7 Maggio 1992

Il mese di Maggio era il preferito di Vittoria De Angelis. Per due motivi. Il primo era il tempo, inteso sia come atmosferico che come dimensione fisica. Le giornate cominciano ad allungarsi sempre di più e c’è più tempo per dedicarsi agli svaghi. Inoltre il freddo è ormai un ricordo lontano mentre il caldo opprimente dell’estate non è ancora arrivato. Il secondo motivo riguarda la scuola. Vittoria è sempre andata con piacere a scuola, ma è innegabile che le giornate di fine anno scolastico hanno un sapore particolare. Niente ansia legata alle interrogazioni, niente lunghi pomeriggi illuminati solo dalla luce della lampada nella cameretta. Insomma, ogni giorno avrebbe dovuto essere come quelli di quel mese.

Stava per finire l’ultimo anno delle medie. Un passo importante, quella davanti a lei sarebbe stata una lunga estate in cui decidere se e come continuare gli studi. Fosse stato per lei la scelta sarebbe stata ovvia. Avrebbe continuato a studiare finché poteva. Leggere era la sua passione, macinava libri con una voracità spaventosa. I genitori l’avrebbero accontentata di sicuro, ma c’era un ma. Il mondo reale non è come quello dei romanzi di avventura. Il padre possedeva un negozietto di alimentari vicino Via Marina e la madre, casalinga, ormai da anni dava una mano in negozio per risparmiare le spese di un garzone. Le spese erano tante, il negozio aveva alti e bassi ma lei era l’unica figlia e i genitori erano di quelli che farebbero di tutto per lei. La decisione sarebbe stata presa con calma, ora non era il momento.

Dicevamo, Vittoria. La scuola era quasi finita. Il ciclo delle medie non era stato dei migliori. I voti erano sempre altissimi, studiava ogni materia come se fosse la preferita ed era la pupilla delle insegnanti. Questo però era l’unico lato positivo. In classe purtroppo la situazione non era rosea. Erano solo tre ragazze in classe, la maggioranza erano maschi e, in un ambiente poco omogeneo si tendono a creare strani equilibri. Già dal primo anno le altre due ragazze finirono per farsi ammaliare dalle avance di due ragazzi più grandi. Loro avevano i motorini, sfrecciavano davanti a scuola in barba alle regole e ai richiami degli adulti. Facile pensare come una mente semplice in un contesto così duro possa pensare che quella fosse l’aspirazione più grande.

Vittoria invece non era una mente semplice. Leggeva tanto, si informava tanto da giornali e telegiornali. Parlava a casa con i genitori, si confrontava. Aveva già un suo carattere forte, una sua indole. Ma era pur sempre una ragazza, e per di più emarginata. Si può dire che in classe era l’unica volenterosa, l’unica che fuori da quelle mura pensasse ad altro oltre che a passare le giornate per strada tra palloni e trucchi. E gli altri della classe sembravano fargliene una colpa. A volte le sembrava di essere come Belle, di quel nuovo film Disney, sempre presa dalla sua immaginazione e derisa dalle altre persone.

Ma era una famiglia unita la sua, mai avara di buoni consigli.

“Non ti preoccupare Vittoria, sii te stessa”

“Che te ne importa di quello che pensano gli altri, la vita è tua”

“Vedrai che un giorno dimenticherai queste sciocchezze”

“Mi raccomando, mai rispondere alla violenza con la violenza. Anche se solo verbale”

Vittoria sorrideva quando ascoltava suo padre o sua madre che aprivano il loro cuore per darle un insegnamento senza prezzo. Si sentiva al sicuro con loro. Il calore del loro amore l’avrebbe protetta per sempre. Ma era proprio così?

Quel pomeriggio di inizio Maggio Vittoria era ancora più felice. Quel giorno doveva assolutamente passare in edicola a prendere un nuovo numero del suo fumetto preferito, Dylan Dog. Anche questo gli recriminavano i suoi coetanei. Possibile che una ragazzina legga quel fumetto horror così sconcio? Era una “femmina”, al massimo doveva leggere qualche romanzo rosa e aspettare che il principe azzurro venisse a prenderla su un cavallo bianco.

Anche quello non andava bene per gli altri, ma doveva andare avanti. Perché crucciarsi se lei ad un principe bianco a cavallo preferiva uno sfigato vestito di nero a cavallo di un rottame sempre senza benzina? Era affascinante in un modo che lei non riusciva a spiegare. Magari fosse arrivato quel tipo a salvarla.

