24 Settembre 1997

L’inizio dell’anno scolastico è un trauma, sempre. Ad ogni età, in ogni corso di studi, i primi giorni sono quelli più duri. Qualche settimana prima eri a crogiolarti al sole o a casa, senza alcun pensiero e godendo ogni minuto del giorno. Le giornate sembrano durare in eterno, l’estate sembra non finire mai. Poi, di colpo, arriva Settembre e senti nell’aria quei profumi che ti riportano con i piedi per terra. Le prime piogge, la città che lentamente si ripopola, il silenzio che fa posto al caos. E poi, si ricomincia di nuovo. Le aule, i banchi, la campanella, i professori, ma anche gli amici di sempre che nel bene o nel male sono sempre presenti.

L’inizio è sempre difficile, figurarsi quando non si conosce ancora nessuno, quando si è estranei a tutto ed il carattere timido non aiuta. Era così per Fausto, il nuovo arrivato della quarta H del liceo scientifico Calamandrei. Fino a qualche settimana prima era uno studente di un altro liceo scientifico, in un altro quartiere, poi di colpo i genitori hanno dovuto fare una scelta. La nonna materna era morta ed il nonno era rimasto solo in casa. Una situazione insostenibile considerando l’età avanzata dell’uomo rimasto solo. A quel punto decisero di trasferirsi tutti e tre in una casa poco distante dall’anziano in modo da dare assistenza più facilmente.

Tutto risolto quindi, tranne che per Fausto. Nessuno aveva pensato ad interpellarlo sulla scelta. Aveva pur sempre 16 anni, qualcuno avrebbe dovuto chiedere la sua opinione. Non fu così, subì la scelta e così si trovò di punto in bianco in un quartiere nuovo così lontano da dove era cresciuto. Dovera ripartire da zero, una cosa che forse era facile per i grandi o i più piccoli, ma per quelli della sua età era profondamente difficile.

Il primo giorno di scuola si rese conto di quanto la classe fosse affiatata. Non tutti, sia chiaro, ma i gruppetti che si erano formati erano saldi e probabilmente a numero chiuso. Dopo la prima settimana Fausto aveva l’impressione che se quella successiva non fosse andato a scuola nessuno se ne sarebbe accorto. Probabilmente non ricordavano nemmeno il suo nome, come lui non ricordava i loro. Aveva presente il volto di tutti ma non riusciva ad associare loro i nomi. Era più forte di lui, la mente rifiutava di imparare. Fu nella seconda settimana che avvenne qualcosa che cambiò tutto.

Era chiuso in bagno in silenzio. Avrebbe voluto chiudersi lì per tutta la mattina pur di non affrontare un’altra giornata da fantasma. Era appena finita la seconda ora di lezione e mentre gli altri erano rimasti in classe ad aspettare l’arrivo del professore, Fausto in silenzio era andato in bagno. Era lì già da qualche minuto quando sentì il rumore della porta esterna che si apriva. Dei passi regolari, poi delle voci.

-Allora stasera riesci a venire da Sara?

-Non lo so, i miei ieri hanno detto che mi spetta solo un’uscita alla settimana finché non recupero Latino e Matematica

-Ma come? Dai che stasera ritorniamo nel regno dei sogni! Uuuuuu

-Dai, finiscila. Mi brucio l’uscita di sabato se vengo stasera

-E che ti frega?. Pensa che Sara mi ha detto che prova a spostarsi un po’ più in là, prova a spingersi oltre il suo limite…

-Zitto! Che ti prende? Vuoi che qualcuno ci senta?

-Ma siamo da soli qui. Tranquillo Luigi non c’è nessuno. Immagina, stasera potremmo fare qualche bello scherzetto in giro

Fausto ascoltava quella conversazione sempre più incuriosito. Stava attento a non causare nessun rumore per celare la sua presenza. Aveva riconosciuto le loro voci, erano due compagni di classe. Voleva capire meglio di cosa parlassero. Purtroppo però sentì una strana sensazione alle narici. Un prurito leggero che in pochi secondi divenne insopportabile. Ormai era chiaro, stava per starnutire. Inspirò l’aria ed emise un rumoroso starnuto.

Di colpo il silenzio piombò nel piccolo bagno. Fausto si tappò la bocca istintivamente ma il guaio era stato fatto. Stava quasi pensando di averla fatta franca quando la porta si aprì di colpo e due figure gli si pararono davanti. Li aveva riconosciuti, erano i due del banco nella terza fila a destra e i loro sguardi non preannunciavano nulla di buono. Furono loro i primi a parlare.

-Che ci fai tu qui?

-Sono in bagno, secondo te?

-Non hai i pantaloni abbassati, non prenderci in giro. Ci stavi ascoltando

-Cosa hai sentito?

-Ragazzi, io…

La frase fu interrotta dal rumore della porta esterna che si apriva di botto. Entrò un ragazzo, anche lui della quarta H, con il volto rosso per la corsa.

-Ragazzi, il prof è in classe! Venite subito o vi mette una nota.

I tre tornarono contrariati in aula seguendolo, Fausto avvertiva gli sguardi in cagnesco degli altri due. Dopo le scuse al professore tutti presero posto. A metà della terza ora Fausto sentì un dito che gli tastava la schiena. Si girò e vide una mano che gli tendeva un foglio piegato. Era troppo teso per guardare il volto di quel messaggero. Si rigirò verso la cattedra e di nascosto aprì il biglietto. Solo poche parole su un foglio a quadretti, ma chiare come il sole.

Trattieniti fuori scuola alla fine delle lezioni. Dobbiamo parlare!

Qual punto interrogativo finale non era di buon auspicio, si era cacciato non volendo in una brutta situazione. Passò il resto della giornata a scuola con i battiti a mille e pensando a come scappare a casa.

Suonò la campanella, l’ultima di quella mattina. Si affrettò a mettere libri e quaderni nello zaino e uscì di corsa dall’aula. Dovette però fermarsi davanti al portone dell’istituto, ancora chiuso. Il signor Raffaele, il custode, andava sempre lento e quella giornata non era da meno. Fausto era fermo davanti alla porta quando si sentì strattonare alle spalle. Qualcuno lo aveva preso per lo zaino e lo obbligava a camminare all’indietro.

-Dove credevi di andare? Noi dobbiamo parlare

Una voce femminile, non gli sembrava familiare. Si girò e la vide, era la ragazza dell’ultimo banco. Capelli corti, biondi, maglietta scura con il logo di una band rock americana, jeans larghi e scarpe da ginnastica quasi del tutto coperte dall’orlo dei pantaloni. Aveva le braccia incrociate ed uno sguardo che non lasciava speranze. Nonostante l’espressione da maschiaccio Fausto non poteva non notare quanto fosse carina. Accanto a lei c’erano i due ragazzi incontrati prima nel bagno.

-Stai attaccato a noi, usciamo di qui e facciamo due passi.

Quando il portone si aprì un fiume di ragazzi uscì dall’istituto per riversarsi per strada. Alla fine di quel corteo c’erano i quattro giovani che camminavano a passo lento, uniti. Si fermarono non molto lontano, c’era una panchina di pietra distante dalla fermata dell’autobus. Lì erano sicuri che nessuno li avrebbe sentiti. I tre guardarono Fausto dritto negli occhi e cominciarono il loro personale interrogatorio.

-Andiamo dritto al sodo, cosa hai sentito prima nel bagno?

-Niente

-Non è possibile, dicci cosa hai sentito

-E va bene. Dicevate di andare da una certa Sara

-Sono io, continua

-Nulla, solo quello. Che uno di voi non sapeva se riusciva a venire. Poi avete parlato di andare lontano, da qualche parte

-Cosa pensi di aver capito. Spiegati

-Che avete in mente non so cosa. Magari uscire di nascosto, prendere la macchina dei suoi genitori e andare chissà dove. Ragazzi, non vi giudico, fate quello che volete

Gli altri si guardarono negli occhi con sguardi interrogativi.

-Siamo sicuri che sappia solo questo?

-Io di lui non mi fido. E se poi succede qualcosa e va a dire tutto in giro?

Parlò la ragazza con voce ferma.

-Il problema è un altro. E’ fuori strada e se decide di spifferare la sua versione in giro gli crederebbero. Ragazzi, io glielo dico

-Ma no! E’ nuovo, non lo conosciamo, non possiamo fidarci di lui

-Io mi fido. Sarà una sciocchezza ma guarda il portachiavi sul suo zaino

Tutti si girarono a fissare lo zaino di Fausto lasciato a terra. Sulla parte anteriore c’era un piccolo portachiavi con un simbolo, i ragazzi lo conoscevano bene.

-Ti fidi di lui solo perché ha sullo zaino il simbolo dei Ribelli? Se aveva quello dell’Impero invece?

-Conosce Star Wars, magari è un nerd come noi. Abbiamo iniziato con il piede sbagliato ma sento che possiamo provarci

Fausto li guardava parlare di lui come se non fosse presente. Una sensazione che aveva provato fin troppe volte. Poi si voltarono verso di lui ed un piccolo sorriso si formò sui loro volti.

-Ok, sei invitato anche tu stasera da me. Porta un borsone con un pigiama pulito, spazzolino, asciugamani e lo zaino pronto per domani. Abito al Parco Vesuvio, vediamoci tutti all’ingresso alle sette stasera. Puntuale!

Fausto non ebbe il tempo di accettare o rifiutare, i tre si allontanarono dandogli le spalle.

-Ma, io…

-Puntuale!

Ritornò a casa con una miriade di pensieri in testa. Cosa avrebbe detto ai genitori? Di punto in bianco dei fantomatici amici lo avevano invitato a dormire fuori? Come avrebbero reagito? Affrontò l’argomento a pranzo, fu difficile trovare le parole adatte. Li vedeva stranamente contenti. Certo, sapere che il loro timido figlio avesse già fatto amicizia era una buona cosa, ma volevano delle garanzie sui ragazzi. Parlare con i genitori della ragazza che li aveva invitati. Con un po’ di reticenza Fausto accettò di farsi accompagnare da suo padre, sarebbe salito a parlare con i genitori di Sara per tranquillizzarsi. Tutto sommato era andata più che bene.

