22 Ottobre 2024

La porta della cameretta si aprì lentamente. Muovendosi emise un lieve cigolio che allertò il bambino a letto. Aprì gli occhi di colpo, l’oscurità stava svanendo lasciando spazio alla luce che filtrava dall’esterno. Il fascio giallo si allargava illuminando la stanza. La piccola libreria, la scrivania, il pavimento ancora pieno di giochi, poi il letto. Prima che la luce potesse illuminare il suo volto, si infilò velocemente sotto le coperte. Lasciò un piccolo spiraglio per osservare la scena sperando di non essere trovato.

Vide una forma entrare nella stanza, la luce alle spalle proiettava un’ombra smisurata sul pavimento. Il passo era lento, chiunque si stesse muovendo lo faceva cercando di evitare di fare anche il minimo rumore. Poi la figura si fermò, a due passi dal letto. Il bambino si portò la mano alla bocca per istinto. Passarono i secondi ma fuori dal suo rifugio nessun rumore. Forse l’aveva scampata. Scoprì leggermente la coperta e mise la testa fuori. Davanti a lui trovò un volto che sorrideva nella penombra.

-Bu!

Il bambino rimise la testa sotto la coperta. L’altro la scostò prontamente, davanti a lui c’era il piccolo in posizione fetale.

-Te l’ho detto, è inutile che mi scappi!

Poi si buttò su di lui e lo abbracciò provocando le risate del bambino.

-Lasciami, mi fai il solletico!

-Ma è proprio quello che voglio farti!

I due andarono avanti per qualche secondo. Padre e figlio che si divertono facendo finta di essere il mostro e la vittima. L’uomo andò poi ad accendere la luce. Il lampadario sul soffitto illuminò l’intera stanza. Sulle pareti c’erano poster dei personaggi preferiti dal bambino e foto di quando era più piccolo. Sulla scrivania fogli con disegni colorati e una collezione infinita dei suoi giocattoli preferiti. I robot. Una vera e propria passione quella del bimbo per i robot, ogni volta che ne vedeva uno rimaneva affascinato. Il padre non poteva non alimentare quella sua fame, gliene comprava tantissimi. Lui ci giocava, li smontava per capire com’erano fatti. A volte bastavano pochi pezzi di plastica per assemblarli e far finta di averne costruito uno tutto suo.

Negli anni la stanza era completamente sommersa di robot. Ce n’erano di tutti i tipi, cingolati, antropomorfi, educativi, di legno, di plastica, di metallo. Il bimbo era il padrone assoluto di quel suo regno immaginario in cui le macchine esaudivano ogni suo desiderio.

-Su, adesso ti leggo una storia così poi ti addormenti

Il bimbo si mise sull’attenti in attesa che il padre gli leggesse una favola. L’uomo si avvicinò alla libreria e prese un grande libro, lo aprì e si avvicinò al figlio.

-Allora, vediamo. Ieri abbiamo letto i tre porcellini, oggi potremmo leggere… i sette capretti! Che ne dici?

Il bimbo fece di sì con la testa. Suo padre si sedette sul letto accanto al piccolo e cominciò a leggere. Il bimbo fissava le immagini sul libro senza distogliere lo sguardo. Le illustrazioni lo attiravano, osservava quei paesaggi fantastici mentre ascoltava la voce confortante del papà che raccontava la fiaba. La conosceva già, l’aveva sentita decine di volte, ma ogni volta rimaneva immobile e attento.

Dopo qualche minuto la favola era finita, l’uomo chiuse il libro per riporlo nuovamente nella libreria. Una voce però dietro di lui lo fermò.

-Ancora

Rimase stranito da quella richiesta, non se l’aspettava.

-Come?

-Ancora. Un’altra storia

-Vuoi davvero che te ne racconti un’altra?

Il bimbo fece di sì con la testa.

Va bene. Vediamo… Cappuccetto rosso?

Ancora un cenno di assenso con la testa. Vedendo quel gesto suo padre si ributtò di nuovo nella lettura. Sfogliò le pagine fino ad arrivare alla favola scelta, fece vedere al piccolo le immagini dei personaggi. C’era il disegno di una piccola bambina dai capelli dorati e con un vestito rosso, un enorme lupo con la bocca aperta mentre mostrava le lunghe zanne, una piccola casa immersa nel bosco. Il piccolo vedeva davanti agli occhi le immagini e immagazzinava i dettagli di ogni scena.

-C’era una volta in una casetta nel bosco una piccola bambina di nome Cappuccetto Rosso…

La voce sempre calma e tranquilla dell’uomo guidava per mano il bambino in un mondo di sogno popolato da animali parlanti, fanciulli innocenti e un bel lieto fine. Anche quella storia l’aveva già sentita tante volte, ma era bello riascoltarla ogni volta, vedere nella propria mente la protagonista che riesce a sconfiggere il lupo cattivo e salvare la nonna.

Quando il racconto finì, l’uomo guardò il viso del bambino ancora fisso sull’illustrazione del libro. Teneramente gli passò la mano sotto il mento accarezzandolo.

-Ti è piaciuta la storia?

Il bambino come sempre rispose muovendo la testa, poi aprì la bocca e disse.

-Ancora

-Sbaglio o stasera siamo pieni di richieste?

-Ancora. Un’altra storia

-E va bene, ma l’ultima. Cosa vuoi che ti legga?

Il bambino alzò il braccio ed indicò un punto sul muro. L’uomo seguì con lo sguardo la linea immaginaria che collegava l’indice alla parete. Stava puntando uno dei poster, il disegno di un bambino con degli stivali rossi dai quali spuntavano due fiamme infuocate. Aveva le mani serrate a pugni, un braccio era proteso in avanti, la posa era quella di qualcuno che in quel momento stava volando. L’uomo conosceva bene quel personaggio, da piccolo era anche uno sei suoi preferiti. Tetsuwan Atom, meglio conosciuto come Astroboy.

-Quello lì? Vuoi che ti racconti di lui?

La testa si mosse in maniera affermativa. Il padre con sguardo triste si avvicinò di più a lui e gli parlò dolcemente.

-Vedi, amore, quello lì si chiama Astroboy. E’ un robot. Non ti ho mai raccontato di lui perché… vedi, lui ha una storia molto triste e tu sei troppo piccolo per ascoltarla

-Ti prego. Racconta

Si guardarono negli occhi. Quelli inespressivi del bambino incontrarono quelli preoccupati dell’adulto. Fino ad allora si era sempre limitato a raccontare fiabe che per quanto potessero essere interpretate male da un cervello come il suo erano comunque il frutto di una fantasia che regnava da secoli nella letteratura dell’infanzia. Il silenzio rispettoso del bambino che attendeva l’approvazione convinse suo padre, forse spinto anche da un desiderio nascosto di voler raccontare quella storia triste ma anche bella.

-Va bene, allora, in un futuro non molto lontano esisteva un grandissimo scienziato giapponese di nome Tenma. Era un vero genio e passava tutti i giorni in laboratorio per creare nuovi robot che potessero aiutare le persone. Un giorno suo figlio, il piccolo Tobio, deluso dall’ennesimo rifiuto del padre che preferiva lavorare piuttosto che passare del tempo con lui, prese l’auto del genitore e cercò di scappare via

A quel punto del racconto l’uomo dovette fermarsi. Non perché il suo piccolo pubblico era distratto, tutt’altro. La storia che raccontava era così triste che quasi la stava rivivendo, raccontandola. Deglutì un paio di volte per reprimere un pianto improvviso, poi continuò.

-Mentre scappava però. si rese conto di non saper pilotare l’auto anche se era automatica. Purtroppo ci fu un incidente e il piccolo Tobio perse la vita dopo essere stato portato in ospedale. Prima di morire però aveva chiesto al padre un ultimo desiderio. Il prossimo robot che il dottor Tenma avesse costruito sarebbe stato un bambino. In quel caso sarebbe stato più facile insegnargli tutto ciò di cui aveva bisogno. Il dottor Tenma capì troppo tardi che aveva sprecato troppo tempo in laboratorio e solo allora vedendo il piccolo andarsene via si rese conto che non poteva più tornare indietro. Poteva però fare ancora qualcosa per lui, onorare la sua memoria e realizzare il suo ultimo desiderio. Si mise subito all’opera, progettò e fece costruire un robot bambino. Ma fece di più, quella sua creazione così perfetta avrebbe avuto proprio le sembianze di Tobio

Il bambino ascoltava in silenzio quella storia così originale. Era la prima volta che ne sentiva parlare e memorizzava ogni dettaglio e nome.

-Quel robot era dotato di propulsori per volare, armi supertecnologiche per difendere i più deboli, ma la cosa più importante era la sua intelligenza artificiale. Era possibile plasmare l’intelletto, le conoscenze e forse l’animo di quel robot proprio come si fa con i bambini. In quel modo il professor Tenma lo avrebbe tirato su come un vero bambino prodigio, come Tobio. Gli avrebbe insegnato la differenza tra bene e male

-E ci riuscì?

-Certo! Quel robot, che tutti chiamavano Atom o Astroboy, divenne il robot più forte di tutti ma anche il più bravo. Con la sua intelligenza e la sua forza aiutò il genere umano a sconfiggere i cattivi più potenti. Con lui erano tutti al sicuro

-Mi piace. Anche io voglio essere così

-Non correre piccolo mio. Ne hai di cose da imparare, ma sono sicuro che diventerai come lui. Anzi, sarai migliore di lui

Il bambino rimase fermo a pensare. Suo padre si domandò chissà cosa stesse elaborando in quel piccolo cervello. Magari le immagini di Astroboy che volava e difendeva i buoni. Gli accarezzò i capelli e gli diede un bacio. Rimase a guardarlo ancora per qualche secondo, poi si allontanò per spegnere la luce del lampadario. Si avvicinò alla porta, stava per chiuderla dietro di sé quando sentì la voce del piccolo.

-Papà

-Dimmi amore

-Ti voglio bene

Quella frase così breve, forse anche così scontata, fece breccia nel cuore dell’uomo. Una lacrima scese sul suo viso, era di spalle e non si girò subito per non farsi vedere mentre piangeva. Poi si voltò e ritornò dal bambino. Lo abbracciò con quanta forza aveva e gli sussurrò all’orecchio la sua dichiarazione di amore paterno.

-Anche io. Ti voglio bene come niente al mondo. Niente ci separerà

Poi allentò la presa e con una mano cercò un punto preciso dietro la sua schiena. Finalmente trovò quello che cercava, lo pigiò e sentì un debole rumore.

Click

Lo baciò sulla guancia e uscì dalla stanza chiudendo la porta alle sue spalle.

Fuori dalla stanza lo aspettava Giorgio, suo amico e collega. Fu diretto, si conoscevano da così tanto tempo che non c’era bisogno di girare intorno all’argomento.

-Mattia, senti, dobbiamo parlare

-Di cosa?

-E me lo domandi anche? Ci ho pensato parecchio e penso che questo tuo progetto sta andando troppo oltre. Non erano questi i patti, la cosa ti sta scivolando di mano

-Ah, sì? E sentiamo, quali erano i patti?

-Mi hai coinvolto in questo… esperimento. Avremmo costruito la migliore intelligenza artificiale mai pensata. Sono stati anni di duro lavoro ma ce l’abbiamo fatta. Insieme ci siamo riusciti

-Non vedo allora quale sia il problema

-E’ proprio sotto il tuo naso, Mattia. Vedi cosa fai? Abbiamo costruito il futuro della scienza per cosa? Per farti rivivere una situazione della tua vita personale? Hai fatto costruire in questa stanza la… sua cameretta, dicevi che sarebbe servito per farlo crescere in un ambiente confortevole. E invece tu cosa fai? Ogni sera gli racconti una favola

-Tu… tu… tu non sai cosa provo. Tu non sai cosa ho provato quando è successo e come mi senta ora

-Non arrabbiarti. Hai ragione, non posso capire nemmeno lontanamente cosa c’è dentro la tua testa da quando è successo, ma non puoi andare avanti così. Quello nella stanza non è tuo figlio, Mattia. E’ soltanto un robot che sta imparando ogni giorno. Puoi insegnargli tutto ciò che vuoi, le stesse cose che hai insegnato a Damiano, ma non sarà mai lui. Prima accetti questa realtà e prima potrai superare il lutto

-Non posso. Non capisci, io non posso fare finta di niente

-E diventare come il personaggio che hai raccontato stasera? Come il dottor Tenma che costruisce un robot per rimpiazzare il figlio che non c’è più? Lo sai già come andrà a finire, non potrà funzionare a lungo

-Lasciami stare Aldo. Non giudicarmi

-Non ti giudico ma in nome della nostra amicizia sto facendo il possibile per darti una mano

Mattia rimase a guardarlo in silenzio, poi disse una frase che non pensava affatto. Ma a volte succede proprio questo, si dicono frasi che non si pensano e che generano le conseguenze più gravi.

-Qui non sei mio amico ma solo un collega. Se sei qui per darmi consigli sul lavoro ben venga, ma non provare a darmi dirmi cosa fare della mia vita. Stanne fuori

Aldo rimase a bocca aperta. non si aspettava quella risposta. Dopo qualche secondo imbarazzante prese una decisione. Staccò il cartellino che era attaccato al camice e lo gettò a terra. Voltò le spalle al suo amico e se ne andò dal laboratorio.

Mattia rimase in silenzio nel corridoio. Era solo, mai come in quel momento si sentiva abbandonato da tutti. Solo una cosa poteva rimetterlo in sesto. Dietro di lui una porta chiusa lo separava dall’unica cosa che contava nella sua vita. Un robot con le sembianze di suo figlio morto anni prima.

Ritornò nella camera ed accese la luce. Si avvicinò al letto e pigiò sul tasto posto sulla schiena del robot. Un lieve rumore metallico, poi l’androide aprì gli occhi e lo guardò. Sorrise riconoscendolo.

-Papà!

Mattia lo abbracciò e scoppiò a piangere.

15 Ottobre 2014

Erano le 21:30 e l’aeroporto di Milano Malpensa era quasi deserto. La maggior parte dei viaggiatori viaggia più comodamente, quella fascia di orario invece era riservata a due categorie di persone. La prima era quella dei ritardatari ovvero quelli che non hanno prenotato un volo con largo anticipo e devono accontentarsi. La seconda era quella degli indaffarati, chi ha da fare tutto il giorno e non può permettersi di sprecare tempo a viaggiare. Viaggiando di notte si recupera tempo così di giorno si può provvedere a tutto il resto.

Riccardo faceva sicuramente parte di quest’ultima categoria. La sua era una vita calcolata al millisecondo. La sua agenda era sempre piena, era necessario pianificare tutto alla perfezione per rendere sempre al massimo. Un giorno in ufficio, gli altri in giro dai clienti in tutta Italia. I minuti erano preziosi come oro per lui e quindi non dovevano essere sprecati. Una vita sacrificata alla dea Organizzazione. Era proprio per quel motivo che nei suoi piani non poteva rientrare una famiglia. Quello sarebbe stato un vero e proprio impedimento per la produttività. Certo, conosceva tantissime persone sposate, magari con figli, che erano i classici uomini o donne in carriera, ma non era lo stesso. Avrebbero dovuto comunque sacrificare tempo da dedicare agli altri componenti. Magari a Natale per la recita di un figlio, o in estate per accondiscendere alle voglie di vacanza di una moglie, le visite dal dottore magari, gli impegni improvvisi. Tutti eliminati, estirpati alla radice dal suo modo di vivere. Cento per cento lavoro, cento per cento soddisfazione personale, come diceva sempre lui.

Ed eccolo lì, a controllare le ultime mail dal suo laptop prima di imbarcarsi e far tappa a casa, a Napoli. Un giorno per andare in ufficio ed incontrare il suo team e poi di nuovo in giro. In quei giorni si riuniva anche il consiglio di amministrazione per definire le nuove gerarchie aziendali e lui sperava tanto in una promozione. Era il più meritevole, lo sapeva, e si aspettava da un giorno ad un altro la fatidica convocazione del capo supremo. Tirò una boccata d’aria con le narici appena gli venne in mente quella scena. Il capo che lo chiama, gli fa un discorsetto veloce di complimenti e lo insignisce di una bella nomina ed una nuova sede da gestire. Per ora erano pensieri, sogni, ma lui sapeva che gusto avevano i sogni quando si realizzavano.

Mentre stava per chiudere la mail gli si avvicinò un bambino. Probabilmente un altro passeggero del volo per Napoli, si avvicinò accanto al suo posto per osservare lo schermo. Il padre lo richiamò subito.

-Gabriele, vieni subito qui. Non disturbare il signore che sta lavorando. Mi scusi, sa, è ancora piccolo

Riccardo non fece parola. Si apprestò a chiudere il laptop e guardare con sufficienza l’uomo, poi si alzò e controllò il cellulare. Il bambino ci rimase male. In realtà anche il padre, non si aspettava una reazione così drastica.

-Era indaffarato, lo vedi? Vieni qui che ti leggo una storia

Riccardo guardò l’orologio, mancava ancora un po’ per l’imbarco dei passeggeri quindi aveva tempo di una tappa in bagno. Entrò con lo zaino sulle spalle, fece quello che doveva fare e si lavò le mani mentre si osservava allo specchio. Anche alla sua età era un bell’uomo, doveva riconoscerlo. Mentre stava asciugando le mani notò che la luce andava e veniva. Giusto un paio di volte, per una frazione di secondo si era ritrovato al buio. Diede subito la colpa ai generatori di corrente, forse c’era un sovraccarico ed era diminuita la tensione. Si aggiustò i capelli ed uscì dal bagno. Percorse il corridoio per ritornare in sala d’attesa. Stranamente il corridoio gli sembrava più lungo del solito o forse era solo stanco. Continuava a camminare, le piastrelle bianche creavano un effetto di lunghezza interminabile. Finalmente arrivò ad una porta. La aprì.

Si aspettava di trovare la sala d’imbarco, con gli steward di terra e i passeggeri ad attendere, mentre invece era arrivato dentro una sala chiusa, semibuia e con delle sedie disposte in fila. Si guardò stranito intorno mentre si girò per aprire la porta. Non la trovò. Dietro di lui c’era un muro e fintanto che riusciva a vedere con quella poca illuminazione non trovava porte. Cominciò a tastare il muro in cerca di qualche maniglia, visibilmente preoccupato, quando una voce lo richiamò.

-Ha finito, lei? Noi qui siamo pronti, se vuole prendere posto può sedersi su una delle sedie così cominciamo

Non sapeva il perché ma quella voce gli incuteva timore. Senza controbattere andò a sedersi su una delle sedie libere in prima fila. Da quella posizione riusciva a vedere di che si trattava. Era in una sala di un tribunale. Ma lui si trovava all’aeroporto, come era possibile? Era tutto poco illuminato, ma riconosceva sulla sinistra il bancone della giuria, al centro il giudice e sulla destra il posto riservato ai testimoni. Vedeva l’imputato di spalle, era incuriosito di sapere di chi si trattasse.

-Silenzio in aula. Avvocato, cominci con il primo testimone

Prese posto nel banco dei teste un bambino. Poteva avere intorno ai cinque o sei anni, gli diedero una mano a salire sullo sgabello alto. Riccardo sgranò gli occhi, non sapeva che così piccoli si poteva essere chiamati in aula per testimoniare.

-Avvocato, era necessario chiamare un bambino a testimoniare?

-Necessario, signor giudice

-Va bene. Prego, inizi pure

L’avvocato si schiarì la voce e cominciò a fare domande al bambino.

-Conosce l’imputato?

-Sì

-Afferma di conoscerlo bene?

-Sì

-Racconti a tutti di cosa è accusato nei suoi confronti

-Lui è un ladro signor giudice. Mi ha rubato una cosa preziosa. La più preziosa della mia vita

Quel bambino parlava proprio come un adulto. Probabilmente era stato plagiato dai suoi genitori o ancora meglio dall’avvocato.

-Spieghi a tutti i presenti di cosa si tratta

Riccardo avvicinò le orecchie verso il bambino. Quella causa sembrava essere interessante e voleva sentire bene di cosa si trattasse.

-Il mio bambolotto

Tornò a sedersi con appoggiato allo schienale. Quella risposta gli parve così ridicola che pensò che forse era meglio ritornare a cercare l’uscita.

-Il suo bambolotto? Avvocato di cosa sta parlando il bambino?

-Un attimo. Puoi dire a tutti di quale bambolotto stai parlando?

-E’ un bambolotto che mangia dal biberon e chiude gli occhi se lo abbassi. Ce l’ho da sempre, da quando ho memoria. Ricordo che un giorno mia madre mi accompagnò a fare un giro in centro prima di Natale. Passeggiammo tutta la mattinata sul Rettifilo, quando ero stanco mi metteva nel passeggino e lo spingeva senza mai smettere. Era tutto bellissimo, tutte le vetrine erano addobbate e piene di cose bellissime. Non eravamo ricchi, per niente. Mamma aveva i soldi contati per comprare i regali, cioè tutte cose utili. Vestiti, intimo, roba da mangiare. Io le chiesi perché non potevo avere un giocattolo come gli altri miei amici e a lei vennero le lacrime agli occhi. Mi prese per mano ed entrammo in un negozio di giocattoli bellissimo. C’erano giochi ovunque e io non sapevo cosa scegliere. Vedevo la sua faccia che diventava un po’ triste quando mi avvicinavo ad alcuni giochi, più serena se indicavo altri. Mi piacque tantissimo quel bambolotto. Era nel reparto per bambine ma a me piaceva lo stesso. Mamma me lo comprò ed uscimmo dal negozio per tornare a casa ed impacchettare i regali. Quando la sera di Natale aprimmo i doni e mio padre vide quel bambolotto guardò mia madre con un’espressione severa. Non disse nulla quella sera ma di notte li ascoltavo e sentii le urla di mio padre che non le perdonava di aver sprecato soldi per quel regalo da femminuccia. Da quel giorno promisi a me stesso che avrei tenuto nascosto il mio nuovo amico, ci giocavo di nascosto e mi confidavo con lui delle mie paure, dei miei segreti

A quel punto indicò l’imputato con sguardo serio.

-Finché quell’uomo non ha preso il mio bambolotto. L’ho visto io, lo ha preso e lo ha gettato nell’immondizia. Era un mio amico, con lui mi trovavo bene. Senza di lui ho perso un pezzo della mia vita!

Subito un vociare prese piede nella stanza. I giurati si guardavano con sguardo schifato e parlavano tra di loro a voce bassa. Addirittura una signora dalla giuria cominciò a piangere. Riccardo era l’unico che non riusciva a capire la gravità della situazione. Tutti sembravano giudicare l’imputato ancor prima della corte mentre lui non trovava nulla di grave nel gesto dell’imputato. Era solo un giocattolo, non si può andare in galera per quello in Italia.

-Ordine, ordine. Fate silenzio in aula! Avvocato se lei ha finito può passare al prossimo testimone

-Subito signor giudice. Entri il secondo testimone

Dal lato destro si avvicinò allo sgabello un ragazzo. Era vestito in maniera piuttosto casual per essere in un’aula di tribunale. Jeans, maglietta dei Guns’N’Roses e un cappello scuro. Fu redarguito dal giudice che gli intimò di togliere almeno il cappello prima di sedersi. Il giovane ubbidì rispettosamente. Si sedette sulla sedia, anche in questo caso Riccardo non riusciva a vedere bene il volto a causa delle poche luci direzionate male. Al cenno del giudice l’avvocato cominciò ad interrogare il teste.

-Le faccio la stessa domanda del precedente testimone. Conosce quell’uomo?

-Certo

-Di cosa lo accusa? Perché si trova qui?

-Quell’uomo ha ucciso i miei amici

Riccardo era esterrefatto per quella dichiarazione. L’imputato cominciava ad assumere i tratti di un vero e proprio mostro. Prima colpevole di furto, ora addirittura di omicidio. E in tutto ciò non cercava neanche di discolparsi.

-Può ripetere l’accusa che sta volgendo?

-Quell’uomo è un assassino, ha ucciso tutti i miei amici. Ho diciassette anni e sono uno studente di un liceo scientifico a Soccavo. Dal primo anno ho trovato una classe stupenda, non conoscevo nessuno eppure siamo diventati tutti amici. Forse perché su una classe di ventinove alunni siamo soltanto sei ragazzi, ma siamo sempre stati inseparabili. Ognuno con il suo carattere diverso dagli altri, ognuno con i propri limiti a scuola, ma con le stesse passioni e la stessa voglia di divertirci e di vivere bene. La fede calcistica non ci accomuna, ma questo non limita il senso di fratellanza che ci unisce. Per noi la domenica era un giorno triste perché non andavamo a scuola e non potevamo vederci, il lunedì invece era una festa. Tante cose da raccontarci e tante risate. La scuola era un pretesto, era la nota negativa che però ci ha fatto incontrare. Con il tempo però abbiamo abbracciato anche quella croce, e siamo anche migliorati tantissimo dandoci una mano l’un l’altro. Nessuna ragazza ci avrebbe diviso, era il nostro patto. Avremmo voluto che quei cinque anni non finissero mai

-Venga al dunque, quando si è verificato l’accaduto?

-Dopo, è successo dopo il liceo. Eravamo sempre in contatto, in ogni momento. Poi all’improvviso lui ha iniziato a fare fuoco verso tutti i miei fratelli. Prima con Peppe, il più grande di noi. Poi con Luigi, Rosario, Raffaele, Salvatore. Ad uno ad uno li ha uccisi, ha mirato verso il loro cuore ed ha sparato. Tutti morti, ora sono rimasto solo. Non ho più amici e senza di loro mi sento perso

Si alzò e si mise ad urlare contro l’imputato con la rabbia che solo un adolescente può avere.

-Li hai uccisi tutti a sangue freddo! Cos’è la vita senza amici! Sono solo ora, che vita è?

Di nuovo tutti presero a parlare all’unisono e di nuovo il giudice richiamò tutti alla calma. Stavolta per Riccardo il motivo sembrava più serio ma aveva l’impressione che stessero parlando di qualcosa che non fosse avvenuto davvero. Non poteva essere una persona così ignobile.

-Silenzio in aula oppure faccio uscire tutti. Avvocato se ha finito può passare all’ultimo testimone

-Certamente signor giudice

L’ultimo testimone prese posto dopo che il ragazzo scese dalla sedia. Questa volta si trattava di un adulto. Aveva un vestito elegante, ma non troppo, non aveva cravatta e Riccardo fece caso alla camicia di sicuro non sartoriale. Era giovane, si sedette sullo sgabello e giurò di dire la verità.

-Conosce l’uomo che sta accusando?

-Sì, signor avvocato

-Può indicarlo?

L’uomo indicò l’imputato mentre gli sguardi del pubblico esprimevano sdegno.

-Di cosa lo accusa?

