai e vidi che una delle ante dell’armadio era chiusa. Forse qualche spiffero di vento, nulla di preoccupante.

Entrai in un’altra stanza adiacente, una sorta di camera di lettura. Tre pareti su quattro erano coperte da una grande libreria in legno che traboccava di libri. Per curiosità illuminai qualche titolo, niente che avessi mai sentito prima d’ora. Per lo più erano libri non in italiano, in latino forse, ma non so dire con certezza perché non ho mai studiato il latino. Erano tutte edizioni vecchie, con rilegatura in pelle. Forse dovevo ritornare in quella casa e provare a prendere qualcuno di quei libri, sembravano valere tanto. Al centro della stanza c’era una poltrona, a terra un libro ancora aperto. Mi avvicinai quindi alla finestra per ispezionarla ma questa era addirittura sbarrata da assi di legno. In quell’istante sentii un fruscio, mi girai di scatto e vidi che le pagine del libro si stavano muovendo. All’inizio sembravano muoversi per opera di un colpo di vento, poi mi resi conto che sembrava proprio che una forza invisibile stesse sfogliando pagina per pagina finché non si fermò. Mi avvicinai stranito ed illuminai il libro. Era aperto su una pagina che mostrava sulla sinistra un’illustrazione e sulla destra una sorta di poesia. Guardai incuriosito l’immagine, era spaventosa. Ritraeva un uomo che urlava, a terra c’era disegnato un cerchio ed una stella, mentre alle spalle dell’uomo era raffigurata l’immagine di un demone.

Rabbrividito uscii dalla stanza, volevo solo scendere e completare il colpo. Nel corridoio però apparve qualcosa di ancora più strano. Sentii uno strano rumore dalla stanza sbarrata. Con l’aiuto del silenzio intorno avvicinai l’orecchio alla porta. Quello che sentivo sembrava un leggero pianto femminile. Non riuscivo a dare una spiegazione, forse la suggestione mi stava giocando un brutto scherzo. Come poteva essere che una donna stesse piangendo in una stanza chiusa da chissà quanto tempo. Cercavo di dare una spiegazione quando il pianto diventava sempre più incalzante fino a che sentii delle richieste di aiuto. E’ difficile descrivere quello che provai, da un lato io ero solo un ladro che doveva prelevare un bottino e scappare, dall’altro ero un uomo che non può ignorare una richiesta di aiuto tra l’altro di una donna.

Decisi di aprire la porta. Con l’aiuto di un piede di porco tolsi le assi e spalancai la porta. Quando illuminai il contenuto con la torcia ebbi la pelle d’oca. Quella doveva essere una stanza delle torture, sui muri erano appesi vari strumenti del dolore, fruste, tenaglie, catene. C’era un tavolo di legno con larghe macchie scure, probabilmente sangue secco, ed una sedia con delle fibbie per tenere ferme gambe e braccia. Nella stanza non c’era nessuno. Mi girai intorno per cercare meglio ma in quella stanza spoglia e senza finestre ero l’unico essere umano presente.

Lasciai quella stanza inorridito, chissà quali macabri divertimenti allietavano il Barone nelle giornate noiose. Scesi al piano terra e presi ad aprire risoluto la porta sbarrata, probabilmente proprio il salone dove cercare la cassaforte. Cercai di aprire velocemente mentre in testa avevo ancora le gride di quella donna. Ora, a distanza di tempo, ho il dubbio che quelle voci non fossero solo nella mia testa.

Finalmente aprii la porta, cercai di fare più luce possibile per orientarmi. Il salone era grandissimo, un grande tavolo era posto al centro della stanza, circondato da otto sedie. Stranamente la tavola era apparecchiata, c’erano piatti, bicchieri e posate in ordine come per preannunciare l’inizio di una cena. Percorsi con lo sguardo le quattro pareti, inorridendo nel vedere i quadri che ritraevano pomposi personaggi blasonati. Secondo le indicazioni dietro uno di quelli doveva esserci la cassaforte. I miei due clienti mi avevano avvisato che era quello che ritraeva lo stesso Barone vestito da cacciatore insieme al suo cane, con un fucile in una mano ed un coltello nell’altra. Identificai il quadro, secondo i miei gusti davvero orrendo, e camminai nella sua direzione.

Ero a due passi dal dipinto quando all’improvviso mi bloccai. Non nel senso che state immaginando, le gambe non riuscivano più a muoversi. Rimasi ancora con il piede di porco in mano quando mi accorsi che i piedi stavano piantati a terra e sebbene mi sforzassi non riuscivo a camminare. Guardai a terra facendomi aiutare dalla luce della torcia e vidi qualcosa che ancora oggi fatico ad accettare. mi trovavo sulle assi del pavimento, ma proprio intorno a me era disegnato con una vernice rossa un cerchio e con all’interno una stella. Il disegno era identico a quello presente nell’illustrazione del libro. Credetemi se vi dico che quando lo realizzai provai in tutti i modi di staccare le gambe dal pavimento ma senza risultato.

Ora, voi immaginate un tipo come me, che non ha nemmeno mai creduto ai Santi, quando vide quello che sto per raccontarvi. Un vento improvviso arrivò nella stanza, ricordate che le finestre erano chiuse e l’unica porta ancora aperta era quella da cui sono entrato, in cucina. I quadri cominciarono a muoversi sulle pareti, come comandati da una strana forza. Il terremoto era un’ipotesi da scartare infatti io ero ancora immobile. Di colpo tutti i candelabri presenti in quella stanza si accesero. Tutte insieme le fiamme presero vita danzando aiutate da quello strano vento. La luce di quei fuochi illuminò la stanza che si mostrava ora sotto i miei occhi.

Le pareti erano coperte da una carta da parati di colore scuro su cui erano molto visibili delle macchie rosse. Era sangue, lo immaginavo. Sulle pareti c’erano trofei di caccia, teste di cervi, orsi, lupi. Su una delle pareti però non c’erano solo animali. Quelle in bella mostra erano delle teste umane, ancora con i volti distorti dalla paura. Erano uomini, donne, giovani, vecchi. Erano tanti e ricoprivano interamente una parete alta. Non riuscivo a cogliere l’ironia di mostrare un abominio del genere. Le fiamme delle candele si abbassavano e si alzavano quando all’improvviso i quadri smisero di muoversi. Le cornici intendo. I disegni interni invece iniziarono a muoversi.

C’era un quadro raffigurante una giovane ragazza in posa seria. Quell’espressione cambiò e la ragazza mostrò un sorriso diabolico. E si muoveva! Quella risata mi raggelò il sangue nelle vene. La risata fu interrotta da un lamento, mi di lato girai e vidi che il quadro che ritraeva un anziano signore. Era seduto su una sedia ma si alzò per mostrare i polsi e le caviglie legati da solide catene. Alzai lo sguardo istintivamente, sulla volta del soffitto c’era un disegno che prendeva tutta la superficie. Raffigurava da un lato una schiera di angeli e da un altro un’orda di demoni. Una sorta di giudizio universale ma con squadre miste, per intenderci.

Mi aspettavo il peggio, infatti all’improvviso vidi il volto degli angeli diventare impaurito, sentivo le loro parole incomprensibili ma che esprimevano terrore. Dall’altro lato i demoni presero vita e si diressero nella direzione opposta. In pochi secondi vidi una scena che definire raccapricciante è poco. Gli angeli cercavano di scappare in quello scenario a due dimensioni mentre i demoni li rincorrevano e li divoravano. Dilaniavano le loro carni, strappavano le loro ali, litigavano per contendersi le stesse ossa. Dal soffitto cadevano gocce rosse, e ancora oggi non riesco a pensare che quelle fossero solo gocce di pittura.

Un Inferno. La parola perfetta per descrivere tutto quello che vedevo era “Inferno”. Le teste affisse al muro cominciarono a piangere. Guardavano proprio me e piangevano, forse erano in pena per quello che mi stava capitando. Ancora oggi mi capita di svegliarmi di notte e non prendere più sonno. Nelle orecchie ancora sento quei lamenti, quelle risate immonde, quelle urla di dolore. In tutto quel frastuono avevo dimenticato il Barone.