Alle 19 in punto il padre accompagnò Fausto fuori al grande cancello del Parco Vesuvio, ad aspettare il ragazzo c’erano i tre inseparabili amici. Si presentarono, Fausto si rese conto che non conosceva i nomi dei due ragazzi, Marco e Luigi. Insieme si avviarono a casa di Sara. I genitori di lei tranquillizzarono l’uomo. La loro casa era grande e la ragazza aveva l’abitudine di invitare gli amici per la cena così come per la notte. Avrebbero dormito in tre stanze separate. Il padre di Fausto, soddisfatto, si congedò mentre i ragazzi scesero nel parco aspettando la cena.

Era un parco ben attrezzato, c’erano campi di calcio, di tennis, giostrine per i bambini più piccoli. Il posto ideale per una piccola comitiva. I ragazzi entrarono all’interno di uno dei campi di calcio, c’era già un pallone di cuoio così cominciarono a fare qualche tiro in porta.

-Giochi a calcio Fausto?

-Sì ma non lo seguo in TV

-Mettiti in porta, quando pari prendi il posto del tiratore

-SE pari

Puntualizzò Sara. In effetti la ragazza non andò mai in porta, ogni suo tiro era imparabile. Rispetto agli altri sembrava distante anni luce per tecnica. Fausto restava a bocca aperta mentre gli altri due erano poco sorpresi, lo conoscevano bene e sapevano di che pasta era fatta. Quel gioco insieme servi per farli sciogliere. La tensione che c’era stata quella mattina sparì velocemente, a vederli da fuori sembravano amici da una vita. Fausto in cuor suo sperava di trovare in loro dei veri amici, non semplicemente dei compagni di scuola di un solo anno. E poi c’era lei, Sara. Quando la guardava diventava completamente rosso e sperava che nessuno se ne accorgesse.

Dopo un po’ il padre di Sara si presentò sul campo per farli ritornare a casa, era già tutto pronto per la cena. I ragazzi salirono e si prepararono velocemente. Fu una bella serata, i genitori di Sara erano tipi alla mano, malgrado la differenza di età era piacevole conversare con loro. Per la prima volta dopo tanto tempo Fausto pensò che trasferirsi non era stata una cattiva idea. Dopo il pasto i ragazzi furono liberi di andare nella stanza di Sara. Chiacchierarono molto, parlarono del più e del meno. Sembrava quasi che l’argomento di quella mattina fosse stato dimenticato. Tutt’altro, sapevano che quello non era il luogo ed il momento adatto. I grandi potevano arrivare nella stanza in qualsiasi momento quindi gli argomenti da trattare erano ben altri.

Si erano fatte appena le 23 quando decisero di prepararsi per andare a letto. Fausto li seguì senza controbattere, anche se gli sembrava strana quella situazione. Si sarebbe aspettato un gesto, un segno, qualcosa che facesse capire cosa sarebbe successo dopo, ma niente. Si lavarono, misero i pigiami e si diedero la buonanotte, poi ognuno nella propria stanza a dormire. Sara nella sua cameretta, Luigi in una camera che era stata pensata per il fratello mai arrivato di lei, Marco e Fausto in un’altra camera con un letto a castello.

Era passata da poco mezzanotte ed era sempre più stranito. Provò a chiamare Luigi nel letto sopra di lui.

-Luigi sei sveglio?

-Sì, non riesco a prendere sonno. Ma dobbiamo provare a dormire

-Se non hai sonno potremmo parlare un po’

-Non se ne parla, dobbiamo assolutamente dormire. Poi lo capirai

-Capire cosa?

-Niente domande, fai sempre finta di niente. E’ l’unica regola

-Ok

-Senti, lo so a cosa stai pensando. Si vede lontano chilometri

-Cosa?

-Dai, non puoi mentirmi. Ti piace Sara

Fausto divenne paonazzo, per fortuna era buio e Luigi non si era affacciato.

-Questo silenzio è una conferma, lo sai?

-Ma no, smettila

-Fa come vuoi, a me non sfugge niente

-E se anche fosse?… Nel senso, se fosse così secondo te ci sono speranze?

-Lo sapevo! Non lo so, amico. Sara è così… imprevedibile. E’ una forza della natura

-Vi conoscete da parecchio?

-No, solo dal primo anno di liceo. Con noi è stato amore a prima vista

-Ah, scusa. Non pensavo che foste fidanzati

-Hai capito male, amico. Amore nel senso platonico. Diciamo che Sara non è il mio tipo. Se non fossimo così amici lo sarebbe Marco

-Ah, ok. Avevo capito male

-Figurati. Ora però basta parlare. Vediamo di prendere sonno

Il pensiero di Sara tenne sveglio Fausto ancora per un po’. Poi finalmente si addormentò.

Si sentì ondeggiare, la sensazione era come trovarsi su una zattera sull’acqua. Una voce ovattata lo chiamava. Pian piano la voce acquistava nitidezza, poi riuscì a sentirla Aprì gli occhi e vide una mano sulla sua gamba che lo ondeggiava. Gli occhi si abituarono al buio e vide il volto sorridente di Sara. Subito si alzò di scatto e vide che accanto a lei c’erano gli altri.

-Finalmente ce l’hai fatta! Siamo qui da non so più quanto tempo

-Scusate, ho il sonno pesante

-Ce ne siamo accorti. Su, andiamo

-Andiamo dove? Sono ancora in pigiama

-Quello non è un problema. E’ solo perché pensi di essere vestito così. Adesso pensa di essere vestito diversamente

Fausto li guardò stranito.

-Guarda come faccio io

Fu la ragazza a parlare. Chiuse gli occhi e inspirò profondamente. Di colpo il pigiama che indossava cambiò, si materializzò un’onda luminosa che quando scomparve lasciò il posto ad un paio di jeans e una maglietta verde. Fausto rimase paralizzato, chiuse e riaprì un paio di volte gli occhi. Non riusciva a credere a quello che aveva visto.

-Ma… Ma… Come?…

-Dì la verità, stai pensando di stare ancora sognando, non è vero?

Il ragazzo fece sì con la testa. Marco rispose prontamente.

-Ed hai proprio ragione! Vedi, la nostra amichetta ha un, diciamo, superpotere. Riesce a viaggiare nei sogni e può interagire con chi sta sognando

-Esatto. Però non è così semplice come lo dice lui. Se le persone sono più vicine allora è più facile, per quelli che sono lontani dal mio corpo allora è sempre più difficile

-Quindi state dicendo che io sono ancora qui nel letto a dormire?

-Sì. Non è come nei film in cui vedi il tuo corpo disteso e tu sei come un fantasma che vola. Quello che vedi intorno a te è un misto tra realtà e sogno e non è semplice distinguere le due cose

-Wow. Ecco perché l’altra volta nel bagno…

-Esatto. Noi siamo amici intimi di Sara e quindi conosciamo il suo segreto da tempo, ma immagina se qualcuno sapesse quello che è capace di fare. Ci siamo fidati di te, ma non possiamo dire lo stesso degli altri

Intanto gli altri avevano già effettuato il cambio di abiti, era da tempo che avevano imparato a manipolare la realtà onirica a proprio piacimento. Per Fausto l’operazione fu più lunga. Gli avevano spiegato che non doveva fare altro che volerlo, pensare qualcosa intensamente per fare in modo che questa si compia. Dopo una decina di minuti capirono che quella sera non avrebbe fatto progressi migliori, il massimo che riuscì a fare fu cambiare le pantofole in scarpe da ginnastica. Il risultato era tutto da ridere, un paio di scarpe e un pigiama azzurro.

-Ok, ora dove andiamo?

-Che ne dite se andiamo a fare un giro dalle parti del professore di Latino?

-Già, speriamo abbia degli incubi come li fa avere a noi durante la lezione

I quattro amici uscirono di casa e si riversarono in strada. Ogni cosa servisse bastava pensarla, ad esempio per uscire bastava solo immaginare che la porta fosse aperta. Ognuno di loro materializzò una bici per potersi spostare più velocemente. In pochi minuti arrivarono fuori dall’appartamento del professor Aspide. Parcheggiarono le bici sul marciapiede ed entrarono nell’appartamento.

Era piccolo, poche stanze e la maggior parte in disordine. Il maestro di Latino era sempre stato un tipo schivo. Rispetto ad altri insegnanti che cercavano di stimolare gli alunni, magari cercando di comprendere i loro modi di fare, le tendenze, Aspide prendeva sempre le distanze. Aveva una brutta opinione delle nuove generazioni ed ogni frase puntualizzava sempre quel suo concetto. Frasi del tipo:

Ai miei tempi i ragazzi erano più rispettosi

La vostra generazione non concluderà niente

Non avete proprio idea di cosa abbiamo dovuto subire noi per arrivare ad una società libera come la vostra

Non certo le parole migliori se si vuole tirare fuori dai ragazzi la parte migliore, ma era fatto così e proprio per quello era odiato dalla stragrande maggioranza dei suoi alunni.

-Vediamo cosa sogna il nostro prof. Per avere sempre quel suo bel caratterino mi immagino vampiri e licantropi

-Oppure nei suoi sogni ci siamo semplicemente noi studenti da torturare. Magari si lascia andare alle sue voglie più nascoste

-Se è così io rimango qui, ragazzi. Non ho proprio voglia di vedere qualcosa di orrendo

-Ma dai, Sara, stiamo scherzando. Giusto una sbirciatina

I ragazzi entrarono in punta di piedi nella camera da letto, il maestro dormiva in un sonno tranquillo

-Guardatelo come è rilassato. Forse ha già sognato

Parlò Sara, con voce preoccupata.

-Non è detto ragazzi. Ricordate che tutto quello che vedete non si sa se è realtà o sogno. Li sentite anche voi questi rumori di passi?

Tutti si zittirono. Sentirono dei passi fuori dalla stanza quindi si avvicinarono alla porta per ascoltare meglio. Poi delle voci che litigavano. Una la conoscevano, era quella del loro professore, l’altra era quella di un ragazzo. Si girarono, Aspide non era più nel suo letto. Aprirono lentamente la porta e lentamente spostarono le loro teste per vedere la scena.

Il corridoio non era di quell’appartamento, la scena era ambientata in un’altra casa, più grande. C’era il loro professore, visibilmente più giovane di come lo conoscevano, e di fronte a lui un ragazzo che non ricordavano di conoscere. Era vestito alla moda di fine anni 80, giacca di pelle e jeans stracciati. Non era difficile capire che era un vero e proprio scontro generazionale, i due protagonisti erano padre e figlio.

-Anche oggi il preside mi ha avvisato che non sei andato a scuola. Dove sei stato tutto questo tempo?

-E a te cosa importa?

