31 Dicembre 2018

Era quasi passato un anno dall’ultima volta che ci aveva provato, e cominciava ad essere stanca. Ogni anno compiva il suo personale sacrificio sull’altare dell’amore non corrisposto. L’ultima volta non era andata come sperava, o forse era il segnale che le cose dovevano cambiare. Forse nel profondo del suo cuore oscuro maturava l’idea che tutto quello era sbagliato, che era passato troppo tempo, che il suo odio non giustificava le sue azioni. Forse era arrivato il momento di girare pagina.

Uscì dall’acqua e si portò sulla sabbia. Conosceva a memoria l’incantesimo che la tramutava in essere vivente. Sotto la luce tiepida del sole pomeridiano la sua pinna sparì lasciando posto ad un paio di lunghe gambe. Si alzò in piedi. Era nuda e bella come non mai. Si diresse dietro ad una grande roccia e con la sua forza sovrumana lo sposto di qualche metro. Sotto c’erano dei vestiti che aveva messo da parte per quelle occasioni, quando non era più nel suo habitat naturale e desiderava camminare sulla terraferma.

Negli anni aveva dovuto provvedere anche a quello per il suo scopo. Ad ogni decennio che passava cambiavano le mode e lei era costretta ad aggiornare il proprio guardaroba personale in modo da mimetizzarsi tra la gente comune. Non le mancava certo lo spirito di adattamento e le idee su come fare in modo che questo potesse accadere. La sua magia sensuale poteva piegare al suo volere anche il più freddo degli uomini. Le era facile ammansire qualcuno e fare in modo che le comprasse vestiti e gioielli costosi. Con il tempo era diventato quasi una sua vanità, un vezzo che si concedeva nei giorni in cui era una terrestre.

Quella sera però non indossava gli abiti con lo stesso spirito delle altre volte. Di solito indossava quella sua seconda pelle pensando alla prossima preda, pensando al sapore del suo sangue. Faceva parte del rituale della caccia. Ma non quella volta. Indossò un paio di jeans anonimi ed una maglietta di colore nero. Gli stessi abiti di un anno prima, da allora non era più uscita dall’acqua. Con le mani mosse i capelli ondulati, poi guardò davanti a sé e cominciò a camminare mentre i versi dei gabbiani la accompagnavano in quell’ultima avventura.

Conosceva bene la strada. Mancava da quel luogo da troppo tempo eppure le sembrava che fossero passati solo pochi giorni. Percorreva quella terra persa nei ricordi della sua giovinezza. Quando forse tutto era più semplice per lei. Ogni tanto si guardava intorno scongiurando la presenza di altre persone. Sapeva bene che quel giorno non ci sarebbe stato nessuno nei dintorni. Era un giorno speciale anche per gli abitanti della città, magari erano tutti riuniti nelle loro case a prepararsi per la festa di fine anno.

Percorse una strada irta e piena di erbacce. La natura aveva fatto il suo corso e nascondeva un luogo bellissimo quanto magico. Dopo qualche minuto si ritrovò a camminare su strade che avevano subito l’ingiuria del tempo. Le ricordava diverse, prospere di vita e luce. Erano le strade che passavano davanti a templi di rara bellezza e negozi di prelibatezze sconosciute. Ora invece calpestava le pietre e la terra vedendo davanti a sé soltanto le rovine di quella che un tempo era stata la culla della civiltà. Ma anche se i secoli avevano cambiato il volto di quel luogo, riusciva ancora a sentire la forza della magia che ancora emanava.

Quella camminata le mise tristezza. Guardava quelle pietre che avevano resistito al giudizio del tempo e non poteva non pensare a sé stessa. A come era passato così tanto tempo da dimenticare quasi del tutto il suo passato, a parte quell’episodio così cruento. E se fosse anche lei come quelle rocce? Se sotto la sua bellezza fatale non fosse altro che una pietra erosa dal tempo? Quanto ne sarebbe passato ancora prima di rompersi definitivamente e crollare?

