27 Agosto 2008

Quando Ivano aprì gli occhi lo fece lentamente. Era ancora nelle braccia di Morfeo e qualcuno stava cercando di svegliarlo. Si sentiva dondolare piano a destra e sinistra. Chi poteva essere? La sua prima domanda non aveva senso se prima non rispondeva ad una domanda ancora più importante, dove si trovava? Ci mise qualche secondo per rimettere insieme tutte le idee e capire che non era a casa sua. Aprì gli occhi di colpo, sapeva di chi era quella mano che cercava di scuoterlo per destarlo. La chiamò per nome.

-Rossella, dove sono? Dove siamo?

La bambina accanto a lui parlava mentre singhiozzava per la paura.

-Ci hanno catturati

Quella mattina Ivano arrivò presto nel suo studio personale. Aprì la porta che recava l’insegna che lui stesso aveva affisso da qualche mese.

Agenzia di investigazione Sky

Lavorava in quel settore già da qualche anno ma erano solo pochi mesi che aveva aperto uno studio tutto suo. Le cose andarono bene dal primo giorno, con il tempo aveva capito che la sua professione e soprattutto il suo modo di lavorare era necessario in tempi come quelli.

Naturalmente la maggior parte dei casi da seguire erano di tradimento. La stragrande maggioranza dei clienti lo contattava per avere le prove del tradimento del partner o del collega di lavoro. Erano casi facili, di solito il traditore sottovaluta sempre qualcosa e lascia qualche indizio sulla strada. Inoltre l’uso delle nuove tecnologie era essenziale per svolgere nel minor tempo possibile le sue azioni, e Ivano era al passo coi tempi.

Stava andando tutto bene, con un po’ di tempo in più sarebbe arrivato più in alto, se lo sentiva. Quel mattino però accadde qualcosa di insolito. Erano da poco passate le 10 quando qualcuno bussò alla porta. Ivano si stranì del fatto che non avessero usato il campanello, si alzò dalla sedia ed andò a controllare. Quando aprì la porta non vide nessuno ma quando abbassò lo sguardo notò una bambina che lo guardava con espressione seria.

-Che ci fai tu qui? Dove sono i tuoi genitori? Ti sei persa?

La bambina continuava a guardarlo muta, con la solita espressione seria. Ivano si abbassò per vederla meglio. Non voleva spaventarla, anzi, voleva rassicurarla. Le accarezzò dolcemente i capelli e le parlò con voce dolce.

-Partiamo dall’inizio, come ti chiami?

-Mi chiamo Rossella

-Ciao Rossella, io sono Ivano. Ti sei persa?

La bimba fece no con la testa.

-Sei venuta qui da sola? I tuoi genitori sanno che sei qui?

Il viso della bambina mutò. L’espressione dura cambiò lentamente finché delle grandi lacrime uscirono dai suoi piccoli occhi. Cercava inutilmente di reprimere quella reazione, ma crollò in poco tempo. Scoppiò in un pianto inconsolabile, per istinto Ivano la abbracciò per calmarla.

-Va tutto bene, tranquilla. Troverò subito i tuoi genitori. E’ il mio lavoro, lo sai, trovare le persone

La piccola si asciugò le lacrime con un braccio, poi trovò la forza per parlare 

-I miei genitori… sono cattivi

-Sono sicuro che non è così. Ti vogliono tanto bene e farebbero qualsiasi cosa per te

-No, non è vero! Loro sono diventati dei mostri. Vogliono solo far del male a me e ad altre persone!

-Non dire così. Vuoi un po’ d’acqua? Un dolce?

La bambina fece sì con la testa. Ivano la fece entrare e le diede dei cioccolatini ed un bicchiere d’acqua. Si sedettero sul divano, Ivano cercò di intavolare un dialogo costruttivo.

-Allora, Rossella, quanti anni hai?

-Ho otto anni

-E sai dove abiti?

-Sì, qui vicino. Conosco la strada per arrivarci

-Perfetto! Che ne dici se ti accompagno a casa?

-No! Non voglio

-E perché non vuoi?

-Perché mamma e papà sono diventati dei mostri e vogliono farmi del male

-Perché dici questo? I tuoi genitori sono a casa adesso?

-Sì

-Allora facciamo così, andiamo insieme così sarò io a sconfiggere i mostri e riportare i tuoi genitori normali. Ok?

La bambina fece teneramente un cenno affermativo con la testa mentre finiva di bere l’acqua dal bicchiere. Finalmente Ivano era riuscito nel suo intento. Era un bravo comunicatore anche se non sapeva di esserlo anche con i più piccoli. La prese per mano e uscirono dallo studio per riversarsi in strada. Subito si rese conto che la bambina conosceva davvero bene la strada verso casa, svoltava gli angoli senza il timore di sbagliare direzione. Nel giro di pochi minuti erano fuori dall’abitazione. Era una villetta con un piccolo giardino davanti. Ivano suonò il citofono ma nessuno rispose. Ebbe un piccolo brivido, ma si tranquillizzò pensando che magari i genitori della piccola si erano allarmati per la sua assenza e la stavano cercando in giro. Mentre era assorto in quel pensiero si sentì pungolare alla gamba. Era Rossella che stava attirando la sua attenzione. Ivano si abbassò verso di lei per dirle che all’interno non c’era nessuno e che avrebbero dovuto aspettarli. Lei in silenzio protese un braccio verso di lui ed aprì la mano. Quello che compariva sul suo palmo era un piccolo mazzo di chiavi.

-Queste le ho prese prima di venire da te

Il detective prese il mazzo di chiavi e con quella più piccola provò ad aprire il cancelletto. Si aprì facilmente, i due si incamminarono verso il portone principale. Ivano lo aprì usando l’altra chiave, poi entrò lentamente. Si mise davanti alla bambina, un po’ per un senso di protezione, un po’ per la suggestione del racconto che aveva sentito dalle sue parole. Fece pochi passi lenti mentre si presentava a vuoto. La sua voce faceva eco nell’ingresso della casa?

-C’è qualcuno? Ho riportato qui vostra figlia Rossella. E’ tutto sotto controllo

Poi sentì una fitta tremenda alla base del collo prima che il buio trionfasse su tutto il resto.

-Ci hanno catturati

Quella frase così semplice svegliò definitivamente Ivano dallo stato di torpore. Si alzò di scatto in piedi e subito sentì un forte dolore al collo che lo obbligò a stendersi nuovamente a terra. Si massaggiò con forza nel punto indolenzito, poi riaprì gli occhi e cercò Rossella nel semibuio della stanza in cui si trovavano.

-Dove siamo, piccola? Tu stai bene?

La bambina rispose con voce tremante.

-Sono loro, ci hanno catturati e ci hanno messi in questa stanza. Però tu…

Quella pausa non faceva presagire nulla di buono. Ivano era sempre più teso mentre cercava di mettere a fuoco l’immagine della bambina.

-Io cosa?

-Ti hanno preso e portato non so dove. Quando ti hanno riportato qui non eri lo stesso. La tua faccia… è diversa

Ivano si portò subito le mani al volto. Sotto le dita sentiva qualcosa di strano, non era la sua pelle che stava toccando ma qualcosa di diverso. Come se fosse un ulteriore strato di pelle più dura. Iniziò a tremare, si girò in tutte le direzioni cercando uno specchio o una qualunque superficie riflettente per potersi vedere. Nulla. Si avvicinò alla bambina seguendo al sua voce, ma lei subito si ritrasse.

-Non ti avvicinare, ti prego. Mi metti paura

-Scusa, scusa. Non volevo spaventarti. Come possiamo uscire di qui, dobbiamo farlo subito

La bambina alzò il braccio per indicare una porta, anche se Ivano ancora non riusciva a distinguere bene quello che i suoi occhi vedevano. Fece qualche passo prima di rendersi conto che tutto intorno a lui iniziava a girare. Era come intorpidito, se quello che aveva detto la bambina era vero allora forse era l’effetto dell’anestesia che gli avevano somministrato prima di compiere esperimenti su di lui.

-C’è un interruttore lì in alto ma non ci arrivo

Ivano non aspettava altro, si fece indicare la posizione corretta dalla bambina ed premette il pulsante. Il buio sparì ed una forte luce bianca inondò la stanza. Purtroppo per lui però la vista era ancora annebbiata. Non riusciva a mettere a fuoco, tutto sembrava ricoperta da un lenzuolo trasparente. Provò a chiudere e riaprire gli occhi, li strofinò ma l’effetto era sempre lo stesso.

-Non ci vedo, non ci vedo bene

-Sono stati loro, lo sapevo! Ed ora lo faranno anche con me!

La bambina iniziò a piangere, Ivano si avvicinò nuovamente a lei seguendo l’udito. Voleva calmarla e farle capire che lui l’avrebbe salvata.

-No, non piangere. Attireresti solo la loro attenzione, chiunque o qualsiasi cosa loro siano. Ecco, così, tranquilla. Dobbiamo fare qualcosa e tu da brava bambina mi darai una mano

La bambina fece un cenno, Ivano vide solo la figura indistinta che muoveva la testa.

-Bravissima! Ora dimmi, dove ci troviamo?

-In una stanza, ci sono dei mobili e degli scatoloni

-Ok, va bene. Prova ad aprire uno degli scatoloni e dimmi cosa c’è dentro

La bambina si fece coraggio e fece come le era stato ordinato.

-Qui sembrano siringhe, in quest’altra ci sono invece dei tubi

Ivano si avvicinò alle scatole per tastarne il contenuto. Prese delle siringhe e con difficoltà riuscì a posizionare gli aghi all’estremità.

-Vedi se c’è qualcosa di appuntito che possiamo usare come arma per… spaventarli e farci uscire

-Su quella parete, c’è una scatola rossa con un martello vicino

L’uomo capì subito, si trattava di una cassetta antincendio con il martelletto per rompere il vetro. Si avvicinò all’ombra di colore rosso e prese il martello, poi ruppe senza far rumore il vetro e prese dei pezzi. Ora che era abbastanza armato si diresse verso la porta. Si aspettava che fosse chiusa a chiave quindi pensò ad un modo per forzarla. Con enorme sorpresa quando abbassò la maniglia vide che la porta si apriva verso l’interno.

-Siamo fortunati! Hanno lasciato la porta aperta. Ora viene la parte difficile, dobbiamo uscire. Tu rimani qui vicino all’uscio della porta, quando ti chiamo tu segui la mia voce e rimani sempre dietro di me. Non riesco a vedere bene quindi avrò ancora bisogno del tuo aiuto

La bimba con coraggio rispose affermativamente. A quel punto Ivano senza l’uso della vista uscì lentamente dalla stanza. Fuori era tutto illuminato, c’era un piccolo corridoio dove riusciva a vedere delle porte. Probabilmente erano le stanze dove quei mostri compievano i loro esperimenti. Si tastò di nuovo il volto e si diede coraggio. Fece qualche passo quando vide sbucare da un angolo del corridoio una figura. Non riusciva a distinguere i dettagli ma la forma sembrava quella di un essere umano. L’altezza era come la sua, aveva qualcosa in mano ma non riusciva a capire cosa. Non sapeva se era nuda o vestita, ma era completamente verde.

-Cosa ci fai qui?