-Cosa mi importa? Sei mio figlio, secondo te è poco?

-Già, come se contasse qualcosa

-Che stai dicendo?

-Ma ti sei visto? Per te sono come invisibile, riversi su di me le tue frustrazioni. A volte penso che vorrei proprio essere uno dei tuoi alunni

-Continuo a non capirti. Qui non si sta parlando di me ma di te. Di come tutti i tuoi voti sono bassi e rischi di essere bocciato

-E allora? Non te n’è mai fregato niente di me. Quando invece parli dei tuoi alunni, vorrei farti vedere come diventi. Ti si illuminano gli occhi. E sto parlando di ragazzi che non hanno voti alti, ma di quelli che vanno male in tutte le altre materie ma con te no. Perché sei così buono con loro che apprezzi anche i piccoli sforzi

-Io non devo dare spiegazioni a te di come…

-Hai ragione, non devi dare spiegazioni a me. A me serve un padre, quello che non ho mai avuto. Sono diventato quello che sono per farmi vedere da te, ma tu comunque non mi vedi. Avrei voluto tanto sentire dalla tua bocca una bella parola, come quelle che dici ogni giorno ai tuoi alunni. Vorrei tirare fuori un po’ di coraggio, di forza, ma tu con me sei diverso. Ed ora sono così per causa tua

-Non ti permettere! Non dare la colpa a me del fatto che sei un buono a nulla. Sprechi le giornate senza meta. Tu non hai futuro!

-Ecco, questo è quello che dicevo. Per me riservi solo queste parole. Non ricordo da quanto tempo non mi abbracci. Sei il padre peggiore che mi potesse capitare

Poi un rumore, uno strano rumore. Il ragazzo non aveva terminato la frase che il padre gli aveva assestato un sonoro ceffone, così forte da fargli girare la testa. I ragazzi videro la scena spaventati, ma quello che udirono non era il suono di uno schiaffo, ma più forte e più oscuro. Gli attimi di silenzio sembrarono ore, la tensione era palpabile. Il ragazzo aveva ancora la testa girata e parlò senza degnare di uno sguardo il padre.

-Ricordati questo gesto. Ricordatelo per sempre

Fece uno scatto all’indietro e corse in una stanza chiudendo la porta dietro di sé. Si sentì il rumore di una chiave che girava nella toppa. Aspide si fiondò verso la porta, urlò, batté i pugni sulla porta chiusa. Niente, dall’altro lato nessuno aprì, divenne rosso dallo sforzo ma inutilmente. A nulla servirono quelle urla, un rumore più forte si udì dalla stanza. Lo stesso rumore sentito prima al momento dello schiaffo. Fu a quel punto che i ragazzi capirono, il rumore era inconfondibile. Bang! Era uno sparo. Doveva averlo capito anche il professore, perché dopo qualche secondo di silenzio cominciò ad urlare più forte, ma senza rabbia. Era disperazione, piangeva ed imprecava il figlio di aprire la porta.

Inutilmente.

Dalla stanza nessun suono. I ragazzi osservavano quella scena impietriti, solo Sara cominciò a piangere, non riusciva a trattenere le lacrime. La scena di colpo cambiò. Erano in una grande chiesa, nella navata principale una bara veniva portata verso l’altare. In prima fila due persone, sconvolte nel loro triste silenzio. Vicine ma visibilmente lontane. Le stesse due persone che subito dopo erano in una stanza. Parlavano, lui si teneva la testa tra le mani mentre piangeva mentre lei gli urlava contro, diceva che era tutta colpa sua, che non era stato un buon padre. Diceva che lo avrebbe abbandonato.

Poi, di nuovo silenzio, rotto solo da un pianto lamentoso. Di nuovo i ragazzi erano nella camera da letto mentre il loro professore dormiva. Lo sguardo non era più sereno e delle lacrime bagnavano il cuscino.

-Usciamo di qui, ragazzi. Vi prego

Nessuno obiettò, tutti seguirono Sara che andava avanti nascondendo il volto. Era visibilmente stanca. Più si allontanava dal suo corpo e più per lei era difficile. Le forze la stavano abbandonando, Luigi si offrì di portarla con sé sulla bici e lei acconsentì. Ritornarono a casa senza dire una sola parola. Quell’esperienza li aveva scossi non poco. Fu Fausto ad interrompere il silenzio all’ingresso del Parco. Fu un bene perché l’atmosfera che si respirava era pesantissima.

-Ragazzi, mi dispiace che sia andata così stasera

-Fermiamoci qui, Sara riprenderà le forze prima di salire

-Succede… Beh, succede sempre questo quando andate…

-Assolutamente no! Di solito non andiamo in giro a ficcanasare nei sogni degli altri. Stasera abbiamo imparato una cosa importante

-Più di una, Marco. Abbiamo anche capito che non bisogna giudicare una persona da quello che vediamo solo a scuola. Conosciamo il professor Aspide solo, per quanto? Cinque ore settimanali? Chi lo avrebbe immaginato che portasse dentro qualcosa di così triste

-Non potevamo saperlo. Ecco tutto. Che ci sia di lezione. Le prossime volte ci limitiamo come sempre a passare del tempo extra insieme, gironzolando qui intorno di notte

-Le prossime volte? Volete dire che…

-Sì, Fausto. Fai parte del gruppo ora, ti vogliamo anche le altre volte

-Wow! Mi fa davvero piacere, Sara

-Bene, ora saliamo e ritorniamo dov’eravamo. Anche se in questa dimensione sono passati solo pochi minuti dobbiamo comunque far riposare i nostri corpi

-Ricorderemo tutto domani mattina?

-Puoi scommetterci. Questa di stasera ce la ricorderemo per sempre

I ragazzi salirono e presero posto nelle rispettive stanze. Era ancora notte fonda, gli orologi continuarono a camminare appena tornarono nel piano reale. Prima di rientrare però non si accorsero che degli occhi li stavano guardando. Occhi curiosi, qualcuno che già li conosceva li seguì con lo sguardo e intuì qualcosa.

17 Settembre 2002

Francesco era su Via Gianturco e correva a perdifiato. Intorno non c’era più nessuno, solo poche macchine sfrecciavano nel silenzio della larga strada. Guardava in continuazione l’orologio, cercava in tutti i modi di aumentare il passo ma il caldo ancora estivo di quel mese non aiutava. Gocce di sudore scendevano copiosamente dalla sua fronte mentre correva. La valigetta che teneva stretta nella mano destra sembrava sempre più pesante e la destinazione sempre più lontana. Nonostante tutto però ce l’aveva quasi fatta, la stazione di Gianturco era a pochi passi da lui.

Quella sera aveva finito troppo tardi al lavoro, di solito nello studio legale dove lavorava non faceva più tardi delle sette di sera. Era un abitudinario, uno di quelli che ogni giorno prendevano lo stesso treno. C’erano naturalmente i ritardi, le soppressioni, gli imprevisti, ma non dipendevano da lui. Lui era sempre in stazione allo stesso orario. Il suo migliore amico era il suo orologio, scandiva con precisione i minuti preziosi delle sue giornate. Ma quel giorno non fu così.

Proprio il suo amico più fidato, l’inseparabile oggetto che metteva in ordine la vita di Francesco quella sera decise di funzionare male. Fino alle 18 andava più che bene, gli altri dell’ufficio si dileguavano per ritornare a casa dalle proprie famiglie mentre Francesco si concedeva la sua oretta in più per mettere in ordine i fascicoli e le idee. Alle 19 in punto avrebbe chiuso tutto per prendere, come sempre, il treno delle 19:27 dopo una passeggiata in tranquillità. Il destino però aveva voluto che proprio dopo le 18 l’orologio accumulasse minuti preziosi, cinque minuti reali venivano registrati come un singolo minuto dall’orologio.

Francesco intanto andava lento, ogni tanto controllava e si compiaceva di quante cose riuscisse a fare in quel poco tempo. Quando però accese il computer sulla scrivania e vide l’orario sbiancò di colpo. Guardò l’orologio da polso, segnava le 18:30, poi l’orario sul computer, le 20:32. Subito corse per tutto l’ufficio per controllare l’orario su tutti gli orologi a muro. La sentenza era senza scampo, era il suo amico fidato ad avere torto.

Come un dannato cercò in fretta di mettere tutte le carte nella sua borsa mentre i fogli volavano al suo passaggio. Si diede dello stupido per non aver pensato neanche lontanamente ad un malfunzionamento. Proprio lui che del tempo aveva fatto una sua divinità. Doveva sbrigarsi, non sapeva neanche se a quell’ora c’erano ancora corse disponibili per ritornare a casa.

Ormai era tardi, sistemò quello che riusciva nella borsa e chiuse di fretta l’ufficio per riversarsi in strada. In cielo era ancora chiaro ma si rese conto che a quell’ora non c’era nessuno. Probabilmente erano già tutti a casa, magari a tavola a mangiare, o nelle vie più trafficate per divertirsi. Lui invece era solo, mentre correva verso la stazione di Gianturco della Metropolitana.

Arrivò finalmente a destinazione, per fortuna aveva l’abbonamento mensile quindi non doveva timbrare alcun biglietto. Percorse le scale che portavano al piano superiore senza sollevare lo sguardo. In quel momento se ci fosse stato qualcuno sui gradini lo avrebbe scaraventato in aria. Finita la rampa di scale uscì all’aperto, guardò l’orologio della stazione e cercò di riprendere fiato. Con la coda dell’occhio però vide che sui binari c’era un treno già fermo. Ce l’aveva fatta, giusto in tempo. Quello era il treno che lo avrebbe portato a casa. Era soddisfatto dopotutto, anche se quella serata non stava andando come si aspettava. Stava per sorridere e compiacersi quando sentì il rumore delle porte che si stavano chiudendo. Realizzò che se voleva dichiarare conclusa quella disavventura doveva compiere un ultimo sforzo e salire sul treno prima che questo partisse.

Era distante solo pochi metri dall’ultima porta dell’ultimo vagone. Fece uno scatto improvviso, stese il braccio ed aprì la mano. Sentì il freddo del ferro sotto il palmo e la chiuse, con forza tirò il braccio e riuscì ad entrare proprio un attimo prima che le porte si chiudessero. Appena fu dentro si rese conto di aver compiuto quell’operazione tenendo gli occhi serrati. Li aprì e vide la banchina che si allontanava. Era fatta, era dentro e stava tornando a casa. Finalmente riuscì a respirare a pieni polmoni, li riempì completamente prima di espirare e lasciar scorrere l’adrenalina nel suo corpo. Il cuore pompava sangue ad un ritmo così forte che quasi riusciva a sentire i battiti. Cercò di respirare ad un ritmo più lento per calmarsi. Si girò e vide che il vagone era completamente vuoto. Doveva sedersi e riposare le gambe, ne aveva bisogno. Scelse un posto a caso e si sedette, poi chiuse gli occhi.