Erano da poco passate le 19 quando posò i libri nello zaino, si preparò e uscì di casa per andare al suo appuntamento segreto. L’edicola era poco distante dalla bottega del padre, quindi decise di passare prima a salutarlo. Come al solito il viso del signor De Angelis si allargò in un bellissimo sorriso quando vide la figlia entrare nel negozio.

-Bella di papà buonasera. Come sei bella. Che ci fai da queste parti?

-Ciao papà, grazie. Devo passare in edicola a prendere un fumetto. Vuoi che faccia qualcosa per te?

-Non ti preoccupare tesoro mio. Al massimo fammi solo un piacere. Tua madre è andata a portare la spesa ad un cliente, c’è da portare una busta di carne alla signora Carmela a Vico San Giovanni 21, vicino al Loreto Mare. Bussa al citofono Pepe. Qua sta il resto di 10.000 lire, puoi tenerti tu i soldi così puoi comprarti il fumetto e conservarti quello che rimane.

-Va bene papà, grazie. Vico San Giovanni, citofono Pepe. Ci vediamo a casa più tardi

-Eh spero di non fare troppo tardi, ancora non è passato il camion con l’ordine delle uova di oggi. Al massimo inizia a tornare a casa mamma e io vengo dopo. Un bacio piccerè

Vittoria uscì dal negozio tutta orgogliosa. In primis per i complimenti del padre, sempre gentile con lei. E poi perché aveva la sua completa fiducia. Era grande abbastanza per andare a portare la spesa da una cliente e gestire i soldi. Tra l’altro non aveva ancora detto ai genitori che in estate sarebbe stata contenta di dar loro una mano nel negozio. Magari a fare qualche pulizia o proprio come garzone per portare le buste non troppo pesanti. Stava crescendo e doveva far capire ai propri genitori che era una ragazza in gamba.

Non ci mise molto ad arrivare in Vico San Giovanni, i bei pensieri in testa e la voglia di fare le fecero sembrare che fossero passati solo pochi istanti. Bussò al citofono.

-Signora sono la figlia del salumiere, ho portato la spesa

Una voce appena percettibile si udì dal citofono quasi rotto

-Abbasso il paniere, mettimi anche il resto di 10.000 lire

Il paniere si abbassò, Vittoria prese le 10.000 lire e in cambio mise la busta e il resto dei soldi. Un saluto veloce alla signora al balcone e aveva finito. Facile. Era in grado di farlo, quella sera doveva assolutamente chiedere ai genitori se quell’estate avrebbero accettato un suo aiuto. Camminava tutta contenta con le sue 10.000 lire guadagnate con poco sforzo. Prossima tappa, l’edicola.

Aveva appena girato un incrocio quando incrociò Mario, un suo compagno di scuola. La mente era ancora altrove, quindi non lo vide. Fu lui a chiamarla.

-Vittò, che ci fai qua?

Vittoria si svegliò dal suo sogno ad occhi aperti. Riconobbe il suo compagno di scuola, ma in quel momento lo vide solo come una distrazione dal suo prossimo impegno.

-Ciao Mario, sono andata a fare una commissione per mio padre. Tu che ci fai?

-Io ci abito qui. Stai tornando a casa ora?

-No. Sì. Cioè devo tornare ma prima devo fare una cosa

-Che cosa? Vuoi che ti accompagni?

Era gentile e si vedeva. Non aveva voglia di prenderla in giro. Tra l’altro Mario faceva parte di quel gruppetto di ragazzi che stanno sulla loro e non danno molta confidenza agli altri. Non hanno mai preso di mira Vittoria, ma non l’hanno nemmeno mai difesa quando potevano. Erano fatti così.

-No, grazie. Vado di corsa

-Perché no, non ho niente da fare. Domani non vengo nemmeno a scuola e non devo ritornare a casa subito. Per me non è un problema

Doveva essere gentile con lui, non aveva motivi per declinare l’offerta. L’unica pecca era quell’appuntamento saltato con Dylan. Non poteva andare in edicola con Mario e prendere il nuovo numero. L’avrebbe vista, magari lo avrebbe sfogliato e allora sì che l’avrebbe presa in giro. Pazienza, sarebbe passata in edicola il giorno dopo, e poi forse a quell’ora è meglio avere una piccola guardia del corpo vicino.

-Ok dai, accompagnami a casa. Abito dopo piazza Mercato, non ci mettiamo niente.

La luce del sole primaverile si stava andando a posare sul mare prima di immergersi completamente. I due ragazzini camminarono su Via Marina, scambiandosi solo qualche breve parola. Erano entrambi imbarazzati. Forse Mario l’aveva invitata a camminare senza pensare che potesse dire di sì così come Vittoria non sapeva neppure se quella era la cosa più giusta da fare. Intanto stavano passeggiando, mentre le macchine sfrecciavano per riportare i loro conducenti finalmente a casa.

