26 Novembre 2017

La domenica c’era l’appuntamento fisso di Gianpaolo, il mercato delle pulci. Quasi ogni settimana si recava nel suo luogo preferito alla ricerca di affari o anche solo per immergersi in un’atmosfera che gli ricordava gli anni ‘80 della sua giovinezza. Di solito si soffermava davanti alle bancarelle di prodotti di musica e tecnologia. Negli anni aveva imparato a concludere buoni affari e creare una rete di conoscenze che gli aveva permesso di mettere le mani su oggetti rari.

Quella sua passione era abbastanza recente. Era passato appena un anno da quando la sua vita era cambiata completamente quando Maria, sua moglie, lo aveva lasciato dopo soli due anni di matrimonio. La ragione ufficiale era una soltanto, secondo Maria lui era troppo infantile, troppo legato ai ricordi di infanzia e giovinezza, troppo attaccato alla sua famiglia di origine. In realtà dopo otto mesi dal divorzio Gianpaolo scoprì che Maria aveva dato alla luce un bel maschietto ed era andata a vivere con il suo nuovo compagno.

Tutto quello che rimaneva a Gianpaolo era la magra consolazione di aver terminato quanto prima un rapporto che non lo avrebbe portato da nessuna parte. Non mancavano le parole di incoraggiamento di amici e parenti. Le solite frasi di circostanza che a lui non davano niente.

Meglio così, una così meglio perderla che trovarla

Dai, almeno per fortuna che non ci sono i figli

Hai capito la str…

Non ci pensare, ne conoscerai un’altra migliore

a Gianpaolo sembrava di conoscerle tutte quelle frasi. Apprezzava il gesto gentile di chi voleva solo tirarlo su di morale, di chi non ci era mai passato in una situazione del genere e non sapeva affrontare la cosa. Lui solo sapeva come ci si sentiva. Dopo aver dato tutto per quel rapporto, coronato un sogno dopo anni di sacrifici, essere piantato in asso. Avere il benservito e scoprire che quella che lui considerava la donna della sua vita nel frattempo lo stava già tradendo e stava progettando una vita diversa senza di lui.

Intanto lui ne uscì con dignità. Dall’esterno tutti lo elogiavano per il modo in cui stava affrontando quella brutta tegola che gli era caduta in testa. In realtà dentro di lui ribolliva di rabbia e avrebbe voluto gridare al mondo quello che realmente pensava. Ma fu bravo anche in questo, l’energia che aveva incanalato la riverso verso qualcosa anziché verso qualcuno. Lei gli aveva detto che era troppo infantile? E sia, lo sarebbe stato davvero. Di punto in bianco cominciò a collezionare oggetti vintage che gli ricordavano i momenti più belli della sua vita, quando tutto era leggero e la vita da adulto sembrava qualcosa di veramente lontano.

Vinili, audiocassette, riviste, ma anche vecchi computer, console di gioco, impianti audio. Girava vecchi negozi e mercatini alla ricerca della sua dimensione che si proiettava in un passato romantico. Si trasferì di nuovo a casa dei suoi genitori e prese possesso della sua vecchia stanza. Riprese dagli scatoloni tutta la sua roba vecchia di decenni e la arredò secondo le mode del tempo. Quella stanza rispecchiava il suo animo ed era diventato il suo rifugio personale. Quando non era fuori casa per lavoro passava ore all’interno della sua camera, da solo. D’altronde per un quarantenne come lui era meglio restare solo con sé stesso che vedere i conoscenti e soffrire per le loro belle vite familiari.

Gli affetti si dividevano tra chi fomentava le sue scelte legittime e chi lo metteva in guardia su un comportamento che lo escludeva dal mondo.

Fai bene, ora che sei libero puoi fare quello che vuoi senza essere giudicato

Sicuro di non stare esagerando? Vivi il presente, non il passato

Che male c’è, la vita è tua e fai quello che pensi sia meglio

Secondo me stai troppo il tempo da solo, dovresti uscire di più

Intanto lui proseguiva per la sua strada, i consigli gli rimbalzavano addosso su quell’armatura di gomma che si era costruito.

La domenica era il suo giorno preferito, si svegliava presto la mattina ed era tra i primi ad entrare all’interno del mercato dell’usato. Ormai conosceva tutti, commercianti e clienti abituali. Avrebbe potuto muoversi ad occhi chiusi tra le bancarelle, sapeva l’ubicazione di ogni venditore. Nel poco tempo in cui aveva coltivato la sua passione era diventato anche un discreto esperto. Non poche volte qualcuno gli chiedeva opinioni su qualche articolo o una stima approssimativa. Si sentiva padrone di un mondo che stava costruendo con le proprie mani. Anche quel giorno non era da meno. Al mattino presto era già fuori al cancello del mercato delle pulci e si apprestava ad entrare nel suo regno.

-Ciao Gianpaolo, come stai?

-Bene, grazie. Tu?

-Bene, bene. Senti quei pezzi di ricambio per il Commodore 64 vedo di farteli arrivare per la settimana prossima. E’ un problema?

-Assolutamente, grazie ancora

-Buona giornata

-Gianpaolo, vuoi vedere le “nuove” cassette che ho preso questa settimana? Sono sicuro che ti piaceranno, sono ancora chiuse nella bustina di plastica

-Ciao Gennaro, magari dopo. Ora devo passare da Piero

-Va bene, io sono qui. Buona giornata

L’inizio era sempre una sfilza infinita di saluti cordiali. Gianpaolo era un buon cliente e nessuno voleva perderlo. Lui quel giorno però aveva voglia di prendere qualche disco in vinile da ascoltare il pomeriggio in solitudine. Aveva il suo bancarellista di fiducia, Piero, dal quale aveva già acquistato parecchio materiale. Non solo era sempre fornito, ma era anche competente in materia di musica. Forse il migliore con cui Gianpaolo aveva mai parlato. Camminò lungo il percorso ed arrivò da Piero. Sul tavolo in bella mostra c’erano numerosi dischi in vinile ordinati alfabeticamente per artista. Una vetrina che faceva gola a tutti gli appassionati, bastava solo sapere quanto spendere.

-Ciao Piero, buongiorno

-Buongiorno a te Gianpaolo. Come stai?

-Bene, grazie. Tu?

-Non mi lamento. Sei passato qui solo per vedere o vuoi comprare qualcosa?

-Avevo pensato di prendere qualcosa

-Qualcosa di conosciuto o sconosciuto?

-Beh, dipende dal tuo significato di “conosciuto” e “sconosciuto”. Se mi rapporto a te non esiste niente di sconosciuto

-Sei troppo buono Gianpaolo. Eppure devi sapere che c’è sempre qualcosa che posso non conoscere e che mi stupisce ancora

-Davvero?

-Esattamente. Guarda, proprio qualche giorno fa ho preso questi dischi ad un’asta di un vecchio negozio del centro storico che ha chiuso definitivamente per debiti. Ho fatto affari comprando le prime edizioni di dischi famosissimi e nella collezione ho trovato questo

Appena finì la frase porse a Gianpaolo un disco ancora confezionato. La copertina era rosso scuro con in rilievo la scritta della band, The pain, e il titolo che era tutto un programma. Il paradiso di inferno. Prese il disco tra le mani e lo girò, sul retro non c’era nessuna informazione. Niente tracklist, niente elenco degli artisti, niente etichetta della casa discografica.

-Interessante, eh? Sembra un disco fatto in casa

-In che senso?

-Tipo i bootleg, forse il gruppo lo ha registrato in sala e ha prodotto solo qualche copia

Gianpaolo con l’altra mano tirò fuori dalla tasca il suo smartphone e sbloccò lo schermo. Iniziò a digitare qualcosa quando Piero lo riprese.

-E’ inutile che cerchi su internet. Anche io ci ho provato e non ho trovato nulla. Non so chi siano questi The pain né come questo disco possa essere finito sugli scaffali di un negozio di musica

-Quindi stiamo parlando di un gruppo sconosciuto che pubblica un album sconosciuto. Chi mi dice che non sia un disco vuoto messo in una bella copertina per fare uno scherzo?

-Ci ho pensato anche io, ma non ho intenzione di scoprirlo. Finché rimane qui, non lo apro. Lascio la risoluzione di questo enigma a chi lo comprerà

Piero era un bravo venditore e conosceva bene i suoi clienti. Gianpaolo era sempre alla ricerca di qualcosa, nuovo o vecchio. Bastava solo gettare qualche esca e sapeva che il pesce avrebbe abboccato all’amo. Il suo punto debole era la curiosità e la voglia di conoscere più del suo venditore. Come volevasi dimostrare, dopo averlo girato e rigirato tra le mani un paio di volte, Gianpaolo guardò con sguardo serio Piero.

-Quanto vuoi per questo?

-Sei un cliente abituale, a te chiederei 20€

-Ma è quasi una pesca di beneficenza, venti euro sono troppi

-Prendere o lasciare, sei tu che mi hai chiesto qualcosa di sconosciuto

Gianpaolo ci pensò qualche secondo ma la curiosità era troppa. Doveva avere quel disco, aprirlo ed ascoltarlo. Prese il portafogli e porse una banconota da venti euro a Piero che intascò sorridendo.

-Buon ascolto, fammi sapere come sono

-Eh no, non ti faccio sapere nulla. Se vuoi te lo rivendo

I due si salutarono ridendo, poi Gianpaolo percorse velocemente i viali fino ad uscire dal mercato delle pulci. Era troppo interessato a scoprire quel segreto per godersi una lenta passeggiata. Entrò in macchina e si diresse subito a casa.

Una volta arrivato salutò velocemente i suoi genitori, suo padre era seduto sul divano mentre cercava di selezionare non senza difficoltà un film su una delle piattaforme streaming on demand che Gianpaolo aveva configurato sul televisore di casa, sua madre invece era intenta a preparare un pranzo luculliano. Una volta entrato nella sua camera, Gianpaolo prese il disco ancora incellofanato per guardarlo meglio. Era ancora restio, aprirlo o non aprirlo? Tenerlo confezionato e immacolato oppure aprirlo e scoprire nuova musica? Si riservò di decidere dopo qualche minuto, voleva prima cercare su internet qualche notizia su quel gruppo sconosciuto.

Dopo i primi dieci minuti sui più importanti motori di ricerca si rese conto del perché Piero non avesse reperito notizie. Il web era all’oscuro dei The pain, nessuno aveva mai scritto qualcosa su di loro. Anche la navigazione nei forum amatoriali non aveva prodotto alcun risultato significativo. Sembrava proprio che quella band fosse sconosciuta e che probabilmente si trattava di un album amatoriale, probabilmente senza alcun valore.

