
Il cortile del palazzo del Vicario era vuoto, o almeno lo era se si considerano i vivi. Agli angoli del castello erano esposti in bella vista mani, piedi e teste dei giustiziati a morte, come monito per tutti. Un deterrente che nella maggior parte dei casi non funzionava granché, dato l’enorme lavoro svolto dal Vicario in quell’epoca. Al centro del cortile c’era una forca dove quel mattino penzolava il corpo di un uomo. Uno dei tanti senza nome che adornavano la parte antistante la facciata del palazzo. Un colpevole giudicato dalla legge, che ha avuto quello che meritava. Era lì dal giorno precedente.
La testa era coperta da un cappuccio, in modo da non mostrare ai facilmente impressionabili il volto trasfigurato al momento della morte. Il torso era nudo, dal colore quasi azzurro. Ormai il sangue aveva terminato di circolare nel corpo da troppo ore e quel poco rimasto era ghiacciato dal freddo di quell’ultima notte. Portava dei pantaloni di infima qualità, logori e sporchi di terreno, ai piedi un paio di calzari. A vederlo da fuori dava l’impressione del classico pezzente comune che si è trovato nei guai per un pezzo di pane. La sua storia però di comune non aveva nulla.
Era mattino presto quando Giuseppe camminava all’interno del cortile del castello. Era uno degli uomini di fiducia del Vicario anche se apparteneva al gradino più basso. Era l’addetto alle pulizie, aveva l’onere di mettere a posto la piazza dopo ogni esecuzione. Non si trattava solo di pulire le macchie di sangue e feci, ma anche di abbellire il luogo. Il giorno dopo ogni uccisione doveva tagliare le teste delle vittime e riporle in apposite gabbie. O anche tagliare mani e piedi ed esporli in modo che tutti potessero vederli. Stava proprio facendo spazio all’interno di una delle gabbie quando sentì un rumore sordo alle sue spalle. Si girò e notò che il corpo che fino a pochi secondi prima era appeso al cappio ora si trovava riverso a terra in una posizione innaturale.
Doveva essere a causa del freddo e della consistenza della corda ormai vecchia. Probabilmente nel tempo doveva essersi deteriorata a causa del peso che doveva sopportare ogni volta, sempre più spesso. Giuseppe pensò che fosse stata una fortuna il fatto che quell’avvenimento fosse successo proprio in quel momento e non prima. Immaginava già il putiferio se il giorno precedente impiccando quel ladro la corda si fosse spezzata. L’uomo sarebbe caduto a terra incolume e gli sarebbe stata data la grazia. Poi sicuramente il Vicario se la sarebbe presa con lui, che non aveva controllato per bene la corda prima dell’esecuzione. Sorrise pensando al grosso guaio che aveva scansato per puro caso, ricordava bene l’ultima sfuriata del suo capo ed il supplizio che aveva dovuto sopportare davanti a tutti.
Si avvicinò alla forca quando notò qualcosa di strano. Prima una folata di vento gelido improvvisamente gli sfiorò il volto facendolo rabbrividire, poi sentì dei leggeri rumori come di ossa che si disarticolano. Con suo grande stupore vide che il corpo dell’uomo riverso a terra cominciava a muoversi. Senza trovare il coraggio di urlare fece qualche passo indietro fino a cadere con il sedere a terra. Davanti a lui la scena più incredibile e raccapricciante a cui aveva mai assistito.
Quello che doveva essere il cadavere del condannato del giorno prima si mise seduto, si ricompose facendo scricchiolare braccia e gambe e si tolse il cappuccio dalla testa. Il volto appariva serio ma per nulla quello di un cadavere. Il colorito era chiaro, di chi ha passato troppo tempo al freddo, la barba incolta e gli occhi scavati e iniettati di sangue. Di sangue vivo. Quando Giuseppe lo guardò lo riconobbe subito. Era proprio l’uomo che il giorno precedente era stato giudicato dal Vicario e condannato a morte. Com’era possibile che proprio quell’uomo ora fosse davanti a lui e sembrava addirittura sorridere mentre si ripuliva dalla polvere. Eppure il dottore aveva controllato lo stato del decesso ed aveva dichiarato l’uomo clinicamente morto. Ma quell’uomo che ora si stava alzando e camminava verso di lui non poteva essere morto. Giuseppe chiuse gli occhi mentre recitava a bassa voce una breve preghiera, l’altro gli si avvicinò e si abbassò per guardarlo meglio. Quando Giuseppe riaprì gli occhi si ritrovo davanti un volto dal sorriso beffardo.