Parlava la sua lingua, forse quegli esseri prendevano possesso del corpo degli esseri umani ed utilizzavano le loro facoltà per dialogare. Non era quello però il momento per pensarci, era stato scoperto e doveva agire in fretta. L’altro si stava avvicinando con passo risoluto, Ivano doveva prenderlo alla sprovvista. Appena fu abbastanza vicino sollevò la mano che conteneva il martelletto e con forza lo abbassò sulla fronte del suo nemico. Questo subì il colpo, Ivano ne approfittò per recuperare le due siringhe nell’altra mano. Si fece coraggio e lo colpì nella parte superiore, dove pensava che dovessero esserci gli occhi. Il colpo fu preciso, i due aghi sottili penetrarono del bulbo oculare del mostro provocando un urlo disumano. Era la prima volta che Ivano si accaniva contro qualcuno, se non fosse stato sicuro che quello di fronte a lui fosse un nemico pericoloso non avrebbe mai pensato di usare una siringa ed un martello per accecare o addirittura uccidere. Ma quella situazione era diversa.

L’urlo di quell’essere sembrava non finire mai, cominciavano a sentirsi altre voci dalle stanze e dal fondo del corridoio. Ivano doveva fare qualcosa prima che altri nemici arrivassero da lui. Prese uno dei pezzi di vetro e con non poca reticenza lo avvicinò al collo del suo avversario. Chiuse gli occhi e con un gesto deciso fece un taglio profondo. L’urlo smise di colpo e il corpo di quel mostro si accasciò a terra. Aveva risolto un problema ma doveva subito risolverne un altro. Da una delle stanze del corridoio sentiva due voci. Doveva agire di iniziativa. Si decise, entrò a controllare.

Vide due forme. La prima in piedi, completamente verde, probabilmente rivolta verso di lui, la seconda invece era seduta su una grossa sedia, forse legata. Quest’ultima era probabilmente una vittima come lo era stato lui precedentemente, e il suo aguzzino stava ancora operando su di lei. Non diede nemmeno il tempo al mostro di reagire che si fiondò su di lui scaraventandolo a terra. Nello scontro l’altro batté la testa a terra, dal rumore del colpo doveva essere stato forte. Ivano si alzò mentre il suo nemico era ancora steso, si muoveva lentamente. Intanto il paziente sulla sedia cercava di urlare spaventato, ma dalla bocca usciva un suono strano, come se potesse dire soltanto alcune vocali.

Ivano si inginocchiò per controllare meglio ma i suoi occhi non riuscivano ancora a mettere a fuoco, si concentrò e prese la testa del mostro tra le mani. Con una rabbia che solo lo spirito di conservazione può provocare, la batté ripetutamente sul pavimento finché non vide una macchia rossa formarsi a terra. Lasciò il corpo dov’era e si avvicinò alla vittima che ancora urlava.

-Rossella, vieni subito! Ora usciamo di qui

La bambina arrivò subito nella stanza, guardando quello spettacolo si coprì gli occhi.

-Chi è quell’uomo sulla sedia?

-Forse è un altro paziente come me. Dobbiamo salvare anche lui

-No! E’ inutile, lo hanno già trasformato! Non voglio vederlo, mi fa paura!

Ivano rimase interdetto. Se quello che diceva la bambina era vero allora quell’uomo sarebbe stato un problema. Doveva fidarsi di lei, era la sola speranza per uscire vivi da quella situazione. Con le mani tastò su un tavolino accanto alla sedia finché non sentì il freddo del ferro. Prese l’oggetto in mano e si rese subito conto di cosa fosse. Un bisturi, proprio l’arma che gli serviva. Si avvicinò di nuovo all’uomo sulla sedia che ancora si disperava. Ebbe pietà per lui mentre agiva.

-Mi dispiace, è per il tuo bene. Ti trasformerai come loro e questo non posso ammetterlo. Rossella, voltati verso la porta

Aspettò qualche secondo, poi affondò il bisturi nella sua gola finché non sentì più quel mugolio. Si fece il segno della croce velocemente, poi ritornò dalla bambina.

-Dobbiamo scappare ora. Usciamo da questa stanza

Ritornarono nel corridoio, Ivano faceva da scudo con il suo corpo per coprire la piccola. Purtroppo sbandava ancora a causa di chissà quale intruglio gli era stato dato per sedarlo. Sentiva altre due voci davanti a loro. Il corridoio svoltava a destra, da un’altra stanza vide uscire un’altra figura, stavolta completamente viola.

-Chi sei? Che ci fa lei qui?

Ivano scattò subito in avanti brandendo il bisturi nella mano destra. L’altro non si fece trovare impreparato, assorbì il colpo senza cadere a terra. Si girò scaraventandolo su una scrivania piena di fogli. Ivano chiuse gli occhi per il dolore, quando li riaprì vide la figura avvicinarsi correndo. Fece giusto in tempo ad abbassarsi per evitare un pugno, poi con la mano sinistra infilò una siringa nel piede del mostro. L’ago penetrò nella carne provocando un dolore atroce, ne approfittò per rialzarsi e mettersi alle spalle del suo nemico iniziando ad infierire con il bisturi nella sua schiena. La lama entrò ed uscì molte volte, delle macchie rosse si materializzavano per ogni colpo. Dopo qualche secondo l’altro si accasciò a terra ma Ivano continuò a infierire.

Fu solo quando sentì un urlo che si rese conto che l’altro era morto e che stava solo sprecando tempo. Alzò lo sguardo in cerca della sua prossima vittima ma non riusciva a vedere nulla. Solo dei colori opachi, aveva bisogno di un aiuto se voleva salvarsi e salvare la povera bambina.

-Rossella mi senti? Vieni qui, dammi una mano. Chi è che sta urlando?

La bambina si avvicinò velocemente a lui e gli strinse un braccio. Poi indicò in una posizione. Fu allora che Ivano la vide, un’enorme macchia verde chiaro che tremava davanti ad un muro. Eccolo, davanti a lui l’ultimo mostro da sconfiggere prima di scappare. Era spaventato, probabilmente aveva capito che non aveva scampo. Decise di approfittare di quella situazione per capirci meglio. Si avvicinò lentamente.

-Hai paura, lo sento. Chi siete? Dimmelo

-Lasciami stare!

Era una voce femminile. Continuò ad avvicinarsi mentre la stanza intorno girava lentamente.

-Ti ho fatto una domanda, chi siete? Perché ci avete catturati e analizzati?

-Che stai dicendo?

-Vi abbiamo sconfitti, non puoi fare nulla. Per fortuna quella bambina è molto intelligente e mi ha avvertito. Non avete scampo

-Perché?… Perché Ross…

-Attento! Ha una pistola!

L’urlo di Rossella fu provvidenziale. Ivano non attese la fine della frase che già era contro il mostro. Affondò la lama del bisturi nel collo. Sentì un gorgogliò, poi le sue mani si riempirono di un liquido caldo. Provò a scuotere il corpo della sua vittima, ma era già senza vita.

-Ce l’abbiamo fatta, piccola! Grazie dell’avvertimento. Ora andiamo verso l’uscita, guidami tu

La bambina si avvicinò ad Ivano e gli diede una mano. La seguì fino ad una grande porta blindata. Appena la aprì sentì le sirene di una volante della polizia che si avvicinava.

-Siamo salvi! Hai visto? Sono arrivati i buoni a salvarci. Sei stata bravissima, Brava Rossella

Si diresse all’esterno con una mano alzata, l’altra era poggiata sulla spalla della bambina. Dalla vista annebbiata vedeva le luci dell’auto della polizia che era appena arrivata davanti a loro. Degli agenti scesero dall’auto velocemente.

-Siamo qui! Abbiamo bisogno di aiuto, venite

-Metta tutte e due le mani in alto e si inginocchi!

Ivano pensò che quella frase era fuori luogo. Erano loro le vittime, perché quei poliziotti erano così scortesi. Si rese subito conto che probabilmente non dava l’impressione di uno dei buoni. Era ricoperto di sangue, e lui sapeva che non era suo. Inoltre camminava ancora barcollando, fece un altro passo poi cadde inginocchiato a terra. Nel cadere la testa si chinò velocemente in avanti, quando la rialzò notò qualcosa di strano. La vista era cambiata, riusciva a vedere qualcosa. Era come se fosse ritornata solo per metà. Chiuse di nuovo gli occhi e li riaprì subito. Dall’occhio destro vedeva bene, dal sinistro no. Cominciò a capire, nell’occhio sinistro doveva avere una lente a contatto graduata. Si rialzò per dire qualcosa ma gli agenti gli intimarono nuovamente di fermarsi mentre avevano puntate le loro pistole.

-Lascia stare subito la bambina. Alza entrambe le mani e non fare nessun passo

-Ma… io non…

Si rese conto in quel momento che aveva ancora in mano il bisturi ed una siringa. Probabilmente la forte tensione gli avevano fatto dimenticare che era ancora armato e la mano che teneva sulla spalla di Rossella stringeva una siringa insanguinata.

Fu un attimo, Ivano stava per alzare la mano mentre con lo sguardo cercò quello di Rossella per indurla a dire qualcosa che spiegasse la situazione. In quello stesso istante la piccola prese quanta più aria nei polmoni e cominciò ad urlare.

-Vuole uccidermi! Aiuto!

Come se avesse comandato le loro menti, gli agenti spararono all’unisono ad Ivano. Quattro colpi al torace, cadde all’indietro. Era ancora vivo ma lo sarebbe stato solo per qualche secondo. Guardava il cielo limpido, poi girò la testa e vide Rossella. Dall’occhio destro riuscì a vedere la sua espressione, un ghigno diabolico si formò sul suo viso per un secondo, poi si portò le mani al volto e cominciò a piangere. Fu in quel momento che si rese conto.

Fino a quel momento era stato solo un burattino nelle sue mani. Era lei che lo aveva adescato fino a lì. Era lei che lo aveva tramortito e portato in quella camera. Era lei che gli aveva fatto credere di aver preso parte agli esperimenti macabri dei fantomatici mostri. Le lenti a contatto, la maschera sul suo volto, l’anestesia. Era tutto un piano macchinato dalla mente malata di una bambina di soli otto anni. Lui era stato manipolato e ora stava morendo per i capricci di una bimba che probabilmente aveva solo litigato con i suoi genitori e voleva la sua vendetta.

Chiuse gli occhi ed esalò l’ultimo respiro.

I due agenti si divisero. Uno entrò nell’abitazione armato, l’altro andò da Rossella per abbracciarla e tranquillizzarla. Lei tremava ancora, il poliziotto le offrì una caramella alla fragola. Poi arrivò il suo collega con un’espressione tutt’altro che allegra. Da un’altra pattuglia arrivarono altri agenti così i due poterono allontanarsi e parlare lontano dalle orecchie innocenti di Rossella.

-Nulla, tutti morti

-Tutti? Quanti?

-Cinque. Probabilmente due sono i genitori della bambina, gli altri saranno gli altri dottori che lavorano qui e un paziente. E’ uno studio dentistico da cui è possibile accedere alla casa

-Com’è successo?