Quei pensieri tristi e senza speranza la condussero fino alla sua destinazione. Alzò gli occhi e si trovò davanti il grande ingresso dell’antro della Sibilla. Un tempo quel luogo permeava di magia e suggestione. Gli uomini si raccoglievano al suo interno nella speranza di ascoltare il proprio destino, il proprio futuro. Lì dentro si manifestava il volere degli dei attraverso l’opera di una giovane vergine. Tutti la rispettavano perché solo lei poteva dare una mano a guardare lontano. Di quelle sensazioni che ricordava ormai rimaneva soltanto un silenzio. Un silenzio lugubre, che echeggiava venerazione e paura.

Varcò l’ingresso e percorse lentamente il lungo corridoio buio. Di giorno il sole passa attraverso le feritoie creando un effetto ottico di rara suggestione. Il sole però era ormai basso e prossimo al tramonto, quel viale le sembrò buio come le profondità più oscure dell’animo umano. Nel silenzio sentiva i propri passi rimbombare nell’eco. Piccole gocce di rugiada cadevano nelle camere che amplificavano il suono. Si stava avvicinando al termine della sua missione.

Entrò nella stanza preceduta dal vestibolo, quella in cui dimorava la vergine.

La Sibilla Cumana.

La ricordava ancora, con i capelli rosso fuoco e gli occhi del colore del mare. Gli uomini rimanevano impietriti quando la guardavano. La sua infinita bellezza era inferiore solo all’austerità che emanava. Intorno a lei riuscivano a percepire un’aura di magnificenza.

Quel luogo così splendente ora però le appariva vuoto e freddo. L’oscurità e il silenzio erano diventati i nuovi sovrani di quel posto. Provò a sussurrare il suo nome.

-Sibilla Cumana…

Nessuna risposta. Provò ancora più forte.

-Maestosa Sibilla Cumana…

L’eco della sua voce le ritornava indietro, ma non era quella la voce che desiderava ascoltare. Chiuse gli occhi e respirò profondamente. Percepiva sulla sua pelle l’umidità di quel posto, le particelle di acqua nell’aria. Ma non era la sola cosa che riusciva a percepire. Dalla bocca emise un alito che divenne subito una nuvola bianca. Le sue labbra accennarono ad un sorriso.

-So che sei qui. Riesco a sentirti

Una folata di vento freddo le alzò per un attimo i capelli. Un brivido le salì lungo la schiena.

-Non ti mostri a me? Valgo così poco per te da non meritare neanche di vederti?

Un altro soffio di vento, alcune foglie a terra girarono su sé stesse creando un piccolo mulinello.

-E’ passato tanto tempo eppure siamo ancora su questa terra. Facciamo parte dello stesso mondo, dovremmo aiutarci a vicenda

Fu allora che sentì una voce. Aveva dimenticato quanto fosse spaventosa e bellissima da ascoltare.

-Aiutarci dici? Siamo amiche noi due, dunque?

-Finalmente la tua voce. Come mi è mancata tutto questo tempo…

-Un tempo lontano secoli, Partenope. Non credevo di trovarti ancora qui. Girano strane voci sul tuo conto

-Che tipo di voci?

-C’è chi dice che eri sparita, chi giura di averti visto sacrificare la tua vita in mare, chi invece tramutarti in scoglio. Ma come dicevo sono solo voci, e io so bene che le voci pesano tanto quanto chi le pronuncia

Suicidata su uno scoglio. Sapeva bene quella parte della storia, il destino che una delle sue amiche sirene dovette affrontare.

-Come vedi sono tutte dicerie. Io sono qui e desidero parlarti

-Parlarmi? Sono passati secoli da quando qualcuno ha avuto la possibilità di proferire con me. Ormai i miei poteri non sono più gli stessi di un tempo. Non faccio nemmeno parte più di questo mondo, di me è rimasta solo la mia voce

-Ti sottovaluti, Sibilla. Il tuo potere non conosce limiti, come la tua immortalità donata da Apollo. E poi io non ti chiedo un vaticinio difficile, solo la risposta ad un mio quesito

-Parla dunque. Cosa hai da domandare?

Partenope riempì i polmoni di aria gelida, poi trovò il coraggio di parlare.