-Salve. Voi dovete l’uomo che ieri ha sistemato lo sgabello sotto il cappio, vero?
Giuseppe richiuse gli occhi mentre tremava di paura.
-Non c’è motivo di essere spaventato, state tranquillo. Non è colpa vostra, avete solo fatto il vostro lavoro e questo vi fa onore. Permettete una domanda?
Fece segno di sì mentre aveva ancora gli occhi chiusi.
-Vorrei uscire di qui, potete indicarmi la strada? Ieri ero troppo confuso e ora non ricordo da dove mi hanno fatto entrare. Sareste così gentile?
Giuseppe alzò un braccio tremante e puntò l’indice verso un grande portone socchiuso.
-Grazie mille, siete un buon uomo. Potrei chiedervi solo un altro piacere? Non mi chiamate scocciatore. E’ solo che non ho più il mio vestito. Non so come mai, ricordo che ieri avevo una vecchia camicia che mi copriva ma ora non l’ho più. Sareste così gentile da prestarmi la vostra? Verrò a rendervela appena possibile, grazie
Il guardiano non si fece ripetere due volte la richiesta. In fretta e furia si sfilò la giacca che portava addosso e gliela porse. Rimase solo con una leggera camicia, ormai tremava di terrore e freddo.
-Ma ancora grazie, non so proprio come ringraziarla. Io ora vado, ho una faccenda da sbrigare. Buona giornata
L’uomo si infilò la giacca e fece qualche passo lontano da Giuseppe, poi, stranamente, ritornò indietro. L’altro era ancora a terra con gli occhi chiusi a forza.
-Prometto che questa è la mia ultima richiesta. Vi offendete se prendo anche il cappello? Sono sicuro di no. Ossequi
Senza attendere risposta prese il vecchio cappello dalla testa di Giuseppe e se lo mise in testa. Il guardiano rimase allibito guardando quella scena che diventava sempre più surreale. L’uomo si allontanava come se niente fosse mentre lui rimaneva a terra nella pozza di urina che si allargava sempre di più sotto di lui.
L’uomo si diresse verso la porta, l’aprì e si trovò all’esterno. Guardava le persone intente a passeggiare, lavorare, ognuno con i propri pensieri belli o brutti. Li guardò velocemente poi si aggiustò il cappello in modo da celare lo sguardo e riprese a camminare mentre respirava a pieni polmoni l’aria fredda del mattino. Percorse vie che conosceva a memoria, passò accanto a botteghe che emanavano profumi che assaporava ogni giorno, ma sembrava passata un’eternità dall’ultima volta che era stato lì. Le persone non lo notavano, per fortuna. Non avrebbero capito, inoltre avrebbero rovinato l’effetto sorpresa che aveva pianificato.
Finalmente arrivò dove voleva. Si avvicinò lentamente ad una piccola bottega. Fino a qualche giorno prima ad ornare l’esterno del negozio c’erano delle tavole piene di prodotti ittici. Pesci appena pescati, mitili, molluschi, tutta roba fresca. Un odore di mare permeava l’aria mentre decine di clienti facevano la fila per fare affari di primo mattino. Ma quel mattino non era così, non lo era da giorni. Ora fuori alla bottega le tavole erano spoglie e non si sentiva quell’odore particolare nell’aria. Ora era la tristezza a regnare in quel luogo.
La porta era socchiusa, da una piccola fessura usciva una luce fioca. L’uomo controllò che nessuno lo stesse osservando, poi si avvicinò lentamente alla porta. Non riusciva a vedere bene dentro ma sentì un lamento, una voce femminile che piangeva sottovoce. Subito il suo animo fu pervaso da una sensazione di scoraggiamento. Aprì lentamente la porta per riuscire a capire chi fosse. Fu allora che la vide.
La donna era seduta su una sedia con le mani che coprivano il volto. Una candela quasi del tutto consumata illuminava debolmente la stanza. Era disperata e continuava a piangere, da sola, senza che nessuno le desse conforto. L’uomo guardava la scena impotente. Avrebbe voluto fare qualcosa, entrare ad abbracciarla, dirle che non doveva stare male, che tutto si sarebbe aggiustato con il tempo. Ma non poteva, lui lo sapeva. Non si accorse che la rabbia stava prendendo il sopravvento e inconsapevolmente spostò ancora di più la porta che emise un rumore.