Già, il proprietario della villa era ancora nel quadro di fronte a me ma io stavo guardando altrove. Quando diressi lo sguardo verso il suo dipinto lo vidi lasciare il guinzaglio del cane. L’animale scrollò la testa e dal collo ne emersero altre due. Le bocche si aprirono mostrando denti aguzzi e bavosi. Il barone era ancora serio, stranamente il volto non era trasfigurato come quello degli altri quadri. Respirò profondamente poi iniziò a intonare una strana poesia in un’altra lingua. Appena iniziò ad intonare quelle parole intorno a me si formò una strana nebbia. Da terra saliva e si addensava formando delle figure strane finché non vidi dietro di me la forma distinta di un mostro, quello che avevo visto nel libro della biblioteca.

A quel punto dovevo prendere una decisione, provare il tutto per tutto ed uscire da quella follia oppure urlare come il tizio nel disegno e soccombere a quella bestia. Decisi per la prima anche se non sapevo come. Cercai ancora invano di muovere le gambe ma nulla. Provai perfino a togliermi le scarpe ma era impossibile. In mano avevo ancora il piede di porco, decisi che avrei usato quello. Guardai a terra, forse il disegno poteva essere la chiave. Con l’aiuto dell’arnese provai a scheggiare le assi di legno in corrispondenza del cerchio, i pezzi colorati andavano via. Capii di essere sulla strada giusta quando vidi che il barone dal quadro mi vide e prese a recitare il suo rituale più velocemente. Dovevo sbrigarmi. In poco tempo riuscì a staccare il cerchio creando uno spazio e il piede destro improvvisamente si staccò da terra. La forma di nebbia alle mie spalle si stava abbassando. Provai a fare lo stesso con la stella fino rompere totalmente l’asse di legno su cui era disegnata. L’altra gamba si mosse e caddi a terra, le mani andarono a finire una pozza di liquido rosso formatasi dalle gocce che scendevano ancora dal soffitto.

Pensavo di essere finalmente al sicuro, ma un lugubre silenzio piombò nella stanza. Mi girai verso il quadro e vidi che il Barone stava uscendo per venire verso di me. Avete capito bene, non era più in quelle due dimensioni ma il busto era già fuori dal dipinto. Senza pensare due volte mi alzai e scappai verso la cucina pensando che lì ci fosse la mia via di salvezza. Niente di più sbagliato.

Entrai in cucina e subito vidi che qualcosa non quadrava. I coltelli non erano più sul tavolo e i barattoli di vetro erano stati tolti dalla credenza, erano stati disposti in fila su un mobile. La luce della torcia li stava puntando e non potei fare a meno di guardarne il contenuto. In uno più grande c’erano degli occhi, in un altro dita umane, in un altro ancora quelle che sembravano delle lingue. Era un incubo da cui avrei voluto svegliarmi.

Ci pensò uno dei coltelli. Sì, perché all’improvviso sentì una fitta di dolore nel polpaccio sinistro. Emisi un urlo e vidi che dentro la mia gamba c’era uno dei coltelli che prima erano sul tavolo. Chi era stato? In quel momento non mi interessava, dovevo soltanto scappare. Vidi gli altri coltelli fendere l’aria per colpirmi, non so nemmeno io come riuscii ad evitarli. Corsi verso la porta da cui ero entrato ed uscii fuori, chiudendola alle mie spalle. Corsi verso il cancello principale zoppicando ancora per la ferita e scavalcai il recinto. D’istinto uscendo alzai lo sguardo verso la finestra e vidi che non c’era più nessuna figura accanto al vetro. Corsi disperatamente verso l’auto, la misi in moto e partii senza una direzione precisa. Penso di essere stato un’ora a girare per Napoli senza meta. Tornai a casa e la prima cosa che feci fu richiamare il numero che mi era stato dato dai miei clienti. Inutile dirvi che quel numero risultava sconosciuto, da quella notte non ebbi più contatti con loro. Cercai in tutti i modi di scovarli ma non ci riuscii. Un dubbio da quella sera mia attanaglia. Che forse quei due erano gli organizzatori di quello strano rito? I discendenti o i mitomani del Barone che avevano organizzato tutto per un banchetto del loro eroe?

Ad oggi non ho ancora una risposta a quella domanda. Quello fu l’ultimo mio colpo, da allora non sono stato più in grado di entrare in una casa senza essere invitato. Ho cambiato città, ho cambiato vita ma gli incubi li ho ancora oggi.

Un consiglio per voi che state leggendo, conservatelo gelosamente fino alla morte. Non andate mai in quella casa, statene alla larga. Succedevano e succedono cose strane. E se un giorno si avvicinano verso di voi due signori distinti che vi propongono un lavoro facile in cambio di tanti soldi non accettate. Per amor di Dio non accettate mai.

12 Febbraio 2013

Pioveva quella notte. Pioveva da giorni e sembrava non smettere mai anche se Fabio continuava a ripetersi quella vecchia battuta di un famoso film. Non poteva piovere per sempre. Seduto sui gradini di un antico palazzo in Via Ferrante Imparato guardava davanti a sé fregandosene dei vestiti inzuppati. Era assorto nei suoi pensieri a dare un senso ai ricordi. Pioveva come in quella canzone che amava tanto, ancora di più da quando ne aveva scoperto il significato. Con i pensieri tornava indietro di qualche mese.

Fabio Scognamiglio, un ragazzo come tanti. Ventisette anni, di bella presenza ma fragile, molto fragile. Appassionato di film e musica. A scuola però mai tra i primi della classe, ma nemmeno tra gli ultimi. Uno come tanti, uno dei tanti. Era così che si sentiva per tutta la vita, forse anche a causa dei genitori che non gli avevano mai dato coraggio. Forse sarebbe bastato un semplice “ce la farai”, o magari un “devi solo trovare quello che ti piace, quello in cui sei bravo”, o ancora “crediamo in te, non sentirti a terra”. Niente di tutto questo, solo degli sguardi di delusione nemmeno troppo accentuati. Come dare torto ai genitori però, loro non erano della sua generazione. Anche loro da piccoli hanno subito lo stesso trattamento e per questo non hanno mai migliorato la loro situazione economica.

Forse per questi motivi, ma ancor di più per il suo carattere fragile, Fabio decise di abbandonare gli studi dopo le superiori. Il giorno stesso dell’esame orale decise che non sarebbe andato avanti e per di più di non sfruttare nemmeno il suo diploma di perito. Voleva una vita a misura sua, poche piccole soddisfazioni e il giusto per andare avanti. Aveva uno zio che lavorava in una grossa ditta di Import-Export nella Zona Industriale, chiese a lui una mano. Lo zio non se la sentì di voltargli le spalle. Non provò nemmeno a convincerlo a rivedere le sue scelte, magari per il bene dei suoi genitori. In cuor suo anche lui sapeva che ogni scelta sarebbe stata la stessa per quei due poveri apatici. Lo presentò al suo titolare, la prima impressione non fu la migliore, come dargli torto. Un ragazzo smilzo, senza un briciolo di sicurezza, sarebbe stata la scelta migliore? Forse per pietà, forse per dargli po’ di coraggio decise infine di farlo lavorare.

Fabio cominciò il suo primo lavoro, dal basso. Cominciò come addetto alle pulizie dei magazzini, un piccolo lavoro senza troppe responsabilità in modo da non pressarlo troppo. A lui non dispiaceva, aveva guadagnato un briciolo di indipendenza, e poi stare impegnato e dare una mano tutto il giorno era quello che voleva. I primi mesi passarono senza stravolgimenti, il lavoro non lo affaticava troppo e riuscì a stringere qualche amicizia con gli altri dipendenti. Quelli bravi ed educati, si intende. C’era sempre qualcuno che fregandosene del suo carattere sensibile lo prendeva di mira, ma erano pochi e riusciva a gestirli. Quando il suo datore di lavoro gli promise un cambio di mansione, dalle pulizie alla catena di montaggio, Fabio decise di dare un’altra piccola svolta alla sua vita. Sarebbe andato a vivere da solo.