Fu il rumore delle porte che si aprirono a svegliarlo da quello stato di riposo. Si girò dal lato del finestrino e vide l’insegna che indicava la scritta “Piazza Garibaldi”. Una coppia gli passò vicino per prendere posto sui sedili a poca distanza da Francesco. Erano vestiti in maniera bizzarra, sembravano abiti di un’altra epoca. Non era un intenditore di storia ma avrebbe scommesso che si trattasse di vestiti del Settecento o Ottocento. Lei aveva una gonna pomposa che la limitava nei movimenti, i capelli raccolti all’interno di un grande cappello e un trucco accentuato sul volto. Lui invece aveva un vestito elegante e sul volto un paio di baffi vintage. Francesco ci pensò per un po’, probabilmente si trattava di una coppia di cosplayer, magari c’era una fiera in costume lì vicino e i due si erano solo travestiti a tema.

Era assorto nei pensieri quando vide un controllore avvicinarsi lentamente. Subito aprì la borsa per prendere l’abbonamento da esibire. Lui si avvicinò prima alla coppia, sembrava conoscerli. Si tolse il cappello e li salutò con reverenza. Non riuscì a sentire cosa si dissero, ma sorridevano allegramente. Il controllore si congedò e si avvicinò a Francesco.

-Salve, biglietti prego

-Certo, ecco il mio abbonamento

Il controllore lo prese e lo guardò stranito. Sembrava che lo vedesse per la prima volta. Lo girava e rigirava con lo sguardo interrogativo.

-C’è qualcosa che non va?

-No, si figuri. E’ che sono abituato ad altri biglietti. Forse questi sono i nuovi. Non si preoccupi, è tutto sotto controllo.

-E’ l’abbonamento mensile, è lo stesso tutti i mesi a parte il colore

-Sì, sì, nessun problema. Mi dica, è la prima volta che prende questo treno?

-Sì. Oggi non me ne va bene una, sono uscito tardi dall’ufficio e ho preso il primo treno disponibile

-Capisco, è la prima volta. Non si preoccupi, si troverà bene

Francesco rimase basito da quella risposta. Ripose l’abbonamento di nuovo nella borsa e guardò il controllore che si allontanava. Stava ancora pensando a quella frase quando il signore con il vestito ottocentesco si girò e verso di lui con uno sguardo impietosito.

-Prima volta, eh? Cerchi di stare calmo e si abituerà prima. Vero cara?

La donna seduta al suo fianco fece una timida risata, poi anche lei si girò verso Francesco.

-Ma sì. Ci conosciamo tutti qui. Anche se qualcuno può sembrarle scortese, sappia che sono tutte brave persone

Il treno si fermò di colpo, erano arrivati alla stazione di Piazza Cavour. La porta si aprì nuovamente ed entrò un piccolo gruppo di ragazzi. Dovevano essere abbastanza giovani anche se non lo dimostravano. Avevano dei vestiti punk e quando gli passarono davanti sentì un forte odore di birra e sudore. Senza abbassare la voce si misero in un angolo a parlare. Erano a poca distanza da Francesco che quando li vide ebbe un sussulto di paura. Non voleva essere prevenuto ma quei ragazzi sembravano usciti fuori da un film degli anni 80, gli sembrava di essere un ignaro protagonista di “I guerrieri della notte”. Le sue paure si concretizzarono nel momento in cui uno dei ragazzi si girò verso di lui e resosi conto che lui stesso li stava osservando fece uno sguardo strano.

-Ragazzi, quello lì ci sta guardando strano

-Chi? Dove? Quello lì?

-Sì quello lì. Ecco, vedi? Ora abbassa lo sguardo da colpevole

-Non va bene così, non va per niente bene

Parlavano ad alta voce per essere sentiti dal povero Francesco che ascoltava impaurito. Si avvicinarono lentamente alla loro vittima.

-Fatemelo vedere meglio. Ecco, come immaginavo. Vedete com’è vestito? E’ il classico borghese che ci guarda dall’alto verso il basso, con disprezzo

-Sì, ma ora non ci guarda più. Guarda come cambia colore mentre nella sua testolina sta pensando a come cavarsela da questa situazione

Francesco tremava di paura quando ad un tratto sentì la voce del signore che gli aveva parlato prima. Riconobbe il tono di voce pacato che intervenne per sedare gli animi.

-Salve, ragazzi. Come va?

-Signor Gaetano, buonasera. Noi tutto bene, Lei come sta?

-Bene, bene, grazie. Siamo sempre qui

-Signor Gaetano che piacere rivederla. Buonasera anche a Lei signora Maria

-Buona serata a voi ragazzi. Vi posso chiedere un grande piacere?

-Ma certo signora Maria

-Vedete, quel ragazzo non è una cattiva persona. Tra l’altro oggi prende il treno per la prima volta

-Mi scusi signora Maria, non volevamo prendercela con lui. E’ che a volte dimentichiamo e… ci sono abitudini che sono difficili da togliere…

-Non vi preoccupate, lo sappiamo. E’ difficile. Passate una buona serata, ragazzi

-Buona serata a Lei, signora Maria

Quel dialogo sembrava surreale. Fino a pochi minuti prima Francesco rischiava di essere linciato soltanto per aver guardato un gruppo di ragazzi e ora gli stessi ragazzi lo salutavano affettuosamente. Si girò nuovamente verso il finestrino, riconosceva il tratto che univa la fermata precedente a Montesanto, infatti pochi secondi dopo vide l’insegna blu che indicava proprio quella scritta. D’istinto guardò la porta che si apriva, si aspettava che un altro passeggero bizzarro entrasse. Fu così. Sul vagone salì una donna con un vestito lungo e completamente nero, il volto era coperto da un sottile velo scuro. Ma non fu l’unica a salire, dietro di lei un’altra donna, vestita in jeans e maglietta chiara, al collo aveva un vistoso foulard rosso scuro. Le due donne presero posto su alcuni sgabelli liberi dopo aver salutato gli altri passeggeri. Sembrava che tutti si conoscessero bene su quel vagone, Francesco si sentì un po’ escluso.

Per smorzare l’ansia aprì la sua valigetta e cominciò a sfogliare i fogli che aveva portato via dall’ufficio, ma non riusciva a rimanere concentrato. Ogni tanto alzava lo sguardo e guardava gli altri, erano come una grande famiglia riunita. Intanto il treno si era fermato di nuovo, la stazione era quella scura di Piazza Amedeo, Francesco aveva quasi timore di guardare il prossimo passeggero. In quel momento però uno strano silenzio piombò nel vagone. Tutti si girarono verso le porte che si aprirono e si richiusero senza che nessuno le varcasse.

Francesco rimase sorpreso da quella reazione, guardò tutti i presenti notando un velo di tristezza nei loro occhi. Furono le parole di una delle ragazze salite a Montesanto a rompere il silenzio.

-Alla fine ce l’ha fatta. Onore al nostro amico

Tutti la guardarono ed accennarono un sorriso triste. La ragazza ricambiò il sorriso a tutti ma quando incrociò lo sguardo con Francesco divenne di colpo seria.

-Io non ti conosco, sei nuovo?

Francesco pensò di essere diventato di colpo rosso come un peperone per la vergogna. Non sapeva cosa rispondere ed una strana sensazione sembrava metterlo in allerta.

-Io? E’ la prima volta che prendo il treno a quest’ora

-Posso sedermi accanto a te?

-Certo, come no

La ragazza si avvicinò a lui, prese posto mentre con una mano sistemava i capelli lunghi

-Mi chiamo Margherita, prendo questo treno ogni giorno da almeno dieci anni. All’inizio anche per me è stato strano, poi ci si abitua. Gli altri sono tutti simpatici, vedrai che in poco tempo te ne accorgerai

-Ma… prendere il treno a quest’ora per me è stato un caso. Di solito prendo quello delle 19:27

-Ti abituerai anche a questo, non ti preoccupare

La ragazza gli fece un sorriso dolce, poi posò la sua mano su quella di Francesco. Dopo qualche secondo la ritrasse. Il suo viso che fino a poco prima mostrava un’espressione tranquilla divenne di colpo una maschera di paura. Il ragazzo ebbe timore guardando il terrore nei suoi occhi ma non sapeva spiegarsi il perché.

-Ma… Tu… Sei caldo. Ed ho sentito le pulsazioni del sangue nelle vene quando ti ho toccato

Di colpo quelle parole dette ad alta voce, che a Francesco sembravano scontate, provocarono la reazione insolita degli altri presenti. Tutti smisero di parlare e guardarono nella sua direzione. Uno dei ragazzi punk si avvicinò incuriosito e con velocità prese la mano di Francesco tenendola per qualche secondo prima che lui la ritraesse spazientito.

-E’ vero, è troppo calda. Secondo me non è normale

-E se non fosse uno di noi?

-No, non è possibile. Perché allora si trova qui?

La discussione si allargava, sempre più persone dicevano la loro teoria su quella che a Francesco sembrava una diatriba senza senso. Dicevano che era caldo, forse era la conseguenza della corsa fatta prima? O forse stava per avere una febbre improvvisa? Stava per dire la sua quando dal finestrino vide che il treno era risalito in superficie, erano quasi arrivati alla stazione di Mergellina. Il treno rallentò fino a fermarsi. questa volta il ragazzo era troppo preso da quello che stava accadendo per osservare il prossimo passeggero. Intanto si avvicinò a lui l’uomo vestito elegante, con il suo solito fare sicuro e determinato. Prese posto accanto a Francesco e alla ragazza e con un tono rilassante si rivolse a lui.

-Ragazzo, tu sai dove ti trovi in questo momento?

Francesco non era più sicuro della risposta che avrebbe dato. Sapeva che era il treno metropolitano verso Cavalleggeri Aosta, la sua destinazione, ma ormai ne era più certo.

-Sul treno per Bagnoli, non so l’orario perché il mio orologio non funziona più bene

-Sì, ma sai che treno è questo? Ricordi Cosa è successo prima di trovarti qui?

