29 Ottobre 2010

Un’altra notte, un altro bar. Uno dei tanti, non importa quale. Anzi, solo una regola magari, mai troppo affollato. Meglio non dare nell’occhio. Magari meglio ancora se in un quartiere diverso ogni volta. L’importante è sedersi al bancone ed ordinare subito qualcosa di forte. Niente cocktail, solo puro alcol in bicchiere di vetro senza ghiaccio.

Forse dopo i primi cinque o sei bicchieri qualche barista farà la faccia strana, forse uno spirito nascosto da boy scout lo farà tentennare a servire l’ennesimo drink, ma alla fine sanno tutti come va a finire. Il cliente aprirà il portafogli e farà vedere quei pezzi di carta stampata colorati che aprono tutte le porte e a quel punto il boy scout sparisce e lascia il posto all’uomo con il simbolo dei dollari negli occhi.

Conosceva bene i suoi polli, sapeva come ottenere quello che voleva, ed era sempre lo stesso. Qualcosa che lo facesse sballare, che gli intorpidisse la mente. Da fuori non si sarebbe detto, ma poi sapeva bene quando era il momento di smettere. Sapeva quando arrivava al punto giusto, quello in cui la mente finalmente si distacca dalla realtà e vive in un confuso mondo di sogni e illusioni. Perché lui, Marcello, lo sa bene che a volte bisogna fuggire dalla realtà e nascondersi nel mondo dei sogni. A volte vale la pena vivere in un incubo piuttosto che nel mondo reale.

Quella notte non faceva eccezione, l’uomo solitario vagava tra le vie del centro alla ricerca di un nuovo bar. Si muoveva con passo felpato come una preda che controlla il suo territorio di caccia. Passò davanti ad un paio di locali che già conosceva. Tirò dritto continuando la sua ricerca. Si avvicinò ad un nuovo bar ma quando aprì la porta venne letteralmente inondato dal volume altissimo di una musica elettronica. Non era di quello che aveva bisogno. Voleva solo un posto dove sedersi e bere, anche se non un posto silenzioso ma magari solo un po’ di musica di sottofondo. Quella bolgia era troppo anche per lui, richiuse la porta e continuò a camminare.

I minuti passavano, controllava l’orologio in continuazione mentre l’ansia saliva. Doveva trovare un riparo, non poteva far passare troppo tempo. Forse era meglio tornare indietro e ritornare in un bar già visitato in precedenza? O forse doveva dare una speranza a quel buco chiassoso? Camminava senza nemmeno più guardare agli angoli della strada. Una strana sensazione di paura stava per prendere il sopravvento. Alzò la mano destra e la guardò con attenzione, stava tremando. Un quasi impercettibile movimento delle dita, ma lui le sentiva benissimo muoversi. Forse era solo paranoia, o forse stava per andare in crisi di astinenza. Non sapeva ancora cosa fosse ma iniziava a preoccuparsi seriamente.

Percorse qualche metro guardando il pavimento lastricato di pietra lavica. Non si curava neanche delle persone contro cui sbatteva mentre imprecava sottovoce. Si appoggiò ad una porta senza maniglia che si aprì sotto il suo peso. Entrò all’interno senza nemmeno capire dove. Fece qualche passo respirando a fatica, poi sentì qualcosa e sgranò gli occhi.

Era musica, musica dolce da lounge bar. Le note lo rilassarono ed ebbe il coraggio di alzare lo sguardo. Intorno a lui vide dei divanetti e dei tavoli apparecchiati. Davanti c’era un grosso bancone in vetro dietro il quale una ragazza stava pulendo dei bicchieri. La luce era soffusa per rendere l’ambiente più confortevole. Ora era sicuro, era dove doveva essere. Un bar che non ricordava.

Riprese a respirare a grandi boccate mentre i muscoli si rilassavano. Chiuse gli occhi, li riaprì, il bar c’era ancora. Non era un sogno quindi.

Si avvicinò al bancone guardandosi intorno mentre controllava i volti dei clienti. Non voleva assolutamente attirare l’attenzione, fuggiva dagli sguardi dei visi sconosciuti. Arrivò allo sgabello davanti al bancone e con il manico della camicia si asciugò la fronte bagnata di sudore.

-Cosa desidera?

Marcello era sovrappensiero quando la voce femminile gli parlò. Alzò la testa ed il suo sguardo incontrò due bellissimi occhi azzurri contornati da una linea nera. Mise a fuoco il resto del viso, la ragazza lo guardava con un’espressione dura ma interessata. La bocca coperta da un rossetto nero era chiusa in una mossa interrogativa e creava un delizioso contrasto con i capelli biondissimi. Un dettaglio particolare, un piccolo tatuaggio a forma di cuore sul collo. Passarono diversi secondi di silenzio prima che la ragazza ripeté la stessa domanda.

-Cosa desidera? Vuole un menu?

-No… no, grazie. Un bicchiere di Vodka. Liscio

La barista si girò e prese la bottiglia di Vodka sullo scaffale, versò in un bicchiere e lo porse a Marcello. Lui ringraziò timidamente poi prese con forza il bicchiere dal bancone e lo svuotò tutto d’un fiato. Posò il bicchiere sul vetro e chiuse gli occhi. La sensazione che gli dava l’alcol era difficile da descrivere. Sentiva il sapore del liquido che gli scendeva nella gola mentre i nervi si allentavano e un leggero senso di intorpidimento lo avvolgeva.

Riaprì gli occhi e guardò di nuovo la barista.

-Un altro. Doppio

La ragazza alzò un sopracciglio. Non le era mai capitato un cliente così esigente. Era seduto da pochi minuti e già aveva ordinato un quantitativo di roba che lei non sarebbe stata in grado di reggere.

Senza ribattere gli versò un altro bicchiere e glielo porse. Come per il primo, glielo strappò quasi dalle mani e bevve con avidità. Appena finito si alzò di corsa e si avviò verso il bagno seguendo le indicazioni sul muro. La barista rimase allibita per qualche secondo prima di voltarsi e continuare a lavare i calici.

Marcello entrò nel bagno sbattendo la porta. Rimase stupito dalla pulizia di quel posto. Doveva essere un bar completamente nuovo per avere ancora tutto intatto. Entrò in una delle porte interne e prese ad urinare. Mentre lo faceva chiudeva e gli occhi e assaporava il momento, sembrava che qualcuno lo stesse dondolando dolcemente. Si immaginò di essere su una zattera in mezzo al mare mentre le forze lo abbandonavano e un raggio di sole gli illuminava il viso. Quella visione mistica però durò poco.

Riaprì subito gli occhi sentendo un forte rumore alle sue spalle. Si sistemò velocemente ed aprì la porta del bagno. Rimase immobile e in silenzio per percepire ogni minimo rumore.

Niente, era sparito.

Si mosse lentamente in più direzioni per controllare meglio ma non c’era nessuno. Tirò un sospiro di sollievo e si accostò al lavandino. Prese il sapone e cominciò a strofinarsi le mani sotto un getto d’acqua gelida. Stava godendo il momento di pace quando per due volte la luce si spense per pochi attimi. Alzò lo sguardo e vide il suo viso nello specchio-. Non era la sua serata migliore e lo notava osservando il volto scavato davanti a lui. A vederlo da fuori chiunque lo avrebbe evitato.

Fu in quel preciso istante che vide qualcosa. Un singolo fotogramma proprio nel momento in cui la luce si accese prima di spegnersi nuovamente. Quello che vide era un volto sconosciuto proprio accanto al suo. Ebbe un sussulto, sentì un calore improvviso mentre il cuore iniziava a battere velocemente. Quando la luce si accese di nuovo nello specchio c’era solo lui, ma ormai era in preda allo spavento più cupo.

Si asciugò velocemente le mani sui pantaloni ed uscì a passo spedito fuori dal bagno. Passò davanti al bancone e prese posto sullo stesso sgabello di prima. Mentre i pensieri confusi viaggiavano nella mente vide un bigliettino spuntare sul bancone proprio sotto il suo naso. Alzò lo sguardo ed incrociò di nuovo i bellissimi occhi della barista, stavolta però l’espressione era dura.

-Prego, questo è suo

-Cosa?

-Il conto di quello che ha preso

Marcello passò in pochi attimi dallo stupore alla rabbia, complice anche lo stato di agitazione della visione precedente. Prese lo scontrino dal bancone e lo strappò in piccoli pezzi.

-Chi ti ha detto che abbia finito di ordinare? Ritorna al tuo posto e servimi un altro bicchiere della roba più pesante che hai. E senza ghiaccio!

Senza rendersene conto aveva alzato la voce attirando l’attenzione di alcuni presenti. La barista non sapendo cosa fare si girò e prese un’altra bottiglia da uno scaffale e iniziando a riempire il bicchiere. Nessuno si accorse di come tremava mentre porgeva il bicchiere di vetro al cliente che si era seduto nuovamente sullo sgabello.

Senza mai distogliere lo sguardo dalla ragazza, Marcello prese il bicchiere e lo svuotò con un solo sorso. Era ancora rosso dalla rabbia quando lo posò sul bancone. Non riuscì a controllarsi, l’impatto fu così forte che la lastra di vetro si incrinò. La barista era già abbastanza scioccata, quando vide i pezzi di vetro saltare via, emise sonoramente un grido di terrore. Subito dopo si portò le mani alla bocca, rendendosi conto ormai che tutti guardavano nella sua direzione.

-Cos’è? Ti sei spaventata per un po’ di vetro rotto? Tieni, compralo nuovo. Vedi qui dentro quanti soldi ci sono? Se continuo a pagare tu devi continuare a servirmi da bere, capito?

La musica si fermò di colpo e il brusio di sottofondo divenne lentamente un silenzio imbarazzante. Una figura imponente si avvicinò a Marcello da dietro e gli toccò gentilmente la spalla.

-Signore, le chiedo di lasciare subito il locale

Marcello si girò di scatto e guardò negli occhi l’uomo. Un palestrato nero vestito da bodyguard, maglietta attillata per esaltare il fisico scolpito e occhiali scuri come il cielo all’esterno del bar.

-E tu chi sei? Vieni pagato per trattare così i clienti che pagano? Chiamami il responsabile di questo posto di merda e vediamo

-Abbassi la voce, sta disturbando gli altri clienti. Mi segua fuori in modo da chiarire la situazione

-Io non devo chiarire un bel niente. Lasciami subito o io…

Non finì di terminare la frase che in preda alla disperazione ritornò accanto al bancone e prese un bicchiere pieno di un liquido color ambra. Caricò il braccio e colpì il viso del buttafuori. Si sentì un rumore della cartilagine che si rompeva. Il ragazzo si accasciò in ginocchio tenendosi il naso tra le mani che si coloravano lentamente di rosso.

Marcello vide il bodyguard a terra e una sensazione di esaltazione gli pervase lo spirito. Alzò le braccia in segno di vittoria e guardò tutta la platea.

-Allora? Qualcun altro ha qualcosa da ridire oppure posso passare la mia serata in tranquillità?

Ormai tutti lo guardavano, davanti a lui c’erano solo espressioni piene di terrore e disgusto. Ma lui se ne fregava. Abbassò il braccio che ancora stringeva il bicchiere usato come arma e lo portò alla bocca per berne il contenuto, qualsiasi cosa fosse. Fu in quel momento che avvertì un dolore forte poco sopra la nuca. L’ultima cosa che pensò prima di tramortire a terra fu il sapore troppo dolce del drink che stava bevendo. Poi fu tutto scuro.

Prima di riaprire gli occhi, Marcello pensò di essere ancora su quella zattera in mezzo al mare che aveva visualizzato prima nel bagno del locale. Riusciva quasi a sentire sul viso il calore del sole mentre lentamente il sonno spariva. Avvertì subito un dettaglio molto importante, non c’erano onde e quindi era sparita la confortevole sensazione di dondolio che tanto gli piaceva. Una volta resosi conto di non essere dove voleva sbarrò gli occhi e si alzò di scatto.

Si girò per capire dove fosse. Era in un appartamento che non conosceva. Era su un divano, davanti a lui su un tavolino c’era del caffè mentre a terra era poggiata una bacinella azzurra.

Marcello stava facendo mente locale su quanto era accaduto, gli vennero in mente le ultime scene prima del buio. Il colpo al bodyguard, la sensazione di onnipotenza, il dolore alla testa. Con la mano destra si toccò leggermente dietro alla nuca ed avvertì una fitta leggera mentre toccava la parte indolenzita. Raccoglieva i pezzi di un puzzle che ancora non aveva tutti i tasselli quando sentì una voce alle sue spalle che non riuscì a riconoscere subito.

-Vedo che ti sei ripreso. Ti conviene stare ancora un po’ seduto sul divano. Riposati e mettiti in forze

Si girò velocemente e la vide. Capelli biondi e viso senza ombra di trucco. Senza il rossetto nero non la riconobbe subito ma bastò vedere il piccolo tatuaggio sul collo per arrivarci. Era la barista del locale in cui era andato quella sera.

Una serie infinita di domande gli riempirono la testa. Perché era lì con lui? Quale era il suo ruolo in quello che era successo? Perché ricordava che prima fosse spaventata mentre ora sembrava più sicura e tranquilla?

Marcello stava per dire qualcosa quando perse l’equilibrio e sprofondò sul divano.

-Te l’ho detto che era meglio riposarsi. Non sei ristabilito del tutto

-Tu… Tu cosa….

-Non sforzarti a parlare. Lo capisco, vuoi capire cosa è successo. Non ti preoccupare, ti prendo un bicchiere d’acqua e ti racconto tutto

Come promesso si allontanò solo qualche secondo per prendere un po’ d’acqua fresca per lui. Si avvicinò e gli porse gentilmente il bicchiere, poi si sedette sul divano di fianco a lui.

-Allora, da dove cominciamo? Ah, ecco, prima di tutto ti chiedo scusa. Ero spaventatissima quando stasera hai messo KO l’imponente Ibrahim. quando l’ho visto a terra con il naso rotto ho pensato che fossi il classico bullo che avrebbe causato solo altri guai quindi mi sono presa la briga di prendere una bottiglia di Tequila e colpirti dietro la testa. Hai perso subito i sensi ma non ci saranno conseguenze gravi, forse qualche altro mal di testa nei prossimi giorni

Appena finì quella frase, Marcello si toccò istintivamente la nuca e avvertì di nuovo il dolore.