-Si tratta di lui, è il mio chiodo fisso da sempre. Da quando l’ho visto la prima volta su quella nave non ho pensieri che per lui. Lo rivedo negli occhi delle persone per strada, nelle parole sussurrate dagli amanti, nel calore dell’estate e nel gelo dell’inverno. Di lui sono state riempite pagine e pagine di libri, tutto il mondo esalta la sua figura. Ed io sono stata solo una comparsa nella sua vita

-Colui di cui parli era solo un mortale, la sua vita terrena si è conclusa tempo fa

-Lo so. Non è lui che mi tormenta ma il pensiero di lui. L’odio che provo nei suoi confronti mi sta consumando, e con me sta consumando anche l’esistenza di persone innocenti. Ho desiderato milioni di volte di smettere ma non sono abbastanza forte. Ho addirittura pensato di morire, di suicidarmi. Magari sugli scogli, come nel mito che mi circonda. Ma quello stesso odio che mi rovina, mi alimenta, e le mie intenzioni rimangono tali

Non si accorse che mentre parlava stava cominciando a piangere. Delle piccole gocce scivolarono dai suoi occhi rigandole il viso fino a cadere a terra. Il flebile rumore di quelle gocce salate fu amplificato dall’eco.

Fu in quel momento che la terra ebbe un sussulto. Partenope sgranò gli occhi mentre intorno a lei sembrava manifestarsi un terremoto. Si sedette su una delle pietre nella sala mentre vide li prodigio che si stava compiendo.

Le pareti di tufo cominciarono a trasudare acqua. Dalla roccia fuoriuscì un getto che si raccolse al centro della stanza. L’acqua raccolta cominciò a girare in senso antiorario creando un lento vortice. Il liquido aumentava e la stanza continuava a riempirsi senza però mai traboccare. Fu in quel momento che Partenope la vide. L’acqua cominciò ad alzarsi assumendo una strana forma mentre continuava a girare, finché non assunse le indistinguibili sembianze della Sibilla Cumana.

Era proprio come la ricordava, bellissima da mozzare il fiato. Una scultura d’acqua che in quel momento la guardava con sguardo serio ma non arrabbiato.

-Quelle lacrime non hanno senso, sono un paradosso. Non puoi piangere per una persona che non esiste più. Sei rimasta intrappolata all’interno del tuo stesso sogno, del tuo stesso desiderio

-Cosa posso fare? Solo tu puoi aiutarmi

-Una soluzione drastica c’è, ma dovrai accettare le conseguenze anche se peseranno come un macigno sulla tua testa

Partenope la guardò con gli occhi pieni di lacrime. La Sibilla le ricambiava lo sguardo seriamente.

-Farò di tutto pur di finire questo tormento

La maga le tese un braccio. Appena la sirena le sfiorò la mano con la sua, subito un vento gelido entrò nella sala. Un vortice di una forza straordinaria si creò intorno a loro. Gocce di acqua mulinavano intorno. Partenope non vide più nulla per alcuni secondi, poi lentamente il muro d’acqua intorno a lei svanì nel nulla. Si guardò intorno, era di nuovo all’esterno. Non era molto lontana dall’antro della Sibilla, riconosceva bene quel posto.

Ora c’erano solo delle basse pietre di tufo chiaro, intorno l’erba cresceva rigogliosa e ignara di come quel luogo millenni prima era un posto sacro. Ricordava ancora le colonne del porticato, il grande pronao, le navate lastricate in pietra, e la grande statua eretta in onore del dio venerato. Agli occhi dei profani era difficile credere che quel luogo in passato era il tempio di Apollo. La maestosità antica era solo un vago ricordo nella sua memoria.

Perché si trovava lì? Perché la vergine l’aveva trasportata in quel posto? Le sue domande dovettero aspettare poco, una voce si udì nel silenzio.

-Sai dove ti trovi, non è vero?

-Sì. E’ il tempio di Apollo. O forse lo era

-I luoghi sono quel che sono anche se cambiano aspetto. Qui il tuo desiderio sarà avverato

Spiegati. Cosa mi aspetta?