-Nulla di insolito. sono uscito dall’ufficio ed ho corso come un matto per arrivare alla stazione di Gianturco. Sono salito su ed ho visto questo treno che stava per partire. Ho continuato a correre e sono salito

-Quindi eri al capolinea quando sei salito. Ed hai visto questo vagone?

-Sì, corretto

-Molto strano, di solito agli altri non è visibile

-Gli altri? Chi altri?

Presero a parlare gli spettatori di quello strano spettacolo ambulante. Ognuno aggiungeva una tessera ad un mosaico che prendeva forma lentamente.

-Gli altri… Quelli che rimangono

-Ragazzo devi sapere una cosa molto importante, questo non è un treno, per così dire, normale

-In realtà tutto si limita a questo vagone. Quelli come noi sono gli unici a vederlo

-Ma voi chi? Spiegatemi subito o chiamo la polizia

La risposta arrivò dalla donna vestita di nero. La sua voce era gelida con il ghiaccio e penetrò nel cervello di Francesco come una pallottola.

-I morti. Noi siamo le anime di coloro che ancora non hanno guadagnato l’inferno o il paradiso. C’è un giudizio universale per tutti ma a quanto pare la lista è lunga e noi non abbiamo  requisiti per sbrigare la pratica più velocemente

-Esiste una burocrazia anche dall’altro lato, fratello. E a quanto pare ci sono le stesse regole che ci sono qui. Ci sono le raccomandazioni

-Forse non è proprio così, noi un motivo in comune ce l’abbiamo

Francesco girava la testa per guardare i volti delle persone che parlavano con lui. Sembravano seri, non stavano scherzando. O quantomeno se stavano recitando erano bravissimi. In quel momento gli venne in mente che potevano essere proprio degli attori in costume, magari stavano filmando tutto. Ma sì, era una candid camera organizzata ad arte. Non riuscì a sopprimere un sorriso. Le labbra si allargarono fino a scoppiare in una sonora risata che provocò il silenzio degli altri. Si alzò e cominciò a parlare ridendo.

-Ci ero quasi cascato! Siete bravissimi, devo riconoscerlo. Davvero bravi, alla fine vi stavo credendo. Dove avete preso i vestiti di scena? Sono bellissimi

Sentiva gli occhi addosso troppo seri, si aspettava che da un momento all’altro tutti ridessero e gli facessero vedere le telecamere ma non fu così.

-A che fermata siamo? Fatemi passare che devo andare a casa, scendo a Cavalleggeri Aosta

-Siamo ancora a Piazza Leopardi, ancora non sei arrivato

In quel momento il treno si fermò, qualcuno scese mentre un’altra persona prese posto. Quando il treno ripartì dalla stazione Francesco sentì una mano sul suo braccio. Era la ragazza che gli si era seduta accanto. Con il volto sereno provò a parlargli.

-Non sappiamo ancora se tu puoi o non puoi essere qui, ma devi credere alle nostre parole. E se non puoi, allora guarda tu stesso

La ragazza prese i capelli lunghi e li raccolse con un elastico. Poi lentamente tolse il foulard rosso che le copriva il collo. Fu a quel punto che Francesco la vide. Era una cicatrice che percorreva da destra a sinistra tutta la parte anteriore del collo. Sembrava recente, non era per niente rimarginata e anche se non grondava sangue riusciva a vedere il rosso della carne. Quella vista lo destabilizzò, cadde seduto nuovamente sul sedile. La ragazza riprese a parlare.

-Questa me la sono fatta quando mi sono suicidata un bel po’ di anni fa. Ero da sola a casa, avevo da poco litigato con i miei genitori prima che uscissero a fare una passeggiata. Solite questioni, brutti voti a scuola, amicizie che non gli andavano mai bene. Presi il rasoio di mio padre e non ci pensai due volte

Francesco ebbe un brivido, stava immaginando la scena quando senza essere interpellati, i tre ragazzi vestiti da punk si tolsero le giacche di pelle e mostrarono le braccia piene di lividi all’altezza dei gomiti.

-Questi ce li siamo fatti una sera. Una dose troppo grande per noi, non eravamo abituati. Eravamo ribelli, credevamo in ideali forti, ma in fondo eravamo solo dei deboli

-Anche io e mia moglie abbiamo una storia triste che ha messo fine alla nostra vita terrena

Era il signor Gaetano che stava parlando, accanto a lui sua moglie lo guardava con uno sguardo malinconico.

-Eravamo amanti ma le nostre famiglie erano contrarie. Storie come la nostra erano più che normali nel nostro periodo. La maggior parte però si piegava al volere delle famiglie e accettava i matrimoni combinati, ma noi no. Il nostro amore era più forte di ogni avversità, anche della morte. Ci buttammo da uno scoglio alto in mare. Morimmo insieme, mano nella mano, ma felici

Ognuno raccontava la propria storia o mostrava un dettaglio della propria morte. Possibile che quelle davanti a lui erano veramente anime in pena che vagavano sulla terra? Francesco si alzò di scatto per allontanarsi dalla piccola folla che si era raccolta vicino a lui.

-Smettetela! Adesso basta, questo gioco non è divertente. quando è troppo è troppo

Percorreva il corridoio largo del vagone all’indietro, mentre gli altri lo guardavano impietositi senza avvicinarsi.

-Credete che questi trucchi mi impressionino? E’ ora di finirla, scendo qui

Il treno proprio in quel momento si fermò, erano alla stazione di Campi Flegrei. Francesco si girò verso l’uscita ma si bloccò di colpo. Un altro passeggero stava salendo e si trattava della prova lampante che quell’incubo che stava vivendo era reale. Una bambina, vestita con un abito chiaro saliva i gradini con la testa bassa. I lunghi capelli dorati le coprivano il volto. Quello che sconvolse Francesco però era un dettaglio più che rilevante. Lui riusciva a vedere attraverso quella bambina. Era come se fosse trasparente, riusciva a vedere la stazione dietro di lei senza problemi. Non aveva senso.

-Si chiama Lucilla, anche lei ha una storia triste alle spalle. E’ in attesa da così tanto tempo che sta perdendo la sua forma. Ormai il ricordo di chi era in vita è quasi svanito, tra non molto scomparirà completamente. Ora sei ancora convinto che si tratti di uno scherzo?

La bambina alzò la testa e mostrò il volto a Francesco. Alzò la mano e lo salutò sorridendo ma quel gesto sortì in lui l’effetto contrario. Cadde a terra, si rialzò subito e corse per tutto il vagone. Voleva fuggire da quell’orrore, se avesse raggiunto la testa della carrozza forse sarebbe arrivato in un altro elemento del treno e si sarebbe salvato. Arrivò finalmente alla porta che lo separava dal vagone successivo, la aprì ma ad attenderlo non c’era quello che immaginava. Si aspettava di trovare un ambiente familiare, invece davanti a lui c’era il nulla. Un vuoto completo, una tela bianca su cui nessun pittore aveva mai cominciato a disegnare. Il suo cervello non riusciva a darsi una spiegazione, cos’era quel posto? Cosa sarebbe successo se fosse avanzato in quella direzione? Sollevò di poco il braccio sinistro quando all’improvviso una mano lo prese per le spalle e lo tirò a sé.

Cadde sul pavimento in gomma del treno, alzò gli occhi e vide degli sguardi preoccupati. Erano i volti delle anime conosciute in quello strano viaggio.

-Non andare mai in quella direzione, quello è il punto di non ritorno. Il vuoto cosmico, basta solo sfiorarlo per mettere fine alla tua esistenza, terrena e ultraterrena

-Non devi scappare, noi non vogliamo trattenerti. La tua fermata è la prossima, puoi scendere quando vuoi

-Noi usiamo questo treno per visitare i luoghi della nostra vita. Passiamo tutto il giorno in giro per la nostra città in attesa di essere chiamati a giudizio. Prendiamo questa corsa tutti insieme per incontrarci e stare in compagnia

-Quando ti abbiamo visto stasera è stato strano per noi come lo è stato per te. Non abbiamo contatti con i viventi da troppo tempo, scusa se possiamo averti spaventato

-Il treno si sta fermando, è la tua fermata

Francesco si alzò guardandoli tutti. Voleva scusarsi con loro, avrebbe voluto spiegare che le sue paure erano irrazionali, ma più li guardava e più capiva che loro avevano già compreso. Con ancora addosso una strana sensazione, il ragazzo varcò le porte automatiche del treno. Alle sue spalle sentì un’ultima frase, la voce era quella inconfondibile del signor Gaetano.

-Se puoi, ricordati di noi nelle tue preghiere. Potrebbe essere importante

Scese l’ultimo gradino, quando le scarpe toccarono il suolo si girò. L’ultimo vagone del treno non c’era più. Mentre la sirena fischiava la metropolitana si avviò verso la fermata successiva. Francesco uscì dalla stazione di Cavalleggeri Aosta con l’amaro in bocca. Aveva vissuto una breve avventura fantastica oppure aveva solo sognato tutto? Era stata la suggestione, la paura di aver sconfinato per una volta l’abitudinarietà oppure il suo mondo era entrato in contatto con un altro?

Non sapeva e non voleva darsi una risposta. Per un riflesso involontario alzò il braccio sinistro e guardò il polso. L’orologio segnava le 21:08. Domandò ad un passante che gli confermò l’orario. Era esatto, ora il suo amico orologio segnava correttamente l’ora. Di sicuro il giorno successivo l’avrebbe portato da un orologiaio per farlo riparare. E forse, sarebbe stato meno schiavo delle abitudini.

10 Settembre 2011

La pioggia veniva giù a secchiate mentre la vecchia Fiat Tipo percorreva le stradine deserte che dai Ponti Rossi portano verso Miano. Il manto stradale non era dei migliori, pezzi di asfalto si staccavano lasciando piccole voragini che si riempivano velocemente di acqua piovana. La visibilità era scarsa, i vecchi fari anteriori riuscivano ad illuminare solo una piccola parte della carreggiata ma tutto quello non sembrava essere un problema per Antonio. Quella strada l’aveva percorsa tante volte, troppe, neanche lui ricordava bene quante. La macchina arranca in un tratto in salita, subito dopo in piano acquista più velocità. Solo poche curve separavano il conducente dal termine di quella serata. Una come tante, una notte che doveva finire come tutte le altre.