-E’ stata una reazione affrettata ma comunque sbagliata. C’è da dire che te la sei cercata, però. Fatto sta che altri dipendenti del bar ti hanno subito preso e portato all’esterno. Ti hanno lasciato sul marciapiede di fronte, accanto a dei bidoni della spazzatura. Quando ho finito il mio turno e sono uscita dal locale eri ancora lì addormentato. Non me la sono sentita di lasciarti da solo. In fondo era anche colpa mia se eri in quello stato. Ho chiesto una mano ad altri ragazzi e ti ho caricato in macchina e portato a casa mia

-Perché? Perché lo hai fatto se prima ero stato così…

-”Stronzo”. La parola corretta è “stronzo”. Non so, forse perché prima di lasciare tutto e cambiare vita avevo cominciato gli studi di infermiera. O forse perché so bene come ci si sente ad avere a che fare con un ubriaco cronico. Anche mio fratello beveva come una spugna, quasi sempre finiva le serate all’interno di un’ambulanza diretto verso un pronto soccorso. Non mi andava di tornare a casa e fare i conti con il senso di colpa. Ti ho portato qui e ho fatto qualcosa per te

-Perdonami, hai ragione. Non devi scusarti tu, la colpa è solo mia

-Ok, allora ritiro subito le mie scuse e accetto le tue. Prendi un altro po’ di caffè, se devi vomitare ancora c’è la bacinella pulita accanto al divano

Vedendo quel bel sorriso che sbocciava sul viso della ragazza, Marcello ebbe un pensiero che non gli era mai venuto mai in mente. Pensò che anche solo per aver conosciuto una persona così gentile valesse la pena vivere senza rifugiarsi nei propri sogni o incubi. Non gli sembrava vero che qualcuno avesse fatto qualcosa per lui senza aver chiesto nulla in cambio. Si diede un pizzicotto sul braccio per controllare che fosse ancora sveglio. Lo era. Forse valeva la pena anche aprirsi con lei e confidargli i suoi segreti.

-Grazie. Grazie ancora. Devo andare ora, quanto tempo ho dormito? Sarà giorno ormai

-In realtà non molto. Ho finito il turno all’una, quando siamo arrivati qui ti sei svegliato un paio di volte ma non eri cosciente e probabilmente non te lo ricordi. Ti ho dato una mano a farti passare la sbornia. Abbiamo camminato per tutta la stanza e ti ho fatto bere litri di caffè. Se non hai ancora il classico mal di testa allora direi che stai già bene ma ti sconsiglio di andare via ora. E’ ancora buio, puoi stare qui stanotte. Riposati sul divano così appena fa giorno sarai in forze per andare. Io ora non ho sonno quindi sarò sveglia nell’altra stanza quindi vedi di non fare brutti pensieri. C’è il mio coinquilino che dovrebbe rincasare verso le cinque quindi sappi che non sarò sola

-Aspetta, aspetta. Stai dicendo che non è ancora giorno? Che ore sono?

-Le quattro e mezza passate. Ma perché ti interessa così tanto?

Marcello si alzò subito dal divano e si avvicinò ad una piccola finestra chiusa. Aprì la tenda e tirò su la tapparella. Fuori vide la città in tutto lo splendore. Un cielo nero e pieno di stelle sovrastava le vie cittadine illuminate dai lampioni gialli. Un silenzio sacro sanciva il sonno profondo in cui le persone erano sprofondate.

La ragazza si avvicinò all’uomo e gli toccò una spalla.

-Tutto bene? Ti vedo agitato, qualcosa non va? Per caso soffri di vertigini?

Marcello si girò verso di lei, il volto rilassato di prima non c’era più ed aveva lasciato posto ad un’espressione che lei aveva già visto qualche ora prima, davanti al bancone del bar.

-Non c’è tempo da perdere. Dammi qualcosa di forte

-Scusa?

-Ti ho detto di darmi qualcosa di forte. Non hai a casa dei liquori, una birra, qualcosa di più pesante?

Il viso della ragazza divenne una maschera di delusione e paura. Si fece coraggio ed affrontò l’uomo.

-Senti… tipo. Non so nemmeno come ti chiami ma so cos’è una crisi di astinenza e davanti a me ne vedo una. Pensi ti abbia portato qui, curato, passato del tempo a pulire il tuo cazzo di vomito dal pavimento per sentirmi dire “dammi qualcosa di forte”? Tu ora ti risiedi sul divano e vedi di dormire prima che io chiami qualche mio amico che non vede l’ora di sfogare un po’ di frustrazione su di te. Hai capito?

-Sei tu che non capisci. Devi muoverti, ti prego. Ho bisogno di alcol

Appena finita la frase piombò in cucina a rovistare tra i mobili e i cassetti.

-Ma dimmi un po’, pensi che perché io faccio la barista ho degli alcolici a casa? Adesso ti faccio vedere io, un po’ di spray al peperoncino sugli occhi e ti passerà la voglia di bere

La ragazza andò di corsa nella sua camera per prendere la borsetta all’interno della quale portava sempre con sé lo spray al peperoncino.

Intanto Marcello cercava con avidità in un cassetto quando tutto intorno si fece buio per una frazione di secondo.

Si bloccò sgranando gli occhi.

La luce andò via una volta ancora, poi un’altra. Respirava a fatica mentre si girava in ogni direzione. Solo lui sapeva cosa stava per accadere. Passarono pochi secondi che per lui durarono un’eternità. Stava per rimettere le mani nel cassetto quando sentì un rumore. Si girò di lato e vide una sedia al centro della stanza, prima ricordava di averla vista di fianco al tavolo. Alzò gli occhi al cielo, stava cominciando di nuovo.

-No, no, no, no. Vi prego…

Sentì subito qualcosa di freddo sulla spalla sinistra, poi sulla spalla destra. Il tocco di una mano ma fredda come il ghiaccio. Era terrorizzato, poi un’altra mano si posò sulla testa e la girò.

Finalmente li vide, erano solo in tre ma sapeva che sarebbero potuti aumentare in poco tempo. Erano persone o meglio un tempo lo erano state, ora erano solo anime in pena. Fantasmi, ma della peggior specie. Non li aveva mai visti prima d’ora ma sapeva bene chi fossero.

La prima volta gli era successo due anni prima in seguito a quel brutto incidente. Stava lavorando come muratore in un cantiere quando cadde da un’altezza considerevole e fu portato all’ospedale più vicino. Rimase in coma per quattro mesi poi con gran stupore dei medici si svegliò. Tutti urlavano al miracolo ma Marcello non sapeva ancora che quello stesso giorno sarebbe cominciato il suo incubo personale.

Durante la prima notte in ospedale da redivivo si svegliò e chiamò un’infermiera per essere assistito. La porta della stanza si aprì ma non era la persona che si aspettava che entrò nella camera. Era una bambina con un lungo vestito scuro. Capì subito che lui stava guardando nella sua direzione e gli si avvicinò.

-Tu mi vedi?

-Chi sei? Ti sei persa?

-Allora tu mi vedi? Che bello!

-Chi sei?

In quel momento sentì dei passi e vide l’infermiera entrare e chiedergli in cosa poteva essere utile. Domandò a lei se conoscesse quella bambina ma la sua risposta ebbe l’effetto di un cazzotto nello stomaco.

-Bambina? Mi scusi ma qui non c’è nessuna bambina, ci siamo solo io e lei. Vuole che chiami il medico per farle aumentare il dosaggio della flebo?

La bambina che lo guardava ai piedi del letto uscì dalla stanza. Marcello pensava fosse un’allucinazione isolata ma dovette ricredersi già dalla notte successiva. Ogni volta si presentavano da lui nuovi fantasmi, nuove anime alla ricerca disperata di un tramite con il mondo terreste. Avevano capito che lui possedeva un dono.

Tutti gli chiedevano qualcosa. C’era chi voleva far sapere ai parenti in vita che esiste qualcosa dopo la morte, chi chiedeva solo di sapere dove fossero i propri cari, e poi c’erano loro. La feccia, quelli che anche senza vita si nutrivano di odio e voglia di far del male. Qualcuno gli faceva visita per recapitare messaggi di morte ai conoscenti terreni ma la maggior parte usava Marcello come propria vittima sacrificale. Godevano nel fargli provare terrore, nel compiere su di lui le azioni più nefaste che gli erano negate dal momento della morte.

Sapevano che se lo percuotevano gli provocavano del male, se lo graffiavano lui sanguinava, che quando lui era presente potevano interagire con il mondo terreno, muovere degli oggetti. Era un vero e proprio incubo per Marcello e quei pochi con cui riuscì ad aprirsi stentavano a crederlo. Pensavano tutti che fossero le conseguenze al cervello dovute ai mesi in coma.

Era solo.

Con il tempo però capì che solo di notte gli spiriti venivano a fargli visita e che l’unico modo per evitare quel supplizio era dormire. Quando cadeva in un sonno profondo loro non si manifestavano. Era quella la sua unica occasione, rifugiarsi in un sogno per fuggire dall’incubo della realtà.

All’inizio si fece aiutare da tranquillanti e sonniferi ma con il tempo il suo corpo si abituò ai farmaci e riusciva a stare sveglio anche dopo interi flaconi. Fu in quel periodo che quasi per caso scoprì la sua salvezza. L’alcol. Quando era brillo non aveva problemi. Nelle notti in cui non riusciva a prendere sonno bastava ubriacarsi, abbandonarsi alla sensazione di torpore degli alcolici per non attivare quella sua speciale vista.

Era destinato ad una vita di inferno, agli occhi degli altri era solo un ubriacone incallito mentre solo lui sapeva il fardello che portava.

-Eccoci, non ci saluti?

-Sei bello sveglio, ti vedo in forma

-Non ti siamo mancati?

Marcello sapeva di non avere chance con loro. La barista lo aveva reso sobrio quindi la sua personale arma era scarica. Si rese conti di essere impotente e si arrese alla volontà di quei demoni.

Fu quello che gli teneva ferma la testa a cominciare. Afferrò con forza i capelli li tirò con prepotenza. Il volto dell’uomo andò a sbattere contro lo spigolo del tavolo provocandogli un dolore lancinante al naso.

-Non tenertelo tutto per te, lasciamelo un po’.

Un secondo spirito corse verso la sua vittima che era riversa a terra e le diede un calcio nel costato. Marcello buttò fuori tutta l’aria che aveva nei polmoni mentre si rannicchiò in posizione fetale per attutire i colpi successivi. L’altro continuò a percuoterlo senza fermarsi, pervaso da un malsano sadismo.

Il terzo dei tre nel frattempo prese un coltello dal cassetto ancora aperto. Fu ammonito da un suo compagno.

-No! Non ancora, giochiamo un altro po’

Quest’ultimo afferrò nuovamente per i capelli Marcello e lo alzò in piedi. Avvicinò il volto orrendo al suo e gli parlò.

-Non mi dire che sei già stanco. Vediamo se sei così sveglio da saper contare

Fu in quel momento che arrivò in cucina la ragazza. Vide il suo ospite di spalle, in piedi in una strana posa con le braccia allargate. Pensò che si fosse bloccato in seguito alla crisi. Ne approfittò per fare qualche passo in avanti verso di lui. Voleva accecarlo con lo spray prima che fosse troppo tardi.

Poi si fermò e si rese conto che qualcosa di strano stava avvenendo sotto i suoi occhi.

-Uno!

Il fantasma urlò così forte che Marcello pensò che chiunque avesse sentito la sua voce. Purtroppo sapeva che non era possibile. Al suo comando un altro spirito prese il pollice della sua mano destra e lo portò all’indietro fino a fargli toccare il dorso. Il rumore della falange che si slega dalla sua posizione originale era disgustoso. Marcello emise un urlo disumano mentre dietro di lui la barista osservava la scena senza riuscire a dare una spiegazione.

-Due!

Anche l’indice seguì lo stesso destino dell’altro dito. Ancora un dolore fortissimo.

-Tre!

Era il turno del medio. Marcello resisteva al dolore sperando solo che qualcuno o qualcosa potesse salvarlo. Intanto la ragazza rimaneva impietrita vedendo quelle dita che si muovevano da sole in modo innaturale, come se una forza sconosciuta le stesse spezzando. Si portò le mani alla bocca per reprimere un urlo. ma quando vide che anche l’anulare e il mignolo si girarono non riuscì a trattenersi.

Fu un grido lungo, di paura, di terrore. Marcello riaprì gli occhi e provò a voltarsi verso di lei. La mano che gli teneva i capelli però lo bloccava e lui non aveva abbastanza forze.

-Cosa credi di fare? Lei non può aiutarti e noi siamo solo all’inizio

Gli prese un braccio e glielo girò all’altezza del gomito. Fece lo stesso anche con l’altro mentre le urla di terrore della ragazza continuavano senza sosta alternate da quelle di dolore dell’uomo.

Marcello tentò il tutto per tutto e cominciò a parlare ad alta voce.

-Ti prego uccidimi! Fallo, ti prego. Non posso spiegarti tutto ma per pietà, uccidimi!

-Pensi che quella ragazza spaventata possa darti una mano? La crocerossina che si è presa cura di te stasera? Smettila e fai l’uomo. Lei non ti aiuterà mai

Lo spirito aveva ragione. La barista era in preda ad una crisi di nervi. Urlava e si copriva le orecchie per non sentire le richieste della povera vittima. Era spacciato, e tutto a causa dell’opera da buon samaritano di quella ragazza ignara di tutto.

Fu allora che vide un’unica soluzione, però doveva agire in fretta. Disse qualcosa sottovoce, poche parole incomprensibili che attirarono l’attenzione del fantasma.

-Cosa hai detto? Non ho capito

Ripeté la frase senza aumentare il volume della voce. A quel punto l’aguzzino avvicinò l’orecchio alla bocca di Marcello per decifrare quella frase criptica. Era l’occasione che lui stava aspettando. Se loro potevano fargli del male di notte allora anche lui poteva fare lo stesso.

Aprì la mascella, allungò il collo in avanti quanto basta e serrò la mandibola di scatto. Il demone urlò di dolore mentre si portava entrambe le mani sull’orecchio. Marcello sputò il pezzo di lobo a terra, non c’era nessuna traccia di sangue. Quella intuizione gli aveva garantito una libertà temporanea, lo spirito si allontanò mentre saltava quasi danzando per il dolore. Ora però era solo a metà, mancava un’ultima azione per essere finalmente libero.

Gli altri due spiriti guardavano la scena sorpresi, probabilmente non avevano mai pensato che anche loro potessero farsi del male. Approfittò di quei brevi attimi per spingersi in avanti e caricare verso il terzo. Con la braccia spezzate penzolanti si gettò a grande velocità su di lui. Capì subito di aver finalmente vinto.

Il fantasma si rese conto di quello che era accaduto solo quando Marcello si allontanò da lui. La lama del coltello che aveva ancora in mano uscì dall’addome completamente rosso di Marcello. Si inginocchiò a terra mentre un rivolo di sangue fuoriusciva dalla ferita e bagnava la camicia, i pantaloni, il pavimento. Un sorriso beffardo illuminò il suo viso, era finalmente libero anche se il prezzo che aveva pagato era più grande di quanto avesse pensato. Prima di abbandonarsi alla morte disse solo una frase, sottovoce, ma suonava come una sentenza inamovibile.

-Ora diventerò uno dei vostri. E sarò io a dare la caccia a voi…

Poi si accasciò a terra ed esalò l’ultimo respiro mentre intorno a lui le urla della ragazza continuavano senza sosta.