Subito la donna alzò la testa e guardò verso la porta. L’uomo vide il suo sguardo, gli occhi interrogativi e il suo viso pieno di lacrime. Subito si spostò dalla visuale e si appiattì sul muro. Capì di averla combinata grossa, non avrebbe dovuto fare quella visita. Rischiava di rovinare tutto. Dal negozio sentiva la voce della donna.
-Chi è là? Cosa volete?
Doveva scappare, fuggire di lì. Si guardò intorno, nessuno ancora era accorso alla richiesta della donna. Si allontanò sul lato di fronte e approfittò per nascondersi in un anfratto buio tra due palazzi.
-Chi è? Dov’è fuggito? Qualcuno ha visto un uomo fuggire dal mio negozio? Aiutatemi vi prego
La donna uscì fuori dalla bottega per cercare lo sconosciuto che la stava spiando. Fermava i passanti che la guardavano con aria di pietà. Chissà se l’aveva visto. Chissà se l’aveva riconosciuto. Doveva andarsene da quel posto altrimenti ogni suo sacrificio sarebbe stato vano. Si infilò velocemente in un vicolo stretto camminando a passi svelti. La strada la conosceva già, non mancava molto alla sua tappa successiva. Quella definitiva.
Dopo qualche minuto di cammino arrivò. All’esterno sembrava un’abitazione comune ma lui sapeva bene che cos’era. Una bisca, un luogo di perdizione frequentato soltanto da persone lascive. Lui non ci era entrato mai prima d’ora ma sapeva chi trovare. Bussò alla porta, da dentro rispose una voce
-Chi è?
-Sto cercando una persona
-Non è qui. Andatevene
-Ma come? Non volete nemmeno sapere il nome?
-Andate via statemi a sentire
L’uomo non si diede per vinto. Si aggiustò la giacca e alzò il cappello in modo da mostrare il suo sguardo alla feritoia posta sulla porta.
-Tu devi essere Antonio, vero? Il figlio di Guglielmo. Tuo padre è veramente dispiaciuto della vita che hai scelto. Eppure ti ha lasciato tutto, una casa, del denaro, ma ancora di più il suo cognome. Un cognome che stai gettando nel fango lordo come la gente che frequenta questo posto
-Cosa…. Mio padre è morto anni fa
-Sì, sono passati soltanto nove anni. Ricordi le parole che ti disse il giorno prima di morire? Ti portò con sé a passeggiare e mentre tossiva senza sosta ti strappò una promessa. Avresti vegliato su tua madre e avresti portato avanti l’attività di famiglia. Questo lo ricordi?
L’interlocutore dall’altro lato rimase in un silenzio eloquente.
-Sai cosa devi fare, vero? Apri questa porta e lasciami entrare. Poi vattene da qui e non farti più vedere. Sei ancora in tempo per redimerti, il tuo destino non è stato ancora scritto
Dopo un paio di secondi la porta si spalancò e il sorvegliante uscì correndo, senza guardare indietro. L’uomo ne approfittò per entrare, richiuse la porta e si guardò intorno. Tutti erano seduti ai propri tavoli a giocare d’azzardo. Dai volti sembravano tutte persone poco raccomandabili, tutte intente a imprecare e pregare davanti ai loro sfidanti. Un odore nauseabondo permeava l’aria. Tra la folla non riconobbe chi stava cercando. Ma lui non si sarebbe mischiato alla plebaglia, lui avrebbe avuto un posto tutto per sé.
Finalmente adocchiò una porta in fondo alla sala, vicino c’era una guardia reale. Si avvicinò senza paura, la guardia si mise in allarme.
-Altolà, ferma!
-Devo entrare in quella stanza
-Non si può entrare
-E’ lì dentro, vero? Spostati e non succederà niente
L’agente portò le mani sull’elsa della spada ancora riposta nella fodera. Quella minaccia significava solo una cosa, lo sapeva bene. L’uomo però non si mosse di un millimetro. Portò le mani all’altezza del bavero della giacca e gli mostrò il collo. Era ben visibile la cicatrice, quella di chi ha avuto l’abbraccio di un cappio. La macchia viola scura intorno al collo contrastava con il colore bianco pallido della pelle.
