13 Agosto 1999

Christian e Romina erano rilassati come non lo ricordavano da anni. Erano seduti al tavolo di un bar e stavano sorseggiando all’aria aperta un buon caffè. L’aroma era forte, lui respirò a pieni polmoni l’aria godendosi il panorama mozzafiato. Già, perché loro quella veduta l’avevano vista sempre in foto o in televisione dato che venivano dal Nord. In una giornata senza nuvole come quella, da Via Petrarca riuscivano a vedere tutto il golfo, persino le isole al di là dell’orizzonte.

Christian finì di sorseggiare il caffè e prese la mano di sua moglie. Lei era assorta a leggere una brochure, quando sentì il tocco di lui lo guardò e sorrise.

-Amore, ti piace qui? Sembra un sogno

-E’ vero. E’ proprio come me l’aspettavo. Questa veduta di Napoli è stupenda

-Non ti innamorare troppo di questa città, la nostra vacanza non durerà in eterno

-Oh, Cri, perché devi sempre riportarmi con i piedi per terra quando sto sognando con la testa tra le nuvole? Sei in pensione ormai, spegni per un po’ quel cervello e goditi i momenti

-Hai ragione, scusa. Non sembra vero neanche a me di essere libero dal lavoro. Dopo una vita intera a lavorare puoi perdonarmi se ancora non ragiono da pensionato

-Ti ho già perdonato, tranquillo. Guarda qua questo volantino. Organizzano delle belle gite in barca per il golfo. Potremmo visitare Capri o Procida. Che ne pensi?

-Davvero bellissimo amore mio. Dopo potremmo chiamare a questo numero e prenotare per domani. Il tempo sarà sicuramente stupendo quindi nessun problema per il mio mal di mare

-Sono contenta di essere qui, con te. Ne avevamo proprio bisogno

Il cameriere venne a portare via le tazze e i bicchieri chiedendo se avevano bisogno di altro. Christian pagò il conto ed insieme a Romina passeggiò per la strada alberata. Erano affascinati da quel luogo, avevano sempre sognato di viaggiare a Napoli. Vivevano a Como quindi erano abituati ai bei panorami e alle passeggiate per il lungolago. Lei era di origini siciliane, aveva sempre pensato che a causa di quel suo sangue Mediterraneo l’acqua salata l’aveva attirata più di quella dolce. Fin da piccola era attirata da quella città meravigliosa e particolare che era Napoli. Ne era affascinata al punto che negli anni aveva imparato la storia e le curiosità legate a quel luogo. Purtroppo la vita frenetica non aveva mai lasciato il tempo per una vacanza nella sua città preferita. Da quando aveva memoria ricordava di aver sempre lavorato. Subito dopo le superiori, per mantenersi gli studi universitari, poi lo stage in una grande azienda a Milano, poi il lavoro da manager di un’impresa di consulenza. Sempre al lavoro e mai un minuto libero. Proprio sul lavoro però aveva conosciuto il suo amore, Christian.

Anche lui era della stessa pasta di Romina, un uomo che aveva fatto del lavoro una missione. Uno di quelli che portano il lavoro a casa, che non immagineresti mai sul divano a vedere un film ma sempre al telefono con i clienti. Purtroppo quel suo stile di vita gli era costato una moglie, ma poco importava perché in ufficio aveva poi conosciuto Romina. Fu amore a prima vista, una di quelle scintille che si accendono solo nei romanzi, di quelle che poi fanno divampare un fuoco eterno. Erano simili, l’uno comprendeva i difetti dell’altro. Andarono a vivere insieme nella sua casa a Como, ma c’erano settimane in cui si vedevano raramente a causa delle trasferte. Questo non diminuiva la loro passione, anzi, erano sempre più affiatati. Si sposarono, ma purtroppo quello di una famiglia più grande rimase soltanto un sogno.

Sarebbero stati degli ottimi genitori. Ne parlavano continuamente, i figli sarebbero stati l’unica ragione per tirare un po’ i remi in barca e vivere con più spensieratezza. Ma non arrivavano, quindi continuarono a dare sempre di più nel lavoro e il riposo si faceva sempre più lontano. Andarono in pensione quasi insieme, a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro poco prima di quell’estate. Una volta liberi dal lavoro Romina organizzò il viaggio che aveva sognato da troppo tempo. Fu lei a contattare l’agenzia di viaggi, doveva vedere realizzarsi le speranze di una vita. Viaggiarono in treno, la sua idea di vacanza doveva essere quanto più rilassante possibile. Dovevano godersi ogni minuto, andare lentamente. Noleggiarono un’auto appena arrivati e raggiunsero il primo B&B nel centro storico. Nei primi giorni percorsero tantissimi chilometri a piedi per le vie del centro di Napoli. Romina conosceva bene i luoghi e la storia legata a quell’agglomerato di vie. Come un moderno Cicerone faceva da guida turistica a Christian, divertito per la situazione. Ogni sera andavano a letto con i piedi gonfi e le gambe dolenti ma erano più che felici di come stava procedendo quella vacanza tanto attesa.

Quel giorno avevano lasciato il loro primo B&B per fare in check-in nel successivo. Romina aveva prenotato una camera in una villa antica su Via Orazio. Dopo i primi giorni nella parte bassa di Napoli il suo itinerario comprendeva altri giorni sulla salita più bella, dove potevano passeggiare al tramonto guardando il mare. Era la tappa più romantica del loro viaggio.

Christian guardò l’orologio, poi si rivolse a Romina.

-Mi sa che a quest’ora la stanza è già pronta. Dove hai detto che si trovava la villa?

-Proprio qui vicino. Andiamo a prendere l’auto, dovrebbero avere un parcheggio riservato agli ospiti

Arrivarono alla loro destinazione dopo pochi minuti, la villa era proprio come Romina l’aveva immaginata. L’elegante facciata bianca risplendeva alla luce del giorno, l’ingresso era lastricato di mattonelle colorate in ceramica intervallate da vasi di fiori freschi. Un grande albero di limoni si presentava maestoso accanto al portone aperto. I due scesero dall’auto ammirando quella bellezza, dietro alla villa faceva da sfondo il golfo di Napoli in tutta la sua magnificenza. Ancora affascinati raggiunsero la reception, li aspettava una donna con l’espressione sorridente.

-I coniugi Leone? Vi stavamo aspettando. La vostra camera è pronta, potete lasciare i vostri bagagli qui, un nostro addetto verrà a portarveli in stanza

Christian e Romina salirono al primo piano ed entrarono nella loro stanza. Le pareti erano chiare, dalla grande finestra entrava un sole meraviglioso. Tutto profumava di pulito, nell’aria arrivava una sottile brezza marina. Si distesero sul letto e restarono vicini e abbracciati con gli occhi chiusi. Erano nel loro sogno e niente li avrebbe riportati alla loro vita precedente.

Bussarono alla porta, era il facchino con le loro borse. Lo fecero entrare, era un tipo strano, aveva sempre la testa bassa e lo sguardo bieco. Sembrava volesse evitare i loro sguardi, i due pensarono che avesse dei problemi. Forse era ancora un ragazzo, ma non ne erano del tutto sicuri. Indossava un vestito grigio con una cravatta scura. Romina stava per prendere qualche spicciolo dalla borsa quando il facchino uscì dalla camera lasciandoli soli.

-Strano tipo il facchino, mi ha messo quasi paura

-Non preoccuparti Romina, magari ha solo mille pensieri in testa. Riposiamoci un po’ e godiamoci la nostra vacanza

Uscirono dalla stanza per ora di pranzo. Ritornarono in reception, la signora era sempre sorridente.

-Salve, possiamo pranzare qui oppure dovevamo prenotare prima?

-Nessun problema signor Leone, la cucina è sempre a vostra disposizione. Accomodatevi pure che faccio portare il menù del giorno

I due si congedarono e si recarono a pranzare. Nel breve tragitto Romina vide da una finestra un giardiniere che stava provvedendo a tagliare le siepi. Si affacciò per guardare meglio e vide che si trattava dello stesso uomo che aveva portato le loro valigie in camera. Pensò che era del tutto normale che in un B&B gestito autonomamente le stesse persone provvedessero a mansioni diverse. Era ancora sovrappensiero quando insieme al marito entrò nella sala da pranzo. Il menu del giorno era composto da un primo piatto di gnocchi alla sorrentina, per secondo invece una treccia di mozzarella alla caprese mentre per dolce c’era una torta fatta in casa. Decisero che avrebbero assaggiato tutte le portate e non rimasero delusi. Si capiva che gli ingredienti erano tutti naturali, non ricordavano di aver mangiato così bene in tutta la loro vita. quando il cameriere si avvicinò al tavolo Christian non poté evitare di fare i complimenti.

-Davvero deliziose tutte le portate. Immagino siano tutti ingredienti naturali

-Grazie mille. Mia moglie è una cuoca eccezionale. Gli ingredienti sono tutti a chilometro zero, c’è un terreno qui vicino che ci rifornisce

-Sua moglie è la cuoca? Complimenti allora, sarà abituato a mangiare bene da sempre

-Già. Cuoca, addetta all’assistenza clienti, alle pulizie, un po’ di tutto. Quando si porta avanti un’attività come questa a conduzione familiare ognuno fa quel che può

-Mi scusi, non sapevo che fosse lei il proprietario

-Ma si figuri. Mi piace tenerlo nascosto finché è possibile. Mi trovo meglio nei panni di cameriere o contabile

Romina era affascinata da quel luogo e voleva conoscerlo meglio quindi ne approfittò per parlare con il proprietario.

-Mi piace molto questo posto, è sempre stato vostro oppure lo avere rilevato?

-Apparteneva alla famiglia di mia moglie da secoli, prima però era utilizzato solo come residenza estiva dai miei suoceri. L’idea è venuta a mia moglie quando non eravamo ancora sposati, poi con il tempo abbiamo messo in piedi il B&B. Abitiamo poco lontani da qui ma questa è come se fosse la nostra casa quindi ci teniamo a far stare bene gli ospiti

-Come si fa a non amare questo posto?

-Ha proprio ragione, non si può

-Volevo farle una domanda. Io e mio marito vorremmo fare qualche tour per immergerci ancora di più nella cultura e nel folklore di Napoli. Avevamo pensato ad esempio ad una gita in barca su un’isola. Quale ci consiglia? Conosce qualcuno oppure dobbiamo rivolgerci ad un’agenzia in zona?

-Mmm, vediamo. Le tre isole sono tutte belle, io consiglio di vederle tutte. Non conosco nessuno che fa questo tipo di tour ma posso informarmi. Intanto se vi va di fare qualcosa di veramente particolare avrei un’idea. Siete anche delle buone forchette quindi potrebbe piacervi. Se volete vi spiego subito

-Ma certo, dite pure

-Ok. Il mese di Agosto noi abbiamo una tradizione di famiglia. Compriamo delle cassette di pomodori da un contadino qui vicino e tutti insieme riempiamo delle bottiglie con passate e pezzettoni di pomodoro. Come vi dicevo è una tradizione che coinvolge la famiglia, ma se qualcuno vuole aggiungersi è il benvenuto. Ognuno provvede ad un piccolo compito, a fine mattinata abbiamo le nostre conserve per tutto l’anno. Qualcuno potrete portarvela a casa così con i vostri parenti o amici organizzerete un pranzo perfetto.

-A me l’idea piace tantissimo! Christian cosa ne pensi?

-Anche per me va bene. Magari invitiamo qualche amico a casa, dato che parenti non ne abbiamo tanti. Rispetto a voi del Sud non riusciamo a tenere rapporti tanto stretti con la parentela

-Va benissimo allora. Noi cominciamo molto presto, per evitare che il caldo di metà mattinata ci rallenti. Con la frescura di primo mattino andiamo più veloci. Voi potete unirvi a noi quando volete, nessun problema. Lavoriamo nella cantina, si accede dal portoncino sotto l’arcata nel cortile. Ci conto allora

L’uomo si congedò mentre la coppia rimase a parlare a tavola. Erano felici di quella proposta, una tappa inaspettata del loro viaggio. Non avrebbero mai pensato che qualcuno producesse le conserve di pomodoro in casa, pensavano fosse una tradizione persa negli anni. Si ripresentò nuovamente il cameriere/proprietario con due caffè e due amari fatti in casa, Christian ne approfittò per confermare l’appuntamento del giorno dopo, sarebbero stati presenti all’alba pur di vivere quell’esperienza con loro.

Dopo pranzo Christian e Romina ne approfittarono per andare al Parco Virgiliano per una passeggiata. Da quella posizione goderono del panorama dell’altro lato del golfo da cui si vedeva Nisida e la Gaiola. Camminarono fino al tramonto, era la vacanza più romantica che avessero mai fatto insieme. Mangiarono qualcosa al volo nei dintorni, volevano tornare in albergo presto in modo da riposare abbastanza ed essere svegli il mattino seguente all’alba. Così fecero, alle dieci erano già a letto ed il mattino seguente si svegliarono presto e con tanta voglia di adoperarsi.

-Caro, dobbiamo aver paura di questa nostra improvvisa voglia di lavorare? Siamo pur sempre in vacanza

-Amore non preoccuparti, consideriamola una breve “distrazione” dal riposo

Insieme si recarono in cortile. Fuori c’era solo silenzio, le prime luci dell’alba illuminavano la villa rendendola quasi lugubre. La porta era aperta, una rampa di scale scendeva verso la cantina. C’era un corrimano ad aiutarli mentre delle piccole luci gialle illuminavano di poco il tragitto. Sentirono dei rumori dal basso, appena entrarono in cantina video i proprietari che già erano intenti ad organizzare il tutto.

-Buongiorno, noi siamo qui. Diteci come possiamo dare una mano

-Benvenuti! Non mi aspettavo che arrivaste così presto. Un attimo e vi spiego i compiti

I Leone nell’attesa di ricevere ordini si guardarono intorno. La cantina era semibuia, illuminata da alcune luci al neon. Su una parete c’erano le cassette di plastica riempite di pomodori rossi, l’odore acre inondava la stanza chiusa. Da un altro lato c’era un arnese in ferro con tre gambe ed una pressa collegata ad un imbuto, poco vicino invece una macchina elettrica per tritare. Accanto ancora c’erano le bottiglie di vetro vuote mentre a terra il pavimento in pietra era ricoperto di macchie scure.

-Avete fatto bene a mettere qualcosa di leggero addosso. Sicuramente vi sporcherete di rosso, se volete c’è qualche grembiule a disposizione

-Grazie mille. Saremo un po’ impacciati, immagino sia chiaro

-Non vi preoccupate, vi dico subito quello che faremo stamattina. I giorni scorsi abbiamo già lavato le bottiglie, oggi le riempiremo con due tipi di conserve, passate e pezzettoni. Per le passate bisogna tagliare in quattro il pomodoro e metterlo nella trituratrice, con un imbuto ci aiutiamo a farlo entrare nelle bottiglie. Per i pezzettoni invece bisogna prima tagliare il pomodoro in listelli sottili, poi con l’altro arnese mettete nell’altro imbuto e con lo stantuffo riempite la bottiglia sotto

La donna mimò le operazioni descritte per far capire meglio le operazioni. Tutto sembrava chiaro, prese la parola il marito.

-Mi raccomando, regola fondamentale, le bottiglie devono essere colme fino all’orlo. Non deve esserci aria all’interno, altrimenti quando le bolliamo possono rompersi

Romina era ansiosa di cominciare.

-Ok, tutto chiaro. Io cosa posso fare?

-Tu potresti preparare il basilico, è il compito più semplice. Di sopra raccogli un po’ di basilico nell’orto, lo lavi e lo tagli. Di solito lo fa nostra figlia ma oggi è uno di quei giorni quindi…

-Uno di quei giorni?

Prese la parola la proprietaria.

-E’ un’antica credenza popolare, le donne che hanno il ciclo vengono tenute a debita distanza dai pomodori. Si pensa che le conserve vadano a male. Ma vi ripeto, è una vecchia credenza ma noi per scrupolo seguiamo questo ragionamento

-Ok, faccio subito allora

Romina si mise sull’attenti e mimò un saluto da soldato, baciò suo marito e risalì le scale. Arrivò nell’orto della villa, riconobbe facilmente il basilico. La luce del sole era già più forte quindi non le fu difficile raccogliere un bel po’ di foglie, le mise tutte in una scodella di plastica che le aveva indicato la proprietaria. Anche se era una mansione molto semplice, di solito riservata alle giovani ragazze, era contenta di darsi da fare e rendersi utile. Quando sarebbe scesa avrebbe chiesto di fare altro. Era assorta nei pensieri quando sentì un rumore alle sue spalle. Si girò di scatto ma non vide nulla a parte un cespuglio muoversi. Com’era possibile in una mattinata senza vento come quella? Si stava solo impressionando, non aveva da preoccuparsi. Finì il suo compito e riscese in cantina a lavare le foglie.

Una volta finito consegnò la scodella alla signora che con un largo sorriso si complimentò.

-Questo era facile, cosa posso fare ora?

-Mi piace questo spirito di partecipazione. Mio marito sta istruendo il vostro sulle passate, voi potete fare i pezzettoni. Che ne pensate?

-Perfetto! Quindi listelli sottili, esatto?

-Corretto. Siete stata attenta prima. Lì c’è tutto l’occorrente

Romina si spostò accanto al tavolo in ceramica. Prese un coltello e iniziò a tagliare i primi pomodori. L’operazione era semplice, dopo qualche minuto non le dava nemmeno più fastidio l’odore forte dei pomodori. Era entusiasta per quella nuova esperienza e di solito quando era molto felice non riusciva a smettere di parlare. Iniziò a dialogare con la proprietaria che nel frattempo metteva i pomodori tagliati nel macchinario per riempire le bottiglie.

-Fate questo ogni anno?

-Certo. Ci garantisce un buon risparmio per tutto l’anno. Non compriamo conserve già pronte così siamo sicuri della qualità

-Capisco. Diceva che era una tradizione di famiglia, di solito siete solo voi due e vostra figlia?

-No, di solito c’è anche nostro figlio più grande ma oggi è al lavoro e non poteva venire. Quando erano piccoli c’erano anche nonni e gli zii, ora siamo rimasti solo noi a farlo. Da quando nostro figlio si è sposato siamo in tre, oggi solo in due

-Capito. Non mi sembra comunque un lavoraccio questo. Sarà che per me è una novità ma sembra divertente

-Lo è, se si sta tutti insieme è divertente. Ora che ci stiamo sbottonando un po’, voi che mi dite? Anche voi avete dei figli che vi fanno dannare?

-No. Purtroppo non ne abbiamo mai avuti

-Mi dispiace, ho toccato un tasto dolente? Non volevo

-Non vi preoccupate, nessun problema. Arrivati a questa età ci sembra normale non averne. Siamo solo io e Christian ed ora abbiamo tutto il tempo per fare quello che non abbiamo potuto fare prima. Siamo entrambi da poco in pensione

-Benissimo, mi fa piacere per voi. A parte i figli, avete qualcun altro che vi aspetta a casa? Qualche altro parente, qualche amico?

-Non molti. A Como non abbiamo parenti, di amici invece ne abbiamo abbastanza ma nessuno che sta aspettando noi. Abbiamo organizzato questa vacanza da soli senza avvisare nessuno. Era la nostra fuga d’amore

-Che bello! Due piccioncini. Non state informando proprio nessuno quindi sul vostro itinerario?

-Nessuno, nessuno. Dite che dovevamo?

-Ma no, così siete più liberi. Forse siamo noi del Sud che ci facciamo troppi problemi. Vado un attimo ad avvisare mio marito di una cosa, non vorrei che stesse affaticando troppo il signor Leone

La donna si allontanò per raggiungere il marito. Lui era accanto a Christian che spiegava il funzionamento della trituratrice.

-Bisogna mettere sempre un panno per filtrare la passata altrimenti ci saranno dei pezzetti all’interno. Vuoi tagliare tu i pomodori e io trito?

-Per me va bene tutto. Posso anche tritare io, ho capito bene come si fa

-Perfetto allora facciamo così. Non c’è ancora corrente, la spina non è nel muro. Bisogna prima controllare se all’interno è tutto ok

-Faccio io, non vi preoccupate

Christian inserì la mano nel macchinario. Avvertiva qualcosa all’interno, forse un pezzo di pomodoro tritato in precedenza?

-Sento qualcosa ma non riesco a capire

-Provate a mettere più dentro la mano. Se non capiamo bene la macchina potrebbe incepparsi

-Ci sto provando. Non è che ci sono dei topi in questa cantina? Magari un topolino si è infilato qui ed è morto

-Non penso, la cantina viene pulita ogni giorno dal nostro tuttofare

Romina era poco distante dai due uomini ma non stava seguendo il loro dialogo. Era troppo impegnata a tagliare i pomodori e immaginare alla storia che avrebbe raccontato al rientro. Sentì solo un urlo improvviso, quello di Christian. Passò meno di un secondo da quando si accorse dell’urlo a quando girò lo sguardo nella direzione del marito. In quel secondo nella sua mente cercò di dare una spiegazione confortante, magari si era solo tagliato con il coltello ed aveva urlato per il dolore. Quello che però vide non era quello che si aspettava. Christian aveva una mano all’interno della macchina per tritare i pomodori, urlava di dolore come non lo aveva mai sentito, accanto a lui c’era il proprietario della villa che però non sembrava aiutarlo. Sembrava gli stesse tenendo fermo il braccio all’interno del macchinario.

Romina vide un piccolo fiume rosso uscire dall’imbuto posto sotto il macchinario, non poteva certo essere succo di pomodoro. Senza neanche pensarci due volte si gettò verso di lui, doveva aiutarlo anche se non capiva bene cosa stesse succedendo. Fece qualche passo verso di lui, poi all’improvviso sentì un colpo dietro il collo. Poi vide tutto scuro.

Romina riaprì gli occhi, erano passate poche ore ma lei non lo sapeva ancora. Si trovava ancora in quella cantina ma era legata ad una sedia. Provò ad urlare appena si rese conto di dove fosse, ma fu inutile perché un bavaglio le copriva la bocca. Mise insieme le idee e i ricordi di quello che era accaduto prima ma non riuscì a trovare una logica. Qualcuno sembrò leggerle la mente perché una voce rispose alle domande che stava pensando in quel momento.

-Vi siete svegliata prima del tempo. Non dovevate farlo, non siamo ancora pronti

Conosceva quella voce, era la proprietaria del B&B.

-Ugo, la signora si è svegliata. Che facciamo?

-Aspetta che ho quasi finito. Falla stare calma se si agita

Romina sentiva le voci alle sue spalle, non vedeva gli interlocutori ma sapeva chi fossero. Avvertiva il pericolo e voleva fuggire da quell’incubo. Si ricordò di Christian, voleva vederlo e sapere come stava. Magari lo stavano curando, magari lo aiutavano lì per evitare di portarlo al pronto soccorso. Provò ancora ad urlare inutilmente.

-Si sta agitando, che faccio?

-Aspetta, ho quasi finito. Non farti vedere, mettiti alle sue spalle

Smise di urlare ma cominciò a muoversi sulla sedia. Avanzava di pochi centimetri alla volta, voleva liberarsi e scappare. Si spostò di lato e cadde, le sue preghiere dovevano essere state ascoltate da qualcuno perché la sedia si ruppe e riuscì a liberarsi. La prima cosa che fece fu di togliersi il bavaglio e girarsi verso la coppia. Si pentì di averlo fatto.

A terra c’era il corpo di Christian ma braccia e gambe non c’erano. Accanto a lui c’era il proprietario della villa che con una mannaia tagliava il corpo e inseriva i pezzi di carne nella trituratrice. A terra era ricoperto di barattoli pieni di carne e sangue. Romina si sentì venir meno. La mente rifiutava di credere a quello che vedeva, nemmeno il suo incubo più malato contemplava quella situazione. Lei e suo marito erano in vacanza nel loro luogo dei sogni, tutto quello non aveva senso. Stava per urlare di terrore quando l’altra donna parlò.

-State calma, non urlate vi prego. Non è colpa nostra, anche noi siamo vittime

-Cosa state facendo? Fatemi uscire di qui! Siete dei mostri!

-No, non siamo dei mostri. Siamo solo dei genitori. Lei non può capirlo… Non è facile essere dei bravi genitori

-Smettetela! E’ un incubo, non ci credo… Fatemi uscire!

-No, voi non andrete da nessuna parte. Mio figlio… mio figlio non è come tutti gli altri. Voi “normali” ve ne accorgete subito. Mio figlio è diverso, è strano… ma è un bravo ragazzo. Questo che stiamo facendo è per lui. Fin da piccolo prendeva a morsi le persone. A scuola ogni giorno c’era un episodio simile. Non siamo riusciti a fermarlo, non siamo riusciti a placare la sua fame. Lo facciamo per lui. Voi… voi siete soli su al Nord, lo avete detto prima. Nessuno sentirà la vostra mancanza. In compenso lui potrà mangiare per un po’ di tempo senza commettere altri episodi spiacevoli. Lei deve capirmi, solo una madre ed un padre esemplari possono macchiarsi di queste colpe per sgravare un figlio

-Smettila Lara, non capirà. E’ ancora sotto shock. Prendila e tienila ferma finché non arrivo io

-No, lei capisce. Non è vero che state capendo? Lei ora si siede e si fa ammazzare da lui, vero?

Romina cominciò a ridere nervosamente. Era una situazione così irreale che stava impazzendo. Non riusciva ad ammettere che era in pericolo di vita e che suo marito non c’era più a causa dei vaneggiamenti di due pazzi. Rideva mentre si allontanava dall’altra donna. Poi d’improvviso rinsavì e corse verso le scale. Scostò di lato con forza la padrona e raggiunse le scale, quella forza che arriva solo quando hai la morte con il fiato sul collo. Sulle scale fece un altro incontro, il fattorino. Era seduto con la testa bassa. Lei si fermò, lui alzò lo sguardo. Aveva la bocca sporca di rosso, come se avesse appena bevuto un bicchiere di sangue a sorsate. La mente collegò quell’immagine alle parole della donna. Quello era il loro figlio, il mostro che si cibava di carne umana. Cominciò a tremare, aveva paura che quel demone l’azzannasse da un momento all’altro. Dietro di lei sentiva i passi della pazza che la raggiungeva, incredibilmente però il ragazzo non si mosse, si limitava a guardarla con lo sguardo assente. Romina ne approfittò per salire il resto delle scale e chiudere la porta serrandola con la chiave. Era quasi libera, non le restava che uscire da quella villa e chiamare i soccorsi. Urlava e piangeva mentre percorreva il viale di ingresso. Era ancora giorno, il sole illuminava quella giornata estiva. Arrivò al cancello, era chiuso e doveva scavalcarlo. All’improvviso una macchina si fermò proprio davanti all’ingresso. Era un’auto di pattuglia della polizia, dal portellone scese un agente che vedendola spaventata e tremante si allertò.

-Signora tutto bene? Che succede?

-Aiuto, mi aiuti la prego. Sono in pericolo

L’agente in poco tempo si arrampicò sul cancello e raggiunse Romina, lei gli gettò le braccia al collo e cominciò a piangere a dirotto.

-Si calmi e mi dica cosa è successo

Romina riuscì a dire solo qualche parola sconnessa, balbettò qualcosa come “cantina”, “omicidio”, “assassini”, “cannibale”. Il poliziotto si fece ancora più serio, tolse la pistola dalla fondina e si fece accompagnare vicino alla porta che dava nella cantina. Girò la chiave nella serratura ed aprì lentamente la maniglia, lei guardava con terrore la scena.

-C’è qualcuno lì? Rispondete!

Solo silenzio, l’agente iniziò a scendere lentamente le scale. Il battito del cuore di Romina accelerava sempre di più finché non sentì la voce dell’agente.

-Signora qui è tutto a posto. Potreste scendere per spiegarmi meglio cosa avete visto? Qui non c’è nessuno

Romina era spiazzata, possibile che tutto quello che aveva vissuto era soltanto un incubo? Riuscì a farsi coraggio e scese le scale, il poliziotto l’attendeva nella cantina.