-Lui mi ha rubato il lavoro e la mia compagna. Le spiego subito cosa è accaduto. Ho studiato economia e commercio all’università Federico II di Napoli. Subito dopo ho trovato lavoro come contabile in una piccola società a Fuorigrotta. La paga non era altissima ma l’ambiente era confortevole. Dal primo giorno ho legato con il mio capo e con la moglie, l’azienda era a carattere familiare. Due persone di una gentilezza immensa. Mi hanno accolto non solo nella loro azienda ma anche nella loro casa. Quando ho perso prematuramente i miei genitori loro si sono offerti di ospitarmi a casa loro per un breve periodo finché non avessi risolto i vari problemi di organizzazione. Gente all’antica signor giudice, gente disposta a sacrificare tutto per il bene altrui. A casa loro conobbi Claudia, aveva da poco finito anche lei gli studi universitari e stava cercando lavoro come biomedico. Fu amore a prima vista e le cose andarono alla grande per i primi anni. Ebbe un’offerta di lavoro per Milano, me ne parlò una sera con le lacrime agli occhi. Ci saremmo separati e sicuramente saremmo stati male ma le feci capire che era la sua vita lavorativa ed era giusto accettare una buona proposta, potevamo farcela. Sapete cosa decise, signor giudice? Rifiutò, lo fece per noi. Disse che non c’era bisogno di allontanarsi, avrebbe aspettato e magari il professore che l’aveva seguita nella tesi avrebbe trovato qualcosa in zona, a Napoli. Certo, lo stipendio non sarebbe stato lo stesso o forse non ci sarebbe stato per parecchio, ma era una soluzione accettabile per mandare avanti un rapporto senza intoppi. Eravamo felici insieme, stava andando tutto per il meglio finché non è intervenuto lui

Il suo sguardo si andò a posare sull’imputato ed emetteva risentimento e rabbia.

-Lui ha parlato con Claudia, le ha detto che io avevo dei dubbi sul nostro rapporto, che era necessaria una pausa di riflessione. Ma non era vero signor giudice, io amavo quella ragazza, era la mia vita. Andò addirittura a parlare con suo padre, gli disse che era meglio interrompere il nostro rapporto lavorativo per il bene di tutti, mio, suo e di Claudia. Ricordo ancora le sue lacrime quando suo padre mi chiede di uscire di casa. Fu l’ultima volta che li vidi e quella che scorgevo nei loro occhi era delusione. Da allora non li ho più risentiti, non so nemmeno che fine abbiano fatto, se stanno bene, se hanno problemi. Nulla

I giurati muovevano la testa in senso di diniego, tutti ricominciarono a scomporsi. Riccardo invece era stufo, stanco di quello che ora sembrava soltanto una recita di un teatro itinerante. Voleva che finisse presto, era l’ultimo dei testimoni a quanto pare quindi ora non c’era che la sentenza. Guardò l’orologio e stranamente notò che segnava lo stesso orario di quando era entrato nell’aula. Nemmeno un minuto in più. Sicuramente era rotto, doveva farlo aggiustare quanto prima.

-Avvocato, se ha finito chiamerei l’imputato

-Certo signor giudice. Faccia pure

-L’imputato è pregato di avvicinarsi

Tutti si girarono nella direzione dell’uomo accusato ma questo non si mosse. Era seduto proprio davanti a Riccardo ma non ebbe nessuna reazione.

-Si avvicini le ho detto

Ancora nessun movimento. Riccardo stava quasi per alzarsi quando vide che l’uomo si girò verso di lui. Rimase impietrito, quell’uomo non aveva volto. Un manichino senza occhi né naso né bocca. Era rivolto verso di lui e questo lo impauriva. Riccardo girò la testa guardando gli altri presenti, cercando nei loro occhi un conforto ma si accorse che tutti lo stavano guardando. Il pubblico, la giuria, l’avvocato, il giudice. Tutti lo osservavano attendendo da lui una risposta.

-Deve avvicinarsi al banco degli imputati, prego

Una ragazza gli si avvicinò e lo prese sottobraccio per portarlo davanti al giudice. Riccardo acconsentì senza volerlo, la paura di contraddire tutti gli spettatori era grande.

-Riconosce queste tre persone che lo accusano?

Davanti a lui si misero in fila i tre accusatori, il bambino, il ragazzo e l’uomo. Stavolta una luce bianca illuminava chiaramente i loro volti ma Riccardo non riusciva proprio a capire chi fossero. Agitò la testa per far intendere che non li aveva mai visti prima.

-Ne è sicuro?

Sentenziò il giudice. Li guardò meglio ma per lui erano sconosciuti.

-Possibile che non riesca a riconoscerli? Ha rimosso così bene la sua memoria passata da rimanere impassibile?

Cominciò a parlare il più piccolo.

-Non mi riconosci Riccardo? Non ricordi la storia di quel bambolotto? Lo chiamavi Dudu. Non ricordi come papà lo odiava? Eppure tu gli volevi bene, dormivate sempre insieme. Anche quando non riuscivi a prendere sonno perché sentivi tuo padre urlare contro tua madre. Lo stringevi forte e gli dicevi che sarebbe finito presto. Non hai mai avuto fratelli, i tuoi ci provavano ma non venivano. E così tuo padre era sempre più arrabbiato e tua madre sempre più triste. Ma Dudu c’era sempre e insieme a lui avevi più sicurezza. Lo avevi nascosto bene ma andavi sempre a prenderlo per abbracciarlo. Ma fino a quando? Non lo ricordi. Solo qualche anno fa quando sei ritornato a Napoli per rivendere casa dei tuoi hai trovato il suo vecchio nascondiglio e cosa hai fatto? Lo hai gettato nell’immondizia senza pensarci. Non ricordavi nemmeno di aver mai avuto un bambolotto. Hai ucciso il bambino che è in te. Quel senso di attaccamento alle cose che ti fa stare bene, il gioco che ti estranea per un po’ dalla vita di tutti i giorni. Sei diventato così adulto da dimenticare di essere mai stato un bambino. Un bambino sensibile

Riccardo sgranò gli occhi. Stava per ricordare quanto era accaduto quando iniziò a parlare il ragazzo.

-Non riconosci neanche me? Non ti ricordi quando hai conosciuto la prima volta i tuoi amici? Eri disteso a terra perché dei bulli ti avevano minacciato di dare loro tutti i tuoi soldi. Tu avevi rifiutato mentre tremavi dalla paura e loro ti avevano spinto a terra con un calcio. Stavano per pestarti quando erano comparsi loro. Eravate superiori in numero quindi se ne andarono ma in realtà sapevate tutti che non eravate capaci di battervi. Avreste perso invece quel giorno avevate vinto, ed era solo il primo giorno di scuola delle superiori. Eravate inseparabili, insieme a loro eri più forte, più sicuro. Nessuno rimaneva indietro, eravate come i moschettieri, uno per tutti e tutti per uno. Poi un giorno sei cambiato. Non hai più risposto alle loro telefonate, non hai mai più avuto voglia di sentirli, magari di ascoltare i loro problemi. Lo sai che Rosario è morto di tumore al fegato sei anni fa? Come puoi saperlo, tu sei troppo indaffarato. Gli altri c’erano però, sono stati sempre vicino a lui da quando lo ha saputo finché non se n’è andato dopo quattro mesi. Hai dimenticato cosa vuol dire avere amici. Conosci tantissime persone, è vero, ma loro non farebbero mai per te qualcosa senza avere nulla in cambio. Ti sei solo circondato di approfittatori, di squali come te. Avere un amico significa sapere di non essere mai solo, sapere che non cadrai mai a terra perché ci sarà sempre una mano che ti prende prima di toccare il terreno

Riccardo stava cominciando a vedere sfocato. Erano le lacrime che senza annunciarsi stavano riempendo i suoi occhi.

-E io? Sai chi sono io? Ricordi Marta e Giovanni? Facesti il tuo primo colloquio con loro. Non andò per niente bene. Eri appena uscito dall’università, ti eri laureato appena due settimane prima. Troppe nozioni teoriche ma nulla di pratica. Ma loro non ti stavano interrogando. Loro ti stavano guardando dentro, stavano scandagliando la tua anima e videro che avevi solo bisogno di un po’ di tempo e di esperienza sul campo. E videro giusto. Ti accolsero tra di loro come il figlio maschio che non avevano mai avuto. Nella loro piccola azienda hai imparato tutto quello che sai, quello che non insegnano ai corsi universitari. E poi Claudia. Era bellissima quando la vedesti la prima volta, ricordi? Dalla porta semichiusa l’avevi vista ripetere la tesi e pensasti a quanto era bella. Bella e intelligente. Per te avrebbe fatto tutto, per te aveva messo da parte un’occasione che non le si è più ripresentata. Poteva andare a Milano, fare carriera, ma questo significava allontanarsi da te e lei non lo voleva. Sai perché? Perché aveva già tutto quello che voleva, aveva te e le bastava. Avresti preso tu in mano le redini dell’azienda di famiglia e insieme sareste stati felici. Ma tu cosa hai fatto? Hai avuto quell’offerta di lavoro a Torino. Le dicesti che era giusto così, che si trattava di un treno che passa una sola volta nella vita. Iniziasti a dire che volevi viaggiare, fare esperienze fuori, che quella piccola azienda dove lavoravi era troppo stretta per te. Li salutasti freddamente, stringendo la mano a Giovanni come se fosse un estraneo. Dimmi un po’, hai mai trovato nella tua carriera lavorativa qualcuno che ti abbia mai considerato un figlio come faceva lui? Che ti abbia mai guardato negli occhi per dirti di essere fiero di te. Sicuramente no, ma forse tu non ne hai bisogno

Riccardo li aveva tutti e tre davanti agli occhi e finalmente riconosceva sui loro volti il suo viso da bambino, da adolescente e da adulto. Guardò in direzione della giuria e riconobbe tante facce che si erano perse nel tempo. I suoi amici di gioventù, i suoi zii, le sue maestre, i suoi genitori. Erano tutti lì per giudicarlo o soltanto per punirlo? Aveva tante cose da dire, avrebbe potuto discolparsi, dire che era cresciuto ed era cambiato ma disse una sola parola. Una parola che gli veniva da un cuore forse non era più circondato da una corazza di ghiaccio.

-Scusate. Scusate tutti

A quel punto il giudice tuonò nel silenzio dell’aula.

-Il verdetto è stato emesso! Io ti dichiaro…

Il martelletto si abbassò violentemente sulla base in legno provocando un rumore sordo e forte. Subito dopo il buio.

Riccardo aprì gli occhi. Non era sicuro dove si trovasse e d’istinto guardò l’orologio. Erano le 21:30. si guardò intorno e si accorse di trovarsi nella sala d’imbarco per il suo volo verso Napoli. Era seduto ed aveva il notebook acceso sulle sue gambe, davanti a lui la posta elettronica non segnalava la presenza di nuovi messaggi. Si era forse addormentato mentre controllava le mail?

-Gabriele, vieni subito qui. Non disturbare il signore che sta lavorando. Mi scusi, sa, è ancora piccolo

Riccardo si accorse proprio in quel momento che accanto a lui c’era un bambino curioso. Stava osservando il monitor forse attirato dal colore delle icone. Lo guardò e il bambino sorrise, era il suo modo di chiedere scusa per una marachella. Riccardo ricambiò il sorriso.

-Non si preoccupi, forse è solo curioso. Magari durante il viaggio insieme al tuo papà ti faccio vedere un programma carino

Il bambino guardò il padre in cerca di approvazione. Questo gli ricambiò lo sguardo con un cenno di assenso.

-Solo se non è un disturbo. Gabriele è un bambino davvero troppo curioso e qualcuno può essere infastidito dai suoi modi

-Nessun problema

Gli venne voglia di scambiare due chiacchiere. Non lo aveva mai fatto nei suoi viaggi di lavoro.

-Come mai in volo per Napoli?

-Siamo di Napoli ma abitiamo a Monza. Stiamo prendendo l’aereo per ritornare un po’ dalle nostre parti e salutare i nonni. Abbiamo prenotato il volo in ritardo e ci tocca viaggiare di notte. Lei invece? E’ qui per lavoro?

-Lavoro, sì. Sempre al lavoro

Riccardo disse quest’ultima frase quasi come se stesse parlando una condanna inflittagli da qualcuno. Lavoro, poi? Cosa gli rimaneva durante tutti i giorni?

-Mi scusi, devo fare una cosa urgente. Posso lasciare qui la borsa?

-Certo. Gabriele gliela terrà d’occhio, vero Gabriele?

Il bambino si mise seduto tutto orgoglioso di quel compito importante. Riccardo si alzò e camminò verso i bagni. Stava per entrare quando il ricordo del sogno che aveva fatto lo fece fermare in tempo. Si allontanò dai bagni e prese il cellulare. Era ancora presto per l’imbarco così si mise a cercare online l’elenco telefonico di Napoli. Dopo un paio di click si fece coraggio e compose il numero. Dall’altra parte del telefono sentì una voce che somigliava tanto ad una che conosceva. Una voce amica.

-Pronto Giuseppe?… We Peppe sono io, Riccardo… Sì, bene, grazie. Tu come stai?… Scusa l’orario spero di non disturbare. Anzi, scusa il ritardo. So che questa chiamata dovevo farla una decina di anni fa…. Niente volevo solo parlare. Ho davvero tanto bisogno di parlare con qualcuno dopo tanto tempo…

8 Ottobre 1944

C’era silenzio quel pomeriggio, un silenzio a cui Giovanni non era ancora abituato. Nella sua testa c’era ancora il frastuono delle bombe che fino a qualche mese prima aveva visto scoppiare davanti a lui. Quelle bombe che lo avevano allontanato dalla sua famiglia per troppo tempo. Ed ora dopo più di un anno era ritornato. Pochi metri lo separavano dai suoi affetti ma quei passi erano i più difficili da percorrere. Dalla stanza chiusa arrivavano dei deboli lamenti, riusciva a riconoscere la voce di sua sorella Maria. Era dentro quella stanza e probabilmente quel giorno avrebbe dato alla luce un bambino.

Giovanni rimase fermo, immobile per chissà quanto tempo. Minuti che sembravano ore. Non avrebbe mai immaginato che dopo tutto quel tempo qualcosa lo avrebbe bloccato. Stava fumando la sua sigaretta, l’ultima che aveva con sé. Guardava il fumo che saliva lentamente e non poteva evitare di pensare ancora una volta a quei giorni di un anno prima. Giorni in cui l’aria era piena di fumo e polvere. Entravano nelle narici e facevano tossire chiunque, entravano nelle abitazioni, o quello che rimaneva, e rimanevano attaccati a ogni oggetto. I bombardamenti misero in ginocchio una città intera. Napoli era diventata il campo di battaglia di entrambe le fazioni, prima gli americani e poi i tedeschi. Ogni giorno la morte alata volava sopra la città a mietere vittime. Con il tempo anche il volto della città cambiava. I palazzi, le chiese, i monumenti che fino a poco prima erano l’emblema dello splendore di Napoli, cadevano e lasciavano spazio a luoghi irriconoscibili, aridi. La terra veniva innaffiata con il sangue delle povere vittime di un conflitto più grande di loro.

Fu proprio in uno di quei raid che Giovanni vide per l’ultima volta la sua famiglia. Stavano passeggiando insieme, lui, sua sorella più piccola e i suoi genitori. Due aerei tedeschi sorvolavano Corso Garibaldi. Il primo sganciò un ordigno a pochi metri da loro. La detonazione fu tale che vennero sbalzati in aria. Subito dopo il secondo aereo volò a bassa quota mitragliando i superstiti. Giovanni aveva ricordi confusi di quei momenti. Cercava di guardare intorno alla ricerca dei suoi cari ma Il fumo gli oscurava la visibilità. Voleva alzarsi e correre ma una grande ferita alla gamba glielo impediva. Ricordava solo di aver chiuso gli occhi per un istante, poi ricordava di trovarsi in un altro posto. Attorno a lui c’erano altre persone, tutte gravemente ferite dall’attacco aereo. Nelle sue orecchie arrivavano lamenti e urla di dolore disumane. Cercava di domandare dove si trovasse in quel momento, dove fosse la sua famiglia.

Nessuno gli rispose finché non si avvicinò a lui un dottore. Nonostante la giovane età era freddo come il ghiaccio, il suo sguardo non mostrava alcuna emozione mente si muoveva impassibile in quell’inferno. Si avvicinò a Giovanni e gli spiegò che si trovavano in uno dei rifugi temporanei che erano stati allestiti per curare i feriti. Giovanni gli disse il proprio nome e cognome, chiese dove fossero i suoi parenti ma il giovane medico non aveva tempo da perdere a cercare i dispersi. Era lì per curare i malati, tutti. La ferita alla gamba del ragazzo era grave e doveva disinfettarla e curarla al meglio. Quella notte e le successive, infatti, Giovanni ebbe una forte febbre causata proprio dall’infezione alla ferita. Ormai non sapeva più quanti giorni erano passati, gli sembrava di essere lì da mesi.

Ogni giorno vedeva qualche nuovo paziente e ogni giorno vedeva qualcuno andarsene tra urla strazianti. Era proprio come aveva sempre immaginato l’inferno e la lontananza da sua sorella e dai suoi genitori non faceva che aggravare la situazione. La gamba intanto peggiorava. Sembrava che il lavoro dei dottori e le preghiere delle suore non riuscissero a curarla a dovere. Il dolore non diminuiva e divenne il suo unico amico in quei giorni senza fine. Intanto guardava ripetutamente la porta dell’infermeria sperando che da un momento all’altro potesse scrutare un volto conosciuto.

Ma non accadde.

Ma un giorno riuscì a compiere un passo avanti. Sembrava aver perso ogni speranza quando con un’incredibile forza di volontà riuscì a camminare per un metro appoggiandosi al braccio di un’infermiera. Piangeva di gioia quando ci riuscì. Era la sua piccola vittoria anche se era ben lontano dal poter uscire da solo da quell’incubo.

Passarono altri mesi e finalmente poté dire addio a quel luogo così pieno di sofferenza. Uscì e si mise subito alla ricerca dei suoi cari. Non fu un’impresa facile. Prima ritornò a casa ma non c’era nessuno. Chiese ai vicini, dissero che non era rimasto più nessuno dal giorno del bombardamento. Quel giorno i suoi genitori erano morti dal fuoco delle mitragliatrici del secondo raid, lui era stato dato per disperso e sua sorella Maria aveva raggiunto alcuni parenti nella zona di Materdei. Queste erano le uniche informazioni che aveva avuto, doveva trovare sua sorella in uno dei quartieri più affollati di una città che agli occhi di Giovanni aveva cambiato volto.

Non solo i palazzi che ricordava non c’erano più, anche le persone erano diverse. In tanti avevano lasciato le proprie abitazioni per allontanarsi da quello che era a tutti gli effetti un campo di battaglia aperto. Chi poteva, aveva deciso di lasciare Napoli per trasferirsi altrove e scongiurare i rischi di altri bombardamenti. Inoltre per strada c’erano loro, gli americani. Era riconoscibili nelle loro divise, circondati dal popolo che li osannava ad eroi. Distribuivano cioccolata ai bambini e sigarette agli adulti. Sorridevano e incutevano sicurezza alla gente, ai napoletani bastava quello. Chissà se avevano già capito che si trattava solo dell’ennesimo padrone che si stava insinuando nelle membra della città.

Giovanni si recò a Materdei continuando la sua ricerca. Dopo qualche giorno riuscì a reperire qualche informazione in più. C’era chi parlava di una certa ragazza di nome Maria che abitava lì e che aspettava un bambino. Giovanni dapprima rifiutò l’idea che fosse proprio sua sorella. Erano passato un anno da quando non la vedeva ma non immaginava che in quel poco tempo avesse trovato un marito e stesse per mettere su famiglia, ma erano troppi i dettagli che coincidevano

Come no, Maria, la ragazza che è venuta qui dopo i bombardamenti

Quella incinta? Abita più avanti, sulla destra

Povera ragazza, ora deve crescere da sola quel bambino

Poverina, ha perso i genitori e il fratello in uno dei bombardamenti

Chi’ Maria? Se lo merita, la prossima volta impara a frequentare quei maledetti soldati americani

Sapete come funziona, no? Quelli sono venuti qui, hanno di tutto nel loro paese

Quello che vogliono se lo prendono

Non è il primo caso, guardate. C’è pure quella canzone che lo racconta. Chill o’ fatt è nir nir

Giovanni era stordito dalle frasi che ascoltava. Più domandava in giro e più il cerchio cominciava a stringersi intorno alla ragazza incinta. Che fosse proprio lei sua sorella. Si recò subito fuori all’abitazione che gli indicarono. Un piccolo gruppo di curiosi si radunò a poca distanza da lui mentre osservava la porta d’ingresso e sentiva i lamenti di quella voce inconfondibile.

Era lei, ma non trovava ancora la forza di entrare ed abbracciare la sua amata Maria.

Quando finì la sua sigaretta si decise. La gettò a terra, la spense con il tacco della scarpa ed entrò.

La ragazza era distesa nel letto e si contorceva dal dolore, ma con quanta forza aveva cercava di non mostrare debolezza. Accanto a lei c’era una signora anziana che le passava un panno bagnato sulla fronte e le ripeteva parole dolci. Giovanni guardò la scena, dapprima come un estraneo, la mente rifiutava ancora di credere che quella fosse sua sorella. Poi nel vedere quanta forza avesse, quanto dolore stesse sopportando quasi in silenzio, qualcosa fece breccia nella corazza che si era formata nel suo cuore. Subito si gettò in ginocchio vicino al letto, abbracciò Maria e scoppiò a piangere. Quando lei lo vide si lasciò andare, pianse anche lei mentre teneva testa ai dolori delle contrazioni.

-Maria sono Giovanni. Sono vivo. Quanto tempo ho passato pensando a te

-Giovanni! Fratello mio. Ti credevamo morto, ci avevano detto che eri morto

-Non ti preoccupare, ora sono qui. Sono qui per te. Ho passato giorni d’inferno ma ora ti ho trovata

Rimasero incollati a piangere finché l’anziana signora non li staccò. Con delicatezza spiegò a Giovanni che Maria era in travaglio e di lì a poco avrebbe messo al mondo una nuova vita. Il ragazzo capì e ritornò fuori. Si mise in un angolo a pregare che tutto andasse bene, mentre cercava di non sentire i lamenti della sorella.

Poi, finalmente, il silenzio. L’anziana signora uscì dalla casa e chiamò Giovanni dicendogli di entrare. Lui corse da sua sorella. Finalmente era sorridente e teneva fra le braccia il piccolo completamente fasciato da un lenzuolo bianco. Giovanni la vide e si commosse, lei ricambiò il sorriso. Si avvicinò al letto e per la prima volta affrontò l’argomento con lei.

-Ho sentito delle cose in giro, quando ho domandato di te per trovarti

-Posso solo immaginare quante ne avrai sentite

-Se vuoi puoi raccontarmi cosa è successo

-Non è il momento adesso. Sappi solo che questo bambino è un figlio del Signore ed ha bisogno del nostro amore

-Sono stati loro, vero? Gli americani?

-Quello che hai sentito in giro è vero in parte. Quando sono rimasta sola sono venuta qui dagli zii e se non fosse stato per loro non sarei ancora viva. La città però è cambiata da quel giorno. I tedeschi ormai non si fanno più vivi e qui ci sono altri soldati che ci proteggono. Non credere a quello che dicono in giro. Sono persone come tutti, ci sono gli americani buoni e quelli cattivi

-Tu con quale dei due tipi hai avuto a che fare?

-Te ne parlerò a tempo debito. Sappi solo che James era un brav’uomo. Uno di quelli che neanche sapeva in che razza di inferno lo avrebbero fatto combattere. Ora però dobbiamo fare una cosa più importante

-Dimmi Maria, tutto quello che posso

-Dobbiamo andare via di qui. Dobbiamo andare in un altro posto prima che sia troppo tardi

-Cosa Intendi dire?

-Ti prego, fidati di me. Dobbiamo andare nel monastero di Santa Chiara. Non fare domande, ti prego

Giovanni si fidò di sua sorella. Quello sguardo così deciso, pieno di una forza che non ricordava che lei avesse, fece effetto. Si avvicinò a lei per prendere il piccolo ed aiutarla ma lei rifiutò l’aiuto. Si alzò e si preparò senza staccarsi da quella piccola creatura ancora totalmente coperta.

Uscirono dalla casa e video una piccola folla ad attenderli. Erano solo curiosi, persone che non avevano nulla di meglio da fare che stare lì ad aspettare il bambino. Volevano vedere com’era fatto il frutto del peccato, il mix di due colori diversi. Giovanni vedeva le loro facce ed era disgustato. Non era difficile leggere tra le righe, sentire i pensieri nascosti dietro i sorrisetti irriverenti e gli occhi spalancati. Maria stringeva a sé il piccolo senza lasciar trapelare neanche un piccolo lembo di pelle. Il fratello camminò verso la folla aprendosi un varco, in maniera rabbiosa agitava le mani invitandoli a spostarsi per lasciarli passare.

Percorsero qualche isolato, una buona parte della folla si era diradata. Ormai avevano capito che non avrebbero assistito a nessuno spettacolo interessante. Solo qualche ragazzino indisponente si accodava al piccolo corteo emettendo ogni tanto una risata sonora. Giovanni riuscì a liberarsene dopo qualche minaccia e qualche sasso lanciato verso di loro. Finalmente erano di nuovo soli, Maria si appoggiò al braccio del fratello durante il cammino, poi stremata dovette fermarsi e sedersi su una panchina.

-Perché non ti lasci aiutare da me? Sei stanca, hai partorito solo poco fa ma non vuoi passarmi il bambino

-So cosa stai pensando, Giovanni. Ma ti ho chiesto di fidarti di me senza condizioni. Riprendo fiato e riprendiamo il cammino

-Ma come faccio a fidarmi di te e fare finta di nulla? Voglio solo aiutarti!

Giovanni si rese conto troppo tardi che stava alzando la voce attirando la curiosità dei presenti. Era su tutte le furie perché voleva dare una mano a sua sorella. Lei, che fino a qualche ora prima era solo un pensiero in testa, lei che da qualche ora era ai suoi occhi una persona del tutto diversa da come la ricordava. Si avvicinò silenziosamente una figura, con voce decisa fece una domanda al ragazzo.

-Tutto bene qui? Problemi?

I due si girarono e lo videro. Era un soldato dell’esercito americano. Era stato attirato dal piccolo alterco e dalla presenza di un bambino piccolo. Giovanni non rispose, il soldato si rivolse direttamente a Maria in un italiano dal forte accento americano.

-Signora, tutto bene? La sta importunando?

-No, grazie mille

-Scusi, stavamo discutendo ad alta voce. Siamo fratelli, non stavamo…

-Non sto parlando con lei ma con la signora. Signora, è suo fratello quest’uomo?

-Sì. Non ci sono problemi, stavamo andando a fare delle commissioni

-Ok, perfetto. Permettetemi però di accompagnarvi e scortarvi

I due fratelli si guardarono preoccupati. Il soldato insisteva a stare con loro, non potevano rifiutare l’aiuto del militare, avrebbero attirato troppo l’attenzione. Senza dire una parola si rimisero in cammino mentre il soldato li seguiva alle spalle. Cercavano di scambiarsi sguardi di intesa senza dare nell’occhio ma l’americano rimaneva accanto a loro, sempre più incuriosito da quello strano trio.