-E’ ancora presto per dirlo. Abbiamo avuto una telefonata veloce dallo studio. Una donna diceva di sentire delle urla ma aveva troppa paura per andare a controllare. Dio solo sa cos’è passato per la mente di quel folle. Forse voleva rapire la bambina o forse voleva solo rapinare la villa e qualcosa è andato storto

-Bisognerà vagliare tutte le ipotesi. Ora il problema è un altro, la bambina

-Già. Oggi ha vissuto un incubo, speriamo dimentichi in fretta quello che è accaduto

-Lo spero anch’io

20 Agosto 2009

Sul Corso Garibaldi il negozio del signor Diego era un’istituzione per tutti. Da giovane il proprietario era sempre stato un appassionato di fotografia, ma all’epoca non aveva il tempo per fare il fotografo di professione. Lavorava in fabbrica come suo padre, doveva provvedere a portare avanti la sua famiglia. Quella sua passione però gli era rimasta, da sempre. Iniziò comprando e rivendendo agli amici i pezzi delle macchine fotografiche comprate nei mercatini. Sapeva che alcuni di quei pezzi non erano, per così dire, puliti, ma gli fruttavano bene. Poi allargò il suo business riparando e rivendendo attrezzatura professionale ai fotografi. Era diventato un maestro in quel che faceva. Smontava e rimontava ogni pezzo con la maestria di un chirurgo, dava una nuova vita a macchine fotografiche che erano morte. Le sue mani per molti erano magiche.

Decise quindi di sfruttare quel suo “dono” acquisito con il lavoro duro e con la fame di conoscenza. Aprì un piccolo negozietto in Corso Garibaldi. Provvedeva alla riparazione e alla compravendita di materiale per fotografi. Dopo il primo anno fu “costretto” ad ampliarsi. La clientela cresceva e insieme ai servizi offerti creò una camera oscura dove sviluppava i negativi. In poco tempo divenne un punto di riferimento per tutti gli appassionati di fotografia. Aveva l’opportunità di maneggiare gli strumenti più sofisticati e di imparare sempre di più. Disassemblava, costruiva, ideava. Spesso migliorava gli strumenti su cui posava le mani. Tutti in zona si recavano da lui anche solo per avere dei consigli. Ma la sua conoscenza non era infinita, purtroppo.

Con il tempo le macchine fotografiche divennero sempre più indistinguibili dai computer per Diego. La pellicola era sempre meno utilizzata e nel mercato si affermarono con prepotenza le macchine digitali. Quella che era un’arte pensata per valorizzare pochi importanti attimi stava diventando un semplice passatempo per immortalare ogni istante della vita, anche quelli meno rilevanti. La fotografia da eterna stava diventando momentanea, una raccolta di pixel da cestinare quando la memoria di archiviazione era satura. Prima era diverso. I negativi, la carta fotografica, lo studio della luce, dell’esposizione, la speranza che nessuna foto fosse bruciata. Diego pensava a questo ogni volta che metteva le mani su una digitale. Ma forse era solo il suo romanticismo o forse gli anni che avanzavano a renderlo triste.

Lui intanto si rallegrava ogni volta che un cliente gli portava un oggetto più vecchio. Quello sì che per lui era motivo di gioia e soddisfazione, come quel pomeriggio in cui entrò in negozio un timido signore di mezza età. Era basso e con un velo di tristezza sul volto.

-Salve, siete voi il signor Diego?

-Per servirla. Con chi ho il piacere di parlare?

-Mi chiamo Gennaro, mi hanno parlato molto bene di voi. Sono il cognato del panettiere di fronte. Ho un problema con questa macchina fotografica e lui mi ha detto che voi siete proprio l’uomo di cui ho bisogno

Giuseppe è troppo gentile. Ditemi cosa posso fare

L’uomo prese dalla borsa una vecchia macchina fotografica istantanea e la mise sul bancone, davanti a Diego.

-Questa l’ho comprata una settimana fa a mia moglie. Sapete, non sta attraversando un buon momento, pensavo che uscendo e facendo qualche foto si sarebbe ripresa

-Un bel pensiero, complimenti. Cos’ha che non va?

-Non glielo so dire, magari me lo saprete dire voi. Guardate queste foto che ho scattato ieri

L’uomo tirò dalla borsa alcune Polaroid. Diego le osservò attentamente. Nella prima il soggetto era un divano, la foto appariva scura come se fosse sbagliata l’esposizione. In un’altra invece c’era una donna in primo piano, anche in questa il colore prevalente era il marrone, come se il soggetto fosse stato esposto ad un effetto strano. Non si riuscivano a vedere i tratti distintivi del volto. Un’altra foto invece ritraeva una finestra rotta, la parete intorno era scura.

-Sembrano tutti errori di esposizione

-Ho pensato la stessa cosa anche io, la cosa strana è che quella finestra non è rotta. E i colori non sono per nulla reali, a casa le pareti hanno una carta da parati azzurra. La foto di mia moglie è quella che più mi ha impressionato, si vede solo la sagoma ed è di colore marrone. Sembra una di quelle mummie ritrovate nei ghiacci

Diego non poteva che dargli ragione. Tutte le foto avevano qualcosa di inquietante.

-Posso dare una ripulita ai componenti interni e all’obiettivo. Direi che può anche passare domani pomeriggio per venirla a ritirare, in questo periodo non ho molto lavoro

-Perfetto, grazie. A domani allora

-Queste foto posso tenerle?

-Certo, non so che farmene

L’uomo si congedò timidamente ed uscì dal negozio. Diego mise la macchina fotografica in uno scatolo e segnò nome e cognome del cliente, poi lo mise da parte insieme ad altri pezzi da riparare.

Erano le cinque del pomeriggio e non ci furono altri clienti fino alla chiusura. La curiosità era troppa quindi decise di lavorare sulla macchina fotografica istantanea. Provò a fare qualche foto del negozio. L’ingresso, il bancone, la vetrina. Le istantanee uscivano dalla bocca della macchina e dopo qualche soffio sopra compariva l’immagine. Sembravano normali, le immagini erano nitide e i colori reali. Provò giusto un altro paio di scatti ma non cambiò nulla. Decise di smontare la parte anteriore e pulire delicatamente l’obiettivo e il mirino. Rimontò tutto e fece qualche altro scatto all’esterno. Iniziò a notare qualcosa di strano. Le foto mostravano un cielo bianco, nuvoloso, alzando gli occhi al cielo però era tutto azzurro. Non c’erano nuvole e la calura estiva faceva posto ad una leggera brezza fresca.

Diego ritornò all’interno e provò a smontare e rimontare i pezzi per controllare eventuali difetti di fabbricazione. Finì l’operazione giusto in orario prima di chiudere bottega. Prese la macchina fotografica e la portò con sé a casa però, voleva far vedere anche a sua moglie quello strano difetto. Arrivò a piedi a casa, abitava vicino al suo negozio. Quando aprì la porta quello che vide lo lasciò sorpreso.

Non c’era solo sua moglie, Rita, in cucina. Vicino a lei a dare una mano c’era anche Cesare, il loro figlio. Appena Diego lo vide corse verso di lui ad abbracciarlo. Lavorava a Roma con la sua famiglia, non aveva sempre tempo per scendere a Napoli per un saluto. Si era arruolato nell’Esercito appena maggiorenne, dopo i primi anni al Nord aveva finalmente ottenuto un avvicinamento ma non nella sua amata città natale. Era stato assegnato ad una caserma a Roma, lì aveva conosciuto Anna, che sarebbe diventata sua moglie e gli avrebbe dato due figli maschi. Quella sera aveva approfittato di un momento libero per scendere a salutare i suoi genitori in compagnia del figlio più grande.

-Che ci fai da queste parti? Sei venuto senza nemmeno avvisare?

-E’ stata una scappata veloce. Ripartiamo domani mattina per Roma. Sono stato assegnato per un nuovo incarico e starò via per un po’ di tempo. Ne ho approfittato per stare un po’ con voi

-Mi fa piacere. Di che incarico si tratta?

-Mi hanno assegnato a Milano per Strade sicure. Sarò di pattuglia con turni stressanti. Passerà qualche mese prima che possa rivedere gli altri

-Ciao nonno!

-Ciao Remo! Come ti sei fatto grande!

Mentre Cesare e Rita finirono di preparare la cena, Diego si rilassò giocando un po’ con il nipote. Era molto vispo ed intelligente e nel tempo aveva dato mostra di aver ereditato la passione del nonno per la fotografia. Diego gli fece vedere la sua collezione di macchine fotografiche personali che teneva nascoste gelosamente nella stanza che era stata la cameretta di Cesare. In quel momento si ricordò di avere ancora nella borsa la macchina istantanea che aveva portato a casa per fare qualche foto di prova.

-Tieni Remo, fai un po’ di foto con questa. Devo provare se funziona bene e mi servono un po’ di test

-Certo nonno. Agli ordini!

Intanto la cena era pronta e tutti si riunirono in sala da pranzo per mangiare insieme. I grandi parlavano e discutevano dei progetti riservati per il loro futuro mentre il ragazzino girava per il tavolo facendo foto a raffica.

-Quindi starai a Milano per un po’

-Sì, almeno un paio di mesi. Poi vediamo se riescono a salire Anna e i bambini o dovrò scendere io in licenza. Tu invece? Il lavoro come va?

-Come al solito, alti e bassi. Ultimamente più bassi che alti. Ormai la fotografia è alla portata di tutti. Non è più una passione per pochi, fare soldi ora è più difficile

-Ma perché non ti riposi? Ormai io sono sposato ed avete due bei nipoti. Trasferitevi da noi a Roma, così vi godete un po’ di riposo

-Sei gentile a chiederlo ma sono ancora follemente innamorato del mio lavoro

In quel momento Rita lo guardò con un’espressione contrariata. Diego la cinse con un braccio.

-Andiamo, Rita. Capisci cosa intendo. Il negozio è il mio personale museo dei ricordi. Andarmene sarebbe difficile. E poi, in molti hanno ancora bisogno di me e dei miei servigi

Finirono la cena e si prepararono per andare a letto. Cesare e Remo dormirono nel divano letto, erano così stanchi che crollarono in pochi minuti.

Il giorno seguente fecero tutti colazione insieme tranne Remo, ne approfittò per dormire qualche ora in più. Lui e il padre sarebbero stati in giro fino a metà mattinata per poi ripartire prima di pranzo. Diego li salutò calorosamente quando si congedò per andare al lavoro. Fece come al solito la sua passeggiata per recarsi in negozio, quella mattina nonostante il caldo il cielo si coprì completamente. Sembrava che stesse per piovere da un momento all’altro. Di solito succedeva così, pioveva e il caldo aumentava di colpo. Diego affrettò il passo, anche perché non aveva l’ombrello e non aveva nessuna voglia di bagnarsi.

Quella mattina ci furono nuovi clienti, per la maggior parte fotografi venuti nel suo studio per sviluppare i loro negativi, ma c’era anche qualcuno venuto a comprare o riparare macchine fotografiche. Fu impegnato fino quasi ad ora di pranzo. Il troppo lavoro gli aveva fatto venire un languorino, aveva bisogno di mettere qualcosa sotto i denti. Approfittò della presenza di un amico fidato per allontanarsi dal negozio e andare a comprare qualcosa in panetteria. Si allungò di qualche metro proprio verso la bottega di Giuseppe. Quella mattina aveva già pensato di andare da lui e raccontargli di suo cognato ma era così indaffarato che l’aveva dimenticato. Voleva tranquillizzarlo per dirgli che stava lavorando a quello strano caso e che lo avrebbe sicuramente risolto. Quando si ritrovò davanti al negozio vide il proprietario che stava chiudendo la saracinesca e attaccando un foglio.