Ormai Gianpaolo era sicuro, doveva aprire il disco ed ascoltarlo, non avrebbe perso nulla. Al massimo avrebbe riposto il disco nella sua confezione e lo avrebbe tenuto in perfetto stato per poi rivenderlo nel caso avesse saputo qualcosa in più. Prese la copertina e tolse la pellicola trasparente. Appena tolse la confezione gli arrivò alle narici uno strano odore. Pensò si trattasse della puzza di chiuso, probabilmente il disco era rimasto in quello stato per troppo tempo. Avvicinò il naso al vinile, più si avvicinava più l’odore diventava forte. Gli ricordava quasi quello dello zolfo. Chissà se era una trovata pubblicitaria per rimarcare il tema del disco. Forse era un concept album.

Lo guardò un’ultima volta prima di metterlo sul suo giradischi. Spostò il braccio dell’apparecchio e appoggiò la puntina sul disco. All’inizio fu silenzio, un insopportabile silenzio, era ancora convinto che quello fosse uno scherzo e lui fosse la vittima. Dopo qualche minuto sentì qualcosa. Il volume era basso quindi alzò lentamente il selettore per aumentarlo. Suoni, rumori, poi una voce maschile. Grave, roca, ma aveva una caratteristica inconfondibile, era riprodotta al contrario. Cominciò ad ascoltarla incuriosito anche se non riusciva a capire il significato. Sapeva bene che in passato numerosi artisti famosi avevano usato quella tecnica bizzarra per mandare messaggi subliminali ai loro fan o anche solo per alimentare dicerie che gli avrebbero garantito più vendite.

I minuti passavano lenti, Gianpaolo ascoltava le parole senza senso che uscivano fuori dalle casse cercando di carpirne un significato. Era sovrappensiero quando sentì un forte rumore. Saltò dalla sedia impaurito prima di rendersi conto che qualcuno aveva bussato alla porta della sua stanza. Andò ad aprire, era sua madre.

-Posso iniziare a buttare la pasta?

-Mamma sei tu? Ti avviso io tra una mezz’oretta, se non è un problema

-Va bene, aspetto te

Richiuse la porta dandosi dello sciocco. Era troppo impegnato ad ascoltare il disco da spaventarsi al minimo rumore. Si rimise seduto e cominciò a pensare. Se tutto il disco era inciso al contrario non c’era motivo di continuare ad ascoltarlo. Tra l’altro la musica non sembrava esserci quindi era necessario capire il senso del testo. Avvicinò quindi il giradischi al computer e posizionò un cavo all’uscita audio. Fece ripartire il disco dall’inizio mentre nel frattempo riordinava la stanza. Quella specie di nenia in sottofondo non lo disturbava, si accorse dopo una ventina di minuti che il disco non emetteva più suoni quindi staccò la registrazione ed avviò un programma per modificare la traccia audio appena salvata. Dal menu selezionò i comandi per riprodurre la traccia al contrario. Appena finì l’operazione salvò il file e cliccò due volte per avviare il player.

Dal notebook si sentì una leggera musica di sottofondo, più che strumenti era un coro di voci bianche. Dopo qualche secondo iniziò la parte di quello che avrebbe dovuto essere il frontman del gruppo. Più che una canzone era un parlato, come se stesse recitando una poesia. Purtroppo non era in italiano, le parole erano incomprensibili. Gianpaolo si applicò per individuare qualche parola ma non fu in grado di capirne il linguaggio. Era sicuramente una lingua a lui sconosciuta. Intanto più la voce continuava a parlare e più un senso di angoscia pervadeva l’animo dell’uomo. Dopo qualche minuto accadde qualcosa di straordinario quanto macabro.

All’improvviso tutti i dispositivi audio presenti nella camera di Gianpaolo cominciarono ad emettere suoni. Il subwoofer collegato ad un impianto stereo, le casse del suo pc, i giocattoli parlanti, addirittura un vecchio carillon che cominciò a girare, ogni dispositivo riproduceva qualcosa. Non ci volle molto per capire cosa stessero riproducendo. Erano voci, voci umane che si liberavano in lamenti sempre più alti. Voci femminili e maschili, più il loro volume aumentava e più la voce della traccia faceva lo stesso. I lamenti imploravano pietà, soffrivano, chiedevano la morte piuttosto che un supplizio così doloroso. Gianpaolo era immobilizzato sulla sedia e non riusciva a muovere un muscolo. Ascoltava impietrito quelle urla che pian piano sembra conoscere.

Abbi pietà! Abbi pietà!

Uccidimi, ti prego uccidimi!

Aiuto! Qualcuno mi aiuti!

Vai via demone!

Avrebbe voluto muovere anche solo un braccio, stoppare la riproduzione e fuggire da quell’incubo. Sentiva le gocce di sudore che gli scendevano dalla fronte, gelide come pezzi di ghiaccio. Era spacciato, gli sembrava di essere come Alex, il protagonista di Arancia Meccanica, mentre è costretto ad osservare scene di violenza contro il suo volere. Era quasi sul punto di cedere quando un forte rumore attirò la sua attenzione.

Di colpo aprì gli occhi, rendendosi finalmente conto di stare dormendo. Il rumore era continuo, dopo i primi secondi di incoscienza capì che si trattava del campanello. Si alzò di scatto dalla sedia e controllò in giro, gli oggetti che prima si comportavano stranamente sembravano di nuovo normali. Era stato sicuramente un sogno, uscì dalla stanza ed andò ad aprire mentre continuavano a suonare il campanello. Strano che nessuno dei due genitori fosse andato ad aprire.

Arrivò all’ingresso ed aprì la porta senza guardare nello spioncino. Si ritrovò davanti due agenti di polizia, uno con lo sguardo serio, l’altro mostrava un piccolo sorriso di circostanza.

-Salve, il signor Castaldo?

-Sì, sono io. Anche mio padre però, lei chi cerca?

-Siamo qui perché siamo stati allertati per un’emergenza. Hanno chiamato in centrale perché hanno sentito urla e forti rumori provenire da questo appartamento

Gianluca rimase di stucco. Cosa era successo? E perché i genitori non c’erano in quel momento? Stava per pensare al peggio quando la soluzione gli venne in mente e un piccolo sorriso gli si stampò sul volto.

-Ah, ma certo. E’ colpa mia scusate. Ero nella mia camera ad ascoltare musica. E’ una lunga storia… il disco che ho comprato stamattina è un po’… particolare. L’ho ascoltato a tutto volume, non pensavo si sentisse così forte. Mi dispiace che qualcuno abbia potuto pensare a qualcos’altro

I due poliziotti si guardarono con fare sospettoso poi si rivolsero nuovamente a Gianpaolo.

-Lei vive da solo, signor?

-Gianpaolo. No, ci sono anche i miei genitori

-Sono in casa adesso?

-Pensavo di sì, forse sono usciti mentre ero da solo in camera

-Possiamo entrare e controllare?

A Gianpaolo venne in mente la frase che di solito sentiva nei film gialli, “non può entrare se non ha un mandato” ma pensò che in quell’occasione non c’era nulla di male a farli entrare. Magari li avrebbe invitati ad ascoltare il disco per confermare la sua tesi e togliere ogni dubbio dalle loro menti prevenute.

-Certamente, prego

Li lasciò entrare mentre lui si diresse in cucina.

-Gradite qualcosa? Un caffè, un the?

-Non possiamo grazie. Magari solo un po’ d’acqua

-Ok, sono subito da voi poi vi faccio ascoltare il disco in questione e vi racconto tutto dall’inizio

Si girò e avanzò verso il frigorifero. Lo aprì e quello che vide gli bloccò il fiato in gola. Non ebbe il tempo di realizzare cosa stesse succedendo che girò gli occhi all’indietro e svenne, cadendo di colpo sul pavimento.

Quando si risvegliò non capì subito dove si trovasse. C’era una luce bianca, forte, che illuminava la stanza vuota con una scrivania al centro. Lui era seduto su una sedia, appena si rese conto di essere all’interno dello sgabuzzino si alzò di scatto. Una mano si posò con forza sulla sua spalla.

-Signor Castaldo, rimanga seduto

-Cosa succede? Perché sono qui?

-Signor Castaldo, lei si ricorda di me? Sono venuto nella sua abitazione

-Sì, eravate in due. Ma non ho capito cosa…

-Ricorda di essere svenuto dopo aver aperto il frigorifero?

Gianpaolo visualizzò l’immagine che gli si era presentata aprendo il frigorifero. In tutti gli scompartimenti erano ammassate delle buste di plastica che grondavano sangue. In una in particolare, trasparente, aveva riconosciuto una testa umana con il volto di suo padre. Quando ripensò a quel momento ebbe un conato di vomito e si sedette di nuovo sulla sedia.

-Si sente bene? Quando ha aperto il frigorifero ha perso i sensi e le abbiamo fornito soccorso. Ricorda cosa è accaduto prima del nostro arrivo?

-Dove sono? Dove sono i miei genitori?

-La scientifica è già arrivata e sta effettuando le analisi della scena del crimine. Da una prima verifica sembra che i suoi genitori siano stati uccisi, i loro corpi sono stati… conservati nel frigo di casa

Gianpaolo era intontito. I suoi genitori erano morti. Qualcuno li aveva assassinati, fatti a pezzi e tutto mentre lui stava ascoltando musica estraniandosi dalla realtà. La voce dell’agente lo risvegliò da quei pensieri, riportandolo alla dura realtà e non lasciandogli neanche il tempo di elaborarla.

-Lei ricorda cosa è successo prima del nostro arrivo?

-Come scusi?

-Quando è stata l’ultima volta che ha visto i suoi genitori?

-Stamattina, quando sono arrivato a casa. Sono uscito per andare al mercato delle pulci e sono rientrato verso le 11

-C’è qualcuno che può confermare la sua versione dei fatti?

-Certo! Il signor Piero, ha una bancarella al mercato. E’ da lui che ho comprato quel vecchio disco…

Gianpaolo si bloccò di colpo. Gli venne in mente quel pensiero, ma era troppo incredibile per ripeterlo ad alta voce. Non poteva essere, non era colpa del disco, di quell’incubo che aveva vissuto ad occhi aperti. Eppure più ci pensava e più si rendeva conto che tra le voci che sentiva nella stanza c’era qualcuna che conosceva. Che poteva essere dei suoi genitori.

-Continui, perché si è interrotto? C’è qualcosa che deve dirci?

-No, nulla… oppure… 

-Dica

-Il disco… quel disco che ho comprato. Contiene una strana traccia audio registrata al contrario. Quando l’ho ascoltata è successo qualcosa di strano. Ho sentito delle voci che urlavano

-Ritiene che le voci siano dei suoi genitori?

-Sì! Pensavo che fossero del disco e invece erano i miei genitori che imploravano aiuto! Tutto mentre ero nella mia stanza e potevo fare qualcosa

L’ispettore cercò di calmare Gianpaolo che cominciò a piangere a dirotto.

-Si tranquillizzi. Ora l’importante è capire chi è l’assassino e come abbia fatto ad entrare in casa. Il disco di cui parla è ancora qui? Nella sua stanza?