-Quanto ha?

-Scusi?

-Il bambino, quanto ha?

-E’ nato qualche giorno fa

-Maschio o femmina?

Stranamente ci fu qualche secondo di silenzio. Maria divenne rossa, per fortuna suo fratello le venne in aiuto.

-Maschio. Un bel maschietto

-Ah good! Un maschio! Magari sarà un futuro soldato dell’Italia!

L’americano rideva sonoramente mentre i due fratelli erano sempre più seri. Intanto La luce diminuiva sempre di più stava per tramontare mentre loro ancora camminavano in direzione del monastero di Santa Chiara seguiti dalla loro guardia personale.

Ad un certo punto il militare gli ordinò di girare in un viale ma Maria insisteva che quella non era la strada corretta.

-Girate lì, facciamo prima

-Ma no, quella strada porta da un’altra parte. Noi dobbiamo proseguire dritto

-Girate lì

Il volto fino ad allora sorridente del soldato divenne di colpo serio e istintivamente la mano si abbassò verso la fondina toccando la pistola. Maria strinse più forte il bambino mentre Giovanni guardò con aria di sfida l’americano. Entrambi si resero conto della gravità della situazione ed entrarono nel viale buio. A metà strada la voce del soldato li fermò.

-Fermi ora. Giratevi e guardatemi bene

I due fecero come gli era stato ordinato.

-C’è qualcosa che non torna. Voi due siete strani, nascondete qualcosa. Ditemi chi siete

-Lo abbiamo già detto. Siamo due fratelli e stiamo andando verso il monastero

-A fare cosa? E perché quel bambino è interamente coperto da quando vi ho visti? E soprattutto, perché lei ha quello?

Alzò la mano e indicò un punto sulla veste di Maria. Giovanni guardò nella direzione indicata e vide un particolare che non aveva ancora notato fino a quel momento. Sulla gonna di colore scuro della donna c’era cucita una piccola toppa con l’immagine di un bufalo di profilo. Non capì di cosa si trattasse finché non fu l’americano a parlare di nuovo.

-Quello è lo stemma della 92a divisione di fanteria! Come è possibile che tu ce l’abbia? Confessa! Hai ucciso un soldato americano e l’hai rubato?

Giovanni in quel momento capì. Probabilmente quello stemma apparteneva a James, l’uomo di cui gli aveva parlato Maria. Il padre del bambino che lei aveva in braccio. Quello stesso collegamento logico a cui stava pensando doveva essere arrivato alla mente del soldato americano che in quel momento stava estraendo la pistola dalla fondina.

-Ho capito! Quel bambino è il figlio di uno dei nostri soldati, una della 92a. E tu lo hai ucciso! Magari ora stai portando il bambino lontano per abbandonarlo o ucciderlo! Fammelo vedere! Fammi vedere il bambino o vi uccido!

Maria tremava dalla paura ma continuava a stringere sempre più forte il piccolo corpicino della creatura che aveva in braccio. L’americano si avvicinò di scatto e con forza lo strattonò dalle mani della madre. Lo prese in braccio e lo scoprì dal lenzuolo bianco. Appena lo vide sgranò gli occhi dallo stupore. Aprì la bocca, stava per dire qualcosa quando il rumore di uno sparo echeggiò nel viale deserto.

Da quella stessa bocca scese un rivolo di sangue rosso scuro. Prima che potesse cadere a terra, Giovanni prese il piccolo dalle sue mani, lo guardò e lo coprì nuovamente con il lenzuolo. Gettò l’arma con cui aveva sparato al soldato a terra. L’aveva comprata illegalmente qualche giorno prima per una ragione ben diversa. Quando aveva sentito parlare di sua sorella “offesa nell’onore” da uno straniero aveva pensato di farsi giustizia da solo. Aveva pensato di usare quella pistola contro l’uomo che aveva disonorato Maria, o forse l’avrebbe usata contro di lei. Ora però era tutto diverso, i pregiudizi che gli avevano assillato la mente sembravano essere spariti.

Si avvicinò a sua sorella, lei protese le braccia per riprendere suo figlio.

-Senti, Maria. Quel bambino…

-Non c’è tempo per le domande. Dobbiamo andare

Si voltarono e proseguirono per l’ultimo tratto del loro percorso. Ormai mancava poco alla basilica ed il buio era sceso sulla città. C’era solo silenzio, nessuno a quell’ora era in strada.

Quando Giovanni vide lo stato in cui riversava la basilica rimase allibito. Quella che un tempo era la grande chiesa in cui con i suoi genitori andava a pregare era ridotta ad un cumulo di pietre e polvere. Soltanto le pareti erano state risparmiate, del tetto non rimaneva più nulla. Dal grande varco in alto si riuscivano a vedere le stelle brillanti di un cielo senza nuvole.

-Sediamoci qui e aspettiamo

-Aspettiamo cosa?

-E’ difficile da spiegare. E’ più facile se stiamo qui e aspettiamo

-Come fai a sapere che questo è il posto giusto?

-Me l’ha detto lui. Lui mi ha guidato qui

-Intendi quel…

-Bambino. E’ un bambino, Giovanni. Ed è mio figlio

I due rimasero in silenzio, Giovanni aveva capito che era impossibile carpire altre informazioni da sua sorella. L’attesa non durò molto, dopo qualche minuto sentirono le pietre muoversi sotto i loro piedi. Giovanni si alzò di colpo, pensò si trattasse di un terremoto. La mano di Maria lo accarezzò, gli sorrise e senza dire parole gli fece capire che non c’era nulla di cui aver paura.

All’improvviso una luce blu li illuminò dall’alto. Il ragazzo provò a stringere gli occhi e coprirsi con una mano per cercare di capire di cosa si trattasse. La luce però era troppo forte e puntava dritta a loro. Sentì un forte rumore, qualcosa di grande si stava avvicinando a loro. Pensò si trattasse di un carro armato, di un aereo, non avrebbe mai immaginato cosa fosse realmente. Dal fascio di luce si aprì uno spiraglio, qualcuno proiettava la propria ombra cosicché Giovanni poté guardare finalmente la scena.

Era più alto di un normale essere umano, ne aveva la forma anche se più allungata. Aveva linee antropomorfe ma era chiaro a quel punto che non era terrestre. La pelle era di color verde e il volto aveva una forma ovale. Gli occhi erano grandi, non aveva naso e una piccola bocca formava un impercettibile sorriso. Giovanni rimase senza parole, guardava quell’essere che camminava fiero e sicuro verso Maria. Avrebbe voluto fare qualcosa, non essere solo uno spettatore immobile ma qualcosa lo tratteneva. Non sapeva se era più la paura o la fiducia che riponeva in sua sorella e in quell’alieno.

L’essere si avvicinò a Maria e si inginocchiò. La guardò negli occhi e con dolcezza le sorrise e tese le braccia. Maria sorrise anch’ella, Giovanni si rese conto che per la prima volta dopo tanto tempo aveva visto il sorriso sul volto di sua sorella. La donna prese il piccolo e gli tolse il lenzuolo bianco. Lo mostrò all’altro, al suo vero padre. Questo lo prese con delicatezza e lo alzò per guardarlo meglio alla luce proiettata dalla sua astronave. Lo tenne in braccio, più stretto, mentre con una mano accarezzava il volto di Maria. Poi si girò e ritornò verso il suo mezzo di trasporto. Tutto questo davanti agli occhi di Giovanni che osservava la scena immobile.

L’astronave partì senza emettere nessun rumore, il pavimento ritornò a tremare mentre si alzava in volo e spariva dalla vista dei presenti andando incontro al cielo stellato.

Ci volle qualche minuto prima che la scena si sbloccasse, prima che uno dei due si muovesse e cominciasse a parlare. Giovanni non sapeva da dove iniziare. Chi era quell’essere? Perché sua sorella non aveva paura? Lo conosceva già? C’era qualche connessione tra loro? Si accovacciò a terra guardando sua sorella, lei capì i suoi dubbi e cominciò a parlare.

-Immagino come tu ti senta, anche io la prima volta che l’ho visto ero così come te. E’ successo mesi fa, ero con James quando è successo. Non pensare male. James è stato sempre un signore, non ha mai approfittato di me. Era gentile, parlavamo spesso. Passavamo molto tempo insieme, mi portava a ballare nel suo accampamento, mi parlava della sua terra, dell’America. Io gli insegnavo la nostra lingua. Eravamo innamorati? Certo, malgrado le malelingue della gente io amavo James, e lo amo ancora. Eravamo in un prato sulla collina del Vomero quando vedemmo una luce venire verso di noi. Era un’astronave, scese uno di loro a parlare con noi. Quello che hai visto anche tu stasera. James tirò fuori la sua pistola e la puntò sull’alieno. Lui ci parlò attraverso le nostre menti. E’ difficile da spiegare, non sentimmo la sua voce, non conoscono la nostra lingua. Vedevamo delle immagini e dei suoni e capivamo cosa voleva comunicarci. Erano qui sul nostro pianeta per portare avanti i loro studi sulla nostra razza, ci conoscono da molto tempo. Avevano bisogno di una donna che partorisse un ibrido della loro specie. Non lo ordinarono, lo chiesero. Io e James capimmo il loro intento, non erano cattivi, volevano solo capire meglio il nostro mondo. Io mi offrii volontaria, James all’inizio non era d’accordo ma nelle nostre teste “vedemmo” quello che vedevano loro. Il loro progetto di futuro con noi. Decidemmo allora di farlo, la gente avrebbe detto che era figlio suo, saremmo sopravvissuti agli sguardi cattivi delle persone, all’ignoranza. Dopo soli due mesi però, quando la pancia iniziava a vedersi più grande, fu chiamato dal suo superiore. Gli venne assegnato un nuovo compito, lontano da Napoli. E’ stato difficile affrontare la cosa da sola, con lui era tutto diverso. Intanto il mio ventre cresceva e anche il bambino che era dentro. Sono esseri dotati di grande intelligenza e sono collegati tra loro. Ogni giorno sentivo la sua voce dentro di me, mi parlava, mi tranquillizzava. Mi diceva dove avremmo incontrato il suo vero padre, qui, oggi. Nessuno doveva sapere nulla, chissà cosa gli avrebbero fatto se qualcuno lo avesse visto

-Quindi tu sapevi? Sapevi fin dall’inizio come sarebbe andata? Avresti dato alla luce tuo figlio per poi perderlo subito dopo?

-Non da subito. Come io sentivo lui anche lui sentiva me. Avvertiva le mie paure, la mia sofferenza, l’amore travagliato con James. Loro hanno percepito tutto questo ed hanno pensato che sarebbe stato meglio attendere ancora. Avrebbero riportato il bambino sul loro pianeta e sarebbero ritornati sulla Terra in un’altra epoca, magari in un futuro in cui gli esseri umani si ameranno anche tra razze diverse, senza pregiudizi e senza paure

-E ora? Che faremo ora? Quel soldato, abbiamo ucciso un uomo per proteggere una creatura che ora non è più con noi

-Dobbiamo fuggire, Giovanni. Ricevo lettere ogni giorno da James, ora è nel centro Italia. Lo raggiungeremo e con lui ce ne andremo di qui. Andremo con lui in America, lontano da questa lunga guerra che non vuole finire. Cominceremo una nuova vita, non so come ma lo faremo. E stavolta insieme

Giovanni guardò negli occhi Maria. Ormai gli occhi della ragazzina che conosceva non c’erano più, avevano lasciato il posto agli occhi maturi e decisi di una donna. Una donna che aveva sopportato un peso enorme, subito le conseguenze di una scelta più grande di lei. Lui ora si fidava di quella donna. Fece un cenno di approvazione con la testa, poi si gettò tra le sue braccia e la strinse forte a sé.

1 Ottobre 1997

Gli avvenimenti del giorno precedente aveva scosso i ragazzi non poco. Fausto, Marco, Luigi e soprattutto Sara. Quattro adolescenti che fino a qualche giorno prima avevano una vita diversa. Le strade di tre di loro si erano già incrociate da qualche anno ma per l’ultimo arrivato, Fausto, la vita stava prendendo una piega diversa dal solito. In poco tempo troppi cambiamenti, il trasferimento a Ponticelli, la nuova classe, i nuovi professori, e poi quell’avvenimento. Solo un giorno prima. Tutto iniziato per caso, nei bagni di quel liceo che era così ostile.

La notte precedente i quattro erano andati oltre. Si erano spinti più in là del solito. Per Fausto era stata una notte indimenticabile sotto ogni punto di vista. La ragazza per cui provava qualcosa si era dimostrata capace di manipolare la realtà dei sogni, entrare nelle fantasie delle persone e fare in modo che anche i suoi amici potessero farlo. Marco e Luigi sapevano quel suo segreto e già da tempo erano invitati dalla ragazza per organizzare dei veri e propri party serali nella dimensione onirica. L’ultima volta però avevano erano entrati troppo all’interno dell’incubo di qualcun altro. Il loro vecchio e scorbutico professore di latino aveva rivissuto la sua personale tragedia familiare. Così come lui, anche i ragazzi avevano provato le sue stesse sensazioni, i suoi stessi dolori. Avevano capito a caro prezzo che nessuno mostra il suo vero volto, ognuno porta una maschera per nascondere le sue vere paure. E quella del professor Aspide era una maschera da duro che nascondeva un’anima fragile.

La mattina seguente i quattro si svegliarono e fecero colazione insieme ai genitori di Sara. Erano di poche parole, anche gli adulti se ne accorsero ma evitarono di fare domande. Si prepararono ed insieme si recarono a scuola. Quel giorno alla prima ora avevano proprio latino. Quando il professore entrò tutti si alzarono. Tanti soldatini sull’attenti, ma i quattro evitarono di incrociare il suo sguardo. Iniziò l’appello, poi le interrogazioni. Uno dei prescelti di quel giorno era proprio Luigi. Il ragazzo si alzò e si avvicinò alla lavagna.

Erano domande abbastanza facili, in pratica il programma dell’anno precedente. Declinazioni, storia del De bello gallico, Cicerone, ma Luigi fece scena muta. Il classico vuoto di memoria, accelerato dall’esperienza ancora viva di quell’incubo nella sua testa. Il professor Aspide andò su tutte le furie. Cominciò ad urlare ed inveire contro l’alunno che subiva la paternale senza reagire. Tutti si aspettavano almeno una reazione ma Luigi sapeva bene perché quel mattino il maestro era di cattivo umore e non se la sentì di dire nulla. Riprese posto accennando uno “scusa” a bassa voce.

Quando la campanella segnò la fine della prima ora il professore abbandonò l’aula. I ragazzi ripresero fiato, quell’ora era stata la più pesante che ricordassero. Fausto si stropicciò gli occhi, quando li riaprì vide che un suo compagno di classe lo stava fissando. Non distoglieva lo sguardo anche dopo essere stato scoperto. Fausto gli si avvicinò chiedendogli spiegazioni

-Niente di che. E’ per un sogno di stanotte, e se i sogni si raccontano prima di mezzogiorno poi si avverano

Quella frase così criptica lo fece allertare. Quella parola, sogno, quando la sentì pronunciare ebbe la pelle d’oca. Perché proprio quella frase? Chi era quel ragazzo dal volto così sicuro di sé? Solo in quel momento notò che a differenza di tutti gli altri che facevano parte di un gruppo, lui era sempre in disparte. Fausto era sovrappensiero quando Sara gli si avvicinò.

-Tutto bene? Come stai?

Fausto si girò e vide la sua amica, questa volta il sorriso che tanto amava non c’era e lasciava spazio ad un’espressione triste.

-Sì, abbastanza. Tu?

-Per niente. Di solito sono la prima ad andare contro i prof che maltrattano gli studenti. Ma prima…

-Hai ragione. Ora è tutto diverso

Si avvicinarono anche Marco e Luigi abbracciando la ragazza teneramente.

-Passerà. Forse…

-Diamoci tempo, ragazzi. E’ successo solo ieri. Tu, intanto, ti ho visto che parlavi con Franti

-Franti?

-Sì. Insomma, Longo. Tutti lo chiamano Franti, come quel ragazzo del libro Cuore. Ricordi, quello cattivo che viene anche espulso, mi sembra

-Ah, sì. Mi stava fissando di continuo e sono andato a domandargli il perché

-Hai avuto coraggio. E’ un tipo strano. Sempre schivo, a me fa veramente paura

-Comunque ha evitato la risposta, ha solo detto che riguarda un sogno che ha fatto ieri

Sara sgranò gli occhi guardando Fausto che stava finendo la frase.

-Sogno? Ti ha detto solo quello? Non ti ha detto altro?

-No, solo quello

Si girarono all’unisono in direzione del banco di Longo ma era vuoto. Guardarono in giro ma non lo trovarono, intanto entrò l’insegnante di Italiano e tutti presero posto. Longo rientrò in aula qualche minuto dopo. I quattro ragazzi rimasero distratti tutto il mattino guardando lo strano compagno di classe. Nulla di sospetto ma continuavano a pensare a quelle parole.

Al termine della giornata scolastica rimasero con quell’atroce dubbio. Parlargli o lasciar stare? Rischiare di stuzzicare la curiosità di un “estraneo” al gruppo oppure soprassedere e rischiare di non correre ai ripari? Decisero per la seconda ma non fu la scelta più facile.

Per il resto della settimana i quattro rimasero sempre uniti, riuscirono a ritagliarsi dei momenti in cui stare insieme appartati e parlare del loro segreto. Si diedero appuntamento di nuovo per una notte a casa di Sara, esattamente una settimana dopo l’ultima volta. Sarebbe stata una serata tranquilla, però, tutti erano chiari. Per Fausto non fu difficile convincere i genitori. Da quando il loro figlio stava frequentando i suoi nuovi amici sembrava rinato. Andava a scuola con maggiore voglia ed anche a casa era ritornato un sorriso che non vedevano da tempo.

I ragazzi si diedero appuntamento come al solito alle 19 all’ingresso del Parco Vesuvio. Portarono gli zaini a casa di Sara e poi passeggiarono all’interno del parco. L’aria di un’estate non molto lontana li accompagnava mentre chiacchieravano all’ombra degli alti alberi. Nessuno di loro poteva sapere che da dietro ad una finestra due occhi li stavano osservando.

La cena fu divertente come la volta precedente, subito dopo i ragazzi fecero di tutto per andare a letto il prima possibile. Ognuno nel proprio letto sperava di addormentarsi presto e godere del tempo quasi infinito nei loro sogni.

Ancora una volta fu Fausto l’ultimo ad essere svegliato da Sara. Gli altri erano già pronti e vestiti. In quell’occasione anche Fausto riuscì come gli altri a materializzare degli abiti diversi ed in poco tempo i ragazzi erano all’esterno del parco. Passeggiarono fino ad arrivare ad un piccolo spiazzo pubblico.

-Che facciamo adesso?

-Io un’idea ce l’avrei

Sara si concentrò a lungo, gli altri attendevano in silenzio. Lentamente intorno a loro si materializzarono delle pareti, da queste venivano proiettate delle luci colorate. I ragazzi rimasero a bocca aperta quando si resero conto davanti agli occhi prendeva vita una sala giochi.

Videogiochi, bowling, calcio balilla, un’intera sala giochi tutta a loro disposizione. Quando Sara ebbe finito si inginocchiò, aveva sprecato parecchia energia per quell’opera. Gli altri la aiutarono ad alzarsi preoccupati.

-State tranquilli ragazzi. E’ già successo altre volte, devo solo riposare un po’ e sarò al 100%. Iniziate a divertirvi voi

Marco e Luigi si tranquillizzarono alle parole dell’amica mentre Fausto era ancora preoccupato. Mentre i due presero posto davanti alle console tutte per loro, Fausto rimase accanto a Sara a tenerle compagnia. Stringeva la sua mano teneramente, in quel gesto c’era tutto il suo affetto per una ragazza che fino ad una settimana prima era una sconosciuta. Una bellissima sconosciuta.

Si riprese dopo qualche minuto, come se nulla fosse scattò in piedi, prese per un braccio l’amico e lo trascinò verso la corsia da bowling. Chiamò gli altri due ed organizzò una sfida. Insieme si divertirono un mondo anche se non potevano fare a meno di manipolare un po’ la fisica di quel posto per effettuare qualche tiro fuori dal normale. Sembrava che l’ansia, la paura, il rimorso di quello che era accaduto la settimana prima fossero solo un lontano ricordo. Ora erano semplicemente quattro amici che si divertivano in un mondo fatato.

Erano abbastanza stanchi quando uscirono da quel posto. Sara decise di lasciarlo lì, magari a disposizione di qualcun’altro che si sarebbe trovato lì in sogno. E poi, cancellarlo richiedeva lo stesso sforzo che aveva utilizzato per metterlo in piedi.

-Bene ragazzi, ora che facciamo?

-Non so, che ore sono? Saranno passate almeno tre ore

-Ma Fausto, ancora non hai capito come funziona qui?

-Spiego io. In pratica in questa dimensione il tempo non scorre come in quella normale. Possono passare giornate intere mentre nel mondo reale sono passati solo pochi secondi

-Esatto, pensa che la fase di sogno durante il sonno dura pochissimo, eppure a volte i sogni sembrano non finire mai. Specialmente quelli brutti

-Quindi state dicendo che dal momento in cui siamo usciti da casa di Sara è passato poco tempo e qui possiamo approfittare ancora?

-Esattamente

-Wow. Fantastico!

I quattro alzarono lo sguardo, intorno la città dormiva. Forse quello che stavano guardando non era il vero volto della città, Sara aveva già spiegato che in quel posto e in quel tempo la realtà si fondeva con il sogno.

-Vedete quelle ombre laggiù?

I ragazzi fissarono uno dei palazzi che componevano il Lotto Zero. Un’aura scusa aleggiava sul tetto, come una grande nuvola informe che danzava nell’aria.

-Cos’è?

-Non so con certezza, ma non presagisce nulla di buono. Forse è solo l’incubo di qualcuno, o forse qualcosa di più complesso

-Ho un amico che abita in quel parco, di sicuro nessun incubo può essere più spaventoso di quello che succede lì. O ti perdi o te ne vai

Stavano ancora assistendo a quello spettacolo a metà strada tra la curiosità e la paura quando videro una nube nera che avanzava dalla direzione opposta. Non capivano se si trattava di un’illusione o meno, ma sentivano nell’aria uno strano odore.

-Pensate quello che sto pensando io?

-Sembra puzza di fumo. Qualcosa sta bruciando

-Che aspettiamo? Andiamo a controllare

I ragazzi salirono in groppa alle bici che crearono all’istante. Percorsero il tragitto seguendo la scia di fumo. Più si avvicinavano all’origine, più cresceva un sospetto. Arrivarono dopo pochi minuti e capirono che le loro sensazioni erano giuste. Quella che stava andando a fuoco era la loro scuola.

-Ragazzi, fermatevi. E se fosse il sogno di qualcuno?

-Non possiamo saperlo, come facciamo? Dobbiamo fare qualcosa

-Come? In questo momento stiamo dormendo. Non possiamo modificare la realtà, solo il sogno

All’interno dell’edificio si stava espandendo un cerchio di fuoco mentre la colonna di fumo saliva più in alto. Intorno il silenzio, la città dormiva mentre una tragedia si stava presentando agli occhi dei giovani. All’improvviso Luigi realizzò qualcosa che gli altri non avevano ancora pensato, un dettaglio più che importante.

-Cazzo, ragazzi. Il signor Raffaele!

-Chi?

-Il custode! Abita nella casetta dietro al campetto, all’interno della scuola!

-Cosa? Se sta dormendo anche lui allora è in pericolo. Cosa possiamo fare?

-L’unica cosa è andare da lui e vedere se sta sognando. In quel caso se siamo fortunati possiamo entrare in contatto con lui e svegliarlo. Se si sveglia può scappare

I ragazzi decisero che quella era l’unica strada da percorrere. Con un po’ di fortuna avrebbero salvato sia il custode che la scuola, ma il primo aveva la priorità.

Scavalcarono il cancello ed entrarono nel cortile. Raggiunsero la piccola abitazione del custode. La porta era chiusa e dallo spiraglio in basso usciva una sbuffata grigia. Com’era possibile che il fuoco avesse già raggiunto quella casa? Attraversarono la porta senza aprirla, dentro era un inferno. Una grossa nube grigio scuro copriva completamente i due locali della casa mentre dall’angolo un fuoco si alzava silenziosamente. I ragazzi entrarono nella stanza posteriore e trovarono il signor Raffaele che dormiva beato nel suo letto, ignaro della tragedia intorno a lui. I quattro gli si avvicinarono.

-Starà dormendo, cosa facciamo?

-Se sta dormendo l’unica cosa che possiamo fare è interagire con il suo sogno. Ma se non sta sognando possiamo solo pregare che si svegli

Si girarono intorno ma non videro nulla che faceva pensare ad un sogno, intanto il tempo passava e per quanto fossero a conoscenza che nel piano reale il tempo era quasi fermo, sapevano che ogni istante era prezioso. All’improvviso Luigi notò qualcosa.

-Ragazzi, guardate! La sua espressione… sembra sofferente

Gli altri, sorpresi, si avvicinarono sempre di più al volto dell’uomo quando sentirono una voce urlare alle loro spalle.

-Che ci fate voi qui?

Si girarono all’unisono e lo videro. Era lì, davanti a loro, dalla corporatura sembrava un coetaneo ma indossava una maschera che raffigurava un diavolo. Era impossibile riconoscerlo, anche la voce sembrava camuffata. In mano stringeva con rabbia una mazza chiodata.

-Uscite subito fuori di qui!

-Chi sei? Come… come fai a vederci?

il ragazzo mascherato non si degnò neanche di rispondere alla domanda, scattò in avanti verso di loro alzando il braccio che brandiva l’arma. Lo abbassò velocemente, stava per colpire Fausto quando si sentì un rumore di metallo. Sara era stata più veloce ed aveva materializzato un enorme scudo che parò il colpo salvandoli tutti. L’altro fu sorpreso, Sara ne approfittò per capire meglio con chi avesse a che fare.

-Chi sei? Come fai a fare questo?

-Non te lo dirò mai!

Stava per assestare un altro colpo quando delle catene scesero dal soffitto e gli bloccarono braccia e gambe. Il ragazzo fu costretto a lasciare l’arma che cadde pesantemente sul pavimento. Sara era ancora in ginocchio, si alzò e con sguardo serio si avvicinò al loro nemico. Senza dire una parola prese la maschera e la tolse. Fu allora che tutti videro, sotto quel travestimento da quattro soldi c’era il loro compagno di classe Longo.

-Ma com’è possibile? Franti, che ci fai qui?

Il ragazzo stette in silenzio osservandoli con sguardo altero.

-Rispondi subito! Il signor Raffaele morirà se non facciamo qualcosa! Dacci una mano

-Ma non l’avete ancora capito, ragazzi? Guardatelo com’è arrabbiato. E’ stato lui a fare tutto questo

-Cosa? Lui? Ma com’è possibile? Non si può interferire con la realtà, lo hai detto tu. Come può aver fatto una cosa del genere?