-Giuseppe, tutto bene? Stai chiudendo già?

L’uomo si girò verso Diego, aveva il volto rigato dalle lacrime mentre faceva un cenno con il capo.

-Giuseppe, che succede? Stai piangendo?

-E’ successo stanotte, ma ci hanno avvisati soltanto ora

-Cosa è successo?

-Mia sorella… e il marito… non ci sono più

-Mi dispiace, condoglianze. Cosa è accaduto?

-Mia sorella soffriva di depressione da qualche anno, mio cognato ha fatto di tutto per tirarla su di morale. Stanotte c’è stato un boato ed hanno trovato i loro corpi carbonizzati. Forse una fuga di gas o forse…

Diego si ricordò di quel dettaglio, il giorno precedente l’uomo gli aveva accennato al fatto che la moglie non stava attraversando un buon periodo. Il panettiere era ancora scosso dalla notizia della perdita di sua sorella e del marito, Diego non insistette con le domande e cercò di tranquillizzarlo. Ritornò al suo negozio con una strana sensazione. Era sempre stato un tipo empatico, anche in quel momento non riusciva a togliersi dalla mente quell’episodio triste.

All’improvviso il cellulare suonò. Era sovrappensiero, la chiamata lo fece saltare. Era suo figlio, rispose.

-Ciao pà, tutto bene?

-Tutto bene Cesare, voi?

-Tutto ok. Stiamo partendo in questo momento. Nel giro di un paio di ore saremo a destinazione. Mamma mi ha riempito di conserve da portare a casa, ho la macchina tutta carica

-Va bene, buon viaggio allora. Avvisaci quando arrivate

-Certo pà. Grazie. A proposito, Remo ha lasciato la macchina fotografica a casa, nel primo cassetto del mobile in soggiorno

-Va benissimo. Ci sentiamo dopo allora

Mise giù, sul suo volto spuntò un piccolo sorriso. Pensava a suo figlio che ormai era adulto, per un genitore è sempre difficile vederli come grandi. Si ha sempre la sensazione che siano bambini, da proteggere. Ma gli anni passano, per tutti. Era contento della vita che aveva scelto ed era entusiasta dei suoi due nipoti.

Riprese a lavorare, dal bancone prese la scatola contenente le Polaroid scattate il giorno prima con la macchina fotografica da riparare. Ancora quel pensiero triste, non riusciva a toglierselo dalla testa. Guardava quelle foto che imprimevano i ricordi distorti che appartenevano alle due vittime. Forse erano gli ultimi momenti felici che avevano vissuto insieme. La depressione era una brutta cosa, lo sapeva bene. Per fortuna lui e sua moglie avevano sempre superato insieme ogni momento difficile, il suo lavoro e il carattere solare di lei erano la sua salvezza.

Mentre stava visualizzando le foto, qualcosa attirò la sua attenzione. Una voce, delle parole. Si rese conto che il suo amico nel negozio aveva acceso il televisore posto nel retrobottega. Era il telegiornale regionale, alle orecchie di Diego arrivarono imponenti parole come “disgrazia”, “incendio”, “scoppio”. Lasciò le foto sul bancone ed andò anche lui nel retro. Si fermò davanti alla TV ed alzò il volume. Dallo schermo un giornalista commentava le immagini di una disgrazia capitata nel quartiere di Materdei.

I vicini di casa delle vittime sono stati svegliati dopo l’una di notte da un forte boato ed hanno avvisato subito le autorità. Sono in corso le indagini per spiegare l’accaduto, in mattinata i tecnici specializzati valuteranno i danni al palazzo e mettere in sicurezza le altre abitazioni. Dalle prime indagini sembra che l’incendio sia divampato dalla cucina, probabilmente una fuga di gas. Secondo le dichiarazioni dei vicini la coppia conduceva una vita tranquilla. La donna soffriva di una grave forma di depressione e non era solita farsi vedere in giro.

Diego ascoltava quelle parole mentre dallo schermo il filmato mostrava la folla davanti al palazzo, i vigili del fuoco, il fumo che saliva dal secondo piano. Poi le immagini della casa. L’incendio doveva essere durato parecchio perché le pareti erano completamente annerite, si riusciva ad intravedere quello che poteva essere un salotto o una cucina. C’era una finestra rotta, probabilmente la deflagrazione aveva mandato in mille pezzi il vetro. Diego osservava la scena mentre gli venivano in mente le parole della povera vittima che descriveva le pareti coperte dalla carta da parati azzurra. Quelle stesse pareti ora erano irriconoscibili dal video. Stava pensando proprio a quello quando si bloccò.

Nella testa le immagini del servizio giornalistico si sovrapponevano ad altre immagini. Quelle impresse sulla Polaroid. Non poteva essere, ci doveva essere un’altra spiegazione. Pensava, il cuore gli batteva forte, la mano tremava e nella tensione fece cadere il telecomando. Il rumore dell’oggetto che toccava terra lo destò. Ritornò subito al bancone, le foto erano già disposte in fila davanti ai suoi occhi.

Nella prima c’era la foto del divano, nella testa di Diego c’era la spiegazione dei colori scuri. Erano l’effetto del fuoco, il divano, le pareti, tutto era carbonizzato come nel video visto al telegiornale. Prese una foto in mano e la avvicinò agli occhi. Doveva ritrarre la moglie del cliente, quelle tinte marroni erano quelle di un corpo bruciato. Quella che stava vedendo era la donna che era stata fotografata, ma non come compariva il giorno prima. Anche lei carbonizzata. Poi c’era la foto della finestra, l’uomo aveva detto che non era rotta, nella foto invece lo era. Quella stessa finestra era stata ripresa dagli operatori ed era proprio uguale a come era nella foto.

Diego si tolse gli occhiali e riposò le foto sul bancone. Com’era possibile? Le foto erano esatte, solo che lo erano con un giorno di anticipo. Qualsiasi cosa avesse fotografato, sull’istantanea era stato impresso il soggetto come sarebbe stato diventato il giorno dopo. Si ricordò di aver fatto qualche foto anche lui, le prese dal mucchio. Quelle all’interno del negozio non avevano nulla di strano, quelle all’esterno invece lo erano. Il giorno prima era sereno, quello dopo invece no. Ed infatti le foto mostravano le nuvole che non c’erano 24 ore prima. Sentì un mancamento improvviso e dovette sedersi. Rimase intontito per qualche minuto mentre l’amico cercava di riportarlo alla realtà senza successo.

Si alzò di colpo, doveva controllare quella ipotesi, per quanto strana potesse essere. Doveva ricontrollare la macchina fotografica, vedere le foto scattate dal nipote la sera prima. Era tutto a casa però, suo figlio gli aveva detto che Remo aveva posato tutto ma non ricordava dove. Si incamminò verso la sua abitazione e nel frattempo chiamò Cesare per farsi dire quell’informazione. Nessuna risposta, probabilmente stava guidando e non poteva rispondere. Affrettò il passo e dopo pochi minuti arrivò a casa.

Rita aprì la porta, si allarmò subito vedendo il volto pallido del marito.

-Ho corso un po’, sono solo affaticato. Sai Remo dove ha lasciato la macchina fotografica che gli ho dato ieri?

-Non saprei, prova a vedere nella sua stanza

Diego perlustrò ogni angolo dell’ex cameretta di Cesare ma non trovò nulla.

-Perché non lo chiami e ti fai dire da lui?

-Ho provato prima ma non mi ha risposto. Vediamo in salone

Aprirono qualche cassetto, poi Diego la vide. La prese con cura, sotto c’erano le foto istantanee fatte dal nipote la sera prima. Le prese mentre la mano tremava ancora, aveva paura di guardarle. Si fece coraggio.

La prima ritraeva la tavola imbandita, sembrava normale. Nella seconda invece c’era Rita che sorrideva verso l’obiettivo, anche questa non aveva nulla di anomalo. Poi c’era un’altra che lo ritraeva, aveva lo sguardo serio ed un colorito molto pallido, il suo volto non guardava direttamente l’obiettivo. Non ricordava gli fosse stata scattata quella foto, forse il ragazzino aveva continuato mentre gli altri parlavano tra di loro. Prese un’altra foto, e si pentì di averlo fatto.

La foto ritraeva lui, sua moglie e suo figlio che discutevano, Cesare aveva il volto completamente coperto di sangue e sembrava che gli mancasse il braccio sinistro. La vista cominciò ad annebbiarsi, senza accorgersene Diego cominciò a piangere. Sfogliò le altre foto, Cesare compariva sempre allo stesso modo. Non poteva, o meglio, non voleva credere a quello che vedeva. Le foto cadevano una ad una mentre le scorreva. Finché non arrivò ad una in particolare, temeva che fosse lì in mezzo.

Un selfie, quel tipo di foto era così comune tra i giovani, sapeva che Remo non avrebbe resistito alla tentazione. Ce n’erano almeno una decina, tutte ritraevano il nipote in primo piano ma il viso era irriconoscibile. Mancava la mascella e un occhio penzolava dall’orbita. Si inginocchiò e cominciò a piangere a dirotto.

Rita non capiva, perché suo marito aveva una crisi di pianto vedendo quelle foto. Le raccolse da terra e le guardò, poi abbracciò suo marito per calmarlo.

-Che succede Diego? Che scherzo è questo? Quelle foto sono ritoccate?

-Chiamali, Rita. Chiama di nuovo Cesare e fatti dire come sta

La donna fece come le era stato ordinato, prese il telefono di casa e digitò le cifre che sapeva a memoria. Una strana sensazione la pervase, ebbe l’impressione che il marito sapesse qualcosa che non le aveva detto. I primi squilli furono interminabili, poi finalmente sentì una voce che conosceva.

-Pronto!

-Cesare, tutto bene?

-Sì mamma, siamo ripartiti da poco. Ci siamo fermati per una sosta tecnica all’autogrill

-Ok, c’è tuo padre qui che mi ha detto di chiamarvi. Non so bene perché…

-Passamelo, lo tranquillizzo io

Rita passò la cornetta a Diego.

-Ciao Cesare

-Ciao pà. Cos’è questa voce? Sei preoccupato?

-Sì… cioè no. Avevo un presentimento strano. Niente di che

-Tranquillo, qui è tutto sotto controllo. Sono in vivavoce, qui c’è anche Remo che ti saluta

-Ciao nonno! Qui tutto bene

-Mi fa piacere sentirtelo dire. Buon viaggio allora

-Grazie nonno, a presto

-Ok pà, ci sentiamo dopo allora

-Ok…

Stava per concludere la frase quando sentì dalla cornetta il rumore di un clacson. Sembrava una di quelle trombe dei camion, come se si avvicinasse sempre di più al telefono. Il suono di una frenata poi un rumore assordante, il frastuono di un colpo. Lamiere che si piegano, acciaio che si rompe, vetri che si infrangono. Davanti agli occhi di Diego si materializzò il suo più grande incubo. Rimase con la cornetta in mano guardando il vuoto, poi iniziò a chiamare per nome suo figlio e suo nipote. Urlò i due nomi finché non arrivò di nuovo Rita che preoccupata gli strappò dalle mani la cornetta.

-Pronto. Pronto! Cesare!

La linea cadde, Rita provò a richiamare ma nessuno rispose. Si voltò e vide suo marito a terra. Subito si riversò su di lui.