Doveva cominciare la mattina presto e con i turni non avrebbe avuto sempre lo zio che lo accompagnava la mattina. Con l’aiuto del suo capo trovò in affitto un piccolo appartamento proprio sulla strada della fabbrica dove lavorava. Avrebbe dovuto percorrere solo qualche centinaia di metri a piedi, era l’ideale per non pesare più sulle spalle della sua famiglia. L’appartamento era piccolo, solo tre stanze ma per lui era più che sufficiente. Lo stabile era di vecchia costruzione e non aveva idea di chi fossero gli altri inquilini, ma quello per lui non era un problema. Il suo piccolo mondo era delimitato dalle mura del suo appartamento e lì si sarebbe finalmente sentito a casa. Il giorno del trasloco salutò i suoi genitori alla solita maniera, come se stesse uscendo per rientrare la sera. Forse riuscivano a trattenere bene le emozioni, in quello erano maestri. Arrivò nella sua nuova casa, la sua nuova vita.

I giorni seguenti cominciò anche il nuovo lavoro in fabbrica. Gli orari erano diversi e stressanti, ma per Fabio ne valeva la pena. Arrivava alla ditta a piedi da casa, il tragitto durava pochi minuti. Fin dal primo giorno però si sorprese di un particolare che non aveva mai notato nei mesi precedenti quando arrivava al lavoro accompagnato dallo zio. Quella strada era sempre piena di prostitute, ad ogni ora del giorno. Non solo di notte, celate da un’oscurità che riusciva a malapena a nascondere il pudore, ma anche in pieno giorno. Non credeva possibile che fosse così, possibile che quella strada era una vetrina a cielo aperto? Forse dai finestrini dell’auto non le vedeva o forse era distratto. Magari negli orari del precedente impiego non c’erano o erano già all’opera. Ingenuamente ne parlò in mensa con qualche suo collega.

-Ciao Giovanni. Sai, da quando abito qui vicino ho notato una cosa. Lo sapevi che qui vicino è pieno di prostitute? A tutte le ore del giorno

-Certo Fabio, non lo sapevi? Ma stai domandando giusto per sapere o ti stai informando per gli orari? Dovresti chiedere ad Antonio, forse ti può far avere anche uno sconto, dovrebbe conoscerle tutte ormai

E giù tutti a ridere. Fabio non rideva, non sapeva se quella era una battuta oppure era davvero l’unico a non rendersi conto di quel mondo intorno a lui. Evitò di chiedere ancora, sapeva che se qualcuno gli avesse rivelato di essere un cliente di quel servizio ci sarebbe rimasto male. Preferiva rimanere nel dubbio, anche se aveva capito come mai qualcuno non rientrava subito a casa dopo essere uscito dalla ditta.

I giorni seguenti percorse il tragitto casa-lavoro e lavoro-casa sempre a testa bassa, badando a non incrociare mai lo sguardo con quelle donne. Anche se non le guardava attentamente aveva notato che avevano tutte la pelle scura. Quando passava sentiva le loro voci che lo invitavano a fermarsi.

“Ciao bel ragazzo”

“Tutto solo? Vuoi compagnia?”

“Vieni qui con me”

Si sentiva come Ulisse che passava in mezzo alle sirene, con la differenza che lui non aveva bisogno di essere legato per lasciarsi andare alle loro tentazioni. Non aveva paura di loro, né tanto meno ribrezzo. Sapeva bene che tante di loro se non tutte non erano lì per scelta. Stavano solo recitando la parte delle donne fatali quando in realtà avevano una catena al collo che le legava ai veri carnefici. Non le biasimava, ma voleva che restassero fuori dal suo mondo, da quel piccolo universo che stava costruendo ogni giorno. Arrivava perfino in ditta con la testa abbassata e qualcuno ne aveva scoperto il motivo

-Fabio dove corri? Le amiche tue ti stanno seguendo? Si vede che si sono proprio innamorate di te!

Altre risate, lui faceva finta di non sentirle ormai. Per fortuna c’era sempre qualcuno che lo tirava su di morale come Armando, un ragazzo più grande di lui. Era sposato ed aveva un figlio, aveva preso a cuore Fabio per la sua fragilità e provava sempre a dirgli le parole giuste per ogni occasione.

-Non ascoltarlo Fabio, è un cretino. Vieni qui che ci prendiamo un caffè e cominciamo il turno

Fabio sapeva il vero motivo di quel suo comportamento così schivo, era facile intuirlo. Era vergine. Nessuna fidanzatina da piccolo, nessuna ragazza alle superiori che gli si era avvicinata. Non usciva spesso, quindi non c’era alcuna possibilità che nell’immediato qualcuno lo potesse baciare, che lo potesse amare. Quella mattina mentre prendeva il caffè con Armando si mise a sfogliare il giornale. Passava da una pagina all’altra di cronaca svogliatamente quando un titolo attirò la sua attenzione, “Il killer delle prostitute ha colpito ancora”. Si mise a leggere attentamente l’articolo. Il cronista descriveva attentamente il macabro rituale di un serial killer che girava indisturbato per Napoli: la donna era stata uccisa poi successivamente le era stato asportato il cuore e le mani. Era già la sua settima vittima, ma finora non era stata data alcuna notizia, il motivo era facile intuirlo. Le prostitute sono vittime senza nome e senza nessuno che andrà a piangere la loro morte. Nei secoli quella categoria era stata da cavia a numerosi serial killer, senza che nessuno abbia mai dato un volto alle vittime. Quell’articolo non era da meno, non c’era nemmeno una piccola foto che ritraesse il volto della povera donna uccisa.

Dopo aver letto quell’articolo Fabio si sentì una persona diversa. Sembrava che quell’omicidio avesse dato una dimensione reale a quelle donne che ogni giorno incontrava sul suo tragitto. Erano vittime, questo lo sapeva già, ma potevano addirittura morire ed essere rimpiazzate come se nulla fosse. Non sarebbe più riuscito a vederle come prima, ora si rendeva conto che anche la sua piccola vita senza significato poteva essere migliore della loro.

Quel giorno lavorò in maniera distratta tutto il turno, la testa era altrove. Appena uscì dalla fabbrica camminò verso casa più lentamente, con lo sguardo alto. Incrociava le prostitute per strada e rispondeva con un sorriso di diniego alle loro richieste, come a dire “non fa per me, ma non vi giudico”. E loro sembravano contente, sorridevano di risposta. Per qualche altro giorno si ripeté la scena, finché anche loro non lo riconoscevano e lo salutavano. Fabio si rese conto che ora anche loro facevano parte della sua vita e le rispettava.

Fu in una giornata di Dicembre che Fabio nel tragitto vide una ragazza che non aveva mai visto prima di allora. Sembrava giovanissima, era in piedi con lo sguardo spaventato e tremava vistosamente dal freddo. Come tutte le altre aveva la pelle scura e il modo in cui era vestita non aiutava a prendere calore in una giornata così fredda. Fabio si avvicinò e le rivolse la parola.

-Stai bene? Hai freddo?

La ragazza non rispose, si guardava intorno impaurita. Forse non aveva compreso quello che le aveva detto o forse era spaventata da lui. Fabio prese una scelta, tornò di corsa a casa e tolse la coperta dal letto, poi scese e la portò alla ragazza. Lei lo guardò ancora impaurita ma il freddo era tanto e infine prese la coperta per avvolgersi dentro. Dopo qualche secondo arrivò un’altra ragazza che si rivolse al ragazzo.

-Tu brava persona, galantuomo

Fabio realizzò che se quello non era l’unico complimento ricevuto nella sua vita, era uno dei pochissimi.

-Lei nuova. Da oggi qui

Che bella accoglienza, pensò Fabio. Arrivata il giorno stesso e messa sulla strada a prendere freddo. Lei continuava a tremare, tra le braccia della compagna sembrava essere meno spaventata.