-Solo lui può risponderci e sembra proprio che ora non ne abbia voglia. Dobbiamo fare qualcosa noi

Fu allora che Franti disse qualcosa in tono dispregiativo.

-Sapete dove abito?

Gli altri rimasero in silenzio, per due motivi. Il primo, non si aspettavano quella domanda proprio in quel momento. Magari un’accusa, una spiegazione di quello che stava accadendo, un pentimento, ma di certo nessuno si aspettava una domanda del genere. La seconda, effettivamente nessuno di loro sapeva dove abitasse.

-Quello nuovo non potrebbe saperlo, ma voi? Siamo nella stessa classe da più di tre anni, qualcuno si è mai degnato di domandarmelo? Ve lo dico io, abito al Parco Vesuvio, terzo palazzo sulla destra, primo piano

Sara stava percorrendo con la mente un itinerario immaginario nel parco, quando realizzò la posizione la sua espressione si fece più seria.

-Vedo che hai capito, non è vero? Abito nel tuo stesso palazzo, non lo sapevi, vero? Da tre anni facciamo lo stesso percorso per andare e tornare da scuola. A piedi, in autobus, non ho mai cercato di nascondermi ma tu non mi hai mai notato. Sai quante volte ero dietro di te e tu sei entrata nel palazzo e subito dopo hai richiuso il portone? Per te sono sempre stato invisibile, come per tutti gli altri della classe. Anche per i professori, i voti erano sempre più bassi ma anche loro evitano di parlarmi

-Mi disp…

-Non provate a dire che vi dispiace! Avete sempre fatto così, tutti quanti! Credete che sia io a scegliere di essere solo? Voi e i vostri gruppetti, mi avete messo al bando. Cosa avrei dovuto fare se non starmene per i fatti miei? E chi se ne frega se poi passo per quello strano

Fausto notò lo sguardo sempre più colpevole di Sara, non poteva permettere che lei si sentisse così. Mosso da un impeto di coraggio cercò di rimediare.

-Senti, Ciro. Ti chiami così, vero? Ciro, penseremo a questo dopo. Davvero. Ora però dobbiamo evitare una tragedia. Dicci cosa hai fatto ed insieme possiamo porre rimedio prima che sia troppo tardi

-Cosa vuoi che spieghi? Te l’ho detto una settimana fa che vi ho sognati, speravo di aver stuzzicato la vostra curiosità ma così non è stato. Ancora una volta mi avete ignorato. E’ stato per caso che vi ho visto nel mio sogno, ho sentito quello che dicevate. Sembrava una sciocchezza ma chissà come mai ho deciso di crederci. Da quel momento ogni notte nei miei sogni facevo progressi. Creavo cose, viaggiavo in posti mai visti. Poco alla volta questo diventava il mio regno, un regno dove posso comandare io e dove nessuno può farmi male. Ho imparato fin da subito che c’era qualcosa che io potevo fare ma che voi non siete  mai stati capaci. Modificare la realtà attraverso il sogno. Ci ho pensato tanto e mi sono anche dato una spiegazione. Voi siete dei privilegiati, il vostro mondo reale per quanto difficile sarà sempre migliore di ogni vostro sogno. Per me è diverso, io sto bene solo in questa realtà. Tenetevelo il vostro mondo, io non ne ho più bisogno

-Ciro calmati. Tu non sei cattivo, puoi ancora fare del bene. Quando ci sveglieremo sarà tutto finito. Farai anche tu parte del nostro gruppo, te lo prometto

-Certo, come no. E vissero tutti felici e contenti. Ma hai capito bene quello che ho detto? Io sono in grado di manipolare la realtà attraverso i sogni, secondo te perché sono ancora qui incatenato?

Fausto cominciò a tremare.

-Esatto, perché lo voglio io. Voi non potete far niente

In quel momento, appena terminò quella frase il soffitto cadde rumorosamente giù. I ragazzi vennero inondati dai calcinacci. Il dolore era reale, o quanto meno era proprio quello che avrebbero sentito in una situazione del genere. Si crearono un varco tra quelle macerie e videro Franti che indossava nuovamente la maschera.

-Siete impotenti. Dispiace anche a me per il signor Raffaele, ma dovevo pur cominciare da qualcuno. La mia vendetta colpirà tutti, nessuno escluso. Nessuno sarà capace di ricondurre la colpa a me. Provateci a spiegare alla polizia che è colpa mia, che attraverso i sogni uccido le persone o appicco degli incendi

Poi si girò dando loro le spalle, e se ne andò. I ragazzi lo guardarono camminare lentamente ma non fecero nulla. Aveva ragione lui, erano impotenti su quel piano. Una volta liberi tornarono al parco facendo più in fretta che potevano. Ritornarono a casa di Sara, ritornarono nel mondo reale. La prima a svegliarsi fu proprio la ragazza, subito appena aprì gli occhi andò a svegliare i suoi genitori. Le fu difficile convincerli che bisognava chiamare i vigili del fuoco, che la scuola stava andando in fiamme, che il guardiano era in pericolo. Non c’era nessuna nube nel cielo, forse erano ancora in tempo.

Gli altri ragazzi si svegliarono a causa del baccano che si era creato nella camera da letto. Supportarono la tesi di Sara, anche per loro era necessario fare qualcosa prima che fosse troppo tardi. I genitori dovettero deporre le armi, chiamarono il 115 e spiegarono la situazione al telefono, per quanto surreale fosse. Sara era sempre più preoccupata, convinse suo padre ad accompagnarla a controllare. Dopo pochi minuti erano tutti nell’auto familiare del padre di Sara, diretti la liceo Calamandrei, erano da poco passate le tre di notte. Fuori c’era già un mezzo speciale dei pompieri con la sirena accesa. Stranamente la scuola sembrava dormire un sonno sereno nella notte tranquilla.

I ragazzi rimasero in auto, dai finestrini videro uscire dal casotto nel liceo un uomo, era il signor Raffaele. Sembrava confuso, era stato svegliato nel pieno della notte e non aveva ancora realizzato il perché. Gli agenti perlustrarono l’interno edificio, dopo mezz’ora si allontanarono con un nulla di fatto.

-Signorina, questa me la dovrai spiegare per bene. Ora andiamo a casa e proviamo a riaddormentarci ma domani ne riparliamo

I quattro ragazzi si guardarono straniti. Cosa era davvero successo quella notte? Avevano davvero parlato con Franti nel sogno oppure lui stesso era il sogno di qualcun altro? E perché il signor Raffaele aveva una ferita alla testa quando stava parlando con gli agenti?

Ritornarono a casa con la coda tra le gambe, quella notte non riuscirono a riprendere sonno. Il giorno successivo andarono a scuola con la stessa felicità con la quale si va ad un funerale. Suonò la prima campanella, Franti era assente. Si guardarono preoccupati ma senza dire una parola. Fu a metà della terza ora che sentirono bussare alla porta. Era il preside, entrò e chiamò l’insegnante fuori dall’aula. Quando ritornò, il professore aveva un colorito pallido.

-Ragazzi… non so come dirvelo. Il preside mi ha appena comunicato che Longo è… è in coma. Attualmente è alla Villa Betania e non risponde agli stimoli esterni

I compagni di classe rimasero sconcertati, in particolare Sara, Fausto, Luigi e Marco sentirono il sangue gelarsi nelle vene. Si guardarono e pensarono alla stessa cosa. Longo, alias Franti, era l’entità con cui avevano parlato la notte precedente. Gli aveva mostrato ciò di cui era capace, quello che aveva imparato a fare all’interno dei sogni. Ed ora che non era più nel mondo reale, ora che era in coma, era il padrone assoluto di quell’altro mondo. Era il suo regno ormai e lui era il sovrano indiscusso. Gli occhi dei ragazzi divennero più seri, più tristi, anche dormire e sognare sarebbe stato più difficile per loro.

24 Settembre 1997

L’inizio dell’anno scolastico è un trauma, sempre. Ad ogni età, in ogni corso di studi, i primi giorni sono quelli più duri. Qualche settimana prima eri a crogiolarti al sole o a casa, senza alcun pensiero e godendo ogni minuto del giorno. Le giornate sembrano durare in eterno, l’estate sembra non finire mai. Poi, di colpo, arriva Settembre e senti nell’aria quei profumi che ti riportano con i piedi per terra. Le prime piogge, la città che lentamente si ripopola, il silenzio che fa posto al caos. E poi, si ricomincia di nuovo. Le aule, i banchi, la campanella, i professori, ma anche gli amici di sempre che nel bene o nel male sono sempre presenti.

L’inizio è sempre difficile, figurarsi quando non si conosce ancora nessuno, quando si è estranei a tutto ed il carattere timido non aiuta. Era così per Fausto, il nuovo arrivato della quarta H del liceo scientifico Calamandrei. Fino a qualche settimana prima era uno studente di un altro liceo scientifico, in un altro quartiere, poi di colpo i genitori hanno dovuto fare una scelta. La nonna materna era morta ed il nonno era rimasto solo in casa. Una situazione insostenibile considerando l’età avanzata dell’uomo rimasto solo. A quel punto decisero di trasferirsi tutti e tre in una casa poco distante dall’anziano in modo da dare assistenza più facilmente.

Tutto risolto quindi, tranne che per Fausto. Nessuno aveva pensato ad interpellarlo sulla scelta. Aveva pur sempre 16 anni, qualcuno avrebbe dovuto chiedere la sua opinione. Non fu così, subì la scelta e così si trovò di punto in bianco in un quartiere nuovo così lontano da dove era cresciuto. Dovera ripartire da zero, una cosa che forse era facile per i grandi o i più piccoli, ma per quelli della sua età era profondamente difficile.

Il primo giorno di scuola si rese conto di quanto la classe fosse affiatata. Non tutti, sia chiaro, ma i gruppetti che si erano formati erano saldi e probabilmente a numero chiuso. Dopo la prima settimana Fausto aveva l’impressione che se quella successiva non fosse andato a scuola nessuno se ne sarebbe accorto. Probabilmente non ricordavano nemmeno il suo nome, come lui non ricordava i loro. Aveva presente il volto di tutti ma non riusciva ad associare loro i nomi. Era più forte di lui, la mente rifiutava di imparare. Fu nella seconda settimana che avvenne qualcosa che cambiò tutto.

Era chiuso in bagno in silenzio. Avrebbe voluto chiudersi lì per tutta la mattina pur di non affrontare un’altra giornata da fantasma. Era appena finita la seconda ora di lezione e mentre gli altri erano rimasti in classe ad aspettare l’arrivo del professore, Fausto in silenzio era andato in bagno. Era lì già da qualche minuto quando sentì il rumore della porta esterna che si apriva. Dei passi regolari, poi delle voci.

-Allora stasera riesci a venire da Sara?

-Non lo so, i miei ieri hanno detto che mi spetta solo un’uscita alla settimana finché non recupero Latino e Matematica

-Ma come? Dai che stasera ritorniamo nel regno dei sogni! Uuuuuu

-Dai, finiscila. Mi brucio l’uscita di sabato se vengo stasera

-E che ti frega?. Pensa che Sara mi ha detto che prova a spostarsi un po’ più in là, prova a spingersi oltre il suo limite…

-Zitto! Che ti prende? Vuoi che qualcuno ci senta?

-Ma siamo da soli qui. Tranquillo Luigi non c’è nessuno. Immagina, stasera potremmo fare qualche bello scherzetto in giro

Fausto ascoltava quella conversazione sempre più incuriosito. Stava attento a non causare nessun rumore per celare la sua presenza. Aveva riconosciuto le loro voci, erano due compagni di classe. Voleva capire meglio di cosa parlassero. Purtroppo però sentì una strana sensazione alle narici. Un prurito leggero che in pochi secondi divenne insopportabile. Ormai era chiaro, stava per starnutire. Inspirò l’aria ed emise un rumoroso starnuto.

Di colpo il silenzio piombò nel piccolo bagno. Fausto si tappò la bocca istintivamente ma il guaio era stato fatto. Stava quasi pensando di averla fatta franca quando la porta si aprì di colpo e due figure gli si pararono davanti. Li aveva riconosciuti, erano i due del banco nella terza fila a destra e i loro sguardi non preannunciavano nulla di buono. Furono loro i primi a parlare.

-Che ci fai tu qui?

-Sono in bagno, secondo te?

-Non hai i pantaloni abbassati, non prenderci in giro. Ci stavi ascoltando

-Cosa hai sentito?

-Ragazzi, io…

La frase fu interrotta dal rumore della porta esterna che si apriva di botto. Entrò un ragazzo, anche lui della quarta H, con il volto rosso per la corsa.

-Ragazzi, il prof è in classe! Venite subito o vi mette una nota.

I tre tornarono contrariati in aula seguendolo, Fausto avvertiva gli sguardi in cagnesco degli altri due. Dopo le scuse al professore tutti presero posto. A metà della terza ora Fausto sentì un dito che gli tastava la schiena. Si girò e vide una mano che gli tendeva un foglio piegato. Era troppo teso per guardare il volto di quel messaggero. Si rigirò verso la cattedra e di nascosto aprì il biglietto. Solo poche parole su un foglio a quadretti, ma chiare come il sole.

Trattieniti fuori scuola alla fine delle lezioni. Dobbiamo parlare!

Qual punto interrogativo finale non era di buon auspicio, si era cacciato non volendo in una brutta situazione. Passò il resto della giornata a scuola con i battiti a mille e pensando a come scappare a casa.

Suonò la campanella, l’ultima di quella mattina. Si affrettò a mettere libri e quaderni nello zaino e uscì di corsa dall’aula. Dovette però fermarsi davanti al portone dell’istituto, ancora chiuso. Il signor Raffaele, il custode, andava sempre lento e quella giornata non era da meno. Fausto era fermo davanti alla porta quando si sentì strattonare alle spalle. Qualcuno lo aveva preso per lo zaino e lo obbligava a camminare all’indietro.

-Dove credevi di andare? Noi dobbiamo parlare

Una voce femminile, non gli sembrava familiare. Si girò e la vide, era la ragazza dell’ultimo banco. Capelli corti, biondi, maglietta scura con il logo di una band rock americana, jeans larghi e scarpe da ginnastica quasi del tutto coperte dall’orlo dei pantaloni. Aveva le braccia incrociate ed uno sguardo che non lasciava speranze. Nonostante l’espressione da maschiaccio Fausto non poteva non notare quanto fosse carina. Accanto a lei c’erano i due ragazzi incontrati prima nel bagno.

-Stai attaccato a noi, usciamo di qui e facciamo due passi.

Quando il portone si aprì un fiume di ragazzi uscì dall’istituto per riversarsi per strada. Alla fine di quel corteo c’erano i quattro giovani che camminavano a passo lento, uniti. Si fermarono non molto lontano, c’era una panchina di pietra distante dalla fermata dell’autobus. Lì erano sicuri che nessuno li avrebbe sentiti. I tre guardarono Fausto dritto negli occhi e cominciarono il loro personale interrogatorio.

-Andiamo dritto al sodo, cosa hai sentito prima nel bagno?

-Niente

-Non è possibile, dicci cosa hai sentito

-E va bene. Dicevate di andare da una certa Sara

-Sono io, continua

-Nulla, solo quello. Che uno di voi non sapeva se riusciva a venire. Poi avete parlato di andare lontano, da qualche parte

-Cosa pensi di aver capito. Spiegati

-Che avete in mente non so cosa. Magari uscire di nascosto, prendere la macchina dei suoi genitori e andare chissà dove. Ragazzi, non vi giudico, fate quello che volete

Gli altri si guardarono negli occhi con sguardi interrogativi.

-Siamo sicuri che sappia solo questo?

-Io di lui non mi fido. E se poi succede qualcosa e va a dire tutto in giro?

Parlò la ragazza con voce ferma.

-Il problema è un altro. E’ fuori strada e se decide di spifferare la sua versione in giro gli crederebbero. Ragazzi, io glielo dico

-Ma no! E’ nuovo, non lo conosciamo, non possiamo fidarci di lui

-Io mi fido. Sarà una sciocchezza ma guarda il portachiavi sul suo zaino

Tutti si girarono a fissare lo zaino di Fausto lasciato a terra. Sulla parte anteriore c’era un piccolo portachiavi con un simbolo, i ragazzi lo conoscevano bene.

-Ti fidi di lui solo perché ha sullo zaino il simbolo dei Ribelli? Se aveva quello dell’Impero invece?

-Conosce Star Wars, magari è un nerd come noi. Abbiamo iniziato con il piede sbagliato ma sento che possiamo provarci

Fausto li guardava parlare di lui come se non fosse presente. Una sensazione che aveva provato fin troppe volte. Poi si voltarono verso di lui ed un piccolo sorriso si formò sui loro volti.

-Ok, sei invitato anche tu stasera da me. Porta un borsone con un pigiama pulito, spazzolino, asciugamani e lo zaino pronto per domani. Abito al Parco Vesuvio, vediamoci tutti all’ingresso alle sette stasera. Puntuale!

Fausto non ebbe il tempo di accettare o rifiutare, i tre si allontanarono dandogli le spalle.

-Ma, io…

-Puntuale!

Ritornò a casa con una miriade di pensieri in testa. Cosa avrebbe detto ai genitori? Di punto in bianco dei fantomatici amici lo avevano invitato a dormire fuori? Come avrebbero reagito? Affrontò l’argomento a pranzo, fu difficile trovare le parole adatte. Li vedeva stranamente contenti. Certo, sapere che il loro timido figlio avesse già fatto amicizia era una buona cosa, ma volevano delle garanzie sui ragazzi. Parlare con i genitori della ragazza che li aveva invitati. Con un po’ di reticenza Fausto accettò di farsi accompagnare da suo padre, sarebbe salito a parlare con i genitori di Sara per tranquillizzarsi. Tutto sommato era andata più che bene.

Alle 19 in punto il padre accompagnò Fausto fuori al grande cancello del Parco Vesuvio, ad aspettare il ragazzo c’erano i tre inseparabili amici. Si presentarono, Fausto si rese conto che non conosceva i nomi dei due ragazzi, Marco e Luigi. Insieme si avviarono a casa di Sara. I genitori di lei tranquillizzarono l’uomo. La loro casa era grande e la ragazza aveva l’abitudine di invitare gli amici per la cena così come per la notte. Avrebbero dormito in tre stanze separate. Il padre di Fausto, soddisfatto, si congedò mentre i ragazzi scesero nel parco aspettando la cena.

Era un parco ben attrezzato, c’erano campi di calcio, di tennis, giostrine per i bambini più piccoli. Il posto ideale per una piccola comitiva. I ragazzi entrarono all’interno di uno dei campi di calcio, c’era già un pallone di cuoio così cominciarono a fare qualche tiro in porta.

-Giochi a calcio Fausto?

-Sì ma non lo seguo in TV

-Mettiti in porta, quando pari prendi il posto del tiratore

-SE pari

Puntualizzò Sara. In effetti la ragazza non andò mai in porta, ogni suo tiro era imparabile. Rispetto agli altri sembrava distante anni luce per tecnica. Fausto restava a bocca aperta mentre gli altri due erano poco sorpresi, lo conoscevano bene e sapevano di che pasta era fatta. Quel gioco insieme servi per farli sciogliere. La tensione che c’era stata quella mattina sparì velocemente, a vederli da fuori sembravano amici da una vita. Fausto in cuor suo sperava di trovare in loro dei veri amici, non semplicemente dei compagni di scuola di un solo anno. E poi c’era lei, Sara. Quando la guardava diventava completamente rosso e sperava che nessuno se ne accorgesse.

Dopo un po’ il padre di Sara si presentò sul campo per farli ritornare a casa, era già tutto pronto per la cena. I ragazzi salirono e si prepararono velocemente. Fu una bella serata, i genitori di Sara erano tipi alla mano, malgrado la differenza di età era piacevole conversare con loro. Per la prima volta dopo tanto tempo Fausto pensò che trasferirsi non era stata una cattiva idea. Dopo il pasto i ragazzi furono liberi di andare nella stanza di Sara. Chiacchierarono molto, parlarono del più e del meno. Sembrava quasi che l’argomento di quella mattina fosse stato dimenticato. Tutt’altro, sapevano che quello non era il luogo ed il momento adatto. I grandi potevano arrivare nella stanza in qualsiasi momento quindi gli argomenti da trattare erano ben altri.

Si erano fatte appena le 23 quando decisero di prepararsi per andare a letto. Fausto li seguì senza controbattere, anche se gli sembrava strana quella situazione. Si sarebbe aspettato un gesto, un segno, qualcosa che facesse capire cosa sarebbe successo dopo, ma niente. Si lavarono, misero i pigiami e si diedero la buonanotte, poi ognuno nella propria stanza a dormire. Sara nella sua cameretta, Luigi in una camera che era stata pensata per il fratello mai arrivato di lei, Marco e Fausto in un’altra camera con un letto a castello.

Era passata da poco mezzanotte ed era sempre più stranito. Provò a chiamare Luigi nel letto sopra di lui.

-Luigi sei sveglio?

-Sì, non riesco a prendere sonno. Ma dobbiamo provare a dormire

-Se non hai sonno potremmo parlare un po’

-Non se ne parla, dobbiamo assolutamente dormire. Poi lo capirai

-Capire cosa?

-Niente domande, fai sempre finta di niente. E’ l’unica regola

-Ok

-Senti, lo so a cosa stai pensando. Si vede lontano chilometri

-Cosa?

-Dai, non puoi mentirmi. Ti piace Sara

Fausto divenne paonazzo, per fortuna era buio e Luigi non si era affacciato.

-Questo silenzio è una conferma, lo sai?

-Ma no, smettila

-Fa come vuoi, a me non sfugge niente

-E se anche fosse?… Nel senso, se fosse così secondo te ci sono speranze?

-Lo sapevo! Non lo so, amico. Sara è così… imprevedibile. E’ una forza della natura

-Vi conoscete da parecchio?

-No, solo dal primo anno di liceo. Con noi è stato amore a prima vista

-Ah, scusa. Non pensavo che foste fidanzati

-Hai capito male, amico. Amore nel senso platonico. Diciamo che Sara non è il mio tipo. Se non fossimo così amici lo sarebbe Marco

-Ah, ok. Avevo capito male

-Figurati. Ora però basta parlare. Vediamo di prendere sonno

Il pensiero di Sara tenne sveglio Fausto ancora per un po’. Poi finalmente si addormentò.

Si sentì ondeggiare, la sensazione era come trovarsi su una zattera sull’acqua. Una voce ovattata lo chiamava. Pian piano la voce acquistava nitidezza, poi riuscì a sentirla Aprì gli occhi e vide una mano sulla sua gamba che lo ondeggiava. Gli occhi si abituarono al buio e vide il volto sorridente di Sara. Subito si alzò di scatto e vide che accanto a lei c’erano gli altri.

-Finalmente ce l’hai fatta! Siamo qui da non so più quanto tempo

-Scusate, ho il sonno pesante

-Ce ne siamo accorti. Su, andiamo

-Andiamo dove? Sono ancora in pigiama

-Quello non è un problema. E’ solo perché pensi di essere vestito così. Adesso pensa di essere vestito diversamente

Fausto li guardò stranito.

-Guarda come faccio io

Fu la ragazza a parlare. Chiuse gli occhi e inspirò profondamente. Di colpo il pigiama che indossava cambiò, si materializzò un’onda luminosa che quando scomparve lasciò il posto ad un paio di jeans e una maglietta verde. Fausto rimase paralizzato, chiuse e riaprì un paio di volte gli occhi. Non riusciva a credere a quello che aveva visto.

-Ma… Ma… Come?…

-Dì la verità, stai pensando di stare ancora sognando, non è vero?

Il ragazzo fece sì con la testa. Marco rispose prontamente.

-Ed hai proprio ragione! Vedi, la nostra amichetta ha un, diciamo, superpotere. Riesce a viaggiare nei sogni e può interagire con chi sta sognando

-Esatto. Però non è così semplice come lo dice lui. Se le persone sono più vicine allora è più facile, per quelli che sono lontani dal mio corpo allora è sempre più difficile

-Quindi state dicendo che io sono ancora qui nel letto a dormire?

-Sì. Non è come nei film in cui vedi il tuo corpo disteso e tu sei come un fantasma che vola. Quello che vedi intorno a te è un misto tra realtà e sogno e non è semplice distinguere le due cose

-Wow. Ecco perché l’altra volta nel bagno…

-Esatto. Noi siamo amici intimi di Sara e quindi conosciamo il suo segreto da tempo, ma immagina se qualcuno sapesse quello che è capace di fare. Ci siamo fidati di te, ma non possiamo dire lo stesso degli altri

Intanto gli altri avevano già effettuato il cambio di abiti, era da tempo che avevano imparato a manipolare la realtà onirica a proprio piacimento. Per Fausto l’operazione fu più lunga. Gli avevano spiegato che non doveva fare altro che volerlo, pensare qualcosa intensamente per fare in modo che questa si compia. Dopo una decina di minuti capirono che quella sera non avrebbe fatto progressi migliori, il massimo che riuscì a fare fu cambiare le pantofole in scarpe da ginnastica. Il risultato era tutto da ridere, un paio di scarpe e un pigiama azzurro.

-Ok, ora dove andiamo?

-Che ne dite se andiamo a fare un giro dalle parti del professore di Latino?

-Già, speriamo abbia degli incubi come li fa avere a noi durante la lezione

I quattro amici uscirono di casa e si riversarono in strada. Ogni cosa servisse bastava pensarla, ad esempio per uscire bastava solo immaginare che la porta fosse aperta. Ognuno di loro materializzò una bici per potersi spostare più velocemente. In pochi minuti arrivarono fuori dall’appartamento del professor Aspide. Parcheggiarono le bici sul marciapiede ed entrarono nell’appartamento.

Era piccolo, poche stanze e la maggior parte in disordine. Il maestro di Latino era sempre stato un tipo schivo. Rispetto ad altri insegnanti che cercavano di stimolare gli alunni, magari cercando di comprendere i loro modi di fare, le tendenze, Aspide prendeva sempre le distanze. Aveva una brutta opinione delle nuove generazioni ed ogni frase puntualizzava sempre quel suo concetto. Frasi del tipo:

Ai miei tempi i ragazzi erano più rispettosi

La vostra generazione non concluderà niente

Non avete proprio idea di cosa abbiamo dovuto subire noi per arrivare ad una società libera come la vostra

Non certo le parole migliori se si vuole tirare fuori dai ragazzi la parte migliore, ma era fatto così e proprio per quello era odiato dalla stragrande maggioranza dei suoi alunni.

-Vediamo cosa sogna il nostro prof. Per avere sempre quel suo bel caratterino mi immagino vampiri e licantropi

-Oppure nei suoi sogni ci siamo semplicemente noi studenti da torturare. Magari si lascia andare alle sue voglie più nascoste

-Se è così io rimango qui, ragazzi. Non ho proprio voglia di vedere qualcosa di orrendo

-Ma dai, Sara, stiamo scherzando. Giusto una sbirciatina

I ragazzi entrarono in punta di piedi nella camera da letto, il maestro dormiva in un sonno tranquillo

-Guardatelo come è rilassato. Forse ha già sognato

Parlò Sara, con voce preoccupata.