-Diego! Amore, che succede!

Un dolore forte al cuore, quelle emozioni erano troppo anche per lui. Aveva assistito alla morte in diretta di suo figlio e suo nipote. Sapeva cosa era accaduto, un incidente d’auto, forse un tir li aveva colpiti ed ora non c’erano più. Se solo avesse capito prima, se solo avesse intuito che la macchina fotografica gli aveva mostrato il futuro riservato ai due, forse avrebbe potuto evitarlo. Quella domanda non ebbe mai risposta, intanto il cuore che prima batteva così forte si stava fermando. Non aveva più tempo di spiegare cosa era successo, riuscì solo a dire una semplice parola mentre indicava la macchina istantanea.

Bruciala

Era meglio se quell’oggetto infernale non esistesse più. Chissà da dove proveniva, nell’ultimo istante prima di andarsene, Diego pensò che non solo era capace di mostrare il futuro ma forse era anche la causa delle disgrazie che si erano verificate in quei giorni. Nessuno avrebbe dovuto più utilizzare quell’arnese maledetto.

13 Agosto 1999

Christian e Romina erano rilassati come non lo ricordavano da anni. Erano seduti al tavolo di un bar e stavano sorseggiando all’aria aperta un buon caffè. L’aroma era forte, lui respirò a pieni polmoni l’aria godendosi il panorama mozzafiato. Già, perché loro quella veduta l’avevano vista sempre in foto o in televisione dato che venivano dal Nord. In una giornata senza nuvole come quella, da Via Petrarca riuscivano a vedere tutto il golfo, persino le isole al di là dell’orizzonte.

Christian finì di sorseggiare il caffè e prese la mano di sua moglie. Lei era assorta a leggere una brochure, quando sentì il tocco di lui lo guardò e sorrise.

-Amore, ti piace qui? Sembra un sogno

-E’ vero. E’ proprio come me l’aspettavo. Questa veduta di Napoli è stupenda

-Non ti innamorare troppo di questa città, la nostra vacanza non durerà in eterno

-Oh, Cri, perché devi sempre riportarmi con i piedi per terra quando sto sognando con la testa tra le nuvole? Sei in pensione ormai, spegni per un po’ quel cervello e goditi i momenti

-Hai ragione, scusa. Non sembra vero neanche a me di essere libero dal lavoro. Dopo una vita intera a lavorare puoi perdonarmi se ancora non ragiono da pensionato

-Ti ho già perdonato, tranquillo. Guarda qua questo volantino. Organizzano delle belle gite in barca per il golfo. Potremmo visitare Capri o Procida. Che ne pensi?

-Davvero bellissimo amore mio. Dopo potremmo chiamare a questo numero e prenotare per domani. Il tempo sarà sicuramente stupendo quindi nessun problema per il mio mal di mare

-Sono contenta di essere qui, con te. Ne avevamo proprio bisogno

Il cameriere venne a portare via le tazze e i bicchieri chiedendo se avevano bisogno di altro. Christian pagò il conto ed insieme a Romina passeggiò per la strada alberata. Erano affascinati da quel luogo, avevano sempre sognato di viaggiare a Napoli. Vivevano a Como quindi erano abituati ai bei panorami e alle passeggiate per il lungolago. Lei era di origini siciliane, aveva sempre pensato che a causa di quel suo sangue Mediterraneo l’acqua salata l’aveva attirata più di quella dolce. Fin da piccola era attirata da quella città meravigliosa e particolare che era Napoli. Ne era affascinata al punto che negli anni aveva imparato la storia e le curiosità legate a quel luogo. Purtroppo la vita frenetica non aveva mai lasciato il tempo per una vacanza nella sua città preferita. Da quando aveva memoria ricordava di aver sempre lavorato. Subito dopo le superiori, per mantenersi gli studi universitari, poi lo stage in una grande azienda a Milano, poi il lavoro da manager di un’impresa di consulenza. Sempre al lavoro e mai un minuto libero. Proprio sul lavoro però aveva conosciuto il suo amore, Christian.

Anche lui era della stessa pasta di Romina, un uomo che aveva fatto del lavoro una missione. Uno di quelli che portano il lavoro a casa, che non immagineresti mai sul divano a vedere un film ma sempre al telefono con i clienti. Purtroppo quel suo stile di vita gli era costato una moglie, ma poco importava perché in ufficio aveva poi conosciuto Romina. Fu amore a prima vista, una di quelle scintille che si accendono solo nei romanzi, di quelle che poi fanno divampare un fuoco eterno. Erano simili, l’uno comprendeva i difetti dell’altro. Andarono a vivere insieme nella sua casa a Como, ma c’erano settimane in cui si vedevano raramente a causa delle trasferte. Questo non diminuiva la loro passione, anzi, erano sempre più affiatati. Si sposarono, ma purtroppo quello di una famiglia più grande rimase soltanto un sogno.

Sarebbero stati degli ottimi genitori. Ne parlavano continuamente, i figli sarebbero stati l’unica ragione per tirare un po’ i remi in barca e vivere con più spensieratezza. Ma non arrivavano, quindi continuarono a dare sempre di più nel lavoro e il riposo si faceva sempre più lontano. Andarono in pensione quasi insieme, a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro poco prima di quell’estate. Una volta liberi dal lavoro Romina organizzò il viaggio che aveva sognato da troppo tempo. Fu lei a contattare l’agenzia di viaggi, doveva vedere realizzarsi le speranze di una vita. Viaggiarono in treno, la sua idea di vacanza doveva essere quanto più rilassante possibile. Dovevano godersi ogni minuto, andare lentamente. Noleggiarono un’auto appena arrivati e raggiunsero il primo B&B nel centro storico. Nei primi giorni percorsero tantissimi chilometri a piedi per le vie del centro di Napoli. Romina conosceva bene i luoghi e la storia legata a quell’agglomerato di vie. Come un moderno Cicerone faceva da guida turistica a Christian, divertito per la situazione. Ogni sera andavano a letto con i piedi gonfi e le gambe dolenti ma erano più che felici di come stava procedendo quella vacanza tanto attesa.

Quel giorno avevano lasciato il loro primo B&B per fare in check-in nel successivo. Romina aveva prenotato una camera in una villa antica su Via Orazio. Dopo i primi giorni nella parte bassa di Napoli il suo itinerario comprendeva altri giorni sulla salita più bella, dove potevano passeggiare al tramonto guardando il mare. Era la tappa più romantica del loro viaggio.

Christian guardò l’orologio, poi si rivolse a Romina.

-Mi sa che a quest’ora la stanza è già pronta. Dove hai detto che si trovava la villa?

-Proprio qui vicino. Andiamo a prendere l’auto, dovrebbero avere un parcheggio riservato agli ospiti

Arrivarono alla loro destinazione dopo pochi minuti, la villa era proprio come Romina l’aveva immaginata. L’elegante facciata bianca risplendeva alla luce del giorno, l’ingresso era lastricato di mattonelle colorate in ceramica intervallate da vasi di fiori freschi. Un grande albero di limoni si presentava maestoso accanto al portone aperto. I due scesero dall’auto ammirando quella bellezza, dietro alla villa faceva da sfondo il golfo di Napoli in tutta la sua magnificenza. Ancora affascinati raggiunsero la reception, li aspettava una donna con l’espressione sorridente.

-I coniugi Leone? Vi stavamo aspettando. La vostra camera è pronta, potete lasciare i vostri bagagli qui, un nostro addetto verrà a portarveli in stanza

Christian e Romina salirono al primo piano ed entrarono nella loro stanza. Le pareti erano chiare, dalla grande finestra entrava un sole meraviglioso. Tutto profumava di pulito, nell’aria arrivava una sottile brezza marina. Si distesero sul letto e restarono vicini e abbracciati con gli occhi chiusi. Erano nel loro sogno e niente li avrebbe riportati alla loro vita precedente.

Bussarono alla porta, era il facchino con le loro borse. Lo fecero entrare, era un tipo strano, aveva sempre la testa bassa e lo sguardo bieco. Sembrava volesse evitare i loro sguardi, i due pensarono che avesse dei problemi. Forse era ancora un ragazzo, ma non ne erano del tutto sicuri. Indossava un vestito grigio con una cravatta scura. Romina stava per prendere qualche spicciolo dalla borsa quando il facchino uscì dalla camera lasciandoli soli.

-Strano tipo il facchino, mi ha messo quasi paura

-Non preoccuparti Romina, magari ha solo mille pensieri in testa. Riposiamoci un po’ e godiamoci la nostra vacanza

Uscirono dalla stanza per ora di pranzo. Ritornarono in reception, la signora era sempre sorridente.

-Salve, possiamo pranzare qui oppure dovevamo prenotare prima?

-Nessun problema signor Leone, la cucina è sempre a vostra disposizione. Accomodatevi pure che faccio portare il menù del giorno

I due si congedarono e si recarono a pranzare. Nel breve tragitto Romina vide da una finestra un giardiniere che stava provvedendo a tagliare le siepi. Si affacciò per guardare meglio e vide che si trattava dello stesso uomo che aveva portato le loro valigie in camera. Pensò che era del tutto normale che in un B&B gestito autonomamente le stesse persone provvedessero a mansioni diverse. Era ancora sovrappensiero quando insieme al marito entrò nella sala da pranzo. Il menu del giorno era composto da un primo piatto di gnocchi alla sorrentina, per secondo invece una treccia di mozzarella alla caprese mentre per dolce c’era una torta fatta in casa. Decisero che avrebbero assaggiato tutte le portate e non rimasero delusi. Si capiva che gli ingredienti erano tutti naturali, non ricordavano di aver mangiato così bene in tutta la loro vita. quando il cameriere si avvicinò al tavolo Christian non poté evitare di fare i complimenti.

-Davvero deliziose tutte le portate. Immagino siano tutti ingredienti naturali

-Grazie mille. Mia moglie è una cuoca eccezionale. Gli ingredienti sono tutti a chilometro zero, c’è un terreno qui vicino che ci rifornisce

-Sua moglie è la cuoca? Complimenti allora, sarà abituato a mangiare bene da sempre

-Già. Cuoca, addetta all’assistenza clienti, alle pulizie, un po’ di tutto. Quando si porta avanti un’attività come questa a conduzione familiare ognuno fa quel che può

-Mi scusi, non sapevo che fosse lei il proprietario

-Ma si figuri. Mi piace tenerlo nascosto finché è possibile. Mi trovo meglio nei panni di cameriere o contabile

Romina era affascinata da quel luogo e voleva conoscerlo meglio quindi ne approfittò per parlare con il proprietario.

-Mi piace molto questo posto, è sempre stato vostro oppure lo avere rilevato?

-Apparteneva alla famiglia di mia moglie da secoli, prima però era utilizzato solo come residenza estiva dai miei suoceri. L’idea è venuta a mia moglie quando non eravamo ancora sposati, poi con il tempo abbiamo messo in piedi il B&B. Abitiamo poco lontani da qui ma questa è come se fosse la nostra casa quindi ci teniamo a far stare bene gli ospiti

-Come si fa a non amare questo posto?

-Ha proprio ragione, non si può

-Volevo farle una domanda. Io e mio marito vorremmo fare qualche tour per immergerci ancora di più nella cultura e nel folklore di Napoli. Avevamo pensato ad esempio ad una gita in barca su un’isola. Quale ci consiglia? Conosce qualcuno oppure dobbiamo rivolgerci ad un’agenzia in zona?