-Hai fame? Chiedile se ha bisogno di mangiare, forse non mi capisce

-Non ti capisce, non capisce ancora l’italiano. Ma è muta, non può rispondere

Era muta. Provava davvero tenerezza verso quella povera ragazza. Ritornò a casa e prese del cibo confezionato. Glielo portò, la ragazza lo prese con piacere. All’improvviso l’altra si fece seria e spaventata corse per la strada lasciando i ragazzi soli. Una macchina silenziosamente si avvicinò. I finestrini si abbassarono e dal lato passeggero si intravide un volto losco.

-Guagliò che ci fai ccà?

-La prego, mi aiuti. Questa ragazza ha freddo e fame. Non sta bene. Trema

-Con chi pensi di parlare, con il buon samaritano?

L’uomo scese dalla macchina e si avvicinò a Fabio dandogli uno spintone che lo fece ruzzolare a terra.

-Lei deve lavorare e tu devi farti gli affari tuoi. Capito?

Con un gesto plateale si portò la mano destra dietro la schiena. Non c’era bisogno di spiegazioni, stava per prendere una pistola. Fabio si alzò e prese a correre disperatamente verso casa. Arrivò nel suo appartamento e chiuse la porta con due mandate di chiavi. Era spaventato, andò in bagno ed iniziò a vomitare. Mai prima di allora la sua vita aveva avuto un avvenimento così fuori dal normale. Quella notte non riuscì a prendere sonno, aveva paura per quella povera ragazza ma sapeva di non poter fare nulla per lei.

Il mattino dopo andò a lavoro sul tardi, salutò Armando e si diresse al caffè per sfogliare il giornale. Girava le pagine in maniera ossessiva alla ricerca di qualche notizia riguardo quanto era accaduto la notte prima. Niente, per fortuna. Continuò il suo turno silenziosamente attendendo con ansia la fine. Finalmente uscì dalla ditta, fece il solito percorso ma stavolta domandando alle donne per strada se l’ultima arrivata era ancora lì. La vide nello stesso punto della notte precedente. Sempre gli stessi vestiti, sempre gli stessi brividi di freddo, un solo dettaglio in più. Un livido sulla guancia sinistra. Il sangue di Fabio ribolliva, sapeva di chi era la colpa ma ancora una volta si sentì impotente. Cercò di avvicinarsi per tranquillizzarla ma lei fece un passo indietro impaurita. D’impulso Fabio si guardò alle spalle, ma capì subito che non stava arrivando nessuno, la ragazza aveva paura di lui. Tornò a casa a prendere altre merende confezionate ma quando gliele portò lei rifiutò. La notte prima le avevano fatto capire che non doveva accettare nulla da quel ragazzo, il suo compito era solo lavorare e portare loro i soldi. Fabio si frugò nelle tasche, prese il portafogli ed estrasse qualche banconota.

-Tieni, prendili. Sono questi che vogliono? Prendili così stasera non dovrai lavorare

La ragazza non parlava, aveva uno sguardo interrogativo e non riusciva a spiegare cosa stesse facendo quel ragazzo. Si avvicinò l’altra ragazza e le parlò nell’orecchio in una lingua sconosciuta a Fabio. Sembrava aver capito, prese i soldi velocemente nascondendoli in una piccola borsa.

-Lei ha capito ora. Tu gentiluomo

Fabio tornò a casa di animo decisamente migliore rispetto al giorno prima. Accese lo stereo e mise una canzone a caso. Nel piccolo appartamento presero subito vita le prime note dei una canzone di Pino Daniele, Quanno chiove. Dal passato arrivò come un treno un ricordo, era con un suo compagno di classe che gli spiegava il significato di quella canzone che ora gli stava provocando lacrime di emozione. Ricordò che quella canzone era proprio dedicata ad una giovane prostituta che ogni giorno è costretta a fare un lavoro che non ha scelto, e della pioggia che sembra lavare i suoi peccati strappandole un piccolo sorriso. In quel momento capì che anche il suo piccolo cuore avvolto da una corazza poteva battere.

Nei giorni seguenti vide saltuariamente la ragazza. Qualche volta non c’era, ed era facile capire il perché. Era davvero una bella ragazza, anche in quelle vesti volgari non riusciva a nascondere una bellezza esotica di una dolcezza spiazzante. Una sera finì presto dal lavoro e riuscì a convincerla a seguirlo nel suo appartamento. Ci fu un imbarazzo iniziale quando lei prese a spogliarsi appena lui chiuse la porta alle sue spalle. Fabio cercò velocemente di spiegare che non voleva affatto stare con lei in quel modo. Voleva solo farla stare comoda, risparmiarle un’altra giornataccia. Lei pian piano capì e quell’ora a casa di lui la fece stare bene. Era un piccolo momento di pace in una vita di guerra. Fabio la guardava ed arrossiva, era davvero bella. Quanto avrebbe voluto parlare con lei, conoscerla meglio. Ma lei era muta, e lui non era bravo nemmeno con gli sguardi. Quando la riaccompagnò al solito posto le altre prostitute li guardavano commossi. Sembravano due adolescenti davanti agli occhi dei compagni.

Nelle settimane successive Fabio cercò di fare il possibile non solo per lei, ma anche per le altre ragazze, stando sempre attento a guardarsi intorno per evitare i brutti ceffi. A Natale senza farsi notare portò del cibo caldo da dividere con loro. Aveva finalmente dato un senso alla sua vita, anche se il suo pessimismo lo portava a pensare che sarebbe durato poco.

Al lavoro le cose erano cambiate da quando uno dei suoi colleghi lo aveva visto le sere precedenti insieme alla ragazza, ed aveva spifferato tutto. Un giorno arrivò a mensa e uno dei bulli cominciò a provocarlo.

-Ciao Fabio, come stai? Ho saputo che hai una fidanzata, quando ce la presenti?

Il silenzio era rotto solo da un mormorio di sottofondo. Fabio non rispondeva.

-Dai, ho saputo che è molto carina. Qualche volta portala qui, così ce la fai vedere.

Fabio cercava di trattenersi ma era difficile.

-Ma forse hai paura perché qualcuno potrebbe già conoscerla? Forse la conoscono in parecchi

Le mani di Fabio sudavano mentre si iniziava a sentire qualche risata.

-Che la vuoi tenere tutta per te? Dai, facciamo una volta a testa e fai contenti tutti

Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Fabio si scagliò con furia sul collega prendendolo per il collo. L’altro era più grosso e con un movimento del braccio lo fece cadere a terra. Il ragazzo con impeto prese il primo oggetto che gli capitò vicino, un thermos, e gli diede un forte colpo alla testa. L’altro prese a barcollare quando alcuni amici vennero in suo soccorso prima che potesse cadere. Fu solo l’intervento tempestivo di Armando che salvò Fabio dal linciaggio. Lo prese e lo portò velocemente nella sala del direttore. Una volta spiegato l’accaduto il capo ammonì il ragazzo consigliandogli di prendersi qualche giorno di ferie per riposarsi dal forte stress.

Fabio tornò a casa sconsolato e lì rimase fino a tarda sera. Dopo cena non riusciva a prendere sonno, così decise di uscire. Magari sarebbe andato a trovare la sua amica. A pensarci bene non aveva ancora un nome. Uscì di casa, stava cominciando a piovere così pensò subito a quella bellissima canzone di Pino Daniele. Con quelle strofe nelle orecchie si sarebbe recato da lei, ma poi cosa avrebbe fatto? Le avrebbe chiesto di seguirlo, di cambiare vita per sempre? Avrebbe trovato il coraggio di dichiararsi?

Stava camminando assorto nei suoi pensieri quando inciampò su un oggetto per strada. Era buio, quindi non riusciva a distinguere le ombre dagli oggetti. Tornò indietro per controllare cosa fosse, quando con la luce dello smartphone illuminò la scena rimase inorridito. A terra c’era una ragazza dalla pella scura con una ferita profonda al petto e senza le mani. Non c’erano dubbi, era un’altra vittima del serial killer delle prostitute. Doveva andare ad avvisare la sua amata.

Chiuse l’ombrello e cominciò a correre sotto la pioggia. In poco tempo raggiunse la piazzola dove lei era di solito ma non vide nessuno. Non c’era. Il cuore prese a battere all’impazzata finché non vide arrivare verso di lui un’altra ragazza. Era spaventata e cercava di farsi capire.