-Ho parlato con l’Oracolo, il suo responso si è palesato a me per venirti incontro. Come ti accennavo si tratta di una decisione difficile da prendere. Come sai, il dio Apollo mi ha donato l’immortalità in passato. Lui può tutto, anche toglierla

Partenope ebbe un sussulto al cuore mentre ascoltava quelle parole.

-Se tu vuoi, posso intercedere con lui, ho ancora il potere per farlo, ma da questa scelta non si torna indietro. Non sarai più immortale, non avrai più accesso ai benefici di noi antichi, sarai come gli esseri umani che calpestano questa terra. L’odio che alimenta il tuo potere svanirà nel nulla

-Morirò dunque? La soluzione è privarmi della vita? Non esiste un’alternativa?

-Non esistono alternative, il responso è stato dato. Non morirai subito ma sarai una mortale. Avrai una vita come gli altri umani. Tanti dei nel tempo hanno desiderato questo, assaporare la vita appieno prima che finisca

-E lui? Il pensiero che ho di lui? La mia mania, la mia follia?

-Questa è la parte più sofferta, ma la scelta rimane a te. Con la mortalità perderai i tuoi ricordi. Tutti i tuoi ricordi

La sirena si inginocchiò con gli occhi sgranati. La scelta che le si parava davanti era la più difficile che potesse immaginare.

-Non ricorderai più lui, ma neanche di essere stata una sirena, di essere vissuta in un’epoca di gloriosa grandezza, di aver camminato con i giganti, di aver nuotato con gli dei. Millenni di storia andranno dimenticati nel fiume dell’oblio. Sei pronta a pagare a caro prezzo la soluzione al tuo problema d’amore?

Rimase in ginocchio per attimi che si allungavano a dismisura. Valeva la pena prendere tempo per una scelta così difficile. Avrebbe barattato un cuore libero con una mente vuota. Una vita anonima al posto di una intrisa di mito. Una scelta difficile ma anche semplicissima, non c’erano alternative. Sarebbe stata finalmente libera da quel peso, da quella zavorra che la teneva incatenata al passato. Ad un passato che voleva a tutti i costi dimenticare. forse era proprio quella la soluzione. L’uomo che aveva causato tutto quello aveva fatto proprio la scelta opposta, si era scontrato con il suo destino per diventare un nome che durasse per sempre. Lei invece doveva fare proprio il contrario, vivere nell’ombra di un nome che non avrebbe avuto la stessa eco.

Si alzò in piedi. Lo sguardo era serio ma risoluto. Aveva compiuto la sua scelta.

-E va bene. La mia scelta è questa, preferisco l’oblio piuttosto che continuare questa vita per sempre

Una voce tuonò nell’aria mentre un lampo fece brillare il cielo scuro.

-E sia! Il tuo volere sarà accontentato!

Partenope rimase in piedi, con il capo chino. Sentì qualcosa cadere sulla sua testa. Una goccia, poi un’altra, poi ancora. In pochi secondi una pioggia si manifestò su quel luogo. Alzò la testa guardando il cielo. Aprì la bocca e lasciò che alcune gocce gli entrarono in gola. Sentì un sapore strano, amaro. Sorrise tristemente, era così che doveva essere il sapore delle acque del fiume Lete. Cadde di colpo a terra, chiuse gli occhi e per l’ultima volta pensò al volto dell’uomo che aveva cambiato per sempre la sua vita. L’uomo per portava il suo destino nel nome, colui che è odiato. Un ricordo che si perse nel nulla.

Fuori al bar alla Riviera di Chiaia si erano ammassate un po’ di persone. La maggior parte erano giovani che salutavano la fine dell’anno e brindavano all’inizio del nuovo. Alzavano i loro bicchieri colmi di spumante divertendosi rumorosamente. Il traffico del primo pomeriggio era paralizzato, d’altronde in quell’ultimo giorno dell’anno tutta la città era in preda alla confusione. Gente che tornava a casa per riunirsi con la famiglia, chi era in cerca degli ultimi dettagli del cenone, chi ingannava il tempo libero salutando amici con cui scambiarsi gli auguri. Una festa per tutti. O quasi per tutti.