Gianpaolo annuì con la testa, l’agente diede l’ordine ad un collega di andare nella sua stanza a verificare la sua versione. Intanto Gianpaolo non poteva capacitarsi di quanto accaduto. Nella sua testa dava la colpa a tutto. Alla sua vita da ossessionato di dischi, alla sua ex moglie che lo aveva ridotto in quello stato, al venditore che era riuscito a fargli comprare un oggetto che non valeva niente. Avrebbe voluto urlare davanti a tutti, sfogarsi per la prima volta dopo aver inghiottito troppa merda. Non si accorse che uno degli agenti presenti in casa sua si avvicinò all’ispettore riferendogli qualcosa nell’orecchio mostrandogli lo schermo di un notebook. Quando ebbe finito di ascoltare, l’ispettore divenne serio e ritornò accanto a Gianpaolo con sguardo risoluto.

-Signor Castaldo, la dichiaro in arresto per l’omicidio dei suoi genitori

Gianpaolo sgranò gli occhi per lo stupore. Com’era possibile che proprio lui venisse accusato di quel crimine? Doveva assolutamente chiarire la situazione, lui era solo una vittima e il vero carnefice era ancora libero.

-Non capisco, cosa dite? Non posso essere stato io, lo posso dimostrare

-Mi dispiace ma le prove che abbiamo raccolto sono tutte contro di lei. Le consiglio di non fare resistenza…

-Ma le dico che non è possibile! Io ero nella mia stanza! Ecco, solo ora mi viene in mente, ho installato delle telecamere per tutta la casa! Forse ero troppo scioccato per ricordarlo prima, vedete quello che c’è nelle registrazioni e vi renderete conto che io non c’entro!

Sul volto di Gianpaolo comparve un sorriso di speranza, aveva trovato la prova lampante della sua innocenza e la chiave per catturare il vero assassino. Nessuno però provvedeva a togliergli le manette e gli sguardi di tutti i poliziotti presenti non cambiavano la loro espressione seria. Fu l’ispettore a parlare in tono grave.

-Controllare le telecamere di sicurezza è stata la prima cosa che abbiamo fatto. Conferma la sua versione dei fatti sul rientro a casa per le 11, ma nessun altro è entrato in casa. Inoltre le telecamere interne hanno registrato questo

Un altro agente girò verso Gianpaolo un notebook. Dal monitor partì una registrazione. Si vedevano le vittime intente a preparare la tavola per il pranzo, subito dopo comparve un’altra figura. Era lui, Gianpaolo. Si diresse verso la cucina ed aprì uno dei cassetti. Prese una mannaia e senza esitazione si avvicinò alla madre. Un solo colpo, netto, all’altezza dell’avambraccio. La donna si inginocchiò mentre una parte del braccio penzolava attaccata ancora per un lembo al resto del corpo. Aprì la bocca, forse stava urlando ma il suo carnefice continuò l’opera. Un colpo sulla spalla, poi uno sul cranio. Il corpo della madre si accasciò a terra mentre il marito fece qualche passo indietro cadendo rovinosamente sul pavimento. Gianpaolo si accanì su di lui finché il corpo finì di muoversi.

La scena dell’assassinio era sotto gli occhi di tutti. Gianpaolo guardava quei pixel in bianco e nero che decretavano la sua condanna. Non riusciva a dare una spiegazione plausibile di quello che aveva visto. Sapeva di non essere lui quello del video, lui era solo nella sua stanza quando tutto era accaduto.

-Non sono io! Quello non sono io, dovete credermi!

-I fatti parlano chiaro, è lei l’assassino dei coniugi Castaldo

-No! Non sono io! E’ il disco! Vi dico che è il disco che ho comprato! E’ maledetto!

-Abbiamo analizzato il disco che era presente sul giradischi nella sua camera. E’ vuoto, non contiene nessuna traccia audio

Gianpaolo ascoltò quelle parole in silenzio, poi cominciò ad urlare parole incomprensibili mentre i poliziotti lo ammanettarono e lo portarono fuori dalla sua abitazione. Nell’uscire di casa, mentre lo trascinavano a forza, si guardò per l’ultima volta nello specchio dell’ingresso. Quello che vide non era il suo volto ma quello di un demone con la pelle scura, lunghe corna appuntite e una lunga barba. Il volto del male che lo guardava ridendo.

19 Novembre 2012

Lunedì

Ester aspettava il treno in piedi sulla passerella della stazione di Piazza Garibaldi. La mattina seguiva i corsi universitari e di solito ritornava a casa per pranzo e cominciava a studiare. Quella settimana però era diverso, gli esami si avvicinavano sempre più quindi per evitare di sprecare tempo nel lungo tragitto tra il Policlinico II e il paesino di provincia in cui viveva decise di organizzarsi con le sue amiche e studiare il pomeriggio nelle aule messe a disposizione dall’università.

Quello era stato il primo giorno e pensò che l’idea non era per niente male. I corsi finivano alle 13, dopo aver consumato un pranzo a sacco veloce all’aperto studiarono per quattro ore di fila ripetendo tutto il programma. Certo, passando tutto quel tempo fuori casa doveva prendere la circumvesuviana più tardi, ad un orario diverso dal solito. Ed infatti quel primo giorno i trovava in piedi in compagnia del suo amico libro ad attendere il treno delle 19:02.

Sentì la voce dell’avviso che informava dell’arrivo del suo treno. Si allontanò ulteriormente dalla linea gialla mentre chiudeva il libro e osservava la folla di persone che si radunava nei punti strategici dove si sarebbe fermata la porta. Arrivò il treno, come al solito fu l’ultima ad entrare, non le piaceva il pensiero di infilarsi tra le altre persone per essere tra le prime. Sarebbe comunque entrata e difficilmente avrebbe trovato un posto vuoto su cui sedersi. Entrò e si piazzò in piedi accanto ad uno dei tubi di ferro del treno, riaprì il suo libro e continuò la lettura.

Lo aveva comprato da qualche giorno ma la storia era così avvincente che era già arrivata a metà in poco tempo. Quella sera però non riusciva a finire una sola pagina. Non che non le piacesse la storia in quel punto, ma nel vagone c’era troppo casino e non riusciva a concentrarsi. Alzò lo sguardo e si guardò intorno.

Davanti a lei su una postazione di quattro sedili c’era seduta una donna. Era al telefono e continuava a parlare ad alta voce fregandosene degli altri presenti. Era una telefonata di lavoro, impartiva ordini e comandi per il giorno successivo. Anche la gestualità era accentuata, sembrava che il suo interlocutore fosse davanti a lei. Probabilmente era così presa dalle sue cose da essere convinta di trovarsi da sola in quel treno. Di fianco a lei e di fronte c’erano due ragazzi intenti a guardare gli schermi dei propri cellulari. Poco importava a loro del volume alto, niente li avrebbe disturbati dai loro giochi virtuali.

Intanto l’altro posto era occupato da un ragazzo diverso dagli altri. Una voce fuori dal coro. Sembrava fosse appena stato ad una gara di cosplay. I capelli erano neri, quelli davanti coprivano quasi completamente il suo sguardo e all’estremità sembravano raccogliersi in maniera appuntita. Aveva una maglia a maniche lunghe nera e un jeans con vari strappi. Sui polsi almeno una decina di bracciali. Ma non era il suo look troppo simile al personaggio Elle di Death Note a stuzzicare la curiosità di Ester quanto quello che stava facendo.

Stava disegnando.

Era chino mentre con una matita disegnava su un block notes che teneva sulle ginocchia. Le sue mani si muovevano senza fermarsi, quasi avidamente. La matita percorreva la superficie del foglio tracciando linee e forme. Sembrava quasi che fosse in trance mentre il suo disegno prendeva vita sulla carta. Ogni tanto alzava lo sguardo per poi abbassarlo di nuovo e continuare l’opera.

Quel ragazzo la incuriosiva tanto, era così affascinata da quello che faceva che non sentiva nemmeno più la voce della donna al telefono. Posò il libro nella borsa, ormai non aveva più voglia di continuare a leggere. Fece qualche passo in avanti per vedere meglio cosa stesse disegnando. Da dove era posizionata non riusciva a vedere nulla. Mentre si avvicinava sperò che lui non la notasse. Non stava facendo niente di male, anzi, se lui disegnava in pubblico non si sarebbe certamente offeso se qualcuno avesse voluto vedere meglio il disegno. Però lei sentiva una strana angoscia che non riusciva a spiegare. Si appoggiò accanto alla porta del vagone, da lì riusciva a vedere meglio cosa c’era sul foglio.

Non c’erano dubbi, era il volto della signora seduta di fronte a lui. Ester riusciva a vedere soltanto una parte del foglio ma era evidente che quello fosse un ritratto. I dettagli erano impressionanti. Com’era possibile che quel ragazzo riuscisse a disegnare così bene in condizioni come quelle. Chiasso, confusione, il movimento continuo del treno e le frenate brusche. Era un vero talento, doveva riconoscerlo. Stava per allungare il collo e vedere meglio il resto del disegno quando il treno si fermò e le porte si aprirono.

Ester si rese conto che si era piazzata proprio davanti all’apertura delle porte e dovette spostarsi subito per permettere alle persone di uscire. Purtroppo per lei, nel vagone entrò una fiumana di gente quindi non poté più scegliere dove posizionarsi meglio per osservare il disegnatore misterioso. Non solo, tutti spingevano per entrare e lei si ritrovò senza volerlo a parecchia distanza dal suo obiettivo.

Non riusciva più a vedere nulla e non era consigliabile neanche riprendere il libro dato il poco spazio a disposizione. Sbuffò contrariata mentre intorno a lei i passeggeri parlavano di una corsa soppressa. Questo spiegava la strana affluenza.

Alla fermata di Barra il treno si svuotò e lei non aspettò ulteriormente per portarsi nuovamente in direzione del disegnatore. Quando arrivò lì però rimase delusa. Lui non c’era più, il suo posto e quello accanto erano vuoti. La signora era ancora al telefono e parlava forse con un tono più alto. Non aveva nessun foglio tra le mani, quindi probabilmente il ragazzo non le aveva dato il disegno che la ritraeva.

Che strano, pensò. Magari voleva tenere per lui quel disegno che avrebbe fatto parte di un suo portfolio. O magari la signora era così impegnata da non poter accettare un ritratto da un ragazzo sconosciuto. Quanto sarebbe piaciuto ad Ester di avere in dono un suo disegno. Forse era un pensiero troppo romantico o forse troppo da ragazzina ma pensarlo la rese felice.

Ritornò con i piedi sulla terra e ripensò un’ultima volta al disegnatore, poi si spostò in un altro vagone meno chiassoso e prese posto. Aprì il libro e continuò dall’ultima pagina che stava leggendo.

Martedì

Il secondo giorno di studio intensivo era stato ancora più redditizio. Le quattro giovani amiche avevano studiato così tanto che non si erano rese conto del tempo che passava velocemente. Quando Ester, che tra le quattro era quella che abitava più lontano e aveva più mezzi da prendere per tornare a casa, si rese conto di che ore fossero mise tutto in borsa ed uscì dal policlinico senza nemmeno avere il tempo di salutare le compagne.