Antonio parcheggiò sul ciglio della strada, inserì il freno a mano ed uscì. Intorno a lui c’era solo il silenzio e una leggera foschia che saliva piano dall’erba. L’abitazione più vicina era a qualche centinaio di metri quindi poteva permettersi il lusso di fare rumore senza disturbare nessuno. Si portò sul lato posteriore della macchina ed aprì il bagagliaio. All’interno c’era un sacco dell’immondizia scuro, e non era vuoto. Fece uso di tutta la sua forza per prenderlo e caricarlo su una spalla. Chiuse il bagagliaio e si avvicinò ad un grande cancello arrugginito.

Con una mano cercò di rovistare nella tasca della giacca ma non riuscì a trovare quello che cercava. Imprecò, posò il grosso sacco a terra e vuotò le tasche. Finalmente ecco le chiavi, prese quella più grande e la usò per aprire il cancello. Davanti a lui c’era una distesa di terra in parte incolta. Apparteneva alla sua famiglia da lungo tempo. Suo padre e prima ancora suo nonno coltivavano in quel terreno frutta e verdura da vendere al mercato. Suo padre gli diceva sempre di non abbandonare mai quel lavoro dignitoso, o almeno di non disfarsi mai di quel piccolo appezzamento, magari in futuro lo avrebbe rivenduto guadagnandoci un bel po’ di soldi. Antonio aveva seguito quel consiglio ma senza risultato. Anche lui aveva intrapreso la strada di suo padre, lavorava la terra ogni giorno e vendeva al mercato, ma la sua era una vita misera.

Era solo tutto il giorno, nessuna distrazione, nessun amico, nessuna donna. Da giovane non aveva nemmeno concluso gli studi quindi non poteva nemmeno sperare in un capovolgimento della situazione. L’unica sua vita era il lavoro e le abitudini. Stessa casa di sempre, stesso tragitto ogni giorno, stessa vita. Per fortuna c’era il suo “hobby” che negli anni lo aveva tenuto buono. Aveva sempre pensato che senza quella sua, come la chiamava, piccola perversione avrebbe rischiato di impazzire e sarebbe finita come in quei film in cui una persona comune va in strada e fa una strage di innocenti. Per fortuna però il suo passatempo non coinvolgeva le persone innocenti, almeno secondo il suo modo di pensare.

Antonio aveva scelto le sue vittime in maniera quasi automatica, quelle che da secoli erano i bersagli preferiti da ogni serial killer. Le prostitute. Nella sua vita mancava proprio la componente amorosa, mancava una donna che lo facesse sentire bene. Per quel motivo ogni settimana saliva in auto e scorrazzava per la città in cerca di una brava donna che lo potesse accontentare. Ogni volta un quartiere diverso, era l’unico ragionamento lucido che una mente semplice come la sua poteva fare. La sceglieva, la pagava, godeva del suo servizio e poi la uccideva. Proprio così, a sangue freddo, senza pensarci su due volte.

Era proprio come dicevano tutti, il difficile è soltanto la prima volta, poi si fa l’abitudine. Gli piaceva farlo subito dopo l’amplesso, quando era ancora eccitato. Trovava il suo appagamento quando le sue mani grosse si stringevano intorno al collo delle sue vittime. Le guardava negli occhi, così belle, mentre la vita le abbandonava. Siamo abituati a vedere gli assassini come persone fredde, meticolose, sempre un passo avanti alle forze dell’ordine. Non è sempre così. Esistono quelli come Antonio, che non sarebbero nemmeno capaci di scrivere il nome “serial killer”. Un tipo normale, con una vita normale che ogni settimana decide di concedersi un piccolo lusso. Lui non è un freddo calcolatore, è solo uno schiavo dei sentimenti. Schiavo di quel piacere che prova ogni volta, schiavo dell’amore che prova per le sue vittime. Sì, perché lui le sceglie per la propria bellezza, quando sta con loro immagina una vita normale. A modo suo, si innamora quando le incontra fino al momento in cui le libera dalla vita terrena. Prima di ucciderle le giudica, sa che “loro” lo fanno per i soldi. Non sono come lui, non provano per lui quello che lui prova per loro. Non lo amano quindi non vale la pena farle vivere.

Quella era proprio una di quelle sere, quelle del suo divertimento, della sua caccia. Con la sua auto da sfigato si era recato in una delle strade buie della sua città, illuminate solo dal fuoco dei copertoni sui marciapiedi. Il suo tour personale comprendeva dapprima la visione della mercanzia. Con la prima marcia innestata percorse lentamente la via per ammirare le ragazze che gli si offrivano. Scelse, come sempre, la più bella. Magra, alta e svestita come le altre. Si fermò per contrattare sul prezzo, lei sparava alto ma lui acconsentì, sapeva già che quei soldi sarebbero tornati nelle sue tasche.

Lei salì in macchina, lui la guardava ed ammirava la sua bellezza esotica. Probabilmente era dell’Europa dell’Est. Insieme si recarono in uno dei suoi posti segreti, un viale nascosto dove poter fare quello che voleva in tutta tranquillità. La ragazza era brava, molto, quello dovette pensare Antonio quando fece sesso con lei. Quando finirono la guardò, i suoi occhi erano ipnotici. Ma c’era un impulso più forte, più violento dentro di lui. Con le sue mani tozze le diede uno schiaffo improvviso, poi si accanì su di lei. La strozzò, come aveva già fatto con le altre. Lei non riuscì a rendersi conto di quello che stava succedendo che era già diventata un’anima lontana dal corpo. Quel corpo che più tardi riempiva la busta nera accanto al cancello arrugginito.

Antonio prese nuovamente il suo bottino e si incamminò al centro del terreno. Lì sotto c’erano i suoi segreti. La pioggia aveva coperto le tracce di dissotterramento del terreno ma lui sapeva bene i posti dove aveva conservato i corpi delle sue vittime. Ricordava a memoria la posizione esatta di ognuna di loro. Non conosceva i loro nomi, a malapena ricordava i loro volti, ma sapeva bene dove aveva riservato il loro personale loculo. Non che le ricordasse nelle sue preghiere, oppure che portasse loro dei fiori, sia chiaro. Le collezionava come fossero piccoli trofei della sua personale bacheca.

Dopo pochi metri arrivò nel punto desiderato. Aveva già preparato tutto durante il mattino, c’era già lo spazio necessario per accogliere la sua nuova ragazza. Adagiò lentamente il sacco a terra e lo aprì. Guardò per l’ultima volta la donna. Era bellissima, doveva ammetterlo. In quel momento pensò che forse era la ragazza più bella con cui aveva fatto l’amore. Per un istante brevissimo pensò addirittura di aver sbagliato ad ucciderla, in quel frammento di un secondo immaginò una vita diversa con lei. Ma durò troppo poco, quel ricordo venne inghiottito bruscamente dalla realtà della vita.

Antonio prese di peso la sua vittima e la scaraventò nella fossa che lui stesso le aveva scavato. La dispose in una strana posizione, con braccia e gambe incrociate in modo da occupare meno spazio. Purtroppo le vittime aumentavano e lo spazio era sempre lo stesso, doveva arrangiarsi e ridimensionare le fosse. Una volta compattato il corpo si allontanò per prendere la vanga e mettersi all’opera per coprire il tutto. Era poco lontana, all’interno del piccolo capanno. La prese ma quando ritornò notò qualcosa di strano. Il braccio destro della ragazza era in una posizione diversa da dove l’aveva lasciato. Lui l’aveva piegato sul petto mentre ora era disteso, aperto. Non gli interessava sapere il perché, non aveva le conoscenze adatte per capire come mai un corpo morto riuscisse a muoversi. Si calò all’interno della fossa e sistemò nuovamente il braccio nella posizione migliore. Risalì e con la vanga prese a coprire il cadavere. Cominciò dal basso, fino alla fine voleva osservare quel viso di rara bellezza. Coprì prima i piedi, poi le gambe e il ventre, poi si fermò. Sentì un rumore strano provenire dal cancello. Posò l’arnese e andò a controllare. Doveva assicurarsi che nessuno lo disturbasse, non poteva permettersi un contrattempo simile.

Arrivò fino all’ingresso, in silenzio. Si guardò intorno ma non vide nessuno. Provò a richiamare l’attenzione di qualcuno, urlò affinché chiunque fosse lì lo ascoltasse, ma niente. Si convinse di essere da solo quindi ritornò al suo lavoro. Prese nuovamente la vanga e cominciò a buttare terreno sul cadavere quando notò ancora una volta il braccio in una posizione diversa. Stavolta era disteso lungo i fianchi. Imprecò urlando, quelle situazioni paradossali stavano solo rallentando l’inevitabile. Scese nella fossa e piegò il braccio con tale forza da spezzare il gomito. Sentì il rumore sordo delle ossa che si piegavano in modo innaturale quando ad un tratto vide la testa della ragazza girarsi nella sua direzione. Antonio lanciò un urlo di paura e cadde a terra guardando terrorizzato la ragazza. Si aspettava che questa aprisse gli occhi o cominciasse a parlare, magari non era ancora morta. Si diede dello stupido, doveva controllare meglio il battito prima di metterla nel portabagagli.

Passarono alcuni secondi che sembravano interminabili, poi si rese conto che era fuori pericolo. Si era solo impressionato inutilmente, la ragazza era morta davvero anche se trovava davvero strano quello spasmo improvviso. Si alzò in piedi, la offese con aggettivi volgari e sputò sul suo volto. Risalì dalla fossa e prese ancora una volta la vanga. Questa volta non lasciò che nessuna distrazione lo distogliesse dal suo compito. Con una forza sempre maggiore in pochi minuti riempì il vuoto con tutto il terreno possibile. Aveva perso tempo prezioso e quindi doveva procedere velocemente. Una volta terminato il lavoro appiattì il terreno in eccesso per coprire bene le tracce dello scavo, la pioggia avrebbe fatto il resto.

Si sollevò e guardò in alto, tutte le stelle brillavano nel cielo ora sgombro di nuvole. Si asciugò la fronte sudata, aveva esaurito tutte le forze ed aveva soltanto bisogno di riposare. Lasciò cadere la vanga a terra e fece per andarsene, ma non ci riuscì.

Qualcosa lo aveva preso per una spalla e lo strattonò con forza facendolo girare. Antonio non poteva fare nulla per evitarlo, perse l’equilibrio e cadde a terra. Sollevò Lo sguardo e mise a fuoco. L’oscurità non lo aiutava, dopo pochi secondi vide una figura in piedi davanti a lui. Era nuda, o quasi. Era una donna. Aveva il corpo pieno di sangue e terreno, il volto lo fissava con uno sguardo tutt’altro che naturale.