-Venga qui e mi racconti meglio quello che ha visto

-Erano in due, hanno ucciso mio marito per darlo in pasto al figlio e volevano uccidere anche me

-Venga più vicino, non c’è nulla di cui aver paura

Romina scese l’ultimo gradino, poi si sentì il rumore di uno sparo. Non riuscì a girare lo sguardo intorno, l’agente fu più veloce e la colpì alla tempia. Pezzi di materia cerebrale caddero sul pavimento mentre il corpo si accasciò senza vita.

-E’ lei che stavate ammazzando?

-Sì, è scappata all’improvviso, non sono riuscita a…

-Mamma, quante volte devo dirtelo. Dovete essere sempre attenti. E’ stato un caso che io passassi di qui a quest’ora. Una bella fortuna altrimenti sarebbe scappata e vi avrebbe denunciati

-Lo so, hai ragione. Grazie

-Non ringraziarmi, se c’ero io stamattina magari si risolveva tutto più velocemente. Giulio come sta?

-Sta bene, ha appena mangiato. Quando mangia sta sempre meglio. Tu come stai? Ti trattieni a cena da noi?

-Io sto bene. Grazie ma ora mi è passato l’appetito, penso che tornerò a casa da mia moglie. Sono stanco morto

-Va bene, caro. Porta i nostri saluti a tua moglie. Speriamo di vedervi presto

-Sicuramente. Buona giornata a voi

6 Agosto 2021

Il mare era una tavola che mischiava i colori del cielo al tramonto. Il rosso del sole ancora caldo e l’azzurro del cielo limpido. Le tinte si mischiavano sull’acqua creando un effetto di rara bellezza. Sul pontile di Bagnoli c’era chi passeggiava e godeva degli ultimi minuti illuminati della giornata. Coppiette che camminavano mano nella mano, amici che chiacchieravano, bambini che giocavano correndo. Un venerdì sera che aveva già il sapore del fine settimana, di quelli più belli, nel pieno dell’estate. Tutti avevano lasciato a casa i problemi, le preoccupazioni, quei momenti erano stati pensati per stare bene e non per affannarsi. Tutti felici e contenti, tutti tranne una persona.

Un uomo si aggirava sospettoso tra la folla. Ad ogni passo girava il volto a destra e sinistra. Cercava, ma non sapeva ancora cosa. O chi. Guardava gli altri presenti sulla passerella, incrociava i loro sguardi alla ricerca di un indizio, di un segno. Qualcuno cominciò ad accorgersi del suo atteggiamento fuori dal normale, la maggior parte però era intenta a fare altro senza lasciarsi distrarre. Il respiro si faceva sempre più affannato, aveva corso parecchio per arrivare fin lì e purtroppo la sua età gli richiedeva più riposo di quanto volesse. Qualche bambino gli sfrecciò accanto mettendolo in allerta. Vide le schiene dei ragazzi che continuavano a giocare, capì di non essere in pericolo. Lanciò un’imprecazione masticata in bocca, ma era più tranquillo. Da qualsiasi cosa stesse fuggendo, ora era al sicuro.

Si sedette su una panchina, chiuse gli occhi e tirò un respiro profondo. Il sapore di salsedine gli entrò nelle narici ed insieme a quello ritornarono tutti i ricordi associati a quel luogo. Rilassò i muscoli tesi e prese a respirare regolarmente. Riaprì gli occhi e diede un ultimo sguardo di controllo in giro. Tutto regolare, le persone passeggiavano serene senza destare nessun sospetto. L’uomo si alzò e fece qualche passo in avanti. Percorse metà del pontile respirando a pieni polmoni l’aria di mare. Intorno a lui la piccola cornice di golfo sembrava abbracciarlo per dargli sicurezza.

Si appoggiò alla ringhiera guardando i colori intensi del mare. Quella distesa immobile gli dava pace. Alle orecchie arrivavano le risate dei bimbi e il verso di qualche gabbiano. Poi sentì il rumore di un tuffo. Stava guardando l’orizzonte quando quel suono attirò la sua attenzione e guardò in quella direzione. L’acqua si increspava formando un cerchio. L’uomo si sporse un po’ in più per vedere meglio ma quello che vide venire fuori dall’acqua aveva dell’incredibile.

Una donna.

Il busto di una donna fuoriuscì dal mare e guardò nella sua direzione. L’acqua la copriva dal collo in giù, aveva lunghi capelli scuri ed un enorme sorriso adornava il bellissimo volto.

L’uomo chiuse e riaprì gli occhi due volte, pensò di stare sognando. Da dove era sbucata quella ragazza? Una folle in cerca di un brivido o forse aveva solo pagato il pegno di una scommessa persa? Non riusciva a distogliere lo sguardo, si girò solo per controllare se anche gli altri se ne fossero accorti ma ognuno era intento a passeggiare indisturbato. La guardò ancora, lei rimandava lo sguardo senza mai smettere di sorridere. Poi si rituffò in acqua, e l’uomo vide qualcosa che gli fece venire i brividi. Quando la testa era in basso non vide le gambe risalire, ma una coda di pesce. Non poteva sbagliarsi, quelle che aveva visto erano delle pinne enormi.

Spaventato da quella visione si staccò dal ferro e camminò all’indietro fino al centro della passerella. Possibile che quella che aveva visto era una sirena? Non poteva essere, era solo uno scherzo di cattivo gusto e lui ci stava cascando. All’improvviso sentì un verso di uccelli. Non i soliti gabbiani che sorvolavano la zona ma un suono stridulo che non ricordava di aver mai sentito. Alzò gli occhi in direzione di quel suono coprendosi gli occhi con una mano per ripararsi dalla luce del sole. Un uccello si stava avvicinando, volava proprio nella sua direzione. Man mano che era più vicino si rendeva conto di quanto fosse grande. Gli passò sopra la testa ed atterrò su una panchina a poca distanza da lui. Le dimensioni erano spropositate ma quando vide la testa rimase a bocca aperta per lo stupore e la paura.

Quell’uccello aveva la testa di una donna.

Lo sguardo era arcigno e guardava proprio nella sua direzione in un tono di sfida. Fece qualche goffo passo verso l’uomo che subito indietreggiò. Il mostro aprì la bocca ma stavolta invece del solito verso da uccello uscirono parole umane.

-Dove stai scappando? Vieni da noi

Aveva sentito bene? Quell’orrendo mostro stava parlando con lui chiedendogli di seguirlo? L’uomo si guardò intorno sperando che qualcuno intervenisse. Stranamente però gli altri sembravano badare ancora ai fatti loro, solo una giovane coppia sembrò aver notato qualcosa di strano ma si allontanò senza distogliere lo sguardo. L’essere metà donna metà uccesso fece un altro passo verso l’uomo che a quel punto decise di rispondere.

-Cosa vuoi? Cosa vuoi da me?

-Voglio solo il tuo bene. Vogliamo solo il tuo bene

-Cosa ne sai tu del mio bene? Lasciami stare! Sei solo un mostro, un’arpia venuta a farmi del male

Da lontano sentì un’altra voce, più imponente, che si intromise in quello strano dialogo.

-Vogliamo solo il tuo bene, devi crederle

L’uomo voltò lo sguardo in direzione della voce, all’ingresso del pontile. Vedeva un gruppo sparuto di persone, dietro di queste però si ergeva una figura più imponente. Più si avvicinava e più sentiva indistinguibile un rumore di zoccoli sull’asfalto. Quando le persone si tolsero dalla visuale riuscì a vedere la figura per intero. Aveva il corpo di un cavallo ma dalla parte anteriore spuntava il busto di un uomo. Le quattro zampe di quella bestia si muovevano lentamente, come se non volesse spaventare il suo interlocutore. Già, come se non fosse già spaventato per aver visto davanti ai suoi occhi per la prima volta un centauro.

-Chi sei? Cosa vuoi… cosa volete da me?

-Stai calmo. Non ci riconosci?

-Certo che vi riconosco! Siete dei mostri! Siete qui perché mi volete morto

-Fidati di noi. Non siamo cattivi. Vedi? Non ti stiamo attaccando, siamo qui fermi e vogliamo solo parlare

-Parlare? Ma li avete sentiti? Qualcuno li sta sentendo o sono il solo?

L’uomo si guardò intorno preoccupato. Aveva attirato l’attenzione di tutti i presenti. Tutti lo guardavano ma quello che vedeva nei loro occhi non era paura, ma pena. Sembrava proprio che gli altri stessero provando compassione per lui anche se non ne capiva il motivo.

-Datemi una mano! Qualcuno mi aiuti

Qualcuno si allontanò affrettando il passo, altri fecero finta di nulla senza riuscire a fingere interesse per quella scena insolita. L’uomo allora cominciò ad avvicinarsi alle altre persone chiedendo aiuto.

-Lei, lei li vede? Mi risponda, non se ne vada… E lei, signorina, non scappi anche lei. Qualcuno sa dirmi perché ce l’hanno con me?

Intanto sentiva le loro voci, le opinioni di quelli che ormai erano solo delle comparse in quella scena teatrale.

Cosa vogliono da lui?

Perché non ne parlano da un’altra parte?

Amore, andiamo via. Saranno fatti loro, non ci impicciamo

Tra tanti posti proprio qui? Non hanno niente di meglio da fare?

E se poi solo sono davvero cattivi?

Non era il solo a vedere quei mostri. Purtroppo però sembrava che gli altri non volessero in nessun modo fare qualcosa per lui. Doveva fronteggiare quei nemici da solo. Fece due passi decisi in direzione dell’arpia che stranamente fece un passo indietro. Riusciva anche lui ad incutere timore in quelle bestie?

-Andate via vi dico. Questo non è il posto per voi!

Fece un altro passo in avanti quando sentì dei passi che si avvicinavano. Un altro essere corse nella loro direzione e si fermò accanto al centauro posandogli una mano sul dorso. Quando girò il volto in direzione dell’uomo, questo si accorse della gravità di quel gesto e subito con entrambe le mani si coprì il volto e si accovacciò a terra. Prima di chiudere gli occhi aveva visto di chi o cosa si trattasse. Aveva il corpo di una donna ma dalla testa al posto dei capelli c’era un groviglio di serpenti. Decine di serpenti che si muovevano aprendo e chiudendo le fauci. Lui sapeva di cosa si trattasse, era una gorgone e il solo sguardo lo avrebbe tramutato in pietra.

Ancora accovacciato cercò di parlare per convincere un’ultima volta quelle bestie immonde a lasciarlo stare.

-Perché? Perché ce l’avete con me? Lasciatemi in pace. Lasciatemi solo!

L’ultima fetta di passanti presenti sul pontile si dileguava verso l’uscita, un silenzio spettrale piombò sulla scena. L’uomo avvertì dei passi avvicinarsi a lui, sempre tenendo le mani sul volto cercò di allontanarsi strisciando sull’asfalto.

Vi prego, andatevene. Andatevene…

Cominciò a piangere a dirotto. Ormai era conscio del destino che lo attendeva. I mostri sembravano non ascoltarlo ed avanzavano in silenzio verso di lui. Sentì altri rumori più veloci, come qualcosa che strisciava. Aprì un piccolo spiraglio tra le dita in modo da vedere meglio. Ormai era spacciato e la curiosità stava prendendo il sopravvento.

Vide due figure, più piccole, che avanzavano. Vedeva i loro sorrisi stampati sui volti innaturali. Il corpo da bambine e la coda di serpente, due echidne gli strisciavano incontro, lo deridevano. Ormai era alla loro mercé, non poteva fare altro che deporre le armi e abbracciare il fato, per quanto tremendo fosse. Tolse le mani dagli occhi e guardò per l’ultima volta le creature che aveva davanti. Erano in fila, l’una accanto all’altra e lo guardavano con sguardo serio e preoccupato. L’arpia, il centauro e la gorgone, mentre le altre due piccole creature continuavano a girare in tondo. Richiuse gli occhi attendendo il braccio della morte.

Quello che sentì subito dopo però non era una minaccia. Avvertì il tocco di una mano sulla sua spalla. Come una carezza, un gesto che cercava di incutere sicurezza più che terrore. Riaprì gli occhi e finalmente li vide.

I mostri che prima erano davanti a lui non c’erano più, al loro posto c’erano delle persone. Erano intorno a lui e gli sorridevano tristemente. Un uomo, due donne e due bambine. Non li riconobbe subito, era ancora sotto shock, ma fu quella prima frase detta da una delle donne a risvegliare la memoria.

-Papà, siamo qui con te. Andrà tutto bene

Fu in quell’istante che li riconobbe. I suoi figli Laerte, Olimpia e Tea, le sue nipoti Grazia e Noemi. Erano lì per lui e quando capirono che lui li aveva finalmente riconosciuti lo abbracciarono con forza. Fu una scena molto commovente, i pochi estranei presenti non poterono fare a meno di trattenere le lacrime per quella che era chiaramente una tragedia familiare sfiorata.

I figli ritrovati dell’uomo lo aiutarono ad alzarsi e lo fecero sedere su una delle panchine. Le bimbe ignare della serietà della situazione continuavano a giocare tra loro e correre in direzione del nonno abbracciandolo con affetto. L’uomo ormai rinsavito ripercorreva gli sguardi dei suoi cari, delle uniche persone al mondo che gli erano vicino. Avrebbe tanto voluto scusarsi con loro, avrebbe voluto trovare le parole giuste per far capire quanto era afflitto per le preoccupazioni che gli stava dando. Ma loro non erano più bambini, capivano come si sentiva e senza parlare gli fecero intendere che tutto si era risolto e quella era la cosa importante.

-Andiamo a casa. Hai bisogno di riposarti

-Tra poco le temperature si abbasseranno e non ti farà bene. Aggrappati a me

-Nonno! Nonno! E’ vero che starai un po’ con noi a giocare?

-Bimbe non fatelo affaticare. E’ molto stanco ed ha bisogno di riposo

L’uomo fece come gli era stato consigliato. Si alzò e accettò l’aiuto della figlia più piccola. Ancora non riusciva a dire una parola, mentre un’ultima lacrima scendeva sul volto rigato dalle rughe.

Qualche metro più distante una giovane coppia guardava l’epilogo della toccante scena. La ragazza con la voce rotta dall’emozione chiese al ragazzo cosa ne pensasse.

-Chissà chi sono quelli lì. Per un momento ho pensato che l’anziano potesse buttarsi in acqua

-Per fortuna non è successo nulla. Sai chi è quel signore?

-No. Lo conosci?

-Non personalmente, ma so che è un docente universitario di storia antica. E’ stato il professore di mio cugino Arnaldo. Mi ha sempre detto che tutti gli studenti erano affascinati quando spiegava in aula. Ora non è che l’ombra di sé stesso

-Che gli è successo?

-La moglie era malata da tempo. Pensa che si è ritirato dall’insegnamento per starle vicino. Ed è servito, sai? Lei stava meglio finché lui le teneva compagnia. Poi, sai com’è in questi casi, da un giorno all’altro se n’è andata. Da quel giorno so che lui non è più lo stesso. Hanno provato a convincerlo a ritornare al lavoro per distrarsi ma è stato inutile. C’è chi dice che il dolore forte lo ha spinto a… vedere delle cose. Non so se è vero, ma sembra che si sia chiuso in un mondo tutto suo, fatto di creature fantastiche della mitologia greca. La Grecia era il suo pallino, suo e della moglie. Amavano la storia greca, forse per lui rivivere la magia del mito è il modo di proteggersi dalla triste realtà in cui si trova adesso. Senza la donna che ha sempre amato, solo

-Meno male che ci sono i figli con lui. Sembravano davvero affezionati a lui

-Già. Meno male

I due ragazzi si abbracciarono mentre l’ultimo raggio di sole scompariva dietro l’orizzonte ed il rumore di un tuffo proveniva dalla superficie del mare.

30 Luglio 2006

Erano quasi le 8 del mattino e in casa Borrelli c’era una strana confusione. Di solito le giornate estive iniziavano più lentamente, d’altronde in quella casa ci sono due studenti adolescenti che di solito si svegliano verso le undici. D’estate non c’è scuola, la sera si fa tardi sia a casa che fuori quindi i ritmi mattutini dell’inverno non sono per nulla contemplati. Ma quel giorno era diverso.

Erano inseparabili Sarah e Raffaele Gregorio, o meglio Sah e Greg come amavano chiamarsi. Lei diciannove anni, lui sedici ma la differenza di età non era mai stato un problema. Avevano sempre avuto le stesse passioni. La prima, il calcio. Insieme al padre non perdevano una singola partita di Serie A. La squadra del cuore? Naturalmente il Napoli, al punto che la cameretta che condividevano era completamente azzurra. Poi gli amici, gli stessi per entrambi. Nel tempo qualcuno lo avevano perso per le solite questioni amorose, ma gli altri c’erano sempre.

Un’altra cosa che li accomunava era la propensione allo studio. Entrambi avevano poca voglia di studiare, forse anche a causa dell’indecisione cronica che li assaliva. Sarah aveva terminato proprio quell’anno gli studi superiori ma non aveva ancora idea di cosa fare dopo l’estate. Si era presa un po’ di tempo per pensarci ma in realtà stava solo spostando il problema più in avanti. Raffaele invece aveva appena finito il terzo anno di liceo, con parecchie sufficienze stentate e due recuperi. Anche per lui valeva lo stesso discorso, avrebbe preso il diploma, ma poi? I genitori provavano a dargli coraggio, a far vedere loro che avevano delle qualità per andare avanti, ma si sa come va in queste situazioni.

Quando si è adolescenti si hanno tanti altri problemi, si affrontano situazioni sempre nuove e non è facile mettere a fuoco sui veri interrogativi della vita. Semplicemente, si ragiona da adolescenti, da esseri ibridi, per metà ragazzi e per metà adulti. Per fortuna l’amicizia che legava i due fratelli era forte e dava loro coraggio nell’affrontare le avversità della vita. Quell’estate era solo loro, ogni giorno cercavano di divertirsi tenendo la mente sgombra da pensieri negativi. E ci stavano riuscendo, fino a quel giorno.

Ritorniamo quindi a quella mattina, tutti indaffarati già dalle prime ore. Sì, perché quel giorno i ragazzi sarebbero andati al mare in costiera per trascorrere una giornata diversa. Avrebbero preso la circumvesuviana intorno alle 8:30 fino a Meta e lì si sarebbero fermati fino alla serata. Era quindi d’obbligo svegliarsi presto per seguire alla lettera la scaletta del loro itinerario. Erano quasi le 8 però e Raffaele non era ancora uscito dal bagno. Da fuori sua sorella continuava a punzecchiare per sollecitarlo, anche lei aveva bisogno di usare il bagno e lui era lì già da troppo tempo. All’interno però la situazione era tutt’altro che divertente.

Raffaele era davanti allo specchio e sudava freddo. Non aveva la forza di parlare eppure la sua bocca era aperta per l’incredulità di quello che stava accadendo. Nella sua testa c’erano milioni di pensieri e non sapeva cosa fare.

Deve esserci una spiegazione razionale.

Che cosa mi sta succedendo?

Dannazione, cos’ho che non va?

Deve essere una reazione allergica, non ci sono dubbi.

Era in piedi davanti allo specchio, il torso girato per poter guardare le spalle. Sulla parte alta della schiena di era formato uno strano strato verde. Al tatto sembravano scaglie ruvide, dallo specchio assomigliavano in tutto e per tutto a delle squame.

Era passato almeno un quarto d’ora, il ragazzo fissava lo specchio senza darsi una ragione. Cosa aspettava? Che continuando a fissare sarebbe ritornato normale? Il tempo passava senza che lui se ne accorgesse. Fu la voce della sorella a svegliarlo da quello stato di trance.

-Greg! Vuoi muoverti? Esci dal bagno e fammi entrare che ancora non sono pronta! Rischiamo di fare tardi e bloccare gli altri

Raffaele si girò verso la porta e controllò che fosse ancora chiusa a chiave. Andava avanti e indietro per il bagno, ogni volta che passava davanti allo specchio lo sguardo ricadeva su quel dettaglio della sua schiena. Addirittura sembrava che la “macchia” si fosse allargata dall’ultima volta che l’aveva vista. Non poteva andare in spiaggia in quelle condizioni e tenere addosso una maglietta per tutto il giorno era un’ipotesi da scartare. Intanto la sorella dall’esterno continuava a chiamarlo, doveva dire qualcosa almeno per prendere un altro po’ di tempo.

-Un attim…

Si bloccò a metà frase. Quella che aveva sentito uscire fuori dalla sua gola non era la sua voce. Si tappò la bocca con una mano, aveva paura di parlare ancora. Sua sorella l’aveva sentito oppure nel frastuono all’esterno del bagno non aveva fatto caso a quella voce strana? Non sapeva più cosa fare, era ancora pieno di pensieri e paure quando sentì i colpi duri di una mano sulla porta.

-Ti decidi ad uscire? Carlo sarà qui a momenti e io ho bisogno del bagno! Devo sfondare la porta a pugni?

Fortunatamente prima non l’aveva sentito, ma ora? Come doveva regolarsi? Si avvicinò ancora allo specchio, i suoi occhi gli ricambiavano lo sguardo in modo interrogativo. Si girò ancora, lo strato si squame ora ricopriva buona parte della schiena e delle spalle. Forse era il momento di parlarne con sua madre, di capire cosa realmente stava accadendo. Quel pensiero però durò ben poco, era troppo spaventato di quello che gli stava accadendo per spingerlo a chiedere l’aiuto di un adulto.

-Greg, mi rispondi? Tutto bene lì dentro? Guarda che apro davvero la porta a calci se non rispondi

Raffaele fece appiglio a tutte le sue forze per aprire la bocca e rispondere. Doveva concentrarsi il più possibile per impostare bene la voce e dare una parvenza di normalità.

-Sto bene, ora esco

Forse ce l’aveva fatta, stava per compiacersi quando la voce di Sarah tuonò preoccupata.

-Sicuro che va tutto bene? Dalla voce non si direbbe. Che hai?

-Ti ho detto che va bene! Dammi un po’ di tempo ed esco!

-No, questa voce non mi piace. Se stai scherzando sappi che non è affatto divertente. Dai apri

-Non sto scherzando. Aspetta!

Raffaele finì la frase prima di sentire il citofono suonare. La sorella si allontanò per aprire, con tutta probabilità era il loro amico Carlo. Si erano dati appuntamento a casa loro prima di iniziare il loro piccolo viaggio. In pratica un problema in più che si aggiungeva. Si sedette a terra tenendosi la testa tra le mani, era sconvolto. Si alzò e ritornò davanti allo specchio, la situazione non migliorava. Quasi tutto il torso era verde scuro e sul collo sembravano formarsi delle aperture laterali. Raffaele passò le mani su quelle aperture, con enorme sorpresa constatò che da lì usciva dell’aria. Era impossibile, si coprì naso e bocca con le mani, provò a trattenere il respiro per allentare la tensione, poi espirò. Aveva ancora naso e bocca coperti però, il suo respiro era appena uscito fuori dalle aperture nel suo collo. Erano branchie. Impossibile, non esistevano delle mutazioni così veloci, almeno non nel mondo reale. Gli sembrava di essere il protagonista di un fumetto, una sorta di X-Man, e quell’idea non lo tranquillizzò. Si spostò di lato con fretta facendo cadere a terra una bottiglietta di profumo. Dall’esterno del bagno si sentivano ancora voci preoccupate.

-Greg, cos’era quel rumore? Carlo è qui, è in cucina a parlare con mamma, dobbiamo muoverci. Mi dici che succede?

-Nulla, nulla

-Ancora con questo “nulla”, “tutto bene”. Apri e facciamola finita. Dimmi che succede

Nel dialogo tra i due fratelli si intromise Carlo.

-Che succede qui? Carlo, sei lì dentro? Dai che facciamo tardi, muoviti. Sei già bello al naturale, non hai bisogno di ritocchi

-E’ chiuso lì dentro da ore, risponde a singhiozzi. Vedi se riesci a farlo uscire velocemente che mi serve il bagno al più presto

-Bro, ma che mi fai sentire? Tutto bene? Vuoi che entri io?

La sola idea di qualcuno che entrasse nel bagno e potesse vederlo in quello stato lo fece rabbrividire.

-No! No, sto bene. Aspettatemi fuori

-Cos’era quella voce, amico? Sei stato impossessato? Dai, esci o fammi entrare

-Non è nulla, solo un po’ di raucedine. Ora uso il collutorio

-Amico a me sembra qualcosa di più serio. A te serve una buona dose di aria di mare, di sabbia calda e ragazze infuocate, e si dà il caso che oggi avremo tutto questo. Dai, sbrigati

Si riavvicinò la sorella

-Niente ancora? Non è uscito?

-No, dice che ha mal di gola. Si sta facendo tardi intanto, che facciamo?

-Greg! Esci subito di lì, ci stai facendo preoccupare

Nessuna risposta, Raffaele era ancora incollato allo specchio mentre respirava a fatica.

-Facciamo così Carlo, tu inizia ad andare, non voglio bloccare tutti. Vi raggiungiamo sicuramente appena capisco quello che sta succedendo

-Sicura che non serve una mano?

-No, tranquillo. Che puoi fare tu più di quanto sto provando io? Ti mando un messaggio appena siamo pronti, tu vai con gli altri

-Va bene, dai. Fatemi sapere. Ciao Greg, a dopo!

Carlo salutò la madre dei ragazzi, ancora indaffarata a mettere in ordine la casa, poi si avviò per incontrare gli altri amici. Intanto Sarah era ancora accanto alla porta del bagno. La rabbia che fino a poco prima la caratterizzava, l’ansia di dover far presto per una giornata insieme, la paura di mandare tutto a monte, non c’era più. Ora era preoccupata, voleva solo capire realmente cosa stesse succedendo a suo fratello. Era da troppo tempo chiuso in quella stanza e non dava spiegazioni. Lei rimaneva appoggiata a quella porta che la separava dal suo amico del cuore, sperando di capire cosa stesse succedendo.

All’interno del bagno anche Raffaele era appoggiato alla porta. Il respiro si faceva sempre più affannoso. Riusciva a regolare il flusso di ossigeno che entrava e usciva dalle branchie. Aveva paura ad avvicinarsi nuovamente allo specchio, aveva gli occhi chiusi nella speranza che al riaprirli sarebbe stato tutto normale. Ma in fondo sapeva che tutto quello che stava succedendo era reale, era vittima di un incubo ad occhi aperti. Già le sere precedenti si era svegliato durante la notte tutto sudato e spaventato. Aveva attribuito quegli strani sogni al caldo eccessivo che aveva inondato la città, ma ora sapeva che non era così. Si stava trasformando in qualcosa che non conosceva e che lo spaventava.

-Greg, ci sei? Ascoltami, sono qui fuori. Non devi aver paura di me

Sebbene la voce di sua sorella fosse pacata e rilassante, Raffaele non riusciva a calmarsi. Si spostò dalla porta, il corpo gli sembrava più pesante del solito. Riusciva a malapena a trascinare le gambe per la stanza. Guardò in basso, i suoi piedi erano come se fossero di piombo. Dopo qualche passo si ritrovò ancora davanti allo specchio. Si guardò, il suo non era più il volto che ricordava. Assomigliava più a quello di un rettile. Il naso era schiacciato ed erano sparite le narici. La parte della bocca invece era visibilmente allungata, provò ad aprirla mostrando dei denti aguzzi. Le orecchie non c’erano più mentre gli occhi erano diventati di colore giallo scuro. Si avvicinò ancora di più allo specchio, quando realizzò cosa era diventato urlò come non aveva mai fatto. Dalla sua nuova bocca uscì un suono abominevole, un misto tra un ringhio selvaggio ed una voce camuffata. All’esterno del bagno Sarah sbiancò dalla paura.

-Greg! Che succede, apri ti prego!

-Tranquilla

La voce era cambiata nuovamente. A malapena si riusciva a distinguere il suono delle parole.

-Mi dici che succede? Vado a chiamare mamma

-No!

Fu inutile, la ragazza andò subito dalla madre e insieme si precipitarono davanti alla porta.

-Raffaele, che succede lì dentro. Apri subito!

-Greg, siamo preoccupate. Non devi aver paura, apri

-Andate via

-Cosa stai dicendo? Andare via? Siamo la tua famiglia, apri e permettici di aiutarti

-Andate via!