Si affrettò ad uscire dalla cittadina universitaria e prendere la sfilza di treni per ritornare a casa non troppo tardi. Metropolitana collinare, poi Metro linea 2 e poi per ultimo la Circumvesuviana. Dopo le corse tra i pedoni lenti all’interno delle stazioni di scambio e le preghiere ad ogni passo, finalmente Ester arrivò sulla banchina di Piazza Garibaldi giusto in tempo per entrare nel treno che l’avrebbe portata a casa.

Appena fu dentro si appoggiò ad una parete e respirò a fatica per riprendersi. Guardò l’orologio, 19:03. Per fortuna quel minuto di ritardo, per lei era stato fatale. Ringraziò il cielo di quella botta di fortuna, poi prese il cellulare ed avvisò le amiche di essere arrivata sana e salva alla stazione, scusandosi per essere fuggita senza salutarle. Si guardò intorno e vide un posto libero. Ancora con il fiato corto si avvicinò al sedile e prese posto. Anche quello di fianco al suo era libero quindi ci piazzò sopra lo zaino pesante, pieno di libri, fotocopie e appunti. Lo aprì, frugò nella confusione ed estrasse il suo amico libro. Cominciò a leggere e come succedeva spesso si estraniò completamente dalla realtà. La sua mente vagava tra le pagine del libro, divorava le lettere stampate e sognava di essere la protagonista della storia che stava leggendo. Alzò lo sguardo solo un paio di volte per controllare il display che mostrava la fermata successiva. Fu allora che con la coda dell’occhio vide qualcosa. Non ci aveva fatto caso prima ma nella fila di posti di lato al suo era seduto il disegnatore del giorno prima.

Quando lo vide si rese conto ancora una volta di quanto fosse attratta da lui. Stranamente a causa degli impegni lo aveva quasi dimenticato, non aveva pensato che il treno era lo stesso del giorno prima e avrebbe potuto incontrarlo di nuovo. Anche in quell’occasione stava disegnando. Con lo stesso impeto, la stessa passione del giorno precedente. La sue dita si muovevano in maniera rabbiosa sul foglio mentre ogni tanto guardava di fronte a sé. Stavolta davanti aveva un uomo di mezza età. Ad Ester sembrò il classico padre di famiglia che la mattina si svegliava presto per andare al lavoro e rincasa tardi stanco morto.

Le era venuta voglia di vedere il ritratto che stava creando l’artista. Ripose il libro nello zaino e si alzò senza dare nell’occhio. Si posizionò proprio dietro di lui e si affacciò per vedere il block notes. Anche quel giorno rimase affascinata dai dettagli del disegno. Sembrava una foto in bianco e nero del signore seduto di fronte al ragazzo. Stavolta però notò qualcosa. dei dettagli sembravano renderlo più vecchio. Leggermente più calvo, i capelli ingrigiti e qualche ruga in più. Sembrava quasi che lo avesse ritratto di proposito più vecchio, cosa effettivamente non facile da fare. Il disegno era ormai completo, Ester si spostò dall’altro lato per vedere il volto del ragazzo. Proprio in quel momento lui fece qualcosa di inaspettato. Guardò il suo disegno, il suo sguardo divenne di colpo triste e prese il foglio tra le mani. Subito dopo lo stropicciò rompendolo in mille pezzi che fece cadere a terra.

Ester rimase sorpresa da quel comportamento. Come era possibile che un disegno così stupendo potesse essere distrutto, dall’artista stesso poi. Forse anche il giorno prima aveva fatto così? Aveva strappato il suo disegno? Non avrebbe mai avuto una risposta, a meno che non avesse trovato il coraggio di chiederlo direttamente a lui.

Stava pensando a cosa fare quando il treno si fermò a Barra e il ragazzo mise matita e blocco degli appunti in una borsa e uscì dalla carrozza. Dal finestrino Ester lo vide camminare all’esterno, sotto la pioggia, senza un ombrello e con le mani in tasca. La scena le mise così tanta tristezza che per tutto il viaggio non pensava ad altro. Avrebbe voluto parlargli e conoscerlo meglio ma la sua timidezza l’aveva fermata.

Mercoledì

Diversamente dal giorno precedente, Ester fece di tutto per uscire prima dal Policlinico e prendere il treno delle 19:02. Era un’idea folle, anche le amiche glielo avevano detto. Se per due giorni di fila aveva incontrato quel ragazzo in treno non era detto che anche il terzo giorno sarebbe stato così. Intanto lei aspettava da più di mezz’ora sulla banchina l’arrivo del treno a Piazza Garibaldi. Aveva addirittura la possibilità di tornare prima a casa ma ormai era fermamente decisa. Si guardava intorno per cercarlo ma del ragazzo nemmeno l’ombra.

Il treno delle 19:02 arrivò puntuale, un ultimo sguardo ai passeggeri che stavano per salire e anche Ester entrò. Appena fu dentro lo cercò con lo sguardo. Nulla.

Le persone erano tante e la calca non permetteva di vedere in tutte le direzioni. Era impensabile anche solo spostarsi di carrozza, come lo avrebbe trovato? Fu allora che sentì una voce che non pensava di ricordare.

-Ester! Ciao, come stai?

Si girò e vide un volto maschile. Era così sovrappensiero che non l’avrebbe mai riconosciuto nella moltitudine di persone all’interno del vagone. Mise a fuoco e lo ricordò. Era Marco, un suo compagno di scuola delle superiori. Compagno sì, amico no, avrà scambiato con lui non più di venti parole in cinque anni. L’ultima persona che le serviva in quel momento.

-Carissima, come va? Che fai di bello?

-Io…

-Sicuramente stai tornando a casa dall’università, sei sempre stata una ragazza in gamba tu. Anche io sto seguendo dei corsi universitari. Quest’anno mi sono iscritto a Giurisprudenza, l’anno scorso ho provato con Fisica ma non faceva per me. Anche perché qui avrei più sbocchi nell’azienda di mio padre. Lo sai che mio padre possiede…

Ester si ricordò di colpo qual era la caratteristica peculiare di Marco. Era logorroico. Ma non nel senso positivo del termine. Era capace di indurre le persone all’asfissia più totale. Tutti in classe lo evitavano per quello, ma anche per le manie di grandezza derivanti dal suo ego smisurato. In quel momento lei avrebbe voluto soltanto piantarlo lì e continuare la sua ricerca ma non riusciva a fermare la fiumana di parole che uscivano dalla sua bocca.

-…e quindi io le ho detto che poteva anche tenerselo stretto dato che lo voleva così tanto. A proposito, lo sai che Bianca aspetta un bambino? L’ho saputo perché in pratica il fratello è iscritto allo stesso mio corso di karate, quindi…

Non riusciva ad aprir bocca che lui era saltato già ad un altro argomento. Non solo non riusciva a seguire il discorso, ma le sembrava di sentire solo una sfilza di “bla bla bla” continui. Se non lo fermava avrebbe viaggiato fino a casa con quell’assordante e noioso monologo nelle orecchie. Decise per una volta di fare la scostumata, d’altronde non le importava minimamente di lui e della sua vita da sfigato.

-…sapessi la faccia che ha fatto quando si è avvicinato quel cane abbaiando…

-Senti Marco, mi dispiace ma devo andare subito, mi sono ricordata di aver lasciato nel vagone una mia amica. Mi sta cercando sicuramente

-Ottimo, ti accompagno. Magari è carina

-No, non hai capito. Devo andare. Ti saluto. E’ stato un piacere averti visto

Finì quella frase e subito dopo si dileguò tra la folla. Non si girò per evitare di vedere il suo sguardo tra l’allibito e il contrariato ma era già tardi e doveva davvero andare. La prossima fermata era quella di Barra quindi non doveva perdere altro tempo.

Il treno si fermò e la maggior parte delle persone uscirono. Uscì anche lei cercando con lo sguardo il ragazzo. Guardò in tutte le direzioni e finalmente lo vide, era uscito e neanche quel giorno aveva avuto l’occasione di poter parlare con lui. Sentì la sirena che annunciava la chiusura delle porte, fece una corsa per ritornare nel vagone.

Le porte si chiusero e il treno ripartì. Si appoggiò tristemente sulla parete interna lasciandosi scivolare fino al pavimento. Era poggiata a terra come lo era anche il suo stato d’animo. Un’altra occasione sprecata, avrebbe dovuto aspettare altre ventiquattr’ore per rivederlo. Se era fortunata. Stava per perdere le speranze quando vide dei foglietti volare sul pavimento liscio del treno. Ne prese uno, lo guardò ed ebbe un sussulto al cuore. Era uno dei pezzi del foglio su cui il disegnatore aveva compiuto la sua opera quella sera. Subito si rialzò e andò alla ricerca degli altri.

Come una forsennata si controllò l’intero vagone. Sotto i sedili, negli angoli, nelle pieghe delle paratie. In poco tempo riuscì a trovarli tutti. Li strinse a sé teneramente prima di rimetterli in borsa.

Giovedì

Come il giorno precedente, Ester era arrivata puntuale alla stazione di Piazza Garibaldi. Con un filo di trucco in più e tanta speranza. quel giorno le amiche l’avevano supportata e avevano tifato per lei.

Mi raccomando, se lo incontri parla con lui

Che male fa chiacchierare con uno sconosciuto incontrato in treno?

Basta con questa timidezza! Non perdere questa opportunità!

Le volevano bene e avrebbero voluto il meglio per lei.

Stringeva a sè il suo zaino all’interno custodiva il suo segreto, quello che forse l’avrebbe avvicinata a lui. I minuti passavano ma per lei sembravano ore lunghissime.

Il treno arrivò ed entrò. Ispezionò con lo sguardo ogni angolo del vagone ma del ragazzo nemmeno l’ombra. Per fortuna non c’era tanta gente quindi poteva cercare più facilmente. Alla stazione di Gianturco scese per passare ad un’altra carrozza. Fece avanti e indietro due volte ma anche lì non trovò il disegnatore. Alla stazione successiva, San Giovanni a Teduccio fece lo stesso, passò nella carrozza in fondo. Doveva essere lì per forza. Purtroppo neanche in quella trovò il ragazzo.

Alla stazione di Barra uscì dalla banchina per controllare le persone che uscivano dal treno. Fuori pioveva a dirotto ma ormai Ester non sentiva più la pioggia sulla sua pelle. Vide i volti di tutti quelli che percorrevano la banchina ma del ragazzo misterioso ancora nulla. Rientrò nel treno fradicia, si sedette su una sedia libera e abbassò la testa. Una piccola lacrima cadde sul pavimento del treno, l’unica che non riuscì a trattenere nascosta tra le gocce di pioggia.