-Non è detto ragazzi. Ricordate che tutto quello che vedete non si sa se è realtà o sogno. Li sentite anche voi questi rumori di passi?

Tutti si zittirono. Sentirono dei passi fuori dalla stanza quindi si avvicinarono alla porta per ascoltare meglio. Poi delle voci che litigavano. Una la conoscevano, era quella del loro professore, l’altra era quella di un ragazzo. Si girarono, Aspide non era più nel suo letto. Aprirono lentamente la porta e lentamente spostarono le loro teste per vedere la scena.

Il corridoio non era di quell’appartamento, la scena era ambientata in un’altra casa, più grande. C’era il loro professore, visibilmente più giovane di come lo conoscevano, e di fronte a lui un ragazzo che non ricordavano di conoscere. Era vestito alla moda di fine anni 80, giacca di pelle e jeans stracciati. Non era difficile capire che era un vero e proprio scontro generazionale, i due protagonisti erano padre e figlio.

-Anche oggi il preside mi ha avvisato che non sei andato a scuola. Dove sei stato tutto questo tempo?

-E a te cosa importa?

-Cosa mi importa? Sei mio figlio, secondo te è poco?

-Già, come se contasse qualcosa

-Che stai dicendo?

-Ma ti sei visto? Per te sono come invisibile, riversi su di me le tue frustrazioni. A volte penso che vorrei proprio essere uno dei tuoi alunni

-Continuo a non capirti. Qui non si sta parlando di me ma di te. Di come tutti i tuoi voti sono bassi e rischi di essere bocciato

-E allora? Non te n’è mai fregato niente di me. Quando invece parli dei tuoi alunni, vorrei farti vedere come diventi. Ti si illuminano gli occhi. E sto parlando di ragazzi che non hanno voti alti, ma di quelli che vanno male in tutte le altre materie ma con te no. Perché sei così buono con loro che apprezzi anche i piccoli sforzi

-Io non devo dare spiegazioni a te di come…

-Hai ragione, non devi dare spiegazioni a me. A me serve un padre, quello che non ho mai avuto. Sono diventato quello che sono per farmi vedere da te, ma tu comunque non mi vedi. Avrei voluto tanto sentire dalla tua bocca una bella parola, come quelle che dici ogni giorno ai tuoi alunni. Vorrei tirare fuori un po’ di coraggio, di forza, ma tu con me sei diverso. Ed ora sono così per causa tua

-Non ti permettere! Non dare la colpa a me del fatto che sei un buono a nulla. Sprechi le giornate senza meta. Tu non hai futuro!

-Ecco, questo è quello che dicevo. Per me riservi solo queste parole. Non ricordo da quanto tempo non mi abbracci. Sei il padre peggiore che mi potesse capitare

Poi un rumore, uno strano rumore. Il ragazzo non aveva terminato la frase che il padre gli aveva assestato un sonoro ceffone, così forte da fargli girare la testa. I ragazzi videro la scena spaventati, ma quello che udirono non era il suono di uno schiaffo, ma più forte e più oscuro. Gli attimi di silenzio sembrarono ore, la tensione era palpabile. Il ragazzo aveva ancora la testa girata e parlò senza degnare di uno sguardo il padre.

-Ricordati questo gesto. Ricordatelo per sempre

Fece uno scatto all’indietro e corse in una stanza chiudendo la porta dietro di sé. Si sentì il rumore di una chiave che girava nella toppa. Aspide si fiondò verso la porta, urlò, batté i pugni sulla porta chiusa. Niente, dall’altro lato nessuno aprì, divenne rosso dallo sforzo ma inutilmente. A nulla servirono quelle urla, un rumore più forte si udì dalla stanza. Lo stesso rumore sentito prima al momento dello schiaffo. Fu a quel punto che i ragazzi capirono, il rumore era inconfondibile. Bang! Era uno sparo. Doveva averlo capito anche il professore, perché dopo qualche secondo di silenzio cominciò ad urlare più forte, ma senza rabbia. Era disperazione, piangeva ed imprecava il figlio di aprire la porta.

Inutilmente.

Dalla stanza nessun suono. I ragazzi osservavano quella scena impietriti, solo Sara cominciò a piangere, non riusciva a trattenere le lacrime. La scena di colpo cambiò. Erano in una grande chiesa, nella navata principale una bara veniva portata verso l’altare. In prima fila due persone, sconvolte nel loro triste silenzio. Vicine ma visibilmente lontane. Le stesse due persone che subito dopo erano in una stanza. Parlavano, lui si teneva la testa tra le mani mentre piangeva mentre lei gli urlava contro, diceva che era tutta colpa sua, che non era stato un buon padre. Diceva che lo avrebbe abbandonato.

Poi, di nuovo silenzio, rotto solo da un pianto lamentoso. Di nuovo i ragazzi erano nella camera da letto mentre il loro professore dormiva. Lo sguardo non era più sereno e delle lacrime bagnavano il cuscino.

-Usciamo di qui, ragazzi. Vi prego

Nessuno obiettò, tutti seguirono Sara che andava avanti nascondendo il volto. Era visibilmente stanca. Più si allontanava dal suo corpo e più per lei era difficile. Le forze la stavano abbandonando, Luigi si offrì di portarla con sé sulla bici e lei acconsentì. Ritornarono a casa senza dire una sola parola. Quell’esperienza li aveva scossi non poco. Fu Fausto ad interrompere il silenzio all’ingresso del Parco. Fu un bene perché l’atmosfera che si respirava era pesantissima.

-Ragazzi, mi dispiace che sia andata così stasera

-Fermiamoci qui, Sara riprenderà le forze prima di salire

-Succede… Beh, succede sempre questo quando andate…

-Assolutamente no! Di solito non andiamo in giro a ficcanasare nei sogni degli altri. Stasera abbiamo imparato una cosa importante

-Più di una, Marco. Abbiamo anche capito che non bisogna giudicare una persona da quello che vediamo solo a scuola. Conosciamo il professor Aspide solo, per quanto? Cinque ore settimanali? Chi lo avrebbe immaginato che portasse dentro qualcosa di così triste

-Non potevamo saperlo. Ecco tutto. Che ci sia di lezione. Le prossime volte ci limitiamo come sempre a passare del tempo extra insieme, gironzolando qui intorno di notte

-Le prossime volte? Volete dire che…

-Sì, Fausto. Fai parte del gruppo ora, ti vogliamo anche le altre volte

-Wow! Mi fa davvero piacere, Sara

-Bene, ora saliamo e ritorniamo dov’eravamo. Anche se in questa dimensione sono passati solo pochi minuti dobbiamo comunque far riposare i nostri corpi

-Ricorderemo tutto domani mattina?

-Puoi scommetterci. Questa di stasera ce la ricorderemo per sempre

I ragazzi salirono e presero posto nelle rispettive stanze. Era ancora notte fonda, gli orologi continuarono a camminare appena tornarono nel piano reale. Prima di rientrare però non si accorsero che degli occhi li stavano guardando. Occhi curiosi, qualcuno che già li conosceva li seguì con lo sguardo e intuì qualcosa.

17 Settembre 2002

Francesco era su Via Gianturco e correva a perdifiato. Intorno non c’era più nessuno, solo poche macchine sfrecciavano nel silenzio della larga strada. Guardava in continuazione l’orologio, cercava in tutti i modi di aumentare il passo ma il caldo ancora estivo di quel mese non aiutava. Gocce di sudore scendevano copiosamente dalla sua fronte mentre correva. La valigetta che teneva stretta nella mano destra sembrava sempre più pesante e la destinazione sempre più lontana. Nonostante tutto però ce l’aveva quasi fatta, la stazione di Gianturco era a pochi passi da lui.

Quella sera aveva finito troppo tardi al lavoro, di solito nello studio legale dove lavorava non faceva più tardi delle sette di sera. Era un abitudinario, uno di quelli che ogni giorno prendevano lo stesso treno. C’erano naturalmente i ritardi, le soppressioni, gli imprevisti, ma non dipendevano da lui. Lui era sempre in stazione allo stesso orario. Il suo migliore amico era il suo orologio, scandiva con precisione i minuti preziosi delle sue giornate. Ma quel giorno non fu così.

Proprio il suo amico più fidato, l’inseparabile oggetto che metteva in ordine la vita di Francesco quella sera decise di funzionare male. Fino alle 18 andava più che bene, gli altri dell’ufficio si dileguavano per ritornare a casa dalle proprie famiglie mentre Francesco si concedeva la sua oretta in più per mettere in ordine i fascicoli e le idee. Alle 19 in punto avrebbe chiuso tutto per prendere, come sempre, il treno delle 19:27 dopo una passeggiata in tranquillità. Il destino però aveva voluto che proprio dopo le 18 l’orologio accumulasse minuti preziosi, cinque minuti reali venivano registrati come un singolo minuto dall’orologio.

Francesco intanto andava lento, ogni tanto controllava e si compiaceva di quante cose riuscisse a fare in quel poco tempo. Quando però accese il computer sulla scrivania e vide l’orario sbiancò di colpo. Guardò l’orologio da polso, segnava le 18:30, poi l’orario sul computer, le 20:32. Subito corse per tutto l’ufficio per controllare l’orario su tutti gli orologi a muro. La sentenza era senza scampo, era il suo amico fidato ad avere torto.

Come un dannato cercò in fretta di mettere tutte le carte nella sua borsa mentre i fogli volavano al suo passaggio. Si diede dello stupido per non aver pensato neanche lontanamente ad un malfunzionamento. Proprio lui che del tempo aveva fatto una sua divinità. Doveva sbrigarsi, non sapeva neanche se a quell’ora c’erano ancora corse disponibili per ritornare a casa.

Ormai era tardi, sistemò quello che riusciva nella borsa e chiuse di fretta l’ufficio per riversarsi in strada. In cielo era ancora chiaro ma si rese conto che a quell’ora non c’era nessuno. Probabilmente erano già tutti a casa, magari a tavola a mangiare, o nelle vie più trafficate per divertirsi. Lui invece era solo, mentre correva verso la stazione di Gianturco della Metropolitana.

Arrivò finalmente a destinazione, per fortuna aveva l’abbonamento mensile quindi non doveva timbrare alcun biglietto. Percorse le scale che portavano al piano superiore senza sollevare lo sguardo. In quel momento se ci fosse stato qualcuno sui gradini lo avrebbe scaraventato in aria. Finita la rampa di scale uscì all’aperto, guardò l’orologio della stazione e cercò di riprendere fiato. Con la coda dell’occhio però vide che sui binari c’era un treno già fermo. Ce l’aveva fatta, giusto in tempo. Quello era il treno che lo avrebbe portato a casa. Era soddisfatto dopotutto, anche se quella serata non stava andando come si aspettava. Stava per sorridere e compiacersi quando sentì il rumore delle porte che si stavano chiudendo. Realizzò che se voleva dichiarare conclusa quella disavventura doveva compiere un ultimo sforzo e salire sul treno prima che questo partisse.

Era distante solo pochi metri dall’ultima porta dell’ultimo vagone. Fece uno scatto improvviso, stese il braccio ed aprì la mano. Sentì il freddo del ferro sotto il palmo e la chiuse, con forza tirò il braccio e riuscì ad entrare proprio un attimo prima che le porte si chiudessero. Appena fu dentro si rese conto di aver compiuto quell’operazione tenendo gli occhi serrati. Li aprì e vide la banchina che si allontanava. Era fatta, era dentro e stava tornando a casa. Finalmente riuscì a respirare a pieni polmoni, li riempì completamente prima di espirare e lasciar scorrere l’adrenalina nel suo corpo. Il cuore pompava sangue ad un ritmo così forte che quasi riusciva a sentire i battiti. Cercò di respirare ad un ritmo più lento per calmarsi. Si girò e vide che il vagone era completamente vuoto. Doveva sedersi e riposare le gambe, ne aveva bisogno. Scelse un posto a caso e si sedette, poi chiuse gli occhi.

Fu il rumore delle porte che si aprirono a svegliarlo da quello stato di riposo. Si girò dal lato del finestrino e vide l’insegna che indicava la scritta “Piazza Garibaldi”. Una coppia gli passò vicino per prendere posto sui sedili a poca distanza da Francesco. Erano vestiti in maniera bizzarra, sembravano abiti di un’altra epoca. Non era un intenditore di storia ma avrebbe scommesso che si trattasse di vestiti del Settecento o Ottocento. Lei aveva una gonna pomposa che la limitava nei movimenti, i capelli raccolti all’interno di un grande cappello e un trucco accentuato sul volto. Lui invece aveva un vestito elegante e sul volto un paio di baffi vintage. Francesco ci pensò per un po’, probabilmente si trattava di una coppia di cosplayer, magari c’era una fiera in costume lì vicino e i due si erano solo travestiti a tema.

Era assorto nei pensieri quando vide un controllore avvicinarsi lentamente. Subito aprì la borsa per prendere l’abbonamento da esibire. Lui si avvicinò prima alla coppia, sembrava conoscerli. Si tolse il cappello e li salutò con reverenza. Non riuscì a sentire cosa si dissero, ma sorridevano allegramente. Il controllore si congedò e si avvicinò a Francesco.

-Salve, biglietti prego

-Certo, ecco il mio abbonamento

Il controllore lo prese e lo guardò stranito. Sembrava che lo vedesse per la prima volta. Lo girava e rigirava con lo sguardo interrogativo.

-C’è qualcosa che non va?

-No, si figuri. E’ che sono abituato ad altri biglietti. Forse questi sono i nuovi. Non si preoccupi, è tutto sotto controllo.

-E’ l’abbonamento mensile, è lo stesso tutti i mesi a parte il colore

-Sì, sì, nessun problema. Mi dica, è la prima volta che prende questo treno?

-Sì. Oggi non me ne va bene una, sono uscito tardi dall’ufficio e ho preso il primo treno disponibile

-Capisco, è la prima volta. Non si preoccupi, si troverà bene

Francesco rimase basito da quella risposta. Ripose l’abbonamento di nuovo nella borsa e guardò il controllore che si allontanava. Stava ancora pensando a quella frase quando il signore con il vestito ottocentesco si girò e verso di lui con uno sguardo impietosito.

-Prima volta, eh? Cerchi di stare calmo e si abituerà prima. Vero cara?

La donna seduta al suo fianco fece una timida risata, poi anche lei si girò verso Francesco.

-Ma sì. Ci conosciamo tutti qui. Anche se qualcuno può sembrarle scortese, sappia che sono tutte brave persone

Il treno si fermò di colpo, erano arrivati alla stazione di Piazza Cavour. La porta si aprì nuovamente ed entrò un piccolo gruppo di ragazzi. Dovevano essere abbastanza giovani anche se non lo dimostravano. Avevano dei vestiti punk e quando gli passarono davanti sentì un forte odore di birra e sudore. Senza abbassare la voce si misero in un angolo a parlare. Erano a poca distanza da Francesco che quando li vide ebbe un sussulto di paura. Non voleva essere prevenuto ma quei ragazzi sembravano usciti fuori da un film degli anni 80, gli sembrava di essere un ignaro protagonista di “I guerrieri della notte”. Le sue paure si concretizzarono nel momento in cui uno dei ragazzi si girò verso di lui e resosi conto che lui stesso li stava osservando fece uno sguardo strano.

-Ragazzi, quello lì ci sta guardando strano

-Chi? Dove? Quello lì?

-Sì quello lì. Ecco, vedi? Ora abbassa lo sguardo da colpevole

-Non va bene così, non va per niente bene

Parlavano ad alta voce per essere sentiti dal povero Francesco che ascoltava impaurito. Si avvicinarono lentamente alla loro vittima.

-Fatemelo vedere meglio. Ecco, come immaginavo. Vedete com’è vestito? E’ il classico borghese che ci guarda dall’alto verso il basso, con disprezzo

-Sì, ma ora non ci guarda più. Guarda come cambia colore mentre nella sua testolina sta pensando a come cavarsela da questa situazione

Francesco tremava di paura quando ad un tratto sentì la voce del signore che gli aveva parlato prima. Riconobbe il tono di voce pacato che intervenne per sedare gli animi.

-Salve, ragazzi. Come va?

-Signor Gaetano, buonasera. Noi tutto bene, Lei come sta?

-Bene, bene, grazie. Siamo sempre qui

-Signor Gaetano che piacere rivederla. Buonasera anche a Lei signora Maria

-Buona serata a voi ragazzi. Vi posso chiedere un grande piacere?

-Ma certo signora Maria

-Vedete, quel ragazzo non è una cattiva persona. Tra l’altro oggi prende il treno per la prima volta

-Mi scusi signora Maria, non volevamo prendercela con lui. E’ che a volte dimentichiamo e… ci sono abitudini che sono difficili da togliere…

-Non vi preoccupate, lo sappiamo. E’ difficile. Passate una buona serata, ragazzi

-Buona serata a Lei, signora Maria

Quel dialogo sembrava surreale. Fino a pochi minuti prima Francesco rischiava di essere linciato soltanto per aver guardato un gruppo di ragazzi e ora gli stessi ragazzi lo salutavano affettuosamente. Si girò nuovamente verso il finestrino, riconosceva il tratto che univa la fermata precedente a Montesanto, infatti pochi secondi dopo vide l’insegna blu che indicava proprio quella scritta. D’istinto guardò la porta che si apriva, si aspettava che un altro passeggero bizzarro entrasse. Fu così. Sul vagone salì una donna con un vestito lungo e completamente nero, il volto era coperto da un sottile velo scuro. Ma non fu l’unica a salire, dietro di lei un’altra donna, vestita in jeans e maglietta chiara, al collo aveva un vistoso foulard rosso scuro. Le due donne presero posto su alcuni sgabelli liberi dopo aver salutato gli altri passeggeri. Sembrava che tutti si conoscessero bene su quel vagone, Francesco si sentì un po’ escluso.

Per smorzare l’ansia aprì la sua valigetta e cominciò a sfogliare i fogli che aveva portato via dall’ufficio, ma non riusciva a rimanere concentrato. Ogni tanto alzava lo sguardo e guardava gli altri, erano come una grande famiglia riunita. Intanto il treno si era fermato di nuovo, la stazione era quella scura di Piazza Amedeo, Francesco aveva quasi timore di guardare il prossimo passeggero. In quel momento però uno strano silenzio piombò nel vagone. Tutti si girarono verso le porte che si aprirono e si richiusero senza che nessuno le varcasse.

Francesco rimase sorpreso da quella reazione, guardò tutti i presenti notando un velo di tristezza nei loro occhi. Furono le parole di una delle ragazze salite a Montesanto a rompere il silenzio.

-Alla fine ce l’ha fatta. Onore al nostro amico

Tutti la guardarono ed accennarono un sorriso triste. La ragazza ricambiò il sorriso a tutti ma quando incrociò lo sguardo con Francesco divenne di colpo seria.

-Io non ti conosco, sei nuovo?

Francesco pensò di essere diventato di colpo rosso come un peperone per la vergogna. Non sapeva cosa rispondere ed una strana sensazione sembrava metterlo in allerta.

-Io? E’ la prima volta che prendo il treno a quest’ora

-Posso sedermi accanto a te?

-Certo, come no

La ragazza si avvicinò a lui, prese posto mentre con una mano sistemava i capelli lunghi

-Mi chiamo Margherita, prendo questo treno ogni giorno da almeno dieci anni. All’inizio anche per me è stato strano, poi ci si abitua. Gli altri sono tutti simpatici, vedrai che in poco tempo te ne accorgerai

-Ma… prendere il treno a quest’ora per me è stato un caso. Di solito prendo quello delle 19:27

-Ti abituerai anche a questo, non ti preoccupare

La ragazza gli fece un sorriso dolce, poi posò la sua mano su quella di Francesco. Dopo qualche secondo la ritrasse. Il suo viso che fino a poco prima mostrava un’espressione tranquilla divenne di colpo una maschera di paura. Il ragazzo ebbe timore guardando il terrore nei suoi occhi ma non sapeva spiegarsi il perché.

-Ma… Tu… Sei caldo. Ed ho sentito le pulsazioni del sangue nelle vene quando ti ho toccato

Di colpo quelle parole dette ad alta voce, che a Francesco sembravano scontate, provocarono la reazione insolita degli altri presenti. Tutti smisero di parlare e guardarono nella sua direzione. Uno dei ragazzi punk si avvicinò incuriosito e con velocità prese la mano di Francesco tenendola per qualche secondo prima che lui la ritraesse spazientito.

-E’ vero, è troppo calda. Secondo me non è normale

-E se non fosse uno di noi?

-No, non è possibile. Perché allora si trova qui?

La discussione si allargava, sempre più persone dicevano la loro teoria su quella che a Francesco sembrava una diatriba senza senso. Dicevano che era caldo, forse era la conseguenza della corsa fatta prima? O forse stava per avere una febbre improvvisa? Stava per dire la sua quando dal finestrino vide che il treno era risalito in superficie, erano quasi arrivati alla stazione di Mergellina. Il treno rallentò fino a fermarsi. questa volta il ragazzo era troppo preso da quello che stava accadendo per osservare il prossimo passeggero. Intanto si avvicinò a lui l’uomo vestito elegante, con il suo solito fare sicuro e determinato. Prese posto accanto a Francesco e alla ragazza e con un tono rilassante si rivolse a lui.

-Ragazzo, tu sai dove ti trovi in questo momento?

Francesco non era più sicuro della risposta che avrebbe dato. Sapeva che era il treno metropolitano verso Cavalleggeri Aosta, la sua destinazione, ma ormai ne era più certo.

-Sul treno per Bagnoli, non so l’orario perché il mio orologio non funziona più bene

-Sì, ma sai che treno è questo? Ricordi Cosa è successo prima di trovarti qui?

-Nulla di insolito. sono uscito dall’ufficio ed ho corso come un matto per arrivare alla stazione di Gianturco. Sono salito su ed ho visto questo treno che stava per partire. Ho continuato a correre e sono salito

-Quindi eri al capolinea quando sei salito. Ed hai visto questo vagone?

-Sì, corretto

-Molto strano, di solito agli altri non è visibile

-Gli altri? Chi altri?

Presero a parlare gli spettatori di quello strano spettacolo ambulante. Ognuno aggiungeva una tessera ad un mosaico che prendeva forma lentamente.

-Gli altri… Quelli che rimangono

-Ragazzo devi sapere una cosa molto importante, questo non è un treno, per così dire, normale

-In realtà tutto si limita a questo vagone. Quelli come noi sono gli unici a vederlo

-Ma voi chi? Spiegatemi subito o chiamo la polizia

La risposta arrivò dalla donna vestita di nero. La sua voce era gelida con il ghiaccio e penetrò nel cervello di Francesco come una pallottola.

-I morti. Noi siamo le anime di coloro che ancora non hanno guadagnato l’inferno o il paradiso. C’è un giudizio universale per tutti ma a quanto pare la lista è lunga e noi non abbiamo  requisiti per sbrigare la pratica più velocemente

-Esiste una burocrazia anche dall’altro lato, fratello. E a quanto pare ci sono le stesse regole che ci sono qui. Ci sono le raccomandazioni

-Forse non è proprio così, noi un motivo in comune ce l’abbiamo

Francesco girava la testa per guardare i volti delle persone che parlavano con lui. Sembravano seri, non stavano scherzando. O quantomeno se stavano recitando erano bravissimi. In quel momento gli venne in mente che potevano essere proprio degli attori in costume, magari stavano filmando tutto. Ma sì, era una candid camera organizzata ad arte. Non riuscì a sopprimere un sorriso. Le labbra si allargarono fino a scoppiare in una sonora risata che provocò il silenzio degli altri. Si alzò e cominciò a parlare ridendo.

-Ci ero quasi cascato! Siete bravissimi, devo riconoscerlo. Davvero bravi, alla fine vi stavo credendo. Dove avete preso i vestiti di scena? Sono bellissimi

Sentiva gli occhi addosso troppo seri, si aspettava che da un momento all’altro tutti ridessero e gli facessero vedere le telecamere ma non fu così.

-A che fermata siamo? Fatemi passare che devo andare a casa, scendo a Cavalleggeri Aosta

-Siamo ancora a Piazza Leopardi, ancora non sei arrivato

In quel momento il treno si fermò, qualcuno scese mentre un’altra persona prese posto. Quando il treno ripartì dalla stazione Francesco sentì una mano sul suo braccio. Era la ragazza che gli si era seduta accanto. Con il volto sereno provò a parlargli.

-Non sappiamo ancora se tu puoi o non puoi essere qui, ma devi credere alle nostre parole. E se non puoi, allora guarda tu stesso

La ragazza prese i capelli lunghi e li raccolse con un elastico. Poi lentamente tolse il foulard rosso che le copriva il collo. Fu a quel punto che Francesco la vide. Era una cicatrice che percorreva da destra a sinistra tutta la parte anteriore del collo. Sembrava recente, non era per niente rimarginata e anche se non grondava sangue riusciva a vedere il rosso della carne. Quella vista lo destabilizzò, cadde seduto nuovamente sul sedile. La ragazza riprese a parlare.

-Questa me la sono fatta quando mi sono suicidata un bel po’ di anni fa. Ero da sola a casa, avevo da poco litigato con i miei genitori prima che uscissero a fare una passeggiata. Solite questioni, brutti voti a scuola, amicizie che non gli andavano mai bene. Presi il rasoio di mio padre e non ci pensai due volte

Francesco ebbe un brivido, stava immaginando la scena quando senza essere interpellati, i tre ragazzi vestiti da punk si tolsero le giacche di pelle e mostrarono le braccia piene di lividi all’altezza dei gomiti.

-Questi ce li siamo fatti una sera. Una dose troppo grande per noi, non eravamo abituati. Eravamo ribelli, credevamo in ideali forti, ma in fondo eravamo solo dei deboli

-Anche io e mia moglie abbiamo una storia triste che ha messo fine alla nostra vita terrena

Era il signor Gaetano che stava parlando, accanto a lui sua moglie lo guardava con uno sguardo malinconico.

-Eravamo amanti ma le nostre famiglie erano contrarie. Storie come la nostra erano più che normali nel nostro periodo. La maggior parte però si piegava al volere delle famiglie e accettava i matrimoni combinati, ma noi no. Il nostro amore era più forte di ogni avversità, anche della morte. Ci buttammo da uno scoglio alto in mare. Morimmo insieme, mano nella mano, ma felici

Ognuno raccontava la propria storia o mostrava un dettaglio della propria morte. Possibile che quelle davanti a lui erano veramente anime in pena che vagavano sulla terra? Francesco si alzò di scatto per allontanarsi dalla piccola folla che si era raccolta vicino a lui.

-Smettetela! Adesso basta, questo gioco non è divertente. quando è troppo è troppo

Percorreva il corridoio largo del vagone all’indietro, mentre gli altri lo guardavano impietositi senza avvicinarsi.

-Credete che questi trucchi mi impressionino? E’ ora di finirla, scendo qui

Il treno proprio in quel momento si fermò, erano alla stazione di Campi Flegrei. Francesco si girò verso l’uscita ma si bloccò di colpo. Un altro passeggero stava salendo e si trattava della prova lampante che quell’incubo che stava vivendo era reale. Una bambina, vestita con un abito chiaro saliva i gradini con la testa bassa. I lunghi capelli dorati le coprivano il volto. Quello che sconvolse Francesco però era un dettaglio più che rilevante. Lui riusciva a vedere attraverso quella bambina. Era come se fosse trasparente, riusciva a vedere la stazione dietro di lei senza problemi. Non aveva senso.