-Ciao, ti ricordi di me?

Quella domanda prese Antonio in contropiede. In quel momento lui non sapeva proprio chi fosse quella donna. rimase a bocca aperta senza dire nulla.

-Ma come? Non ti ricordi? Siamo stati bene, in quei pochi minuti

Cercava di riorganizzare i pensieri ma niente, non riusciva ad associare quel volto ad una persona conosciuta.

-Mi deludi, pensavo mi amassi davvero. Vediamo se questo te lo ricordi

In quel momento alzò la testa mostrando il collo. Aveva una macchia scura, come i segni di uno strangolamento. Riabbassò la testa mostrando il lato sinistro. Una macchia ancora più scura circondava l‘occhio e lo zigomo.

-Ora ricordi? Volevo liberarmi da te, hai dovuto darmi due pugni in faccia prima di strangolarmi. E’ successo due mesi fa

Antonio iniziava a capire. Ricordava quel volto, ma non era possibile che lei fosse lì davanti a lui. Era una delle sue vittime, ricordava di averla adescata nei pressi della zona industriale. Dopo aver fatto sesso con lei cercò di ucciderla ma lei riuscì a scappare dall’auto. La rincorse, le assestò due pugni e poi la strangolò. Ricordava dove l’aveva seppellita, si girò di scatto per vedere proprio in quella direzione. Ebbe un mancamento quando vide che proprio in quel punto il terreno era stato tolto.

-Esatto, ora hai capito. Ero proprio lì, in quel punto. E non sono sola

Antonio si girò verso di lei e vide comparire alle sue spalle altre figure. Avanzavano verso di lui mostrando i loro corpi seminudi e le loro facce. Le guardava, riconosceva ognuno di quei volti. C’era la ragazza nera che aveva ammazzato il mese precedente, c’era la rossa della settimana prima, c’era addirittura la sua prima vittima, come dimenticarla. Tutte davanti a lui, tutte con lo sguardo pieno di rabbia. Si avvicinavano imminenti mentre lui cercava di camminare all’indietro a quattro zampe.

-E’ inutile che scappi, ci siamo tutte e siamo ritornate qui per prenderti

-Ora sei nostro, non puoi scappare

-Vieni qui, ti faremo provare quello che hai fatto a noi

Antonio continuava a scappare sul terreno bagnato senza distogliere lo sguardo dalle ragazze. Fece qualche metro, poi andò a sbattere contro qualcosa. Girò lo sguardo e vide la sua ultima vittima in piedi. Anche lei era uscita fuori dalla sua fossa per compiere la sua vendetta. Aveva il braccio destro che penzolava in modo innaturale. Gli si avvicinò con lo sguardo pieno di rabbia.

-Sei finito

Di colpo tutte le ragazze si gettarono su Antonio. Chi gli teneva ferme le gambe, chi gli teneva ferme le braccia. qualcuna cominciò a spogliarlo mentre le altre presero a graffiarlo sul volto e sul torace. Antonio urlava come non mai, ma nessuno poteva sentirlo. Quel luogo era lontano dalle abitazioni, lontano da orecchie indiscrete.

-Guarda, ti abbiamo preparato una bella fossa, vicino alle nostre. Neanche la morte ci separerà ora, sei contento?

Con una forza fuori dal normale le donne sollevarono il corpo di Antonio e lo gettarono in una larga fossa che avevano preparato per lui. Anche loro scesero ed iniziarono a percuoterlo. Calci, pugni, graffi, mani che si avvicinavano al collo e stringevano sempre di più. Le urla di Antonio erano sempre più forti. Dentro di lui una paura mai provata e la consapevolezza di essere parte di un incubo. Un incubo che lui stesso aveva fatto provare alle sue vittime. Le urla però cominciarono a diminuire, poi si fermarono. Il corpo di Antonio era senza vita, anche lui era stato vittima del suo orrore.

Le donne si alzarono e uscirono dalla fossa. Una in particolare, la sua ultima vittima, prima di andarsene si girò verso di lui e gli sputò in faccia.

-Mi chiamo Miriam, ricorda il mio nome quando arriverai all’inferno

Come governate da una forza invisibile le ragazze andarono ad adagiarsi silenziosamente ognuna nel posto che il killer aveva riservato loro. Si distesero, chiusero gli occhi e tornarono ad essere dei semplici cadaveri senza vita, senza nome. Chissà se un giorno quei cadaveri saranno ritrovati da qualcuno. Chissà se qualcuna di loro sarà riconosciuta, se qualche lacrima amica sarà versata per lei. Uno strano sorriso però si formò sui loro volti. Il sorriso di chi ha avuto, anche se troppo tardi, la propria vendetta.

3 Settembre 2013

Quella domenica mattina la casa era vuota, ma si sarebbe riempita a breve. Carmine e Maria rientrarono a casa verso le 10. Erano scesi di primo mattino a comprare tutto l’occorrente per quel pranzo domenicale. Non sarebbero stati soli, infatti avevano invitato le figlie con le rispettive famiglie. Aprirono il portone della loro villetta a Chiaiano. Erano visibilmente felici, dopo poco avrebbero rivisto i loro nipotini e per quello erano raggianti. Girarono la chiave della porta principale e posarono le borse piene in cucina. Lui metteva a posto i prodotti mentre lei apriva le finestre per far entrare l’aria e metteva da parte l’occorrente per il pranzo. Era già tutto stabilito. Prima un antipasto di verdure e affettati, come primo piatto scialatielli con frutti di mare, rigorosamente presi al mercato quella mattina stessa, per i bambini pasta al sugo. Come secondo piatto una grande frittura di pesce per tutti, servita insieme ad insalata e patatine fritte. Il dolce lo portava Aurora, la prima figlia. Caffè e amaro per i più grandi. Carmine sorrideva, la moglie sapeva il perché e non disse niente. Stava pensando a loro, a come la fortuna li aveva assistiti fino a quel momento.

Carmine Manfredi e Maria Costa venivano dallo stesso quartiere, Scampia. Il padre di lui era un carabiniere, purtroppo venuto a mancare quando era ancora piccolo. Era morto durante un posto di blocco, con il suo collega avevano fermato una macchina sospetta e il guidatore, strafatto, si era messo a sparare verso di loro. Un eroe di guerra, avrebbe detto più tardi il sacerdote durante i funerali. Già, perché Scampia era luogo di guerra, anche se non erano poche le brave persone che ci abitavano. La famiglia di Carmine infatti faceva parte della porzione di Scampia che non ci sta. I genitori erano originari di Fuorigrotta, ma al signor Manfredi era stato assegnata una casa nel parco dei Carabinieri. La giovane coppia vi si trasferì proprio quando Carmine era ancora nel grembo materno. Due giovani di buona famiglia in un quartiere che si stava affacciando verso il futuro. Verso il futuro, sì, ma nessuno sapeva ancora che sarebbe stato solo il futuro di un mercato miliardario che avrebbe dato da mangiare solo ai clan camorristici.

La droga. Se ne accorsero già dai primi tempi, quando Carmine era piccolo. C’erano gli amici del parco, figli dei colleghi del padre, ma appena usciva da quel micromondo si scontrava con una realtà più cruda di quanto pensassero. Se usciva doveva rincasare presto, se vedeva qualcosa di strano non aveva visto niente, se qualcuno faceva il prepotente lui non doveva rispondere. Convivenza la chiamavano. Convivevano con un mondo che non gli apparteneva, ma se loro giravano lo sguardo allora i prepotenti non davano fastidio.

Intanto Carmine cresceva ed incontrò Maria. La famiglia di Maria si trovava a Scampia per le stesse ragioni di quella di Carmine, solo che il padre di lei era un postale. I parchi dove vivevano erano dunque vicini, e avevano tante cose in comune. Stessa età, stessa scuola, stessi interessi, stessa fragilità. Entrambi troppo deboli per una giungla che richiedeva sacrifici di sangue troppo crudi. Ma l’unione fa la forza e insieme andarono avanti.

Insieme fino a quel tragico episodio. Avevano appena 17 anni quando la crudeltà di quel posto portò via a Carmine anche sua madre. Un proiettile vagante, avevano detto in centrale. Erano alla ricerca del colpevole, ma per le strade si sapeva già l’identikit del sicario. D’altronde la colpa non era sua, era il bersaglio che aveva avuto la brillante idea di scappare e ripararsi tra la folla. La giustizia rimase impunita, uscì fuori un altro nome, si era dato la colpa per ingraziarsi la benevolenza di un clan. Da loro si usava fare anche così, la giustizia faceva comunque il suo corso e i parenti della vittima avevano un capro espiatorio su cui vomitare la loro rabbia. Per Carmine era la goccia che faceva traboccare il vaso. Un colpo così forte che lo fece cadere in un burrone profondo. Nella partita con la vita Carmine era andato KO con un montante diretto.

Da qui in poi tutto buio. Carmine ancora oggi non ricorda i dettagli di quel periodo ma solo uno sfondo nero. Quello che ricorda subito dopo l’accaduto è la vita con Maria. Ricorda di come i genitori di lei lo accolsero a casa, di come il loro amore gli fece superare quel momento tragico. Dei traguardi raggiunti, gli studi, il lavoro. E poi la cosa più importante. Il sentimento tra i due che cresceva e si faceva sempre più forte. Più forte dell’indifferenza, più forte della prepotenza, più forte dell’ignoranza. Si laurearono insieme in letteratura, la loro passione comune. Si sposarono e andarono a vivere lontano da Scampia. Sì, perché basta allontanarsi non di molto per vedere la differenza. Una piccola villetta a Chiaiano dove far crescere le due figlie Aurora e Benedetta. E ora a distanza di così tanto tempo quello stesso piccolo giardino in cui giocavano Aurora e Benedetta era il parco giochi preferito dei tre nipoti. Carmine e Maria si erano lasciati il passato alle spalle, tutto girava per il meglio. Erano felici, davvero felici.

Carmine era in cucina, si sedette per riposarsi un po’. Aveva pur sempre 68 anni e si stancava facilmente. E poi c’era quel piccolo dolorino all’altezza del cuore. Non doveva sottovalutarlo, lo diceva anche il suo medico.