22 Ottobre 2024

La porta della cameretta si aprì lentamente. Muovendosi emise un lieve cigolio che allertò il bambino a letto. Aprì gli occhi di colpo, l’oscurità stava svanendo lasciando spazio alla luce che filtrava dall’esterno. Il fascio giallo si allargava illuminando la stanza. La piccola libreria, la scrivania, il pavimento ancora pieno di giochi, poi il letto. Prima che la luce potesse illuminare il suo volto, si infilò velocemente sotto le coperte. Lasciò un piccolo spiraglio per osservare la scena sperando di non essere trovato.

Vide una forma entrare nella stanza, la luce alle spalle proiettava un’ombra smisurata sul pavimento. Il passo era lento, chiunque si stesse muovendo lo faceva cercando di evitare di fare anche il minimo rumore. Poi la figura si fermò, a due passi dal letto. Il bambino si portò la mano alla bocca per istinto. Passarono i secondi ma fuori dal suo rifugio nessun rumore. Forse l’aveva scampata. Scoprì leggermente la coperta e mise la testa fuori. Davanti a lui trovò un volto che sorrideva nella penombra.

-Bu!

Il bambino rimise la testa sotto la coperta. L’altro la scostò prontamente, davanti a lui c’era il piccolo in posizione fetale.

-Te l’ho detto, è inutile che mi scappi!

Poi si buttò su di lui e lo abbracciò provocando le risate del bambino.

-Lasciami, mi fai il solletico!

-Ma è proprio quello che voglio farti!

I due andarono avanti per qualche secondo. Padre e figlio che si divertono facendo finta di essere il mostro e la vittima. L’uomo andò poi ad accendere la luce. Il lampadario sul soffitto illuminò l’intera stanza. Sulle pareti c’erano poster dei personaggi preferiti dal bambino e foto di quando era più piccolo. Sulla scrivania fogli con disegni colorati e una collezione infinita dei suoi giocattoli preferiti. I robot. Una vera e propria passione quella del bimbo per i robot, ogni volta che ne vedeva uno rimaneva affascinato. Il padre non poteva non alimentare quella sua fame, gliene comprava tantissimi. Lui ci giocava, li smontava per capire com’erano fatti. A volte bastavano pochi pezzi di plastica per assemblarli e far finta di averne costruito uno tutto suo.

Negli anni la stanza era completamente sommersa di robot. Ce n’erano di tutti i tipi, cingolati, antropomorfi, educativi, di legno, di plastica, di metallo. Il bimbo era il padrone assoluto di quel suo regno immaginario in cui le macchine esaudivano ogni suo desiderio.

-Su, adesso ti leggo una storia così poi ti addormenti

Il bimbo si mise sull’attenti in attesa che il padre gli leggesse una favola. L’uomo si avvicinò alla libreria e prese un grande libro, lo aprì e si avvicinò al figlio.

-Allora, vediamo. Ieri abbiamo letto i tre porcellini, oggi potremmo leggere… i sette capretti! Che ne dici?

Il bimbo fece di sì con la testa. Suo padre si sedette sul letto accanto al piccolo e cominciò a leggere. Il bimbo fissava le immagini sul libro senza distogliere lo sguardo. Le illustrazioni lo attiravano, osservava quei paesaggi fantastici mentre ascoltava la voce confortante del papà che raccontava la fiaba. La conosceva già, l’aveva sentita decine di volte, ma ogni volta rimaneva immobile e attento.

Dopo qualche minuto la favola era finita, l’uomo chiuse il libro per riporlo nuovamente nella libreria. Una voce però dietro di lui lo fermò.

-Ancora

Rimase stranito da quella richiesta, non se l’aspettava.

-Come?

-Ancora. Un’altra storia

-Vuoi davvero che te ne racconti un’altra?

Il bimbo fece di sì con la testa.

Va bene. Vediamo… Cappuccetto rosso?

Ancora un cenno di assenso con la testa. Vedendo quel gesto suo padre si ributtò di nuovo nella lettura. Sfogliò le pagine fino ad arrivare alla favola scelta, fece vedere al piccolo le immagini dei personaggi. C’era il disegno di una piccola bambina dai capelli dorati e con un vestito rosso, un enorme lupo con la bocca aperta mentre mostrava le lunghe zanne, una piccola casa immersa nel bosco. Il piccolo vedeva davanti agli occhi le immagini e immagazzinava i dettagli di ogni scena.

-C’era una volta in una casetta nel bosco una piccola bambina di nome Cappuccetto Rosso…

La voce sempre calma e tranquilla dell’uomo guidava per mano il bambino in un mondo di sogno popolato da animali parlanti, fanciulli innocenti e un bel lieto fine. Anche quella storia l’aveva già sentita tante volte, ma era bello riascoltarla ogni volta, vedere nella propria mente la protagonista che riesce a sconfiggere il lupo cattivo e salvare la nonna.

Quando il racconto finì, l’uomo guardò il viso del bambino ancora fisso sull’illustrazione del libro. Teneramente gli passò la mano sotto il mento accarezzandolo.

-Ti è piaciuta la storia?

Il bambino come sempre rispose muovendo la testa, poi aprì la bocca e disse.

-Ancora

-Sbaglio o stasera siamo pieni di richieste?

-Ancora. Un’altra storia

-E va bene, ma l’ultima. Cosa vuoi che ti legga?

Il bambino alzò il braccio ed indicò un punto sul muro. L’uomo seguì con lo sguardo la linea immaginaria che collegava l’indice alla parete. Stava puntando uno dei poster, il disegno di un bambino con degli stivali rossi dai quali spuntavano due fiamme infuocate. Aveva le mani serrate a pugni, un braccio era proteso in avanti, la posa era quella di qualcuno che in quel momento stava volando. L’uomo conosceva bene quel personaggio, da piccolo era anche uno sei suoi preferiti. Tetsuwan Atom, meglio conosciuto come Astroboy.

-Quello lì? Vuoi che ti racconti di lui?

La testa si mosse in maniera affermativa. Il padre con sguardo triste si avvicinò di più a lui e gli parlò dolcemente.

-Vedi, amore, quello lì si chiama Astroboy. E’ un robot. Non ti ho mai raccontato di lui perché… vedi, lui ha una storia molto triste e tu sei troppo piccolo per ascoltarla

-Ti prego. Racconta

Si guardarono negli occhi. Quelli inespressivi del bambino incontrarono quelli preoccupati dell’adulto. Fino ad allora si era sempre limitato a raccontare fiabe che per quanto potessero essere interpretate male da un cervello come il suo erano comunque il frutto di una fantasia che regnava da secoli nella letteratura dell’infanzia. Il silenzio rispettoso del bambino che attendeva l’approvazione convinse suo padre, forse spinto anche da un desiderio nascosto di voler raccontare quella storia triste ma anche bella.

-Va bene, allora, in un futuro non molto lontano esisteva un grandissimo scienziato giapponese di nome Tenma. Era un vero genio e passava tutti i giorni in laboratorio per creare nuovi robot che potessero aiutare le persone. Un giorno suo figlio, il piccolo Tobio, deluso dall’ennesimo rifiuto del padre che preferiva lavorare piuttosto che passare del tempo con lui, prese l’auto del genitore e cercò di scappare via

A quel punto del racconto l’uomo dovette fermarsi. Non perché il suo piccolo pubblico era distratto, tutt’altro. La storia che raccontava era così triste che quasi la stava rivivendo, raccontandola. Deglutì un paio di volte per reprimere un pianto improvviso, poi continuò.

-Mentre scappava però. si rese conto di non saper pilotare l’auto anche se era automatica. Purtroppo ci fu un incidente e il piccolo Tobio perse la vita dopo essere stato portato in ospedale. Prima di morire però aveva chiesto al padre un ultimo desiderio. Il prossimo robot che il dottor Tenma avesse costruito sarebbe stato un bambino. In quel caso sarebbe stato più facile insegnargli tutto ciò di cui aveva bisogno. Il dottor Tenma capì troppo tardi che aveva sprecato troppo tempo in laboratorio e solo allora vedendo il piccolo andarsene via si rese conto che non poteva più tornare indietro. Poteva però fare ancora qualcosa per lui, onorare la sua memoria e realizzare il suo ultimo desiderio. Si mise subito all’opera, progettò e fece costruire un robot bambino. Ma fece di più, quella sua creazione così perfetta avrebbe avuto proprio le sembianze di Tobio

Il bambino ascoltava in silenzio quella storia così originale. Era la prima volta che ne sentiva parlare e memorizzava ogni dettaglio e nome.

-Quel robot era dotato di propulsori per volare, armi supertecnologiche per difendere i più deboli, ma la cosa più importante era la sua intelligenza artificiale. Era possibile plasmare l’intelletto, le conoscenze e forse l’animo di quel robot proprio come si fa con i bambini. In quel modo il professor Tenma lo avrebbe tirato su come un vero bambino prodigio, come Tobio. Gli avrebbe insegnato la differenza tra bene e male

-E ci riuscì?

-Certo! Quel robot, che tutti chiamavano Atom o Astroboy, divenne il robot più forte di tutti ma anche il più bravo. Con la sua intelligenza e la sua forza aiutò il genere umano a sconfiggere i cattivi più potenti. Con lui erano tutti al sicuro

-Mi piace. Anche io voglio essere così

-Non correre piccolo mio. Ne hai di cose da imparare, ma sono sicuro che diventerai come lui. Anzi, sarai migliore di lui

Il bambino rimase fermo a pensare. Suo padre si domandò chissà cosa stesse elaborando in quel piccolo cervello. Magari le immagini di Astroboy che volava e difendeva i buoni. Gli accarezzò i capelli e gli diede un bacio. Rimase a guardarlo ancora per qualche secondo, poi si allontanò per spegnere la luce del lampadario. Si avvicinò alla porta, stava per chiuderla dietro di sé quando sentì la voce del piccolo.

-Papà

-Dimmi amore

-Ti voglio bene

Quella frase così breve, forse anche così scontata, fece breccia nel cuore dell’uomo. Una lacrima scese sul suo viso, era di spalle e non si girò subito per non farsi vedere mentre piangeva. Poi si voltò e ritornò dal bambino. Lo abbracciò con quanta forza aveva e gli sussurrò all’orecchio la sua dichiarazione di amore paterno.

-Anche io. Ti voglio bene come niente al mondo. Niente ci separerà

Poi allentò la presa e con una mano cercò un punto preciso dietro la sua schiena. Finalmente trovò quello che cercava, lo pigiò e sentì un debole rumore.

Click

Lo baciò sulla guancia e uscì dalla stanza chiudendo la porta alle sue spalle.

Fuori dalla stanza lo aspettava Giorgio, suo amico e collega. Fu diretto, si conoscevano da così tanto tempo che non c’era bisogno di girare intorno all’argomento.

-Mattia, senti, dobbiamo parlare

-Di cosa?

-E me lo domandi anche? Ci ho pensato parecchio e penso che questo tuo progetto sta andando troppo oltre. Non erano questi i patti, la cosa ti sta scivolando di mano

-Ah, sì? E sentiamo, quali erano i patti?

-Mi hai coinvolto in questo… esperimento. Avremmo costruito la migliore intelligenza artificiale mai pensata. Sono stati anni di duro lavoro ma ce l’abbiamo fatta. Insieme ci siamo riusciti

-Non vedo allora quale sia il problema

-E’ proprio sotto il tuo naso, Mattia. Vedi cosa fai? Abbiamo costruito il futuro della scienza per cosa? Per farti rivivere una situazione della tua vita personale? Hai fatto costruire in questa stanza la… sua cameretta, dicevi che sarebbe servito per farlo crescere in un ambiente confortevole. E invece tu cosa fai? Ogni sera gli racconti una favola

-Tu… tu… tu non sai cosa provo. Tu non sai cosa ho provato quando è successo e come mi senta ora

-Non arrabbiarti. Hai ragione, non posso capire nemmeno lontanamente cosa c’è dentro la tua testa da quando è successo, ma non puoi andare avanti così. Quello nella stanza non è tuo figlio, Mattia. E’ soltanto un robot che sta imparando ogni giorno. Puoi insegnargli tutto ciò che vuoi, le stesse cose che hai insegnato a Damiano, ma non sarà mai lui. Prima accetti questa realtà e prima potrai superare il lutto

-Non posso. Non capisci, io non posso fare finta di niente

-E diventare come il personaggio che hai raccontato stasera? Come il dottor Tenma che costruisce un robot per rimpiazzare il figlio che non c’è più? Lo sai già come andrà a finire, non potrà funzionare a lungo

-Lasciami stare Aldo. Non giudicarmi

-Non ti giudico ma in nome della nostra amicizia sto facendo il possibile per darti una mano

Mattia rimase a guardarlo in silenzio, poi disse una frase che non pensava affatto. Ma a volte succede proprio questo, si dicono frasi che non si pensano e che generano le conseguenze più gravi.

-Qui non sei mio amico ma solo un collega. Se sei qui per darmi consigli sul lavoro ben venga, ma non provare a darmi dirmi cosa fare della mia vita. Stanne fuori

Aldo rimase a bocca aperta. non si aspettava quella risposta. Dopo qualche secondo imbarazzante prese una decisione. Staccò il cartellino che era attaccato al camice e lo gettò a terra. Voltò le spalle al suo amico e se ne andò dal laboratorio.

Mattia rimase in silenzio nel corridoio. Era solo, mai come in quel momento si sentiva abbandonato da tutti. Solo una cosa poteva rimetterlo in sesto. Dietro di lui una porta chiusa lo separava dall’unica cosa che contava nella sua vita. Un robot con le sembianze di suo figlio morto anni prima.

Ritornò nella camera ed accese la luce. Si avvicinò al letto e pigiò sul tasto posto sulla schiena del robot. Un lieve rumore metallico, poi l’androide aprì gli occhi e lo guardò. Sorrise riconoscendolo.

-Papà!

Mattia lo abbracciò e scoppiò a piangere.

15 Ottobre 2014

Erano le 21:30 e l’aeroporto di Milano Malpensa era quasi deserto. La maggior parte dei viaggiatori viaggia più comodamente, quella fascia di orario invece era riservata a due categorie di persone. La prima era quella dei ritardatari ovvero quelli che non hanno prenotato un volo con largo anticipo e devono accontentarsi. La seconda era quella degli indaffarati, chi ha da fare tutto il giorno e non può permettersi di sprecare tempo a viaggiare. Viaggiando di notte si recupera tempo così di giorno si può provvedere a tutto il resto.

