5 Novembre 2018

Alfonso si presentò ai cancelli del cimitero di Fuorigrotta in perfetto orario anche quella mattina. In tanti anni di onorato servizio per il comune di Napoli era sempre stato impeccabile. Mai un minuto dopo l’orario previsto, sempre puntuale e pieno di voglia di lavorare. Sì, perché per Alfonso, il netturbino addetto alla pulizia del cimitero, quello non era un luogo di lavoro. Quella era la sua famiglia. Esatto, non la sua seconda famiglia ma proprio la sua famiglia. Questo perché all’età di 63 anni suonati non aveva più genitori, non si era mai sposato e non aveva figli. Era figlio unico, originario proprio del quartiere Fuorigrotta, ‘a Loggett per quelli del posto. Da giovane aveva provato tutti i mestieri. Aiuto parrucchiere, garzone di bar, operaio in una fabbrica di Bagnoli, per un periodo aveva persino gestito un chiosco di bibite al centro. A scuola ci andava senza voglia, ma fuori dall’aula era instancabile. Poi vent’anni prima riuscì ad essere assunto da un ente che riforniva il comune dei servizi di utilità. Dopo aver lavorato in strada come netturbino gli fu assegnato il compito di tenere in ordine il cimitero di Fuorigrotta. Fu subito contento dall’inizio, anche perché così ogni giorno poteva andare a trovare i suoi poveri genitori che nel frattempo si erano trasferiti in maniera stabile proprio lì. Seconda fila di lapidi a destra, terza nicchia partendo dal basso.

A casa non aveva più nessuno, anzi, la casa dei propri genitori per lui era troppo grande. Punti di vista, quei 60 metri quadri potevano andare stretti a chiunque, ma lui non aveva nessuno con cui dividere il proprio spazio.

Proprio al cimitero aveva conosciuto il suo migliore amico, un giorno di Marzo mentre pioveva a dirotto. Lui aveva trovato riparo dentro uno degli edifici del cimitero mentre guardava i visitatori che fuggivano verso l’uscita imprecando contro i loro ombrelli rotti dal vento. Sorrideva pensando a quelle persone che si disperavano proprio lì dove i loro cari gli ricordavano che erano loro a doversi lamentare. Nella confusione più totale vide intrufolarsi indisturbato un insolito personaggio all’interno del cimitero. Un piccolo pastore tedesco tutto fradicio in cerca di riparo. Era spaventato, probabilmente il rumore dei tuoni lo aveva fatto allontanare da casa e l’istinto lo aveva portato lì. Ma aveva una casa? E se fosse stato solo un randagio malato e pericoloso. Lo chiamò con un fischio, il cane rizzò le orecchie e gli si avvicinò. Fu amore a prima vista, il cucciolo riconobbe negli occhi di Alfonso una luce che gli proiettava gioia. Alfonso vide nello sguardo impaurito del cucciolo una ragione per cui vivere. Da quel giorno non si sarebbero più allontanati. Ogni giorno il cane lo accompagnava al cancello per salutarlo e si faceva ritrovare puntuale per la fine del turno. Decise di dargli un nome. Diego. E piaceva ad entrambi, non serve specificare perché.

Parlavano, e anche tanto. Alfonso si confidava con lui. Tutte le sue paure, le sue insicurezze. Il suo male altalenante. Ogni volta si apriva ed ogni volta era sicuro di trovare negli occhi dell’animale uno sguardo riconoscente. Non era pietà, quella potevano provarla gli esseri umani. Diego lo capiva realmente. Capiva il suo disagio e gli era vicino senza prendere a schiaffi la sua dignità, come a volte facevano le persone.