-Mmm, vediamo. Le tre isole sono tutte belle, io consiglio di vederle tutte. Non conosco nessuno che fa questo tipo di tour ma posso informarmi. Intanto se vi va di fare qualcosa di veramente particolare avrei un’idea. Siete anche delle buone forchette quindi potrebbe piacervi. Se volete vi spiego subito

-Ma certo, dite pure

-Ok. Il mese di Agosto noi abbiamo una tradizione di famiglia. Compriamo delle cassette di pomodori da un contadino qui vicino e tutti insieme riempiamo delle bottiglie con passate e pezzettoni di pomodoro. Come vi dicevo è una tradizione che coinvolge la famiglia, ma se qualcuno vuole aggiungersi è il benvenuto. Ognuno provvede ad un piccolo compito, a fine mattinata abbiamo le nostre conserve per tutto l’anno. Qualcuno potrete portarvela a casa così con i vostri parenti o amici organizzerete un pranzo perfetto.

-A me l’idea piace tantissimo! Christian cosa ne pensi?

-Anche per me va bene. Magari invitiamo qualche amico a casa, dato che parenti non ne abbiamo tanti. Rispetto a voi del Sud non riusciamo a tenere rapporti tanto stretti con la parentela

-Va benissimo allora. Noi cominciamo molto presto, per evitare che il caldo di metà mattinata ci rallenti. Con la frescura di primo mattino andiamo più veloci. Voi potete unirvi a noi quando volete, nessun problema. Lavoriamo nella cantina, si accede dal portoncino sotto l’arcata nel cortile. Ci conto allora

L’uomo si congedò mentre la coppia rimase a parlare a tavola. Erano felici di quella proposta, una tappa inaspettata del loro viaggio. Non avrebbero mai pensato che qualcuno producesse le conserve di pomodoro in casa, pensavano fosse una tradizione persa negli anni. Si ripresentò nuovamente il cameriere/proprietario con due caffè e due amari fatti in casa, Christian ne approfittò per confermare l’appuntamento del giorno dopo, sarebbero stati presenti all’alba pur di vivere quell’esperienza con loro.

Dopo pranzo Christian e Romina ne approfittarono per andare al Parco Virgiliano per una passeggiata. Da quella posizione goderono del panorama dell’altro lato del golfo da cui si vedeva Nisida e la Gaiola. Camminarono fino al tramonto, era la vacanza più romantica che avessero mai fatto insieme. Mangiarono qualcosa al volo nei dintorni, volevano tornare in albergo presto in modo da riposare abbastanza ed essere svegli il mattino seguente all’alba. Così fecero, alle dieci erano già a letto ed il mattino seguente si svegliarono presto e con tanta voglia di adoperarsi.

-Caro, dobbiamo aver paura di questa nostra improvvisa voglia di lavorare? Siamo pur sempre in vacanza

-Amore non preoccuparti, consideriamola una breve “distrazione” dal riposo

Insieme si recarono in cortile. Fuori c’era solo silenzio, le prime luci dell’alba illuminavano la villa rendendola quasi lugubre. La porta era aperta, una rampa di scale scendeva verso la cantina. C’era un corrimano ad aiutarli mentre delle piccole luci gialle illuminavano di poco il tragitto. Sentirono dei rumori dal basso, appena entrarono in cantina video i proprietari che già erano intenti ad organizzare il tutto.

-Buongiorno, noi siamo qui. Diteci come possiamo dare una mano

-Benvenuti! Non mi aspettavo che arrivaste così presto. Un attimo e vi spiego i compiti

I Leone nell’attesa di ricevere ordini si guardarono intorno. La cantina era semibuia, illuminata da alcune luci al neon. Su una parete c’erano le cassette di plastica riempite di pomodori rossi, l’odore acre inondava la stanza chiusa. Da un altro lato c’era un arnese in ferro con tre gambe ed una pressa collegata ad un imbuto, poco vicino invece una macchina elettrica per tritare. Accanto ancora c’erano le bottiglie di vetro vuote mentre a terra il pavimento in pietra era ricoperto di macchie scure.

-Avete fatto bene a mettere qualcosa di leggero addosso. Sicuramente vi sporcherete di rosso, se volete c’è qualche grembiule a disposizione

-Grazie mille. Saremo un po’ impacciati, immagino sia chiaro

-Non vi preoccupate, vi dico subito quello che faremo stamattina. I giorni scorsi abbiamo già lavato le bottiglie, oggi le riempiremo con due tipi di conserve, passate e pezzettoni. Per le passate bisogna tagliare in quattro il pomodoro e metterlo nella trituratrice, con un imbuto ci aiutiamo a farlo entrare nelle bottiglie. Per i pezzettoni invece bisogna prima tagliare il pomodoro in listelli sottili, poi con l’altro arnese mettete nell’altro imbuto e con lo stantuffo riempite la bottiglia sotto

La donna mimò le operazioni descritte per far capire meglio le operazioni. Tutto sembrava chiaro, prese la parola il marito.

-Mi raccomando, regola fondamentale, le bottiglie devono essere colme fino all’orlo. Non deve esserci aria all’interno, altrimenti quando le bolliamo possono rompersi

Romina era ansiosa di cominciare.

-Ok, tutto chiaro. Io cosa posso fare?

-Tu potresti preparare il basilico, è il compito più semplice. Di sopra raccogli un po’ di basilico nell’orto, lo lavi e lo tagli. Di solito lo fa nostra figlia ma oggi è uno di quei giorni quindi…

-Uno di quei giorni?

Prese la parola la proprietaria.

-E’ un’antica credenza popolare, le donne che hanno il ciclo vengono tenute a debita distanza dai pomodori. Si pensa che le conserve vadano a male. Ma vi ripeto, è una vecchia credenza ma noi per scrupolo seguiamo questo ragionamento

-Ok, faccio subito allora

Romina si mise sull’attenti e mimò un saluto da soldato, baciò suo marito e risalì le scale. Arrivò nell’orto della villa, riconobbe facilmente il basilico. La luce del sole era già più forte quindi non le fu difficile raccogliere un bel po’ di foglie, le mise tutte in una scodella di plastica che le aveva indicato la proprietaria. Anche se era una mansione molto semplice, di solito riservata alle giovani ragazze, era contenta di darsi da fare e rendersi utile. Quando sarebbe scesa avrebbe chiesto di fare altro. Era assorta nei pensieri quando sentì un rumore alle sue spalle. Si girò di scatto ma non vide nulla a parte un cespuglio muoversi. Com’era possibile in una mattinata senza vento come quella? Si stava solo impressionando, non aveva da preoccuparsi. Finì il suo compito e riscese in cantina a lavare le foglie.

Una volta finito consegnò la scodella alla signora che con un largo sorriso si complimentò.

-Questo era facile, cosa posso fare ora?

-Mi piace questo spirito di partecipazione. Mio marito sta istruendo il vostro sulle passate, voi potete fare i pezzettoni. Che ne pensate?

-Perfetto! Quindi listelli sottili, esatto?

-Corretto. Siete stata attenta prima. Lì c’è tutto l’occorrente

Romina si spostò accanto al tavolo in ceramica. Prese un coltello e iniziò a tagliare i primi pomodori. L’operazione era semplice, dopo qualche minuto non le dava nemmeno più fastidio l’odore forte dei pomodori. Era entusiasta per quella nuova esperienza e di solito quando era molto felice non riusciva a smettere di parlare. Iniziò a dialogare con la proprietaria che nel frattempo metteva i pomodori tagliati nel macchinario per riempire le bottiglie.

-Fate questo ogni anno?

-Certo. Ci garantisce un buon risparmio per tutto l’anno. Non compriamo conserve già pronte così siamo sicuri della qualità

-Capisco. Diceva che era una tradizione di famiglia, di solito siete solo voi due e vostra figlia?

-No, di solito c’è anche nostro figlio più grande ma oggi è al lavoro e non poteva venire. Quando erano piccoli c’erano anche nonni e gli zii, ora siamo rimasti solo noi a farlo. Da quando nostro figlio si è sposato siamo in tre, oggi solo in due

-Capito. Non mi sembra comunque un lavoraccio questo. Sarà che per me è una novità ma sembra divertente

-Lo è, se si sta tutti insieme è divertente. Ora che ci stiamo sbottonando un po’, voi che mi dite? Anche voi avete dei figli che vi fanno dannare?

-No. Purtroppo non ne abbiamo mai avuti

-Mi dispiace, ho toccato un tasto dolente? Non volevo

-Non vi preoccupate, nessun problema. Arrivati a questa età ci sembra normale non averne. Siamo solo io e Christian ed ora abbiamo tutto il tempo per fare quello che non abbiamo potuto fare prima. Siamo entrambi da poco in pensione

-Benissimo, mi fa piacere per voi. A parte i figli, avete qualcun altro che vi aspetta a casa? Qualche altro parente, qualche amico?

-Non molti. A Como non abbiamo parenti, di amici invece ne abbiamo abbastanza ma nessuno che sta aspettando noi. Abbiamo organizzato questa vacanza da soli senza avvisare nessuno. Era la nostra fuga d’amore

-Che bello! Due piccioncini. Non state informando proprio nessuno quindi sul vostro itinerario?

-Nessuno, nessuno. Dite che dovevamo?

-Ma no, così siete più liberi. Forse siamo noi del Sud che ci facciamo troppi problemi. Vado un attimo ad avvisare mio marito di una cosa, non vorrei che stesse affaticando troppo il signor Leone

La donna si allontanò per raggiungere il marito. Lui era accanto a Christian che spiegava il funzionamento della trituratrice.

-Bisogna mettere sempre un panno per filtrare la passata altrimenti ci saranno dei pezzetti all’interno. Vuoi tagliare tu i pomodori e io trito?

-Per me va bene tutto. Posso anche tritare io, ho capito bene come si fa

-Perfetto allora facciamo così. Non c’è ancora corrente, la spina non è nel muro. Bisogna prima controllare se all’interno è tutto ok

-Faccio io, non vi preoccupate

Christian inserì la mano nel macchinario. Avvertiva qualcosa all’interno, forse un pezzo di pomodoro tritato in precedenza?

-Sento qualcosa ma non riesco a capire

-Provate a mettere più dentro la mano. Se non capiamo bene la macchina potrebbe incepparsi

-Ci sto provando. Non è che ci sono dei topi in questa cantina? Magari un topolino si è infilato qui ed è morto

-Non penso, la cantina viene pulita ogni giorno dal nostro tuttofare

Romina era poco distante dai due uomini ma non stava seguendo il loro dialogo. Era troppo impegnata a tagliare i pomodori e immaginare alla storia che avrebbe raccontato al rientro. Sentì solo un urlo improvviso, quello di Christian. Passò meno di un secondo da quando si accorse dell’urlo a quando girò lo sguardo nella direzione del marito. In quel secondo nella sua mente cercò di dare una spiegazione confortante, magari si era solo tagliato con il coltello ed aveva urlato per il dolore. Quello che però vide non era quello che si aspettava. Christian aveva una mano all’interno della macchina per tritare i pomodori, urlava di dolore come non lo aveva mai sentito, accanto a lui c’era il proprietario della villa che però non sembrava aiutarlo. Sembrava gli stesse tenendo fermo il braccio all’interno del macchinario.