Riccardo faceva sicuramente parte di quest’ultima categoria. La sua era una vita calcolata al millisecondo. La sua agenda era sempre piena, era necessario pianificare tutto alla perfezione per rendere sempre al massimo. Un giorno in ufficio, gli altri in giro dai clienti in tutta Italia. I minuti erano preziosi come oro per lui e quindi non dovevano essere sprecati. Una vita sacrificata alla dea Organizzazione. Era proprio per quel motivo che nei suoi piani non poteva rientrare una famiglia. Quello sarebbe stato un vero e proprio impedimento per la produttività. Certo, conosceva tantissime persone sposate, magari con figli, che erano i classici uomini o donne in carriera, ma non era lo stesso. Avrebbero dovuto comunque sacrificare tempo da dedicare agli altri componenti. Magari a Natale per la recita di un figlio, o in estate per accondiscendere alle voglie di vacanza di una moglie, le visite dal dottore magari, gli impegni improvvisi. Tutti eliminati, estirpati alla radice dal suo modo di vivere. Cento per cento lavoro, cento per cento soddisfazione personale, come diceva sempre lui.

Ed eccolo lì, a controllare le ultime mail dal suo laptop prima di imbarcarsi e far tappa a casa, a Napoli. Un giorno per andare in ufficio ed incontrare il suo team e poi di nuovo in giro. In quei giorni si riuniva anche il consiglio di amministrazione per definire le nuove gerarchie aziendali e lui sperava tanto in una promozione. Era il più meritevole, lo sapeva, e si aspettava da un giorno ad un altro la fatidica convocazione del capo supremo. Tirò una boccata d’aria con le narici appena gli venne in mente quella scena. Il capo che lo chiama, gli fa un discorsetto veloce di complimenti e lo insignisce di una bella nomina ed una nuova sede da gestire. Per ora erano pensieri, sogni, ma lui sapeva che gusto avevano i sogni quando si realizzavano.

Mentre stava per chiudere la mail gli si avvicinò un bambino. Probabilmente un altro passeggero del volo per Napoli, si avvicinò accanto al suo posto per osservare lo schermo. Il padre lo richiamò subito.

-Gabriele, vieni subito qui. Non disturbare il signore che sta lavorando. Mi scusi, sa, è ancora piccolo

Riccardo non fece parola. Si apprestò a chiudere il laptop e guardare con sufficienza l’uomo, poi si alzò e controllò il cellulare. Il bambino ci rimase male. In realtà anche il padre, non si aspettava una reazione così drastica.

-Era indaffarato, lo vedi? Vieni qui che ti leggo una storia

Riccardo guardò l’orologio, mancava ancora un po’ per l’imbarco dei passeggeri quindi aveva tempo di una tappa in bagno. Entrò con lo zaino sulle spalle, fece quello che doveva fare e si lavò le mani mentre si osservava allo specchio. Anche alla sua età era un bell’uomo, doveva riconoscerlo. Mentre stava asciugando le mani notò che la luce andava e veniva. Giusto un paio di volte, per una frazione di secondo si era ritrovato al buio. Diede subito la colpa ai generatori di corrente, forse c’era un sovraccarico ed era diminuita la tensione. Si aggiustò i capelli ed uscì dal bagno. Percorse il corridoio per ritornare in sala d’attesa. Stranamente il corridoio gli sembrava più lungo del solito o forse era solo stanco. Continuava a camminare, le piastrelle bianche creavano un effetto di lunghezza interminabile. Finalmente arrivò ad una porta. La aprì.

Si aspettava di trovare la sala d’imbarco, con gli steward di terra e i passeggeri ad attendere, mentre invece era arrivato dentro una sala chiusa, semibuia e con delle sedie disposte in fila. Si guardò stranito intorno mentre si girò per aprire la porta. Non la trovò. Dietro di lui c’era un muro e fintanto che riusciva a vedere con quella poca illuminazione non trovava porte. Cominciò a tastare il muro in cerca di qualche maniglia, visibilmente preoccupato, quando una voce lo richiamò.

-Ha finito, lei? Noi qui siamo pronti, se vuole prendere posto può sedersi su una delle sedie così cominciamo

Non sapeva il perché ma quella voce gli incuteva timore. Senza controbattere andò a sedersi su una delle sedie libere in prima fila. Da quella posizione riusciva a vedere di che si trattava. Era in una sala di un tribunale. Ma lui si trovava all’aeroporto, come era possibile? Era tutto poco illuminato, ma riconosceva sulla sinistra il bancone della giuria, al centro il giudice e sulla destra il posto riservato ai testimoni. Vedeva l’imputato di spalle, era incuriosito di sapere di chi si trattasse.

-Silenzio in aula. Avvocato, cominci con il primo testimone

Prese posto nel banco dei teste un bambino. Poteva avere intorno ai cinque o sei anni, gli diedero una mano a salire sullo sgabello alto. Riccardo sgranò gli occhi, non sapeva che così piccoli si poteva essere chiamati in aula per testimoniare.

-Avvocato, era necessario chiamare un bambino a testimoniare?

-Necessario, signor giudice

-Va bene. Prego, inizi pure

L’avvocato si schiarì la voce e cominciò a fare domande al bambino.

-Conosce l’imputato?

-Sì

-Afferma di conoscerlo bene?

-Sì

-Racconti a tutti di cosa è accusato nei suoi confronti

-Lui è un ladro signor giudice. Mi ha rubato una cosa preziosa. La più preziosa della mia vita

Quel bambino parlava proprio come un adulto. Probabilmente era stato plagiato dai suoi genitori o ancora meglio dall’avvocato.

-Spieghi a tutti i presenti di cosa si tratta

Riccardo avvicinò le orecchie verso il bambino. Quella causa sembrava essere interessante e voleva sentire bene di cosa si trattasse.

-Il mio bambolotto

Tornò a sedersi con appoggiato allo schienale. Quella risposta gli parve così ridicola che pensò che forse era meglio ritornare a cercare l’uscita.

-Il suo bambolotto? Avvocato di cosa sta parlando il bambino?

-Un attimo. Puoi dire a tutti di quale bambolotto stai parlando?

-E’ un bambolotto che mangia dal biberon e chiude gli occhi se lo abbassi. Ce l’ho da sempre, da quando ho memoria. Ricordo che un giorno mia madre mi accompagnò a fare un giro in centro prima di Natale. Passeggiammo tutta la mattinata sul Rettifilo, quando ero stanco mi metteva nel passeggino e lo spingeva senza mai smettere. Era tutto bellissimo, tutte le vetrine erano addobbate e piene di cose bellissime. Non eravamo ricchi, per niente. Mamma aveva i soldi contati per comprare i regali, cioè tutte cose utili. Vestiti, intimo, roba da mangiare. Io le chiesi perché non potevo avere un giocattolo come gli altri miei amici e a lei vennero le lacrime agli occhi. Mi prese per mano ed entrammo in un negozio di giocattoli bellissimo. C’erano giochi ovunque e io non sapevo cosa scegliere. Vedevo la sua faccia che diventava un po’ triste quando mi avvicinavo ad alcuni giochi, più serena se indicavo altri. Mi piacque tantissimo quel bambolotto. Era nel reparto per bambine ma a me piaceva lo stesso. Mamma me lo comprò ed uscimmo dal negozio per tornare a casa ed impacchettare i regali. Quando la sera di Natale aprimmo i doni e mio padre vide quel bambolotto guardò mia madre con un’espressione severa. Non disse nulla quella sera ma di notte li ascoltavo e sentii le urla di mio padre che non le perdonava di aver sprecato soldi per quel regalo da femminuccia. Da quel giorno promisi a me stesso che avrei tenuto nascosto il mio nuovo amico, ci giocavo di nascosto e mi confidavo con lui delle mie paure, dei miei segreti

A quel punto indicò l’imputato con sguardo serio.

-Finché quell’uomo non ha preso il mio bambolotto. L’ho visto io, lo ha preso e lo ha gettato nell’immondizia. Era un mio amico, con lui mi trovavo bene. Senza di lui ho perso un pezzo della mia vita!

Subito un vociare prese piede nella stanza. I giurati si guardavano con sguardo schifato e parlavano tra di loro a voce bassa. Addirittura una signora dalla giuria cominciò a piangere. Riccardo era l’unico che non riusciva a capire la gravità della situazione. Tutti sembravano giudicare l’imputato ancor prima della corte mentre lui non trovava nulla di grave nel gesto dell’imputato. Era solo un giocattolo, non si può andare in galera per quello in Italia.

-Ordine, ordine. Fate silenzio in aula! Avvocato se lei ha finito può passare al prossimo testimone

-Subito signor giudice. Entri il secondo testimone

Dal lato destro si avvicinò allo sgabello un ragazzo. Era vestito in maniera piuttosto casual per essere in un’aula di tribunale. Jeans, maglietta dei Guns’N’Roses e un cappello scuro. Fu redarguito dal giudice che gli intimò di togliere almeno il cappello prima di sedersi. Il giovane ubbidì rispettosamente. Si sedette sulla sedia, anche in questo caso Riccardo non riusciva a vedere bene il volto a causa delle poche luci direzionate male. Al cenno del giudice l’avvocato cominciò ad interrogare il teste.

-Le faccio la stessa domanda del precedente testimone. Conosce quell’uomo?

-Certo

-Di cosa lo accusa? Perché si trova qui?

-Quell’uomo ha ucciso i miei amici

Riccardo era esterrefatto per quella dichiarazione. L’imputato cominciava ad assumere i tratti di un vero e proprio mostro. Prima colpevole di furto, ora addirittura di omicidio. E in tutto ciò non cercava neanche di discolparsi.

-Può ripetere l’accusa che sta volgendo?

-Quell’uomo è un assassino, ha ucciso tutti i miei amici. Ho diciassette anni e sono uno studente di un liceo scientifico a Soccavo. Dal primo anno ho trovato una classe stupenda, non conoscevo nessuno eppure siamo diventati tutti amici. Forse perché su una classe di ventinove alunni siamo soltanto sei ragazzi, ma siamo sempre stati inseparabili. Ognuno con il suo carattere diverso dagli altri, ognuno con i propri limiti a scuola, ma con le stesse passioni e la stessa voglia di divertirci e di vivere bene. La fede calcistica non ci accomuna, ma questo non limita il senso di fratellanza che ci unisce. Per noi la domenica era un giorno triste perché non andavamo a scuola e non potevamo vederci, il lunedì invece era una festa. Tante cose da raccontarci e tante risate. La scuola era un pretesto, era la nota negativa che però ci ha fatto incontrare. Con il tempo però abbiamo abbracciato anche quella croce, e siamo anche migliorati tantissimo dandoci una mano l’un l’altro. Nessuna ragazza ci avrebbe diviso, era il nostro patto. Avremmo voluto che quei cinque anni non finissero mai

-Venga al dunque, quando si è verificato l’accaduto?

-Dopo, è successo dopo il liceo. Eravamo sempre in contatto, in ogni momento. Poi all’improvviso lui ha iniziato a fare fuoco verso tutti i miei fratelli. Prima con Peppe, il più grande di noi. Poi con Luigi, Rosario, Raffaele, Salvatore. Ad uno ad uno li ha uccisi, ha mirato verso il loro cuore ed ha sparato. Tutti morti, ora sono rimasto solo. Non ho più amici e senza di loro mi sento perso

Si alzò e si mise ad urlare contro l’imputato con la rabbia che solo un adolescente può avere.

-Li hai uccisi tutti a sangue freddo! Cos’è la vita senza amici! Sono solo ora, che vita è?

Di nuovo tutti presero a parlare all’unisono e di nuovo il giudice richiamò tutti alla calma. Stavolta per Riccardo il motivo sembrava più serio ma aveva l’impressione che stessero parlando di qualcosa che non fosse avvenuto davvero. Non poteva essere una persona così ignobile.

-Silenzio in aula oppure faccio uscire tutti. Avvocato se ha finito può passare all’ultimo testimone

-Certamente signor giudice

L’ultimo testimone prese posto dopo che il ragazzo scese dalla sedia. Questa volta si trattava di un adulto. Aveva un vestito elegante, ma non troppo, non aveva cravatta e Riccardo fece caso alla camicia di sicuro non sartoriale. Era giovane, si sedette sullo sgabello e giurò di dire la verità.

-Conosce l’uomo che sta accusando?

-Sì, signor avvocato

-Può indicarlo?

L’uomo indicò l’imputato mentre gli sguardi del pubblico esprimevano sdegno.

-Di cosa lo accusa?

-Lui mi ha rubato il lavoro e la mia compagna. Le spiego subito cosa è accaduto. Ho studiato economia e commercio all’università Federico II di Napoli. Subito dopo ho trovato lavoro come contabile in una piccola società a Fuorigrotta. La paga non era altissima ma l’ambiente era confortevole. Dal primo giorno ho legato con il mio capo e con la moglie, l’azienda era a carattere familiare. Due persone di una gentilezza immensa. Mi hanno accolto non solo nella loro azienda ma anche nella loro casa. Quando ho perso prematuramente i miei genitori loro si sono offerti di ospitarmi a casa loro per un breve periodo finché non avessi risolto i vari problemi di organizzazione. Gente all’antica signor giudice, gente disposta a sacrificare tutto per il bene altrui. A casa loro conobbi Claudia, aveva da poco finito anche lei gli studi universitari e stava cercando lavoro come biomedico. Fu amore a prima vista e le cose andarono alla grande per i primi anni. Ebbe un’offerta di lavoro per Milano, me ne parlò una sera con le lacrime agli occhi. Ci saremmo separati e sicuramente saremmo stati male ma le feci capire che era la sua vita lavorativa ed era giusto accettare una buona proposta, potevamo farcela. Sapete cosa decise, signor giudice? Rifiutò, lo fece per noi. Disse che non c’era bisogno di allontanarsi, avrebbe aspettato e magari il professore che l’aveva seguita nella tesi avrebbe trovato qualcosa in zona, a Napoli. Certo, lo stipendio non sarebbe stato lo stesso o forse non ci sarebbe stato per parecchio, ma era una soluzione accettabile per mandare avanti un rapporto senza intoppi. Eravamo felici insieme, stava andando tutto per il meglio finché non è intervenuto lui

Il suo sguardo si andò a posare sull’imputato ed emetteva risentimento e rabbia.

-Lui ha parlato con Claudia, le ha detto che io avevo dei dubbi sul nostro rapporto, che era necessaria una pausa di riflessione. Ma non era vero signor giudice, io amavo quella ragazza, era la mia vita. Andò addirittura a parlare con suo padre, gli disse che era meglio interrompere il nostro rapporto lavorativo per il bene di tutti, mio, suo e di Claudia. Ricordo ancora le sue lacrime quando suo padre mi chiede di uscire di casa. Fu l’ultima volta che li vidi e quella che scorgevo nei loro occhi era delusione. Da allora non li ho più risentiti, non so nemmeno che fine abbiano fatto, se stanno bene, se hanno problemi. Nulla

I giurati muovevano la testa in senso di diniego, tutti ricominciarono a scomporsi. Riccardo invece era stufo, stanco di quello che ora sembrava soltanto una recita di un teatro itinerante. Voleva che finisse presto, era l’ultimo dei testimoni a quanto pare quindi ora non c’era che la sentenza. Guardò l’orologio e stranamente notò che segnava lo stesso orario di quando era entrato nell’aula. Nemmeno un minuto in più. Sicuramente era rotto, doveva farlo aggiustare quanto prima.