Raffaele cascò a terra, con il suo di colpo pesante si gettò sul pavimento del bagno. Non aveva molte forze, probabilmente la metamorfosi stava prosciugando le sue energie. Con l’aiuto delle braccia si sollevò di poco dalle mattonelle. Era a quattro zampe, un dolore lancinante proveniente dall’osso sacro lo fece urlare. Sua sorella e sua madre ascoltarono quel suono orribile guardandosi impaurite negli occhi.

-Chiamo vostro padre, deve ritornare a casa a darci una mano

La signora corse in cucina, prese il telefono e cominciò a digitare i numeri sulla tastiera. La ragazza nel frattempo era ancora accanto alla porta del bagno a tranquillizzare sul fratello.

-Greg, ti prego ascoltami. Siamo con te, qualsiasi cosa tu stia facendo…. Qualunque cosa ti stia succedendo devi fidarti di noi. Siamo la tua famiglia, ti vogliamo bene. Ti prego, apri questa porta prima che sia troppo tardi

Raffaele dall’altro lato provava a parlare ma dalle sue fauci non uscivano più parole. Soltanto rumori e suoni strani, come i versi di un animale. Era distrutto, si abbandonò a terra rannicchiandosi in una strana posizione fetale. Almeno da quella visuale non vedeva il suo riflesso nello specchio e quello era un bene. Sentiva il cuore accelerare i battiti. Quello che gli sembrava strano era che anche se nell’aspetto era in tutto e per tutto un abominio, un mostro, i suoi pensieri erano umani. Pensava a sua sorella ancora preoccupata, avrebbe voluto tranquillizzarla e starle accanto. Pensava ai suoi genitori, già abbastanza preoccupati dal suo rendimento scolastico, quella situazione li avrebbe uccisi. Pensava ai suoi amici, probabilmente non li avrebbe più rivisti e quel pensiero era davvero doloroso. Era in pena per tutte le persone a cui teneva, non voleva assolutamente che stessero male a causa sua. Aveva più paura per loro che per sé stesso. Era immerso nei suoi pensieri quando udì un’altra voce fuori dalla porta. Era suo padre, sembrava affannato e preoccupato ma come gli altri cercava di essere tranquillo e pacato.

-Raffaele, sono qui fuori con tua sorella e tua madre. Mi hanno chiamato preoccupate per te. Non devi aver paura

Il ragazzo, se tale poteva chiamarsi, era ancora a terra. Quelle parole gli entrarono dritte al cuore, la dolcezza con la quale era state proferite era ammirevole. Avrebbe voluto uccidersi, farla finita lì per non dare un dispiacere alla sua famiglia. Iniziò a piangere, anche se il suono che si sentì sembrava qualcos’altro.

Fuori dal bagno nessuno si aspettava una risposta, il padre prese un doppione delle chiavi del bagno e in poco tempo riuscì a far uscire la chiave all’interno. Sbloccò la serratura, poi lentamente aprì la porta. Nessuno era preparato a quello che si parò davanti ai loro occhi.

Quello che era disteso a terra aveva le fattezze di un drago, un rettile di dimensioni poco più grandi di un essere umano, rannicchiato su sé stesso. Il corpo era completamente ricoperto di squame mentre una lunga coda si muoveva appena percettibile. La testa era rotonda ma allungata sul muso. La bestia aveva ancora addosso i vestiti che erano appartenuti al ragazzo, lacerati a causa delle dimensioni maggiori. Nella posizione in cui era, sembrava più che fosse mansueta piuttosto che pericolosa.

Raffaele aveva ancora gli occhi chiusi quando sentì il rumore della serratura che scattava e della porta che si apriva. Avrebbe scommesso che quando lo avessero visto si sarebbero spaventati ed avrebbero cominciato ad urlare. Stranamente invece tutto era silenzioso. Aprì finalmente gli occhi e fu sorpreso nel vedere gli altri tre componenti della famiglia guardarlo e sorridergli timidamente. Perché non avevano paura? Il loro amore era così grande da superare quell’incubo?

Fu suo padre il primo ad avvicinarsi, senza timore. Si abbassò e gli accarezzò un braccio.

-Ci hai fatto prendere un bello spavento stamattina. Non eravamo preparati, hai solo sedici anni…

La bestia lo guardò attraverso degli espressivi occhi gialli.

-Immagino tu abbia tanti interrogativi in mente. Abbiamo tutto il tempo di risolverli, ora però guarda questo

Suo padre si alzò, si tolse la giacca e chiuse gli occhi. Il suo corpo si trasformò velocemente davanti agli occhi increduli del ragazzo, il torso fino a poco prima glabro si riempì di peli ed il suo volto assunse le fattezze di un lupo. Raffaele sgranò gli occhi e fece per alzarsi quando anche sua madre compì gli stessi gesti fatti poco prima da suo padre. In pochi secondi la trasformazione si compì, si curvò in avanti e dal costato spuntarono altre due braccia. Braccia e gambe diventarono zampe da insetto mentre sulla schiena spuntarono due paia di ali di farfalla. Ma la sorpresa non era finita. Sarah fece un passo in avanti, si coprì il volto con le mani, poi quando le tolse mostrò un volto da felino. La pelle si riempì di macchie scure mentre dalla bocca spuntarono lunghe zanne. Fu di nuovo suo padre a parlare per primo, con una voce diversa da quella che era abituato a sentire.

-Tranquillizzati, siamo la tua famiglia. Scusa se oggi non siamo stati capaci di starti vicino nel modo più appropriato ma eravamo impreparati. Di solito la transazione arriva intorno al compimento del diciottesimo anno di età, il tuo è un caso più unico che raro. Hai solo sedici anni, due anni prima… Non ce l’aspettavamo

-Fratello va tutto bene, lascia che ti insegniamo come nascondere la tua vera forma

-Figlio mio, con il tempo imparerai come noi a vivere in mezzo a quelli che chiamano “normali”. Anche per tua sorella non è stato semplice ma abbiamo avuto tempo per insegnarle tutto quello che doveva sapere

Raffaele guardava la sua famiglia con occhi interrogativi. Di colpo si era svegliato da un incubo per piombare un uno ancora più spaventoso. Ma a quanto pare non era solo.

-Greg, so già a cosa stai pensando. Chi siamo veramente? Che farò ora? Avrò una vita normale? Guardami, pensi che io non abbia una vita come gli altri? Se ce l’ho fatta io ce la farai anche tu

-Siamo esseri che vivono su questa terra da tantissimo tempo, come gli umani, solo un po’ più antichi. Con il tempo abbiamo capito che è meglio tenersi nell’ombra e vivere con gli umani piuttosto che mostrarci a loro e sperare in un’integrazione. Il nostro potere ci consente di nascondere la nostra vera natura quindi credimi se ti dico che non sarà molto difficile

Raffaele inspiegabilmente iniziava a tranquillizzarsi. Avvertiva il calore del loro amore, insieme alla sua famiglia ci sarebbe riuscito.

-Ora però asciuga quelle lacrime e riposati, metteremo noi a posto in bagno

-Esatto Greg! E poi, wow che figo, sei un rettiloide! Chissà cosa puoi fare con quella forma!

23 Luglio 1550

Il piccolo Pedro aveva un nome importante per l’epoca, un nome che portava alla mente un luogo lontano che si era fuso nel sangue di Napoli. Ma anche un nome simbolo di autorità, di risolutezza. Il nome di chi aveva permesso la rinascita di quella città. Don Pedro da Toledo.

Il vicerè spagnolo aveva dato tutto a Napoli, con lui i cittadini avevano dimenticato la peste. La sua mano aveva riplasmato sotto tutti i punti di vista l’anima della città, specialmente l’urbanistica. I palazzi, le vie, i quartieri, erano cambiati da quando era lui a comandare. Erano nate nuove arterie importanti come la grande Via Toledo, ma anche vie più piccole e tortuose. Vie che godevano solo di pochi minuti di sole al giorno, destinate ad un ambiente selezionato proprio dal grande Pedro da Toledo. Quei ciottoli che proprio in quel momento stava calpestando il nostro piccolo protagonista.

Erano i quartieri spagnoli, creati dal viceré per ospitare il suo esercito e le famiglie dei soldati. Vicoli stretti e bui dove era nato il piccolo Pedro. Napoletano di nascita ma di sangue spagnolo. Primogenito di uno dei soldati migliori, Vicente Raul, di animo nobile e devoto a Don Pedro. Il ragazzino era nato e cresciuto in quelle strade. Parlava la lingua del posto, dello spagnolo non conosceva nulla a parte qualche parola. Era la sua curiosità che lo portava a chiedere a suo padre il significato delle parole che ascoltava quando lui parlava con i suoi amici. Il padre era ben felice di tramandare qualcosa della sua lingua madre, anche se sapeva che se il giovane voleva farsi strada doveva mescolarsi bene con il resto della popolazione, imparare le loro usanze, interagire con loro. Era nato in quella città e doveva esserne parte.

Era molto legato a quei luoghi, specialmente a quel quartiere. Suo padre gli aveva spiegato che era nato per loro, che il popolo li aveva accolti e loro dovevano rispettare ogni sasso di quel posto. Vicente credeva fermamente a quello che diceva. Rispettava tutti ed era rispettato da tutti. Ma non tutti erano come lui, lo sapeva. Pedro ogni giorno camminava per le vie di Napoli insieme a sua madre. Tutti erano gentili con lui, ogni commerciante, ogni ufficiale, persino ogni passante lo salutava calorosamente. Era un bambino intelligente e con un padre così virtuoso sarebbe sicuramente cresciuto bene. Il popolo amava osannare i suoi eroi, ci teneva a dimostrare quanto apprezzasse l’operato dei soldati spagnoli.

“Tenete signora, un pezzo di pane per voi. No, non vi preoccupate. E’ da parte nostra, non mi dovete niente“

“Signora, permettete un fiore per la vostra bellezza? Salutatemi vostro marito”

“Piccolo, sei identico a tuo padre. Vi ricordo sempre nelle mie preghiere”

Si sentivano protetti e coccolati dal calore che emanava quella città. La sera Pedro raccontava al padre quello che aveva visto durante il giorno, il petto di lui si riempiva di orgoglio mentre la madre li guardava teneramente.

-Papà perché tutti ti conoscono?

-E’ normale piccolo mio. Noi siamo i soldati di Don Pedro. Grazie a noi tutti possono vivere al sicuro e pensare solo a come vivere felici

-Ma tu non sei di Napoli, perché lo fai?

-Non serve essere napoletano per amare Napoli. Io sono spagnolo ma vivo qui e tu sei nato qui. Napoli ci ha accolti e noi dobbiamo fare qualcosa per Napoli. E poi io sono un soldato. Chi mi comanda ha un grande cuore e ordina a tutti i soldati come me di tenere sicura la città

-Ma non hai paura?

Vicente prese in braccio suo figlio facendolo volteggiare in aria.

-Tuo padre non ha paura di niente! Ce l’abbiamo nel sangue, siamo coraggiosi e nulla ci fa paura

-Ma anche quando eri piccolo come me non avevi paura

-Quando ero piccolo come te avevo tanta paura di quello che non conoscevo. Ma poi sono diventato quello che sono, ora conosco gli uomini e non mi fanno più paura. E poi noi siamo armati, vedi questa spada, questa lancia? Sono armi, le porto con me per spaventare i cattivi

-Quindi tu non uccidi le altre persone?

-Certo che no, piccolo mio. Non serve uccidere le persone per guadagnarsi il rispetto. Basta far capire ai cattivi che sei forte, non serve usare la forza. Un giorno lo capirai, da grande. Anzi, ti voglio far vedere una cosa

Mise il figlio a terra. La madre li guardava curiosa, Vicente si era liberato del piccolo quando si tolse la corazza e la maglia. Era a torso nudo davanti al figlio e con un dito indicava un segno sul petto.

-Vedi questo disegno sul mio petto?

-Sì, è un cerchio

-Certo, ma vedi cosa c’è dentro questo cerchio? Riconosci questo animale?

Pedro fece segno di no con la testa, era ancora piccolo e non conosceva ancora gli animali selvatici a parte quelli che aveva visto su alcuni libri illustrati

-Te lo dico io cos’è. E’ un leone, l’animale più forte che esista al mondo. E’ come un grosso gatto ma con tanti capelli. E’ grande quanto un vitello. Con un solo ruggito può spaventare decine di nemici. Nel posto dove vive è lui che comanda. Vedi? Il tuo papà è come un leone. Basta solo ruggire ogni tanto e i nemici più codardi scappano con la coda tra le gambe

-Ma perché hai quel disegno sul petto?

Vicente era divertito e commosso da una domanda detta in maniera così innocente. Aveva ragione, gli aveva fatto vedere il tatuaggio ma non gli aveva spiegato il perché di quel disegno.

-Hai ragione piccolo mio. Vedi, il tuo papà fa parte di una squadra nominata “squadrone Chimera”. La chimera è un animale di fantasia. In pratica nei libri e nei racconti dell’immaginazione la chimera è un animale che ha la testa di un leone, il corpo di una capra e la coda di un serpente che sputa fuoco. E’ spaventoso e bisogna veramente starne alla larga perché è pericoloso

Il piccolo si portò le mani al viso coprendosi gli occhi.

-Ma non ti preoccupare, è solo un animale di fantasia. Non esistono in natura, ti assicuro che non lo incontrerai mai di persona. In pratica ci sono questi tre animali diversi che compongono la chimera. Nel nostro squadrone siamo in quattro a farne parte. Io, tuo zio Miguel, Armando e Rodrigo, gli amici di papà che hai visto spesso. Per gioco ognuno di noi ha scelto un animale per ogni casato. Io e mio fratello abbiamo il leone, siamo la testa della chimera, la ragione. Armando invece è la capra, perché parte sempre per primo senza ragionare. Poi c’è Rodrigo

-Il serpente?

-Esatto, sei stato attento? Lui è il serpente perché ha la lingua lunga, è bravo con le parole più che con il pugno. Ci siamo fatti disegnare questi animali per imprimere nella nostra storia il legame che ci unisce. Quindi sappi che tu sei il figlio di un leone, quindi sei un leone anche tu

-Come fanno i leoni?

-Come fanno i leoni? Ma è semplicissimo, fanno ROAAARRRRR!

-ROAAARRRRRR!

-Bravissimo, più forte!

-ROAAARRRRR!!!

La madre scoppiò a ridere guardando i due uomini di casa che ruggivano e si divertivano. Quella notte suo figlio si addormentò sognando gli animali fantastici raccontati dal padre.

Il giorno successivo Pedro andò in giro come altre volte a cercare i suoi amici di gioco. Stava passeggiando per una via dei quartieri quando notò un bambino seduto sui gradini dell’ingresso di una casa. Sembrava triste e aveva il volto tra le mani. Pedro gli si avvicinò incuriosito.

-Ciao, come ti chiami?

Il ragazzino non rispose, rimase serio nella sua posizione.

-Ti va di venire a giocare con me e i miei amici?

L’altro alzò la testa e fissò Pedro. Probabilmente la domanda lo aveva attirato.

-Non posso, sto aspettando ma madre

-Dov’è tua madre?

-E’ qui dentro. Mi ha detto di aspettare seduto qui fuori

-Vuoi che ti faccia compagnia?

-Sì, siediti qui vicino a me

I due ragazzini stettero a parlare per un bel po’. Pedro scoprì che si chiamava Pasquale, non aveva fratelli né amici. Viveva da solo con la mamma, non aveva mai conosciuto suo padre. Pedro capì che era diverso da lui. Non aveva giochi, non aveva persone che durante la giornata erano con lui a tenergli compagnia. Almeno in quei pochi minuti non era solo, era insieme al suo nuovo amico e la tristezza si era allontanata. Il pensiero di essere un povero, un emarginato per poco tempo non c’era. All’improvviso la porta alle loro spalle si aprì. Uscì una donna, cercava di coprire il volto con la mano per nascondere le lacrime e la maschera di tristezza. Pasquale scattò in piedi e la abbracciò, lei lo allontanò.

-Andiamo Pasquale, dobbiamo tornare a casa

-Mamma, lui è Pedro, il mio nuovo amico

-Andiamo ti ho detto. Andiamo via di qui

Alle loro spalle un’altra figura uscì dal portone. Era un uomo, ad ogni passo la sua armatura produceva un rumore metallico. Era un soldato. Una volta uscito all’esterno Pedro lo riconobbe, era Rodrigo, uno degli amici del padre. Quando vide il bambino lo salutò accarezzandogli i capelli.

-Ciao Pedro, che ci fai qui? Vai a giocare con i tuoi amichetti

-Lui è Pasquale, il mio nuovo amico

-Bravo Pedro, hai un nuovo amico. Lo sai, troverai spesso Pasquale qui. Verrà tute le mattine con la mamma. Non è così Teresa?

La donna evitava di guardare negli occhi il soldato. Lui la prese come un’offesa e con le mani le girò la faccia nella sua direzione.

-Sto parlando con te, è buona educazione rispondere. Stavo dicendo che tu e tuo figlio verrete qui ogni mattina, non è vero? Io e i miei amici abbiamo tanta voglia di compagnia e tu sei così brava. Poi hai bisogno dei nostri, come dire, servizi. Ora fai la brava e vieni domani, intesi? Pedro, saluta il tuo amichetto che domani giocherete insieme

-Ciao Pasquale, a domani

-Ciao Pedro

Pasquale e la madre si allontanarono, nel frattempo Rodrigo si rivolse a Pedro.

-Vai a giocare anche tu, Pedro. Io ho da fare

Il ragazzino raggiunse i suoi amici e parlò del suo nuovo compagno. Gli altri erano ben felici di conoscerlo e giocare con lui il giorno successivo. Quando Pedro ritornò a casa era entusiasta e parlò con i genitori di quanto era accaduto quella mattinata. Stranamente loro non sembravano particolarmente felici, piuttosto preoccupati e lui non capiva il perché.

-Mamma, Pasquale è un bambino come me ed è solo. Non siete contenti?

-Certo che lo siamo amore mio. E’ che un bambino come te non dovrebbe vedere certe cose. Dimentica di aver visto Rodrigo trattare male quella povera donna

-Ma perché le parlava in quel modo? E’ la mamma del mio amico

-Vedi caro, non tutti gli uomini sono virtuosi e gentili come tuo padre. Esistono uomini che non sanno cos’è l’onore. Se ne approfittano perché hanno potere su altre persone. Non ci pensare

-Ma farà del male alla mamma del mio amico?

Si avvicinò il padre e prese la parola.

-Per nulla al mondo io lo permetterò. Ricordi quello che ti ho spiegato ieri riguardo al ruggito del leone? Io parlerò con Rodrigo e gli altri e gli dirò di non fare nulla di male a quella donna

-E ti staranno a sentire perché sei un leone?

-Esatto, siamo leoni!

Il bimbo continuò a giocare con i propri genitori prima di andare a dormire. Una volta messo a letto il piccolo i due continuarono a parlare di quell’accaduto.

-Perché sei così preoccupata Anita?

-Per quello che ha riferito Pedro. Lo sai anche tu quella povera donna cosa stava facendo lì con Rodrigo. Chissà in che condizioni di povertà vive con quel piccolo figlio per accettare un simile…

-Calmati Anita. Hai ragione, povera donna. Ma le cose stanno così e non è l’unica

-Quindi solo perché non è la sola a versare in questo stato non vale la pena preoccuparsi per lei?

-Non è questo che voglio dire. L’hai detto anche tu, gli altri non sono come me. Vorrei poter mantenere la promessa che ho fatto prima a Pedro ma so già i non riuscirci

-Perché dici questo?

-Perché Rodrigo non è solo. Anche altri con lui hanno portato in questo quartiere donne povere per soddisfare i loro bisogni di animali. Posso provare a parlare con loro ma difficilmente mi staranno a sentire

-Gente come tuo fratello? Non so proprio come sia potuto succedere che nella tua famiglia nascesse uno come lui

-Non è cattivo, Anita. Come non lo sono gli altri. E’ solo che il potere fa perdere la testa a qualcuno. Dai, non pensiamoci stasera. Ora andiamo a letto

La notte passò serenamente e il giorno dopo Pedro si svegliò tutto felice per andare ad incontrare il suo nuovo amico. Lo vide nello stesso punto del giorno precedente, con la solita faccia triste. Riuscì però a tirargli su il morale, lo accompagnò dai suoi compagni e quella mattina giocarono tutti insieme. Quando i due ritornarono dove si erano incontrati però la tristezza si fece risentire. La madre di Pasquale uscì dal portone con la testa bassa. Chiamò il figlio in fretta e se ne andò.

Per i giorni successivi la scena si ripeté finché un giorno Pedro non incontrò Pasquale che piangeva seduto sui soliti gradini.

-Ciao Pasquale, perché piangi?

-Mia mamma è stata male. Ha vomitato tutta la notte e stamattina non riusciva a camminare bene. Dice di avere forti dolori alla pancia

-E ora dov’è?

-E’ dentro questa casa come sempre, ma sono preoccupato per lei

-Magari se bussiamo ci aprono e glielo diciamo. Magari possono chiamare un dottore

-No, mi ha detto di non entrare. La aspetterò qui finché non ha finito, tu vai pure a giocare

Ma Pedro non aveva voglia di andarsene e lasciarlo solo. Si sedette accanto a lui e in silenzio aspettarono finché la donna non uscì. Pasquale le corse incontro stringendosi alla sua gamba. Lei camminava a malapena e trascinava le gambe come se stesse per cadere. Pedro in un impeto di coraggio iniziò ad urlare contro chiunque fosse celato in quella stanza. Per la prima volta percepiva dentro di sé la forza del leone e doveva far sentire il suo ruggito.

-Che cosa avete fatto a questa donna? Non vi vergognate di chiamarvi uomini? Sta male, chiamate un dottore e fatela curare!

L’eco del suo grido rimbalzò sulle pareti vuote della stanza. Pasquale e la madre si bloccarono per la paura ma dalla casa ancora non usciva nessuno.

-Non avete sentito? Siete dei farabutti! Uscite fuori e date una mano a questa donna!

Appena ebbe finito di parlare due braccia uscirono dalla porta e lo presero di peso. Gli fu messo un sacco di iuta sulla testa, poi una mano gli tappò la bocca mentre l’altra lo teneva fermo. Era dentro quella stanza e sentì un’altra voce parlare.

-Svelti, prendere anche la mamma e il figlio. Vediamo di risolvere questa situazione alla svelta. Tu, non togliere la mano dalla bocca di quel ragazzino. Non voglio che fuori sentano le sue grida

Gli uomini uscirono e velocemente rientrarono con Pasquale e sua madre.

-Che sta succedendo? Che vuole quel ragazzino che urlava?

-Parlava della donna che non stava bene, ora gli insegno io a tenere la bocca chiusa

-Aspetta, non lasciarlo ancora, potrebbe continuare ad urlare. Domandiamo a questo qui

-Già, di che parlava quel moccioso?

-Mia madre… Mia madre non sta bene. Stanotte continuava a vomitare senza riuscire a dormire. Ha bisogno di un medico

-Vomitato, dicevi? Rispondimi, tu, è vero quello che sta dicendo tuo figlio?

La donna ansimava dal forte dolore, non riusciva a parlare e si stese a terra.

-Sta male, non lo vedete? Fate qualcosa per lei

-Controllate come sta

Uno degli uomini le si avvicinò e le toccò la fronte. Ritrasse subito la mano.

-Scotta, ha la febbre. Che dobbiamo fare?

-Cosa vuoi fare? Te lo dico io cosa bisogna fare. Sai perché ha vomitato? Non è malata, è soltanto incinta

Di colpo un silenzio innaturale piombò nella stanza. Gli uomini si guardarono con sguardi di stupore.

-Di che vi sorprendete? Non sapete che è così che funziona?

-Ma ora cosa possiamo fare? Di chi sarà figlio?

-Ma di cosa stai parlando? Quale figlio? Non deve nascere nessun figlio. Io tengo fermo il bambino, voi sapete già cosa fare.

L’uomo che aveva una risposta per tutto prese di corsa Pasquale e lo tenne fermo e in silenzio mentre gli altri due iniziarono a dare calci alla povera donna stesa a terra. Il rumore delle fragili ossa che si spezzavano fece rabbrividire Pedro che per fortuna non poteva osservare la scena. I colpi continuavano, i due non si fermavano sebbene la vittima non desse più nessun segno di reazione. Non aveva più forze.

-Basta, ora finitela. Vedete come sta

Si avvicinarono per tastarle il polso, poi uno di loro diede la sentenza.

-E’ morta. Non respira più

-Idioti! Dovevate solo colpire la pancia! Sapete che i bambini nascono da lì oppure nessuno ve l’ha mai spiegato? Ora è troppo tardi, nessuno deve saperlo. Facciamo fuori questi due

Appena sentì quella frase, Pedro si fece coraggio e diede un morso alla mano che gli teneva la bocca chiusa dal sacco. L’uomo che lo teneva fermo mollò la presa, così lui poté allontanarsi e liberarsi. Fu allora che vide i volti dei carnefici. Quello che lo teneva fermo era Armando, a tenere fermo Pasquale era suo zio Miguel mentre chi dava gli ordini era Rodrigo. Erano i soldati che con suo padre dovevano tenere la città al sicuro, lo squadrone Chimera. Quando suo zio lo guardò rimase di sasso, non avrebbe mai immaginato di vedere suo nipote in quella circostanza.

-Pedro, che ci fai qui? Perché non sei a casa o con i tuoi amici?

Pedro aveva le lacrime agli occhi. La sua innocenza non riusciva a dare una spiegazione alla crudeltà che aveva dinanzi. Il suo amico spaventato e tenuto fermo, la donna stesa a terra, morta. Tremava, di colpo si era reso conto di quanto gli adulti possono essere malvagi.

-Cosa avete fatto? Perché lo avete fatto?

-Calmati Pedro, posso spiegarti tutto con calma

Prese la parola Rodrigo.

-Ma cosa vuoi spiegare? Lo vuoi capire che se lui esce da questa stanza per noi sarà la fine? Vuoi perdere tutto per colpa di un piccolo errore? Vuoi perdere il potere per così poco? Armando vallo a riprendere

Armando scattò verso Pedro e lo bloccò, il ragazzo non aveva più il coraggio di opporre resistenza.

-Cosa stai guardando ancora, Miguel? Il ragazzino, uccidilo prima che sia troppo tardi. Così incontrerà di nuovo sua madre in cielo

Miguel fece come gli era stato ordinato da Rodrigo. Prese il coltello dalla cintura e tagliò la gola del povero Pasquale. Il corpo del ragazzino cadde a terra, morì senza soffrire ma con ancora la scena della morte della madre davanti agli occhi. A terra i due visi si incrociavano in uno sguardo senza vita.

-Ora tuo nipote. Vai e fa ciò che devi fare.

Lo zio si mosse lentamente verso Pedro che cercava inutilmente di scappare dalla morsa delle braccia di Armando.

-Perché sei così lento? Uccidilo prima che combini un altro casino!

L’uomo si avvicinò al ragazzino. Delle lacrime uscirono dai suoi occhi, lo guardava mentre il braccio con il pugnale si alzava.

-Perdonami nipote mio. Hai sbagliato ad intrometterti in affari più grandi di te. Che Dio mi perdoni

Poi la mano si abbassò. La lama colpì la base del collo di Pedro. Armando lo lasciò cadere mentre dalla profonda ferita fuoriusciva un fiotto di sangue rosso scuro. Non era ancora morto del tutto, guardò un’ultima volta i suoi carnefici mentre la vita lo stava abbandonando. Il suo sguardo era pieno di rabbia, la rabbia che solo un bambino può avere. La rabbia di chi non ha avuto la fortuna di vivere la propria vita per le manie di grandezza di esseri malvagi. Mentre spirava però fece una promessa a sé stesso. Avrebbe vendicato quelle morti senza senso. Non sapeva come, non sapeva quando, ma sapeva che il suo spirito non avrebbe dimenticato quella carneficina. Sarebbero passati anni, forse secoli, ma la stirpe di quegli uomini cattivi sarebbe terminata in modo terribile, e le anime di tutti loro sarebbero bruciate nelle fiamme dell’inferno.