-Vedo che stai cominciando a capire. Come vedi non è affar tuo, è una questione tra me e lui. Ora è il momento di andare
La guardia ascoltava quelle parole mentre continuava a guardare l’ecchimosi. Non riusciva a distogliere lo sguardo, in realtà aveva solo paura di incrociare di nuovo quello dell’uomo che aveva di fronte. Staccò la mano dall’elsa della spada e si allontanò dalla porta. Ora la strada era libera, era ora di inscenare l’ultimo atto di quella farsa.
L’uomo spalancò la porta che emise un forte rumore. All’interno i c’erano due persone, uno vestito in maniera sontuosa mentre l’altro sembrava più umile, appena sentirono il frastuono dei battenti si alzarono di scatto guardando nella direzione della porta. Per un attimo avevano pensato che fosse un controllo da parte delle guardie del viceré. Appena videro l’uomo in piedi sulla porta divennero furiosi.
-Chi sei? Come ti sei permesso di entrare?
-Cosa vuoi? Vai via o chiamo la mia guardia personale. Doveva essere lì fuori, dove si sarà cacciata? Guardia! Guardia!
L’uomo rimase impassibile alle minacce e si tolse il cappello. Quando lo fece, il giocatore vestito elegante strabuzzò gli occhi. Lo aveva riconosciuto finalmente.
-Ciao Jacopo. Sono venuto a trovarti, tutto bene? Lo dici tu a questo gentile signore che può uscire dalla stanza?
-Sì… sì. Potete andare ora, mi farò sentire io
-Si farà sentire lui, sicuramente. Ora lasciateci soli
L’altro fece come gli era stato ordinato e abbandonò la stanza richiudendo la porta. Ora all’interno di quelle quattro mura erano rimasti solo loro, due conoscenti di vecchia data, le loro questioni in sospeso e un silenzio mostruoso.
-Puoi sederti di nuovo, Iacopo. Posso anche io?
-Ma certo…
L’uomo si sedette e si sbottonò la giacca mostrando il petto bianco. Fu l’altro ad interrompere quel silenzio imbarazzante, nella maniera peggiore possibile.
-Senti… Mario… come mai sei qui?
-Te l’ho detto, volevo salutarti. Volevo parlare un po’ con te
-Ma tu sei…
-Morto? Ma sono qui davanti a te, respiro e parlo, come posso essere morto? Ah, già, giusto. Tu c’eri quando è successo, vero?
Iacopo ingoiò un boccone di saliva amaro.
-Tu c’eri, eri lì davanti a me quando mi hai giudicato ed hai decretato la mia morte. Tu c’eri quando le guardie mi hanno preso mentre urlavo la mia innocenza. Tu c’eri quando il boia ha sistemato il cappio intorno al mio collo e ha dato un calcio allo sgabello. C’eri e mi guardavi senza provare alcuna emozione
-Ma… Mario devi capirmi. E’ il mio lavoro, il mio compito è giudicare le persone colpevoli e condannarle. La legge parla chiaro, non avrei mai potuto fare uno strappo alla regola. Sapessi come sono addolorato di quanto è successo
L’espressione di Mario cambiò lentamente. Lo sguardo arrabbiato divenne più dolce ed uno strano sorriso comparve sul suo volto.
-Ma certo, lo so. Lo so che stavi solo facendo il tuo lavoro. Sei il Vicario, sei qui apposta per far rispettare la legge e dare il buon esempio. Ci conosciamo da così tanto tempo, posso solo immaginare lontanamente come ti si sentito mentre il tuo amico di infanzia veniva portato sul patibolo. Povero Jacopo
Il cuore del Vicario prese a battere più lentamente. Vide in quell’atteggiamento una speranza, forse avrebbe potuto approfittare di quella situazione per uscire dalla stanza e chiamare aiuto. L’altro però in quel momento si alzò dalla sedia e si mise proprio dietro di lui, con le mani sulle sue spalle.
-Dimmi una cosa, Jacopo. Mi ricordi soltanto una cosa? Sai com’è, sono ancora frastornato, per cosa sono stato incolpato?
-Ma come per cosa?… Per l’omicidio della contessa Spinoza
-Ah, già. Certo, la contessa. E perché l’ho uccisa?
-Ma per derubarla, era chiaro. La donna è stata trovata morta in casa e sono spariti numerosi suoi gioielli
-Giusto, derubarla. E dimmi, com’è che i sospetti sono caduti su di me?