Fu proprio vicino al grande parcheggio di Piazza del Carmine che due motorini si avvicinarono ai ragazzi. Li sorpassarono veloci per poi inchiodare e trovarseli di faccia. Erano quattro ragazzi, due su ogni motorino. Nessuno aveva il casco ma l’idea di essere riconosciuti non sembrava essere un problema. Parlò il più grande di loro.

Arò jat? Guagliù, chi sono questi due piccioncini? Vi abbiamo disturbati?

Mario e Vittoria si immobilizzarono come due statue.

-Andate a mangiare un gelato insieme? E sì, loro mangiano il gelato e noi non abbiamo nemmeno i soldi per mettere la benzina nei mezzi

Un altro gli fece eco

-Wa, che ingiustizia. Loro sì e noi no

-Fate almeno una colletta così poi non vi facciamo niente

Sentendo parlare di soldi Vittoria ebbe l’impulso di toccare con la mano la tasca sinistra del pantalone, dove erano conservati i soldi della spesa consegnata. Il gesto non passò inosservato ai ragazzacci che stavano proprio aspettando una qualsiasi reazione.

-Hai visto? Sta già mettendo man’ ‘a sacc

La battuta provocò l’ilarità dei piccoli malviventi che iniziarono a ridere sguaiatamente. Ora, sarà la situazione di tensione palpabile, sarà che dopo quel gesto era Vittoria il bersaglio designato, sarà la codardia insita nel proprio essere, Mario ebbe la brillante idea di girarsi di scatto e cominciare a correre nella direzione opposta, verso casa. Un gesto da vero galantuomo, ma era piccolo e non avrebbe comunque potuto far nulla. Sperava almeno che anche la sua giovane amica avrebbe avuto la sua stessa prontezza di riflessi e si fosse salvata.

Tutt’altro, Vittoria rimase nella stessa posizione senza fiatare, mentre gli altri continuavano a ridere.

-E bravo il cavaliere, ti ha lasciata tutta sola. Mò che ne dici di darci i soldi così ce ne andiamo?

Scesero dai motorini e l’istinto del branco li portò a circondare la loro preda. Vittoria respirava a fatica. Non sapeva cosa fare ma su una cosa era sicura. Non avrebbe dato i suoi soldi a quei farabutti. Quei pochi soldi che aveva guadagnato con amore dando una mano ai suoi genitori, quei soldi che il giorno dopo le avrebbero permesso di incontrare di nuovo il suo eroe preferito. Già quella sera un primo imprevisto si era frapposto tra lei e il suo amato, ora anche questo. Guardava negli occhi dei suoi aguzzini, e non scorgeva pietà, solo cattiveria. Inutile quindi spiegare la situazione e sperare nella loro compassione. Decise di agire. Erano in quattro, certo, ma ora erano a piedi e non sui motorini. Se avesse preso a correre nella zona di Piazza Mercato forse li poteva seminare. Magari urlando di essere inseguita da dei ladri qualche negoziante ancora aperto l’avrebbe aiutata. Ma se avessero ripreso i motorini? L’avrebbero raggiunta subito. E se fossero conosciuti in zona? Allora nessuno l’avrebbe aiutata, piuttosto avrebbero dato una mano ai malviventi. Erano tutti possibili scenari, ma non c’erano alternative.

Vittoria decise, scattò in un piccolo varco tra due di loro e iniziò a correre. I quattro furono presi in contropiede, quindi lei aveva giusto qualche metro di vantaggio. Correva senza guardarsi indietro, doveva solo pensare alla strada da percorrere ed andare più veloce. Non riusciva ad urlare. Aveva voglia di attirare l’attenzione di tutto il quartiere per farsi aiutare ma le parole non uscivano di bocca. Mentre correva le lacrime scorrevano sul suo giovane viso.

Capì di aver calcolato male la soluzione quando sentì strattonarsi la spalla destra. Una mano la afferrò con violenza, una parte del tronco si bloccò mentre l’altra prese a girare in modo sgraziato facendola roteare a terra. Cadde sul fianco, il braccio sotto il peso del corpo le provocò un dolore atroce, mentre sentì il sapore ferroso del sangue nella bocca. Provò ad alzarsi ma si accorse che la caduta le aveva lacerato i pantaloni all’altezza delle ginocchia. Una macchia rossa si allargava lentamente. Dopo pochi secondi gli altri ragazzi arrivarono sul posto. Il corpo senza forze della ragazza era al centro della piazza illuminata dalla debole luce della luna.