La sua anima sarebbe stata sempre lì, a vagare per quei quartieri alla ricerca di un animo nobile capace di assetare la sua fame di vendetta. La fame di un leone pronto a ruggire di nuovo.

https://youtu.be/ofUwxDsb424

16 Luglio 2004

Giuliano era disteso a terra, la testa e il braccio sinistro gli facevano un male tremendo. Aprì gli occhi ma si rese conto che intorno era tutto buio. La guancia era appoggiata su qualcosa di viscido ma non riusciva a capire cosa. Si alzò ancora dolorante, guardò in alto e vide una luce provenire da una piccola feritoia. Fece un respiro profondo ma dovette tossire quando gli arrivò un puzzo disgustoso nelle narici. Ci mise qualche secondo per ricollegare insieme i pezzi e capire dove si trovasse. Un ricordo confuso, poi la consapevolezza. Era un una fogna.

Era successo tutto qualche minuto prima. Stava passeggiando per i Quartieri Spagnoli come quasi ogni giorno in quell’estate. La scuola era finita già da un pezzo e lui passava le giornate uscendo fuori da quel mondo così complesso e così diverso da lui per riversarsi sulle arterie principali della sua città. Quel quartiere non gli somigliava per niente. Non che lo odiasse, si intende. C’erano tantissime brave persone che incontrava ogni giorno, sorrisi che gli mettevano allegria. Anche il folklore e la caratterizzazione di quel luogo gli piaceva, ma purtroppo c’era sempre una nota negativa. L’ignoranza. Il vero male di quel posto, secondo lui, partoriva ogni giorno nuovi mostri. Già durante l’anno scolastico non era facile convivere in una classe piena di bulli. Magari erano cani che abbaiavano ma non mordevano, ma lui non era alla loro altezza, o meglio ancora, alla loro bassezza. Giuliano era un animo gentile, innocuo. Forse era proprio quella sua innocenza che spaventava gli altri e tirava fuori la parte peggiore di loro. Lui andava avanti evitando le provocazioni, gli sfottò. Finita la scuola la storia si ripeteva, c’era sempre qualcuno in giro con il suo branco che continuava a prenderlo in giro. Quella cicatrice sul labbro, quella deformazione con la quale era nato, era solo il pretesto per vomitargli addosso la loro rabbia adolescenziale.

Anche quel giorno la storia si ripeté, Giuliano era diretto verso Via Toledo quando il solito gruppo di bulli stava perdendo tempo sui motorini riscaldati da un sole estivo. Lo videro e iniziarono a punzecchiarlo.

-Eccolo, ragazzi. E’ arrivato il mostro

-Bene, il padre lo ha lasciato uscire dalla gabbia stamattina?

Giuliano come sempre abbassava lo sguardo e continuava a camminare senza curarsi degli altri. Quella mattina però era diverso. Forse il caldo afoso, forse la voglia di sperimentare qualcosa di nuovo, il branco decise di reagire a quell’assenza di reazione. Si alzarono e gli bloccarono la strada.

-Ma che c’è, non vuoi parlare con noi? Hai paura?

La vittima continuava a rimanere in silenzio e guardare altrove.

-Sto qua, guardami quando parlo. Ti credi migliore di me che non rispondi?

-Io non…

Giuliano non sapeva che cosa dire, voleva solo che quegli idioti si spostassero e lo facessero passare.

-”Io non” cosa? Ragazzi questo sta provocando

Uno di loro gli si parò davanti spingendo il petto contro il suo. Di contro Giuliano per proteggersi alzò le braccia e con le mani cercò di spostarlo all’indietro.

-Avete visto? Mi ha messo le mani addosso. Ora hai superato il limite

Era quella che gli altri aspettavano. Un pretesto per fare a botte. Partì il primo con uno schiaffo sul volto, poi un calcio sulle gambe lo fece cadere a terra. In quella posizione non poteva fare nulla, gli erano addosso e continuavano ad offenderlo mentre lo percuotevano con calci e pugni. Poi uno di loro ebbe un’idea macabra.

-Alziamolo, ragazzi. Prendiamolo e buttiamolo lì dentro

Indicò un tombino mezzo aperto, probabilmente quella mattina era previsto un lavoro nelle fognature. Lo alzarono di peso, Giuliano era confuso e non capiva nulla. Poi lo gettarono nel buco e insieme spostarono il pesante tombino in ferro per chiuderlo. Da sotto il ragazzo sentiva le loro risate mentre perdeva i sensi.

Fu solo grazie all’aiuto dei tecnici dell’impresa di drenaggio che Giuliano uscì fuori di lì. Il gruppo di bulli non c’era più ma una folla si era già riunita quando qualcuno sentì la voce di un ragazzo provenire da sotto l’asfalto. Ci fu chi si offrì di aiutarlo ma era stato colpito nel profondo e aveva solo voglia di tornare a casa e lavarsi. Quell’odore lo accompagnò fino a casa, era da solo. Andò sotto la doccia, le lacrime si confondevano con l’acqua che veniva giù dal sifone. Perché gli succedeva quello? La vita non era stata già abbastanza dura con lui dopo la morte della madre? Ma lui sapeva che la colpa non era della vita, era colpa dell’ignoranza che faceva da padrona in quel luogo. Si asciugò e si rivestì. Stava per infilare una maglietta quando davanti allo specchio notò qualcosa. Sul lato sinistro del petto c’era un segno di forma circolare. Provò a sfregarlo ma non andava via. Ritornò nel bagno per provare a toglierlo con il sapone ma nulla. Guardò meglio quel segno, era un cerchio perfetto e sembrava fatto con inchiostro. Più lo guardava più sembrava un tatuaggio, ma come poteva essere? Non c’era nessuna spiegazione plausibile. Stava scervellandosi per capire cosa fosse successo quando sentì il rumore della serratura che si apriva.

-Giuliano sono io, sono tornato. Tutto bene?

Era suo padre. Il rapporto tra i due non era dei migliori, come in tutte le famiglie in cui abita un adolescente. Dal giorno della morte della madre di Giuliano le cose erano peggiorate. Entrambi stavano male ma facevano la guerra a chi stava peggio. Il dialogo tra i due era ridotto ai minimi termini e buona parte della colpa era del ragazzo, lo sapevano entrambi. Il padre entrò nella stanza del figlio.

-Tutto bene Giuliano? Si sente una puzza terribile nel bagno, cosa è successo?

-Niente pà

-Nient’altro da dire? Non ti sto giudicando, voglio solo parlare. Cos’è quel livido sulla faccia?

-Si bussa prima di entrare

Giuliano chiuse la porta in faccia al padre. Lui non si arrabbiò, aveva smesso tempo prima quando con la dipartita della moglie se n’era andata anche la forza di affrontare ogni giorno.

Il resto della giornata fu anonimo come sempre, erano come due estranei sotto lo stesso tetto. La sera cenarono in silenzio e velocemente. Giuliano fu il primo a lasciare la cucina andando a rifugiarsi nella propria stanza. Chiuse la porta e si guardò allo specchio. Si tolse la maglia a continuò ad interrogarsi su quello strano segno. Lo stava fissando quando all’improvviso comparve una figura all’interno del cerchio. Con spavento si allontanò dallo specchio, poi guardò di nuovo il petto. All’interno del cerchio era disegnato il profilo di un leone. Cominciò a tremare, quello che stava vivendo era un vero e proprio incubo. Stava quasi per urlare quando all’improvviso sentì qualcosa dentro di lui che lo tranquillizzava. Non erano parole, erano ricordi. Chiuse gli occhi e quando li riaprì il suo sguardo era diverso. Uscì dalla stanza e salutò il padre.

-Io esco, ho un conto da regolare

-Che significa Giuliano? E’ tardi, sono le undici e mezza

-Niente, non preoccuparti. Non farò troppo tardi

Chiuse la porta senza aspettare  la risposta del padre e uscì di casa. A passo sostenuto e senza fermarsi percorse la strada che portava a Piazza dei Martiri. Si fermò e perlustrò la zona, poi guardò verso un bar e li riconobbe. Erano i ragazzi che quella mattina gli avevano giocato quel brutto scherzo, stavano parlando e ridendo seduti ad un tavolino. Probabilmente stavano parlando proprio di lui in quel momento. Si avvicinò spavaldo.

-Ciao ragazzi, come state? Che bello trovarvi qui stasera tutti insieme

-Eccolo qui, stavamo proprio parlando di te. Forse non ti è bastato quello che ti abbiamo fatto stamattina

Giuliano si girò e prese a camminare verso l’obelisco al centro della piazza. Gli altri si alzarono per inseguirlo, colpiti nell’orgoglio perché lui aveva dato loro le spalle. Aveva gettato l’amo e i pesci non tardarono ad abboccare. Giuliano si fermò e li fissò, loro fecero altrettanto. Poi alzò le braccia, gli occhi si girarono all’indietro mostrando solo un bianco spettrale. Il branco stava per aggredirlo quando dovettero bloccarsi di colpo. Alle spalle del ragazzo apparve qualcosa di incredibile. Improvvisamente le quattro statue dei leoni presero vita. Si mossero lentamente scrollandosi di dosso alcune pietre, poi avanzarono e girarono intorno a Giuliano. Gli altri assistevano alla scena a bocca aperta ma senza il coraggio di dire una parola. Poi Giuliano li indicò e le belve di roccia attaccarono.

Durò pochi attimi, i quattro leoni piombarono addosso ai ragazzi spaventati. Affondavano le loro zanne di pietra nei loro corpi provocando una morte istantanea. Con i loro artigli dilaniavano i muscoli di quelli che prima erano piccoli boss sicuri di loro. Ne rimase solo uno, si era accucciolato a terra mentre dai pantaloni fuoriusciva un liquido puzzolente. Giuliano gli si avvicinò, poi parlò con voce ferma.

-Siete solo i primi. La vostra stirpe non vedrà mai la luce

Poi si girò e camminò lentamente. Uno dei leoni si accanì sulla preda staccandogli la testa con un morso. Poi di colpo le statue ripresero il loro posto nella posizione in cui erano sempre state al centro della piazza.

Giuliano ritornò a casa, il padre era già andato a dormire. Entrò nella sua cameretta, chiuse la porta e si buttò sul letto. Si addormentò all’istante, in un sonno senza incubi.

Il mattino successivo si alzò senza alcun ricordo della sera precedente. Il padre stava già facendo colazione mentre al TG parlavano di una carneficina che si era verificata in Piazza dei Martiri. Dopo colazione scese di nuovo in strada, quella mattina non c’era nessuno a rompergli le scatole. Passeggiò per Via Toledo guardando le vetrine dei negozi poi all’improvviso si fermò. Di nuovo quella strana sensazione interiore, di nuovo quella presenza che gli faceva vedere scene di una vita che non era la sua. Portò la mano sul petto, sentì uno strano calore sul lato sinistro. Non ci badò più di tanto, prese a camminare in direzione dei Quartieri Spagnoli, percorse strade strette che non aveva mai attraversato prima di allora. Vicoli bui dove il sole si presenta solo per pochi secondi al giorno e l’oscurità è amica degli affari loschi di certa gente. Giuliano camminava senza sosta fino a trovarsi davanti ad un palazzo. Il portone era chiuso. Posò la mano sulla maniglia e con una forza sovrumana la aprì rompendo la serratura.

Nell’atrio del palazzo c’era una telecamera di sicurezza, attraverso quella un gruppo di persone poteva tenere costantemente sotto controllo l’edificio da malintenzionati e soprattutto dalle forze dell’ordine. Il palazzo era completamente disabitato a parte l’ultimo piano. Lì c’era l’appartamento dove si riunivano gli uomini del clan che comandava quella zona e proprio quella mattina erano tutti presenti per parlare di affari. Quando gli scagnozzi di guardia avvisarono quello che avevano visto nei monitor collegati alle telecamere, tutti si alzarono ed impugnarono le proprie pistole. Si girarono tutti verso la porta ancora chiusa, chiunque fosse arrivato nel palazzo sarebbe passato da quella per entrare. I secondi passavano ma nessuno varcava l’ingresso, erano tutti tesi. Poi, all’improvviso la porta si aprì. Il calcio dato da Giuliano aveva rotto i cardini e la porta volò per la stanza andando a finire contro tre uomini. Gli altri cominciarono a sparare verso l’ombra ancora ferma sotto l’arcata della porta. Ma quell’ombra era immobile e stranamente non cadeva a terra. Quando i caricatori furono scarichi la figura avanzò e tutti la videro. Aveva il corpo di un ragazzo, la maglietta era tutta bucata a causa dei proiettili. Il volto però non apparteneva a qualcosa di umano. Il muso era quello di un ovino, aveva le orecchie a punta e dalla fronte spuntavano due corna a spirale. Non ebbero il tempo di proferire una parola che quell’essere li attaccò con una furia cieca. Con una velocità incredibile caricava con la testa scaraventandoli in aria, ogni volta che le corna si abbattevano su di loro si sentiva un rumore disgustoso di ossa che si rompono. In pochi secondi tutti i malviventi erano a terra. Morti. L’essere li guardò distesi, inermi, poi disse un’unica frase.

-Anche la vostra dinastia è finita

Poi andò mentre andava via da quel luogo i suoi tratti diventarono di nuovo umani. Giuliano ritornò a casa. Tolse la maglietta e la gettò nell’immondizia, poi a torso nudo si guardò allo specchio. Accanto al tatuaggio a forma di leone era presente un altro che rappresentava il profilo di una capra. Fece una doccia, si cambiò e si rimise a letto.

Quando si svegliò era già sera. Si alzò dal letto pensando a cosa fosse successo quella mattina ma i ricordi erano vaghi, solo di una passeggiata per il centro poi più niente. Uscì fuori al balcone per prendere un po’ d’aria. Lo sguardo era rivolto a quei palazzi così vicini tra loro. Sembravano un’unica struttura, non c’era spazio tra un’abitazione e un’altra. Quel paesaggio così caratteristico, così bello eppure così difficile. Lo amava e lo odiava, era la sua casa eppure voleva tanto che fosse diversa. Da lontano si sentivano le parole di una canzone id Pino Daniele, di quelle che provocano emozioni difficili da descrivere. Con il cuore pieno di malinconia rientrò. Pensò a sua madre, come sempre.

Pensò al suo sorriso, alle parole dolci quando aveva paura, al modo tutto suo di tirarlo su. Come quando era chiuso in quella cameretta, chino sui libri illuminati dalla luce della piccola lampada sulla scrivania. In quei momenti entrava sua madre in punta di piedi, senza farsi sentire. Giuliano se ne accorgeva per il profumo del dono che portava. All’improvviso sentiva un buon odore di cioccolato, si girava e la vedeva con in mano una tazza di cioccolata calda. Niente di più bello di quell’immagine, del sorriso di lei che era stata “scoperta” e gli porgeva la tazza ancora fumante. Poi un abbraccio forte, di quelli che riesci a sentire il battito dell’altro, e un bacio sulla fronte. Tutto l’occorrente per riprendere a studiare serenamente. Una carica vitale.

Ora quella stanza sembrava vuota senza lei che entrava. La casa intera sembrava vuota anche se due persone la abitavano. Ma quelle due persone si allontanavano sempre di più, li univa soltanto il dolore per la stessa perdita. Ma a volte anche se il dolore è lo stesso, la rabbia e l’orgoglio possono fare più male. Giuliano sentì di nuovo il rumore della serratura, suo padre era appena rientrato. In silenzio, come sempre. Un uomo invisibile ai suoi occhi solo perché troppo fragile. Il ragazzo rimase chiuso nella sua camera fino alla cena.

Quella sera a tavola il silenzio era rotto solo dalla voce nella TV. Il telegiornale parlava dell’ennesima carneficina, stavolta nel loro quartiere.

“Ancora non sono chiare le dinamiche dell’accaduto. Una decina di morti all’interno dell’appartamento, le vittime erano già note alle forze dell’ordine…”

-Viviamo in un mondo terribile, Giuliano. Storie del genere non dovrebbero sentirsi

-Perché? Erano malviventi, qualcuno ha fatto quello che dovrebbe fare la polizia

-Non dire così. Non è con la violenza che si risolve tutto

-Ah, no? E con cosa allora? Restandosene zitti? O meglio, denunciandoli? Poi così ogni giorno non puoi uscire di casa perché ti stanno aspettando e fai tu quella fine

-Non hai torto, ma il nocciolo della questione è uno solo. Finché lo faranno in pochi non servirà a nulla. Finché ci sarà sempre paura di certa gente loro vinceranno sempre

-E come si fa a dare coraggio alle persone per bene? E’ impossibile papà. Forse serve mettere loro paura come loro ne mettono a noi. Forse quello che sta succedendo ora serve più di ogni iniziativa pacifica

-Non lo so Giuliano. So solo che lì fuori sembra sempre più pericoloso. Quando abbiamo pensato di mettere al mondo un figlio sapevamo che Napoli era una città difficile, ma ora le cose sembrano peggiorare. Quando io e…

-Su, dillo. Non fermarti

-Ok. Quando io e tua madre ti abbiamo avuto con noi parlavamo spesso di questo. Di come avremmo dovuto essere dei bravi genitori per darti il buon esempio. Non avremmo permesso che nostro figlio diventasse cattivo. Ora ti sento parlare in questo modo e penso che magari abbiamo sbagliato. O forse sono solo io che ho sbagliato. Da solo è difficile

Poi abbassò la testa per non farsi vedere piangere. Giuliano non poteva non provare tenerezza per lui. Non era facile portare avanti una famiglia senza una donna forte come era sua madre. Voleva tirarlo su di morale ma non trovava la forza di abbracciarlo. L’ultima volta forse era stato proprio ai funerali della madre.

-Non fare così. Guarda che io sono contro quei delinquenti. Sono contro il loro fare da presuntuosi, i loro modi da padroni del mondo. E’ solo che, non so, a volte vorrei che non esistessero più. Dai, sparecchio io, tu vai a riposarti sul divano

-Grazie Giuliano

Era la conversazione più lunga che avevano avuto da mesi, per la prima volta suo padre aveva tolto la sua armatura fatta di silenzio e paura e si era mostrato per com’era. Giuliano gli diede una mano in cucina mentre il padre si andò a sedere sul divano facendo zapping. Si distese e nel silenzio di quelle pareti si addormentò. Il ragazzo gli passò vicino e se ne accorse. Vedendolo così gli veniva in mente il ricordo di quando era piccolo, suo padre faceva finta di dormire poi quando lui si avvicinava spalancava gli occhi e lo faceva ridere. Chissà perché proprio quella sera riusciva a ricordare momenti passati con lui, di solito gli venivano in mente solo quelli passati con la madre. Stava per andare di nuovo nella sua camera quando si fermò. Di nuovo quel bruciore al petto. Andò in bagno e rimase a torso nudo, vicino ai due tatuaggi se ne stava formando un altro. Un altro cerchio, all’interno una testa di serpente. Fissò il suo sguardo nello specchio, poi sorrise.

-Certo, ne manca ancora uno

Senza fare rumore uscì di casa. Arrivò in strada e alzò lo sguardo. La voce interiore gli parlò ancora, gli indicava la strada da percorrere.

-Va bene. Stavolta ce ne sarà uno solo, ma non sarà meno doloroso

L’oscurità dei vicoli lo aiutava, camminava senza dare nell’occhio verso la sua destinazione. Si fermò quando arrivò davanti ad una saracinesca abbassata, lui sapeva chi si trovava dall’altro lato.

Nel garage c’era un solo uomo, aveva appena parcheggiato l’auto e stava per rientrare a casa. Agli occhi di tutti poteva sembrare una persona qualunque, in realtà nascondeva un segreto. Era un ricettatore. Ogni giorno incontrava i suoi “clienti” e faceva affari sugli oggetti rubati. Di solito erano piccoli ladri disposti a prendere qualsiasi cosa pur di farsi pagare il minimo per una dose di droga. Alcune volte ci guadagnava parecchio, gli capitavano sotto mano delle reliquie di grande valore pagate pochi spiccioli. Quella sua attività era però nascosta al pubblico come a sua moglie, durante il giorno lavorava all’interno di una piccola bottega di detersivi. La sera invece di solito faceva i suoi veri affari. Quella sera stava proprio rincasando da un appuntamento con uno dei peggiori ladri quando sentì dei rumori. Qualcuno stava battendo le mani sulla saracinesca. Si allarmò ma riuscì a tenere il sangue freddo.

-Chi è? Che volete?

I rumori continuavano nella stessa cadenza.

-Ma chi è? ‘A vuò f’rnì?

Nessun effetto, chiunque lo stesse provocando non la smetteva.

-Devo aprire? Devo venire fuori e farti male?

Finalmente dall’altro lato il rumore era cessato. L’uomo stava compiacendosi della sua vittoria quando sentì un rumore di ferro che si piega. Con sgomento vide che la saracinesca si stava alzando, dall’altro lato qualcuno la stava forzando con le sole mani. Stava per andare incontro a quello che sembrava un ragazzino quando questo alzò la mano per fermarlo. L’uomo si bloccò, ma non per il comando che gli era stato imposto. Si bloccò nel momento in cui vide qualcosa uscire fuori dalle maniche della maglia di quel ragazzo. Qualcosa strisciò fuori. Uno, due, decine di serpenti fuoriusciti dalla manica di Giuliano cadevano a terra e si dirigevano verso la loro preda. L’uomo cercò di mettersi in salvo all’interno dell’auto ma gli animali erano troppo veloci e subito gli bloccarono i piedi. Mentre alcuni stringevano le caviglie altri salivano lungo le gambe e mordevano ogni parte del suo corpo. Il veleno penetrava velocemente nelle sue vene, era bloccato e non poteva più muoversi. Il suo corpo si deformava sotto la stretta nelle spire dei serpenti. Morì nel silenzio più assoluto, i serpenti lo lasciarono e guardarono il loro padrone in attesa di un suo comando.

-Avete ragione. Lui non era l’ultimo della sua stirpe. Salite e fate quello che dovete fare

I serpenti si voltarono e si infilarono sotto una porta chiusa. Salirono le scale ed arrivarono all’appartamento dove abitava l’uomo. Strisciarono fino in camera da letto, c’era una donna che dormiva. Non si accorse di cosa stava succedendo. Gli animali la uccisero all’istante mordendola su tutto il corpo. Specialmente su quella pancia più pronunciata che raccoglieva una nuova vita.

Giuliano attese in silenzio che si compì l’ultimo sacrificio. I serpenti tornarono da dove erano usciti. Nel silenzio della notte il ragazzo camminò fino a casa in uno stato di trance. Quando aprì la porta c’era suo padre ad attenderlo. Sul volto una maschera di preoccupazione.

-Dove sei stato Giuliano? Mi sono addormentato sul divano e quando mi sono svegliato non c’eri. Rispondimi, ti prego

-Papà io…

-Dimmi amore della mia vita. Puoi parlare apertamente. Non sono arrabbiato con te, sono preoccupato e voglio solo aiutarti

-Papà, io non lo so. Non so dov’ero

-Ok, va bene. Ora sei qui, va tutto bene

-Ti prego papà, abbracciami. Abbracciami forte perché non so più cosa si prova

Il padre non se lo fece ripetere due volte. Prese il figlio e lo strinse tra le braccia. Piangevano entrambi ma questa volta l’uno sulla spalla dell’altro. Quella sera si sentirono più uniti, fu l’inizio della loro riappacificazione.

Quella sera Giuliano fece una doccia per togliersi di dosso i brutti pensieri. Non era come per le altre volte, non piangeva e non era triste. Aveva una sensazione di soddisfazione che gli dava piacere. Uscì dalla doccia, pulì con la mano il vetro appannato dello specchio e si guardò. Aveva delle piccole macchie rosse sul petto, nient’altro. I tatuaggi erano spariti così come il ricordo di averli avuti in quei due giorni.

9 Luglio 2007

Era un sabato mattina ma Vincenzo si alzò presto con un unico pensiero in testa: l’esame di Fisica 2. Era previsto per il lunedì successivo ed era preoccupatissimo. Non perché non avesse studiato, quello lo aveva fatto dall’inizio del corso cercando di stare al passo con il programma. Una volta finiti i corsi si era imposto le sue otto ore di studio al giorno senza sosta. Quello che preoccupava Vincenzo era l’approccio del professore. Rispetto agli altri docenti, al professor Gargiulo piaceva cambiare la modalità di esame ogni volta. Prima scritto e orale, poi solo scritto, poi solo orale, poi scritto ma con domande preventive di Fisica 1, e così via. Tutti gli studenti erano soliti dire che il professore sceglieva la modalità di esame il giorno stesso, in base all’umore con cui si svegliava. Era naturale che quel corso avesse il maggior numero di bocciati, lo stesso Vincenzo se l’era portato appresso finché non era diventato propedeutico per altri esami del semestre successivo.

Era diventato il suo incubo e se quella sessione non fosse riuscito a prenderlo sarebbero stati guai. Prima di tutto perché era Luglio, quindi la sessione successiva sarebbe stata a Settembre e l’estate l’avrebbe passata interamente a studiare. E poi perché i suoi genitori gli avevano dato un ultimatum, altrimenti non sarebbe andato in vacanza con i suoi amici. Un motivo più che valido per sacrificare il futile divertimento di Luglio. Doveva a tutti i costi superare quell’esame in modo da partire per la Grecia senza alcun pensiero.

Quel sabato non faceva eccezione, per quel motivo la sveglia era settata sempre alle 8:30 e dalle 9 alle 13 avrebbe ripetuto una parte del programma prima di pranzare. Dopo le prime due ore di studio però arrivò la prima distrazione. Bussò alla porta della sua camera Angelo, il suo amico di corso.

-Permesso. Come va Vinc?

-Che ci fai tu qui?

-Ho bussato alla porta e tua madre mi ha aperto. Sono venuto a farti visita, non sei contento?

Sì, scusa. Probabilmente non ho sentito il campanello. Certo che mi fa piacere. Siediti pure

Angelo si sedette sul letto. Visto che il suo amico riabbassò lo sguardo sui libri, decise di rialzarsi per andare ad accendere la PlayStation.

-No, ti prego. Niente distrazioni, lunedì è il grande giorno

-Fisica 2, vero?

Vincenzo annuì. Angelo aveva passato l’esame di Fisica 2 al primo appello, nessuno ancora sapeva spiegare la ragione di quello strano fenomeno.

-Te l’ho detto, tu sei già preparato. Il resto è solo culo. Il professore come si sveglia sceglie la modalità di esame. E’ solo una questione di probabilità. Anche se continui a studiare l’esito non è comunque certo

-Grazie delle belle parole. Ora sì che vedo tutto più rosa

-Ma dai, hai capito cosa intendo. Sei già preparato, punto. Forse devi solo essere più furbo lunedì e riuscire a fregarlo tu. E’ solo un bastardo, lo sanno tutti

-Eccome se lo è. Il problema è farlo capire ai miei. Hai capito che se stavolta non lo supero non ci vengo con voi altri a Corfù?

-Hai ragione. Ma non devi abbatterti. E che ci sto a fare io qui? Proprio a fare in modo che tu non ti abbatta inutilmente. Ti devo far vedere una cosa

Angelo si avvicinò alla sedia accanto a Vincenzo e girò il monitor del pc verso di lui. Aprì Skype e si loggò con le sue credenziali, poi girò lo schermo di nuovo in direzione dell’amico.

-Leggi qui, si chiama Carmy87. Ci siamo scambiati due chiacchiere da quasi un mese. E’ di Napoli, zona flegrea. Vedi l’immagine, che te ne pare?

Vincenzo si avvicinò allo schermo per vedere meglio il piccolo avatar di fianco al nickname. Effettivamente sembrava proprio una bella ragazza. Se era vero che era dell’87 aveva venti anni, quasi una loro coetanea.

-Carina, vero? Finora non ci siamo ancora visti perché lei è impegnata con un esame e io, come tu ben sai, non saprei come raggiungerla se non con i mezzi pubblici. Sai com’è, vorrei evitare di dirle “sai, sono uno sfigato che non ha la macchina, ti passo a prendere un pomeriggio così poi ti riaccompagno prima dell’ultima metro?”

Il ragionamento non faceva una piega ma Vincenzo non sapeva dove Angelo volesse andare a parare.

-Capito. Questa ragazza ti piace e prima o poi la incontrerai, ma quindi?