Ma Diego non era l’unico amico di Alfonso. Con il passare degli anni aveva imparato a memoria nomi e cognomi dei clienti di quell’albergo eterno. Li chiamava per nome, ad alcuni di loro aveva dato anche un diminutivo di confidenza. Conosceva le abitudini dei parenti che venivano a fargli visita. Sapeva quali fiori venivano posati sulle loro lapidi, conosceva gli orari di visita dei figli, nipoti e amici. Sapeva quali erano quelli più sfortunati, quelli che non avevano nessuno in vita che li ricordasse. Quelli erano i suoi preferiti, non mancava mai di far trovare anche un solo fiore nei loro vasi. Le sue preghiere avrebbero accompagnato tutti nella strada verso l’aldilà. D’altronde erano anche loro parte della sua famiglia, e in famiglia nessuno viene lasciato solo.

Nelle abitudini della sua giornata c’erano tutti, nobili, operai, giovani, vecchi, uomini, donne. Passava per i viali del cimitero rastrellando le foglie e salutava tutti come un impiegato saluta l’ufficio la mattina appena arriva al lavoro. Di molti di loro non conosceva solo il volto ma anche cosa facevano da vivi. Nel suo immaginario anche ora stavano facendo proprio quello che facevano prima di trapassare.

C’era Vincenzo Scapece, contadino, morto di infarto a 54 anni. Poi c’era Anna Iannace, vedova De Nicola. casalinga. Non era seppellita insieme al marito perché le rispettive famiglie d’origine erano in guerra, e volevano che questa guerra continuasse anche dopo la morte. C’era Luigi, detto Giggino, il tempo per lui si era fermato a 11 anni. Se lo immaginava sempre sorridente come nella foto sulla pietra. C’erano anche signori di famiglia benestante, anche se quelli erano nelle nicchie private. Qualche barone, un conte, se li immaginava che discutevano tra loro di politica o di proprietà terrene. Una grande eterogenea famiglia.

E proprio quel giorno, si sa, era un giorno speciale.

Era il giorno dedicato ai suoi amici. Quella mattina sarebbero arrivati fiumi di persone a visitare i propri cari. Chi per salutarli una volta in più, chi magari quasi costretto da quella ricorrenza a compiere il proprio dovere per quell’unica settimana all’anno. La settimana del 2 Novembre infatti Alfonso era solito recarsi al cimitero ben prima degli altri giorni. Aprì il cancello e si fece il segno della croce. Strano, quel mattino Diego non c’era fuori ad aspettarlo ma si diede un’unica spiegazione. Stava diventando anziano, magari stava ancora riposando dato che non era ancora l’alba.

Cominciò a ripulire dal viale a sinistra. Prese il rastrello e cominciò a raccogliere le foglie secche in cumuli ai bordi del viale, per poi alzarli aiutato da una grossa paletta. Camminava e salutava.

“Buongiorno signor Ascione”

“We, Nicola, come va? Riposato bene oggi?”

“Signora Maria, i miei ossequi. Sempre più bella”

Si divertiva, un piccolo rito che compieva per esorcizzare la serietà della morte. Stava per concludere il primo vialetto quando sentì una voce alle sue spalle.

-Ma, dico, avete salutato tutti tranne che me

Si girò lentamente senza aver paura. Si ritrovò davanti un signore di mezza età, il viso era conosciuto ma non riusciva a capire dove l’avesse visto prima di allora. Forse era solo stanco, si era svegliato prestissimo quel giorno.

-Alfonso, sono Giovanni, Giovanni De Nicola

Alfonso riconobbe finalmente quel volto. Anche perché fino a quel giorno aveva visto solo quella parte del suo corpo.

-We, Giovanni! Scusa, non ti avevo riconosciuto. Non ti ho salutato? Scusami tanto

-Ma quali scuse, nun t preoccupà. Così presto sei arrivato stamattina? Non avevi sonno?

-No, Giovà, oggi è il 5 Novembre. Ci sarà il pienone stamattina e tutto deve essere pronto e pulito

Semp a faticà tu! Non ti riposi mai. Dai posa la scopa, viene che andiamo a trovare Mario

Gli tolse da mano la scopa di fascine e lo prese per un braccio dirigendosi verso una tomba.

-Mario, indovina chi ci sta a quest’ora. E’ Alfonso, vieni che ti vuole salutare

Seduto vicino alla tomba c’era un vecchietto, in vita si chiamava Mario Beccaccia. Appena si alzò e vide Alfonso prese ad abbracciarlo calorosamente.