-Un uomo ti ha visto entrare di notte nella casa della contessa e uscire con il sacco della refurtiva. L’uomo ha giurato su Dio di averti riconosciuto quando ti ha visto qualche giorno dopo al porto
-E come si chiamava quell’uomo? Dove si trova adesso?
-Non ricordo il suo nome, non l’avevo mai visto prima. Ora non saprei proprio dove sia, che domande mi fai?
-Te lo dico io dov’è. Si trova sottoterra. E’ morto stanotte, ucciso con una coltellata alla schiena. Proprio com’è stata uccisa la contessa, non è vero?
Il Vicario rimase in silenzio mentre una goccia di sudore freddo gli colava sul volto.
-Mio caro Jacopo, ci sono cose che tu non conosci. E ci sono cose di cui sono al corrente. Che mi dici di Rosaria, mia moglie?
-Cosa dovrei dirti? Non so di cosa tu stia parlando
-Ora ti spiego meglio. Mettiamo che io e te ci conosciamo da così tanto tempo, siamo amici inseparabili anche se tra di noi c’è una grande differenza. Tu vieni da una famiglia borghese che si fa strada all’interno della politica del Regno, io invece sono solo il figlio di un povero pescatore. Quel bambino nato da umili origini un giorno salva l’altro bambino, era caduto in un mare in tempesta e grazie al suo intervento lo riporta a casa. Diventano amici anche se le loro strade si allontanano. Poi un giorno tu incontri una donna in una pescheria. Lei è bellissima, da mozzare il fiato. Anche se passa tutto il giorno con le mani in bacinelle puzzolenti non riesci a staccarle gli occhi di dosso. Ordini alle tue guardie di capire chi fosse e con grande rammarico scopri che è già sposata. E non solo, è anche una brava cristiana, va a messa tutti i giorni ed è fedelissima al marito che passa tutte le notti in mare a pescare. Poi vieni a sapere chi è il marito, un certo Mario, e capisci che con lui hai un debito di vita
Mentre Mario raccontava, Jacopo sentiva le mani sempre più fredde sulla sua schiena.
-Non l’avresti avuta mai, si vedeva da lontano che era proprio una brava donna, allora hai pensato ad un bel piano per farla tua. Il marito ogni notte è da solo sulla sua barca a lavorare, nessuno lo avrebbe visto fino al giorno successivo, nessuno avrebbe giurato a suo favore. A quel punto bisognava solo mandare la tua guardia più fedele a compiere un efferato omicidio, e poi avresti facilmente trovato un pover’uomo che per quattro spiccioli avrebbe dato la colpa a chiunque, anche alla sua stessa madre. Il piano era tanto semplice quanto diabolico. Avresti fatto catturare l’assassino, lo avresti giustiziato sotto gli occhi di tutti in nome della legge, e la povera mogliettina sarebbe rimasta sola, da consolare. Dimmi un po’, ti piace questa storia?
-Io non ti permetto di gettare fango sul mio nome. Quelle che tu hai proferito sono solo le tue parole contro la mia, solo illazioni di un pazzo. Non riuscirai a uscire vivo di qui, metterò tutta Napoli sulle tue tracce e ti farò…
-Ti farò cosa? Pensi di potermi spaventare? Guardami bene, ieri mi vedevi penzolare da una forca con l’osso del collo rotto. Sono tornato dall’inferno solo per questo momento, non riuscirai a rovinarmelo. E ora, sta a guardare
Con le mani strinse ancora di più le spalle di Jacopo, in quel momento accadde qualcosa di soprannaturale. Tutto intorno la stanza scomparve, al suo posto i due si trovarono in una prateria infuocata. Il caldo era insopportabile, vicino a loro c’era un lago completamente ricoperto di acqua rossa. Non ci volle molto tempo prima che Jacopo si rese conto che non fosse acqua quella che vedeva.
Era proprio come in un dipinto che aveva visto in una chiesa, era così che se lo immaginava fin da piccolo. L’inferno. Orde di demoni cornuti che flagellavano i corpi delle anime dannate. Erano urla disperate quelle che sentiva, urla di chi ormai si arrende ad una pena eterna. Un dolore che non passerà mai, e sarà sempre peggio fino alla fine dei tempi. Nessuna pace, nessun piacere, solo dolore e pena. Non si rese conto di essere ancora seduto sulla sedia finché le mani sulle sue spalle non lo alzarono strattonandolo.