Rialzò la testa e si asciugò il volto. Si diede della scema. Come aveva potuto immaginare una storia d’amore con uno sconosciuto di cui non sapeva nemmeno il nome. Era sempre così, costruiva dei castelli in aria e poi rimaneva delusa quando le pareti dei castelli crollavano. Aprì lo zaino e prese l’oggetto che era diventato più caro. Un foglio di carta, composto dai pezzi trovati il giorno prima messi insieme dallo scotch. Guardò ancora una volta quel disegno, ancora un ritratto. Il viso di una bambina all’incirca di dieci anni. Gli occhi erano chiusi ma l’espressione sembrava serena. Come se stesse dormendo o riposando quieta. Quante volte dalla sera precedente aveva osservato quel disegno. Lo aveva ricomposto con cura stando attenta a far combaciare correttamente i pezzi. Più lo guardava e più soffriva per quell’amore mai nato. O forse, non ancora.

Venerdì

Quella storia stava diventando un’ossessione per Ester. Ormai non pensava ad altro. Il libro che la accompagnava in tutti i suoi viaggi in treno era rimasto a casa, erano giorni che non leggeva più. Nella sua stanza aveva incorniciato il disegno e lo aveva appeso al muro. Passava ore a rimirarlo pensando al suo disegnatore. Anche all’università le cose era cambiate drasticamente. Non studiava più con la stessa voglia di prima. Gli esami si avvicinavano ma a lei sembrava non importare più. Le sue amiche la mettevano in guardia.

Ma stai dormendo la notte? Hai una faccia che non mi piace

Ancora a pensare a questa storia? Magari lo incontri, magari no, ma non devi ossessionarti

Dobbiamo studiare, questo esame lo dobbiamo passare tutte insieme, dai!

Ester, sveglia! Preferisci fare una pausa e riposarti un po’? Lo so a cosa stai pensando

Effettivamente glielo si leggeva in faccia come stava. Il volto non era radioso come gli altri giorni, la stanchezza aveva solcato i tratti del suo viso rendendola una maschera di tristezza. Sapeva di non stare bene, ma doveva provarci l’ultima volta. Doveva prendere quel treno e cercarlo, se era fortunata lo avrebbe trovato e avrebbe parlato con lui. Lo aveva giurato a sé stessa. L’ultima occasione, poi si sarebbe rimessa in carreggiata.

Il treno arrivò in orario, entrò e si guardò intorno. Aveva gli occhi stanchi, le palpebre si chiudevano da sole mentre lei con forza le riapriva. Si guardò intorno invano, neanche quel giorno c’era il ragazzo. Stanca e delusa si lasciò cadere su un sedile e chiuse gli occhi. Una sola volta, un singolo istante, ma era troppo stanca per rendersene conto. Si addormentò placidamente sul sedile.

Anche se per pochi minuti, il sogno di Ester fu intenso e doloroso. Sognò lui, quel ragazzo, la sua chimera. Aveva un paio di grosse ali e volava nel cielo. Volava lontano da lei. Su, sempre più su, fino a scomparire tra le nuvole di un cielo in tempesta.

Fu la voce metallica che avvisava l’arrivo nella stazione di Barra a destarla. Appena si rese conto di essere arrivata alla fermata del ragazzo subito si alzò in piedi e corse fuori dal treno. Era ancora intontita quando camminò sulla passerella a scrutare tra le persone. La luce fioca dei lampioni la accecava. Non fu però difficile trovarlo, a pochi metri da lei c’era il disegnatore con la sua solita camminata triste. Cosa doveva fare? Ritornare nel treno che l’avrebbe riportata a casa oppure tentare una follia. Forse per la prima volta nella vita decise che valeva la pena di fare un gesto folle. Solo quella volta.

Iniziò a correre tra la folla, vedeva il suo obiettivo avvicinarsi mentre il cuore le batteva sempre più forte nel petto. Era solo a pochi passi da lui quando decise di richiamare la sua attenzione.

-Fermati! Ehi, dico a te! Devo dirti una cosa importante!

Almeno una decina di persone si girarono, convinte di essere la persona richiamata da lei. Lui non si girò.

-Ehi, tu! Con i vestiti neri e i capelli scuri… il disegnatore!

Fu allora che si girò, incrociò il suo sguardo e il suo volto cambiò di colpo espressione. Sembrava spaventato, impaurito, com’era possibile? Appena vide Ester si girò di nuovo e iniziò a correre. Perché scappava? Non poteva permetterlo, aveva solo bisogno di parlare con lui. Corse anche lei nella sua direzione.

Lui correva più veloce ma sfortunatamente per lui la fila al tornello di uscita accorciò la distanza tra i due. Arrivarono fuori alla stazione, Ester non aveva idea di dove portassero quelle strade ma ormai era in ballo e doveva continuare a ballare. All’improvviso lui rallentò, probabilmente era stanco, lei ne approfittò per un ultimo passo lungo e lo raggiunse. Allungò il braccio e afferrò lo zaino che lui portava sulle spalle. Lui faceva forza per liberarsi e lei con il fiato corto cercava spiegazioni.

-Perché scappi?… Volevo solo parlarti….

-Vai via!… Stai lontana da me!

-Perché?…

Ester non lasciava la presa, quindi il ragazzo dovette fare una scelta. Sacrificare lo zaino. Sfilò le braccia e riprese a correre, sempre più veloce, allontanandosi definitivamente. La ragazza rimase con lo zaino in mano, guardandolo fuggire senza una spiegazione. Si inginocchiò a terra e iniziò a piangere. Quella follia, quel gesto che non avrebbe mai fatto prima di allora, pedinare un ragazzo sconosciuto, le aveva precluso ogni occasione futura. Non avrebbe mai avuto più il coraggio di cercarlo, di guardarlo. Provava solo vergogna.

Guardò lo zaino, lo strinse sul petto aspettando che il cuore cominciasse a battere in modo regolare. Era fuori discussione anche solo pensare di restituirglielo. Decise quindi di aprirlo e controllare cosa ci fosse all’interno. Sperava di trovare qualche suo disegno, rimase a bocca aperta quando vide la quantità di materiale. C’erano centinaia di fogli disegnati, ritratti di tantissime persone. Sfogliò alcuni di quei disegni senza distogliere lo sguardo. Erano tutti bellissimi, e tutti con la stessa particolarità. I volti avevano tutti la stessa espressione del disegno che lei aveva conservato in camera sua. Lo stesso volto rilassato e gli occhi chiusi.

Tutti tranne uno.

Appena lo prese in mano vide che il collo aveva una profonda cicatrice. Un dettaglio macabro che gli altri disegni non avevano. Guardò meglio l’immagine e di colpo il sangue le si gelò nelle vene. Era il ritratto di una ragazza ed assomigliava in maniera impressionante a lei. Portò la mano alla bocca per reprimere un urlo. Quel ragazzo l’aveva ritratta in quel modo, perché? Forse era per quel motivo che lui stava scappando prima? La immaginava così, con una ferita profonda sul collo?

Probabilmente Ester era così sotto shock da non sentire i passi felpati che si stavano avvicinando alle sue spalle. Sentì soltanto all’improvviso una mano sulla spalla e qualcosa di freddo vicino alla sua gola. Il freddo dell’acciaio affilato di una lama.

-Dammi i soldi. Muoviti!

Si ritrovò all’impiedi, era ancora affaticata dalla corsa di prima e non aveva forze. La paura la teneva bloccata e non riusciva a dire una parola.

-Ti ho detto di muoverti o ti ammazzo! Dammi i soldi e il cellulare!

L’uomo alle sue spalle urlava. Dalla bocca usciva un forte tanfo di alcol. Ester non poteva e non voleva voltarsi. Voleva solo che il rapinatore se ne andasse subito. Doveva darle quello che lui voleva. Stava per dire qualcosa quando si rese conto che lo zaino dove teneva il portafogli e il cellulare era ancora sul treno. Quando era uscita di corsa per inseguire il disegnatore aveva dimenticato completamente di prenderlo.

Era spacciata. L’unica cosa sensata da fare era piangere, e lei lo fece.

L’uomo capì che da lei non poteva avere quello che desiderava. Senza dire una parola affondò la lama del coltello nella sua gola. Ne uscì un fiotto di sangue scuro, il corpo si accasciò a terra senza vita. Perlustrò i vestiti velocemente prima di scappare. Vide lo zaino a terra, lo prese e lo portò con sé per controllarlo meglio in un luogo lontano. Rimase deluso vedendo che il contenuto era soltanto una miriade di fogli disegnati

Il ragazzo corse finché aveva fiato. Si fermò e si guardò incontro, era in un parco che non conosceva. Era arrivato lì senza guardare nemmeno la strada che percorreva. Si sedette sul marciapiede e cominciò a respirare regolarmente. Chiuse gli occhi ma vedeva sempre davanti a sé quella ragazza, quella di uno dei suoi ultimi ritratti. Appena l’aveva vista era scappato, solo lui sapeva il perché.

Per proteggerla, per proteggerla da lui.

Fin da piccolo aveva avuto quel “dono”, come diceva sua madre. In realtà stava solo indorando la pillola, perché lui non si sentiva affatto speciale. Gli capitava spesso di andare in uno stato di trance e disegnare i volti delle persone, anche di quelle che aveva visto solo per qualche secondo. Nella sua mente vedeva i loro volti, ma non quelli di quel preciso istante. Vedeva i loro volti da morti, quelli dei loro cadaveri.

Non gli succedeva sempre, ma dopo mesi di pace aveva continuato a farlo negli ultimi giorni. Tra l’altro in circumvesuviana, davanti ad un pubblico numeroso. Quando si risvegliava dallo stato di trance e si rendeva conto di cosa aveva disegnato di solito conservava i ritratti ma nell’ultimo periodo erano così tanti che non sopportava la loro vista. Il primo impulso era quello di strapparli. Quella settimana però era successo qualcosa di molto strano. Il mercoledì aveva realizzato due disegni, quello di una bambina e quello di una ragazza. Il primo lo aveva strappato ma il secondo aveva qualcosa di familiare. Lo aveva portato a casa e con calma lo aveva confrontato alcuni suoi disegni fatti in precedenza.

Lo trovò, qualche settimana prima aveva realizzato un altro disegno di quella ragazza ma in quell’occasione il viso era molto più anziano e con uno sguardo sereno. Quello che aveva realizzato quel giorno invece era serio e aveva una cicatrice sul collo. Cosa significava? Che lui non poteva vedere un futuro assoluto della morte? Che in qualche modo qualcosa era cambiato nel tempo tanto da modificare il corso degli eventi? E se fosse stato lui la chiave di tutto? Magari era la sua presenza che aveva modificato qualcosa e messo in pericolo la ragazza. Secondo una visione passata del futuro lei sarebbe morta anziana, ora invece lui sapeva che sarebbe morta giovane con un colpo mortale alla gola.

Inconsciamente si sentiva responsabile per la sua vita, per quel motivo il giorno dopo non si recò al lavoro. Poi però si convinse che era tutto solo nella sua testa, finché non la rivide. Alla stazione di Barra, lei lo stava cercando. Fu in quel momento che lui capì, era tutto vero. Era lui la variabile che aveva spostato l’asticella dell’orologio della morte. Per quel motivo stava scappando. Non dal suo destino, ma da quello della ragazza. Un destino che ormai era stato scritto, o meglio disegnato.