-Avvocato, se ha finito chiamerei l’imputato

-Certo signor giudice. Faccia pure

-L’imputato è pregato di avvicinarsi

Tutti si girarono nella direzione dell’uomo accusato ma questo non si mosse. Era seduto proprio davanti a Riccardo ma non ebbe nessuna reazione.

-Si avvicini le ho detto

Ancora nessun movimento. Riccardo stava quasi per alzarsi quando vide che l’uomo si girò verso di lui. Rimase impietrito, quell’uomo non aveva volto. Un manichino senza occhi né naso né bocca. Era rivolto verso di lui e questo lo impauriva. Riccardo girò la testa guardando gli altri presenti, cercando nei loro occhi un conforto ma si accorse che tutti lo stavano guardando. Il pubblico, la giuria, l’avvocato, il giudice. Tutti lo osservavano attendendo da lui una risposta.

-Deve avvicinarsi al banco degli imputati, prego

Una ragazza gli si avvicinò e lo prese sottobraccio per portarlo davanti al giudice. Riccardo acconsentì senza volerlo, la paura di contraddire tutti gli spettatori era grande.

-Riconosce queste tre persone che lo accusano?

Davanti a lui si misero in fila i tre accusatori, il bambino, il ragazzo e l’uomo. Stavolta una luce bianca illuminava chiaramente i loro volti ma Riccardo non riusciva proprio a capire chi fossero. Agitò la testa per far intendere che non li aveva mai visti prima.

-Ne è sicuro?

Sentenziò il giudice. Li guardò meglio ma per lui erano sconosciuti.

-Possibile che non riesca a riconoscerli? Ha rimosso così bene la sua memoria passata da rimanere impassibile?

Cominciò a parlare il più piccolo.

-Non mi riconosci Riccardo? Non ricordi la storia di quel bambolotto? Lo chiamavi Dudu. Non ricordi come papà lo odiava? Eppure tu gli volevi bene, dormivate sempre insieme. Anche quando non riuscivi a prendere sonno perché sentivi tuo padre urlare contro tua madre. Lo stringevi forte e gli dicevi che sarebbe finito presto. Non hai mai avuto fratelli, i tuoi ci provavano ma non venivano. E così tuo padre era sempre più arrabbiato e tua madre sempre più triste. Ma Dudu c’era sempre e insieme a lui avevi più sicurezza. Lo avevi nascosto bene ma andavi sempre a prenderlo per abbracciarlo. Ma fino a quando? Non lo ricordi. Solo qualche anno fa quando sei ritornato a Napoli per rivendere casa dei tuoi hai trovato il suo vecchio nascondiglio e cosa hai fatto? Lo hai gettato nell’immondizia senza pensarci. Non ricordavi nemmeno di aver mai avuto un bambolotto. Hai ucciso il bambino che è in te. Quel senso di attaccamento alle cose che ti fa stare bene, il gioco che ti estranea per un po’ dalla vita di tutti i giorni. Sei diventato così adulto da dimenticare di essere mai stato un bambino. Un bambino sensibile

Riccardo sgranò gli occhi. Stava per ricordare quanto era accaduto quando iniziò a parlare il ragazzo.

-Non riconosci neanche me? Non ti ricordi quando hai conosciuto la prima volta i tuoi amici? Eri disteso a terra perché dei bulli ti avevano minacciato di dare loro tutti i tuoi soldi. Tu avevi rifiutato mentre tremavi dalla paura e loro ti avevano spinto a terra con un calcio. Stavano per pestarti quando erano comparsi loro. Eravate superiori in numero quindi se ne andarono ma in realtà sapevate tutti che non eravate capaci di battervi. Avreste perso invece quel giorno avevate vinto, ed era solo il primo giorno di scuola delle superiori. Eravate inseparabili, insieme a loro eri più forte, più sicuro. Nessuno rimaneva indietro, eravate come i moschettieri, uno per tutti e tutti per uno. Poi un giorno sei cambiato. Non hai più risposto alle loro telefonate, non hai mai più avuto voglia di sentirli, magari di ascoltare i loro problemi. Lo sai che Rosario è morto di tumore al fegato sei anni fa? Come puoi saperlo, tu sei troppo indaffarato. Gli altri c’erano però, sono stati sempre vicino a lui da quando lo ha saputo finché non se n’è andato dopo quattro mesi. Hai dimenticato cosa vuol dire avere amici. Conosci tantissime persone, è vero, ma loro non farebbero mai per te qualcosa senza avere nulla in cambio. Ti sei solo circondato di approfittatori, di squali come te. Avere un amico significa sapere di non essere mai solo, sapere che non cadrai mai a terra perché ci sarà sempre una mano che ti prende prima di toccare il terreno

Riccardo stava cominciando a vedere sfocato. Erano le lacrime che senza annunciarsi stavano riempendo i suoi occhi.

-E io? Sai chi sono io? Ricordi Marta e Giovanni? Facesti il tuo primo colloquio con loro. Non andò per niente bene. Eri appena uscito dall’università, ti eri laureato appena due settimane prima. Troppe nozioni teoriche ma nulla di pratica. Ma loro non ti stavano interrogando. Loro ti stavano guardando dentro, stavano scandagliando la tua anima e videro che avevi solo bisogno di un po’ di tempo e di esperienza sul campo. E videro giusto. Ti accolsero tra di loro come il figlio maschio che non avevano mai avuto. Nella loro piccola azienda hai imparato tutto quello che sai, quello che non insegnano ai corsi universitari. E poi Claudia. Era bellissima quando la vedesti la prima volta, ricordi? Dalla porta semichiusa l’avevi vista ripetere la tesi e pensasti a quanto era bella. Bella e intelligente. Per te avrebbe fatto tutto, per te aveva messo da parte un’occasione che non le si è più ripresentata. Poteva andare a Milano, fare carriera, ma questo significava allontanarsi da te e lei non lo voleva. Sai perché? Perché aveva già tutto quello che voleva, aveva te e le bastava. Avresti preso tu in mano le redini dell’azienda di famiglia e insieme sareste stati felici. Ma tu cosa hai fatto? Hai avuto quell’offerta di lavoro a Torino. Le dicesti che era giusto così, che si trattava di un treno che passa una sola volta nella vita. Iniziasti a dire che volevi viaggiare, fare esperienze fuori, che quella piccola azienda dove lavoravi era troppo stretta per te. Li salutasti freddamente, stringendo la mano a Giovanni come se fosse un estraneo. Dimmi un po’, hai mai trovato nella tua carriera lavorativa qualcuno che ti abbia mai considerato un figlio come faceva lui? Che ti abbia mai guardato negli occhi per dirti di essere fiero di te. Sicuramente no, ma forse tu non ne hai bisogno

Riccardo li aveva tutti e tre davanti agli occhi e finalmente riconosceva sui loro volti il suo viso da bambino, da adolescente e da adulto. Guardò in direzione della giuria e riconobbe tante facce che si erano perse nel tempo. I suoi amici di gioventù, i suoi zii, le sue maestre, i suoi genitori. Erano tutti lì per giudicarlo o soltanto per punirlo? Aveva tante cose da dire, avrebbe potuto discolparsi, dire che era cresciuto ed era cambiato ma disse una sola parola. Una parola che gli veniva da un cuore forse non era più circondato da una corazza di ghiaccio.

-Scusate. Scusate tutti

A quel punto il giudice tuonò nel silenzio dell’aula.

-Il verdetto è stato emesso! Io ti dichiaro…

Il martelletto si abbassò violentemente sulla base in legno provocando un rumore sordo e forte. Subito dopo il buio.

Riccardo aprì gli occhi. Non era sicuro dove si trovasse e d’istinto guardò l’orologio. Erano le 21:30. si guardò intorno e si accorse di trovarsi nella sala d’imbarco per il suo volo verso Napoli. Era seduto ed aveva il notebook acceso sulle sue gambe, davanti a lui la posta elettronica non segnalava la presenza di nuovi messaggi. Si era forse addormentato mentre controllava le mail?

-Gabriele, vieni subito qui. Non disturbare il signore che sta lavorando. Mi scusi, sa, è ancora piccolo

Riccardo si accorse proprio in quel momento che accanto a lui c’era un bambino curioso. Stava osservando il monitor forse attirato dal colore delle icone. Lo guardò e il bambino sorrise, era il suo modo di chiedere scusa per una marachella. Riccardo ricambiò il sorriso.

-Non si preoccupi, forse è solo curioso. Magari durante il viaggio insieme al tuo papà ti faccio vedere un programma carino

Il bambino guardò il padre in cerca di approvazione. Questo gli ricambiò lo sguardo con un cenno di assenso.

-Solo se non è un disturbo. Gabriele è un bambino davvero troppo curioso e qualcuno può essere infastidito dai suoi modi

-Nessun problema

Gli venne voglia di scambiare due chiacchiere. Non lo aveva mai fatto nei suoi viaggi di lavoro.

-Come mai in volo per Napoli?

-Siamo di Napoli ma abitiamo a Monza. Stiamo prendendo l’aereo per ritornare un po’ dalle nostre parti e salutare i nonni. Abbiamo prenotato il volo in ritardo e ci tocca viaggiare di notte. Lei invece? E’ qui per lavoro?

-Lavoro, sì. Sempre al lavoro

Riccardo disse quest’ultima frase quasi come se stesse parlando una condanna inflittagli da qualcuno. Lavoro, poi? Cosa gli rimaneva durante tutti i giorni?

-Mi scusi, devo fare una cosa urgente. Posso lasciare qui la borsa?

-Certo. Gabriele gliela terrà d’occhio, vero Gabriele?

Il bambino si mise seduto tutto orgoglioso di quel compito importante. Riccardo si alzò e camminò verso i bagni. Stava per entrare quando il ricordo del sogno che aveva fatto lo fece fermare in tempo. Si allontanò dai bagni e prese il cellulare. Era ancora presto per l’imbarco così si mise a cercare online l’elenco telefonico di Napoli. Dopo un paio di click si fece coraggio e compose il numero. Dall’altra parte del telefono sentì una voce che somigliava tanto ad una che conosceva. Una voce amica.

-Pronto Giuseppe?… We Peppe sono io, Riccardo… Sì, bene, grazie. Tu come stai?… Scusa l’orario spero di non disturbare. Anzi, scusa il ritardo. So che questa chiamata dovevo farla una decina di anni fa…. Niente volevo solo parlare. Ho davvero tanto bisogno di parlare con qualcuno dopo tanto tempo…

8 Ottobre 1944

C’era silenzio quel pomeriggio, un silenzio a cui Giovanni non era ancora abituato. Nella sua testa c’era ancora il frastuono delle bombe che fino a qualche mese prima aveva visto scoppiare davanti a lui. Quelle bombe che lo avevano allontanato dalla sua famiglia per troppo tempo. Ed ora dopo più di un anno era ritornato. Pochi metri lo separavano dai suoi affetti ma quei passi erano i più difficili da percorrere. Dalla stanza chiusa arrivavano dei deboli lamenti, riusciva a riconoscere la voce di sua sorella Maria. Era dentro quella stanza e probabilmente quel giorno avrebbe dato alla luce un bambino.

Giovanni rimase fermo, immobile per chissà quanto tempo. Minuti che sembravano ore. Non avrebbe mai immaginato che dopo tutto quel tempo qualcosa lo avrebbe bloccato. Stava fumando la sua sigaretta, l’ultima che aveva con sé. Guardava il fumo che saliva lentamente e non poteva evitare di pensare ancora una volta a quei giorni di un anno prima. Giorni in cui l’aria era piena di fumo e polvere. Entravano nelle narici e facevano tossire chiunque, entravano nelle abitazioni, o quello che rimaneva, e rimanevano attaccati a ogni oggetto. I bombardamenti misero in ginocchio una città intera. Napoli era diventata il campo di battaglia di entrambe le fazioni, prima gli americani e poi i tedeschi. Ogni giorno la morte alata volava sopra la città a mietere vittime. Con il tempo anche il volto della città cambiava. I palazzi, le chiese, i monumenti che fino a poco prima erano l’emblema dello splendore di Napoli, cadevano e lasciavano spazio a luoghi irriconoscibili, aridi. La terra veniva innaffiata con il sangue delle povere vittime di un conflitto più grande di loro.

Fu proprio in uno di quei raid che Giovanni vide per l’ultima volta la sua famiglia. Stavano passeggiando insieme, lui, sua sorella più piccola e i suoi genitori. Due aerei tedeschi sorvolavano Corso Garibaldi. Il primo sganciò un ordigno a pochi metri da loro. La detonazione fu tale che vennero sbalzati in aria. Subito dopo il secondo aereo volò a bassa quota mitragliando i superstiti. Giovanni aveva ricordi confusi di quei momenti. Cercava di guardare intorno alla ricerca dei suoi cari ma Il fumo gli oscurava la visibilità. Voleva alzarsi e correre ma una grande ferita alla gamba glielo impediva. Ricordava solo di aver chiuso gli occhi per un istante, poi ricordava di trovarsi in un altro posto. Attorno a lui c’erano altre persone, tutte gravemente ferite dall’attacco aereo. Nelle sue orecchie arrivavano lamenti e urla di dolore disumane. Cercava di domandare dove si trovasse in quel momento, dove fosse la sua famiglia.

Nessuno gli rispose finché non si avvicinò a lui un dottore. Nonostante la giovane età era freddo come il ghiaccio, il suo sguardo non mostrava alcuna emozione mente si muoveva impassibile in quell’inferno. Si avvicinò a Giovanni e gli spiegò che si trovavano in uno dei rifugi temporanei che erano stati allestiti per curare i feriti. Giovanni gli disse il proprio nome e cognome, chiese dove fossero i suoi parenti ma il giovane medico non aveva tempo da perdere a cercare i dispersi. Era lì per curare i malati, tutti. La ferita alla gamba del ragazzo era grave e doveva disinfettarla e curarla al meglio. Quella notte e le successive, infatti, Giovanni ebbe una forte febbre causata proprio dall’infezione alla ferita. Ormai non sapeva più quanti giorni erano passati, gli sembrava di essere lì da mesi.

Ogni giorno vedeva qualche nuovo paziente e ogni giorno vedeva qualcuno andarsene tra urla strazianti. Era proprio come aveva sempre immaginato l’inferno e la lontananza da sua sorella e dai suoi genitori non faceva che aggravare la situazione. La gamba intanto peggiorava. Sembrava che il lavoro dei dottori e le preghiere delle suore non riuscissero a curarla a dovere. Il dolore non diminuiva e divenne il suo unico amico in quei giorni senza fine. Intanto guardava ripetutamente la porta dell’infermeria sperando che da un momento all’altro potesse scrutare un volto conosciuto.

Ma non accadde.