-Quindi entri in gioco tu. Se non sbaglio tuo padre ti permette di usare la sua auto il fine settimana. Stasera potremmo…

-Ti blocco già prima di concludere la frase. Non se ne parla. Niente distrazioni. Se anche dovesse andare male l’esame i miei devono sapere che ce l’ho messa tutta. Non posso deluderli

-Ma non li deluderai, te lo dico io. E poi fammi finire. Stasera gli amici di Carmy daranno una festa sulla spiaggia. Un loro amico è proprietario di un lido e organizzano un party privato. Mi ha invitato ma io le ho detto che vado solo se con me viene il mio più caro amico. E chi è il mio più caro amico?

Vincenzo sorrise. Un po’ per la lusinga un po’ perché Angelo aveva ragione su tutta la linea. Non si deve solo studiare, bisogna anche capire quando fermarsi e svagarsi un po’. E dopo settimane di studio ininterrotto gli serviva proprio una serata in allegria.

-Non so Angelo. Come lo dico ai miei?

-Non devi dirlo tu, lo dico io. Ho già pronto un discorsetto per dopo, mi fermo da voi a pranzo. Inizia a pensare a come vestirti stasera che non dobbiamo fare brutte figure!

Andò tutto secondo i piani di Angelo. Rimase a pranzo dall’amico e riuscì a convincere i suoi genitori che l’uscita di quella sera non avrebbe compromesso lo studio per l’esame. Il pomeriggio ripeterono insieme il programma poi si salutarono per darsi appuntamento per la serata. Vincenzo passò a prendere l’amico per le 21 con l’Opel Corsa del padre. Il serbatoio era pieno, il portafoglio meno, ma le speranze per quella serata erano alle stelle. Era molto presto per una serata in discoteca ma non poteva far vedere ai suoi genitori che usciva già tardi da casa. 

-Eccoci qui, dove andiamo?

-Il lido è dalle parti di Miseno, però ora è ancora presto. Fermiamoci a mangiare una cosa in giro

Si avvicinarono al litorale e trovarono un McDonald. Si fermarono per cenare con un panino, patatine e Coca Cola. Era una bella serata non troppo afosa, i due amici passarono del tempo ricordando gli episodi divertenti all’università. Dai professori troppo “cazzimmosi”, alle pause richieste per pietà dopo ore di spiegazioni che fondevano il cervello, ai tic inspiegabili di alcuni docenti forse impazziti, alla poca presenza femminile. Tutti argomenti leggeri che legavano i due ad un’amicizia sincera. Ed ora erano lì, seduti a mangiare e fantasticare sulla serata che li stava aspettando.

-Quindi tu dici che andiamo sul sicuro?

-Ma certo, Vinc! Ci ha invitati stasera, secondo te che interesse aveva a farci venire qui? Ho chiesto se aveva un’amica carina e lei mi ha assicurato che ne aveva tante e tutte belle come lei

-Non so, mi sembra tutto troppo facile. Non è che finisce come in quella canzone degli 883?

-Con le pive nel sacco dici? Ma va! Il tuo problema è che sei troppo pessimista. Per una volta che ci capita una buona occasione tu non sai riconoscerla. Dai retta a me, rilassati e goditi la serata

-Ok, va bene. Però la cena la paghi tu, io ho messo la macchina

-Se, se. Perché il pieno lo hai pagato tu. Tieni, pezzente

Uscirono ridendo dal fast food per rimettersi in auto. Raggiunsero in pochi minuti la destinazione. L’entrata del lido per loro era un portale verso un modo diverso dal loro. Niente di nerd, niente di istruttivo o scocciante, solo puro divertimento. Avevano lasciato a casa gli abiti da sfigati per mostrarsi sicuri e intraprendenti come non lo erano mai stati. Il buttafuori era un omone così grosso che poteva essere visto da chilometri di distanza. Si avvicinarono e chiesero di entrare ma li bloccò subito, senza un invito stampato non era possibile accedere. Evitarono di discutere ma Angelo chiamò al cellulare la sua amica per spiegare l’accaduto. Dopo pochi minuti lei si presentò all’ingresso e parlò nell’orecchio con il buttafuori che li fece passare senza però cambiare l’espressione da duro.

-Benvenuti ragazzi! Vi stavamo aspettando. Ciao Angelo, finalmente ci vediamo di persona. E tu devi essere Vincenzo, corretto?

-Sì, ciao

-Ciao! Ragazzi scusatemi ancora per prima. Ho dimenticato di dirvi che serviva il biglietto di ingresso e dato che non ci siamo mai visti di persona non ho potuto darvelo

-Non ti preoccupare, l’importante è che ora siamo qui. Facci strada

-Ma certo, venite che vi porto al bancone dell’angolo bar. Consumazioni infinite per tutti!

Li prese per mano e li portò in giro per il locale. Il freddo delle sue mani contrastava con l’afa che stava prendendo piede nella sala chiusa. Dalla sala si spostarono all’esterno dove era stata costruita una pista da ballo con delle assi di legno sulla sabbia. Il panorama era da mozzare il fiato, sulla sinistra spiccava l’Isola Pennata mentre sulla destra faceva da sfondo il monte della penisola di Miseno. Una luna bellissima illuminava tutta la spiaggia. Vincenzo pensò che l’idea di Angelo era stata magnifica, doveva a lui tutto quello e si sentiva bene. Almeno per quella serata non sarebbe stato angosciato dal pensiero del professor Gargiulo.

-Visto Vincenzo? Era proprio come ce l’aspettavamo. Tantissimi ragazzi e ragazze ed una serata perfetta per divertirsi

-Hai proprio ragione. Ma dov’è Carmy?

-Si è allontanata per andare a chiamare delle amiche da presentarci. Comunque dal vivo sembra ancora più bella che in foto. Dici che devo aspettare ancora per dirglielo?

-Ma come? Tu che chiedi a me un consiglio sulle ragazze? Lo sai io come ragiono, per me meglio chiarire subito se ci sono delle intenzioni così non rischi di rimanere male

-Forse hai ragione tu, ma lei è proprio bella. E qui conosce tutti. Mi sento un po’ perso

-E poi quello che pensa negativo sono io? Dai, non ci pensare. Eccola che arriva

La ragazza arrivò insieme a tre sue amiche.

-Vi state divertendo ragazzi? Vi presento le mie tre amiche più intime. Betta, Ily e Margherita. Ragazze, loro sono quelli di cui vi parlavo prima, Angelo e Vincenzo

Le ragazze si guardarono tra di loro sorridendo e ammiccandosi. I due ragazzi si sentirono un po’ fuori luogo.

-Quindi sono loro che sono venuti per il buffet?

-Sì ragazze. Però così potrebbe sembrare offensivo. Ragazzi dovete sapere che noi chiamiamo così quelli che non fanno parte della nostra cerchia. Quelli che sono invitati da noi, ecco. Ma non vi dovete sentire estranei, ora siete con noi

In quel momento il volume della musica aumentò e le ragazze iniziarono a ballare intorno ai due ragazzi. Anche loro si fecero trasportare dal ritmo di una canzone techno. Il volume alto li isolava completamente da ogni altro suono. Ballavano ad un ritmo frenetico mentre le ragazze li stuzzicavano. Avevano la loro totale attenzione, non c’erano più i pensieri tristi o ansiosi ma solo la voglia di passare una serata diversa. Forse a causa dell’alcool o forse per un eccessivo slancio di sicurezza Vincenzo provò ad attaccare con una delle ragazze, Betta. Aveva i capelli rossi e lui aveva avuto sempre un debole per le rosse. Si avvicinò al suo orecchio e cominciò a parlare ad alta voce per farsi sentire.

-Bello qui, come lo conoscete questo posto?

-Come? Non ti sento

-Dicevo… Senti, ti va se ci allontaniamo un po’ per parlare. Con tutta questa musica non riusciamo a dirci due parole

-Va bene

Si allontanarono per avvicinarsi al bar e prendere due birre. La musica era ancora assordante quindi Vincenzo decise di spostarsi oltre le pedane in legno. Si tolsero le scarpe per poter camminare sulla sabbia. Dal mare arrivava un po’ d’aria fresca.

-Bello qui, mi piace molto. Come conoscete questo posto?

-E’ di uno dei nostri. Lo ha rilevato qualche anno fa. Organizziamo regolarmente delle feste qui

-Davvero bello. Poi è proprio sul mare, molto suggestivo. Mi piace tanto passeggiare sulla spiaggia. A te?

-Sì, anche a me. Però di giorno fa troppo caldo. Il sole mi uccide

-Anche a me! Io d’estate non uscirei mai di giorno

-Ti capisco

Betta partecipava alla discussione ma sembrava quasi assente, come se avesse qualcos’altro in testa o meglio ancora come se stesse aspettando qualcosa. Vincenzo se ne accorse e provò a rimediare.

-Scusa se ti ho portato qui, forse volevi stare con le tue amiche a ballare

-Ma no, figurati. nessun problema. Abbiamo tutto il tempo dopo. Mi fa piacere stare un po’ qui

Vincenzo le si avvicinò, lei sembrava quasi tremare. Con una mano si toccò l’altro braccio in un gesto frenetico.

-Sai, a Vincenzo piace molto Carmela. Non fa che parlare di lei da stamattina. Se non fosse stato per questo suo invaghimento non sarei qui

-Carmela?

Lo sguardo sorpreso di Betta non quadrava.

-Carmela, la tua amica. Carmy87

-Ah, sì. Carmy. Scusa

Stava per dire qualcosa quando sentirono il volume della musica abbassarsi di colpo. Lo speaker annunciò in maniera plateale l’ingresso del proprietario del lido. L’espressione di Betta cambiò rapidamente in una gioia forsennata. Sembrava proprio che non aspettasse altro.

-Eccolo, dobbiamo ritornare sulla pista. Muoviamoci

Quel poco di atmosfera romantica che si stava creando fu infranta di colpo da quella presentazione. Vincenzo non era per nulla entusiasta di quella situazione, non voleva ritornare per vedere l’entrata di questo tizio. Avrebbe voluto soltanto rimanere ancora un po’ sulla spiaggia con Betta. Parlare, chiederle il numero di telefono, immaginare di risentirla.

Controvoglia ritornò in sala inseguendo la ragazza che correva davanti a lui. Con lo sguardo cercò Angelo, probabilmente era ancora circondato dalle altre ragazze a sballarsi. Lo speaker aspettò che la folla si fosse ammassata sulla pista per riprendere la presentazione. Uno spettacolo di luci e suoni accompagnò l’ingresso del fantomatico proprietario del locale. Era un uomo di bell’aspetto, vestito con un abito completamente bianco, camicia rossa e cravatta nera. Quando arrivò sulla pista la folla si aprì in un tripudio di applausi ed urla. Lui camminava fiero, compiacendosi di quell’ovazione. La cosa infastidì non poco Vincenzo, forse l’unica voce fuori dal coro a non applaudire. L’uomo arrivò alla console e prese il microfono. La sua voce ammutolì tutti i presenti.

-Buonasera a voi amici miei. Anche questa sera ci ritroviamo tutti qui a festeggiare e banchettare insieme. Sempre più numerosi

Tutti guardavano affascinati quell’uomo, Vincenzo non sapeva ancora dare una spiegazione a tutto ciò.

-Prima di aprire il nostro buffet rinnoviamo le nostre usanze. Dove sono le nostre care sorelle? Ah, eccole. Vi prego di portare qui i nostri nuovi adepti

Quelle parole erano incomprensibili. Forse si trattava di una sorta di società segreta? Una massoneria moderna che richiedeva il suo rito di iniziazione. Tante domande riempivano la testa di Vincenzo finché non si sentì toccare la mano. Era Betta, che gli stava prendendo la mano destra per poi tirarlo a sé.

-Vieni, ti stiamo aspettando

Vincenzo non si tirò indietro. Quella ragazza lo stava accompagnando proprio sul palco. Proprio di fianco a quell’uomo così misterioso.

-Eccoli, sono loro i nostri nuovi fratelli? Bene. Voi potete stare qui. Sorelle provvedete voi a tenerli fermi mentre io apro le danze

Passò il microfono al DJ che lo prese prontamente, poi si diresse in avanti ed aprì le braccia. In quel silenzio quasi tombale la sua voce naturale tuonò tutta intorno.

-Che il banchetto cominci!

Il DJ fece ripartire la musica ad un volume alto. All’improvviso la maggior parte dei presenti in sala trasfigurò in volto. Sembrava che le loro facce, che prima erano marcate da una strana estasi, ora fossero coperte da una maschera. Una maschera immonda. Le bocche si aprirono e mostrarono dei denti aguzzi. Subito ognuno di quei mostri prese ad azzannare il proprio vicino di posto. Vincenzo in un primo momento pensava si trattasse di una messinscena, o forse era solo l’effetto dell’alcool ed era stanco. Purtroppo per lui non si trattava di una recita. La musica non riusciva a coprire quei suoni terrificanti. Le urla delle vittime attaccate, il ringhio di quelle persone che avevano perso ogni tratto umano. Uomini e donne, non c’era differenza. I loro volti, i loro movimenti non nascondevano la fame che li impossessava. Azzannavano gli altri, dilaniavano le loro carni per divorarle. Quella mattanza aveva un solo scopo, era la loro cena.

Vincenzo si riprese dallo shock iniziale e tentò di muoversi per fuggire. Non riuscì a scostarsi di un millimetro. Si girò e vide dietro di lui Betta, la sua presa lo bloccava in maniera serrata.

-Perchè? Perché fate questo?

-Per un motivo semplice. Abbiamo fame e dobbiamo mangiare

-Ma è una follia. Siete pazzi!

-Pazzi dici? Non devi disperarti, tra poco sarai uno di noi. Anche tu capirai cosa significa essere superiori. Gli umani sono solo il nostro cibo

Vincenzo era incredulo. Da un lato quello spettacolo orrendo, dall’altro lo sguardo serio di Betta, che parlava in modo freddo senza perdere la sua bellezza. Si avvicinò a lui per parlargli sottovoce.

-Non sei contento? Ti ho scelto io, ti ho salvato io da una morte certa, dovresti essermi riconoscente. Tra non molto potrò renderti un essere perfetto

Era una situazione al limite dell’assurdo. Vincenzo non aveva scampo.

All’improvviso però una delle vittime corse in direzione del palco. In preda alla follia si gettò proprio addosso a Betta, che mollò la presa un secondo per uccidere la ragazza. Vincenzo ne approfittò e fece uno scatto in avanti. si riversò all’interno della pista per cercare una via di fuga. Sentiva la voce di Betta alle sue spalle che lo malediceva. Scivolò più volte sulle assi di legno, ormai totalmente ricoperte di sangue. Arrivò accanto al bancone del bar, si alzò con l’aiuto di uno sgabello ma quando alzò lo sguardo i suoi occhi incrociarono quelli di Betta. Era proprio davanti a lui, sentiva il suo alito freddo sul volto.

-Non scappi caro mio. Ti ho scelto io e rimarrai con me

Fu a quel punto che Vincenzo tirò fuori tutto il suo coraggio. Mentre lei parlava prese una bottiglia di spumante dal bancone e gliela scaraventò sul mento. La bottiglia si ruppe alla base mentre Betta rimase ferma, soltanto la testa si girò di lato. Quando riportò di nuovo lo sguardo in avanti, Vincenzo vide che la sua mascella era slogata le pendeva dal viso. Anche in quelle condizioni non poteva fare a meno di vedere un sorriso. Stava per essere attaccato a sua volta quando il ragazzo inferse un altro colpo, stavolta fatale. La bottiglia rotta tagliò l’aria andando a lacerare di netto il collo di Betta. La ragazza cadde in ginocchio portandosi le mani alla gola mentre un fiotto scuro cadeva a terra. Vincenzo rimase di stucco vedendo quella scena, non riusciva a credere di essere stato più veloce di lei e di averla sconfitta.

Si riprese subito dopo sentendo l’urlo disperato delle altre ragazze che aveva conosciuto quella sera. Probabilmente avevano percepito la morte della loro compagna e volevano vendicarsi. Pensò che all’ingresso ci fosse ancora il buttafuori, da solo non sarebbe stato in grado di metterlo KO. Cominciò quindi a cercare in giro Angelo, in tutta quella confusione aveva quasi dimenticato il suo grande amico. Cercò in giro mentre il cuore gli batteva forte finché lo vide a terra. Si avvicinò a lui ma si accorse subito che quella che aveva davanti agli occhi era solo la metà superiore del suo compagno. Probabilmente avevano divorato il resto lasciando lì a terra un boccone troppo grande. Il mondo gli cadde addosso, voleva piangere.

-Ora capisci che è inutile?

Si girò, dietro di lui c’era l’uomo responsabile di quell’incubo.

-Hai ucciso Elisabetta, una delle mie spose preferite. Ma per questo non ti odio, lei aveva scelto te e ora hai il dovere di portare avanti la sua memoria

In quelle parole non c’era odio, né risentimento. C’era quasi conforto, come un padre che accoglie di nuovo il suo figliol prodigo nella casa per dargli riparo.

-Vieni qui, ti stanno aspettando tutti

Vincenzo fece cadere dalla mano la bottiglia di spumante rotta. Forse uno strano potere ammaliatore o forse solo la consapevolezza di essere troppo debole per pensare di salvarsi. Si avvicinò all’uomo ed insieme ritornarono sul piccolo palco. Lo circondava uno scenario infernale, carcasse e brandelli di carne ovunque. Sangue per terra e su ogni parete, le mosche cominciavano a girare intorno attirate da quell’odore nauseabondo.

-Fratelli, stasera abbiamo perso una nostra sorella, la nostra amata Elisabetta. Non dobbiamo rammaricarci però. Oggi saremo ancora più numerosi di prima. Al suo posto avremo nuovi fratelli e sorelle. Ecco qui Vincenzo. Prego, Carmilla, vieni e offri il tuo dono a lui

Carmy si diresse lentamente vicino a Vincenzo. Il suo sguardo pieno di rabbia faceva intendere che quella non era la scelta che avrebbe fatto. Si piegò comunque alle decisioni del suo padrone. Nel buio spettrale della sala affondò i suoi canini nel collo del ragazzo, dolcemente, senza fargli male. Vincenzo sentì solo un leggero calore quando la ragazza succhiò un po’ del suo sangue. Chiuse gli occhi e quando li riaprì era diventato qualcosa di totalmente diverso.

2 Luglio 2015

Una notte come le altre, cena frugale a base di proteine e verdure poi un caffè amaro. Mentre mangio guardo un po’ di televisione, al telegiornale danno le solite notizie quindi cerco di cambiare canale altrimenti mi passa l’appetito. Qualche film già visto, programmi-spazzatura, pubblicità. Spengo, non ne vale la pena di passare altro tempo solo facendo zapping. Nel frattempo finisco di cenare. Sparecchio in fretta in modo da liberare velocemente il tavolo. Vado nell’altra stanza e prendo il mio notebook, ho aspettato tutta la giornata quel momento.

L’avvio non è dei più veloci, una volta acceso avvio i soliti programmi, poi il browser. Mi collego al sito di incontri che visito da un po’ di tempo. Inserisco le credenziali manualmente.

user: bocciolodirosa95

pass: aYxRpfg!w*WF

Appena mi collego vado nella sezione messaggi, solo oggi ne ho 45 nuovi. Per la maggior parte si tratta di utenti che non conosco, qualcuno che vedendo le mie foto nel profilo decide di contattarmi. Li cestino tutti, non è con loro che voglio chattare. Solo due messaggi sono quelli che mi interessano e sono dello stesso mittente.

ore 10:32 – Ciao Bocciolo mio, stamattina ti penso da morire. Sto riguardando le tue foto, come sei bella. Stasera ci sentiamo? Ho voglia di parlare con te.

ore 18:09 – Ciao, sono ancora io. Che ne dici se una di queste sere ci vediamo? Inizio a scrivertelo ora così ci pensi un po’ su. A stasera.

Erano i messaggi che aspettavo. L’utente si chiama IntroversoCronico, sto chattando con lui da pochi giorni ma già ho un’idea di che tipo sia. Dal profilo sembra il classico intellettuale di nicchia, passione per i libri e la buona cucina. Nelle foto ostenta sicurezza e una bellezza fuori dal normale.

Faccio una ricerca nei profili, lui è online ma non lo contatto ancora. Lo faccio aspettare un po’, non serve avere fretta in queste cose. Già me lo vedo che osserva il pallino verde accanto al mio nickname e si sta domandando perché non gli ho ancora parlato. Passa qualche minuto poi lo contatto.

-Ciao! Come va?

-Ciao Bocciolo! A me bene, a te?

-Bene, grazie. Che fai?

-Niente di che, un po’ di cazzeggio in rete

Certo, come no. Fino a qualche minuto fa eri rosso come un peperone mentre esplodevi al pensiero che non saresti stato contattato.

-Mi fa piacere

-Hai letto il mio messaggio? Che ne pensi?

Giochiamocela bene.

-No, quale messaggio?

-Ti ho scritto oggi pomeriggio un messaggio personale. Pensavo, ora che ci stiamo conoscendo meglio, che ne dici di vederci di persona?

-Non so, chattiamo solo da qualche giorno. Non pensi sia affrettato?

-Ma no! Dai, andiamo a bere qualcosa insieme, chiacchierare di persona è più interessante

-Guarda mi prendi alla sprovvista… A me piace chattare proprio perché è più facile che parlare di persona. Poi magari ci vediamo e non ti piace più parlare con me

-Ma scherzi? Non devi avere timore. anche per me è strano, ma parlando con te ho capito che siamo simili, noi due. Non può essere un caso che io ti abbia incontrata su questo sito. Dai, dimmi di sì

Faccio passare qualche minuto per cucinarmelo un po’, è il minimo.

-Ok, va bene. Ma poi non dire che non ti ho avvisato quando mi vedrai e dirai che sono brutta

-Tu?? Brutta??? Se sei bella solo la metà delle foto che hai sul profilo allora sappi che non ne ho mai viste di ragazze belle come te

Frase scontata, me l’aspettavo. Ho scelto proprio bene le foto da inserire su questo sito, non c’è che dire.

-Ma dai, così mi fai arrossire… Ok, mi hai convinto. Quando ci vediamo?

-Stasera è troppo tardi per te?

-Direi di sì, tra poco vado a nanna perché domani si comincia presto

-Ok, ok, non insisto. Domani allora?

-Vada per domani!

-Perfetto! Dove ci vediamo? Conosco un lounge dalle mie parti che ti piacerà di sicuro! E’ un caffè letterario moderno, l’ideale per chi come noi è appassionato di lettura

-Va benissimo, dove si trova?

-Zona Vomero. Vediamoci lì vicino, io abito in un viale vicino alla metropolitana di Quattro Giornate, potremmo vederci giù da me così facciamo due passi e andiamo insieme

-Ok, mi piace. Mandami le coordinate così ci vediamo da te

-Perfetto! Mi dai anche il tuo numero di telefono? Nel caso dovessi contattarti

-Facciamo così, dammi il tuo. Ti chiamo appena sono in zona. alle nove va bene?

-Va benissimo. A domani allora

-A domani

-Non vedo l’ora che sia domani, ho una gran voglia di vederti

Non rispondo. Chiudo la chat e disconnetto l’account. Mi rilasso sulla sedia, stendo le braccia in alto e porto la testa indietro. Ho lanciato l’amo e il pesce ha abboccato, ora viene la parte più difficile. Ora bisogna far attenzione a tutto, se si tira troppo la lenza finisce per spezzarsi, se la si tira poco il pesce scappa. Chiudo gli occhi, i pensieri sono troppi nella mente ed ho bisogno di riposare. Una bella dormita mi farà schiarire le idee. Spengo il notebook e vado a letto.

Il giorno dopo mi sveglio con un solo pensiero in testa, ma dovrò aspettare ancora molte ore prima di realizzare il mio desiderio. La mattinata scorre tranquilla, vado al lavoro come ogni mattina. Incontro la gente per strada, saluto i conoscenti, sorrido. Nella mia testa però c’è un solo ed unico pensiero ed è quello che mi aspetta per la serata.

A fine giornata rientro a casa. Inizia a farsi sentire un po’ di stanchezza, ho bisogno di un caffè. Preparo la moka con lentezza, da anni ho imparato ad assaporare quei momenti. Preferisco fare con lentezza. Pulire la moka, versare l’acqua, caricare il caffè macinato nel filtro, chiudere con forza. Tutti passi che un tempo erano meccanici, ora sono quasi una catarsi. La mente si sgombera, i pensieri lasciano spazio al vuoto. E’ la mia personale cerimonia del the, rivisitata.

Poi la macchinetta comincia a fischiare, spengo il fuoco del piano cottura e lascio che l’aroma mi entri nelle narici salendo fino al cervello. Verso il nettare nero in una tazzina di ceramica ed aspetto pochi secondi che si raffreddi. Poi mi sposto fuori al terrazzo, il mio posto preferito. Sorseggio il mio caffè mentre guardo il cielo che lentamente diventa scuro. Le luci intorno iniziano già ad accendersi, davanti a me quello scorcio di Napoli si mostra in tutta la sua bellezza.

Vedo i terrazzi semivuoti, qualcuno sta innaffiando le piante arse dal caldo di una giornata estiva. Vedo le finestre aperte dei palazzi di fronte. Mi domando sempre chi c’è dietro quelle finestre. Magari persone sole, chi a fine giornata un po’ muore ed aspetta il giorno successivo per rinascere. Magari famiglie numerose ma che non sono altro che estranei sotto lo stesso tetto. Intorno fa ancora caldo. Ecco, il caldo è l’unico fattore comune a tutti. Che tu sia solo, in compagnia, triste, allegro, disperato, dovrai sempre fare i conti con il caldo. Forse ti sentirai meglio a pensare che chiunque in quel momento sta sentendo caldo e soffre come te.

Ritorno all’interno, è il momento di mettere insieme le idee e prepararsi. Metto la borsa sul letto mentre apro l’armadio e scelgo i vestiti da mettermi. In realtà sono i soliti quando vado a quel tipo di appuntamento. Inizio a preparare la borsa, la parte più delicata. Qualcosa c’è già nella camera, poi vado in bagno e finisco di riempirla. Sono operazioni delicate, non devo dimenticare nulla, ma con il tempo ho acquistato una certa dimestichezza. Pochi minuti ed ho finito, ora posso scendere e andare in auto. Imposto la destinazione sul navigatore.

Per strada c’è parecchia gente, la maggior parte giovani. Bella la vita da studente, l’estate dura mesi, non poche settimane. Vedo le facce dei ragazzi che girano per il centro, senza pensieri, solo con la voglia di vedersi e divertirsi. Beati loro, spero possano godersi quella vita prima che cambi. Perché quando cambia inizia un vero e proprio trauma, e non si torna indietro. Dopo qualche minuto mi trovo in zona, parcheggio l’auto in un viale adiacente e scendo dall’auto.

Manca ancora un quarto d’ora all’appuntamento, mi metto ad attenderlo a pochi passi dall’ingresso del suo palazzo. C’è un’impalcatura, approfitto dell’ombra per nascondermi alla vista. Mancano ancora cinque minuti alle nove quando lo vedo uscire dal portone. E’ lui il mio uomo, lo riconosco e non somiglia neanche lontanamente al soggetto delle foto sul sito di incontri. Non molto alto, la testa piccola e il corpo opulento. Sicuramente dimostra più della sua vera età ma non mi pronuncio.

Sembra nervoso, guarda in continuazione l’orologio. Saranno passati si e no due minuti ed ha controllato l’orario già cinque volte. So a cosa sta pensando. Perché non è ancora arrivata? Quanto ci mette per venire? Mi avrà dato buca? Dovevo insistere per il suo numero di telefono? L’attesa è snervante, lo so, ma è proprio quello che voglio. Tiro fuori dalla tasca il mio cellulare e inizio a scrivere due SMS con l’anonimo.