Romina vide un piccolo fiume rosso uscire dall’imbuto posto sotto il macchinario, non poteva certo essere succo di pomodoro. Senza neanche pensarci due volte si gettò verso di lui, doveva aiutarlo anche se non capiva bene cosa stesse succedendo. Fece qualche passo verso di lui, poi all’improvviso sentì un colpo dietro il collo. Poi vide tutto scuro.

Romina riaprì gli occhi, erano passate poche ore ma lei non lo sapeva ancora. Si trovava ancora in quella cantina ma era legata ad una sedia. Provò ad urlare appena si rese conto di dove fosse, ma fu inutile perché un bavaglio le copriva la bocca. Mise insieme le idee e i ricordi di quello che era accaduto prima ma non riuscì a trovare una logica. Qualcuno sembrò leggerle la mente perché una voce rispose alle domande che stava pensando in quel momento.

-Vi siete svegliata prima del tempo. Non dovevate farlo, non siamo ancora pronti

Conosceva quella voce, era la proprietaria del B&B.

-Ugo, la signora si è svegliata. Che facciamo?

-Aspetta che ho quasi finito. Falla stare calma se si agita

Romina sentiva le voci alle sue spalle, non vedeva gli interlocutori ma sapeva chi fossero. Avvertiva il pericolo e voleva fuggire da quell’incubo. Si ricordò di Christian, voleva vederlo e sapere come stava. Magari lo stavano curando, magari lo aiutavano lì per evitare di portarlo al pronto soccorso. Provò ancora ad urlare inutilmente.

-Si sta agitando, che faccio?

-Aspetta, ho quasi finito. Non farti vedere, mettiti alle sue spalle

Smise di urlare ma cominciò a muoversi sulla sedia. Avanzava di pochi centimetri alla volta, voleva liberarsi e scappare. Si spostò di lato e cadde, le sue preghiere dovevano essere state ascoltate da qualcuno perché la sedia si ruppe e riuscì a liberarsi. La prima cosa che fece fu di togliersi il bavaglio e girarsi verso la coppia. Si pentì di averlo fatto.

A terra c’era il corpo di Christian ma braccia e gambe non c’erano. Accanto a lui c’era il proprietario della villa che con una mannaia tagliava il corpo e inseriva i pezzi di carne nella trituratrice. A terra era ricoperto di barattoli pieni di carne e sangue. Romina si sentì venir meno. La mente rifiutava di credere a quello che vedeva, nemmeno il suo incubo più malato contemplava quella situazione. Lei e suo marito erano in vacanza nel loro luogo dei sogni, tutto quello non aveva senso. Stava per urlare di terrore quando l’altra donna parlò.

-State calma, non urlate vi prego. Non è colpa nostra, anche noi siamo vittime

-Cosa state facendo? Fatemi uscire di qui! Siete dei mostri!

-No, non siamo dei mostri. Siamo solo dei genitori. Lei non può capirlo… Non è facile essere dei bravi genitori

-Smettetela! E’ un incubo, non ci credo… Fatemi uscire!

-No, voi non andrete da nessuna parte. Mio figlio… mio figlio non è come tutti gli altri. Voi “normali” ve ne accorgete subito. Mio figlio è diverso, è strano… ma è un bravo ragazzo. Questo che stiamo facendo è per lui. Fin da piccolo prendeva a morsi le persone. A scuola ogni giorno c’era un episodio simile. Non siamo riusciti a fermarlo, non siamo riusciti a placare la sua fame. Lo facciamo per lui. Voi… voi siete soli su al Nord, lo avete detto prima. Nessuno sentirà la vostra mancanza. In compenso lui potrà mangiare per un po’ di tempo senza commettere altri episodi spiacevoli. Lei deve capirmi, solo una madre ed un padre esemplari possono macchiarsi di queste colpe per sgravare un figlio

-Smettila Lara, non capirà. E’ ancora sotto shock. Prendila e tienila ferma finché non arrivo io

-No, lei capisce. Non è vero che state capendo? Lei ora si siede e si fa ammazzare da lui, vero?

Romina cominciò a ridere nervosamente. Era una situazione così irreale che stava impazzendo. Non riusciva ad ammettere che era in pericolo di vita e che suo marito non c’era più a causa dei vaneggiamenti di due pazzi. Rideva mentre si allontanava dall’altra donna. Poi d’improvviso rinsavì e corse verso le scale. Scostò di lato con forza la padrona e raggiunse le scale, quella forza che arriva solo quando hai la morte con il fiato sul collo. Sulle scale fece un altro incontro, il fattorino. Era seduto con la testa bassa. Lei si fermò, lui alzò lo sguardo. Aveva la bocca sporca di rosso, come se avesse appena bevuto un bicchiere di sangue a sorsate. La mente collegò quell’immagine alle parole della donna. Quello era il loro figlio, il mostro che si cibava di carne umana. Cominciò a tremare, aveva paura che quel demone l’azzannasse da un momento all’altro. Dietro di lei sentiva i passi della pazza che la raggiungeva, incredibilmente però il ragazzo non si mosse, si limitava a guardarla con lo sguardo assente. Romina ne approfittò per salire il resto delle scale e chiudere la porta serrandola con la chiave. Era quasi libera, non le restava che uscire da quella villa e chiamare i soccorsi. Urlava e piangeva mentre percorreva il viale di ingresso. Era ancora giorno, il sole illuminava quella giornata estiva. Arrivò al cancello, era chiuso e doveva scavalcarlo. All’improvviso una macchina si fermò proprio davanti all’ingresso. Era un’auto di pattuglia della polizia, dal portellone scese un agente che vedendola spaventata e tremante si allertò.

-Signora tutto bene? Che succede?

-Aiuto, mi aiuti la prego. Sono in pericolo

L’agente in poco tempo si arrampicò sul cancello e raggiunse Romina, lei gli gettò le braccia al collo e cominciò a piangere a dirotto.

-Si calmi e mi dica cosa è successo

Romina riuscì a dire solo qualche parola sconnessa, balbettò qualcosa come “cantina”, “omicidio”, “assassini”, “cannibale”. Il poliziotto si fece ancora più serio, tolse la pistola dalla fondina e si fece accompagnare vicino alla porta che dava nella cantina. Girò la chiave nella serratura ed aprì lentamente la maniglia, lei guardava con terrore la scena.

-C’è qualcuno lì? Rispondete!

Solo silenzio, l’agente iniziò a scendere lentamente le scale. Il battito del cuore di Romina accelerava sempre di più finché non sentì la voce dell’agente.

-Signora qui è tutto a posto. Potreste scendere per spiegarmi meglio cosa avete visto? Qui non c’è nessuno

Romina era spiazzata, possibile che tutto quello che aveva vissuto era soltanto un incubo? Riuscì a farsi coraggio e scese le scale, il poliziotto l’attendeva nella cantina.

-Venga qui e mi racconti meglio quello che ha visto

-Erano in due, hanno ucciso mio marito per darlo in pasto al figlio e volevano uccidere anche me

-Venga più vicino, non c’è nulla di cui aver paura

Romina scese l’ultimo gradino, poi si sentì il rumore di uno sparo. Non riuscì a girare lo sguardo intorno, l’agente fu più veloce e la colpì alla tempia. Pezzi di materia cerebrale caddero sul pavimento mentre il corpo si accasciò senza vita.

-E’ lei che stavate ammazzando?

-Sì, è scappata all’improvviso, non sono riuscita a…

-Mamma, quante volte devo dirtelo. Dovete essere sempre attenti. E’ stato un caso che io passassi di qui a quest’ora. Una bella fortuna altrimenti sarebbe scappata e vi avrebbe denunciati

-Lo so, hai ragione. Grazie

-Non ringraziarmi, se c’ero io stamattina magari si risolveva tutto più velocemente. Giulio come sta?

-Sta bene, ha appena mangiato. Quando mangia sta sempre meglio. Tu come stai? Ti trattieni a cena da noi?

-Io sto bene. Grazie ma ora mi è passato l’appetito, penso che tornerò a casa da mia moglie. Sono stanco morto

-Va bene, caro. Porta i nostri saluti a tua moglie. Speriamo di vedervi presto

-Sicuramente. Buona giornata a voi

6 Agosto 2021

Il mare era una tavola che mischiava i colori del cielo al tramonto. Il rosso del sole ancora caldo e l’azzurro del cielo limpido. Le tinte si mischiavano sull’acqua creando un effetto di rara bellezza. Sul pontile di Bagnoli c’era chi passeggiava e godeva degli ultimi minuti illuminati della giornata. Coppiette che camminavano mano nella mano, amici che chiacchieravano, bambini che giocavano correndo. Un venerdì sera che aveva già il sapore del fine settimana, di quelli più belli, nel pieno dell’estate. Tutti avevano lasciato a casa i problemi, le preoccupazioni, quei momenti erano stati pensati per stare bene e non per affannarsi. Tutti felici e contenti, tutti tranne una persona.

Un uomo si aggirava sospettoso tra la folla. Ad ogni passo girava il volto a destra e sinistra. Cercava, ma non sapeva ancora cosa. O chi. Guardava gli altri presenti sulla passerella, incrociava i loro sguardi alla ricerca di un indizio, di un segno. Qualcuno cominciò ad accorgersi del suo atteggiamento fuori dal normale, la maggior parte però era intenta a fare altro senza lasciarsi distrarre. Il respiro si faceva sempre più affannato, aveva corso parecchio per arrivare fin lì e purtroppo la sua età gli richiedeva più riposo di quanto volesse. Qualche bambino gli sfrecciò accanto mettendolo in allerta. Vide le schiene dei ragazzi che continuavano a giocare, capì di non essere in pericolo. Lanciò un’imprecazione masticata in bocca, ma era più tranquillo. Da qualsiasi cosa stesse fuggendo, ora era al sicuro.

Si sedette su una panchina, chiuse gli occhi e tirò un respiro profondo. Il sapore di salsedine gli entrò nelle narici ed insieme a quello ritornarono tutti i ricordi associati a quel luogo. Rilassò i muscoli tesi e prese a respirare regolarmente. Riaprì gli occhi e diede un ultimo sguardo di controllo in giro. Tutto regolare, le persone passeggiavano serene senza destare nessun sospetto. L’uomo si alzò e fece qualche passo in avanti. Percorse metà del pontile respirando a pieni polmoni l’aria di mare. Intorno a lui la piccola cornice di golfo sembrava abbracciarlo per dargli sicurezza.

Si appoggiò alla ringhiera guardando i colori intensi del mare. Quella distesa immobile gli dava pace. Alle orecchie arrivavano le risate dei bimbi e il verso di qualche gabbiano. Poi sentì il rumore di un tuffo. Stava guardando l’orizzonte quando quel suono attirò la sua attenzione e guardò in quella direzione. L’acqua si increspava formando un cerchio. L’uomo si sporse un po’ in più per vedere meglio ma quello che vide venire fuori dall’acqua aveva dell’incredibile.

Una donna.

Il busto di una donna fuoriuscì dal mare e guardò nella sua direzione. L’acqua la copriva dal collo in giù, aveva lunghi capelli scuri ed un enorme sorriso adornava il bellissimo volto.