-L’ha presa. Quell’uomo l’ha presa

-Calmati. La ragazza muta? Hai preso lei?

-Sì, l’ha portata in un capannone più avanti. Quell’uomo l’ha portata con lui in quel capannone grigio

Doveva correre. Doveva raccogliere tutto il suo coraggio ed andare da lei a salvarla. Rallentò quando vide sul ciglio della strada una macchina. La riconosceva, era la macchina dei due energumeni che lo avevano minacciato tempo prima. Forse erano loro ad averla prese in ostaggio. La macchina era spenta, si avvicinò lentamente e dal vetro vide due figure all’interno. Ebbe paura che lo avessero visto ma fu subito stranito nel constatare che le due figure erano immobili. Con tutto il coraggio che poteva avere aprì la portiera e vide che quei due erano proprio gli uomini che ricordava, ma erano morti. Avevano entrambi un taglio al collo, inferto sicuramente con una velocità tale che le vittime non avevano avuto il tempo di reagire. Dunque non erano stati loro, chi poteva essere? Non era tempo per le domande, riprese a correre fino ad arrivare al capannone descritto dalla ragazza. Era grande e grigio, la catena che chiudeva il cancello era stata troncata di netto. Non c’erano dubbi, era quello il posto.

Fabio si avvicinò alla grande porta del capannone ed appoggiò l’orecchio per sentire cosa stesse succedendo. Sentiva una voce salmodiare una nenia in una lingua sconosciuta. Era la voce di un uomo, doveva essere proprio lui il serial killer che seminava il panico tra le prostitute. Un pensiero pervase la mente del ragazzo in quel momento. Perché le altre le aveva uccise mentre aveva sequestrato la sua amica? Inutile trovare una spiegazione, doveva agire come nei suoi film d’azione preferiti, anche se quelli erano solo film e il protagonista di solito usciva indenne con la sua amata in braccio. Ma quella era la realtà, e lui non era nemmeno armato.

Si decise, spalancò la grande porta con tutta la forza che aveva. Quello che vide non aveva senso. Un uomo, forse africano, era inginocchiato e brandiva un lungo machete mentre invocava una strana preghiera, la ragazza era legata con una corda ad una impalcatura in ferro. Intorno a loro c’era un cerchio di fuoco che lentamente si alzava. La ragazza piangeva, anche se le sue labbra non emettevano alcun suono. Fabio si mise ad urlare contro quell’uomo. Forse poteva distrarlo e guadagnare tempo anche se non sapeva dopo cosa avrebbe fatto. Il killer sembrava non ascoltare le parole del ragazzo, era in uno stato di trance. La sua voce cresceva di tono, e più cresceva più le fiamme salivano. Avvicinarsi a lui per disarmarlo era fuori questione, troppo rischioso. Fabio non aveva più idee, cercava di pensare velocemente ad una soluzione efficace e rapida ma si rendeva conto di essere inutile. Ancora una volta si sentiva una comparsa, come prima di conoscere quella ragazza bellissima.

Quando tutto sembrava perso vide in fondo al container un trattore. Gli balzò un’idea in mente, folle quanto semplice. Aveva poco tempo, l’uomo si era appena alzato per dirigersi verso la ragazza e compiere l’ennesimo sacrificio. Fabio salì sul trattore, le chiavi erano già nel quadro. Lo accese, mise in moto e accelerò in direzione del killer.

Non ebbe il tempo di realizzare cosa stesse facendo. L’uomo sembrò non badare al mezzo pesante che lo schiacciava al terreno. Non emise nemmeno un urlo quando il peso del trattore gli spappolò prima le gambe e poi la schiena. Rimase con il braccio teso che brandiva il machete. Fabio scese dal trattore, in quel momento le fiamme presero a diminuire fino a spegnersi. Corse in direzione della sua amata liberandola dalla corda. Ora poteva concludere con una frase da film, aveva tanto atteso quel momento.

-Va tutto bene, non ti preoccupare. Non ti farà più alcun male

La ragazza piangeva, era visibilmente provata. Fabio la aiutò a camminare fino alla porta. Fuori pioveva ancora a dirotto. Si sedettero a terra, anche lui era molto stanco. Aveva ancora tante domande senza risposta, ma in quel momento voleva solo stare accanto a lei. Avvicinò la sua testa a quella della ragazza, sperando che lo ricambiasse e ci fosse quel bacio così tanto atteso. Rimase sorpreso quando lei prese le mani e le posò sulla testa di lui.

In quel preciso istante Fabio fu catapultato in un’altra dimensione, come se la sua anima fosse strappata a forza dal corpo per viaggiare nel tempo e nello spazio.

Vide un piccolo villaggio africano, una piccola capanna con una donna che sta mettendo al mondo una bambina.

Vide delle persone prendere la bambina in braccio e pregare commossi.

Ascoltò le loro voci che parlavano di un prodigio, di un dono. Comprendeva tutte le loro parole.

Vide quella bambina crescere, diventare donna e curare le altre persone del villaggio.

Vide dei soldati, decine di soldati armati compiere una strage di uomini, donne, animali.

Vide la ragazza fuggire, aiutata dalle persone che lei prima aiutava.

La vide su una barca diretta verso coste lontane, piena di speranza e piena di paura.

E vide un uomo cattivo, voleva quel potere a tutti i costi, era l’uomo che aveva ucciso prima.

Ora Fabio sapeva tutto, aveva la risposta a tutte le domande, ma non aveva quello di cui aveva bisogno. Non aveva lei. Si riprese all’improvviso, con la stessa velocità con cui era cominciata quella visione. Ora si trovava sulle scale del palazzo dove abitava, in Via Ferrante. Guardava la pioggia ed era solo. Poco prima, o forse un’eternità, aveva tra le sue braccia l’amore della sua vita. L’unica ragazza che gli aveva fatto battere il cuore, ed ora non era lì con lui.

Continuava a guardare la pioggia, l’unica cosa che gli veniva da pensare erano le parole di Pino Daniele. Non riusciva a togliere quella canzone dalla mente.

5 Febbraio 2019

Sabato mattina. La linea Sarno-Ottaviano era vuota di solito il fine settimana. Niente studenti universitari che fanno le corse per riuscire a prendere le coincidenze dei vari mezzi di trasporto, niente lavoratori/zombie che devono riuscire ad arrivare svegli fino al primo caffè, niente pensionati diretti verso i mercati rionali. Nessuna di queste categorie. Loro, il weekend, ai soliti orari di punta riposano.

Gennaro preferiva il sabato mattina proprio perché in Circumvesuviana c’erano solo quelle poche persone che scendevano a Napoli per passeggiare. Niente stress, niente servizi, solo il gusto di una camminata in giro per la metropoli. Anche lui faceva parte di questa categoria, il sabato era il giorno della settimana dedicato allo shopping di fumetti. Il suo itinerario era sempre lo stesso: arrivare a Piazza Garibaldi, prendere la Linea 2 della Metropolitana fino a Piazza Cavour, prendere la Linea 1 fino alla fermata Università, raggiungere la sua fumetteria preferita, shopping, ritorno a Piazza Garibaldi a piedi. Era il suo rito settimanale e lo amava.

Di solito era solo, a volte qualche suo amico lo accompagnava. Lui preferiva però chiudersi in quel momento senza che nessun altro potesse rompere quell’equilibrio. Non era una persona asociale, niente affatto. Solo che quel cammino era tutto suo. L’unica compagnia che consentiva era il suo smartphone. Niente social, o giochi, o app di notizie, solo musica e podcast. In quei sabati di relax c’era solo lui, il suo telefono e un cordone ombelicale che partiva dalle sue orecchie ed arrivava al cuore del dispositivo. Usava quei momenti in treno o a piedi per ascoltare. Per lo più la sua musica preferita, sempre le solite playlist che curava nei minimi dettagli, ma c’era anche spazio per la divulgazione di contenuti. Fino a qualche mese prima non conosceva cosa fossero i podcast. Ne aveva sentito parlare, quando ci fu la prima presentazione dell’iPod era stata appunto presentata quella nuova tecnologia ma all’epoca non lo attirava. Fu qualche mese prima che una sua amica gli parlò di alcuni podcast interessanti sulla storia che lo fecero interessare all’argomento. Doveva provare, dare un’opportunità, perché no.