12 Novembre 2016

Pioveva di brutto quella notte, erano ore che l’acqua veniva giù a secchiate senza smettere. Sembrava che da lassù qualcuno avesse un conto in sospeso con la città. Quando piove le vie principali si riempiono, fiumi di macchine si riversano in strada congestionando il traffico cittadino. Ci sono delle strade però che tutti evitano. Sono le strade lontane dal centro, quelle che collegano la metropoli con la periferia. Quelle che non riescono a drenare bene e che con un po’ d’acqua si allagano. Come la zona industriale, e il povero Raffaele si trovava proprio lì quella notte.

Stava ritornando a casa dopo una serata con i suoi amici di sempre. Quella sera era toccato a lui prendere l’auto e quindi era anche quello più sobrio. Dopo una serata di chiacchiere e musica aveva accompagnato gli altri a casa e stava per rientrare alla propria. Aveva atteso anche troppo che spiovesse ma proprio quella notte sembrava che il cielo non avesse voglia di smettere. Erano passati già troppi minuti sotto il ponte della Tangenziale, parcheggiato con le quattro frecce accese. Il flusso di pioggia non diminuiva e lui doveva prendere una decisione. Mise di nuovo in moto l’auto e proseguì lentamente. Le frecce erano ancora accese nel caso in cui qualche altra autovettura arrivasse, ma in quel momento era da solo per strada. Evidentemente tutti si tenevano a debita distanza da quella strada solitaria ma anche pericolosa. I tergicristalli erano attivati alla velocità massima ma non riuscivano comunque a tenere i vetri asciutti. La visibilità era diminuita di parecchio e Raffaele non riusciva a vedere nulla davanti a sé. Girò a destra da Via Domenico de Roberto, sapeva che quella via lo avrebbe portato in una zona di Ponticelli da cui era facile proseguire per casa sua. La macchina percorreva quelle strade sobbalzando ad ogni fosso. Probabilmente Il manto stradale doveva aver subito dei danni per quel maltempo perché sembrava ci fossero buche ovunque. Raffaele continuava a viaggiare quasi alla cieca. Non vedeva nulla davanti a sé, aveva solo la sensazione che quella fosse la strada giusta per ritornare finalmente alla sua abitazione.

All’improvviso vide davanti a lui una luce, anzi due. Erano i fari di un’altra automobile che stava venendo nel senso di marcia opposto al suo. Udì il suono arrabbiato del clacson del suv che gli stava venendo addosso. Si rese conto che era lui in difetto, non ci aveva fatto caso ma stava invadendo la corsia opposta. Subito sterzò a destra per evitare l’impatto che sarebbe stato fatale per entrambi. La macchina riuscì a girarsi ma l’asfalto era ricoperto di ghiaia bagnata e l’automobile slittò di lato. Raffaele affondò il piede nel pedale del freno ma l’auto non rallentava. Le ruote erano ferme ma sciovolavano sul terreno senza ridurre velocità. D’improvviso un rumore fortissimo. Il ragazzo ebbe soltanto il tempo di vedere avvicinarsi un grosso cancello in ferro. La testa batté sul volante e perse i sensi.

Quando riprese conoscenza la pioggia era finita. Ci mise qualche secondo per capire dove fosse, poi quando ricordò l’accaduto ebbe un sobbalzo. Uscì di colpo dall’auto per controllare i danni. Si rese conto di non essere più in mezzo alla strada. La macchina aveva sfondato un enorme cancello ed era entrato all’interno di una proprietà privata. Si avvicinò al cancello per cercare una spiegazione a quanto era accaduto. Era grande e arrugginito ed era chiuso con una catena di ferro tenuta insieme da un lucchetto. L’auto doveva andare ad una velocità folle per riuscire a rompere il lucchetto e spalancare il grande cancello. Maledì quella pioggia per averlo catapultato in quella situazione. Ritornò vicino alla macchina per accertarsi dei danni. La parte anteriore era irriconoscibile e le ruote erano uscite fuori dall’asse. Non sarebbe mai riuscito a tirarla fuori di lì da solo, doveva trovare qualcuno che lo aiutasse.

Alzò gli occhi e si rese conto di trovarsi un luogo del tutto inospitale. In quel momento realizzò che quella era un una delle raffinerie ormai chiuse di quella zona. Quando in passato percorreva quelle strade aveva sempre notato quelle vecchie fabbriche ormai in disuso da decenni. Si trattava delle raffinerie di petrolio che in passato lavoravano ininterrottamente per produrre carburante per i marchi più importanti. Ma quello era un ricordo lontano, ora erano luoghi deserti e spettrali. Difficilmente avrebbe trovato qualcuno in quel posto. O forse no. Forse qualcuno della sicurezza sarebbe passato di lì a controllare, o magari qualcuno vedendo il cancello rotto avrebbe chiamato la polizia. Tanti forse, lui però doveva trovare un rimedio e alla svelta. Erano già le quattro di notte e la stanchezza stava facendo effetto.

Decise di ritornare in auto per cercare il suo smartphone. Avrebbe avvisato qualcuno, tra l’altro nella sua RCA aveva anche un servizio di soccorso stradale gratuito, perché non provare per la prima volta? Rientrò e si mise a cercare. Non riusciva a trovarlo. Era buio e non era possibile nemmeno accendere la luce all’interno dell’abitacolo. L’auto era fuori uso. Si piegò in avanti per controllare sotto i sedili anteriori ma non vedeva nulla. Prese a controllare il lato posteriore quando sentì un rumore strano dall’esterno. All’inizio non ci fece caso poi all’improvviso quel suono divenne più forte. Era un ringhio. Si alzò e vide fuori dall’auto due rottweiler che si avvicinavano ringhiando. Chiuse la portiera prima che fossero vicini. Il rumore li fece arrabbiare e iniziarono ad abbaiare forte.

Raffaele era in trappola. Non poteva uscire e non sapeva come contattare qualcuno. Era un incubo e tutto per colpa di quella dannata pioggia. Provò a premere il clacson per allontanarli ma sortì l’effetto contrario. Ad ogni colpo di clacson i cani abbaiavano più forte contro di lui. Riusciva a vedere la bava che usciva dai loro musi e l’espressione furiosa nei loro occhi.

Smise di strombazzare e cominciò a pregare che qualcuno venisse a salvarlo. I due cani saltarono sul cofano e si avvicinarono al vetro. Guardavano nella direzione di Raffaele, anzi, guardavano proprio lui. Presero a mordere i tergicristalli rompendolo in poco tempo. Poi lo fissavano di nuovo e continuavano a ringhiare. Il messaggio era chiaro, se usciva dall’auto avrebbe fatto la stessa fine, lo avrebbero preso a morsi fino a strappargli la carne dalle ossa. Raffaele rabbrividì al solo pensiero. Non gli restava che sperare in un intervento divino, si mise più comodo sul sedile e chiuse gli occhi.

Quando li riaprì erano passati solo una ventina di minuti. Si guardò intorno e vide con gioia che i rottweiler non erano più sull’auto. Continuava a girarsi ma non li vedeva intorno. Forse si erano allontanati? Sarebbe stata la sua salvezza. Decise di uscire dall’auto per ritornare in strada, con un po’ di fortuna avrebbe trovato qualche altra macchina ed avrebbe chiesto aiuto ora che non pioveva più. Scese dall’auto e senza far rumore girò per raggiungere il cancello d’entrata ma appena lo vide la speranza morì sul colpo. Accanto al cancello c’erano appostati i due cani. Come due leoni a guardia di un portale i due rottweiler erano distesi a controllare l’ingresso di quel luogo. Per Raffaele non c’era via di scampo, non poteva uscire da quel posto. Se avesse cercato di correre fuori i due cani sarebbero stati più veloci e lo avrebbero azzannato e ritornare in auto non era più una soluzione.

Stava decidendo cosa fare quando uno dei due cani alzò la testa e rizzò le orecchie, poi si girò nella sua direzione. Lo aveva visto, quella belva si era accorta di lui e si era alzata sulle quattro zampe. Anche l’altro fece altrettanto, entrambi i cani mostravano i denti in un ringhio diabolico. Raffaele non aveva tempo per pensare a come uscire da quella situazione, si girò dando le spalle alle due belve e cominciò a correre. Non sapeva dove stesse andando ma doveva solo trovare un riparo da loro. Li sentiva abbaiare dietro di lui e sapeva che si stavano avvicinando. Aveva solo un’ancora di salvezza. Davanti a lui c’era l’ingresso di uno degli edifici. La porta era chiusa, pregò con tutte le sue forze che non lo fosse a chiave. Arrivò sbattendo sulla porta, afferrò la maniglia e la abbassò. Con gioia vide che la porta si apriva, subito la spalancò, entrò all’interno e la richiuse. Appena fatto sentì il tonfo dei cani che si stagliavano sulla stessa. Erano sbattuti sulla porta e continuavano ad abbaiare. Erano stati giocati e volevano la loro preda a tutti i costi. Raffaele teneva ferma la porta dall’interno poi si rese conto che c’era una serratura per chiuderla definitivamente. Girò la manopola fino a sentire un click e solo allora si sentì al sicuro. Al sicuro dai cani, certo, ma era comunque in trappola. Non poteva uscire e lì dentro era tutto buio. Con la mano che fendeva il buio cercò un interruttore finché lo trovò. Lo abbassò pensando che fosse un idiota a credere che potesse funzionare. Con grande stupore vide che le luci si accesero. C’era ancora corrente in quel posto quindi, forse non era del tutto abbandonato.

La luce illuminava l’ingresso di quell’edificio. C’era un tavolo con dei quaderni ed un telefono. Raffaele prese la cornetta e la appoggiò all’orecchio. Nessun rumore dall’altro lato. Sarebbe stato troppo fortunato se quel telefono avesse funzionato. Lo abbassò pensando a cosa potesse fare. Anche se impaurito e con ancora nelle orecchie i latrati delle due bestie, era sempre più curioso di quel posto. Non si era mai trovato all’interno di una raffineria, non sapeva cosa poteva trovarvi all’interno. Prese il quaderno sul tavolo e lo sfogliò. C’erano date e numeri. Tante cifre con calcoli assurdi. Su qualche pagina c’erano anche delle parole ma non sembrava conoscerle. Erano lettere strane, forse scarabocchi di qualche impiegato che non sapeva come ingannare il tempo. Lo riposò sul tavolo e andò in giro a scoprire di più su quel posto.