Ciao IntroversoCronico, scusami! Ho fatto tardi a prepararmi, spero mi perdonerai se non sarò puntuale…

Ti va se cambiamo luogo di appuntamento per non fare tardi? Tra mezz’ora fuori alla fermata delle Metro Materdei. Ti prego non darmi buca

Lo vedo che strabuzza gli occhi mentre legge. Muove le labbra in maniera nervosa, probabilmente sta masticando tra le labbra un’imprecazione sconcia. Riguarda l’orologio, poi si guarda in giro, poi di nuovo l’orologio. Sembra sul punto di spaccare a terra il cellulare, poi si calma. Bussa al citofono, sta parlando con qualcuno. Quando smette inizia a camminare nervosamente in direzione della metropolitana. Nella fretta mi passa accanto ma per lui sono invisibile. Ha un solo obiettivo nella testa, così come anche io ne ho uno.

Finisco di fare quello che devo, dopo quaranta minuti sono anch’io fuori alla Metropolitana di Materdei. Parcheggio l’auto in seconda fila ed esco. Lo vedo da lontano che cammina in maniera nervosa guardando in basso. Ad occhio e croce sta per impazzire, è il mio momento. Mi avvicino alle sue spalle, lui è troppo impegnato a cercare di spegnere un fuoco interiore per sentirmi arrivare.

-Scusi, sa che ore sono?

Muove il braccio per guardare l’orologio, non gli lascio il tempo di rispondere che già è privo di sensi. Il colpo sordo che gli assesto alla nuca lo tramortisce. Faccio in tempo a prenderlo prima di cadere, lo carico su una spalla tenendolo per l’ascella. Da lontano sembra il solito ubriaco, faccio finta di parlare con lui mentre lo carico in auto. Poi metto in moto e mi dirigo verso la fine del mio appuntamento galante.

Quando riprende i sensi sono passate due ore, il tempo necessario per mettere in scena l’ultimo atto. Tutto è stato preparato meticolosamente, i dettagli sono importantissimi. Sbagliare la disposizione anche di un solo oggetto è fatale.

Fa un respiro profondo con gli occhi ancora chiusi. In questi casi si ha la sensazione di essere a casa a dormire nel proprio letto. Come quando si è in vacanza e dopo la prima notte crediamo di essere ancora a casa nostra. Apre lentamente gli occhi pensando di trovare la sveglia, o magari la tv ancora accesa. Ci vuole qualche secondo per rendersene conto, la luce del faretto diretta verso di lui non aiuta. Gli occhi non si abituano facilmente a tutta quella luce, in tutto questo cerca di capire gli ultimi ricordi. La mia voce non gli dà nessun indizio.

-Ben svegliato

-Chi è? Chi è che parla?

-Domanda scontata, puoi fare di meglio. Ne hai un’altra di riserva?

-Chi sei? Dove mi trovo?

Cerca di muoversi ma si rende finalmente conto che i movimenti sono inutili. E’ seduto a terra e incatenato ad un calorifero.

-Che ci faccio qui? E’ uno scherzo? Liberami subito!

-Calma. Non sei nella condizione di fare richieste

Gli occhi si stanno abituando alla luce e finalmente riesce a vedere la figura davanti a lui.

-Chi sei? Fatti vedere! Ti conosco? Non conosco la tua voce

-In un certo modo mi conosci, fino a ieri abbiamo parlato in chat

L’espressione si fa seria, riesco a vedere i collegamenti tra i suoi pensieri e la consapevolezza di essere stato giocato.

-Ma non è possibile, io ho parlato con.. con… con Bocciolo di rosa, una ragazza. Questa voce… Tu sei un uomo!

-Esatto. Neanche tu vieni così bene nelle foto, esatto?

-Ok, ok. Il gioco è stato divertente però ora lasciami andare. Mi hai scoperto, metto foto di bei ragazzi per conoscere le ragazze ma lo faccio perché sono timido. Non è un reato, ora lasciami, ci facciamo due risate e finisce tutto

-Mmm… Come attore devo ammetterlo, sei bravo. Però noi due dobbiamo parlare un po’

-Liberami e ne parliamo tra uomini ok? Magari togliti anche quell’orribile travestimento. Fa un caldo terribile non so come tu faccia a coprirti con sciarpa, cappello e cappotto. Fatti vedere in faccia e alzati da quella sedia così possiamo parlare da adulti

-Oh, sei un tipo coraggioso, vedo. Un vero uomo. E dimmi, cosa fanno di preciso i veri uomini? Dimmelo

-Di solito spaccano la faccia ai gradassi come te. Slegami e ti faccio vedere

-Oh, che uomo. Quasi quasi lo faccio. Però voglio sapere un’altra cosa da te. Di solito gli uomini come te cosa fanno alle donne?

-Ti stai riferendo a tua madre?

-No, affatto. Mi sto riferendo alle ragazze giovani, intorno ai vent’anni. Di solito quelli come te cosa fanno quando adescano le ragazzine in chat e le invitano ad uscire?

-Non so di cosa stai parlando

-Avanti, dimmelo, su. Cosa fanno i veri uomini alle donne? Le toccano? Magari le schiaffeggiano

-Ma di cosa stai…

-Magari le uccidono! Guardati intorno mio caro IntroversoCronico, o forse dovrei dire Luigi. Non ti sei nemmeno accorto di cosa c’è davanti ai tuoi piedi?

Abbassa finalmente lo sguardo e le vede. A terra ci sono le foto che ha scattato alle sue vittime. Tutte istantanee, quelle povere ragazze erano diventate le protagoniste del suo personale book fotografico a loro insaputa. Amava fotografarle prima, con il volto ancora innocente o magari con l’espressione terrorizzata. Amava fotografarle durante, mentre le malmenava, le tagliava con un rasoio, mentre erano a terra piangenti. E poi amava fotografarle dopo, quando erano un corpo senza vita, in pose da far accapponare la pelle. Il classico pervertito, uno di quelli che neanche l’inferno vorrebbe.

-Dove le hai prese? Queste non provano nulla

-Certo, come no. Ci stai credendo anche tu mentre lo dici? Sono tue, le hai scattate tu. Quando si verrà a sapere pensi che qualcuno dubiterà della tua colpevolezza?

-Chi sei? Fatti vedere?

-Vuoi sapere chi sono? Sono quello che metterà fine a tutto questo. Quello che ti fermerà con ogni mezzo. Sei spacciato, dovrai scontare con gli interessi le tue colpe. Sono quello che è venuto a chiedere il saldo dei tuoi peccati

Si agita, con una forza improvvisa cerca di slegarsi ma non ci riesce. Sembra aver acquisito un coraggio nuovo, la paura di essere stato scoperto gli suggerisce di creare una scappatoia. Dà qualche strattone in avanti, il termosifone è di quelli vecchi e non è difficile staccarlo dal muro se si applica una forza adeguata. Ma non ci riesce.

-Vedi questo coltello accanto a me? E’ il mio partner, insieme ti faremo pentire delle tue azioni. Tra poco inizieremo a fare a te quello che hai fatto a quelle povere ragazze innocenti. Loro non avevano nessuna colpa, tu invece sì. Voglio che ora tu chieda perdono per tutto quello che hai fatto!

Continua a tirare con forza la catena che lo tiene bloccato al calorifero. Una spinta, poi un’altra, il tubo comincia a uscire poco alla volta fuori dal muro. E’ il momento di giocarmi l’ultima carta vincente.

-Ma guardati! Se ti vedesse tua madre cosa penserebbe? Crescere un figlio da sola, insegnandogli il Credo di Nostro Signore e poi trovarsi un assassino in casa. Povera mammina

Emette un urlo liberatorio, poi dà un ultimo strattone. Il termosifone viene via dal muro, si libera velocemente della catena e corre a testa bassa in direzione del suo aguzzino. Con un calcio lo fa cadere dalla sedia su cui era seduto, poi prende dal tavolo il coltello e si butta su di lui. Con una rabbia fuori controllo lo colpisce. Alla gola, all’addome, al petto. Una furia omicida che non si placa. Ad ogni coltellata l’arma esce da quel corpo sempre più rossa sporcando le mani del killer. Ha dato almeno una trentina di colpi quando, esausto, si siede a terra per respirare a pieni polmoni. Guarda ancora quel corpo davanti a lui disteso a terra. Morto.

Si alza e si avvicina a quel corpo ancora ricoperto da vestiti che non gli permettono di capire chi fosse. Con la mano ancora ricoperta di sangue gli toglie il cappello e gli occhiali scuri. Ora comincia a capire, ma è troppo tardi. Toglie la sciarpa e la giacca, e davanti a lui vede il corpo senza anima di sua madre.

Inizia ad urlare, sono urla strazianti di chi ha appena realizzato di aver terminato la vita dell’unica persona che ha mai amato nella sua vita. La rabbia ha giocato un ruolo predominante. Ogni oggetto al proprio posto, come in una scena teatrale. Gli oggetti importanti davanti al pubblico, quelli insignificanti lontano dai loro occhi. Il mio intento era quello di portarlo alla follia, di fargli vedere tutto rosso. Prima le foto davanti a lui, la realtà che riaffiora. Poi il coltello, vicino a quello che lui credeva il suo carnefice, la speranza di poter uscire da quella situazione. Poi la voce dell’aguzzino, doveva venire dalla direzione avanti a lui, era il suo obiettivo. In quelle condizioni non avrebbe mai capito che dietro quella scena c’era un telone fatto con un lenzuolo. Io ero proprio lì dietro, immaginavo la scena senza vedere, ascoltavo soltanto e muovevo i fili ciecamente. Nel momento stesso in cui Luigi si è liberato ero già lontano da lui, uscivo da quel palazzo disabitato e mi dileguavo in strada mentre toglievo i baffi finti e le lenti a contatto colorate. Da lontano iniziavo a sentire le sirene della polizia che si avvicinavano dopo la mia soffiata. La macchina era rubata, l’ho lasciata lì dov’era parcheggiata e sono sicuro che resterà lì per parecchio tempo. Mi allontano da quel luogo senza rimorsi, non ho nemmeno voglia di scoprire se dopo lo shock quel farabutto si è tolto la vita con la stessa arma con la quale ha compiuto il suo ultimo crimine,

Pensate che la povera madre non aveva colpe? Che non è umano usarla come vittima sacrificale per catturare suo figlio? Ditemi, cosa c’è di umano in tutta questa storia? Pensate che la madre non abbia mai messo a posto nel cassetto del figlio ritrovando quelle foto? Non lo saprò mai, ma sono abbastanza sicuro che se fosse in vita, la signora starebbe ancora difendendo il figlio definendolo un angelo vittima di un raggiro. Già me la vedo in tv, in uno di quei programmi-spazzatura ad urlare al mondo l’innocenza di suo figlio.

Viviamo in un mondo malato, bisogna stare al passo per affrontare situazioni del genere. Viviamo in un mondo di serial killer nascosti per bene. Sono in mezzo a noi, magari li sfioriamo per caso passeggiando in strada, magari li incrociamo andando al lavoro. Forse siamo solo potenziali vittime, una coincidenza fortuita del caso ci mette in salvo o in pericolo. I serial killer sono tra noi, e ci vuole un altro serial killer per fermarli.

25 Giugno 1936

Sono il dottor Auriemma, scrivo questa pagina di diario per la prima volta. Ho il dovere morale di scrivere queste parole dopo quanto mi è accaduto qualche giorno fa. Sono ancora provato da quello che ho vissuto, non è stata una scelta semplice quella di mettere su carta i ricordi di quella giornata. Avrei preferito dimenticare tutto ed andare avanti ma non è più possibile. E’ un mio dovere quello di informare quante più persone, tutti dovrebbero sapere.

E’ cominciato tutto la settimana scorsa. Ero nel mio studio a scrivere gli appunti su un paziente febbricitante quando bussarono alla porta. La feci entrare, era una donna e dall’espressione era molto preoccupata. Disse di chiamarsi Anna, era la donna delle pulizie di un proprietario terriero che abitava sulla collina del Vomero. La donna era venuta nel mio studio per volere del suo padrone, le aveva ordinato di recarsi da me per convincermi a visitarlo.  La cosa mi stranì non poco, il mio studio è sito nella parte bassa di Napoli, dalla mia finestra posso solo osservare l’imponente Castel Sant’Elmo che sovrasta la città. Come mai uno sconosciuto avrebbe richiesto proprio i miei servizi? Come faceva a conoscermi? Per quale mia esperienza si era rivolto propriamente a me? Una serie infinita di quesiti che mi baluginava in mente.

La signora purtroppo non sapeva come risolvere gli enigmi, era stata solo inviata come ambasciatrice con il solo compito di “arruolarmi” per quella strana missione. La povera donna era imbarazzata alle mie domande così smisi di porgergliele. Non sapevo che risposta darle, non era mio costume quello di lasciare il mio studio per visitare chi non fosse già mio paziente. Tra l’altro senza alcuna informazione sul motivo, se di salute o puramente filosofico. Nemmeno le sue insistenze riguardo alla cifra che mi sarebbe stata resa per il disturbo mi convinsero. Non sono un tipo veniale, chi mi conosce bene sa che nel mio lavoro il mio unico fine è assistere gli ammalati e trovare loro una cura adeguata ai loro mali. Fu qualcos’altro a farmi decidere.

All’improvviso, visti vanificare i ripetuti sforzi, la donna cominciò a piangere. Senza dare nell’occhio prese un fazzoletto dal suo vestito e lo avvicinò al viso. In silenzio delle lacrime le rigarono il volto e la sua espressione divenne ancora più seria e preoccupata. Riuscì a dire soltanto una breve frase, con la voce così bassa da essere appena percettibile.

E’ una questione di vita o di morte

Fu la risposta che stavo aspettando. Il giuramento che feci quando iniziai la mia carriera mi impone di servire un solo scopo, l’assistenza di chi ne ha più bisogno. Quelle lacrime, quella tristezza sul volto della donna, quel messaggio implorato. Erano quelle le ragioni che mi diedero la spinta. Mi alzai per soccorrerla, le diedi una sedia su cui sedersi e le assicurai che avrei assistito il suo padrone appena possibile. Senza cambiare l’espressione del suo viso mi disse che non era possibile prorogare la visita altrimenti sarebbe stato troppo tardi. Pensai subito che il paziente doveva versare in condizioni molto gravi per richiedere un intervento così urgente. Non potevo tirarmi indietro, le dissi che ero a disposizione, mi sarei recato subito da lui. Finalmente la donna si riprese, il suo viso mi apparve più disteso. Mi disse che in strada c’era una macchina che ci attendeva e che ci avrebbe portato nella tenuta del Conte De Giusti. Preparai la mia attrezzatura in borsa e seguii la signora, giù al palazzo fuori al portone ci attendeva un’auto. L’autista appena ci vide aprì le portiere sorridendo, anche lui era visibilmente contento che avessi accettato la proposta.

Durante il tragitto l’uomo non fu avaro di parole. Continuava ad encomiare il Conte per il suo carattere gentile e sempre disponibile. A quanto pare era molto anziano, lavoravano con lui da quando erano piccoli. Prima di loro i rispettivi genitori servivano la famiglia del Conte, e così indietro da generazioni. Da secoli i De Giusti erano proprietari terrieri di quella zona ed erano sempre stati caritatevoli con tutti. Finanziavano opere d’arte, supportavano le parrocchie della zona, provvedevano all’istruzione dei bambini delle famiglie degli inservienti. Quei racconti non fecero che incuriosirmi ancora di più e mostrarmi il Conte in un’ottica positiva. In pratica non vedevo l’ora di conoscerlo.

Mi fu raccontato persino che il mio sconosciuto paziente era rimasto solo da pochi anni. Era sposato da una vita con una donna, Beatrice, di origini nobili anch’ella. Purtroppo in quella vita il Signore non li aveva mai benedetti con l’arrivo di un erede. A mio parere proprio quell’assenza di prole sarebbe stato il motivo che li spingeva ad operare sempre di più in carità di Dio verso gli ultimi. Si erano costruiti una grande famiglia laddove non ne potevano avere una propria.

Il tragitto fu abbastanza lungo, la macchina sebbene fosse buono stato arrancava sulle salite che portavano alla residenza dell’uomo. Nell’ultimo tratto l’autista ci tenne ad indicare gli ettari di terreno di proprietà del Conte, specificando le colture ad essi dedicati. Erano tantissimi, non avrei mai pensato che tutto quel verde appartenesse ad una sola persona.

Arrivammo alla tenuta, l’autista parcheggiò la macchina nell’enorme piazzale. Era una bellissima villa, l’imponente facciata denotava nobiltà e sfarzo. All’esterno c’erano decine di alberi in fiore che decoravano quell’ameno paesaggio, tutto intorno c’era pace e tranquillità. Il silenzio era intervallato solo dal verso degli uccelli che avevano costruito i loro nidi sugli alberi vicini. Una volta varcato il portone principale però sembrava di essere entrato in un’altra abitazione. Tutta la tranquillità e il senso di pace che c’era all’esterno scompariva totalmente all’interno di quella casa. Una sensazione di angoscia e dolore mi pervase appena mi trovai all’interno.

Tutte le finestre erano chiuse, anche le tende di colore scuro coprivano totalmente ogni spiraglio di luce. Nel grande salone d’ingresso c’era ordine, pulizia, ma a tutti gli effetti sembrava una sala che non vedeva ospiti da lungo tempo. Tanto spazio eppure tanta solitudine. La donna che mi accompagnava dovette accorgersi della mia improvvisa inquietudine, subito mi spiegò che dal giorno della morte di sua moglie il Conte si ritirò in una triste solitudine. Prima era solito passare le giornate all’aperto, in compagnia dei fattori e della gente del luogo. gli piaceva dialogare con la gente comune e sapere il loro punto di vista sulla vita. Dopo il triste episodio il suo carattere divenne sempre più inquieto, riservato. Evitava la vicinanza di ogni conoscente e passava le sue giornate nel buio della sua camera o nella grande biblioteca presente nella casa.

Salimmo al piano superiore, a pochi passi dalla camera da letto del Conte la signora mi fermò. Mi disse poche semplici parole, ma che mi spaventarono non poco.

Qualunque cosa dica il Conte. la prego, deve credergli. Se può fare qualcosa per lui lo faccia.

Parole di compassione ma enigmatiche, che non fecero altro che mettermi in allarme. Bussammo alla porta, dall’altro lato nessuna risposta. Aprimmo delicatamente ed entrammo. Appena varcata la soglia un forte odore di chiuso arrivò alle mie narici. Il mio istinto fu quello di aprire le finestre e far passare un po’ d’aria fresca, l’ideale in una giornata così calda. La donna mi prese per un braccio e mi rivolse uno sguardo triste. Non ne capii il motivo ma decisi di assecondarla, evitando di fare come avevo pensato. A quel punto mi rivolsi verso il mio nuovo paziente.

Era disteso a letto, il torso era tenuto su da una pila di cuscini. Sembrava molto anziano e senza forze, il corpo era adagiato a peso morto e le braccia penzolavano di lato. La bocca era aperta e gli occhi chiusi, se non fosse stato per quel profondo silenzio che faceva sentire indistintamente il rantolo del suo respiro avrei pensato che fosse già morto. Mi avvicinai lentamente al letto e gli tastai il polso. Non ebbe nessuna reazione quando la mia mano lo toccò, gli occhi rimasero chiusi mentre constatavo un battito lento. Poi un filo di voce uscì da quelle labbra secche.

-Dottor Auriemma, è venuto?

Lo tranquillizzai subito, non volevo che si sforzasse nello stato in cui si trovava. Gli dissi che era arrivato appena avevo saputo del suo stato di salute. Vedendolo in quel letto così debilitato pensai che più che il mio intervento, sarebbe stato più opportuno quello di un parroco per dare l’estrema unzione. Tutto quello che accadde da quel momento mi fece cambiare idea.

L’uomo con uno sforzo enorme alzò il braccio destro per poi posare la sua mano sulla mia. Finalmente aprì gli occhi, mi guardò in un misto di tristezza e coraggio. Mi parlò con parole dolci ma in modo lento, sforzandosi non poco.

-Ascolti dottore, per me non c’è molto che lei possa fare. C’è una ragione per la quale lei è stato convocato qui. Ho delle cose da dire prima che sia troppo tardi ma ora sono troppo stanco per parlare. Vi prego, sul mobile accanto al letto, vicino ad un piccolo ritratto di mia moglie, ci sono dei fogli. Li ho scritti io finché ero in forze, dovete leggerli ve ne prego

Feci come mi era stato ordinato, non avevo voglia di dare altri dispiaceri a quell’anima in pena, fossero stati anche i vaneggiamenti di un malato. Trovai i fogli, li presi e li misi in tasca. Fui però richiamato dal Conte, voleva che li leggessi proprio in quell’istante, davanti a lui. Anche in quell’occasione accondiscesi alle richieste. Trascrivo qui il contenuto di quelle righe.

Mia moglie era morta da soli tre mesi, ero a pezzi e la vita già non aveva più senso. Era lei la mia forza, il mio coraggio, senza di lei non valeva la pena vivere. Forse si sta chiedendo perché non abbia posto fine alla mia vita piuttosto che imbarcarmi per un sentiero più oscuro. Non lo so, forse non avevo nemmeno il coraggio per compiere un gesto così ignobile. Provai a distrarmi, a fare in modo di non pensare all’accaduto, ma il dolore era così forte che non era possibile sottrarsi. Decisi allora che avrei trovato un modo per mettermi in contatto con lei. Contattai i migliori esperti, studiai giorno e notte pur di sentire per l’ultima volta la voce della mia cara moglie defunta. Trovai dei libri nella nostra biblioteca che descrivevano dei riti per contattare le anime perdute nell’aldilà. Ve ne prego, non considerate queste righe come le visioni di un pazzo, quei libri sono esistiti davvero ma ho provveduto a bruciarli nel momento in cui ho capito quanto fossero maledetti. Ma dicevano il vero! Ho seguito ogni passaggio meticolosamente e sono arrivato al mio fine. Ora però ho paura che quando arriverà la mia ora queste memorie vadano perdute. Ma non basterebbe scrivere un diario del mio racconto, lo so, nessuno crederebbe alle parole di un vecchio moribondo. Tutti mi considererebbero un pazzo ed infangherebbero la mia memoria come quella della mia amata Beatrice. Ho bisogno di un testimone, qualcuno al di sopra delle parti che possa testimoniare la veridicità di quello che ho fatto. E qui entrate in gioco voi, dottor Auriemma, anche se fino ad oggi non ci siamo mai conosciuti.

Quando sono entrato in contatto con lo spirito di Beatrice sono diventato la persona più felice del mondo. Quanto è stato bello risentire la sua voce dopo tanto tempo. Passavamo notti intere a parlare, faceva di nuovo parte della mia vita anche se ero costretto a praticare un rito pagano chiuso nella nostra camera. Le chiedevo spesso del luogo in cui si trovava, lei era ben felice di rispondere. Non esistono Inferno e Paradiso come li conosciamo dai libri di religione. Esistono varie esistenze dell’aldilà, vari inferni, come dice lei. Quando l’anima abbandona il corpo vaga in una dimensione in cui non esiste la fisica terrestre. Le anime vengono collocate nei vari inferni in maniera quasi casuale, quello che facciamo sulla terra vale solo per chi rimane, non ci sono premi o punizioni nella vita successiva. Ci teneva a descrivermi la sensazione di pace che provava in quel luogo pieno di anime come lei. Così mi venne in mente un’idea. Chiesi a mia moglie di cercare tra gli spiriti che incontrava qualcuno legato al nostro luogo. Qualcuno di Napoli che avesse potuto convincere una persona di quanto quello che sto raccontando sia vero. Non fu facile, come ho scritto in precedenza non esiste una regola per associare i morti agli inferni, ma dopo qualche mese Beatrice fece la conoscenza di una donna che aveva lasciato qui sulla terra un caro. Si trattava proprio di un vedovo come me, un dottore che opera nel centro storico di Napoli e che ha perso la moglie di malattia. So che leggendo questo foglio starete pensando a qualche inganno, ma finite di leggere in modo da avere la situazione più chiara. La donna si chiamava Luisa, era una levatrice ed ha sposato voi, dottor Auriemma, in una domenica di fine Maggio. Quando parlava con voi non vi chiamava con il vostro nome di battesimo, Mario, ma lo storpiava in “Marco” per farvi sorridere. Ho preferito non farmi raccontare i dettagli del vostro rapporto per non essere invadente, ma voglio che voi crediate che quello che ho scritto è tutto vero. Purtroppo negli ultimi giorni le forze mi abbandonano sempre di più. Per scrivere queste poche righe ho impiegato giorni con l’aiuto della servitù. Care persone che non hanno mai dubitato della mia sanità mentale.

Ora è il momento di incontrarvi, affinché possiate tramandare quello che avete saputo. Ve lo chiedo nel buon nome della nostra famiglia.

Finii di leggere la lettera mentre le mani continuavano a tremare. Non so ben descrivere le sensazioni che provai leggendola. Dapprima scetticismo, poi curiosità, sicuramente rabbia quando vidi il nome di mia moglie. Cosa dovevo fare? Credere ad un racconto fantastico che mi veniva servito da un moribondo? Lasciarlo alla sua follia ed andarmene risentito aver scovato nel mio passato e farne una storia personale? Non sapevo cosa fare, ero nel dubbio più assoluto. Le parole che proferì il conte subito dopo furono la risposta che non mi aspettavo.

-Lo so cosa state pensando, ho pensato anche a questo. Avvicinatevi se volete la prova definitiva. Posso chiamarla e farvi sentire la sua voce

Non credevo alle mie orecchie. Quell’uomo voleva a tutti i costi costringermi e lo avrebbe fatto mettendomi in contatto con l’anima della mia moglie defunta. Mi avvicinai a lui con scetticismo ma in cuor mio avevo una piccola speranza. Il Conte richiuse gli occhi ed aprì la bocca. Il silenzio che ci circondava appariva sempre più spettrale mentre il respiro dell’uomo si faceva sempre più lento. All’improvviso, senza che lui muovesse le labbra, un suono uscì dalla sua gola.

-Amore, sei lì?

Non era possibile. Non era la voce del Conte, era una voce femminile quella che avevo sentito. La mia mente rifiutava di credere a quello che stava succedendo, pensai si trattasse di un complice presente in quella stanza che stava simulando quel fenomeno, ma io quella voce la conoscevo. Era proprio la voce di Luisa, così come la ricordavo.

-Mario sei lì? Mio caro Marco, fatti sentire

-Che scherzo è mai questo? Giuro che gliela farò pagare per questo gioco, è andato oltre signor Conte!

-Calmati Mario, sono io. Il Conte è un tramite, non avercela con lui, ti prego

La ragione e il cuore lottavano per dare una risposta concreta. In realtà una parte di me avrebbe voluto inginocchiarsi e piangere mentre un’altra parte voleva che fosse tutto uno scherzo per ritornare alla vita normale. Era una rivelazione troppo grande quella che avevo sotto i miei occhi, un peso troppo grave da portare dentro.

-Amore ascoltami, ricordi quella passeggiata che facemmo al chiaro di luna durante la festa di Piedigrotta? Fu allora che dichiarasti il tuo amore per me. Ricordi cosa ti dissi?

Un ricordo che avevo completamente cancellato dalla memoria, sepolto sotto uno strato spesso di dolore.

-Ti dissi che sarei stata tua per sempre, in questa vita e in tutte quelle successive. E poi ti dissi che avevi una macchia di sugo sulla giacca. Ricordo ancora la faccia imbarazzata che avevi! Eri tutto serio per dichiararti a me e invece dovevi cercare di cancellare quella chiazza orrenda

Come faceva a sapere di quell’episodio? Faceva parte dell’intimità di coppia che avevo con Luisa. Non avrei raccontato neanche per scherzo a qualcuno di quell’accaduto. La risposta era una soltanto, amara come il boccone che dovevo ingoiare. Senza rendermene conto cominciai a piangere, guardavo il volto raggrinzito del Conte ma davanti agli occhi avevo l’immagine del viso angelico di Luisa. Mi inginocchiai a terra e presi il volto tra le mani.