Ma un giorno riuscì a compiere un passo avanti. Sembrava aver perso ogni speranza quando con un’incredibile forza di volontà riuscì a camminare per un metro appoggiandosi al braccio di un’infermiera. Piangeva di gioia quando ci riuscì. Era la sua piccola vittoria anche se era ben lontano dal poter uscire da solo da quell’incubo.

Passarono altri mesi e finalmente poté dire addio a quel luogo così pieno di sofferenza. Uscì e si mise subito alla ricerca dei suoi cari. Non fu un’impresa facile. Prima ritornò a casa ma non c’era nessuno. Chiese ai vicini, dissero che non era rimasto più nessuno dal giorno del bombardamento. Quel giorno i suoi genitori erano morti dal fuoco delle mitragliatrici del secondo raid, lui era stato dato per disperso e sua sorella Maria aveva raggiunto alcuni parenti nella zona di Materdei. Queste erano le uniche informazioni che aveva avuto, doveva trovare sua sorella in uno dei quartieri più affollati di una città che agli occhi di Giovanni aveva cambiato volto.

Non solo i palazzi che ricordava non c’erano più, anche le persone erano diverse. In tanti avevano lasciato le proprie abitazioni per allontanarsi da quello che era a tutti gli effetti un campo di battaglia aperto. Chi poteva, aveva deciso di lasciare Napoli per trasferirsi altrove e scongiurare i rischi di altri bombardamenti. Inoltre per strada c’erano loro, gli americani. Era riconoscibili nelle loro divise, circondati dal popolo che li osannava ad eroi. Distribuivano cioccolata ai bambini e sigarette agli adulti. Sorridevano e incutevano sicurezza alla gente, ai napoletani bastava quello. Chissà se avevano già capito che si trattava solo dell’ennesimo padrone che si stava insinuando nelle membra della città.

Giovanni si recò a Materdei continuando la sua ricerca. Dopo qualche giorno riuscì a reperire qualche informazione in più. C’era chi parlava di una certa ragazza di nome Maria che abitava lì e che aspettava un bambino. Giovanni dapprima rifiutò l’idea che fosse proprio sua sorella. Erano passato un anno da quando non la vedeva ma non immaginava che in quel poco tempo avesse trovato un marito e stesse per mettere su famiglia, ma erano troppi i dettagli che coincidevano

Come no, Maria, la ragazza che è venuta qui dopo i bombardamenti

Quella incinta? Abita più avanti, sulla destra

Povera ragazza, ora deve crescere da sola quel bambino

Poverina, ha perso i genitori e il fratello in uno dei bombardamenti

Chi’ Maria? Se lo merita, la prossima volta impara a frequentare quei maledetti soldati americani

Sapete come funziona, no? Quelli sono venuti qui, hanno di tutto nel loro paese

Quello che vogliono se lo prendono

Non è il primo caso, guardate. C’è pure quella canzone che lo racconta. Chill o’ fatt è nir nir

Giovanni era stordito dalle frasi che ascoltava. Più domandava in giro e più il cerchio cominciava a stringersi intorno alla ragazza incinta. Che fosse proprio lei sua sorella. Si recò subito fuori all’abitazione che gli indicarono. Un piccolo gruppo di curiosi si radunò a poca distanza da lui mentre osservava la porta d’ingresso e sentiva i lamenti di quella voce inconfondibile.

Era lei, ma non trovava ancora la forza di entrare ed abbracciare la sua amata Maria.

Quando finì la sua sigaretta si decise. La gettò a terra, la spense con il tacco della scarpa ed entrò.

La ragazza era distesa nel letto e si contorceva dal dolore, ma con quanta forza aveva cercava di non mostrare debolezza. Accanto a lei c’era una signora anziana che le passava un panno bagnato sulla fronte e le ripeteva parole dolci. Giovanni guardò la scena, dapprima come un estraneo, la mente rifiutava ancora di credere che quella fosse sua sorella. Poi nel vedere quanta forza avesse, quanto dolore stesse sopportando quasi in silenzio, qualcosa fece breccia nella corazza che si era formata nel suo cuore. Subito si gettò in ginocchio vicino al letto, abbracciò Maria e scoppiò a piangere. Quando lei lo vide si lasciò andare, pianse anche lei mentre teneva testa ai dolori delle contrazioni.

-Maria sono Giovanni. Sono vivo. Quanto tempo ho passato pensando a te

-Giovanni! Fratello mio. Ti credevamo morto, ci avevano detto che eri morto

-Non ti preoccupare, ora sono qui. Sono qui per te. Ho passato giorni d’inferno ma ora ti ho trovata

Rimasero incollati a piangere finché l’anziana signora non li staccò. Con delicatezza spiegò a Giovanni che Maria era in travaglio e di lì a poco avrebbe messo al mondo una nuova vita. Il ragazzo capì e ritornò fuori. Si mise in un angolo a pregare che tutto andasse bene, mentre cercava di non sentire i lamenti della sorella.

Poi, finalmente, il silenzio. L’anziana signora uscì dalla casa e chiamò Giovanni dicendogli di entrare. Lui corse da sua sorella. Finalmente era sorridente e teneva fra le braccia il piccolo completamente fasciato da un lenzuolo bianco. Giovanni la vide e si commosse, lei ricambiò il sorriso. Si avvicinò al letto e per la prima volta affrontò l’argomento con lei.

-Ho sentito delle cose in giro, quando ho domandato di te per trovarti

-Posso solo immaginare quante ne avrai sentite

-Se vuoi puoi raccontarmi cosa è successo

-Non è il momento adesso. Sappi solo che questo bambino è un figlio del Signore ed ha bisogno del nostro amore

-Sono stati loro, vero? Gli americani?

-Quello che hai sentito in giro è vero in parte. Quando sono rimasta sola sono venuta qui dagli zii e se non fosse stato per loro non sarei ancora viva. La città però è cambiata da quel giorno. I tedeschi ormai non si fanno più vivi e qui ci sono altri soldati che ci proteggono. Non credere a quello che dicono in giro. Sono persone come tutti, ci sono gli americani buoni e quelli cattivi

-Tu con quale dei due tipi hai avuto a che fare?

-Te ne parlerò a tempo debito. Sappi solo che James era un brav’uomo. Uno di quelli che neanche sapeva in che razza di inferno lo avrebbero fatto combattere. Ora però dobbiamo fare una cosa più importante

-Dimmi Maria, tutto quello che posso

-Dobbiamo andare via di qui. Dobbiamo andare in un altro posto prima che sia troppo tardi

-Cosa Intendi dire?

-Ti prego, fidati di me. Dobbiamo andare nel monastero di Santa Chiara. Non fare domande, ti prego

Giovanni si fidò di sua sorella. Quello sguardo così deciso, pieno di una forza che non ricordava che lei avesse, fece effetto. Si avvicinò a lei per prendere il piccolo ed aiutarla ma lei rifiutò l’aiuto. Si alzò e si preparò senza staccarsi da quella piccola creatura ancora totalmente coperta.

Uscirono dalla casa e video una piccola folla ad attenderli. Erano solo curiosi, persone che non avevano nulla di meglio da fare che stare lì ad aspettare il bambino. Volevano vedere com’era fatto il frutto del peccato, il mix di due colori diversi. Giovanni vedeva le loro facce ed era disgustato. Non era difficile leggere tra le righe, sentire i pensieri nascosti dietro i sorrisetti irriverenti e gli occhi spalancati. Maria stringeva a sé il piccolo senza lasciar trapelare neanche un piccolo lembo di pelle. Il fratello camminò verso la folla aprendosi un varco, in maniera rabbiosa agitava le mani invitandoli a spostarsi per lasciarli passare.

Percorsero qualche isolato, una buona parte della folla si era diradata. Ormai avevano capito che non avrebbero assistito a nessuno spettacolo interessante. Solo qualche ragazzino indisponente si accodava al piccolo corteo emettendo ogni tanto una risata sonora. Giovanni riuscì a liberarsene dopo qualche minaccia e qualche sasso lanciato verso di loro. Finalmente erano di nuovo soli, Maria si appoggiò al braccio del fratello durante il cammino, poi stremata dovette fermarsi e sedersi su una panchina.

-Perché non ti lasci aiutare da me? Sei stanca, hai partorito solo poco fa ma non vuoi passarmi il bambino

-So cosa stai pensando, Giovanni. Ma ti ho chiesto di fidarti di me senza condizioni. Riprendo fiato e riprendiamo il cammino

-Ma come faccio a fidarmi di te e fare finta di nulla? Voglio solo aiutarti!

Giovanni si rese conto troppo tardi che stava alzando la voce attirando la curiosità dei presenti. Era su tutte le furie perché voleva dare una mano a sua sorella. Lei, che fino a qualche ora prima era solo un pensiero in testa, lei che da qualche ora era ai suoi occhi una persona del tutto diversa da come la ricordava. Si avvicinò silenziosamente una figura, con voce decisa fece una domanda al ragazzo.

-Tutto bene qui? Problemi?

I due si girarono e lo videro. Era un soldato dell’esercito americano. Era stato attirato dal piccolo alterco e dalla presenza di un bambino piccolo. Giovanni non rispose, il soldato si rivolse direttamente a Maria in un italiano dal forte accento americano.

-Signora, tutto bene? La sta importunando?

-No, grazie mille

-Scusi, stavamo discutendo ad alta voce. Siamo fratelli, non stavamo…

-Non sto parlando con lei ma con la signora. Signora, è suo fratello quest’uomo?

-Sì. Non ci sono problemi, stavamo andando a fare delle commissioni

-Ok, perfetto. Permettetemi però di accompagnarvi e scortarvi

I due fratelli si guardarono preoccupati. Il soldato insisteva a stare con loro, non potevano rifiutare l’aiuto del militare, avrebbero attirato troppo l’attenzione. Senza dire una parola si rimisero in cammino mentre il soldato li seguiva alle spalle. Cercavano di scambiarsi sguardi di intesa senza dare nell’occhio ma l’americano rimaneva accanto a loro, sempre più incuriosito da quello strano trio.

-Quanto ha?

-Scusi?

-Il bambino, quanto ha?

-E’ nato qualche giorno fa

-Maschio o femmina?

Stranamente ci fu qualche secondo di silenzio. Maria divenne rossa, per fortuna suo fratello le venne in aiuto.

-Maschio. Un bel maschietto

-Ah good! Un maschio! Magari sarà un futuro soldato dell’Italia!

L’americano rideva sonoramente mentre i due fratelli erano sempre più seri. Intanto La luce diminuiva sempre di più stava per tramontare mentre loro ancora camminavano in direzione del monastero di Santa Chiara seguiti dalla loro guardia personale.

Ad un certo punto il militare gli ordinò di girare in un viale ma Maria insisteva che quella non era la strada corretta.

-Girate lì, facciamo prima

-Ma no, quella strada porta da un’altra parte. Noi dobbiamo proseguire dritto

-Girate lì

Il volto fino ad allora sorridente del soldato divenne di colpo serio e istintivamente la mano si abbassò verso la fondina toccando la pistola. Maria strinse più forte il bambino mentre Giovanni guardò con aria di sfida l’americano. Entrambi si resero conto della gravità della situazione ed entrarono nel viale buio. A metà strada la voce del soldato li fermò.

-Fermi ora. Giratevi e guardatemi bene

I due fecero come gli era stato ordinato.

-C’è qualcosa che non torna. Voi due siete strani, nascondete qualcosa. Ditemi chi siete

-Lo abbiamo già detto. Siamo due fratelli e stiamo andando verso il monastero

-A fare cosa? E perché quel bambino è interamente coperto da quando vi ho visti? E soprattutto, perché lei ha quello?

Alzò la mano e indicò un punto sulla veste di Maria. Giovanni guardò nella direzione indicata e vide un particolare che non aveva ancora notato fino a quel momento. Sulla gonna di colore scuro della donna c’era cucita una piccola toppa con l’immagine di un bufalo di profilo. Non capì di cosa si trattasse finché non fu l’americano a parlare di nuovo.

-Quello è lo stemma della 92a divisione di fanteria! Come è possibile che tu ce l’abbia? Confessa! Hai ucciso un soldato americano e l’hai rubato?

Giovanni in quel momento capì. Probabilmente quello stemma apparteneva a James, l’uomo di cui gli aveva parlato Maria. Il padre del bambino che lei aveva in braccio. Quello stesso collegamento logico a cui stava pensando doveva essere arrivato alla mente del soldato americano che in quel momento stava estraendo la pistola dalla fondina.

-Ho capito! Quel bambino è il figlio di uno dei nostri soldati, una della 92a. E tu lo hai ucciso! Magari ora stai portando il bambino lontano per abbandonarlo o ucciderlo! Fammelo vedere! Fammi vedere il bambino o vi uccido!

Maria tremava dalla paura ma continuava a stringere sempre più forte il piccolo corpicino della creatura che aveva in braccio. L’americano si avvicinò di scatto e con forza lo strattonò dalle mani della madre. Lo prese in braccio e lo scoprì dal lenzuolo bianco. Appena lo vide sgranò gli occhi dallo stupore. Aprì la bocca, stava per dire qualcosa quando il rumore di uno sparo echeggiò nel viale deserto.

Da quella stessa bocca scese un rivolo di sangue rosso scuro. Prima che potesse cadere a terra, Giovanni prese il piccolo dalle sue mani, lo guardò e lo coprì nuovamente con il lenzuolo. Gettò l’arma con cui aveva sparato al soldato a terra. L’aveva comprata illegalmente qualche giorno prima per una ragione ben diversa. Quando aveva sentito parlare di sua sorella “offesa nell’onore” da uno straniero aveva pensato di farsi giustizia da solo. Aveva pensato di usare quella pistola contro l’uomo che aveva disonorato Maria, o forse l’avrebbe usata contro di lei. Ora però era tutto diverso, i pregiudizi che gli avevano assillato la mente sembravano essere spariti.

Si avvicinò a sua sorella, lei protese le braccia per riprendere suo figlio.

-Senti, Maria. Quel bambino…

-Non c’è tempo per le domande. Dobbiamo andare

Si voltarono e proseguirono per l’ultimo tratto del loro percorso. Ormai mancava poco alla basilica ed il buio era sceso sulla città. C’era solo silenzio, nessuno a quell’ora era in strada.

Quando Giovanni vide lo stato in cui riversava la basilica rimase allibito. Quella che un tempo era la grande chiesa in cui con i suoi genitori andava a pregare era ridotta ad un cumulo di pietre e polvere. Soltanto le pareti erano state risparmiate, del tetto non rimaneva più nulla. Dal grande varco in alto si riuscivano a vedere le stelle brillanti di un cielo senza nuvole.

-Sediamoci qui e aspettiamo

-Aspettiamo cosa?

-E’ difficile da spiegare. E’ più facile se stiamo qui e aspettiamo

-Come fai a sapere che questo è il posto giusto?