Gli piacquero subito. A casa amava leggere, non solo fumetti ma anche libri, e vedeva nei podcast proprio l’occasione di “leggere” senza avere un libro davanti. L’idea di una voce narrante che potesse accompagnarlo in argomenti interessanti lo affascinò. Dal primo momento mise subito in lista i podcast più interessanti sui suoi temi preferiti. Musica, attualità, storia. Specialmente la storia. A scuola, si sa, la storia è una di quelle materie che viene studiata con sufficienza sempre per gli stessi motivi: perché qualcuno dovrebbe conoscere le date di tutti gli avvenimenti storici? Le date si dimenticano facilmente, e poi la storia è passato. Una volta finiti gli studi si capisce che la storia è tutt’altro che un insieme di date. E’ una matassa di eventi che si intrecciano, ed il presente è proprio il risultato di questo ordito. E’ vero, non si può conoscere tutta la storia, ma ognuno può scegliere il periodo storico preferito ed approfondire degli argomenti.

Così faceva Gennaro, aveva scelto l’argomento e cercava i migliori contenuti. E quale argomento migliore della sua città. Napoli. C’era tanto da dire su Napoli quindi c’era tanto da cercare. Si aspettava qualche canale in più, ma i pochi podcast che aveva selezionato sull’argomento erano comunque molto interessanti. Li divorava, ogni giorno controllava i nuovi contenuti e li ascoltava subito.

Quella mattina infatti Gennaro era a corto di podcast. Aprì l’applicazione e in coda non aveva alcun risultato. Cosa fare? Ributtarsi sulla musica? Forse cercare un nuovo titolo poteva fare al caso suo. Si mise alla ricerca con le solite parole chiavi, “Napoli”, “storia”, “curiosità”. Trovo qualcosa di nuovo, per la maggior parte di calcio o notizie sportive. Vide in fondo alla ricerca un nuovo podcast che non aveva mai visto. Il titolo era “Napoli misteriosa e fatale”. Un solo contenuto audio, la data era del giorno prima, “Intro”. Gennaro era incuriosito, si iscrisse al podcast e appena ebbe una ricezione migliore si mise ad ascoltare.

“Buongiorno cari ascoltatori. Se siete capitati per caso qui sappiate che correte un grosso rischio. State per intraprendere un piccolo viaggio. Verso il mistero e la follia.”

Buon incipit, pensò, bisognava dirlo. Anche la voce era accattivante. Usava sicuramente un effetto per mascherare la vera voce del narratore.

“Siete pronti a farvi prendere per mano e farvi portare verso il lato più oscuro dell’animo umano? Siete liberi di scegliere, potete fermare questo audio adesso, cancellare l’iscrizione e cercare qualcos’altro oppure continuare. A vostro rischio e pericolo. Io vi ho avvisati.”

Dai, chi poteva fermarsi proprio qui? Era naturale che questa premessa non poteva che accrescere la curiosità. Nessuno ci sarebbe cascato, e nemmeno Gennaro.

“Ok, volete proprio rischiare. Siete coraggiosi, ve ne do atto. Allora cominciamo con le presentazioni. Io sono Wahnsinn ed ho organizzato per voi una piccola caccia al tesoro in una delle città più belle del mondo. Non sarà per nulla facile, ma credetemi, sarà divertente. Durerà l’intera mattinata di domani e la posta in palio sarà alta. Domani pubblicherò a distanza ravvicinata dei contenuti con le istruzioni per la gara. Per ora sappiate solo che intorno alle 9:30 ci sarà la prima parte.”

Gennaro guardò l’orologio, erano le 9:10. Avrebbe aspettato quei venti minuti e sarebbe stato al gioco. Una piccola deviazione dalla sua routine settimanale gli avrebbe fatto bene. Rientrò nella stazione centrale continuando ad ascoltare.

“Dovrete essere veloci e pratici, vi verranno forniti degli indizi e se sarete bravi conquisterete il premio. A domani allora. Dormite e fate sogni tranquilli”

Fece un calcolo veloce, se il treno fosse passato di lì a qualche minuto sarebbe stato su Corso Umberto proprio per le 9:30. Fece una corsa verso la fermata, attese qualche minuto ed entrò in treno. Nel tragitto continuava a pensare a quella gara. Che fortuna aver cercato proprio quella mattina, altrimenti non avrebbe potuto partecipare. Magari era solo la prima di altre gare organizzate da quel misterioso podcaster.

Dopo il cambio di linea si ritrovò alla stazione Università alle 9:27. Uscì dalla stazione ed attese quei tre minuti con un pizzico di ansia. Guardò l’orologio, 9:30. Aprì l’app e refreshò un paio di volte prima di vedere l’audio pubblicato. Il titolo era “prima tappa”, in perfetto orario. Pigiò sull’icona di play.

“Bentornati miei coraggiosi amici. Mi avete atteso ed io sono qui per voi. Cominciamo questo piccolo viaggio insieme senza indugi.”

Ecco quella voce metallica che parlava.

“Siamo alla prima tappa, ma non demoralizzatevi se non sarete i primi, il viaggio non si conclude qui. Un unico indizio: dovete trovare il primo premio in una vasca molto nota a Napoli, anche se con un nome volgare. Raffigura il vero volto di questa città. Buon divertimento, noi ci sentiamo tra poco”

Gennaro ripose le cuffiette nella custodia. Dunque, una vasca. Chissà quante ce n’erano a Napoli di vasche. Forse una fontana. Si mise subito alla ricerca di tutti i monumenti di fontane a Napoli. Nelle prime posizioni c’erano tutte fontane della stessa zona, vicino al lungomare. La fontana del Gigante su via Caracciolo, quella del carciofo in Piazza Trieste e Trento, quella di Nettuno a Piazza Municipio. Gli venivano in mente altre vasche all’interno della Villa Comunale, ma non sapeva se queste avevano un nome particolare. Addirittura doveva essere un nome volgare per essere ricordato. Andò nel dettaglio dei vari monumenti per scandagliarne meglio le origini. Forse era proprio quello lo scopo del gioco, fare in modo che gli ascoltatori cercassero in rete le informazioni sulla città. Nella ricerca avrebbero imparato cose nuove, aneddoti particolari dei vari monumenti di Napoli. Un modo originale di fare divulgazione artistica.

Si mise a camminare lentamente in direzione Via Marina mentre leggeva le varie schede in rete. Quale poteva essere il vero volto di Napoli? Una fontana a forma di Vesuvio? Forse quella fontana al Vomero che non piaceva a nessuno? Il vero volto, forse raffigurava una persona. Un simbolo. Napoli aveva un personaggio in particolare a cui doveva il suo nome. Partenope, la sirena. Decise di seguire quel ragionamento, cercò in rete le fontane raffiguranti la sirena. C’era una fontana della sirena, ma era ben lontana da lui, a Piazza Sannazzaro. Eppure c’era qualcosa che non gli tornava. Il dettaglio del nome volgare. Non poteva essere quella. Ritornò alla ricerca precedente e gli occhi si fermarono sull’immagine di una fontana raffigurante un’arpia.

L’arpia. Per quanto ne sapeva era un mostro della mitologia greca, proprio quello presente nell’Odissea. Partenope era una sirena e le sirene sono sempre raffigurate come per metà donne e metà pesci. Ma in origine le sirene di Ulisse erano proprio le arpie. Guardò il nome del monumento, “Fontana della Spinacorona, volgarmente conosciuta con il nome di fontana delle zizze”. Bingo! Con il suo ragionamento aveva identificato il primo obiettivo di quella caccia al tesoro. Vide l’indirizzo, era nella direzione opposta a quella che stava percorrendo. Si girò di scatto e prese a correre. Doveva arrivare per primo, poi con calma avrebbe letto tutte le informazioni su quel posto. L’adrenalina cominciava a scorrergli nelle vene. Si stava divertendo, magari avrebbe anche vinto qualcosa.