-Si chiama Lucilla, anche lei ha una storia triste alle spalle. E’ in attesa da così tanto tempo che sta perdendo la sua forma. Ormai il ricordo di chi era in vita è quasi svanito, tra non molto scomparirà completamente. Ora sei ancora convinto che si tratti di uno scherzo?

La bambina alzò la testa e mostrò il volto a Francesco. Alzò la mano e lo salutò sorridendo ma quel gesto sortì in lui l’effetto contrario. Cadde a terra, si rialzò subito e corse per tutto il vagone. Voleva fuggire da quell’orrore, se avesse raggiunto la testa della carrozza forse sarebbe arrivato in un altro elemento del treno e si sarebbe salvato. Arrivò finalmente alla porta che lo separava dal vagone successivo, la aprì ma ad attenderlo non c’era quello che immaginava. Si aspettava di trovare un ambiente familiare, invece davanti a lui c’era il nulla. Un vuoto completo, una tela bianca su cui nessun pittore aveva mai cominciato a disegnare. Il suo cervello non riusciva a darsi una spiegazione, cos’era quel posto? Cosa sarebbe successo se fosse avanzato in quella direzione? Sollevò di poco il braccio sinistro quando all’improvviso una mano lo prese per le spalle e lo tirò a sé.

Cadde sul pavimento in gomma del treno, alzò gli occhi e vide degli sguardi preoccupati. Erano i volti delle anime conosciute in quello strano viaggio.

-Non andare mai in quella direzione, quello è il punto di non ritorno. Il vuoto cosmico, basta solo sfiorarlo per mettere fine alla tua esistenza, terrena e ultraterrena

-Non devi scappare, noi non vogliamo trattenerti. La tua fermata è la prossima, puoi scendere quando vuoi

-Noi usiamo questo treno per visitare i luoghi della nostra vita. Passiamo tutto il giorno in giro per la nostra città in attesa di essere chiamati a giudizio. Prendiamo questa corsa tutti insieme per incontrarci e stare in compagnia

-Quando ti abbiamo visto stasera è stato strano per noi come lo è stato per te. Non abbiamo contatti con i viventi da troppo tempo, scusa se possiamo averti spaventato

-Il treno si sta fermando, è la tua fermata

Francesco si alzò guardandoli tutti. Voleva scusarsi con loro, avrebbe voluto spiegare che le sue paure erano irrazionali, ma più li guardava e più capiva che loro avevano già compreso. Con ancora addosso una strana sensazione, il ragazzo varcò le porte automatiche del treno. Alle sue spalle sentì un’ultima frase, la voce era quella inconfondibile del signor Gaetano.

-Se puoi, ricordati di noi nelle tue preghiere. Potrebbe essere importante

Scese l’ultimo gradino, quando le scarpe toccarono il suolo si girò. L’ultimo vagone del treno non c’era più. Mentre la sirena fischiava la metropolitana si avviò verso la fermata successiva. Francesco uscì dalla stazione di Cavalleggeri Aosta con l’amaro in bocca. Aveva vissuto una breve avventura fantastica oppure aveva solo sognato tutto? Era stata la suggestione, la paura di aver sconfinato per una volta l’abitudinarietà oppure il suo mondo era entrato in contatto con un altro?

Non sapeva e non voleva darsi una risposta. Per un riflesso involontario alzò il braccio sinistro e guardò il polso. L’orologio segnava le 21:08. Domandò ad un passante che gli confermò l’orario. Era esatto, ora il suo amico orologio segnava correttamente l’ora. Di sicuro il giorno successivo l’avrebbe portato da un orologiaio per farlo riparare. E forse, sarebbe stato meno schiavo delle abitudini.

10 Settembre 2011

La pioggia veniva giù a secchiate mentre la vecchia Fiat Tipo percorreva le stradine deserte che dai Ponti Rossi portano verso Miano. Il manto stradale non era dei migliori, pezzi di asfalto si staccavano lasciando piccole voragini che si riempivano velocemente di acqua piovana. La visibilità era scarsa, i vecchi fari anteriori riuscivano ad illuminare solo una piccola parte della carreggiata ma tutto quello non sembrava essere un problema per Antonio. Quella strada l’aveva percorsa tante volte, troppe, neanche lui ricordava bene quante. La macchina arranca in un tratto in salita, subito dopo in piano acquista più velocità. Solo poche curve separavano il conducente dal termine di quella serata. Una come tante, una notte che doveva finire come tutte le altre.

Antonio parcheggiò sul ciglio della strada, inserì il freno a mano ed uscì. Intorno a lui c’era solo il silenzio e una leggera foschia che saliva piano dall’erba. L’abitazione più vicina era a qualche centinaio di metri quindi poteva permettersi il lusso di fare rumore senza disturbare nessuno. Si portò sul lato posteriore della macchina ed aprì il bagagliaio. All’interno c’era un sacco dell’immondizia scuro, e non era vuoto. Fece uso di tutta la sua forza per prenderlo e caricarlo su una spalla. Chiuse il bagagliaio e si avvicinò ad un grande cancello arrugginito.

Con una mano cercò di rovistare nella tasca della giacca ma non riuscì a trovare quello che cercava. Imprecò, posò il grosso sacco a terra e vuotò le tasche. Finalmente ecco le chiavi, prese quella più grande e la usò per aprire il cancello. Davanti a lui c’era una distesa di terra in parte incolta. Apparteneva alla sua famiglia da lungo tempo. Suo padre e prima ancora suo nonno coltivavano in quel terreno frutta e verdura da vendere al mercato. Suo padre gli diceva sempre di non abbandonare mai quel lavoro dignitoso, o almeno di non disfarsi mai di quel piccolo appezzamento, magari in futuro lo avrebbe rivenduto guadagnandoci un bel po’ di soldi. Antonio aveva seguito quel consiglio ma senza risultato. Anche lui aveva intrapreso la strada di suo padre, lavorava la terra ogni giorno e vendeva al mercato, ma la sua era una vita misera.

Era solo tutto il giorno, nessuna distrazione, nessun amico, nessuna donna. Da giovane non aveva nemmeno concluso gli studi quindi non poteva nemmeno sperare in un capovolgimento della situazione. L’unica sua vita era il lavoro e le abitudini. Stessa casa di sempre, stesso tragitto ogni giorno, stessa vita. Per fortuna c’era il suo “hobby” che negli anni lo aveva tenuto buono. Aveva sempre pensato che senza quella sua, come la chiamava, piccola perversione avrebbe rischiato di impazzire e sarebbe finita come in quei film in cui una persona comune va in strada e fa una strage di innocenti. Per fortuna però il suo passatempo non coinvolgeva le persone innocenti, almeno secondo il suo modo di pensare.

Antonio aveva scelto le sue vittime in maniera quasi automatica, quelle che da secoli erano i bersagli preferiti da ogni serial killer. Le prostitute. Nella sua vita mancava proprio la componente amorosa, mancava una donna che lo facesse sentire bene. Per quel motivo ogni settimana saliva in auto e scorrazzava per la città in cerca di una brava donna che lo potesse accontentare. Ogni volta un quartiere diverso, era l’unico ragionamento lucido che una mente semplice come la sua poteva fare. La sceglieva, la pagava, godeva del suo servizio e poi la uccideva. Proprio così, a sangue freddo, senza pensarci su due volte.

Era proprio come dicevano tutti, il difficile è soltanto la prima volta, poi si fa l’abitudine. Gli piaceva farlo subito dopo l’amplesso, quando era ancora eccitato. Trovava il suo appagamento quando le sue mani grosse si stringevano intorno al collo delle sue vittime. Le guardava negli occhi, così belle, mentre la vita le abbandonava. Siamo abituati a vedere gli assassini come persone fredde, meticolose, sempre un passo avanti alle forze dell’ordine. Non è sempre così. Esistono quelli come Antonio, che non sarebbero nemmeno capaci di scrivere il nome “serial killer”. Un tipo normale, con una vita normale che ogni settimana decide di concedersi un piccolo lusso. Lui non è un freddo calcolatore, è solo uno schiavo dei sentimenti. Schiavo di quel piacere che prova ogni volta, schiavo dell’amore che prova per le sue vittime. Sì, perché lui le sceglie per la propria bellezza, quando sta con loro immagina una vita normale. A modo suo, si innamora quando le incontra fino al momento in cui le libera dalla vita terrena. Prima di ucciderle le giudica, sa che “loro” lo fanno per i soldi. Non sono come lui, non provano per lui quello che lui prova per loro. Non lo amano quindi non vale la pena farle vivere.

Quella era proprio una di quelle sere, quelle del suo divertimento, della sua caccia. Con la sua auto da sfigato si era recato in una delle strade buie della sua città, illuminate solo dal fuoco dei copertoni sui marciapiedi. Il suo tour personale comprendeva dapprima la visione della mercanzia. Con la prima marcia innestata percorse lentamente la via per ammirare le ragazze che gli si offrivano. Scelse, come sempre, la più bella. Magra, alta e svestita come le altre. Si fermò per contrattare sul prezzo, lei sparava alto ma lui acconsentì, sapeva già che quei soldi sarebbero tornati nelle sue tasche.

Lei salì in macchina, lui la guardava ed ammirava la sua bellezza esotica. Probabilmente era dell’Europa dell’Est. Insieme si recarono in uno dei suoi posti segreti, un viale nascosto dove poter fare quello che voleva in tutta tranquillità. La ragazza era brava, molto, quello dovette pensare Antonio quando fece sesso con lei. Quando finirono la guardò, i suoi occhi erano ipnotici. Ma c’era un impulso più forte, più violento dentro di lui. Con le sue mani tozze le diede uno schiaffo improvviso, poi si accanì su di lei. La strozzò, come aveva già fatto con le altre. Lei non riuscì a rendersi conto di quello che stava succedendo che era già diventata un’anima lontana dal corpo. Quel corpo che più tardi riempiva la busta nera accanto al cancello arrugginito.

Antonio prese nuovamente il suo bottino e si incamminò al centro del terreno. Lì sotto c’erano i suoi segreti. La pioggia aveva coperto le tracce di dissotterramento del terreno ma lui sapeva bene i posti dove aveva conservato i corpi delle sue vittime. Ricordava a memoria la posizione esatta di ognuna di loro. Non conosceva i loro nomi, a malapena ricordava i loro volti, ma sapeva bene dove aveva riservato il loro personale loculo. Non che le ricordasse nelle sue preghiere, oppure che portasse loro dei fiori, sia chiaro. Le collezionava come fossero piccoli trofei della sua personale bacheca.

Dopo pochi metri arrivò nel punto desiderato. Aveva già preparato tutto durante il mattino, c’era già lo spazio necessario per accogliere la sua nuova ragazza. Adagiò lentamente il sacco a terra e lo aprì. Guardò per l’ultima volta la donna. Era bellissima, doveva ammetterlo. In quel momento pensò che forse era la ragazza più bella con cui aveva fatto l’amore. Per un istante brevissimo pensò addirittura di aver sbagliato ad ucciderla, in quel frammento di un secondo immaginò una vita diversa con lei. Ma durò troppo poco, quel ricordo venne inghiottito bruscamente dalla realtà della vita.

Antonio prese di peso la sua vittima e la scaraventò nella fossa che lui stesso le aveva scavato. La dispose in una strana posizione, con braccia e gambe incrociate in modo da occupare meno spazio. Purtroppo le vittime aumentavano e lo spazio era sempre lo stesso, doveva arrangiarsi e ridimensionare le fosse. Una volta compattato il corpo si allontanò per prendere la vanga e mettersi all’opera per coprire il tutto. Era poco lontana, all’interno del piccolo capanno. La prese ma quando ritornò notò qualcosa di strano. Il braccio destro della ragazza era in una posizione diversa da dove l’aveva lasciato. Lui l’aveva piegato sul petto mentre ora era disteso, aperto. Non gli interessava sapere il perché, non aveva le conoscenze adatte per capire come mai un corpo morto riuscisse a muoversi. Si calò all’interno della fossa e sistemò nuovamente il braccio nella posizione migliore. Risalì e con la vanga prese a coprire il cadavere. Cominciò dal basso, fino alla fine voleva osservare quel viso di rara bellezza. Coprì prima i piedi, poi le gambe e il ventre, poi si fermò. Sentì un rumore strano provenire dal cancello. Posò l’arnese e andò a controllare. Doveva assicurarsi che nessuno lo disturbasse, non poteva permettersi un contrattempo simile.

Arrivò fino all’ingresso, in silenzio. Si guardò intorno ma non vide nessuno. Provò a richiamare l’attenzione di qualcuno, urlò affinché chiunque fosse lì lo ascoltasse, ma niente. Si convinse di essere da solo quindi ritornò al suo lavoro. Prese nuovamente la vanga e cominciò a buttare terreno sul cadavere quando notò ancora una volta il braccio in una posizione diversa. Stavolta era disteso lungo i fianchi. Imprecò urlando, quelle situazioni paradossali stavano solo rallentando l’inevitabile. Scese nella fossa e piegò il braccio con tale forza da spezzare il gomito. Sentì il rumore sordo delle ossa che si piegavano in modo innaturale quando ad un tratto vide la testa della ragazza girarsi nella sua direzione. Antonio lanciò un urlo di paura e cadde a terra guardando terrorizzato la ragazza. Si aspettava che questa aprisse gli occhi o cominciasse a parlare, magari non era ancora morta. Si diede dello stupido, doveva controllare meglio il battito prima di metterla nel portabagagli.

Passarono alcuni secondi che sembravano interminabili, poi si rese conto che era fuori pericolo. Si era solo impressionato inutilmente, la ragazza era morta davvero anche se trovava davvero strano quello spasmo improvviso. Si alzò in piedi, la offese con aggettivi volgari e sputò sul suo volto. Risalì dalla fossa e prese ancora una volta la vanga. Questa volta non lasciò che nessuna distrazione lo distogliesse dal suo compito. Con una forza sempre maggiore in pochi minuti riempì il vuoto con tutto il terreno possibile. Aveva perso tempo prezioso e quindi doveva procedere velocemente. Una volta terminato il lavoro appiattì il terreno in eccesso per coprire bene le tracce dello scavo, la pioggia avrebbe fatto il resto.

Si sollevò e guardò in alto, tutte le stelle brillavano nel cielo ora sgombro di nuvole. Si asciugò la fronte sudata, aveva esaurito tutte le forze ed aveva soltanto bisogno di riposare. Lasciò cadere la vanga a terra e fece per andarsene, ma non ci riuscì.

Qualcosa lo aveva preso per una spalla e lo strattonò con forza facendolo girare. Antonio non poteva fare nulla per evitarlo, perse l’equilibrio e cadde a terra. Sollevò Lo sguardo e mise a fuoco. L’oscurità non lo aiutava, dopo pochi secondi vide una figura in piedi davanti a lui. Era nuda, o quasi. Era una donna. Aveva il corpo pieno di sangue e terreno, il volto lo fissava con uno sguardo tutt’altro che naturale.

-Ciao, ti ricordi di me?

Quella domanda prese Antonio in contropiede. In quel momento lui non sapeva proprio chi fosse quella donna. rimase a bocca aperta senza dire nulla.

-Ma come? Non ti ricordi? Siamo stati bene, in quei pochi minuti

Cercava di riorganizzare i pensieri ma niente, non riusciva ad associare quel volto ad una persona conosciuta.

-Mi deludi, pensavo mi amassi davvero. Vediamo se questo te lo ricordi

In quel momento alzò la testa mostrando il collo. Aveva una macchia scura, come i segni di uno strangolamento. Riabbassò la testa mostrando il lato sinistro. Una macchia ancora più scura circondava l‘occhio e lo zigomo.

-Ora ricordi? Volevo liberarmi da te, hai dovuto darmi due pugni in faccia prima di strangolarmi. E’ successo due mesi fa

Antonio iniziava a capire. Ricordava quel volto, ma non era possibile che lei fosse lì davanti a lui. Era una delle sue vittime, ricordava di averla adescata nei pressi della zona industriale. Dopo aver fatto sesso con lei cercò di ucciderla ma lei riuscì a scappare dall’auto. La rincorse, le assestò due pugni e poi la strangolò. Ricordava dove l’aveva seppellita, si girò di scatto per vedere proprio in quella direzione. Ebbe un mancamento quando vide che proprio in quel punto il terreno era stato tolto.

-Esatto, ora hai capito. Ero proprio lì, in quel punto. E non sono sola

Antonio si girò verso di lei e vide comparire alle sue spalle altre figure. Avanzavano verso di lui mostrando i loro corpi seminudi e le loro facce. Le guardava, riconosceva ognuno di quei volti. C’era la ragazza nera che aveva ammazzato il mese precedente, c’era la rossa della settimana prima, c’era addirittura la sua prima vittima, come dimenticarla. Tutte davanti a lui, tutte con lo sguardo pieno di rabbia. Si avvicinavano imminenti mentre lui cercava di camminare all’indietro a quattro zampe.

-E’ inutile che scappi, ci siamo tutte e siamo ritornate qui per prenderti

-Ora sei nostro, non puoi scappare

-Vieni qui, ti faremo provare quello che hai fatto a noi

Antonio continuava a scappare sul terreno bagnato senza distogliere lo sguardo dalle ragazze. Fece qualche metro, poi andò a sbattere contro qualcosa. Girò lo sguardo e vide la sua ultima vittima in piedi. Anche lei era uscita fuori dalla sua fossa per compiere la sua vendetta. Aveva il braccio destro che penzolava in modo innaturale. Gli si avvicinò con lo sguardo pieno di rabbia.

-Sei finito

Di colpo tutte le ragazze si gettarono su Antonio. Chi gli teneva ferme le gambe, chi gli teneva ferme le braccia. qualcuna cominciò a spogliarlo mentre le altre presero a graffiarlo sul volto e sul torace. Antonio urlava come non mai, ma nessuno poteva sentirlo. Quel luogo era lontano dalle abitazioni, lontano da orecchie indiscrete.

-Guarda, ti abbiamo preparato una bella fossa, vicino alle nostre. Neanche la morte ci separerà ora, sei contento?

Con una forza fuori dal normale le donne sollevarono il corpo di Antonio e lo gettarono in una larga fossa che avevano preparato per lui. Anche loro scesero ed iniziarono a percuoterlo. Calci, pugni, graffi, mani che si avvicinavano al collo e stringevano sempre di più. Le urla di Antonio erano sempre più forti. Dentro di lui una paura mai provata e la consapevolezza di essere parte di un incubo. Un incubo che lui stesso aveva fatto provare alle sue vittime. Le urla però cominciarono a diminuire, poi si fermarono. Il corpo di Antonio era senza vita, anche lui era stato vittima del suo orrore.

Le donne si alzarono e uscirono dalla fossa. Una in particolare, la sua ultima vittima, prima di andarsene si girò verso di lui e gli sputò in faccia.

-Mi chiamo Miriam, ricorda il mio nome quando arriverai all’inferno

Come governate da una forza invisibile le ragazze andarono ad adagiarsi silenziosamente ognuna nel posto che il killer aveva riservato loro. Si distesero, chiusero gli occhi e tornarono ad essere dei semplici cadaveri senza vita, senza nome. Chissà se un giorno quei cadaveri saranno ritrovati da qualcuno. Chissà se qualcuna di loro sarà riconosciuta, se qualche lacrima amica sarà versata per lei. Uno strano sorriso però si formò sui loro volti. Il sorriso di chi ha avuto, anche se troppo tardi, la propria vendetta.

3 Settembre 2013

Quella domenica mattina la casa era vuota, ma si sarebbe riempita a breve. Carmine e Maria rientrarono a casa verso le 10. Erano scesi di primo mattino a comprare tutto l’occorrente per quel pranzo domenicale. Non sarebbero stati soli, infatti avevano invitato le figlie con le rispettive famiglie. Aprirono il portone della loro villetta a Chiaiano. Erano visibilmente felici, dopo poco avrebbero rivisto i loro nipotini e per quello erano raggianti. Girarono la chiave della porta principale e posarono le borse piene in cucina. Lui metteva a posto i prodotti mentre lei apriva le finestre per far entrare l’aria e metteva da parte l’occorrente per il pranzo. Era già tutto stabilito. Prima un antipasto di verdure e affettati, come primo piatto scialatielli con frutti di mare, rigorosamente presi al mercato quella mattina stessa, per i bambini pasta al sugo. Come secondo piatto una grande frittura di pesce per tutti, servita insieme ad insalata e patatine fritte. Il dolce lo portava Aurora, la prima figlia. Caffè e amaro per i più grandi. Carmine sorrideva, la moglie sapeva il perché e non disse niente. Stava pensando a loro, a come la fortuna li aveva assistiti fino a quel momento.

Carmine Manfredi e Maria Costa venivano dallo stesso quartiere, Scampia. Il padre di lui era un carabiniere, purtroppo venuto a mancare quando era ancora piccolo. Era morto durante un posto di blocco, con il suo collega avevano fermato una macchina sospetta e il guidatore, strafatto, si era messo a sparare verso di loro. Un eroe di guerra, avrebbe detto più tardi il sacerdote durante i funerali. Già, perché Scampia era luogo di guerra, anche se non erano poche le brave persone che ci abitavano. La famiglia di Carmine infatti faceva parte della porzione di Scampia che non ci sta. I genitori erano originari di Fuorigrotta, ma al signor Manfredi era stato assegnata una casa nel parco dei Carabinieri. La giovane coppia vi si trasferì proprio quando Carmine era ancora nel grembo materno. Due giovani di buona famiglia in un quartiere che si stava affacciando verso il futuro. Verso il futuro, sì, ma nessuno sapeva ancora che sarebbe stato solo il futuro di un mercato miliardario che avrebbe dato da mangiare solo ai clan camorristici.

La droga. Se ne accorsero già dai primi tempi, quando Carmine era piccolo. C’erano gli amici del parco, figli dei colleghi del padre, ma appena usciva da quel micromondo si scontrava con una realtà più cruda di quanto pensassero. Se usciva doveva rincasare presto, se vedeva qualcosa di strano non aveva visto niente, se qualcuno faceva il prepotente lui non doveva rispondere. Convivenza la chiamavano. Convivevano con un mondo che non gli apparteneva, ma se loro giravano lo sguardo allora i prepotenti non davano fastidio.

Intanto Carmine cresceva ed incontrò Maria. La famiglia di Maria si trovava a Scampia per le stesse ragioni di quella di Carmine, solo che il padre di lei era un postale. I parchi dove vivevano erano dunque vicini, e avevano tante cose in comune. Stessa età, stessa scuola, stessi interessi, stessa fragilità. Entrambi troppo deboli per una giungla che richiedeva sacrifici di sangue troppo crudi. Ma l’unione fa la forza e insieme andarono avanti.

Insieme fino a quel tragico episodio. Avevano appena 17 anni quando la crudeltà di quel posto portò via a Carmine anche sua madre. Un proiettile vagante, avevano detto in centrale. Erano alla ricerca del colpevole, ma per le strade si sapeva già l’identikit del sicario. D’altronde la colpa non era sua, era il bersaglio che aveva avuto la brillante idea di scappare e ripararsi tra la folla. La giustizia rimase impunita, uscì fuori un altro nome, si era dato la colpa per ingraziarsi la benevolenza di un clan. Da loro si usava fare anche così, la giustizia faceva comunque il suo corso e i parenti della vittima avevano un capro espiatorio su cui vomitare la loro rabbia. Per Carmine era la goccia che faceva traboccare il vaso. Un colpo così forte che lo fece cadere in un burrone profondo. Nella partita con la vita Carmine era andato KO con un montante diretto.

Da qui in poi tutto buio. Carmine ancora oggi non ricorda i dettagli di quel periodo ma solo uno sfondo nero. Quello che ricorda subito dopo l’accaduto è la vita con Maria. Ricorda di come i genitori di lei lo accolsero a casa, di come il loro amore gli fece superare quel momento tragico. Dei traguardi raggiunti, gli studi, il lavoro. E poi la cosa più importante. Il sentimento tra i due che cresceva e si faceva sempre più forte. Più forte dell’indifferenza, più forte della prepotenza, più forte dell’ignoranza. Si laurearono insieme in letteratura, la loro passione comune. Si sposarono e andarono a vivere lontano da Scampia. Sì, perché basta allontanarsi non di molto per vedere la differenza. Una piccola villetta a Chiaiano dove far crescere le due figlie Aurora e Benedetta. E ora a distanza di così tanto tempo quello stesso piccolo giardino in cui giocavano Aurora e Benedetta era il parco giochi preferito dei tre nipoti. Carmine e Maria si erano lasciati il passato alle spalle, tutto girava per il meglio. Erano felici, davvero felici.

Carmine era in cucina, si sedette per riposarsi un po’. Aveva pur sempre 68 anni e si stancava facilmente. E poi c’era quel piccolo dolorino all’altezza del cuore. Non doveva sottovalutarlo, lo diceva anche il suo medico.

“Carmine tu sei in buona salute, hai uno stile di vita da invidiare. Ma tieni sempre 68 anni, non te lo dimenticare. Sei una macchina che ha macinato chilometri, ogni tanto devi stare in garage”

Fece un respiro profondo e il dolore sparì. Si diede coraggio, era ancora forte e quella giornata doveva essere perfetta. Maria gli si avvicinò e gli mise una mano sulla spalla con dolcezza. Aveva il dono di leggergli nel pensiero.

-Non ti preoccupare per oggi. Staremo tutti insieme, è questo che conta. Tu vatti a riposare un po’ che preparo tutto io

-Ma no, che dici? Sto bene, vado un po’ in giardino e poi vengo a darti una mano

-Come vuoi

Carmine uscì in giardino. Il cielo invernale aveva lasciato spazio ad un po’ di sole che riscaldava l’erba. Si avvicinò al suo albero preferito. Un ciliegio, l’albero simbolo di quel quartiere. Erano anni che era lì, c’erano ricordi indelebili di ogni momento accanto a quell’albero. Carmine sorrise pensando ai giorni in cui insieme alle sue figlie giocava in giardino. I girotondi intorno al tronco, le scorpacciate di frutta, la potatura e la raccolta insieme. Quell’albero era cresciuto non solo di acqua e sole, ma soprattutto di amore e calore umano. Gli aveva dato anche un nome, Barbalbero, proprio come un personaggio del libro “Il signore degli anelli”, che Carmine leggeva alle figlie proprio all’ombra del ciliegio.

Il ricordo di quei giorni felici fece commuovere Carmine, che si accorse di avere il viso bagnato dalle lacrime. Si asciugò velocemente prima che qualcuno potesse scoprirlo. Eccolo, di nuovo quel dolorino al petto. Vabbè, questa volta era l’emozione. Nulla di cui preoccuparsi.

-Nonno, nonno!

-Apri nonno, siamo arrivati!