-Me l’ha detto lui. Lui mi ha guidato qui

-Intendi quel…

-Bambino. E’ un bambino, Giovanni. Ed è mio figlio

I due rimasero in silenzio, Giovanni aveva capito che era impossibile carpire altre informazioni da sua sorella. L’attesa non durò molto, dopo qualche minuto sentirono le pietre muoversi sotto i loro piedi. Giovanni si alzò di colpo, pensò si trattasse di un terremoto. La mano di Maria lo accarezzò, gli sorrise e senza dire parole gli fece capire che non c’era nulla di cui aver paura.

All’improvviso una luce blu li illuminò dall’alto. Il ragazzo provò a stringere gli occhi e coprirsi con una mano per cercare di capire di cosa si trattasse. La luce però era troppo forte e puntava dritta a loro. Sentì un forte rumore, qualcosa di grande si stava avvicinando a loro. Pensò si trattasse di un carro armato, di un aereo, non avrebbe mai immaginato cosa fosse realmente. Dal fascio di luce si aprì uno spiraglio, qualcuno proiettava la propria ombra cosicché Giovanni poté guardare finalmente la scena.

Era più alto di un normale essere umano, ne aveva la forma anche se più allungata. Aveva linee antropomorfe ma era chiaro a quel punto che non era terrestre. La pelle era di color verde e il volto aveva una forma ovale. Gli occhi erano grandi, non aveva naso e una piccola bocca formava un impercettibile sorriso. Giovanni rimase senza parole, guardava quell’essere che camminava fiero e sicuro verso Maria. Avrebbe voluto fare qualcosa, non essere solo uno spettatore immobile ma qualcosa lo tratteneva. Non sapeva se era più la paura o la fiducia che riponeva in sua sorella e in quell’alieno.

L’essere si avvicinò a Maria e si inginocchiò. La guardò negli occhi e con dolcezza le sorrise e tese le braccia. Maria sorrise anch’ella, Giovanni si rese conto che per la prima volta dopo tanto tempo aveva visto il sorriso sul volto di sua sorella. La donna prese il piccolo e gli tolse il lenzuolo bianco. Lo mostrò all’altro, al suo vero padre. Questo lo prese con delicatezza e lo alzò per guardarlo meglio alla luce proiettata dalla sua astronave. Lo tenne in braccio, più stretto, mentre con una mano accarezzava il volto di Maria. Poi si girò e ritornò verso il suo mezzo di trasporto. Tutto questo davanti agli occhi di Giovanni che osservava la scena immobile.

L’astronave partì senza emettere nessun rumore, il pavimento ritornò a tremare mentre si alzava in volo e spariva dalla vista dei presenti andando incontro al cielo stellato.

Ci volle qualche minuto prima che la scena si sbloccasse, prima che uno dei due si muovesse e cominciasse a parlare. Giovanni non sapeva da dove iniziare. Chi era quell’essere? Perché sua sorella non aveva paura? Lo conosceva già? C’era qualche connessione tra loro? Si accovacciò a terra guardando sua sorella, lei capì i suoi dubbi e cominciò a parlare.

-Immagino come tu ti senta, anche io la prima volta che l’ho visto ero così come te. E’ successo mesi fa, ero con James quando è successo. Non pensare male. James è stato sempre un signore, non ha mai approfittato di me. Era gentile, parlavamo spesso. Passavamo molto tempo insieme, mi portava a ballare nel suo accampamento, mi parlava della sua terra, dell’America. Io gli insegnavo la nostra lingua. Eravamo innamorati? Certo, malgrado le malelingue della gente io amavo James, e lo amo ancora. Eravamo in un prato sulla collina del Vomero quando vedemmo una luce venire verso di noi. Era un’astronave, scese uno di loro a parlare con noi. Quello che hai visto anche tu stasera. James tirò fuori la sua pistola e la puntò sull’alieno. Lui ci parlò attraverso le nostre menti. E’ difficile da spiegare, non sentimmo la sua voce, non conoscono la nostra lingua. Vedevamo delle immagini e dei suoni e capivamo cosa voleva comunicarci. Erano qui sul nostro pianeta per portare avanti i loro studi sulla nostra razza, ci conoscono da molto tempo. Avevano bisogno di una donna che partorisse un ibrido della loro specie. Non lo ordinarono, lo chiesero. Io e James capimmo il loro intento, non erano cattivi, volevano solo capire meglio il nostro mondo. Io mi offrii volontaria, James all’inizio non era d’accordo ma nelle nostre teste “vedemmo” quello che vedevano loro. Il loro progetto di futuro con noi. Decidemmo allora di farlo, la gente avrebbe detto che era figlio suo, saremmo sopravvissuti agli sguardi cattivi delle persone, all’ignoranza. Dopo soli due mesi però, quando la pancia iniziava a vedersi più grande, fu chiamato dal suo superiore. Gli venne assegnato un nuovo compito, lontano da Napoli. E’ stato difficile affrontare la cosa da sola, con lui era tutto diverso. Intanto il mio ventre cresceva e anche il bambino che era dentro. Sono esseri dotati di grande intelligenza e sono collegati tra loro. Ogni giorno sentivo la sua voce dentro di me, mi parlava, mi tranquillizzava. Mi diceva dove avremmo incontrato il suo vero padre, qui, oggi. Nessuno doveva sapere nulla, chissà cosa gli avrebbero fatto se qualcuno lo avesse visto

-Quindi tu sapevi? Sapevi fin dall’inizio come sarebbe andata? Avresti dato alla luce tuo figlio per poi perderlo subito dopo?

-Non da subito. Come io sentivo lui anche lui sentiva me. Avvertiva le mie paure, la mia sofferenza, l’amore travagliato con James. Loro hanno percepito tutto questo ed hanno pensato che sarebbe stato meglio attendere ancora. Avrebbero riportato il bambino sul loro pianeta e sarebbero ritornati sulla Terra in un’altra epoca, magari in un futuro in cui gli esseri umani si ameranno anche tra razze diverse, senza pregiudizi e senza paure

-E ora? Che faremo ora? Quel soldato, abbiamo ucciso un uomo per proteggere una creatura che ora non è più con noi

-Dobbiamo fuggire, Giovanni. Ricevo lettere ogni giorno da James, ora è nel centro Italia. Lo raggiungeremo e con lui ce ne andremo di qui. Andremo con lui in America, lontano da questa lunga guerra che non vuole finire. Cominceremo una nuova vita, non so come ma lo faremo. E stavolta insieme

Giovanni guardò negli occhi Maria. Ormai gli occhi della ragazzina che conosceva non c’erano più, avevano lasciato il posto agli occhi maturi e decisi di una donna. Una donna che aveva sopportato un peso enorme, subito le conseguenze di una scelta più grande di lei. Lui ora si fidava di quella donna. Fece un cenno di approvazione con la testa, poi si gettò tra le sue braccia e la strinse forte a sé.

1 Ottobre 1997

Gli avvenimenti del giorno precedente aveva scosso i ragazzi non poco. Fausto, Marco, Luigi e soprattutto Sara. Quattro adolescenti che fino a qualche giorno prima avevano una vita diversa. Le strade di tre di loro si erano già incrociate da qualche anno ma per l’ultimo arrivato, Fausto, la vita stava prendendo una piega diversa dal solito. In poco tempo troppi cambiamenti, il trasferimento a Ponticelli, la nuova classe, i nuovi professori, e poi quell’avvenimento. Solo un giorno prima. Tutto iniziato per caso, nei bagni di quel liceo che era così ostile.

La notte precedente i quattro erano andati oltre. Si erano spinti più in là del solito. Per Fausto era stata una notte indimenticabile sotto ogni punto di vista. La ragazza per cui provava qualcosa si era dimostrata capace di manipolare la realtà dei sogni, entrare nelle fantasie delle persone e fare in modo che anche i suoi amici potessero farlo. Marco e Luigi sapevano quel suo segreto e già da tempo erano invitati dalla ragazza per organizzare dei veri e propri party serali nella dimensione onirica. L’ultima volta però avevano erano entrati troppo all’interno dell’incubo di qualcun altro. Il loro vecchio e scorbutico professore di latino aveva rivissuto la sua personale tragedia familiare. Così come lui, anche i ragazzi avevano provato le sue stesse sensazioni, i suoi stessi dolori. Avevano capito a caro prezzo che nessuno mostra il suo vero volto, ognuno porta una maschera per nascondere le sue vere paure. E quella del professor Aspide era una maschera da duro che nascondeva un’anima fragile.

La mattina seguente i quattro si svegliarono e fecero colazione insieme ai genitori di Sara. Erano di poche parole, anche gli adulti se ne accorsero ma evitarono di fare domande. Si prepararono ed insieme si recarono a scuola. Quel giorno alla prima ora avevano proprio latino. Quando il professore entrò tutti si alzarono. Tanti soldatini sull’attenti, ma i quattro evitarono di incrociare il suo sguardo. Iniziò l’appello, poi le interrogazioni. Uno dei prescelti di quel giorno era proprio Luigi. Il ragazzo si alzò e si avvicinò alla lavagna.

Erano domande abbastanza facili, in pratica il programma dell’anno precedente. Declinazioni, storia del De bello gallico, Cicerone, ma Luigi fece scena muta. Il classico vuoto di memoria, accelerato dall’esperienza ancora viva di quell’incubo nella sua testa. Il professor Aspide andò su tutte le furie. Cominciò ad urlare ed inveire contro l’alunno che subiva la paternale senza reagire. Tutti si aspettavano almeno una reazione ma Luigi sapeva bene perché quel mattino il maestro era di cattivo umore e non se la sentì di dire nulla. Riprese posto accennando uno “scusa” a bassa voce.

Quando la campanella segnò la fine della prima ora il professore abbandonò l’aula. I ragazzi ripresero fiato, quell’ora era stata la più pesante che ricordassero. Fausto si stropicciò gli occhi, quando li riaprì vide che un suo compagno di classe lo stava fissando. Non distoglieva lo sguardo anche dopo essere stato scoperto. Fausto gli si avvicinò chiedendogli spiegazioni

-Niente di che. E’ per un sogno di stanotte, e se i sogni si raccontano prima di mezzogiorno poi si avverano

Quella frase così criptica lo fece allertare. Quella parola, sogno, quando la sentì pronunciare ebbe la pelle d’oca. Perché proprio quella frase? Chi era quel ragazzo dal volto così sicuro di sé? Solo in quel momento notò che a differenza di tutti gli altri che facevano parte di un gruppo, lui era sempre in disparte. Fausto era sovrappensiero quando Sara gli si avvicinò.

-Tutto bene? Come stai?

Fausto si girò e vide la sua amica, questa volta il sorriso che tanto amava non c’era e lasciava spazio ad un’espressione triste.

-Sì, abbastanza. Tu?

-Per niente. Di solito sono la prima ad andare contro i prof che maltrattano gli studenti. Ma prima…

-Hai ragione. Ora è tutto diverso

Si avvicinarono anche Marco e Luigi abbracciando la ragazza teneramente.

-Passerà. Forse…

-Diamoci tempo, ragazzi. E’ successo solo ieri. Tu, intanto, ti ho visto che parlavi con Franti

-Franti?

-Sì. Insomma, Longo. Tutti lo chiamano Franti, come quel ragazzo del libro Cuore. Ricordi, quello cattivo che viene anche espulso, mi sembra

-Ah, sì. Mi stava fissando di continuo e sono andato a domandargli il perché

-Hai avuto coraggio. E’ un tipo strano. Sempre schivo, a me fa veramente paura

-Comunque ha evitato la risposta, ha solo detto che riguarda un sogno che ha fatto ieri

Sara sgranò gli occhi guardando Fausto che stava finendo la frase.

-Sogno? Ti ha detto solo quello? Non ti ha detto altro?

-No, solo quello

Si girarono all’unisono in direzione del banco di Longo ma era vuoto. Guardarono in giro ma non lo trovarono, intanto entrò l’insegnante di Italiano e tutti presero posto. Longo rientrò in aula qualche minuto dopo. I quattro ragazzi rimasero distratti tutto il mattino guardando lo strano compagno di classe. Nulla di sospetto ma continuavano a pensare a quelle parole.

Al termine della giornata scolastica rimasero con quell’atroce dubbio. Parlargli o lasciar stare? Rischiare di stuzzicare la curiosità di un “estraneo” al gruppo oppure soprassedere e rischiare di non correre ai ripari? Decisero per la seconda ma non fu la scelta più facile.

Per il resto della settimana i quattro rimasero sempre uniti, riuscirono a ritagliarsi dei momenti in cui stare insieme appartati e parlare del loro segreto. Si diedero appuntamento di nuovo per una notte a casa di Sara, esattamente una settimana dopo l’ultima volta. Sarebbe stata una serata tranquilla, però, tutti erano chiari. Per Fausto non fu difficile convincere i genitori. Da quando il loro figlio stava frequentando i suoi nuovi amici sembrava rinato. Andava a scuola con maggiore voglia ed anche a casa era ritornato un sorriso che non vedevano da tempo.

I ragazzi si diedero appuntamento come al solito alle 19 all’ingresso del Parco Vesuvio. Portarono gli zaini a casa di Sara e poi passeggiarono all’interno del parco. L’aria di un’estate non molto lontana li accompagnava mentre chiacchieravano all’ombra degli alti alberi. Nessuno di loro poteva sapere che da dietro ad una finestra due occhi li stavano osservando.

La cena fu divertente come la volta precedente, subito dopo i ragazzi fecero di tutto per andare a letto il prima possibile. Ognuno nel proprio letto sperava di addormentarsi presto e godere del tempo quasi infinito nei loro sogni.

Ancora una volta fu Fausto l’ultimo ad essere svegliato da Sara. Gli altri erano già pronti e vestiti. In quell’occasione anche Fausto riuscì come gli altri a materializzare degli abiti diversi ed in poco tempo i ragazzi erano all’esterno del parco. Passeggiarono fino ad arrivare ad un piccolo spiazzo pubblico.

-Che facciamo adesso?

-Io un’idea ce l’avrei

Sara si concentrò a lungo, gli altri attendevano in silenzio. Lentamente intorno a loro si materializzarono delle pareti, da queste venivano proiettate delle luci colorate. I ragazzi rimasero a bocca aperta quando si resero conto davanti agli occhi prendeva vita una sala giochi.

Videogiochi, bowling, calcio balilla, un’intera sala giochi tutta a loro disposizione. Quando Sara ebbe finito si inginocchiò, aveva sprecato parecchia energia per quell’opera. Gli altri la aiutarono ad alzarsi preoccupati.

-State tranquilli ragazzi. E’ già successo altre volte, devo solo riposare un po’ e sarò al 100%. Iniziate a divertirvi voi

Marco e Luigi si tranquillizzarono alle parole dell’amica mentre Fausto era ancora preoccupato. Mentre i due presero posto davanti alle console tutte per loro, Fausto rimase accanto a Sara a tenerle compagnia. Stringeva la sua mano teneramente, in quel gesto c’era tutto il suo affetto per una ragazza che fino ad una settimana prima era una sconosciuta. Una bellissima sconosciuta.