Sta muccusell se ne voleva scappare. Mogli facciamo vedere noi

-Ci devi dare i soldi e qualche altra cosa però. Ti devi far perdonare. E’ vero guagliù?

I ragazzi non risposero, ma i solo sorrisi perversi lo fecero al posto delle parole. La situazione era peggiorata e Vittoria si sentì sempre più sprofondare. Rilasciò di colpo tutte le forze in un attimo. Ormai non aveva speranza e chiuse gli occhi abbandonandosi al proprio destino mentre nella sua testa rimbombavano come una marcia funebre le parole del padre.

“Mi raccomando, mai rispondere alla violenza con la violenza.”

E’ strano come anche nella vita reale esiste l’impulso di dire frasi ad effetto in situazioni al limite. Forse la conseguenza dei numerosi film che vediamo ci ha fatto perdere di vista il fatto che se abbiamo un vantaggio su qualcuno rischiamo di perderlo. Per questo motivo i ragazzi iniziarono a parlare tra di loro con frasi prese a caso da film western o film di camorra, atteggiandosi a grandi star di un lungometraggio che era solo nella loro testa. Non si accorsero di quello che successe subito dopo.

Il corpo di Vittoria si alzò lentamente, come se un filo invisibile stesse sollevando una marionetta. Era come se una forza misteriosa la stesse rianimando. La testa era ancora bassa, ma dalla gola proveniva un rumore strano. Sembrava il verso di un animale, un cane forse. O meglio ancora un lupo. I quattro malviventi erano ora in silenzio a guardare la scena, ancora ignari che la situazione si era completamente ribaltata. Vittoria alzò le braccia, mentre la testa era ancora rivolta verso il basso. Le braccia sembravano gonfiarsi lentamente mentre una strana peluria fuoriusciva dai pori. Le mani si aprirono, e di scatto le unghie presero la forma di artigli affilati. Il corpo assunse una posizione nuova, le ginocchia si piegarono nel senso opposto. Un ringhio sommesso echeggiava nella piazza mentre quello che era il corpo di una ragazza si poggiò a terra a quattro zampe. Finalmente alzò la testa. I ragazzi preferirono che non l’avesse mai fatto. I lineamenti dolci del volto non c’erano più, ora a guardarli era il volto di una bestia dalle fattezze canine. Il muso allungato in una smorfia di odio, le zanne appuntite e lucenti al chiarore della luna. E gli occhi. Erano due sfere ghiacciate senza pietà in cerca delle loro prede. La belva si accanì sul primo di loro, una zampata robusta lo scaraventò su un lampione di ferro piegandolo. Il corpo del ragazzo si chiuse in due in un sordo rumore di ossa che si rompono. Poi fu il momento del secondo bersaglio. Le zampe posteriori lo scaraventarono a terra con un balzo sul torace. Le fauci urlanti affondarono nel collo del ragazzo che non ebbe nemmeno il tempo di urlare. L’animale fiutò la paura degli altri due. Era solo questione di tempo e anche loro avrebbero avuto la loro parte. Scattò verso un’altra preda, affondando gli artigli nella schiena. Il ragazzo urlò di dolore, giusto prima che la bestia gli afferrò la testa da dietro. Con le due zampe staccò la mandibola dal resto della testa in un rumore sordo da mettere i brividi. L’ultimo ragazzo cominciò a correre. Due passi e si ritrovò davanti il volto immondo del suo esecutore. Sentiva il respiro caldo sulla sua faccia, le lacrime gli scendevano dal viso ma non riusciva ad emettere alcun suono. Dalla paura si bagnò i pantaloni ma non ebbe il tempo di accorgersene che il mostro gli prese entrambe le braccia e gliele strappò. Girò gli occhi al cielo e cadde nell’abbraccio della morte. Uno strano silenzio regnò sulla scena, mentre la belva si guardava intorno facendo lunghi respiri.

Poi si accasciò a terra esanime, lentamente quel corpo orribile prendeva le sembianze di una ragazzina esile. Aprì gli occhi e quello che vide era l’ultima cosa che pensava di vedere. Era suo padre che la prendeva in braccio. Era nuda e piena di sangue, la maggior parte non suo. La prese con delicatezza e gli sussurrò parole dolci nell’orecchio.

-Va tutto bene tesoro mio. Non devi aver paura. Ora andiamo a casa e ci riposiamo. Abbiamo tante cose da dire

Aveva ragione, avevano tanto di cui parlare.

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