Carmine si girò e vide Marco e Lucia che saltavano di gioia fuori al cancello. Lo aprì subito e loro si buttarno tra le sue braccia mentre Aurora e il marito cercavano di calmarle. Ma Carmine non voleva che si fermassero, era contentissimo di stare disteso sull’erba a riempire di baci i suoi nipotini.

-Benedetta mi ha avvisato che arriva tra un po’. Era ancora a casa a prepararsi

-Non ti preoccupare, è presto. Tua madre è in cucina a preparare. Io sono qui a perdere tempo, non mi vuole tra i piedi

Aurora gli si avvicinò e gli accarezzò una guancia.

-Lo sai che ti vorrebbe sempre tra i piedi. E’ solo preoccupata per la tua salute

-Ue, ma che avete tutti? Io sto benissimo, sono forte come un leone

-Appunto, vedi di stare sempre bene

La ragazza entrò in casa insieme al marito mentre i bambini rimasero con il nonno.

-Come sta Barbalb… Barbl…

-Barbalbero. Sta bene, guarda. E’ ancora presto per vedere le ciliegie sui rami, non è periodo

-Nonno mi fai toccare quel ramo?

-Ma sei troppo piccolo per arrivare a quel ramo, Lucia

-Ma voglio toccarlo nonno!

Lucia era piccola ma aveva la testa dura. Voleva a tutti i costi avvicinare la mano ad un ramo altissimo. Il nonno non sapeva mai dire di no a nessuno dei suoi nipoti.

-E va bene. Su, fatti prendere in braccio che ti faccio salire

-Dopo prendi in braccio anche me?

-Certo, prima tua sorella però

Carmine prese in braccio Lucia. Non ricordava fosse così pesante. Certo, era cresciuta tantissimo dall’ultima volta che l’aveva vista ma aveva come il sospetto che fosse lui a non essere così forte come l’ultima volta. Fece una smorfia di dolore quando la sollevò da terra, un po’ per il peso un po’ perché era appena ritornato quel piccolo dolorino. Eccolo ancora quell’ospite indesiderato, forse con un paio di respiri profondi sarebbe andato via.

Un respiro profondo.

Un altro respiro profondo.

Niente, il dolore sembrava addirittura più forte.

-Nonno, più in alto. Non ci arrivo!

Le braccia cominciarono a tremare visibilmente. Carmine capì che era il momento di smettere. Posò di nuovo Lucia a terra e rimase chino, poggiando le mani sulle ginocchia e guardando a terra.

-Nonno, ora io! Ora io!

Carmine respirava a fatica, il dolore sempre più forte gli impediva di sentire le richieste dei nipoti. Guardava in basso, l’erba gli appariva sempre meno nitida. La vista si stava appannando e non riusciva a respirare. Si accasciò a terra. In poco tempo gli altri uscirono di casa attirati dalle urla dei bambini.

Fu portato in ospedale dall’ambulanza. Ogni tanto apriva gli occhi. Ricordi confusi. Le facce preoccupate degli infermieri. Il rumore di un macchinario elettrico. Gli sguardi tristi dei suoi cari. Le lacrime di Maria.

Poi di nuovo il buio, come tanti anni prima.

Finalmente riaprì gli occhi. Era cosciente, sapeva di essere morto. Come nei film, avrebbe visto un’enorme stanza bianca e un angelo che gli spiegava dove si trovava.

Tutt’altro.

Era in una piccola camera sudicia. Era notte, l’intermittenza di un neon ronzante all’esterno inondava la stanza di una luce rossa. Si guardò intorno. L’odore era nauseabondo. Dove si trovava. Si alzò, provò a fare mente locale ma non gli venivano idee. Si avvicinò ad un piccolo specchio sulla parete. Quello che vide lo impressionò tanto da farlo cadere all’indietro. In quello specchio non c’era lui. Quello che lo fissava era una persona più giovane, forse un trentenne. Magro da far paura e con i capelli lunghi. Era spaventato, non riusciva a trovare spiegazioni logiche. Come un granchio camminò a terra all’indietro senza staccare lo sguardo dallo specchio. Urtò qualcosa. No, qualcuno. Si girò e vide un signore. Indossava un vestito costoso e dava l’impressione di essere sul punto di dare una spiegazione a tutto quello.

-Chi sei? Chi sono io?

L’uomo lo guardò stranito.

-Ma come? Ancora non lo hai capito? Ah, già. La tua mente lo sta rigettando. Sei Carmine Manfredi

-No. No! Mi sono guardato nello specchio. Quello non sono io

L’altro alzò gli occhi al cielo. Prese una sedia e si sedette in tono serio.

-Ok, ricominciamo dall’inizio. Quello che vedi nello specchio sei tu, Carmine Manfredi. Tu non mi conosci, ma ti basta sapere che sono solo un povero diavolo. In tutti i sensi

Lo sgomento prese a inondare l’animo di Carmine. Stava per dire qualcosa quando l’uomo riprese a parlare.

-Sono un tipo originale e oggi mi è venuta la voglia di fare uno scherzetto. Vedi, tutto quello che hai appena visto, che hai appena vissuto, era solo una farsa. Era uno dei possibili futuri che erano destinati a te. Era tuo, potevi essere tu quella persona, ma non lo hai fatto. E sai quando? Quando è morta tua madre

Carmine ebbe i brividi quando sentì quelle parole. Un piccolo ricordo si stava insinuando nella sua mente.

-Ecco, vedo che stai già ricordando. Proprio così, è stato difficile quando è successo. Un colpo tremendo. Pochi sarebbero stati in grado di andare avanti. Pochi… Ma tu avevi Maria. Lei era con te, sempre. Te l’aveva promesso. “Carmine, lo supereremo insieme”

Pronunciò quell’ultima frase con la voce di Maria.

”Carmine, vieni da noi. I miei saranno i tuoi nuovi genitori”. Ma tu no. Eri triste, depresso, abbattuto, ma dentro di te qualcos’altro stava prendendo posto. L’odio. Hai lasciato che germogliasse dentro di te e distruggesse chiunque avessi vicino, come un salice piangente che uccide le altre piante. Cos’hai fatto? Lo ricordi?

Carmine ricordava, ma non lo accettava.

-Sì che lo ricordi. Hai contattato quelli dell’altro clan, ti sei offerto a loro per avere la tua vendetta. E l’hai avuta, ma a che prezzo? Hai fatto uccidere il sicario di tua madre ma hai stretto un patto con un diavolo più potente di me. Ti hanno adottato, eri il figlio prediletto del boss. Avevi anche la tua piazza di spaccio. Stavi facendo carriera, intanto avevi già dimenticato tutte le belle persone che erano accanto a te. E Maria? Dov’era, lo sai? No che non lo sai.

-No, no, NO! Smettila!

-Maria andò in depressione. Ti amava e non accettava il nuovo Carmine. Sprofondò anche lei nel tunnel della droga. Lo sai che proprio nella tua piazza di spaccio comprò l’ultima dose? Sì, hai capito bene. E’ morta di overdose e l’hai ammazzata tu. La siringa che l’ha uccisa porta il tuo nome.

-Basta, smettila. Non voglio…

-Cosa non vuoi? Ma guardati come ti sei ridotto. Un povero pusher che piange perché la fidanzatina di anni fa è morta. Hai visto cosa saresti diventato. Era tutto nelle tue mani. Nessuno ti ha convinto a fare la tua scelta. Libero arbitrio, mio caro

Carmine era a terra con la testa tra le mani. Piangeva a dirotto.

-Consolati mio caro. Se ci pensi non hai perso niente perché quello che ti ho mostrato era solo un’illusione. Uno dei possibili futuri. Un futuro bellissimo, ma non più il tuo. Rassegnati

Carmine si alzò in preda ad uno scatto di rabbia. Prese per il colletto l’uomo che gli rispose con una sonora risata.

-Che vuoi fare? Ma hai visto in che condizioni sei? Guardati il braccio

Carmine guardò il suo braccio destro. Solo allora si accorse di avere una siringa conficcata dentro.

-Esatto, la tua ultima spada. La vita che hai scelto sta per terminare

Carmine fece tre passi all’indietro poi si guardò di nuovo nello specchio. Era davvero lui quello che lo stava osservando? Era davvero quella la vita che aveva scelto? Possibile che un piccolo episodio, una scelta soltanto, potesse aver influenzato il suo futuro? Si accasciò a terra mentre le forze lo abbandonavano. L’ultimo suo pensiero era rivolto alle sue figlie. Le due figlie che non aveva mai avuto. Soltanto l’illusione di aver provato un amore così grande. Era solo in quella stanza silenziosa, chiuse gli occhi e si abbandonò alla morte.

27 Agosto 2008

Quando Ivano aprì gli occhi lo fece lentamente. Era ancora nelle braccia di Morfeo e qualcuno stava cercando di svegliarlo. Si sentiva dondolare piano a destra e sinistra. Chi poteva essere? La sua prima domanda non aveva senso se prima non rispondeva ad una domanda ancora più importante, dove si trovava? Ci mise qualche secondo per rimettere insieme tutte le idee e capire che non era a casa sua. Aprì gli occhi di colpo, sapeva di chi era quella mano che cercava di scuoterlo per destarlo. La chiamò per nome.

-Rossella, dove sono? Dove siamo?

La bambina accanto a lui parlava mentre singhiozzava per la paura.

-Ci hanno catturati

Quella mattina Ivano arrivò presto nel suo studio personale. Aprì la porta che recava l’insegna che lui stesso aveva affisso da qualche mese.

Agenzia di investigazione Sky

Lavorava in quel settore già da qualche anno ma erano solo pochi mesi che aveva aperto uno studio tutto suo. Le cose andarono bene dal primo giorno, con il tempo aveva capito che la sua professione e soprattutto il suo modo di lavorare era necessario in tempi come quelli.

Naturalmente la maggior parte dei casi da seguire erano di tradimento. La stragrande maggioranza dei clienti lo contattava per avere le prove del tradimento del partner o del collega di lavoro. Erano casi facili, di solito il traditore sottovaluta sempre qualcosa e lascia qualche indizio sulla strada. Inoltre l’uso delle nuove tecnologie era essenziale per svolgere nel minor tempo possibile le sue azioni, e Ivano era al passo coi tempi.

Stava andando tutto bene, con un po’ di tempo in più sarebbe arrivato più in alto, se lo sentiva. Quel mattino però accadde qualcosa di insolito. Erano da poco passate le 10 quando qualcuno bussò alla porta. Ivano si stranì del fatto che non avessero usato il campanello, si alzò dalla sedia ed andò a controllare. Quando aprì la porta non vide nessuno ma quando abbassò lo sguardo notò una bambina che lo guardava con espressione seria.

-Che ci fai tu qui? Dove sono i tuoi genitori? Ti sei persa?

La bambina continuava a guardarlo muta, con la solita espressione seria. Ivano si abbassò per vederla meglio. Non voleva spaventarla, anzi, voleva rassicurarla. Le accarezzò dolcemente i capelli e le parlò con voce dolce.

-Partiamo dall’inizio, come ti chiami?

-Mi chiamo Rossella

-Ciao Rossella, io sono Ivano. Ti sei persa?

La bimba fece no con la testa.

-Sei venuta qui da sola? I tuoi genitori sanno che sei qui?

Il viso della bambina mutò. L’espressione dura cambiò lentamente finché delle grandi lacrime uscirono dai suoi piccoli occhi. Cercava inutilmente di reprimere quella reazione, ma crollò in poco tempo. Scoppiò in un pianto inconsolabile, per istinto Ivano la abbracciò per calmarla.

-Va tutto bene, tranquilla. Troverò subito i tuoi genitori. E’ il mio lavoro, lo sai, trovare le persone

La piccola si asciugò le lacrime con un braccio, poi trovò la forza per parlare 

-I miei genitori… sono cattivi

-Sono sicuro che non è così. Ti vogliono tanto bene e farebbero qualsiasi cosa per te

-No, non è vero! Loro sono diventati dei mostri. Vogliono solo far del male a me e ad altre persone!

-Non dire così. Vuoi un po’ d’acqua? Un dolce?

La bambina fece sì con la testa. Ivano la fece entrare e le diede dei cioccolatini ed un bicchiere d’acqua. Si sedettero sul divano, Ivano cercò di intavolare un dialogo costruttivo.

-Allora, Rossella, quanti anni hai?

-Ho otto anni

-E sai dove abiti?

-Sì, qui vicino. Conosco la strada per arrivarci

-Perfetto! Che ne dici se ti accompagno a casa?

-No! Non voglio

-E perché non vuoi?

-Perché mamma e papà sono diventati dei mostri e vogliono farmi del male

-Perché dici questo? I tuoi genitori sono a casa adesso?

-Sì

-Allora facciamo così, andiamo insieme così sarò io a sconfiggere i mostri e riportare i tuoi genitori normali. Ok?

La bambina fece teneramente un cenno affermativo con la testa mentre finiva di bere l’acqua dal bicchiere. Finalmente Ivano era riuscito nel suo intento. Era un bravo comunicatore anche se non sapeva di esserlo anche con i più piccoli. La prese per mano e uscirono dallo studio per riversarsi in strada. Subito si rese conto che la bambina conosceva davvero bene la strada verso casa, svoltava gli angoli senza il timore di sbagliare direzione. Nel giro di pochi minuti erano fuori dall’abitazione. Era una villetta con un piccolo giardino davanti. Ivano suonò il citofono ma nessuno rispose. Ebbe un piccolo brivido, ma si tranquillizzò pensando che magari i genitori della piccola si erano allarmati per la sua assenza e la stavano cercando in giro. Mentre era assorto in quel pensiero si sentì pungolare alla gamba. Era Rossella che stava attirando la sua attenzione. Ivano si abbassò verso di lei per dirle che all’interno non c’era nessuno e che avrebbero dovuto aspettarli. Lei in silenzio protese un braccio verso di lui ed aprì la mano. Quello che compariva sul suo palmo era un piccolo mazzo di chiavi.

-Queste le ho prese prima di venire da te

Il detective prese il mazzo di chiavi e con quella più piccola provò ad aprire il cancelletto. Si aprì facilmente, i due si incamminarono verso il portone principale. Ivano lo aprì usando l’altra chiave, poi entrò lentamente. Si mise davanti alla bambina, un po’ per un senso di protezione, un po’ per la suggestione del racconto che aveva sentito dalle sue parole. Fece pochi passi lenti mentre si presentava a vuoto. La sua voce faceva eco nell’ingresso della casa?

-C’è qualcuno? Ho riportato qui vostra figlia Rossella. E’ tutto sotto controllo

Poi sentì una fitta tremenda alla base del collo prima che il buio trionfasse su tutto il resto.

-Ci hanno catturati

Quella frase così semplice svegliò definitivamente Ivano dallo stato di torpore. Si alzò di scatto in piedi e subito sentì un forte dolore al collo che lo obbligò a stendersi nuovamente a terra. Si massaggiò con forza nel punto indolenzito, poi riaprì gli occhi e cercò Rossella nel semibuio della stanza in cui si trovavano.

-Dove siamo, piccola? Tu stai bene?

La bambina rispose con voce tremante.

-Sono loro, ci hanno catturati e ci hanno messi in questa stanza. Però tu…

Quella pausa non faceva presagire nulla di buono. Ivano era sempre più teso mentre cercava di mettere a fuoco l’immagine della bambina.

-Io cosa?

-Ti hanno preso e portato non so dove. Quando ti hanno riportato qui non eri lo stesso. La tua faccia… è diversa

Ivano si portò subito le mani al volto. Sotto le dita sentiva qualcosa di strano, non era la sua pelle che stava toccando ma qualcosa di diverso. Come se fosse un ulteriore strato di pelle più dura. Iniziò a tremare, si girò in tutte le direzioni cercando uno specchio o una qualunque superficie riflettente per potersi vedere. Nulla. Si avvicinò alla bambina seguendo al sua voce, ma lei subito si ritrasse.

-Non ti avvicinare, ti prego. Mi metti paura

-Scusa, scusa. Non volevo spaventarti. Come possiamo uscire di qui, dobbiamo farlo subito

La bambina alzò il braccio per indicare una porta, anche se Ivano ancora non riusciva a distinguere bene quello che i suoi occhi vedevano. Fece qualche passo prima di rendersi conto che tutto intorno a lui iniziava a girare. Era come intorpidito, se quello che aveva detto la bambina era vero allora forse era l’effetto dell’anestesia che gli avevano somministrato prima di compiere esperimenti su di lui.

-C’è un interruttore lì in alto ma non ci arrivo

Ivano non aspettava altro, si fece indicare la posizione corretta dalla bambina ed premette il pulsante. Il buio sparì ed una forte luce bianca inondò la stanza. Purtroppo per lui però la vista era ancora annebbiata. Non riusciva a mettere a fuoco, tutto sembrava ricoperta da un lenzuolo trasparente. Provò a chiudere e riaprire gli occhi, li strofinò ma l’effetto era sempre lo stesso.

-Non ci vedo, non ci vedo bene

-Sono stati loro, lo sapevo! Ed ora lo faranno anche con me!

La bambina iniziò a piangere, Ivano si avvicinò nuovamente a lei seguendo l’udito. Voleva calmarla e farle capire che lui l’avrebbe salvata.

-No, non piangere. Attireresti solo la loro attenzione, chiunque o qualsiasi cosa loro siano. Ecco, così, tranquilla. Dobbiamo fare qualcosa e tu da brava bambina mi darai una mano

La bambina fece un cenno, Ivano vide solo la figura indistinta che muoveva la testa.

-Bravissima! Ora dimmi, dove ci troviamo?

-In una stanza, ci sono dei mobili e degli scatoloni

-Ok, va bene. Prova ad aprire uno degli scatoloni e dimmi cosa c’è dentro

La bambina si fece coraggio e fece come le era stato ordinato.

-Qui sembrano siringhe, in quest’altra ci sono invece dei tubi

Ivano si avvicinò alle scatole per tastarne il contenuto. Prese delle siringhe e con difficoltà riuscì a posizionare gli aghi all’estremità.

-Vedi se c’è qualcosa di appuntito che possiamo usare come arma per… spaventarli e farci uscire

-Su quella parete, c’è una scatola rossa con un martello vicino

L’uomo capì subito, si trattava di una cassetta antincendio con il martelletto per rompere il vetro. Si avvicinò all’ombra di colore rosso e prese il martello, poi ruppe senza far rumore il vetro e prese dei pezzi. Ora che era abbastanza armato si diresse verso la porta. Si aspettava che fosse chiusa a chiave quindi pensò ad un modo per forzarla. Con enorme sorpresa quando abbassò la maniglia vide che la porta si apriva verso l’interno.

-Siamo fortunati! Hanno lasciato la porta aperta. Ora viene la parte difficile, dobbiamo uscire. Tu rimani qui vicino all’uscio della porta, quando ti chiamo tu segui la mia voce e rimani sempre dietro di me. Non riesco a vedere bene quindi avrò ancora bisogno del tuo aiuto

La bimba con coraggio rispose affermativamente. A quel punto Ivano senza l’uso della vista uscì lentamente dalla stanza. Fuori era tutto illuminato, c’era un piccolo corridoio dove riusciva a vedere delle porte. Probabilmente erano le stanze dove quei mostri compievano i loro esperimenti. Si tastò di nuovo il volto e si diede coraggio. Fece qualche passo quando vide sbucare da un angolo del corridoio una figura. Non riusciva a distinguere i dettagli ma la forma sembrava quella di un essere umano. L’altezza era come la sua, aveva qualcosa in mano ma non riusciva a capire cosa. Non sapeva se era nuda o vestita, ma era completamente verde.

-Cosa ci fai qui?

Parlava la sua lingua, forse quegli esseri prendevano possesso del corpo degli esseri umani ed utilizzavano le loro facoltà per dialogare. Non era quello però il momento per pensarci, era stato scoperto e doveva agire in fretta. L’altro si stava avvicinando con passo risoluto, Ivano doveva prenderlo alla sprovvista. Appena fu abbastanza vicino sollevò la mano che conteneva il martelletto e con forza lo abbassò sulla fronte del suo nemico. Questo subì il colpo, Ivano ne approfittò per recuperare le due siringhe nell’altra mano. Si fece coraggio e lo colpì nella parte superiore, dove pensava che dovessero esserci gli occhi. Il colpo fu preciso, i due aghi sottili penetrarono del bulbo oculare del mostro provocando un urlo disumano. Era la prima volta che Ivano si accaniva contro qualcuno, se non fosse stato sicuro che quello di fronte a lui fosse un nemico pericoloso non avrebbe mai pensato di usare una siringa ed un martello per accecare o addirittura uccidere. Ma quella situazione era diversa.

L’urlo di quell’essere sembrava non finire mai, cominciavano a sentirsi altre voci dalle stanze e dal fondo del corridoio. Ivano doveva fare qualcosa prima che altri nemici arrivassero da lui. Prese uno dei pezzi di vetro e con non poca reticenza lo avvicinò al collo del suo avversario. Chiuse gli occhi e con un gesto deciso fece un taglio profondo. L’urlo smise di colpo e il corpo di quel mostro si accasciò a terra. Aveva risolto un problema ma doveva subito risolverne un altro. Da una delle stanze del corridoio sentiva due voci. Doveva agire di iniziativa. Si decise, entrò a controllare.

Vide due forme. La prima in piedi, completamente verde, probabilmente rivolta verso di lui, la seconda invece era seduta su una grossa sedia, forse legata. Quest’ultima era probabilmente una vittima come lo era stato lui precedentemente, e il suo aguzzino stava ancora operando su di lei. Non diede nemmeno il tempo al mostro di reagire che si fiondò su di lui scaraventandolo a terra. Nello scontro l’altro batté la testa a terra, dal rumore del colpo doveva essere stato forte. Ivano si alzò mentre il suo nemico era ancora steso, si muoveva lentamente. Intanto il paziente sulla sedia cercava di urlare spaventato, ma dalla bocca usciva un suono strano, come se potesse dire soltanto alcune vocali.

Ivano si inginocchiò per controllare meglio ma i suoi occhi non riuscivano ancora a mettere a fuoco, si concentrò e prese la testa del mostro tra le mani. Con una rabbia che solo lo spirito di conservazione può provocare, la batté ripetutamente sul pavimento finché non vide una macchia rossa formarsi a terra. Lasciò il corpo dov’era e si avvicinò alla vittima che ancora urlava.

-Rossella, vieni subito! Ora usciamo di qui

La bambina arrivò subito nella stanza, guardando quello spettacolo si coprì gli occhi.

-Chi è quell’uomo sulla sedia?

-Forse è un altro paziente come me. Dobbiamo salvare anche lui

-No! E’ inutile, lo hanno già trasformato! Non voglio vederlo, mi fa paura!

Ivano rimase interdetto. Se quello che diceva la bambina era vero allora quell’uomo sarebbe stato un problema. Doveva fidarsi di lei, era la sola speranza per uscire vivi da quella situazione. Con le mani tastò su un tavolino accanto alla sedia finché non sentì il freddo del ferro. Prese l’oggetto in mano e si rese subito conto di cosa fosse. Un bisturi, proprio l’arma che gli serviva. Si avvicinò di nuovo all’uomo sulla sedia che ancora si disperava. Ebbe pietà per lui mentre agiva.

-Mi dispiace, è per il tuo bene. Ti trasformerai come loro e questo non posso ammetterlo. Rossella, voltati verso la porta

Aspettò qualche secondo, poi affondò il bisturi nella sua gola finché non sentì più quel mugolio. Si fece il segno della croce velocemente, poi ritornò dalla bambina.

-Dobbiamo scappare ora. Usciamo da questa stanza

Ritornarono nel corridoio, Ivano faceva da scudo con il suo corpo per coprire la piccola. Purtroppo sbandava ancora a causa di chissà quale intruglio gli era stato dato per sedarlo. Sentiva altre due voci davanti a loro. Il corridoio svoltava a destra, da un’altra stanza vide uscire un’altra figura, stavolta completamente viola.

-Chi sei? Che ci fa lei qui?

Ivano scattò subito in avanti brandendo il bisturi nella mano destra. L’altro non si fece trovare impreparato, assorbì il colpo senza cadere a terra. Si girò scaraventandolo su una scrivania piena di fogli. Ivano chiuse gli occhi per il dolore, quando li riaprì vide la figura avvicinarsi correndo. Fece giusto in tempo ad abbassarsi per evitare un pugno, poi con la mano sinistra infilò una siringa nel piede del mostro. L’ago penetrò nella carne provocando un dolore atroce, ne approfittò per rialzarsi e mettersi alle spalle del suo nemico iniziando ad infierire con il bisturi nella sua schiena. La lama entrò ed uscì molte volte, delle macchie rosse si materializzavano per ogni colpo. Dopo qualche secondo l’altro si accasciò a terra ma Ivano continuò a infierire.

Fu solo quando sentì un urlo che si rese conto che l’altro era morto e che stava solo sprecando tempo. Alzò lo sguardo in cerca della sua prossima vittima ma non riusciva a vedere nulla. Solo dei colori opachi, aveva bisogno di un aiuto se voleva salvarsi e salvare la povera bambina.

-Rossella mi senti? Vieni qui, dammi una mano. Chi è che sta urlando?

La bambina si avvicinò velocemente a lui e gli strinse un braccio. Poi indicò in una posizione. Fu allora che Ivano la vide, un’enorme macchia verde chiaro che tremava davanti ad un muro. Eccolo, davanti a lui l’ultimo mostro da sconfiggere prima di scappare. Era spaventato, probabilmente aveva capito che non aveva scampo. Decise di approfittare di quella situazione per capirci meglio. Si avvicinò lentamente.

-Hai paura, lo sento. Chi siete? Dimmelo

-Lasciami stare!

Era una voce femminile. Continuò ad avvicinarsi mentre la stanza intorno girava lentamente.

-Ti ho fatto una domanda, chi siete? Perché ci avete catturati e analizzati?

-Che stai dicendo?

-Vi abbiamo sconfitti, non puoi fare nulla. Per fortuna quella bambina è molto intelligente e mi ha avvertito. Non avete scampo

-Perché?… Perché Ross…

-Attento! Ha una pistola!

L’urlo di Rossella fu provvidenziale. Ivano non attese la fine della frase che già era contro il mostro. Affondò la lama del bisturi nel collo. Sentì un gorgogliò, poi le sue mani si riempirono di un liquido caldo. Provò a scuotere il corpo della sua vittima, ma era già senza vita.

-Ce l’abbiamo fatta, piccola! Grazie dell’avvertimento. Ora andiamo verso l’uscita, guidami tu

La bambina si avvicinò ad Ivano e gli diede una mano. La seguì fino ad una grande porta blindata. Appena la aprì sentì le sirene di una volante della polizia che si avvicinava.

-Siamo salvi! Hai visto? Sono arrivati i buoni a salvarci. Sei stata bravissima, Brava Rossella

Si diresse all’esterno con una mano alzata, l’altra era poggiata sulla spalla della bambina. Dalla vista annebbiata vedeva le luci dell’auto della polizia che era appena arrivata davanti a loro. Degli agenti scesero dall’auto velocemente.

-Siamo qui! Abbiamo bisogno di aiuto, venite

-Metta tutte e due le mani in alto e si inginocchi!