C’era un tavolino più lontano, isolato dagli altri. Una ragazza leggeva un libro mentre un caffè fumante la aspettava. Sembrava così assorta nella lettura da non sentire il chiasso che la circondava. Non sentì nemmeno i passi felpati alle sue spalle. Un ragazzo si avvicinò si soppiatto senza essere avvertito, allungò le mani verso la sua testa e con delicatezza prese le asticelle degli occhiali che indossava. Glieli tolse delicatamente, lei finalmente si voltò con sguardo serio. Poi lo riconobbe, ed un sorriso radioso illuminò il suo volto.

-Luciano! Solo tu potevi farmi questo scherzo idiota…

-E’ stato più forte di me. Eri così presa dalla lettura che era impossibile non approfittare. Pensa che ti ho vista da lontano, mi sbracciavo per farmi notare da te ma tu nulla

La ragazza sorrise divertita mentre si riaggiustava gli occhiali e con una mano pettinava i capelli neri davanti alla fronte. Era bellissima e anche il ragazzo stava pensando proprio la stessa cosa.

-Vieni qui e dammi un bacio, stupido

Lo prese per il bavero della giacca e lo avvicinò a sé dandogli un forte bacio sulle labbra. Non gli lasciò nemmeno il tempo di scegliere, ma comunque lui non avrebbe opposto resistenza.

-Sei in ritardo, comunque. Ti aspettavo già da dieci minuti. Nell’attesa ho preso un caffè

-Ho notato. Com’è?

-Non l’ho ancora assaggiato, era bollente. Facciamo un po’ per uno?

-Ci sto!

Un sorso a testa e lo finirono, poi si guardarono negli occhi scambiandosi sguardi di passione.

-Allora, che si fa stasera?

-Giusto, stasera. Ho sentito gli altri, ceniamo a casa di Lodovica. Ha invitato degli amici dell’Erasmus, prepareranno dei piatti tipici dei loro paesi

-Quindi niente cenone classico?

-No, impossibile. Mi ha assicurato che ci sarà anche qualche piatto della cucina tipica napoletana

-Meno male! Sono troppo innamorata della mia città per privarmene anche solo per un anno

-Già, ti conosco bene. Altrimenti non porteresti quel tuo bellissimo nome

-Scemo! Per quello bisogna ringraziare i miei genitori. In una città in cui ai figli vengono messi i nomi dei nonni non è poco trovare qualcuno che scelga un nome così particolare

-Particolare e stupendo come te, mia cara Partenope. La mia sirenetta

-Smettila, dai. Che ne dici, lasciamo questo posto e ci immergiamo nel cuore pulsante della città più bella del mondo?

-Con te sono pronto a percorrere ogni strada. Andiamo!

Il ragazzo si alzò di scatto e la prese per mano. Fecero qualche metro, poi lei si fermò di colpo.

-Il libro, l’ho lasciato sul tavolino! Mannaggia a te, per colpa tua lo stavo dimenticando!

Fece una corsa e ritornò al bar. Il libro era ancora sul tavolino, chiuso e con un segnalibro visibile. Lo prese tra le mani e osservò la copertina. Sopra c’era il disegno di una grossa nave, un’antica imbarcazione a remi. Quel disegno le suscitava stranamente curiosità e tristezza. L’eco di un ricordo lontano, o forse era solo la sua immaginazione. Sfogliò rapidamente qualche pagina, poi ripose la sua copia dell’Odissea nella borsa mentre il suo sguardo era ancora perso nel vuoto.

-Tutto bene, amore? Sei sovrappensiero?

La ragazza si destò dal sonno dei suoi pensieri. Guardò il suo ragazzo e gli sorrise dolcemente.

-Tutto bene, fantasticavo. Come sempre

-Ok, bene. Andiamo dai. A proposito, ti ho detto che stasera quella pazza di Lodovica ha organizzato una gara di karaoke?

-Benissimo! Non vedo l’ora di cantare un po’ in compagnia