-Guarda bene, apri gli occhi e osserva. Questo è il regno che ti aspetta. Le tue malefatte saranno anche impunite sulla terra ma qui dovrai fare i conti con la legge divina. Volevo portarti qui di persona per farti vedere cosa ti aspetta. Quelli che vedi sono i diavoli che stanno solo aspettando con ansia il tuo arrivo. Hanno già in mente come divertirsi con te. E io farò in modo che questo avvenga presto!
Appena finì di dire le ultime parole, quella visione dell’Inferno scomparve. I due si ritrovarono nella stanza chiusa, Mario teneva ancora le mani sul volto di Jacopo, aprendogli gli occhi che grondavano lacrime. Il Vicario sentì una strana sensazione sulla pelle, come una bruciatura messa sotto l’acqua fredda. Appena si rese conto che l’incubo era finito si inginocchiò a terra e con la testa fra le mani prese a piangere ad alta voce.
-Pietà! Pietà, ti prego
-Pietà da me? Tu non ne hai avuta per me ieri. Non hai avuto scrupolo a farmi uccidere per un tuo capriccio
-Ho sbagliato! Mi pento, mi pento di tutto. Per favore non mi uccidere, non voglio morire
-Lo meriti più di ogni altro. Sono venuto qui per ricambiarti il favore, sarai condannato a morte da un tuo condannato
Jacopo si aggrappò ai pantaloni di Mario, mentre parlava continuava a baciargli i piedi chiedendo perdono.
-Ti prego, non farlo. Farò tutto ciò che vuoi. Tutto! Vuoi soldi, prendi tutto ciò che è mio. Dimmi cosa vuoi
-Io non appartengo più a questo mondo, i soldi non servono più a nulla
-Qualunque cosa ma ti prego non uccidermi
-Qualunque cosa hai detto?
-Sì, si! Tutto quello che vuoi, tutto quello che desideri!
-E sia! Tu ora qui giurerai solennemente che lascerai stare Rosaria. Spegnerai ogni tuo perverso desiderio su di lei e rinuncerai per tutta la vita ad averla. Lei rimarrà libera dalle tue mire per sempre, Inoltre dichiarerai davanti a tutti che io ero innocente, ripulirai il mio nome dal fango che tu stesso hai gettato e provvederai a sostentare mia moglie e la sua famiglia
-Va bene. Va benissimo, esaudirò ogni tuo desiderio. Ma giurami che non mi ucciderai
-Io mantengo sempre le mie promesse, e spero per te che tu riesca a mantenere le tue
L’ultima frase suonava come una sentenza, quelle parole riecheggiavano nella stanza mentre l’uomo usciva lentamente. Fuori non c’era più nessuno, tutti si erano dileguati appena si era sparsa la voce che un cadavere era venuto a reclamare il suo carnefice. Mario uscì, fuori un sole timido riscaldava lievemente il gelo di quella mattinata invernale. Era difficile per lui descrivere il suo stato d’animo. Era felice di aver terminato quella sua missione ma era una vittoria che lasciava un sapore amaro in bocca. Sapeva cosa doveva fare. Un ultimo desiderio prima di ritirarsi.
Percorse una strada stretta, lo faceva sempre con Maria nel breve periodo in cui furono fidanzati. Si fermò davanti ad un negozio di fiori e senza farsi notare sfilò una camelia rossa e la nascose nel manico della giacca. A passi veloci ritornò sulla strada percorsa qualche ora prima, ritornò davanti al negozio di pescheria. Era vuoto e non sentiva più il pianto di sua moglie Rosaria. Prese la camelia e la poggiò delicatamente sulla maniglia della porta, poi si allontanò verso il mare, al porto.
Rimase a guardare l’enorme distesa di acqua che si parava di fronte a lui. Quel mare che per troppo tempo era stato il suo unico amico, gli aveva tenuto compagnia nelle notti più buie. Quel mare che gli aveva fatto conoscere tempo prima il suo assassino. Forse anche in quell’occasione il suo unico amico stava facendo quello che era giusto fare, stava preservando il futuro di Mario facendo annegare Jacopo. Fu il suo ultimo pensiero mentre una fiamma improvvisa si accese intorno a lui. Un cerchio di fuoco si formò a terra, le fiamme divamparono alte, poi così come erano apparse se ne andarono. E con loro, anche Mario fece ritorno negli abissi. Il suo patto era concluso.