C’erano degli schedari ordinati per data, provò ad aprirli ma erano chiusi a chiave. Decise di cambiare stanza. Dall’ingresso si ritrovò in un’altra stanza, vuota se non per una doccia posta su un angolo. Forse serviva agli operai che lavoravano lì dentro in passato. Un’altra porta, la attraversò e dopo un lungo corridoio arrivò a quella che sembrava una sala comandi. C’era una console collegata a dei monitor accesi. Le immagini che erano proiettate non erano per nulla chiare, erano dei vecchi monitor a tubo monocromatici. Raffaele si avvicinò per vedere meglio. Le immagini erano disturbate, probabilmente quella vecchia tecnologia dava problemi. Pensò che si trattasse di telecamere di sicurezza per i vari reparti. Quello svolto in quegli edifici doveva essere un lavoro di precisione e molto pericoloso. Sicuramente in giro c’erano sostanze infiammabili ovunque e bisognava sorvegliare ogni stanza. Qualche schermo proiettava le immagini di corridoi vuoti, altre di stanze chiuse.

Sulla console era presente una cornetta, forse un sistema di comunicazione per la fabbrica. Lo alzò, magari era fortunato e in quella struttura c’era ancora qualche guardia notturna in giro.

-Qualcuno mi sente? Mi sentite?

Nessuna risposta.

-Sono all’interno dell’edificio, nella sala comandi. C’è qualcuno che può aiutarmi ad uscire di qui? Fuori ci sono dei cani rabbiosi che non mi permettono di uscire.

Dalla cornetta solo un piccolo ronzio. Ormai era certo di essere l’unico in quella fabbrica abbandonata. Era spacciato, non sapeva proprio cosa fare. Era nervoso e cominciò a premere tutti i pulsanti sulla console. La pulsantiera si illuminava quando premeva i tasti a caso. All’improvviso la sequenza fece illuminare un pulsante rosso sul lato destro.

“Che c’è di male a premere un pulsante in più? Proviamo”

Pensò. Lo tenne premuto ma non successe niente. Guardò di nuovo lo schermo e quello che vide gli fece pensare che quella non era stata proprio l’idea più furba che gli era saltata in mente.

Una delle telecamere riprendeva l’interno di una stanza. La luce sopra la porta prese a lampeggiare e la porta si aprì del tutto. Forse era stato quel pulsante ad attivare la porta. Fin qui tutto normale. Poco dopo dal monitor Raffaele vide un’ombra che strisciava fino alla porta per poi uscire dalla stanza. quando realizzo quello che aveva fatto, iniziò a tremare di paura. Quelle sale chiuse erano celle di detenzione che contenevano qualcosa. Giusto, qualcosa. Quella che aveva visto non era una forma umana o animale, e ora era uscito da quella stanza e si trovava in libertà.

Dal monitor vedeva quell’ombra scura passare davanti alle telecamere piazzate nell’edificio. Non aveva idea di dove fossero posizionate, se quella cosa stesse uscendo o stesse andando da lui, ma non poteva restarsene lì ad aspettare. Uscì dalla sala comandi e percorse il corridoio. Non aveva senso uscire dalla raffineria, c’erano ancora i cani ad aspettarlo. Aprì una porta di servizio che dava accesso alle scale. Stava pensando cosa fare quando dal fondo della tromba di scale sentì un suono. Era il rumore di sedie che si rovesciano, acciaio che cade a terra. Qualcuno stava mettendo sotto sopra qualche sala nei piani inferiori. E poi, sentì quel verso.

Era un verso di animale ma Raffaele era sicuro di non aver sentito mai qualcosa del genere. L’urlo di un predatore ma c’era qualcosa di metallico. Echeggiava in tutto quello spazio e preannunciava una caccia che era appena iniziata. Il ragazzo non aveva alternative se non quella di salire la rampa di scale. Magari in cima sarebbe stato al sicuro o avrebbe trovato qualcosa di utile. Salì due gradini alla volta per distanziarsi da quel suono che sentiva avvicinarsi. Ogni tanto buttava l’occhio dalle scale ma quello che vedeva non aveva senso. Sembravano tentacoli quelli che fuoriuscivano dal passamano.

Senza indugiare chiuse gli occhi e continuò a salire. Non sapeva più quanti piani aveva superato, prima di arrivare in cima però si fiondò all’interno di una porta. Si accorse dall’interno però che non era possibile chiuderla a chiave quindi continuò a correre per le stanze semivuote. Alla fine arrivò ad un vicolo cieco. Davanti a lui c’era una porta chiusa con accanto un tastierino numerico per aprirla. Nella disperazione provò qualche combinazione di numeri ma l’esito fu sempre negativo. Intanto da lontano sentiva il rumore della porta di ingresso che si apriva e quel verso che si avvicinava lentamente. Si guardò intorno in cerca di un oggetto che potesse servirgli ma c’era poca roba. Aprì una cassettiera e frugò all’interno, solo fogli. Un altro cassetto, vuoto. L’ultimo invece conteneva qualcosa che faceva al caso suo. C’erano delle pistole spara razzi. Non era un’arma ma poteva servirsene per accecare quell’animale, o qualunque cosa fosse. Si sedette a terra ancora terrorizzato. Non riusciva ancora a pensare di trovarsi in una classica scena da action movie. La mano tremava mentre direzionava la pistola verso la porta da cui era entrato. La bestia dall’altro lato non emetteva più il suo grido di caccia, ma si sentiva indissolubile il rantolo del suo respiro. La porta finalmente si aprì.

Quella che vide davanti ai suoi occhi era qualcosa di difficile da descrivere.

Prima vide la testa. Il muso era lungo, gli sembrava quello di un coccodrillo. La mascella era leggermente aperta e dai denti scendeva una bava vischiosa. Non riusciva a vedere gli occhi, forse quella strana creatura ne era sprovvista. Il dorso era coperto di squame e le zampe anteriori poggiavano a terra mentre camminava lentamente sul pavimento. Aveva l’aria di un rettile, finché non vide la parte inferiore del suo corpo. Aveva dei tentacoli. Tentacoli strani, non come quelli di un polpo o una piovra. Erano anch’essi ricoperti di squame e nella parte terminale avevano dei lunghi artigli. Raffaele era terrorizzato, quello che aveva davanti a lui era il mostro peggiore che fosse uscito dai suoi incubi. Non aveva occhi ma lo stava guardando, sentiva che lo percepiva e ne era terrorizzato. Poi aprì la bocca ed emise di nuovo quel verso terrificante. Raffaele si destò da quell’incubo e premette il grilletto. Dalla grossa pistola partì una scia infuocata che andò incontro alla bestia. Lo colpì in pieno, il razzo andò ad infrangersi sotto al suo palato. L’animale cadde all’indietro nell’impatto mentre una pioggia di scintille cadde intorno. Alcuni fogli presero fuoco facendo scattare l’allarme antincendio. Per il ragazzo fu una speranza inattesa.

Gli idranti sul soffitto si attivarono all’istante mentre una luce rossa cominciò a lampeggiare ad intermittenza. Tutte le porte bloccate si aprirono nello stesso momento, probabilmente in caso di pericolo c’era un protocollo di sicurezza che lo prevedeva. Prima che il mostro si rialzasse Raffaele ne approfittò attraversare la porta ormai aperta. Non era possibile richiuderla quindi l’unica alternativa era correre, correre fino ad arrivare in un luogo sicuro. Magari all’aperto sarebbe stato possibile sparare un razzo in cielo.

Così fece, cominciò a correre verso l’ignoto. Quando attraversò l’ultima porta dovette fermarsi di colpo. Davanti a lui c’era un grande vuoto, la bocca di una cisterna vuota. Era enorme, lui si trovava nella parte più alta e da lì si poteva solo scendere attraverso una rampa di scale in ferro. Era spacciato, non poteva arrampicarsi e decidere di scendere sarebbe stata la scelta peggiore. Direzionò in alto lo spara razzi facendo partire un altro colpo. Vide la scia luminosa effettuare una traiettoria. Così come per quella scia, anche la speranza in un aiuto provvidenziale cominciava a scendere. Abbassò le braccia in segno di sconforto. Sentiva l’urlo della bestia sempre più furioso.

Ad un tratto sentì un rumore sempre più assordante venire dall’esterno. Dalla bocca della cisterna vide un elicottero. Aveva un faro davanti che proprio in quel momento lo stava illuminando. Eccola, la provvidenza. Subito Raffaele iniziò a sbracciarsi e urlare a squarciagola per farsi vedere. Chiunque stesse pilotando quell’elicottero doveva averlo già notato ma stranamente ancora nessuna scaletta era stata lanciata dal portello. All’improvviso sentì un sibilo, poi un rumore metallico vicino al suo orecchio. Poi un altro sibilo ma a quel punto sentì un dolore forte all’altezza della fronte. Si toccò, la mano era ricoperta di sangue. Lo stavano colpendo? Dall’elicottero qualcuno gli stava sparando? Si sentì sconfitto. Si inginocchiò senza più alcuna speranza. Davanti a lui il mostro lo aveva raggiunto e si abbassava su di lui con le fauci spalancate. L’ultimo colpo partito dall’elicottero prese in pieno la testa di Raffaele che esplose al contatto. L’unica consolazione fu quella di essere già morto mentre la belva divorava il suo corpo.

Il giorno successivo due guardie scelte osservavano il cancello spalancato della raffineria. Si avvicinarono due rottweiler, li riconobbero e si misero in posizione seduta. Una delle guardie li accarezzò mentre parlava con il collega.

-Ti hanno già spiegato cosa è successo?

-Si ho parlato con i russi prima. Non pensano sia stato premeditato, la macchina è intestata ad un ragazzo incensurato. Forse un incidente, si è trovato in mezzo ad una situazione più grande di lui

-Lo hanno trovato?

-Chi, il ragazzo? Impossibile. Lo hanno visto ieri sera dall’elicottero poi nulla. Non mi hanno detto nient’altro

-Già. Noi non domandiamo, eseguiamo e basta

-Esatto. Dobbiamo far scomparire la macchina, chiami tu in centrale appena hai finito di fare l’amore con i cani?

-Faccio subito non ti preoccupare

-Ok. Vado ad avvisarli che è tutto sotto controllo

-Quindi non è successo niente, giusto?

-Corretto. Assolutamente niente

5 Novembre 2018

Alfonso si presentò ai cancelli del cimitero di Fuorigrotta in perfetto orario anche quella mattina. In tanti anni di onorato servizio per il comune di Napoli era sempre stato impeccabile. Mai un minuto dopo l’orario previsto, sempre puntuale e pieno di voglia di lavorare. Sì, perché per Alfonso, il netturbino addetto alla pulizia del cimitero, quello non era un luogo di lavoro. Quella era la sua famiglia. Esatto, non la sua seconda famiglia ma proprio la sua famiglia. Questo perché all’età di 63 anni suonati non aveva più genitori, non si era mai sposato e non aveva figli. Era figlio unico, originario proprio del quartiere Fuorigrotta, ‘a Loggett per quelli del posto. Da giovane aveva provato tutti i mestieri. Aiuto parrucchiere, garzone di bar, operaio in una fabbrica di Bagnoli, per un periodo aveva persino gestito un chiosco di bibite al centro. A scuola ci andava senza voglia, ma fuori dall’aula era instancabile. Poi vent’anni prima riuscì ad essere assunto da un ente che riforniva il comune dei servizi di utilità. Dopo aver lavorato in strada come netturbino gli fu assegnato il compito di tenere in ordine il cimitero di Fuorigrotta. Fu subito contento dall’inizio, anche perché così ogni giorno poteva andare a trovare i suoi poveri genitori che nel frattempo si erano trasferiti in maniera stabile proprio lì. Seconda fila di lapidi a destra, terza nicchia partendo dal basso.