-Alfonso carissimo. Non me lo dire, stai mettendo tutto in ordine per i nostri cari parenti viventi. Sempre una brava persona, non so come ringraziarti

Alfonso era entusiasta, si ricordavano di lui. I suoi amici più intimi gli stavano parlando come se lo conoscessero da sempre. Era troppo felice per pensare che c’era qualcosa di strano in quella situazione.

-Ma Mario, dovere e piacere mio. Se non ci si aiuta tra amici

In quel momento si avvicinò un ragazzo sopra i dieci anni.

-Alfonso, e a me non dici niente? Come stai?

Era il piccolo Giggino, con un sorriso ancora più bello e radioso rispetto a quello della foto.

-Giggì!

Non poté trattenersi dal prenderlo in braccio. Lo fece sorridere ancora di più. Non sapeva cosa dire, per questo disse la prima cosa che gli venne in mente.

-Ma gli altri? Sono tutti qui? I nobili dove sono?

-Stamattina sono fuori alla cappella De Loris, sempre a parlare quei quattro

Si avvicinarono alla cappella e videro quattro figure seriose che discutevano ad alta voce.

-Ma vi dico che non è possibile. Come si fa a quotare un pezzo di terra per così poco

-E’ proprio come vi ho detto, rischiavamo di andare in rovina

La voce del ragazzino ruppe il discorso

-Ma di che parlare sempre voi lì? Venite qui e fate le persone educate, salutate il nostro amico Alfonso

Si girarono rabbiosamente verso Luigi, ma appena videro Alfonso i loro volti si distesero in un largo sorriso.

-Messer Alfonso, quale onore. La Vostra compagnia ci allieta in questa mattinata grigia

-Troppo buoni, il piacere è mio. Sono onorato di fare finalmente la vostra conoscenza

-Ma non ditelo nemmeno per scherzo. Siamo noi che siamo onorati della vostra presenza. Siete un animo gentile signor Alfonso. Solo voi potete amarci tutti allo stesso modo. un pensiero, una preghiera, un fiore per tutti. Siete l’angelo custode di questo luogo

Una piccola lacrima scese lungo una ruga del viso di Alfonso. Aveva appena ricevuto la più grande onorificenza che potesse desiderare. Nel giro di poco tempo fu circondato di persone. Tutti i suoi più intimi amici lo circondavano e lo ringraziavano del tempo che aveva dedicato loro. Era sempre più felice. All’improvviso la folla si aprì silenziosamente, due figure indistinte si avvicinarono al netturbino mentre questo scambiava convenevoli sorridenti con i presenti.

-Affò, ma ch’ c fai ccà?

La voce era inconfondibile, era quella del suo anziano padre.

-Papà! Che sto facendo? Sto lavorando. Metto a posto

Rimasero a guardarsi nel silenzio generale, sotto gli occhi tristi della madre.

Vien ccà, fatt rà nu vas

Il padre lo abbracciò violentemente. Si unì anche la madre. Nel silenzio irreale riuscivano a distinguersi chiaramente i pianti di commozione dei tre. Tutti i presenti presero a commuoversi. Se fossero stati vivi avrebbero avuto la pelle d’oca.

I tre si staccarono non smettendo mai di incrociare i loro sguardi.

-Vieni, vieni con noi. Va tutto bene

Si allontanarono lentamente verso un edificio del cimitero. La folla si diradò, ognuno riprese a continuare le proprie faccende. Il sole timidamente si stava appena alzando in cielo.

Erano state un gruppo di persone a chiamare la polizia quella mattina. L’orario di apertura del cimitero era già passato da mezz’ora ma i cancelli erano ancora chiusi. Un funzionario del comune arrivò correndo con un duplicato delle chiavi per aprire il cancello scusandosi con i presenti. Solo dopo qualche minuto gli agenti trovarono il corpo di Alfonso steso a terra. Sicuramente un infarto, non c’erano dubbi. In lontananza di sentiva chiaramente un ululato triste.

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