L’uomo chiuse e riaprì gli occhi due volte, pensò di stare sognando. Da dove era sbucata quella ragazza? Una folle in cerca di un brivido o forse aveva solo pagato il pegno di una scommessa persa? Non riusciva a distogliere lo sguardo, si girò solo per controllare se anche gli altri se ne fossero accorti ma ognuno era intento a passeggiare indisturbato. La guardò ancora, lei rimandava lo sguardo senza mai smettere di sorridere. Poi si rituffò in acqua, e l’uomo vide qualcosa che gli fece venire i brividi. Quando la testa era in basso non vide le gambe risalire, ma una coda di pesce. Non poteva sbagliarsi, quelle che aveva visto erano delle pinne enormi.

Spaventato da quella visione si staccò dal ferro e camminò all’indietro fino al centro della passerella. Possibile che quella che aveva visto era una sirena? Non poteva essere, era solo uno scherzo di cattivo gusto e lui ci stava cascando. All’improvviso sentì un verso di uccelli. Non i soliti gabbiani che sorvolavano la zona ma un suono stridulo che non ricordava di aver mai sentito. Alzò gli occhi in direzione di quel suono coprendosi gli occhi con una mano per ripararsi dalla luce del sole. Un uccello si stava avvicinando, volava proprio nella sua direzione. Man mano che era più vicino si rendeva conto di quanto fosse grande. Gli passò sopra la testa ed atterrò su una panchina a poca distanza da lui. Le dimensioni erano spropositate ma quando vide la testa rimase a bocca aperta per lo stupore e la paura.

Quell’uccello aveva la testa di una donna.

Lo sguardo era arcigno e guardava proprio nella sua direzione in un tono di sfida. Fece qualche goffo passo verso l’uomo che subito indietreggiò. Il mostro aprì la bocca ma stavolta invece del solito verso da uccello uscirono parole umane.

-Dove stai scappando? Vieni da noi

Aveva sentito bene? Quell’orrendo mostro stava parlando con lui chiedendogli di seguirlo? L’uomo si guardò intorno sperando che qualcuno intervenisse. Stranamente però gli altri sembravano badare ancora ai fatti loro, solo una giovane coppia sembrò aver notato qualcosa di strano ma si allontanò senza distogliere lo sguardo. L’essere metà donna metà uccesso fece un altro passo verso l’uomo che a quel punto decise di rispondere.

-Cosa vuoi? Cosa vuoi da me?

-Voglio solo il tuo bene. Vogliamo solo il tuo bene

-Cosa ne sai tu del mio bene? Lasciami stare! Sei solo un mostro, un’arpia venuta a farmi del male

Da lontano sentì un’altra voce, più imponente, che si intromise in quello strano dialogo.

-Vogliamo solo il tuo bene, devi crederle

L’uomo voltò lo sguardo in direzione della voce, all’ingresso del pontile. Vedeva un gruppo sparuto di persone, dietro di queste però si ergeva una figura più imponente. Più si avvicinava e più sentiva indistinguibile un rumore di zoccoli sull’asfalto. Quando le persone si tolsero dalla visuale riuscì a vedere la figura per intero. Aveva il corpo di un cavallo ma dalla parte anteriore spuntava il busto di un uomo. Le quattro zampe di quella bestia si muovevano lentamente, come se non volesse spaventare il suo interlocutore. Già, come se non fosse già spaventato per aver visto davanti ai suoi occhi per la prima volta un centauro.

-Chi sei? Cosa vuoi… cosa volete da me?

-Stai calmo. Non ci riconosci?

-Certo che vi riconosco! Siete dei mostri! Siete qui perché mi volete morto

-Fidati di noi. Non siamo cattivi. Vedi? Non ti stiamo attaccando, siamo qui fermi e vogliamo solo parlare

-Parlare? Ma li avete sentiti? Qualcuno li sta sentendo o sono il solo?

L’uomo si guardò intorno preoccupato. Aveva attirato l’attenzione di tutti i presenti. Tutti lo guardavano ma quello che vedeva nei loro occhi non era paura, ma pena. Sembrava proprio che gli altri stessero provando compassione per lui anche se non ne capiva il motivo.

-Datemi una mano! Qualcuno mi aiuti

Qualcuno si allontanò affrettando il passo, altri fecero finta di nulla senza riuscire a fingere interesse per quella scena insolita. L’uomo allora cominciò ad avvicinarsi alle altre persone chiedendo aiuto.

-Lei, lei li vede? Mi risponda, non se ne vada… E lei, signorina, non scappi anche lei. Qualcuno sa dirmi perché ce l’hanno con me?

Intanto sentiva le loro voci, le opinioni di quelli che ormai erano solo delle comparse in quella scena teatrale.

Cosa vogliono da lui?

Perché non ne parlano da un’altra parte?

Amore, andiamo via. Saranno fatti loro, non ci impicciamo

Tra tanti posti proprio qui? Non hanno niente di meglio da fare?

E se poi solo sono davvero cattivi?

Non era il solo a vedere quei mostri. Purtroppo però sembrava che gli altri non volessero in nessun modo fare qualcosa per lui. Doveva fronteggiare quei nemici da solo. Fece due passi decisi in direzione dell’arpia che stranamente fece un passo indietro. Riusciva anche lui ad incutere timore in quelle bestie?

-Andate via vi dico. Questo non è il posto per voi!

Fece un altro passo in avanti quando sentì dei passi che si avvicinavano. Un altro essere corse nella loro direzione e si fermò accanto al centauro posandogli una mano sul dorso. Quando girò il volto in direzione dell’uomo, questo si accorse della gravità di quel gesto e subito con entrambe le mani si coprì il volto e si accovacciò a terra. Prima di chiudere gli occhi aveva visto di chi o cosa si trattasse. Aveva il corpo di una donna ma dalla testa al posto dei capelli c’era un groviglio di serpenti. Decine di serpenti che si muovevano aprendo e chiudendo le fauci. Lui sapeva di cosa si trattasse, era una gorgone e il solo sguardo lo avrebbe tramutato in pietra.

Ancora accovacciato cercò di parlare per convincere un’ultima volta quelle bestie immonde a lasciarlo stare.

-Perché? Perché ce l’avete con me? Lasciatemi in pace. Lasciatemi solo!

L’ultima fetta di passanti presenti sul pontile si dileguava verso l’uscita, un silenzio spettrale piombò sulla scena. L’uomo avvertì dei passi avvicinarsi a lui, sempre tenendo le mani sul volto cercò di allontanarsi strisciando sull’asfalto.

Vi prego, andatevene. Andatevene…

Cominciò a piangere a dirotto. Ormai era conscio del destino che lo attendeva. I mostri sembravano non ascoltarlo ed avanzavano in silenzio verso di lui. Sentì altri rumori più veloci, come qualcosa che strisciava. Aprì un piccolo spiraglio tra le dita in modo da vedere meglio. Ormai era spacciato e la curiosità stava prendendo il sopravvento.

Vide due figure, più piccole, che avanzavano. Vedeva i loro sorrisi stampati sui volti innaturali. Il corpo da bambine e la coda di serpente, due echidne gli strisciavano incontro, lo deridevano. Ormai era alla loro mercé, non poteva fare altro che deporre le armi e abbracciare il fato, per quanto tremendo fosse. Tolse le mani dagli occhi e guardò per l’ultima volta le creature che aveva davanti. Erano in fila, l’una accanto all’altra e lo guardavano con sguardo serio e preoccupato. L’arpia, il centauro e la gorgone, mentre le altre due piccole creature continuavano a girare in tondo. Richiuse gli occhi attendendo il braccio della morte.

Quello che sentì subito dopo però non era una minaccia. Avvertì il tocco di una mano sulla sua spalla. Come una carezza, un gesto che cercava di incutere sicurezza più che terrore. Riaprì gli occhi e finalmente li vide.

I mostri che prima erano davanti a lui non c’erano più, al loro posto c’erano delle persone. Erano intorno a lui e gli sorridevano tristemente. Un uomo, due donne e due bambine. Non li riconobbe subito, era ancora sotto shock, ma fu quella prima frase detta da una delle donne a risvegliare la memoria.

-Papà, siamo qui con te. Andrà tutto bene

Fu in quell’istante che li riconobbe. I suoi figli Laerte, Olimpia e Tea, le sue nipoti Grazia e Noemi. Erano lì per lui e quando capirono che lui li aveva finalmente riconosciuti lo abbracciarono con forza. Fu una scena molto commovente, i pochi estranei presenti non poterono fare a meno di trattenere le lacrime per quella che era chiaramente una tragedia familiare sfiorata.

I figli ritrovati dell’uomo lo aiutarono ad alzarsi e lo fecero sedere su una delle panchine. Le bimbe ignare della serietà della situazione continuavano a giocare tra loro e correre in direzione del nonno abbracciandolo con affetto. L’uomo ormai rinsavito ripercorreva gli sguardi dei suoi cari, delle uniche persone al mondo che gli erano vicino. Avrebbe tanto voluto scusarsi con loro, avrebbe voluto trovare le parole giuste per far capire quanto era afflitto per le preoccupazioni che gli stava dando. Ma loro non erano più bambini, capivano come si sentiva e senza parlare gli fecero intendere che tutto si era risolto e quella era la cosa importante.

-Andiamo a casa. Hai bisogno di riposarti

-Tra poco le temperature si abbasseranno e non ti farà bene. Aggrappati a me

-Nonno! Nonno! E’ vero che starai un po’ con noi a giocare?

-Bimbe non fatelo affaticare. E’ molto stanco ed ha bisogno di riposo

L’uomo fece come gli era stato consigliato. Si alzò e accettò l’aiuto della figlia più piccola. Ancora non riusciva a dire una parola, mentre un’ultima lacrima scendeva sul volto rigato dalle rughe.

Qualche metro più distante una giovane coppia guardava l’epilogo della toccante scena. La ragazza con la voce rotta dall’emozione chiese al ragazzo cosa ne pensasse.

-Chissà chi sono quelli lì. Per un momento ho pensato che l’anziano potesse buttarsi in acqua

-Per fortuna non è successo nulla. Sai chi è quel signore?

-No. Lo conosci?

-Non personalmente, ma so che è un docente universitario di storia antica. E’ stato il professore di mio cugino Arnaldo. Mi ha sempre detto che tutti gli studenti erano affascinati quando spiegava in aula. Ora non è che l’ombra di sé stesso

-Che gli è successo?

-La moglie era malata da tempo. Pensa che si è ritirato dall’insegnamento per starle vicino. Ed è servito, sai? Lei stava meglio finché lui le teneva compagnia. Poi, sai com’è in questi casi, da un giorno all’altro se n’è andata. Da quel giorno so che lui non è più lo stesso. Hanno provato a convincerlo a ritornare al lavoro per distrarsi ma è stato inutile. C’è chi dice che il dolore forte lo ha spinto a… vedere delle cose. Non so se è vero, ma sembra che si sia chiuso in un mondo tutto suo, fatto di creature fantastiche della mitologia greca. La Grecia era il suo pallino, suo e della moglie. Amavano la storia greca, forse per lui rivivere la magia del mito è il modo di proteggersi dalla triste realtà in cui si trova adesso. Senza la donna che ha sempre amato, solo

-Meno male che ci sono i figli con lui. Sembravano davvero affezionati a lui

-Già. Meno male

I due ragazzi si abbracciarono mentre l’ultimo raggio di sole scompariva dietro l’orizzonte ed il rumore di un tuffo proveniva dalla superficie del mare.