-Scusa Luisa. Scusa se in cuor mio ho sperato che non fossi tu. Scusa se non ho riconosciuto subito la tua voce. Scusa se…

-Va tutto bene Marco mio. Ora sono qui a parlarti, mi basta questo. Non sai quanto mi manchi

-Mi manchi tanto anche tu. Da quando non ci sei più mi sono dedicato anima e corpo al lavoro. Tu sei e sarai sempre l’unica donna della mia vita

-Amore mio quanto ti amo. Vorrei essere con te sempre

-Anche io lo voglio. Come posso fare? Dimmi in che modo posso godere della tua voce ogni giorno. Solo ora capisco che De Giusti non era un folle ma soltanto un uomo innamorato. Solo l’amore può abbattere i confini di questo mondo e permettere un prodigio simile. Ho bisogno di sapere come ha fatto a contattare il regno dei morti

-Amore mio anche io lo vorrei, ma devi stare attento a quello che fai

-Non mi importa. Che la mia anima possa essere dannata in eterno se posso ascoltare la tua voce anche una volta soltanto

All’improvviso il Conte chiuse la bocca ed aprì gli occhi. Con quegli stessi occhi mi guardò, era uno sguardo pieno di rabbia.

-Non deve farlo. Non intraprenda questa strada maledetta. Non faccia come me, lei è qui per mettere in guardia il mondo. Esistono forze che non comprendiamo appieno, ed io l’ho capito troppo tardi. Prima riuscivo a farlo quando volevo, ora sono soltanto un tramite, qualcuno dall’altro lato comanda questo potere ma non lo fa per uno scopo benevolo

Di colpo gli occhi girarono all’indietro e la bocca si aprì nuovamente emettendo frasi con la voce di mia moglie.

-Amore mio non starlo a sentire. Devi trovare il modo di metterti di nuovo in contatto con me. Lui non era abbastanza potente, tu potrai fare di più. Potremmo non solo parlare, potremmo anche sentire le emozioni l’uno dell’altro

L’anziano rinsavì di nuovo.

-Non ascoltarla. E’ l’altra entità che sta parlando attraverso la sua voce, attraverso i suoi ricordi. Non farti ingannare

Nella mia testa si scontravano le due teorie, con le voci di Luisa e del Conte. A chi dovevo dare retta? Alla donna della mia vita, che aveva giurato amore eterno? Oppure ad un anziano sconosciuto, amato e venerato chi gli era vicino? Ero sul punto di impazzire, mentre ragionavo e facevo a pezzi il mio cuore sentivo quelle voci come sirene che attiravano Ulisse verso gli scogli. All’improvviso le mie orecchie sentirono qualcosa che ancora oggi al solo pensiero mi fa rabbrividire. Era Luisa che stava parlando dalla bocca del Conte quando la sua voce cambiò di colpo. La voce femminile divenne d’un tratto strana, più cupa, fino a diventare un abominio. Continuava ad usare le parole dolci di mia moglie, a chiamarmi Marco, ma non era lei a parlare e me ne rendevo conto solo allora. Provava ancora a convincermi che dovevo carpire i segreti di De Giusti e ricontattare il regno dei morti. Girai lo sguardo per non osservare più quella scena, fissai la parete di fronte mentre piangevo. A quel punto il Conte ritornò di nuovo in sé.

-Ora ha capito di cosa si tratta? L’entità dall’altro lato vuole uscire, venire in questo mondo, ma noi non dobbiamo permetterglielo. Ora che anche Lei lo sa, io posso morire. La mia anima è già dannata. Deve promettermi che non cercherà mai la strada che ho percorso io. Non deve fare in modo che il dolore alimenti la voglia di oltrepassare ciò che ci separa dall’inferno. Ora può andare, metta per iscritto ciò che ha visto oggi e metta in guardia quante più persone. Il mondo deve sapere

Appena ebbe finito di parlare presi subito le mie cose e uscii dalla stanza. Fuori c’era la servitù del Conte in un rispettoso silenzio., con la testa abbassata pregavano per l’anima del loro padrone. Di fretta scesi al piano inferiore, non degnai neanche di uno sguardo quelle persone in pena. Di corsa uscii da quell’abitazione ed entrai nell’auto che mi stava aspettando nel cortile. Non ci fu bisogno di parole, l’autista mi riaccompagnò a casa. Ero ancora sconvolto da quello che avevo vissuto e per il resto della giornata rimasi chiuso in casa. Anche la notte non riuscii a prendere sonno.

Ero stato caricato di un peso troppo grande, una verità troppo amara da digerire. Ho rivissuto tutto il dolore per la perdita di Luisa ma amplificato milioni di volte. Avevo le risposte alle domande che non mi ero mai posto. Da scienziato avevo dato sempre per assoluto che un corpo morto finiva la sua esistenza ma ora sapevo che non era così, che l’anima esiste e che dopo la morte c’è un luogo, ancora più misterioso ai miei occhi. Nessuna consolazione dovuta a questa conoscenza.

Passarono i giorni ma si fece sempre più radicata in me una consapevolezza. Non potevo far finta di nulla, dovevo mettere su carta questa esperienza e tramandarla. Nessuno in futuro doveva commettere lo stesso sbaglio, non lo avrei permesso. Qualcuno dirà di me che sono un pazzo, un visionario. Non mi interessa, se anche una sola persona mi crederà allora questo mondo sarà salvo. Esiste un mondo dopo il nostro, ma nessuno deve poter creare un legame seppur piccolo tra i due piani dell’esistenza.

Mai.

18 Giugno 2012

La visita guidata era quasi finita e Tommaso era più che entusiasta. Gli si era aperto un mondo nuovo che era a pochi passi dalla dove era cresciuto, ma non conosceva appieno. Era il cimitero delle fontanelle, un luogo coperto da un velo di mistero. Da sempre ne aveva sentito parlare, anche dai genitori quando erano ancora in vita. Proprio loro però non avevano mai speso parole buone su quel posto. Erano avidi di racconti su quel luogo che tutti gli altri invece sembravano conoscere bene, gli intimavano di starne alla larga. Sacrilego, così lo chiamavano. Tommaso nel tempo aveva raccolto solo delle informazioni frammentarie spinto dalla sua curiosità su quel cimitero proibito. Poi all’improvviso delle coincidenze. I genitori erano ormai morti da qualche anno e in televisione si parlava proprio della riapertura del cimitero delle fontanelle.

Tommaso aveva molto rispetto dell’anima dei suoi genitori, tra l’altro ogni domenica li andava a trovare al cimitero portandogli un mazzo di fiori freschi. Ma sapeva in cuor suo che quando gli dicevano di non avvicinarsi al cimitero delle fontanelle stavano solo facendo la parte dei due genitori preoccupati di uno spettacolo troppo macabro per un ragazzo. Forse sapendo quanto lui era sensibile avevano paura che visitarlo sarebbe stato troppo scioccante. Ma ormai era adulto, aveva da poco passato i 35 anni e poteva fare ciò che voleva. Anzi, in quel periodo aveva proprio bisogno di uscire un po’ e vedere altre persone.

Già, perché in pochi giorni si era trovato senza lavoro e senza fidanzata, un episodio la conseguenza dell’altro. Lavorava come fattorino in un’impresa di distributori automatici di snack, era l’addetto al rifornimento delle bibite e delle merendine. Un giorno come un altro aveva riempito i distributori di un intero palazzo del Centro Direzionale. Torre Francesco, venti piani di uffici tutti riempiti di roba da mangiare e bere. Per sua sfortuna però quel giorno il tastierino elettronico non funzionava a dovere e lui non aveva ricontrollato i prezzi da impostare sui distributori. Risultato, i prodotti costavano un centesimo del prezzo reale. Appena la direzione scaricò i totali e controllò le monete nei distributori fu chiaro l’errore. La perdita era abbastanza significativa e il nome di Tommaso era presente nel tabulato dei turni di quel giorno. Lo misero alla porta senza nemmeno troppe spiegazioni, non cercarono neanche di accollargli la somma che avevano perso. Era troppo distratto al lavoro e quella era la goccia che aveva fatto traboccare il vaso.

Con Silvia è stato analogo. Lui aveva perso il lavoro e lei aveva iniziato a tirare fuori una serie infinita di ragioni per la quale tra loro era finita. Lui era troppo immaturo, era troppo sbadato, alla sua età non aveva ancora una visione chiara del suo futuro. Insomma, di punto in bianco si era resa conto che non lo amava e che non vedeva un futuro con lui. Due colpi che avrebbero messo al tappeto chiunque. Ma Tommaso tratteneva tutto, rispose alle batoste della vita come sempre, scrollandosi tutto di dosso come fosse polvere sulla giacca. Intanto era senza lavoro, senza ragazza e con un grosso punto interrogativo sulla sua testa. Doveva mettere ordine nella sua vita, ma aveva anche bisogno di pensare per un po’ di tempo ad altro, a sé stesso. Intanto passavano i giorni, poi le settimane e i mesi.

Poi un giorno si svegliò con una gran voglia di visitare il cimitero delle fontanelle. Ma sì, perché no. Si preparò e si recò in quel luogo che gli era stato proibito per troppo tempo. La visita guidate era un tipo alla mano, probabilmente uno della zona, però era bravissimo a spiegare. Dopo una prima panoramica sulla visione della morte nel folklore napoletano, sulla figura dello schiattamorto e le pratiche di sepoltura, la guida cominciò a parlare della strana usanza che prese piede a Napoli fino alla fine degli anni Sessanta. Dal dopoguerra in poi c’era chi si prendeva cura dei teschi presenti nel cimitero delle fontanelle per accudirli in cambio di favori. Era una sorta di catarsi, di redenzione da una vita di miserie. In pratica i morti che attendevano il giudizio nel Purgatorio avevano l’occasione di meritare il Paradiso facendo da intermediari per i vivi. Un do ut des, i vivi pregavano per le anime dei defunti, pulivano e benedicevano le loro ossa, i morti invece facevano in modo di esaudire i desideri tramite l’intercessione con l’aldilà. Un culto strano quanto affascinante che nei secoli ha portato alla luce storie misteriose. C’era chi ha avuto quello che si aspettava, come una grazia o un semplice episodio fortunato. C’era anche però chi non ha ottenuto l’effetto sperato e quindi semplicemente sceglieva un nuovo teschio da “adottare”. C’erano addirittura storie quasi da film horror legate a particolari teschi presenti nel cimitero, storie che farebbero rabbrividire i più coraggiosi.

E’ facile capire come da un’usanza popolare affascinante si potesse passare a pura blasfemia, ad un rito pagano che con la religione non ha più niente a che vedere. Tommaso capiva bene come un desiderio forte possa sfociare in scelte più che opinabili. Magari c’era chi non sapeva come tirare avanti, chi aveva esaurito i santi da pregare perché una fortuna inaspettata si realizzasse. Come biasimarla se quella stessa persona fosse stata disposta a pregare l’anima di uno sconosciuto pur di avere qualcosa in cambio. Tra l’altro non era nulla di impegnativo, bisognava solo pulire le ossa, pregare ogni giorno e prima o poi sarebbe arrivato qualcosa di buono. Proprio lui che stava attraversando quel periodo lo sapeva più degli altri.

La guida continuava a parlare ma Tommaso era ormai avvolto da un solo pensiero. Tutti quei teschi, tutte quelle anime in attesa di riscatto, e lui che aveva tanto da chiedere. Era nato nell’epoca sbagliata, ora era proibito prendersi cura delle anime pezzentelle mentre fino a qualche decennio prima poteva farlo senza problemi. Ecco, proibito, ma perché? Proibito da chi già aveva tutto. Perché proibire alle persone di sperare? Perché proibire alle persone di credere che qualcosa di bello possa ancora verificarsi all’improvviso sulla terra? E perché proibire alle anime dannate una redenzione ad un piccolo prezzo? Tutti interrogativi su cui non riusciva a dare una risposta. Ma la risposta in realtà non c’era, lui lo sapeva. Tutti avevano bisogno di quel culto e lui sarebbe stato il primo dopo tanto tempo a riprendere quell’abitudine.

Si guardò intorno con sospetto, nessuno doveva vederlo. Erano tutti intenti ad ascoltare le guide e a fotografare i teschi. Era il momento buono. Si tolse lo zaino dalle spalle ed aprì la zip. Con rapidità prese uno dei teschi e lo mise nello zaino chiudendolo subito dopo. Si guardò di nuovo intorno, per fortuna nessuno lo aveva notato. I battiti del cuore presero a rallentare, era più tranquillo. Con un sorriso di soddisfazione si rimise in spalla lo zaino e si avvicinò al gruppo di persone per godersi la fine della visita guidata.

Al termine del percorso ritornò a casa. Il suo primo pensiero era naturalmente quello di visionare il suo nuovo amico. Prese il teschio dallo zaino e lo osservò con attenzione. Era un teschio come tutti gli altri, pensò. Grandezza nella media, nessun segno particolare, un po’ sporco di polvere. Un teschio anonimo. Tommaso immaginò a chi potesse essere appartenuto, magari ad un padre di famiglia, o ad una donna con una storia particolare alle spalle, o ancora ad un uomo morto solo come lo era lui in quel momento. Tutte fantasie che non facevano che aumentare la sua curiosità. Si mise subito all’opera. Ripose il teschio sul tavolo della cucina e iniziò a pulirlo delicatamente. Dopo pochi minuti l’osso era lucido, stava addirittura prendendo gusto ad accarezzarlo. Doveva essere affettuoso con lui, d’altronde era il suo tramite per la realizzazione dei suoi desideri. Uscì di casa per comprare un lumino e dei fiori, quando ritornò creò un piccolo altare nella camera da letto. Si inginocchiò davanti e cominciò a pregare intensamente. Le preghiere continuarono anche la sera. Prima di andare a letto Tommaso riservò una buona mezz’oretta per esprimere i suoi desideri e intercedere per l’anima del suo nuovo coinquilino.

Il mattino seguente si svegliò con un nome in mente e la sensazione che fosse collegato a tutta quella faccenda. Attilio. Non riusciva a capire perché quel nome gli ronzava in testa. Forse il personaggio di un film che aveva visto recentemente, o forse il nome di un vecchio compagno di classe. Guardò l’altare e sorrise.

-Non so perché ma da oggi ti chiamerò Attilio. Ti piace?

Gli aveva affibbiato un nome, ora era in confidenza con lui. Si sorprese di aver parlato ad alta voce, da quando era solo in casa non lo aveva mai fatto. Prima ancora di fare colazione il suo unico pensiero era quello di pregare. Pregare per l’anima di Attilio, era ovvio. Appena finito andò in cucina, stava per preparare la colazione quando suonò il telefono. Rispose, era il suo ex superiore.

-Ciao Tommaso, sono Antonio. Tutto bene?

-Ciao Antonio. Abbastanza. Tu come stai?

-Non mi lamento, grazie. Senti, ti ho chiamato per quanto è accaduto la volta scorsa

-Senti Antonio, non me la sento di affrontare il discorso adesso. Se possiamo parlarne un altro giorno…

-No aspetta, non mi interrompere. Chiamo in seguito ad una riunione che si è tenuta con i vertici. Il sindacato si è interessato all’episodio ed hanno raggiunto un accordo. Licenziarti dall’oggi al domani non è una pratica corretta quindi i proprietari hanno deciso di fare un passo indietro

-Non ho capito bene. Stai dicendo che non sono più licenziato

-Esatto! Considerati ancora parte dell’azienda. Ti aspettiamo in sede per ricontrattare

Tommaso rimase in silenzio con la cornetta ancora attaccata all’orecchio.

-Ci sei ancora? Non sei soddisfatto?

-Sì. Certo, lo sono. Ci vediamo in questi giorni allora

Attaccò il telefono con un mare di domande in testa. Poi ritornò nella camera da letto e guardò il teschio. Guardò nella cavità oscura degli occhi.

-Sei stato tu? Hai davvero esaudito uno dei miei desideri? Se è così meriti davvero il Paradiso. Ti prego, ora esaudisci anche l’altro. Ti supplico

Stava ancora parlando con il teschio quando sentì bussare al campanello. Andò ad aprire, si ritrovò davanti Silvia, in lacrime. Era ancora fuori alla porta quando iniziò a parlare.

-Ciao Tommaso. Scusa se sono venuta qui senza preavviso. Volevo chiederti soltanto scusa

Tommaso stava per invitarla ad entrare quando lei continuò senza fermarsi.

-Ti prego non mi interrompere. Sono stata un’idiota a lasciarti così, di punto in bianco. Non avrei dovuto fare una tragedia per quello che è successo. E peggio ancora ti ho lasciato solo in una situazione difficile. Ho pensato a te tutti questi giorni e ho capito che mi manchi. Mi manchi da morire e voglio ritornare con te. So che mi giudicherai una pazza ma ti amo e l’ho capito solo così. Prenditi il tempo che vuoi, io ti aspetterò. Chiamami appena puoi

Tommaso non fece in tempo a darle una risposta che lei fuggì. La vide correre per le scale e uscire dal palazzo. Una scena in perfetto stile film romantico. Cosa avrebbe dovuto fare? Correre da lei? Urlare dalla finestra? Richiamarla subito? Come al solito non sapeva quale decisione prendere, solo una voce dentro di sé che gli consigliava:

Dai tempo al tempo. Ora non è il momento

Forse era meglio seguire quella voce. Dopo quei brutti giorni passati da solo doveva farla soffrire un po’, magari con le idee ben chiare avrebbe preso una decisione definitiva. Ritornò nella camera da letto per ringraziare nuovamente il suo misterioso benefattore.

-Grazie Attilio. Lo so che sei stato tu, ora non posso che continuare a sdebitarmi con te. Continuerò a pregare per la tua anima, stai sicuro che arriverai in Paradiso prima di quanto pensi

Dai tempo al tempo. Ora non è il momento

Di nuovo gli venne in mente quella frase quando sentì ancora il campanello bussare. Pensò che fosse ancora Silvia, andò ad aprire. Si sbagliava, davanti a lui si parò una faccia arrabbiata, quella della signora Giulia ovvero la padrona di casa dell’appartamento dove abitava Tommaso. La donna entrò senza nemmeno chiedere il permesso.

-Signor Lo Russo dobbiamo parlare urgentemente

-Signora Giulia, bongiorno. Si accomodi pure

-E’ inutile che ci giriamo intorno Lo Russo. La situazione è più grave di quanto immagina

-Va bene, di cosa vuole parlarmi di così urgente?

-Non lo immagina? Oggi sono ben quattro mesi che non paga l’affitto. Ho saputo che ha perso il lavoro ma ormai sono passati mesi. Non posso continuare a far finta di nulla. Lei mi deve una spiegazione e deve saldare quanto prima la somma che mi deve

Sangue

Tommaso sentì quella voce dentro di sé. La stessa voce che aveva già sentito quella mattina, ma più profonda, più cupa.

-Signora Giulia non si preoccupi. Stamattina ho riavuto il mio lavoro e in questi giorni dovrò parlare con l’azienda per ricontrattare la mia posizione

-E chi mi dice che non sta mentendo? In questi mesi senza lavoro ha cercato altro? Ha trovato qualcosa che potesse permetterle di affrontare le spese? E proprio oggi prima che io venissi qui ha riavuto il suo lavoro?

-Signora Giulia la prego di credermi

Falla smettere

Ancora quella voce. Tommaso ebbe il dubbio che non fosse l’unico a sentirla. Si fermò a metà frase

-Devo crederle? Lei è un nullafacente che passa le sue giornate a oziare

Ti sta umiliando, falla tacere

-Un invertebrato che a quanto so non ha perso solo il lavoro. Non ha neanche più una donna, non è vero?

Toglila di torno. Tu la odi

-Deve trovare il modo di pagarmi, possibile che i suoi genitori non le hanno lasciato nulla che non ha già sperperato?

Non farti trattare così. Zittiscila

-I suoi genitori, con loro non sarebbe mai successa una cosa così. Loro sì che erano persone in gamba. Si sono fatti da soli ed hanno sempre compiuto sacrifici per andare avanti

Uccidila. Uccidila subito

-Sono sicuro che nel posto in cui sono ora la staranno guardando e non saranno affatto contenti di un figlio come lei

Tommaso non parlava più, i suoi occhi guardavano il vuoto intorno. Non aveva reazioni ma senza rendersene conto la sua mano si spostò di lato, verso il ceppo portacoltelli. In un attimo prese il coltello con la lama più lunga e lo conficcò nell’occhio sinistro della donna. Quasi all’istante lei emise un grido sovrumano mentre lui teneva salda la lama all’interno dell’orbita che sgorgava sangue.

Falla smettere, ci sentiranno tutti

Fece come gli era stato ordinato dalla voce misteriosa. Tolse il coltello dall’occhio e con lo stesso fece un lungo solco profondo nella gola di Giulia. L’urlo si fermò, al suo posto uscì un gorgoglio ripugnante. La donna si accasciò a terra mentre un piccolo lago rosso si formava sulle mattonelle chiare della cucina.

Non ti fermare. Continua. Infierisci

Tommaso si inginocchiò sul corpo senza vita della donna e cominciò a colpirla sul torace. Una coltellata, poi due, poi altre ancora. La lama trapassava la carne e usciva senza fermarsi. Si accaniva su quel corpo inanimato con una rabbia disumana. Ormai non era più in sé. Dopo qualche minuto si fermò ed osservò la scena macabra che si era venuta a creare davanti a lui. Poi si guardò le mani, completamente rosse. Era stato lui a fare tutto quello?

Calmati, non andare in panico

-Chi è? Chi sei? Perché ho fatto questo?

Calmati e vieni da me. Dobbiamo parlare

Tommaso capì quello che doveva fare. Si alzò e si recò nella sua camera da letto. Si fermò davanti all’altare che aveva creato il giorno prima, la candela era ancora accesa. Si inginocchiò e guardò il teschio. Sembrava che anche quell’oggetto lo guardasse attraverso le sue orbite oculari scure. Sembrava che stesse guardando nei suoi occhi e stesse perlustrando la sua anima. Poi sentì ancora una volta quella voce profonda.

Sei stato bravo, hai fatto ciò che bisognava fare

-Chi sei?

Il mio nome lo conosci già

-Attilio… Cosa vuoi da me?

Tu cosa vuoi da me? Ho ascoltato le tue preghiere, ho ascoltato i tuoi desideri e li ho avverati

-Sei stato tu a fare tutto?

Tu che ne pensi? Si è avverato tutto quello che volevi. Ora però sei tu in debito con me

-Ma sto già pregando per te, giorno e notte. Prego per la tua anima in attesa del Paradiso

Chi ti dice che io voglia andare in Paradiso? Non ho bisogno delle tue preghiere, la mia anima è dannata e nemmeno le preghiere di tutti gli abitanti della terra possono redimerla

-Cosa vuoi da me?

Sangue. Ho bisogno di sangue. E tu farai come dico io per procurarmelo

-No, non posso. Non posso farlo

Lo farai invece. E sarai ricompensato bene. Ora prendi il mio teschio e mettilo sul sangue della tua prima vittima

Tommaso piangeva dallo sconforto ma non poteva fare a meno di eseguire gli ordini che gli erano stati imposti. Prese il teschio e lo posò sulla macchia rossa che si era venuta a creare sul pavimento. All’improvviso vide che la macchia anziché espandersi si rimpiccioliva, come se il liquido fosse assorbito dal teschio. In quei secondi che sembravano interminabili vide con stupore che proprio sul teschio iniziava a formarsi un sottile strato di carne rosso chiaro. Come se da quel sangue prendesse vita un volto. Tommaso rimase inorridito.

Ho bisogno di altro sangue e mi serve adesso

-Ma non possiamo lasciare questo casino in giro

A quello penseremo dopo, ora fa come ti ordino. Il mio potere è limitato

Tommaso mise la testa in un sacco di tela, poi prese dei coltelli, mise tutto nel suo zaino e uscì di casa. Seguendo le indicazioni della voce che solo lui sentiva si mise in strada alla ricerca di nuove vittime. Percorse qualche chilometro quando la voce gli intimò di fermarsi.

E’ qui che dovrai agire. Sento un ammasso di carne da sacrificare. Proprio davanti a te

Tommaso alzò lo sguardo e si sentì venir meno. Davanti a lui c’era l’ingresso di una scuola materna ed elementare. Da fuori riusciva a sentire le urla di gioia dei bambini che giocavano insieme.

-Non puoi chiedermi questo. Sono bambini, non posso ucciderli

Non hai scelta. Devi farlo. Posso fare in modo che la tua vita migliori o peggiori. Sei nelle mie mani ormai

L’uomo serrò gli occhi mentre una lacrima scendeva lentamente sulle sue guance. L’altro aveva ragione, lui non aveva scelta. Riaprì gli occhi e si asciugò il volto. Aprì lo zaino e tirò fuori uno dei coltelli, poi si diresse deciso verso l’ingresso della scuola. Il primo ostacolo sarebbe stato il bidello ma già si immaginava il tipo. Obeso, spazientito e con nessuna voglia di fare l’eroe. Strinse il coltello nella sua mano per darsi coraggio. Era a pochi passi dall’ingresso, davanti a lui c’era il portone aperto dal quale vedeva il bidello seduto e intento a rinfrescare l’aria con un ventaglio. Stava per varcare la soglia quando si sentì spostare involontariamente. Un urto improvviso che lo fece cadere a terra.

Alzò lo sguardo e vide che accanto a lui c’era una signora che si stava rialzando. In quei pochi secondi cercò di concentrarsi su cosa fare quando vide che la signora gli tendeva la mano sorridendo.

-Mi scusi, ero distratta. Andavo di corsa e stavo guardando il cellulare. Sono costernata, permetta che la aiuti ad alzarsi. Si è fatto male?

Tommaso non ascoltava quello che lei stava dicendo. girò lo sguardo e vide che il coltello era a terra a pochi passi da lui. Probabilmente dell’urto doveva aver aperto la mano ed era caduto. Anche la donna guardò nella direzione in cui stava guardando lui e realizzò il suo intento omicida. Non esitò ad urlare e richiamare l’attenzione di tutti.

-Ha un coltello! Fermate quell’uomo, è armato!

Tommaso con uno scatto riprese il coltello e lo inserì nell’addome della donna. Questa smise di urlare ma un brusio sempre più forte cominciò a crearsi intorno. Tutti i presenti si resero conto di quello che stava accadendo ed iniziarono ad allarmarsi. Tommaso si guardò intorno vedendo solo sguardi preoccupati e ostili. La voce nella sua testa non mancò di dire la sua.

Coraggio, non fermarti. Sei più forte di loro. Fai quello che devi fare

Si rialzò dirigendosi verso la scuola, all’improvviso un passante gli gettò qualcosa addosso per fermare il suo intento. Lo stesso gesto fu imitato da altri presenti. Nel frattempo il bidello resosi conto del pericolo serrò la porta mettendo in salvo l’istituto.

Idiota, muoviti. Sfonda la porta e compi il sacrificio!

Tommaso eseguì gli ordini. Nel caos più totale che si era creato, circondato da insulti e urla di terrore corse fino alla porta della scuola. Tentò di sfondarla con delle spallate, poi con il manico del coltello ma nulla da fare. Vedeva dal vetro le facce terrorizzate delle persone all’interno.

Poi uno sparo. Non si voltò, continuò nel suo intento di entrare nell’istituto.

-Fermati! Getta il coltello a terra e tieni le mani alzate. Quello di prima era un colpo di avvertimento in aria, il prossimo lo punterò verso di te se non fai come ti ho detto

Non ascoltarlo, sono io che comando

-Ti ho detto di fermarti subito

Continua

Nella testa di Tommaso le due voci si fondevano e lo confondevano. Non sapeva più cosa fare. Se ascoltare il poliziotto e arrendersi oppure dare retta ad Attilio e completare l’opera che gli avrebbe aperto infinite porte. Voleva uscire da quell’incubo, non ne aveva più la forza. Si decise, avrebbe lasciato il coltello e si sarebbe arreso. Aveva varcato un confine troppo lontano.

Aprì la mano ma inspiegabilmente il coltello non si staccò. Era come incollato al palmo. Provò a vibrare la mano ma non venne via. Le parole nella sua testa gli diedero la spiegazione che aspettava.

Te l’avevo detto che sono io quello che comanda. Sei troppo debole, non meriti di vivere

Poi il rumore di uno sparo. Il colpo alla schiena fu preciso, gli trapassò il tronco fino a spappolargli il cuore. Alzò gli occhi, lentamente tutto si faceva buio e le voci intorno sembravano sempre più confuse. Cadde all’indietro senza più forze. Dalla schiena fuoriusciva un fiotto di sangue che andò ad impregnare lo zaino fino a bagnarne il contenuto.