“Carmine tu sei in buona salute, hai uno stile di vita da invidiare. Ma tieni sempre 68 anni, non te lo dimenticare. Sei una macchina che ha macinato chilometri, ogni tanto devi stare in garage”

Fece un respiro profondo e il dolore sparì. Si diede coraggio, era ancora forte e quella giornata doveva essere perfetta. Maria gli si avvicinò e gli mise una mano sulla spalla con dolcezza. Aveva il dono di leggergli nel pensiero.

-Non ti preoccupare per oggi. Staremo tutti insieme, è questo che conta. Tu vatti a riposare un po’ che preparo tutto io

-Ma no, che dici? Sto bene, vado un po’ in giardino e poi vengo a darti una mano

-Come vuoi

Carmine uscì in giardino. Il cielo invernale aveva lasciato spazio ad un po’ di sole che riscaldava l’erba. Si avvicinò al suo albero preferito. Un ciliegio, l’albero simbolo di quel quartiere. Erano anni che era lì, c’erano ricordi indelebili di ogni momento accanto a quell’albero. Carmine sorrise pensando ai giorni in cui insieme alle sue figlie giocava in giardino. I girotondi intorno al tronco, le scorpacciate di frutta, la potatura e la raccolta insieme. Quell’albero era cresciuto non solo di acqua e sole, ma soprattutto di amore e calore umano. Gli aveva dato anche un nome, Barbalbero, proprio come un personaggio del libro “Il signore degli anelli”, che Carmine leggeva alle figlie proprio all’ombra del ciliegio.

Il ricordo di quei giorni felici fece commuovere Carmine, che si accorse di avere il viso bagnato dalle lacrime. Si asciugò velocemente prima che qualcuno potesse scoprirlo. Eccolo, di nuovo quel dolorino al petto. Vabbè, questa volta era l’emozione. Nulla di cui preoccuparsi.

-Nonno, nonno!

-Apri nonno, siamo arrivati!

Carmine si girò e vide Marco e Lucia che saltavano di gioia fuori al cancello. Lo aprì subito e loro si buttarno tra le sue braccia mentre Aurora e il marito cercavano di calmarle. Ma Carmine non voleva che si fermassero, era contentissimo di stare disteso sull’erba a riempire di baci i suoi nipotini.

-Benedetta mi ha avvisato che arriva tra un po’. Era ancora a casa a prepararsi

-Non ti preoccupare, è presto. Tua madre è in cucina a preparare. Io sono qui a perdere tempo, non mi vuole tra i piedi

Aurora gli si avvicinò e gli accarezzò una guancia.

-Lo sai che ti vorrebbe sempre tra i piedi. E’ solo preoccupata per la tua salute

-Ue, ma che avete tutti? Io sto benissimo, sono forte come un leone

-Appunto, vedi di stare sempre bene

La ragazza entrò in casa insieme al marito mentre i bambini rimasero con il nonno.

-Come sta Barbalb… Barbl…

-Barbalbero. Sta bene, guarda. E’ ancora presto per vedere le ciliegie sui rami, non è periodo

-Nonno mi fai toccare quel ramo?

-Ma sei troppo piccolo per arrivare a quel ramo, Lucia

-Ma voglio toccarlo nonno!

Lucia era piccola ma aveva la testa dura. Voleva a tutti i costi avvicinare la mano ad un ramo altissimo. Il nonno non sapeva mai dire di no a nessuno dei suoi nipoti.

-E va bene. Su, fatti prendere in braccio che ti faccio salire

-Dopo prendi in braccio anche me?

-Certo, prima tua sorella però

Carmine prese in braccio Lucia. Non ricordava fosse così pesante. Certo, era cresciuta tantissimo dall’ultima volta che l’aveva vista ma aveva come il sospetto che fosse lui a non essere così forte come l’ultima volta. Fece una smorfia di dolore quando la sollevò da terra, un po’ per il peso un po’ perché era appena ritornato quel piccolo dolorino. Eccolo ancora quell’ospite indesiderato, forse con un paio di respiri profondi sarebbe andato via.

Un respiro profondo.

Un altro respiro profondo.

Niente, il dolore sembrava addirittura più forte.

-Nonno, più in alto. Non ci arrivo!

Le braccia cominciarono a tremare visibilmente. Carmine capì che era il momento di smettere. Posò di nuovo Lucia a terra e rimase chino, poggiando le mani sulle ginocchia e guardando a terra.

-Nonno, ora io! Ora io!

Carmine respirava a fatica, il dolore sempre più forte gli impediva di sentire le richieste dei nipoti. Guardava in basso, l’erba gli appariva sempre meno nitida. La vista si stava appannando e non riusciva a respirare. Si accasciò a terra. In poco tempo gli altri uscirono di casa attirati dalle urla dei bambini.

Fu portato in ospedale dall’ambulanza. Ogni tanto apriva gli occhi. Ricordi confusi. Le facce preoccupate degli infermieri. Il rumore di un macchinario elettrico. Gli sguardi tristi dei suoi cari. Le lacrime di Maria.

Poi di nuovo il buio, come tanti anni prima.

Finalmente riaprì gli occhi. Era cosciente, sapeva di essere morto. Come nei film, avrebbe visto un’enorme stanza bianca e un angelo che gli spiegava dove si trovava.

Tutt’altro.

Era in una piccola camera sudicia. Era notte, l’intermittenza di un neon ronzante all’esterno inondava la stanza di una luce rossa. Si guardò intorno. L’odore era nauseabondo. Dove si trovava. Si alzò, provò a fare mente locale ma non gli venivano idee. Si avvicinò ad un piccolo specchio sulla parete. Quello che vide lo impressionò tanto da farlo cadere all’indietro. In quello specchio non c’era lui. Quello che lo fissava era una persona più giovane, forse un trentenne. Magro da far paura e con i capelli lunghi. Era spaventato, non riusciva a trovare spiegazioni logiche. Come un granchio camminò a terra all’indietro senza staccare lo sguardo dallo specchio. Urtò qualcosa. No, qualcuno. Si girò e vide un signore. Indossava un vestito costoso e dava l’impressione di essere sul punto di dare una spiegazione a tutto quello.

-Chi sei? Chi sono io?

L’uomo lo guardò stranito.

-Ma come? Ancora non lo hai capito? Ah, già. La tua mente lo sta rigettando. Sei Carmine Manfredi

-No. No! Mi sono guardato nello specchio. Quello non sono io

L’altro alzò gli occhi al cielo. Prese una sedia e si sedette in tono serio.

-Ok, ricominciamo dall’inizio. Quello che vedi nello specchio sei tu, Carmine Manfredi. Tu non mi conosci, ma ti basta sapere che sono solo un povero diavolo. In tutti i sensi

Lo sgomento prese a inondare l’animo di Carmine. Stava per dire qualcosa quando l’uomo riprese a parlare.

-Sono un tipo originale e oggi mi è venuta la voglia di fare uno scherzetto. Vedi, tutto quello che hai appena visto, che hai appena vissuto, era solo una farsa. Era uno dei possibili futuri che erano destinati a te. Era tuo, potevi essere tu quella persona, ma non lo hai fatto. E sai quando? Quando è morta tua madre

Carmine ebbe i brividi quando sentì quelle parole. Un piccolo ricordo si stava insinuando nella sua mente.

-Ecco, vedo che stai già ricordando. Proprio così, è stato difficile quando è successo. Un colpo tremendo. Pochi sarebbero stati in grado di andare avanti. Pochi… Ma tu avevi Maria. Lei era con te, sempre. Te l’aveva promesso. “Carmine, lo supereremo insieme”

Pronunciò quell’ultima frase con la voce di Maria.

”Carmine, vieni da noi. I miei saranno i tuoi nuovi genitori”. Ma tu no. Eri triste, depresso, abbattuto, ma dentro di te qualcos’altro stava prendendo posto. L’odio. Hai lasciato che germogliasse dentro di te e distruggesse chiunque avessi vicino, come un salice piangente che uccide le altre piante. Cos’hai fatto? Lo ricordi?

Carmine ricordava, ma non lo accettava.

-Sì che lo ricordi. Hai contattato quelli dell’altro clan, ti sei offerto a loro per avere la tua vendetta. E l’hai avuta, ma a che prezzo? Hai fatto uccidere il sicario di tua madre ma hai stretto un patto con un diavolo più potente di me. Ti hanno adottato, eri il figlio prediletto del boss. Avevi anche la tua piazza di spaccio. Stavi facendo carriera, intanto avevi già dimenticato tutte le belle persone che erano accanto a te. E Maria? Dov’era, lo sai? No che non lo sai.

-No, no, NO! Smettila!

-Maria andò in depressione. Ti amava e non accettava il nuovo Carmine. Sprofondò anche lei nel tunnel della droga. Lo sai che proprio nella tua piazza di spaccio comprò l’ultima dose? Sì, hai capito bene. E’ morta di overdose e l’hai ammazzata tu. La siringa che l’ha uccisa porta il tuo nome.

-Basta, smettila. Non voglio…

-Cosa non vuoi? Ma guardati come ti sei ridotto. Un povero pusher che piange perché la fidanzatina di anni fa è morta. Hai visto cosa saresti diventato. Era tutto nelle tue mani. Nessuno ti ha convinto a fare la tua scelta. Libero arbitrio, mio caro

Carmine era a terra con la testa tra le mani. Piangeva a dirotto.

-Consolati mio caro. Se ci pensi non hai perso niente perché quello che ti ho mostrato era solo un’illusione. Uno dei possibili futuri. Un futuro bellissimo, ma non più il tuo. Rassegnati

Carmine si alzò in preda ad uno scatto di rabbia. Prese per il colletto l’uomo che gli rispose con una sonora risata.

-Che vuoi fare? Ma hai visto in che condizioni sei? Guardati il braccio

Carmine guardò il suo braccio destro. Solo allora si accorse di avere una siringa conficcata dentro.

-Esatto, la tua ultima spada. La vita che hai scelto sta per terminare

Carmine fece tre passi all’indietro poi si guardò di nuovo nello specchio. Era davvero lui quello che lo stava osservando? Era davvero quella la vita che aveva scelto? Possibile che un piccolo episodio, una scelta soltanto, potesse aver influenzato il suo futuro? Si accasciò a terra mentre le forze lo abbandonavano. L’ultimo suo pensiero era rivolto alle sue figlie. Le due figlie che non aveva mai avuto. Soltanto l’illusione di aver provato un amore così grande. Era solo in quella stanza silenziosa, chiuse gli occhi e si abbandonò alla morte.