Si riprese dopo qualche minuto, come se nulla fosse scattò in piedi, prese per un braccio l’amico e lo trascinò verso la corsia da bowling. Chiamò gli altri due ed organizzò una sfida. Insieme si divertirono un mondo anche se non potevano fare a meno di manipolare un po’ la fisica di quel posto per effettuare qualche tiro fuori dal normale. Sembrava che l’ansia, la paura, il rimorso di quello che era accaduto la settimana prima fossero solo un lontano ricordo. Ora erano semplicemente quattro amici che si divertivano in un mondo fatato.

Erano abbastanza stanchi quando uscirono da quel posto. Sara decise di lasciarlo lì, magari a disposizione di qualcun’altro che si sarebbe trovato lì in sogno. E poi, cancellarlo richiedeva lo stesso sforzo che aveva utilizzato per metterlo in piedi.

-Bene ragazzi, ora che facciamo?

-Non so, che ore sono? Saranno passate almeno tre ore

-Ma Fausto, ancora non hai capito come funziona qui?

-Spiego io. In pratica in questa dimensione il tempo non scorre come in quella normale. Possono passare giornate intere mentre nel mondo reale sono passati solo pochi secondi

-Esatto, pensa che la fase di sogno durante il sonno dura pochissimo, eppure a volte i sogni sembrano non finire mai. Specialmente quelli brutti

-Quindi state dicendo che dal momento in cui siamo usciti da casa di Sara è passato poco tempo e qui possiamo approfittare ancora?

-Esattamente

-Wow. Fantastico!

I quattro alzarono lo sguardo, intorno la città dormiva. Forse quello che stavano guardando non era il vero volto della città, Sara aveva già spiegato che in quel posto e in quel tempo la realtà si fondeva con il sogno.

-Vedete quelle ombre laggiù?

I ragazzi fissarono uno dei palazzi che componevano il Lotto Zero. Un’aura scusa aleggiava sul tetto, come una grande nuvola informe che danzava nell’aria.

-Cos’è?

-Non so con certezza, ma non presagisce nulla di buono. Forse è solo l’incubo di qualcuno, o forse qualcosa di più complesso

-Ho un amico che abita in quel parco, di sicuro nessun incubo può essere più spaventoso di quello che succede lì. O ti perdi o te ne vai

Stavano ancora assistendo a quello spettacolo a metà strada tra la curiosità e la paura quando videro una nube nera che avanzava dalla direzione opposta. Non capivano se si trattava di un’illusione o meno, ma sentivano nell’aria uno strano odore.

-Pensate quello che sto pensando io?

-Sembra puzza di fumo. Qualcosa sta bruciando

-Che aspettiamo? Andiamo a controllare

I ragazzi salirono in groppa alle bici che crearono all’istante. Percorsero il tragitto seguendo la scia di fumo. Più si avvicinavano all’origine, più cresceva un sospetto. Arrivarono dopo pochi minuti e capirono che le loro sensazioni erano giuste. Quella che stava andando a fuoco era la loro scuola.

-Ragazzi, fermatevi. E se fosse il sogno di qualcuno?

-Non possiamo saperlo, come facciamo? Dobbiamo fare qualcosa

-Come? In questo momento stiamo dormendo. Non possiamo modificare la realtà, solo il sogno

All’interno dell’edificio si stava espandendo un cerchio di fuoco mentre la colonna di fumo saliva più in alto. Intorno il silenzio, la città dormiva mentre una tragedia si stava presentando agli occhi dei giovani. All’improvviso Luigi realizzò qualcosa che gli altri non avevano ancora pensato, un dettaglio più che importante.

-Cazzo, ragazzi. Il signor Raffaele!

-Chi?

-Il custode! Abita nella casetta dietro al campetto, all’interno della scuola!

-Cosa? Se sta dormendo anche lui allora è in pericolo. Cosa possiamo fare?

-L’unica cosa è andare da lui e vedere se sta sognando. In quel caso se siamo fortunati possiamo entrare in contatto con lui e svegliarlo. Se si sveglia può scappare

I ragazzi decisero che quella era l’unica strada da percorrere. Con un po’ di fortuna avrebbero salvato sia il custode che la scuola, ma il primo aveva la priorità.

Scavalcarono il cancello ed entrarono nel cortile. Raggiunsero la piccola abitazione del custode. La porta era chiusa e dallo spiraglio in basso usciva una sbuffata grigia. Com’era possibile che il fuoco avesse già raggiunto quella casa? Attraversarono la porta senza aprirla, dentro era un inferno. Una grossa nube grigio scuro copriva completamente i due locali della casa mentre dall’angolo un fuoco si alzava silenziosamente. I ragazzi entrarono nella stanza posteriore e trovarono il signor Raffaele che dormiva beato nel suo letto, ignaro della tragedia intorno a lui. I quattro gli si avvicinarono.

-Starà dormendo, cosa facciamo?

-Se sta dormendo l’unica cosa che possiamo fare è interagire con il suo sogno. Ma se non sta sognando possiamo solo pregare che si svegli

Si girarono intorno ma non videro nulla che faceva pensare ad un sogno, intanto il tempo passava e per quanto fossero a conoscenza che nel piano reale il tempo era quasi fermo, sapevano che ogni istante era prezioso. All’improvviso Luigi notò qualcosa.

-Ragazzi, guardate! La sua espressione… sembra sofferente

Gli altri, sorpresi, si avvicinarono sempre di più al volto dell’uomo quando sentirono una voce urlare alle loro spalle.

-Che ci fate voi qui?

Si girarono all’unisono e lo videro. Era lì, davanti a loro, dalla corporatura sembrava un coetaneo ma indossava una maschera che raffigurava un diavolo. Era impossibile riconoscerlo, anche la voce sembrava camuffata. In mano stringeva con rabbia una mazza chiodata.

-Uscite subito fuori di qui!

-Chi sei? Come… come fai a vederci?

il ragazzo mascherato non si degnò neanche di rispondere alla domanda, scattò in avanti verso di loro alzando il braccio che brandiva l’arma. Lo abbassò velocemente, stava per colpire Fausto quando si sentì un rumore di metallo. Sara era stata più veloce ed aveva materializzato un enorme scudo che parò il colpo salvandoli tutti. L’altro fu sorpreso, Sara ne approfittò per capire meglio con chi avesse a che fare.

-Chi sei? Come fai a fare questo?

-Non te lo dirò mai!

Stava per assestare un altro colpo quando delle catene scesero dal soffitto e gli bloccarono braccia e gambe. Il ragazzo fu costretto a lasciare l’arma che cadde pesantemente sul pavimento. Sara era ancora in ginocchio, si alzò e con sguardo serio si avvicinò al loro nemico. Senza dire una parola prese la maschera e la tolse. Fu allora che tutti videro, sotto quel travestimento da quattro soldi c’era il loro compagno di classe Longo.

-Ma com’è possibile? Franti, che ci fai qui?

Il ragazzo stette in silenzio osservandoli con sguardo altero.

-Rispondi subito! Il signor Raffaele morirà se non facciamo qualcosa! Dacci una mano

-Ma non l’avete ancora capito, ragazzi? Guardatelo com’è arrabbiato. E’ stato lui a fare tutto questo

-Cosa? Lui? Ma com’è possibile? Non si può interferire con la realtà, lo hai detto tu. Come può aver fatto una cosa del genere?

-Solo lui può risponderci e sembra proprio che ora non ne abbia voglia. Dobbiamo fare qualcosa noi

Fu allora che Franti disse qualcosa in tono dispregiativo.

-Sapete dove abito?

Gli altri rimasero in silenzio, per due motivi. Il primo, non si aspettavano quella domanda proprio in quel momento. Magari un’accusa, una spiegazione di quello che stava accadendo, un pentimento, ma di certo nessuno si aspettava una domanda del genere. La seconda, effettivamente nessuno di loro sapeva dove abitasse.

-Quello nuovo non potrebbe saperlo, ma voi? Siamo nella stessa classe da più di tre anni, qualcuno si è mai degnato di domandarmelo? Ve lo dico io, abito al Parco Vesuvio, terzo palazzo sulla destra, primo piano

Sara stava percorrendo con la mente un itinerario immaginario nel parco, quando realizzò la posizione la sua espressione si fece più seria.

-Vedo che hai capito, non è vero? Abito nel tuo stesso palazzo, non lo sapevi, vero? Da tre anni facciamo lo stesso percorso per andare e tornare da scuola. A piedi, in autobus, non ho mai cercato di nascondermi ma tu non mi hai mai notato. Sai quante volte ero dietro di te e tu sei entrata nel palazzo e subito dopo hai richiuso il portone? Per te sono sempre stato invisibile, come per tutti gli altri della classe. Anche per i professori, i voti erano sempre più bassi ma anche loro evitano di parlarmi

-Mi disp…

-Non provate a dire che vi dispiace! Avete sempre fatto così, tutti quanti! Credete che sia io a scegliere di essere solo? Voi e i vostri gruppetti, mi avete messo al bando. Cosa avrei dovuto fare se non starmene per i fatti miei? E chi se ne frega se poi passo per quello strano

Fausto notò lo sguardo sempre più colpevole di Sara, non poteva permettere che lei si sentisse così. Mosso da un impeto di coraggio cercò di rimediare.

-Senti, Ciro. Ti chiami così, vero? Ciro, penseremo a questo dopo. Davvero. Ora però dobbiamo evitare una tragedia. Dicci cosa hai fatto ed insieme possiamo porre rimedio prima che sia troppo tardi

-Cosa vuoi che spieghi? Te l’ho detto una settimana fa che vi ho sognati, speravo di aver stuzzicato la vostra curiosità ma così non è stato. Ancora una volta mi avete ignorato. E’ stato per caso che vi ho visto nel mio sogno, ho sentito quello che dicevate. Sembrava una sciocchezza ma chissà come mai ho deciso di crederci. Da quel momento ogni notte nei miei sogni facevo progressi. Creavo cose, viaggiavo in posti mai visti. Poco alla volta questo diventava il mio regno, un regno dove posso comandare io e dove nessuno può farmi male. Ho imparato fin da subito che c’era qualcosa che io potevo fare ma che voi non siete  mai stati capaci. Modificare la realtà attraverso il sogno. Ci ho pensato tanto e mi sono anche dato una spiegazione. Voi siete dei privilegiati, il vostro mondo reale per quanto difficile sarà sempre migliore di ogni vostro sogno. Per me è diverso, io sto bene solo in questa realtà. Tenetevelo il vostro mondo, io non ne ho più bisogno

-Ciro calmati. Tu non sei cattivo, puoi ancora fare del bene. Quando ci sveglieremo sarà tutto finito. Farai anche tu parte del nostro gruppo, te lo prometto

-Certo, come no. E vissero tutti felici e contenti. Ma hai capito bene quello che ho detto? Io sono in grado di manipolare la realtà attraverso i sogni, secondo te perché sono ancora qui incatenato?

Fausto cominciò a tremare.

-Esatto, perché lo voglio io. Voi non potete far niente

In quel momento, appena terminò quella frase il soffitto cadde rumorosamente giù. I ragazzi vennero inondati dai calcinacci. Il dolore era reale, o quanto meno era proprio quello che avrebbero sentito in una situazione del genere. Si crearono un varco tra quelle macerie e videro Franti che indossava nuovamente la maschera.

-Siete impotenti. Dispiace anche a me per il signor Raffaele, ma dovevo pur cominciare da qualcuno. La mia vendetta colpirà tutti, nessuno escluso. Nessuno sarà capace di ricondurre la colpa a me. Provateci a spiegare alla polizia che è colpa mia, che attraverso i sogni uccido le persone o appicco degli incendi

Poi si girò dando loro le spalle, e se ne andò. I ragazzi lo guardarono camminare lentamente ma non fecero nulla. Aveva ragione lui, erano impotenti su quel piano. Una volta liberi tornarono al parco facendo più in fretta che potevano. Ritornarono a casa di Sara, ritornarono nel mondo reale. La prima a svegliarsi fu proprio la ragazza, subito appena aprì gli occhi andò a svegliare i suoi genitori. Le fu difficile convincerli che bisognava chiamare i vigili del fuoco, che la scuola stava andando in fiamme, che il guardiano era in pericolo. Non c’era nessuna nube nel cielo, forse erano ancora in tempo.

Gli altri ragazzi si svegliarono a causa del baccano che si era creato nella camera da letto. Supportarono la tesi di Sara, anche per loro era necessario fare qualcosa prima che fosse troppo tardi. I genitori dovettero deporre le armi, chiamarono il 115 e spiegarono la situazione al telefono, per quanto surreale fosse. Sara era sempre più preoccupata, convinse suo padre ad accompagnarla a controllare. Dopo pochi minuti erano tutti nell’auto familiare del padre di Sara, diretti la liceo Calamandrei, erano da poco passate le tre di notte. Fuori c’era già un mezzo speciale dei pompieri con la sirena accesa. Stranamente la scuola sembrava dormire un sonno sereno nella notte tranquilla.

I ragazzi rimasero in auto, dai finestrini videro uscire dal casotto nel liceo un uomo, era il signor Raffaele. Sembrava confuso, era stato svegliato nel pieno della notte e non aveva ancora realizzato il perché. Gli agenti perlustrarono l’interno edificio, dopo mezz’ora si allontanarono con un nulla di fatto.

-Signorina, questa me la dovrai spiegare per bene. Ora andiamo a casa e proviamo a riaddormentarci ma domani ne riparliamo

I quattro ragazzi si guardarono straniti. Cosa era davvero successo quella notte? Avevano davvero parlato con Franti nel sogno oppure lui stesso era il sogno di qualcun altro? E perché il signor Raffaele aveva una ferita alla testa quando stava parlando con gli agenti?

Ritornarono a casa con la coda tra le gambe, quella notte non riuscirono a riprendere sonno. Il giorno successivo andarono a scuola con la stessa felicità con la quale si va ad un funerale. Suonò la prima campanella, Franti era assente. Si guardarono preoccupati ma senza dire una parola. Fu a metà della terza ora che sentirono bussare alla porta. Era il preside, entrò e chiamò l’insegnante fuori dall’aula. Quando ritornò, il professore aveva un colorito pallido.

-Ragazzi… non so come dirvelo. Il preside mi ha appena comunicato che Longo è… è in coma. Attualmente è alla Villa Betania e non risponde agli stimoli esterni

I compagni di classe rimasero sconcertati, in particolare Sara, Fausto, Luigi e Marco sentirono il sangue gelarsi nelle vene. Si guardarono e pensarono alla stessa cosa. Longo, alias Franti, era l’entità con cui avevano parlato la notte precedente. Gli aveva mostrato ciò di cui era capace, quello che aveva imparato a fare all’interno dei sogni. Ed ora che non era più nel mondo reale, ora che era in coma, era il padrone assoluto di quell’altro mondo. Era il suo regno ormai e lui era il sovrano indiscusso. Gli occhi dei ragazzi divennero più seri, più tristi, anche dormire e sognare sarebbe stato più difficile per loro.