Al commissariato non si parlava d’altro che dell’uomo ucciso nel tentativo di compiere una strage. Per fortuna un poliziotto di pattuglia per strada non si era fatto trovare impreparato ed aveva agito nell’interesse di tutti. Dopo l’autopsia l’ispettore Salvi stava controllando i documenti in compagnia dei suoi uomini.

-Una tragedia sfiorata, ispettore. Siamo stati fortunati questa volta

-Puoi dirlo bene. Per fortuna l’agente De Biase era in zona ed ha agito nel migliore dei modi

-Dalla deposizione ha sparato prima un colpo di avvertimento. Spero si renda conto che l’assassino se l’è cercata e che non è colpa sua

-Già. Lo farò contattare più tardi per riferirgli di quello che abbiamo trovato nella sua abitazione. Il cadavere di quella donna dissanguata mi fa venire ancora i conati di vomito se solo ci penso

-Un mostro in meno sulla faccia della terra. Ispettore, ma cosa state controllando ancora in quei documenti

-Niente, nell’elenco dei reperti trovati sul luogo del misfatto risultava esserci uno zaino con all’interno dei coltelli.e, leggo qui, “un sacco con una testa scarnificata”. Quando sono passato all’ufficio di competenza ho visionato personalmente lo zaino e i coltelli ma non ho trovato nessuna testa. Me ne sarei sicuramente accorto

-Strano. Potremmo chiedere a De Biase se ricorda qualcosa subito dopo l’accaduto

-Certo. Dopo la deposizione era ancora sotto shock per quanto è successo. Spero si riprenda presto. Aveva lo sguardo quasi assente, è stato difficile interrogarlo. Sembrava proprio che non ci stesse ascoltando. Forse solo la conseguenza di quello che è successo. Appena si sarà ripreso lo sentiremo di nuovo

11 Giugno 1935

Era una mattina di fine primavera ed i raggi di un sole caldo illuminavano e riscaldavano l’ingresso della basilica dell’Annunziata. Davanti al sagrato c’era il solito gruppetto di ragazzini che passava la giornata per strada inventandosi modi nuovi per guadagnare qualche lira. C’era però un ragazzo che rimaneva sempre in disparte. Anche a lui piaceva giocare con gli altri o combinare qualche marachella ma la maggior parte del tempo era da solo, seduto sui gradoni della chiesa. Si chiamava Rosario ed era diverso dagli altri. Era un esposto.

Gli esposti, o “Figli della Madonna” erano i bambini che venivano rifiutati dalle rispettive madri e che venivano “donati” al convento dell’Annunziata. Si trattava spesso di famiglie che non riuscivano a sfamare una bocca in più o anche di figli non voluti, magari frutto di un amore proibito. Rosario era uno di quei bambini, otto anni prima era stato abbandonato all’interno della ruota e mandato nelle mani sempre caritatevoli delle suore. Insieme a lui c’era un rosario in legno che da allora ogni giorno portava sempre con sé. Il suo nome gli era stato dato proprio a causa di quell’oggetto che lo aveva accompagnato nella sua nuova vita.

Fin da piccolo era stato allevato e accudito dalle sorelle dell’Annunziata. Lo avevano istruito su tutte le principali materie e lo avevano forgiato secondo il credo cristiano. Con l’aiuto delle altre famiglie della comunità gli avevano insegnato anche dei lavori manuali. Era sempre volenteroso e quando c’era da dare una mano nel convento era il primo a farsi avanti. Era molto sveglio ed intelligente ma c’era un lato del suo carattere che emergeva fuori all’improvviso. A volte preferiva stare da solo in silenzio, rifiutava ogni contatto umano per allontanarsi da tutti. Per molti era normale in una condizione come la sua, a Napoli si dice che i figli della Madonna meritano il Paradiso perché in terra soffrono l’inferno.

Rosario era proprio in uno di quegli stati particolari. Era seduto sui gradoni e fissava il vuoto mentre attorno a lui c’era un gran baccano dovuto agli schiamazzi dei suoi coetanei. D’un tratto, giocando, uno dei ragazzini lo urtò facendolo cadere a terra.

-Scusa Rosà. Non l’ho fatto apposta

-Non ti preoccupare, lo so

Da lontano una voce però incitava il ragazzo.

-Ma perché ti stai scusando, Gennà? Quello è un bastardello, non ti devi scusare

Tutti gli altri ragazzi presero a ridere mentre Rosario rimaneva impassibile. Il bullo del gruppo gli si avvicinò rincarando la dose.

-Avete visto? Non reagisce nemmeno. Sono tutti così quelli come lui

Rosario si alzò di scatto, l’altro ragazzo non si aspettava quella reazione e cadde all’indietro. Camminava come un granchio per allontanarsi dalla sua vittima che si avvicinava senza cambiare espressione. Arrivò con le spalle al muro, si rialzò mentre tremava dalla paura. Rosario era a pochi centimetri dal suo viso e con lo sguardo gli gelava il sangue. Alzò un braccio, l’altro chiuse gli occhi d’istinto. Non lo colpiva, li riaprì.

-Non ne vale la pena

Il bullo scappò correndo più velocemente che poteva, dietro di lui lo seguivano gli altri. Rosario rimase di nuovo solo, si avvicinò all’ingresso della chiesa e riprese a sedersi. Dopo qualche minuto uscì dal portone suor Giovanna. Lei era un’istituzione nel convento, era presente quando quella notte il piccolo Rosario era stato portato lì. Lo aveva visto crescere e gli era molto affezionata.

-Eccoti qui Rosario, non ti trovavo. Tutto bene? Come stai?

-Bene, madre Giovanna. Sto bene

-Meno male, dai. Tra poco sarà pronto il pranzo, non fare tardi come al solito che altrimenti ci metti nei pasticci. Ti volevo chiedere un piacere

-Prego, dite

-Si tratta di una nostra sorella del convento di Santa Patrizia. E’ molto malata ed ha bisogno di una medicina che abbiamo qui. Devi portarla da lei oggi pomeriggio

-Se volete posso andare anche adesso. Posso saltare il pranzo se serve

-Sei un bambino d’oro, ma sono più tranquilla se però metti qualcosa sotto i denti prima di andare. Mangiamo tutti insieme e poi potrai andare

-Grazie mille madre Giovanna

-Grazie a te mio piccolo eroe

Il piccolo si recò nella sala mensa del convento e pranzò insieme alla sua grande famiglia. In quell’ambiente così austero si trovava bene da sempre. Tutti lo trattavano con gentilezza e gli riservavano gli sguardi più dolci. Non gli importava chi fosse la sua vera madre o il suo vero padre, gli bastava essere lì in quel luogo per sentirsi accettato per quello che era. Dopo pranzo scattò sull’attenti e si fece dare il pacco contenente la medicina da portare a destinazione. Con un bel bacio di incoraggiamento da parte di suor Giovanna, Rosario iniziò quella piccola avventura nel centro storico di Napoli.

Non si allontanò troppo dal punto di partenza quando vide in lontananza un gruppo di ragazzini che giocavano. Capì subito che si trattava degli stessi che quella mattina lo avevano canzonato. Ebbe l’impulso di avvicinarsi e farsi valere per quell’offesa subita prima ma si fermò subito. Una voce interiore gli consigliava di lasciar perdere, di andare avanti. Aveva un altro compito da svolgere ed aveva la massima priorità. Riprese il suo cammino, dopo pochi minuti la sua destinazione era raggiunta.

Bussò al grande portone, venne ad aprirgli una suora anziana con lo sguardo arcigno. Rosario non si aspettava un’accoglienza così fredda e subito mostrò il fagotto che portava con sé.

-Buon pomeriggio madre. Mi chiamo Rosario, mi mandano le sorelle dell’Annunziata. Porto con me la medicina

La suora sembrò cambiare leggermente espressione del viso. Era stupita di vedere un bambino così piccolo portare una consegna così preziosa. Questo però non addolcì i suoi tratti.

-Vieni, ti faccio strada

Richiuse il portone e avanzò senza curarsi del ragazzino alle sue spalle. Rosario si guardò intorno mentre camminava. Notava una sorta di freddezza in quel luogo ben diverso dal convento in cui era cresciuto. Forse era solo suggestione o forse era solo colpa della suora che gli aveva aperto il portone, però quel posto gli metteva una profonda tristezza nell’animo. Attraversarono in chiostro ed entrarono in un corridoio che portava in una sala circondata da porte.

-Tu aspetta qui, vado a vedere suor Anna come sta

Rosario obbedì senza fiatare. Vide la suora entrare in una stanza buia. Nel momento in cui aprì la porta sentì dei lamenti provenire da quella stanza. Non c’era dubbio, all’interno si trovava l’ammalata. Dopo qualche secondo la porta si riaprì. La suora si rivolse nuovamente a Rosario.

-Dammi la medicina. Preghiamo Dio che non sia troppo tardi

-Certo. Eccola

-Grazie per averla portata. Che i Santi ti proteggano

-Grazie a lei. Posso fare altro?

-Dubito che tu possa fare qualcosa a questo punto. Non entrare nella stanza, la sorella è molto malata e non è un bello spettacolo. Ecco qui qualche spicciolo, puoi ritornare a casa

-Grazie ancora madre

Rosario prese le poche monete e le infilò di corsa nei pantaloni. Si congedò nuovamente e rifece a ritroso il tragitto di prima. Voleva uscire da quel posto e lasciarsi tutto alle spalle. Aveva solo voglia di rivedere il viso dolce di suor Giovanna, lo avrebbe sicuramente premiato per quel servizio ad un’anima in pena. Ritornò nei pressi del chiostro ed attraversò una porta. Era sicuro che quella fosse l’uscita ma probabilmente si era confuso ritornò indietro rifacendo il giro del chiostro ma tutte le uscite sembravano le stesse. Si era perso e in giro non vedeva nessuno a cui rivolgersi per trovare l’uscita.

Camminava a passi più svelti, entrava e usciva da ogni anfratto cercando disperatamente il portone principale finché arrivò in una sala buia. C’erano delle grate intorno, sembravano gli ingressi di alcune prigioni. Era un luogo tetro e spaventoso ma lui stranamente ne era attratto. Si avvicinò alla prima e si affacciò con prudenza. Era una cella, aveva indovinato, ma all’interno non c’era nessuno. Provò con la seconda, lo stesso. Era vuota. Provò con la terza, nel momento stesso in cui si avvicinava riuscì a sentire un respiro affannato. C’era qualcuno in quella stanza buia. Tese l’orecchio per ascoltare meglio ma non riuscì a percepire nulla a parte quel respiro strano. Decise quindi di avvicinarsi ancora. Sempre di più. L’oscurità gli impediva di vedere dall’altro lato chi o cosa fosse presente. Si fece coraggio ed arrivò a toccare il cancelletto. Dall’interno della cella qualcuno sembrò aver visto l’ombra di Rosario proiettata dalla luce esterna.

-Chi c’è? Chi è lì?

Rosario saltò dalla paura. Fece un passo indietro e pensò di ritornare a cercare l’uscita.

-Non te ne andare. Chi sei? Non sei una sorella. Avvicinati e fatti vedere

Il ragazzino era spaventato ma quella voce femminile non sembrava pericolosa. Forse curiosa, ma non dava l’impressione di una minaccia. Fece come gli era stato ordinato. Ritornò ad avvicinarsi alla cella mostrando il suo viso.

-Ma sei un bambino. Anima pia, che ci fai in questo luogo così triste? Quelli come te dovrebbero essere fuori a giocare, a godersi la vita. Qui c’è posto solo per la disperazione e la tristezza

La donna cominciò a piangere senza fermarsi. Rosario provò compassione per lei. Doveva essere davvero disperata per trovarsi in quella situazione. 

-Non fate così. Non piangete. Tenete, queste monete sono tutto quello che ho, magari potranno esservi d’aiuto

La donna si asciugò le lacrime e si schiarì la voce.

-Sei un angelo. Ti ringrazio ma quelle servono più a te che a me. Io non saprei che farmene. sono rinchiusa qui e non posso uscire. Non so neppure da quanto tempo mi tengono qui

Rosario era curioso di saperne di più.

-Come mai vi trovate qui. Chi siete?

-Vuoi davvero saperlo? Un piccolo come te non dovrebbe rattristarsi per una come me. Tu devi essere felice e stare con gli altri bambini

-Lo sarò solo se sarò sicuro di non poter far nient’altro per voi

-Hai proprio un animo gentile. Mi avvicino così potrò vederti meglio

Dall’oscurità della cella venne lentamente fuori il corpo di quella prigioniera. Era vestita come le altre suore del convento ma il volto era una maschera di paura e sofferenza. Stringeva gli occhi per abituarli a quella poca luce.

-Siete una suora? Di questo convento?

-Un tempo lo ero. O meglio, dovrei ancora esserlo ma non so più cosa sono adesso

-Cosa vi è successo? Perché siete qui tutta sola?

-Non sono cose che un bimbo come te dovrebbe ascoltare. Ho commesso un peccato troppo grave e ne sto pagando le conseguenze. Agli occhi di Dio devo essere la peggiore delle peccatrici per meritare una vita del genere

All’improvviso si udì una voce dall’ingresso della sala.

-Chi c’è lì? Nessuno può stare in questo luogo!

La prigioniera aveva riconosciuto la voce, era la madre superiora di quel convento. Era pericolosa e se avesse messo le mani su quel bambino lo avrebbe castigato. Non doveva permetterlo.

-Scappa ragazzino! Scappa più veloce che puoi!

Rosario ubbidì a quelle parole. Si alzò di scatto, abbassò la testa e corse velocemente verso l’uscita. Evitò la presa della madre superiora che non poté fare nulla per acciuffarlo, si riversò nuovamente nel chiostro ed attraversò una porta. Era quella corretta, si ritrovò nell’atrio in quel momento incustodito. Aprì il grosso portone e lo richiuse dopo essere uscito. Con il cuore in gola continuò a correre verso l’Annunziata. Correva senza guardarsi intorno, nella testa solo l’immagine di quella donna così sofferente. Finalmente ritornò alla sua casa, le suore lo accolsero con gioia elogiandolo per il gesto umano che aveva compiuto. Rosario tenne per sé quell’esperienza che aveva vissuto, non aveva voglia di chiedere spiegazioni alle sue madri adottive. Sicuramente avrebbero risposto in maniera vaga come sempre quando si trattava di cose più grandi di lui. Eppure non riusciva a togliere dalla mente quelle immagini. La cella buia, il volto deperito di quella suora, la durezza nelle parole della superiora. Non riusciva a trovare una ragione per il supplizio a cui era condannata quella donna.

I giorni successivi era sempre con la mente altrove e le suore se ne accorsero. Fu suor Giovanna a parlargli in privato.

-Rosario tutto bene? Ti vedo un po’ assente in questi giorni. Come stai?

-Bene, madre

-Sicuro? Si vede da lontano che hai dei pensieri in testa, cosa posso fare per te?

-Niente, madre. Davvero

-Si tratta forse di quella nostra sorella malata? Ti fa stare male pensare a lei?

Rosario vide in quelle parole una spiegazione plausibile da usare a proprio vantaggio.

-E’ così, madre. Sa per caso se sta meglio?

-Sicuramente sta meglio ma in questi casi ci vuole tempo. La medicina e il riposo le saranno di grande aiuto

-Potrei andare a trovarla per capire come sta. Mi dia il permesso di andare di nuovo da lei

-Se è questo quello che vuoi non posso non farlo per te. Sei un bambino gentile. Va pure da lei e dì alle sorelle che ti mando io

Rosario era strafelice, aveva sfruttato bene le preoccupazioni di suor Giovanna per approfittarne ed andare di nuovo nel convento di Santa Patrizia e rivedere la prigioniera. Indossò un vecchio cappello e partì per la sua destinazione. Arrivò subito, quando bussò al portone gli aprì la stessa suora del giorno precedente.

-Che ci fai di nuovo qui? La medicina che hai portato non è già finita

-Sono qui per sapere come sta la madre malata. Mi manda madre Giovanna, posso entrare?

Il viso della sorella si distese, doveva riconoscere che il piccolo aveva davvero un animo gentile. Lo accompagnò fuori alla stanza dell’ammalata ma non lo fece entrare. Entrò lei e riferì alla suora che un bambino era passato a trovarla per sapere come si sentiva, poi ritornò da lui.

-Sorella Anna ti ringrazia e dice che non devi preoccuparti. Sta meglio e prega per te e il tuo buon cuore

-Grazie mille. Posso approfittare per andare in chiesa e pregare un po’ per lei e la sua salute?

-Ma certo piccolo, ti accompagno

Insieme si recarono all’interno della chiesa, Rosario si inginocchiò e cominciò a pregare. Intanto la suora ritornò al suo compito di guardiana lasciandolo da solo. Il giovane non aspettava altro. Dopo aver fatto il segno della croce e aver controllato che fosse lontano da sguardi inopportuni, uscì dalla cappella. Fece mente locale sul percorso e si ritrovò di nuovo nella stanza adiacente le celle di detenzione. Si avvicinò a quella che gli interessava e con un filo di voce chiamò la prigioniera.

-Buongiorno. Sono di nuovo io, vi ho portato un po’ di pane. Prendetelo prima che venga qualcuno

-Chi è là? Ah, sei tu, mio piccolo angelo. Sei così bello, fatti vedere. Il Signore deve volermi davvero bene per mandare una creatura così bella qui da me. Solo a guardarti mi sento meglio e questo peso che porto sembra più leggero

-Sono contento per questo. Cercherò di fare il possibile per venire più spesso e darvi il mio aiuto. Se avete bisogno di qualcosa ditemi pure, sarò lieto di farlo per voi

-Grazie angelo mio. Mi basta vederti e sapere che c’è qualcuno che prega ancora per la mia anima dannata. Ora però vai, vai prima che venga di nuovo la superiora a controllare

Rosario a malincuore abbandonò la sua nuova amica. Uscì dal convento salutando la guardiana, stavolta però il suo animo era felice. Aveva avuto modo di rivedere il volto di quella suora e fare qualcosa per lei e quello lo sollevava.

Nelle settimane successive Rosario trovava sempre del tempo per andare a Santa Patrizia e con il pretesto di informarsi delle condizioni di salute di suor Anna, di nascosto andava a trovare la suora prigioniera per portarle i viveri e parlarle. Lei rimaneva ogni volta affascinata dalla bellezza di quel ragazzino e dalla sua propensione dalla carità. Quella situazione idilliaca però ebbe un epilogo tragico.

Era un giorno come tanti e Rosario stava recandosi al suo consueto appuntamento nascondendo nei pantaloni un pezzo di torta ancora caldo. Il sole era alto nel cielo e un’afa permeava per le vie del centro costringendolo a sbottonarsi la camicia per prendere aria. Seguì il solito iter e come sempre riuscì ad avvicinarsi indisturbato alle celle. Si avvicinò alla grata e tese la mano mostrando il proprio dono. Dall’altro lato non ci fu risposta. Rosario si avvicinò ancora cercando nel buio quel viso che aspettava di vedere. D’un tratto sentì una voce flebile che lo chiamava.

-Angelo mio, dove sei? Oggi sono molto stanca, non riesco a venire vicino al cancello. Cosa mi hai portato?

-Una fetta di torta fatta da madre Giovanna. E’ ancora calda, prendete

-Oh, grazie. Riesci a infilare il braccio attraverso le sbarre? Puoi metterla lì a terra così dopo quando sarò più in forze la posso prendere

Rosario si sporse in avanti allungando quanto più possibile il braccio oltre il cancelletto. Dall’altro lato la donna lo guardava e adulava come sempre la sua bellezza. Il ragazzo aveva tutto il braccio e la spalla al di là della cella, si sporse sempre di più finché dalla camicetta aperta non fuoriuscì il suo rosario portafortuna che urtò contro il metallo. La donna sembrò attirata da quel piccolo rumore e trovò la forza di avvicinarsi di qualche passo per vedere meglio di cosa si trattasse. Guardò la collana controluce e di colpo divenne seria.

-Cos’hai al collo?

-Questo? E’ un rosario di legno, lo porto al collo da…

Non finì di terminare la frase che si sentì strattonare. Il suo viso di colpo urtò contro le sbarre fredde del cancello, dall’altro lato la prigioniera aveva afferrato il ciondolo e lo stava tirando a sé con una forza fuori dal normale. Com’era possibile che una donna così debilitata potesse tirare così prepotentemente?

-Lo conosco! Io conosco questo rosario! Dimmelo, come fai ad averlo? Rispondimi maledetto diavolo?

-Mi lasci! La prego mi lasci!

-Dimmi subito dove hai preso questo rosario. Te lo ordino!

-Non lo so signora. So solo che è con me da sempre. Lo hanno trovato accanto a me le madri dell’Annunziata quando ero piccolo, nella cesta all’interno della ruota

Di colpo la donna lasciò la presa, Rosario si allontanò subito dalla grata ricominciando a respirare regolarmente.

-La ruota. Allora sei tu. Sei vivo…

La confusione che si era creata e le urla disumane della prigioniera aveva attirato altre suore che si erano precipitate sul posto. Tra queste anche la madre superiora che a passi lenti si faceva spazio tra la folla. Davanti a loro c’era Rosario inginocchiato in un lato dell’atrio che respirava a fatica, dall’interno della cella invece usciva fuori la voce straziante della suora.

-Si tu. Sei tu! Ti ho trovato finalmente! Vieni qui angelo mio, vieni qui e fatti accarezzare. Non te ne andare da me. Ora che il Signore ci ha fatto incontrare non dobbiamo più separarci

Dalla folla che si era venuta a creare si alzava un brusio.

“Chi è quel bambino”

“E’ pazza, sta vaneggiando”

“Chi sta parlando?”

“Povero bambino, che ci fa qui?”

“Peggiora ogni giorno, bisogna prendere provvedimenti”

La madre superiora senza perdere il contegno alza un braccio per intimare il silenzio. Tutte le sorelle smettono immediatamente di parlare mentre lei si avvicina lentamente al ragazzino e gli posa una mano sulla spalla.

-Stai bene, piccolo? Che succede?

-Non lo so, madre superiora. Quella donna ha iniziato ad urlare appena ha visto…

-Appena ha visto cosa? Che ci facevi tu qui?

-Appena ha visto questo mio rosario. Lo ha tirato, poi ha iniziato a parlare di cose strane

-Figliolo, devi sapere che la donna all’interno della cella ha una grave malattia. La teniamo in isolamento perché potrebbe fare del male alle nostre sorelle

-Non crederle! Non credere a quello che dice! E’ lei la causa di tutto

-Lo vedi? Senti le sue parole, non sono quelle di una timorata di Dio. Sta vaneggiando, il diavolo le parla all’orecchio mentre noi siamo qui

-Sta zitta figlia del demonio! Angelo, angelo mio non ascoltarla. Vieni qui e stai con me, non voglio perderti di nuovo

Rosario non sapeva cosa fare, non sapeva a chi credere. La madre superiora sapeva che doveva agire velocemente prima che il bambino facesse la sua scelta. Sotto gli occhi increduli di tutti si inginocchiò e lo abbracciò. Lo strinse a sé per calmarlo, poi con parole dolci lo rincuorò.

-Sei un bambino intelligente, l’ho capito nel momento in cui ti ho visto la prima volta. Su, vieni con me. Ti porto lontano da qui. I tuoi occhi belli non sono fatti per osservare la tristezza e il dolore di questo luogo. Non possiamo fare nulla per lei che non abbiamo già provato a fare. E’ nelle mani del Signore e lui avrà cura di lei

Poi lo alzò e lo prese per mano, insieme si allontanarono dalla cella. La folla si apriva al loro passaggio, Rosario si girò per l’ultima volta indietro mentre le urla che provenivano dall’oscurità si facevano sempre più alte e più nervose.

-No, no no! Non portatemelo via un’altra volta. Non di nuovo. Ve ne supplico. Fatelo avvicinare. Fatemi vedere un’altra volta il suo viso bellissimo. Un’ultima volta!

Nove anni prima

All’interno della cantina faceva freddo ma i corpi dei due amanti si riscaldavano a vicenza. Dalle loro bocche uscivano aliti che diventavano piccole nuvole. I cuori battevano forte, fino a pochi minuti prima quei due corpi erano avvinghiati nell’estasi del sentimento più dolce. Non importava chi fossero, ora erano nudi e senza le loro vesti addosso immaginavano di essere due persone normali.

Ma non lo erano.

Quando dopo la passione i due si abbracciarono teneramente, insieme alla sensazione di freddo arrivò anche la consapevolezza di chi fossero e cosa stessero facendo. Fu la ragazza a parlare per prima.

-Dovremmo smettere

-E’ la prima cosa che ti viene in mente subito dopo questo?

-Scusami, lo sai cosa intendo. Quello che provo per te è un amore grande ma quello che mi lega al Signore è immenso

-Pensi che non ti capisca? Anche io ho preso i voti, Cristo mi ha salvato la vita. Ma dal primo momento che ti ho vista non ho potuto non pensare che forse è stato un errore mettere questo saio

-Non dirlo, ti prego. Dio è misericordioso, non dobbiamo…

-Non dobbiamo cosa? Non dobbiamo provare il piacere che stiamo provando adesso? Non dobbiamo assaporare la gioia di una vita insieme? Non dobbiamo far caso al fatto che noi due non riusciamo a restare separati? Pregavo ogni notte che venissi in questa cantina, ho aspettato ogni notte in quel corridoio stretto sperando che ci fossi tu qui a controllare il vino. Ho benedetto queste bottiglie che ci hanno fatto incontrare, che ci hanno fatto amare. Non si può tornare indietro e tu lo sai bene- Io ho deciso, domani mattina parlo con l’abate e se non vuole ascoltare la mia richiesta sono libero di scappare. Ti prego, vieni anche tu con me. Scegli me e rinnega questa vita piena di sofferenza

-Stringimi più forte e dimmi che andrà tutto bene

-Andrà tutto bene. Non sei sola, ci sono io qui con te

I due si abbracciarono ancora più forte mentre la paura pian piano svaniva. Non si accorsero dei passi che si avvicinavano con fretta. La porta si spalancò ed entrarono tre suore. Era facile indovinare chi fosse a capo di quel corteo. La madre superiora si avvicinò agli amanti e tolse con impeto la coperta che li copriva. Con ribrezzo guardò la scena, il suo sguardo accusatorio diceva già tutto ma volle esprimere a parole quello che aveva nella mente.

-Tu. Peccatrice. Osi profanare questo luogo sacro unendoti carnalmente a quest’uomo? Un uomo di Dio! Sorelle, allontanatela subito! Rinchiudetela in una cella e tenetela sempre sotto osservazione. Nessuno deve sapere nulla di quanto accaduto questa sera

Ma ne aveva anche per l’amante, finora ancora in silenzio nella sua nudità.

-E tu, miserabile peccatore. Ho già avvisato l’abate dei miei sospetti su di te. Non ci vorrà molto che anche lui ti prenderà e farà di te ciò che vuole. Ora vestiti e ritorna da dove sei venuto!

-Non può fare questo. Dio è misericordioso e avrà pietà delle nostre anime. Siamo peccatori, è vero, ma non possiamo far finta di non provare questo grande sentimento. Le vie del Signore sono infinite

-Lo sono, ma quelle dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni. Vattene via ora, e non farti più rivedere in questo luogo!

Appena l’uomo rientrò nel cunicolo che aveva usato per arrivare in quella cantina la madre superiora si fece il segno della croce e salmodiò una preghiera sottovoce.

Da quel giorno la suora accusata di peccato grave fu tenuta in isolamento dalle altre. Nei nove mesi che seguirono l’accaduto le sorelle sotto ordini della superiora la accudirono per tutta la durata della gravidanza. Al momento del parto vide solo per pochi secondi la sua creatura ma riuscì comunque a strappare una promessa ad una delle donne presenti quel giorno. Era una giovane suora che si era impietosita dagli occhi tristi di quella peccatrice e non se la sentiva di abbandonarla in un momento simile. Non poteva negarle l’unico favore che le chiedeva. Un rosario, un piccolo rosario in legno. Quel piccolo oggetto doveva essere accanto al bambino, qualunque fosse il destino che lo attendeva. Qualunque fosse il volere della superiora.