Ivano pensò che quella frase era fuori luogo. Erano loro le vittime, perché quei poliziotti erano così scortesi. Si rese subito conto che probabilmente non dava l’impressione di uno dei buoni. Era ricoperto di sangue, e lui sapeva che non era suo. Inoltre camminava ancora barcollando, fece un altro passo poi cadde inginocchiato a terra. Nel cadere la testa si chinò velocemente in avanti, quando la rialzò notò qualcosa di strano. La vista era cambiata, riusciva a vedere qualcosa. Era come se fosse ritornata solo per metà. Chiuse di nuovo gli occhi e li riaprì subito. Dall’occhio destro vedeva bene, dal sinistro no. Cominciò a capire, nell’occhio sinistro doveva avere una lente a contatto graduata. Si rialzò per dire qualcosa ma gli agenti gli intimarono nuovamente di fermarsi mentre avevano puntate le loro pistole.

-Lascia stare subito la bambina. Alza entrambe le mani e non fare nessun passo

-Ma… io non…

Si rese conto in quel momento che aveva ancora in mano il bisturi ed una siringa. Probabilmente la forte tensione gli avevano fatto dimenticare che era ancora armato e la mano che teneva sulla spalla di Rossella stringeva una siringa insanguinata.

Fu un attimo, Ivano stava per alzare la mano mentre con lo sguardo cercò quello di Rossella per indurla a dire qualcosa che spiegasse la situazione. In quello stesso istante la piccola prese quanta più aria nei polmoni e cominciò ad urlare.

-Vuole uccidermi! Aiuto!

Come se avesse comandato le loro menti, gli agenti spararono all’unisono ad Ivano. Quattro colpi al torace, cadde all’indietro. Era ancora vivo ma lo sarebbe stato solo per qualche secondo. Guardava il cielo limpido, poi girò la testa e vide Rossella. Dall’occhio destro riuscì a vedere la sua espressione, un ghigno diabolico si formò sul suo viso per un secondo, poi si portò le mani al volto e cominciò a piangere. Fu in quel momento che si rese conto.

Fino a quel momento era stato solo un burattino nelle sue mani. Era lei che lo aveva adescato fino a lì. Era lei che lo aveva tramortito e portato in quella camera. Era lei che gli aveva fatto credere di aver preso parte agli esperimenti macabri dei fantomatici mostri. Le lenti a contatto, la maschera sul suo volto, l’anestesia. Era tutto un piano macchinato dalla mente malata di una bambina di soli otto anni. Lui era stato manipolato e ora stava morendo per i capricci di una bimba che probabilmente aveva solo litigato con i suoi genitori e voleva la sua vendetta.

Chiuse gli occhi ed esalò l’ultimo respiro.

I due agenti si divisero. Uno entrò nell’abitazione armato, l’altro andò da Rossella per abbracciarla e tranquillizzarla. Lei tremava ancora, il poliziotto le offrì una caramella alla fragola. Poi arrivò il suo collega con un’espressione tutt’altro che allegra. Da un’altra pattuglia arrivarono altri agenti così i due poterono allontanarsi e parlare lontano dalle orecchie innocenti di Rossella.

-Nulla, tutti morti

-Tutti? Quanti?

-Cinque. Probabilmente due sono i genitori della bambina, gli altri saranno gli altri dottori che lavorano qui e un paziente. E’ uno studio dentistico da cui è possibile accedere alla casa

-Com’è successo?

-E’ ancora presto per dirlo. Abbiamo avuto una telefonata veloce dallo studio. Una donna diceva di sentire delle urla ma aveva troppa paura per andare a controllare. Dio solo sa cos’è passato per la mente di quel folle. Forse voleva rapire la bambina o forse voleva solo rapinare la villa e qualcosa è andato storto

-Bisognerà vagliare tutte le ipotesi. Ora il problema è un altro, la bambina

-Già. Oggi ha vissuto un incubo, speriamo dimentichi in fretta quello che è accaduto

-Lo spero anch’io

20 Agosto 2009

Sul Corso Garibaldi il negozio del signor Diego era un’istituzione per tutti. Da giovane il proprietario era sempre stato un appassionato di fotografia, ma all’epoca non aveva il tempo per fare il fotografo di professione. Lavorava in fabbrica come suo padre, doveva provvedere a portare avanti la sua famiglia. Quella sua passione però gli era rimasta, da sempre. Iniziò comprando e rivendendo agli amici i pezzi delle macchine fotografiche comprate nei mercatini. Sapeva che alcuni di quei pezzi non erano, per così dire, puliti, ma gli fruttavano bene. Poi allargò il suo business riparando e rivendendo attrezzatura professionale ai fotografi. Era diventato un maestro in quel che faceva. Smontava e rimontava ogni pezzo con la maestria di un chirurgo, dava una nuova vita a macchine fotografiche che erano morte. Le sue mani per molti erano magiche.

Decise quindi di sfruttare quel suo “dono” acquisito con il lavoro duro e con la fame di conoscenza. Aprì un piccolo negozietto in Corso Garibaldi. Provvedeva alla riparazione e alla compravendita di materiale per fotografi. Dopo il primo anno fu “costretto” ad ampliarsi. La clientela cresceva e insieme ai servizi offerti creò una camera oscura dove sviluppava i negativi. In poco tempo divenne un punto di riferimento per tutti gli appassionati di fotografia. Aveva l’opportunità di maneggiare gli strumenti più sofisticati e di imparare sempre di più. Disassemblava, costruiva, ideava. Spesso migliorava gli strumenti su cui posava le mani. Tutti in zona si recavano da lui anche solo per avere dei consigli. Ma la sua conoscenza non era infinita, purtroppo.

Con il tempo le macchine fotografiche divennero sempre più indistinguibili dai computer per Diego. La pellicola era sempre meno utilizzata e nel mercato si affermarono con prepotenza le macchine digitali. Quella che era un’arte pensata per valorizzare pochi importanti attimi stava diventando un semplice passatempo per immortalare ogni istante della vita, anche quelli meno rilevanti. La fotografia da eterna stava diventando momentanea, una raccolta di pixel da cestinare quando la memoria di archiviazione era satura. Prima era diverso. I negativi, la carta fotografica, lo studio della luce, dell’esposizione, la speranza che nessuna foto fosse bruciata. Diego pensava a questo ogni volta che metteva le mani su una digitale. Ma forse era solo il suo romanticismo o forse gli anni che avanzavano a renderlo triste.

Lui intanto si rallegrava ogni volta che un cliente gli portava un oggetto più vecchio. Quello sì che per lui era motivo di gioia e soddisfazione, come quel pomeriggio in cui entrò in negozio un timido signore di mezza età. Era basso e con un velo di tristezza sul volto.

-Salve, siete voi il signor Diego?

-Per servirla. Con chi ho il piacere di parlare?

-Mi chiamo Gennaro, mi hanno parlato molto bene di voi. Sono il cognato del panettiere di fronte. Ho un problema con questa macchina fotografica e lui mi ha detto che voi siete proprio l’uomo di cui ho bisogno

Giuseppe è troppo gentile. Ditemi cosa posso fare

L’uomo prese dalla borsa una vecchia macchina fotografica istantanea e la mise sul bancone, davanti a Diego.

-Questa l’ho comprata una settimana fa a mia moglie. Sapete, non sta attraversando un buon momento, pensavo che uscendo e facendo qualche foto si sarebbe ripresa

-Un bel pensiero, complimenti. Cos’ha che non va?

-Non glielo so dire, magari me lo saprete dire voi. Guardate queste foto che ho scattato ieri

L’uomo tirò dalla borsa alcune Polaroid. Diego le osservò attentamente. Nella prima il soggetto era un divano, la foto appariva scura come se fosse sbagliata l’esposizione. In un’altra invece c’era una donna in primo piano, anche in questa il colore prevalente era il marrone, come se il soggetto fosse stato esposto ad un effetto strano. Non si riuscivano a vedere i tratti distintivi del volto. Un’altra foto invece ritraeva una finestra rotta, la parete intorno era scura.

-Sembrano tutti errori di esposizione

-Ho pensato la stessa cosa anche io, la cosa strana è che quella finestra non è rotta. E i colori non sono per nulla reali, a casa le pareti hanno una carta da parati azzurra. La foto di mia moglie è quella che più mi ha impressionato, si vede solo la sagoma ed è di colore marrone. Sembra una di quelle mummie ritrovate nei ghiacci

Diego non poteva che dargli ragione. Tutte le foto avevano qualcosa di inquietante.

-Posso dare una ripulita ai componenti interni e all’obiettivo. Direi che può anche passare domani pomeriggio per venirla a ritirare, in questo periodo non ho molto lavoro

-Perfetto, grazie. A domani allora

-Queste foto posso tenerle?

-Certo, non so che farmene

L’uomo si congedò timidamente ed uscì dal negozio. Diego mise la macchina fotografica in uno scatolo e segnò nome e cognome del cliente, poi lo mise da parte insieme ad altri pezzi da riparare.

Erano le cinque del pomeriggio e non ci furono altri clienti fino alla chiusura. La curiosità era troppa quindi decise di lavorare sulla macchina fotografica istantanea. Provò a fare qualche foto del negozio. L’ingresso, il bancone, la vetrina. Le istantanee uscivano dalla bocca della macchina e dopo qualche soffio sopra compariva l’immagine. Sembravano normali, le immagini erano nitide e i colori reali. Provò giusto un altro paio di scatti ma non cambiò nulla. Decise di smontare la parte anteriore e pulire delicatamente l’obiettivo e il mirino. Rimontò tutto e fece qualche altro scatto all’esterno. Iniziò a notare qualcosa di strano. Le foto mostravano un cielo bianco, nuvoloso, alzando gli occhi al cielo però era tutto azzurro. Non c’erano nuvole e la calura estiva faceva posto ad una leggera brezza fresca.

Diego ritornò all’interno e provò a smontare e rimontare i pezzi per controllare eventuali difetti di fabbricazione. Finì l’operazione giusto in orario prima di chiudere bottega. Prese la macchina fotografica e la portò con sé a casa però, voleva far vedere anche a sua moglie quello strano difetto. Arrivò a piedi a casa, abitava vicino al suo negozio. Quando aprì la porta quello che vide lo lasciò sorpreso.

Non c’era solo sua moglie, Rita, in cucina. Vicino a lei a dare una mano c’era anche Cesare, il loro figlio. Appena Diego lo vide corse verso di lui ad abbracciarlo. Lavorava a Roma con la sua famiglia, non aveva sempre tempo per scendere a Napoli per un saluto. Si era arruolato nell’Esercito appena maggiorenne, dopo i primi anni al Nord aveva finalmente ottenuto un avvicinamento ma non nella sua amata città natale. Era stato assegnato ad una caserma a Roma, lì aveva conosciuto Anna, che sarebbe diventata sua moglie e gli avrebbe dato due figli maschi. Quella sera aveva approfittato di un momento libero per scendere a salutare i suoi genitori in compagnia del figlio più grande.

-Che ci fai da queste parti? Sei venuto senza nemmeno avvisare?

-E’ stata una scappata veloce. Ripartiamo domani mattina per Roma. Sono stato assegnato per un nuovo incarico e starò via per un po’ di tempo. Ne ho approfittato per stare un po’ con voi

-Mi fa piacere. Di che incarico si tratta?

-Mi hanno assegnato a Milano per Strade sicure. Sarò di pattuglia con turni stressanti. Passerà qualche mese prima che possa rivedere gli altri

-Ciao nonno!

-Ciao Remo! Come ti sei fatto grande!

Mentre Cesare e Rita finirono di preparare la cena, Diego si rilassò giocando un po’ con il nipote. Era molto vispo ed intelligente e nel tempo aveva dato mostra di aver ereditato la passione del nonno per la fotografia. Diego gli fece vedere la sua collezione di macchine fotografiche personali che teneva nascoste gelosamente nella stanza che era stata la cameretta di Cesare. In quel momento si ricordò di avere ancora nella borsa la macchina istantanea che aveva portato a casa per fare qualche foto di prova.

-Tieni Remo, fai un po’ di foto con questa. Devo provare se funziona bene e mi servono un po’ di test

-Certo nonno. Agli ordini!

Intanto la cena era pronta e tutti si riunirono in sala da pranzo per mangiare insieme. I grandi parlavano e discutevano dei progetti riservati per il loro futuro mentre il ragazzino girava per il tavolo facendo foto a raffica.

-Quindi starai a Milano per un po’

-Sì, almeno un paio di mesi. Poi vediamo se riescono a salire Anna e i bambini o dovrò scendere io in licenza. Tu invece? Il lavoro come va?

-Come al solito, alti e bassi. Ultimamente più bassi che alti. Ormai la fotografia è alla portata di tutti. Non è più una passione per pochi, fare soldi ora è più difficile

-Ma perché non ti riposi? Ormai io sono sposato ed avete due bei nipoti. Trasferitevi da noi a Roma, così vi godete un po’ di riposo

-Sei gentile a chiederlo ma sono ancora follemente innamorato del mio lavoro

In quel momento Rita lo guardò con un’espressione contrariata. Diego la cinse con un braccio.

-Andiamo, Rita. Capisci cosa intendo. Il negozio è il mio personale museo dei ricordi. Andarmene sarebbe difficile. E poi, in molti hanno ancora bisogno di me e dei miei servigi

Finirono la cena e si prepararono per andare a letto. Cesare e Remo dormirono nel divano letto, erano così stanchi che crollarono in pochi minuti.

Il giorno seguente fecero tutti colazione insieme tranne Remo, ne approfittò per dormire qualche ora in più. Lui e il padre sarebbero stati in giro fino a metà mattinata per poi ripartire prima di pranzo. Diego li salutò calorosamente quando si congedò per andare al lavoro. Fece come al solito la sua passeggiata per recarsi in negozio, quella mattina nonostante il caldo il cielo si coprì completamente. Sembrava che stesse per piovere da un momento all’altro. Di solito succedeva così, pioveva e il caldo aumentava di colpo. Diego affrettò il passo, anche perché non aveva l’ombrello e non aveva nessuna voglia di bagnarsi.

Quella mattina ci furono nuovi clienti, per la maggior parte fotografi venuti nel suo studio per sviluppare i loro negativi, ma c’era anche qualcuno venuto a comprare o riparare macchine fotografiche. Fu impegnato fino quasi ad ora di pranzo. Il troppo lavoro gli aveva fatto venire un languorino, aveva bisogno di mettere qualcosa sotto i denti. Approfittò della presenza di un amico fidato per allontanarsi dal negozio e andare a comprare qualcosa in panetteria. Si allungò di qualche metro proprio verso la bottega di Giuseppe. Quella mattina aveva già pensato di andare da lui e raccontargli di suo cognato ma era così indaffarato che l’aveva dimenticato. Voleva tranquillizzarlo per dirgli che stava lavorando a quello strano caso e che lo avrebbe sicuramente risolto. Quando si ritrovò davanti al negozio vide il proprietario che stava chiudendo la saracinesca e attaccando un foglio.

-Giuseppe, tutto bene? Stai chiudendo già?

L’uomo si girò verso Diego, aveva il volto rigato dalle lacrime mentre faceva un cenno con il capo.

-Giuseppe, che succede? Stai piangendo?

-E’ successo stanotte, ma ci hanno avvisati soltanto ora

-Cosa è successo?

-Mia sorella… e il marito… non ci sono più

-Mi dispiace, condoglianze. Cosa è accaduto?

-Mia sorella soffriva di depressione da qualche anno, mio cognato ha fatto di tutto per tirarla su di morale. Stanotte c’è stato un boato ed hanno trovato i loro corpi carbonizzati. Forse una fuga di gas o forse…

Diego si ricordò di quel dettaglio, il giorno precedente l’uomo gli aveva accennato al fatto che la moglie non stava attraversando un buon periodo. Il panettiere era ancora scosso dalla notizia della perdita di sua sorella e del marito, Diego non insistette con le domande e cercò di tranquillizzarlo. Ritornò al suo negozio con una strana sensazione. Era sempre stato un tipo empatico, anche in quel momento non riusciva a togliersi dalla mente quell’episodio triste.

All’improvviso il cellulare suonò. Era sovrappensiero, la chiamata lo fece saltare. Era suo figlio, rispose.

-Ciao pà, tutto bene?

-Tutto bene Cesare, voi?

-Tutto ok. Stiamo partendo in questo momento. Nel giro di un paio di ore saremo a destinazione. Mamma mi ha riempito di conserve da portare a casa, ho la macchina tutta carica

-Va bene, buon viaggio allora. Avvisaci quando arrivate

-Certo pà. Grazie. A proposito, Remo ha lasciato la macchina fotografica a casa, nel primo cassetto del mobile in soggiorno

-Va benissimo. Ci sentiamo dopo allora

Mise giù, sul suo volto spuntò un piccolo sorriso. Pensava a suo figlio che ormai era adulto, per un genitore è sempre difficile vederli come grandi. Si ha sempre la sensazione che siano bambini, da proteggere. Ma gli anni passano, per tutti. Era contento della vita che aveva scelto ed era entusiasta dei suoi due nipoti.

Riprese a lavorare, dal bancone prese la scatola contenente le Polaroid scattate il giorno prima con la macchina fotografica da riparare. Ancora quel pensiero triste, non riusciva a toglierselo dalla testa. Guardava quelle foto che imprimevano i ricordi distorti che appartenevano alle due vittime. Forse erano gli ultimi momenti felici che avevano vissuto insieme. La depressione era una brutta cosa, lo sapeva bene. Per fortuna lui e sua moglie avevano sempre superato insieme ogni momento difficile, il suo lavoro e il carattere solare di lei erano la sua salvezza.

Mentre stava visualizzando le foto, qualcosa attirò la sua attenzione. Una voce, delle parole. Si rese conto che il suo amico nel negozio aveva acceso il televisore posto nel retrobottega. Era il telegiornale regionale, alle orecchie di Diego arrivarono imponenti parole come “disgrazia”, “incendio”, “scoppio”. Lasciò le foto sul bancone ed andò anche lui nel retro. Si fermò davanti alla TV ed alzò il volume. Dallo schermo un giornalista commentava le immagini di una disgrazia capitata nel quartiere di Materdei.

I vicini di casa delle vittime sono stati svegliati dopo l’una di notte da un forte boato ed hanno avvisato subito le autorità. Sono in corso le indagini per spiegare l’accaduto, in mattinata i tecnici specializzati valuteranno i danni al palazzo e mettere in sicurezza le altre abitazioni. Dalle prime indagini sembra che l’incendio sia divampato dalla cucina, probabilmente una fuga di gas. Secondo le dichiarazioni dei vicini la coppia conduceva una vita tranquilla. La donna soffriva di una grave forma di depressione e non era solita farsi vedere in giro.

Diego ascoltava quelle parole mentre dallo schermo il filmato mostrava la folla davanti al palazzo, i vigili del fuoco, il fumo che saliva dal secondo piano. Poi le immagini della casa. L’incendio doveva essere durato parecchio perché le pareti erano completamente annerite, si riusciva ad intravedere quello che poteva essere un salotto o una cucina. C’era una finestra rotta, probabilmente la deflagrazione aveva mandato in mille pezzi il vetro. Diego osservava la scena mentre gli venivano in mente le parole della povera vittima che descriveva le pareti coperte dalla carta da parati azzurra. Quelle stesse pareti ora erano irriconoscibili dal video. Stava pensando proprio a quello quando si bloccò.

Nella testa le immagini del servizio giornalistico si sovrapponevano ad altre immagini. Quelle impresse sulla Polaroid. Non poteva essere, ci doveva essere un’altra spiegazione. Pensava, il cuore gli batteva forte, la mano tremava e nella tensione fece cadere il telecomando. Il rumore dell’oggetto che toccava terra lo destò. Ritornò subito al bancone, le foto erano già disposte in fila davanti ai suoi occhi.

Nella prima c’era la foto del divano, nella testa di Diego c’era la spiegazione dei colori scuri. Erano l’effetto del fuoco, il divano, le pareti, tutto era carbonizzato come nel video visto al telegiornale. Prese una foto in mano e la avvicinò agli occhi. Doveva ritrarre la moglie del cliente, quelle tinte marroni erano quelle di un corpo bruciato. Quella che stava vedendo era la donna che era stata fotografata, ma non come compariva il giorno prima. Anche lei carbonizzata. Poi c’era la foto della finestra, l’uomo aveva detto che non era rotta, nella foto invece lo era. Quella stessa finestra era stata ripresa dagli operatori ed era proprio uguale a come era nella foto.

Diego si tolse gli occhiali e riposò le foto sul bancone. Com’era possibile? Le foto erano esatte, solo che lo erano con un giorno di anticipo. Qualsiasi cosa avesse fotografato, sull’istantanea era stato impresso il soggetto come sarebbe stato diventato il giorno dopo. Si ricordò di aver fatto qualche foto anche lui, le prese dal mucchio. Quelle all’interno del negozio non avevano nulla di strano, quelle all’esterno invece lo erano. Il giorno prima era sereno, quello dopo invece no. Ed infatti le foto mostravano le nuvole che non c’erano 24 ore prima. Sentì un mancamento improvviso e dovette sedersi. Rimase intontito per qualche minuto mentre l’amico cercava di riportarlo alla realtà senza successo.

Si alzò di colpo, doveva controllare quella ipotesi, per quanto strana potesse essere. Doveva ricontrollare la macchina fotografica, vedere le foto scattate dal nipote la sera prima. Era tutto a casa però, suo figlio gli aveva detto che Remo aveva posato tutto ma non ricordava dove. Si incamminò verso la sua abitazione e nel frattempo chiamò Cesare per farsi dire quell’informazione. Nessuna risposta, probabilmente stava guidando e non poteva rispondere. Affrettò il passo e dopo pochi minuti arrivò a casa.

Rita aprì la porta, si allarmò subito vedendo il volto pallido del marito.

-Ho corso un po’, sono solo affaticato. Sai Remo dove ha lasciato la macchina fotografica che gli ho dato ieri?

-Non saprei, prova a vedere nella sua stanza

Diego perlustrò ogni angolo dell’ex cameretta di Cesare ma non trovò nulla.

-Perché non lo chiami e ti fai dire da lui?

-Ho provato prima ma non mi ha risposto. Vediamo in salone

Aprirono qualche cassetto, poi Diego la vide. La prese con cura, sotto c’erano le foto istantanee fatte dal nipote la sera prima. Le prese mentre la mano tremava ancora, aveva paura di guardarle. Si fece coraggio.

La prima ritraeva la tavola imbandita, sembrava normale. Nella seconda invece c’era Rita che sorrideva verso l’obiettivo, anche questa non aveva nulla di anomalo. Poi c’era un’altra che lo ritraeva, aveva lo sguardo serio ed un colorito molto pallido, il suo volto non guardava direttamente l’obiettivo. Non ricordava gli fosse stata scattata quella foto, forse il ragazzino aveva continuato mentre gli altri parlavano tra di loro. Prese un’altra foto, e si pentì di averlo fatto.

La foto ritraeva lui, sua moglie e suo figlio che discutevano, Cesare aveva il volto completamente coperto di sangue e sembrava che gli mancasse il braccio sinistro. La vista cominciò ad annebbiarsi, senza accorgersene Diego cominciò a piangere. Sfogliò le altre foto, Cesare compariva sempre allo stesso modo. Non poteva, o meglio, non voleva credere a quello che vedeva. Le foto cadevano una ad una mentre le scorreva. Finché non arrivò ad una in particolare, temeva che fosse lì in mezzo.

Un selfie, quel tipo di foto era così comune tra i giovani, sapeva che Remo non avrebbe resistito alla tentazione. Ce n’erano almeno una decina, tutte ritraevano il nipote in primo piano ma il viso era irriconoscibile. Mancava la mascella e un occhio penzolava dall’orbita. Si inginocchiò e cominciò a piangere a dirotto.

Rita non capiva, perché suo marito aveva una crisi di pianto vedendo quelle foto. Le raccolse da terra e le guardò, poi abbracciò suo marito per calmarlo.

-Che succede Diego? Che scherzo è questo? Quelle foto sono ritoccate?

-Chiamali, Rita. Chiama di nuovo Cesare e fatti dire come sta

La donna fece come le era stato ordinato, prese il telefono di casa e digitò le cifre che sapeva a memoria. Una strana sensazione la pervase, ebbe l’impressione che il marito sapesse qualcosa che non le aveva detto. I primi squilli furono interminabili, poi finalmente sentì una voce che conosceva.

-Pronto!

-Cesare, tutto bene?

-Sì mamma, siamo ripartiti da poco. Ci siamo fermati per una sosta tecnica all’autogrill

-Ok, c’è tuo padre qui che mi ha detto di chiamarvi. Non so bene perché…

-Passamelo, lo tranquillizzo io

Rita passò la cornetta a Diego.

-Ciao Cesare

-Ciao pà. Cos’è questa voce? Sei preoccupato?

-Sì… cioè no. Avevo un presentimento strano. Niente di che

-Tranquillo, qui è tutto sotto controllo. Sono in vivavoce, qui c’è anche Remo che ti saluta

-Ciao nonno! Qui tutto bene

-Mi fa piacere sentirtelo dire. Buon viaggio allora

-Grazie nonno, a presto

-Ok pà, ci sentiamo dopo allora

-Ok…

Stava per concludere la frase quando sentì dalla cornetta il rumore di un clacson. Sembrava una di quelle trombe dei camion, come se si avvicinasse sempre di più al telefono. Il suono di una frenata poi un rumore assordante, il frastuono di un colpo. Lamiere che si piegano, acciaio che si rompe, vetri che si infrangono. Davanti agli occhi di Diego si materializzò il suo più grande incubo. Rimase con la cornetta in mano guardando il vuoto, poi iniziò a chiamare per nome suo figlio e suo nipote. Urlò i due nomi finché non arrivò di nuovo Rita che preoccupata gli strappò dalle mani la cornetta.

-Pronto. Pronto! Cesare!

La linea cadde, Rita provò a richiamare ma nessuno rispose. Si voltò e vide suo marito a terra. Subito si riversò su di lui.

-Diego! Amore, che succede!

Un dolore forte al cuore, quelle emozioni erano troppo anche per lui. Aveva assistito alla morte in diretta di suo figlio e suo nipote. Sapeva cosa era accaduto, un incidente d’auto, forse un tir li aveva colpiti ed ora non c’erano più. Se solo avesse capito prima, se solo avesse intuito che la macchina fotografica gli aveva mostrato il futuro riservato ai due, forse avrebbe potuto evitarlo. Quella domanda non ebbe mai risposta, intanto il cuore che prima batteva così forte si stava fermando. Non aveva più tempo di spiegare cosa era successo, riuscì solo a dire una semplice parola mentre indicava la macchina istantanea.

Bruciala

Era meglio se quell’oggetto infernale non esistesse più. Chissà da dove proveniva, nell’ultimo istante prima di andarsene, Diego pensò che non solo era capace di mostrare il futuro ma forse era anche la causa delle disgrazie che si erano verificate in quei giorni. Nessuno avrebbe dovuto più utilizzare quell’arnese maledetto.