Correva per il Corso Umberto, sulla mappa aveva visto che era un vialetto parallelo subito dopo la facciata dell’Università Federico II. Girò nel viale, più avanti sulla sinistra c’era la fontana. Si avvicinò, sperava in cuor suo di non essere stato il secondo ad arrivare alla conclusione vincente. La fontana era circondata da un cancelletto basso in ferro, che non serviva a proteggerla dai vandali che avevano gettato qualche bottiglia di birra lì vicino. Si alzò sulle punte dei piedi per vedere se all’interno della vasca ci fosse qualcosa. Vide uno scatolo piccolo all’interno.

Si guardò intorno per assicurarsi di non essere visto e scavalcò la recinzione. Prese il pacco, stava per aprirlo quando vide da un lato un foglio con una scritta.

“Bravo! Sei arrivato primo. Conserva gelosamente questo pacco senza aprirlo e aspetta le indicazioni della prossima tappa”

Era tutto vero quindi, era il primo ad essere arrivato al primo traguardo. Riuscì a malapena a reprimere un sorriso. Mise il pacco nella borsa a tracolla e prese a camminare lì intorno facendo finta di niente. Nel giro di qualche minuto vide altre persone correre verso la fontana mentre cercavano invano un indizio. Erano gli altri concorrenti, quelli più lenti di lui naturalmente. Si rimise le cuffie e cercò sul podcast una nuova puntata, mentre camminava in direzione del Corso Umberto. Dopo qualche minuto vide la nuova puntata disponibile, “seconda tappa”.

“Rieccoci qui miei pazzi amici. Se state ascoltando vuol dire che abbiamo un primo vincitore, a lui va il mio caloroso applauso. Ora procediamo nella seconda tappa. Stavolta l’indizio è più facile. Si tratta di trovare un monumento dalla storia molto sfortunata, che per troppo tempo ha letteralmente perso la testa per questa città. Buon divertimento”

Doveva ragionare velocemente, già vedeva gli altri concorrenti che uscivano dalle strade con gli sguardi verso i loro smartphone. Quanto avrebbe voluto ragionare con più tempo, magari utilizzando le sue conoscenze su Napoli senza l’aiuto di internet. Ma quella era una gara e lui doveva difendere il suo primato. Dunque, ancora un monumento. Cercò in rete “monumento senza testa Napoli”. Aveva capito che “perdere la testa” doveva essere riferito ad una statua. Non trovò nulla. Scorse le pagine ma non c’era nessun monumento decapitato. Con la coda dell’occhio vide qualche passante correre in direzione di Via Mezzocannone. Forse qualcuno aveva già indovinato? Cercò ancora, stavolta nella sezione delle notizie. L’unica notizia più recente risaliva al 2014, quando la statua del Nilo fu presentata alla città con la sua nuova testa ritrovata in Austria. Ecco, aveva trovato il prossimo traguardo. Sapeva dove si trovava la statua, bastava risalire Via Mezzocannone ed era arrivato.

Gennaro scattò in avanti e iniziò a correre. All’improvviso si ritrovò riverso a terra di lato. Un dolore forte alla spalla destra gli indicò che aveva subito un colpo. Alzò lo sguardo e vide un ragazzo guardarlo con uno sguardo cattivo mentre correva. Probabilmente un altro concorrente, possibile che c’era così tanto agonismo per una caccia al tesoro innocua? Non riuscì a memorizzare il volto ma vide com’era vestito, jeans, scarpe gialle e giubbotto blu. Gennaro si alzò e riprese la corsa. Arrivò a piazzetta Nilo, si guardò intorno ma non vide il ragazzo di prima. Forse aveva già preso il premio abbandonando quel posto? Guardò meglio in giro, sulla statua, dietro. Nulla, nemmeno l’ombra di un pacco come quello che custodiva gelosamente nella borsa. Provò ad arrampicarsi sulla base della statua ma fu inutile.

Si allontanò sconsolato, quella tappa l’aveva persa anche se in maniera non corretta. Poco male però, tastò la borsa per appurare che il pacco fosse ancora lì. C’era, era il suo primo premio che avrebbe portato con sé fino alla fine. Attese qualche minuto l’arrivo del prossimo capitolo del podcast, intanto si guardava intorno per cercare il ragazzo con le scarpe gialle. Se l’avesse visto gliene avrebbe dette quattro. Era nervoso, lo sentiva. Perché il tizio aveva rischiato di fargli davvero male solo per una cosa così futile? Intanto riaprì l’app e vide il nuovo contenuto, “terza tappa”.

“Bentrovati ancora miei adepti. Finita la seconda tappa facciamo ancora i complimenti a chi si è aggiudicato il secondo premio. Non scoraggiatevi se non avete ancora trovato nulla, siete ancora in tempo per altre due tappe”

Altre due tappe, benissimo, poteva recuperare.

“Ascoltatemi bene questa volta. Cambiamo zona, già questo dovrebbe essere un piccolo aiuto. Stavolta dovrete recarvi in una piazza come tante, ma in questa c’è un albero al centro. Nessun altro indizio. Provate, se riuscite, a farvi dare una mano da Google. A tra poco amici miei”

Gennaro si mise a pensare. Un solo indizio vago, forse due. Una piazza con un albero e non in quella zona specifica. Forse così pochi indizi perché la piazza in questione non aveva nulla di storico o misterioso da annotare. Eppure Gennaro una piazza così la ricordava. Ci passava quando doveva andare nella sua libreria preferita in Via Dei Mille. Forse era proprio quella che pensava, Piazza Amedeo? O la va o la spacca, non aveva nulla da perdere. Decise per quella, calcolò su un’app il percorso migliore per raggiungerla. La fermata della metro più vicina era Montesanto, sarebbe arrivato a piedi lì per prendere la Linea 2. Doveva muoversi ma senza dare nell’occhio.

Prese a camminare in modo veloce, forse avrebbe attirato l’attenzione di qualche altro concorrente. Tanto valeva correre allora. Si mise a correre tenendo ferma la borsa a tracolla. Arrivò al mercato della Pignasecca e lì ci fu il primo problema. Il mercato era sempre strapieno di gente che si accalcava per le compere di beni alimentari. Riuscì a scansare la folla, ma questo gli fece perdere tempo prezioso. All’improvviso sentì un rumore alle sue spalle. Si girò e vide che una bancarella era stata rovesciata tra le urla dei presenti e quelle ancora più forti del proprietario. Vide una ragazza a terra, cercava di dare spiegazioni al commerciante adirato mentre indicava in una direzione. Gennaro seguì con gli occhi la linea immaginaria che partiva dall’indice della ragazza. Proprio in quella direzione vide nuovamente il ragazzo che prima lo aveva spinto. Ancora lui. Per essere un concorrente era davvero sleale. Prima con lui e ora aveva messo i bastoni tra le ruote a quella povera ragazza. Ebbe l’impulso di tornare indietro ad aiutarla ma realizzò quasi subito che non gli conveniva. Quel ragazzo forse aspettava proprio quello per approfittare ed avere un vantaggio su di lui.

Gennaro prese a correre ancora più velocemente. Arrivò alla stazione di Montesanto e scese le scale mobili zigzagando le persone. Continuava a girarsi, stava guadagnando terreno. Per fatalità arrivo sulla banchina proprio un attimo prima che le porte del treno si chiudessero. Il vagone cominciò a muoversi quando dall’interno Gennaro vide il ragazzo dalle scarpe gialle arrivare sulla banchina con la faccia sconsolata. Vide chiaramente che gesticolava urlando per l’occasione persa.

Gennaro prese posto, il cuore gli batteva all’impazzata sia per la corsa appena fatta che per l’emozione di aver vinto quella piccola battaglia personale. Le poche fermate fino a Piazza Amedeo però lo tranquillizzarono. Uscì dal treno più calmo, ora l’importante era trovare il premio. Quando uscì dalla stazione notò che il tempo era cambiato. Pioveva e prese il suo ombrello dalla borsa, ora c’era meno gente del solito in giro. Attraversò la strada per recarsi al centro della piazza, di fianco al grande albero. Alzò lo sguardo verso i rami della magnolia. All’inizio non vide nulla di strano, poi notò la presenza di un pacco. Era su un ramo alto, non riusciva a prenderlo nemmeno saltando. Provò con l’ombrello ma nulla. Gli venne un’idea, ma doveva essere sicuro che nessuno lo vedesse. Si guardò intorno, sembrava tranquillo quindi provò. Provò a lanciare delle pietre in direzione del pacco riuscendo infine a farlo cadere. Lo prese, si aspettava un altro biglietto che gli intimasse di non aprire. Restò sorpreso.