A casa non aveva più nessuno, anzi, la casa dei propri genitori per lui era troppo grande. Punti di vista, quei 60 metri quadri potevano andare stretti a chiunque, ma lui non aveva nessuno con cui dividere il proprio spazio.

Proprio al cimitero aveva conosciuto il suo migliore amico, un giorno di Marzo mentre pioveva a dirotto. Lui aveva trovato riparo dentro uno degli edifici del cimitero mentre guardava i visitatori che fuggivano verso l’uscita imprecando contro i loro ombrelli rotti dal vento. Sorrideva pensando a quelle persone che si disperavano proprio lì dove i loro cari gli ricordavano che erano loro a doversi lamentare. Nella confusione più totale vide intrufolarsi indisturbato un insolito personaggio all’interno del cimitero. Un piccolo pastore tedesco tutto fradicio in cerca di riparo. Era spaventato, probabilmente il rumore dei tuoni lo aveva fatto allontanare da casa e l’istinto lo aveva portato lì. Ma aveva una casa? E se fosse stato solo un randagio malato e pericoloso. Lo chiamò con un fischio, il cane rizzò le orecchie e gli si avvicinò. Fu amore a prima vista, il cucciolo riconobbe negli occhi di Alfonso una luce che gli proiettava gioia. Alfonso vide nello sguardo impaurito del cucciolo una ragione per cui vivere. Da quel giorno non si sarebbero più allontanati. Ogni giorno il cane lo accompagnava al cancello per salutarlo e si faceva ritrovare puntuale per la fine del turno. Decise di dargli un nome. Diego. E piaceva ad entrambi, non serve specificare perché.

Parlavano, e anche tanto. Alfonso si confidava con lui. Tutte le sue paure, le sue insicurezze. Il suo male altalenante. Ogni volta si apriva ed ogni volta era sicuro di trovare negli occhi dell’animale uno sguardo riconoscente. Non era pietà, quella potevano provarla gli esseri umani. Diego lo capiva realmente. Capiva il suo disagio e gli era vicino senza prendere a schiaffi la sua dignità, come a volte facevano le persone.

Ma Diego non era l’unico amico di Alfonso. Con il passare degli anni aveva imparato a memoria nomi e cognomi dei clienti di quell’albergo eterno. Li chiamava per nome, ad alcuni di loro aveva dato anche un diminutivo di confidenza. Conosceva le abitudini dei parenti che venivano a fargli visita. Sapeva quali fiori venivano posati sulle loro lapidi, conosceva gli orari di visita dei figli, nipoti e amici. Sapeva quali erano quelli più sfortunati, quelli che non avevano nessuno in vita che li ricordasse. Quelli erano i suoi preferiti, non mancava mai di far trovare anche un solo fiore nei loro vasi. Le sue preghiere avrebbero accompagnato tutti nella strada verso l’aldilà. D’altronde erano anche loro parte della sua famiglia, e in famiglia nessuno viene lasciato solo.

Nelle abitudini della sua giornata c’erano tutti, nobili, operai, giovani, vecchi, uomini, donne. Passava per i viali del cimitero rastrellando le foglie e salutava tutti come un impiegato saluta l’ufficio la mattina appena arriva al lavoro. Di molti di loro non conosceva solo il volto ma anche cosa facevano da vivi. Nel suo immaginario anche ora stavano facendo proprio quello che facevano prima di trapassare.

C’era Vincenzo Scapece, contadino, morto di infarto a 54 anni. Poi c’era Anna Iannace, vedova De Nicola. casalinga. Non era seppellita insieme al marito perché le rispettive famiglie d’origine erano in guerra, e volevano che questa guerra continuasse anche dopo la morte. C’era Luigi, detto Giggino, il tempo per lui si era fermato a 11 anni. Se lo immaginava sempre sorridente come nella foto sulla pietra. C’erano anche signori di famiglia benestante, anche se quelli erano nelle nicchie private. Qualche barone, un conte, se li immaginava che discutevano tra loro di politica o di proprietà terrene. Una grande eterogenea famiglia.

E proprio quel giorno, si sa, era un giorno speciale.

Era il giorno dedicato ai suoi amici. Quella mattina sarebbero arrivati fiumi di persone a visitare i propri cari. Chi per salutarli una volta in più, chi magari quasi costretto da quella ricorrenza a compiere il proprio dovere per quell’unica settimana all’anno. La settimana del 2 Novembre infatti Alfonso era solito recarsi al cimitero ben prima degli altri giorni. Aprì il cancello e si fece il segno della croce. Strano, quel mattino Diego non c’era fuori ad aspettarlo ma si diede un’unica spiegazione. Stava diventando anziano, magari stava ancora riposando dato che non era ancora l’alba.

Cominciò a ripulire dal viale a sinistra. Prese il rastrello e cominciò a raccogliere le foglie secche in cumuli ai bordi del viale, per poi alzarli aiutato da una grossa paletta. Camminava e salutava.

“Buongiorno signor Ascione”

“We, Nicola, come va? Riposato bene oggi?”

“Signora Maria, i miei ossequi. Sempre più bella”

Si divertiva, un piccolo rito che compieva per esorcizzare la serietà della morte. Stava per concludere il primo vialetto quando sentì una voce alle sue spalle.

-Ma, dico, avete salutato tutti tranne che me

Si girò lentamente senza aver paura. Si ritrovò davanti un signore di mezza età, il viso era conosciuto ma non riusciva a capire dove l’avesse visto prima di allora. Forse era solo stanco, si era svegliato prestissimo quel giorno.

-Alfonso, sono Giovanni, Giovanni De Nicola

Alfonso riconobbe finalmente quel volto. Anche perché fino a quel giorno aveva visto solo quella parte del suo corpo.

-We, Giovanni! Scusa, non ti avevo riconosciuto. Non ti ho salutato? Scusami tanto

-Ma quali scuse, nun t preoccupà. Così presto sei arrivato stamattina? Non avevi sonno?

-No, Giovà, oggi è il 5 Novembre. Ci sarà il pienone stamattina e tutto deve essere pronto e pulito

Semp a faticà tu! Non ti riposi mai. Dai posa la scopa, viene che andiamo a trovare Mario

Gli tolse da mano la scopa di fascine e lo prese per un braccio dirigendosi verso una tomba.

-Mario, indovina chi ci sta a quest’ora. E’ Alfonso, vieni che ti vuole salutare

Seduto vicino alla tomba c’era un vecchietto, in vita si chiamava Mario Beccaccia. Appena si alzò e vide Alfonso prese ad abbracciarlo calorosamente.

-Alfonso carissimo. Non me lo dire, stai mettendo tutto in ordine per i nostri cari parenti viventi. Sempre una brava persona, non so come ringraziarti

Alfonso era entusiasta, si ricordavano di lui. I suoi amici più intimi gli stavano parlando come se lo conoscessero da sempre. Era troppo felice per pensare che c’era qualcosa di strano in quella situazione.

-Ma Mario, dovere e piacere mio. Se non ci si aiuta tra amici

In quel momento si avvicinò un ragazzo sopra i dieci anni.

-Alfonso, e a me non dici niente? Come stai?

Era il piccolo Giggino, con un sorriso ancora più bello e radioso rispetto a quello della foto.

-Giggì!

Non poté trattenersi dal prenderlo in braccio. Lo fece sorridere ancora di più. Non sapeva cosa dire, per questo disse la prima cosa che gli venne in mente.

-Ma gli altri? Sono tutti qui? I nobili dove sono?

-Stamattina sono fuori alla cappella De Loris, sempre a parlare quei quattro

Si avvicinarono alla cappella e videro quattro figure seriose che discutevano ad alta voce.

-Ma vi dico che non è possibile. Come si fa a quotare un pezzo di terra per così poco

-E’ proprio come vi ho detto, rischiavamo di andare in rovina

La voce del ragazzino ruppe il discorso

-Ma di che parlare sempre voi lì? Venite qui e fate le persone educate, salutate il nostro amico Alfonso

Si girarono rabbiosamente verso Luigi, ma appena videro Alfonso i loro volti si distesero in un largo sorriso.

-Messer Alfonso, quale onore. La Vostra compagnia ci allieta in questa mattinata grigia

-Troppo buoni, il piacere è mio. Sono onorato di fare finalmente la vostra conoscenza

-Ma non ditelo nemmeno per scherzo. Siamo noi che siamo onorati della vostra presenza. Siete un animo gentile signor Alfonso. Solo voi potete amarci tutti allo stesso modo. un pensiero, una preghiera, un fiore per tutti. Siete l’angelo custode di questo luogo

Una piccola lacrima scese lungo una ruga del viso di Alfonso. Aveva appena ricevuto la più grande onorificenza che potesse desiderare. Nel giro di poco tempo fu circondato di persone. Tutti i suoi più intimi amici lo circondavano e lo ringraziavano del tempo che aveva dedicato loro. Era sempre più felice. All’improvviso la folla si aprì silenziosamente, due figure indistinte si avvicinarono al netturbino mentre questo scambiava convenevoli sorridenti con i presenti.

-Affò, ma ch’ c fai ccà?

La voce era inconfondibile, era quella del suo anziano padre.

-Papà! Che sto facendo? Sto lavorando. Metto a posto

Rimasero a guardarsi nel silenzio generale, sotto gli occhi tristi della madre.

Vien ccà, fatt rà nu vas

Il padre lo abbracciò violentemente. Si unì anche la madre. Nel silenzio irreale riuscivano a distinguersi chiaramente i pianti di commozione dei tre. Tutti i presenti presero a commuoversi. Se fossero stati vivi avrebbero avuto la pelle d’oca.

I tre si staccarono non smettendo mai di incrociare i loro sguardi.

-Vieni, vieni con noi. Va tutto bene

Si allontanarono lentamente verso un edificio del cimitero. La folla si diradò, ognuno riprese a continuare le proprie faccende. Il sole timidamente si stava appena alzando in cielo.

Erano state un gruppo di persone a chiamare la polizia quella mattina. L’orario di apertura del cimitero era già passato da mezz’ora ma i cancelli erano ancora chiusi. Un funzionario del comune arrivò correndo con un duplicato delle chiavi per aprire il cancello scusandosi con i presenti. Solo dopo qualche minuto gli agenti trovarono il corpo di Alfonso steso a terra. Sicuramente un infarto, non c’erano dubbi. In lontananza di sentiva chiaramente un ululato triste.