“Un applauso al nostro vincitore. Per te un premio doppio. Evita di ascoltare il prossimo contenuto del podcast, recati direttamente al traguardo della tappa successiva”

Le regole cambiavano oppure era solo un espediente per divertire un po’?

“Recati a Via Chiaia, entra nell’ascensore e sali. Lì alle 11:00 ti aspetteranno gli altri vincitori delle tappe. A quel punto potrai aprire questo pacco e saprai cosa fare. Buon divertimento”

Gennaro era emozionato, era quasi arrivato al termine di quella gara. Aveva già due dei quattro premi e recandosi prima degli altri all’ultima tappa avrebbe avuto la certezza della vittoria. Ci pensò, in effetti quella giornata la fortuna era sempre stata dalla sua parte. Probabilmente avrebbe incontrato il ragazzo con le scarpe gialle a cui avrebbe potuto chiedere spiegazioni. Si incamminò, stavolta lentamente. Non aveva fretta di correre, aveva la vittoria in tasca. La strada non era lunga ed in poco tempo si ritrovò davanti all’ascensore di Via Chiaia che porta in Via Nicotera.

Erano quasi le 11:00, era in perfetto orario. Entrò nell’ascensore, sperava di essere l’unico ma prima che le porte si chiudessero entrò un ragazzo. I loro sguardi non si incrociarono, ma Gennaro notò che l’altro aveva un pacchetto stretto tra le mani con un biglietto attaccato di lato. Era sicuro, era lui l’altro concorrente. Rimase un po’ deluso vedendo che non era il ragazzo con le scarpe gialle. Arrivati in cima uscirono dall’ascensore e si misero a cercare in giro. A quel punto anche l’altro ragazzo capì che Gennaro doveva essere uno dei concorrenti ma fece finta di nulla. Dopo qualche minuto di ricerca invana deposero le armi.

-Sarà uno scherzo, qui non c’è niente

-Non so, a me ha detto di aprire questo

Gennaro a quel punto decise di aprire il pacco come aveva detto il podcaster. Appena vide il contenuto si sentì gelare il sangue. All’interno del pacco c’era un coltello su cui si vedevano piccole tracce di sangue raggrumato. I due ragazzi si guardarono straniti.

-Che significa questo? Posalo subito

Gennaro rimase ancora un po’ con quell’arma in mano. Cercava di riorganizzare i pensieri per riuscire a trovare un filo di logica nelle parole che aveva ascoltato prima, “potrai aprire questo pacco e saprai cosa fare”.

-Ti ho detto di buttarlo a terra. Muoviti. Se ti vedesse qualcuno saresti nei guai

Finalmente capì. Aveva trovato quel filo sottile. Logico ma allo stesso tempo macabro. Un sorriso fece posto nel suo volto.

-Certo, come no. Lo butto a terra così tu lo prendi e prendi anche gli altri premi, vero?

L’altro ragazzo era stupito e spaventato.

-Ma che dici? E’ solo una stupida gara, che me ne faccio dei tuoi premi. Io me ne vado

-Dove vai? Dammi subito il pacco che hai tu. Muoviti!

Non finì di dire la frase che si avventò verso la sua vittima brandendo il coltello. Il ragazzo riuscì a muoversi di lato evitando un colpo alla spalla. Gennaro gli si accanì vedendolo steso a terra. Nella colluttazione riuscì ad inferire dei colpi alle mani, finché l’altro non lasciò la presa facendo cadere il pacco.

-Prendilo pure. Tu sei pazzo. Sei pazzo!

Gennaro vide l’altro concorrente scappare via senza voltarsi indietro. Ce l’aveva fatta. Ora era lui il vincitore incontrastato di quella gara. Chiamò di nuovo l’ascensore dopo aver nascosto il coltello nella borsa. Teneva gli altri due pacchi in mano custodendo come un tesoro senza prezzo mentre l’ascensore scendeva verso il piano terra. Avrebbe trovato una panchina e comodamente avrebbe ascoltato il podcast successivo gustandosi l’incoronazione. Uscì dall’ascensore e vide qualcosa di insolito. Dei ragazzi sui motorini accesi sembravano guardare nella sua direzione ed avevano degli sguardi torvi. Si spostò sulla destra per evitarli, quando la strada gli fu sbarrata da uno di questi.

-Dove vai? Fammi vedere che hai nei pacchi

Che volevano da lui? Altri concorrenti che volevano vincere a tutti i costi? Erano davvero disposti a minacciare per essere loro i vincitori?

-Dacci i pacchi, non ci senti?

Gennaro era alle strette.

-Ma che volete da me? Chiamo la polizia!

-E chiamala disgraziato, chiamala pure

Uno dei tizi gli diede un calcio forte all’altezza dello sterno. Il colpo lo fece cadere all’indietro a terra, lasciando la presa e facendo cadere i due pacchi a terra. Il ragazzo che lo aveva colpito prese i due pacchi e li aprì lentamente, poi guardò gli altri sorridendo.

-Ecco qua ragazzi, abbiamo trovato il simpaticone di ieri. E se ne va in giro con questi appresso

Gennaro lo vide prendere dal primo pacco un oggetto che non riuscì a distinguere. Poi aprì l’altro e vide distintamente che si trattava di un pezzo di carne. Sembrava un orecchio, ma pensò che non era possibile. Si aprì un varco tra i motorini ed arrivarono due ragazzi. Gli sguardi erano furiosi, Gennaro notò che entrambi avevano una vistosa fasciatura agli orecchi destri. Gli si avvicinarono non smettendo mai di fissarlo.

-Quindi sei tu che ieri sera ci hai fatto visita? Bravo, complimenti. Se non era per quella soffiata non ti avremmo mai trovato

Gennaro era sempre più confuso, di cosa stavano parlando?

-Ma chi siete? Che volete da me?

-Guardatelo. Fa finta di non sapere nulla. E quelle che stavano nelle scatole cos’erano? Le tieni per ricordo?

-Ma io non so niente di quei pacchi. Ho partecipato ad una caccia al tesoro. Ve lo giuro

-Come no. Fammi vedere che hai nella borsa.

Afferrò la borsa di Gennaro e la rovistò. Appena trovò quello che cercava si mise a ridere. Cacciò fuori il coltello e glielo mise davanti agli occhi.

-Ecco, pure questo non sai da dove viene? Che simpatico. Ieri vieni a casa nostra di soppiatto, ci sfiguri in questo modo e vuoi farla franca?

Con una mano indicava la fasciatura sull’orecchio. Gennaro cominciava a capire l’equivoco, o meglio cominciava a vedere i fili invisibili di una ragnatela che lo teneva prigioniero. Qualcuno stava giocando con lui come fosse un pupazzo. L’unica cosa che non capiva era il perché.

-Rispondi, mò che dici?

Gennaro era affranto, qualsiasi spiegazione a quei ragazzi sarebbe stata inutile. Fece l’unica cosa che era in grado di fare in quella situazione. Si portò le mani al volto e inchinando la testa si mise a piangere.

-Sentito ragazzi, adesso piange. Facciamola finita, sono stanco

Uno degli altri ragazzi prese estrasse velocemente una pistola dalla cintura e sparò due colpi rapidi a Gennaro. Il secondo colpo gli fu fatale, morì sul colpo. Senza una logica, senza un perché. L’ultima cosa che vide prima di spirare fu la figura di un ragazzo che era dall’altro lato della strada e guardava nella sua direzione. Aveva un cappello che gli copriva il volto anche se sembrava sorridere. Aveva le braccia serrate e si godeva lo spettacolo. Ai piedi aveva un paio di scarpe gialle.